LA RIVOLTA DELL’INTEGRALISMO ISLAMICO contro le Primavere Arabe e l’Occidente – il pretesto del film blasfemo (e dell’11 settembre) per rilanciare il pensiero dell’Islam tradizionalista – Potranno sorgere nei paesi arabi DEMOCRAZIE SU DUE LINEE: rispettose dei diritti libertari delle persone, e di chi invece privilegia il tradizionalismo religioso?

LA MAPPA DELLE TENSIONI ANTI-AMERICANE (da “Corriere.it” del 14-9-2012)(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   L’allerta massimo che si va diffondendo nel mondo, dall’Europa ai Paesi islamici, per l’ondata di proteste contro gli Stati Uniti, originate (almeno come pretesto “ufficiale”), con la messa in rete su Youtube di alcune scene del film blasfemo su Maometto prodotto in America (un “filmaccio” a detta di tutti, fatto ad hoc par di capire per scatenare la rivolta), quest’allerta preoccupa non poco tanti paesi geograficamente diversamente collocati (dal Sudan, alla Tunisia, all’Egitto, allo Yemen, il Bangladesh… cioè in ogni dove c’è una presenza islamica forte).

   In particolare, nella conformazione delle tre linee religiose e culturali cui viene a connotarsi il mondo islamico che “fa politica”, tre linee che molto semplicisticamente e da “non esperti” rileviamo possano essere: la prima quella dei “Fratelli Mussulmani” che è quella che meglio si è collocata nel potere politico lasciato libero dai dittatori travolti dai giovani idealisti delle “primavere arabe”; poi quella terroristica di Al Qaeda, che pare, o pareva fino a qualche giorno fa, in decadimento; e infine, quella che interessa adesso dei musulmani salafiti, un’ala politico-religiosa rigida nell’applicazione dell’islam, tradizionalista… Ebbene quest’ultima linea di interpretazione politica vissuta in modo rigido nel proprio credo religioso islamico, sembra quella che si sta facendo sentire di più nella protesta (antiamericana? anti-primavere arabe?) dopo i fasti e i successi dei fratelli musulmani nella loro conquista del potere in tanti paesi (e nell’applicazione di una politica realistica moderata di dialogo con l’occidente).

CHRISTOPHER STEVENS, ambasciatore USA in Libia – Nella notte dello scorso 11 settembre, al Consolato americano di Bengasi, con un assalto da parte di estremisti islamici è stato ucciso, assieme a tre funzionari diplomatici statunitensi

I salafiti pertanto forse non sono interessati di per sé a contestare l’Occidente, gli Stati Uniti (come si potrebbe pensare e si può vedere nelle bandiere americane e israeliane che vengono bruciate, e in particolare dopo l’attentato di Bengasi con l’assassinio dell’ambasciatore americano in Libia e di altri tre diplomatici americani, ad opera però quest’attentato pare di gruppi militarizzati “laterali” vicini alla rinata Al Qaeda), ma forse è un modo per tornare in auge, dopo la sconfitta politica, culturale, rappresentata dalle primavere arabe. I recenti trionfi elettorali e la diffusione del salafismo in tutto il mondo islamico paiono portatori di un’utopia politica integralista che difficilmente potrà trovare spazio nel nuovo mondo che si sta creando anche nei paesi arabi e musulmani. Andranno essi, come pare stia accadendo in questi giorni, ad ingrossare le file terroristiche più intransigenti e violente?

   Dall’altra va detto che con le primavere arabe i giovani idealisti che sono stati i veri promotori  e protagonisti, e si sono fatti massacrare per ribadire il desiderio di libertà, di “muoversi” e vivere come i giovani occidentali che hanno conosciuto attraverso internet e gli altri strumenti di comunicazione globale, ebbene quei giovani delle “Primavere” non sono andati in nessun modo al potere (pur avendo loro sconfitto i dittatori appoggiati dall’occidente), ma la loro influenza nelle società arabe sembra tutt’altro che cessata. Si è affermato un processo irreversibile di apertura al mondo, di richiesta di potersi muovere, viaggiare, conoscere altre realtà…. Tutto questo forse è stato acquisito e politicamente “accettato” dai nuovi leaders instauratisi, come i Fratelli musulmani; ma non da chi ha una filosofia religiosa più chiusa (ma rispettabile, se non repressiva contro le persone), che ha dovuto subire una “rivoluzione” che li escludeva del tutto.

   Per questo noi pensiamo che una convivenza pacifica possibile in tanti paesi arabi, o non arabi ma con significativa presenza di musulmani, passa per una DEMOCRAZIA pluralista, forse un po’ diversa da come viene intesa in occidente, dove si prospetti la possibilità di trovare una soluzione conviviale tra chi vuole vivere la propria vita sui modelli occidentali (per intenderci, in base ai principi della rivoluzione francese e delle libertà costituzionali riconosciute nelle democrazie occidentali), e chi invece trova espressione comunitaria più confacente a sè stesso nel tradizionalismo religioso. Sarà mai possibile una convivenza, in unici territori, di due mondi diversi, senza sopraffazione reciproca? Un equilibrio difficile, ma forse l’unico possibile per una via di pace stabile e condivisa. (sm)

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LA VIA DEI SALAFITI: MAOMETTO E CORANO LE BUSSOLE INVIOLABILI

di ROBERTO TOTTOLI, da “il Corriere della Sera” del 14.9.2012

   Devono il loro nome ai pii antenati (al-salah al-salih), ovvero ai primi musulmani e a Maometto la cui condotta seguono alla lettera.

   Corano e figura del Profeta sono il centro di devozione di tutti i musulmani, ma per i salafiti divengono qualcosa di più: un ideale di perfezione da imitare in ogni dettaglio, nella certezza che mai nessun altra generazione potrà raggiungere quella perfezione.

Yemen, città di Sanaa, LA PROTESTA

Nati come movimento progressista a cavallo di fine ‘800, i primi salafiti si richiamavano a Maometto per superare e vincere i residui della scolastica medievale e per avviare riforme spesso filo-occidentali tra Egitto e India. Nel Ventesimo secolo, il loro insegnamento ha ben presto perso terreno e diffusione davanti ai processi di re-islamizzazione.

   Ed è così, che dagli anni 70, il termine salafita è tornato pian piano a circolare ma per designare un altro islam. L’islam tradizionalista, rigido, spesso finanziato dai denari dei wahhabiti sauditi, avverso ad ogni innovazione e sostenitore di un’unica interpretazione della propria religiosità. Il fallimento di ogni altra soluzione politica nelle realtà del mondo islamico e l’affermarsi progressivo del ruolo politico dell’islam hanno negli ultimi decenni fatto il resto, e le primavere arabe hanno mostrato, anche in maniera sorprendente, come molti elettori considerino la visione salafita attrattiva. La loro risposta ai problemi è del resto chiara e all’apparenza senza dubbi.

