Il distretto del SULCIS in SARDEGNA, con l’attività della miniera di carbone a Nuraxi Figus e con la produzione di alluminio a Portovesme, è alla fine del suo tempo – Come trovare, nelle attività industriali obsolete, antieconomiche e inquinanti SOLUZIONI OCCUPAZIONALI PULITE e confacenti al territorio? – Come poi uscire dal FALSO MITO DEL CARBONE PULITO

MINATORI della miniera di carbone di NURAXI FIGUS, nel distretto sardo del SULCIS – Gli operai, per protestare contro la possibile chiusura della miniera, si erano asserragliati a 373 metri di profondità portando con se anche dell’esplosivo – (foto ripresa da “Corriere.it”)

   La miniera di carbone di NURAXI FIGUS (frazione del comune di Gonnesa, nel distretto minerario del SULCIS, territorio questo sudoccidentale della SARDEGNA, appunto nella regione storico-geografica del SULCIS-IGLESIENTE, che viene ad avere una delle più belle coste italiche), dicevamo la miniera di Nuraxi Figus (“CARBOSULCIS” si chiama, di proprietà della Regione Sardegna, l’ultima miniera di carbone rimasta in Italia in attività, e occupa 500 lavoratori) era previsto che chiudesse a fine anno; ma pare che si sia prorogata la chiusura nella speranza di rilanciare l’estrazione di carbone con la messa in opera di una CENTRALE ELETTRICA a “CARBONE PULITO” (ma vi invitiamo a leggere gli interessanti dettagli negli articoli che seguono in questo post).

   Il problema del carbone di pessima qualità che lì viene estratto (pieno di zolfo) fa sì che per continuare la produzione, al solo (nobile) scopo di salvare l’occupazione dei minatori, bisogna però spendere molti soldi (pubblici, lo si sta già facendo da tanti anni…), per rendere adatto quel carbone alla produzione energetica, venendo a impiegare ingenti risorse finanziarie che sono e saranno ben maggiori di ogni ritorno economico (energetico) che questa attività possa dare.

suddivisione territoriale della SARDEGNA – Il Distretto del SULCIS è nell’estremo SUD-OVEST

   Quel che si vorrebbe fare a Nuraxi Figus è affiancare alla miniera una centrale elettrica a carbone con un impianto e una tecnologia organizzativa per la creazione del cosiddetto “carbone pulito” (il progetto, assai costoso e tutto da verificare nella sicurezza, di “miniera-centrale-impianto di cattura e stoccaggio della CO2, progetto chiamatoCcsCarbon Capture and Sequestration-), l’Enel intende attuarlo nel Polesine, a PORTO TOLLE: cioè la riconversione della vecchia centrale a olio combustibile, chiusa nel 2009, appunto a “carbone pulito”. Noi speriamo che si trovino soluzioni sociali confacenti per i lavoratori della centrale di Porto Tolle, e si investa invece sulla bellezza esclusiva del Polesine (terra che anche rientra nel Parco regionale del Delta del Po), e in tutte le possibili attività produttive ed energetiche che siano pulite e confacenti al territorio (già c’è a ridosso della costa adriatica polesana un grande gassificatore produttore del 10% dell’energie elettrica consumata in Italia).

Nella mappa qui rappresentata del Distretto territoriale sardo del SULCIS, sede geografica di uno storico bacino carbonifero, si può vedere indicata la località di NURAXI FIGUS, dove c’è l’ultima miniera di carbone attiva; e a pochissimi chilometri nel comune (qui indicato) di PORTOSCUSO (nella frazione di Portovesme c’è l’impianto industriale dell’ALCOA, produttore di ALLUMINIO. Miniera di carbone e impianto industriale di alluminio ora sono a rischio di chiusura. (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   In Sardegna nel Sulcis, a pochissimi chilometri da Nuraxi Figus (cinque o sei), a PORTOVESME (frazione del comune di Portoscuso) c’è un’altra problematica sociale assai grave, indirettamente intrecciata con quella della miniera: l’ALCOA (una multinazionale statunitense), che gestisce un impianto industriale per la produzione dell’alluminio, chiude entro l’anno lo stabilimento (con 600 lavoratori e un indotto di migliaia di persone occupate). Uno dei motivi (principali) perché l’Alcoa chiude è che i sussidi statali per il consumo energetico (alta è la necessità di energia elettrica per la produzione di alluminio) sono cessati: e allora la multinazionale se ne va (pare in Arabia Saudita), lasciando a casa appunto i centinaia di lavoratori impiegati direttamente.

   Dell’ILVA di TARANTO (la più grande azienda europea di acciaio) abbiamo qui parlato in un post di poche settimane fa, forse rilevando che a Taranto il futuro economico della grande acciaieria è ben più (quantitativamente) importante e solido rispetto al territorio sardo del Sulcis, con la sua miniera di carbone e con la produzione dell’alluminio dell’Alcoa. Ma entrambe le situazioni territoriali delle due grandi regioni italiche, mettono a forte disagio sociale queste aree geografiche, e portano a livelli di inquinamento e malattia delle persone del tutto intollerabili ora e nel futuro (forse Taranto, l’Ilva, nella sua sovradimensionalità e nell’essere completamente inserita nel corpo urbano della città, ha problemi sanitari ben maggiori del territorio del Sulcis in Sardegna).

   Ma quel che qui interessa osservare (ancora una volta invitando ad approfondire nei successivi articoli gli argomenti) è dimostrare che un modello di sviluppo basato sull’industria pesante e fortemente inquinante, ora sta finalmente mostrando (ci riferiamo al Distretto del Sulcis) la sua effettiva diseconomicità: cioè queste attività sono sopravissute in questi anni solo perché sponsorizzate dal governo, cioè da tutti noi, dai cittadini che hanno fin qui pagato la sopravvivenza dell’industria inquinante (con il surplus di debito pro-capite, per ogni cittadino, nascosto nelle bollette elettriche). E non bisogna poi dimenticare che ci sono in questo momento migliaia di casi di piccole e medie aziende in gravi difficoltà (che rischiano o devono chiudere) e nessuno ne parla (concentrati come sono i media sulle grandi industrie).

   Pertanto è da avere il coraggio di “fermare il tutto”. Se il problema sono i dipendenti, le persone che rimangono senza lavoro, è giusto che la comunità nazionale sostenga quelle persone, le loro famiglie, fintanto ché essi non siano ricollocati in posti di lavoro nuovi. Ma a nostro avviso è da dire basta ad aiuti e incentivi a “modelli di sviluppo” superati, diseconomici e iper-inquinanti.

