LA PROMESSA DEL PRESIDENTE: “UN VENETO SENZA PIU’ NUOVO CEMENTO” – e tutto il NORDEST (Friuli, Trentino, Emilia, Veneto…) si chiede QUALE NUOVO SVILUPPO iniziare, dopo l’epoca della virtuosa manifattura ma anche dell’espansione urbana a macchia d’olio senza regole

cantiere in zona Pedemontana veneta (foto ripresa da “la Vita del Popolo.it”)

   «Nel Veneto si è costruito troppo, non possiamo continuare così. È necessario fermarsi. Questo vale per i capannoni industriali, ma a maggior ragione per le abitazioni. Il tema è quello dell’archeologia residenziale, ancora più strisciante dei fabbricati industriali. È assurdo continuare ad approvare nuove lottizzazioni urbanistiche, quando esistono già abbastanza case per tutti. Piuttosto, diamo valore al recupero dei volumi esistenti». Questa dichiarazione rilasciata dal governatore del Veneto Luca Zaia a un giornalista (Daniele Ferrazza) il 18 agosto scorso, ha suscitato una certa eco ed interesse fra tutti quelli che vedono l’ipersviluppo edilizio come l’elemento caratterizzante degli ultimi trent’anni; anni che hanno reso questa regione urbanizzata in modo caotico, confuso, diffuso, lungo le strade.

   In realtà lo sviluppo edilizio è fermo da più di due anni, e questo non per volontà politica di chi governa questa parte del Nordest, ma perché nessuno più compra case: né come propria abitazione (non ci sono i soldi e le banche concedono mutui solo se sicure del loro rientro), e neanche come elemento speculativo, di investimento, per chi i soldi ne ha molti ma non si fida più dell’investimento immobiliare.

   Nonostante pertanto la dichiarazione di intenti del governatore veneto sia del tutto inutile nella realtà attuale di crisi, essa potrebbe significare l’inizio di un’attenzione al territorio nuova, foriera questa sì di forme di sviluppo basate sulla conservazione e ripristino ambientale. Dal primato dello sviluppo edilizio, del mattone, a quello della valorizzazione del paesaggio (e della riconversione delle aree degradate).

   Scommessa non facile sostituire l’economia del “mattone” con quella del paesaggio: nuove forme di turismo diffuso, di investimenti nel recupero ambientale ed edilizio, nella messa a norma (sismica, della sicurezza elettrica, etc.) di edifici pubblici e privati… ebbene tutto questo richiede la capacità di “fare economia” trovando risorse (umane, intellettive, morali, finanziarie) che diano e creino ricchezza (anche monetaria). Un sistema di revisione della spesa pubblica e di risparmio generalizzato sui costi parassitari abnormi delle pubbliche amministrazioni (ricordate la nostra idea di mettere assieme i comuni, e ridurli negli apparati…?) potrebbe far sì che si trovino i soldi necessari per una politica di incentivazione e restauro ambientale. E di non aver più bisogno, da parte dei comuni, dei “maledetti” oneri di urbanizzazione per lottizzazioni e capannoni (ora da ridurre drasticamente).

foto tratta dal sito www.salviamoilpaesaggio.it

Ma come fare a impedire nuovo “cemento”? e i cosiddetti “diritti acquisiti” a costruire di privati? E i grandi centri commerciali che continuano a sorgere come funghi? E Veneto City già approvata? E il Quadrante di Tessera? ….

   Tutto questo richiede volontà politica chiara (speriamo che il governatore Zaia non ci deluda nei fatti…) e normative nuove da approvare al più presto (il Piano territoriale regionale di Coordinamento da approvare a breve è l’occasione giusta…). E bisogna fare una grande opera di persuasione; e far capire che non conviene nuovo cemento neanche a chi vanta diritti immobiliari acquisiti (trovare per loro soluzioni economiche più confacenti alla conservazione ambientale e lo stesso redditive)…. È pertanto necessario un lavoro capillare… una “rivoluzione culturale”, collaborare tutti abbandonando schematismi mentali e politici, riconoscendo fiducia e credibilità alle altre componenti sociali diverse dalla nostra (aprire così anche in questo campo l’ “epoca delle RIFORME”).

   Ma come fare (in Veneto) con i 581 comuni che ci sono, che ciascuno autonomamente vanta il governo dell’urbanistica nel proprio territorio? Troppo difficile coordinare 581 Piani Territoriali (i vecchi piani regolatori)… E’ per questo che noi insistiamo sulla razionalizzazione dei comuni (ma il discorso vale per qualsiasi altre regione d’Italia), sul creare città di almeno 60.000 abitanti arrivando così ad avere in Veneto non più di un’ottantina di realtà amministrative: 80 CITTA’ (al posto appunto di 581 comuni).

   Ma il problema di un nuovo assetto urbanistico, più razionale, più “bello a vedersi”, è legato anche alla risoluzione dello stato di abbandono che certi territori ora (in Veneto) vengono ad avere. Ad esempio pensiamo alla montagna e la mezza montagna, dove i cali agricoli (e di negativa assenza umana del territorio) più pronunciati sono collegati soprattutto all’abbandono nelle zone di montagna del prato-pascolo: dei 45 mila ettari andati perduti, ben 33 mila sono riferiti a questo abbandono. Mentre nelle altre aree rurali la superficie agricola è stata mantenuta dalle stesse aziende (ora l’agricoltura che va è solo quella ad alto reddito, come quella vitivinicola, o a certe forme ortofrutticole, o lattiero-casearie: tutto il resto è nel degrado). Insomma l’investimento sul paesaggio, sulle attività umane a tutela dell’ambiente, degli animali, delle risorse naturali (come l’acqua, l’asseto idrogeologico..) richiede la necessità di ritornare a presidiare, abitare, luoghi ora lasciati “a sé stessi”: come appunto è in Veneto la mezza montagna (cioè i territori tra la pianura iper-abitata e la montagna solo “turistica”).

   Per dire che, partendo dalla fine dell’espansione del mattone annunciata da Zaia in Veneto, ce n’è tanto di lavoro “altro” da fare, non senza metterci entusiasmo e sinergie positive: di culture, professioni e umanità ciascuna peculiare che si incontra con le altre. (sm)

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«BASTA CASE, PREPARO LO STOP AL MATTONE»

– Il governatore Zaia propone una legge sul modello della Svizzera. Raccolte in un libro le riflessioni su ambiente e territorio –

di DANIELE FERRAZZA, da “il Mattino di Padova” del 19/8/2012

SAN VENDEMIANO. «Nel Veneto si è costruito troppo, non possiamo continuare così. È necessario fermarsi. Questo vale per i capannoni industriali, ma a maggior ragione per le abitazioni. Il tema è quello dell’archeologia residenziale, ancora più strisciante dei fabbricati industriali. È assurdo continuare ad approvare nuove lottizzazioni urbanistiche, quando esistono già abbastanza case per tutti. Piuttosto, diamo valore al recupero dei volumi esistenti».

