La SENTENZA DELL’AQUILA di condanna degli “scienziati esperti” del sisma – LA VITA DELLE PERSONE NELLE MANI DI TECNICI asserviti ai politici? – la NECESSITA’ di Commissioni tecniche veramente indipendenti e responsabili nel comunicare i rischi alla popolazione, e nel consigliare la Protezione Civile sul da farsi

I MEMBRI DELLA VECCHIA COMMISSIONE GRANDI RISCHI COME GALILEO GALILEI. Un paragone usato dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e ripreso poi dal MINISTRO CORRADO CLINI, che davanti alla commissione Ambiente della Camera ha espresso un giudizio a dir poco critico sulla condanna in primo grado per i membri della Commissione Grandi rischi sul terremoto de L’Aquila. ”HANNO RAGIONE QUELLI CHE DICONO CHE L’UNICO PRECEDENTE A QUESTA SENTENZA È QUELLO DI GALILEO GALILEI” ha detto Clini, secondo cui “in questa vicenda la commissione è oggetto di condanna perché è stato attribuito a una valutazione scientifica un valore ordinativo. E’ assurdo”. (da “Il Fatto Quotidiano” del 24/10/2012)

   I sette membri della Commissione Grandi Rischi sono stati condannati a sei anni di reclusione e all’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici per omicidio colposo per il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. Ma, è da chiarire, la sentenza riguarda non il fatto che furono sbagliate le previsioni di un “non terremoto”, cioè che nessun pericolo ci sarebbe stato, ma del fatto che volutamente tranquillizzarono la popolazione, ben sapendo invece che il rischio era grave.

L’Aquila tre anni e mezzo dopo il terremoto

   Condannati perché furono convinti dall’allora capo della Protezione Civile (Bertolaso) che dovevano rassicurare la popolazione; e, in questo senso, in una riunione della Commissione del 31 marzo 2009, smentirono l’allarme lanciato da Giampaolo Giuliani, il tecnico di laboratorio che attraverso il sistema di rilevazione del gas radon, annunciava da giorni l’arrivo di una tremenda scossa a Sulmona. Nel capo di imputazione si legge: “Sono state fornite dopo la riunione informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica, vanificando le attività di tutela della popolazione”. Secondo i PM gli imputati “sono venuti meno ai doveri di valutazione del rischio connessi alla loro funzione” anche sotto il profilo dell’informazione. Queste notizie rassicuranti “hanno indotto le vittime a restare nelle case”.

   A l’Aquila la popolazione percepiva da tempo che vi era un grave pericolo: da mesi oramai si sentivano continue piccole scosse, e il sentore dell’ “inevitabile”, della “grande scossa”, era cosa che molti avevano paura accadesse. Per questo il guardare a quanto avrebbero detto le “Autorità” attraverso il loro Organo scientifico rappresentato dalla Commissione tecnica sui “Grandi Ruschi”, era probabilmente cosa che tutti aspettavano. Decisione pertanto criminosa quella di assecondare chi ha voluto ribadire lo slogan “tutto è sotto controllo”, non preoccupatevi, non accadrà niente, dormite nelle case…

    Bisognava invece dare dei segnali concreti e di buon senso: certo non una generale evacuazione, ma almeno come muoversi per fare prevenzione a breve (edifici strategici, pubblici, sgombero di quelli a maggiore vulnerabilità… assistenza alla popolazione…) e, soprattutto, una corretta comunicazione alla popolazione stessa (il pericolo c’è, non possiamo escluderlo, decidete se dormire in casa o meno… approntiamo comunque dei luoghi sicuri di permanenza…). Ma la Commissione nulla fece di questo, e irresponsabilmente si limitò a rassicurare la gente (pur sapendo dei rischio che incombeva).

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MORMANNO, paese del Cosentino, epicetro del terremoto del 26 ottobre scorso tra CALABRIA E BASILICATA

TERREMOTO NEL POLLINO – Ancora scosse. Notte al freddo per gli sfollati – A MORMANO (nella FOTO), provincia di COSENZA, epicentro del sisma, si dorme in auto: «Abbiamo ancora troppa paura» –

Pollino, l’area del terremoto

   L’area del POLLINO è stata colpita venerdì 25 ottobre da un terremoto di magnitudo 5, con tanti danni alle abitazioni e alle chiese. AL CONFINE TRA BASILICATA E CALABRIA si registrano ancora vari eventi sismici, fino a 3.1 gradi della scala Richter. Nella giornata di domenica 28 ottobre l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha registrato 14 scosse, alle quali si aggiungono altre 3 avvenute poco distante, nella zona del Monte Alpi Sirino. Qualche più debole scossa  anche (magnitudo 2) è stata registrata sui monti Reatini, al confine tra la provincia laziale di Rieti e quella marchigiana di Ascoli Piceno. NOTTE DENTRO LE AUTO. La paura si è ormai trasformata in psicosi tra la popolazione. Sono in molti tra gli abitanti dei centri interessati dallo sciame sismico che si rifiutano ancora di fare rientro nelle loro case e che preferiscono dormire in auto. Solo a Mormanno sono stati oltre 500 a fare questa scelta.

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   Tornando alla sentenza de l’Aquila, a  noi pare comunque eccessiva una condanna penale siffatta per i sette membri di allora della Commissione Grandi Rischi (6 anni, con un indennizzo milionario che si sa che mai potrà avvenire). Basterebbe l’interdizione dai pubblici uffici e, quella sì, una “condanna morale” (così non si deve più fare!). Di fatto poi il ruolo della Commissione Grande Rischi è puramente consultivo (è probabile che in Appello saranno assolti); e peraltro possiamo parlare di gravi inefficienze nel dare indicazioni alla Protezione Civile (invece accade se la Commissione decise di soggiacere ad essa, in particolare al suo capo) e nell’avvertire la popolazione (nel libero arbitrio in questi casi che ciascuna persona deve avere per se e la propria famiglia (di dormire la notte in casa o in macchina). Perché non lasciare libertà di movimento a ciascuno in questo caso? Senza la necessità, che sempre avviene, di dire che la situazione è sotto controllo, che non succede niente…

   L’importanza in questi casi del LIBERO ARBITRIO nelle decisioni e nel ruolo comportamentale delle persone, una istintiva autodifesa nella percezione del rischio, dove sì ci si avvale del parere degli esperti (il più scientifico, approfondito e “onesto” possibile); ma si lascia al singolo individuo percepire altri fattori che la scienza può anche disprezzare, ma se non sono proprio fatti solo di superstizione, meritano rispetto (… in uno di questi post avevamo parlato di un libro, “I profeti del terremoto” sulla percezione di possibili terremoti data da fattori “altri”: vedi  https://geograficamente.wordpress.com/2009/04/14/%e2%80%9ci-profeti-del-terremoto%e2%80%9d-ma-davvero-gli-eventi-sismici-non-si-possono-prevedere-ma-almeno-facciamo-una-prevenzione-seria/ ).

