LA CITTA’: cosa sarà? – SCENARI: CITTA’ APERTE O CHIUSE? Città ideale o citta “reale”, medievale disordinata o rinascimentale ordinata? Città speculazione edilizia, sfruttamento territoriale, o città equilibrata e di vivibilità? – L’ultimo accadimento di città: LA CITTA’ PRIVATA, senza Stato

Nella foto TEGUCIGALPA, capitale dell’HONDURAS – 12/9/2012: IL GOVERNO DI TEGUCIGALPA HA DATO IL VIA LIBERA ALLA COSTRUZIONE DELLA PRIMA “CITTÀ PRIVATA” in territorio honduregno. La città avrà delle LEGGI, un SISTEMA TRIBUTARIO E MONETARIO, delle POLITICHE DI IMMIGRAZIONE E DI SICUREZZA DIVERSE DA QUELLE IN VIGORE NEL RESTO DEL PAESE. Un esperimento economico che ha causato molte polemiche. (da http://www.internazionale.it/ )

   Prendendo spunto da una notizia di questi giorni in merito a un nuovo tipo di città che sarà creata, la CITTA’ PRIVATA, in Honduras (in America Centrale, tra Nicaragua, Salvador e Guatemala) sulla costa del Mar Caraibico, vorremmo qui fare una riflessione su “quel che ci sta accadendo” in merito al “vissuto urbano” che si sta diffondendo.

   Come appena detto, la notizia è che sta per sorgere in Honduras una città “senza Stato”, che sarà creata da una società immobiliare americana, la Mkg (in accordo con il governo honduregno).  La città sarà gestita da un consiglio di amministrazione fatto di membri nominati da chi la costruirà, almeno all’inizio (la promessa è che in seguito gli abitanti voteranno dei loro rappresentanti). E già delle multinazionali sudcoreane sono pronte a investire soldi in questo progetto che dovrebbe portare, in Honduras, alla costituzione di almeno tre città “private”.

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ROBERTO ROVERSI

IN RICORDO DI UN GRANDE POETA

(da Ansa.it) – E’ morto il 14 settembre scorso, a 89 anni, il poeta bolognese ROBERTO ROVERSI. Coscienza critica, libraio, fondatore delle riviste Officina e Rendiconti delle quali è stato anche editore, scegliendo già negli anni Sessanta di non pubblicare più con i ‘grandi’. Dedichiamo ai lettori del nostro blog una POESIA di ROBERTO ROVERSI.

RULLA TAMBURO / Rulla tamburo e porta la tua voce / alle foglie degli alberi più alti / per ricordare: / davvero l’uomo adesso può cambiare / e può correre con i piedi scalzi nudi / come sui carboni dell’inferno / nelle città, sulle strade e lungo il mare / dove un tempo si annidavano le fiere / del pregiudizio / e rendevano la vita un eterno / stracciare di bandiere. / Ma oggi se l’inverno viene / la primavera non è più lontana. (ROBERTO ROVERSI, 2009)

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   Ma la CITTA’ PRIVATA che si vuol fare in Honduras non è comunque il solo argomento e spunto di riflessione che in questo post vorremmo dare. Premesso che la privatizzazione di una parte di un territorio, di uno stato, di una nazione (più o meno democratica) potrebbe dar adito a chiare preoccupazioni di carattere giuridico, non solo per quel piccolo stato ma a livello internazionale (la extraterritorialità su materie, specie quelle dei diritti umani fondamentali, di competenza dello Stato, è un problema), va pure detto che la cosa forse è già di per sé “automaticamente” diffusa – cioè accade già – in varie parti del pianeta.

HONDURAS

Luoghi “extra- territoriali” dove multinazionali (che gestiscono l’economia del territorio), mafie, padroni “privati”, controllano ogni tipo di giurisdizione sulle “loro” terre, i villaggi, le città e tutti gli abitanti, ebbene noi pensiamo che ve ne siano parecchie di “città private”, territori privati: in America Latina, Africa, Russia, ma anche in regioni della “civilizzata” Europa più o meno controllate da organizzazioni criminali che pure “controllano” la vita dei cittadini. E questo è già un problema, il più grave, sul quale dovremmo approfondire.

   Poi la città, l’urbanizzazione, il mettere assieme persone nelle loro attività lavorative, famigliari, di vita quotidiana, propongono una serie di altri contesti che (solo alcuni) vogliamo qui accennare, in questo post, negli articoli che seguono. CITTÀ “ETNICHE” E MULTIETNICHE che si confrontano sempre più sul come essere nel presente e nel futuro prossimo (parliamo qui anche dell’esperienza del Sud Tirolo e della politica, dal dopoguerra in poi, volta a separare etnicamente la comunità tedesca da quella italiana – quello che Alexander Langer chiamava le “gabbie etniche” -, tema che ancora riguarda Bolzano e tutta la sua provincia).

   Noi crediamo che la “società multietnica” richieda in primis delle “città multietniche” nelle quali i modi di vita portino a un felice innesto (nei luoghi antichi dell’abitare di ciascuna città, quartiere) di nuove persone. Immigrate, che vengono a condividere il progetto di vita (economico, politico, culturale) del posto dove decidono di far vivere se stessi e la loro famiglia. Intendiamo cioè che i “vincoli” dell’integrazione (se vogliamo che vincoli ci siano) possano essere quelli di potersi-doversi inserire in modo conviviale nei quartieri storici delle città, magari rinnovati, ristrutturati. Nei centri (a volte meritevoli di bellezza, a volte meno), nelle case popolari…. Questo però senza creare ghetti, marginalizzazioni, abbandoni diffusi di chi abitava prima in quei luoghi storici (facevamo l’esempio delle cosiddette case popolari) lasciando quei quartieri alla sola presenza degli immigrati, dei nuovi arrivati. Questo di fatto sta già accadendo un po’ dappertutto (l’integrazione urbana), e la presenza dei “nuovi italiani” che vivono vicini agli “italiani storici”, pare un fenomeno geografico abbastanza riuscito, che è concreto e lo diventa sempre di più.

   Se a volte le leggi di mercato portano inesorabilmente a far vivere chi ha meno soldi in luoghi obsoleti, rischiando di creare così in alcuni luoghi e città dei ”quartieri ghetto”,  piani di riconversione e ristrutturazione, dati ad esempio da corposi incentivi (fiscali in primis), potrebbero dar fiato a recuperi urbanistici di quartieri ora in degrado, con risanamenti capaci di coinvolgere anche immigrati che lì ci vogliono abitare, assieme a “indigeni-italiani” che anche quest’ultimi lì vogliono farsi un futuro abitativo.

NEW YORK, la CITTA’ MULTIETNICA DEL NOSTRO TEMPO, interreligiosa, con etnie plurime, comunità migranti che si incontrano in una città globale ma con una sua peculiarità urbanistica e di identificazione precisa, non caotica. Per fare solo un esempio di presenze interreligiose ed etniche diverse e di comunità migranti, New York ha una presenza ebraica superiore a quella di Tel Aviv e Gerusalemme messe assieme

Pensiamo che la mancata integrazione urbanistica, i “quartieri ghetto”, l’abbandono dei centri storici, la creazione di nuove cittadine dell’abitare e dei servizi (quasi sempre orribili e slegate da qualsiasi cultura, locale o nuova) siano elementi che, oltre a creare impoverimenti urbani, tensioni, fine di piccole economie e occupazioni territoriali, sono pure una “perdita di tempo” nel doversi civilmente e politicamente concentrare sul superamento necessario di queste tensioni urbane, tralasciando quella che è la vera necessità del vivere urbano: cioè non sprecare più suolo e terra per costruire nuove abitazioni e nuovi capannoni per fare commercio e altre attività  economiche, ma utilizzare virtuosamente al meglio l’esistente (migliorandolo, recuperandolo… ad esempio: perché non pensare a centri commerciali “dentro” i centri storici?… sparsi tra le vie…). Lo scopo sarebbe quello di creare un dinamica di vita “felice” nelle città (felicità, che è lo scopo, secondo Aristotele per il quale esse, le città, sono nate). (sm)

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Progetti urbani

CITTÀ «PRIVATIZZATE» IN HONDURAS IN APPALTO ALLE MULTINAZIONALI USA

Avranno legislazione, sistema fiscale e polizia autonome

di ROCCO COTRONEO, da “il Corriere della Sera” dell’8/9/2012

   Una città senza Stato, senza politici, con poche tasse e tutte locali. Con la proprie leggi, giustizia, polizia, economia e rapporti con l’estero. Non autonoma o indipendente, ma di più: una città privata. Che ricominci da zero, non importa quanto sottosviluppato, corrotto o violento sia il territorio dove sorgerà. Come per esempio, l’Honduras, il Paese che ha deciso di inventarla.

