La siccità negli USA e lo sconvolgimento dei prezzi agro-alimentari mondiali – SICCITA’, ALLEVAMENTI e BIOCARBURANTI: i rischi di UN MONDO CON SCARSITÀ DI CIBO (la necessità di CONSUMARE MENO ACQUA, MENO ENERGIA E MENO CARNE, per conservare le risorse naturali e agro-alimentari del pianeta)

coltivazioni in una farmer americana (foto tratta da IL MESSAGGERO del 14/8/2012) – LA SICCITA’ RECORD NON FORNISCE ALIBI – Una siccità record, che affligge IL MIDWEST AMERICANO ma minaccia gravi ripercussioni ai quattro angoli del mondo. Perché, assieme alle DIFFICOLTÀ DELL’AGRICOLTURA IN RUSSIA, rischia di creare spirali di CARENZE DI PRODOTTI ESSENZIALI, DAL MAIS AL GRANO E ALLA SOIA, e continue impennate dei loro prezzi, quest’anno già saliti in alcuni casi di oltre il 30% nelle borse merci. Prodotti che servono anche agli allevatori di bestiame, tanto da sollevare LO SPETTRO DI UNA SEMPRE PIÙ GENERALIZZATA CRISI ALIMENTARE. Qualche iniziativa comincia ad arrivare: la Casa Bianca ha annunciato i primi interventi d’emergenza domestici e Stati Uniti e Francia hanno sponsorizzato discussioni a livello del G 20 – i cui paesi dominano la produzione agricola – nelle prossime settimane. (da “il Sole 24ore” del 14/8/2012)

   La siccità grave di questa estate negli Stati Uniti, sta per mettere in difficoltà tutto il settore agro-alimentare mondiale (specie di alcuni “prodotti base” come mais, grano, soia). Riportiamo in questo post alcuni articoli che prospettano un quadro realistico e preoccupato dei rischi di una crisi da “mancanza di cibo” mondiale.

   Nel panorama geografico della produzione agroalimentare i maggiori “granai” mondiali si trovano proprio negli Stati Uniti, e anche in Russia, Ucraina. Kazakhstan… E ciò fa capire quali siano le due fonti di dipendenza di tutto il mondo (che non dovrebbero essere “fonti di dipendenza”): appunto “l’agroalimentare” (dipendenza dagli Stati Uniti, dalla Russia…) e, dall’altra, strettamente collegato, “l’energia” (il Paesi Arabi…).

   Se crediamo sia possibile e auspicabile un mondo fatto di comunità che dialogano positivamente tra di loro, si confrontano sulle loro diverse culture, si scambiano i beni che ciascuna sa produrre meglio, è pur vero che ogni comunità deve cercare di perseguire una sua “sicurezza interna” in merito ai beni alimentari di autoconsumo, e dall’altra riguardo all’autosufficienza energetica. Questo sarebbe necessario ancor di più per i paesi poveri, dove un’economia marginale (più influenzabile da fluttuazioni periodiche mondiali), e quasi sempre senza alcun stato sociale, fa sì che ogni piccola crisi alimentare planetaria possa trasformarsi in “fame” vera e propria per la popolazione (e in conflittualità, guerra tra poveri).

   Su questo blog insistiamo molto su tutte quelle esperienze che privilegiano e portano avanti “economie agricole” locali in difesa di piccoli e medi contadini, con prodotti locali compatibili al territorio, e che siano “puliti”, non inquinati, cioè superando l’intossicazione da pesticidi avvenuta negli ultimi cinquanta anni in tutto il mondo.

la MEMORIA STORICA DEL “DUST BOWL” – (…) La risposta alla siccità del Middwest americano che si impone è sicuramente quella di non sottovalutare la crisi e intensificare la cooperazione internazionale. Di evitare, cioè, miopi atteggiamenti nazionalistici o peggio protezionistici, diffusisi a volte in passato, e studiare invece sia adeguati interventi d’urgenza, dove necessario, che riforme delle politiche agricole volte a evitare il ripetersi di drammi capaci di richiamare alla memoria nella stessa America LA TRAGEDIA DEL “DUST BOWL” DEGLI ANNI TRENTA, passata alla storia nei romanzi di John Steinbeck e nelle canzoni di Woody Guthrie. Per gli Stati Uniti, fuori dalle polemiche della campagna elettorale, potrebbe e dovrebbe servire a incoraggiare anche politiche agricole ispirate a maggior equilibrio, accelerando ad esempio la riconsiderazione di distorsioni provocate da incentivi per la produzione di etanolo dai raccolti. (da “il Sole 24ore” del 14/8/2012) – COS’E’ STATO IL DUST BOWL? DUST BOWL – (da Wikipedia) Con il termine Dust Bowl (in inglese: conca di polvere) si indica una serie di TEMPESTE DI SABBIA che colpirono gli STATI UNITI CENTRALI e il CANADA tra il 1931 e il 1939, causate da DECENNI DI TECNICHE AGRICOLE INAPPROPRIATE E DALLA MANCANZA DI ROTAZIONE DELLE COLTURE. Il terreno fertile delle Grandi Pianure era esposto ad arature profonde che finivano per distruggere l’erba che ne assicurava l’idratazione. Durante la siccità, il suolo si seccò diventando polvere, e venne soffiato via verso est, principalmente in grandi nuvole nere. Talvolta queste nuvole di polvere oscuravano il cielo fino a Chicago, e gran parte della terra rimossa si perse completamente nell’Oceano Atlantico. QUESTO DISASTRO ECOLOGICO CAUSÒ UN ESODO DA TEXAS, KANSAS, OKLAHOMA, e dalle grandi pianure circostanti, con oltre mezzo milione di americani che restarono senza casa. Molti migrarono ad ovest in cerca di lavoro. Il termine (DUST BOWL) indica anche L’AREA GEOGRAFICA COLPITA DAL FENOMENO, corrispondente alla regione compresa tra TEXAS, KANSAS, OKLAHOMA, COLORADO E NUOVO MESSICO. (Wikipedia)

