un ERASUMUS diffuso – il LAVORO AI GIOVANI che manca, e l’EUROPA che rischia il dissolvimento: è necessario un SERVIZIO CIVILE PER TUTTI o un ANNO DI VOLONTARIATO EUROPEO, alla ricerca di vera unità europea, scoprendo nuovi lavori possibili

dal sito http://www.retediparità.it

   Sul lavoro ai giovani e su nuove forme di lavoro che diano benessere se ne parla molto, perché è un vero problema (un dramma per tutti quelli che sono senza lavoro, e pertanto senza un reddito). Per una volta non parliamo di nuove tecnologie appropriate, ecologiche, di ritorno a un’agricoltura (pulita) che dia reddito, di nuove filiere lavorative date dalle energie rinnovabili, e cose così importanti. Non parliamo di Mediterraneo da “riconquistare”: negli scambi (economici, culturali…) “nord-sud”, “est-ovest”, possibili e necessari nel “mare nostrum”.

   Proviamo invece a parlare di come attrezzarsi per mettere in atto nuove stagioni dinamiche di sviluppo etico, coinvolgente, in particolare per le generazioni più giovani che si affacciano al mondo del lavoro e a una vita possibilmente autonoma dal punto di vista economico da famigliari (per chi è fortunato ad avere famigliari che possono mantenere i figli), e da sistemi scolastici che appaiono sempre più per quel che sono, cioè aree di parcheggio per giovani che non saprebbero che fare, cosa potremo dargli da fare.

DANIEL COHN-BENDIT, eurodeputato verde – CONTRO L’EUROPA “FORTEZZA”, UNA EUROPA “RIFUGIO”. Contro l’Europa dei tecnocrati, un’Unione costruita dal basso. Questa l’introduzione a “UN ANNO EUROPEO DI VOLONTARIATO PER TUTTI”, manifesto redatto da Daniel Cohn-Bendit e Ulrich Beck

Parliamo qui dell’idea di CREARE UN SERVIZIO CIVILE OBBLI- GATORIO per ragazze e ragazzi, ancor di più se esso, servizio civile, può avere una DIMENSIONE EUROPEA. In questo senso è stata fatta da qualche mese una proposta, una petizione con raccolta di firme (che ha avuto e sta avendo un discreto successo) lanciata da due eurodeputati, Daniel Cohn-Bendit e Ulrich Beck; proposta di istituzione appunto di “UN ANNO DI VOLONTARIATO EUROPEO” ( http://manifest-europa.eu/category/allgemein?lang=it, che noi però la colleghiamo, questa proposta, a quelle “nazionali” fatte da autorevoli personaggi (tra questi riportiamo qui di seguito quella di Romano Prodi) sull’istituzione di UN SERVIZIO CIVILE OBBLIGATORIO.

   L’idea della “OBBLIGATORIETA’” nasce dalla necessità politica di un coinvolgimento generale: sennò pochi lo farebbero di loro iniziativa… del resto anche la SCUOLA OBBLIGATORIA è un’istituzione che se non ci fosse rischierebbe di mettere in crisi un elemento fondamentale di formazione dei giovani (cioè alcuni non la frequenterebbero mai, e questo pensiamo, a prescindere dai giudizi sull’insegnamento che si pratica, non sarebbe per niente un bene) (anche il periodo scolastico obbligatorio, oltre che tempo formativo nei suoi 10 anni di decorso, potrebbe essere pensato come “un servizio civile obbligatorio”: occasione irripetibile per sperimentare con le giovani generazioni attività e dinamiche di conoscenza del proprio ambiente, territorio, le peculiarità che ci sono e le possibilità future… esperienze e ricerche che difficilmente poi si avrà la possibilità di fare ancora con così tanto tempo a disposizione nella vita).

  Sempre per quel che riguarda la necessità di istituire un “periodo obbligatorio”, potremmo ricordare l’esperienza (per la popolazione maschile dei decenni passati) dell’aver fatto “il militare” (per chi lo ha fatto, a prescindere da ogni giudizio sull’andare a presidiare il territorio in caserme friulane contro l’invasione russa dall’est….) è stata per molti un’esperienza positiva di un momento “diverso” dalla loro quotidianità di vita; conoscendo in quell’occasione persone e luoghi che mai ci sarebbe stata la possibilità… sicuramente da questo punto di vista un’esperienza prolungata di vita (un anno, un anno e mezzo…) assai positiva che restava (è rimasta)  impressa nella memoria di quelli che la hanno fatta (a parte quelli aspetti militareschi o camerateschi che è bene non ci siano più).

   Noi poi non crediamo a modi e metodi di servizio civile come è stato fatto in passato (quand’era in alternativa al servizio militare): spesso serviva per coprire posti in organico di comuni o associazioni (quest’ultime più o meno umanitarie), o in organizzazioni non governative che nel passato a volte erano dei carozzoni inutili. E spesso sono piovute critiche feroci (e a ragione) per un servizio civile fatto per far lavorare gratis ragazzi e questi stessi, a loro volta, con impegno pigro e noioso (per star vicino a casa, alla famiglia, non spostarsi), senza alcun arricchimento personale e prospettiva per il loro futuro.

   Diverso è un servizio civile pensato e realizzato su strutture non solo pubbliche ma anche private, meglio ancora in un contesto EUROPEO, in base alle attitudini di ciascuno (a chi si sente portato per attività strettamente manuali, chi intellettuali, sperabilmente per tutt’e due le cose…), dove si sia possibilità anche di sperimentazione di nuove attività, nuovi processi produttivi o di erogazione di servizi.

dal sito http://www.scattidigusto.it

Sta di fatto che la possibilità di attrezzare la cosa in un contesto geografico europeo, può rendere il tutto molto interessante ed entusiasmante (un ERASMUS diffuso per tutti i giovani, magari sicuramente meno blando di molti “erasmus” che adesso si svolgono tra studenti universitari). Un modo di conoscere e mettersi all’opera in realtà diverse dalla proprio comunità, dalla propria lingua e tradizioni di appartenenza. E crediamo che non sarebbe neanche difficile realizzare in tempi brevi quest’idea.

   Alla realtà di giovani “fermi” (o quasi, che attendono un lavoro qualsivoglia o di fare un concorso) e la possibilità “obbligatoria” di dover fare l’esperienza di un anno al fine di maturare le proprie conoscenze, aggiungerne altre di creative (e che danno energia supplementare), ebbene tutto questo fa pensare che possa essere una proposta da praticare il più presto possibile. (sm)

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UN ANNO DI VOLONTARIATO EUROPEO”, IL MANIFESTO DI ULRICK BECK E DANIEL COHN-BENDIT CONTRO LA CRISI

da cafebabel.com@  21/05/12

Contro l’Europa “fortezza”, una Europa “rifugio”. Contro l’Europa dei tecnocrati, un’Unione costruita dal basso. Ecco l’introduzione a “Un anno europeo di volontariato per tutti” – manifesto redatto da Daniel Cohn-Bendit e Ulrich Beck. Una risposta alla crisi dell’euro?

