Lo SHALE GAS: spremere la Terra più del petrolio fin qui estratto – La politica mondiale energetica mette in campo IL NUOVO GAS estratto dalla disintegrazione delle rocce profonde – E’ il messaggio che LO SVILUPPO DELLE FONTI RINNOVABILI non è ancora l’obiettivo primario per una vera riconversione ecologica

immagine tratta dal sito http://www.LINCHIESTA.it – UN IMPIANTO AMERICANO DI ESTRAZIONE DELLO SHALE GAS (attraverso la tecnica del FRACKING) – E tutto è cominciato in AMERICA nel lontano 1947. Ma la vera industrializzazione del processo risale a non più di dieci anni fa. E a non più di tre anni addietro per lo shale oil. Ma NEGLI ULTIMISSIMI MESI L’ACCELLERAZIONE È STATA IMPRESSIONANTE. È ancora per lo più una storia americana: NEGLI STATES SONO IN ATTIVITÀ 20MILA POZZI DI GAS, sufficienti a garantirsi autoforniture per 100 anni e ad incrementare esponenzialmente l’export. (Eugenio Occorsio, da “Affari e Finanza” del 8/10/2012)

   SHALE GAS è un tipo di gas estratto attraverso la frantumazione di rocce profonde, considerato da molti Paesi, e non solo europei, come la fonte energetica più promettente nel prossimo futuro. E’ estratto dalle rocce col cosiddetto metodo del “FRACKING”. Che sarebbe, il fracking, una tecnologia che serve ad estrarre gas e petrolio dall’interno delle rocce più recondite nelle viscere della terra; attraverso una perforazione non verticale, dall’alto in basso come sempre fatto, bensì orizzontale: cioè la trivella scava sì un pozzo in verticale nel sottosuolo ma poi devia a 90 gradi ed entra in lunghi ma poco spessi strati di roccia che come spugne solide imprigionano idrocarburi, gas e petrolio e “li libera”, li porta in superficie.

immagine tratta dal sito http://www.METEOWEB.it – Lo SHALE GAS estratto attraverso la tecnica del FRACKING (Hydraulic fracture stimulation). La stimolazione della roccia intorno al pozzo per incrementare il flusso di gas verso il pozzo. Un fluido viene immesso con forza dentro lo shale, costringendolo a rompersi e riempirsi con il cosiddetto proppant. Il fluido di solito è acqua, e il proppant consiste molto spesso di sabbia. Il proppant sostituisce parte dello shale, creando “strade” con una permeabilità molto maggiore. Nel fluido vengono immesse anche sostanze chimiche, per cambiare la viscosità del giacimento

   Perché tentiamo qui di spiegare succintamente cos’è lo SHALE GAS e come si estrae dalle rocce profonde del sottosuolo? PERCHE’ COSI’ ANDIAMO A PARLARE DI GEOPOLITICA E DI DISTRUZIONE AMBIENTALE CHE CONTINUA. Partiamo dalla seconda, cioè la distruzione ambientale. L’opposizione allo shale gas ha due principali argomenti. Il primo è che la frantumazione delle rocce profonde da cui scaturisce il gas, avviene attraverso il pompaggio ad altissima pressione di una miscela di acqua, sabbia e SOSTANZE CHIMICHE. Le sostanze immesse nel sottosuolo quando riaffiorano in superficie rendono totalmente improduttivo il terreno mentre in profondità possono inquinare le falde. L’altro argomento di rischio ambientale, è che questa tecnica molto dirompente nell’equilibrio del sottosuolo può provocare (almeno questo si è visto negli Stati Uniti e in Inghilterra) PICCOLI TERREMOTI che, senza per ora aver causato danni né alle persone né alle cose, si sono verificati nelle aree dove avviene l’estrazione.

   Ma l’altro argomento (oltre al pericolo ambientale) per il quale lo SHALE GAS è importante (con la sua diffusione nell’estrazione nel pianeta, ora specialmente negli USA, ma è la Cina che ha i più grossi “giacimenti” di rocce di gas estraibile) è che lo Shale gas sta diventando un fatto GEOPOLITICO non indifferente: sta mettendo in possibile crisi la quasi monopolista Russia sul commercio del gas (attraverso il colosso GAZPROM) ma la diffusione dello Shale gas arrecherebbe problemi anche ai possessori tradizionali del petrolio (come i paesi arabi) che essi così inciderebbero molto meno nella politica energetica mondiale (e nella finanza planetaria e nel possesso di grandi ricchezze che essi ora hanno, detengono) (a proposito, volete essere aggiornati ad oggi sul prezzo a barile del petrolio? Lo trovate sempre aggiornato in questo sito: http://www.utifin.com/quotazione-petrolio.htm?ref:iaconet)