   E la crisi agricola americana di adesso, data dalla siccità (ma la siccità sta colpendo con una certa gravità anche alcune aree della penisola italica, come il Nordest…) mette in gioco ancora una volta la, secondo noi folle, iniziativa economica di produrre biocarburanti (in particolare etanolo) dal mais e da altri prodotti cerealicoli. Non può essere questa l’alternativa energetica auspicabile: non è né etico né politicamente virtuoso incentivare l’utilizzo di prodotti agricoli che non sia per fini di tipo strettamente alimentari, cioè di “creazione di cibo”. E’ una battaglia questa da portare avanti con decisione, riproporre con forza: bisogna fermare le produzioni di biocombustibili (diverso potrebbe essere le produzioni energetiche date da scarti non utilizzabili del sistema agricolo – riportiamo un esempio qui di seguito – ma in questo caso di tratta di un’ “economia” ben marginale rispetto a quella che si sta diffondendo sempre più con la produzione di etanolo (specie dal mais).

consumo-acqua-carne, immagine dal sito http://www.saicosamangi.info

E poi c’è la produzione della carne, gli allevamenti intensivi industriali (con condizioni di grande sofferenza per gli animali…) che consumano quantità d’acqua elevatissime. E’ pensabile un’alimentazione generalizzata fatta di meno carne, più equilibrata e sana per tutti?

APPELLO DELLA FAO: “NON USARE I CEREALI PER PRODURRE ETANOLO” – Quella che ha colpito gli Stati Uniti quest’anno è la peggiore siccità degli ultimi 56 anni. In un solo pese la produzione di mais è calata del 17%. Tanto chela FAO ha chiesto la sospensione temporanea della produzione di etanolo, così da concedere una “boccata d’ossigeno ai mercati” e favorire il collocamento di maggiori quantità di mais per uso alimentare. Gli Stati Uniti utilizzano il 40 per cento del loro mais per la produzione di etanolo da miscellare con la benzina nei biocarburanti. (da “la Stampa” del 13/8/2012)

Il passaggio a una nuova era, fuori dal tunnel in cui ci descrivono adesso, passa per “scelte vere”: e una di queste è quella di rivedere integralmente il sistema agro-alimentare attuale, sia nel suo modo produttivo che nelle scelte nuove di noi consumatori. (sm)

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Le guerre dell’acqua

COSÌ LA GRANDE SETE STA SVUOTANDO I GRANAI

– In un mese già perduto un sesto dei raccolti –

di MASSIMO GAGGI, da “il Corriere della Sera” del 12/8/2012

NEW YORK – La siccità peggiore da cinquanta anni a questa parte sta distruggendo un sesto del raccolto americano di mais e almeno il 10 per cento di quello di soia. E siccome gli Stati Uniti, grandi esportatori di cereali (primi al mondo per il mais ma nelle posizioni di testa anche per soia e grano), sono per l’agricoltura quello che l’Arabia Saudita è per il petrolio, ecco che la scossa diventa planetaria: prezzi agricoli destinati a crescere in tutto il mondo.

Oltretutto, quest’anno, «effetto serra» e piogge scarse non hanno colpito solo l’America: siccità anche in Russia e Kazakhstan, mentre in India, dove il monsone è arrivato in ritardo e ha portato poca acqua, il raccolto ne risente. I prezzi dei cereali sono già in crescita, con quello del mais salito in un mese del 39 per cento: a risentirne sono, in primo luogo, gli allevamenti, col prezzo della carne probabilmente destinato, nei prossimi mesi, a guadagnare un 5 per cento. Il mondo sta andando incontro a una crisi alimentare seria, ma non grave come quella del 2007-2008 quando si registrò un’impennata spaventosa dei prezzi che, in tutto il mondo, spinse in una condizione di miseria altre 100 milioni di persone non più in grado di sfamarsi col loro modesto reddito.

Se stavolta le prospettive sono un po’ meno cupe, è perché quest’anno gli agricoltori Usa avevano realizzato una semina record con l’intenzione di aumentare di molto il volume della produzione. Anche con la perdita di un terzo del seminato, quindi, alla fine il calo della produzione rispetto al 2011 non dovrebbe superare il 14 per cento. Ma soprattutto (e paradossalmente) ad aiutare è la stagnazione globale. Quest’anno non c’è il boom della domanda di cereali della Cina e dell’India che quattro anni fa, combinato con la flessione della produzione, aveva fatto schizzare i prezzi in una misura impressionante: la nuova borghesia asiatica, che negli anni scorsi ha cominciato ad appassionarsi agli stili di consumo alimentare occidentale, scoprendo, in particolare, la carne bovina, viene da una primavera poco brillante: anche a Shanghai e a Bangalore si comincia a tirare la cinghia.

Per l’agricoltura Usa è, comunque, emergenza e l’amministrazione Obama si trova stretta tra due fuochi: da un lato gli allevatori, che assorbono un’enorme quantità di granturco per i loro animali e i giganti dell’industria alimentare che, dalla Kraft alla Nestlé, già sentono la pressione dei prezzi. Questi gruppi vorrebbero che fosse eliminato l’obbligo di destinare una parte della produzione cerealicola ai biocarburanti. Se il 40 per cento del mais americano oggi utilizzato per produrre etanolo tornasse agli usi alimentari, infatti, i prezzi dei cibi ne risentirebbero positivamente. Dall’altro c’è la pressione dei produttori che attorno ai biocarburanti hanno creato un vero sistema economico che non è facile da smantellare.