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Un Anno europeo di volontariato per tutti – per tassisti e teologi, per lavoratori e disoccupati, per manager e musicisti, per insegnanti e allievi, per scultori e sottocuochi, per giudici della corte suprema e cittadini anziani, per uomini e donne – come risposta alla crisi dell’euro!

da il secolo d’Italia

I giovani d’Europa non sono mai stati così istruiti, eppure si sentono impotenti di fronte all’incombente bancarotta degli Stati-nazione e al declino terminale del mercato del lavoro.   Tra gli europei con meno di venticinque anni, uno su quattro è disoccupato. Nei tanti luoghi in cui hanno allestito campeggi e lanciato proteste pubbliche, i giovani defraudati dei loro diritti rivendicano giustizia sociale. Ovunque – la Spagna, il Portogallo, i paesi del Nordafrica, le città americane o Mosca – questa domanda sale con grande forza e grande fervore. Sta montando la rabbia per un sistema politico che salva banche mostruosamente indebitate, ma dilapida il futuro dei giovani. Ma quanta speranza può esserci per un’Europa che invecchia costantemente?Il presidente americano John F. Kennedy sbalordì il mondo con la sua idea di fondare un Corpo della pace. «Non chiedetevi che cosa può fare per voi il vostro Paese, chiedetevi che cosa potete fare voi per il vostro Paese».

Noi che firmiamo questo manifesto vogliamo farci portavoce della società civile europea. Per questa ragione chiediamo alla Commissione europea e ai Governi nazionali, al Parlamento europeo e ai parlamenti nazionali, di creare un’Europa di cittadini con un impiego attivo e di fornire i requisiti finanziari e legali per l’Anno europeo di volontariato per tutti, come contro-modello all’Europa dall’alto, l’Europa delle élite e dei tecnocrati che ha prevalso finora e che si sente investita della responsabilità di forgiare il destino dei cittadini europei, contro la loro volontà se necessario. Perché è questa massima non dichiarata della politica comunitaria che sta minacciando di distruggere l’intero progetto europeo.

Lo scopo è quello di democratizzare le democrazie nazionali per ricostruire l’Europa nello spirito dello slogan kennediano: non chiedetevi che cosa può fare per voi l’Europa, ma che cosa potete fare voi per l’Europa, facendo l’Europa!

Nessun pensatore progressista, da Jean-Jacques Rousseau a Jürgen Habermas, ha mai voluto una democrazia che consistesse unicamente nel poter andare a votare a scadenze regolari. La crisi del debito che sta mandando in pezzi l’Europa non è semplicemente un problema economico, ma anche un problema politico. Abbiamo bisogno di una società civile europea e dell’apporto delle giovani generazioni, se vogliamo risolvere le scottanti questioni d’attualità. Non possiamo lasciare che l’Europa venga trasformata nel bersaglio di un «movimento arrabbiato» di cittadini che protestano contro un’Europa senza gli europei. L’Europa non può funzionare senza l’apporto di cittadini impegnati per la sua causa, e gli europei non possono fare l’Europa se non possono respirare l’aria della libertà.

L’azione pratica, che trascende i confini ristretti dello Stato-nazione, dell’etnia e della religione, che l’Anno europeo di volontariato per tutti vuole promuovere non dev’essere intesa come una foglia di fico istituzionalizzata per coprire i fallimenti europei. È una visione che vuole aprire spazio per la creatività. Non si tratta di un mezzo per distribuire elemosine ai giovani disoccupati, è un atto di auto-affermazione della società civile europea, un atto che può essere usato per costruire una nuova Costituzione propositiva, dal basso, per ripristinare la creatività politica e la legittimazione dell’Europa. La libertà politica non può sopravvivere in un’atmosfera di paura. Può prosperare e radicarsi solo se le persone hanno un tetto sulla testa e sanno come fare per vivere, domani e quando saranno vecchie. Ecco perché l’Anno europeo di volontariato per tutti ha bisogno di solide fondamenta finanziarie. Noi chiediamo alle imprese europee di dare il loro giusto contributo.

Se vuole costruire una cultura dal basso, l’Europa non può permettersi di ricadere in linee d’azione predefinite. I cittadini di questa Europa andranno in altri Paesi e si impegneranno su problemi transnazionali su cui gli Stati nazionali non sono più in grado di offrire soluzioni appropriate (il degrado ambientale, i cambiamenti climatici, i movimenti di massa di profughi e migranti e il radicalismo di destra). Sfrutteranno le reti europee di arte, letteratura e teatro come palcoscenici per promuovere la causa europea. Bisogna stipulare un nuovo contratto fra lo Stato, l’Unione Europea, le strutture politiche della società civile, il mercato, la previdenza sociale e la sostenibilità ambientale.

Che cosa c’è di buono nell’Europa? Qual è il valore dell’Europa per noi? Quale modello potrebbe e dovrebbe essere la base dell’Europa nel XXI secolo? Sono questioni aperte, che devono essere affrontate urgentemente. Per noi di We Are Europe la risposta è questa: l’Europa è un laboratorio di idee politiche e sociali senza equivalenti in nessun’altra parte del mondo. Ma che cos’è che costituisce l’identità europea? Potreste rispondere che l’europeità nasce dal dialogo e dal dissenso fra molte culture politiche diverse, quella del citoyen, quella del citizen, quella dello Staatsbürger, quella del burgermatschappij, quella del ciudadano, quella dell’obywatel, quella dello politês. Ma l’Europa è anche l’ironia, è la capacità di ridere di se stessi. E il modo migliore per riempire l’Europa di vita e di risate e che i cittadini comuni europei agiscano insieme, spontaneamente. (Daniel Cohn-Bendit, Ulrich Beck)

(traduzione di cafebabel.com@  21/05/12) – Potete sostenere l’iniziativa di Daniel Cohn-Bendit e Ulrich Beck a questo link.

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IL SERVIZIO CIVILE? FACCIAMOLO “CIVICO” E OBBLIGATORIO

di Gianluca Reale, dal quotidiano “EUROPA” del 13/9/2012

   Marco Venturino, medico-scrittore che dirige la divisione di Anestesia dell’Istituto di oncologia di Milano, suggerisce di utilizzare come criterio di selezione dei ragazzi che vogliono entrare a medicina un periodo di volontariato in ospedale. A contatto con malati e pazienti. Un’esperienza sul campo per maturare un’attitudine.

   L’idea, seppure qui circoscritta alla selezione per l’accesso all’università a numero chiuso, non è peregrina. Tutt’altro. Innanzitutto perché inevitabilmente dovrebbe essere legata al merito, e poi perché è una “prova d’impegno”. E svolgerebbe una funzione anche e decisamente culturale: fare misurare i ragazzi con la realtà e la dedizione a un compito.
Un’idea che in questi anni di spending review e di bilanci degli enti pubblici ridotti all’osso, potrebbe tornare utile all’intero sistema paese. Soprattutto nell’ottica in cui dovremo sempre più adottare il kennediano “cosa puoi fare tu per il tuo paese?”.