   Se una nazione, una comunità (regionale, locale, a ogni livello geografico…) può pensare di crearsi uno sviluppo diverso, in modo da uscire dal “tunnel” di lavorazioni economiche in decadimento, oramai superate e frutto dell’industrialismo del secolo scorso (e che stanno facendo crescere di giorno in giorno la disoccupazione e le mancanze di ogni prospettiva per i giovani), ebbene noi riteniamo che la valorizzazione delle specificità geografiche territoriali siano invece da perseguire e alla base del “nuovo mondo” che si potrà andare a creare.

   Per questo pensiamo che in generale due siano le necessità primarie da concentrarsi sullo “specifico” di ciascun territorio: le produzioni agro-alimentari pulite che ciascun luogo può avere come vocazione; e l’individuazione delle risorse energetiche locali utilizzabili, anch’esse pulite, che caratterizzano ogni territorio (acqua, sole, vento, biomasse…).  Ad esse si potranno aggiungere: conservazione del paesaggio, capacità di utilizzo virtuoso delle bellezze naturalistiche e artistiche e architettoniche, saperi culturali e di ricerca… ma l’autosufficienza energetica e agro-alimentare sono delle priorità.

   Per questo noi non crediamo all’idea “vecchia” del CARBONE PULITO, del persistere nei vecchi modi produttivi energetici, sia in Sardegna che in altre parti d’Italia (come l’idea della centrale a carbone di Porto Tolle che si vuole ora avviare; o come le trivellazioni in tante parti della nostra penisola alla ricerca del petrolio…). (sm)

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L’ETERNO SULCIS E L’ITALIA IMMOBILE

di Alessandro Penati, da “la Repubblica” del 1/9/2012

   L’inizio dell’ attività estrattiva nel Sulcis risale a metà Ottocento. Il carbone che si ottiene, però, ha un alto contenuto di zolfo, per cui le miniere entrano in declino già all’inizio del secolo. Tornano in auge nel 1935, con l’autarchia. La fine della guerra getta l’industria mineraria locale in una grave crisi.

   Le miniere finiscono all’Enel, che con il carbone vuole produrre energia. Ma nel 1971 anche l’Ente elettrico abbandona l’estrazione perché non economica. Passano all’ Egam, e poi, nel 1978, all’Eni. Nel 1985 lo Stato decide di dare 512 miliardi di lire all’ Eni per riattivare il bacino carbonifero; l’Eni a sua volta investe 200 miliardi nelle miniere.

   Si arriva però al luglio 1993 e non un solo chilo di carbone è stato estratto. In vista della privatizzazione, l’Eni abbandona definitivamente le miniere del Sulcis, e mette i minatori in cassa integrazione. Esplode la protesta. Il 28 gennaio 1994 un Decreto riapre le miniere, per garantire il posto di lavoro ai minatori. Il carbone del Sulcis, sfortunatamente, continua a rimanere pieno di zolfo; si decide quindi di costruire un impianto di gassificazione.

   Che fare del gas? Si decide che si costruisce una centrale elettrica. Che fare dell’ elettricità? Lo Stato non può più costruire cattedrali nel deserto: ci vogliono i privati. Il Decreto stanzia quindi 420 miliardi a fondo perduto. Ma non bastano per garantire la redditività degli investimenti ai privati.

   Il Decreto, pertanto, obbliga l’Enel a comprare per otto anni l’elettricità del Sulcis a 160 lire per kwh, quando il costo medio di produzione dell’Ente è di 72 lire. Saranno i consumatori a pagare per le miniere, sotto forma di sovrapprezzo in bolletta. Il Decreto stabilisce infatti che il carbone del Sulcis dovrà essere utilizzato per fornire almeno il 51% del fabbisogno termico richiesto nella produzione di elettricità, perché possa essere venduta a 160 lire.

   L’energia prodotta, naturalmente, non serve alla Sardegna, perché sarebbe largamente esuberante rispetto ai suoi fabbisogni . Entriamo in Europa, dunque, ma con uno Stato disposto a pagare 2 miliardi di lire per ogni minatore del Sulcis, in una regione dove il 25% delle famiglie denuncia irregolarità nell’ erogazione dell’ acqua. Evidentemente non si può fare a meno di queste politiche se anche i migliori tecnici che il Paese ha portato al governo non sono riusciti ad opporsi a tanto spreco: il Decreto del 1994, infatti, porta la firma di Ciampi, Barucci, Savona e Spaventa.

    Facile tenere una rubrica economica in Italia: ogni 5/10 anni si riciclano gli stessi pezzi. Tanto non cambia mai nulla. Questo l’avevo scritto 16 anni fa (Corriere della Sera, 20 ottobre 1996). Ironia della sorte, l’ennesima protesta dei minatori del Sulcis coincide di nuovo con un Governo formato da tecnici eccellenti. Dalle premesse, direi che il risultato non cambierà: già ci sono le prime dichiarazioni di intervento per mantenere la miniera aperta. In questi anni, si è dovuto anche escogitare come usare l’energia prodotta in quell’angolo della Sardegna.

   La produzione di alluminio era ideale, affamata com’è di energia. Ma l’energia sarda costava troppo e, per convincere la canadese Alcoa, lo Stato italiano gliela ha fornita per 15 anni a prezzo sussidiato, sempre pagata dai cittadini in bolletta: un onere di alcuni miliardi (ma adesso sono euro). Finiti i sussidi, produrre è irrazionale, e l’Alcoa se ne va: legittimo; non c’entra che sono canadesi.

   D’altronde, da quelle parti si è sussidiata, sempre a spese degli utenti, anche l’energia in eccesso prodotta dalla Saras dei Moratti. E poi c’ è il costo sociale dell’inquinamento di una delle più belle coste italiane.

   Se tutti i soldi spesi in sussidi in questi anni fossero stati messi in mano ai singoli minatori e lavoratori di Sulcis e zone limitrofe, sarebbero stati abbastanza per finanziare una casa, una seria formazione e una nuova attività economica a ciascuno di loro. E ne sarebbero avanzati per bonificare l’intera area. Ma l’Italia si è fermata al Sulcis. (Alessandro Penati)

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SULCIS in Sardegna e ILVA a Taranto

SOLUZIONI PER DUE EMERGENZE

di Marzio Galeotti, da LA VOCE.INFO del 3/9/2012 (http://www.lavoce.info/)

   Qual è il destino che si profila per le due aziende? A Taranto, la decisione del Tribunale del riesame, giunta ai primi di agosto, sembra concedere la prosecuzione della produzione dell’Ilva, ma tecnici e ingegneri devono cominciare la messa in sicurezza e la bonifica delle apparecchiature.