   Ogni soluzione va trovata nel Corano e nell’esempio di Maometto, nei suoi detti e nei suoi atti, e la via per ottenerlo è un continuo e ossequioso studio della sua condotta, ovvero della sunna. Come spesso accade, però, la granitica certezza di ogni salafita non genera le stesse visioni, e le divisioni non mancano. Vi sono salafiti quietisti, contro ogni intervento diretto nelle società, dediti allo studio e critici verso ogni azione diretta, ed altri che collaborano con jihadisti un po’ ovunque.

   Vi sono salafiti che disprezzano tutti gli altri, anche Al Qaeda e i suoi appartenenti, tacciandoli di ignoranza e scarsa dottrina, e salafiti che cercano vie politiche e che partecipano alle competizioni elettorali usandone tutte le tecniche necessarie, compresi slogan facili e di presa immediata. Pochi sono forse gli elementi che unificano tutti, e sono quelli che compattano anche tutta la comunità islamica. La difesa del Corano e della figura del Profeta sono i più importanti.

   Non stupisce affatto, perciò, che siano ora in prima linea nei disordini e nelle proteste contro il film anti-musulmano di Sam Bacile e che le loro proteste stiano infiammando il mondo islamico. La diffusione dell’islam salafita in ogni dove sta spingendo in un’unica direzione realtà tra loro diverse, in nome di un islam tradizionale che si vuole sempre uguale. È una visione che dimentica volutamente duttilità e diversità della storia musulmana.

   Davanti a un mondo islamico contemporaneo che addirittura rifugge da rappresentare visivamente Maometto, che ne oscura il viso nelle ricostruzioni cinematografiche e televisive, il salafismo rigetta secoli di riproduzioni miniate in cui il volto del Profeta era a volte ritratto, e una devozione popolare che si è riconosciuta in rappresentazioni concrete e non solo in rigidi dettati.

   E così facendo cerca una purezza teologica che rappresenta un ritorno a origini mai esistite e solo idealizzate. I recenti trionfi elettorali e la diffusione del salafismo in tutto il mondo islamico paiono portatori di un’utopia politica che difficilmente potrà sopravvivere al confronto con la realtà concreta. Le difficoltà di coniugare politica e richiamo religioso sono già evidenti nella Fratellanza Musulmana al potere in varie realtà nazionali, e per i salafiti l’equilibrio rischia di essere ancora più difficile.

   Il rigetto di ogni presunta innovazione rispetto alla pratica e ai pronunciamenti di Maometto non può che far esplodere differenze. Già lo si è visto in alcuni casi concreti, come in Tunisia o in Egitto. E per assurdo, il vero elemento condiviso pare essere la difesa del Corano e di Maometto contro presunti attacchi esterni che, oggi come nel recente passato, hanno la forza di riunire in un’unica voce proteste e reazioni violente.

   E tutto ciò avviene in nome di un malinteso spirito comunitario che trova espressione e unità solo in queste reazioni, e che in fondo, più che una visione dottrinale, evidenzia la capacità salafita di dar corpo, magari per poco, a un islam unico, coeso, e a difesa della centralità del suo Profeta. (Roberto Tottoli)

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14/09/2012, da http://www3.lastampa.it/esteri/

MEDIO ORIENTE AD ALTA TENSIONE

– Rivolta contro il film su Maometto. Assalto alle ambasciate americane. 7 morti tra Egitto, Tunisia e Sudan – Scontro anche in Libano, India, Bangladesh, Giordania e Yemen – Diplomatici occidentali in fuga – Tensione in Usa, allerta dell’Fbi – Obama: “Noi non ci ritireremo” –

   Il mondo musulmano è in fiamme. La rabbia dilaga: migliaia di islamici sono scesi in piazza dal Nord Africa al Sud-Est asiatico, nel primo venerdì di preghiera dopo la messa in rete su Youtube di un offensivo film su Maometto, costato la vita all’ambasciatore americano in Libia, morto martedì notte insieme a tre connazionali.
Sono state attaccate le ambasciate Usa un po’ ovunque e le sedi diplomatiche tedesca e britannica in Sudan. Proprio qui ci sono stati tre dei sette morti rimasti sul terreno negli scontri – in alcuni casi violentissimi, in altri più blandi – con le forze di sicurezza intervenute a impedire saccheggi e vandalismi e a fermare gli assalti con ampio uso di gas lacrimogeni e idranti, ma anche sparando ad altezza d’uomo.
In Tunisia vi sono state altre due vittime e una trentina di feriti, alcuni in gravissime condizioni. E poi un giovane ha perso la vita al Cairo, in Egitto, mentre nella Tripoli libanese una persona è stata uccisa nel giorno in cui papa Benedetto XVI, in visita nella capitale Beirut, chiedeva il trionfo della pace e dell’amore sulla guerra e sull’odio.

venerdì (14/9/2012) di rivolta islamica

   A Khartoum, in SUDAN, l’ambasciata tedesca è stata tempora- neamente invasa da alcune decine di dimostranti che sono anche riusciti a strappare la bandiera tedesca, mentre la grande massa è stata bloccata all’esterno e si è poi avviata, in una marcia furiosa, verso la sede diplomatica statunitense. In diecimila si sono riversati verso il compound senza però riuscire a sfondare. E anche i britannici sono riusciti a difendere i loro edifici, bloccando a distanza i fondamentalisti che agitavano i vessilli neri dell’integralismo e bruciavano – al grido di “Allah Akhbar” – le bandiere americane e israeliane.
L’altro Paese pesantemente coinvolto nelle rabbiose manifestazioni del venerdì è stata la TUNISIA. Anche qui giovani inferociti sono riusciti a penetrare oltre la cinta muraria dell’ambasciata Usa, nonostante le forze di sicurezza sparassero anche ad altezza d’uomo. Sono stati respinti solo dopo alcune ore lasciando sul terreno decine di feriti, due dei quali sono poi morti in ospedale. Nel frattempo, anche la scuola americana a Tunisi era stata incendiata e gravemente danneggiata.
Difficile anche la situazione al Cairo, benché i Fratelli musulmani del presidente Mohamed Morsi avessero ritirato un loro precedente appello a scendere in piazza in tutto l’EGITTO. Centinaia di persone hanno continuato per tutta la giornata a fronteggiare la polizia, schierata massicciamente a protezione dell’ambasciata americana. E in serata è stato trovato nei pressi di una moschea il cadavere di un giovane.
In LIBANO l’uomo ucciso dalle forze di sicurezza aveva dato l’assalto a un fast food americano a Tripoli, seconda città del Paese. Anche qui i feriti sono stati una trentina. In difficoltà, dopo i quattro morti di ieri, anche le autorità yemenite che a Sanaa sono nuovamente intervenute in forze con lacrimogeni e idranti, riuscendo a tenere i manifestanti a circa 500 metri dalla sede diplomatica Usa. La situazione è però molto pesante, tant’è che Washington, dopo aver inviato marines e droni a Bengasi in Libia, ha comunicato l’invio di altri marines a protezione delle installazioni occidentali nella capitale yemenita. Ma i Paesi che hanno visto gli Stati Uniti sotto attacco con dimostrazioni di massa ’globalì sono stati veramente molti.
In IRAN migliaia di persone si sono radunate a Teheran al grido di ’Morte all’Americà e ’Morte a Israelè; in IRAQ altre migliaia di musulmani hanno sfilato a Bassora scandendo ’Non c’è libertà quando si offendono un miliardo di musulmanì. Il continente Africa ha registrato altre dimostrazioni in MAROCCO, MAURITANIA, KENYA E NIGERIA ma qui le forze di sicurezza hanno mantenuto con decisione il controllo delle situazioni più a rischio. Fino all’ALGERIA, dove il governo ha tagliato alla radice il problema, vietando e impedendo qualunque tipo di assembramento. In Asia, dopo l’IRAN, la protesta più imponente ha visto diecimila persone in piazza a Dacca, in BANGLADESH: anche qui bandiere americane e israeliane bruciate oltre a slogan rabbiosi contro «gli insulti al nostro grande profeta». Come in numerose città del PAKISTAN, a Giakarta in INDONESIA o in INDIA, a Madras, dove 86 persone sono state arrestate mentre marciavano verso il consolato Usa, e in AFGHANISTAN.
SALE L’ALLERTA NEGLI STATI UNITI
Con il mondo islamico in fiamme, l’Fbi lancia l’allerta: le proteste contro il film anti-islam potrebbero estendersi anche negli Stati Uniti tramite gruppi di estremisti. E in America scatta l’allarme rosso che fa subito alzare la guardia: nel giro di poche ore due università statunitensi, quella del Texas e quella del Nord Dakota, vengono evacuate per una minaccia-bomba, dopo la telefonata ad entrambi gli atenei di un uomo, con accento medio orientale che ha rivendicato legami con Al Qaeda.

