La REGIONE VENETO propone di RIDURRE LE PROVINCE da 7 a7 (sette) – Ma IN TUTTA ITALIA NON È DIVERSO – Le Istituzioni dei TERRITORI CHE NON VOGLIONO CAMBIARE mentre tutto il contesto (il mondo) è cambiato – Regioni, Province e i (troppi) Comuni che resistono al cambiamento della geografia (fino a quando?)

AREA METROPOLITANA VENETA PA.TRE.VE. (Padova, Treviso, Venezia) – FLUSSI DI PENDOLARI TRA LE CITTÀ VENETE. Ogni linea rappresenta un flusso di 100 auto al giorno (mappa ripresa dal sito http://www.linkiesta.it/blogs/italiability/ )

   Con il decreto legge 95 del 6 luglio scorso (famoso per aver introdotto l’acronimo “spending review”) il governo ha posto mano concretamente alla riduzione delle Province. Che in tutto sono 110, ma di fatto 107 (per Aosta, unica provincia nella sua regione, le competenze provinciali sono svolte dalla Regione; Trento e Bolzano sono sì province ma con lo statuto speciale ciascuna ha pure compiti regionali).

   Il decreto di luglio sulla spending review stabilisce che una provincia per poter conservarsi, non essere abolita, deve avere perlomeno 350mila abitanti e non meno di 2.500 chilometri quadrati di superficie. E che quelle che persistono in territori dov’è prevista la costituzione di aree-città metropolitane (sono dieci: Torino, Milano, Venezia, Genova, Firenze, Bologna, Roma, Bari, Napoli e Reggio Calabria), lì le province sono abolite a prescindere dai due citati parametri dimensionali di abitanti e chilometri quadrati. Si passerebbe così da 86 province a 44 nelle regioni a statuto ordinario. Sì, perché nelle regioni a statuto speciale la loro riduzione richiede tempi un po’ più lunghi (di sei mesi), per modifiche a ciascun statuto regionale che, per volontà costituzionale, dev’essere tutelato, rispettato.

La GRANDE MILANO è una città multicentrica che deve funzionare a sistema per favorire la sinergia tra le diverse parti che disegnano tale insieme urbanizzato; una città reticolare, in cui appare evidente come il tema della mobilità (sia collettiva che individuale) costituisca un tema rilevante. Milano città, in questo senso, rappresenta il nodo principale e più complesso di una intera REGIONE-URBANA. (da http://www.ilsole24ore.com/)

   Però va detto che la riduzione provinciale voluta dal Governo (sia chiaro: tale riduzione è fatta per soli fini di abbassamento della spesa pubblica, e non solo per le minori Province che ci saranno, ma anche  per l’automatica riduzione di prefetture, questure, sedi INPS… e di tutti gli organi statali che ciascuna provincia detiene…), questa abolizione di alcune Province contiene un elemento garantista e di tutela delle autonomie locali: è infatti previsto all’art. 17 del decreto legge 95 del 7 luglio che entro il 3 ottobre i “CAL” di ciascuna regione (Consigli delle Autonomie Locali, composti da sindaci e altri rappresentanti delle varie realtà provinciali) avrebbero potuto formulare proposte in merito agli accorpamenti  e alla risistemazione territoriale nella propria regione di appartenenza, proposte da sottoporre ai Consigli regionali; Regioni che a loro volta entro il 25 ottobre devono comunicare al Governo le loro proposte definitive; e il Governo che dovrà assumere la decisione finale.

   Ebbene, questo coinvolgimento regionale di decisioni di riassetto delle istituzioni locali (le Province da accorpare, abolire, ma anche le Aree Metropolitane da istituire), questo coinvolgimento si è rivelato un disastro un po’ dappertutto nelle realtà regionali italiane.

   Interessi particolari, clientele, paura di perdere elettori…. Sembra che “dal basso”, dalle realtà locali che sarebbe bene che decidessero per prime il loro destino (nell’ambito di un disegno nazionale unico) non sia possibile decidere niente. E che ogni decisione la si debba imporre centralmente. E questo non è una buona cosa.

   Resta comunque un problema: cioè che appare evidente che si rischia una gran confusione salvando alcune province e abolendone altre. E, a nostro avviso, si rischia pure uno squilibrio e una insensatezza nell’istituire solo 10 “aree-città metropolitane” e non dotando invece tutti i territori di loro aree metropolitane.

   Noi riteniamo che tutti i territori debbano avere la loro territorialità riconosciuta come AREA METROPOLITANA. Su questo BLOG ultimamente si è instaurata una interessante discussione, sui confini e sul significato che devono avere le Aree Metropolitane, tra due nostri partecipanti attivi, LUCA PICCIN e FRANCESCO CAFARO (cliccate i loro interventi qui di fianco a destra, oppure per vedere i loro interventi andate alla fine di questo post sull’argomento “aree metropolitane”:

https://geograficamente.wordpress.com/2012/04/13/aree-metropolitane-non-s ).

   Ad esempio, nel Veneto si arriverà alla costituzione di un’unica Area Metropolitana (che rischia di essere scelleratamente data dai confini attuali delle -ex- provincia di Venezia) (anche se si sta proponendone un’altra per l’area tra Verona e Vicenza), ma a nostro avviso tutto il territorio veneto dovrebbe vedere sia l’eliminazione delle Province che l’istituzione di Aree metropolitane dovunque.

il VENETO con 7 possibili AREE METROPOLITANE

      Avevamo prospettato un’idea delle POSSIBILI 7 “AREE METROPOLITANE” VENETE e dei loro confini: 1- PA.TRE.VE. (Padova / Castelfranco / Treviso / Venezia); 2- VENETO NORD-ORIENTALE (costa adriatica a nord di Venezia / confini del Friuli occidentale -Pordenone-; 3- VENETO SUD-ORIENTALE (Chioggia / Adria / Rovigo / Este); 4- VERONA (Legnago, Verona, Lago di Garda); 5- PEDEMONTANA VICENTINA (Schio / Vicenza / Thiene / Bassano); 6- PEDEMONTANA TREVIGIANA (Asolano / Montebellunese / Conegliano / Vittorio Veneto); 7- VENETO MONTANO (Altopiano di Asiago / Feltrino / Bellunese / Agordino / Cadore).

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   Ma nessun senso hanno le Aree Metropolitane se non si prospetta l’eliminazione in tutta la nostra Penisola italica delle Province. E, ancor di più se non si istituiscono CITTA CREDIBILI, di almeno 60.000 abitanti, accorpando i medio piccoli comuni con COERENZA GEOGRAFICA (in base a criteri di comunanza geomorfologica, economica, storica…).