   La prima metropoli «modello » — questo l’eufemismo — pare proprio che sorgerà sulla costa pacifica di questo piccola nazione centroamericana, che prima si è dotata di una legge quadro costituzionale e ora ha trovato anche chi metterà i soldi. La firma tra il governo e la Mkg, una società immobiliare americana, è di questa settimana. Ha suscitato curiosità e polemiche: in Honduras un gruppo di giuristi ha chiesto che la Corte suprema bocci il progetto.

   Perché la privatizzazione di una parte del territorio non è accettabile, così come l’extraterritorialità su materie di competenze dello Stato. Sul piatto, ovviamente, ci sono molti soldi e promesse di lavoro per tutti. Michael Strong, della Mkg, parla di 5.000 posti diretti e 15.000 indiretti per la costruzione.

   La Corea del Sud è pronta a investire 8 miliardi di dollari. E con enfasi Strong parla di «una delle più audaci trasformazioni al mondo, grazie alla quale l’Honduras metterà fine alla povertà » perché alla prima città privata ne seguiranno almeno altre due, e poi altri Paesi del mondo vorranno replicare l’esperienza. Gli abitanti, dice, arriveranno insieme all’industria e ai servizi. Pian piano sarà una città come tutte le altre, con ristoranti, alberghi, chiese, scuole e ospedali.

   Ma con una differenza, rispetto alle new town tradizionali. La città sarà sin dall’inizio gestita da una specie di consiglio di amministrazione di nove membri, composto di «rispettabili figure internazionali senza interessi finanziari» e da un governatore da loro nominato. In seguito la parola verrà data agli abitanti, con il voto. La legge honduregna continuerà a valere, ma relativamente. Il codice penale, per esempio. L’emissione di passaporti e le regole migratorie.

   Gli abitanti continueranno ad avere diritti elettorali nel Paese. Ordine pubblico, regole fiscali ed economiche saranno invece completamente gestiti in proprio, senza interferenze.

   Il Parlamento dovrà solo approvarle al momento della promulgazione. Chiunque potrà andare a vivere nelle città private, assicurano, non saranno enclave per ricchi circondate da favelas —di queste l’America Latina è ricca— e tutti potranno entrare e uscire senza limitazioni.

   È importante, dicono i teorici del progetto, che le città sorgano vicino al mare, perché la prossimità dei porti permette di avere un interscambio autonomo con l’estero. Quando l’Honduras, lo scorso anno, si diede una legge quadro per creare le «regioni speciali di sviluppo » sul proprio territorio si pensò a qualcosa di meno fantasioso: aree a regime fiscale speciale, zone franche, come ce ne sono tante nel mondo.

   Il governo di Porfirio Lobo, il presidente, sembra invece essersi innamorato delle audaci idee di un economista americano, Paul Romer, il teorico delle charter cities. Romer sostiene che partire da zero è meglio che cercare di adattare il nuovo all’esistente e alle sue resistenze.

   E indica il cammino soprattutto per i Paesi poveri, per attrarre una popolazione motivata al nuovo e impedire che fugga verso l’estero. Mentre l’impresa americana assicura che i lavori inizieranno nel giro di pochi mesi, e la prima città modello vedrà la luce a breve vicino a Puerto Castilla, sulla costa caraibica, gli ostacoli non sono pochi.

   Il Congresso deve approvare l’accordo, e poi toccherà alla Corte suprema esaminare i ricorsi. Poi c’è la delicata questione degli indios Garifuna, che vivono in quella regione e sostengono che la città verrà costruita nel loro territorio. Le organizzazioni di diritti umani parlano di un ritorno al passato, quando l’Honduras era considerato una repubblica delle banane, privatizzato dalle multinazionali del settore. (Rocco Cotroneo)

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UNITI MA DIVISI, IL PARADOSSO TIROLESE

– Dopo 40 anni in Alto Adige si vive ancora secondo la proporzionale etnica –

di SEBASTIANO VASSALLI, da “il Corriere della sera” del 5/9/2012

Sono passati quasi trent’anni dal giorno in cui, all’ultimo piano del palazzo della Mondadori a Segrate, qualcuno mi disse: «Ti mandiamo a Bolzano, in Alto Adige, a fare un’inchiesta sul bilinguismo». Una vacanza in piena stagione turistica. Cosa potevo volere di più dalla vita?

Era il febbraio del 1983 e i problemi di quella terra, che dopo il crollo dell’Impero austro-ungarico era stata oppressa in modo brutale dal fascismo, e poi era stata costretta a scegliere tra fascismo e nazismo, sembravano aver trovato, finalmente!, una soluzione ragionevole. C’erano stati gli accordi De Gasperi-Gruber del 1946, e poi c’era stato nel 1972 il famoso «pacchetto», con cui l’Italia garantiva all’Alto Adige-Süd Tirol una autonomia tra le più avanzate che si conoscessero. Io allora ancora non lo sapevo, ma tra le norme del «pacchetto» ce n’era però una che tanto ragionevole non era, perché doveva far tornare indietro la storia.

C’era quella «proporzionale etnica», il cui scopo non dichiarato, ma reale, era quello di ridurre il numero degli italiani, immigrati ai tempi del fascismo e ormai giunti alla terza generazione. Erano troppi.

Dovevo fare un servizio, come si suol dire, «di colore», e mi trovai proiettato in un laboratorio politico e umano unico al mondo. Una macchina del tempo: che aveva incominciato a funzionare proprio in quei mesi.

Alexander Langer

C’era stato, nel 1981, il «censi- mento etnico», in cui ogni residente in Alto Adige aveva dovuto dichiarare la sua appartenenza a uno dei tre gruppi locali: tedesco, italiano o ladino. Anche se era sloveno o cinese.

Alexander Langer e i quattro gatti di un piccolo partito che allora si chiamava Neue Linke-Nuova Sinistra erano andati a Roma e avevano fatto una dimostrazione davanti al Parlamento italiano, chiudendosi dentro tre grandi gabbie: le gabbie etniche. La loro protesta non aveva avuto risultati pratici ma era stata ugualmente importante, per il Sud Tirolo e per il genere umano. Era stato importante che si fosse manifestato contro il riproporsi in politica delle «etnie» come base di discriminazione, e che tra i manifestanti ci fossero dei sud-tirolesi. Grazie, Langer.

Ripensando a quei fatti con il senno del poi, credo di poter dire che ci fu, all’epoca, molta disattenzione da parte dell’opinione pubblica italiana. Si usciva dagli anni del terrorismo: anni difficili. In quanto ai politici, forse avevano creduto che non ci fossero altre vie d’uscita, e che gli errori e i crimini del fascismo si dovessero riparare in quel modo, chissà! L’attenzione costante per l’Alto Adige di uomini anche molto diversi tra loro, come Andreotti o Pertini, mi induce a credere che la politica, ai suoi massimi livelli, sia stata consapevole dei problemi; ma che poi, come spesso succede in Italia, sia mancata la capacità di operare nelle cose concrete, per facilitare i cambiamenti e per renderli un po’ meno drammatici.

Quando arrivai a Bolzano la macchina della proporzionale etnica aveva già incominciato a macinare le sue vittime e c’era molta tensione, soprattutto tra gli italiani. Era il momento del «più ci dividiamo e meglio ci comprendiamo»: era il momento dell’assessore alla cultura Anton Zelger e della separazione nelle scuole, che del resto erano scuole in lingue diverse e non avrebbero mai dovuto essere unite. Ma vedere i nuovi ingressi freschi di muratura, o il muro a metà del cortile della scuola elementare per dividere le ricreazioni dei bambini, confesso che faceva un certo effetto.