A parlare non è il leader degli ambientalisti ma il Presidente della Regione, Luca Zaia, circondato dal verde della sua nuova casa, un fabbricato rurale ristrutturato a San Vendemiano, sullo sfondo il canto di un gallo, nonostante il pomeriggio inoltrato.

A ottobre uscirà un suo nuovo libro, riflessioni amministrative con quel taglio «no global», che da Ministro dell’Agricoltura lo rese simpatico anche ai più tenaci ecologisti. «Si cita molto De Gasperi – aggiunge Zaia –: il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni. È mia opinione personale, ma mi chiedo: fatti salvi i diritti acquisiti, non è il caso di dire basta a nuove edificazioni? Sì, penso a una moratoria in piena regola. Basta con le nuove lottizzazioni residenziali, orribili condomini che nascondono spesso mere speculazioni immobiliari. Oggi non c’è bisogno di nuove case, ma di recuperare le vecchie case di una volta. È un tema da lanciare con serenità, un dibattito al quale tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo: dal consiglio regionale alle associazioni. Ma sono convinto che molti veneti siano assolutamente d’accordo. Non possiamo continuare a sfigurare il paesaggio, consumare territorio, offrire speculazioni che oggi, tra l’altro, non hanno più mercato. E provocano un danno ancora più grave. Il patrimonio edilizio esistente, a fronte di nuove costruzioni, si svaluta e perde valore».

Tutta colpa dei sindaci?

«I Comuni sono l’anello debole e le vittime di questo sistema che non funziona. Sono stati costretti a concedere cubature perché a corto di risorse per finanziare le opere pubbliche, ma così non si può continuare».

Come può essere tradotta in legge questa proposta?

«La Svizzera si è dotata da tempo di una legge di questo tipo, per questo le case costano molto. Guardiamo a cosa si è fatto altrove».

E una legge per rottamare i capannoni vuoti?

«Basta sfogliare i bollettini delle aste: quanti capannoni dismessi vanno all’asta e le aste deserte? Che destino avranno queste cubature? Se fossi un sindaco vincolerei ogni nuova concessione a un preciso piano industriale: vuoi costruire un nuovo capannone? Spiegami per farci cosa, per quanto tempo, con quante persone. È vero, la terra è tua. Ma l’ambiente è un patrimonio della comunità».

Non trova un’aperta contraddizione con il suo sì incondizionato alla torre Cardin di Marghera?

«Mi assumo tutta la responsabilità di quel progetto, ne ho parlato a lungo con Pierre Cardin, che non è un palazzinaro. È una straordinaria opportunità per il Veneto, soprattutto perché dà il via e farà da leva alle bonifiche di Porto Marghera. No, non vedo contraddizione».

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NEL VENETO PADOVA E TREVISO LE PROVINCE PIÙ CEMENTIFICATE

(da “il Mattino di PD del 19/8/2012) – Padova, con il 23 per cento della superficie, e Treviso con il 19% sono nella classifica delle dieci province più cementificate d’Italia.

   Secondo l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale (http://www.isprambiente.it/it ), ogni giorno in Italia vengono impermeabilizzati 100 ettari di terreni naturali, 10 metri quadri al secondo. In un anno viene impermeabilizzata un’area equivalente al doppio di quella occupata dalla città di Milano. Dagli anni ’50 del secolo scorso ad oggi è stata cementificata una superficie pari alla Calabria (1,5 milioni di ettari, ISPRA, 2010). Tra sessant’anni, al tasso di cementificazione attuale, si aggiungerà una superficie corrispondente a quella del Veneto.

    Secondo LUCAS – Land/use cover frame survey – il progetto dell’Unione Europea che si occupa di monitorare la copertura e l’utilizzo del suolo, il 7,3 % del territorio italiano è costituito da superfici artificiali con una percentuale superiore nell’Italia del nord.

   L’ISTAT, nel Rapporto annuale 2012, mostra che le superfici edificate coprono il 6,7% del territorio nazionale.

   La Pianura padana, ovvero l’area agricola più vasta e produttiva della penisola italiana, ha una percentuale media di superfici edificate pari al 16,4% del territorio (calcolato su base comunale tra i Comuni appartenenti al bacino idrografico del fiume Po) con i picchi maggiori tra i Comuni di Lombardia e Veneto (ISTAT, 2012).

   Tra le dieci province più cementificate d’Italia Monza e Brianza (54%), Napoli (43%), Milano (37%), Varese (29%), Trieste (28%), Padova (23%), Roma (20%), Treviso (19%), Como (19%) e Prato (18%).

   L’Istat ha, infatti, rilevato che tra il 2001 e il 2011 la Regione con il maggior tasso di incremento di suolo artificializzato è la Basilicata (19%) seguita dal Molise (17%) e dalla Puglia (13%). Su scala provinciale, invece, la più attiva è Matera (29%) seguita da Foggia (28%).

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STOP AL CEMENTO, CORO DI SÌ ALLA PROPOSTA DI ZAIA

– Dalle associazioni dell’economia l’avallo più convinto alla “svolta verde” del governatore – Federalberghi: «Discutiamone» – I comitati anti-Pedemontana: «Non farà quel che dice» –

di DANIELE FERRAZZA, da “la Tribuna di Treviso” del 21/8/2012

VENEZIA. «Basta case, basta cemento». La svolta del governatore Luca Zaia, consegnata domenica in un’intervista al nostro giornale, non cade nel vuoto. Anzi. Ma adesso tutti vogliono «vedere» le carte: un po’ perché più nessuno si fida dei politici, un po’ perché Zaia ha fama di bravissimo annunciatore.

   «Prendo per buono l’impegno del presidente di Regione – ammette Marco Michielli, presidente di Confturismo Veneto –. Al netto delle polemiche politiche, al netto del fatto che se ne sia accorto tardi, al netto di eventuali secondi fini, siamo pronti a discuterne. Dobbiamo cominciare a fare un uso più intelligente del territorio, impedire gli sgorbi che abbiamo fatto con i Piruea, premiare chi restituisce terreni all’agricoltura e chi costruisce bene sostituendo le cubature esistenti. Noi diciamo a Zaia: siam qui, pronti a discuterne, senza paraocchi. Faccia una proposta concreta e noi ci saremo».

   Anche l’associazione dei costruttori si dichiara d’accordo con lo stop al cemento: «Il presidente dice ciò che noi andiamo dicendo da tempo – aggiunge Luigi Schiavo, presidente di Ance Veneto –. Siamo d’accordo con una moratoria che porti alla riconversione delle aree degradate e alla sostituzione delle cubature. Zaia non ha tutti i torti quando dice che i Comuni hanno usato i piani regolatori, purtroppo, anche per fare cassa. Ma adesso questa logica è finita e bisogna davvero ripensare al territorio in maniera completamente diversa, anche per ragioni meramente economiche. Ci sono certi insediamenti residenziali ed industriali che non hanno davvero più mercato».

