NUOVI IMMIGRATI: UN MONDO BLINDATO – Una politica mondiale tra MURI e RESPINGIMENTI dei clandestini, e processi di INTEGRAZIONE spesso CASUALE – come porsi davanti al PROBLEMA “CLANDESTINITÀ – POVERTÀ”? – la CRISI CHE COLPISCE di più GLI IMMIGRATI

IL MURO DI EVROS – Il FIUME EVROS (foto ripresa da http://www.letteradaateneblogspot.it), che segna il CONFINE NATURALE TRA LA GRECIA E LA TURCHIA, da qualche anno è diventato uno dei passaggi più battuti per i MIGRANTI CHE DALL’IRAK, L’IRAN, L’AFGHANISTAN, LA SIRIA, MA ANCHE DALL’AFRICA SUBSAHARIANA E IL MAGHREB, CERCANO DI RAGGIUNGERE L’EUROPA (55 mila ingressi irregolari lo scorso anno, in media 250 tentativi di ingresso al giorno, secondo Frontex; le autorità elleniche a metà agosto hanno fatto sapere di aspettare l’arrivo di 15mila profughi siriani). Per contrastare il fenomeno, lungo le sue rive è stata decisa la costruzione di un fossato di cui sono stati consegnati i primi 15 km ad agosto 2011. L’UNIONE EUROPEA HA SCELTO DI NON FINANZIARE QUESTA BARRIERA (ritenendo la questione un “affare interno”) MA NON L’HA MESSA IN DISCUSSIONE. (da CorriereImmigrazione del 20/8/2012 – http://www.corriereimmigrazione.it/)

   Parliamo qui di immigrazione, e di come la “fortezza” del mondo ricco (seppur in crisi) si difenda dai disperati del mondo povero che cercano speranza di nuova vita verso i paesi che “più hanno” (e chi non lo farebbe, se giovane e desideroso di cercare un mondo migliore di quello in cui si sta vivendo nella povertà…).

   Le leggi, in Europa, nord America, che limitano l’immigrazione, stanno diventando sempre più un grande business (lo sono già)  per “gruppi di sicurezza” multinazionali. Cioè grandi società internazionali che, remunerate assai bene dai governi, garantiscono il controllo delle frontiere (per quanto possibile) anche con metodi di vera violenza e poca garanzia dei diritti civili di chi tenta di avvicinarsi al mondo ricco.

LE LEGGI CHE LIMITANO L’IMMIGRAZIONE SONO UN VERO E PROPRIO BUSINESS PER UN GRUPPO DI MULTINAZIONALI, (…) società che si spartiscono un mercato in netta crescita dopo l’11 settembre: nel 2009, era stimato in tutto il mondo a 450 miliardi di euro, in progressione del 10-12% ogni anno. IN EUROPA CI SONO TRA 300 E 400 LUOGHI DI DETENZIONE AMMINISTRATIVA PER MIGRANTI ILLEGALI E LA DIRETTIVA «RIMPATRI» DEL 2008 PERMETTE DI MANTENERE IMPRIGIONATE LE PERSONE FINO A 18 MESI. La storia e le implicazioni ideologiche di questa deriva sono raccontate da CLAIRE RODIER in XÉNOPHOBIE BUSINESS (La Découverte, 194 pagine). L’autrice è una giurista del Gisti (Gruppo di informazione e di sostegno agli immigrati), cofondatrice della rete euro-africana Migreurop

E così c’è questa situazione strana che si viene a vivere: dove da una parte si parla di un pianeta fatto di mobilità e sviluppo delle persone e delle comunicazioni, e dall’altro ci si garantisce contro i poveri che vengono verso di noi. In questo contesto emblematico è il sorgere di nuove barriere fisiche, nuovi MURI per impedire il passaggio di persone in punti geografici poco controllabili. Dopo il muro di Berlino chi pensava che l’ “epopea dei muri”, della divisione dei popoli, fosse finita, è stato smentito.

   Sia chiaro che noi pensiamo che delle regole ci vogliono. E che L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA È UN PROBLEMA SERIO, VERO. E che una razionalizzazione dei flussi migratori è (purtroppo) necessaria e da volere. Quel che appare comunque è che, alla politica dura del respingimento, del “muro”, non si contrappongono allo stesso tempo serie politiche di solidarietà verso i paesi del sud del mondo. E non si perseguono se non spontaneamente (da parte di organizzazioni di volontariato) tentativi di collaborazione e sviluppo tra Nord e Sud del mondo, fatti con equità e reciproco benessere (politiche di reciprocità economica, culturale, assistenziale, che, peraltro, farebbero assai bene e sarebbero necessarie pure al “Nord ricco” ora in crisi di lavoro ed economia).

   Pertanto si risponde all’intensificarsi dei fenomeni migratori clandestini con il finanziamento pubblico (governativo) di multinazionali private per la tutela della sicurezza dalle nuove “invasioni”; con nuove barriere fisiche come i muri (ora per l’Europa, ad esempio, si parla dei “fossati”, degli impedimenti, che da qualche anno la Grecia sta approntando nel confine con la Turchia, lungo il FIUME EVROS, con il tacito consenso dell’Unione Europea, per fermare l’immigrazione afghana, irachena, di molti altri disperati di paesi poveri e in guerra…). E inoltre la politica estera verso i paesi “di confine” (delle frontiere est e sud d’Europa) è basata sul principio della cosiddetta «POLITICA DI VICINANZA», che stabilisce accordi di reciproco sviluppo nei quali i paesi europei chiedono in primis di “garantire” alle loro frontiere il non accesso degli immigrati clandestini. E questi paesi “di confine” tra i due mondi, molto spesso (come accadeva nella Libia di Ghedaffi, e forse anche adesso), non si fanno scrupolo a essere inflessibili contro i poveri che tentano di attraversare i loro territori…

   Infine sintomatico e chiaro l’intento (europeo) di bloccare in modo militare le frontiere, attraverso la costituzione di FRONTEX, l’ “Agenzia europea delle frontiere” creata nel 2004 (con sede a Varsavia) che controlla il Mediterraneo e l’est del nostro continente; e non si limita a questo, ma stabilisce rapporti assai consolidati con l’industria degli armamenti e del commercio internazionale delle armi.

  Infine c’è il problema della gestione dei CIE (CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE). In essi si trattengono persone anche per 18 mesi senza che ci sia alcuna accusa, in modo del tutto soggettivo e contro ogni legalità internazionale.

La realtà dei CIE (CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE). In tutta la Penisola si contano 13 Cie, per un totale di 1.901 posti, a cui si aggiungono 9 Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). La detenzione degli immigrati irregolari può durare, senza motivazione alcuna, fino a 18 mesi. Al 18 settembre 2012 SONO TRATTENUTI, IN STATO DI “DETENZIONE AMMINISTRATIVA”, 901 STRANIERI IRREGOLARI (uomini e donne). Le RIVOLTE e le PROTESTE, talvolta violentissime, sfociano spesso in SUICIDI e tentati suicidi

   Di tutto questo, del fenomeno migratorio e dei nuovi muri, tracciamo un possibile “pensiero” qui di seguito. E lo facciamo scorrere e integrare parlando anche della problematica nuova delle difficoltà “altre” della “immigrazione regolare”, degli (EX) STRANIERI ORA INTEGRATI nel nostro paese: situazione fortemente critica a causa della crisi economica che ha colpito particolarmente loro, meno protetti da situazioni familiari storiche integrate: i primi a perdere il lavoro, quelli che più di tutti risentono della NUOVA POVERTÀ ASSOLUTA e latente di questa fase storica negativa (tutt’altro che in procinto di passare, anzi). Un problema sottodimensionato che richiede anche misure di solidarietà (il banco alimentare, assistenziale…) e un impegno più concreto di solidarietà vissuta, personale. (sm)

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XENOFOBIA, ARRICCHIRSI CON L’ANSIA DI SICUREZZA

di ANNA MARIA MERLO, da “IL MANIFESTO” del 14/10/2012  

   G4S è tra le compagnie private al mondo che hanno il maggior numero di dipendenti: 650mila persone lavorano per questa società di diritto britannico, presente in 110 paesi del mondo. Negli ultimi mesi, il grande pubblico è venuto a conoscenza del nome della G4S, perché è a questa società che il governo britannico ha affidato gran parte della gestione della «sicurezza» dei Giochi Olimpici di Londra la scorsa estate, a cui ha fornito 13.700 agenti.