   Ma per fare tutto questo non si può sperare che il dibattito politico di queste settimane e mesi, sconnesso e senza decidere niente da parte degli organi preposti (le Regioni), possa produrre cose positive. Se la decisione resta difficile per “la politica”, essa stessa potrebbe prospettare la creazione (per la decisione del ridisegno territoriale) di una “Autorithy”, cioè dei rappresentanti, dei SAGGI, cui tutti possano riconoscersi, che abbiano la facoltà di formulare un proposta geografica chiara sulla possibile (precisa nei confini) definizione territoriale delle AREE METROPOLITANE, delle nuove CITTA’ costruite sui Comuni accorpati (ovvio che le Municipalità, col loro significato di vicinanza alla popolazione, permangono). E con anche una ridefinizione delle attuali REGIONI in MACROREGIONI: perché così come sono non funzionano, sono troppe, assai costose, e poco funzionali nel rapportarsi con lo “Stato- Nazione” e con l’EUROPA federata.

   Su tutto vale la necessità di ELIMINARE TOTALMENTE LE PROVINCE (non ridurle, in un pasticcio confuso, come si sta facendo ora). E’ l’obbiettivo primo (l’eliminazione delle Province) di ogni virtuosa ridefinizione dei nostri territori. (sm)

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LE PROVINCE ANDAVANO ABOLITE TUTTE. COSÌ, È UN PASTICCIO

di Gianfranco Morra, da “ITALIA OGGI” del 16/10/2012

   Province: sì o no? Una discussione vecchia di 150 anni. E anche più, quando si pensi che già Cattaneo nel suo scritto su «La città» (1858) aveva indicato nel comune il principio ideale della nostra storia: «La città è l’unico principio per cui i trenta secoli della istoria italiana siano leggibili. I comuni sono la nazione; sono la nazione nel più intimo asilo della libertà».

   Una tesi che anche l’ultimo Mazzini aveva condiviso. Avevano capito che i comuni (area ristretta) e le regioni (area vasta) dovevano essere gli enti di organizzazione del territorio. Invece, fatta l’Italia, il territorio venne diviso per province, rette da un prefetto di nomina governativa: statalismo e centralismo, come in quella Francia da cui furono imitate. L’Italietta e ancor più il fascismo se ne servirono, non certo per dare democrazia. Erano piccoli feudi del potere centrale, come intuì Luigi Einaudi nel 1944, col suo famoso saggio: «Via il prefetto!».

   Nell’Italia democratica il problema si ripropose e non pochi costituenti volevano eliminarle. Prevalse il mantenimento. Quando poi, nel 1970, entrarono in funzione le regioni si capì che le province, con le loro scarsissime competenze, non servivano proprio. E politici griffati, come La Malfa e Berlinguer, ne proposero l’abolizione.

   Ne discussero due Bicamerali, con Bozzi e De Mita-Jotti. Ma tutto rimase come prima, anzi peggio di prima. Le province aumentarono, erano 91, divennero 110. La partitocrazia aveva vinto: più che istituzioni amministrative efficienti le province erano costosi uffici di collocamento per travet raccomandati e per politici in scuola guida o in pensione.

   Ma il problema si è riproposto con la crisi economica, che imponeva di ridurre i costi della elefantiaca e handicappata macchina statale. Nessuna classe politica, ovviamente interessata a mantenere privilegi, poteva dare una risposta.

   Ma il governo dei tecnici, appena in carica, dette un forte squillo di tromba: il decreto «Salva Italia» (4 dicembre 2011) prevedeva, per ridurre le spese, di eliminare le province. Ma ben presto la tromba è diventata una trombetta: da «Salva Italia» a «Salva Province».

   Eliminarle? Difficile, meglio ridurle. L’operazione è partita, ma siamo ancora nei preliminari e le province cercano con ogni mezzo di ostacolare la riduzione: deroghe, accorpamenti, spostamento di comuni, specificità territoriale, tradizione storica; e, soprattutto, il ricorso alla Corte Costituzionale, che può bloccare la decisione di mesi, in attesa che un nuovo governo politico possa mantenere queste «greppie».

   Vinceranno i «furbetti». La previsione più probabile è che, tra salvate e accorpate, nelle regioni a statuto ordinario ne resteranno in piedi, anzi sedute, circa cinquanta. Più parte non piccola delle 29 province delle regioni «speciali», più le dieci città metropolitane.

   Il qualcosa è sempre meglio del niente. Un piccolo risparmio ci sarà. Ma il vero problema è un altro. Se le province, che sono i meno fattivi enti territoriali, non servivano, andavano cancellate tutte. Cancellarne solo una (piccola) parte, con due criteri matematici (estensione e popolazione) significa fare più enigmistica che amministrazione.

   E il bello deve ancora venire. È facile capire cosa accadrà dopo: richiesta di altre competenze, difesa dei budget delle province accorpate, conflitti campanilistici sulla sede del capoluogo, proteste degli impiegati costretti al pendolarismo, lunghi confusi periodi di riordino e adattamento.

   Monti poteva fare quello che i politici non avrebbero mai fatto. Era partito bene, poi ha scelto la cautela e la mediazione. Certo, per eliminare del tutto le province, introdotte dall’art. 114 della Costituzione, una legge ordinaria non bastava, ci voleva una modifica della Carta.

   Ma se si è riusciti a modificare la carta in pochissimo tempo per obbedire alla Ue si poteva fare anche per le Province magari in contemporanea. con il Fiscal Compact. Faute de mieux, Monti ha ripiegato su una soluzione accomodante e un po’ pasticciata. Rinunciando così a quasi tutti i vantaggi che con una decisione coraggiosa e coerente si sarebbero potuti avere. (Gianfranco Morra)

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PRONTO IL DECRETO SULLE NUOVE PROVINCE: 36 SOPPRESSE, DAL 2013 TUTTE COMMISSARIATE

– Il ministro Patroni Griffi: «Una riforma importante non può venir meno solo per resistenze localistiche» –

di Lorenzo Salvia, da “il Corriere della Sera” del 22/10/2012

   Niente da fare per Benevento, che invocava la «storia del territorio sannita», e nemmeno per Rovigo, che sul piatto metteva la «peculiarità del Polesine». Giorni contati per Treviso, troppo piccola di appena 23 chilometri quadrati, e per Terni, che pur di sopravvivere aveva suggerito il trasloco a qualche Comune dalla vicina Perugia. La nuova cartina delle Province italiane è agli ultimi ritocchi: arriverà con un decreto legge all’esame del primo Consiglio dei ministri di novembre.