   «Faremo giustizia» promette il presidente Barack Obama, al fianco del segretario di Stato Hillary Clinton, di fronte alle salme dei quattro americani morti in Libia, nella cerimonia per il rimpatrio delle salme. «Il loro sacrificio non sarà mai dimenticato» aggiunge il presidente sottolineando che «gli Stati Uniti non si ritireranno» di fronte alla violenza. E rivolgendosi alle famiglie delle vittime dice: «Sapevano di essere in pericolo e lo hanno accettato. Non solo hanno aderito ai principi americani, hanno dato la loro vita per questi». I leader dei Paesi dove si stanno verificando le proteste devono garantire la sicurezza, incalza poi Obama invitandoli a «parlare contro le violenze».
MARINES IN YEMEN
Intanto la Casa Bianca, per assicurare il personale diplomatico e non nel mondo, ha rafforzato le misure di sicurezza, e inviato anche marines in Yemen: un contingente di 50 uomini, come quello dei marine anti-terrorismo Fast già inviato a Bengasi. Commossa, accanto a Obama, la Clinton parla con voce spezzata: «I Paesi arabi non hanno lottato contro la tirannia dei dittatori per quella della violenza».

   Ma la coincidenza dell’attacco al consolato americano di Bengasi con le commemorazioni per l’11 settembre alimenta il timore di atti terroristici negli Stati Uniti o presso strutture americane nel mondo. La Casa Bianca prende intanto le distanze dal film anti-islam che ha innescato la miccia delle proteste nei Paesi della primavera araba, definendolo «disgustoso» e ribadendo che gli Stati Uniti non hanno nulla a che fare con la sua produzione: «le proteste sono contro il video con contro gli Stati Uniti. Non ne siamo responsabili. Noi abbiamo una storia di tolleranza religiosa» afferma il portavoce Jay Carney, sottolineando che gli Usa sono paladini della «libertà di espressione, elemento fondamentale della Costituzione». E che per questo «non possono fermare» nessun tipo di espressione, neanche un’offensiva come quella del video.

  In ogni caso la Casa Bianca chiede a Youtube di esaminare il film e verificare se rispetti o meno le modalità d’uso del sito, mentre la Cnn fa sapere che l’intelligence americana inviò un cable all’ambasciata americana al Cairo il 9 settembre scorso – 48 ore prima che scoppiassero gli incidenti – sul pericolo di una reazione islamica alla diffusione del film anti-Maometto. (da “la stampa.it del 14/9/2012)

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I TRE VOLTI DELL’ISLAM POLITICO

di ALBERTO NEGRI, da “Il sole 24 ore” del 14/09/12

   Con la primavera araba l’Occidente, scottato dall’11 settembre e dalle avventure militari in Afghanistan e Iraq, ha pensato che questa poteva essere l’occasione per una rivincita. Guardava con soddisfazione alle piazze di Tunisi, Cairo, Bengasi, Damasco.

   Qui giovani idealisti si facevano massacrare in nome della libertà e della lotta a dittatori senescenti che in alcuni casi avevamo appoggiato fino all’ultimo respiro. Finalmente potevamo scegliere tra i musulmani buoni e quelli cattivi. Una pretesa che si è rivelata illusoria. Il potere non è andato ai giovani carbonari di internet e Facebook ma, come prevedibile, ai movimenti islamici.
L’Islam politico ha almeno tre volti. Quello di movimenti e partiti legati ai Fratelli Musulmani – associazione fondata dall’egiziano Hassan al Banna nel 1928, di stampo conservatore e tradizionalista – che grazie alla loro capacità di penetrazione sociale riscuotono larghi consensi popolari. I Fratelli Musulmani sono una sorta di multinazionale ideologica che va dall’Egitto al Maghreb, dalla Siria alla Palestina, alle monarchie del Golfo.

   Un’altra corrente, più radicale, è costituita dai salafiti, la cui interpretazione del Corano e della sharia, la legge islamica, propugna un ritorno alla purezza delle origini: per fare un esempio predica la distruzione delle tombe dei santi come è avvenuto a Timbuctù e in Libia.

   I salafiti possono trovarsi anche tra i Fratelli Musulmani e percepire la politica come lo strumento per instaurare uno stato islamico, oppure ingrossare i ranghi della guerriglia e del terrorismo.
Questi gruppi esistevano prima che Osama bin Laden fondasse Al Qaeda, un’operazione di marketing dell’estremismo e del terrore che con l’11 settembre ha venduto il suo franchising in tutto il mondo musulmano. In Afghanistan è quasi scomparsa ma sopravvive in Pakistan, nelle sue branche del Maghreb, dello Yemen e trova affiliazioni nei gruppi jihadisti africani e mediorientali.

   In questi ultimi 25 anni ho avuto a che fare, anche direttamente, con dozzine di organizzazioni intestate alla Jihad, alla guerra santa, o agli Ansar, i compagni del Profeta, i partigiani dell’islam. Alcuni di questi marchi sfioriscono dopo una breve stagione, altri resistono, si trasformano e quando qui in Occidente sappiamo poco o nulla degli eventi sfoderiamo il brand di Al Qaeda. Ma i qaidisti sono più astuti di noi, se è vero che Mohammed al Zawahiri, fratello di Ayman, successore di Bin Laden, l’altro giorno stava in piazza Tahrir a protestare davanti all’ambasciata americana.