   C’è infatti bisogno di una nuova idea di partecipazione, che evidentemente la politica non è stata ancora in grado di generare, ma che le ristrettezze economiche della pubblica amministrazione potrebbero imporre.  L’idea di richiamare la popolazione a un impegno diretto. Una volta c’era la leva militare, che volente o nolente, costringeva i giovani maschi a prestare servizio per lo stato per un anno della loro vita. Non che il servizio militare fosse particolarmente produttivo, in verità. Sicuramente di più, dal punto di vista del beneficio collettivo, lo è il servizio civile. Che oggi però è soltanto un’opzione. Sarebbe utile che non lo fosse. Che diventasse anzi un servizio obbligatorio.
Potremmo chiamarlo “servizio civico”. Un anno, o sei mesi, in cui i giovani italiani, maschi e femmine, vengono cooptati dagli enti del proprio territorio per svolgere mansioni utili alla collettività locale, ognuno in base a quelle che sono necessità e attitudini.

   Per esempio, ausiliari del traffico, giardinieri, aiuto all’assistenza sociale, controllori, assistenti negli uffici pubblici, pulizie di edifici e strade. Piccoli ruoli operativi sul campo di cui sempre più le amministrazioni locali hanno bisogno, oggi che i dipendenti vanno in pensione e non vengono rimpiazzati.
Una mission impossible? Non è detto. Perché il beneficio di una “rivoluzione” di questo tipo è duplice. Va da sé che, se bene organizzate, queste forze di supporto permetterebbero di gestire molto meglio città e territori comunali. Ma il vantaggio primario sarebbe culturale e sociale.

   Una formazione civica fatta sul campo vale innumerevoli volte quanto scritto nei libri di scuola, che sembrano propinare concetti per lo più astratti se non si vive in un contesto socio familiare che li mette in pratica. L’impegno concreto al servizio della propria collettività potrebbe redimere i bulli e sensibilizzare gli strafottenti. Insegnare che una comunità è fatta dal reciproco rispetto delle regole. Un apprendimento che soprattutto al Sud è quanto mai necessario e formativo. E che col tempo formerà i nuovi italiani, più inclini al bene comune e alla cosa pubblica.
E i costi? Obietterà qualcuno. Potrebbero essere contenuti, se il servizio civico venisse organizzato su scala comunale, con ognuno “chiamato” nel proprio comune di residenza o di domicilio. Basterebbe uno sforzo organizzativo. Ma il paese potrebbe trarne un grande vantaggio. Nell’immediato e nel futuro.

   Un servizio civico del genere sarebbe anche un investimento sugli anni a venire e sulle nuove generazioni. A maggior ragione se accompagnato da criteri di merito (punteggio finale) con l’assegnazione di crediti spendibili in carriere scolastiche e universitarie, nei concorsi pubblici (quando ci sono). Ma, probabilmente, anche nei curricula lavorativi.

   Perché chi ha svolto bene il proprio impegno civico non può che essere guardato con maggior favore da un’azienda che vuole assumere.
Massimo D’Azeglio è ancora attuale: «Abbiamo fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani». Il percorso è tutt’altro che finito. (Gianluca Reale)

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ROMANO PRODI: SERVIZIO CIVILE OBBLIGATORIO, UN AIUTO AI GIOVANI ED ALLA COESIONE SOCIALE

da ArticoloTre del 9 febbraio 2012

”Ai nostri ragazzi serve un servizio civile aperto a tutti, e se per farlo l’unica strada è renderlo obbligatorio, facciamolo”. Ne è convinto l’ex presidente del consiglio Romano Prodi che, dalle colonne del settimanale Vita in edicola da domani venerdì 10 febbraio, invita l’attuale premier Mario Monti a fare sua questa battaglia.

   Il 19 gennaio i progetti legati al bando del Servizio Civile Nazionale Volontario del 2011 sono stati sospesi. A prendere questa decisione è stato il Tribunale del Lavoro di Milano, che ha accolto il ricorso di Shahzad Sayed, un giovane pakistano ventiseienne che si era visto escludere dal bando perché straniero anche se vive in Italia da quindici anni. I ragazzi vincitori del bando pronti a partire per il Servizio Civile sono stati messi subito in allarme, ma la decisione non era definitiva: mancavano, e mancano tuttora, molti gradi di giudizio.

   Parla Romano Prodi – “Ai nostri ragazzi serve un servizio civile aperto a tutti, e se per farlo l’unica strada è renderlo obbligatorio, facciamolo”. Ne è convinto l’ex presidente del consiglio Romano Prodi che, dalle colonne del settimanale Vita in edicola da domani venerdì 10 febbraio, invita l’attuale premier Mario Monti a fare sua questa battaglia: “Sarebbe un’operazione che io vedrei molto positivamente – dice Prodi – perchè sarebbe qualcosa che andrebbe ad impattare in profondità sul nostro tessuto sociale“.

   “Mai come in questo momento i nostri ragazzi hanno la necessità di avere la possibilità di mettersi al servizio delle persone e del loro territorio” continua l’ex premier sul settimanale del non profit, che in occasione di questa intervista esclusiva lancia anche il “Manifesto per un servizio civile universale”. “Ormai nelle giovani generazioni lo scoramento ha raggiunto livello preoccupanti” e – secondo Prodi – il servizio civile offre una grande possibilità di contrastare questa deriva. “La capacità di confrontarsi con problemi e strutture diverse da quelle a cui siamo abituati che offre il servizio civile è un grandissimo valore aggiunto”, conclude Prodi, invitando tutti “a rendersi conto che questo è davvero un aiuto ai giovani e alla coesione sociale”.

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UNA PROPOSTA: SERVIZIO CIVILE OBBLIGATORIO

dal blog http://pagni.blogautore.repubblica.it/ del 23/12/2012

   Costruire una coscienza etica nei giovani che stanno per diventare cittadini. Aiutare i servizi sociali pubblici e le organizzazioni no profitin crisi economica. Si potrebbero ottenere entrambi i risultati introducendo una semplice riforma: il servizio civile obbligatorio per ragazzi e ragazze al compimento del diciottesimo anno di età.

   Un tempo si chiamava servizio civile. Ed era alternativo al servizio militare di leva. Ottenuto al termine di una non facile battaglia, lo stato “punitivo” di fine anni Settanta aveva avuto la brillante idea di portarlo a 20 mesi, nel tentativo di scoraggiare chi non era veramente convinto. Nonostante ciò, migliaia di giovani (comunque una minoranza) avevano potuto liberamente scegliere di non imbracciare armi, ma di essere comunque utili alla società.

