IL CASO ILVA a TARANTO: nel dilemma tra SALUTE e LAVORO, noi dobbiamo scegliere LA SALUTE – Ma, nella fortunata collocazione geografica mediterranea di Taranto, non è il caso di INDIVIDUARE SVILUPPI occupazionali e produttivi NUOVI, togliendo il monopolio alla OBSOLETA INDUSTRA PESANTE?

Rione TAMBURI, a TARANTO, a ridosso dell’acciaieria ILVA – “ILVA: CLINI, RIDURRE PRODUZIONE QUANDO VENTO METTE A RISCHIO IL QUARTIERE DI TAMBURI” – 17 Agosto 2012 – (da http://www.asca.it, agenzia di stampa quotidiana nazionale) – TARANTO, 17 AGO – ”TAMBURI spesso è sotto vento rispetto alle emissioni delle cokerie. La misura di prevenzione a cui si sta lavorando è il rifacimento fisico degli impianti e quella di RIDURRE IL CARICO DI PRODUZIONE, QUINDI LE EMISSIONI, OGNI VOLTA CHE LE CONDIZIONI CLIMATICHE LOCALI METTONO IL QUARTIERE A RISCHIO”. Lo ha detto il MINISTRO DELL’AMBIENTE, CORRADO CLINI, al termine del vertice con istituzioni e azienda in Prefettura a Taranto insieme al ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera

   Nel caso di Taranto, dell’impianto siderurgico ILVA, connaturato alla città (geograficamente ad essa integrato ed elemento sociale fondamentale per il reddito di tante famiglie) è emblematico di come il sistema industriale (sempre più in difficoltà nella sua produzione di beni: la produzione mondiale di acciaio non potrà che calare nel tempo…) sia un sistema che sembra voler fare apposta a scontrarsi con l’ambiente e la salute delle persone. Una miscela micidiale (si nota nella vicenda di Taranto) di arretratezza tecnologica, corruzione di pubblici funzionari delegati al controllo, nessun desiderio in questi anni di tutelare chi vive (e muore) a ridosso dell’impianto.

   E sembra fatto apposta il dilemma che si propone: se fermiamo l’impianto migliaia di famiglie si ritrovano sul lastrico (tema imprescindibilmente “sacro”: non si può mettere alla fame le persone); e se anche decidessimo un periodo di “ferma”, sospensione, perderemo la battaglia della concorrenza mondiale, e non saremo più in grado di proseguire. Pertanto avanti con l’inquinamento, e cerchiamo contemporaneamente di apportare delle migliorìe.

   Noi crediamo che un dilemma di questo genere (o la salute o il lavoro) non può esistere: la salute delle persone, se la mettiamo così, vale di più di un lavoro inquinante (però indispensabile a molte famiglie). Non è possibile sottostare a un ricatto simile: mantenere l’inquinamento, o interventi magari di miglioria sommaria, per non far cessare la produzione. La lista dei danni alla salute delle persone causati in questi anni (dal 1999), secondo la perizia epidemiologica della Procura, è assai grave: 386 morti dovute alla presenza dell’Ilva; 237 casi di tumore maligno, di cui 17 in età pediatrica; 247 eventi coronarici; 937 ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie, tutto a causa dell’acciaieria vicino alle case. Agricoltura vietata nel raggio di 20 chilometri per l’inquinamento da poveri e diossine, con chiusura di un centinaio di masserie, abbattimento di migliaia di capi di bestiame, fine del lavoro di almeno 600 contadini. L’Ilva emana il 90,3% della diossina presente sull’intero territorio nazionale.

Ilva, un gasometro (foto ripresa da http://www.adnkronos.com)

Accade così che un’industria, come detto connaturata alla città di Taranto (come è stata la Fiat per Torino negli anni ’60-70 del secolo scorso, e in parte lo è ancora), che impiega, direttamente o indirettamente, sulle 20.000 persone, ventimila famiglie coinvolte (Taranto ha in tutto 200mila abitanti); che ha un porto che per l’80% dei suoi carichi è dedicato ai movimenti industriali; insomma un contesto urbano dove tutto è collegato in qualche modo all’acciaieria, dove si crea un indotto notevole (nel commercio, nei servizi, in tutto…): Ebbene in questo contesto è ovvia la preoccupazione nell’individuare forme di conversione (necessaria) nel futuro (prossimo) in grado di far vivere la città in modo meno dipendente dal settore industriale della siderurgia.

   Sarà compito (e dovere) dei tarantini, ma non solo di loro, individuare alternative di sviluppo della loro città diverse dal “monopolio” (o quasi) dell’acciaieria, pensando in particolare alla interessante, fortunata, collocazione geografica mediterranea che questa città (il suo porto, la sua gente) viene ad avere. Prospettando interrelazioni di tutta l’area meridionale italiana verso i Balcani e la parte meridionale del “mare nostrum. Insomma, al di là di affannosi rimedi e bonifiche ambientali senza fermare la produzione (per tutelare il giusto reddito presente degli operai e di tutti quelli che ci vivono con l’Ilva), non sarà il caso di lavorare in prospettiva per un diverso sviluppo veramente pulito, in crescente sostituzione della sempre più obsoleta industria pesante? (sm)

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L’ EX PRETORE D’ ASSALTO: GLI AMBIENTALISTI? SPARITI. «I TEMI AMBIENTALI SONO AL TRAMONTO»

di FABRIZIO CACCIA, da “il Corriere della Sera” del 14/8/2012

GIANFRANCO AMENDOLA, il «giudice verde»: «Ormai l’ambientalismo è ridotto ai minimi termini» – Taranto, l’acciaieria, l’intervista: «c’è tanta confusione: il sequestro con facoltà d’uso si usava ai miei tempi, ma ora è ritenuto inammissibile» – Il ruolo dello Stato «Il governo dia pieni poteri a un commissario e imponga all’acciaieria di pagare i costi dell’inquinamento» –

   Anche lui, come il gip di Taranto Patrizia Todisco, si trovò di fronte dei colossi (Radio Vaticana, il San Camillo-Forlanini, il Policlinico Umberto I) e proprio come lei non arretrò d’un passo.

   La battaglia era sempre quella: contro l’inquinamento e per la salute pubblica. Scrisse pure un libro, «In nome del popolo inquinato», che divenne il manifesto dell’ambientalismo italiano. Ma erano gli anni Settanta e c’erano i «pretori d’assalto».

   Lui, Gianfranco Amendola, classe 1942, oggi procuratore capo a Civitavecchia, era il pretore più famoso, il «giudice verde» per antonomasia (nelle file dei Verdi fu poi eletto europarlamentare). La gente lo fermava per strada, gli chiedeva di fare giustizia anche sulle piccole cose. C’era grande fiducia, grande coscienza civile. Altri tempi, forse.