In mezzo c’è il segretario Usa all’Agricoltura, Tom Vilsack. In una brusca risposta alla richiesta, formulata addirittura dall’Onu, di smettere di usare il mais come combustibile, il ministro di Obama ha affermato che le difficoltà del momento sono congiunturali e comunque non sono tanto gravi da imporre un radicale ripensamento della strategia agroindustriale del Paese. Oltretutto, togliere l’etanolo dalla miscela dei carburanti rischierebbe di far risalire il prezzo della benzina che solo da poco è ridisceso a livelli più accettabili per gli automobilisti Usa. Meglio lasciar fare al mercato dove gli industriali dell’etanolo, davanti all’aumento del prezzo del mais, già hanno diradato gli acquisti.

Sui biocarburanti – il cui processo produttivo assorbe una gran quantità di acqua, una risorsa sempre più scarsa e preziosa – la sensazione è che si stia comunque andando verso una resa dei conti. L’etanolo ha ancora molti difensori perché, come detto, attorno a questo prodotto è nato un sistema di interessi e perché quella dei biocarburanti è una delle gambe sulle quali si regge il piano che dovrebbe consentire agli Stati Uniti di raggiungere la piena indipendenza energetica nel 2020. Ma questo carburante di derivazione agricola non è più considerato da tempo un’alternativa ecologica «virtuosa» ai combustibili fossili da quando Al Gore, un paio d’anni fa, ha candidamente ammesso: «Mi sono sbagliato».

In questo 2012 torrido il problema non è, comunque, solo quello della scarsità delle piogge. I danni al raccolto sono gravi in Indiana e Illinois dove il cielo è stato molto avaro con gli agricoltori, ma ci sono problemi seri anche in Ohio e Kentucky dove, alla fine, le piogge sono arrivate. Anche qui, però, le elevate temperature hanno fatto rinsecchire il mais e ostacolato la delicata fase dell’impollinazione. E il caldo estremo ha creato situazioni di emergenza anche al di fuori dell’agricoltura: ponti e autostrade messi a dura prova, problemi per le ferrovie nella zona di Washington, alle centrali nucleari del Texas e alla rete elettrica in Maryland. Un’altra centrale atomica, vicino Chicago, ha dovuto chiedere un’autorizzazione speciale per continuare ad operare anche se le acque di raffreddamento che vengono da un vicino lago hanno superato il limite di sicurezza di 38 gradi Celsius fissato dalla legge. (Massimo Gaggi)

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LA GRANDE SICCITA’: IL RISCHIO FUTURO E’ LA RIVOLTA GLOBALE

(da “la Stampa” del 13/8/2012 – copyight TomDispatch.com)

– MIGRAZIONI DI MASSA: un assaggio è stata quella dallo Zimbawe al Sudafrica. E’ finita in durissimi scontri interetnici – LOTTA PER I CAMPI: anche la guerriglia in India dei contadini maoisti è legata all’iniqua distribuzione dei terreni e alla scarsità di piogge – “EFFETTO SERRA, PREZZO DEI CEREALI E GUERRE sono legati: lotteremo per il cibo come nel film HUNGER GAMES” –

   La Grande Siccità del 2012 deve ancora finire, ma sappiamo già che le conseguenze saranno gravi. Più della metà delle Contee americane sono state colpite dalla siccità, e il raccolto di grano, semi di soia e altri elementi nel 2012 di sicuro sarà molto inferiore alle previsioni.

   Queste perdite faranno aumentare i prezzi del cibo in America e all’estero, e così la miseria dilagherà tra gli americani più poveri, e i paesi che si basano sull’importazione di cereali dall’America saranno costretti a gravi difficoltà.

   Questo però è solo l’inizio: se la storia ci insegna qualcosa, un aumento del prezzo degli alimenti di queste proporzioni porterà anche a malcontenti sociali e conflitti violenti.

   Il cibo, quello a basso costo, è essenziale per la sopravvivenza umana e il benessere. Portarlo via, e la gente diventa preoccupata, disperata e arrabbiata. Negli Stati Uniti gli alimentari rappresentano circa il 13 per cento delle spese familiari, una quota che non è troppo significativa per la classe medio-alta, ma potrebbe mettere in seria difficoltà i più poveri e i disoccupati. Un aumento del prezzo del cibo potrebbe provocare reazioni molto violente, tenendo conto che già nelle aree ad alta disoccupazione dilaga il malcontento.

   Gli effetti più devastanti si vedranno però in ambito internazionale. Dato che molte nazioni dipendono dalle importazioni di cereali dall’America, e la siccità e le inondazioni stanno danneggiando anche altri Stati, ci si aspetta che la diminuzione dei rifornimenti alimentari e l’aumento dei prezzi colpisca tutto il pianeta.

   E’ impossibile prevedere cosa succederà, ma visto il passato più recente, il futuro sarà molto sgradevole. Nel biennio 2007-2008, quando il riso, il grano e il granoturco hanno subito variazioni del prezzo del 100 per cento o più, i costi nettamento più alti (specialmente quelli del pane) hanno fatto scoppiare le “rivolte del cibo” in più di due dozzine di paesi tra cui il Bangladesh, Camerun, Egitto, Haiti, Indonesia, Senegal e Yemen.

   Gli aumenti dei prezzi nel biennio 2007-2008 sono stati attribuiti al forte aumento del costo del petrolio, che rese la produzione di cibo più costosa (l’uso del petrolio è intenso per irrigazione, trasporto del cibo e produzione di pesticidi). Nel frattempo in tutto il mondosi convertivano porzioni sempre più estesi di terreno per produrre biocombustibili.

   I successivo aumento dei prezzi nel biennio 2010-2011 fu invece associato al cambiamento climatico. Una siccità estrema colpì la maggior parte della Russia orientale nell’estate del 2010, e così il raccolto di frumento si è ridotto di un quinto nella regione dei granai, costringendo Mosca a bloccare tutte le esportazioni di frumento. La siccità ha anche colpito il raccolto di cereali in Cina, mentre le intense alluvioni hanno distrutto la maggior parte del raccolto di grano in Australia.