   Si ragiona sulla copertura dei parchi minerari, le cui polveri velenose sono trasportate nelle giornate ventose verso le zone abitate, in particolare del quartiere Tamburi.

   Ma il Gip sembrerebbe voler procedere nella direzione dell’arresto degli impianti. Intanto, il governo tramite il Cipe interverrebbe con 336 milioni di euro, di cui 7 a carico dell’azienda, e con un decreto – ribattezzato decreto accelera-bonifica – che snellirebbe le procedure di bonifica.

   Ci vorranno almeno cinque anni durante i quali gli impianti potrebbero non essere chiusi, mentre le procedure legate all’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale, dovrebbero indicare le tecnologie più avanzate che l’azienda dovrà adottare. (1)

UN CARBONE SENZA FUTURO

   Per Carbosulcis il problema è diverso, sicuramente nelle dimensioni, ma non meno complesso. Il carbone sardo ha una percentuale di zolfo molto alta e richiede diverse lavorazioni che lo rendono troppo costoso.  Negli anni Novanta il progetto di gassificazione su cui si erano fondate le speranze del territorio e del sistema politico fu affossato dal sistema bancario che lo ritenne non “bancabile”.

   Si è affacciato in questi anni un altro piano, fortemente sostenuto dalla Regione Sardegna che vorrebbe rilanciare il distretto minerario rendendolo un polo di ricerca e sperimentazione sul “carbone pulito”: prevederebbe la costruzione di una nuova centrale elettrica a tecnologia ultra super critica della potenza di 450 MW, integrata allo sfruttamento della miniera di Nuraxi Figus (che dovrebbe coprire circa il 50 per cento del fabbisogno della centrale, la restante parte sarebbe importata dall’estero), il tutto dotato di un impianto dimostrativo di cattura e confinamento della CO2.

   Il progetto miniera-centrale-impianto di cattura e stoccaggio della CO2 è suggestivo, ma sfortunatamente scarsamente percorribile per ragioni economiche e politiche.
Quella del Ccs – Carbon Capture and Sequestration è considerata dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) la soluzione tecnologica per evitare che finiscano in atmosfera le emissioni di gas-serra massicciamente prodotte dalle numerose centrali a carbone esistenti e in costruzione, soprattutto in paesi come Cina e India ma anche in Australia, Stati Uniti e Sud Africa.

   La tecnologia è però ancora a uno stadio “dimostrativo”, quella fase in cui impianti pilota funzionano, ma ulteriore sviluppo è necessario perché disegno e costruzione siano pronti per l’utilizzo su larga scala. Tutto ciò fa sì che al momento questi impianti siano ancora molto costosi, cosicché l’elettricità prodotta con il carbone diventa non competitiva rispetto a quella di fonti meno inquinanti come il gas.

   In sostanza, la fase dimostrativa è necessaria per acquisire esperienza sui reali costi e sul tempo necessario per raggiungere la piena disponibilità della tecnologia. Questa fase durerà almeno fino alla fine del decennio, tant’è che il Consiglio europeo del marzo 2008 ha spinto la Commissione a presentare un meccanismo volto a incentivare gli Stati membri e il settore privato alla costruzione e alla messa in funzione, entro il 2015, di un massimo di dodici impianti di dimostrazione della Ccs.

   E l’Unione Europea, nell’ambito del famoso pacchetto “20-20”, ha approvato la direttiva 2009/31/Ce in cui istituisce un quadro giuridico per lo stoccaggio geologico ambientalmente sicuro di CO2, che è stata recepita dal Consiglio dei ministri nel marzo del 2011.
La Ccs gode di assegnazione gratuita di quote per un valore pari 300 milioni di quote di CO2 accantonate nella Riserva nuovi entranti (Ner300) ai sensi della direttiva sulla nuova fase dell’Ets, il meccanismo di scambi di permessi di emissione vigente sul territorio dell’Unione.

   Secondo un documento della Commissione europea del 12 luglio scorso, il programma di finanziamento Ner300 potrebbe contare su 1,3-1,5 miliardi di euro per il cofinanziamento di un massimo di tre impianti dimostrativi Ccs e sedici impianti dimostrativi di utilizzo innovativo di fonti rinnovabili. (2) La lista degli impianti Ccs tra cui selezionare i primi 2 o 3 include un solo sito italiano, ed è la centrale Enel di Porto Tolle. (3)
Se, nonostante le rassicurazioni di Enel, a Rovigo sono andati in fibrillazione per il timore di un ballottaggio tra Sardegna e Veneto, con 400 e rotti minatori là e 400 dipendenti qua, alla fine è comunque un problema di costi.

   Non è facile fornire cifre precise, ma un metro possibile è quello di vedere quanto costa una tonnellata di CO2 evitata utilizzando diverse tecnologie energetiche. McKinsey & company stima che nel 2030 il costo potrebbe scendere a 30-45 euro, in linea con il valore che si prevede avranno i prezzi del carbonio allora nel sistema Ets, in riduzione dagli attuali valori di impianti dimostrativi pari a 60-90 euro. (4) Il costo dell’elettricità risulterebbe accresciuto in una percentuale tra 25 e 60 punti a seconda della tecnologia di cattura.

   Alla luce di questi dati, i 200 milioni di euro richiesti dai minatori per otto anni, il costo dell’opera di 1,6 miliardi di euro, finanziati in bolletta, fanno sfigurare i 600 milioni di euro che, complessivamente, si stima siano stati investiti dalla Regione – e quindi dai contribuentidal 1996 a oggi per tenere aperta Carbosulcis in attesa di un compratore. La cosa non sembra proprio proponibile e giustamente il governo non pare disposto a sostenerla. (Marzio Galeotti)