   «Sicuramente. Posso dire di avere avuto la fortuna di vivere in un momento storico in cui la coscienza ambientalista era molto forte. C’erano tante associazioni di ogni tipo, c’ erano le università verdi, le realtà locali che davano battaglia…». Oggi, invece…

   «Oggi purtroppo l’ambientalismo è ridotto ai minimi termini. Sull’Ilva, a parte Angelo Bonelli e qualche gruppo su Facebook, non vedo molto. Dov’erano la Cgil, Vendola, Bersani, mentre la gente a Taranto moriva? Evidentemente finora non se n’erano accorti».

   Il gip Todisco in pochi giorni si è fatta molti nemici. «E questo, se permettete, è davvero incomprensibile, anzi mi chiedo perché ancora nessuno all’interno del Csm abbia deciso di aprire una pratica a sua tutela. La Todisco ha applicato la legge, e basta. Obbligo del magistrato è far cessare una situazione antigiuridica e se centinaia di persone, com’è stato appurato, a Taranto sono morte o stanno morendo, lei che altro doveva fare? Ma sull’Ilva non doveva intervenire la magistratura: molto prima, piuttosto, sarebbero dovuti intervenire quelli che dovevano fare i controlli, cioè il potere amministrativo, politico e tecnico. Non l’hanno fatto. E adesso è inutile alzare polveroni».

   Il pensiero comune è che non bisogna chiudere l’Ilva, bisogna salvare i posti di lavoro. «Sicuramente c’è anche la crisi economica dietro quest’atteggiamento tiepido dell’ambientalismo moderno: il ricatto del posto di lavoro, cioè la paura di perderlo, si fa sentire. È molto triste per un magistrato avere contro i lavoratori. E non c’è niente di peggio, quando c’è il ricatto occupazionale, del fronte comune che si crea in fabbrica tra gli inquinatori e gli inquinati di dentro che si coalizzano contro gli inquinati di fuori. Rendo l’idea?». Uomini contro.

   Ma non c’è soluzione? «C’è, ma lo Stato deve decidere. Cambi la legge e vedrà che poi il magistrato si adeguerà. Voglio dire: il governo “espropri” l’Ilva, cioè adesso prenda in mano la situazione, sennò tra un anno saremo qui ancora a parlare delle stesse cose. Faccia un decreto legge, nomini un commissario con pieni poteri che si prenda la responsabilità di affermare che il rischio oggi per la salute pubblica a Taranto è accettabile e dunque si può continuare la produzione, magari diminuendola o eliminandola in parte. Insomma, questo lo Stato lo può fare. Così come può imporre all’Ilva di pagare i costi dell’inquinamento. La normativa ambientale, poi, sarà anche farraginosa però esiste e ha un capitolo ampio dedicato alle bonifiche. Però occorre muoversi, perché l’Istituto superiore di sanità ha parlato chiaro a proposito di tumori e altre malattie. E tutto il resto è solo polverone».

   Già, il polverone. «Si fa tanta confusione. Il sequestro con facoltà d’uso veniva deciso ai miei tempi per non lasciare senza tetto gli occupanti delle case abusive, ma oggi la Cassazione lo ritiene non ammissibile. Eppoi si continua a dire che la Costituzione tutela la salute ma anche il lavoro. Giusto, però c’è l’articolo 41 che riconosce sì l’iniziativa economica privata, ma aggiunge pure che non può essere in contrasto con la sicurezza e l’utilità sociale. Insomma, alla fine vince sempre la salute, chiaro?». (Fabrizio Caccia)

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ILVA, LE TAPPE DEL CASO

(dal sito http://www.adnkronos.com)

17 agosto (Adnkronos) – La vicenda dell’Ilva oggi ha segnato una tappa importante con l’arrivo a Taranto dei ministri dello Sviluppo economico, Corrado Passera, e dell’Ambiente, Corrado Clini, che in prefettura hanno incontrato le autorità locali. Il Governo, che ha scelto di non aprire conflitti con la magistratura, sta cercando una soluzione che scongiuri la chiusura degli impianti.

Ecco le tappe giudiziarie che hanno riguardato l’Ilva di Taranto dell’estate.

26 Luglio – Il gip di Taranto, Patrizia Todisco, emette un’ordinanza per il sequestro di 6 impianti dell’area a caldo dell’Ilva, si parla di disastro ambientale. Arresti domiciliari per 8 alti dirigenti fra i quali il patron Emilio Riva e suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, Marco Andelmi, capo area parchi, Angelo Cavallo, capo area agglomerato, Ivan Dimaggio, capo area cockerie, Salvatore De Felice, capo area altoforno e Salvatore D’Alò, capo area acciaieria 1 e 2 e capo area Crf.

Nella stessa giornata i lavoratori dell’Ilva protestano. Scattano i primi blocchi stradali già la mattina, l’Anas ne conferma 4 particolarmente problematici. L’ assemblea dei lavoratori conferma lo sciopero a oltranza. Circa 12.000 operai potrebbero perdere il posto di lavoro.

Nel pomeriggio una decina di persone occupano il Municipio della città di Taranto. Intanto è fissata per il 3 agosto l’udienza dinanzi al Tribunale del Riesame di Taranto per il ricorso presentato dall’Ilva contro il sequestro dell’area a caldo.

27 Luglio – La paura di perdere il posto di lavoro infiamma la città di Taranto, continuano le proteste, il corteo si muove fino ad occupare il ponte girevole. Gli operai davanti ai cancelli bloccano l’entrata dell’Ilva: ”Non possiamo pagare noi per i danni ambientali”, ”O moriamo di malattia o di fame”, dicono.

Per il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, l’Ilva può continuare a produrre acciaio e in 4 anni riuscire ad allinearsi agli standard europei. Il presidente dell’Ilva di Taranto, Bruno Ferrante, sottolinea che la chiusura e lo spegnimento di alcune attività può essere irreversibile. La magistratura spiega che il sequestro si è reso obbligatorio. Le conclusioni dei periti incaricati dal gip sono terrificanti.

29 Luglio – Anche il Papa è vicino ai lavoratori dell’Ilva, assicura la sua preghiera ed esorta tutti al senso di responsabilità, spingendo le istituzioni sia nazionali sia regionali ad una equa soluzione che tuteli sia il diritto alla salute che quello al lavoro.

30 Luglio – Arrivano i custodi nominati dal Gip per dare il via alle procedure di sequestro. I carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) affiggono i cartelli sugli impianti sotto sequestro, iniziano i lavori per ”avviare le procedure per il blocco delle specifiche lavorazioni e per lo spegnimento” anche se queste risultano lente e complicate.

Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, auspica una soluzione rapida per garantire la continuità della produzione. Una delegazione di una decina di lavoratori dell’Ilva ha partecipato alla riunione dell’assemblea cittadina in Comune e dopo quattro ore di dibattito il sindaco, Stefano Ippazio, si è impegnato a compiere tutti gli atti necessari tra cui l’attivazione di una cabina di regia per Taranto.