   Già in questo blog qualche mese fa (marzo 2012) abbiamo accennato alla POLITICA ENERGETICA DEL GAS che sta in Europa coinvolgendo in modo forte l’Italia, come possibile punto di arrivo delle navi con il metano liquefatto che viene trasportato da luoghi del mondo che ne dispongono (quasi sempre trattasi di Shale gas, di cui finora abbiamo trattato) che verrebbe riportato dalla liquefazione per raffreddamento allo stato naturale attraverso i RIGASSIFICATORI che dovrebbero sorgere nei mari lungo tutta la nostra penisola: per ora di funzionanti ce ne sono solo due, quello di PANIGAGLIA in provincia di La Spezia e quello di PORTO VIRO in provincia di Rovigo. E ce ne sono 5 APPROVATI: a Livorno, a Porto Empedocle (Agrigento), a Priolo Gargallo (Siracusa), a Gioia Tauro (Brindisi) e a Zaule (Trieste); a altri 5 IN PROGETTO: a Rosignano (Livorno), a Taranto, a Porto Recanati (Macerata), a Ravenna, a Monfalcone (Gorizia).

(vedi il recente articolo apparso su questo blog sull’argomento:

Politica energetica tra RIGASSIFICATORI E GASDOTTI: cos’è meglio? il trasporto marittimo (con la creazione di grandi rigassificatori)? o la costruzione di grandi gasdotti dalla Russia, Algeria, Azerbaigian…? – E LE POLITICHE TERRITORIALI DI AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA DA FONTI RINNOVABILI? ).

   Tornando all’argomento della diffusione dell’estrazione in tutto il mondo dello SHALE GAS, va detto che un effetto importate è la SUA ALTA VALENZA GEOPOLITICA: mette in crisi i possessori del petrolio e ripropone equilibri mondiali diversi. La Russia perde un monopolio recente, gli Stati Uniti tornano in auge; e la Cina, avendo grossi giacimenti, può incentivare il suo sviluppo interno (e dominio mondiale).

“PROMISED LAND”, IL FILM-DENUNCIA, – BIG OIL CONTRO MATT DAMON – prossimamente al cinema, prima negli USA (però dopo le elezioni presidenziali di novembre) e poi in Europa – I petrolieri dichiarano guerra a “Promised Land”, il film-denuncia, scritto e interpretato da Matt Demon (Regia Gus Von Sant), che prende di mira il “fracking”, la controversa nuova tecnologia di estrazione dello SHALE GAS

Trattasi, dicevamo, di un fatto geopolitico non sotto- valutabile. Ma è una fonte non rinnovabile (nel senso che i consumo è ben veloce rispetto ai milioni di anni che servono per la ricomposi- zione degli strati profondi rocciosi). E scalza ancora una volta uno sviluppo ecosostenibile, a misura di natura e di persone… si garantisce “la fonte gas” (e questo è certo un bene) ma non ci si chiede più perché consumare meno sia un fatto etico necessario, per se stessi, per la natura. Tant’è che la Terra sarà spremuta più di prima: prima dei giacimenti di carbone e poi di petrolio…

   E l’estrazione dello Shale Gas darà fiato all’industria “pesante” (e fortemente inquinante) che trivellerà ogni sottosuolo possibile alla ricerca delle rocce “adatte” ad essere triturate. Una tecnologia ad alto impatto (se si pensa poi, tanto per fare un esempio, che si sta pensando, fra tutte le regioni italiane, alla Toscana come a quella più potenzialmente adatta a disporre di tali giacimenti rocciosi…).

   Spremere la Terra e dimenticare ancora una volta ogni tentativo di “razionalità umana”; di minor spreco e minor consumo. Di “TECNOLOGIE APPROPRIATE” anche nella ricerca delle fonti energetiche che la Terra (la natura) possa riprodurre senza impoverirsi (le fonti rinnovabili del sole, l’acqua, la geotermia, il vento…). Il ribadire, con questa nuova tecnologia di “triturazione del sottosuolo”, con la disintegrazione di rocce formatisi in milioni di anni, che non riusciamo a contrastare efficacemente e felicemente quel secondo principio della termodinamica che condanna il mondo (e noi stessi) all’entropia, alla progressiva perdita energetica e a un visibile declino.

   E’ chiaro pertanto che la battaglia per contrastare la logica della diffusione dell’estrazione dello shale gas, si potrà fare (questa battaglia, dissenso, opposizione) nei prossimi mesi e anni proponendo alternative tecnologiche concrete, “dolci”, non impattanti; e modelli di vita più ricchi, virtuosi e allettanti, volutamente perseguibili da un numero sempre più grande di persone in ogni parte del pianeta. Tutte cose non facili, impegnative, ma stimolanti a sperimentare un futuro più interessante. (sm)

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Villaggio Globale

“SHALE GAS”: L’AMERICA RIAPRE LA GUERRA FREDDA CON LA RUSSIA

di Eugenio Occorsio, da “Affari e Finanza” (supplemento de “la Repubblica” del 8/10/2012)

– Gli Usa accelerano la produzione e il prezzo del metano crolla. È già cominciato l’export in diretta –  Concorrenza con Mosca che finora dominava il mercato. – Ma a questa tecnologia si oppongono gli ambientalisti 

   Loma La Lata si trova nella Patagonia argentina. Mead nella Weald County, Colorado settentrionale. Dorohusk è una cittadina della provincia del Lublin Voivodeship nella Polonia orientale, vicino al confine con l’Ucraina. Ribolla è in piena Maremma toscana, provincia di Grosseto. Sono posti ai quattro angoli del pianeta dove la prima cosa che viene in mente non è l’estrazione di idrocarburi, insomma non come nel deserto arabico o in Oklahoma.