   Con l’introduzione dell’esercito professionale (ci sarebbe da discutere anche su questo) è venuto meno il concetto di servizio alternativo. Ma è rimasta la possibilità, per quanto facoltativa, di mettere a disposizione sei mesi della propria vita per un progetto di volontariato.

   Peccato che, negli ultimi tre anni, anche quello che rimane del servizio civile stai andando a rotoli. Secondo i dati appena consegnati al Parlamento dal ministro Riccardi, a causa della crisi finanziaria, il Servizio civile nell’ultimo triennio ha subito una progressiva contrazione sia degli stanziamenti assegnati, passati da 210.615.364 euro del 2009 a 123.377.000 del 2011, sia del numero dei volontari scesi da 30.377 a 15.939.

   Non è difficile intuire quale sia la perdita di valori etici, di patrimonio di esperienze per i giovani. Mentre le Ong che si vedono dimuinuire il numero di volontari sono a loro volta costretta a diminuire servizi e prestazioni.

   Ecco, allora, la proposta. Invece di essere tagliato, il servizio civile andrebbe reso obbligatorio. Sei mesi è il tempo minimo per consentire anche una adeguata preparazione. Ma il beneficio in termini di ore dedicate, esperienza, sostegno a un walfare sempre più deficitario, il tutto con un investimento di pochi milioni è senza prezzo.

   Vedi mai che, in qualche caso, ci siano giovani che possano imparare un mestiere. O che capiscano quanto sia difficili i lavori in cui ci si mette al servizio degli altri.

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SE RINASCO FACCIO L’ARTIGIANO: I MESTIERI IGNORATI DAI RAGAZZI

di LEONARD BERBERI, da “il Corriere della Sera” del 16/7/2012

– 385.000 I posti di lavoro manuale che tra 8 anni potrebbero non essere coperti – L’ economista Donzelli: in Italia le attività manuali sono state snobbate – Alberto Cavalli, direttore della Fondazione Cologni: «Scuola e imprese devono dialogare di più» – Dal fabbro al falegname, 45 mila posti vacanti l’anno –

   Da un lato i dati sulla disoccupazione giovanile: quasi quattro italiani su dieci tra 15 e 24 anni senza un impiego. E buona parte con una laurea in tasca. Dall’ altro, i dati della Cgia di Mestre: 385 mila posti di lavoro «ad alta intensità manuale» che nei prossimi otto anni potrebbero non essere coperti.

   A cui si aggiungono i 45 mila rimasti vacanti nel 2011 perché i giovani, quelli fino a 29 anni, o non si sono fatti avanti oppure sono stati ritenuti non all’ altezza della mansione. Una combinazione che, nel 2020, potrebbe portarci a una situazione paradossale: trovare un fabbro per farsi aggiustare gli infissi o un falegname per intervenire su un mobile di casa potrebbe diventare difficilissimo.

   E con costi, logistici ed economici, elevati. A leggere i dati e le stime il lavoro c’ è. E anche tanto. È solo che è «manuale». Un aspetto che pesa molto sulle scelte formative dei ragazzi. «Nel nostro Paese le professioni manuali sono state sempre poco considerate, direi quasi che sono state sempre svalutate», spiega Franco Donzelli, direttore del dipartimento di Economia, management e metodi quantitativi dell’ università Statale di Milano.

   «Così, negli anni, abbiamo preferito investire sul pensiero e ora eccoci qui con posti che restano vacanti negli stessi mesi in cui i nostri figli cercano un lavoro». Una politica che non è stata seguita in altri Paesi europei. «In Germania e Olanda – continua Donzelli – oltre all’ università ci sono tante scuole di formazione superiore. Da noi no».

   Una sorta di «stigma» sociale verso queste professioni che il docente sintetizza con il «peso» delle buste paga: «Se un operaio specializzato in Italia guadagna, se va bene, 1.400 euro – racconta -, il collega tedesco, per la stessa mansione, ne prende 2.500». E, oltre all’ aspetto economico, c’ è anche una differente percezione dei lavori manuali nei due Paesi.

   «È ovvio che nessuno è incentivato a scegliere questo percorso», sintetizza Donzelli. «Né i genitori che devono aiutare i figli a scegliersi il futuro dopo le scuole superiori, né gli insegnanti, né gli stessi giovani». Così eccoci al «buco» del 2020. Quando rischiano di mancare pellettieri, borsettieri, falegnami, muratori, carpentieri, carrozzieri, saldatori, riparatori di orologi, elettricisti, parchettisti. Ruoli che i giovani potrebbero coprire in brevissimo tempo e invece non lo fanno.

   E se alcuni mestieri vengono mitigati dall’«effetto sostituzione» degli immigrati, altri rischiano proprio di sparire. Anche quelli che caratterizzano il «Made in Italy». «Il fatto è che i ragazzi oggi non conoscono l’artigianato», spiega Alberto Cavalli, direttore generale della Fondazione Cologni dei mestieri d’arte di Milano.

   «Quando vengo chiamato a fare lezione mi accorgo che spesso ignorano l’esistenza di certe professioni vitali per la nostra economia». Qualcosa, certo, si sta muovendo, «ma a differenza della Francia, dove è tutto regolamentato, da noi l’organizzazione è demandata alle regioni». Una via d’uscita? «Deve cambiare la mentalità», risponde il professor Donzelli.

   Mentre Alberto Cavalli suggerisce «meno burocrazia, più comunicazione tra scuola e mondo delle imprese e, soprattutto, più attenzione all’orientamento». 385.000 i posti di lavoro manuale che tra 8 anni potrebbero non essere coperti. (Leonard Berberi)

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IL LAVORO CHE C’È, MA NON PIACE AI GIOVANI

di Gianpiero Dalla Zuanna, da “il Corriere della Sera” del 18/62012

   Il 36% degli italiani di età tra i 15 e i 24 anni che vorrebbero lavorare dichiarano di non trovare lavoro. È colpa certamente della crisi e di leggi che scoraggiano le imprese ad assumere. Tuttavia ci sono anche altri problemi, che – se ben affrontati – potrebbero ridurre fortemente il numero dei ragazzi disoccupati. Fra i giovani italiani è molto forte la discordanza fra domanda e offerta di lavoro.

   Vediamo che accade in due segmenti opposti: quello delle occupazioni manuali, e quello dei laureati magistrali, che hanno alle spalle almeno cinque anni di università.

   Una recente indagine di Confartigianato – elaborando i dati sulle assunzioni previste dalle imprese e monitorate dal Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro nel 2011 – mette in evidenza le professioni che faticano a trovare persone disposte all’impiego. Il 27% delle 1.100 richieste di pavimentatori e posatori di rivestimenti, in imprese artigiane e industriali, faticano a essere soddisfatte per scarsità di offerta.