   Di nuovo, un’impennata dei prezzi del cibo ha provocato disordini sociali diffusi, questa volta concentrato nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente. Le prime proteste sono nate per il costo dei generi alimentari in Algeria e poi in Tunisia. La rabbia per l’aumento dei prezzi di alimentari e carburante, insieme alla rabbia covata a lungo per la repressione e la corruzione dei governi, ha fatto scoppiare quella che è diventata famosa con il nome di Primavera Araba.

   Nel suo romanzo per giovani di enorme successo “Hunger Games” (e il film che ne è stato tratto), Suzanne Collins ha catturato milioni di persone descrivendo un futuro senza risorse e post-apocalittico in cui i distretti un tempo ribelli per punizione sono costretti a consegnare due adolescenti all’anno per una serie televisiva di giochi gladiatori che finiscono con la morte di tutti tranne uno dei giovani partecipanti. Senza menzionare specificatamente il surriscaldamento, Collins mette bene in chiaro che la fame che regna in questa ucronia è causata dai cambiamenti climatici.

   Quando i gladiatori stanno per essere scelti per la sfida, il sindaco della città principale del distretto 12 descrive come “i disastri, le siccità, i temporali, gli incendi e i mari in avanzata hanno inghiottito gran parte della terra, lasciando solo una guerra brutale per il poco nutrimento che è rimasto”.

   In questo Collins è stata profetica. Anche se è probabile che la sua versione dei giochi della fame non si avvererà mai, senza dubbio si realizzerà una variante: le guerre della fame che invaderanno il nostro futuro. Parlo di eventi come le guerre etniche scatenate in Darfur da territori coltivabili contesi e risorse idriche, o l’iniqua distribuzione della terra destinata all’agricoltura che continua ad alimentare l’insurrezione dei Naxaliti, ribelli indiani di ispirazione maoista.

   Provate a mettere assieme questi conflitti con un altro evento molto probabile:  che la siccità persistente e la fame spingeranno milioni di persone ad abbandonare le loro terre usuali e migrare nello squallore di baraccopoli, seminando ostilità. Un’esplosione del genere, con risultati spaventosi, è accaduta nell bidonvilles di Johannesburg nel 2008, quando migranti dal Malawi e dallo Zimbawe, poveri e affamati fino alla disperazione, sono stati aggrediti, picchiati e in alcuni casi bruciati dai sudafricani più poveri.

   A questo punto le attenzioni sono tutte rivolte alle conseguenze immediate della Grande Siccità che è ancora in corso. Ma tenete d’occhio gli effetti sociali e politici che senza dubbio non si faranno vedere prima della fine di quest’anno o nel 2013. Più di ogni studio, questi ci daranno un indizio su cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi decenni: aumenti delle temperature, siccità continue e miliardi di persone affamate e disperate. (Copyright TomDispatch.com)

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IL PROSSIMO G20 DEDICATO ALLA SICCITA’

   L’aumento delle materie prime alimentari fa paura. E i Paesi del G20 valutano una risposta coordinata per evitare politiche come quelle adottate nel 2007-2008 che hanno trasformato la carenza di commodity agricole nella prima crisi alimentare in 30 anni con rivolte in 12 Paesi.
I rappresentanti del G20 – riporta il Financial Times citando alcune indiscrezioni – terranno una conference call nella settimana del 27 agosto per valutare la possibilità di una riunione fra la fine di settembre e gli inizi di ottobre. L’emergenza è scattata in seguito alla peggiore siccità degli ultimi 56 anni negli Stati Uniti, che ha costretto il Dipartimento dell’Agricoltura americano a rivedere venerdì scorso al ribasso le stime sui raccolti, innescando la corsa del mais, i cui prezzi sono saliti ai massimi storici.
Un aumento che si è andato ad aggiungere ai rincari di granturco e semi di soia, saliti da giugno fra il 30% e il 50%. «Vogliamo essere sicuri che siamo tutti sulla stessa linea nel valutare la situazione e scoraggiare tutte le politiche che potrebbero esacerbare la volatilità» afferma un rappresentante del G20 con il Financial Times. «È il terzo shock in termini di prezzi negli ultimi cinque anni» mette in evidenza Arif Husain, del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. I maggiori Paesi del G20 «sono in favore di una riunione» in seguito al deterioramento delle condizioni dei raccolti negli Stati Uniti, aggiunge un rappresentante del G20.
L’incontro sarebbe il primo del Rapid Response Forum, il nuovo organismo del G20 creato per «promuovere discussioni preliminari fra i rappresentanti a livello decisionale sulle condizioni anormali sul mercato internazionale». Il forum rientra nell’Agricultural Market Information System del G20, creato lo scorso anno su iniziativa della Francia. Il presidente americano Barack Obama inizierà una tre giorni in Iowa, Stato dedito alla coltivazione di mais, e potrebbe intervenire nel dibattito sulla possibilità di rallentare la produzione di etanolo per far confluire maggiori quantità di mais sul mercato dei generi alimentari, allentando le pressioni sui prezzi. – Martedì 14 Agosto 2012 – da “IL MESSAGGERO”

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ALIMENTARI EMERGENZA RINCARI

G20, UN PIANO SPECIALE CONTRO IL CARO CIBO

– I Paesi più ricchi temono il ritorno di fame e proteste di piazza –

di PAOLO MASTROLILLI, da “la Stampa del 14/8/2012”