   Una mappa che mette insieme le proposte che stanno arrivando in queste ore dalle Regioni. E che respinge le tante richieste di deroga, applicando senza sconti le regole fissate con la legge sulla spending review : le Province che hanno meno di 350 mila abitanti o un’estensione inferiore ai 2.500 chilometri quadrati dovranno essere accorpate con quelle vicine.

   Considerando solo le Regioni a Statuto ordinario, le Province scenderanno da 86 a 50, comprese le dieci Città metropolitane. Quelle tagliate saranno trentasei, alle quali bisogna aggiungere un’altra decina di cancellazioni nelle Regioni a statuto speciale, che però hanno sei mesi di tempo per adeguarsi e decideranno loro come farlo. Le uniche che potrebbero essere recuperate sono Sondrio e Belluno. Per il resto palla avanti e pedalare.

Guarda: la mappa delle nuove province

I COMMISSARI – «Non possiamo pensare che una riforma importante come questa – dice il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi – possa venir meno solo per delle resistenza localistiche». Anzi. Per mettere al sicuro il risultato ed evitare la tentazione del dietrofront, vedi campagna elettorale e nuovo governo, il decreto prevede un processo a tappe forzate.

   Dalla fine di giugno del 2013 tutte le Province, anche quelle che non si vedranno toccare i confini, saranno guidate da un commissario. Toccherà a lui curare la transizione verso il nuovo regime. Un’accelerazione non da poco perché la legge sulla spending review lasciava intendere che sarebbero andate a scadenza naturale, mentre nelle Città metropolitane il processo sarebbe dovuto partire all’inizio del 2014. Resta da decidere solo se il commissario sarà esterno, nominato dal prefetto, o se il ruolo verrà affidato al presidente uscente della Provincia.

NUOVE SEDI – Più probabile la seconda ipotesi perché, nei limiti del possibile, si andrà incontro alle richieste del territorio. È il caso della Basilicata. La Regione avrà una sola Provincia ma vorrebbe spostarne la sede a Matera, lasciando invece a Potenza gli uffici regionali. Si può fare. Pronti al confronto anche sugli uffici periferici dello Stato, come le questure o le prefetture.

   Il decreto dice che ci sarà una «consultazione del governo con il territorio» in modo da spalmare la presenza dello Stato. Per capire: se la nuova Provincia di Modena e Reggio Emilia avrà la sede politica a Modena, la questura o la motorizzazione potrebbero andare invece a Reggio. Cosa succederà ai dipendenti? «Nell’immediato – dice il ministro – non ci sarà una contrazione del personale ma ci potrebbe essere uno spostamento fisico. Naturalmente i criteri di quest’operazione andranno studiati con un esame congiunto insieme ai sindacati».

SISTEMA ELETTORALE – Una modifica riguarderà anche il nuovo sistema elettorale, quel meccanismo di secondo livello con i consiglieri eletti non più dai cittadini ma dai consiglieri comunali sul quale a giorni si pronuncerà la Corte costituzionale. La sostanza non cambierà ma i voti saranno ponderati per evitare che, all’interno dei nuovi consigli provinciali, i Comuni piccoli pesino come quelli grandi. Ci siamo, insomma. «Qualche intoppo può sempre arrivare – dice Patroni Griffi – ma faremo di tutto per superarlo».

   E non finisce qui. «Bisognerà andare avanti riflettendo sia sulle dimensioni delle Regioni sia sul numero dei Comuni: sono 8 mila, troppi, e la metà ha meno di 5 mila abitanti». Un altro decreto, sulle macro Regioni e le fusioni dei Comuni? «Per carità, tocca a chi ci sarà nella prossima legislatura». (Lorenzo Salvia)

mappa delle nuove Province accorpate: nelle Regioni a statuto ordinario potrebbero passare da 86 a 50 (mappa tratta da “il Corriere della Sera” del 22/10/2012) – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA

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PROVINCE, TAGLIO CON DEROGA

di Antonello Cherchi, Giuseppe Latour, Francesco Nariello – da “il Sole 24ore” del 22/10/2012

   Riordino con deroga per le province. La voglia di cancellare le amministrazioni che non rientrano nei parametri fissati dal Governo (2.500 chilometri quadrati e almeno 300mila abitanti) è poca e quasi tutte le regioni sono a caccia di scorciatoie.

   I giochi sono praticamente fatti. Entro domani le quindici amministrazioni regionali a statuto ordinario devono inviare a Palazzo Chigi le proposte di riorganizzazione del loro territorio. Dopodiché la palla passerà nelle mani dell’Esecutivo, che deve disegnare la nuova geografia.

   Compito che si prospetta assai complicato, perché le ipotesi di riordino che stanno per arrivare sul tavolo di Palazzo Chigi hanno, in gran parte dei casi, cercato di aggirare i paletti fissati dal Governo. Solo l’Emilia Romagna e la Liguria hanno, infatti, definito una proposta che rispetta le indicazioni dell’Esecutivo. È pur vero che diverse amministrazioni decideranno all’ultimo momento, tra oggi e domani, ma la prospettiva appare ormai delineata: salvare il salvabile attraverso la richiesta di deroghe.

   La lista delle eccezioni da Nord a Sud è lunghissima. A conti fatti, più della metà delle regioni manderà – a meno di aggiustamenti dell’ultimo minuto – una proposta che non si attiene alle regole.
Il record delle deroghe richieste appartiene alla Lombardia. Qui, l’ipotesi presentata dal Cal già prevedeva tre eccezioni (Monza-Brianza, Sondrio e Mantova). Ma la giunta, con una delibera che sarà formalizzata oggi, chiederà di lasciare invariato l’attuale assetto, invocando, di fatto, otto deroghe per mantenere in vita le province fuori parametri.

