SPAGNA, ITALIA, GERMANIA… L’EUROPA AI GIOCHI OLIMPICI DI LONDRA – L’unione degli sportivi europei potrà contribuire al sogno di unità e di uscita dalla crisi del nostro continente?

LO STADIO DI STRATFORD, LONDRA, luogo centrale delle OLIMPIADI 2012 – Foto SplashNews, ripresa dal sito http://www.style.it/news/

   Il presidente del Comitato Olimpico inglese Sebastian Coe (famoso ex atleta mezzofondista) alla serata inaugurale delle Olimpiadi di Londra 2012, ha rimarcato i moti olimpici del fondatore dello Olimpiadi moderne, barone De Coubertin, “citius, altius, fortius”: più velocemente, più in alto, più forte.

   Viene in mente la famosa nuova parametrazione dei valori olimpici proposta da Alexander Langer circa venticinque anni fa (Langer, fautore di un’ecologia estesa a tutta la natura, ma in primis alla convivenza pacifica e di scambio positivo di conoscenze fra persone di provenienza diversa)…ebbene il significato che proponeva Alex Langer era di ribaltare i moti olimpici: sostituire CITIUS –più velocemente– con LENTIUS –più lentamente; ALTIUS –più in alto– con PROFUNDIUS –più in profondità; FORTIUS –più forte– con SUAVIUS –più dolcemente.

   Ma è ovvio che, in sede “strettamente” di giochi olimpici, di gare tra atleti, prevalgano necessariamente i moti decoubertiniani: ma solo in sede di gare, del momento competitivo. Poi nella vita si sente la necessità della loro “conversione” nella proposta langeriana; che i moti olimpici, da sempre considerati simbolo della vita, del nostro procedere quasi sempre forsennato nel tempo, si trasformino in un modo di essere, personale e comunitario, meno competitivo: più consono al far sì che tutti possano stare bene, che esista un futuro sia per le persone di qualsivoglia parte geografica del mondo, che per la natura (gli animali, le piante, tutto…), che debba esistere il mondo naturale in pari dignità con gli esseri umani. Che si vada più piano, guardando più in profondità, e con più dolcezza.

(ANSA) – MADRID, 18 LUG – Spagnoli in fuga da un paese duramente colpito dalla crisi, nel quale la disoccupazione giovanile supera il 50%. Secondo i dati diffusi ieri dall’ Istituto Nazionale di Statistica, nei primi sei mesi dell’ anno 40.625 spagnoli si sono trasferiti all’ estero, il 44,2% in piú rispetto allo stesso periodo del 2011. La disoccupazione è una delle principali cause. A lasciare il paese sono soprattutto spagnoli tra i 28 e i 45 anni.

   Ma il SIGNIFICATO VERO di queste Olimpiadi è forse tra i più GEOPOLITICI rispetto a tutte le altre Olimpiadi dell’era moderna. La GRAVE SITUAZIONE ECONOMICA INTERNAZIONALE (in particolare quella “nostra” che sentiamo di più: quella EUROPEA), il rimescolamento di equilibri internazionali che sembravano consolidati e rigidi nel tempo (fenomeni anche positivi: come sicuramente lo sono le rivoluzioni nel mondo arabo, le PRIMAVERE ARABE), le guerre civili in corso (la SIRIA, ma altre tensioni vanno e vengono, come l’IRAN, la PALESTINA e ISRAELE, l’AFGHANISTAN, l’IRAQ, i paesi dell’Asia Centrale….). Ebbene tutto questo fa sì che l’Olimpiade, l’incontro sportivo di così tanti popoli e nazioni, avvenga in una fase geopolitica e storica cruciale di cambiamento. Cambiamento in meglio o in peggio non sarà il destino a deciderlo ma le azioni degli uomini e donne che dovranno cercare, nelle diplomazie internazionali, nei singoli stati, nelle proposte economiche, di trovare soluzioni adatte a un futuro di pace e sviluppo per tutti.