   Seguono i montatori di carpenteria metallica (19% su 5.060), i camerieri (18,5% su 22.460), e poi i meccanici, i riparatori e manutentori di automobili, gli attrezzisti di macchine utensili, i sarti e i tagliatori artigianali, i modellisti e i cappellai, e così via. Risultati del tutto simili escono da una recente indagine di Fondimpresa del Veneto, fondo interprofessionale per la formazione continua. Sono introvabili i ciabattini e i mulettisti. Ma anche gli infermieri.

   Evidentemente, molti giovani o non vengono ben indirizzati, o possono permettersi di fare gli «schizzinosi», di attendere prima di accettare un lavoro diverso da quello sognato o forse solo immaginato.

   I dati di Alma Laurea mostrano una distanza siderale nelle opportunità di impiego per tipo di laurea. Guardiamo solo al guadagno netto dei vari tipi di dottori magistrali che – tre anni dopo la laurea – lavoravano, intervistati nel 2011, perché il guadagno è anche segno di quanto sono ricercate dal mercato le diverse professionalità. Tre anni dopo la laurea, più di metà dei dottori magistrali in Ingegneria, Statistica, Medicina ed Economia guadagna più di 1.400 euro al mese. Per contro, i laureati in Lettere, Psicologia e Scienze della Formazione raramente superano i 1.000 euro.

   Questi risultati, nella loro semplice evidenza, suggeriscono tre considerazioni. Questa assordante sfasatura fra domanda e offerta di lavoro dimostra – una volta di più – che il mercato del lavoro non raggiunge, quasi magicamente, una posizione di equilibrio. Datori di lavoro e lavoratori dovrebbero possedere strumenti più efficaci per incontrarsi.

   I giovani dovrebbero essere informati meglio, dando più spazio a dati come quelli qui pubblicati, ma anche mediante strumenti come percorsi misti scuola-lavoro, stage, eccetera. In secondo luogo, in questi tempi difficili i giovani (e le loro famiglie) dovrebbero privilegiare scelte orientate più al lavoro futuro che ai sogni presenti, per evitare di trovarsi spiazzati e fuori mercato quando ormai è troppo tardi. Infine, molti laureati e diplomati che ora vivacchiano scontenti e scoraggiati fra un impiego precario e l’altro, facendo tutt’altra cosa rispetto a ciò che hanno studiato, potrebbero considerare l’opportunità di girare pagina.

   Non devono inventarsi un lavoro, ma accettare di imparare i lavori manuali disponibili che – se a volte sono faticosi e impegnativi – raramente possono essere pagati meno di 1.000 euro al mese. Con la crisi, gli italiani sono usciti da una specie di fiction , e ora in molti (28 milioni secondo il ministro Passera) debbono fare i conti con la dura realtà. Per molti giovani, accettare il lavoro che c’è può essere un primo passo importante verso la costruzione una vita più dignitosa. (Gianpiero Dalla Zuanna)

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FORNERO: LAVORIAMO PER VALORIZZARE DI PIÙ L’APPRENDISTATO

di Marzio Bartoloni, da “il Sole 24ore” del 14/9/2012

Difende la sua riforma del lavoro su cui vuole vigilare perché «viva bene» e prende un impegno per i «prossimi sei mesi» di fronte alla platea di imprenditori riuniti, ieri, alla presentazione a Roma dello studio di Confindustria sugli scenari economici: fare in modo che l’apprendistato diventi finalmente «la normale via d’ingresso per i giovani nel mondo del lavoro». Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, si rivolge proprio alle imprese invitandole a «lavorare insieme» con i sindacati su questo strumento che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbe finalmente combattere con successo la precarietà.
«Voi forse penserete che l’apprendistato c’è già e non ha poi cosi ben funzionato», avverte nel suo intervento la Fornero che prova subito a spiegarsi meglio: «Questo è successo perché non si è valorizzata abbastanza la parte dell’apprendimento». L’errore del passato – secondo il ministro – è stato il fatto che «spesso è successo che gli apprendisti si sono susseguiti senza nessuna stabilizzazione». Un fatto negativo, questo, nel segno di un uso del lavoro sbagliato perché «mordi e fuggi» che è capace solo di deprimere la produttività: «Questo – chiarisce la Fornero – va considerato tanto più oggi che lo spread più preoccupante non è quello finanziario ma quello della produttività».
E proprio il nodo della precarietà torna più volte nelle parole del ministro, anche quando allarga il discorso a tutta la riforma approvata a giugno scorso e che diversi mal di pancia ha fatto venire alle imprese: «So che la riforma del mercato del lavoro non vi è piaciuta, soprattutto per quanto riguarda la flessibilità in entrata», ricorda la Fornero. Che prova a difendersi sottolineando come anche i sindacati invece le abbiano rimproverato di «aver fatto troppo poco» per ridurre la precarietà che «dovete riconoscere – ha detto ieri rivolgendosi agli imprenditori presenti a Roma – è molto diffusa», tanto che anche l’Ocse «ce lo rimprovera». «Io lavoro per il Paese, non per una parte, per questo mi sono impegnata a realizzare una riforma equilibrata», ha chiarito ancora una volta il ministro che si dice convinta di aver fatto un buon lavoro sulla modifica dell’articolo 18 che può essere considerato «una buona premessa» per creare nuova occupazione: «Quello che abbiamo fatto non lo abbiamo fatto a caso, abbiamo cercato di compiere una modifica non punitiva».
Ora però il ministro vuole guardare avanti («ci restano sei mesi e per fortuna non devo più fare grandi riforme») e punta a monitorare quanto fatto «in maniera intensa» perché le riforme «vivano e vivano bene». A partire proprio dall’apprendistato che ora – parola della Fornero – dovrà «essere preso sul serio». L’idea del ministro del Lavoro è quella di provare a seguire l’esempio del modello tedesco che ha trasformato l’apprendistato in un veicolo di ingresso che è molto servito negli ultimi anni per l’occupazione dei giovani. In Germania i lavoratori entrano nel mercato del lavoro attraverso percorsi di apprendistato dai 15 anni di età secondo un modello duale cogestito da imprese e istituzioni. (Marzio Bartoloni)

L’APPRENDISTATO – LA RIFORMA FORNERO
La legge Fornero ha fatto dell’apprendistato il canale d’ingresso principale dei giovani al lavoro. Per le assunzioni dal 1°gennaio 2013, viene previsto che il rapporto tra apprendisti e professionisti non possa superare quello di 1 a 1 per le aziende con meno di 10 dipendenti.

   Negli altri casi il rapporto deve essere di 3 a 2. È previsto poi che, per le aziende con meno di 10 dipendenti, l’assunzione di nuovi apprendisti sia subordinata alla prosecuzione del rapporto di lavoro di almeno il 50% di quelli dipendenti dallo stesso datore di lavoro (il 30% nei primi 3 anni dall’arrivo della legge). Si richiede che la durata minima del rapporto di apprendistato sia non inferiore a sei mesi (fatte salve le attività stagionali)
Il modello tedesco – In Germania i lavoratori entrano nel mercato del lavoro attraverso percorsi di apprendistato dai 15 anni di età secondo un modello duale cogestito da imprese e istituzioni.