   In attesa dell’esito del ricorso che la Lombardia ha presentato alla Corte costituzionale. Il fronte giuridico, però, finora non ha arriso alle amministrazioni, che si sono ritrovate sconfitte davanti al Tar. Nei giorni scorsi, infatti, il tribunale amministrativo del Lazio ha respinto la richiesta di sospensiva, avanzata da alcune province, della delibera con cui il Governo a fissato i criteri del riordino.
Insomma, le si tenta tutte perché niente cambi. Come in Veneto, che avrebbe dovuto cancellare quattro province – Rovigo, Belluno, Padova e Treviso – e invece alla fine si è deciso di mantenere gli attuali confini. Lasciando così la “patata bollente” al Governo. Una situazione che assomiglia a quella del Lazio. Dove anche la presidente Polverini ha deciso di impugnare davanti alla Consulta la norma che impone la riorganizzazione.

   E, per coerenza con questa scelta, non presenterà alcun piano di riassetto. La strada, d’altra parte, risulta obbligata: due grandi province – con l’accorpamento di Viterbo a Rieti e Latina a Frosinone – e la città metropolitana di Roma.
Magmatica la situazione pure in Toscana, dove le amministrazioni da tagliare erano addirittura nove, con il Cal che è faticosamente arrivato ad avanzare due ipotesi, le quali prevedono rispettivamente, quattro o cinque province più Firenze. Tutto però è rimandato alla decisione che il Consiglio prenderà oggi.
Per completare il quadro delle eccezioni restano altri cinque casi, dove le soluzioni individuate sono spesso fantasiose. La Basilicata chiede, in prima istanza, di lasciare tutto com’è oppure, in subordine, di formare la “provincia unica di Lucania“, con Matera capoluogo di provincia e Potenza capoluogo di regione. L’Umbria propone di trasferire alcuni comuni da Perugia a Terni.

   La Campania di salvare Benevento per ragioni storico-culturali. Il Molise di barattare la sopravvivenza di Isernia con una riforma degli enti sub-regionali. E le Marche sperano di mantenere Macerata, a cui mancano poche migliaia di abitanti rispetto a quanto chiesto dal Governo. (Antonello Cherchi, Giuseppe Latour, Francesco Nariello)

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VENETO

DIBATTITO SULLA CITTÀ METROPOLITANA: SCHIZOFRENIA DEL GOVERNO LOCALE
di CESARE DE MICHELIS, da “il Corriere del Veneto” del 2/10/2012

– Pubblichiamo di seguito il saggio di Cesare De Michelis che appare sul numero di ottobre della rivista NordestEuropa (http://www.nordesteuropa.it/) –

   Eravamo in vacanza quando il governo ha rivoluzionato l’amministrazione del territorio, da un lato riducendo d’un colpo a metà le provincie, dall’altro mettendo in moto nuove figure amministrative come la città metropolitana, che nella fattispecie veneta, anzi veneziana, si confonde con la disciolta provincia, quasi un gioco di prestigio.
In realtà il disegno del territorio, come si era configurato nella storia e poi riarticolato negli anni, ha da tempo bisogno di un complessivo ripensamento, che colga piuttosto le esigenze prossime e venture, invece di difendere tradizioni e sentimenti, certo nobili e antichi, ma ormai affatto inattuali.
Da un lato un localismo secolare arroccato all’interno di centri urbani non solo metaforicamente murati, ciascuno dei quali si immagina autosufficiente e «compiuto»; dall’altro il mondo globalizzato, l’Europa unita, l’Euro, le Regioni quasi semisecolari e una rete di istituzioni che dividono o uniscono le micro tessere di un sistema che non sa più riconoscersi.
Ebbene il dibattito che sulla questione si è aperto per un verso si allarga alla crisi e recupera quindi le parole d’ordine delle resurrezione, identiche ovunque: cultura, merito, coraggio; per l’altro si immiserisce nella rivendicazione di un’identità smarrita e offesa, che giustifica ripicche e meschinerie che si riducono a cambiamenti di provincia o ad affermazioni di primati del tutto privi di significato.

   Neppure un articolo della costituzione – il 114, che appunto prevede le città metropolitane -, per altro disatteso da più di un decennio, è sufficiente a cambiare la realtà delle cose, se non c’è volontà, impegno, progetto e persino il piacere della sfida, la forza del sogno.
Le città, anche quelle metropolitane, non sono il risultato di una decisione dall’alto senza la partecipazione dei cittadini, senza il riconoscimento delle ragioni per cui conviene mettersi insieme anziché restare divisi.
Invece le riunioni dei sindaci si riducono ad assemblee condominiali, dove ciascuno difende coi denti il suo piccolo privilegio, e ancora una volta sembra assente una classe dirigente all’altezza dei compiti che le toccano, e non tanto e non solo politica, ma imprenditoriale, culturale, sindacale.
Da anni, decenni, si parla di un’area metropolitana ben più vasta della provincia veneziana, che comprende Padova e Treviso almeno; la nascita della città metropolitana, al di là della lettera dei decreti governativi, non può che riguardare tutt’intera la PA-TRE-VE, come l’ha studiata anche l’Ocse recentemente, e il dibattito politico, amministrativo, culturale non può non coinvolgere tutte tre le città capoluogo, come dovrebbe vedere attiva e propositiva la Regione, cui nuove responsabilità proprio sull’organizzazione del suo territorio attribuisce la medesima rinnovata costituzione. Invece l’unica voce esterna che si è udita è la risentita ripicca di Verona, che aspira a un ruolo antagonista, altrimenti il silenzio è glaciale, funereo.
Possibile che scelte di questo peso si risolvano nel destino «provinciale» di Scorzè o di qualche altro comune di confine?
In queste stesse settimane l’Actv veneziana annuncia imperterrita che intende cambiare la sua tessera IMOB, destinata agli utenti dei trasporti pubblici locali, e non lo fa per unificare servizi e biglietti all’interno del territorio della città metropolitana, o addirittura all’area, ma per allargare i servizi – soprattutto turistici – nel medesimo territorio comunale, agendo cioè nella prospettiva affatto inversa al decreto in questione, senza che nessuno la fermi o protesti. La schizofrenia del governo locale, incredibilmente ancora «feudale» nel mondo globale, lascia senza parole e pure senza fiato.
Certo ci sarebbe molto da dire sul decreto, sulla sua articolazione meccanica, sulla rigidità dei confini proposti, sull’assenza a monte di qualsiasi riflessione specifica, ma per farlo vengono meno le forze di fronte al berciare locale non sul merito, ma sulle poltrone, su chi comanderà domani, sui vantaggi non della gente, del territorio, dell’economia, ma degli amministratori e dei burocrati, dei «signori» che comandano e vogliono solo continuare a farlo, come prima, più di prima. (Cesare De Michelis)

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E NEL PAESE DEI CAMPANILI SCATTA LA RIVOLTA DELLE PROVINCE

di MICHELE BRAMBILLA, da “la Stampa” del 4/10/2012

   Chissà se quando il Governo ha deciso il riordino delle Province il varesino Mario Monti ha realizzato che sarebbe diventato “suddito” del comasco Corrado Passera. Como che diventa capoluogo di una nuova grande provincia che comprende anche Varese e Lecco, esattamente com’era agli inizi del Novecento, è infatti una delle conseguenze del decreto sulla spending review.