   Su questo panorama svetta la crisi europea, la mancanza di unità politica vera tra i singoli stati (specie quelli che hanno deciso di darsi una moneta unica, l’euro). Pertanto, incredibilmente, alle Olimpiadi MANCA UNA BANDIERA, QUELLA EUROPEA. Che, se ci fosse stata, sarebbe stato un bel segnale. (sm)

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SE GLI ITALIANI SVENTOLASSERO LA BANDIERA DELL’EUROPA

di  Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 26/7/2012

   Le Olimpiadi sono anche l’occasione per riscoprire Paesi esotici dai vessilli coloratissimi, isole caraibiche note solo come paradisi fiscali, repubbliche caucasiche che schierano lottatori e sollevatori di pesi. C’è una sola entità politica che diserta le Olimpiadi: l’Europa. E c’è una sola bandiera che sul podio, negli stadi, nelle piscine non si è vista mai, ma proprio mai: la bandiera europea. Per questo avrebbe un significato storico se fossero gli azzurri i primi a mostrarla al mondo.
Intendiamoci: è bello, ogni quattro anni, riscoprire lo spirito nazionale, seguire la classifica del medagliere, emozionarsi per il proprio inno, tifare per atleti eternamente giovani fieri di rappresentare il loro Paese. E’ l’essenza dello spirito olimpico, e lo sarà sempre. Ne fa parte anche la rivalità tra vicini: nella scherma, ad esempio, nulla è peggio per un francese che perdere da un italiano, e viceversa; e alle finali di basket e pallavolo di Atene 2004 i greci fecero un rumoroso tifo per l’Argentina e per il Brasile, sempre contro l’Italia.
Però mai come ora un gesto simbolico che faccia vivere anche lo spirito europeo sarebbe importante. Ora che l’Olimpiade torna nel continente dov’è nata e alla dimensione umana, dopo la perfezione quasi surreale di Pechino. Ora che l’Europa è il cerchio debole del mondo, percorsa da una crisi finanziaria di cui non si vede la fine, incrinata dalla mancanza di solidarietà reciproca.

   Eppure mai come ora una vera unione economica e politica è a portata di mano. E lo sport può, com’è spesso accaduto, anticipare i tempi. Dando un segno capace di scuotere – se non gli statisti o presunti tali in tribuna d’onore – l’opinione pubblica, e di ricordare che l’Europa non è solo sinonimo di burocrazia e di impotenza.
C’è un problema, però: i padroni di casa, gli inglesi, non ci pensano neanche. I loro occhi semmai sono puntati sulla Union Jack che ancora compare nell’angolo delle bandiere di molte ex colonie. Gli altri europei sembrano avere altro a cui pensare. Restano gli italiani. Gli uomini che hanno governato e governano il nostro sport ne sono senz’altro consapevoli.

   Mario Pescante presiede la commissione politiche europee della Camera. Anche Gianni Petrucci è in politica (è appena stato eletto sindaco del suo paese). Hanno l’occasione di un gesto che resterebbe negli annali olimpici. La nostra portabandiera Valentina Vezzali è una grande donna, oltre che una grande atleta. Lei nella storia olimpica c’è già. Se, accanto al tricolore portasse anche solo un lembo di bandiera azzurra con le stelle gialle d’Europa (o se lo facesse qualche altro campione sul podio), l’Italia conquisterebbe un primato che non sarà mai più battuto. (Aldo Cazzullo)

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SPAGNA, QUEL PAESE AMMALATO CHE CONTAGIA L’EUROPA

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 26/7/2012

– L’effimero progresso spagnolo, basato su edilizia e turismo, si è bruscamente arrestato – Madrid rischia non solo di perdere il treno dell’Europa, ma di diventarne il killer – La peggiore conseguenza della crisi non è economica, ma politica e culturale. –

   «L’Africa comincia ai Pirenei » , stabiliva a metà Ottocento Alessandro Dumas padre. «La Spagna è il problema, l’Europa la soluzione», replicava un secolo dopo il filosofo José Ortega y Gasset. «La Spagna non è l’Uganda», sta scritto nell’sms che il capo del governo di Madrid, Mariano Rajoy, ha spedito il 9 giugno al suo ministro dell’Economia, Luis de Guindos, per incitarlo a vincere le resistenze dei soci nordici dell’Eurozona al salvataggio del suo sistema bancario.

   Insomma, che cos’è la Spagna? Il paese della movida e delle modernissime infrastrutture largamente finanziate dall’Unione Europea che ha stupito il mondo per come ha saputo emanciparsi dal passato franchista, oppure la nazione irresponsabile che ha usato l’euro per inventare un effimero progresso basato sulla coppia sombrilla-ladrillo (ombrellone- mattone) e che ora rischia di accartocciarsi su se stessa, trascinandoci nel suo vortice? Il giudizio dei mercati e di gran parte delle opinioni pubbliche europee tende alla seconda ipotesi.