   Faceva notare qualche giorno fa Ala Al Aswani, autore di Palazzo Yacoubian, a lungo in Egitto il secondo libro più venduto dopo il Corano: «Il presidente Morsi continua a rilasciare i detenuti che appartengono come lui ai movimenti dell’Islam politico e allo stesso tempo non vuole usare il suo potere di grazia per rilasciare gli attivisti civili, processati dai militari, perché non sono islamisti».

   Questo Islam politico dai tre volti è una semplificazione, non esclude che possano farsi strada i laici e ci siano anche tra i partiti religiosi, come il tunisino Ennhada, sfumature importanti. Mentre a Bengasi portavano via il cadavere dell’ambasciatore Christopher Stevens, a Tripoli il Parlamento libico eleggeva come nuovo primo ministro, Abushagur, che prevaleva sia sul favorito Jibril, un laico, che sul candidato dei Fratelli Musulmani.
Le differenze tra questi volti dell’islam politico possono essere nette ma c’è un equivoco di fondo che tentava di spiegare anni fa un grande studioso come Alessandro Bausani. «Per l’islam la religione è qualche cosa che abbraccia sia la fede che la politica, è regola di vita, legge». Questo non impedisce che dozzine di teologi musulmani abbiano lottato per affermare una visione diversa, dove l’interpretazione del Corano prevalga sul dogma e l’ortodossia.

   I più ottimisti negli anni Ottanta pensavano che l’islam politico fosse il tentativo da parte del Sud del mondo, debole ed emarginato, di fare sentire la propria voce nei confronti del Nord opulento e aggressivo. Alla domanda quanto sarebbe durato l’islam politico e integralista, Maxime Rodinson, professore emerito della Sorbona, rispondeva: «Non molto, credo 30-40 anni, un battito di ciglia nella storia dell’umanità».
Ma i più realisti sottolineano da tempo che le società dei Paesi musulmani sono largamente islamiche, nel solco più conservatore e tradizionalista. Dalla disgregazione e dalla caduta dei miti socialisti come Nasser in Egitto e dei regimi militari rivoluzionari – Algeria, Siria, Libia, Iraq – è in corso da oltre tre decenni un processo di diffusa e profonda islamizzazione, favorita dalla frustrazione che derivava da governi autoritari e polizieschi, da noi spesso considerati “moderati”.
Questa islamizzazione adesso riguarda anche l’Occidente. Non tanto per l’importante presenza delle minoranze musulmane nelle società europee, quanto per l’alleanza sempre più stretta con le monarchie petrolifere del Golfo che sostengono i movimenti islamici nel mondo arabo. Sono regimi anche loro illiberali che però investono in Occidente e finanziano i gruppi della guerriglia e dell’opposizione della primavera araba tra cui crediamo di potere scegliere, con una certa protervia, tra musulmani buoni e cattivi.

   Vogliano essere ottimisti? Speriamo in una “via islamica alla democrazia” ma non illudiamoci che possa corrispondere ai criteri occidentali. Forse accadrà tra 30-40 anni, magari anche meno, un battito di ciglia nella storia, un’eternità in politica. (Alberto Negri)

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la rete dietro l’attacco di Bengasi

ARMI, SOLDI DAL GOLFO E «CONSULENTI» DALL’ESTERO: I CAMALEONTI DELLA JIHAD

– Rivoluzionari di giorno, filo-qaedisti di notte. Il mondo arabo sta cadendo nel caos –

di GUIDO OLIMPIO, da www.corriere.it/esteri/ del 14/9/2012

WASHINGTON – Si camuffano. Solo pochi ostentano l’appartenenza a correnti salafite. Non dichiarano di essere jihadisti, preferiscono invece il più generico «rivoluzionari». Formazioni come Ansar Al Sharia fanno da ombrello a nuclei più sfuggenti (le Brigate Abdul Rahman) con intrecci che possono portare lontano o vicino. Ci sono quelli che hanno contatti con la rete qaedista internazionale ed altri – come è avvenuto in Iraq dopo la sconfitta di Saddam – che sono dei lealisti pentiti. Tra questi ex membri dei Comitati rivoluzionari.

   È su questa nebulosa che si concentra l’attenzione delle forze di sicurezza come degli 007. Infatti, ieri notte a Bengasi, sono scoppiati scontri tra la Brigata Folgore (governativa) e i militanti di Ansar dopo che quest’ultimi si sono rifiutati di consegnare il loro arsenale, un’importante risorsa per fare cassa.

   Gli estremisti possono contare su diverse fonti di finanziamento. La prima è il traffico di armi. Il capoluogo della Cirenaica ha un mercato (nero) fiorente di fucili, granate, lanciarazzi rubati negli arsenali di Gheddafi. La polizia non è mai riuscita a stroncarlo. Anzi c’è chi dice che il governo abbia lasciato fare nella speranza di esaurire le scorte. Resta il fatto che le armi libiche sono state trovate – solo per citare alcuni Paesi – in Nigeria, Siria, Tunisia, Mali e Sinai.

   Quelli che hanno attaccato il consolato Usa non hanno usato le doppiette bensì camioncini con mitragliere antiaeree. E ne hanno a volontà, da vendere a chi ha il contante pronto. Disponibilità che si porta dietro un’altra conseguenza: i baratti di materiale bellico facilitano la collaborazione tra estremisti che agiscono sull’intero quadrante regionale.

   Il secondo canale sono le offerte di cittadini e la zakat, l’obolo versato da ogni buon musulmano. È il 2,5% del proprio guadagno annuale. Quando si fa la somma il denaro è molto. Anche perché – aggiungono fonti mediorientali – è integrata dall’aiuto proveniente dal Golfo Persico, con soldi inviati da istituzioni o di privati. Flussi non tracciabili e dunque è facile smentirli. Quindi ci sono gli stipendi. Molti salafiti hanno il doppio cappello.

   Di giorno sono miliziani «ufficiali», inquadrati in qualche unità. Di notte ridiventano estremisti. Quanto è avvenuto alla sede diplomatica americana di Bengasi ne è la prova. La difesa era affidata alla «Brigata 17 Febbraio» guidata da Ismail Sallabi, salafita e fratello di un imam importante vicino al Qatar. Ma la notte dell’attacco non ha fatto da scudo. Spiegazione: «Gli assalitori avevano una potenza di fuoco superiore alla nostra».

   Grazie alla disponibilità di fondi e uomini, i salafiti hanno curato l’addestramento. Con alcune «basi» più strutturate e punti d’appoggio. Le prime, segnalano fonti locali, si troverebbero nella regione della Montagna Verde, vicino al confine egiziano (area di Tobruk), infine a Derna, da sempre cuore pulsante del jihadismo libico. Meno identificabili i «campi volanti».

   Li aprono dove capita solo per qualche ora. Una caserma dismessa, un parco pubblico possono trasformarsi rapidamente in un luogo dove allenarsi. E le milizie nate durante la lotta contro il dittatore diventano una perfetta copertura per chi vuole prepararsi senza essere disturbato. Questa comunità radicale rischia di diventare un terreno ideale per eventuali interferenze esterne. Facendo da schermo o interagendo con possibili elementi qaedisti.