31 Luglio – Quasi 12.000 lavoratori partecipano all’assemblea retributiva organizzata da Fiom, Fim, Cisl e Uil: l’Ilva si ferma dalle 8 alle 10, si decide il da farsi per lo sciopero di giovedì. Il governatore, Nichi Vendola, crede che l’Ilva debba essere chiamata a fare la sua parte, si devono trovare soluzioni a cominciare dalla rimozione della causa della lesione più grave, quella del diritto alla vita. Scelgono il silenzio Emilio Riva e suo figlio nel giorno dell’interrogatorio di garanzia, anche i sei manager arrestati lo scorso giovedì si avvalgono della facoltà di non rispondere mentre un gruppo di operai all’uscita del tribunale urlava ”liberi, liberi, libertà per chi lavora!”.

1 Agosto – Dopo una settimana di presidi e proteste torna la calma nella città di Taranto, gli operai tornano al lavoro. Alle 22 viene rimosso l’ultimo blocco, quello sul ponte girevole. Dopo il sequestro preventivo l’attività in fabbrica procede regolarmente. Il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, ha spiegato che il sequestro non è ancora stato eseguito e probabilmente nulla succederà prima che si pronunci il tribunale del Riesame la cui udienza è prevista per il 3 agosto.

3 Agosto – Il Cipe approva gli interventi di manutenzione straordinaria del territorio, le misure per il risanamento ambientale e la riqualificazione di Taranto previste dal Protocollo d’intesa firmato il 26 luglio 2012 e relativo anche alla questione dell’Ilva; tra queste, interventi per il risanamento del quartiere di Tamburi.

Il Consiglio dei ministri sblocca 336 milioni di euro che saranno necessari per gli interventi di bonifica del sito dell’Ilva di Taranto. Intanto il tribunale del riesame di Taranto ha respinto la richiesta della Procura della Repubblica di rinviare a settembre, dopo le ferie estive, la decisione sul sequestro di sei aree dello stabilimento siderurgico Ilva. La Procura della Repubblica di Taranto ha depositato nel corso dell’udienza del tribunale del Riesame alcuni atti di indagine relativi a intercettazioni di alcuni dirigenti dell’Ilva.

6 Agosto – Si riunisce il tavolo tecnico che sottoscrive un verbale in cui i rappresentanti dell’Ilva, della Regione e delle altre parti istituzionali presenti assumono importanti decisioni operative su tre temi fondamentali: monitoraggio, emissioni e parchi minerari per l’ambientalizzazione e riqualificazione.

7 Agosto – Il Tribunale del Riesame di Taranto conferma il sequestro di 6 aree dello stabilimento siderurgico Ilva, ma revoca gli arresti domiciliari per cinque degli otto dirigenti dell’Ilva arrestati (Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alò) mentre lo conferma per il patron Emilio Riva, per suo figlio Nicola e per l’ex dirigente dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso. Nell’Ilva di Taranto restano i tre custodi giudiziari nominati dal gip di Taranto mentre il quarto custode, Mario Tagarelli, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Taranto, viene sostituito dal presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante.

11 Agosto – Il gip di Taranto dispone che l’Ilva dovrà risanare gli impianti dell’area a caldo sequestrati per disastro ambientale ma ”senza prevedere alcuna facoltà d’uso” degli stessi ”a fini produttivi”. Il presidente di Ilva, Bruno Ferrante, dà mandato ai propri legali di impugnare immediatamente il provvedimento. Intanto a Ferrante verrà notificato che non sarà più custode e amministratore delle aree e degli impianti sequestrati.

17 agosto, ore 20:40 – La vicenda segna una tappa importante con l’arrivo a Taranto dei ministri dello Sviluppo economico, Corrado Passera, e dell’Ambiente, Corrado Clini

Da “IL SECOLO XIX” del 17/8/2012: Taranto – Il Gruppo Riva, proprietario dell’Ilva di Taranto, investirà 146 milioni di euro per le prime misure di «bonifica» dell’impianto siderurgico, ma non sta bloccando la produzione di acciaio, come richiesto invece dal giudice, per evitare un danno economico che il ministro dello Sviluppo Corrado Passera valuta «irrimediabile». Questa è la conclusione dell’attesa tornata di incontri di oggi (17 AGOSTO, ndr) a Taranto tra azienda, amministrazione regionale e i ministri Passera e dell’Ambiente Corrado Clini.

   «Abbiamo portato due documenti che abbiamo consegnato ai ministri per dire cosa Ilva sul piano ambientale ha fatto, sta facendo e vuole fare», ha detto il presidente di Ilva spa Bruno Ferrante in una conferenza stampa al termine della giornata. «Nel primo documento abbiamo dimostrato che, nel corso della sua storia, Ilva ha investito 4 miliardi e mezzo per l’aggiornamento tecnologico, di cui 1,5 miliardi per la salvaguardia dell’ambiente. Il secondo documento riguarda invece gli investimenti che Ilva sta realizzando ora: 90 milioni di euro sono stati già stanziati, nell’immediato futuro altri 56 milioni saranno stanziati».

DA http://affaritaliani.libero.it del 17/8/2012: ILVA/ CLINI; NUOVA AIA RECEPIRA’ INDICAZIONI GIP, TAR, PUGLIA E UE: La nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per l’Ilva di Taranto, recepirà le prescrizioni del Gip, a eccezione di quelle sulla fermata degli impianti, le “disposizioni Ue in merito alle tecnologie, le indicazioni della Regione Puglia” e terrà conto delle decisioni del Tar in merito alla prima Aia. E’ quanto ha affermato il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, nel corso della conferenza stampa, al termine del vertice che si e’ svolto oggi (17/8/2012, ndr) a Taranto sul futuro dell’impianto siderurgico tarantino. Lo stesso ministro ha tenuto a chiarire che c’e stato un rasserenamento dei rapporti con l’Ilva che ha ritirato i ricorsi contro la precedente Aia, anche quelli per i quali aveva avuto successo.

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L’ILVA E LA TRAPPOLA DEL FALSO DILEMMA

di MICHELA MARZANO, da “la Repubblica” del 14/8/2012

   Fino a quando si continuerà a contrapporre il diritto al lavoro al diritto alla sopravvivenza, e quindi il salario alla salute, non si troverà alcuna via d’uscita al problema dell’Ilva. Perché messo in questi termini, più che di un problema si tratta di un dilemma morale.

   E come sappiamo tutti, un dilemma etico non ha, per definizione, alcuna soluzione. I dilemmi sono drammatici, disperati, senza sbocco. Perché si sbaglia sempre e comunque. Perché quale che sia la decisione che si prenda, si finisce poi sempre col rimpiangere quello che si è detto o fatto.

   Come il celebre “dilemma di Sophie”, raccontato nel romanzo di William Styron, che racconta di come una giovane ebrea polacca deportata ad Auschwitz con i figli fosse stata perversamente costretta a scegliere dai nazisti quale dei due far morire. Se Sophie non sceglie, moriranno tutti e due. Se invece ne sceglie uno solo, l’altro avrà la vita salva. Da un punto di vista strettamente utilitaristico e matematico, Sophie dovrebbe salvarne almeno uno.

   Ma come può una madre scegliere quale figlio merita o meno di vivere?
Nel romanzo, dopo alcuni minuti di smarrimento, Sophie deciderà di salvare Jan, sacrificando la piccola Eva. Ma pagherà la decisione presa per il resto della vita, tormentata dai sensi di colpa e dalla disperazione. Perché in fondo, anche se da un punto di vista razionale salvare una vita è meglio che non salvarne nessuna, da un punto di vista esistenziale ed etico esistono scelte che non si possono fare.