   Ma la conferma più pesante alle parole di Luca Zaia arriva dal vicepresidente della giunta regionale, Marino Zorzato, considerato – a torto o a ragione, anche perchè assessore all’urbanistica – il più sensibile alle tesi del partito del mattone nel Veneto. «Il tema lanciato da Zaia esiste, il problema è come tradurlo in norma senza ledere a diritti acquisiti ed esporsi a spiacevoli contraccolpi. Bisogna ammettere che esiste un eccesso di patrimonio edilizio, frutto anche della facile finanziabilità degli scorsi anni. Adesso, complice la crisi, siamo passati all’estremo opposto. In qualche maniera bisogna uscirne».

   Zorzato ammette di averne parlato, tempo fa, con il presidente e di essere da tempo alla ricerca di uno strumento normativo che possa reggere il colpo: «Perché, è inutile nasconderlo – aggiunge il vicepresidente – ma questa nuova filosofia sposta interessi e la cosa va tenuta insieme, dobbiamo impedire contraccolpi. La sfida è come ri-pianificare il Veneto, passando dal primato dello sviluppo al primato del paesaggio, con una nuova attenzione al territorio. Abbiamo un anno decisivo davanti, con il riordino delle Province e delle competenze, anche in materia urbanistica. Stiamo studiando, immaginando dei percorsi e dei metodi possibili. Non ci sono esempi analoghi in Italia, siamo disposti anche a fare da laboratorio di una nuova filosofia. Personalmente, ritengo che è meglio un piano in più piuttosto che un lotto in più. Poi leggo cose che, invece, non stanno né in cielo né in terra: come il sindaco di Padova che cita, a sproposito, il piano casa. Quarantamila pratiche di ampliamento hanno consentito di muovere l’economia ma anche di risparmiare altrettanti lotti, perché usati per ampliare fabbricati esistenti».

   Quanto ai tempi del nuovo Piano territoriale di coordinamento, Zorzato è ottimista: «Credo che entro l’anno si possa arrivare all’adozione in giunta regionale».

   Chi non crede assolutamente alle parole del governatore è invece Elvio Gatto, portavoce dei comitati contro la Superstrada Pedemontana: «Zaia fa il paladino dell’ambiente e poi fa l’esatto contrario. Cos’ha in serbo dopo questa uscita ferragostana? Zaia è quello che, cinque giorni dopo aver parlato di difesa del paesaggio, è andato a inaugurare i lavori della Pedemontana, che è un regalo ai cavatori».

   «Dov’è stato in tutti questi anni il presidente Zaia?–accusa Luigi Calesso, dell’associazione Un’altra Treviso – : ha governato la Provincia di Treviso e la Regione Veneto senza dare mai alcun segno di aver compreso come fosse chiarissimo che la cementificazione del territorio poteva e doveva cessare. Già questo mette in serissima crisi la credibilità della “conversione” del presidente Zaia, che propone di bloccare quei settori dove c’è scarso interesse in cambio del via libera a quelli che suscitano maggiori appetiti». Calesso teme che gli speculatori, d’ora in poi, concentrino i loro appetiti sul «miele». Che in questo momento porta i nomi di Veneto City, Ikea a Verona e Casale, polo industriale di Barcon, Quadrante Tessera, autodromo di Vigasio (Verona).

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ALLO STOP AL MATTONE DI ZAIA SERVONO DECISIONI URGENTI

di Emilio Viafora, Segretario Cgil del Veneto, da “la Tribuna di Treviso”  del 26/8/2012

   Fa piacere che il Presidente Zaia riconosca oggi la necessità di porre limiti alle nuove costruzioni per puntare alla riqualificazione e al recupero dell’esistente, già sovrabbondante rispetto alla domanda abitativa e alle stesse proiezioni di crescita demografica per i prossimi anni. È auspicabile che questa sensibilità non riguardi il solo segmento residenziale ma l’intero comparto edilizio, capannoni e strutture commerciali comprese. (….)

    Il terremoto del maggio scorso che ci ha così profondamente colpiti ha evidenziato la particolare pericolosità degli eventi sismici nella pianura padana a causa della consistenza del suolo la cui “cedevolezza” è messa ulteriormente a dura prova dal peso delle costruzioni, soprattutto nell’area orientale. Le alluvioni dell’anno prima avevano del resto già evidenziato la grande fragilità del territorio veneto, stressato dall’eccessiva cementificazione che ogni anno comporta un consumo di suolo superiore ai 1.000 ettari e che viene ulteriormente alimentata dalla forte diffusione degli insediamenti nelle campagne.

   Per avere un’idea di cosa significhi, basti pensare che mentre nelle città la quantità di superficie urbanizzata per ogni abitante è di 219 metri quadri, nel centro veneto occorrono 546 metri quadri per abitante che diventano 612 nelle aree di transizione verso le zone più marginali. A conti fatti, per il solo effetto della dispersione si è avuta una maggiore edificazione di 874 chilometri quadrati, pari al 13% della superficie agricola coltivabile, che non si sarebbe verificata se gli stessi insediamenti si fossero concentrati nelle aree già urbanizzate.

   E mentre la regione è disseminata di micro zone industriali (per una media di 10 aree produttive per comune), i capannoni edificati ogni anno sono passati dai 10 milioni di metri cubi degli anni ‘80 ai 25 milioni di metri cubi degli anni 2000 con l’impennata (nel 2002) dei 38 milioni di metri cubi di capannoni costruiti sulla spinta della Tremonti bis e rimasti in gran parte vuoti.

   Un andamento analogo vi è stato per le abitazioni, il cui numero nei primi 10 anni del 2000 ha visto ogni tre anni crescere il volume edificato di una quota pari al 15% di tutto il patrimonio abitativo esistente. È evidente che questo trend va fermato assumendo l’obiettivo “zero consumo di territorio” e adottando politiche di selezione e di riorganizzazione territoriale.

   L’inversione di tendenza deve però partire da subito, con la necessaria coerenza e senza le ambiguità che abbiamo registrato a proposito delle autorizzazioni di alcuni grandi insediamenti, come nel caso di Veneto City o dell’Ikea.

   Misureremo le reali intenzioni della Giunta regionale in sede di verifica delle politiche per la crescita e lo sviluppo che dovremo avviare già nelle prossime settimane, atteso che il cosiddetto Patto per lo Sviluppo non ha prodotto risultati e va completamente rivisitato. (Emilio Viafora Segretario Cgil del Veneto)

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LA LOTTA AL CEMENTO NON RESTI UNA BATTUTA ESTIVA

di Massimo Zanon, Presidente Confcommercio Veneto, da “la Tribuna di Treviso” del 26/8/2012

   Che non resti solo una battuta estiva. È una speranza e, insieme, un’esortazione a Lei, Governatore del Veneto, a proseguire sulla strada aperta contro la cementificazione. Se le parole sono importanti, quelle che Le abbiamo sentito pronunciare contro lo sfregio del paesaggio e il consumo del territorio per noi sono come un macigno, una promessa solenne. (…..)