   Pertanto la prevenzione è cosa primaria (nelle costruzioni edilizie, negli edifici antisismici – un grande investimento mondiale, stampando dollari, euro etc. ad hoc per costruire tutti edifici antisismici? – ), poi nell’educazione “antisismica” che diventi “automatismo comportamentale” appena incomincia ad accadere che trema la terra (i bambini giapponesi sempre “spontaneamente” pronti all’evento che tempestivamente e ordinatamente si rifugiano sotto i banchi alla prima scossa…); ma anzitutto lasciare al libero arbitrio delle persone se decidere o meno di passare a notte (le notti) in casa, senza avere la necessità di (falsamente) rassicurare perché un Bertolaso qualunque lo ha imposto alla “commissione scientifica”.

   INFINE, MA NON ULTIMO; il problema della NOMINA DEI MEMBRI DELLE COMMISSIONI “TECNICHE”… Ora accade che essi sono quasi sempre persone che si sentono dipendenti da chi li ha nominati, che perdono ogni autonomia di giudizio e scelta date dalle loro competenze, per assecondare chi li ha nominati (che sono i politici in quel momento al potere)…. Una sudditanza se si vuole “psicologica”, a volte potremmo dire “onesta” (anche se non giustificabile), cioè comprensibile: difficile da contraddire chi ti ha nominato. Altre volte una sudditanza invece “disonesta”, cioè data dal cinismo di essere in un posto prestigioso e ben pagato: e ogni decisione è falsamente tecnica ma pseudo-tecnica, fatta per assecondare il trend di potere affaristico-politico che può esserci, la “lobby dominante”.

   Per questo l’assoluta autonomia della Commissioni tecniche (sui Grandi Rischi, come sulle Valutazioni di Impatto Ambientale, sulle scelte delle tecnologie edilizie-urbanistiche, sul campo medico della salute, su ogni altra delicata tematica…) dovrebbero avere la caratteristica di una nomina indipendente da ogni potere politico ed economico….. L’idea di “poteri di persone sagge e con forte spirito autonomo”, non influenzabile, garantirebbe scelte senza alcuna influenza esterna a quel che è la propria alta conoscenza, competenza. Poi è ammissibile l’errore umano, su eventi a volte così difficili da individuare, studiare, Ma senza intromissioni politiche, lobbistiche esterne (neanche degli apparati della “scienza ufficiale”, anch’essa potere di controllo tutt’altro che alieno da lotte interne). (sm)

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MA CHE C’ENTRA GALILEO!

di Roberto De Marco, 26/10/2012, dal sito http://eddyburg.it/

   Non so se Michael Halpern, che si occupa da tempo delle interferenze della politica sulla scienza, quale esponente dell’americana Union of Concerned Scientists sia stato il primo -e poco conta- a proporre il confronto: la condanna della Commissione grandi rischi “è avvenuta nel paese natale di Galileo. Certe cose non cambiano mai”.

   Sta di fatto che in molti hanno sposato la tesi del “processo alla scienza”. Il mondo della ricerca e l’accademia hanno così mostrato solidarietà per i sette condannati; addirittura qualche ministro e molti giornali nostrani -quelli che hanno nel mirino la magistratura per motivi molto diversi- non hanno saputo resistere alla tentazione di scomodare il Galilei.

   Così il Pubblico ministero Picuti assume le sembianze del commissario dell’Inquisizione frate domenicano Vincenzo Maculano, ed il Tribunale prefabbricato nell’area industriale di Bazzano, nella piana aquilana, diviene il Sant’Uffizio. Amen.
La suggestione del “processo alla scienza” era già stata prospettata quando partirono gli avvisi di garanzia. Quattromila ricercatori e scienziati sottoscrissero un documento con il quale si diceva che i “terremoti non si possono prevedere” e che quindi gli scienziati non potevano essere sottoposti a giudizio. Più o meno la stessa cosa avvenne quando gli avvisi di garanzia si trasformarono in rinvii a giudizio per l’intera Commissione riunitasi il 31 marzo del 2009.

   C’era quindi da attendersi che il tema si riproponesse, anche con maggior vigore, dopo la sentenza. E così è stato: tutto il mondo sta gridando che i terremoti non si possono prevedere e che quindi non si possono condannare degli scienziati per non averlo fatto. Peccato che il tema non sia questo.

   Nonostante in molti, magistrati ed avvocati ed anche autorevoli commentatori, abbiano richiamato l’attenzione su un’impostazione processuale obiettivamente tutta diversa: il Pubblico ministero ha voluto verificare quanto espresso dalla Commissione in termini di valutazione del rischio, corretta informazione, diligenza, prudenza, perizia, osservanza di leggi e regolamenti, ordini e discipline. Niente da fare, forse senza leggersi le carte, il mondo della ricerca mantiene la barra dritta sul suggestivo paragone con le disgrazie di Galileo.
Dopo le tante cose che in questi giorni sono state dette e scritte sulla sentenza del giudice Billi, anche senza ancora conoscerne le motivazioni, può essere interessante considerare la questione da un diverso punto di vista: le sopraggiunte dimissioni dell’intera Commissione grandi rischi ora in carica e presieduta dal fisico Luciano Maiani. Le motivazioni sono espresse nei seguenti termini: “…la situazione creatasi a seguito della sentenza sui fatti dell’Aquila sia incompatibile con un sereno ed efficace svolgimento dei compiti della commissione e con il suo ruolo di alta consulenza nei confronti degli organi dello Stato”. Così altri grandi titoli sui giornali che dipingono una Protezione civile allo sbando, in crisi profonda.
Procedendo in modo, diciamo così, deduttivo, si può osservare che se l’attuale Commissione si dimette perché teme che ciò che è capitato a “quell’altra” Commissione possa ripetersi, togliendo così serenità di giudizio, significa che lo svolgimento dei fatti per cui vi è stata causa a L’Aquila, e le relative condizioni al contorno, si possano considerare “normali”. Si tratterebbe cioè di un termine di paragone plausibile rispetto a quanto potrebbe riproporsi in futuro, tanto da impensierire i componenti l’attuale consesso scientifico.

   Insomma: così non si può lavorare! Come se la modalità con cui a L’Aquila la Commissione grandi rischi si espresse possa essere considerata davvero scevra da omissioni, carenze, ingerenze. Insomma, il normale procedere della sua attività. Se così fosse, non si potrebbe non condividere l’apprensione degli scienziati che offrono la loro competenza alla Protezione civile.
Ma la questione è che le cose non stanno proprio così; la vicenda non si è sviluppata proprio nel modo che è descritto da chi a Galileo, ed al suo processo, oggi si vuol forzatamente riferire.
Intanto è utile porre l’attenzione sul fatto che non vi è nulla di più incongruente con le “regole” che sostengono la vita della Commissione, di quanto successe nei giorni che precedettero il terremoto del 6 aprile 2009.