   G4S, regolarmente quotata in Borsa, in Gran Bretagna gestisce quattro prigioni e quattro centri di detenzione per immigrati irregolari, tra cui quello vicino all’aeroporto di Gatwick, oltre a numerosi altri piccoli centri per soggiorni di breve durata del clandestini. E’ la prima società nel campo della «sicurezza» in Gran Bretagna (dove ha concluso contratti con lo stato per 4,6 miliardi di sterline) e Irlanda.

   Negli Usa, dove ha inviato delle squadre a New Orleans dopo l’uragano Katrina nel 2005 per collaborare all’evacuazione delle vittime, gestisce il rimpatrio delle persone arrestate per aver passato illegalmente la frontiera con il Messico.

   La G4S è anche molto presente in Sudafrica. Nel 2010, dopo la morte per asfissia dell’angolano Jimmy Mubenga, soffocato sul sedile del volo BA77 dalle guardie private che lo «rimpatriavano», la G4S ha perso questo tipo di contratto con la Gran Bretagna, dove, da quando aveva il monopolio della gestione delle espulsioni, dal 2005, aveva guadagnato 110 milioni di sterline (125 milioni di euro). Il contratto è stato poi concluso con un’altra società privata, la Reliance Securuty Task.
Questi dati ci dicono che le leggi che limitano l’immigrazione sono un vero e proprio business per un gruppo di multinazionali. G4S, Droneexport, Gragon Gloves, Fox Fury, King Cobra, Holsters SNC, Recon Robotix, sono i nomi di alcune di queste società private che operano nel campo della «sicurezza» pubblica. Ci sono anche società molto più note, Finmeccanica, Eads, Thales, Indra, Siemens, Eriksson, Sagem o Boeing (che ha un mega-contratto per gestire la rete di sorveglianza elettronica alle frontiere terrestri degli Usa).

   La spagnola Indra ha messo in atto il sistema di controllo elettronico delle frontiere marittime della Spagna, incassando 260 milioni di euro. Queste società si spartiscono un mercato in netta crescita dopo l’11 settembre: nel 2009, era stimato globalmente a 450 miliardi di euro, in progressione del 10-12% l’anno.

   L’Europa ha in programma una spesa pari a 4 euro per abitante (con 450 milioni di abitanti, 1,3 miliardi di euro). In Europa ci sono tra 300 e 400 luoghi di detenzione amministrativa per migranti illegali e la direttiva «rimpatri» del 2008 permette di mantenere imprigionate le persone fino a 18 mesi.
La storia e le implicazioni ideologiche di questa deriva sono raccontate da Claire Rodier in Xénophobie Business (La Découverte, 194 pag., 16). L’autrice è una giurista del Gisti (Gruppo di informazione e di sostegno agli immigrati), cofondatrice della rete euro-africana Migreurop.

18.000 CHILOMETRI DI “MURI”
Il mondo contemporaneo vive un paradosso: da un lato, la mobilità internazionale aumenta e si sviluppano le zone dove vengono abolite le frontiere (Ue, Alena, Mercosur) e dall’altro si intensificano i controlli migratori e crescono «muri» (tra Usa e Messico, le pattuglie marine nel Mediterraneo, tra Israele e Cisgiordania, prossimamente nel Neghev, tra Grecia e Turchia lungo il fiume Evros, filo spinato per proteggere Ceuta e Melilla enclaves spagnole in Marocco, scanner e biometria agli aeroporti ecc.).

   Nel mondo ci sono oggi 18mila chilometri di «muri» (anche solo di filo spinato) per bloccare gli immigrati sgraditi. E non solo in occidente: nel 2003, il Botswana ha costruito un reticolato elettrificato di più di 800 km alla frontiera con lo Zimbabwe. La più lunga «chiusura» separa l’India dal Bangladesh, lunga 2500 km. Dei «muri» nascono anche all’interno dei paesi: in Romania, a Baia Mare, ne è stato costruito uno in cemento armato per isolare una comunità Rom.
In Europa, negli anni ’80 viene introdotta la libera circolazione dei cittadini, ma poi viene stipulato il trattato intergovernativo Schengen, che mette in opera un filtraggio delle persone. Queste politiche di controllo hanno dei costi: prima di tutto umani (più di 16mila morti tra il ’93 e il 2012 tra chi ha tentato di raggiungere clandestinamente l’Europa, secondo l’ong United), problema che però non sembra interessare quasi nessuno.

   Poi ci sono i costi finanziari, che invece attirano capitali e investitori. La xenofobia, in effetti, per le società di «sicurezza» è un ottimo affare, in netta espansione in questo periodo di crisi. La nuova filosofia della sicurezza affidata ai privati è stata chiarita nel 2009 da Franco Frattini, ex commissario alla Giustizia e Affari interni: «La sicurezza non è un monopolio delle amministrazioni, ma un bene comune, la cui responsabilità e applicazione deve essere condivisa tra pubblico e privato».

   Frontex, il dispositivo della Ue per controllare le frontiere esterne, ha moltiplicato per 15 il budget che nel 2005 era di 6,3 milioni di euro. La Spagna ha ricevuto nel 2007 356 milioni di euro dalla Ue per «securizzare» le frontiere marittime, Eads ha fornito alla Romania un sistema integrato per 670 milioni di dollari per mettere in sicurezza le frontiere del paese. La Bulgaria è sulla stessa strada. L’Ue con il progetto Oparus ha finanziato con 1,19 milioni di euro società private (Sagem, BAE System, Thales, Eads, Dassault ecc.) per sviluppare controlli attraverso i droni.
Ma quale utilità hanno questi controlli? si chiede Claire Rodier, visto che servono «solo marginalmente, malgrado quello che pretendono coloro che se ne fanno i promotori – responsabili politici, poliziotti e esperti diversi – a controllare gli spostamenti delle persone che migrano dissuadendo o orientando i flussi in funzione di un’organizzazione pianificata».

   Per Claire Rodier un ruolo preponderante è svolto dall’«economia securitaria», cioè «quella che trae profitto dai dispositivi sempre più sofisticati che servono a chiudere le frontiere. Tecnologie di punta nel campo della sorveglianza a distanza, società private specializzate nella gestione dei centri di detenzione di migranti o nell’accompagnamento per le espulsioni, riciclaggio in campo civile del know how militare oggi sottoutilizzato».

L’ESTERNALIZZAZIONE DEI CONTROLLI
L’irruzione dell’economia privata nella sicurezza pubblica aumenta le dimensioni del fenomeno, permettendo ai politici – impotenti di fronte alla crisi – di «manipolare l’incertezza» sfruttando le paure. C’è infine una dimensione geopolitica dei controlli: l’Europa, per esempio, ha tendenza a «esternalizzare» la gestione dei controlli, alla Libia di Gheddafi prima, oggi al nuovo regime, al Senegal, alla Mauritania, al Marocco ecc., con il doppio vantaggio di far fare il «lavoro sporco» ad altri (dove le leggi di protezione degli individui sono per di più molto meno vincolanti) e di ristabilire un rapporto di dipendenza con paesi sottoposti al ricatto economico (o fai questo o non ci saranno aiuti allo sviluppo e contratti).

   Dal ’99 l’Ue ha introdotto la lotta contro l’immigrazione illegale in tutti i contratti di cooperazione: la cosiddetta «politica di vicinanza» è dotata di un finanziamento di 12 miliardi di euro per il periodo 2007-2013, e concerne i paesi alle frontiere est e sud dell’Europa. Il sistema fa guadagnare tutti e a rimetterci sono solo i migranti.

   L’esempio della Libia è illuminante: non solo ai tempi di Gheddafi l’Italia aveva pagato 5 miliardi per subappaltare a Tripoli il controllo dell’immigrazione irregolare, ma la Ue ha concluso un contratto di 300 milioni con la Libia per «securizzare» la frontiera meridionale del paese. Questi 300 milioni tornano poi nelle tasche dei produttori europei di sistemi di controllo elettronico (la francese Thales e la spagnola Indra, in questo caso).

   Il campo di Nouadhibou in Mauritania, finanziato dal fondo di cooperazione europea, è stato soprannominato Guantanamito per le condizioni in cui vivono i migranti in transito, bloccati nel tentativo di raggiungere l’Europa. Infine, privatizzare i controlli dei migranti, sostiene Claire Rodier, «contribuisce alla banalizzazione dell’espulsione».