NEW YORK – La crisi dei prezzi del cibo sta diventando un’emergenza globale, al punto che il G20 ha deciso di intervenire. Secondo il «Financial Times», il 27 agosto si terrà una prima conference call tra i Paesi membri, in vista di una possibile riunione. Lo scopo è coordinare in anticipo le risposte, per prevenire situazioni come quelle che portarono alle rivolte in piazza del 2008.
Il problema alimentare ha una serie di cause, esplose tutte nello stesso momento, come una tempesta perfetta. Gli Stati Uniti sono vittime della peggiore siccità nell’ultimo mezzo secolo, che ha colpito oltre metà del loro territorio, facendo diminuire del 17% la produzione di mais e cereali. Di conseguenza, il dipartimento all’Agricoltura si aspetta un effetto inflazione di almeno il 3% sui prezzi del cibo. Nello stesso tempo, le piogge anticipate che hanno colpito il Brasile hanno rovinato il raccolto della canna da zucchero, mentre i monsoni ritardati in India, le scarse precipitazioni in Australia, e le difficoltà produttive della Russia hanno aggiunto problemi ad una situazione già complicata.
A luglio, in base ai dati della Food and Agriculture Organization di Roma, tutti questi fattori sommati hanno provocato un aumento medio globale dei prezzi del cibo del 6%. Secondo Abdolreza Abbassian, analista della Fao, «c’è il rischio potenziale che la situazione si sviluppi come nel 2007 e nel 2008». Allora una combinazione di alti costi del petrolio, aumento nell’uso dei biocarburanti, cattivo tempo e politiche restrittive sulle esportazioni, aveva generato un tale balzo nei prezzi del cibo da provocare proteste violente in strada, dall’Egitto ad Haiti.
Oggi ci risiamo, e per evitare di tornare alla fame e agli scontri in piazza, si sta muovendo il G20. L’organizzazione dei Paesi più ricchi al mondo sta preparando un primo appuntamento per il 27 agosto, in cui i membri si parleranno al telefono. Poi potrebbe seguire un vertice di emergenza, per coordinare le risposte e razionalizzare gli interventi. Questo summit rappresenterebbe il primo intervento del Rapid Response Forum, creato proprio per «promuovere discussioni anticipate riguardo condizioni anormali sul mercato internazionale».
Il forum fa parte dell’Agricultural Market Information System, voluto dalla Francia come risposta alle crisi del 2007 e 2008. Le fonti del «Financial Times» cercano di calmare il pubblico, dicendo che la decisione del G20 di intervenire non deve provocare panico: è una misura pensata proprio per evitare che la crisi in corso si trasformi in una catastrofe.
L’emergenza però è evidente e richiede interventi. I problemi pratici da affrontare nell’immediato sono quelli della disponibilità di risorse di riserva, capaci di calmierare i prezzi e garantire i rifornimenti. Quindi si vorrebbe discutere anche i regolamenti nazionali che impongono di usare i biocarburanti, per abbassare le percentuali richieste e quindi liberare una maggiore quantità di raccolti per il consumo alimentare. Su questo piano gli Usa sono al centro del problema, perché le politiche ambientaliste per l’energia pulita hanno ottenuto che il 40% del mais sia convertito in etanolo, affinché il 9% del carburante venduto da ogni casa produttrice venga da questa fonte.
Il Renewable Fuel Standard, che impone tali regole, è sicuramente ben intenzionato, ma secondo molti analisti le sue percentuali non sono sostenibili in un momento di crisi come quello in corso.
La questione dei biocarburanti richiama poi l’altro problema di lungo termine da affrontare, cioè quello delle cause. La carestia dipende dall’arretratezza dei sistemi produttivi, dai limiti imposti ai commerci, dagli errori politici, e anche da scelte, peraltro sensate, come quella di puntare sulle fonti energetiche rinnovabili.
Però la siccità, le piogge eccessive o ritardate, i fenomeni climatici estremi, secondo uno studio appena pubblicato dall’analista della Nasa James Hansen hanno un solo padre: il riscaldamento globale. (Paolo Mastrolilli)

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Gli alimenti e una cultura da ritrovare

IL PREZZO PIÙ INGIUSTO

di Luigino Bruni, da “AVVENIRE” del 14/8/2012

   Si sta profilando all’orizzonte una nuova crisi nei prezzi delle materie prime alimentari. Il prezzo del pane è sempre stato qualcosa di più di un gioco fra domanda e offerta. Il pane è certamente un bene, ma non è automaticamente una merce da lasciare alle pure dinamiche di mercato: in questo il pane assomiglia al lavoro, che non a caso gli viene spesso associato. Il cibo, il mangiare, non sono faccende soltanto umane, ma comuni a tutte le specie viventi.

   Gli esseri umani, però, danno un significato simbolico al cibo, ed è attorno ad esso che si articola la trama delle relazioni sociali più importanti, a partire dai pasti quotidiani in famiglia, dove si ricostruiscono e si accudiscono i beni relazionali primari. Anche per questo in tutte le civiltà il consumo del cibo e il mangiare sono atti che si svolgono in comunità – o che si sono svolti in comune per millenni, sino all’invenzione della “cultura” del fast-food. Ecco perché dietro a questa imminente impennata del prezzo del grano e di altre materie prime alimentari non c’è solo siccità e riscaldamento globale, ma si nasconde una crisi delle relazioni sociali, e quindi una domanda di fondo sul nostro modello di sviluppo.
Se si guardano i dati di lungo e di lunghissimo periodo, si nota che negli ultimi vent’anni i prezzi delle materie prime hanno iniziato a crescere progressivamente fino ad annullare la diminuzione che quegli stessi prezzi avevano subito dalla rivoluzione industriale fino agli anni Novanta del secolo scorso. Ciò dice, se vogliamo ascoltare, che stiamo entrando in una nuova era (l’«era dei beni comuni») dove la gestione delle materie prime, compreso il cibo, diventerà una sfida cruciale per lo sviluppo economico e per la pace dei popoli. Il messaggio, tanto forte quanto inascoltato, è insomma esplicito: dobbiamo rallentare. Il pianeta da qualche decennio non sta più al passo con la fame di benessere di una minoranza dell’umanità.