   Ci preoccupano, ad esempio, quelle aree lungo le strade nuove, che possono generare nuovi appetiti e sulle quali molto probabilmente qualcuno ha già messo gli occhi. Immagino, mi auguro, che per arrivare ai risultati che auspica abbia in animo di porre subito mano alla legge urbanistica, alla 11 del 2004, che solo perché c’è la crisi non ha ancora prodotto tutti quegli effetti che anche Lei teme.

   Lo so, i posti di lavoro sono importanti, ma quelli legati all’edilizia non andrebbero persi, se anche fossero impegnati nel restauro e nella ristrutturazione del patrimonio esistente: si andrebbe verso quel recupero dei centri storici che sollecitiamo e che è negli intenti della nuova legge regionale sul commercio.

   Non deve più esistere che si consenta a un sindaco bisognoso di oneri di costruzione o in cerca di consensi di rilasciare permessi come se piovesse: è tempo di cominciare a pensare in un’ottica globale del territorio, con la Regione a fare da regia e a porre paletti invalicabili. (Massimo Zanon, Presidente Confcommercio Veneto)

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AGRICOLTURA, IN DIECI ANNI CHIUSA UN’AZIENDA SU TRE

– Hanno abbandonato le imprese più piccole, specialmente quelle in montagna – Le attività rimaste sono più competitive: al top vite, ortofrutta e lattiero-caseario –

da “IL MATTINO DI PADOVA” del 18/8/2012

   Meno aziende, maggiore estensione. La tendenza che emerge dai dati definitivi del censimento agricolo 2010, è nitida: il sistema agricolo veneto è diventato più competitivo e al tempo stesso più specializzato. Il numero delle aziende agricole e zootecniche è calato del 32,4 per cento a 119.384 imprese: un’azienda su tre ha gettato la spugna.

   Un processo identico ha interessato l’Italia, che a fine periodo conta su 1.620.884 aziende, con una diminuzione percentuale identica. Decennio dopo decennio è confermata anche la tendenza alla concentrazione dei terreni e degli allevamenti, senza che questo abbia influito sulla superficie agricola utilizzata, che si è ridotta del 4,6% a livello veneto e del 2,5 sul piano nazionale.

   «Il quadro è quello di un settore che mantiene una forte caratterizzazione ma è tutt’altro che immutabile», chiosa l’assessore veneto all’agricoltura Franco Manzato. Sul tavolo ci sono i dati definitivi del censimento agricolo 2010, elaborati dalla Direzione sistema statistico regionale.

   In dieci anni è cresciuta sensibilmente la superficie media aziendale, che ora si attesta a 6,8 ettari: oltre un ettaro in meno rispetto al dato nazionale, ma abbondantemente al di sotto dell’andamento nelle altre regioni del Nord (Lombardia oltre 18 ettari, Piemonte oltre 15, Emilia Romagna al di sopra dei 14 e Friuli Venezia Giulia quasi 15 ettari).

   «Che da noi aumenti la dimensione aziendale è un fatto positivo – spiega ancora Manzato – certo l’accrescimento di questo parametro va valutato in relazione alle specializzazioni colturali. Da noi sono forti la viticoltura, il settore ortofrutticolo e il lattiero caseario: le dimensioni delle aziende in relazione a questo tipo di vocazioni sono già apprezzabili».

   Complessivamente si può valutare in circa 103 mila ettari la superficie agricola persa nell’ultimo trentennio. Ad accusare il calo più consistente sono state le piccole e piccolissime aziende. Il calo si fa sempre più contenuto via via che si sale di categoria di superficie agricola, fino ad arrivare alle aziende da 20 a 30 ettari di superficie agricola utilizzata le quali registrano una crescita del 7,1% e addirittura quelle dfra 50 e 100 ettari che aumentano di un terzo.

   «È evidente – spiega dal canto suo la Coldiretti Veneto – che i cali più pronunciati sono collegati soprattutto all’abbandono nelle zone di montagna del prato-pascolo: dei 45 mila ettari andati perduti, ben 33 mila sono riferiti a questa tipologia. Mentre nelle altre aree rurali la superficie agricola è stata mantenuta dalle stesse aziende, nonostante le notevoli pressioni determinate dallo sviluppo infrastrutturale, commerciale e residenziale».

   Una trasformazione all’insegna dell’efficienza e del mercato che dunque inasprisce il problema del presidio del territorio montano. Anche perché il ricambio generazionale fra i capi azienda procede senza accelerazioni: oltre la metà ha oltre 60 anni e solo il 7,2% meno di 40, mentre la quota dei laureati ad indirizzo agrario è dell’1 per cento.

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ADDIO VENETO ALLA CATALANA: CRISI DEL MITO FEDERALISTA

– Fine di un modello per il Nordest – De Poli: «Ora badiamo ad aggiustare la spesa» – Ma Zaia, Cacciari e Galan non cambiano idea: «Solo l’autonomia potrà salvarci» –

di ENRICO PUCCI, da “il Mattino di Padova” del 26/7/2012

PADOVA. Cade anche la Catalogna. Se annega nei debiti persino la regione spagnola indicata per anni nel Nordest come il modello di autonomia perfetta, allora vuol proprio dire che per il federalismo tira una brutta aria.

   Non ci sta Massimo Cacciari: «Che c’entra il federalismo con la crisi della Spagna? Il federalismo è più vivo che mai. Anzi, senza federalismo non ne usciamo. Questo Paese affonda sotto il peso delle enormi sperequazioni fra la ricchezza prodotta al Nord e il conto salatissimo da pagare a uno Stato che ritorna pochissimo. Ecco perché è più che mai l’ora di riprendere il cammino verso un vero federalismo responsabile». L’ex sindaco di Venezia, propugnatore negli anni Novanta del “partito catalano”, concede semmai che nemmeno quello spagnolo era un modello perfetto: «Lo era per la quantità dei poteri detenuti, a differenza delle nostre regioni. Ma anche Barcellona paga il conto delle sperequazioni e del deficit accumulato».

   Non cambia idea neppure Luca Zaia. «Io la Catalunya la conosco molto bene, ci vado sette-otto volte l’anno – premette il presidente della regione Veneto – e insieme alla Baviera per noi resta un modello». E allora come si spiega il crac? «Colpa della bolla immobiliare – risponde pronto il governatore. Là, dopo il primo piano strategico di Francesco Santacana per le Olimpiadi, hanno cominciato a costruire dappertutto. Palazzinari. E Zapatero ha massacrato le autonomie. Ammetto – conclude Zaia – che i catalani hanno spinto più sul fattore identitario (la lingua, la cultura) che su quello fiscale. Ecco, la Baviera da questo punto di vista è più avanti e anche noi veneti, se avessimo gli strumenti della Catalogna abbinati alla ricchezza del tessuto produttivo che ci caratterizza, saremmo una locomotiva».