   Si tagliano le province (da 86 a 44 nelle regioni a statuto ordinario): ma si innescano le proteste, rivendicazioni, polemiche e malumori. Perché l’Italia, come diceva Don Sturzo, è un paese di campanili.

   Il ministro per la pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, se ne sta rendendo conto in questi giorni. Il 3/10 scadeva il termine per la presentazione alle Regioni, da parte del CAL, di una proposta su tagli e accorpamenti. Che cosa sono i Cal? Sono i consigli delle autonomie locali, composti da sindaci e altri rappresentanti delle varie realtà provinciali.

   A loro spetta, in prima battuta, la determinazione delle nuove province, che debbono avere due requisiti: almeno 350.000 abitanti e una superficie non inferiore a 2.500 chilometri quadrati. Le Regioni hanno poi tempo fino al 25 ottobre per dire la loro parola, che è la penultima, visto che l’ultima spetta al Governo.

   Ma la situazione sembra ancora in altro mare. Troppo difficile mettere d’accordo cittadini (non solo amministrazioni: anche e forse soprattutto cittadini) divisi da secoli da profonde rivalità. Avete presente che cosa scatena una partita di calcio tra Novara e Pro vercelli? Infatti ieri si è discusso tutto il giorno per  confermare la già ipotizzata riduzione dalle attuali otto alle future quattro province: Torino; la grande Novara che ingloberebbe Vercelli, Biella e Verbano Cusio Ossola; Asti che ingloberebbe Alessandria; Cuneo che resterebbe com’è. Alla fine l’accordo è stato raggiunto, ma con mille difficoltà e perplessità.

   Da altre parti è andata peggio. Il Cal del Lazio non ha neppure ipotizzato una proposta e ha approvato il ricorso fatto dalla regione alla Corte Costituzionale contro la riduzione delle province. Le Regioni Molise, Calabria, Puglia e Basilicata non hanno nemmeno istituito il Cal.

   Quanto al Veneto, lì si sono arresi. Impossibile mettere d’accordo “venesiani gran signori, padovani gran dotori, visentini magnagati e veronesi tutti mati”. Così si è deciso di rimandare a Roma la patata bollente: decidano loro.

   La Lombardia invece la sua proposta l’ha presentata. Ma ha due difetti. Il primo è che scontenta mezza regione; il secondo è che così com’è sarà sicuramente respinta perché non rispetta i dettami del governo. Infatti si prevede di passare da 12 a 8 province. Resterebbero Milano, Monza, Pavia, Mantova, Brescia, Bergamo; poi Como assorbirebbe le province di Varese e di Lecco mentre Cremona ingloberebbe Lodi.

   Ora, a parte il fatto che a Lecco non sono certo contenti di tornare sotto Como mentre a Varese sono addirittura furibondi, c’è come dicevamo una discrepanza con le direttive dello spending review: Monza – essendo la città più popolosa – avrebbe dovuto diventare capoluogo di una provincia comprendente quelle di Como, Varese, Lecco e Sondrio. Ma siccome comaschi, varesini eccetera mai e poi mai avrebbero accettato di finire sotto l’ultima arrivata (Monza), s’è chiesto una deroga.

   Così come per Sondrio e Mantova, che non avrebbero i requisiti per restare autonome. Patroni Griffi ha già detto che il Governo non accetterà deroghe., figuriamoci cosa dirà quando se ne vedrà chiedere tre in una sola regione. E si badi bene che quella del Cal è una proposta “subordinata”: in prima istanza la Lombardia chiede di confermare “l’attuale configurazione”.

   Anche la Toscana ha inviato due proposte. La prima prevede di passare da dieci a sei: Firenze; Massa-Lucca; Prato-Pistoia; Siena-Grossetto; Arezzo; Pisa-Livorno. La seconda ipotizza cinque province, facendone una sola di Massa-Lucca-Pisa-Livorno.

   L’Emilia Romagna propone la riduzione da 9 a 5. Bologna; Parma-Piacenza; Modena-Reggio; Ferrara; Provincia di Romagna. In Liguria avremmo Genova, Savona-Imperia e La Spezia.

   Ma si litiga e si litigherà ancora. In totale, sono già diciassette i ricorsi presentati da Regioni e province. Grane in vista dunque per il Governo, al quale qualcuno suggerisce la via d’uscita più facile: abolirle tutte, le Province. Così, scontentando tutti, si accontenterebbero tutti. E, per giunta, si risparmierebbe di più: 4,5 miliardi subito. (Michele Brambilla)

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PER SAPERNE DI PIU’

La procedura dell’art. 17 del Decreto Legge 95 che porta all’abolizione parziale delle Province è chiaramente esposta nel sito dell’UPI, Unione delle Province d’Italia:

http://www.upinet.it/docs/contenuti/2012/08/Commento_articolo17.pdf

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PROVINCE, IL VENETO INERME DAVANTI ALLA SCURE DI MONTI

– In Consiglio regionale maratona verbale, poi Pdl e Lega lasciano tutto com’è protestando per il centralismo di Roma. E ora tocca al Governo agire d’autorità –

di Filippo Tosatto, da “il Mattino” di Padova del 20/19/2012

VENEZIA. I nani e i magnifici, le meraviglie del mondo e i vizi capitali. Sette sono, sette resteranno. Come le province del nostro inquieto Veneto, “congelate” dal voto del consiglio regionale che in serata ha opposto un secco rifiuto ai tagli richiesti dal Governo Monti.

   Ma il salvataggio delle amministrazioni operato dalla maggioranza di centrodestra potrebbe rivelarsi effimero: la legge di spending review – impugnata da più parti davanti alla Corte Costituzionale ma al momento vincolante – ne dispone la riduzione secondo rigidi criteri di superficie e popolazione. Alcune (Rovigo, Belluno) non rientrano negli standard, altre (Padova, Treviso) sono a un palmo dall’asticella: improbabile che i mastini del premier mollino l’osso.