   E siccome la Spagna non è la Grecia, in caso di bancarotta sarebbe la fine dell’euro. «Se non accettate le nostre richieste, preparate 500 miliardi per noi e altri 700 per l’Italia, che dovrà essere salvata subito dopo», sibilerà de Guindos ai suoi omologhi, gasato dal fiero sms del suo capo. Sarà così aperta la strada al rifinanziamento delle banche spagnole. Ma i 100 miliardi promessi stentano ad arrivare. E quando fossero anche tutti disponibili, a condizioni soffocanti per la residua sovranità di Madrid, servirebbero a poco. Perché ogni minuto che passa diventa più pesante l’ombra del fallimento non di questa o quella banca, ma del Regno di Spagna. Gli oligopoli finanziari che fissano e riaggiustano in tempo reale la reputazione della quarta economia dell’Eurozona sembrano orientarsi più sullo sprezzante verdetto del creatore dei Tre Moschettieri che sulla speranza europeista dell’autore dellaRibellione delle masse.

   La Spagna non sarà l’Uganda, ma rischia di perdere l’aggancio all’Europa. Peggio: minaccia di diventarne il killer. In quanto soggetto capace di trasmettere agli altri eurosoci il virus dell’insolvenza, distruggendone le fragili barriere immunitarie. È lo spettro del contagio. Il fantasma che divide gli europei. I quali fino a ieri credevano nell’euro come scudo contro ogni crisi, mentre oggi scoprono che non lo è affatto. E molti avvertono in questa moneta – unica perché mai se ne diede un’altra che non avesse uno Stato alle spalle – un problema più che una risorsa. L’agente patogeno, non il farmaco che ci garantisce dal diffondersi dell’infezione.

   La conseguenza più devastante della crisi non è economica, ma politica e culturale. Gli eurosoci si scoprono reciprocamente diffidenti. Ma senza fiducia non si dà moneta. Un foglio di carta colorato diventa divisa scambiabile solo attraverso un atto di fede collettiva.

   È il potere deontico (dal greco “deon”=”dovere”) con cui una comunità umana attribuisce status monetario a un oggetto che non è naturalmente tale, spiega il filosofo californiano John R. Searle. Ma la transustanziazione funziona solo se ci fidiamo gli uni degli altri. E fra noi portatori di euro la fiducia è bene scarso.

   Poco capiamo dell’emergenza Spagna e della psicosi da contagio se ci fermiamo ai dati contabili. Per coglierne la gravità occorre pesare l’effetto della sfiducia fra i paesi dell’Eurozona, che si trasmette agli investitori esterni (per esempio, i fondi pensione americani) sul mercato dei titoli sovrani degli Stati a rischio. Prevale il timore che presto Madrid avrà bisogno di un salvataggio in piena regola. Ma nessuna istituzione europea o internazionale dispone oggi del mezzo trilione di euro teoricamente necessario. Né se l’avesse vorrebbe impiegarlo, proprio perché tutti hanno introiettato la teoria del contagio.

   Un decennio dopo aver messo in circolazione la nuova moneta, i paesi dell’euro si accorgono di vivere in un sistema che può funzionare solo in regime di solidarietà. Ma senza fiducia, niente solidarietà. E senza solidarietà non c’è sistema, ma lotta per la sopravvivenza di tutti contro tutti. Noi europei amavamo crederci kantiani. L’euro ci svela hobbesiani ultrà.

   La sfiducia verso la Spagna illustra la più generale diffidenza della Germania e dei suoi eurosatelliti nordici – Olanda, Lussemburgo, Finlandia, Estonia, Austria – nei confronti del fronte Sud. Con Madrid, non solo Atene, Lisbona e l’eccentrica Dublino: anche e soprattutto Roma. Persino Parigi sente il fiato mediterraneo sul collo. A Berlino e nelle altre capitali euroboreali tornano di moda consolidate rappresentazioni del carattere fiacco e infido di noi cicale euromediterranee (africane, stando a Dumas), appetto del loro operare asseritamente sobrio. Una effettivamente sobria rivisitazione delle politiche economiche e fiscali della Germania – la quale ha tratto vantaggio dall’euro anche infrangendo a piacimento le regole da essa stessa enfatizzate – o dell’Olanda (bolla immobiliare da far impallidire quella spagnola) dovrebbe peraltro indurre i nostri maestri a qualche esercizio di modestia. Argomento irricevibile per chi si ostenta incarnazione della Virtù.