   E invece sono tutti e quattro sede di esperimenti di fracking (“hydraulic fracturing”), la tecnologia che serve ad estrarre gas e petrolio dall’interno delle rocce più recondite nelle viscere della terra. A differenza di quella tradizionale, è una perforazione orizzontale: la trivella scava un pozzo in verticale nel sottosuolo ma poi devia a 90 gradi e entra in lunghi ma poco spessi strati di roccia che come spugne solide imprigionano idrocarburi.

   Non tutte le rocce si prestano. In quelle preidentificate con le moderne tecnologie di esplorazione al computer, a questo punto interviene la fratturazione idraulica: mentre la trivella procede, si sparano acqua, sabbia (o ceramica in polvere) nonché agenti chimici appositi all’interno del pozzo. L’acqua rompe la roccia, la sabbia e gli agenti chimici impediscono con una specie di effettocemento che le fratture create si richiudano o implodano (il che farebbe afflosciare su se stesso l’intero giacimento), e favoriscono la fuga in superficie di gas e petrolio.

   Sono lo shale gas e lo shale oil, che stanno rivoluzionando gli equilibri geopolitici del pianeta. Shale significa letteralmente “scisti” ma in realtà oggetto della ricerca sono rocce di ogni specie, perché in un’infinita varietà di formazioni geologiche del sottosuolo possono nascondersi insperate e gigantesche riserve di idrocarburi.

   Tutto era cominciato in America nel lontano 1947 (anzi la prima estrazione di gas shale avvenne addirittura nel 1821 a Fredonia vicini New York) ma la vera industrializzazione del processo risale a non più di dieci anni fa. E a non più di tre anni addietro per lo shale oil. Ma negli ultimissimi mesi l’accellerazione è stata impressionante. È ancora per lo più una storia americana: negli States sono in attività 20mila pozzi di gas, sufficienti a garantirsi autoforniture per 100 anni e ad incrementare esponenzialmente l’export.

   L’International energy agency stima che la produzione globale di gas aumenterà del 50% entro il 2035: di questa crescita due terzi verranno da fonti non convenzionali a partire dallo shale, dove l’America gioca la parte del leone. Con non troppo celate mire stile guerra fredda: oggi il mercato mondiale è dominato dalla Russia e ora l’America può insidiarne il primato. Tanto che proprio questo è uno dei pochissimi temi su cui si trovano d’accordo le piattaforme elettorali di Obama e Romney.

   Ma anche senza ideologie di rivalsa e di potere globale, così interessanti sono le prospettive della fonte shale che in tanti adesso ci si stanno gettando, compagnie energetiche e governi nazionali, vedendo a portata di mano la liberazione dalla dipendenza da un solo fornitore, per di più abbastanza capriccioso e imprevedibile come la Gazprom (che nel 2011 ha registrato profitti per 44 miliardi di dollari approfittando anche del rallentamento della rivale algerina Sonatrach).

   Ultimi in ordine di tempo, proprio i Paesi dell’ex blocco socialista che aspirano come nessun altro a recidere i legami con l’ex madrepatria, ovviamente con l’aiuto dell’occidente: Shell e Conoco hanno acquistato diritti di esplorazione in Polonia stimando riserve di gas naturale pari a 45 anni di domanda nazionale. Intanto la Bp progetta di investire 1,8 miliardi di dollari in Ucraina, dove è attivo anche l’Eni che ha rilevato una quota nella locale Westgasinvest.

   La Chevron sta negoziando con il governo di Kiev un accordo simile. Quanto all’Italia, ad operare è l’inglese Independent Resources, partner della Erg in altre iniziative, che ha presentato la sua ricerca toscana all’American association of petroleum geologist conference e ora aspetta il via libera dal governo per procedere. In tutto il mondo insomma si è ormai scatenata la corsa a questa nuova risorsa del sottosuolo.

   Ora, come si diceva, al gas si è aggiunto il petrolio. Anche qui per primi sono arrivati gli americani, smaniosi in questo caso di affrancarsi dal Medio Oriente: grazie allo shale oil sono riusciti ad abbassare sotto il 50% la loro dipendenza dall’import di greggio e assimilati (condensati e biocarburanti). Fino al 2006 era superiore al 65%.

   Su 19 milioni di barili al giorno di fabbisogno, ne producono 10 all’interno. Protagoniste di questo boom sono compagnie indipendenti che trovano un insperato spazio di crescita nella rincorsa alle major: Mitchelle Energy (già alfiera nel 2000 della rivoluzione del gas), Devon Energy, Continental Resources, Eog, Hess e diverse altre ancora. In questa nuova corsa all’oro nero c’è anche una capitale riconosciuta. Si chiama Williston, in North Dakota. Solo tre anni fa era una paciosa ma angosciata cittadina del Midwest alle prese con la recessione, dove i 12mila residenti lasciavano sì la porta aperta la notte ma non vedevano affatto chiaro sul loro futuro.