   Convocazione, formulazione del quesito, numero legale, espressione e formalizzazione del giudizio, svolgimento della riunione, sottoscrizione del verbale. Nulla, assolutamente nulla, si è svolto secondo quanto il decreto che regola il funzionamento di quell’organo consultivo prevedeva. Ma, si potrebbe dire, questa è una visione burocratica della questione.

   Non è vero. Se ci si appella alla necessaria serenità per svolgere una funzione assai delicata, perché attiene alla sicurezza dei cittadini di questo paese, in cosa si deve far assolutamente affidamento se non alle regole che presiedono al suo funzionamento? E dunque di procedure si deve parlare.

   Ma è noto: quelli erano anni in cui si andava sviluppando un’epidemica avversione alle regole. Una volta si diceva che in certi contesti la forma assume il valore di sostanza. In questo caso la sostanza sono le regole di funzionamento di una Commissione a elevato tasso di responsabilità; esse costituiscono il sistema di garanzie per chi partecipa alle sue riunioni. E l’Amministrazione, di tale sistema, deve essere pienamente responsabile. Di tutto ciò, in quanto avvenuto a L’Aquila non c’è traccia.
Ma la questione non si risolve tutta qui. Non si tratta solo del non aver rispettato procedure, si tratta anche di esser stata, quella Commissione, usata in modo improprio rispetto al proprio mandato.
Il Pubblico ministero, nell’atto di imputazione dei sette componenti la Commissione, dopo aver chiarito che il problema non è la previsione del terremoto, notoriamente impossibile, fa riferimento al fatto di non esser stata trattata la questione del livello di rischio incombente su quel territorio.

   E sul rischio sismico, il famigerato verbale, quello sottoposto alla firma dei componenti la Commissione solo il giorno dopo, sulle macerie del terremoto, dice davvero poco e quel poco è davvero non convincente.

   Certo, si può sostenere che il quesito posto a quel consesso riguardava soprattutto la prevedibilità del terremoto. D’altronde pochi dubbi ormai sussistono sulle ragioni della convocazione del 31 marzo 2009. Il giorno prima una scossa di magnitudo 4.0 aveva ridato fiato alle previsioni di quel Giuliani che, misurando il gas radon, prevedeva i terremoti.
Nonostante il Capo della Protezione civile l’avesse denunciato qualche giorno prima alla Procura della Repubblica per procurato allarme, quella ennesima scossa, ancora più forte delle tante che l’avevano preceduta, fece decidere per una irrituale convocazione della Commissione con l’intenzione dichiarata di ottenere un pronunciamento in termini di “situazione normale, sono fenomeni che si verificano…meglio così che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter, piuttosto che il silenzio perché 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà la scossa quella che fa male”.

   Cose che poi la Commissione, nel corso della riunione davvero non disse, limitandosi a dichiarare la imprevedibilità dei terremoti. Ma insomma, il “fattore Giuliani” si doveva depotenziare con la voce della scienza.
La valutazione del rischio.
Il tema del rischio di quella parte di Abruzzo, invece, era davvero necessario affrontarlo. E sul rischio sismico è necessario sottolineare come non vi fosse altro luogo nel paese che potesse esprimere strumenti di valutazione superiori a quelli disponibili presso il Dipartimento di Protezione civile.

   Da tempo, in adempimento del proprio compito istituzionale, era in possesso di conoscenze scientifiche e capacità di elaborazione in grado di disegnare scenari di evento molto attendibili, proiezioni di impatto di eventi che già si erano verificati nel passato.

   Insomma, le dimensioni di ciò che sarebbe potuto accadere a L’Aquila, e quindi il livello di rischio a cui la popolazione era esposta, risultava essere un dato sicuramente e da molto tempo nella disponibilità della Protezione civile.

   In proposito sarebbe stato comunque importante sentire anche la Commissione grandi rischi. Anzi, sarebbe stato utile convocarla molto prima; quando il ripetersi prolungato di scosse aveva fatto perdere la tranquillità alla popolazione.
Davvero una Commissione, di composizione diversa (perché parlare di previsione non è la stessa cosa che trattare il tema della prevenzione e della comunicazione in emergenza) da quella interrogata invece il 31 marzo sulla possibilità di prevedere i terremoti, avrebbe potuto consigliare la Protezione civile sul da farsi.  Certo non una generale evacuazione, ma piuttosto come muoversi per fare prevenzione a breve (edifici strategici, edifici pubblici, sgombero di edifici a maggiore vulnerabilità, assistenza alla popolazione) e, soprattutto, una corretta comunicazione alla popolazione.
Un problema di comunicazione.
Ecco questo ultimo è forse l’aspetto più importante di tutta questa vicenda, su cui molti attenti commentatori hanno ripetutamente appuntato l’attenzione. Questo paese, come al solito in ritardo nei confronti di quanto accadeva in altri paesi, si è dotato solo nel 2000 di una legge, la numero 150, intitolata “Disciplina delle attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni” che regola l’attività finalizzata a promuovere, tra l’altro, conoscenza su “temi di rilevante interesse pubblico e sociale”.

   In attuazione di tale norma la Protezione civile ha determinato il funzionamento dell’Ufficio stampa del Capo Dipartimento; tra i suoi compiti vi è quello di curare i rapporti con gli organi d’informazione, predisporre i comunicati stampa, monitorare le agenzie di stampa, gestire la comunicazione alla popolazione attraverso gli organi d’informazione, elaborare strategie per la comunicazione istituzionale.

   Incredibilmente di tutte queste corpose e delicate competenze nulla venne attivato dopo la sciagurata riunione del 31 marzo del 2009. Nemmeno un comunicato stampa per spiegare le determinazioni raggiunte dalla Commissione, nemmeno un’azione di verifica di quanto, nelle ore successive, passava su radio, televisione e compariva sui giornali.
Se quanto veniva proposto svolgeva una deleteria azione tranquillizzante nei confronti della popolazione, come il processo ha riconosciuto, perché chi ne aveva la competenza non ha ritenuto di dover intervenire per spiegare, integrare, correggere?

   Tutto fu affidato ad una estemporanea conferenza stampa a cui si presentò il Presidente vicario della Commissione Franco Barberi, il Vice capo della Protezione civile De Bernardinis e il sindaco Cialente. Di essa non è disponibile una registrazione, solo alcune dichiarazioni dei partecipanti rese alla stampa prima di lasciare la sala. Su concetti espressi in pochi secondi di interviste si è fondato il delicatissimo percorso di comunicazione istituzionale sul tema. Null’altro fino alla tragica notte del 6 aprile 2009.
E dunque, davvero la Commissione grandi rischi si dimette oggi perché prevede che macroscopici scostamenti dalle regole del suo funzionamento, si possano riproporre? Davvero può ancora succedere che ci si dimentichi di essere, la Commissione, organo consultivo esclusivo del Dipartimento al cui Capo è tenuta a riferire dei risultati delle riunioni, e che poi questi ricondurrà al livello politico ogni decisione sul da farsi?