Parlai con più di cento persone, dal presidente della Provincia Silvius Magnago al commerciante, allo studente che faceva l’autostop. Conobbi tutti i protagonisti della scena politica di allora. Tutta brava gente, ci mancherebbe altro. Anche il terribile Anton Zelger era una persona colta e non priva di senso dell’umorismo. Anche gli anti-italiani dichiarati, in privato, erano persone amabili. Langer e il suo partitino erano conosciuti a Roma, a Vienna, forse anche a Bonn; a Bolzano contavano poco.

La situazione complessiva, però, era poco allegra. Gli italiani si scoprivano, di colpo, stranieri dove erano nati. Dovevano fare i conti con un sistema proporzionale che toglieva loro la maggior parte dei posti nel pubblico impiego. Dovevano imparare una lingua che non conoscevano: il tedesco, e la faccenda li angosciava. Ma la proporzionale etnica poneva problemi anche alla controparte tirolese, costretta a occupare (o a lasciare vuoti) posti che in passato non erano mai stati ambiti; e non portava a una crescita della convivenza. Anzi, al contrario: l’estraneità e la paura reciproca dovevano essere coltivate da una parte e dall’altra, fino a diventare l’anima del nuovo sistema. L’odio doveva crescere.

(Anni fa ci fu il caso, a Merano, di un uomo che sparava alla gente sulla passeggiata. Era un povero squilibrato come ce ne possono essere ovunque. Però sparava a chi parlava italiano e uccise anche un tedesco, che era in compagnia di una donna italiana e che in quel momento parlava la nostra lingua).

A novembre, tornai a Bolzano per seguire le elezioni provinciali, che lì sono di gran lunga le più importanti. Ascoltai i discorsi della politica. Le parole al vento di Ingrao: «Signori della Volkspartei, sappiate almeno alzare il tono della polemica con Roma». Quelle pragmatiche di Forlani: «La gente, qui, è come dappertutto. Non ha la coda né lo zoccolo caprino». Quelle programmatiche di Magnago: «Non si può parlare di apartheid perché qui non ci sono razze umane, però noi dobbiamo chiuderci in noi stessi, dobbiamo a tutti i costi essere diversi».

Sono passati trent’anni. Magnago non c’è più, Langer non c’è più. I protagonisti di quella stagione sono quasi tutti scomparsi. Tutto è cambiato perché tutto restasse com’era: e almeno questo ci dice che siamo, se non proprio in Italia, nei suoi immediati dintorni.

La coltivazione dell’estraneità e delle paure ha prodotto attorno alla Volkspartei una fioritura di partitini irredentisti che forse nascono da ragioni ideali, ma poi subito diventano fabbriche di carriere e di stipendi. L’irredentismo non ha sbocchi: l’Europa delle frontiere è un castello di carte dove non si può toccare niente, perché se sposti qualcosa viene giù tutto… Però serve. Qualche contagio tra le etnie, nonostante tutto, c’è stato. Dicono i giornali che l’attuale presidente della provincia di Bolzano, Durnwalder, guadagna più della cancelliera federale Merkel e di altri capi di Stato. Vizi italiani in salsa tedesca o vizi tedeschi in salsa italiana? Chissà.

Parlare di ideali europei e di cose del genere a Bolzano è soltanto retorica. L’Alto Adige era, e continua a essere, un laboratorio politico e umano unico nel suo genere, dove il numero degli italiani è diminuito ma non ancora abbastanza e dove, a quanto mi si dice, tutto continua a basarsi su quella «proporzionale etnica» che, entrata in vigore il 20 gennaio 1972, doveva durare trent’anni.

Anche calcolando i ritardi per il censimento e per la sua applicazione pratica, di anni ormai ne sono passati più di quaranta. Non sarebbe tempo di cominciare a vivere come nel resto del mondo? Senza nulla togliere all’autonomia, che c’è e deve rimanere. Visto che Francesco Giuseppe non torna, e che non tornano nemmeno Mussolini e Hitler. Si potrebbe mettere in soffitta la macchina del tempo, e guardare avanti. (Sebastiano Vassalli)

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SARAJEVO, INCONTRO TRA LE FEDI, «NON ESISTONO GUERRE SANTE»

Meeting delle religioni a 20 anni dal conflitto bosniaco. Il convegno organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio

di RENATO PEZZINI, da “Il Messaggero” del 10/9/2012

SARAJEVO – In una città dove sui muri delle case ci sono ancora i buchi dei proiettili parlare di pace sembra un’impresa folle. Vent’anni fa, al culmine del disfacimento dell’ex Jugoslavia, qui esplodevala più feroce delle guerre balcaniche. Tre anni di assedio dalle colline intorno a Sarajevo, granate sui mercati, sulle scuole, pulizia etnica, odio calcificato sotto la pelle. Serbi contro bosniaci, croati contro serbi, ortodossi contro musulmani, cattolici contro ortodossi. Vent’anni dopo un pope, un imam, un rabbino e un vescovo si riuniscono sotto le insegne di un meeting che ha un titolo complicatissimo: «Il futuro è vivere insieme».
   La Comunità di Sant’Egidio ogni anno replica in qualche parte del mondo la giornata della pace che Papa Wojtyla convocò nel 1986 ad Assisi. Questa volta in Bosnia Erzegovina è venuto anche il capo del governo italiano, Mario Monti. Un po’ perché a fare gli onori di casa c’è il suo ministro Andrea Riccardi, che di Sant’Egidio è il fondatore. Un po’ perché parlare di pace a Sarajevo ha un sapore particolare: «È una città emozionante», dice Monti «ma è pure luogo e simbolo della sofferenza, della difficoltà e della necessità dell’incontro».
   Nell’agosto del 1992 le bombe serbe mandarono in fiamme la biblioteca di Sarajevo. Due milioni di libri distrutti, inchiostro che nei secoli aveva inoculato tolleranza e rispetto in questo ricettacolo di etnie e religioni differenti dove nel Seicento i musulmani accolsero gli ebrei in fuga dalle persecuzioni della Spagna cattolica. Si salvarono pochi volumi dall’incendio, fra questi l’Haggadan, prezioso manoscritto di rituali ebraici per la Pasqua. Fu un musulmano a strapparlo al fuoco, e adesso l’imam lo riconsegna al rabbino capo della città. Si abbracciano e tutti applaudono.
   Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, è fra quelli che battono le mani più calorosamente: «La sopravvivenza dell’Haggadan di Sarajevo è la sopravvivenza di uno spirito multietnico e multiculturale che qui fu possibile». Il convegno della Comunità di Sant’Egidio ha un sottotitolo che è un moto di speranza: «Religioni e culture in dialogo». Quando tocca al ministro Riccardi darne conto parla della pace «che è santa a differenza della guerra che santa non può essere mai». E parla del dolore. Il dolore sempre uguale delle madri che hanno perso figli e mariti, il dolore scritto nel dna di questa città insanguinata dalle lotte fratricide condotte talvolta in nome di un’etnia, talvolta in nome di un dio: «Ma le religioni», dice Riccardi, «non vogliono più essere utilizzate per benedire i muri che dividono».
Ci sono migliaia di persone nel grande salone in riva alla Miljacka, il piccolo fiume che attraversa Sarajevo.
   Una babele di lingue e di religioni che provano a stare insieme. All’imbrunire si sente la voce del muezzin che chiama alla preghiera dalla moschea grande, nella cattedrale del Cuore di Cristo il prete conclude la messa della domenica. Alla stessa ora Mario Monti va al microfono, parla di «questo luogo in cui il Diciannovesimo secolo è cominciato (con l’attentato del 1914 che scatenò la prima guerra mondiale) ed è finito (con l’interminabile assedio del 1992 durato tre anni). Ma è anche la città che si era globalizzata ben prima della globalizzazione».
Osservando questo labile confine fra integrazione e divisione a Monti viene automatico parlare di Europa. Perché l’Unione, dice, «sta vivendo una crisi profonda, che non è solo finanziaria, e mina le basi di quell’umanesimo intorno al quale era nata e si era sviluppata la costruzione europea». Come in un flash passa in rassegna la storia recente di un Continente che aveva «messo in comune capacità, risorse e conoscenze per fondare una società nella quale fosse impossibile ripetere gli errori tragici del passato. Ora però sembra aver smarrito, spero solo temporaneamente, il senso dell’agire insieme».
   In qualche modo Sarajevo sembra assomigliare, nelle sue parole, all’Europa. E viceversa. Dove quello che univa le diversità improvvisamente può diventare scintilla di lacerazione: «L’euro, la moneta unica, è stato il pinnacolo più alto di questo processo di integrazione. Adesso invece rischia di essere motivo di nuove divisioni». Colpa di una visione particolaristica e rassegnata, dice: «E allora il problema non è solo quello di rimettere a posto i bilanci, ma risvegliare nelle persone anche un nuovo ottimismo e speranza nel futuro».
   In platea ad ascoltarlo c’è pure Bakir Izetbegovic. Suo padre Alija era presidente della Bosnia negli anni devastanti della guerra, lui oggi è il presidente della Bosnia che prova a riunire le proprie diverse anime in una convivenza pacifica. Stamane lui e Monti si incontreranno. Hanno molte cose di cui parlare. (Renato Pezzini)