   Sulla presenza dei «professionisti» sono girate molte informazioni. Lo stesso ambasciatore americano Chris Stevens le aveva raccolte. Riferivano di emissari arrivati dal Pakistan. Con l’apparizione di un misterioso islamista britannico identificato solo con delle sigle. Pellegrinaggi sulla via della Jihad seguito da altri due coordinatori. Quindi di collusione con «Al Qaeda nella terra del Maghreb islamico», la formazione nata in Algeria e poi estesasi nella regione sub-sahariana.

   Tutti segnali accolti con prudenza e anche scetticismo. La Libia non è il Pakistan, ci si conosce, i clan fanno la conta. E la comparsa di stranieri non può restare inosservata per troppo tempo. Ma se dovesse instaurarsi un clima di violenza diffusa i qaedisti troverebbero sicuramente nuovi spazi.

   L’obiettivo è quello di creare un bacino dove si muovono salafiti, seguaci di Al Zawahiri, laici scontenti e re-islamizzati. Meccanismi non sempre studiati a tavolino. Le dinamiche mediorientali spesso si innescano con un gesto di violenza cieca, magari con obiettivi limitati. E solo in un secondo momento si tramutano in fratture dalle conseguenze incalcolabili. (Guido Olimpio)

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“IL FUOCO DELL´ESTREMISMO SULLA PRIMAVERA ARABA”

di LUCIO CARACCIOLO, da “la Repubblica” del 13/9/2012

   L´obiettivo strategico dei jihadisti che hanno assassinato l´ambasciatore americano a Tripoli è la strana ma efficiente alleanza Stati Uniti-Fratelli musulmani emersa dalla «primavera araba». L´identico bersaglio dei salafiti che nelle stesse ore si sono scatenati contro la sede diplomatica Usa al Cairo per protestare contro il provocatorio film su Maometto.
Un film prodotto da un oscuro uomo d´affari israelo–americano, sponsorizzato da donatori ebrei, cristiani copti egiziani e ultrareazionari protestanti americani. La coincidenza con l´anniversario dell´11 settembre e con l´avvio della fase decisiva della campagna per la Casa Bianca accentua l´eco di eventi già traumatici.
Poco importa se la coincidenza fra la diffusione in Internet di alcuni estratti del film antimaomettano, l´assassinio del diplomatico americano e le proteste nella capitale egiziana – destinate a diffondersi nel vasto arcipelago islamico – sia o meno frutto di premeditazione. Contano gli effetti, non solo in Nordafrica ma in tutto il Grande Medio Oriente. È troppo presto per stabilirli, non per ragionare sulla dinamica degli eventi in Libia e in Egitto, come sul modo in cui vorrà reagire l´America.
Partiamo dalla Libia. Il regime di Gheddafi è crollato, ma non ne è nato uno nuovo. Anzi, nelle ultime settimane la violenza si è riaccesa, non solo nel profondo Sud, dove ancora si asserragliano i reduci del colonnello.

   Il governo legittimato dal voto è tuttora in gestazione, mentre le milizie che hanno vinto la guerra civile non intendono disarmare. E spesso si sparano addosso. Recentemente a Tripoli sono tornate ad esplodere le autobomba. I salafiti – musulmani radicali – hanno dato l´assalto a siti storici di confraternite sufi, vocazionalmente pacifiche e moderate.

   In Cirenaica si concentrano i jihadisti, alcuni dei quali reduci dall´Iraq o pendolari da e per la Siria, tra i quali i responsabili della strage di Bengasi, probabilmente preparata da tempo. Presso Derna sono installati alcuni campi gestiti da qaidisti, sorvegliati dall´alto dai droni americani. Polizia ed esercito in ricostituzione non sono in grado di affrontarli. Le tribù locali girano al largo.
Alcuni osservatori occidentali preconizzano un nuovo Afghanistan alla nostra frontiera meridionale. Esagerano, probabilmente. Non più di quanto facciano i cantori della Libia democratica, che immaginano uno Stato libero e democratico dove invece regna l´anomia. Intanto i pallidi rappresentanti della “nuova Libia” accusano americani ed europei di averli abbandonati a loro stessi.
Quanto all´Egitto, è il modello dell´intesa Fratelli musulmani-Stati Uniti. Dopo averli bollati per decenni come terroristi, Washington ha deciso di puntare sugli islamisti quali provvisori sostituti dei dittatori amici liquidati dalle rivolte, in assenza di alternative al caos permanente.

   I rivoluzionari filo-occidentali della prima ora si sono rivelati troppo deboli e divisi, un po´ come i dissidenti dell´Est dopo il crollo del Muro. Quanto ai militari egiziani, infiltrati dagli islamisti, hanno dovuto accettare l´inversione dei ruoli nel flessibile patto di non aggressione da tempo stipulato con i Fratelli: oggi a dettar legge sono questi ultimi, guidati dallo scaltro presidente Mohamed Morsi, mentre le gerarchie dell´esercito mordono il freno.
L´ala estremista dei salafiti mal sopporta però il nuovo regime, così come, sul fronte opposto, la corposa minoranza copta. Il successo ottenuto dal partito salafita alle elezioni (un quarto dei voti) indica che la corrente più radicale dell´islam egiziano è un fattore con cui i Fratelli – e i militari – devono fare i conti. Se il clima dovesse infiammarsi, per causa dell´ennesima provocazione dei crociati antimaomettani, e se la crisi economica dovesse inasprirsi, gli equilibri allestiti in questi mesi potrebbero saltare.
Sempre che non ci pensino gli israeliani, attaccando l´Iran, a riazzerare l´intera partita mediorientale. Una mossa da roulette russa. Con i terroristi islamici che rialzano la testa, Gerusalemme potrebbe invocare una ragione in più per rovesciare il tavolo – e la mal digerita intesa Fratelli musulmani-Stati Uniti.
E l´America? Mentre Romney lo accusa di debolezza verso i terroristi, Obama esibisce il suo leggendario sangue freddo. Salvo stupirsi per il fatto che l´attacco sia avvenuto “in un paese che abbiamo contribuito a liberare, in una città che abbiamo salvato dalla distruzione”.

   Questo per il pubblico. Senza troppo clamore, è scontato che droni Usa bombarderanno le basi jihadiste in Cirenaica e qualche effettivo o presunto caporione qaidista sarà liquidato in stile israeliano. Di tutto ha bisogno Obama meno che di rimettere in discussione lo strombazzato successo contro al-Qaida, sigillato con lo scalpo di bin Laden – peraltro mai esibito.