   Prima o poi l’incendio si spegnerà. Perché il sistema imploderà e dovremo ricostruirne un altro (diversi altri) sulle macerie dell’euro. O perché giunti sull’orlo del burrone i tedeschi si accorgeranno che dentro non vi finirebbe questo o quel vagone piombato, come molti di loro sperano, ma tutto il convoglio, locomotiva inclusa. A quel punto, forse, stabiliremo insieme, formiche e cicale, che la Banca centrale europea dovrà distribuire senza limiti la liquidità necessaria a evitare la bancarotta dei mediterranei, dunque la fine dell’euro. Ma il tempo stringe.

   In Spagna sta risuonando la campana. Per gli spagnoli e per tutti noi. (Lucio Caracciolo)

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LONDRA OLTRE LO SPORT

I GIOCHI AL TEMPO DELLO SPREAD

di Fabio Cavalera, da “il Corriere della Sera” del 26/7/2012

– La parabola dell’ascesa, caduta e rinascita di Londra –

LONDRA – L’olimpiade del 1948, la seconda ospitata da Londra dopo quella del 1908, è passata alla storia come l’Olimpiade dell’austerità. L’Europa usciva a pezzi dalla guerra e nel Regno Unito il governo laburista di Clement Attlee, succeduto a Winston Churchill, ancora a tre anni di distanza dalla fine delle ostilità, si vedeva costretto a distribuire le tessere del razionamento alimentare.

   Londra portava i segni dei pesantissimi bombardamenti nazisti ma, nonostante tutto, nonostante la comprensibile indifferenza della popolazione che pensava più al cibo che alle medaglie, quella fu un’Olimpiade oltre che di acuta ristrettezza (costò appena 750.000 sterline, una ventina di milioni di euro al cambio di oggi), anche un’olimpiade di speranza e di orgoglio: la speranza di uscire dalle difficoltà e l’orgoglio di costruire un mondo di pace e di benessere. Tutti lo volevano. Furono quindici giorni, dal 29 luglio al 14 agosto, di tregua e di riflessione.

   Questa Olimpiade, la trentesima, potrebbe a prima vista essere ancora l’Olimpiade dell’austerità. Ma non è così. E’ vero che oggi la crisi è profonda, che la disoccupazione giovanile è a livelli drammatici e che le industrie arrancano. Superficialmente il contesto sociale di sofferenza appare per certi versi simile.

   Ma è il clima generale, attorno all’Olimpiade, che è diverso. Allora c’era una missione condivisa dalle classe dirigenti di destra e di sinistra, dai conservatori di Churchill ai laburisti di Attlee: la volontà di riparare le macerie belliche. Possiamo dire lo stesso oggi a Londra e, allargando l’orizzonte, nel mondo? C’è comunità di intenti? La retorica olimpica ci spiega sempre con molta enfasi che i Giochi sono lo specchio dei giorni che viviamo.

   Le esternazioni fanno sorridere, eppure un fondo di verità esiste. Ed è ciò che rende affascinante l’evento dei cinque cerchi. Londra nel 1948 era una città in transizione, capitale di un impero in ritirata (l’India aveva da poco conquistato l’indipendenza), capitale di uno stato potente e vittorioso, però piegato dai dolori e dalel pene della guerra, in cerca di una nuova via e di una nuova dimensione verso la modernità.

   Quella Olimpiade forzatamente modesta, ma il discorso vale anche per l’edizione del 1908 quando per la prima volta sfilarono le bandiere delle nazioni in un periodo in cui si stavano accendendo gli irredentismi, fu comunque capace di rappresentare una realtà in evoluzione: gareggiavano le donne nel nuoto e nell’atletica (non era mai accaduto) e si presentarono alla cerimonia di inaugurazione Stati appena nati, come la Birmania e la Siria.

   Londra incominciava ad essere ciò che poi sarebbe sempre stata: il luogo dell’incontro fra mille etnie e mille tradizioni, il luogo della innovazione. Nel bene e nel male.

   L’Olimpiade di adesso è a suo modo la lente che proietta il nostro presente. Non c’è città al mondo che meglio di Londra rappresenti la complessità sociale, politica, economica dl momento. Se nel 2008 Pechino, che investì 40 miliardi di dollari, fu la celebrazione fantastica del capitalismo arrembante all’ombra del quale covava il disastro, un capitalismo senza frontiere che si nutriva di eccessi, di avidità e di truffe finanziarie, Londra 2012, che ha investito poco più di un terzo di quella montagna di fondi ma pur sempre 12 miliardi di sterline (la cifra ufficiale è 9,2, ossia quasi 12 miliardi di euro) è l’Olimpiade che nasce in un contesto rovesciato, di capitalismo messo in ginocchio dalle scorribande di certi banchieri arroganti, dalla complicità o dalla incompetenza dei governi.