   Davvero si può pensare che di nuovo, qualche suo componente, si renda incautamente disponibile per supplire alle funzioni delicatissime di front end della comunicazione in emergenza attribuite al Dipartimento?
Non sembra davvero che le condizioni che determinarono quel pasticcio della Commissione riunitasi il 6 aprile 2009, e che oggi è stata così severamente sanzionata, possano riproporsi. Per due ragioni fondamentali: perché quanto successo rappresenta certamente un monito per il futuro e perché obbiettivamente sono pochissime le possibilità che quelle sciagurate condizioni al contorno davvero si ripetano. Condizioni delle quali alcuni brandelli (leggi registrazioni telefoniche) stanno incredibilmente emergendo ancora in questi giorni, dopo che il processo si è concluso.
Per questo è opportuno lasciare in pace Galileo con il quale, forse, l’unico termine di confronto possibile sembra essere proprio la singolarità dei diversi, ma comunque particolari, contesti in cui i fatti si svolsero. Allora c’era l’Inquisizione. (Roberto De Marco, 26/10/2012, dal sito http://eddyburg.it/)

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TERREMOTI, GABRIELLI: «SE SBAGLIAMO PUNITE ME, NON GLI SCIENZIATI»

– Il capo della Protezione civile: sismologi e meteorologi possono fare errori, bisogna prevedere una tutela –

di Pietro Piovani, da “IL MESSAGGERO” del 28/10/2012

   «Del rischio sismico al Pollino ci occupavamo da almeno due anni. Eppure il terremoto forte è arrivato prima in Emilia Romagna che in Calabria». Franco Gabrielli, capo del dipartimento di Protezione civile, lo ricorda continuamente: non si può prevedere quando ci sarà un terremoto, dunque l’unica vera difesa è la messa in sicurezza degli edifici. «I terremoti non si prevedono, lo ha ribadito in modo inequivoco anche la Commissione Grandi rischi. Che infatti nel giugno scorso segnalò una significativa probabilità di una nuova, imminente scossa forte a Ferrara. Siamo a fine ottobre e quella scossa per fortuna non c’è stata».

Gabrielli, capo della Protezione Civile

Insomma sta dicendo che la sismologia è una scienza inutile.
«No, non dico questo. Premesso che non si può prevedere il momento in cui ci sarà un terremoto, quello che la commissione Grandi rischi può fare è segnalare un aumento o una diminuzione della probabilità di una scossa nel breve periodo. E non stiamo parlando di probabilità del 60-70 per cento, come succede per la meteorologia: qui si tratta di probabilità che passano dallo 0,01 per mille allo 0,5 per mille».
Percentuali vicine allo zero. Praticamente è come non prevedere nulla.
«Non dobbiamo dimenticarci che la sismologia non è come la meteorologia, che studia fenomeni tutti sensibili. Nessuno sa di preciso cosa ci sia sotto di noi, oltre i 10 chilometri di profondità».
Ora, dopo la sentenza sul terremoto dell’Aquila, c’è il rischio che gli scienziati siano portati a lanciare sempre l’allarme massimo, per tenersi sul sicuro.
«Questo no, perché esiste sempre un senso di responsabilità che guida i comportamenti degli scienziati e di tutti noi. Quella sentenza non ci ha spaventati, però ha posto alcuni problemi a cui bisogna trovare una soluzione. Per esempio, si dovrebbe prevedere una guarentigia sulla responsabilità degli scienziati».
Che vuol dire?
«Che uno scienziato, nel momento in cui è chiamato a fare la sua valutazione, deve sapere che la sua soglia di responsabilità parte da un certo livello di errore in poi».
Chi sbaglia non paga?
«Bisogna distinguere tra gli scienziati, che devono fornire le loro valutazioni, e noi amministratori, che dobbiamo prendere le decisioni. Chi decide deve assumersi tutte le sue responsabilità. Chi valuta deve avere una tutela maggiore».
Perché?
«Perché, come ho detto, la loro valutazione si basa sul concetto di probabilità. E il discorso vale non solo per i terremoti, ma anche per coloro che devono valutare, ad esempio, rischi meteorologici e idrogeologici. Una tutela del genere è già prevista per i medici, che non possono essere puniti per una colpa lieve».
In effetti di recente siete stati criticati per alcuni allarmi meteorologici che qualcuno ha giudicato eccessivi: venerdì in Liguria, due settimane fa a Roma.
«Va di moda dire così, ma ovviamente non è vero. Del resto ci siamo abituati. Qualche anno fa, molto prima della sentenza su L’Aquila, fu lanciato un allerta meteo in Liguria in occasione di un fine settimana: le previsioni si rivelarono sbagliate, il tempo fu bello, e gli albergatori della Riviera annunciarono che avrebbero fatto causa per chiedere il risarcimento dei danni».
Anche per questa scossa in Calabria, come per l’Aquila, si è tornati a parlare di rischi sottovalutati, di rapporti tenuti segreti, di carte riservate.
«Di segreto non c’è proprio nulla. C’è stata una riunione della Commissione Grandi rischi, convocata da me, e i cui risultati sono sempre stati pubblici. I contenuti della riunione sono stati registrati, i referti prodotti dalla commissione li abbiamo inviati ai prefetti perché li trasmettessero alle Regioni e ai sindaci».
In quei referti la Commissione Grandi rischi avvertiva che nel Pollino ci potevano essere scosse forti in tempi brevi. Perché non li avete resi pubblici direttamente voi?
«Perché la legge prevede così: gli unici titolati a comunicare il rischio alla cittadinanza sono i sindaci. Comunque quelle carte non sono rimaste sul mio tavolo per più di due ore». (Pietro Piovani)

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TERREMOTO DELL’AQUILA: ECCO PERCHE’ E’ INECCEPIBILE LA SENTENZA DEL TRIBUNALE

di Massimo Fini, da “il Gazzettino” del 26/10/2012

   Se gli aruspici romani, dopo aver esaminato le interiora di un qualche animale, davano un responso che, a conti fatti, si sarebbe rivelato sbagliato, venivano immolati e squartati come gli animali da cui avevano preteso di trarre le loro divinazioni. Una giusta punizione per la loro presunzione.

   La sentenza con cui il Tribunale dell’Aquila ha condannato a sei anni di reclusione i sette esperti della Commissione Grandi Rischi è ineccepibile. I sette non sono stati condannati per aver sbagliato le previsioni, ma per averle fatte. Se, come afferma il sismologo Enzo Boschi (fra i condannati) “un terremoto non si può prevedere ma nemmeno escludere”, allora non si fa previsione alcuna.