   Zaia adesso parla di federalismo solo nel senso di «passaggio dalla spesa storica ai costi standard: sarebbe già una rivoluzione». Altrimenti? «Altrimenti siamo spacciati e la secessione c’è già ed è strisciante: è quella delle nostre aziende che, strozzate da costi insostenibili, stanno emigrando all’estero». Infine un’autocritica: «Diciamo pure che in Italia non è cambiato granché con i governi che si sono alternati, centrosinistra, Pdl o Lega. Magari non per colpa nostra, ma è andata così».

   Dal punto di vista normativo, il federalismo in Italia non è bloccato, ma è inevitabile che con la crisi internazionale esplosa nel 2008, delle battute d’arresto sul percorso avviato con la legge delega (la 42/2009) ci siano state. L’Imu ne costituisce l’esempio più eclatante. Concepita come tassa sulla casa, da lasciare tutta quanta ai Comuni, in realtà è stata destinata per la metà alle casse centrali. Il federalismo demaniale è rimasto bloccato, mancano i livelli essenziali delle prestazioni e dell’assistenza (ad esempio: quanti asili nido ci debbono essere ogni tot abitanti). Sui i costi standard (il tetto di spesa pubblica per ogni funzione esercitata da Regioni e Comuni) il processo è stato appena avviato.

   «Prima di partire dal tetto, leggi federalismo, meglio sistemare le fondamenta – dice Antonio De Poli, capo della segreteria politica dell’Udc -: giuste le autonomie ma ora concentriamoci sul riordino dello Stato. Via le Province, accorpiamo i Comuni. E controlliamo la spesa».

   «Certo che è un brutto periodo – annuisce Marco Stradiotto, senatore veneziano del Pd -, questa Imu non è certo federalismo. Il che non significa che non sia ancora valido il modello. In Spagna permaneva un meccanismo di finanza derivata e di compartecipazione, che ha mostrato tutti i suoi limiti. E poi ricordo che Prodi ce l’aveva detto, anni fa: state attenti che il boom spagnolo è pompato dalla speculazione edilizia. Costruire case, realizzare infrastrutture non servirebbe neanche qui in Veneto, se non avessimo le nostre aziende che producono ricchezza».

   Scusateci, avevamo sbagliato sulla Catalogna? «Manco per idea, scusate avevamo ragione – sbotta Giancarlo Galan, da sempre un altro dei fautori del “Veneto alla catalana” -: un sistema federale autentico mette in conto la crisi e anche il default di una regione. Vedi gli Usa, dove gli Stati si fanno una concorrenza spietata. In Italia, se avessimo fatto il federalismo, la Sicilia e la Calabria sarebbero già fallite mentre state sicuri che nel mio Veneto si sarebbero pagate meno tasse e avremmo reso servizi meglio che la Svizzera».

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VENETO IN CIFRE

(da “il Sole 24ore” del 7/3/2012)

Un’analisi impietosa della situazione industriale ma crescita del turismo e punto di forza nell’export. Questa è la descrizione del Veneto emersa dal rapporto sulla regione de Il Sole 24 Ore. Nel dettaglio economia, export e occupazione.

Aldo Bonomi apre il rapporto ricordando come nel secolo scorso il Veneto sia stato “l’epicentro della questione settentrionale” e “regione locomotiva d’Italia”. Oggi, invece, descrive il Veneto come una regione alla ricerca di una nuova identità e trainata da nuove fenomenologie produttive e sociali, esterne e interne: l’affermarsi delle medie imprese internazionalizzate, flussi di migrazioni interni ed esterni che mutano la composizione demografica dei territori, un capitalismo delle reti fatto di grandi corridoi infrastrutturali e grandi banche.

Export

Secondo Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto, l‘export rappresenta una cartina di tornasole ed è l’esempio di come per quanto gli imprenditori si siano dati da fare per uscire dalla crisi in atto.
Le esportazioni sono state pari a 37,5 miliardi tra gennaio e settembre 2011, in crescita del 12,4% sullo stesso periodo del 2010. Poi è arrivata la brusca frenata del quarto trimestre: +1,4% le vendite Ue, +2,1% della extra-Ue. Troppo poco per sostenere il manifatturiero veneto che ora si lancia alla conquista di nuovi mercati: Cina, Centro America, Sud America e Africa.

I più esposti al cambiamento sono, necessariamente, quelli che esportano di più: meccanica, moda, mobili, gioielli, articoli sportivi e metallurgia.

Occupazione

Sergio Rosato, direttore Veneto Lavoro, sottolinea come “il sistema produttivo, in particolare l’industria, stia distruggendo posti di lavoro che non si ricreano nel territorio né come lavoro indipendente. Le imprese di tutti i comparti sono tornate a non confermare contratti a tempo determinato e interinali. Si sta creando una sacca di disoccupazione strutturale“. Tuttavia aggiunge che nonostante il tasso di disoccupazione si aggiri intorno al 10%, si parla sempre di cifre inferiori alla Germania e alla Francia. Il tasso di giovani in cerca di occupazione è al di sotto del 20%.

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VENETO: L’EXPORT A CACCIA DEI MERCATI PERDUTI

di Vincenzo del Giudice e Barbara Ganz, da “il Sole 24ore” del 7/3/2012

   «La nostra regione ha registrato un buonissimo andamento dell’export fino al terzo trimestre 2011, salvo poi rallentare. Il mercato italiano rimane fermo. L’export per noi rappresenta una cartina di tornasole: è l’esempio di come per quanto gli imprenditori veneti si siano dati da fare, rimboccandosi le maniche per uscire o almeno attenuare gli effetti della crisi in atto, tutto ciò non basti: perché il mercato interno non risponde. Infatti, la congiuntura dell’ultima parte dell’anno ha registrato una battuta di arresto».

Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto, fa un’analisi impietosa della situazione industriale della regione, ma sottolinea con forza come i principali problemi restino due: gli investimenti per la crescita e il credito alle imprese. Intanto, però, mentre anche il commercio nel quarto trimestre del 2011 ha evidenziato un calo del 4,2 nelle vendite al dettaglio, il Veneto fa sempre più leva sul turismo: nel 2011 ha visto una crescita del 4,2% nelle presenze e dell’8,1 negli arrivi. «L’ultimo dato che fece gridare al boom – ricorda Tomat – risale al 2007, battuto dal 2011 che ha visto arrivare fra Laguna e città d’arte 63,5 milioni di persone, quasi 2 milioni in più del 2007». E spiccano, in questo successo, i 21 charter settimanali dalla Russia allo scalo di Verona (destinazione finale: le Dolomiti). «Continuiamo ad attraversare – aggiunge Tomat – le difficoltà che si manifestano da tempo nell’industria italiana, perché la nostra regione vive in un sistema Paese. È perciò necessario che il governo si renda conto che le risorse, quelle che ci sono, vanno riallocate tagliando magari a settori improduttivi, penso ai 30mila militari; rispetto al credito – sottolinea Tomat – le imprese pagano interessi fra il 4 e l’8% e le banche non possono farsi finanziare dalla Bce e poi non prestare soldi agli imprenditori».