   Come nel caso della scelta impossibile tra salute e lavoro. A meno di non costringere la gente a difendere l’indifendibile: «Preferisco morire tra vent’anni di cancro, piuttosto che tra pochi mesi di fame», si sente oggi dichiarare da certi lavoratori dell’Ilva che hanno paura di perdere il proprio posto di lavoro. «Preferisco morire subito di fame, piuttosto che vedere i miei figli deperire e ammalarsi», rispondono alcuni ambientalisti locali.
In realtà, nel caso dell’Ilva è un grave errore insistere nel presentare il problema in termini di opposizione, se non addirittura di ricatto, tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Nonostante le apparenze, infatti, si è di fronte a quello che filosoficamente parlando si potrebbe definire un “falso dilemma”: si assolutizzano i valori chiave in gioco, ossia la salute e il lavoro, mostrando che l’uno si oppone inesorabilmente all’altro, e che l’unico modo per uscire dall’impasse è quello di sacrificarne uno dei due. È la tecnica argomentativa dell’aut-
aut.
Per concludere cinicamente che “tertium non datur”. Con tutti i drammi nessi e connessi. Come in fondo accade ogni qualvolta ci si trovi di fronte ad una scelta secca, impossibile, disumana. Eppure i progressi della tecnologia e l’esempio di molti altri paesi europei mostrano che non c’è alcun bisogno di contrapporre salute e lavoro.

   Anzi, il lavoro e la salute vanno di pari passo, come ha ribadito ieri il ministro dell’Ambiente Clini: non ha alcun senso opporre risanamento ambientale e produzione di acciaio perché è proprio grazie alla partecipazione attiva dell’Ilva che si potrà procedere al risanamento degli impianti.
Certo, la decisione del 10 agosto del gip di Taranto Patrizia Todisco di bloccare la produzione in attesa della bonifica sembra ancora una volta ribadire il fatto che, con l’Ilva, ci si trova di fronte proprio ad un dilemma. Non è un caso che le polemiche siano subito ripartite. Per il presidente dei Verdi e per Antonio di Pietro, ad esempio, i magistrati starebbero solo facendo il loro dovere difendendo il diritto alla salute.

   Per i difensori ad oltranza del-l’attività economica, la decisione del gip sarebbe invece la prova del fatto che l’Italia non offre alcuna chance allo sviluppo industriale, e che non sarebbe altro che un paese “antiquato e pittoresco”, per utilizzare, estrapolandoli, i termini del New York Times.
Ieri il governo ha ufficializzato il ricorso alla Consulta aprendo un conflitto con la magistratura pugliese. Ma quando il dibattito si polarizza in questo modo, è difficile trovare una soluzione, proprio perché tertium non datur.
Speriamo allora di uscire da questo “falso dilemma” e ritrovare la via della ragione, invece di cedere alle sirene della dialettica sofista. Non solo per salvare al tempo stesso il lavoro e la salute, ma anche per evitare che, in nome della salvaguardia dell’ambiente, sia proprio l’ambiente ad essere sacrificato.

   Chi può essere così ingenuo da pensare che un problema come quello del risanamento ambientale di zone già fortemente danneggiate possa essere preso in considerazione e risolto se l’Ilva cessa ogni attività?  È solo un esempio. Che non deve far perdere di vista la necessità di portare avanti un’attività e una produzione sostenibile. Ma talvolta la filosofia del senso comune permette, molto più dell’idealismo, di non cadere nella trappola dei falsi dilemmi che, quasi sempre, finiscono in tragedia. (Michela Marzano)

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COMPLICITA’ DA EVITARE

di Giovanni Valentini, da “la Repubblica” del 13/8/2012

   “Irreparabile”. Può avere anche ragione il ministro Corrado Passera a definire con un aggettivo così radicale il danno che deriverebbe dal blocco dell’Ilva di Taranto, la fabbrica dei veleni di cui la magistratura ha imposto il sequestro in nome della legge e della salute collettiva.

   Ma in questo caso il responsabile dello Sviluppo economico sbaglia a usare il condizionale: purtroppo, il danno irreparabile è stato già prodotto da tempo e sono i morti, i malati di tumore e di leucemia che hanno funestato finora un’intera città. Non è certamente una responsabilità che si può imputare al governo in carica.

   Le colpe, a livello nazionale, regionale e locale, risalgono indietro negli anni. E derivano da un modello di industrializzazione selvaggia che ha prodotto le cosiddette “cattedrali nel deserto”, compromettendo l’ambiente e le condizioni di vita in molte aree del Mezzogiorno d’Italia.

   Ma quale sviluppo è quello che inquina, avvelena e uccide centinaia di operai, insieme a tanti cittadini, uomini, donne e bambini, anche oltre i cancelli di una fabbrica? È lecito privilegiare il sacrosanto diritto al lavoro rispetto al fondamentale diritto alla sopravvivenza? E in una società che pretende di definirsi civile, si può ancora attuare il ricatto fra il salario e la salute, come dire o la borsa o la vita?

   L’inventario dei danni, secondo la perizia epidemiologica della Procura, assomiglia purtroppo a un bollettino di guerra: in 13 anni, 386 decessi attribuiti alle responsabilità dell’Ilva; 237 casi di tumore maligno, di cui 17 in età pediatrica; 247 eventi coronarici; 937 ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie, in gran parte tra i bambini. Nel frattempo, in un raggio di 20 chilometri, è stato necessario vietare l’agricoltura a causa dell’inquinamento; abbattere tremila capi di bestiame; chiudere decine e decine di masserie, licenziando 600 contadini.

   Di fronte a un disastro di tale portata, la magistratura non poteva regolarsi diversamente. Avrebbe commesso un’omissione d’atti d’ufficio. Ma nel corso degli anni quel reato l’ha commesso senz’altro sul piano morale la classe politica, a Roma, a Bari e a Taranto, che non ha visto o ha fatto finta di non vedere.

   E sarà bene che il governo dei tecnici, nell’apprezzabile tentativo di trovare una soluzione d’emergenza, oggi non se ne renda complice, andando allo scontro frontale con la magistratura. Ancor più inaccettabile è l’atteggiamento dell’azienda. Per un giudizio definitivo, bisognerà rimettersi ovviamente a una sentenza che accerti i fatti e le responsabilità. Ma intanto la minaccia di sospendere la produzione in tutti gli stabilimenti del gruppo è una sfida da respingere con fermezza.

   E a Taranto, in attesa degli interventi di bonifica e adeguamento ambientale, agli operai va garantita comunque la continuità salariale, se non altro a titolo di copertura retroattiva per i pericoli a cui sono stati inconsapevolmente sottoposti.

   Nell’assurda alternativa fra lavoro e salute, questo diventa dunque il paradigma di uno sviluppo sostenibile che deve rispettare innanzitutto la dignità della persona. Dalla Thyssen di Torino all’Ilva di Taranto, passando per le migliaia di industrie, cantieri e capannoni dove una crudele contabilità quotidiana continua a registrare le cosiddette “morti bianche”, non si può morire per lavorare o, viceversa, lavorare per morire.