   Invece gli “esperti” l’hanno azzardata rassicurando la popolazione sperando nella loro buona stella. Una tremenda lezione per la presunzione degli scienziati, ma ancor più tremenda, perché pagata con 309 morti, per gli aquilani che han dato loro retta invece di seguire l’istinto che diceva di lasciare la città in tempo (pochissimi lo hanno fatto).

   La tragedia dell’Aquila si inserisce nel quadro più generale del rapporto moderno tra Scienza, Tecnologia e uomo. Ci siamo troppo abituati, in tutti i campi e non solo in quello delle emergenze naturali (si pensi solo alla medicina) ad affidarci alla Scienza e alla Tecnologia e troppo poco ai nostri istinti. Tanto che questa abitudine ha finito per ottunderli.

   Invece l’istinto è la prima difesa naturale dell’uomo. Chiunque abbia avuto un grave incidente di macchina da cui sia uscito illeso sa che si è salvato non grazie a una manovra alla Alonso, di cui non sarebbe capace, ma perché l’adrenalina, annullando l’intelletto razionale a favore dell’istinto, gli ha dettato ciò che era meglio fare.

   L’11 settembre nelle Twin Towers si salvò un cieco. Per quelli che stavano nei piani sopra l’impatto degli aerei non c’era nulla da fare, salvo quell’atroce sventolare di fazzoletti bianchi. A quelli che stavano sotto, gli altoparlanti ripetevano ossessivamente: “State calmi, state fermi, non muovetevi dai vostri posti, adesso arrivano i pompieri a salvarvi”. Il cieco aveva un cane che, non sapendo né leggere né scrivere, né avendo orecchi per ascoltare simili sciocchezze, fece la cosa più naturale e istintiva: si precipitò giù dalle scale, salvando se stesso e il padrone. Tutti gli altri furono seppelliti dal crollo.

   Tsunami 2004. Le isole Andamane erano, dopo Sumatra, le terre più vicine all’epicentro del maremoto. Le Andamane sono divise in due parti, la maggioranza è “civilizzata”, turistica, ma ci sono alcune isole dove gli indigeni non hanno mai voluto saperne della civiltà. Nelle prime i morti furono migliaia, nelle seconde non ci fu un morto né un ferito. Gli indigeni avevano “sentito” che c’era qualcosa di strano molte ore prima che il mare si ritirasse e si erano messi al sicuro. Del resto sarebbe bastato osservare il comportamento degli animali. Ha raccontato il guardiano di un faro in Sri Lanka: “Di colpo si fece un improvviso, impressionante silenzio. Gli uccelli smisero di cinguettare, le antilopi rizzarono le orecchie e dopo un attimo tutti gli animale correvano all’impazzata verso le colline. Guardavo il mare e non capivo: era tranquillissimo”.

   Invece di usare gli animali per esperimenti più inutili di quelli degli aruspici, dovremmo osservarli meglio. Non perché siano “più buoni” di noi, come vuole la retorica animalista, ma perché hanno conservato quegli istinti che noi abbiamo perduto. (Massimo Fini)

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I GRANDI RISCHI DELLA SCIENZA

di Angela Cutrera, 24/10/2012, dal sito http://www.giornalettismo.com/

   Che l’Italia sia un Paese emotivo, è ormai acclarato. Che abbia un rapporto controverso con la scienza, nonostante sia stato culla di pensatori che hanno cambiato il corso della conoscenza umana, è altrettanto palese.

   I nostri studenti spiccano per la più bassa preparazione scientifica in Europa, la maggior parte non sa approcciare un’equazione di secondo grado, i laureati in materie strettamente scientifiche come Fisica, Matematica et similia sono meno di un decimo del totale.

   Credo che questo in parte spieghi l’atteggiamento medio degli italiani rispetto alle dichiarazioni dei vari rappresentanti delle comunità scientifiche, di volta in volta presi come oracoli o come oscuri componenti di una casta (parola molto più che inflazionata, ormai assurta definitivamente al rango di insulto) detentrice degli strumenti del sapere.

   Quando, più semplicemente, si tratta di esseri umani che parlano spesso un linguaggio comprensibile solo all’interno del loro ambiente e che quando viene tradotto è spesso frainteso e distorto, che si scontrano quotidianamente con la consapevolezza che il metodo cosiddetto “scientifico” si può applicare in realtà soltanto a pochi ambiti ben precisi e non alla totalità del mondo visibile, che a volte sembra vengano chiamati a furor di popolo ignorante (nel senso etimologico “che non sa, che non conosce”) a prendere decisioni che più che tecniche o scientifiche dovrebbero essere politiche.

   E così, la sentenza che condanna per omicidio colposo i sei membri della Commissione Grandi Rischi sta creando dibattiti che tirano in ballo i roghi medievali, Galileo, le sfere di cristallo, il Superenalotto e via banalizzando.

   Come al solito, la semplificazione e il giudizio tranchant la fanno da padrone: innanzitutto, la condanna non è per non aver saputo prevedere il terremoto del 6 aprile durante la famigerata riunione del 31 marzo 2009, dal momento che siamo tutti d’accordo che i terremoti non si possono prevedere. Ma per avere rassicurato gli aquilani sull’improbabilità di un evento catastrofico pur avendo a disposizione dei dati che avrebbero dovuto portare a dire il contrario, falsificando addirittura la data di redazione del verbale della riunione. Messa così, sembrerebbe inoppugnabile. Però, ci sono dei “però”.

   Primo “però”: in quel verbale i membri della Commissione non escludevano “in maniera assoluta” che potesse verificarsi un sisma distruttivo, e tuttavia lo consideravano improbabile. “Improbabile” non vuol dire “impossibile”. L’interpretazione rassicurante è stata data in conferenza stampa a titolo personale da un membro che non era nemmeno il portavoce della Commissione.

   Secondo “però”: il giudice, nell’estratto delle motivazioni della sentenza, dice che ciò che agli imputati era richiesto, per legge, era l’analisi del rischio e una corretta informazione, e ciò non fu fatto. Ma il ruolo della Commissione è meramente consultivo, come struttura di collegamento tra la comunità scientifica e la Protezione Civile, di cui è organo collegiale. Può dare indicazioni, ma addossarle la responsabilità di omicidio colposo, disastro e lesioni gravi appare francamente spropositato.

   Semmai era da chiedersi a cosa servisse far riunire una Commissione Grandi Rischi per farla pronunciare su qualcosa su cui non si poteva dire sostanzialmente niente, se non per usarla strumentalmente secondo le proprie necessità, ben sapendo che nessuno scienziato avrebbe rischiato il procurato allarme in assenza di dati inoppugnabili.

Terzo ed ultimo “però”: il vero problema non sta nel capire se la Commissione Grandi Rischi abbia fatto bene o male, ma se le loro parole prefigurino il reato di omicidio colposo e meritino 6 anni di galera per aver detto con troppa enfasi che un terremoto grave era “improbabile” e non “impossibile”.