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QUARTIERE E POTERE

– Si chiama “gentrification” ed è il fenomeno che trasforma le zone popolari delle città quando ci vanno ad abitare le classi “chic” –
di FRANCO LA CECLA, da “la Repubblica” del 15/7/2012

   Quando i gay di San Francisco tra il 1980 ed il 1985 hanno cominciato ad espandersi dal quartiere di Castro a quelli vicini, la Mission Discrict abitata dai latinos, la Fillmore tradizionalmente nera, si è sentito per la prima volta parlare di “gentrification”, un neologismo che vuol dire letteralmente “imborghesimento”, essendo la “gentry” la “gente per bene”, anzi per esattezza «gente con una buona posizione sociale vicina ma inferiore a quella della nobiltà».

   I gay, in piena ascesa sociale allora – poco dopo sarebbe scoppiata l’Aids decimandone e impoverendone la popolazione – volevano abitare in quartieri “chic”, col verde ben curato, una buona dose di sicurezza per strada, e negozi e boutique che riflettessero il loro gusto quello “slick” che in italiano significa un po’ “leccato”. I neri e i latini reagirono e a volte violentemente.

   L’Aids bloccò tutto, ma verso la fine del secolo apparvero nuovi ricchi, i “dot.com”, i giovani di Silicon Valley che avevano fatto un sacco di soldi con la rivoluzione informatica. Comprarono le case della Mission e di Fillmore al primo prezzo richiesto loro e uccisero per sempre quelli che erano stati i quartieri della bohème vera di San Francisco.

   La bolla immobiliare creata da loro fece lievitare talmente i prezzi che buona parte dei ristoranti e dei negozi, delle gallerie d’arte e dei posti che facevano musica chiusero. E la città nel suo insieme divenne un dormitorio per annoiati pendolari tra la Silicon Valley e San Francisco.

   Questo è un processo tipico della gentrification, secondo la definizione che la sociologa Ruth Glass ne diede nel 1964, una invasione dei quartieri della working class da parte delle classi medie.

   Ne rimane fuori però la molla scatenante. Perché i “borghesi” vogliano trasferirsi in un quartiere un po’ malandato e popolare ci vuole l’effetto che solo recentemente – una decina di anni fa – è stato definito “creative city”.
La borghesia è attirata dalla vitalità dei quartieri più poveri, ma creativi, quelli dove ci stanno ancora i posti in cui si mangia bene, l’atmosfera è informale e per le strade c’è gente, artisti, musicisti, giovani, nullafacenti, e gente che si inventa maniere di vivere un po’ diverse o le ha per tradizione.

   A Parigi può essere la zona di Menilmontant o di Barbes, a Roma la Trastevere di un tempo e il Pigneto di oggi, a Milano via Paolo Sarpi o il quartiere Isola. Ma la borghesia alla fine detesta proprio i motivi per cui è attirata da un quartiere: vuole i locali, ma poi non vuole essere disturbata nel sonno, vuole l’animazione, ma non vuole vederne troppa, vuole la multietnicità, ma ne ha paura. E allora l’effetto “creative city” si trasforma presto in città dormitorio.

   La gentrification finisce per uccidere ciò che ama. È quello che sta succedendo a Berlino, non solo nel quartiere molto vivo di Kreuzberg, tradizionalmente uno dei più poveri della ex Berlino Ovest, ma in tutti i quartieri della ex Berlino Est come Mitte che fino a poco tempo fa erano considerati “limite” dove affitti bassi, difficoltà di accesso ed una popolazione mista di immigrati e giovani anarchici e post-hippie avevano inventato una maniera di vivere piuttosto sperimentale.

   Il Guggenheim finanziato dalla BMW voleva installare a Kreuzberg una architettura provvisoria ideata dall’atelier Bow-Wow e i propri laboratori ma questo ha suscitato le proteste della popolazione che vi vedeva una mossa da “gentrification”. Alla fine le proteste hanno avuto successo – nientearchitettura provvisoria, ma un laboratorio fiume da oggi al 25 luglio su “Come fare le città “, con dentro tutte le tematiche scottanti, gentrification, smart cities, partecipazione, governance.

   A Berlino si sente che il successo della città delle gallerie d’arte e della mondanità ha ucciso la parte più dark, trasgressiva, underground della città. La città attira il turismo in cerca di posti trendy, ma si trasforma in un posto sempre più per bene. Se questo è un esempio del problema però è vero che le cose spesso sono più complicate.
Uno dei casi tipici è Barcellona, la Barcellona di fino a sei anni fa, di quando tutti i giovani europei volevano andarci a stare, una zona franca di libertà, simpatia, convivialità e pazzia. L’origine era il modo con cui la città aveva affrontato il dopo-Franco, dandosi una configurazione pensata proprio in funzione di un rilancio internazionale.

   Un grande sindaco, un gruppo geniale di architetti avevano “risanato” il centro storico, luogo di una secolare miseria, ma anche di una intensissima vita popolare, avevano creato un lungomare ed una spiaggia, interrato le arterie di grande traffico, offerto alle imprese immobiliari l’occasione di costruire, se provvedevano anche al decoro degli spazi pubblici.

   Ovviamente si trattava di “gentrification” e una parte della gente – dei poveri – che abitavano nel centro storico se ne dovettero andare, non perché cacciati via, ma perché il costo della vita si era improvvisamente quintuplicato. L’effetto è stata una Barcellona bella, internazionale, ma che consumava ad un ritmo veloce proprio i valori che propagandava: la convivialità distrutta dall’arrivo di troppi turisti, la vita di quartiere devastata dai nuovi compratori, i tradizionali luoghi di ritrovo trasformati in “tiendas” chic e care.
Chi ha sbagliato? Tutti e nessuno: la gentrification risponde all’esigenza di rendere le città più vivibili, meno degradate, ma è vero che questo processo di upgrading inevitabilmente elimina le opportunità che un quartiere povero e popolare offre a chi ci sta. La “bohème” o come la chiamano oggi i comunicatori “la creative city” ha sempre attirato quelli che pensano di poterla comprare, ma che non dormirebbero mai nella soffitta di Mimì.

   È la dialettica tra rinnovamento urbano e conservazione sociale, una dialettica difficile da gestire in modo che non si trasformi in un meccanismo distruttore. Josip Acebillo, l’architetto geniale che di Barcellona è l’inventore, sa di avere creato un po’ un mostro che alla fine è crollato con l’esplosione della bolla immobiliare.

   Eppure viene chiamato a ripetere l’esempio Barcellona a Singapore, in Russia, negli Emirati. E oggi come non mai il verbo delle “creative cities” e delle “smart cities” non fa altro che inventare altre definizioni per una questione che rimane aperta. “Smart city” sarebbe una città “eco-sostenibile”, “socialmente innovativa”, “partecipativa”, che ha risolto i problemi della mobilità e quelli della conflittualità e che ha un governo misto pubblico-privato.