   E i governi possono lavarsi le mani sulle accuse di abusi (nel 2010, la G4S è stata oggetto di 48 denunce, che non hanno neppure sfiorato il governo britannico che era il mandante). Del resto il ricorso alla forza per portare a termine le espulsioni è raccomandato anche da fattori economici: ritardare un aereo costa, quindi gli agenti devono tenere buoni gli espulsi, con tutti i metodi (i casi di morti per soffocamento sono numerosi, da Jimmy Mubenga a Semira Adamu).
Gli stati hanno sempre meno soldi e affidano missioni di difesa e sicurezza ai privati. La situazione è emblematica negli Usa e nei paesi anglosassoni, ma il fenomeno sta arrivando anche in Europa continentale. E’ la «sola soluzione», sostiene uno studio della G4S, per fare economia nella spesa pubblica.  Le compagnie private hanno le mani più libere dei funzionari pubblici.

   Nel 2011, per esempio, la società Serco, che gestisce il centro di detenzione per migranti di Yarl’s Wood, è stata accusata di «schiavitù moderna»: faceva lavorare i migranti per 50 centesimi l’ora. La G4S, altro esempio di piccoli guadagni, obbliga i migranti nelle sue prigioni a utilizzare un telefonino fornito dalla stessa compagnia, più caro di quelli in commercio.

LE LOBBIES DELLA SICUREZZA
Le società private formano anche delle potenti lobbies che influenzano le leggi, che naturalmente fanno comodo quando sono sempre più repressive. Un caso emblematico è quello dell’Arizona, con la legge SB 1070 dell’aprile 2010. Le misure più controverse sono state sospese dalla Corte suprema, ma l’aumento della «criminalizzazione» dei comportamenti è andato a vantaggio delle società private che gestiscono i migranti irregolari arrestati.

   Esiste, difatti, una vera e propria «industria del carcere» negli Usa, dove la popolazione carceraria è aumentata dell’85% durante il primo decennio degli anni 2000, dalle forniture dei pasti (tra le principali c’è Sodexho Mariott) fino alla gestione diretta delle prigioni private, dove le società CCA (Tennessee) e Geo (Florida) sono dei giganti, quotati in Borsa (CCA è uno dei primi cinque titoli della Borsa di New York).

   Geo gestisce Guantanamo e il valore dell’azione della società è moltiplicato per 5 dal 2002 al 2007. Geo e CCA nel solo 2005 hanno speso 6 milioni di dollari in operazioni di lobbying presso i politici, perché venissero approvate leggi più severe sulla repressione, intervenendo nel gioco elettorale.

   Anche l’ex presidente Dick Cheney ha investito in Vanguard, uno dei grossi azionisti di Geo, su consiglio degli esperti di Wall Street, che propongono «buoni affari» nella sicurezza. E il gioco continua: più repressione, sempre maggiori migranti, ancora più repressione, con una corsa che non deve però bloccare i flussi, perché c’è necessità di manodopera a buon mercato.
In Italia e in Francia la gestione dei centri per detenzione di immigrati irregolari è ancora nelle mani della pubblica amministrazione, ma anche qui ci sono delle società che guadagnano sulla pelle di queste persone (fornitura pasti, pulizie, associazioni varie ecc.).

   In Italia, la Corte dei Conti ha rilevato che il costo di un migrante in un centro di detenzione poteva arrivare fino a 100 euro al giorno. Nel 2011 l’appalto per la gestione di due centri italiani è stato vinto dalla francese Gepsa, che fattura 34 euro al giorno per migrante e ha ottenuto un contratto di 14,6 milioni di euro per 3 anni. In Grecia, dove presto ci saranno una trentina di campi per migranti, il governo vanta i vantaggi per l’occupazione (mille posti per campo).
Le porte di entrata dei migranti si spostano, a misura che vengono imposti controlli più severi nelle vie tradizionali, in una continua rincorsa, che non raggiunge mai lo scopo dichiarato – impedire l’immigrazione – ma permette di costruire imperi economici. Il legame che viene fatto tra immigrazione e terrorismo tende a tappare la bocca a tutti gli oppositori. (ANNA MARIA MERLO)

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L’AGENZIA FONDATA NEL 2004
FRONTEX, IL BRACCIO ARMATO DELL’UNIONE EUROPEA

di Anna Maria Merlo, da “IL MANIFESTO” del 14/10/2012

   Nel 2004, l’Unione europea crea Frontex, l’agenzia europea delle frontiere, i cui comandi sono a Varsavia. Nel 2010 era fornita di «26 elicotteri, 22 aerei leggeri, 113 navi, 476 apparecchiature tecniche (radar mobili, video termici, sonde che misurano i tassi di gas carbonico emesso, detector del battito del cuore…)» scrive Claire Rodier.

   Frontex è conosciuta soprattutto per le missioni di sorveglianza nel Mediteraneo e per l’organizzazione di charter di migranti espulsi verso i paesi d’origine. Ma «in qualche anno Frontex è diventata lo strumento emblematico della politica di controllo migratorio dell’Unione europea». Lo svizzero Jean Legler l’ha battezzata «organizzazione militare quasi clandestina».

   Nel 2007 Frontex ha bloccato 53mila persone che volevano entrare clandestinamente in Europa: il costo è stato di 24.128.619 euro. Una spesa enorme, che però serve a Frontex anche per facilitare la vendita di tecnologie di punta a paesi terzi, grazie agli accordi di «esternalizzazione» dei controlli (conclusi i paesi dei Balcani, la Bielorussia, la Moldavia, l’Ucraina, la Russia, la Georgia, Capo Verde, la Nigeria, ma anche Usa e Canada, mentre sono in via di conclusione intese con Mauritania, Libia, Egitto e Senegal).

   Il parlamento europeo ha chiesto spiegazioni, per un «rafforzamento del controllo democratico» dell’azione di Frontex. Dal 2011, Frontex può comprare o affittare materiale ed è quindi ormai «al centro di un sistema che associa gli industriali del settore della sicurezza all’amministrazione europea», scrive Claire Rodier. Il budget di Frontex è passato da 6 milioni di euro del 2005 a 86 milioni nel 2011.

   Per il periodo 2007-2013, Frontex ha ricevuto un finanziamento di 285 milioni di euro per il programma di «solidarietà e gestione dei flussi migratori». Frontex gestisce anche Eurosur, un sistema europeo di sorveglianza delle frontiere, nato quest’anno e può attingere a piene mani ai fondi del programma europeo di ricerca e sviluppo FP7, dotato di 50 miliardi.

   Frontex compra armamenti, ma facilita anche l’accesso agli industriali delle armi ai fondi di ricerca europei. Per esempio, Frontex si sta adoperando per lo sviluppo dell’uso civile dei droni, mercato per il momento dominato dall’industria statunitense e israeliana: nell’autunno del 2011 ha organizzato una dimostrazione in volo che ha permesso all’americana Lockheed Martin, alla spagnola Aerovision associata con la francese Thales, all’israeliana IAI di mostrare i rispettivi sistemi.

   Il mercato dei droni, che era di 3 miliardi nel 2009, dovrebbe decuplicarsi entro il 2020. E’ dalla metà degli anni ’90 che i droni sono utilizzati per controllare le frontiere (li hanno Austria, Svizzera, Algeria, evidentemente gli Usa, per il controllo della frontiera con il Messico, dove è usato il Predator B della General Atomics). «Colpo doppio per i mercanti d’armi – conclude Claire Rodier – nuovo orizzonte per la tecnologia della sicurezza, la lotta contro l’immigrazione clandestina sostiene anche lo sviluppo dell’industria di guerra».

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IL MURO DI EVROS

da CorriereImmigrazione del 20/8/2012 (http://www.corriereimmigrazione.it/)

   Il fiume Evros, che segna il confine naturale tra la Grecia e la Turchia, da qualche anno è diventato uno dei passaggi più battuti per i migranti che dall’Irak, l’Iran, l’Afghanistan, la Siria, ma anche dall’Africa Subsahariana e il Maghreb, cercano di raggiungere l’Europa (55 mila ingressi irregolari lo scorso anno, in media 250 tentativi di ingresso al giorno, secondo Frontex; le autorità elleniche a metà agosto hanno fatto sapere di aspettare l’arrivo di 15mila profughi siriani). Per contrastare il fenomeno, lungo le sue rive è stata decisa la costruzione di un fossato di cui sono stati consegnati i primi 15 km ad agosto 2011.