   Poi è arrivato Bakken: così si chiama il giacimento di shale gas che vi è stato scoperto, il più grande di tutti i tempi. Ed è stato il boom: i pozzi inizialmente erano 300 e rapidamente sono passati a 6mila, gli abitanti sono diventati 40mila, si sono moltiplicati locali, ristoranti, salari, ovviamente i bordelli (una stripper intervistata dalla Cnn ha detto di guadagnare 3000 dollari a notte), tutto insomma nel più genuino spirito della frontiera.

   Tutto questo, a parte i dettagli boccacceschi, ora si sta cercando di importare in Europa. Non senza difficoltà. Per motivi geologici e di sicurezza, in Francia il fracking è stato bandito. In Italia come si diceva è al vaglio dei ministeri interessati, Ambiente e Sviluppo, e ad un vago segnale di interesse di Corrado Passera (quando quest’estate annunciò i progetti di ampliamento dell’estrazione interna) fa riscontro la perplessità di Corrado Clini.

   In Est Europa invece procedono speditamente, anche se la Schlumberger, fornitrice di servizi petroliferi, ha già fatto sapere che i costi di estrazione saranno tre volti superiori a quelli americani, fino a 11 milioni di dollari per un pozzo profondo 2000 metri. Però la volontà di sottrarsi alle variabili volontà di Putin e di schivare i suoi “rubinetti” sembra essere più forte di ogni altra considerazione strategica. Come sono lontani i vecchi schieramenti globali. (Eugenio Occorsio)

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per saperne di più sullo SHALE GAS:

http://oronero.wordpress.com/2010/08/16/shale-gas-gas-da-scisti-europa-introduzione/

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SHALE GAS, POLEMICHE IN EUROPA. PER GLI AMBIENTALISTI “PROVOCA TERREMOTI E INQUINAMENTO”

dal sito http://www.meteoweb.eu/ (articolo del 12/4/2012)

   Acque agitate in Europa per lo shale gas, il gas estratto attraverso la frantumazione di rocce profonde, considerato da molti Paesi, e non solo europei, come la fonte energetica piu’ promettente nel prossimo futuro.

   Ad attaccare i sostenitori dello shale gas questa volta è l’associazione europea Food & Water Europe che accusa il deputato popolare polacco Boguslaw Sonik di aver presentato alla Commissione un rapporto che intenzionalmente sottostima gli impatti ambientali dello shale gas e afferma che il settore dovrebbe essere lasciato alla libera regolamentazione dei diversi Paesi con una supervisione dell’Europa che però non potrebbe entrare nel merito delle scelte.

   Il Governo polacco ha recentemente indicato come una priorità gli investimenti nei giacimenti di shale gas individuati nel Paese, anche se questi hanno una consistenza di un quinto rispetto alle prime stime effettuate.

   Contro lo shale gas si sono già pronunciati la Bulgaria e la Romania mentre il premier russo e futuro Presidente della Federazione Putin ha detto nell’ultimo suo intervento di fronte al Parlamento di Mosca, che la Russia deve raccogliere la sfida dello shale gas e procedere con determinazione della ricerca e nello sfruttamento dei giacimenti.

   Sullo shale gas, come prossimo ‘Eldorado’ dell’energia, già da tempo si muovono tutti i Paesi del mondo, in primis gli Stati Uniti che diventeranno entro 8 anni il maggior produttore ed esportatore, e questo grazie agli imponenti giacimenti scoperti in Texas. Fortemente attiva è anche la Cina nel cui territorio sono stati anche localizzati importanti giacimenti. In Europa il Governo inglese ha recentemente dato il via libera alla ricerca e all’estrazione del gas tra le proteste degli ambientalisti.

   L’opposizione allo shale gas ha due principali argomenti. Il primo è che la frantumazione delle rocce profonde da cui scaturisce il gas, avviene attraverso il pompaggio ad altissima pressione di una miscela di acqua sabbia e sostanze chimiche.

   Il problema è che le sostanze immesse nel sottosuolo quando riaffiorano in superfice rendono totalmente improduttivo il terreno mentre in profondità possono inquinare le falde. L’altro argomento, che prende spunto da fenomeni registrati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, sono i piccoli terremoti che, senza per ora aver causato danni né alle persone né alle cose, si sono verificati nelle aree dove avviene l’estrazione.

   Un fenomeno che deve aver comunque fatto squillare qualche campanello d’allarme visto che dove passano linee ferroviarie o sorgono centrali nucleari, la ricerca e l’estrazione dello shale gas sono vietate.

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BIG OIL CONTRO MATT DAMON

– I petrolieri dichiarano guerra a “Promised Land”, il film-denuncia, scritto e interpretato dall’attore, che prende di mira il “fracking”, la controversa nuova tecnologia di estrazione grazie alla quale si sono moltiplicate le riserve disponibili di gas e petrolio –

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 9/10/2012

NEW YORK – Non era mai accaduto: la più potente lobby economica d’America va in guerra contro un film prima ancora che esca nelle sale. L’offensiva quella scatenata dai petrolieri è poderosa. Prima per bloccare, sabotare, poi per screditare “anticipatamente” il film-denuncia di Matt Damon, “Promised Land”. Quest’ultimo prende di mira il “fracking” cioè la nuova tecnologia di estrazione grazie alla quale si sono moltiplicate le riserve disponibili di gas e petrolio.