   Se l’accusa è di non aver fatto bene il proprio lavoro e di avere agito con leggerezza, allora mezza Italia o più dovrebbe andare in galera subito, a cominciare da chi ha costruito gli edifici (quelli che sono crollati causando morti erano quasi tutti recenti, altro che “vecchie abitazioni”) senza il rispetto delle più elementari norme antisismiche e di sicurezza generale.

   Se si voleva punire l’acquiescenza al potere e la superficialità nella comunicazione, allora perché non condannarli alla sola interdizione perpetua dai pubblici uffici invece che anche con l’omicidio colposo? E se loro furono (passatemi il pressapochismo delle espressioni) gli ingenui o consapevoli esecutori di una volontà tranquillizzatrice superiore, allora perché i mandanti (chi chiese la riunione e ordinò la conferenza stampa – illuminante in questo senso la trascrizione della telefonata tra Bertolaso e l’assessore regionale Daniela Stati) non sono stati nemmeno sfiorati dall’inchiesta? E cosa dovrebbe essere comminata loro, in caso, come pena?

Tanto per fare un esempio, è come se un medico chiamato per un consulto rassicurasse i parenti che il paziente è fuori pericolo, pur in presenza di disturbi in fase acuta, e poi invece il paziente muore. Ecco, se fosse stato zitto sarebbe stato meglio in primis per la sua reputazione di professionista. Ma lo potremmo poi accusare di omicidio colposo per non aver detto che il paziente poteva morire per una crisi più forte?

La sensazione è che le condizioni ambientali (il giudice di primo grado è dell’Aquila) e l’emotività abbiano avuto un certo peso nella decisione di condannare i membri della Commissione. E aggiungo io, la cronica insofferenza e sfiducia nei confronti delle istituzioni di qualsiasi genere, nonché l’ipocrisia di voler cercare sempre il colpevole in chi ci mette la faccia e la carriera, e non in quelli che si nascondono dietro di loro. (Angela Cutrera, 24/10/2012, dal sito http://www.giornalettismo.com/)

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COMMISSIONE GRANDI RISCHI: PERCHÉ SOLO ORA LE DIMISSIONI?

di Enrico Fedrighini, da “il Fatto Quotidiano” del 24/10/2012

   La stampa e la comunità scientifica internazionale mostrano sorpresa e incredulità per la sentenza che ha condannato gli esperti della Commissione Grandi Rischi in relazione al tragico terremoto de L’Aquila.

   “Ma come? – si sente ripetere da più parti – in un Paese nel quale nessuno è mai responsabile di nulla, mandate in galera validi scienziati per non aver saputo prevedere un terremoto? E’ una sentenza ingiusta, i terremoti non si possono prevedere; la colpa semmai è della politica che ha organizzato un’operazione mediatica per mandare un messaggio tranquillizzante…”.

   C’è chi, con sprezzo del ridicolo, scomoda Galileo. E chi sente il dovere di difendere il ruolo della “scienza”, come Odifreddi: : “La ragione, o anche solo il buon senso, dovrebbero portare a ringraziare gli scienziati per ciò che sanno e riescono a fare, e non a condannarli per ciò che non sanno e non possono fare: come le previsioni dei terremoti gli esperti sono responsabili dei pareri che hanno dato. Non sono responsabili dei suggerimenti che la protezione civile ha ritenuto di dover dare alla popolazione, in seguito a questi pareri”.

   Vero. Ma c’è qualcosa che non torna in questa storia. E non serve scomodare Galileo, o il ruolo degli scienziati. Si tratta di una storia molto italiana, in fondo.

   Il 31 marzo 2009, alle ore 18.30, si riunisce a L’Aquila la Commissione Grandi Rischi. Una riunione molto importante e delicata: la zona è da mesi soggetta a fenomeni sismici rilevanti, culminati con la scossa di magnitudo 4.0 avvenuta il giorno precedente, 30 marzo. Il giorno dopo quella riunione, sul sito della Protezione Civile compare il seguente comunicato: “Nel pomeriggio di ieri si è riunita a L’Aquila, nella sede della Regione Abruzzo, la Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi. Scopo dell’incontro è stato fornire ai cittadini tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica delle ultime settimane in Abruzzo: attività che viene costantemente monitorata, pur non essendoci nessun allarme in corso”. Messaggio breve e tranquillizzante.

   Facciamo un passo indietro. Torniamo alla famosa riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009. Come riporta Il Fatto Quotidiano, quella delicata riunione dei massimi esperti scientifici si conclude incredibilmente senza che venga redatto alcun verbale: il documento attestante le conclusioni di quella riunione viene infatti prodotto e firmato in occasione di una successiva riunione della Commissione Grandi Rischi a L’Aquila avvenuta in data 6 aprile, poche ore dopo il terremoto che ha sconvolto la città e ucciso centinaia di persone. “Qualcuno corregge il testo alla meno peggio e Dolce (Mauro Dolce, capo Ufficio rischio sismico della Protezione Civile, ndr) ce lo fa firmare per ragioni interne”.

   Quali ragioni interne? Chi denuncia un fatto tanto grave? Si tratta di Enzo Boschi, fisico, Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, componente della Commissione Grandi Rischi. Boschi non si rivolge subito e direttamente all’autorità giudiziaria, preferendo indirizzare questa comunicazione ai vertici della Protezione Civile, Zamberletti e Barberi, sei mesi dopo i fatti.

   Ma cosa viene riportato nel famoso verbale di quella riunione. Niente di sconvolgente, in apparenza. Da un lato si afferma l’inattendibilità delle misurazioni del gas radon ai fini previsionali di eventi sismici (per zittire le polemiche di un tecnico laureato, Giampaolo Giuliani, che non fa parte della Commissione Grandi Rischi e che continua a lanciare allarmi: la notte del 6 aprile, Giuliani posta la sua famiglia fuori casa, in auto, al sicuro, in attesa della scossa, che arriva); dall’altro, la conclusione è lapidaria: “Oggi non ci sono strumenti per fare previsioni e qualunque previsione non ha fondamento scientifico. Il problema va, invece, visto nei termini generali, perché l’unica difesa dai terremoti consiste nel rafforzare le costruzioni e migliorare la loro capacità di resistere al terremoto. Tutti i componenti della Commissione concordano con questa valutazione”.

   Congratulazioni. E c’era bisogno di una Commissione di esperti in Grandi Rischi per produrre questo? Uno studente di ingegneria o architettura al primo anno poteva bastare.

   Enzo Boschi, comprensibilmente sconvolto dalla sentenza, oggi dichiara: “I sismologi sono l’anello debole.  Il numero delle vittime di un terremoto è proporzionale al livello di corruzione di ogni Paese, è scientificamente provato”.

   E se ne accorge adesso? Non sapeva con chi aveva a che fare, lui e i suoi colleghi scienziati, fino a ieri?