   Quando Londra raccolse il testimone da Pechino, appena la fiamma fu spenta in Cina, la City era all’apice di uno splendore ingannevole. Poi all’improvviso è crollata, solo quattro settimane dopo la conclusione della kermesse del Dragone. Il gigante della finanza mondiale aveva i piedi d’argilla, le sue onnipotenti istituzioni private del credito si salvarono grazie all’intervento pubblico. La ricaduta distruttiva è sotto i nostri occhi.

   La sofferenza dei tassi e dei mercati parte da quegli anni di manipolazione. Nella “Cool Britannia” di Tony Blair si era sviluppato il virus della malattia e nessuno aveva sollevato l’allarme.

   La tollerante Londra conserva intatto il suo grande fascino: è una città di ricchezze infinite e di volgarità esibite, di disagi, di divertimenti e di profonde malinconie, di conflitti, di mediazioni e di magnifiche opportunità, di arte e di cultura. Chi non vorrebbe vivere a Londra? Ma Londra è pure la città che si è lasciata incantare dai guadagni della finanza irresponsabile. Questo modello è fallito e l’Olimpiade è qui a ricordarcelo con un messaggio semplice e severo: è l’Olimpiade su cui si allunga l’ombra degli spread impazziti e dei mercati che coi loro sussulti minacciano di soffocare la gioia della gente e degli atleti, veri eroi e più che mai eroi.

   Sono arrivati a Londra decine di capi di Stato e di governo per l’inaugurazione, una cerimonia da 27 milioni di sterline, oltre 34 milioni di euro. Tutto ciò mentre la moneta unica traballa e mentre in Siria si combatte una feroce guerra civile. Si parlerà tanto di “spirito olimpico”, di cooperazione e di onesta competizione. Giusto ma scontato.

   Politica e mercati sono sintonizzati su altre lunghezze d’onda e non concedono più tregue. Purtroppo lo spettacolo non li distrae e non li ferma. Gli atleti ci delizieranno e le notizie dal mondo scorreranno riportandoci coi piedi per terra.

   Le Olimpiadi sono un prezioso contenitore di sogni, di imprese sportive e di business. Su questi giochi incombe la tempesta degli spread. Colpa anche della magnifica Londra, cuore e patria della irruenza economica nelle sue infinite declinazioni. Il caso ha voluto che la torcia ritornasse proprio sul luogo del “delitto”. Forse, se avesse potuto scrutare nella sfera di cristallo e vedere il caos di questi anni Londra si sarebbe chiamata fuori. Ma non lo confesserà mai. Magie e ipocrisie dei cinque cerchi: bellissima ma Olimpiade ricca di finzioni. (Fabio Cavalera)

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reportage: la crisi, il malato d’Europa

2012, FUGA DALLA SPAGNA. ADDIO A GIOVANI E IMMIGRATI

– A Fuenlabrada, resistono (e continuano a prosperare) soltanto i cinesi –

di MARCO ALFIERI, da “la Stampa” del 26/7/2012

madrid – Latinoamericani che tornano a casa, cinesi che fanno affari come sempre, giovani spagnoli «scolarizzati» che emigrano in paesi che ne valorizzano il talento, per non «morire» camerieri a Benidorm o in Costa Brava.