   Siamo entrati in una dinamica simile al famoso gioco che gli economisti chiamano “Dilemma del prigioniero”: ogni Paese vuole crescere, ma la crescita di tutti i Paesi sta producendo una insostenibilità globale, cioè per tutti e per ciascuno. La teoria ci insegna che in questi casi la strada maestra per evitare l’implosione è un patto sociale mondiale dove ciascun soggetto si auto-limiti e crei un sistema che gli impedisca di cambiare idea nel tempo, mentre a livello individuale occorre sviluppare una ’etica del limite’ interiorizzata da ogni cittadino del pianeta.
È in questo contesto che va letta la crisi dei prezzi dei prodotti agricoli, che sono appunto una fotografia di una crisi più profonda di relazioni. Nelle grandi civiltà della storia si è arrivati a comprendere che le risorse più preziose per la vita individuale e collettiva non vanno date in balìa dei cercatori di profitti, e per questo si è data vita a sistemi sociali e giuridici molto articolati per gestire, soprattutto nei tempi di crisi, l’acqua, i mulini e la terra, che era fonte di cibo, di energia, di materie prime. In questa nostra età virtuale e tecnologica dobbiamo ritrovare un nuovo rapporto di reciprocità e amicizia con la terra (e quindi con cibo, con le materie prime e con l’energia), se vogliamo evitare di diventare ostaggi di speculatori che usano a loro vantaggio i grandi cambiamenti ambientali e sociali.

   Perché – l’abbiamo già intravisto all’alba della “primavera araba” – quando si arriva al punto che non solo isolati speculatori, ma un intero sistema economico-finanziario specula sul cibo e sulla terra, a scapito soprattutto dei più poveri, dobbiamo fermarci tutti e ricominciare. Dobbiamo ridare fiato alla terra, come ben sapeva la tradizione contadina fondata sulla cultura del maggese. Senza la cura e la custodia della terra, non c’è più cura e custodia nella convivenza umana: non a caso il Genesi usa lo stesso verbo (shamar) quando si riferisce ad Adamo “custode” della terra (2,15) e a Caino che non fu “custode” di suo fratello (4,9).
Il nostro modello economico ha dunque un urgente bisogno di una “cultura della cura”, perché dove non c’è la cura dell’altro, della terra, del pane, da qualche parte si nasconde e si prepara il fratricidio. (Luigino Bruni)

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LA SICCITÀ “BRUCIA” FRUMENTO, MAIS E SOIA: NEL MONDO TORNA L’ALLARME PREZZI

– L’indice Fao degli alimenti in genere è cresciuto del 6% e quello della categoria dei cereali del 17% –  Emergenza allargata ad altri prodotti: un terzo della produzione finisce nelle mangiatoie degli allevamenti – Usa e Francia chiedono l’intervento del G20 contro la crisi del cibo –

di MAURIZIO RICCI, da “la Repubblica” del 14/8/2012

NON è la crisi del cibo di due anni fa, con le rivolte del pane, della tortilla, del pilaf nelle strade e nelle piazze di almeno 30 Paesi, dal Bangladesh ad Haiti. Ma è una situazione da allarme rosso. Quanto basta per convincere Parigi e Washington a convocare i Paesi più importanti del pianeta. Quelli del G20, in una serie di riunioni, nelle prossime settimane, dove coordinare una risposta comune.
ESTATE MALEDETTA
Un’estate maledetta sta infatti devastando il granaio del mondo, il Middle West americano, e l’impatto sui prezzi è stato immediato: a lugl io, l’indice Fao dei prezzi degli alimenti in genere è cresciuto del 6% e quello della categoria dei cereali (riso, frumento, granturco, soia) del 17%: l’uno e l’altro sono ancora al di sotto dei record degli ultimi anni, ma l’impennata è stata tanto brusca e improvvisa, da far temere ondate di speculazione e di panico.
Infatti, al di là delle parole sulla solidarietà, l’obiettivo concreto di Obama e Hollande è evitare, attraverso le iniziative dei G20, quei fenomeni di affannoso accaparramento di risorse, nei Paesi importatori, e di blocco delle esportazioni, nei Paesi esportatori, che, fra il 2008 e il 2009, moltiplicarono l’effetto dei cattivi raccolti.
Per ora, in realtà, la situazione – al contrario di quegli anni – non è ovunque drammatica. Per il riso, che sfama la parte più popolosa del pianeta, sarà un’annata eccellente. I problemi riguardano il frumento: la siccità sta tagliando la produzione nel granaio russo e i prezzi internazionali sono cresciuti, secondo la Fao, del 19%. Ma, soprattutto, è una crisi del granturco: nell’ultimo mese e mezzo i prezzi sono rincarati del 60%, secondo la valutazione di Credit Suisse, e sono ai massimi degli ultimi 15 anni.
La ragione è l’ondata di calore che ha bruciato i campi del Midwest americano, dall’Iowa, al Nebraska, all’Illinois, da dove proviene circa la metà del mais che può essere comprato sui mercati internazionali mondiali. La peggiore siccità degli ultimi 50 anni ha costretto i contadini a rinunciare ai raccolti in un’area più grande del Belgio, ma la devastazione è più ampia. Secondo i tecnici del ministero dell’Agricoltura Usa, solo il 26% delle coltivazioni è in buone condizioni, contro una media abituale del 70%.
Agosto è un mese cruciale per il mais, perché è il periodo in cui le piante vengono impollinate. Avrebbero bisogno di acqua, ma non piove da settimane e i meteorologi non sono ottimisti: ogni giorno che passa, le stime sul futuro raccolto si riducono. Ad oggi, il ministero dell’Agricoltura americano calcola una produzione inferiore al previsto circa dell’8%. Non basta: la siccità ha colpito anche la soia, il cui raccolto sarà il più basso degli ultimi cinque anni.
EQUILIBRI ALIMENTARI
Granturco e soia sono due cereali cruciali negli equilibri alimentari mondiali. Frumento e riso hanno un impatto più immediato e un peso più rilevante nella dieta, in particolare, dei più poveri.
Ma la presenza di mais e soia nelle catene alimentari è assai più ramificata e pervasiva. Non c’è praticamente prodotto sugli scaffali del supermercato (dallo sciroppo in cui nuota il cibo in scatola, alla plastica biodegradabile delle buste) che non risalga al granturco. Infatti, le multinazionali hanno già messo le mani avanti: Nestlè e Kraft annunciano aumenti dei prezzi dei loro prodotti. Ma, soprattutto, mais e soia, negli ultimi anni, hanno assunto un ruolo da protagonisti nelle stalle e nei pollai. Almeno un terzo della produzione mondiale di cereali finisce nelle mangiatoie degli allevamenti.