   Fuor di metafora, l’estenuante maratona verbale della politica veneta (conferenza delle autonomie, commissioni, aula) si è conclusa con l’approvazione del documento Lega-Pdl che difende l’attuale status quo, salvo sollecitare al Governo ulteriori sei mesi per “consultazioni sul territorio” ed evocare remote ipotesi di accorpamento.

   Nulla di fatto, insomma. A prevalere è il fronte del rifiuto, con la Lega compatta sul no: «Questa discussione è inutile, il centralismo romano colpisca chi spreca e ruba, poi ne riparleremo», taglia corto il capogruppo Federico Caner.

   Divergenze invece nel Pdl: il gruppetto dei liberal (Laroni, Conta, Bendinelli, Padrin) prova a sparigliare le carte proponendo – invano – l’abolizione di tutte le Province venete, Belluno esclusa, in previsione della creazione di due aree metropolitane; più successo raccoglie lo speaker Dario Bond, autore di un emendamento che blinda la “specificità montana bellunese”, approvato grazie a una maggioranza trasversale.

   Un drastico “no” al rigorismo montiano arriva da Pietrangelo Pettenò (Sinistra), duro verso gli «strappi costituzionali compiuti dai Professori con la correità del Pd». A difendere l’obiettivo del riordino, i democratici, sostenitori di nuove aree metropolitane (Verona-Vicenza e Padova-Treviso integrate con la metropoli Venezia e il mantenimento della province di Belluno e Rovigo: «È indecente rifiutare l’assunzione di responsabilità, per colpa della centrodestra il Veneto perde ogni credibilità sula piano nazionale», l’accusa del capogruppo Laura Puppato.

   Nessun dubbio per l’Idv – «Le Province sono tutte da abolire», sentenzia Gennaro Marotta – e bordata al governatore Zaia (assente) da Stefano Peraro dell’Udc: «Dia le dimissioni, l’alleanza che lo sostiene è divisa su tutto». Infine, ascoltato l’assessore competente Roberto Ciambetti, l’altolà al Governo raccoglie 23 favorevoli, 14 contrari, 2 astenuti.

   Morale della favola? «Ad un riordino dell’intera mappa delle autonomie locali occorrerà arrivare per mettere a disposizione dei cittadini un’amministrazione più efficiente e meno costosa», commenta il presidente dell’assemblea Clodovaldo Ruffato «ma ciò richiederà un metodo diverso, nel contesto di un ammodernamento delle istituzioni, a partire dal Parlamento, nel rispetto della Costituzione, svincolati dalle pressioni indebite e punitive nei confronti delle autonomie che sembrano caratterizzare, e non solo in questa occasione, l’azione del Governo Monti».

   Non è tutto: a sorpresa, prima del rompete le righe, la maggioranza affossa un documento di sostegno alla professionalità dei lavoratori delle Province e alla tutela dei servizi erogati, presentato dall’opposizione: «Dopo il danno, la beffa», chiosa amaro Piero Ruzzante (Pd). E buonanotte ai suonatori. (Filippo Tosatto)

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LE PROVINCE E LA MATEMATICA DEI VENETI

da ITALIABILITY, BLOG del gruppo politico “Verso Nord” – 17 ottobre 2012 –

(http://www.linkiesta.it/blogs/italiability/ )

(…..)   Con il decreto legge 95 del 6 luglio scorso, il governo centrale aveva servito su un piatto d’argento alla Regione la possibilità di liberarsi definitivamente delle Province e di riorganizzare il territorio secondo criteri attuali e rispondenti alle esigenze di cittadini e imprese.

   Il disegno istituzionale attuale, applicato al policentrismo veneto così come si è sviluppato negli ultimi quaranta anni, è infatti obsoleto, inefficiente e incapace di garantire politiche adeguate in termini di urbanizzazione, mobilità, salvaguardia ambientale e governo di area vasta.

   Come emerge dal rapporto redatto nel 2010 dai ricercatori dell’università Ca’ Foscari di Venezia per l’Ocse, la frammentazione istituzionale dell’area centrale del Veneto ha ripercussioni negative sull’economia, sull’ambiente, sul mercato del lavoro, sulla mobilità. Di fatto, l’attuale assetto alimenta il localismo campanilistico e costituisce un freno ad uno sviluppo già messo sotto pressione dalla concorrenza dei paesi asiatici e da investimenti in ricerca e sviluppo al di sotto della media nazionale.

   L’opportunità di creare tre aree omogenee nella Regione, con relative amministrazioni non viene nemmeno presa in considerazione dai consiglieri di maggioranza. Un misto di paura, ipocrisia e calcoli elettorali sta facendo naufragare l’opportunità di fare un passo deciso verso soluzioni non certo rivoluzionarie, ma almeno al passo coi tempi.

   Al posto delle sette province di origine napoleonica cittadini e imprese avrebbero tutto il vantaggio ad avere come riferimento tre zone omogenee: due aree
metropolitane, a est (Padova, Treviso e Venezia) e a ovest (Verona e Vicenza) e un polo montano. In particolare è l’area centrale del Veneto, quella tra le città di Padova, Treviso e Venezia, ad avere più bisogno di una regia unica. Quest’area è costituita da poli primari, Padova, Treviso Venezia e Mestre e da molti poli secondari e si è sviluppata sulle interconnessioni generate dalla divisione funzionale. I servizi alle imprese e la formazione a Padova, la produzione manifatturiera a Treviso, servizi, cultura e turismo a Venezia-Mestre.

   Oggi nel Veneto sono 42 le aziende affidatarie dei servizi di trasporto su gomma. Per capire quanto ci sia bisogno di un governo condiviso basta questo dato. Ne consegue che esistono altrettante tariffe urbane e interurbane che ovviamente non si parlano tra di loro e tanto meno dialogano con il trasporto su ferro.

   A proposito di ferrovie, dal 1992 il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale (SFMR) attende di essere avviato. Nonostante qualche centinaio di milioni già speso, nemmeno un treno è in circolazione. Sempre in tema di trasporti, la mancanza di una governance di area vasta si riflette sulle mancate scelte relative all’alta velocità.

   Non è un caso che la progettazione del tratto tra Verona e Padova si sia arenata sullo scoglio delle fermate. Sia Verona che Vicenza, infatti, ne chiedono una e nessuno è stato finora in grado di far mettere da parte l’eccesso di campanilismo agli amministratori locali e fargli vedere un’immagine più allargata rispetto a quella del proprio Comune o della propria Provincia.