   Cioè mettere a rischio la propria vita, e indirettamente quella dei propri figli, per guadagnarsi onestamente un posto o una paga. Se è vero – come dice la Cgil – che è possibile salvare lavoro e ambiente, e ancor più dell’ambiente la salute della collettività, allora è doveroso ricercare tutte le soluzioni praticabili per accelerare la messa in sicurezza dell’impianto, provvedere alle opere di bonifica e ripristinare al più presto le condizioni di sicurezza.

   L’ordine delle priorità è stabilito dal diritto naturale prima che dalle leggi o dai codici. E una sinistra autenticamente riformista, eco-democratica, impegnata nella difesa ambientale come “politica generale”, deve stare bene attenta a non confondersi su questo terreno con una destra interessata a salvaguardare innanzitutto il profitto e magari la speculazione. (Giovanni Valentini)

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LA CITTÀ FUTURA, SOSPESA TRA BAGNOLI E FRIBURGO

– Le proposte degli ambientalisti. Gli industriali: acciaio fondamentale –

di Grazia Longo, da “la Stampa” del 17/8/2012

TARANTO -Al bar, sul lungomare, nel centro storico, per non parlare poi della periferia (Tamburi, a ridosso della fabbrica, in testa): non c’è tarantino che non sia in qualche misura legato all’Ilva. O ci lavora, o ha un parente che ci ha lavorato, oppure ha un amico con la figlia malata di cancro. O ancora, ringrazia o maledice l’azienda siderurgica che in questa città di 200 mila abitanti crea occupazione per 20 mila persone.
La domanda s’impone inesorabilmente: Taranto può esistere senza l’Ilva? Le ciminiere blu che si intravedono sin dal Ponte girevole non sono poi così distanti da quelle dell’Eni o della Cementir, eppure nessuno qui ha dubbi sul loro ruolo simbolo.

   Di morte o di ricchezza. Di sviluppo o di arretratezza. Gli industriali parlano di una città «a vocazione industriale, iniziata 120 anni fa con l’Arsenale, con un’attività agricola morta e un turismo che non può diventare alternativa reale», mentre gli ambientalisti insistono «su una possibile riconversione attraverso la green economy, stile la tedesca Friburgo, e su un rilancio turistico».
Vincenzo Cesareo, presidente Confindustria della provincia, snocciola subito una serie di numeri, rilevati dalla Banca d’Italia, pilastro delle sue convinzioni: «La produzione Ilva rappresenta da sola il 75% del Pil della provincia di Taranto e il 20% dell’export dell’intera Puglia. Inevitabile quindi il ruolo prioritario di quella che è la più grande azienda siderurgica d’Europa.

   L’attività deve essere giustamente ecocompatibile, ma chi prospetta una Taranto senza l’Ilva sfiora l’utopia. Lo stesso porto assolve per l’80% una funzione di carattere industriale. Tutto ruota intorno all’acciaieria. Dei 20 mila dipendenti, la metà appartiene all’indotto».
Cifre che sbaragliano quelle delle altre società: all’Eni lavorano circa 1000 persone, quasi 400 alla Cementir del gruppo Caltagirone e 250 alla Vestas che realizza pale eoliche. «Ma Taranto fa i conti con l’industria da ben prima dell’insediamento Ilva, allora ancora Italsider, nel ‘61. La manutenzione delle navi, grazie all’Arsenale, è iniziata 120 anni fa ed è cresciuta sempre più.

   Vogliamo fare la fine di Bagnoli? La connotazione industriale è una risorsa, non una zavorra. L’importante, ovviamente, è il rispetto dell’ambiente e del diritto alla salute: traguardi possibili, a differenza di chi in questi giorni punta solo a ottenere audience magari per future candidature politiche».
Eppure l’ecologista Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, racconta un’altra verità. Basata «sulla necessità di dare una svolta alla città attraverso una riconversione industriale che guarda all’impatto ambientale». Il suo modello è Friburgo, in Germania.

   «Ci sono appena stato proprio per raccogliere spunti che possano diventare un modello: la green economy non cancella l’attività industriale, ma la trasforma. A Friburgo si sono creati 13 mila posti di lavoro grazie alla riconversione avvenuta, ad esempio, con stabilimenti per la realizzazione di pannelli solari fotovoltaici e tram elettrici. L’Ilva emana il 90,3% della diossina presente sull’intero territorio nazionale: non è un’opportunità ma un veicolo di morte».
L’altra faccia di una Taranto nuova, senza lo stabilimento siderurgico, è possibile anche con il potenziamento del turismo. Le vestigia della Magna Grecia, il bellissimo entroterra con le 100 masserie di Crispiano, il fascino della «Taranto vecchia», le vicine spiagge fino a Porto Cesareo, per l’ambientalista Marescotti costituiscono «il perno centrale attorno al quale può crescere l’attività turistica, finora ferma a causa dell’allarme Ilva».

   Per il presidente di Confindustria locale, invece, il limite al turismo è determinato «dal mancato utilizzo del vicinissimo aeroporto di Grottaglie». Cesareo, inoltre, legge i dati positivi a totale favore dell’Ilva: «Non solo per Goletta verde Marina di Ginosa, in provincia di Taranto è l’unica spiaggia pugliese a meritare la bandiera blu. L’imbarcazione ambientalista, nonostante l’inquinamento Ilva, non ha affatto bocciato il mare di Taranto». (Grazia Longo)

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L’AMBIENTALISMO È SCIENTIFICO

di Gianni Mattioli e Massimo Scalia, da “IL MANIFESTO” del 17/8/2012

   Sulla vicenda dell’Ilva vogliamo aggiungere qualche considerazione sul tema dell’ambientalismo, continuamente chiamato in causa in contrapposizione con il lavoro. Con solenni dichiarazioni sulla invasione di campo sulle politiche industriali operata dal magistrato.

   Così si costruisce per l’opinione pubblica un’immagine in cui, da una parte, c’è la difesa dell’occupazione e lo sforzo importante – in particolare nel tempo della crisi economica  – di preservare il ruolo dell’Italia nello scenario mondiale dell’acciaio; dall’altra, l’ambientalismo, sensibilità da anime belle: certo importante, se si pensa ai cambiamenti climatici, alla difesa del paesaggio e alle energie pulite, ma che non può aspirare al ruolo delle cose essenziali che fanno l’agenda. E, in ogni caso l’agenda non la fanno i giudici.

   A Taranto, ambientalismo è l’elenco delle attuali conseguenza sanitarie del funzionamento dell’Ilva: un elenco di vittime, in particolare di bambini, presentato dagli epidemiologi Terracini, Vigotti e Gianicolo a commento delle volenterose dichiarazioni con cui il ministro dell’ambiente Clini aveva fornito al Parlamento la sua interpretazione della perizia epidemiologica (in data 1° agosto) “a totale beneficio, economico e giudiziario, degli interessi attuali della società Ilva”.