   Il “fracking” si basa sull’uso di potentissimi getti di acqua e solventi chimici, a grandi profondità, per “separare” petrolio e gas dalle rocce e dalla terra. L’avvento di questo metodo ha consentito di raggiungere profondità sempre maggiori, riducendo sensibilmente i costi rispetto alla trivellazione tradizionale. È grazie al “fracking” che l’America per la prima volta da mezzo secolo può aspirare a raggiungere — in un futuro non lontanissimo — l’indipendenza energetica dal Medio Oriente.

   Il problema, però, è che il “fracking” ha delle gravi controindicazioni per il suo impatto ambientale. In particolare per l’inquinamento delle falde acquifere. Tant’è che proprio in questi giorni, per esempio, il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, ha congelato tutte le pratiche di autorizzazione per il “fracking” nel suo territorio, in attesa di una più approfondita valutazione dell’impatto ambientale.

   Matt Damon si è appassionato a questo tema da tempo: l’attore (e in questo caso anche sceneggiatore) è uno dei più impegnati e progressisti della nuova generazione hollywoodiana. Ha cominciato a lavorare al suo progetto di film, “Promised Land” cioè terra promessa, più di un anno fa.

   La vicenda narrata e interpretata da Damon, con la regìa di Gus Van Sant, si svolge in una comunità della Pennsylvania, uno degli Stati dove il “fracking” avanza inesorabilmente. Il film mette in scena una comunità dilaniata tra spinte contrastanti: da una parte gli investimenti delle multinazionali petrolifere promettono di portare benessere in zone devastate dalla crisi economica; d’altra parte le ricadute sull’ambiente possono rivelarsi distruttive e micidiali per la salute degli abitanti.

   Le anticipazioni su questo film hanno messo in stato di allarme la lobby dei petrolieri, tanto più in quanto siamo in campagna elettorale. A meno di 30 giorni dall’elezione presidenziale, la coalizione del Big Oil è scatenata su tutti i fronti: bombarda le tv a tappeto, con spot pubblicitari in favore di una politica di liberalizzazione totale delle estrazioni, perfino nei parchi naturali di proprietà demaniale.

   Mitt Romney è totalmente allineato coi petrolieri, mentre Obama ha posto limiti e vincoli al “fracking”. In questo contesto il film di Damon è stato percepito come un pericolo grave per gli interessi della lobby petrolifera.

   Prima hanno tentato di sabotarlo all’origine, impedendo che trovasse i finanziamenti per la produzione.  Sono riusciti a ritardarne l’uscita: anziché arrivare nelle sale prima del voto del 6 novembre, “Promised Land” uscirà dopo Natale, il 28 dicembre, a elezione ormai avvenuta.

   Ma non basta. La lobby di Big Oil è scatenata contro questo film, sta preparando una campagna di “contro-informazione” senza precedenti: vuole arrivare perfino a organizzare volantinaggi in tutte le sale, per consegnare a ogni spettatore una “denuncia” dettagliata di tutte le “bugie” contenute nel film.

   E poiché nel frattempo il network televisivo Hbo ha diffuso un documentario, “Gasland”, che sposa molte tesi di Damon, i petrolieri hanno deciso di produrre il loro film: “Truthland” ovvero “la terra della verità”. Tra i produttori-sceneggiatori ci sono nomi di tutto rispetto: Exxon, Chevron, ConocoPhillips. (Federico Rampini)

Il trailer del film “Promised land”

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ADDIO DITTATURE, LO SHALE GAS SPOSTA GLI EQUILIBRI DEL MONDO VERSO LE DEMOCRAZIE
di JACOPO BARIGAZZI, 11/6/2012, dal blog Mompracem sul sito L’INCHIESTA (http://www.linkiesta.it/blogs/mompracem)

   Quello che sta accadendo con lo shale gas rischia di essere una vero punto a capo. È di qualche giorno fa l’ultimo rapporto dell”Agenzia internazionale per l’energia (Iea) dove si legge che «grazie alla rivoluzione dello shale gas, nel giro di cinque anni gli Stati Uniti potrebbero strappare alla Russia il primato della produzione di metano».

   Roba da saltare sulla sedia. E si capisce allora perché l’ex direttore di Newsweek, l’indiano Fareed Zakaria, chiami questo tipo di gas, estratto dalle rocce col metodo del fracking, «il cambio di gioco nella geopolitica dell’energia» in un’analisi che vi consiglio. Sottolinea Zakaria che «finora il gas è stato fornito da un manipolo di regimi – Russia, Iran, Venezuela – molti dei quali feroci e privi di legittimità, che campano su quell’instabiità globale che aiuta i loro fatturati visto che instabilità significa prezzi più alti per gas e petrolio».