   L’Unione Europea ha scelto di non finanziare questa barriera (ritenendo la questione un “affare interno”) ma non l’ha messa in discussione. Dalla Francia di Sarkozy è arrivato un incoraggiamento esplicito. Successivamente, a causa dei costi molto elevati, dall’idea del fossato si è passati a quella di una doppia barriera di reticolato e filo spinato.

   Il 13 aprile, dopo aver deliberato la costruzione di nuovi centri detentivi nei pressi del confine, il governo greco ha dato il via ai lavori, stimando un costo di oltre 3.000.000 di euro totalmente a carico dello stato. Un primo tratto di barriera (10 km) avrebbe dovuto essere pronto ai primi di settembre.

La regione tra Nea Vissa e Kastanias, unico punto in cui Grecia e Turchia non sono divise dal Fiume Evros. E’ IN PARTICOLARE QUI CHE SI STA APPRONTANDO UN MURO-FOSSATO DI SEPARAZIONE PER IMPEDIRE L’IMMIGRAZIONE

   Ma Petros Dagres, responsabile della Dagres Ate, la ditta che sta realizzando i lavori, ha fatto sapere che non potrà essere ultimato prima del prossimo ottobre. Il ritardo sarebbe da attribuire alle condizioni atmosferiche.

   Qui vi proponiamo parte del reportage fotografico realizzato da Mauro Prandelli lungo il confine, poco prima che iniziassero i lavori. Nel mondo sono stati costruiti molti muri per impedire alle persone di spostarsi, muri che hanno creato e continuano a creare molta sofferenza. Nessuno di essi però è riuscito a fermare le migrazioni, che sono e rimangono uno dei principali motori della civiltà umana. (http://www.corriereimmigrazione.it)

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IMMIGRATI DIETRO LE SBARRE: UN SISTEMA DA RIPENSARE

di Vito Salinaro, da “AVVENIRE” del 3/10/2012

   Una galassia sempre più in agitazione. Un limbo giuridico e amministrativo sempre più difficile da gestire. È la realtà dei CIE (CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE), strutture dislocate in varie parti d’Italia, in grado di ospitare fino a duemila persone e sulle quali più di una volta sono stati sollevati polemiche e interrogativi. I Cie, con il Cara (Centri accoglienza richiedenti asilo) e i Cda (Centri di prima accoglienza) costituiscono la rete dell’«accoglienza» statale per gli immigrati che arrivano nel nostro Paese. Una “camera di compensazione” indispensabile per verifiche e accertamenti, ma che oggi va completamente ripensata.
«La denuncia sulle pessime condizioni in cui si trovano i detenuti, gli internati e gli stranieri nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie), come nelle carceri, è ormai unanime». Piero Innocenti ha da poco lasciato la Polizia di Stato, dove ha ricoperto incarichi di alto profilo (questore a Teramo, Piacenza e Bolzano, prima di diventare consulente del capo della Polizia); non ha invece abbandonato la passione per gli studi legati ai flussi migratori, alle moderne forme di schiavitù, alle narcomafie.
Il fatto di aver servito lo Stato con incarichi dirigenziali non significa per lui adottare una linea “diplomatica” per giudicare la «carcerazione amministrativa» degli stranieri irregolari. In fondo, «che qualcosa non va nei Cie dove, alla data del 18 settembre 2012, sono trattenuti, in stato di “detenzione amministrativa”, 901 stranieri irregolari (uomini e donne), è sotto gli occhi di tutti». E in questi primi 9 mesi del 2012 le rivolte e le proteste, talvolta violentissime, sfociate spesso in suicidi e tentati suicidi, si sono susseguite con insolita frequenza rispetto al pur problematico 2011.
In tutta la Penisola si contano 13 Cie, per un totale di 1.901 posti, a cui si aggiungono 9 Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), strutture che con il villaggio degli immigrati di Mineo, in cui vivono duemila persone, offrono in totale 5.744 posti letto.
La situazione di disagio è stata denunciata più volte. Il 17 aprile scorso è stato presentato al ministro della Giustizia, Paola Severino, il “Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti in Italia“. «Il documento – spiega Innocenti – era stato approvato, all’unanimità, il 6 marzo 2012, dalla “Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato”.
Nelle 278 pagine del rapporto (sono inclusi anche i disegni di legge presentati nel tempo per introdurre il reato di tortura e il garante nazionale dei detenuti), c’è la radiografia del sistema carcerario e della penosa situazione in cui si trovano gli oltre 66mila detenuti in strutture da circa 46mila posti». Ancor prima di quel rapporto, rileva l’ex dirigente della Polizia, «sarebbe stato opportuno (ri)leggersi quello stilato nel 2007 dalla Commissione De Mistura (dal nome dell’ambasciatore Staffan De Mistura che presiedette la commissione) e le raccomandazioni conclusive formulate che “…ancorché possano apparire di complessa attuazione…”, avrebbero potuto consentire di affrontare il “problema della irregolarità” degli stranieri in maniera “più creativa ed efficace”».
Ma anche in quella occasione, «poco o nulla fu fatto». Proprio come alcuni anni dopo, nel 2010, quando, a seguito di un altro corposo rapporto-denuncia di Medici senza Frontiere (MsF), «la classe politica – dichiara Innocenti – non ebbe il “coraggio” di affrontare i temi delle condizioni socio sanitarie nei centri, lo stato precario delle strutture, le modalità di gestione, il rispetto dei diritti degli immigrati». Già il primo studio del 2004, “Cpta: anatomia di un fallimento”, sempre curato da MsF, «non aveva lasciato alcun margine di dubbio sul malfunzionamento dei vari centri e sul profondo malessere fra i trattenuti», evidenziato da gravi episodi: risse, rivolte, autolesionismi, somministrazione di sedativi.
Il problema, dice l’ex questore, è che «l’immigrazione irregolare non si può risolvere con norme penali, costruendo “muri” o trattenendo nei Cie persone per una “detenzione” ingiustificata» che può arrivare sino a 18 mesi. «Un tempo di restrizione così prolungato, senza aver commesso alcun reato – aggiunge –, non può non causare conseguenze sulla salute fisica e mentale dei trattenuti».
Nonostante ciò la situazione non è migliorata. Anzi. La Commissione senatoriale che ha stilato il Rapporto 2012, nella parte introduttiva, ricorda che «…le condizioni nelle quali sono detenuti molti migranti irregolari nei Centri di identificazione ed espulsione (..) sono molto spesso peggiori di quelle delle carceri». (Vito Salinaro)

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POVERTÀ, IMMIGRAZIONE, DISUGUAGLIANZA

di Valeria Benvenuti * e Andrea Stuppini, 5.10.2012, da LA VOCE.INFO (http://www.lavoce.info/)

   Le cattive notizie per l’economia italiana continuano a susseguirsi in questo difficile 2012, tanto da rinviare ormai all’anno prossimo ogni speranza di ripresa.
Le ricadute sociali sono assai gravi: la caduta del Pil non sarà pesante come nel 2009, ma arriva nel quinto anno di crisi internazionale, la contrazione dei consumi delle famiglie dimostra con chiarezza che in questo periodo di tempo si sono erosi i risparmi che costituivano uno dei nostri punti di tenuta. I dati sugli immobili, sui mutui, sulla morosità delle utenze, sul significativo aumento di vendite di biciclette, persino quelli sui divorzi (che rallentano) vanno tutti nella stessa direzione, compongono un quadro fosco dove la punta dell’iceberg è costituita dalla disoccupazione giovanile.
Molto interessante quindi lo scambio di opinioni tra Raffaele Tangorra e Linda Laura Sabbadini su questo sito all’inizio di settembre, sulla efficacia dei dati ufficiali sulla povertà (relativa e assoluta) in Italia.
Ci sono problemi tecnici di limitatezza del campione statistico, di un sua insufficiente rotazione e di una sottostima degli immigrati: tutti problemi di cui l’Istat è consapevole e sui quali si sta intervenendo.
Alcuni hanno fatto osservare che l’indicatore della povertà relativa è in realtà un sismografo della disuguaglianza, e va considerato in quanto tale. Non è una spiegazione molto convincente: accettare acriticamente quella lunga linea piatta che da oltre un decennio non si discosta più di tanto dall’11 per cento, significa infatti accettare che nel lungo periodo intercorso le distanze tra ricchi e poveri in Italia non si sono modificate. Possibile?
IL DISAGIO DEGLI STRANIERI
Quando si parla di povertà assoluta, la questione degli immigrati non è affatto secondaria.
   Sappiamo che i due milioni di lavoratori stranieri, mediamente guadagnano circa un terzo in meno degli italiani. Ricerche sul campo della Fondazione Leone Moressa di Mestre hanno dimostrato che nel 2010 più del 40 per cento delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà, contro il 12,6 per cento delle famiglie italiane.