   Nella Spagna sul baratro il frullatore della crisi sta falciando con precisione chirurgica a seconda della nazionalità. Ma a colpire è anzitutto l’emorragia di talenti spagnoli che rischia di ricacciare il paese indietro di trent’anni. I numeri impressionano: nei primi 6 mesi dell’anno in 40.625 sono andati all’estero in cerca di fortuna e occasioni di lavoro. Il 44,2% in più del 2011, quando il paese ha registrato dopo molti decenni un saldo demografico negativo per 130 mila persone: con la crisi, infatti, cominciano ad uscirne più di quante ne arrivano.
A Madrid in questi giorni ci sono giovani professionisti di banche e multinazionali che ti raccontano di amici e compagni di università che se ne sono andati o ci stanno pensando. Con la recessione il paese si chiude per tutti: immigrati e neo emigranti con laurea (la disoccupazione under 25 è arrivata al 52%). Secondo una stima dell’Ordine nazionale, circa 10 mila ingeneri nei prossimi anni lasceranno il paese.
«La prima meta di emigrazione alta, davanti agli Usa, resta l’Europa: più semplice girare e cercare occasioni di vita e lavoro. Germania ma anche Norvegia, Austria, Olanda, Svizzera, Svezia, Francia e Inghilterra», racconta un manager di una società di selezione personale. «C’è richiesta di ingegneri informatici spagnoli, commerciali e personale sanitario con buona conoscenza dell’inglese». Addirittura l’Austria si sta muovendo ufficialmente, attraverso l’ambasciata, per accaparrarsi giovani spagnoli nei settori costruzioni e turismo. Paga d’ingresso: 2.500 euro.
Non basta. L’altro ieri El Pais ha pubblicato un’intervista alla 34enne Nadezda Apostolova, la più giovane farmacologa d’Europa, pluripremiata per i suoi studi anti retrovirali, il cui senso è: «in questo momento con i tagli alla sanità non verrei più in Spagna; la fuga dei cervelli è inevitabile». Apostolova lavora all’università di Valencia. Dieci anni fa vinse una borsa di studio, lasciò la sua Macedonia per venire in Spagna dove si è sposata e naturalizzata. «A quel tempo – ricorda – Madrid era la mecca della ricerca, oggi invece non vedo soldi per investire né motivazioni né possibilità di borse di studio. Il paese retrocede», perdendo i suoi giovani migliori.
L’anno scorso i primi a saltare erano stati gli anelli più deboli del mercato del lavoro. Il grande serbatoio di braccia e fatica sbarcato a Madrid nella stagione d’oro del boom immobiliare e della crescita infinita, soprattutto dall’est Europa (romeni), Nordafrica (marocchini) e centro-sud America, dove l’impronta ispanica è forte. La stessa «reconquista» economica dell’era Aznar, coi campioni nazionali Telefonica, Repsol, Santander, Iberia proiettati in America latina, era funzionale ad un disegno di «soft power» capace di trasformare Madrid nella nuova Londra, con gli ispanici al posto degli indiani: i maschi nel piccolo commercio e nei cantieri, le donne nel welfare (badanti, infermiere, domestiche). In pochi anni la Spagna arriva ad ospitare 6 milioni di immigrati (un milione meno della Germania che ha quasi il doppio della popolazione).
Poi scoppia la crisi e il quasi default e molti stranieri devono riprendere la via di casa. Nel 2011 se ne vanno in 100 mila, nel primo semestre 2012 addirittura in 228 mila. Una marea. Te ne accorgi al mercato Anton Martin, quartiere Lavapie, frequentatissimo dai latinos. «Alcuni amici sono tornati in Colombia», conferma Raul mentre sistema lo scaffale del suo mini market. Specie chi non ha famiglia. Non solo Madrid. «Si stanno facendo molti visti di rientro», ammette da Barcellona un avvocato che segue le pratiche per il consolato ecuadoregno.
Chi raddoppia è invece la comunità cinese, inossidabile e stakanovista. «Per loro la crisi non esiste», ridacchia il taxista che ci porta da Fuenlabrada, 30 chilometri dalla capitale, alla zona industriale di Cobo Calleja, una sorta di Prato spagnola dove i cinesi provenienti dal Wenzhou si sono insediati al solito modo.
Prima entrando nel settore discount e ristorazione, poi nel ramo abbigliamento, estetica ed elettronica rilevando «cash» le attività dai titolari spagnoli, infine consolidandosi. Ad esempio due imprenditori di seconda generazione, Li Tie e Yong Ping, hanno appena costruito un parco commerciale da 43 milioni di euro chiamato «Plaza de Oriente»: 80 negozi tra «pronto moda», accessori, scarpe, oro, bigiotteria e rimesse auto. E a breve raddoppieranno con 3 centri commerciali e un hotel. In questo grande emporio diffuso ci lavorano 10mila persone e quasi mille aziende di cui la metà ormai cinesi, per un fatturato di 900 milioni di euro.
Ogni isolato di Cobo Calleja è un microcosmo brulicante. Ci sono camion che partono per la Francia e il Portogallo, furgoni dei grossisti che scelgono la merce e gente normale che viene a comprarsi il costume o un paio di scarpe dai cinesi, «…con la crisi qui conviene…». Per non sbagliare, ci sono persino negozi che si portano avanti vendendo addobbi natalizi. La crisi non esiste… (Marco Alfieri)