   Ilva osservava le norme europee? Mancano sistemi di controllo adeguati. Ma “l’attività emissiva si è protratta dal 1995 ed è ancora in corso in tutta la sua nocività”, scrive il magistrato: e che doveva fare? Non doveva intervenire? Stupisce, semmai, il silenzio di tanti anni con il quale tutte le istituzioni, magistratura inclusa, hanno circondato una vicenda di gravi danni alla salute e all’ambiente, causati da un mix micidiale di arretratezza tecnologica, avidità e arroganza.

   Allora, il confronto non è tra diritto al lavoro e ambientalismo, ma tra incuria e morti. Come comprende bene Maurizio Landini dissociando la Fiomm dall’iniziativa di Cisl e Uil.

   Ora non spetta al giudice determinare le norme di salvaguardia. Ma vorremmo conoscere quale sia la correlazione tra dosi ed effetti sanitari, come avviene in tutti i settori produttivi. E il Paese potrebbe decidere, ma in modo trasparente, se questo carico sanitario se lo vuole assumere o no.

   Così avvenne negli Stati Uniti per il settore nucleare, quando nel 1978 le popolazioni decisero che quell’effetto delle radiazioni ionizzanti (in condizioni di routine) non lo volevano più pagare e non si piantò più nemmeno uno spillo. E ora ci si accinge a farlo anche altrove, vedi Germania.

   Sono strade aperte dall’ambientalismo fondamentalista? Noi, più semplicemente, parliamo di ambientalismo scientifico e di questo ci pare che ci sia bisogno, in particolare in Italia dove, lasciata la scuola, si scappa di fronte alle quattro operazioni elementari dell’aritmetica e si può rivendere qualsiasi fandonia, come la conciliazione tra salute dei cittadini e degli operai e cultura industriale dell’Ilva.

   Quale è il carico sanitario delle migliori tecnologie: quelle, per intenderci, presentate da Antonella De Palma su “il Manifesto” del 15 agosto? E chi pagherà la conversione degli impianti e la bonifica dell’esistente? Ed è davvero strategica questa conversione per continuare a produrre acciaio in Italia? Quanto dovranno metterci i Riva se vorranno mantenere la proprietà? E si dovrà tener conto della sinergia tra emissioni, ancorché limitate, della nuova fabbrica e situazione del territorio contaminato: potranno continuare a conviverci la fabbrica e i cittadini? E quali conseguenze – nella situazione attuale e nei diversi scenari – relative alla catena alimentare?

   Queste sono le domande che l’ambientalismo scientifico suggerisce. Un dibattito da fare in piena trasparenza e, forse, una manifestazione da fare a Roma, per dar voce a tutto l’ambientalismo sul nostro futuro.

   Per il quale futuro, va ringraziato proprio quell’ambientalismo “fondamentalista” e quei magistrati, sui quali pian piano diminuisco i fucilatori, man mano che si vede che la razionalità e il diritto stanno dalla loro parte.

   E d’altronde, sarebbe utile un ambientalismo che non conducesse le sue lotto con fermezza e una magistratura che svendesse, con la sua autonomia, la tutela dei cittadini? (Gianni Mattioli, Massimo Scalia)

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POLITICI, FUNZIONARI, MANAGER. INCHIESTA BIS CON 13 INDAGATI

di GUIDO RUOTOLO, da “la Stampa” del 17/8/2012

TARANTO – Tredici indagati, per concussione e corruzione. Politici, funzionari pubblici, dirigenti Ilva, il rampollo del patron Emilio, il «ragioniere» Fabio Riva. Gli uomini della Finanza l’hanno chiamata «environment sold out», ambiente svenduto.

   E rende l’idea di una città disperata, sotto ricatto permanente. Da un anno la procura di Franco Sebastio ha l’esplosiva informativa dal nucleo operativo della Guardia di Finanza di Taranto. Che solo in minima parte, con tantissimi omissis, è stata depositata al Riesame, che ha confermato il sequestro degli impianti Ilva.

   Sarà anche vero che l’Italsider pubblica era un «assumificio» per clientele e notabilati politici. Ma anche il privato, Emilio Riva, che ha preso l’acciaieria nel ’95, ha messo sotto tutela la città. L’ha comprata, corrotta, intimidita, blandita, come dimostra questa inchiesta con le sue chiarissime intercettazioni telefoniche e ambientali.

   L’uomo nero di questa storia è Girolamo Archinà, il potente pr, pubbliche relazioni Ilva, detronizzato dal presidente dell’Ilva Ferrante appena avuta lettura degli stralci di intercettazioni depositate al Riesame. C’è una storia, che può apparire banale, ordinaria per la sua dinamica.

   Un autogrill, le telecamere della sicurezza che riprendono i due uomini passeggiare, con uno che consegna all’altro una busta bianca. Storia ordinaria di corruzione. Solo che uno dei due è un professore universitario, un perito nominato dal pm Mariano Buccoliero, Lorenzo Liberti, e l’altro è il grande corruttore (che agisce su mandato della proprietà) Girolamo Archinà. Sono loro, anche perché riconosciuti da una dipendente dell’autogrill in questione.

   Liberti era uno dei periti che doveva accertare la provenienza delle diossine che avevano avvelenato capre e pecore. Il giorno prima di questa sequenza, Archinà chiamò il cassiere dell’Ilva, Francesco Cinieri, chiedendogli di preparare 10.000 euro («dieci per domani, se sono da cinquecento è meglio»). Ma i tagli utilizzati furono da 50 e 100 euro. «E’ tutto pronto… tra un’oretta c’è G. (l’autista, ndr) da te». «Ma devo portare la valigetta per ritirare la somma?». Cinieri: «La busta entra in tasca…».

   Grande Archinà, che non delega il lavoro sporco a qualche suo sottoposto. E’ lui che consegna le buste. Che ha rapporti con sindacalisti diventati politici, politici diventati uomini delle istituzioni, pubblici funzionari e persino prelati. Sempre nella logica di fare opere di bene. In cambio, però, di non far disturbare il manovratore.

   Ci voleva pure l’Aia, autorizzazione integrata ambientale, con tutte le prescrizioni e un inter burocratico di sette anni. «Per quanto riguarda la commissione Ipcc (la commissione delegata a fare l’istruttoria per l’Aia, ndr), si rileva che il Girolamo Archinà si è appositamente accordato con il dottor Palmisano, che è un funzionario della Regione Puglia incaricato di rappresentare l’ente nelle riunioni della conferenza dei servizi che si tengono presso il ministero dell’Ambiente, finalizzate a istruire la pratica per il rilascio dell’Aia.

   Dalle telefonate si rileva che l’intervento dell’Archinà verso il predetto Palmisano sia stato finalizzato a sensibilizzare quest’ultimo nel dare una mano all’Ilva. Emerge anche il tentativo di pilotare i lavori della commissione Ipcc a favore dell’Ilva, evidenza, questa, che ancora una volta dimostra la capacità di infiltrazione degli uomini dell’Ilva a tutti i livelli». Era l’inviato a L’Avana, Palmisano. Ufficialmente partecipava alle riunioni per conto della Regione, in realtà, sospettano gli uomini della Finanza, curava gli interessi dell’Ilva. Un doppiogiochista, insomma.