   Per pervenire a questi risultati si è fatto ricorso alle informazioni messe a disposizione della Banca d’Italia relative all’Indagine sui bilanci delle famiglie. L’approccio utilizzato per il calcolo della povertà attraverso l’analisi dei redditi differisce da quello impiegato dall’Istat, che parte invece dai livelli di consumo delle famiglie.

   Purtroppo, l’Istituto di statistica non mette a disposizione le informazioni relative alla cittadinanza dei componenti familiari, per cui risulta impossibile poter fare un confronto tra famiglie straniere e italiane partendo “dall’approccio consumi”.

   Quindi, solo partendo dall’analisi dei dati Banca d’Italia (che invece fornisce questa importante informazione) si è tentato di fare delle considerazioni in merito al comportamento economico delle famiglie straniere: ad esempio, si scopre come la propensione al risparmio sia quasi nulla, che il reddito familiare sia la metà di quello delle famiglie italiane, che l’84 per cento dei redditi deriva da lavoro dipendente, che il 27 per cento del reddito familiare viene speso per il pagamento dell’affitto dal momento che oltre il 70 per cento delle famiglie prende in locazione abitazioni in aree soprattutto periferiche e che il 33 per cento dei nuclei familiari vive in situazione di sovraffollamento.
Informazioni utili, ma non sufficienti, per delineare un quadro di forte disuguaglianza che pone le famiglie straniere in situazioni di grave disagio economico e di conseguenza sociale.
Considerando allora che nel decennio trascorso gli immigrati sono passati da 1,5 milioni a 4,5 milioni (l’incertezza del dato censuario c’era anche nel 2001), come mai l’indice di povertà assoluta non ne ha risentito significativamente? Possibile?
Sul primo versante, ampie ricerche storiche come quelle di Giovanni Vecchi (ad esempio “In ricchezza e povertà”), di Maurizio Franzini (“Ricchi e poveri”) e uno studio più recente di Mario Pianta (“Nove su dieci”), utilizzando fonti diverse, convergono nel dimostrare che la forbice della disuguaglianza si sta allargando, soprattutto a svantaggio dei lavoratori dipendenti.
Sul secondo versante, è utile un confronto con le statistiche americane su povertà e disuguaglianza, che sono chiare nel mostrare l’importanza degli immigrati.
Lo stato più ricco, il Connecticut, e quello più povero, il Mississippi, sono vicini nel ranking della disuguaglianza, perché abbastanza omogenei al loro interno. Ma gli stati più diseguali sono tutti a forte pressione migratoria: Arizona, Texas, New York e New Jersey.
Gli immigrati sono poveri anche in stati molto prosperi. L’indice di Gini mostra i valori più alti (forte concentrazione della ricchezza) in stati come California, Texas, Florida e New York. I conti tornano.
I POVERI PERSISTENTI
Nel nostro paese, finora, è mancato un chiaro riscontro empirico dell’influenza del fenomeno migratorio sui livelli di povertà e sull’allargamento delle disuguaglianze. Eppure le cose stanno proprio così.
Probabilmente gli indicatori tradizionali di povertà relativa e assoluta nel nostro paese, da soli, non sono più sufficienti a fotografare la realtà, soprattutto nel contesto europeo.
Occorrono nuovi strumenti che in parte si stanno già utilizzando: il Quaderno della ricerca sociale n. 17 “Povertà ed esclusione sociale: l’Italia nel contesto comunitario. Anno 2012”, elaborato dal ministero del Welfare, evidenzia nuovi dati per il 2010, riferiti ai redditi del 2009, anno in cui la crisi ha cominciato a manifestarsi.

   Lo studio analizza il rischio di povertà ed esclusione dei paesi europei alla luce del nuovo indicatore comunitario, definito nell’ambito degli obiettivi della Strategia Europa 2020. In realtà, si tratta della combinazione di tre diversi indicatori: a quello tradizionale di rischio di povertà relativa si aggiungono infatti l’indicatore di deprivazione materiale (non potersi permettere determinati beni durevoli come il telefono, la tv a colori, di consumare un pasto di carne o pesce ogni due giorni, fare una vacanza, pagare un mutuo eccetera) e di esclusione dal mercato del lavoro.
Ne scaturisce un nuovo indicatore di “povertà persistente” misurato con gli stessi criteri in tutta l’Unione Europea, cioè la percentuale di popolazione a rischio di povertà, che lo era anche in almeno due dei tre anni precedenti.
Questi “poveri persistenti” erano nel 2010 10,3 milioni, il 70 per cento dei 14,7 milioni di italiani a rischio di povertà. Quindi il 13 per cento della popolazione italiana rientra in questa categoria, e siamo superati solo dalla Grecia (15,4 per cento). Anche il numero delle persone a rischio di povertà ed esclusione sociale, secondo la nuova misurazione, risulta infatti estremamente elevato: 14,7 per cento, pari al 24,5 per cento della popolazione italiana.
Non limitandosi a redditi e consumi, la nuova misurazione risulta più equilibrata e le difficoltà dell’Europa mediterranea più evidenti: Cipro, Portogallo, Spagna, Italia e Grecia occupano infatti le ultime posizioni.
Sarà importante in futuro riuscire a focalizzare gli approfondimenti sulle grandi categorie di poveri: anziani, donne e giovani (soprattutto per quanto riguarda il tasso di disoccupazione) e immigrati.
Se si disponesse di dati significativi anche a livello regionale si potrebbe verificare l’incidenza dell’immigrazione sulla povertà nelle Regioni settentrionali. È utile sottolineare che nelle province di Trento e Bolzano, che stanno sperimentando forme di reddito minimo di inserimento, gli immigrati risultano essere rispettivamente il 35 e il 55 per cento dei beneficiari. Facile immaginare conseguenze politiche.
È infine auspicabile che la normativa sul nuovo Isee sia dotata di un robusto apparato informativo, per poter supportare analisi e conseguenti scelte politiche. (* VALERIA BENVENUTI è ricercatrice della Fondazione Leone Moressa; ANDREA STUPPINI è rappresentante delle Regioni nel Comitato tecnico nazionale sull’immigrazione)

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IMMIGRATI, COME PAGARE LE TASSE SENZA AVERE IN CAMBIO NULLA

– Pagano, eccome se le pagano: lo scorso anno i “nuovi italiani” hanno dichiarato al fisco ben 41,6 miliardi di euro e pagato 6,2 miliardi di Irpef. Eppure il 42,2% delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà. È quanto emerge dal Rapporto Annuale sull’Economia dell’Immigrazione 2012, realizzato dalla Fondazione Leone Moressa 1

di VLADIMIRO POLCHI, da “la Repubblica” del 11/10/2012

   “No taxation without representation“. “Nessuna tassa senza rappresentanza”. Se il vecchio slogan dei coloni americani valesse ancora oggi, gli immigrati in Italia non dovrebbero pagare un euro d’imposte. Invece, nonostante siano cittadini di serie B e senza diritto di voto, pagano le tasse, eccome se le pagano: lo scorso anno i “nuovi italiani” hanno dichiarato al fisco ben 41,6 miliardi di euro e pagato 6,2 miliardi di Irpef.