(1) Il ministro della Salute Balduzzi ha ricordato che il Consiglio dei ministri ha deciso di includere il sito di Taranto nel progetto “Sentieri” (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), che ha come obiettivo la valutazione e l’impatto sulla salute dei siti inquinanti (si veda:

http://www.epiprev.it/pubblicazione/epidemiol-prev-2011-35-5-6-suppl-4).
(2) A marzo 2012 il Global Ccs Institute identificava 75 progetti integrati Ccs a larga scala in 17 paesi con vari stadi di sviluppo, solo 8 di questi operativi. Il primo paese per finanziamenti al Ccs sono gli USA. Oggi in Europa esiste un solo impianto funzionante in Norvegia. In Italia Enel ed Eni hanno lanciato un progetto pilota a Brindisi dove l’anidride carbonica è catturata e trasportata per 930 chilometri a Cortemaggiore per lo stoccaggio in un giacimento esaurito. L’impianto è stato inaugurato il 1 marzo 2011 ed è pronto ad entrare in funzione quando la fase di monitoraggio del giacimento piacentino sarà terminata. Il documento di lavoro della Commissione “Ner300 – Moving towards a low carbon economy and boosting innovation, growth and employment across the EU” presenta una lista di 8 siti più 2 di riserva, 5 dei quali nel Regno Unito, 1 in Francia, 1 in Polonia ed 1 in Romania: http://ec.europa.eu/clima/news/articles/news_2012071201_en.htm
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(3) Porto Tolle ha le stesse caratteristiche di quello di Torrevaldaliga Nord, poi convertito a carbone: 4 gruppi per una potenza complessiva 2.640 MW alimentati a olio combustibile. La centrale è oggi, di fatto, quasi completamente ferma e, tra blocchi, ricorsi e una recente sentenza favorevole del Consiglio di Stato attende di essere riconvertita a carbone, così come già avvenuto a Civitavecchia. Il nuovo impianto sarà costituito da 3 gruppi da 660 MW (per complessivi 1.980 MW) con tecnologia super critica, sarà in grado di catturare 1 milione di tonnellate di CO2 all’anno da sequestrare in un acquifero salino dell’Adriatico.
(4) http://www.mckinsey.it/storage/first/uploadfile/attach/140972/file/13._dicembre_2008_2_practice_news_ccs_assessing_the_economics.pdf
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Si veda anche lo studio Enea:

http://www.enea.it/it/Ricerca_sviluppo/documenti/ricerca-di-sistema-elettrico/elettricita-idrogeno/rse22.pdf.

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PERCHÉ TARANTO NON È IL SULCIS

di MARZIO GALEOTTI, da LA VOCE.INFO del 4/9/2012 (http://www.lavoce.info/)

   Che cosa differenzia le due vicende dell’Ilva e della Carbosulcis? Intanto sono diversi i numeri, anche se il dramma dei lavoratori è lo stesso. Ma mentre per Taranto si possono ipotizzare interventi che consentano di continuare la produzione, la miniera sarda non sembra avere un futuro, neanche come polo di ricerca e sperimentazione sul “carbone pulito“. Altri luoghi in Italia necessitano di una riconversione industriale e territoriale. Speriamo che le due emergenze attuali servano da lezione e il paese riesca a darsi una politica industriale capace di assicurare una crescita sostenibile.

   “La vertenza del Sulcis abbia la stessa dignità di quella dell’Ilva di Taranto”, chiedono i minatori tramite i loro rappresentanti sindacali e politici. “Si va avanti a oltranza, ormai il Sulcis è in guerra. Il carbone è strategico, l’alluminio pure. Non si può pensare di chiudere le fabbriche senza colpo ferire”.
Parafrasando i minatori, si potrebbe affermare che anche l’acciaio è strategico.

I NUMERI DEL SULCIS E QUELLI DELL’ILVA
   L’Ilva di Taranto è la più grande acciaieria d’Europa, da sola produce un terzo dei 28 milioni di tonnellate italiane di acciaio e dà lavoro attualmente a circa 11mila persone. Nel 2011 eravamo l’undicesimo paese al mondo per produzione, siamo un paese esportatore, ma il nostro acciaio alimenta anche l’importante settore nazionale delle macchine per uso industriale.
I minatori di Nuraxi Figus sono quasi cinquecento, dall’unica miniera del nostro paese estraggono carbone di una qualità molto scadente per l’alto tenore di zolfo, che va ad alimentare la centrale elettrica Grazia Deledda di proprietà Enel.

   La centrale è, costituita da quattro gruppi: i due più vecchi a olio combustibile sono di fatto in riserva, quindi fermi, mentre sono in funzione un gruppo da 240 MW degli anni Ottanta e uno del 2006 da 350 MW.  Si tratta di uno degli impianti meno efficienti presenti in Italia e, quindi, caratterizzato da emissioni specifiche di CO2 molto elevate.

   In Italia sono oggi in funzione tredici centrali, assai diverse per potenza installata e per tecnologia impiegata che bruciano il più conveniente carbone d’importazione.

   Secondo i più recenti dati del Gse (relativi al 2011), il carbone ha contribuito alla produzione dell’energia elettrica immessa nel sistema nazionale per il 14,6 per cento del totale, quando il gas naturale ha contato per il 40 per cento e le fonti rinnovabili per il 36,7 per cento. (1) Il carbone è anche la fonte fossile più inquinante: per una produrre il 15 per cento di elettricità, genera oltre il 30 di tutte le emissioni di CO2 del sistema elettrico nazionale.
In sostanza, i numeri di Sulcis e Ilva sono diversi, anche se il dramma per i lavoratori è lo stesso. E a questo bisogna trovare una soluzione. Ma la soluzione riguarda probabilmente i minatori e non la miniera. Mentre la stessa cosa non può verosimilmente dirsi per Taranto.

DUE STORIE ITALIANE

   Il carbone sardo ha una lunga storia, ma già l’istituzione della Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nel 1951 ne aveva reso poco economico l’utilizzo. Dal 1962 Enel, ritenendola anti-economica, aveva sostanzialmente bloccato l’estrazione: in risposta alle proteste dei minatori e al rischio di aggravio della situazione occupazionale, l’ente elettrico aveva ceduto proprietà e gestione delle miniere nel 1976 all’Egam e all’Ente minerario sardo, che avevano costituito Carbosulcis, passata successivamente a Eni. Di fatto, la produzione di carbone rimase ferma fino al 1988 e riprese solo grazie ai finanziamenti pubblici finalizzati a trovare uno sbocco di mercato al carbone. (2)
La soluzione sembrava essere la gassificazione (si brucia il minerale e si ottiene il combustibile) e la successiva produzione di energia elettrica. Eni, alle prese con la propria privatizzazione, mise Carbosulcis in vendita nel 1995 ma l’asta andò deserta. La prospettiva di chiusura definitiva delle miniere portò a una nuova ondata di dure lotte sindacali dei minatori con occupazioni e manifestazioni, finché, nel 1996, la Regione Sardegna prese in carico la proprietà di Carbosulcis per guidarne la transizione verso la proprietà privata.

   Vi è stata una seconda asta internazionale e ora, dopo che la vendita ai privati è slittata per ben due volte, non ci saranno ulteriori proroghe: entro dicembre (cioè fra quattro mesi) la Carbosulcis dovrà passare ai privati. Ma il problema, brutalmente posto, è: chi se la compra una società che ha chiuso il 2011 con una perdita di 25 milioni di euro, nonostante i 35 milioni di finanziamenti pubblici?