   «Il fatto che la commissione debba essere pilotata e che, comunque, sia stata in un certo modo in parte avvicinata, si rileva anche dalla seguente conversazione nella quale l’avvocato Perli di Milano (legale esterno dell’Ilva) aggiorna il ragionier Fabio Riva sui rapporti avuti con l’avvocato Luigi Pelaggi, che è capo dipartimento presso il ministero dell’Ambiente. Perli gli comunica che Pelaggi gli ha anche riferito che la commissione ha accettato il 90 per cento delle loro osservazioni e la visita riguarda il 10 per cento restante. Perli aggiunge che non avranno sorprese e comunque la visita della commissione in stabilimento va un po’ pilotata».

   Che presenza soffocante, l’Ilva a Taranto. Adesso il nuovo numero uno, Bruno Ferrante, promette di voltare pagina. Ma il passato rischia di tornare attualissimo. Sotto forma di un provvedimento dell’autorità giudiziaria. (Guido Ruotolo)

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DA MARGHERA ALLA SOLVAY: “QUASI 10.000 MORTI”

di Ferruccio Sansa da “il Fatto Quotidiano” del 14/8/2012

– Più informazioni su: ilva, malattie, Marghera, morti sul lavoro, petrolchimico, rigassificatori, sulcis, tumore, wwf

   Novemilanovecentosessantanove morti in sette anni. Uomini e donne, vecchi e bambini uccisi dall’inquinamento. Nessun terrorismo ambientalista, la stima viene dal dossier Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento). Uno studio realizzato anche dal ministero della Salute (è consultabile su www.epi.prev.it ). Si parla di oltre 1.200 decessi all’anno in più per tumori al sistema respiratorio, leucemie, malattie cardiovascolari.

   Stefano Leoni, presidente del Wwf Italia, avverte: “È la stima si riferisce solo a 44 dei 57 siti nazionali oggi sottoposti a bonifica. Ma soprattutto mancano decine di zone altamente inquinate non classificate come siti sottoposti a bonifica”.

   Valerio Gennaro, uno dei migliori epidemiologi italiani, aggiunge: “Chi conosce l’Italia sa che ci sono tante altre zone contaminate. Quei 57 siti sono poco, quasi nulla, rispetto al totale (l’Anpa negli anni ’90 parlò addirittura di 3.000 siti, ndr). Purtroppo per gran parte delle aree inquinate incredibilmente non esistono dati epidemiologici. Che sono persone. Morti che devono essere evitate”.

   Non c’è soltanto l’Ilva, dunque. Mentre la politica spesso taceva o si piegava davanti alla falsa alternativa salute-lavoro (che in tanti Paesi è stata superata, non in Italia), è intervenuta infine la magistratura, magari chiamata in causa da comitati di cittadini o associazioni. Il solo Wwf in un anno ha presentato 50 ricorsi al Tar e si è costituito parte civile in 63 processi per inquinamento ambientale. Parliamo, appunto, di centrali a carbone, poli petrolchimici, raffinerie, discariche, industrie chimiche e siti militari.

   Già, le centrali a carbone. C’è chi oggi parla di “carbone pulito”, ma secondo i dati scientifici (contenuti anche nei dossier Wwf consultabili online), “La migliore tecnologia a carbone presenta livelli di anidride solforosa superiori 140 volte rispetto a quelli emessi da un ciclo combinato a gas”. Eppure in Italia sono attive 13 centrali a carbone e mentre per alcune si prevede la riconversione, spuntano nuovi progetti (Saline Joniche in Calabria).

   Il record spetta alla Liguria, con ben tre impianti: a Vado Ligure (“Il Fatto” se n’è occupato nei giorni scorsi), poi, incredibilmente, sotto la Lanterna di Genova, cioè a due passi da quartieri dove vivono centinaia di migliaia di persone, quindi a La Spezia. Poi il colosso di Civitavecchia, per cui il sindaco Pietro Tidei ha promesso nei prossimi giorni novità, quindi Fiume Santo e Sulcis in Sardegna. E ancora: Brindisi Sud e Brindisi Nord in Puglia, Bastardo in Umbria, Marghera e Fusina in Veneto, Monfalcone in Friuli e Brescia in Lombardia.

   Tra i grandi malati da inquinamento ci sono le coste. Ai danni alla salute si aggiungono quelli all’ambiente e al turismo, la prima industria nazionale con il 15% del Pil. Come dire: meno denaro e lavoro. Ricorda sempre il Wwf che su 57 siti nazionali ben 28 sono di fronte al mare: “Lungo le coste soprattutto negli anni ’50 e ’60, si sono sviluppati petrolchimici, acciaierie e industrie manifatturiere, anche in prossimità di aree di pregio. Molte oggi sono dismesse, altre perdurano e pur cercando di trovare un sempre migliore punto di equilibrio tra le esigenze di produzione industriali e quelle di tutela… pagano il prezzo di localizzazioni infelici fatte senza nessuna valutazione o analisi ambientale”.

   Un elenco? Impossibile, sono troppe le ferite. Si può tentare qualche esempio, pur sapendo di fare torto a molti altri. I rigassificatori dovevano essere 4 o 5 secondo Berlusconi, ma rischiano di diventare 11: Augusta, Brindisi, Gioia Tauro, Livorno offshore, Porto Empedocle, Porto Recanati, Portovesme , Rosignano, Taranto, Trieste offshore, Trieste Zaule.

   Per non dire dei petrolchimici. Si parte dalla Sicilia (Gela e Priolo), poi Manfredonia, Brindisi, Monfalcone, Falconara. Località ormai note anche per le battaglie dei loro abitanti. Ma anche sconosciute, come Sannazzaro de’ Burgondi, in provincia di Pavia.

   Infine la chimica, un nome per tutti: Rosignano Solvay, con quelle spiagge bianche che magari fanno pensare ai Caraibi e invece sono un regalo dell’industria affacciata sul litorale toscano già martoriato dai porticcioli (vedi la vicina Cecina). E le bonifiche? “In Italia – ricorda Leoni del Wwf – quelle davvero avviate sono una manciata”. E di questo dobbiamo ringraziare le leggi: “Una norma del 2006 consente alle industrie di non bonificare.

   Allo Stato resta l’onere della prova sul legame produzione-inquinamento. Una probatio diabolica, quasi impossibile, che dà vita a interminabili contenziosi”. Anche se, sostiene Stefano Lenzi del Wwf, “le finanziarie prevedono lo stesso risorse per la bonifica delle aree private”. Valerio Gennaro conclude: “E pensare che bonifica e monitoraggio potrebbero dare tanto lavoro”. Già, dieci, cento Ilva. E gli effetti li vedranno anche le prossime generazioni.