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FACCIAMO ECONOMIA: COME COSTRUIRE UNA NUOVA SOCIETA’ DELL’ABBONDANZA

di SERGE LATOUCHE, da “la Repubblica” del 14/9/2012

(parte dell’intervento che SERGE LATOUCHE, padre del pensiero sulla “DECRESCITA FELICE”, ha fatto al “Festival/Filosofia” di Modena/Carpi/Sassuolo” tenutosi dal 14 al 16 settembre 2012)

   Viviamo in una società della crescita. Cioè in una società dominata da un’economia che tende a lasciarsi assorbire dalla crescita fine a se stessa, obiettivo primordiale, se non unico, della vita. Proprio per questo la società del consumo è l’esito scontato di un mondo fondato su una tripla assenza di limite: nella produzione e dunque nel prelievo delle risorse rinnovabili e non rinnovabili, nella creazione di bisogni – e dunque di prodotti superflui e rifiuti – e nell’emissione di scorie e inquinamento (dell’aria, della terra e dell’acqua).

   Il cuore antropologico della società della crescita diventa allora la dipendenza dei suoi membri dal consumo. Il fenomeno si spiega da una parte con la logica stessa del sistema e dall’altra con uno strumento privilegiato della colonizzazione dell’immaginario, la pubblicità. E trova una spiegazione psicologica nel gioco del bisogno e del desiderio. Per usare una metafora siamo diventati dei «tossicodipendenti» della crescita. Che ha molte forme, visto che alla bulimia dell’acquisto – siamo tutti «turboconsumatori » – corrisponde il workaholism, la dipendenza dal lavoro. Un meccanismo che tende a produrre infelicità perché si basa sulla continua creazione di desiderio.

   Ma il desiderio, a differenza dei bisogni, non conosce sazietà. Poiché si rivolge ad un oggetto perduto ed introvabile, dicono gli psicoanalisti. Senza poter trovare il «significante perduto», si fissa sul potere, la ricchezza, il sesso o l’amore, tutte cose la cui sete non conosce limiti. (…)

   Anche per questo ci serve immaginare un nuovo modello. Economico ed esistenziale. Così la ridefinizione della felicità come «abbondanza frugale in una società solidale» corrisponde alla forza di rottura del progetto della decrescita. Essa suppone di uscire dal circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e prodotti e della frustrazione crescente che genera, e in modo complementare di temperare l’egoismo risultante da un individualismo di massa.

   Uscire dalla società del consumo è dunque una necessità, ma il progetto iconoclasta di costruire una società di «frugale abbondanza» non può che suscitare obiezioni e scontrarsi con delle forme di resistenza, qualunque siano i corsi e i percorsi della decrescita.

   Innanzitutto, ci si chiederà, l’espressione stessa abbondanza frugale non è forse un ossimoro peggiore di quello giustamente denunciato dello sviluppo sostenibile? Si può al massimo concepire ed accettare una «prosperità senza crescita», secondo la proposta dell’ex consigliere per l’ambiente del governo laburista, Tim Jackson, ma un’abbondanza nella frugalità è davvero eccessivo!

   In effetti, fintanto che si rimane chiusi nell’immaginario della crescita, non si può che vedervi un’insopportabile provocazione. Diversamente invece, se usciamo da certe logiche, può risultare evidente che la frugalità è una condizione preliminare rispetto ad ogni forma di abbondanza.

   L’abbondanza consumista pretende di generare felicità attraverso la soddisfazione dei desideri di tutti, ma quest’ultima dipende da rendite distribuite in modo ineguale e comunque sempre insufficienti per permettere all’immensa maggioranza di coprire le spese di base necessarie, soprattutto una volta che il patrimonio naturale è stato dilapidato.

   Andando all’opposto di questa logica, la società della descrescita si propone di fare la felicità dell’umanità attraverso l’autolimitazione per poter raggiungere l’“abbondanza frugale”. Come ogni società umana, una società della decrescita dovrà sicuramente organizzare la produzione della sua vita, cioè utilizzare in modo ragionevole le risorse del suo ambiente e consumarle attraverso dei beni materiali e dei servizi.

   Ma lo farà un po’ come quelle «società dell’abbondanza » descritte dall’antropologo Marshall Salhins, che ignorano la logica viziosa della rarità, dei bisogni, del calcolo economico.

   Questi fondamenti immaginari dell’istituzione dell’economia devono essere rimessi in discussione. Jean Baudrillard lo aveva ben visto a suo tempo quando disse che «una delle contraddizioni della crescita è che produce allo stesso tempo beni e bisogni, ma non li produce allo stesso ritmo». Ne risulta ciò che egli chiama «una depauperizzazione psicologica», uno stato d’insoddisfazione generalizzata, che definisce, egli afferma, «la società della crescita come il contrario di una società dell’abbondanza». La vera povertà risiede, in effetti, nella perdita dell’autonomia e nella dipendenza.

   Un proverbio dei nativi americani spiega bene il concetto: «Essere dipendenti significa essere poveri, essere indipendenti significa accettare di non arricchirsi». Siamo dunque poveri, o più esattamente miseri, noi che siamo prigionieri di tante protesi.

   La ritrovata frugalità permette precisamente di ricostruire una società dell’abbondanza sulla base di ciò che Ivan Illich chiamava «sussistenza moderna». Ovvero «il modo di vivere in un’economia post-industriale, all’interno della quale le persone sono riuscite a ridurre la loro dipendenza rispetto al mercato, e ci sono arrivate proteggendo – attraverso strumenti politici – un’infrastruttura nella quale le tecniche e gli strumenti servono, in primo luogo, a creare valori d’uso non quantificati e non quantificabili da parte dei fabbricanti di bisogni professionisti».

   La crescita del benessere è dunque la strada maestra della decrescita, poiché essendo felici si è meno soggetti alla propaganda e alla compulsività del desiderio. Molte di queste opzioni implicano un cambiamento della nostra attitudine anche rispetto alla natura.

   Mi ricordo ancora la mia prima arancia, trovata nella mia scarpa a Natale, alla fine della guerra. Mi ricordo anche, qualche anno più tardi, dei primi cubetti di ghiaccio che un vicino ricco che aveva un frigorifero ci portava le sere d’estate e che noi mordevamo con delizia come delle leccornie.