   Tutto molto interessante, ma il verbo rimane sempre innovazione e questa spesso si scontra con i valori prodotti da chi già ha abitato la città, rendendola un posto bello e vivibile. Le città sono creative e furbe se mantengono quel condensato di vita sociale informale e autoprodotta che soltanto i quartieri ad alta densità – rapporti vis-à-vis, botteghe artigianali, bambini che giocano per strada, presenza di anziani fuori dalla porta, mercati e cibo all’aperto, panni stesi ad asciugare – possono assicurare.

   Shanghai e Pechino sono l’esempio dicome il potere centrale e il nuovo vangelo dell’arricchimento condanna proprio gli “utong” e gli “shikumen”, i vicoli e le strade della Cina conviviale e popolare. E nello stesso tempo cancella quello che invece riconosce come un patrimonio, almeno dal punto di vista turistico.  Che soluzioni ci sono?

   Probabilmente una ridefinizione di “rinnovamento urbano” che tenga conto della necessaria componente di compattezza e densità sociale. Anni fa mi ero battuto perché qualcuno calcolasse il valore aggiunto prodotto dall’abitare bene – socialmente, collettivamente – un posto.

   La gentrification è attirata proprio da quel valore, da quella che io chiamo “Mente Locale” la relazione di identità tra abitanti e luoghi dell’abitare. È questa la ricchezza prodotta da una città che non deve essere spazzata via dalla gentrification. (Franco La Cecla)
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DA AMBURGO A BUENOS AIRES, VIRTÙ E VIZI DI UNA RIVOLUZIONE
di SASKIA SASSEN, da “la Repubblica” del 15/7/2012
   La “gentrification” ha già cambiato il volto delle nostre città e continuerà a farlo. Ci sono luoghi dove questi cambiamenti sono stati positivi e senza speculazione In altri, invece, si è arrivati a privatizzare aree storiche di grande pregio Ma c’è qualcosa di più profondo dietro questa parola dal suono gentile che spesso nasconde una realtà brutale.

   È la realizzazione di un nuovo spazio di potere che si incastona in una rete mondiale di città. E ad avere più bisogno di occupare questi spazi sono proprio le multinazionali. Che arrivano così ad accumulare quello che io chiamo “capitale di conoscenza urbana”: la formazione cioè di un tipo di rete di conoscenza che nessuna azienda può comprare.
Questo spazio conquistato è uno spazio strategico. All’apparenza è uno spazio “gentrificato”: con nuovi edifici costruiti con gusto, appartamenti, uffici, ristoranti, locali, altri servizi, etc. dove tutto è più costoso e prende il posto prima occupato da imprese dal profitto più basso e da famiglie con un reddito più modesto.

   Dietro la realizzazione di questo spazio di potere, si nascondono la privatizzazione e la deurbanizzazione di gran parte dei centri cittadini e di altre importanti aree storiche di grande pregio. Questo non significa solo lo sfratto di imprese e famiglie, ma anche, in casi più estremi, la formazione di nuovi senzatetto.
C’è addirittura un’ultima tendenza – la cosiddetta “super prime del mercato immobiliare” – che vede ora i super ricchi acquistare case in città come Londra, Zurigo, Parigi, Hong Kong e rilevarle dai ricchi “normali” per farne grandi dimore.

   Questo trend va oltre la gentrification. Tuttavia, dietro questa parola, che andrebbe un po’ rivista e ampliata nel senso, non si nascondono solo conseguenze negative, se il risultato di questo processo non è l’espulsione delle persone dai loro quartieri.

   Zone residenziali, che oggi sono viste come una forma estrema di gentrification, sono all’origine di spazi urbani che ammiriamo profondamente. Dobbiamo ricordarci che la gestione privata e controllata cambiò il volto dei sobborghi della Parigi di inizio Ottocento, una città oggi considerata un esempio per la sua urbanistica.
Però in molte metropoli diverse tra loro come Lagos, Buenos Aires, Johannesburg si espandono zone residenziali che diventano rifugi di élite in cerca di sicurezza. Questi recinti urbani nelle città globali possono essere considerati come un particolare assemblaggio di pezzi di territorio, autorità e diritti concentrati in un’ampia zona della città.

   Tali comunità elitarie sono sempre più parte di quelle che altrove ho definito come le geografie di centralità che connettono tra loro i centri del potere del mondo e tagliano via tutto il resto riproponendo per certi versi l’antico divario Nord-Sud.
Ma per arrivare a un esempio positivo, invece, voglio citare il progetto Iba di Amburgo. Nella città tedesca, un gran numero di unità abitative ad affitto basso, occupate da cittadini dal reddito modesto, sono state migliorate con un costo aggiuntivo per i residenti di soli tredici centesimi per metro quadro.

   A tutti è stato chiesto di lasciare gli appartamenti nel corso dei lavori, ma adesso gli abitanti sono tornati nelle loro case. I cittadini di Amburgo, attraverso il loro governo, hanno impiegato 78 milioni di euro per migliorare e rinnovare migliaia di appartamenti in una zona non ricca e azzerarne le emissioni di anidride carbonica.

   Non è stata una ditta privata a realizzare tutto questo, ma il governo. Si tratta di gentrification? A guardare gli appartamenti ristrutturati, gli spazi pubblici, gli alberi intorno, si direbbe di sì, ma non lo è. È la possibilità di far vivere in un modo migliore, e con maggiori benefici, i cittadini meno privilegiati, residenti in un’area degradata.

    Il costo degli affitti per metro quadrato oscilla tra gli 8,29 e gli 8,42 euro. Ecco, questo è un modello di crescita che andrebbe seguito. Si tratta di un piccolo inizio, è vero. Ma rappresenta un esempio di ciò che può essere fatto. E non è gentrification. (SASKIA SASSEN)

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LA CITTÀ: QUALE FUTURO?

da Eddyburg

   È in corso una mutazione profonda dell’habitat dell’uomo. La si può guardare da molti punti di vista, e a seconda degli osservatori nei quali ci si pone i processi in corso cambiano riferimenti, e quindi significato e senso. Il nostro osservatorio è l’Europa, il nostro riferimento è la città della tradizione e della cultura europee: la citta elaborata da quella civiltà che, a partire dalla polis greca e dall’urbs e la civitas romane, si è sviluppata nel percorso (magistralmente descritto da Carlo Cattaneo nella sua declinazione italiana) che ci ha condotto fino alle città che abbiamo conosciute nel secolo scorso.

   È una città che si è potuta definire “la casa della società”, nel senso che era nata, strutturata e organizzata in funzione delle esigenze comuni della cittadinanza. È una città le cui forme e la cui organizzazione sono dominate dal ruolo degli spazi pubblici (simbolo ne è l’invenzione europea della piazza) ed è governata da un municipio nel quale gli equilibri tra le classi sociali prevalgono sul caos dell’anarchia e sulla tirannia del dominio.

   E’ una città nella quale il rapporto del territorio, caratterizzato per secoli da una profonda simbiosi (la città “formò col suo territorio un corpo inseparabile”, scrive Cattaneo), divenne nei decenni più recenti il luogo di un’organizzazione a rete di sistemi di città – e iniziò a conoscere paurosi fenomeni di degrado.
Diverso sarebbe l’habitat di riferimento se ci ponessimo in una delle numerose e varie realtà dove le storie e le culture hanno prodotto rapporti diversi tra società e territorio, e dove la città della civiltà europea è stata imposta come caposaldo di domini coloniali, o è stata assunta come tardivo modello d’imitazione, oppure è stata respinta da organizzazioni radicalmente diverse.

   Oggi comunque, nella presente fase del capitalismo, le diverse forme dell’habitat sociale sono sollecitate da una fortissima tensione all’omogeneizzazione. Già è stata costituita (per adoperare le parole di Saskia Sassen) una “infrastruttura globale”, costituita dalle porzioni “elevate”, dotate di uguale standard di ricchezza, di comfort, di lusso al massimo livello consentito, dedicato alla residenza, alle attività, alla ricreazione, ai piaceri di quella piccolissima porzione della popolazione del globo che manovra la ricchezza del mondo intero.