   Ogni mossa del presidente, nelle prossime settimane, sarà unicamente calibrata sulla rielezione. Purtroppo storia e cronaca confermano che raramente i fatti si conformano all´agenda della democrazia americana. (Lucio Caracciolo)

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NELL’ULTIMO RIFUGIO DI CHRIS STEVENS

di GIOVANNI CERRUTI, da “la Stampa” del 14/9/2012

BENGASI – Alle sette del mattino, Fathi dice che non c’è nessuno, tanto le guardie arriveranno più tardi, si può entrare, si può vedere quel che resta del Consolato americano, capire come è morto asfissiato l’ambasciatore Chris Stevens. In ciabatte scala la cancellata, un salto ed è dall’altra parte, un clic e apre il portone di ferro nero.
C’era anche Fathi, l’altra notte. Ma non era in corteo, nemmeno sapeva del film «Innocence of Muslims». E forse non c’era nemmeno il corteo. «Abito qui vicino, ma stavo lontano: troppo rumore, troppa paura». I colpi di mortaio che si abbattono sul tetto della villa, il fuoco, il fumo, le urla, altri colpi.
Cinque gradini per arrivare all’ingresso, un capitello di marmo bianco annerito. La conoscono bene i diplomatici della città, questa villa in fondo al «Quartiere Venezia», dal nome del ristorante più noto nella zona. E’ a quattro chilometri dal centro e dal mare, e per raggiungerla ce ne vuole un altro mezzo tra le buche nell’asfalto. Appartata, nascosta da muri di cemento grigio come altre cinque. Fathi dice che le chiamano «le fattorie»: «Laggiù, in fondo al prato, c’è la vigna». Ma qui, adesso, anche i gelsomini della siepe puzzano di fumo e morte. Niente di intatto, solo il prato e le due porte per qualche partita a pallone.
In cima ai cinque gradini si cammina nei pezzi di vetro, nel fumo di qualcosa che ancora brucia, in un salone dove proprio ieri l’ambasciatore Stevens avrebbe dovuto ricevere per un caffè Guido De Sanctis, il console italiano, e ora restano cornici annerite senza più quadri. Sulla sinistra un’altra sala, sulla destra la cucina: sul tavolo spezzato in due e bruciacchiato un cesto di fiori secchi, una torta al cioccolato, la scorta di «Spaghetti Filitz», Made in Montenegro. Da un’altra stanza senza finestre arrivano vampate acri: s’intravede una ventola di plastica bruciata, dagli infissi si capisce che la porta era blindata.
Chris Stevens era qui, a cercar riparo nella stanza più sicura. E da qui, dice Fathi, chi l’ha tirato fuori, chi l’ha portato al Bengasi Medical Center, manco sapeva che fosse l’ambasciatore. «Ma era già morto asfissiato, era già finito tutto, c’erano solo i ragazzi che facevano le foto con i telefonini». Altri, per la verità, finivano il lavoro: il saccheggio, la poltrona dove avrebbe preso il caffè con il console De Sanctis che galleggia nella piscina nel retro della villa, addosso a un ombrellone. Impensabile che l’ambasciatore abbia tentato di fuggire dal tetto, centrato e crollato in salone al primo colpo di mortaio.
Fathi va al cancello a controllare, non vuole che lo trovino qui. E non vuole ricordare l’altra notte, nemmeno confermare le voci che si fanno più insistenti, ad esempio che non c’era un corteo, ma una delegazione di islamici che voleva chiedere un incontro per protestare, loro sì, per il film «Innocence of Muslim». E, consapevoli o meno, le lunghe barbe sarebbero stata l’esca, il modo migliore per avvicinare i libici della «Blue Mountain», la sicurezza privata del consolato Usa per la protezione esterna. Sembra sicuro che abbiano aperto il cancello, sul portone di ferro nero non c’è un graffio, né una forzatura.
Dopo mezz’ora Fathi dice che è meglio andare, e avrà ragione. Sono in arrivo gli uomini mandati da Tripoli, da Abdel Monem al Horr, Commissario per la Sicurezza Interna. Scendono da due auto e si avvicinano camminando tra sabbia e bossoli. Nulla da dichiarare. «Parleranno da Tripoli». E infatti sarà Mustafa Abu Shagur, il premier eletto mercoledì con i voti dei «Fratelli Musulmani», a dirlo: «L’inchiesta sta facendo passi avanti, abbiamo nomi e foto». Frase già sentita, in Libia: come a giugno, dopo il fallito attentato all’ambasciatore inglese; o dopo l’uccisione di Muhammar Gheddafi. Passi lenti e silenziosi.
Le foto sono sui giornali e su internet, i nomi sono quelli di chi è già stato arrestato. E nonostante la smentita della loro organizzazione, sarebbero nomi e facce riportano al gruppo «Ansar al Sharia», che mercoledì ha negato responsabilità e ha esultato per l’assalto al Consolato e la morte di Chris Stevens. Nomi e facce di miliziani feriti che avrebbero rifiutato le cure al Bengasi Medical Center, «lì ci arrestano». Meglio farsi portare ad Al Jala, l’Ospedale delle Emergenze che sta vicino all’aeroporto, fuori città. Lì hanno avuto medicazioni e da lì sono spariti. Per il Ministero degli Interni, «almeno quaranta».
Non viene nessuno a vedere la villa in fondo al «Quartiere Venezia», ma chissà quanti avranno visto il corteo blindato con l’ambasciatore Stevens attraversare Bengasi, proprio l’11 settembre 2012. Proprio il giorno dopo l’annuncio della morte del numero due di Al Quaeda, il libico Abu Yahya al Libi. E proprio nel giorno delle prime manifestazioni al Cairo contro il film «Innocence of Muslims». Quattro coincidenze che solo un’Organizzazione militare può mettere assieme. Perchè un corteo armato di mortai e granate a Bengasi non s’era visto nemmeno dal «17 febbraio», quando era cominciata la rivolta contro il Raìs.
Gli americani se ne sono andati alle cinque del mattino di mercoledì, troppo rischioso rimanere. Gli inglesi avevano lasciato Bengasi a giugno, dopo il fallito attentato al loro ambasciatore. I francesi hanno solo il Centro Culturale. Arrivavano tutti, dopo il 17 febbraio. Ora ne restan pochi, sempre meno. Il console svedese ha ammainato la bandiera blu con la croce gialla, che per i miliziani di «Ansar al Sharia» sarebbe un simbolo religioso che offende. E l’altra notte ha pure smontato lo scudo crociato alla base del pennone. Oggi è il venerdì della preghiera. Non solo il console di Stoccolma spera sia solo di preghiera. (Giovanni Cerruti)

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LE PRIMAVERE NON SONO AL CAPOLINEA

di OLIVER ROY, da “il Corriere della Sera” del 14/9/2012

   Non credo che ci sia una relazione diretta tra quel che succede alle ambasciate americane e il futuro delle primavere arabe, in particolare in Siria. A mio parere la conseguenza più significativa dei morti dell’11 settembre 2012 si vedrà sull’opinione pubblica americana, più che sulla politica di Washington. Anche se a Bengasi si è trattato di un’azione programmata in anticipo da gruppi vicini a Al Qaeda, entra in gioco comunque il film realizzato da estremisti anti-islamici negli Stati Uniti.