   È quanto emerge dal Rapporto Annuale sull’Economia dell’Immigrazione 2012, realizzato dalla Fondazione Leone Moressa 2. Non solo. I lavoratori stranieri subiscono maggiormente gli effetti della crisi (il loro tasso di disoccupazione è passato dall’8,5% del 2008 all’12,1% del 2011), mostrano livelli di povertà più elevati (il 42,2% delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà) e le loro retribuzioni sono inferiori di oltre 300 euro a quelle degli italiani.
BASSI STIPENDI. Per quanto riguarda gli occupati stranieri (che sono oltre 2 milioni), per la maggior parte si tratta di lavoratori dipendenti (86,7%), giovani, inquadrati come operai (87,1%), dalla bassa qualifica professionale, nel settore del terziario (51,5%) e in aziende di piccola dimensione (il 54,6% lavora in imprese con meno di 10 persone).

   Un dipendente straniero guadagna al mese (dato quarto trimestre 2011) una cifra netta di 973 euro, oltre 300 in meno rispetto a un collega italiano. E ancora: ha più possibilità di portare a casa una retribuzione elevata l’immigrato che lavora nel settore dei trasporti (1.257 euro al mese) rispetto a chi lavora nel settore dei servizi alle persone (717 euro), dove sono occupate maggiormente le donne.
I REDDITI DEI MIGRANTI. In Italia si contano complessivamente 3,4 milioni di contribuenti nati all’estero (dati riferiti ai redditi del 2010) che dichiarano quasi 42 miliardi di euro. Gli stranieri dichiarano mediamente 12.481 euro (7mila in meno rispetto agli italiani).

   Nel 2010 i nati all’estero hanno pagato di Irpef 6,2 miliardi (pari al 4,1% dell’intero Irpef nazionale), che si traduce in 2.956 euro a testa. Gli immigrati beneficiano, più degli italiani, di detrazioni fiscali a causa del basso importo dei loro redditi: infatti solo il 63,9% dei nati all’estero che dichiara redditi paga effettivamente l’Irpef, contro il 75,5% dei nati in Italia.
ALTI LIVELLI DI POVERTÀ. Il 42,2% delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà, contro il 12,6% delle famiglie italiane. Il reddito percepito permette loro di risparmiare appena 600 euro all’anno, dal momento che i consumi pareggiano quasi le entrate.

   Le famiglie immigrate dichiarano maggiori difficoltà economiche rispetto a quelle italiane (dati 2009): il 21,6% dice di arrivare a fine mese con molta difficoltà (contro il 14,5% delle italiane), il 23,4% è stata in arretrato con il pagamento delle bollette, il 60,1% non è in grado di sostenere una spesa imprevista di 750 euro e il 53,6% non può permettersi una settimana di ferie.

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IMMIGRAZIONE: ECCO LE COSE DA FARE

di Sergio Briguglio, 10.9.2012, da “LA VOCE.INFO”, http://www.lavoce.info/

– Anche una revisione del Testo unico sull’immigrazione ristretta al capitolo dell’integrazione potrebbe rivelarsi molto utile nel nostro paese. Ecco un elenco delle misure che potrebbero essere adottate –
STABILIZZAZIONE DEL SOGGIORNO

Istituire (con legge) un permesso di soggiorno nazionale a tempo indeterminato, con attribuzione degli stessi diritti previsti per il permesso Ce per soggiornanti di lungo periodo (ad eccezione della libertà di circolazione di lungo periodo in altri Stati membri), per diverse categorie che meritino stabilità; in particolare,

– minori stranieri che siano nati in Italia da genitori stabilmente inseriti o che, a prescindere da condizioni di reddito e regolarità di soggiorno dei genitori, abbiano completato in Italia un ciclo scolastico o un periodo prolungato di soggiorno (ossia, quei minori per i quali un legislatore al passo con i tempi prevederebbe l’acquisizione automatica della cittadinanza);

– stranieri che abbiano dato prova di alto livello di integrazione (per esempio: buona conoscenza della lingua, meriti particolari, etc.);

– studenti universitari che abbiano conseguito laurea o dottorato con risultati particolarmente brillanti.

Prevedere (con legge), per gli studenti universitari, il rilascio di un permesso di durata non inferiore a quella del corso di laurea intrapreso (anziché, come oggi è previsto, un permesso da rinnovare ogni anno), con possibilità di revoca nel caso in cui vengano meno i requisiti richiesti per il soggiorno.

Prevedere (con circolare, ai sensi di art. 5 co. 6 Dlgs 286/1998) il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari a chi, privo di altro permesso, agisca in giudizio per la tutela di un diritto. In mancanza di una previsione del genere, la parità di trattamento con il cittadino in relazione alla tutela giurisdizionale resta, per molti stranieri, pura teoria.

Chiarire (con circolare) che, all’infuori dei casi esplicitamente previsti dalla normativa, il permesso Ce per soggiornanti di lungo periodo può essere richiesto, in presenza dei requisiti, dal titolare di qualunque permesso di soggiorno, inclusi, per esempio, i permessi rilasciati in corrispondenza a ingressi per lavoro al di fuori delle quote o per assistenza del minore.

Dare attuazione (con circolare) alla disposizione di cui all’art. 5 co. 9 Dlgs 286/1998, che prevede la possibilità generale di conversione del permesso, quando lo straniero sia in possesso dei requisiti previsti per un permesso di soggiorno diverso da quello posseduto.

MINORI

Prevedere (con legge) che per il minore che viva in Italia con genitori irregolarmente soggiornanti possa essere richiesto, dai servizi sociali del comune o dall’autorità scolastica, un permesso per minore età, con esplicito divieto di segnalazione di elementi relativi alla posizione dei familiari del minore all’autorità di pubblica sicurezza o all’autorità giudiziaria (in analogia con il divieto di segnalazione dello straniero che ricorra a prestazioni sanitarie). In mancanza di una tale previsione, paradossalmente, il minore in questa condizione finisce per essere meno tutelato del minore non accompagnato.

Chiarire (con circolare, nello spirito di quanto affermato da circolare ministero dell’Interno 7/8/2009) che non può essere richiesta l’esibizione del permesso di soggiorno né del minore né del genitore per l’accesso, oltre che alla scuola primaria e alla scuola secondaria di primo grado, anche

– all’asilo nido;

– alla scuola dell’infanzia;

– alla scuola secondaria superiore e alla formazione professionale, anche oltre i dieci anni di scolarizzazione e i sedici anni di età, fino al conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale;

– ai servizi e alle provvidenze finalizzati a promuovere il diritto all’istruzione e alla formazione (libri, mense, trasporto ecc.).

Consentire (con legge), anche dopo il compimento della maggiore età, con eventuale rilascio di un permesso di soggiorno, il completamento del percorso di istruzione o formazione intrapreso durante la minore età, incluso il conseguimento del titolo finale. La normativa nazionale attuale, che garantisce la frequenza scolastica anche al minore straniero privo di permesso di soggiorno, non estende la copertura fino all’esame di maturità, quando questo venga sostenuto dopo il compimento della maggiore età.

DIRITTI CIVILI

Chiarire (con circolare, coerente con l’orientamento nettamente prevalente della giurisprudenza di merito e con le indicazioni date dalla Corte Costituzionale) che lo straniero regolarmente soggiornante abilitato a svolgere attività lavorativa accede al lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione in condizioni di parità con il cittadino dell’Unione Europea. In attesa di una riforma della legge sulla cittadinanza, questa misura spazzerebbe via almeno gli intralci che precludono, contra legem, ai giovani della seconda generazione la partecipazione ai concorsi pubblici.

Chiarire (con circolare, coerente con le numerose sentenze della Corte Costituzionale) che le disposizioni di cui all’art. 80 co. 19 legge 388/2000, che limitano l’accesso alle prestazioni di sicurezza sociale di carattere non contributivo (per esempio: assegno di invalidità) ai soli titolari di permesso Ce per soggiornanti di lungo periodo, devono ritenersi non più applicabili, anche con riferimento alle misure assistenziali non ancora esplicitamente considerate dalla Corte.

Chiarire (con circolare, coerente con la giurisprudenza recente) come l’assegno per il nucleo familiare con almeno tre figli, previsto da art. 65 legge 448/1998, spetti anche al titolare di permesso Ce per soggiornanti di lungo periodo, non essendo stata prevista, in sede di attuazione della direttiva 2003/109/Ce, alcuna deroga esplicita al principio di parità di trattamento in materia di assistenza sociale con riferimento a tale assegno.

RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE

Chiarire (con circolare, in applicazione del principio del superiore interesse del minore) come la mancata verifica dei requisiti economici normalmente previsti per il ricongiungimento non deve comportare il diniego del nulla-osta nei casi in cui questo costringa il figlio minore a vivere in patria in condizioni economiche più disagiate di quelle che gli verrebbero assicurate in Italia e/o gli impedisca di godere del diritto all’unità familiare.

Agevolare, anche in mancanza della documentazione ordinariamente prevista, il rilascio del visto e l’effettuazione del viaggio, quando si tratti di familiari di destinatario di protezione internazionale (soprattutto se minori), e includere (con legge), tra i familiari che possono beneficiare del ricongiungimento, quanti dipendano dal titolare della protezione internazionale per il proprio mantenimento (per esempio: genitori a carico che vivano in patria, in condizioni di indigenza, con figli minorenni, o figlio maggiorenne con gravi problemi di salute, ma non totalmente invalido).

CITTADINANZA

Correggere (con legge) la definizione di residenza legale, ai fini dell’applicazione della legge sulla cittadinanza, da quella oggi vigente (soggiorno legale e iscrizione anagrafica) al semplice soggiorno legale. Con l’attuale definizione, il percorso verso l’acquisto della cittadinanza è spesso irrimediabilmente ostacolato da cancellazioni anagrafiche o da ritardi nell’iscrizione, spesso dovuti a inessenziali difetti di comunicazione tra lo straniero e l’ufficio di anagrafe.

Eliminare (con circolare) il requisito di reddito dal novero di quelli presi in esame ai fini della naturalizzazione (va mantenuto invece quello di affidabilità fiscale, se applicabile). Questo allenterebbe di molto, anche in mancanza di una riforma della legge 91/1992, gli ostacoli incontrati dai giovani di seconda generazione rispetto all’acquisizione della cittadinanza. (Sergio Briguglio, http://www.lavoce.info/ )

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IL NOBEL PER LA PACE ALL’UE, UN’OCCASIONE E UN PARADOSSO

di Lucio Caracciolo, da LIMES, 12/10/2012

– La famosa domanda di Kissinger trova finalmente una risposta. Speriamo che il premio serva a riaprire il dibattito sulle ragioni che ci uniscono o ci dividono quando parliamo di Europa. Nelle motivazioni, un elogio ai Pigs e un appello alla pacificazione dei Balcani –

   Finalmente avremo la risposta alla celebre domanda di Henry Kissinger: “qual è il numero di telefono dell’Europa?”.

   Quando il rappresentante (Barroso? Van Rompuy? Il presidente di turno? E che fare della baronessa Ashton?) dell’Unione Europea andrà a rititrare il premio Nobel per la pace appena assegnatogli dal Comitato di Oslo, avremo definito una questione che ci trasciniamo dalla nascita del progetto comunitario, ossia chi ne sia il titolare.

LIMES, rivista italiana di geopolitica: qui la copertina del numero uscito il 9 ottobre scorso dedicato agli accadimenti e alle politiche migratorie

   Risolta questa curiosità, l’assegnazione del premio Nobel per la pace all’Unione Europea sarà anche un’utile occasione per riflettere sul senso di questa nostra impresa. La crisi economica e finanziaria ci ha fatto dimenticare la ragione di fondo per la quale sei paesi firmarono a Roma, nel 1957, il Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea: la pace.

   È interessante osservare che la dichiarazione di Thorbjørn Jagland, presidente del Comitato per il Nobel, inizia evocando la riconciliazione tra Francia e Germania. Questo era il cuore geopolitico del progetto comunitario, questo resta ancora oggi l’aspetto strategico più rilevante dell’assetto europeo.

   Ai molti paradossi che segnano la storia dell’Unione Europea, se ne è così aggiunto oggi un altro: l’assegnazione del premio Nobel nella capitale di un grande paese europeo che si è rifiutato per referendum di aderire all’Ue.

   È anche notevole che nella motivazione si faccia riferimento all’integrazione di Spagna, Portogallo e Grecia dopo il collasso dei rispettivi regimi autoritari. Un curioso elogio ai Pigs.

   Infine, in un tentativo di proiettare in avanti gli effetti di pace e riconciliazione già ottenuti all’interno dell’attuale assetto geopolitico comunitario, il comitato indica nei Balcani il futuro terreno di coltura della vocazione pacificatrice europea.

   Sarà naturalmente la storia a stabilire quanto fondata sia l’assegnazione del premio Nobel all’Unione Europea.

   Speriamo comunque che questo meritato premio possa offrire finalmente occasione non solo per celebrazioni ma soprattutto per dibattere le ragioni di fondo che ci uniscono o ci dividono quando parliamo di Europa. (Lucio Caracciolo)

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EPILOGO: SUI NUOVI MURI

 Dal blog

http://mussakhan.wordpress.com/about/

MUSSA KHAN

   Mussa Khan è un muhajır, un rifugiato in cerca di un posto sicuro dove vivere. La sua storia è quella dei tanti afghani che ogni anno, dopo aver lasciato la famiglia, percorrono migliaia di chilometri per fare domanda di asilo in Europa.

   Mussa Khan è solo un ragazzo. Seguendo le sue tracce, però, ci si imbatte in un intero mondo in movimento, fatto di storie, di speranze, di persone.

   Per realizzare questo reportage, pubblicato a puntate, l’autore ha viaggiato per due mesi sulle rotte dei migranti attraverso Turchia, Grecia e Italia; ha visitato venti diverse associazioni; ha intervistato poliziotti, camionisti, equipaggi di navi; ha incontraro trafficanti, falsari, faccendieri e intermediari. Ma soprattutto ha condiviso con i muhajirin la lunga strada lastricata di sogni, aspettative, delusioni e notti insonni che porta in Europa.

   Il progetto “Mussa Khan” nasce dall’aver ascoltato e vissuto le vicende di Asif, Mortaza, Reza e Abbas.

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9° post. VITTIME DI CONFLITTI CHE NON LI RIGUARDANO. COME QUELLO ANNOSO TRA GRECIA E TURCHIA, CHE HA LASCIATO UN’EREDITÀ MORTALE DI MINE LUNGO IL CONFINE DELL’EVROS. Ma anche una volta arrivati nella sospirata terra ellenica, i muhajirin trovano un paese in crisi economica, sempre meno disposto ad offrire loro protezione ed asilo

   L’oscurità si rovescia sui colli della Tracia come un’alluvione. Il cono alogeno dei fari sull’asfalto è l’unico appiglio offerto alla vista, privata di ogni riferimento dall’oscurità circostante.

   Orestis guida da due ore, procedendo a velocità ridotta per non compromettere il carico. Una lunga fila di camion in sosta prima dello svincolo per Traianopoli attrae la sua attenzione: “Guarda lì. Da una settimana c’è lo sciopero coatto. Non può circolare nulla, solo i beni alimentari.” E continua: “La crisi economica ci sta mangiando vivi. Io trovo ancora lavoro solo perché trasporto birra. E i greci non smetteranno mai di bere birra.” Scopro che l’intero paese è a corto di carburante e che da diversi giorni lunghe file di auto si accalcano ai pochi distributori ancora riforniti.

   Komotini. Orestis spegne il motore e accende una sigaretta. “Allora, volevi sapere delle mine antiuomo”. Estrae una mappa dal vano nello sportello e la dispiega sul cruscotto. “Da qui a qui”, dice indicando le località di Nea Vissa e di Kastanias, “era tutto un campo minato”. La striscia di territorio si distende per circa 10 km. “E’ l’unico tratto in cui l’Evros scompare in territorio turco, perciò la Grecia non controlla la riva destra del fiume. Lì i soldati greci e turchi si guardano faccia a faccia, senza acqua di mezzo.”

   Per rimediare alla geografia ostile, la Grecia ha disposto una serie di barriere tattiche. “Nulla lì è casuale. Una vasca per allevare pesci è in realtà una trincea allagata. Una zona boschiva nasconde un passaggio invisibile ai satelliti. E così via.” Ripiega la carta e getta via il mozzicone. “Le mine sono il male peggiore. E purtroppo a pagarne le conseguenze sono quelli che non c’entrano nulla, i migranti”.