   Già tendono a uniformarsi i modi in cui soddisfare le esigenze di massa del resto della popolazione: i modelli di residenza, di trasporto, di consumo (soprattutto di consumo). L’eredità dell’antica polis, della città del buongoverno medioevale, della città della fabbrica e di quella del welfare, quelle dei villaggi nella savana e dei pueblos arroccati sulle pendici, quella delle “pompose Babilonie” disprezzate da Cattaneo, tutto si sta trasformando in quella che Massimo Cacciari definisce “la città infinita”, constatandone con superba neutralità l’epifania. E’ quello che Italo Calvino aveva raccontato nelle sue più angosciose “città invisibili, e che J. G. Ballard continua a raccontare nei suoi allucinati romanzi.
Procederà senza sosta, inarrestabile e invincibile, una siffatta tendenza? Cancellerà tutte le preesistenti, tutte le testimonianze e le vite della città quale l’abbiamo conosciuta? Oppure quest’ultima può ancora avere un futuro, e il messaggio di civiltà che essere contiene essere adoperato ancora nei decenni futuri? Insomma. La città globale ha già vinto, oppure il suo percorso può essere contrastato?
È evidente che per eddyburg la seconda è la scelta giusta. Ma siamo convinti che in ogni caso (anzi, soprattutto se si vuole contrastarla) si debba iniziare dal conoscere e comprendere che cosa la città sta diventando e che cosa essa minaccia di divenire. Le analisi non mancano, sebbene siano poco frequentate dalla cultura urbanistica, e in particolare da quelle italiana. Occorre frequentare anche altri saperi (dalla sociologia al romanzo, dall’economia alla geografia,dall’architettura alla poesia) per individuare analisi adeguate e cenni di una nuova teoria e a una nuova politica della città. (….) (Eddyburg)

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LA CITTA’ MULTIETNICA

di Gad Lerner, dal sito http://www.gadlerner.it/  (articolo del 18/2/2010)

   Per secoli Costantinopoli, l’odierna Istanbul, fu al tempo stesso la più grande città turca, greca, armena, curda, ebraica, romena del Mediterraneo. Era la New York del suo tempo, la capitale del mondo (ammesso che possiamo permetterci il lusso, allora come oggi, di escludere la Cina). Grazie a questa straordinaria peculiarità multietnica la metropoli plurale cresciuta sul Bosforo, al confine tra Europa e Asia, prosperava senza paragoni possibili con gli altri centri urbani europei: Parigi e Londra apparivano borghi trascurabili al suo cospetto.
Prima che sopraggiungesse l’epoca dei nazionalismi, contrassegnata da genocidi, trapianti di popolazione e pulizie etniche, la città-mosaico aveva rappresentato il più potente fattore di sviluppo economico e culturale lungo tutta la sponda sud del Mediterraneo: furono multietniche fino a non molto tempo fa Salonicco, Smirne, Antiochia, Aleppo, Haifa, Alessandria d’Egitto, Algeri, Orano, successivamente ridotte con la forza a innaturale omogeneità.

   Una convivenza rose e fiori? Naturalmente no, i conflitti intestini erano sempre all’ordine del giorno nella città multietnica. Ma vigeva una diffusa accettazione del comune destino sovranazionale, reso sopportabile dalla consuetudine allo scambio commerciale, dalle divisioni interne ai culti religiosi considerate ovvie (né i cristiani né gli islamici erano compatti) e soprattutto dal bisogno di un’esistenza pacifica.
E’ banale constatare come la brutale cancellazione dell’esperienza urbana levantina, nel giro di pochi decenni del secolo scorso, abbia contribuito decisivamente al declino delle regioni mediterranee interessate.  La Istanbul monoetnica di oggi resta una grande città ma non è più una capitale. Un senso di vuoto, di mutilazione subita, infonde sentimenti di rimpianto e nostalgia nelle altre città che furono plurali e oggi sono ridotte al rango di province arretrate.
Tanto più che la crescita economica e l’eccellenza culturale diffuse sull’altra sponda del Mediterraneo fino all’Europa settentrionale, è andata di pari passo con la metamorfosi cosmopolita delle sue capitali, arricchite e ingrandite dai flussi migratori post-coloniali. E prima ancora, l’equazione multietnicità uguale progresso era stata confermata dalla nuova potenza mondiale: gli Stati Uniti d’America, un nuovo impero generato dall’incontro fra comunità migranti.

   Tuttora, per fare un solo esempio, New York ha una popolazione ebraica numericamente superiore alla somma di Tel Aviv e Gerusalemme. Mentre l’estirpazione della presenza ebraica dall’est Europa può essere annoverata tra le cause del suo impoverimento.
Magari bastasse la consapevolezza storica per convincere i popoli. Sopportare la condivisione armonica dei medesimi territori è da sempre un’impresa difficile per le classi dirigenti perché i benefici quasi mai vengono equamente ripartiti, così come del resto i disagi.

   Le recenti contrapposizioni ideologiche su un concetto astratto come il multiculturalismo segnalano dunque come sia difficile per le leadership politiche e culturali misurarsi con il fallimento di un’illusione: far coincidere semplicemente, sulla carta geografica, gli Stati con le nazioni.

   Perché di nuovo, implacabilmente, scopriamo che altre nazioni si fanno largo all’interno di confini tracciati, e reclamano cittadinanza prima ancora di fondersi in un lento, faticoso amalgama.
Quando un leader che è anche imprenditore globale come Berlusconi (con soci arabi e interessi sparsi oltreconfine) proclama di battersi “contro la società multietnica”, denota l’urgenza opportunistica di assecondare una spinta difensiva anacronistica lontana dal suo linguaggio originario: il format televisivo commerciale, apolide per definizione.

   Quando protesta contro il fatto che a passeggio nel centro di Milano s’incontrano troppi africani, nega l’abc della nuova metropoli europea di cui anche lui è figlio.
Quasi mai la città multietnica è il prodotto di una politica abitativa consapevole, pianificata. Perché i flussi migratori possono essere regolati da governi responsabili, ma ben difficilmente pianificati. Accade così, con il senno di poi, che le diverse visioni culturali e soprattutto le convenienze politiche diano luogo a teorie dell’integrazione o del rifiuto che solo a parole rivendicano la dignità di un progetto.
I due “modelli” alternativi di integrazione spesso contrapposti sono oggi in Europa il “modello repubblicano francese” e il “modello comunitari sta britannico”.
La Francia, erede di una concezione rivoluzionaria della cittadinanza fondata sui diritti, e quindi disgiunta dal vincolo di sangue della nazionalità, ha perseguito una pedagogia delle regole che trasformi gli immigrati in concittadini su base laica. Ciò non ha impedito la formazione di agglomerati urbani separati, di problematica integrazione. Ma è un fatto che finora le rivolte delle banlieu, seppure violente, hanno visto prevalere la dimensione sociale e semmai criminale rispetto a quella religiosa integralista.
Viceversa la storia coloniale dell’impero britannico ha favorito nel Regno Unito la crescita di vere e proprie comunità immigrate a sé stanti, dotate di leadership separate anche nell’elaborazione di codici morali e di cittadinanza, finendo per costituire entità in comunicanti. Perfino corpi estranei, talvolta “nemici interni”.
In diverse città italiane (Torino e Genova al nord, Palermo e Catania al sud) l’occupazione di vaste porzioni di centro storico da parte delle comunità immigrate è stata parzialmente gestita nel tempo con un’affannosa rincorsa di integrazione spontanea, affidata soprattutto alla scuola e al volontariato sociale, oltre che all’azione preventiva e repressiva delle forze di polizia.

   Diverso è il caso di Milano, governata ormai da decenni da amministrazioni di destra che rifiutano ideologicamente la nuova dimensione multietnica. Ciò naturalmente non ha frenato la vitalità dei nuovi cittadini milanesi immigrati, le cui imprese registrate presso la Camera di Commercio ormai detengono una quota di ricchezza irrinunciabile per l’economia metropolitana nel suo insieme; senza contare la quota dell’economia illegale e della malavita.