E qui viene il bello: «nei prossimi 20 anni molta dell’energia potrebbe venire da Paesi democratici come gli Usa, il Canada, l’Australia, la Francia e Israele. Il che sarebbe buono per il mondo libero e cattivo per gli Stati canaglia […]. La Cina ha grandi riserve di shale e, anche se non è democratica, è un paese che necessità di stabilità, non di instabilità».

Il problema, ammette, è che c’è una «significativa lobby che si oppone allo shale e al modo in cui è prodotto». In Italia ad esempio sia gli ambientalisti che l’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente (Enea) storcono il naso.

   Infatti l’Enea, riprendendo le conclusioni della stessa Iea, parte dal presupposto che la tecnica del fracking utilizzata per estrarre lo shale gas abbia principalmente due problemi: causa microsismi e comporta lo sprigionamento incontrollato in atmosfera di gas metano, in aperto contrasto con ogni tentativo di ridurre i cambiamenti climatici e il surriscaldamento della Terra.

   Morale: per la green economy si aspettano tempi duri e, ammoniscono i critici, il periodo d’oro del gas, se non sarà finalizzato agli obiettivi della de-carbonizzazione, protrarrà nel tempo la dipendenza dell’umanità dai combustibili fossili invece che svincolarla.

L’argomento può allora essere davvero di quelli che possono davvero cambiare gli equilibri. Gli Usa, che nel solo 2011 hanno incrementato l’output del combustibile di una quantità pari alla metà delle forniture annuali del Qatar, secondo la Iea resteranno un importatore ma solo per quantitativi irrisori (10 miliardi di mc mentre nel solo 2011 ne ha prodotti per 653 miliardi di mc).

   E l’Europa? Come scrive Zakaria qualcosa si muove fra Polonia e Francia ma potrebbe esserme dannegiata. Scrive infatti ancora la Iea che sul lungo «l’industria europea deve confrontarsi con prezzi del gas 3-4 volte superiori rispetto agli Usa, che diventano ora un nuovo concorrente in settori come la petrolchimica e la produzione di fertilizzanti». Aggiungendo che in Europa le prospettive di sviluppo dello shale gas sono «sconfortanti» principalmente proprio per l’opposizione alle tecniche di fracking.

Il boom dello shale, tanto per intenderci, è lo stesso che ha permesso all’Argentina la mossa populista di nazionalizzare il petrolio. Secondo la Iea infatti Buenos Aires ha le terze riserve al mondo di shale e quindi la Kirchner crede che gli investitori continueranno a non mancare alla sua porta, anche se regolarmente maltrattati. Insomma rischia davvero di cambiare tutto.

   E che l’Europa, già logorata dal debito, si ritrovi ad essere ancora meno competitiva sui prezzi energetici. Un tema fondamentale per noi italiani visti i nostri costi di approvvigionamento. Che riapre anche la domanda sulla validità della politica estera italiana negli anni di Berlusconi, così incentrata sulla Russia, e sul suo di gas, da averle fatto da reggi bastone in molte partite. (JACOPO BARIGAZZI)

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SHALE GAS: UN CONFRONTO PLANETARIO TRA USA E CINA? – Lo SHALE GAS è importante con la sua diffusione nell’estrazione nel pianeta: ora specialmente negli USA, ma è la CINA che ha i più grossi “giacimenti” di rocce di gas estraibile. E sta mettendo in possibile crisi la quasi monopolista RUSSIA sul commercio del gas (attraverso il colosso GAZPROM)
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PERCHÉ LA SOLUZIONE DELLA CRISI FINANZIARIA EUROPEA È ANZITUTTO GEOPOLITICA

di Giuseppe Vegas, da “IL FOGLIO” DEL 13/9/2012

   La questione che agita i mercati e le Cancellerie europee è davvero solo economica’ L’apparenza inganna. Certo, la crisi che è nata quattro anni fa è una crisi economica. Ma la sua soluzione è una soluzione politica. Anzi geopolitica.

   E’ davvero pensabile che si voglia oggi buttare a mare la Grecia, e magari anche la Spagna e, perché no, l’Italia, in queste condizioni del mondo, o meglio del Mediterraneo’ Se il Mediterraneo fosse ancora il Mare Nostrum, le cose sarebbero diverse. In realtà, la primavera araba ha fatto crescere la temperatura della sponda sud del nostro mare, fino a portarla a livelli di fusione.

   Ma anche il lato est, dalla Siria all’Afghanistan, passando per l’Iraq e l’Iran, non è scevro di preoccupazioni. Viviamo in un periodo dal quale il mondo occidentale uscirà in ogni caso diverso da prima. Se a questo si aggiungono la crescita di potenze regionali, come la Turchia, e la rinascita di tentazioni egemoniche, sostenute dal petrolio, dell’impero russo, il quadro si completa.

   Con un’importante novità rispetto agli ultimi anni. Comunque vadano le elezioni di novembre, la potenza americana non è più in declino; basti considerare che lo shale gas renderà gli Usa energeticamente autosufficienti e che le ricerche in corso nella Silicon Valley e dintorni continueranno a mantenere con il resto del mondo una distanza tecnologica difficilmente colmabile nel breve periodo.