   Una falsa abbondanza commerciale ha distrutto la nostra capacità di meravigliarci di fronte ai doni della natura (o dell’ingegnosità umana che trasforma questi doni). Ritrovare questa capacità suscettibile di sviluppare un’attitudine di fedeltà e di riconoscenza nei confronti della Terra-madre, o anche una certa nostalgia, è la condizione di riuscita del progetto di costruzione di una società della decrescita serena, come anche la condizione necessaria per evitare il destino funesto di un’obsolescenza programmata dell’umanità. (SERGE LATOUCHE, traduzione di Tessa Marzotto Caotorta)

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C’ERA UNA VOLTA “IL LAVORO”

di MICHELE SCANDROGLIO (deputato PDL), da “il Secolo d’Italia” del 14/9/2012

   C’era una volta l’articolo 1 della Costituzione, secondo cui l’Italia è una Repubblica democratica “fondata sul lavoro”. Oggi, con gli ultimi dati forniti dagli istituti di statistica, viene da chiedersi se le cose stiano ancora così. I numeri e le percentuali di coloro che cercano lavoro e non lo trovano, o che lo hanno perduto, o che addirittura hanno rinunciato a cercarlo, fanno davvero impressione.

   In questo quadro la legge Fornero, presentata enfaticamente come una riforma in grado di invertire la rotta, rischia di peggiorare ulteriormente le cose. Più rigidità, più vincoli, più difficoltà ad assumere da parte degli imprenditori.
A rendere ancor più drammatica questa situazione, già pesante a causa della crisi economica che ha investito l’intero Occidente, vi è poi il mutamento dell’idea stessa di lavoro a cui abbiamo assistito in questi ultimi decenni. Un mutamento innanzitutto semantico rispetto a quanto previsto dalla Carta del ’48: oggi il “lavoro” è stato sostituito dalla “occupazione”.

   Non un banale gioco dei sinonimi, ma una concezione profondamente diversa, specchio dei cambiamenti sociali e culturali avvenuti in Italia dalla fine degli anni Sessanta in poi. Così dal “labor”, cioè dall’idea di fatica, si è passati alla “occupatio”, ossia al mero essere indaffarati.

   L’etimologia di “lavoro” è ben più ricca di quella di “occupazione”, che implica soltanto il “prendere possesso di un luogo”. “Labor” deriva dalla radice “labh”, che esprime in senso figurato il “volgere il desiderio, la volontà, l’intento, l’opera a qualcosa”, e quindi “l’agognare, l’intraprendere, l’ottenere”.

   “Lavoro” è dunque un vocabolo più comprensivo di “occupazione”: sottende un maggiore coinvolgimento della persona e, soprattutto, il suo essere in relazione con qualcos’altro e con qualcun altro.
All’impoverimento e allo svuotamento semantico, perciò, hanno corrisposto un impoverimento e uno svuotamento culturale e sociale. Questo passaggio si può far coincidere con quel fenomeno che è stato definito “avvento della società radicale”.

   Esso ebbe inizio con lo sgretolarsi del tessuto tradizionale e valoriale che aveva innervato per secoli il popolo italiano ed aveva poi trovato espressione nei princìpi fondanti della nostra Carta costituzionale, in particolare nella centralità assegnata al lavoro e alla famiglia. Lavoro e famiglia, nella visione che emerge dalla Costituzione, sono i due pilastri coessenziali alla tenuta della nostra società.

   Con l’affermarsi dell’individualismo di stampo radicale essi vengono indeboliti. Ciò che era indissolubilmente unito viene diviso. E così il lavoro diventa un problema esclusivamente del singolo e non più dell’intero corpo sociale, perde la dimensione di dedizione e di sacrificio per qualcosa che va oltre sé, per la famiglia e per il popolo a cui si appartiene.
La mancanza di sicurezza e di certezza del lavoro che registriamo oggi è quindi anche frutto di questo processo. È lo specchio di una “società dei soli” che sembra aver smarrito il senso dell’avventura comune, delle proprie profonde radici di popolo e del compito che spetta ad ognuno all’interno di una comunità umana.

   Come ha più volte sottolineato Papa Benedetto XVI, la crisi che viviamo oggi non è soltanto economica, ma è “la drammatica espressione di un profondo malessere” della società, che ci obbliga a riflettere “sull’importanza della dimensione etica prima ancora che sui meccanismi che governano la vita economica”.

   Non soltanto “per cercare di arginare le perdite individuali o delle economie nazionali”, ma anche e soprattutto “per darci nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente e di sviluppare le proprie capacità a beneficio dell’intera comunità”.
Il nostro impegno, dunque, deve andare non soltanto nella sacrosanta direzione di creare nuova “occupazione” – e sarebbe già un traguardo notevole di questi tempi – ma anche di ricreare quel clima di coesione sociale e quel senso di appartenenza a una storia, a una tradizione, a un popolo, che sono precondizioni indispensabili per far ripartire il motore del vero sviluppo, della vera crescita, e quindi del vero “lavoro”. (Michele Scandroglio)

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CRISI E CRESCITA

SERVONO IDEE, NON INFRASTRUTTURE

di FRANCESCO DAVERI, da “il Corriere della Sera”del 14/8/2012

   L’Italia non cresce perché è un Paese Verde cioè Vecchio, Ricco e Densamente popolato. In un Paese vecchio – e l’Italia lo è: un quinto degli italiani ha più di 64 anni – si formano maggioranze ostili all’innovazione. In un Paese che oggi è due volte più ricco di mezzo secolo fa diminuisce la voglia d’inventarsi o cercarsi un lavoro dove c’è, mentre cresce l’aspirazione a trovarselo sotto casa.

   Un Paese con 206 abitanti per chilometro quadrato – sei volte di più che negli altri Paesi Ocse – è probabilmente un Paese divertente e animato da una vibrante vita culturale ed economica. Ma in un Paese densamente popolato aprire un negozio e realizzare un’infrastruttura è terribilmente complicato e costoso. E infatti oggi anche i distretti, per replicare il successo di ieri, spesso spostano all’estero in tutto o in parte le loro attività.

   L’Italia non è sempre stata un Paese Verde; ma oggi lo è e quindi fatica a crescere. Anche un Paese Verde potrebbe crescere, però. E potrebbe farlo nel mezzo della crisi dell’euro. A un paese vecchio, ricco e densamente popolato, infatti, non servono fiumi di denaro pubblico per crescere. La spesa pubblica è già più di metà del Pil e serve più a conservare l’esistente che a innovare e crescere.

   Per tornare a crescere, all’economia italiana servono le idee, non le grandi opere pubbliche. È la crescita soft che ci può salvare, non la crescita hard. Hard è la via dell’investimento in autostrade, edilizia e grandi opere. Insomma, la via cinese. Andava bene all’Italia del dopoguerra; oggi non funziona. È all’ombra delle grandi opere e delle variazioni ai piani regolatori controfirmate da amministratori locali compiacenti che si creano ricchezze dal nulla o meglio dalla prossimità al potere: è con la crescita hard che la malavita organizzata prospera più facilmente.

   I recenti terremoti hanno purtroppo dimostrato che l’Italia ha ancora bisogno di edifici anti-sismici. Ma la crescita hard è complicata in un Paese densamente popolato e ricco di particolarismi nel quale si perde spesso di vista la definizione di bene comune. Il rischio – molto concreto – è che un modello di crescita hard basato sulla spesa pubblica in infrastrutture ci faccia annegare in un mare di localismi e di corruzione.