   Se il consiglio regionale confermerà l’orientamento della commissione mantenendo le 7 province attuali, non ci sarà alcuna speranza, almeno nel breve periodo, di avvicinare il panorama istituzionale al Veneto reale. Va da sé, che il governo Monti avrà a quel punto tutta la facoltà di tagliare le Province secondo i criteri previsti dall’articolo 17 del dl 95. Ma la politica avrà ancora una volta abdicato la sua funzione primaria, cioè fare delle scelte. (Signor Rossi)

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IL TERRITORIO

PROVINCE, APPROVATO PIANO DI SALVATAGGIO

di Marco Bonet, da “il Corriere del Veneto” del 20/10/2012

– La Regione vota per il mantenimento degli enti esistenti Maggioranza si spacca sull’emendamento-provocazione di Laroni (Pdl): «Eliminiamole tutte tranne Belluno» –

VENEZIA — Finale scontato ma con brivido all’ultima curva. Come ampiamente previsto, infatti, al termine di un estenuante dibattito protrattosi per settimane in Conferenza Regione- Autonomie locali, per tre giorni nelle commissioni Statuto e Affari istituzionali e per altri due giorni in aula, il consiglio regionale ha approvato venerdì il travagliato parere sul riordino delle Province, chiesto dal governo nell’ambito della spending review.

   Un riordino che in Veneto, se mai verrà accolta a Roma la proposta di Palazzo Ferro Fini, non si farà mai, visto che la prima opzione sottoposta all’attenzione di Monti e dei suoi tecnici è il mantenimento dello status quo: sette Province sono e sette devono rimanere, con buona pace dei «criteri di sopravvivenza» inseriti nella spending, ossia 350 mila abitanti e 2.500 chilometri quadrati di territorio (Padova sarebbe fuori per la superficie, Belluno per la popolazione, Rovigo per entrambe, Treviso si salva solo grazie all’annessione del Comune di Scorzé, Venezia comunque vada diventerà città metropolitana).

   Resta sullo sfondo (parecchio in lontananza, quasi non si vede) la seconda opzione proposta al governo, quella che vorrebbe unire Verona e Vicenza da un lato, Treviso, Padova e Rovigo dall’altra, in due grandi aree metropolitane che andrebbero ad aggiungersi alla città metropolitana di Venezia ed alla superstite Provincia «interamente montana» di Belluno.

Un modo per dire al governo: se proprio insisti, noi un’idea la buttiamo lì. In consiglio, però, nessuno fa finta di crederci sul serio: «Naufragherà tutto in parlamento prima della fine di questa legislatura – è il sussurro corale in corridoio – o alla peggio in quella che verrà».

   E tanto per far capire l’aria che tira in Veneto, è stato pure approvato un emendamento firmato dall’assessore agli Enti locali Roberto Ciambetti che chiede, nell’ordine: di dare alle Regioni altri 6 mesi di tempo per allestire un piano di riordino degno di questo nome e di mantenere l’elezione diretta degli organi politici.

   Proposte che, già si sa, non verranno mai accolte. Detto del finale, peraltro annunciato, non resta che ringraziare il consigliere del Pdl Nereo Laroni per aver fatto provare agli spettatori del consiglio l’unico brivido di un confronto che, quanto al resto, è stato utile solo a dimostrare come la forza delle lobby territoriali (quella bellunese, su tutte, ma pure quella polesana) sia all’occorrenza ben superiore di quella dei partiti che vorrebbero volare più alto dei campanili.

   Ebbene, Laroni aveva presentato un emendamento che ricalcava in tutto e per tutto il provvedimento uscito dalle commissioni, tranne che per un piccolo aspetto: la prima opzione non era il mantenimento dello status quo ma l’eliminazione di tutte le Province, meno «l’interamente montana» Belluno.

   Irricevibile dal governo, l’emendamento, se mai fosse stato approvato, avrebbe avuto però un effetto politico dirompente, anche perché oltre ad alcuni colleghi, come Conta, Bendinelli e Padrin, Laroni era riuscito a stuzzicare anche i consiglieri dell’Udc, dell’Idv, di Verso Nord e pure del Pd, che avevano intravisto l’opportunità preziosa di mandare sotto la Lega e spaccare la maggioranza. Immediata la sospensione della seduta, seguita da un rocambolesco vertice Lega- Pdl, alla fine del quale Laroni, Padrin e Conta sono stati convinti a non rientrare in aula, il Pd ha (inspiegabilmente) virato sull’astensione ed il pericoloso emendamento è stato bocciato: 21 voti contrari, 11 favorevoli ed altrettanti astenuti.

   «Meglio così, l’emendamento Laroni era una follia istituzionale e faceva carta straccia del nostro nuovo Statuto» ha commentato con un sospiro di sollievo Ciambetti mentre Idv e Udc si scatenavano: «Abbiamo assistito a qualcosa che ha dell’incredibile, la maggioranza che fa opposizione a se stessa» ha tuonato Gustavo Franchetto mentre Stefano Peraro dell’Udc chiudeva: «Una sceneggiata indecorosa. Zaia, assente in aula, meglio farebbe ad aprire la crisi». (Marco Bonet)

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Intervista sull’Europa a  ZYGMUNT BAUMAN

«AL BIVIO TRA SOPRAVVIVERE O DISGREGARSI. PER QUESTO SERVE UNA CONFEDERAZIONE»

di Paolo Valentino, da “il Corriere della Sera” del 20/10/2012

– BAUMAN: le identità nazionali sono a rischio senza lo scudo europeo –

   «L’Europa è a un crocevia. Non è la prima e non sarà l’ultima volta. La sua intera storia è un’avventura infinita. Giovedì sono stati fatti piccoli passi verso una sorta di integrazione finanziaria, attraverso la creazione di una vigilanza bancaria comune. È promettente, ma ci sono grossi punti interrogativi: il diavolo si nasconde nei dettagli. E questo è solo l’aspetto economico, che in fondo è quello affrontato con più attenzione. Ma la speranza che l’integrazione politica seguirà quella economica è infondata, potrà farlo come potrà non farlo. Gli interessi delle diverse aree d’Europa sono troppo contrastanti».

   ZYGMUNT BAUMAN è il teorico della società liquida, il filosofo che ha individuato e descritto l’essenza proteiforme e instabile della modernità, orfana delle grandi narrazioni metafisiche delle ideologie e strutturalmente precaria. Ma per essere filosofo e sociologo, Bauman è anche molto attento ai processi politici concreti e in particolare a quelli dell’Europa, che per lui, ebreo polacco fuggito dall’occupazione sovietica, vissuto in Israele e Inghilterra, è il grande progetto del Ventunesimo secolo.