   La domanda da porsi è dunque la seguente: è interesse americano trovarsi con un’Europa destabilizzata e in bilico tra mondo islamico e egemonia del Cremlino? Era più tranquillizzante un’Europa pre Prima guerra mondiale, quando la Grecia era un possedimento dell’impero ottomano?

   Se c’è un momento in cui l’occidente è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità e a battere un colpo, è proprio questo. Non tanto perché l’Europa occupa una posizione di cerniera tra oriente e occidente, quanto perché essa è la dimostrazione pratica che il benessere dei cittadini dipende da uno sviluppo economico generalizzato che non si è mai realizzato in paesi che non fossero democratici.

   Oggi il nostro continente rischia di mettere in crisi questo modello perché, per timore di perdere il proprio benessere, l’Europa ha costruito barriere che in realtà vi hanno impedito una più vasta diffusione della crescita economica mondiale. In questa chiave, si leggono meglio le recenti prese di posizione della Bce e le prossime che dovranno assumere i governi europei.

   Innanzitutto, la “madre di tutte le questioni” è quella del mantenimento dell’euro. L’euro è certamente una moneta, ma è soprat tutto il simbolo dell’unione politica che verrà. Lasciarlo sottoposto ai flutti delle contingenze economiche sarà forse un approccio tecnico comprensibile, ma non è una decisione saggia. Ciò su cui concordano la Bce, e con essa, non bisogna dimenticarsene, la Germania, è che l’euro è irrinunciabile, e dunque che l’Europa esiste.

   Tocca ai governi dei singoli paesi non solo e non tanto cementare l’unione economica e la sua omogeneità nelle singole zone del continente, ma far ritornare l’Europa quel faro di sviluppo, anche culturale, per il resto del mondo. A tal fine, sono certamente indispensabili le manovre di correzione degli andamenti della spesa pubblica e il risanamento di molti bilanci, ma occorre in primo luogo far compiere all’Europa quel salto culturale che porti il continente ad adeguarsi veramente alle novità del XXI secolo. Combattere una guerra con le strategie della guerra precedente ha sempre portato a sconfitte.

   E’ il momento di cambiare strategia, ripensando il modello sociale sulla base del quale trascorriamo ancora la nostra agiata esistenza. A cominciare dal gettare alle ortiche un sistema basato sostanzialmente ancora sulla tutela delle rendite di posizione, che in fondo derivano dalle arti e mestieri medioevali, nell’illusione che, tutelando i produttori, si possa far crescere la ricchezza nazionale, che poi, adeguatamente ridistribuita, può portare al benessere collettivo. Così non è.

   La situazione ricorda molto quella dei paesi del centroeuropa che, all’epoca della Rivoluzione industriale inglese, proibirono l’uso dei telai meccanici, per garantire un reddito ai tessitori a mano. Se un vantaggio dalla Rivoluzione industriale arrivò all’Europa continentale, questo si può attribuire al fatto che la Rivoluzione francese prima e Napoleone Bonaparte dopo, aprirono i mercati e fecero entrare nel gioco dell’economia il Terzo stato.

   Lo stesso tema si pone oggi: le società europee devono divenire maggiormente meritocratiche. Per farlo occorre spazzare via tutte le rendite di posizione, siano esse economiche o sociali. Oggi, per molti giovani, le università non sono il mezzo per seguire una autentica vocazione professionale, ma il sistema per garantirsi una rendita stabile e protetta.

   Ma mantenere questi giovani all’università ha per l’erario pubblico un costo, la cui presenza esclude la possibilità di offrire una chance ad altri. Se un ingegnere europeo costa a un’impresa 5.000 euro, mentre un ingegnere indiano ne costa 1.500, l’impresa che abbia come orizzonte l’Italia e non il mondo potrà assumere solo un terzo degli ingegneri che le servono per innovare e crescere.

   Quindi è un’impresa destinata all’insuccesso. Occorre dunque offrire chance a chi oggi non ne ha. E ciò non solo per una condivisibile istanza di carattere sociale, ma anche nell’interesse delle imprese, e quindi delle nazioni. Per ottenere questo risultato occorre essere consci del fatto che non bastano delle semplici correzioni agli andamenti economici, ma occorre iniziare dall’alto. Il tema centrale è dunque quello delle istituzioni.

   L’Europa non può sopravvivere con istituzioni che, quando va bene, sono di derivazione ottocentesca; con una pluralità di soggetti politici che, ben lungi dal creare un reticolo di checks and balances che garantisca un vero confronto tra interessi contrapposti, si limitano a moltiplicare i centri di potere e, come troppo spesso accade da noi, i soggetti titolati a porre un veto su ogni decisione.

   Ci si lamenta spesso che il volume della legislazione e della regolamentazione è talmente imponente da ostacolare l’attività economica e da creare solo occasioni di contenzioso, ma la stessa cosa vale per le istituzioni politiche. Sfoltirne il numero a livello nazionale e comunitario, non potrà avere altro effetto che quello di allentare le briglie dell’economia. Iniziamo da qui. (Giuseppe Vegas, presidente della Consob)

……………………………….