   Probabilmente l’America sarà costretta a interrogarsi su come comportarsi con i pochi fanatici che realizzano provocazioni a tavolino contro l’Islam. Dal pastore Terry Jones che organizza falò pubblici del Corano ai produttori di questo film su Maometto, siamo di fronte non al gesto isolato di un artista o di un giornale, come può essere capitato in passato in Europa con le vignette su Maometto, ma a un movimento, per quanto di piccole dimensioni; il clima anti-islamico negli Stati Uniti è già presente e potrebbe aumentare.

   Il commento a caldo del rivale del presidente, Mitt Romney, che ha subito accusato Obama di eccessiva comprensione per la rabbia degli autori delle violenze, mostra che si tocca un tema sensibile, e che la situazione in Medio Oriente ha un impatto sulla campagna elettorale.
Quanto alla politica dell’amministrazione di Washington nelle primavere arabe e nello scenario siriano, non credo invece che ci saranno grossi cambiamenti, soprattutto perché per adesso gli Stati Uniti non stanno facendo granché di concreto in Siria. Forniscono un supporto teorico, un sostegno morale, ma che le primavere arabe, e adesso la rivoluzione siriana, siano soprattutto opera delle grandi potenze occidentali, è un’idea che circola negli ambienti dell’estrema sinistra europea che si dice «anti-imperialista». Un’idea sbagliata.
In Egitto gli americani, più che finanziare i movimenti della primavera araba, finanziano l’esercito. E in Libia abbandonare il governo adesso sarebbe assurdo, perché le nuove autorità post-Gheddafi sono l’unico strumento per opporsi ai gruppi radicali che hanno scatenato le violenze di Bengasi.
L’aspetto importante che credo vada sottolineato è che gli assalti alle ambasciate americane, per quanto impressionanti, non segnano un cambiamento di fondo, un ritorno indietro della «piazza araba». A Bengasi, ad attaccare il consolato americano, non c’erano certo migliaia di persone, ma una squadra bene attrezzata di terroristi muniti di lanciarazzi. Anzi, molti cittadini libici hanno rischiato la vita — e alcuni l’hanno persa — per cercare di difendere il personale del consolato. Non è stata una manifestazione di piazza. È stato un attentato.
È in corso un’alleanza tra i gruppi salafisti e i jihadisti, ma in fondo non c’è niente di nuovo, è gente attiva da dieci anni, che usa qualsiasi pretesto per lanciare azioni contro gli americani. L’opinione pubblica araba non è cambiata rispetto alle speranze suscitate dai movimenti di democratizzazione in Tunisia, Egitto e Libia.

   Ora, come reagirà l’America? Il presidente Obama è riuscito a usare i droni con grande efficacia in Afghanistan e Pakistan, ma non è detto che possa riuscire a fare lo stesso in Libia o altrove. I droni sono capaci di centrare il bersaglio se sono preceduti da un lavoro di intelligence e di infiltrazione sul territorio durato anni.

   E non sono sicuro che gli americani abbiano questa profondità di conoscenza degli ambienti salafiti libici. È certo comunque che quel che è accaduto spingerà le agenzie di intelligence occidentali ad ampliare la definizione di minaccia: i nemici saranno quanti appartengono all’area più vasta che va dai jihadisti di Al Qaeda ai salafiti.
Barack Obama ha subito dichiarato che «giustizia sarà fatta». In che modo? Il presidente americano continuerà ad affidarsi all’intelligence, come ha fatto in passato. La sua dottrina è questa: non si combatte Al Qaeda e la minaccia del terrorismo con le invasioni militari, ma con la raccolta di informazioni e poi azioni molto mirate.

   Non credo affatto a un intervento militare, a parte i marines inviati a proteggere le ambasciate: gli americani cercheranno i colpevoli della morte dell’ambasciatore Stevens con metodi di intelligence e di polizia, e una volta che saranno sicuri di averli trovati colpiranno, magari facendo ricorso ai droni. Non vedo poi grosse conseguenze sull’altro scenario, quello dell’Iran e di un possibile attacco israeliano. Il mondo arabo non sta cambiando in questi giorni, ma potrebbe cambiare l’elettorato americano. Ma non è detto che sarà il repubblicano Romney, tentato dall’islamofobia, ad avvantaggiarsene. (Oliver Roy)

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TRA LIBERTA’ E RESPONSABILITA’

di BARBARA SPINELLI, da “la Repubblica” del 14/9/2012

   Ancora una volta, come l’11 settembre 2001, il volto stupefatto dell’America s’è accampato davanti ai nostri occhi. L’ambasciatore Christopher Stevens era appena stato ucciso, e Hillary Clinton non si capacitava.

   « Perché è potuto succedere tutto questo? Perché in un paese, la Libia, che abbiamo aiutato a liberare? In una città, Bengasi, che abbiamo salvato dalla distruzione?» Dall’attentato alle Torri sono passati undici anni, e l’angoscia resta muta, quasi l’occhio non vedesse che orrore e buio.

   Ancora una volta si risponde con le armi o con i droni, ma la parola è lenta a venire. Ieri Hillary Clinton ha denunciato il video anti-Islam, ma l’attonimento iniziale è significativo. L’occidente lancia al mondo la sua domanda — Perché non ci amate? — e mai fornisce una risposta, mai lo sguardo smette d’appannarsi, disperatamente miope. Il male è nero, e il nero non è dicibile.

   C’è il rischio di giustificarlo, se provi a vederlo, a capirlo. C’è il rischio di sovvertire il bene di cui ti credi l’artefice: le rivoluzioni arabe, le primavere democratiche, la guerra senza screzi in Libia. Il dilemma è comprensibile: se fai «parlare» il male, gli dai diritto di parola e di esistenza. Invece bisogna capirlo, il nemico: e studiarlo, osservarlo, anche quando lo combatti, proprio se lo vuoi combattere.

   È evidente che il video sul Corano è un pretesto, che dopo l’uccisione di Bin Laden si voleva punire l’America, nell’anniversario dell’11 settembre, e scommettere sul peggio: la disfatta elettorale di Obama. Cercare di capire è tutt’altra cosa che giustificare, e non è nemmeno restare neutrali.

   Nella sua Teoria del Partigiano, Carl Schmitt scrive una cosa su cui vale la pena riflettere, in questi giorni d’ira contro il filmato trasmesso da organizzazioni vicine a Terry Jones, il reverendo che invoca i roghi del Corano: «Il nemico è la forma che assume la nostra questione ». Conoscerlo e misurarlo significa conoscere se stessi, la «questione su chi siamo».

   Un video distruttore della figura di Maometto ha scatenato in vari paesi musulmani la furia di piccoli ma bene armati gruppi di estremisti. Furia divenuta sanguinaria, a Bengasi: non stupisce che abbia colpito un giusto, un ambasciatore che il Corano lo conosceva e lo rispettava. Anche i morti nel crollo delle Torri, nel 2001, erano innocenti — a loro modo giusti — delle malvagie politiche attribuite ai governi americani.