   Dal 1996 la Regione Sardegna ha speso 600 milioni di euro per mantenere le miniere della Carbosulcis, il cui carbone viene venduto a 84 euro a tonnellata contro i 35 di quello d’importazione cinese, e che alimenta la centrale Enel di Portovesme, che però funziona al 30 per cento della sua capacità produttiva.
L’impianto di Taranto è di proprietà dell’Ilva, prima società dell’acciaio con altri stabilimenti a Genova-Cornigliano, Novi Ligure, Racconigi, Varzi e Patrica. L’Ilva nasce sulle ceneri della dismessa Italsider. La prima Ilva nasce per iniziativa di industriali del settentrione, per poi passare sotto il controllo pubblico con l’avvento dell’Iri.

   Negli anni Sessanta Ilva-Italsider diventa uno dei maggiori gruppi dell’industria di Stato, aprendo nuovi stabilimenti a Genova-Cornigliano, Taranto e Napoli-Bagnoli. Con la crisi del mercato dell’acciaio e dopo diverse traversie economico-finanziarie, nel 1983 rinasce come Nuova Italsider Acciaierie di Cornigliano per essere infine rilevata, con l’originario nome di Ilva, dal gruppo siderurgico Riva. Con gli anni Novanta inizia la laboriosa opera di dismissione degli impianti produttivi e una riconversione delle aree precedentemente occupate.
Lo stabilimento di Taranto è a ciclo integrale, vi avvengono cioè tutti i passaggi che dal minerale di ferro portano all’acciaio; la parte centrale sono i cinque altoforni alti più di 40 metri. Un altoforno ha una vita attiva di quindici anni, funziona continuamente e il suo spegnimento può causare guasti potenzialmente irreparabili in caso di riattivazione, la quale comunque richiede agli 8 ai 15 mesi.
A Taranto, lo stabilimento fa da contenitore alla città: occupa una superficie di oltre 15 chilometri quadrati, di cui oltre 10 nel comune della città pugliese, una superficie tripla di quella della città che lo ospita, e i due terzi del suo gigantesco porto.

   Con i suoi 250 chilometri di ferrovia interna e i giganteschi altiforni, l’Ilva è il primo contribuente del comune di Taranto e una volta dava da mangiare a 30mila persone, oggi ridotte a meno della metà. In passato, provvedeva anche alle manifestazioni culturali della città, aveva costruito il teatro, dava in beneficenza le olive raccolte dalle piante dei terreni dello stabilimento.
L’attività produttiva di acciaio dell’Ilva di Taranto ha però avuto anche paurose conseguenze: un aumento di mortalità per malattia, inquinamento e danni alla salute umana, animale e vegetale. Gli effetti delle emissioni nocive, che hanno portato al decreto di sequestro preventivo degli impianti a caldo emesso dal Gip Patrizia Todisco il 25 luglio scorso, sono il “frutto di decenni di inquinamento”, secondo i ricercatori dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr. Solo per il danno più grave che l’inquinamento può causare, quello sulla salute, i periti nominati dalla procura di Taranto hanno quantificato, nei sette anni considerati, un totale di 11.550 morti, con una media di 1.650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie, e un totale di 26.999 ricoveri, con una media di 3.857. Secondo i periti nominati dalla procura, la situazione sanitaria a Taranto è molto critica, anzi unica in Italia. (3) (Marzio Galeotti)

(1) Non è inutile osservare che il fuel mix dell’elettricità prodotta da Enel, l’attuale market leader, è rappresentato dal gas per il 28,9 per cento, dalle fonti rinnovabili per il 20,7 per cento e dal carbone per il 48,7 per cento. Carbone che quindi è strategico per la società, proprietaria tra l’altro anche dell’impianto di Porto Tolle.
(2) Si stima che i contributi a fondo perduto delle Stato siano ammontati nel decennio 1985-95 a più di 900 miliardi di lire cui ne andrebbero aggiunti altri 250 messi direttamente dall’Eni.
(3) Per un’idea delle sostanze inquinanti emesse dall’impianto si può vedere: http://it.wikipedia.org/wiki/Ilva.

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ALCOA, LA TRATTATIVA SI COMPLICA

da “Il Massaggero” del 8/9/2012

(…..) Dopo quattro giorni passati a 70 metri d’altezzai tre operai dell’Alcoa, uno con problemi cardiaci, sono scesi dal silos dell’acqua. C’è voluta una lunga trattativa con i delegati Rsu per convincerli a desistere, nella stessa giornata in cui l’azienda ha rimandato agli esiti della riunione di lunedì 10 a Roma, al ministero, lo spegnimento contemporaneo di 85 celle elettrolitiche, previsto per ieri.

ALCOA a Portovesme – Tre operai sono saliti sulla torre per protesta e per richiamare l’attenzione sul problema del riscio di chiusura dell’impianto di produzione dell’alluminio