SE LA GEOGRAFIA CONTA ANCORA ANCHE NELLA CRISI DELL’ EURO

di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 12/9/2012

   Putin autocrate? Sì, ma perché è preda dell’ ossessione nazionale condivisa da tutti i russi che, in un Paese sterminato e non protetto da barriere fisiche, si sentono vulnerabili alle invasioni. La stessa «sindrome geografica» della Germania, non delimitata a Est e a Ovest da catene montuose o mari.

   La democrazia inglese? Anche lei figlia della geografia di un Paese che, sentendosi relativamente al sicuro per la sua natura insulare, ha aperto prima dell’ Europa continentale a nuove forme di governo.

   Farà discutere non poco The Revenge of Geography, la vendetta della geografia: il nuovo libro col quale Robert Kaplan prende di mira i sostenitori della caduta delle vecchie barriere, fisiche e non: dal «mondo piatto» di Tom Friedman alla «fine della storia» di Francis Fukuyama.

   Altro che vittoria planetaria del liberalismo, della democrazia occidentale, del capitalismo globalizzato, dice il giornalista e intellettuale giramondo che ha già scritto 14 saggi cercando di spiegare quello che ci sta capitando nell’ era post Guerra Fredda: la geografia conta ancora.

   I Carpazi spiegano il destino diverso dei Balcani rispetto all’ Europa orientale e la crisi dell’ euro è anche figlia delle divisioni vecchie di più di dieci secoli tra l’ Europa classica di Roma e Atene, e quella di Carlo Magno che aveva come capisaldi le città che oggi sono il cuore dell’ Europa «virtuosa».

   Tesi contestate da alcuni storici americani prima ancora dell’ uscita del libro, sulla base di qualche anticipazione.

   Ma Kaplan, che ai teorici dell’ «eccezionalismo» americano oppone la visione di un Paese diventato ricco, democratico e potenza imperiale, grazie alla ricchezza del suo territorio e a una geografia che l’ ha protetto da minacce esterne, evita di cadere nel determinismo assoluto, abbracciando, invece, quello «probabilistico» teorizzato dal filosofo francese Raymond Aron.

   Kaplan ammette che nulla è inevitabile, che alla fine l’ uomo è responsabile del suo destino, ma vuole reagire a tendenze culturali che, cancellando il tempo e lo spazio, hanno portato molti, e anche la diplomazia Usa, a una visione ipersemplificata delle dinamiche in atto nel mondo.

   Le tesi possono essere discutibili, ma il richiamo appare salutare, visto quello che è accaduto in Iraq e Afghanistan e anche le delusioni del dopo Primavera araba. (Massimo Gaggi)

………………………..

da http://oronero.wordpress.com/2010/08/16/shale-gas-gas-da-scisti-europa-introduzione/ – DOVE SI TROVANO I VARI TIPI DI GAS – Ci sono 5 forme diverse di gas fossile. 1- GAS FOSSILE NON ASSOCIATO. Gas naturale che esiste senza la presenza di petrolio greggio. 2- GAS FOSSILE ASSOCIATO. Gas naturale o mescolato al petrolio o libero nel giacimento. 3- IDRATI. Sostanze solide, cristalline, con occorrenza naturale sotto gli oceani e nelle regioni polari. Per di più metani e altri tipi di gas. 4- COALBED METHANE. Gas naturale prodotto dai giacimenti di carbone. 5- TIGHT SAND GAS e SHALE GAS. Gas in sabbie dense, e gas da scisti. (dal sito http://oronero.wordpress.com/2010/08/16/shale-gas-gas-da-scisti-europa-introduzione/ )
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4 thoughts on “Lo SHALE GAS: spremere la Terra più del petrolio fin qui estratto – La politica mondiale energetica mette in campo IL NUOVO GAS estratto dalla disintegrazione delle rocce profonde – E’ il messaggio che LO SVILUPPO DELLE FONTI RINNOVABILI non è ancora l’obiettivo primario per una vera riconversione ecologica

  1. fausto venerdì 31 maggio 2013 / 18:29

    “…lo shale gas renderà gli Usa energeticamente autosufficienti…”.

    Io starei attento a non cantare vittoria troppo in fretta. Le produzioni americane sono in stallo da fine 2011: il futuro ora è incerto.

  2. mlady venerdì 14 novembre 2014 / 7:03

    È importante che questa informazione venga fuori pubblicamente. articoli così vasti e chiari per TUTTI I tipi di lettori,che riguardino il suddetto argomento, non ci sono.

  3. Daniella martedì 13 gennaio 2015 / 6:49

    Nella geopolitica questa nuova tecnologia di frantumazione sarebbe interessante perché darebbe maggiori equilibri internazionali ma se questo deve comportare la morte dei terreni dove viene applicata, ritengo demenziale proseguirla! Il vento e il sole, nonché un’etica sociale di rispetto verso la natura (che siamo noi) e’ l’unica strada socialmente percorribile!

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