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GERMANIA

SE IL MIO PAESE SCEGLIE L’ISOLAMENTO

di PETER SCHNEIDER, da “la Repubblica” del 26/72012

   Per la prima volta dal 1945, la Germania rinata dalle ceneri dell’anno zero, la democrazia patria del welfare che Adenauer e Kurt Schumacher fondarono nel 1949 del mondo diviso dalla guerra fredda, vive o rischia l’isolamento. È una situazione seria, ma stiamo tutti attenti, europei del Sud e del Nord, dell’Ovest e del Mitteleuropa, a non dare sempre tutte le colpe alla Germania. Le paure dei tedeschi meritano anche comprensione.

   È una svolta: fino a ieri, i confronti tra Germania e resto del mondo libero vertevano su grandi scelte politiche, dal rapporto Europa-Usa al rapporto Est-Ovest, fino all’errore recentissimo tedesco di non stare a fianco di Londra e Parigi contro Gheddafi. Ci si confrontava ma alla fine ci si capiva, tra alleati nel mondo democratico. Oggi è diverso, ci si divide sull’euro, sui soldi.

   Io non sono certo l’avvocato difensore di Angela Merkel, ma è un fatto: per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale la Bundesrepublik tiene in conto il rischio dell’isolamento. Dall’inizio, Merkel ha fatto un enorme errore: pensa solo a restare al potere e a rispettare gli umori degli elettori. La cancelliera non ha mai tenuto finora il necessario grande discorso sull’Europa. Dice solo che ci vuole più Europa ma non spiega cosa vuol dire.

   E questa sua vaghezza esaspera paure della gente e senza saperlo apre spazio ai populisti. Dovrebbe schierarsi. Mi aspetterei da lei che dicesse ai tedeschi: o torniamo al marco, o facciamo un euro del Nord, e questo significa secondo il ministero delle Finanze 4000 miliardi, cioè 2 anni di prodotto interno lordo e il doppio dei costi della riunificazione.

   Oppure cerchiamo di portare ancora avanti il progetto europeo, e ciò significa un po’ di costi. Merkel non pronuncerà mai un simile discorso, non lo sa fare. Eppure lei è la più popolare. Perché detto brutalmente la gente pensa ai soldi, e vede l’Europa come un pozzo senza fondo.

   Mettiamoci nei panni del tedesco medio, pensiamo come lui a soldi, pensione, welfare, sicurezza del futuro e per i figli. Bisogna capirlo. Non si tratta di un trend verso un isolazionismo xenofobo, bensì solo del comprensibile desiderio di salvarsi, come cittadini d’una società operosa, solidale anche con gli immigrati, di una società dove per finanziare il welfare tutti accettano altissime aliquote fiscali, e chi imbroglia viene punito.

   È possibile che qui la gente cominci a pensare di salvare prima la Germania, poi l’Europa. Pensiamo prima a noi e ai nostri figli, il trend è già presente. L’isolamento, o l’isolazionismo, sono i grandi temi. I tedeschi in maggioranza dicono “siamo pronti ad aiutarvi ma non potete chiederci di andare in bancarotta per voi”. Gli italiani o i francesi sarebbero pronti a mettere tanti soldi di oggi e domani a rischio per il resto d’Europa? Il rischio è che sorga in Germania un partito di massa antieuropeo. Questo può essere un grande pericolo futuro per tutti.

   Posso anche immaginare un’Europa con un euro del Nord, uno del Sud, e altre valute – sterlina, corona svedese, zloty polacco – che continui a crescere insieme. Il progetto di un’Europa unita non s’identifica col progetto dell’euro, forse dobbiamo immaginare un’Europa oltre l’euro. Il pericolo è che, se fallisce l’euro, quell’Europa cresca continuando a fare affari in un clima di nuovo inizio, ma segnato da profonde reciproche diffidenze. Risvegliate dopo decenni in cui sembravano scomparse, invece si erano solo addormentate nel dopo-45, dopo secoli di guerre e odi tra europei. (Peter Schneider)