   La mobilitazione però non si ferma ed anzi la lotta prosegue più aspra con Cgil, Cisl e Uil che hanno annunciato il blocco degli straordinari e lo sciopero di 24 ore lunedì, in concomitanza con il vertice al ministero dello Sviluppo economico, all’esterno del quale ci sarà un presidio di oltre 500 operai che arriveranno nella Capitale in nave e in aereo. Con loro a Roma anche i 23 sindaci del Sulcis Iglesiente che hanno portato oggi la propria solidarietà agli operai in lotta, insieme con i minatori della Carbosulcis.
   Nel frattempo le trattative per l’eventuale cessione dello stabilimento viaggiano su due canali differenti e paralleli, uno imprenditoriale e uno istituzionale. Sfumata l’ipotesi del Fondo Aurelius, Governo e Regione Sardegna stanno tentando di aprire un negoziato con Glencore, mentre l’Alcoa ha ancora aperti contatti con Klesch. Entrambe le multinazionali svizzere hanno esperienza nel campo dell’alluminio grazie alla partecipazione in aziende che lo producono: la Glencore – con sede a Baar e già presente nel polo industriale del Sulcis con la Portovesme srl – negli Stati Uniti e la Klesch nei Paesi Bassi.
   L’Alcoa, intanto, continua a ribadire di non avere ricevuto alcuna «nuova e concreta manifestazione di interesse» da parte di potenziali acquirenti dell’impianto di Portovesme dal 1 agosto scorso, ricordando che questa estate l’elenco degli interessati si era ridotto a due. Dal canto suo il Governo, dopo aver sondato la disponibilità di Glencore, avrebbe ripreso i contatti anche con Klesch.
   Per sbrogliare la matassa, tutta l’attenzione si sposta sul vertice di lunedì al Mise e sulle risposte che daranno il Governo e Alcoa, in base alle effettive manifestazioni di interesse che dovessero arrivare nelle prossime ore. Glencore, in una nuova lettera inviata oggi al sottosegretario Claudio De Vincenti, ha subordinato l’apertura del negoziato alla soluzione dei tre nodi già posti all’attenzione del ministero: abbattimento dei costi dell’energia, infrastrutture ed efficienza dello stabilimento, compreso l’impatto sul personale.
   La multinazionale svizzera, che ha elencato nei dettagli le varie domande, chiede al Governo di «redigere una tabella o un documento che affronta e definisca» le questioni poste «il più presto possibile». Solo allora, si precisa nella lettera, «Glencore sarà disponibile ad inviare l’offerta in linea con il indicazioni di Alcoa sul ‘processo di cessionè». Il governatore sardo, Ugo Cappellacci, ha proseguito anche oggi «una doverosa azione di ‘moral suasion’ per favorire il passaggio dello stabilimento di Portovesme», promuovendo incontri separati con Glencore e Alcoa e un successivo passaggio a tre «fuori dalle procedure formali di trattativa tra le parti».
   «Non si possono in alcun modo abbandonare al loro destino i lavoratori di Alcoa e più in generale i lavoratori delle imprese italiane. Nei momenti della crisi la politica deve occuparsi di chi non ha gli strumenti per difendersi da solo». Così il capogruppo alla Camera del Pd, Dario Franceschini, ha commentato la vicedna dell’Alcoa.

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SIN: COSA SONO

(…) Sul territorio nazionale vi sono oggi 57 Sin, siti di interesse nazionale per le bonifiche, ventotto lungo la fascia costiera, aree in cui l’inquinamento industriale degli anni Cinquanta-Settanta ha destato la preoccupazione del ministero dell’Ambiente, ma in cui non sono mai stati fatti dei seri interventi di risanamento radicale. Secondo l’Istituto superiore di sanità in otto anni, dal 1995 al 2002, l’inquinamento ambientale potrebbe aver contribuito alla morte precoce di circa 10mila persone. Ci sono inoltre 5 milioni e mezzo di italiani (poco meno di un decimo della popolazione) che, per il fatto di vivere in un determinato luogo, hanno acquisito una probabilità di morire più alta degli altri. (….) Da Trieste a Venezia Porto Marghera, da Livorno al Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano, passando per Brindisi, Porto Torres e Gela fino a Taranto dove la superficie considerata Sin riguarda poco più di 114 kmq a terra, 22 kmq a Mar Piccolo, 51 kmq a Mar Grande e quasi 10 kmq a Salina Grande, con un interessamento diretto di 17 km di costa. (MARZIO GALEOTTI, da LA VOCE.INFO del 3/9/2012 – http://www.lavoce.info/ )

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SIN ITALY: LA BONIFICA DEI SITI DI INTERESSE NAZIONALE

da http://www.greenpeace.org/italy/it/ del 6/10/2011

Oggi in Italia le aree da bonificare sono moltissime: 57 di esse, le più pericolose, sono classificate come “Siti d’Interesse Nazionale” (SIN) e coprono il 3 per cento del territorio del Paese: 1.800 chilometri quadrati di aree marine, lagunari e lacustri (il doppio della Laguna di Venezia e del Lago di Garda messi insieme) e 5.500 chilometri quadrati di aree terrestri (per estensione più della somma delle province di Milano, Pavia e Lodi).

Greenpeace ritiene che le bonifiche di queste aree possano favorire ricerca e innovazione, creare occupazione e salvaguardare territorio e salute umana. Per trasformarle da problema a opportunità ci sono però alcuni passaggi obbligati: la fine della gestione emergenziale, l’abolizione dell’art. 2 della L.13/2009, un Piano Nazionale per le bonifiche dei SIN che miri a investimenti legati a efficienza e sostenibilità, certezza sulle risorse finanziarie da parte del Governo e soprattutto un confronto aperto con le rappresentanze di cittadini, sindacati e associazioni ambientaliste.

Rapporto SIN Italy _ GREENPEACE

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(Miniera del Sulcis) – intervista a Gigi Riva, il calciatore simbolo dell’isola

“FREGATI E SENZA FUTURO:I SARDI SONO DISPERATI”