Perché si dimettono tutti solo dopo la sentenza di condanna e non tre anni fa, quando parteciparono a una riunione delicata e importante, alla vigilia della distruttiva scossa magnitudo 6.3, conclusasi con una verbalizzazione firmata sette giorni dopo, a terremoto avvenuto, “per ragioni interne”?

   Certo, l’esperto/scienziato rischia di essere l’anello debole di una catena al vertice della quale vi è il decisore politico e, spesso, l’inconfessabile intreccio affari/politica. Ma l’esperto/scienziato non è obbligato ad accettare o mantenere prestigiosi e ben retribuiti incarichi, se si accorge che qualcosa non funziona.

   Anche questo è scientificamente provato, in questa amara storia tutta italiana… (Enrico Fedrighini)

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E BERTOLASO ORDINÒ: NIENTE VERITÀ

di Giuseppe Caporale e Elena Dusi, da “la Repubblica” del 26/10/2012

   “LA SEQUENZA in corso può evolversi con successive scosse di terremoto di magnitudo confrontabile a quelle di questi giorni”. Questo scrivevano gli scienziati dell’Ingv il 9 aprile 2009, tre giorni dopo la scossa principale nel documento che Repubblica è in grado di pubblicare, ma che all’epoca fu “occultato” da Guido Bertolaso.

   “LE ZONE adiacenti all’area epicentrale hanno una probabilità non trascurabile di essere interessate da attività sismica. In particolare la zona sud-orientale potrebbe essere sede di futuri terremoti di magnitudo moderata o forte”.

   Quelli del sismologo Enzo Boschi (presidente dell’Ingv) e Franco Barberi (presidente vicario della commissione) furono però tentativi inutili di far conoscere all’opinione pubblica gli ulteriori rischi che correva l’Abruzzo. Bertolaso bloccò infatti la conferenza stampa e il comunicato. “NESSUN VERBALE” Ma questa è solo l’ultima delle azioni tese a anestetizzare la paura per lo sciame sismico. Perché era «la verità che non si deve dire», di cui Bertolaso il 9 aprile parlava nella telefonata con Boschi, intercettata dai Ros di Firenze che indagavano sulla cricca del G8 e che finirà agli atti del secondo filone d’inchiesta sulla commissione Grandi Rischi.

   I sette membri della commissione sono stati condannati lunedì scorso a sei anni di reclusione e all’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici per omicidio colposo, proprio a causa della riunione del 31 marzo 2009, quando Bertolaso li “mandò” all’Aquila per smentire l’allarme lanciato da Giampaolo Giuliani, il tecnico di laboratorio che attraverso il sistema di rilevazione del gas radon annunciava da giorni l’arrivo di una tremenda scossa a Sulmona.

   E per eseguire l’ordine del capo del dipartimento – che pretese quel giorno dagli scienziati una conferenza stampa – gli stessi sismologi finirono con il tranquillizzare la popolazione.

   Ma non fu vera riunione: convocata da Bertolaso, che non aveva titolo per farlo, si tenne (prima e unica volta) fuori dalla sede ufficiale del dipartimento, quella di via Ulpiano a Roma. E durò appena 45 minuti. Al termine non fu redatto nemmeno il verbale: verrà confezionato in gran fretta dagli uomini del dipartimento e firmato dagli scienziati il 6 aprile 2009 (ma datato 31 marzo). Quando la città era già in macerie. Perché doveva essere solo «un’operazione mediatica», come ammette lo stesso Bertolaso al telefono con Daniela Stati, allora assessore regionale alla Protezione Civile dell’Abruzzo.

“QUELLO SCEMO DI GIULIANI”

12 marzo 2009, ore 21,46. Fabrizio Curcio, collaboratore di Bertolaso, chiama il suo capo.

   Curcio: «Volevo avvertirla che in Abruzzo, all’Aquila in particolare… C’è di nuovo quello scemo che ha iniziato a dire che stanotte ci sarà il terremoto devastante». Bertolaso: «Eh». Curcio: «Noi stiamo cercando con Mauro (Dolce, capo ufficio rischio sismico della Protezione Civile, ndr) di far fare un comunicato all’Ingv… In modo che siano loro a definire questa cosa, perché all’Aquila si è sviluppata un’ansia bestiale. C’è insomma parecchio movimento, telegiornali e quant’altro».

   Bertolaso: «Ma chi è questo?». Curcio: «È un tal Giuliani che ogni tanto se ne esce con queste dichiarazioni… ». Bertolaso: «Fai fare un comunicato dove annunciamo che verrà denunciato per procurato allarme e saranno denunciati con lui quegli organi di stampa che riportano notizie che sono notoriamente false. Okay?». Curcio: «Okay, grazie».

   Nei giorni seguenti Bertolaso denuncerà Giuliani, ma il tribunale di Sulmona, dopo il sisma, archivierà il fascicolo.

“SITUAZIONE NORMALE”

30 marzo 2009, ore 15.38. All’Aquila c’è l’ennesima scossa, questa volta di magnitudo più intensa (4.1). La città è nel caos.

Migliaia di persone escono dalle case e dagli uffici e corrono in strada. Persino i ragazzi della Casa dello Studente – che poi crollerà – evacuano l’edificio e chiedono un’ispezione al responsabile della struttura. Ma gli studenti vengono rassicurati e fatti rientrare.

   Intorno alle 19 il capo della Protezione Civile chiama Daniela Stati, assessore regionale. «Sono Guido Bertolaso». Stati: «Che onore». Bertolaso: «Ti chiamerà De Bernardinis il mio vice, gli ho detto di fare una riunione all’Aquila domani, su questa vicenda di questo sciame sismico che continua, in modo da zittire subito qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni… Io non vengo, ma vengono Zamberletti (l’unico che poi non parteciperà, ndr ), Barberi, Boschi, i luminari del terremoto in Italia. Li faccio venire all’Aquila, da te o in prefettura. In modo che è più un’operazione mediatica, hai capito? Così loro, che sono i massimi esperti di terremoti, diranno: è una situazione normale. Sono fenomeni che si verificano… Meglio che ci siano cento scosse di quattro scala Richter piuttosto che il silenzio, perché cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa quella che fa male… Hai capito? (…) Tu parla con De Bernardinis e decidete dove fare questa riunione domani, poi fatelo sapere (alla stampa, ndr) che ci sarà questa riunione. E che non è perché siamo spaventati e preoccupati, ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente. E invece di parlare io e te, facciamo parlare i massimi scienziati nel campo della sismologia». Stati: «Va benissimo».