   Ma se vogliamo analizzare quello che chiamiamo nemico, e non ripetere sempre la stessa intontita domanda davanti alle telecamere, dobbiamo tentare qualche risposta, e cominciare a formulare quel che la violenza in Libia, Egitto, Yemen dice su di noi, sulle nostre illusioni, sulla «nostra questione».

   La nostra questione è la forza prima infamante e infine incendiaria che può emanare da un video diffuso mondialmente su YouTube. Può emanare anche da vignette anti-islamiche, come si è visto in Danimarca nel 2005, o più recentemente da un libro, come quello scritto da Richard Millet in Francia (Langue fantôme — Lingua fantasma, Gallimard).

   Questa forza di offendere ha un nome sacro, sancito dalle leggi liberali e specialmente inviolabile nella cultura politica statunitense: si chiama libertà di opinione, di espressione, di pubblicazione. È una libertà che non ammette limiti, che si fa forte dello spirito di tolleranza, che si inventa un Voltaire permissivo che non è mai esistito (non è sua la frase «Disapprovo quel che dite, ma lotterò fino alla morte perché possiate dirlo»).

   Voltaire difese dalla censura dei benpensanti testi e autori che esecrava: bisognava tuttavia che i testi contenessero qualcosa che per lui era una «verità, anche se triviale». Wikileaks e Assange per esempio portano alla luce fatti veri, e il loro diritto di parola va difeso: cosa che non accade.

   Non sputano bugie come quelle dette, solo per insultare, sul fondatore della religione musulmana. La libertà d’opinione professata in democrazia diventa una questione nostra — interpella innanzitutto noi occidentali, dice qualcosa su di noi — quando si trasforma in forza sovranamente indifferente alle conseguenze di quel che viene detto, ignara del rapporto fra parola e azione, negatrice della propria responsabilità.

   Quest’ultima non ha come scudo leggi egualmente cogenti, e articoli inviolabili delle costituzioni liberali. La responsabilità per le conseguenze di quel che diciamo o scriviamo o filmiamo non è egualmente protetta. È l’uomo pensante che mette insieme quel che l’istinto bruto disgiunge: la libertà e la responsabilità, il diritto di dire qualsiasi cosa capiti e il dovere di non sprezzare e declassare persone e religioni diverse.

   Un dovere che nelle società liberali abbiamo comunque, con o senza reciprocità. Gli autori del video non sentivano questo dovere pensante, erano solo sicuri della propria libertà e delle leggi che la tutelano.

   Che importa se dico che Muhammed era un pedofilo, o quant’altro? Importa invece molto, come Max Weber insegna a proposito della vocazione dell’intellettuale e del politico: chi esercita tali professioni deve saper combinare l’etica delle convinzioni e quella della responsabilità, senza far prevalere l’una sull’altra e sapendo che l’equilibrio fra le due è fragile e sempre scabroso.

   La libertà senza confini pensa di essere puro convincimento, e per questo la sua energia desta spesso ammirazione. Ma quando viene meno la responsabilità anche la convinzione vacilla, perde la purezza cui pretende: diventa non solo irresponsabile, ma falsificatrice della realtà.

   È quel che viene da dire sulle convinzioni dello scrittore Millet. Il suo libro, che sta dividendo i francesi, contiene una riflessione sull’attentato di Breivik nell’isola norvegese di Utoya, il 22 luglio 2011 (69 morti, più otto uccisi a Oslo). La convinzione di Millet è la seguente: Breivik è «il segno disperato, e disperante, del fatto che l’Europa ha sottostimato le devastazioni del multiculturalismo, e segnala anche la disfatta dello spirituale a vantaggio del denaro ».

   I giovani uccisi nel meeting socialdemocratico incarnano un’Europa «uscita dalla Storia», perché islamizzata e contrassegnata dalla «conversione dell’individuo in piccoloborghese meticciato, mondializzato, incolto e socialdemocratico — ossia la tipologia delle persone uccise da Breivik ». Contrariamente a Millet, non credo che l’eccidio di Utoya sia una catastrofe perché gli europei sono affetti dalle malattie elencate nel libro (più precisamente, nel brano che ha per titolo «Elogio letterario di Anders Breivik », apparso sul Foglio il 30 agosto): malattie cui l’autore dà il nome di nichilismo multiculturale, perdita di identità, islamizzazione, denatalità, irenica fraternità.

   Quel che è stato veramente tragico a Utoya, è più semplice e quasi indicibile. Perché i ragazzi presenti nella riunione socialdemocratica non hanno organizzato una difesa, a Utoya? Perché non hanno escogitato espedienti, gettando sassi o tendendo tranelli, per limitare la furia di Breivik? Come mai sono andati come agnelli al macello? Alcuni di loro hanno reagito: tre adolescenti ceceni, abituati a una vita di guerriglia, hanno salvato ventitré ragazzi, prima gettando pietre poi nascondendoli in una grotta, e in Norvegia sono ricordati come eroi.

   Anche le vittime hanno responsabilità: questo è quasi indicibile. Il tremendo è che a volte, perché imprigionati o minacciati, hanno solo quella. Ecco un’altra questione nostra. Ma è diversa da quella di Millet o dei video anti-musulmani. Lasciamo stare le false citazioni di Voltaire, quando parliamo di tolleranza.

   Voltaire non ha detto che bisogna esser tolleranti con gli intolleranti. Limitiamoci a constatare che la scelta è tragica (ci sono perle incomparabili nei pamphlet più antisemiti di Céline, non ve ne sono, pare, nel libro di Millet e tanto meno nei video contro il Corano) e che la frontiera tra libertà e responsabilità è un’esilissima linea. Ma una risposta dobbiamo cercarla, in noi stessi, se davanti alla violenza non vogliamo divenire sordomuti senza speranza. (Barbara Spinelli)

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da LIMES n. 2 del 2012, mappa di LAURA CANALI (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – La carta fotografa l’evoluzione della situazione in Medio Oriente e Nord Africa evidenziando con colori diversi i paesi nei quali è in corso la transizione, quelli in cui sono in atto scontri violenti o limitati, la guerra civile siriana, gli Stati a rischio guerra e l’eccezione marocchina, dove le proteste sono accompagnate da tentativi di riforma della costituzione. Le frecce in nero illustrano i flussi di rifugiati dalla Siria, mentre l’ellisse color giallo mostra l’instabilità caucaso-caspica. I numeri riportati all’interno dei confini di ciascuno Stato – o nel riquadro in alto a destra per alcuni paesi – indicano il pil procapite in dollari Usa (all’interno del cerchio verde) e la percentuale della popolazione sotto i 25 anni. La carta descrive inoltre la composizione del Consiglio di cooperazione del Golfo e i paesi invitati a farne parte. In evidenza anche la guerra afghana, il Pakistan in bilico e le basi Usa in Medio Oriente. La carta, infine, segnala alcune dinamiche in corso sulla sponda nord del Mediterraneo: la Grecia in bancarotta di fatto, il Portogallo che avanza verso il default, l’Italia e la Spagna in spirale recessiva e la Francia in sofferenza bancaria.
Carta tratta da Limes 2/2012 “A che serve la democrazia?” (29/03/2012)
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