di Marco Palombi, da “il Fatto Quotidiano” del 1/9/2012

   Gigi Riva è sardo per scelta, per indole, per natura insulare e per storia. Non è importante che sia nato nel Varesotto. É sardo e basta: è arrivato nell’isola nell’aprile del ’62 vivendo la cosa come una punizione e non se n’è più andato.
“Ho capito che sarei rimasto – ha detto una volta – quando andavamo in trasferta a Milano e ci chiamavano pecorai. O banditi”.
Gigi Riva è sardo perché è il santo laico dell’isola, l’immaginetta che la gente appende accanto alla Madonna, perché il suo Cagliari, alla Sardegna, ha regalato nome e orgoglio quando ancora non l’aveva. È sardo e parla da sardo di questa estate in cui i nodi del falso sviluppo stanno venendo al pettine: dalle fabbriche alle miniere fino alla campagna.
Quando lo chiamiamo, dice subito: “Non voglio fare interviste”. Poi capisce quale sarà l’argomento e parte da solo perché anche con 67 primavere addosso è ancora “Rombo di Tuono”, il soprannome che gli diede il simpatetico Gianni Brera: “Sono in Sardegna da cinquant’anni e una situazione di questo genere non l’ho mai vissuta. Basta farsi un giro per strada a Cagliari per capire: vedi i negozi che non lavorano e nelle vetrine solo i cartelli affittasi. Qui vivono anche i miei due figli e tre nipoti e le dico che la situazione non ha vie d’uscita”.
Non le sembra di essere troppo pessimista?
Questa situazione non ha una via d’uscita: troppe famiglie sono senza lavoro, senza mangiare. Oggi se ne accorgono anche in regione e dicono di voler intervenire, ma la verità è che non hanno i mezzi. È una marea che monta: le fabbriche e i negozi che chiudono, è troppo tardi…
Non ha nessuna speranza nel futuro?
Ma mica è solo il Sulcis che è in crisi… E l’Alcoa e la Vinyls a Porto Torres e i pastori e il commercio? É spaventoso. Chiudono e basta e questa gente non ha più niente nonostante che, per anni e anni, pur di avere un posto e uno stipendio se n’è andata a lavorare dentro queste fabbriche pericolose, velenose. Ecco cosa hanno fatto i sardi per poter lavorare.
Ma di chi è la colpa di questa situazione?
É una cosa che nasce da lontano, da quando c’era la cosiddetta ‘Rinascita della Sardegna’ (il Piano di rinascita è del 1962, ndr) e hanno regalato soldi a questo e quell’altro: gente che veniva qui portandosi dietro macchinari usati e facendoseli pagare per nuovi. E adesso si vedono i risultati.
Quindi che succederà in Sardegna?
Lo ripeto: è una situazione delicata e pericolosa perché c’è troppa disperazione e i sardi li vedo decisi. Poi non vengano a dire che sono un popolo di banditi, perché questa gente, ai tempi della rinascita, è stata presa per il culo mentre si regalavano miliardi a imprenditori del continente e stranieri.
Potrebbe intervenire il governo, magari, fare investimenti nell’isola.
Ma che devono fare? Se almeno nel Paese ci fossero risorse… e invece c’è la crisi. Lo vede? Anche questo governo è già incasinato: i politici non possono nemmeno aspettare di vedere che risultati porta che già vogliono tornare al potere. Sono abituati a mangiar bene e non possono rinunciare nemmeno al dolce.
Anche la regione ha presentato dei progetti per il rilancio delle industrie.
Cappellacci, il presidente, è una brava persona, io lo conosco, posso dire che è un mio amico, ma è stato messo lì. Come tutti i politici sardi, d’altronde, che sono solo impiegati di quelli del continente. Sono convinto che se potesse fare qualcosa, lo farebbe, ma non può, è troppo tardi.
E allora?
Nelle scuole bisognerà ricominciare a dire ai bambini che la Sardegna è collegata con tutta Europa e bisogna andare a prendere il lavoro dove c’è, in Portogallo, in Germania o in Lussemburgo. Succederà come quando, molti anni fa, andai con un mio amico a Seui, un paesino, e c’erano solo vecchi perché i giovani lavoravano fuori.
E la stampa? Come si occupa della Sardegna?
I giornali benestanti mettono la notizia, dicono che c’è la crisi, ma non la spiegano, non la trattano. Non ne hanno bisogno. (Marco Palombi)

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PORTO TOLLE, SBLOCCATA LA RICONVERSIONE

di Renzo Mazzaro, da “il Mattino di Padova” del 21/6/2012

VENEZIA – Sono passati sette anni da quando l’Enel portava i sindaci del Polesine a vedere le centrali a carbone pulito in giro per il mondo, in particolare in Giappone e Taiwan. Pareva che la conversione di Porto Tolle fosse a portata di mano.

   Sappiamo com’è andata: i ricorsi alla magistratura basati sulla legge istitutiva del Parco del Delta del Po, hanno paralizzato la procedura. Dal 2009 la centrale è ferma: la comparazione obbligata delle emissioni era tra un combustibile ecologico come il gas e il carbone. Insostenibile per il carbone.

   Il settimo anno c’è la ripartenza: la Regione ha cambiato la legge del Parco, la comparazione adesso si fa con l’olio combustibile che veniva adoperato prima, il Consiglio di Stato ne ha preso atto e la sesta sezione ha ribaltato il pronunciamento precedente.

   Una capriola all’italiana. La nuova sentenza riapre la strada all’Enel. Come nel gioco dell’oca si riparte dal Via (valutazione d’impatto ambientale): l’Enel può riavviare l’iter autorizzativo al ministero dell’Ambiente, sicura che il confronto carbone-olio combustibile le darà la vittoria.

   C’è il precedente della centrale di Civitavecchia, dove l’abbattimento delle emissioni si dice sia tra il 70 e l’80 per cento, ben superiore al 50 per cento imposto dalla legge. Basta pazientare 12 mesi all’incirca, tempo ritenuto necessario per completare le procedure tra il ministero dell’ambiente e quello dell’industria. Entrambi sono a Roma ma le distanze non sono in chilometri, com’è noto.

   Forte e chiara si alza la voce dei sindacati contro la burocrazia: «E’ una vittoria della Cisl ma adesso il governo si muova», dice Raffaele Bonanni. «Chi parla di un anno vuole solo ritardare il procedimento e bloccare nuovamente il progetto di Porto Tolle». Precisiamo che a parlare di un anno è l’Enel, non gli irriducibili ambientalisti, contro i quali un comitato di lavoratori delle centrale pensa addirittura di avviare una class action (sulla base di cosa non lo spiegano) e nemmeno gli operatori turistici, molti dei quali hanno perso le speranze di recuperare mai il Delta del Po a quel futuro di Parco previsto dalla legge regionale.

   Tant’è che i più determinati si sono trasferiti nella laguna di Venezia. Per irrobustire la richiesta, dato l’infelice momento dell’economia, vengono fatte circolare cifre poderose sulla capacità occupazionale della riconversione a carbone della centrale: il cantiere per riadattare gli impianti al nuovo combustibile darebbe lavoro a 3.800 persone.

   In realtà questa è la punta massima del personale che verrebbe utilizzato nei 6 anni previsti di durata dei lavori: lo dice sempre l’Enel. Il primo anno si comincia con 1000 operai, poi si prosegue con una media di 2000. Una volta riaperta la centrale, i posti stabili saranno 800.

   L’investimento vale 2,5 miliardi di euro, cifra nella quale sono contenuti i 42 milioni della convenzione firmata con Luca Zaia per rilanciare le attività turistiche del Parco del Delta. Denaro che verrà erogato a tranche di 7 milioni l’anno, appena aperto il cantiere.

   A parlare con i dirigenti dell’Enel sembra di avere a che fare con tesserati di Legambiente: l’ente si rende conto dei vantaggi che porta ma anche dei dissesti che crea, per questo paga volentieri gli indennizzi. Anche ai pescatori, che dovranno sloggiare dalla Busa del Canarin durante le operazione di scavo del canale. Il carbone arriverà con le bettoline direttamente dal mare e non risalendo il Canal Bianco e ridiscendendo lungo il Po. Almeno questa è una buona notizia. (Renzo Mazzaro)

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I FALSI MITI DEL LAVORO E IL SECONDO WELFARE

di Maurizio Ferrara, da “il Corriere della Sera” del 1/9/2012

– L’Italia è in ritardo nella creazione di posti nei servizi rispetto a Francia o Gran Bretagna – Su turismo e cultura il tasso di occupazione giovanile inglese è tre volte superiore a quello italiano – Servono medici, infermieri, insegnanti, tecnici informatici, ingegneri e anche qualche “creativo” –

   La disoccupazione è salita ancora, in particolare fra i giovani. Tutti dicono: c’è la crisi, dobbiamo rassegnarci e aspettare che l’economia riparta. Il governo assicura che sta facendo il possibile e ha appena presentato un’articolata agenda per la crescita.