   E’ un fenomeno che riguarda soprattutto l’Occidente, dove prevalgono gli allevamenti industriali, quelli, cioè, in cui gli animali vengono tenuti al chiuso e nutriti con pastoni che ne accelerano la crescita. Ma che si sta diffondendo anche nel resto del mondo. Il risultato è che il boom di aumenti dei prezzi di granturco e soia (altro cereale da mangime) lo ritroveremo nei prezzi del petto di pollo, della bistecca e dello stracchino.
Per ora, gli indici Fao per carne, latte e formaggi, segnalano calma piatta, ma, probabilmente, non durerà a lungo. Dieci anni fa, sarebbe stato un problema solo per i consumatori americani ed europei. Oggi, la geografia del cibo è mutata: la globalizzazione e l’espansione delle classi medie nei Paesi emergenti ha portato fettina e caciotta anche nei piatti indiani e cinesi. Il risultato è che, questa volta, potrebbero non esserci rivolte del pane, ma della bistecca sì.
I prossimi incontri dei G20 sul cibo non saranno, peraltro, solo una fiera dei buoni sentimenti o della paura di tensioni di piazza. La crisi del granturco evoca interessi corposi e rinnova uno scontro latente da mesi. Il crollo della produzione di granturco, infatti, non colpisce solo la produzione alimentare. Oltre il 40% del mais dell’Iowa o del North Dakota finisce nelle raffinerie di etanolo per diventare biocarburante. Per i contadini americani è diventato un lucroso sbocco alternativo alla loro produzione.
TORTILLA ED ECOBENZINA
Ma ogni impennata dei prezzi alimentari rinnova lo scontro fra tortilla ed ecobenzina. In effetti, se il granturco americano destinato alle bioraffinerie venisse dirottato ai mercati alimentari, la tensione sui prezzi dell’attuale siccità svanirebbe. Le grandi istituzioni internazionali – dall’Onu, alla Fao, al Fondo monetario, alla Banca mondiale – insistono da mesi perché Usa ed Europa rinuncino agli obiettivi prefissati di produzione di biocarburanti che, in periodi di tensione, alleggeriscono il prezzo del pieno di benzina, ma aggravano lo scontrino del supermercato, rendendoli manovrabili in funzione della situazione agricola. Ma scavalcare le lobby agricole, sia a Washington che nelle capitali europee, non è facile. (Maurizio Ricci)

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BIOENERGIA MILIONARIA: ALTOLÀ ALLA DEREGULATION

di Filippo Tosatto, da “il Mattino” di Padova” del 7/8/2012

   Nel vecchio West allevatori e agricoltori si contendevano i terreni fertili a fucilate, nel Veneto postmoderno il copione si replica a colpi di milioni di euro. In ballo c’è il mercato del mais nostrano, pari al 40% della produzione nazionale: un piccolo (ma neanche tanto) filone aurifero per i «digestori» che dalle pannocchie – e in misura minore da soia, grano, bietole – ricavano la bioenergia.

   Grazie all’incentivo statale (0,28 centesimi per kilowatt prodotto) un ettaro di mais – che garantisce mediamente 100 quintali di raccolto – può fruttare dai 3,5 ai 4 mila euro e poiché nella nostra regione la superficie “utile” (adibita cioè all’estrazione di biometano e biodiesel da propellenti naturali) si estende su 14 mila ettari, il business che ne deriva supera i 50 milioni l’anno.

   Non stupisce allora che il numero degli impianti sia in rapida crescita: 71 già operativi, un centinaio quelli già autorizzati e in attesa di avvio. Tutto bene, allora? Niente affatto. Perché il rogo del mais a scopo energetico sta creando un’alterazione dell’economia agricola, sottraendole spazio vitale: «I digestori bruciano il silomais che è la base alimentare dell’allevamento veneto», lamenta Coldiretti «perciò, da Thiene a San Biagio di Callalta e almeno in altre cinquanta località, gli allevatori delle aree più vocate devono sopportare costi abnormi per nutrire gli animali.

   Questo perché i proprietari degli impianti, pur di accaparrarsi i terreni, sono disposti a stipulare contratti di lunga durata con canoni d’affitto esorbitanti rispetto al mercato. Così facendo si rischia di costringere alla chiusura molte aziende zootecniche e la stessa sorte attende i coltivatori illusi dagli incentivi: all’agricoltura si restituiranno altre colate di cemento e le conseguenze ambientali saranno devastanti».

   ll grido d’allarme non è rimasto inascoltato. Per la prima volta, incrinando la deregulation in atto, la Regione ha deciso di delimitare lo spazio d’installazione di impianti alimentati da biomasse e l’ha fatto attraverso una delibera messa a punto dall’assessore veneto all’agricoltura, Franco Manzato. Il provvedimento (che oggi stesso potrebbe essere approvato dalla giunta del governatore Zaia) indica una serie di siti non idonei e perciò esclusi dallo sfruttamento delle fonti rinnovabili.