   La regione, che ha visto tanti, molti imprenditori arrivare al gesto estremo della disperazione, ha tuttavia i numeri e le potenzialità per uscirne. Infatti, il Pil del Veneto nel 2010 ha raggiunto i 117 miliardi circa nel 2011 (ultime stime di Unioncamere Veneto) con un aumento sul 2010 tra lo 0,5 e lo 0,7% per cento. Le esportazioni sono state pari a 37,5 miliardi tra gennaio e settembre 2011, in crescita del 12,4% sullo stesso periodo del 2010. Poi, è arrivata la brusca frenata del quarto trimestre: +1,4% le vendite Ue, +2,1% quelle extra-Ue (secondo l’indagine congiunturale Confindustria Veneto): troppo poco per sostenere il manifatturiero veneto. Che ora si lancia alla conquista di nuovi mercati: non solo l’immancabile Cina, ma anche il Centro America, il Sud America e persino l’Africa (nella fotografia di Veneto Promozione). Si va a caccia di nuovi mercati, quindi, per sopperire alla crisi della domanda interna italiana.

I più esposti al cambiamento sono, necessariamente, i segmenti che esportano di più: la meccanica (produce all’estero il 19% del suo fatturato), la moda (18%), mobili, gioielli e articoli sportivi (14%) e metallurgia (11%). Le imprese navigano a vista. Nella congiuntura al quarto trimestre 2011 della Fondazione NordEst il 40% degli intervistati lamenta una flessione dell’attività produttiva, mentre per il portafoglio ordini il peggioramento segue quello, già importante, della scorsa indagine: il 40,3% ha il lavoro assicurato per l’orizzonte di un solo mese. Troppo poco per programmare il futuro.

   Per anni in Veneto si è dibattuto degli elementi di debolezza del sistema: le dimensioni, troppo piccole per proteggere in una competizione sempre più globale; la struttura patrimoniale fragile; una certa chiusura rispetto all’apporto di competenze esterne, manageriali o finanziarie. Individuata la malattia, se si vuole uscirne occorre correre ai ripari e cercare di sviluppare gli anticorpi. Anche perché la crisi non perdona, ma porta con sé anche spinte positive perché sta anche costringendo ad affrontare le questioni irrisolte.
Fra il 1997 e il 2010 sono cresciute significativamente le società di capitale, passate da 52.400 a quasi 109mila, ed è un processo che continua. Non una trasformazione da poco, per un Nord-Est partito da tipologie di impresa individuali o familiari.

   In molti casi si nota una nuova concentrazione sul core business aziendale, dopo gli anni delle avventure – non sempre fortunate – in campi nuovi e differenti. Nuove forme di collaborazione e di aggregazione vengono sperimentate in campi che vanno dal calzaturiero alle energie rinnovabili, dall’aerospaziale ai servizi di ingegneria: è il caso delle reti d’impresa, che hanno superato in Veneto quota cinquanta, facendone una regione all’avanguardia.
«Tuttavia – conclude il presidente di Confindustria Veneto, Andrea Tomat – le decisioni da prendere sono tutte o quasi di natura politica. Qui in Veneto, ma soprattutto in Italia perchè è il mercato interno che conta, bisogna stabilire una volta per tutte se scegliere la via dello spreco, come accade in molte regioni, oppure scegliere la via virtuosa, quella che abbiamo cercato di seguire nella nostra regione».

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Lo stallo del miracolo italiano

C’ERA UNA VOLTA IL NORDEST

di GABRIELE POLO, da “LE MONDE DIPLOMATIQUE” del 24/8/2012

– Dai fasti della “conquista” di Timisoara, all’epoca dei tir che ingolfavano le strade dirette a est, alla crisi del 2008-2009. – Nel flusso di una delocalizzazione incessante, le aziende fuggono oggi verso regioni dai regimi fiscali agevolati. –

   C’era una volta una regione italiana che correva, economicamente, come una locomotiva. Socialmente e culturalmente non era proprio una corsa splendida, tra consumo del territorio, egoismi dilaganti e – persino – regressione scolastica; ma questo sembrava interessare poco sia gli apologeti della crescita che – soprattutto – i diretti interessati, soddisfatti com’erano dei portafogli sempre più gonfi di un genere che da quelle parti chiamavano “schei”.

   Questa regione si trovava – e si trova, perché la geografia cambia molto più lentamente della storia – a nord-est dell’Italia, un’area comprendete Emilia, Veneto, Trentino e Friuli. Bastava imboccare, in una serata di fine settimana, l’autostrada che da Venezia porta ai paesi dell’area del marco per toccare con mano quel boom: superato l’ingorgo della circonvallazione di Mestre, si apriva una fila ininterrotta di tir austriaci, tedeschi, sloveni, croati ungheresi; persino romeni.

   Viaggiavano carichi verso i confini e non portavano certo aiuti per la Bosnia allora massacrata da una guerra più incivile che etnica. Fra i camion, le potenti auto con le targhe delle province venete correvano verso i casinò appena oltre il confine con la Slovenia, per gettare sul tavolo da gioco i soldi guadagnati coi carichi dei tir, tra i quali impegnavano una pericolosa gimcana. La Venezia-Udine-Trieste fino al 1989 era un deserto, con il crollo dell’est socialista è diventata più affollata della Torino-Milano.

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   Il miracolo del nord-est italiano correva veloce come l’export, sospinto dalla debolezza della lira. La chiamavano svalutazione competitiva e dal ’92 fino all’introduzione dell’euro per molti fu una vera pacchia. Il carburante del miracolo era un mix di grande intensità del lavoro, flessibilità e “prestazioni in nero”, l’azienda a rete dei distretti industriali.

   A tenere insieme i vagoni del treno nord-est, c’era la struttura economica della famiglia, la complicità del consumo tra imprenditori e operai, l’anarchia del “lasciateci lavorare” che odia le regole – e con esse lo stato e i suoi vincoli, quelli fiscali in primo luogo.

   Correndo, quel treno distribuiva reddito e piena occupazione; se ne fregava dell’ambiente, degli assetti sociali, della cultura, di qualunque progetto di società; e alla politica chiedeva solo di non porre intralci.