   2008. La Grecia procede alla bonifica dei campi minati, pressata dalla comunità internazionale. Orestis presta servizio in quella regione. “I tecnici procedevano nello sminamento. Ciononostante la notte sentivamo spesso quelle esplosioni sorde, improvvise. In sei mesi mi è capitato molte volte. Una sera toccò ad un mio amico andare di pattuglia. Le foto che ha fatto col cellulare mi hanno tolto il sonno per giorni. I corpi avevano perso forma. Tronconi senza braccia né gambe.”

   “Ma ora”, gli chiedo mentre riprende l’autostrada,“la zona è bonificata?” Accende un’altra sigaretta. Braci lucenti si liberano nell’oscurità “Ufficialmente si. Però c’è un problema: le inondazioni. Quando il fiume straripa, l’acqua fluidifica il terreno e le mine si spostano. Perciò, anche leggendo le mappe dei campi minati, non è possibile rintracciare tutti gli ordigni.” E aggiunge: “Anche in aree bonificate ci era assolutamente proibito lasciare i sentieri e le strade battute. L’esercito greco non poteva fidarsi neanche di se stesso!”

   Un attimo di silenzio mi dà modo di riflettere. A Van, ai piedi delle montagne che scendono dall’Iran, un pilota dell’esercito turco mi confessò che sui quei terreni l’esercito ha licenza di uccidere. E che a pagarne le conseguenze sono proprio i migranti, vittime di una guerra che non è la loro. Ora, a distanza di duemila chilometri, ritrovo uno scenario simile. La strada per l’Europa gronda del sangue dei migranti. Spero che Mussa Khan sia riuscito a venirne fuori anche questa volta.

   Il flusso dei pensieri è interrotto dalla voce di Orestis.“Un giorno ho sentito una voce. Diceva che i militari turchi, d’accordo con i trafficanti, usano i migranti come cavie. Gli forniscono indicazioni sbagliate su come attraversare i campi, facendoli finire proprio in mezzo alle mine. In questo modo testano l’effettivo stato di avanzamento della bonifica.”

   L’alba ovattata preannuncia una giornata torrida. La via Egnazia, antico asse vario che collega l’Adriatico ai Dardanelli, scorre ai miei piedi. Mentre aspetto un passaggio per Salonicco penso alle parole che Orestis mi ha detto prima di salutarmi, proseguendo per Larissa. “Vedevo spesso partire le camionette piene di migranti, a notte fonda. Li facevano uscire dalle celle della base e li caricavano nei vani. Non sapevo dove li portassero, quel tipo di servizio non lo fanno svolgere ai militari di leva come me. Ma al mattino le camionette tornavano vuote.” Un riscontro diretto al fenomeno dei respingimenti illegali.

   Yusuf è somalo. Lo incontro nell’androne dello xenonas di Salonicco, una palazzina di tre piani adibita a centro di accoglienza. “Ho speso una montagna di soldi per passare l’Evros con i miei otto figli e mia moglie, per poi ritrovarmi bloccato qui. Da più di un anno e mezzo aspetto l’intervista con l’UNHCR.” Insieme a Yusuf vivono nello xenonas sessanta persone. Più della metà degli ospiti sono muhajirin afghani. “Tiriamo avanti con la pink card , il permesso di residenza per richiedenti asilo. Ma è poco più di carta straccia. Nessuno trova lavoro, con quello.”

   “Il problema è che il governo greco non ha risorse per gestire il fenomeno.” Da tempo Meropi fa la volontaria nel centro. “Da circa un anno noi dell’Antiracist Movement abbiamo preso in mano la situazione. Prima il governo gestiva questo ed altri centri direttamente, ma poi ha affidato tutto ad associazioni ed enti poco trasparenti, che nel giro di qualche mese hanno dichiarato bancarotta. Da allora la situazione è gestita interamente da noi volontari”.

   Meropi mi accompagna in una visita nella palazzina. Intere famiglie vivono ammassate in stanze singole. “Almeno loro hanno trovato un posto dove stare. Per la maggior parte dei migranti c’è solo la strada.” Si calcola che in Grecia vi siano 45mila richiedenti asilo, mentre le strutture di accoglienza sono praticamente assenti.

   Dalla strada un’auto suona il clacson. Ci affacciamo al balcone. Un ragazzo greco scarica dal portabagagli casse di pomodori, detersivi, pacchi di pasta, latte in polvere. “La gente ci sostiene molto, altrimenti non potremmo farcela. Ma non so per quanto potrà durare. La situazione sociale greca è una bomba a orologeria, e purtroppo la crisi economica sta facendo maturare i tempi ancora più in fretta.”

   Iran. Afghanistan. Somalia. Palestina. Eritrea. La declinazione delle nazionalità ospitate nello xenonas suona come un bollettino di guerra. Nel pomeriggio Alì, energico capofamiglia palestinese, mi lascia dormire per qualche ora nel suo alloggio. I suoi tre figli giocano rumorosamente nella stanza insieme a bambini somali, afghani ed eritrei, saltando da un letto all’altro. Parlano un misto di arabo, greco e inglese. Se non fosse per la drammaticità della situazione e per la seria ipoteca che incombe sul futuro di questi bambini, direi che la migliore generazione del domani è quella che ho sotto i miei occhi.

   La notte trascorre insonne, come capita spesso ai muhajirin . “Noi non dormiamo mai perché la nostra testa è impegnata a cercare un modo per andare via, per proseguire il viaggio. Finché siamo in movimento, il corpo si affatica e la mente fa altrettanto. Ma qui siamo costretti all’immobilità, e il cervello non trova pace.”

   Alì, Yusuf e Osama, capofamiglia afghano, il più anziano residente del centro, raccontano stralci delle loro storie. Storie di infinite fughe, momentaneamente interrotte grazie al lavoro dei volontari di Salonicco. “La nostra meta non è certo questa. Ma ormai i modi per proseguire per l’Europa sono pochi, e richiedono tutti tanti soldi.”

   Alì ha già provato cinque volte a oltrepassare l’Adriatico. Vuole raggiungere Stoccolma, dove da un anno vive sua moglie insieme agli altri tre figli. “Ho documenti falsi per me e per i miei figli, ma siamo sempre stati scoperti a causa dei trafficanti.” Tira fuori la carta d’identità spagnola del figlio Hassan, acquistata ad Omonia, nel centro di Atene.

   “Una volta arrivati a Patrasso o Igoumentisa, i trafficanti, esperti di documenti e identità false, segnalano alla polizia la presenza dei migranti. In questo modo mantengono il controllo totale sul traffico delle persone.” Intanto mi mostra dallo schermo del cellulare una foto di una cella buia in cui si riconoscono il suo volto e quello di Hassan. “Risale a un mese fa, dopo il nostro ultimo tentativo finito male. Arrestano anche i bambini, come puoi vedere.”

   Yusuf non ha mai provato, spaventato dall’idea di muoversi insieme a otto figli. “Le difficoltà che ho incontrato viaggiando dalla Somalia a qui sono niente, in confronto a quello che mi aspetta sull’Adriatico”.

Osama racconta una storia incredibile: “Ho pagato duemila dollari per entrare in un camion diretto a Bari.  Ero insieme a altri venti muhajirin afghani. Abbiamo navigato per un giorno interno, partendo da Patrasso. Sembrava tutto regolare. Una volta arrivati, il camionista ci ha fatto scendere in un luogo isolato ed è andato via. Solo al mattino abbiamo scoperto che ci trovavamo sull’isola di Creta, invece che in Italia.”

   Alle cinque del mattino andiamo finalmente a dormire. Nel silenzio della stanza chiedo a Alì se abbia mai sentito parlare di respingimenti extra legali sul fiume Evros. Un lungo sospiro precede la sua risposta: “Il 25 novembre del 2006 l’esercito greco ha messo me e tutta la mia famiglia su un barcone, insieme ad altre centoventi persone. Ma non ci hanno rispedito in Turchia. Ci hanno lasciato in piena notte su un isolotto in mezzo del fiume. I miei due figli più piccoli, gemelli, avevano due mesi. E’ stato il giorno più difficile della mia vita.” Il duro racconto riempie il breve intervallo temporale che precede l’alba.

   Quando dalla finestra entra la prima luce, Alì si alza dal letto. “Io non ho sonno, lo vuoi un caffè?” Sorrido. Per lui inizia un’altra interminabile giornata d’attesa, per me l’ennesimo giorno a caccia di Mussa Khan.

(da

http://mussakhan.wordpress.com/2010/09/28/grecia-povera-povera-grecia/)

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