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CASSON RICORDA MARGHERA: IL «PENTIMENTO» DEI SINDACATI

di Andrea Fabozzi, da “Il Manifesto” del 17/8/2012

   Senatore del partito democratico, Felice Casson è stato il pubblico ministero che ha indagato sulle morti nel petrolchimico di Marghera e sull’inquinamento ambientale causato dalla fabbrica. Dalle sue indagini il processo a 28 dirigenti della Montedison, cinque dei quali dopo una prima assoluzione sono stati condannati definitivamente per omicidio colposo. Prescritti tutti gli altri o morti, come il gran capo della chimica nazionale Eugenio Cefis che rifiutò sempre di farsi interrogare da Casson ma – in un’intervista al Gazzettino del 1972 – appena conquistata la Montedison, aveva chiarito: «Se interviene il pretore chiudo tutto e vado via».

   «Son passati quarant’anni – riflette Casson – ma Riva per l’Ilva fa ancora lo stesso discorso».

Mica solo Riva, senatore. Dal governo ai sindacati Fim e Uilm a molti partiti oggi è una corsa a dare addosso alla magistratura tarantina.

Distinguiamo, un conto è la critica nel merito, che è sempre lecita: io per esempio a Marghera non ho mai fatto alcun sequestro di impianti. Ma allora ci riferivamo a situazioni di pericolo precedenti, degli anni 60, 70 e 80. Se adesso invece a Taranto i magistrati ravvisano un pericolo attuale per i lavoratori e per la popolazione, sulla base delle perizie più accurate a disposizione, non possono che sequestrare. Altro conto è porre la questione in termini di scontro tra poteri.

È precisamente quello che ha intenzione di fare il governo con il ricorso alla Corte Costituzionale.

Una mossa esagerata e fuori luogo. Non la capisco. I rimedi sono altri. Il sequestro può trovare soluzione all’interno dei rapporti processuali. Il governo sbaglia a fare questo braccio di ferro. È pericoloso. È come se stesse dicendo che quando la magistratura dà fastidio allora è lecito provare a fermarla, anche se il suo operato è corretto e rispettoso delle leggi. Così si stravolge la divisione dei poteri.

La ritiene una forma di pressione sui giudici tarantini?

I magistrati seri non subiscono pressioni del genere. Però, certo, non tutti sono seri e nemmeno autonomi nella loro testa, vedremo cosa succederà.

Cosa dirà la Consulta quando, tra molti mesi, si pronuncerà sull’annunciato ricorso del governo?

Non posso prevederlo, di certo però dovrà prendere come riferimento l’articolo 32 della Costituzione che tutela il diritto alla salute e l’articolo 41 secondo comma che stabilisce che l’iniziativa privata «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza…». È precisamente il comma che Berlusconi e Tremonti volevano cancellare.

Ricorda un certo Corrado Clini all’Usl di Marghera negli anni Ottanta?

Lo ricordo sì, era medico del lavoro, non ha avuto alcun incrocio di nessun genere con il processo del petrolchimico. Che posso dire? Il ministro sicuramente conosce bene i problemi delle lavorazioni pericolose nelle fabbriche. Peraltro quella era una fase di crisi economica non molto diversa da quella attuale per l’impatto sui posti di lavoro in fabbrica.

Anche allora il sindacato non era precisamente amichevole con la magistratura.

Altroché. A Marghera quando l’operaio autodidatta Gabriele Bortolozzo fece le sue prime denunce dalle quali poi partì il processo per le morti in fabbrica, si trovò contro tutti i sindacati. Lo accusavano di essere nemico dei lavoratori e addirittura amico dei terroristi. Poi, molto più avanti, durante il processo, questo atteggiamento cambiò e alla fine – ma solo alla fine – ci siamo trovati tutti i sindacati schierati contro la Montedison, al punto che si costituirono parte civile assieme al governo e agli enti locali. Ma prima di Taranto bisogna ricordare anche quello che accadde a Priolo, quando la magistratura sequestrò un impianto Enichem sospettato di inquinare la falda acquifera: i sindacati sfilarono in prima fila contro i giudici.

A Taranto c’è il segretario generale dei metalmeccanici della Uil che chiede al governo una legge speciale per limitare i giudici.

Ecco, appunto. Iniziative come quella del ricorso alla Consulta aprono la porta alle più pericolose invasioni di campo. (Andrea Fabozzi)

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2 thoughts on “IL CASO ILVA a TARANTO: nel dilemma tra SALUTE e LAVORO, noi dobbiamo scegliere LA SALUTE – Ma, nella fortunata collocazione geografica mediterranea di Taranto, non è il caso di INDIVIDUARE SVILUPPI occupazionali e produttivi NUOVI, togliendo il monopolio alla OBSOLETA INDUSTRA PESANTE?

  1. mario lunedì 27 agosto 2012 / 11:20

    salve sono mario so solo questo;io ho lavorato in ilva per 38 anni (con aziende appaltatrici) mi e’stato negato persino dall’imps il riconoscimento per l’esposizione all’amianto mi ritrovo oggi con una pensione di anzianita’di merda di 1000euro e dobbiamo vivere 2 persone.lo so questa e’ un’altra storia italiana comunque il lavoro serve ed e’ l’unica risorsa dei poveri ,bisogna fronteggiarli nel modo piu’ civile e costruttivo .ora qui al rione tamburi il 90per cento della popolazione e’ operaia ed hanno pagato un prezzo salato per la loro residenza ai tamburi cioe’ con le malattie respiratorie.visto che adesso ringraziando chi ha smosso le acque mi domando perche’ non danno le case ai tamburrini in zona meno inquinate? visto che noi lavoratori abbiamo pagato per 40 anni un contributo mensile sulla busta paga di euro 35,00 possono prendere questi soldi che hanno fregato(rubati) e costruire delle case almeno coscientemente potranno salvare il salvabile e dare alla prossima discendenza una vita migliore senza brutte malattie.p.s.faccio presente che io abito a 150mt dal parco minerale da 60 anni che sono i miei anni .(ora sono affetto da cardiopatia ischemica-broncopatia asmatiforme-ed arteriopatia) e senza nessun riconoscimento.lunica mia colpa e’ aver lavorato 38 anni per la societa’(che bel ringraziamento sic……….) per chi e’ di competenza non per me ma fate atti umanitari per gli altri .ringrazio questo sito per avermi dato modo di esprimermi spero solo che saranno in molti a leggerlo (grazie.) fabiano. mario.

  2. sireo lunedì 3 dicembre 2012 / 15:17

    il caso ilva di taranto,risale a molti anni fa.con la presidenza di prodi all’iri,tra il 1989 e il 1993 .in quegli anni lo stabilimento di taranto,era uno dei più moderni in europa,però la produzione era molto bassa.prodi allora fece venire un gruppo di esperti giapponesi,per vedere quli fossero le cause e,cosa fare per portare la produzione a livelli competitivi.quello che nessuno ha il coraggio di dire,è che il buon prodi non si è interessato per niente dell’inquinamento che questa acciaieria produceva,al signor prodi interessava che questo impianto producesse di più,incurante delle emissioni nocive che emetteva nell’aria.gli uffici sanitari del comune,la magistrattura di allora,cosa faceva per denunciare questo sconcio?

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