   Benissimo, ma possiamo fidarci? Coi tempi che tirano in Europa e considerando la nostra bassa capacità di attuare le riforme, la ripresa non potrà essere né rapida né impetuosa. La creazione di «posti fissi» da parte di industria, trasporti, edilizia, pubblica amministrazione, commercio (i settori tradizionalmente più dinamici dal punto di vista occupazionale) non sarà perciò sufficiente per assorbire lo stock di giovani inattivi, disoccupati e precari.
Su che cosa puntare? Ci sono altri settori capaci di creare occupazione, con prospettive di crescita più favorevoli e più influenzabili nel breve dalle politiche economiche e fiscali? Si, ci sono i servizi: alle imprese, ai consumatori, alle famiglie. È su questo fronte che dobbiamo concentrare gli sforzi per affrontare seriamente l’emergenza lavoro.
L’Italia ha un forte ritardo rispetto agli altri Paesi. Prendiamo i «giovani» fra i 15 e i 39 anni. Da noi il tasso di occupazione è 57%. In Francia è il 62%, in Inghilterra il 70 per cento. Il divario italiano è quasi interamente spiegato dal «vuoto» dei servizi. Su cento giovani lavoratori inglesi, sei trovano impiego in questo settore: in Francia più di cinque, in Italia solo 4. E che lavori fanno questi giovani stranieri? I comparti trainanti sono sanità, istruzione, finanza, informatica e comunicazione, turismo, cultura. Si stenta a crederlo, ma in quest’ultimo comparto il tasso di occupazione giovanile inglese è tre volte più alto di quello italiano: un vero paradosso, per un Paese con le tradizioni e le ricchezze italiane.
Certo, non tutti i posti di lavoro sono «di qualità»: negli ospedali o negli alberghi c’è chi fa le pulizie o chi sta in cucina, nella cultura c’è chi fa il guardiano di museo o chi stacca i biglietti. E moltissimi impieghi sono flessibili: a termine, part time, interinali e così via. Ma sono comunque lavori. Una fonte di reddito, di integrazione sociale, un punto di inizio verso posizioni più stabili e gratificanti. I servizi necessitano anche (e in misura crescente) di personale altamente qualificato, molto spesso con buona formazione tecnico-scientifica.
Il buco particolarmente vistoso nel nostro Paese riguarda i servizi sociali alle persone. Qui trovano occupazione solo 600 mila giovani italiani, di contro al milione e mezzo di Francia e Inghilterra. I mestieri più diffusi sono: assistenti all’infanzia, ai disabili, agli anziani fragili, para-medici, animatori, educatori, operatori sociali, formatori. Le professioni, insomma, di quel «secondo welfare» che accompagna e integra il sistema pubblico e che in Italia stenta a decollare, penalizzando in particolare le donne con figli (si veda il sito http://www.secondowelfare.it).
Come sono riusciti gli altri Paesi a espandere i servizi? Un ruolo di primo piano è stato svolto dai governi, attraverso un mix intelligente di sgravi contributivi per i datori di lavoro, agevolazioni fiscali e in qualche caso sussidi per i consumatori, coordinamento e regia da parte dell’amministrazione pubblica.
L’elemento più importante di queste esperienze straniere è che, una volta decollati, i servizi «tirano» da soli. Secondo un recente rapporto del governo francese, l’incremento occupazionale dei prossimi dieci anni si concentrerà quasi tutto nel terziario.

   Sanità, assistenza, istruzione, cultura, turismo, servizi alle imprese potranno creare in dieci anni un milione e 300 mila posti. Serviranno medici, infermieri, insegnanti, tecnici, informatici, ingegneri «dei servizi», esperti di gestione (e anche qualche «creativo»).

   Industria, edilizia, trasporti apriranno poco più di 200 mila accessi. Certo, la struttura economica francese è diversa dalla nostra, qui l’industria pesa di più. Espandere i servizi non significa però affatto comprimere l’industria in termini assoluti (ci mancherebbe) ma solo relativi, come peraltro sta avvenendo in tutta Europa.
L’agenda per la crescita elaborata dal governo Monti contiene qualche misura indirettamente volta a far crescere il nostro arretrato settore terziario: liberalizzazioni, semplificazioni, piani per il turismo, coesione sociale, non autosufficienza, riordino delle agevolazioni. Ma servirebbe una strategia più mirata e sistematica.

   Se la nuova economia dei servizi non decolla, dobbiamo davvero rassegnarci a convivere molto a lungo con una disoccupazione giovanile a due cifre. (Maurizio Ferrara)

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Vista della zona di PORTOVESME, dove l’ALCOA produce alliminio
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One thought on “Il distretto del SULCIS in SARDEGNA, con l’attività della miniera di carbone a Nuraxi Figus e con la produzione di alluminio a Portovesme, è alla fine del suo tempo – Come trovare, nelle attività industriali obsolete, antieconomiche e inquinanti SOLUZIONI OCCUPAZIONALI PULITE e confacenti al territorio? – Come poi uscire dal FALSO MITO DEL CARBONE PULITO

  1. guglielmo o bill venerdì 21 settembre 2012 / 12:41

    LA FABRICA AVANZATA DEVE NASCERE LA MINIERA DI ALLUMINIO ESISTE
    Programma di Guglielmo: Primo LA PRATICA e poi che sia dagli stessi lavoratori stendere il programma per gestire la miniera, dalla parte di tutti gli addetti ai ruoli diversi di lavoro uguaglianza nei diritti. Ricordando la partecipazione come azionisti, soci, lavoratori.
    Fate la richiesta di un piano S.L.S. Società Lavoratori Sardegna S.R.L. Con capitale X.
    Produzione Mineraria Sardegna con gestione lavorativa degli attuali operai e quanti in avvenire possono essere assunti con mansioni del bisogno della crescita a 360 grati ampliare con tempi di programmazione le future risorse la commissione prescelta classe Pratica tecnica dietro votazione di soggetti capaci, non vendere l’alluminio raffinato non lavorato ma cominciare solamente a pensare nuove lavorazioni nuovi macchinari nuovi reparti di lavoro nuovi posti di lavoro per che. NO diciamo si ok – si ok SI PUO PENSARE, SI PUO FARE, ESSERE LAVORATORI PRODUTTORI E SOCI . Guglielmo 219\2012 Roma

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