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ANGELA E LA GERMANIA, LA PROVA PIU’ DIFFICILE

di GIAN ENRICO RUSCONI, da “la Stampa” del 28/7/2012

   La dichiarazione congiunta Merkel-Hollande che parla della «necessità di applicare velocemente le decisioni prese dal Consiglio europeo del 28 e 29 giugno» è impegnativa. Di fatto è un’approvazione della linea strategica di Draghi, secondo cui la Bce sosterrà la moneta europea anche con l’acquisto di titoli sovrani dei paesi in difficoltà. Bene. Adesso – dopo le parole – aspettiamo i fatti.
Gli avversari più tenaci di questa linea si trovano in Germania. Non nel governo, ma nel cuore della classe dirigente tedesca. Ieri la Bundesbank aveva criticato apertamente e fortemente la posizione della Bce, trovando largo consenso sulla stampa. Unica voce autorevole discorde, di sostegno a Draghi, è stata quella del ministro dell’Economia Wolfgang Schäuble. In un secondo momento è stata la volta della cancelliera.
Che cosa sta accadendo in Germania? Stanno (finalmente) venendo alla luce le tensioni da tempo latenti all’interno della classe dirigente tedesca nel suo insieme? Diciamo subito che non si tratta semplicisticamente di falchi e colombe. Ma neppure – contrariamente alle apparenze – di contrasti tra istituti che hanno competenze e responsabilità differenti: tecnico-finanziarie da una parte e strettamente politiche dall’altra. Al di là delle sue competenze formali, la Bundesbank è un istituto di primaria importanza politica.
Non c’ è bisogno di esser esperti di economia o di sistema bancario: basta leggere i commenti di approvazione alla nota della Bundesbank che sono apparsi sui grandi giornali. Accanto alle considerazioni tecnico-economiche viene fuori la vera ragione del no alla Bce. L’iniziativa di Draghi – si dice – illude gli Stati debitori che la loro crisi venga risolta «dall’Europa», senza che si diano da fare a mettere in ordine i propri bilanci e rendere competitive le economie delle nazioni. «La Bce rischia i soldi dei contribuenti senza essere legittimata democraticamente».
Quello di Draghi è «un cavallo di Troia, che non difende più i principi, ma un’Europa in cui è il Sud a comandare. La conseguenza sarà una redistribuzione a spese del Nord senza risolvere alcun problema». A questo punto mi chiedo quando l’aggettivo complimentoso di Draghi «il tedesco» sarà sostituito da quello di Draghi «l’italiano».
E’ triste scrivere queste cose, se non rappresentassero il bordone populista che sta sullo sfondo di tutte le considerazioni del discorso pubblico «politicamente corretto». Involontariamente il governo di Berlino e la stessa cancelliera Merkel ha sostenuto la sua strategia di rigore di questi anni con ampi difetti di incomprensione di altre situazioni nazionali certamente meno virtuose, ma non per questo immeritevoli di sostegno.
Siamo ora ad una svolta? E’ probabile. O quanto meno me lo auguro. Non mi sorprende che la grande tattica Angela Merkel abbia finalmente capito che la sua posizione (e quella della Germania) in Europa è diventata insostenibile. E alla lunga dannosa per la stessa economia tedesca. Ma il lavoro di convincimento sull’opinione pubblica sarà molto impegnativo. Dovrà dare fondo a tutta la sua popolarità. Paradossalmente la cancelliera avrà vita meno difficile in Parlamento, dove la socialdemocrazia potrebbe darle una mano per tenere a bada i democristiani e i liberali ultrarigoristi. Questi con il loro atteggiamento non solo hanno isolato la Germania dall’Europa, ma non si rendono conto che a medio termine indeboliscono la stessa economia tedesca. L’economicismo è sempre ottuso.
Ma Angela Merkel potrebbe essere di fronte ad una prova molto difficile. Personalmente sono convinto che molti tedeschi in posizione di responsabilità economica e finanziaria (forse nella stessa Bundesbank), sono pronti a lasciar fallire l’euro e a costituire una comunità economica del Nord. Naturalmente non faranno nessuna azione «sovversiva». Semplicemente lasceranno andare le cose come vanno ora. Ci penseranno i mercati. L’Europa del Sud sarà alla deriva tra inevitabile rigore e rivolte sociali. E’ una prospettiva terribile che fa carta straccia di tutta la retorica europeista di cui si sono nutriti molti tedeschi sino ad un paio d’anni fa.
Spero naturalmente che questo sia solo un incubo. Ma ancora una volta dobbiamo guardare a Berlino per una alternativa, anche se – stavolta – come italiani abbiamo le carte in regola. (Gian Enrico Rusconi)

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