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   Per tutti gli anni ’90 il treno è filato spedito senza preoccuparsi del futuro, della politica, del resto del mondo. I mercati gli si aprivano davanti, grandi e disponibili. I tir viaggiavano tranquillamente, trasportando merci di ogni tipo: le scarper della riviera del Brenta, gli occhiali del bellunese, le macchine meccaniche e la lana del vicentino, i vetri veneziani, i prodotti tessili del trevigiano, i marmi del veronese, gli strumenti di precisione del padovano.

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   Anche le cifre indicavano la velocità della corsa: il numero delle imprese (l’80% delle quali sotto i dieci addetti) era in continua crescita, il prodotto interno lordo di quelle regioni aumentava ogni anno tra il 4 e il 5% (mediamente il doppio del dato italiano) e a tirare era soprattutto l’industria, visto che il valore aggiunto di questo settore sfiorava regolarmente un +10%.

   In un anno “tipo” – il 1994 – l’export del solo Veneto aveva raggiunto entrate per 43.000 miliardi di lire, con un saldo commerciale superiore ai 12.000 miliardi, il 35% dell’attivo della bilancia commerciale dell’intero paese. Aggiungendo ai dati veneti quelli emiliani, si arrivava ai 2/3 del saldo attivo dell’intera Italia. Una ricchezza impressionante, che non si traduceva in un corrispondente aumento del livello medio dei salari, ma gonfiava soprattutto il reddito “informale”, quello del sommerso e del lavoro nero ((il 40% dell’intero tessuto economico) e i consumi (il doppio della media nazionale).

   Il tasso di occupazione viaggiava attorno al 4%, in alcune zone (dall’Emilia al triangolo d’oro del Veneto, Vicenza-Pedova-treviso) si abbassava alla soglia fisiologica del 2%.

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   Oggi, dopo dieci anni di euro – venuta meno la carta della svalutazione competitiva -, la crisi sta mettendo in evidenza quanto effimero fosse quel modello di crescita esponenziale. Di soldi ne girano ancora, ma in maniera più selettiva. L’aumento del numero delle imprese (sempre più piccole, ormai al 90% sono sotto i dieci dipendenti che danno lavoro al 60% del totale degli occupati) si è interrotto e oggi nel nord-est quelle attive sono 650.000, appena 10.000 in più di 15 anni fa.

   La demografia d’impresa continua ad essere vivace (ogni anno ne nascono e muoiono decine di migliaia) ma dal 2008 la linea ha iniziato ad appiattirsi e nell’ultimo anno il saldo tra aperture e chiusure è stato negativo (meno 1.600). Le esportazioni che crescevano a ritmo percentuali di due cifre fino al 2000, hanno poi frenato per aumentare del solo 0,3% nel quadriennio 2008-2011. Il saldo commerciale resta alto e le due regioni principe del nord-est, Emilia e Veneto, guidano la classifica italiana rispettivamente con 18 e 9,6 miliardi di euro.

   Ma basta analizzare il mercato del lavoro per capire che la locomotiva s’è fermata. Nel solo Veneto la crisi ha provocato un’emorragia di 80.000 posti di lavoro dal 2008 a oggi, mentre sono aperte situazioni di crisi per altri 20.000 addetti. Si salvano solo la sanità, i servizi sociale e quelli di vigilanza (voci proprie di una società invecchiata e sempre più impaurita), mentre nell’industria è un dramma in tutti i comparti, con la situazione peggiore nel metalmeccanico che perde 23.000 posti. Le ore di cassa integrazione (tra ordinaria, straordinaria e in deroga) sono state 16 milioni nel 2008, 87 milioni nel 2011.

   Il tasso di disoccupazione, che negli anni ’90 si era stabilizzato ai livelli endemici del 2-3%, ora è raddoppiato, viaggia attorno al 6%, ancora parecchio distante dal 10/11% della media italiana, ma pericolosamente in aumento pure qui. Persino le partite Iva sono diminuite e in maniera più sensibile che nel resto del paese: -4% in Veneto, -2% la media italiana.

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   L’autostrada che porta a est è un po’ meno intasata di tir e il passante di Mestre ha disingolfato la vecchia tangenziale. Un po’ meno merci, molti meno suv. La novità è il tipo di traffico, caratterizzato dalla delocalizzazione aziendale. E’ iniziata già negli anni ’90, destinazione principale Romania. Sono stati migliaia gli imprenditori italiani (ma quasi tutti sono del nord-est) ad avere spostato le loro imprese laggiù.

   In primo luogo perché, competendo essenzialmente sul costo del lavoro e producendo merci di qualità medio-bassa, la povertà rumena (e la sua grande disponibilità di mano d’opera a basso costo) si prestava benissimo all’uopo.

   Il traffico divenne talmente intenso che si inaugurarono voli diretti giornalieri Verona-Timisoara, soprannominati “gli aerei degli scarpari”, con tanto di tragedia aerea annessa, quando – il 13 dicembre 1995 – un vecchio Antonov24, affittato da una compagnia aerea rumena per fare la spola tra il Veneto e la Romania, si schiantò al suolo poco dopo il decollo dall’aeroporto di Villafranca: 49 morti, quasi tutti imprenditori e dirigenti industriali italiani. La causa della tragedia fu la somma dell’usura del veivolo con la fretta dell’equipaggio che – per recuperare il ritardo accumulato nel viaggio precedente – non volle indagare su alcune disfunzioni meccaniche emerse in fase d’atterraggio, né effettuare lo schiacciamento delle ali nonostante la temperatura polare lo consigliasse.

   In qualche modo la stessa fretta – che vorrebbe ignorare limiti ambientali, umani e punta sull’intensità più che sulla qualità – alla base del modello produttivo che dal triveneto veniva traslocato in Romania. Dove il numero delle imprese italiane è cresciuto costantemente almeno fino all’esplosione della grande crisi finanziaria del 2008-2009, trasformando Timisoara in una sorta di città veneta: sono ben 19.500 le aziende di proprietà italiana situate in territorio rumeno.

…..

   Ma oggi il problema centrale non è più il costo del lavoro (se mai lo è stato). Per il nord-est in affanno e alla ricerca di soluzioni a breve termine, la sopravvivenza si gioca sul terreno fiscale. Non è certo il caso di grandi gruppi come Benetton (ormai più attento alla rendita di concessioni autostradali e aeroporti che alla manifattura) o di Luxottica (diventata monopolista degli occhiali succhiando tutte le risorse del distretto bellunese per aprire stabilimenti in Cina e negli Stati Uniti), ma molte aziende medie (che portano con sé un bel numero di subfornitori) provano a rispondere alla crisi globale migrando sui ponti d’oro costruiti da paesi geograficamente vicinissimi – come l’Austria e la Slovenia – quanto fiscalmente lontanissimi.