   (….)   Per Bauman, l’integrazione politica europea è «questione di vita o di morte, di sopravvivenza o  disgregazione». A fargli soprattutto paura è la «discrepanza tra l’immensità della sfida e la mediocrità dei mezzi a disposizione». «Quando ero giovane — spiega — la domanda era: che fare? Oggi è chiaro cosa fare, ma la vera domanda è: chi lo farà? Allora tutti pensavano che una volta individuate le cose da fare, il governo onnipotente se ne farà carico. Oggi il governo è l’ultima istituzione che ci aspettiamo le faccia. Fino a quando questo gap non sarà colmato, siamo nei guai».

Perché è così importante l’unificazione politica?

«Perché senza una qualche forma di Confederazione, con organi decisionali comuni che decidono sulla politica economica e finanziaria, estera e di sicurezza, non credo che i vantaggi che l’Europa è in grado di offrire ai suoi membri possano diventare realtà. La casa europea non va a detrimento delle culture nazionali, ma provvede a una sorta di tetto comune a tradizioni, valori, differenze locali. E il paradosso è che ogni singolo Paese è molto più a rischio di perdere la sua identità specifica, se si espone senza protezione, cioè senza questo scudo europeo, alle forze globali, che sono violentemente e spudoratamente sovranazionali, ignorano i temi e le specificità locali».

Come si può colmare il deficit democratico dell’Europa?

«Lo Stato moderno per emergere ha dovuto combattere, spesso anche in modo violento, contro gli interessi locali. Ci sono voluti cento anni perché questo processo venisse a compimento: ma non furono i poteri locali che rinunciarono a pezzi di sovranità, al contrario questa venne loro tolta poco alla volta, spesso contro una resistenza feroce. Sta succedendo di nuovo, abbiamo 27 nazioni e vogliamo organizzare una nuova organizzazione superiore. Ci vuole tempo e temo che andrà così anche con l’unificazione politica dell’Europa. Non sarà semplice ricreare vere istituzioni democratiche a livello europeo».

Ma cosa dire alla gente per averne il consenso?

«Che l’Europa è la sola chance che hanno di difendere e proteggere la loro identità nazionale. Dobbiamo ripensare le istituzioni europee in modo completamente nuovo. Dovranno avere l’abilità a condensare e unificare un volere popolare europeo altrimenti sparso e diversificato. Esattamente ciò che fanno i Parlamenti locali: far emergere un interesse nazionale da spinte diverse. Solo così possiamo colmare il deficit democratico, che nasce dal fatto che le attuali istituzioni politiche non godono più della fiducia popolare. C’è uno scarto tra la natura generale dei nostri problemi e quella individuale delle nostre soluzioni».

La Rete può aiutare a colmare il deficit democratico?

«Non c’è nulla di specifico che ne faccia strumento naturale per la democrazia, potrebbe anche essere strumento di un regime totalitario. Quindi, invece che in favore dell’unificazione dell’Europa, potrebbe lavorare in favore della sua separazione. Non credo nel determinismo tecnologico. Conta ciò che noi facciamo con la tecnologia. Spostare verso la Rete i compiti che sono nostri, quelli di promuovere democrazia e libertà, è molto pericoloso. Perché ci deresponsabilizza». (Paolo Valentino)

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One thought on “La REGIONE VENETO propone di RIDURRE LE PROVINCE da 7 a7 (sette) – Ma IN TUTTA ITALIA NON È DIVERSO – Le Istituzioni dei TERRITORI CHE NON VOGLIONO CAMBIARE mentre tutto il contesto (il mondo) è cambiato – Regioni, Province e i (troppi) Comuni che resistono al cambiamento della geografia (fino a quando?)

  1. Francesco Cafaro (Bari) sabato 27 ottobre 2012 / 17:41

    Vorrei fare solo due brevi considerazioni sul riflesso percettivo che potranno avere le modifiche amministrative sollecitate nella vostra nota. Sono abbastanza convinto che l’eliminazione delle attuali province semplificherebbe di molto il quadro e forse eviterebbe di continuare sulla strada di perimetrazioni schizofreniche per le città metropolitane. Tuttavia sono anche convinto che l’approccio semantico comporti conseguenze sostanziali. E allora, in sintesi:
    1) L’aggettivo “metropolitano” è, nel sentire comune (magari ingenuo ma tangibile), qualcosa che attiene ambiti a forte densità abitativa ed elevata attrattività direzionale. In questo senso, sussistono rischi ad attribuire la denominazione di aree metropolitane a zone in cui andrebbe invece esaltata, valorizzata sul piano del marketing culturale e turistico, proprio la percezione opposta, ossia quella di zone “selvagge” o comunque tipizzate in modo differente rispetto alle metropoli sensu stricto. Penso alle dolomiti nel nord-est, alla Valle d’Aosta, alla Valle d’Itria ed al Parco dell’Alta Murgia in Puglia, al Parco Nazionale d’Abruzzo, e via discorrendo. Una percezione distorta, una poetica impropria, aprirebbe la strada ad omologazioni paesaggistiche. Certo, occorrono partizioni amministrative sistemiche in Italia, ma possiamo adoperare espressioni alternative: contea, circondario o (perché no?) province, purché intese in modo nuovo. Le città metropolitane a quel punto sarebbero invece intese come “supercittà” multimunicipali, generate solo con i comuni dell’hinterland più stretto delle grandi città attuali.
    2) Il toponimo storico della grande città che genera la metropoli sarà inevitabilmente visto come di “pertinenza privilegiata”. Io credo che negli statuti delle città metropolitane si debba introdurre un articolo che potrà sembrare provocatorio ma che risolverebbe molte cose: “nella città metropolitana di Milano non può esistere il comune di Milano”. Alternativamente, con effetto analogo, si potrebbe imporre che nelle metropoli non possano esistere municipi con popolazione inferiore ad una soglia critica e superiore, per esempio, a 100.000 abitanti. Il comune centrale sarebbe così costretto a spacchettarsi in più municipi, a nessuno dei quali sarebbe attribuito il toponimo storico di riferimento. Nell’esempio precedente, Milano esisterebbe solo come città metropolitana ma non più come municipio. Avremmo finalmente in Italia giovani metropoli costituite da municipi di antica fondazione.

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