   Il risultato è che la nuova forza economica degli immigrati, rifiutata a parole e boicottata con normative anacronistiche, spontaneamente cerca luoghi di residenza e d’investimento che aggirino l’ostacolo.
Fu così per la prima “casbah” di Porta Venezia, oggi non solo bonificata ma arricchita grazie alla sua nuova dimensione multietnica. E’ toccato poi alla non distante arteria commerciale di via Padova di divenire il ricettacolo di subaffitti senza regole e di vendite d’appartamenti e negozi alla spicciolata, con prezzi in costante ribasso.
Il laissez faire di chi rifiutava ogni pianificazione perché elettoralmente gli conveniva proclamare “no allo straniero”, di certo non era in grado di bloccare la metamorfosi in atto. Ma ha causato un’identificazione fra città multietnica e degrado che stride con la storia della civiltà. (Gad Lerner)

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CITTA’ STATO (da Wikipedia)

   Una città-stato è una zona geografica, solitamente di piccole dimensioni, che si trova sotto la giurisdizione di un’unica città e gode di un grado più o meno ampio di sovranità. Le città-stato erano un’istituzione comune in molte civiltà antiche, come nell’antica Grecia (la polis), in Fenicia (dove spiccava Biblo) e nelle civiltà precolombiane degli Aztechi e dei Maya. Nel Medioevo le città-stato erano particolarmente presenti in Germania, Italia e Russia.

   Tra le città stato italiane si possono ricordare tutti i liberi comuni medievali; Venezia, Genova, Siena, Firenze e Milano in Italia, inizialmente delle città-stato, si trasformarono poi in stati più vasti. In altri paesi si ricordano: Lubecca, Amburgo, Brema, Colonia, Norimberga, Augusta in Germania e Velikij Novgorod in Russia).

   Spesso queste città, pur conservando la propria indipendenza, si univano in alleanze. Tra le due guerre ci furono le città-stato di Memel, Fiume e Danzica che formavano rispettivamente il Territorio di Memel, lo Stato libero di Fiume la Libera Città di Danzica.

   Si possono definire città-stato anche le antiche colonie arabe sulla costa dell’Africa Orientale, attualmente città o siti archeologici situati in Somalia (Mogadiscio, Brava e Chisimaio), in Kenia (Lamu e Malindi), in Tanzania (Kilwa, oltre alle isole di Pemba e Zanzibar) e in Mozambico (Mozambico, Quelimane e Sofala).

Queste città-stato ebbero origine araba, in quanto colonie fondate dagli arabi e in seguito svilupparono l’identità swahili, svolgendo una funzione economica di collegamento tra l’entroterra africano e i popoli che si affacciavano sull’Oceano Indiano.

   Nel lungo periodo di tempo che va dalla fine del VII a tutto il XV secolo, gli abitanti del sud della penisola arabica, in conseguenza del conflitto con l’autorità centrale del califfato, trovarono uno sbocco espansionistico sulle coste dell’Africa Orientale, che potevano ormai raggiungere con relativa facilità grazie alle tecniche di navigazione acquisite e allo sfruttamento dei monsoni.

CITTA’ STATO ADESSO

   Pur non essendo affatto entità sovrane, e anzi, in alcuni casi, godendo di un’autonomia revocabile da parte delle autorità centrali, alcune città o territori metropolitani sono dotati di poteri speciali o più ampi di quelli normalmente forniti nel proprio paese, per via del loro status amministrativo (come nel caso di molte capitali), per la loro particolare situazione geografica (come le città spagnole in Africa) o, semplicemente, per la propria particolare tradizione politico-amministrativa (come in Virginia). (da Wikipedia)

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CHANDIGARH, città indiana “nuova”, fuori dalla tradizione (funzionerà?)

Chandigarh è una delle città emergenti dell’India, famosa in tutto il mondo per l’architettura e pianificazione urbana.

   Per volere di Jawaharlal Nehru, il primo ministro indiano, questa città è diventata nel 1950 la capitale dello stato del Punjab dopo la spartizione dei territori tra India e Pakstan. Essendo Lahore, la vecchia capitale del Punjab, in territorio Pakistano il primo ministro volle una nuova capitale che rispecchiasse lo slancio verso il futuro della nuova India.

   Inizialmente il progetto della nuova città fu assegnato ad Alber Mayer che disegnò la planimetria di base, successivamente il famoso architteto Le Corbousier e tutto il suo staff ampliarono il progetto iniziale dando un chiara impronta moderna, taylorista, l’edificio a misura dell’abitante.

   Il grande sogno di poter realizzare la città ideale delle utopie rinascimentali e illuministe si concretizza nel 1951. Il primo ministro indiano, Nehru, chiamò Le Corbusier e suo cugino Pierre per destinare al “più grande architetto del mondo” l’edificazione della capitale del Punjab. Iniziano i lavori per Chandigarh (la “città d’argento”), probabilmente il punto d’arrivo dell’ardito e pionieristico sviluppo di Le Corbusier.

   La divisione degli spazi qui giunge a chiudere definitivamente il divario tra uomo e costruzione: la città segue la pianta di un corpo umano; gli edifici governativi e amministrativi nella testa, le strutture produttive ed industriali nelle viscere, alla periferia del tronco gli edifici residenziali – tutti qui molto bassi – vere e proprie isole autonome immerse nel verde.

   Si concretizza anche la sua grande innovazione del sistema viario, con la separazione delle strade dedicate ai pedoni e quelle dedicate al solo traffico automobilistico: ogni isolato è circondato da una strada a scorrimento veloce che sbocca nei grandi parcheggi dedicati; un’altra strada risale tutto il ‘corpo’ della città fino al Campidoglio ospitando ai lati gli edifici degli affari; una grande arteria pedonale ha alle sue ali negozi della tradizione indiana, con in più due strade laterali automobilistiche a scorrimento lento; una grande strada, infine, giunge fino a Delhi.

   La città di Chandigarh fonde tutti gli studi architettonici compiuti da Le Corbusier nei suoi viaggi giovanili per l’Europa e le sue innovazioni del cemento e della città a misura d’uomo. Simbolico il monumento centrale della città, una grande mano tesa verso il cielo, la mano dell’uomo del Modulor, «una mano aperta per ricevere e donare».( da: http://it.wikipedia.org/wiki/Le_Corbusier )

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LE NEW TOWN INGLESI

Le new towns, dette anche “città giardino” (in realtà “figlie” della città giardino), sono sorte in Inghilterra a partire dal 1947 per controllare la crescita preoccupante di Londra. Le new towns inglesi sono ben collegate con la capitale tramite servizi ferroviari ed autostradali provviste di tutti i servizi, dai cinema alle università. Vi vive attualmente circa un milione di persone. Le new town seguono generalmente lo stesso schema urbanistico: al centro si trova un’area amministrativa-commerciale, circondata interamente da quartieri residenziali, separati da parchi e piccole aree agricole caratterizzati da colorate villette a schiera con il tradizionale giardino (da cui il nome; in verità Ebenezer Howard, inventore della “città giardino”, intendeva, usando tale termine, qualcosa di più sostanziale e complessivo). Le new towns hanno conosciuto un successo internazionale e il loro modello è stato esportato in tutto il mondo.

Oggi, i pareri degli urbanisti e degli architetti sono discordanti riguardo al modello delle new town. Gli ideatori e i suoi sostenitori hanno sempre sostenuto che le “new town” garantiscono ai suoi abitanti un ambiente ideale perché uniscono le comodità cittadine (presenti nella new town e comunque sempre vicina e ben collegata alla metropoli) all’amenità e alla pulizia della campagna, in quanto buona parte del territorio della new town è tenuto a parchi e giardini. Ma per molti architetti le new town rappresentano una sorta di ghetti moderni con edifici di scarso valore architettonico e soluzioni urbanistiche banali.

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IN RICORDO DI ITALO INSOLERA, scomparso il 27 agosto scorso

   Da WIKIPEDIA: Italo Insolera (Torino, 1929 – Roma, 27 agosto 2012) è stato un architetto, urbanista e storico italiano. Ha pubblicato numerosi libri e saggi soprattutto sulle vicende e le condizioni economiche, sociali e culturali dello sviluppo urbano e sull’uso della città antica in rapporto allo sviluppo delle metropoli. La sua attività professionale e universitaria si è orientata nella stessa direzione: prevalgono quindi lavori di restauri e piani regolatori di città storiche e di complessi ambientali. Si è particolarmente interessato del rapporto fra archeologia e città moderna, affrontando i problemi di un corretto recupero della città antica mediante una serie di proposte di limitazione del traffico, pedonalizzazione, restauro, che sono state in parte adottate dalle amministrazioni comunali, in particolare a Roma. 