   Perché se in Italia la tassazione complessiva sul reddito da impresa supera il 50%, appena oltreconfine le cose sono molto diverse. In particolare dall’Austria arrivano offerte allettanti per le imprese: fisco non oltre il 25%, libertà di licenziamento, estrema rapidità nelle concessioni per la costruzione di capannoni e per l’apertura di nuove aziende. Così è iniziato un flusso di industrie a proprietà italiana (quasi tutte del Triveneto) verso il Tirolo e la Carinzia.

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   L’offensiva della propaganda austriaca è iniziata nel 2009, in piena crisi mondiale. Migliaia di lettere indirizzate agli imprenditori del nord-est: “venite in Carinzia, fare impresa qui conviene”. Firmate da Gerhard Dofler, governatore del Land reso tristemente famoso da Haider. Perché se il trattato di cooperazione tra la Carinzia, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia dei governatori Zaia e Tondo è rimasto solo sulla carta (“Roma ci ostacola, Monti pensa solo alla Merkel”, brontolano i leghisti nordestini), l’Austria pratica l’obiettico e si rivolge direttamente alle aziende.

   Come per le sirene di Ulisse, alti si levano i canti che illustrano i vantaggi di trasferire oltreconfine gli stabilimenti mantenendo in Italia la proprietà (per la mano d’opera si provvede in loco con qualche valligiano e molti emigranti).

   Dagli eventi mondani agli spot televisivi e radiofoni ai cartelloni pubblicitari che in queste settimane appaiono frequentemente sulle strade di Veneto e Friuli (un manager al computer di fronte a una bella montagna innevata, la scritta “Carinthia… is safe business, fun and vacations”). Messaggi che, – puntando molto sui vantaggi fiscali – sembrano avere effetto.

   Secondo l’agenzia austriaca per la promozione degli insediamenti stranieri che fa capo al ministero dell’economia (Aba-invest), nel 2011 sono aumentati del 34% gli investimenti delle imprese che si sono avvalse della sua assistenza, con 296,2 milioni (nel 2010 erano stati 221,1).

   Aumenta anche l’occupazione creata dagli investimenti stranieri: 1.383 nuovi posti di lavoro nel 2010, 1.822 nel 2011. Nella classifica per paesi, l’Italia è al secondo posto – dopo la Germania. Dal nostro paese, lo scorso anno, sono arrivati investimenti per 6,6 milioni di euro. Ci vanno i grandi gruppi come la Danieli di Buttrio con i suoi acciai speciali, ormai una multinazionale che in Italia detta condizioni: “O costruite il nuovo elettrodotto senza dar retta agli ambientalisti e ci date l’energia a prezzi stracciati, o il nuovo stabilimento lo facciamo in Carinzia”, in “palio” 400 posti di lavoro.

   Ci vanno le medie imprese come la Montanaro Carlo & Figli che ormai ha due stabilimenti a Feistritz. Ci vanno i “piccoli” come la Dema Technology di Oderzo (Treviso) che costruisce contenitori di plastica, ha meno di 10 dipendenti e una nuova sede in carinzia.

   Ci andrà presto a inscatolare vino il veneziano Carlo Trevisan, uno della “Life”, i Liberi imprenditori federalisti europei, quelli del motto “piccoli, maledetti e fieri” che considerano Bossi uno statalista e usano la parola “indipendenza” come intercalare anche quando parlano di calcio e cibo.

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   Attualmente le imprese italiane presenti in Austria sono 1.059, circa 800 quelle provenienti dalle regioni del nord-est. Non è moltissimo – i numeri rumeni sono ancora lontani – ma, secondo Aba-invest, i primi mesi del 2012 promettono “grandi progressi”. E la crisi, in questo caso, diventa una “risorsa”. (GABRIELE POLO)

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PMI: LA MAPPA DEL “DISAGIO IMPRENDITORIALE”

da “il Sole 24ore” del 20/8/2012

– Burocrazia, accesso al credito e tassazione sono i principali fattori che arrestano lo sviluppo soprattutto della piccola e media impresa – Ma non tutte le regioni percepiscono le difficoltà del “fare impresa” allo stesso modo – Un’indagine di Fondazione Impresa ci mostra quali sono le regioni in cui avviare un’attività e portarla avanti è più difficile e quali invece rappresentano dei contesti favorevoli –

   Quali sono le regioni in cui è più difficile fare impresa? Fondazione Impresa ha condotto un’indagine considerando dodici indicatori. Daniele Nicolai, ricercatore di Fondazione Impresa, sottolinea che l’obiettivo dell’indagine è stato quello di individuare le ragioni che frenano lo sviluppo dell’imprenditoria italiana, soprattutto delle PMI.

L’infografica mostra la mappa del disagio imprenditoriale:

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I risultati dell’indagine

A risultare particolarmente sofferente nel contesto economico del Paese è Il Meridione: ben sei regioni su otto occupano i primi otto posti della classifica negativa. La Campania è la regione in cui fare impresa è più difficile. Tale risultato non dovrebbe stupire visto che la Campania risulta seconda in Italia per perdite di impresa, per minor presenza di imprese che abbiano fatto almeno un’innovazione in un biennio (non si va oltre il 18,3% contro il 35,5% della Lombardia) e con più procedure concorsuali ogni mille microaziende. Alla Campania seguono a ruota la Basilicata e Marche.

Per quanto riguarda il Nord quelli più a disagio sono gli imprenditori lombardi. L’indice è inferiore alla media italiana ma ad appesantire il dato è il primo posto sui fallimenti e il quinto peggior dato sui prestiti alle imprese fino a 20 addetti.

L’Italia in controtendenza

Puglia (13° posto) e soprattutto Abruzzo (17° posto) sono invece in controtendenza al Sud, premiate per l’accesso al credito. L’Abruzzo è favorito anche dal basso numero di fallimenti (13,5 ogni 10mila, contro i 22,2 di media italiana) ed elevata densità autostradale.

La classifica

Gli imprenditori soffrono meno in Veneto, Emilia-Romagna e, soprattutto, Trentino-Alto Adige per i contenuti tassi di interesse, capacità di innovare e minore impatto della recessione. Emilia-Romagna e Trentino- Alto Adige premiati anche per l’utilizzo di banda larga.

da “Il Sole 24ore” del 20/8/2012

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2 thoughts on “LA PROMESSA DEL PRESIDENTE: “UN VENETO SENZA PIU’ NUOVO CEMENTO” – e tutto il NORDEST (Friuli, Trentino, Emilia, Veneto…) si chiede QUALE NUOVO SVILUPPO iniziare, dopo l’epoca della virtuosa manifattura ma anche dell’espansione urbana a macchia d’olio senza regole

  1. lucapiccin sabato 15 settembre 2012 / 17:32

    21 settembre 2012 ore 21:00
    Trevignano (TV)
    “CAVE! LO STIVALE DI CEMENTO” spettacolo teatrale

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