   È la crescita soft la nostra speranza. Un Paese ricco come l’Italia ha il diritto e l’opportunità di mirare ad uno sviluppo basato sulla produzione e lo sfruttamento delle idee. È dalle idee che viene il meglio del Made in Italy.

   E le idee vengono fuori da più efficaci meccanismi di incentivo e di valutazione nei processi formativi, ancora prima che dall’aumento delle risorse pubbliche destinate a scuola, istruzione, formazione e innovazione. Studenti, diplomati e laureati che imparano dai loro docenti a sperimentare e a concepire il nuovo e non solo a studiare i libri dal paragrafo 1 al paragrafo 5 sono la base per la nascita delle idee e dell’innovazione sociale.

   Rappresentano la speranza dello sviluppo di un’imprenditorialità non basata sull’appartenenza familiare oltre che una sfida per la finanza e per le banche che va ben al di là delle preoccupazioni per i criteri di Basilea 3. E poi uno sviluppo soft, basato sulle idee, aiuterebbe a decongestionare e diminuire la densità delle nostre aree urbane.

   È difficile che un Paese vecchio, ricco e densamente popolato tiri fuori e apprezzi le nuove idee. Ma un Bel Paese Verde che impari ad apprezzare e a remunerare il nuovo può cavarsela anche in un momento in cui i soldi pubblici sono finiti. (Francesco Daveri)

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PENSIERO UNICO SOTTO ACCUSA: SE SFIDARLO FA BENE

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera”del 26/7/2012

– La polemica neokeynesiana sulle ricette anticrisi «liberiste» –

   Il «pensiero unico» torna sul banco degli imputati. L’ espressione coniata più di un lustro fa dal direttore di Le Monde diplomatique, Ignacio Ramonet, per dare incisività alle ragioni dei movimenti no global, è di nuovo l’ argomento polemico degli intellettuali antiliberisti.

   Sta accadendo in questi giorni in Italia con un appello sottoscritto da un gruppo di economisti, giuristi e sociologi (Giorgio Lunghini, Guido Rossi, Luciano Gallino e altri) che denunciano «un furto d’ informazione». Sostengono che il pensiero unico avrebbe non solo spianato ai suoi adepti l’ accesso alle più importanti cariche ma anche occupato i media.

   «Le dottrine neoliberali hanno goduto di un monopolio sui cervelli che non ha precedenti storici» ha dichiarato Gallino al Fatto. E sul Manifesto l’ economista Guido Viale ha indicato in Monti e Draghi gli esponenti di punta di «questa cultura da contabili» che ha «impregnato di sé i vertici di imprese, istituzioni finanziarie, governi, partiti e mondo accademico».

   Non fa parte del perimetro della stessa iniziativa ma il revamping di Mario Tronti ed Alberto Asor Rosa tornati ad essere gli intellettuali di punta del Pd segnala comunque il rafforzamento di una tendenza antimercatista anche dentro il principale partito del centrosinistra. Del resto i liberisti al potere, hard o soft che sia, dovevano in qualche modo attendersi il risorgere di una contestazione, se non altro perché gli effetti positivi delle scelte rigoriste da loro propugnate stentano a vedersi.

   Ma siamo davvero davanti a un pensiero unico o la galassia liberale presenta al suo interno scuole, identità e ricerche assai differenti tra loro? Definire Monti neoliberista non è forse una semplificazione? Da professore e da commissario Ue non mai amato lady Thatcher e nemmeno Tony Blair e il workshop di Cernobbio che lo vede da anni come regista non è stata mai una palestra di turbocapitalismo. È vero invece che nel fronte liberale esiste una componente con una matrice culturale americana che guarda con maggiore distacco emotivo all’evoluzione dell’europeismo.

   Sono gli Zingales, i Giavazzi, gli Alesina, i Bisin, i Boldrin, i Perotti, i Tabellini, molto presenti sui quotidiani italiani anche in virtù della loro verve. Nelle argomentazioni la parola «tasse» è ricorrente, quasi tutti vedono nel taglio delle imposte la vera leva dello sviluppo e quindi concepiscono le politiche di rigore, anche le più dure, come un pre-requisito per poter abbassare la pressione fiscale.

   La componente neoliberale che si è formata più in Europa oscilla tra l’economia sociale di mercato e il pensiero di Bruxelles e ha in mente un’ agenda delle priorità differente dagli «americani». Nel loro credo l’azione dei governi si carica di una valenza pedagogica e anticipatrice e le liberalizzazioni dei mercati sono viste come azioni che servono a combattere innanzitutto le rendite.

   Insomma l’universo liberale è plurale e non a caso in questi mesi il dibattito tra le varie anime, in più di qualche caso, è stato aspro. E poi una dimostrazione di come sia difficile irreggimentare la cultura liberale viene dal ricordo della figura di Tommaso Padoa-Schioppa. Fu lui a introdurre in Italia la cultura della spending review ma ebbe anche modo di definire le tasse come «una cosa bellissima».

   Se dal punto di vista accademico la pretesa di disegnare un unico pensiero presenta qualche difficoltà, il tallone d’Achille dei neoliberisti sta caso mai nella scarsa efficacia delle politiche adottate per far fronte alla travolgente crisi dei debiti sovrani. I critici trovano consenso laddove dipingono i loro avversari alla continua e spasmodica ricerca di nuove misure che appaiano sufficientemente draconiane da tenere buoni i mercati.

   Un’ altra accusa portata ai liberisti è quella di non riuscir a tener presente nei loro schemi come a fronte di una finanza pienamente globalizzata la raccolta del consenso politico rimanga nazionale e di conseguenza la signora Merkel non sia propensa a barattare una concessione ai partner europei con il rischio di perdere le elezioni anche solo in un Land.

   Aver concesso ai mercati la patente di giudici imparziali non giova ai liberisti perché quando Moody’ s taglia in maniera sconsiderata il rating all’ Italia, come è accaduto nei giorni scorsi, anche dal fronte lib si protesta e si invoca il legittimo sospetto. Ma torniamo al «furto di informazione» denunciato da Gallino e Rossi. Qualcuno ha fatto dell’ ironia perché si tratta di due editorialisti di punta della Repubblica e del Sole 24 Ore ma la verità è che l’ appello, quantunque parta da posizioni minoritarie, è destinato a vivacizzare il dibattito intellettuale sulla crisi.

   Una società aperta, come quella a cui ambiscono i liberali genuini, non dovrebbe aver problemi ad accettare la sfida perché nel contraddittorio ci si migliora. L’ unico rischio sta nell’ eterno ritorno del derby Keynes vs von Hayek perché per superare la crisi più che consultare i sacri testi varrà attingere a un sano pragmatismo. Deng Xiao Ping, l’uomo che ha convertito al mercato il maggior numero di persone al mondo, soleva dire che di un gatto non conta il colore bensì che sappia far bene il loro lavoro di acchiappatopi. (Dario Di Vico)

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