ITALO INSOLERA

ITALO INSOLERA: L’URBANISTA, LA CITTÀ E I TERRITORI

di LUCIANO BLASCO (antropologo, sociologo), dal sito http://terrafermaonline.blogspot.it/ del 29/12/2012
   Nel 1976 avevo 22 anni e preparavo la mia tesi di laurea in Antropologia Culturale su Trastevere. La mia docente Annabella Rossi mi consigliò (in pratica ordinò) di incontrare Italo Insolera . Se volevo raccontare una qualche storia di Trastevere non potevo che parlarne a lui.

   Sollevai alcune obiezioni poiché non ero uno studente di architettura e rischiavo forse di non capire o addirittura di annoiare un così profondo conoscitore del tessuto urbano di Roma. Annabella sorrise della mia obiezione e mi invitò ad andare da lei in via della Lungaretta a Trastevere, dove abitava, per incontrare Italo.

   E così fu. Dopo qualche giorno, alquanto intimidito, ero lì a balbettare qualcosa sulla mia tesi di laurea. Passò qualche minuti e mi accorsi che quell’urbanista-architetto sapeva molto della storia e della società romana. Era capace, con rapidi passaggi, di inoltrarsi nella narrazione storica o nella descrizione di un edificio, nel tracciare il percorso di una strada o le prospettive disegnate da una piazza.

   Capii che era indispensabile per me che mi accingevo ad immergermi nei mondi degli artigiani trasteverini, approfondire quella conoscenza. Dopo quel primo incontro Italo trascorse molto tempo a discutere con me di Trastevere, passeggiando per il quartiere, a guardare , o meglio a vedere le trasformazioni attuate nel tempo, in armonia o in rottura con un ambiente sociale in continua mutazione.

   Rimasi ‘preso’ da quella conoscenza mai neppure immaginata. Era come avere affianco un enciclopedico erudito che miscelava sapientemente storia, società, pezzi di costruito e ne veniva fuori un disegno di comprensione della realtà che mi affascinava.

   Dimenticai per qualche tempo la mia tesi e iniziai a frequentare lo studio Insolera ed a leggere, su suo consiglio, i testi che scaturivano dal suo grande lavoro su Roma, anche quelli che non erano firmati da lui,dove il formale e l’informale della città si incontravano e creavano nuovi ‘disegni dell’Urbe’ anche contraddittori.

   Anche i più semplici testi di eruditi antichi che comunque parlavano del mio quartiere, le poesie di Trilussa, ed io aggiungevo i canti popolari e le canzoni ‘romanesche’ …e Trastevere prendeva forma. Un tessuto, lentamente, si andava formando anche se più andavo avanti e più quella ‘storia’ mi sembrava non avere mai fine, anche quella dei palazzi per i danarosi acquirenti della Trastevere moderna.

   Seguendo i miei interessi di studente desideroso di occuparsi di culture e società, Italo mi sembrava un’ inesauribile fonte di informazioni, suggestioni, possibili sguardi ed apprezzai il suo modo semplice e severo di accogliermi. Ero consapevole di aver avuto un’ opportunità unica per me giovane studente , un’ opportunità che io oggi auguro a mio figlio ed a qualunque altro giovane nel suo divenire nell’università o ovunque si troverà ad apprendere.


Trascorsero gli anni ed inaspettatamente Italo mi volle con sé per lavorare ad un piano regolatore. Io giovane ricercatore avrei, secondo lui, lavorato alla creazione di uno strumento urbanistico. Lo ringraziai per la stima ma ero pronto a declinare l’invito, non mi sentivo all’altezza. Ma Italo insistette e non potei dire di no.

   Come se dovessi fare un esame andai al primo incontro del gruppo interdisciplinare che doveva ‘metter mano’ al Piano regolatore generale di Pitigliano, in provincia di Grosseto, con la testa svuotata dall’emozione. Ci riunimmo nel suo studio: io nella veste di antropologo, uno storico, un naturalista-ambientalista, Italo ed i suoi collaboratori. Man mano che procedeva la discussione generale capii quale doveva essere il mio ruolo.

   Conoscevo Pitigliano poiché mi ero interessato alla riforma agraria ed all’Ente Maremma. Il mio compito era quello di descrivere l’uso della città nell’ultimo secolo di storia. Insieme allo storico avremmo dovuto raccontare, in sintesi, come il centro era stato vissuto nel tempo. Quali erano gli scenari umani e gli eventi che ne avevano caratterizzato la storia dei ‘Signori’ e le vicende ‘popolari.

Cominciò un lungo ‘viaggio’ ed ad ogni incontro, ognuno in piena autonomia, doveva raccontare di quella città. Italo incoraggiava, chiedeva, voleva sapere, dovevamo delle risposte a quella curiosità che serviva a strutturare, a costruire e quindi a far divenire strumento urbanistico quelle parole, quegli sguardi, quelle ricerche.

   Gli incontri ed il loro svolgimento divennero metodo di ricerca: il risultato, per me, fu sorprendente. Lo studio Insolera elaborò un Piano regolatore in cui si sottolineava che non vi era necessità di costruire un metro cubo in più dell’esistente, poiché la realtà attuale e la ricerca sociale, culturale e storica dimostravano che il centro, ormai quasi deserto e desertificato di funzioni, andava ‘rifunzionalizzato’ e doveva tornare a svolgere il ruolo di sempre seppur proiettato in un futuro solo immaginato ma possibile.

   Poi ancora un’altra occasione e fu, questa volta, dedicata ad un parco regionale quello dei monti Simbruini. Con un metodo consolidato nel quale ogni ‘disciplina’ doveva integrarsi con le altre e con la responsabilità di ognuno di noi, tutti coinvolti ed autori del nostro lavoro, non quale inutili e giustapposti orpelli ad ornamento di uno strumento di pianificazione. Era Italo che imponeva quell’approccio di un’ urbanistica strutturata sulle persone e le società , la loro storia ed una possibile idea di futuro. Ci obbligava a ‘produrre’ le componenti di un discorso sul territorio e di una sua idea di sviluppo e di gestione.

Andammo avanti ma il disimpegno delle pubbliche amministrazioni ci fermò. Frequentare il suo studio significava anche incontrare coloro che allora alimentavano la vita dell’Istituto Nazionale di urbanistica dove ancora si parlava di città e di vissuti, di trasformazioni e di storia .

   Negli anni in cui le correnti storiografiche de Les Annales degli anni venti , trovavano nuova forza anche in Italia e proponevano una metodologia complessa e più completa dell’analisi storiografica, quelle persone tracciavano una nuova esaltante metodologia della ricerca Urbanistica. Italo ne era l’interprete anche quando partecipava a lavori non specificatamente architettonici ed urbanistici ma che comunque riguardavano l’analisi del territorio.

   Ricordo gli incontri, io ero solamente un attento testimone, per la realizzazione dei volumi, Monti d’Italia editi dall’ENI. Anche in questo caso diversi intellettuali e studiosi di differenti discipline incrociarono i propri discorsi ed i propri sguardi sul territorio per evidenziarne le diverse componenti. Ed Italo operava, tesseva, faceva incontrare, convergere , componeva e ricomponeva.

   La sua attività era incessante ma mai eccessiva. Italo aveva la dote di saper destinare il tempo ai progetti. Non di rado, passeggiando per Roma oppure nel suo studio ci si soffermava a narrare di aneddoti di quartiere e di vissuti quotidiani ridendo e godendo della compagnia. Io così amo ricordarlo.

Oggi molti parleranno delle idee di Insolera urbanista, molti descriveranno le tesi di un intellettuale straordinario riconoscendone il valore e l’assoluta integrità, molti … forse troppi. Anche coloro che di Roma hanno fatto il laboratorio della speculazione più insensata ed inutile per le esigenze di chi ci vive o la visita, con gli occhi incantati, del turista. Ma questo, ahimè accade costantemente.

   Forse sarebbe più degno riconoscere il valore e la dignità di un avversario invece di dissimulare una coincidenza di ‘vedute’ che non è nei fatti e nella storia degli ultimi venti anni di questa maltrattata città che Italo amava. (Luciano Blasco)

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