   Le zone tutelate rientrano in tre ampie categorie: il patrimonio storico-architettonico e del paesaggio; l’ambiente (biodiversità, aree protette, siti a rischio idrogeologico, acque superficiali e sotterranee destinate a consumo umano); e l’agricoltura, nei luoghi interessati da produzioni di qualità o di particolare pregio rispetto al contesto naturale.

   Una scelta di discontinuità, quella di Manzato, che non si annuncia indolore per la maggioranza. Confagricoltura sostiene con forza l’espansione “indigena”della produzione bioenergetica e l’assessore Massimo Giorgetti. che ha la delega all’energia ed è molto sensibile alle ragioni della grande impresa agricola, avrebbe espresso perplessità sulla linea del collega. Niente di che: per togliere di mezzo il filo spinato, i mandriani del West usavano il lasso. O la dinamite. (Filippo Tosatto)

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IL CONSUMO DI ACQUA NELL’ALLEVAMENTO DI ANIMALI

dal sito http://www.saicosamangi.info/

   Il 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall’agricoltura (i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d’allevamento). Quasi la metà dell’acqua consumata negli Stati Uniti è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame.

   Gli allevamenti consumano una quantità d’acqua molto maggiore di quella necessaria per coltivare soia, cereali, o verdure per il consumo diretto umano.

   Dobbiamo sommare, infatti, l’acqua impiegata nelle coltivazioni, che avvengono in gran parte su terre irrigate, l’acqua necessaria ad abbeverare gli animali e l’acqua per pulire le stalle.

Una vacca da latte beve 200 litri di acqua al giorno, 50 litri un bovino o un cavallo, 20 litri un maiale e circa 10 una pecora.

   L’acqua richiesta per produrre vari tipi di cibo vegetale e foraggio varia dai 500 ai 2000 litri per chilo di raccolto prodotto. Il bestiame utilizza in modo diretto solo l’1,3% dell’acqua usata in totale in agricoltura; tuttavia, se si prende in considerazione anche l’acqua richiesta per la coltivazione dei cereali e del foraggio per uso animale, la quantità d’acqua richiesta è enormemente più elevata.

Il settimanale Newsweek ha calcolato che per produrre soli cinque chili di carne bovina serve tanta acqua quanta ne consuma una famiglia media in un anno. Cinque kg di carne non bastano a coprire il consumo di una settimana, per la stessa famiglia!

   Facendo un calcolo basato sulla quantità di proteine prodotte si ottiene un rapporto molto sbilanciato a sfavore degli allevamenti: per un chilo di proteine animali occorre un volume d’acqua 15 volte maggiore di quello necessario alla produzione della stessa quantità di proteine vegetali.

In organizzazioni come l’OMS e la FAO, aumenta sempre di più la preoccupazione per l’impatto dell’allevamento industriale sull’utilizzo delle terre coltivabili e conseguentemente sulla possibilità o meno di nutrire il mondo in modo efficiente.

   Esse affermano: “L’aumento del consumo di prodotti animali in paesi come il Brasile e la Cina (anche se tali consumi sono ancora ben al di sotto dei livelli del Nord America e della maggior parte degli altri paesi industrializzati) ha anche considerevoli ripercussioni ambientali. Il numero di persone nutrite in un anno per ettaro varia da 22 per le patate, a 19 per il riso fino a solo 1 e 2 persone rispettivamente per il manzo e l’agnello. Allo stesso modo, la richiesta d’acqua diventerà probabilmente uno dei maggiori problemi di questo secolo. Anche in questo caso, i prodotti animali usano una quantità molto maggiore di questa risorsa rispetto ai vegetali.” (Fonte: WHO/FAO, Diet, nutrition, and the prevention of chronic disease. Report of the Joint WHO/FAO expert consultation, 26 April 2002)

   Il direttore esecutivo dell’International Water Institute di Stoccolma, ha dichiarato “Gli animali vengono nutriti a cereali, e anche quelli allevati a pascolo richiedono molta più acqua rispetto alla produzione diretta di grano per il consumo umano. Ma nei paesi sviluppati, e in parte in quelli in via di sviluppo, i consumatori richiedono ancora più carne […]. Ma sarà quasi impossibile nutrire le future generazioni con una dieta sul genere di quella che oggi seguiamo in Europa occidentale e nel Nord America”.

Aggiunge inoltre che i paesi ricchi saranno in grado di aggirare il problema importando acqua virtuale, il che significa importare cibo (mangime per animali o carne) da altri paesi, anche da quelli che non hanno abbastanza acqua. (Fonte: Alex Kirby, “Hungry world ‘must eat less meat'”, BBC News Online, August 15 2004)

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NUOVI BIOCOMBUSTIBILI, ENERGIA SENZA INTACCARE RISERVE ALIMENTARI

– Già esistenti tecnologie necessarie per trasformare scarti –

da http://www3.lastampa.it/ del 14/8/2012

Roma, 14 ago. (TMNews) – La siccità che ha colpito numerose regioni di Stati Uniti e Russia ha causato un aumento del 50% dei prezzi agricoli, mentre quasi la metà delle riserve di grano statunitense vengono utilizzate per produrre biocombustibili. Come spiega il sito della Bbc tuttavia i biocombustibili di seconda generazione potrebbero fornire energia senza intaccare le riserve alimentari: si tratta infatti di trasformare in zuccheri (e quindi in combustibile) le parti di scarto, non commestibili, delle specie utilizzate. Secondo gli esperti la tecnologia necessaria (essenzialmente, enzimi) esiste già: solo il 20% degli scarti generati da foreste e terreni agricoli europei – eliminabile dall’ambiente in modo sostenibile – sarebbe in grado di coprire metà del fabbisogno di benzina del continente. (TM News)

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