“NASCONDERE LA VERITÀ”

9 aprile 2009, ultimo giorno di intercettazioni sulle utenze di Bertolaso, che fa due telefonate importanti: a Boschi, per impartire l’ordine di nascondere la verità sulle nuove scosse, e all’allora sottosegretario Gianni Letta, al quale chiede di «zittire i giornali» sulle polemiche intorno alla Grandi Rischi. (GIUSEPPE CAPORALE, ELENA DUSI)

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Dopo la sentenza dell’Aquila

NON ESISTE SOLO LA RESPONSABILITÀ PENALE

di Gian Arturo Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 26/10/2012

   DOPO LA SENTENZA DELL’AQUILA

Non esiste solo la responsabilità penale

Il principio socratico «Nemo sua sponte peccat» (Nessuno fa il male deliberatamente) asserisce in parole povere che c’è da aver più paura degli stupidi che dei malvagi. Detto con più eleganza, è un principio illuminista secondo cui il male è il buio dell’ignoranza, che appunto i lumi si incaricheranno di schiarire.

   Un’idea opposta a quella cristiana secondo cui il male, penetrato nell’uomo con il peccato originale, viene dall’uomo, per debolezza o per protervia, deliberatamente perseguito. Da un punto di vista filosofico, la posizione su questo dilemma determina la valutazione che si dà della sentenza sul terremoto dell’Aquila. E in questo caso sembra proprio che il principio illuminista sia il più plausibile.

   Mentre infatti suona inverosimile che quell’elevato consesso di accademici e alti funzionari abbia deliberatamente ingannato i cittadini dell’Aquila, risulta di palmare evidenza che si trattava di un’accolita di incompetenti, provvisti però di una robusta dose di arroganza.

   Accresciuta adesso, l’arroganza, dalla asserzione burbanzosa che i fenomeni naturali sono imprevedibili. (Anche noi ne avevamo avuto qualche sentore, guardando il meteo… E, peraltro, se così stanno le cose, a che pro mantenere altisonanti commissioni e non sostituirle con un lanciatore di moneta che, testa o croce, ci illumini sul futuro?).

   Altra faccenda è la sanzione penale comminata ai chiarissimi incapaci, la quale sembra più che altro riecheggiare la memorabile invettiva di Giorgio Bracardi «In galera!». Ma che ha la sua radice in un fenomeno solamente nostro, italianissimo, e cioè la riduzione di ogni forma di responsabilità a quella penale.

   È scomparsa infatti la nozione di responsabilità politica, specie per quanto riguarda la corruzione e i rapporti con la criminalità organizzata. Dovrebbe essere evidente che oltre a quelle individuali vi sono qui responsabilità collettive, cioè politiche, ma queste ultime, non essendo sanzionate da chi le dovrebbe sanzionare, cioè dagli elettori e dal pubblico disprezzo finiscono per dissolversi.

   Sorte analoga è capitata alle responsabilità etiche, anche nella versione molto ridotta che attiene ai comportamenti quotidiani, alle nozioni di decoro e di decenza, forse piccolo borghesi, ma proprie delle forme evolute di civile convivenza. Tranne rari casi (le dimissioni del sottosegretario Malinconico ne sono state un lodevole esempio) non sono neppure avvertite come responsabilità o vengono attribuite a una sfera privata, pressoché inesistente nel caso di figure per definizione pubbliche.

   Vi sono infine responsabilità specificamente professionali, gestionali, tecniche, non essendo a priori da escludere che persone specchiate e incensurabili risultino poi alla prova dei fatti dei perfetti incapaci.  L’opacità raggiunge qui il massimo, in parte per difesa corporativa, in parte per sudditanza dell’informazione. Sta di fatto che non si sa mai chi siano i responsabili delle inefficienze, delle trascuratezze, degli sprechi e di tutti i disastri tutti i giorni sotto gli occhi di tutti.

   Questa atrofia nazionale del senso di responsabilità e delle relative sanzioni ha finito per caricare la responsabilità penale – un caso estremo – di pesi impropri. Le è stato chiesto di vicariare tutte le altre forme di responsabilità, ma con il vincolo delle garanzie necessarie quando è in gioco la libertà dei cittadini.

   Con il conseguente doppio rischio di forzare le garanzie per affermare una responsabilità forse non penale, ma di sicuro non altrimenti sanzionabile. Ovvero di mantenere le garanzie e negare la responsabilità penale, ma di fatto assolvere da ogni altra forma di responsabilità. Come si vede spesso dalla giocondità degli assolti, che interpretano l’aver schivato la galera come un encomio solenne dei propri comportamenti.

   Il problema, dunque, non è – o non è solo – la giustizia penale, ma la sensibilità sociale. E le colpe non sono qui dei politici o dei magistrati, ma nostre, di una pubblica opinione poco educata, ancora da dirozzare. In Germania i ministri si dimettono per aver a suo tempo copiato, in tutto o in parte, la propria tesi di laurea. I condannati dell’Aquila avrebbero fatto bene, all’indomani del terremoto, a chiedere pubblicamente scusa per la tragica topica, a dimettersi dalle proprie prestigiose cariche e a togliersi dalla circolazione.

   Avrebbero evitato, se non altro moralmente, la condanna. (Gian Arturo Ferrari)

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PRIMA DELLA SENTENZA….

IL PROCESSO DELL’AQUILA AGLI SCIENZIATI DEI TERREMOTI E IL RISCHIO DELLA FUGA

– Gli esperti americani «Sarebbe la prima volta che un tribunale arriva a tanto» –

di ANNA MELDOLESI, da “il Corriere della Sera” del 22/10/2012

   Due settimane fa il Giappone ha riunito gli esperti per discutere le lezioni del terremoto del 2011, quello di Fukushima. E noi? I nostri sismologi invece di farli discutere li processiamo. Tra oggi e domani il Tribunale dell’Aquila deciderà se accogliere la richiesta del pubblico ministero, condannando a 4 anni di carcere un drappello di scienziati e funzionari della Commissione grandi rischi.

   L’accusa non è quella di non aver previsto il sisma che ha squassato l’Abruzzo nel 2009 uccidendo 309 persone: è noto che certe previsioni sono scientificamente impossibili. Ai sette imputati viene rimproverato piuttosto di aver rassicurato troppo la popolazione, escludendo che lo sciame sismico in atto preannunciasse una scossa distruttiva.

   Le rassicurazioni eccessive possono indurre la gente ad adottare comportamenti rischiosi, restando in casa quando sente la terra tremare. Ma può un errore di comunicazione valere una condanna per omicidio colposo? «Noi crediamo di no», rispondono al Corriere gli americani Peter Sandman e Jody Lanard, veterani della comunicazione del rischio, che in passato hanno aiutato istituzioni e industrie a gestire ogni tipo di emergenza.

   Sarebbe la prima volta che un tribunale si spinge a tanto ed è per questo che sull’Aquila sono puntati gli occhi della comunità scientifica internazionale. «Se questi scienziati saranno dichiarati colpevoli, potremmo finire in mano ai ciarlatani», ha dichiarato Willy Aspinall a Science.

   L’esperto di disastri dell’Università di Bristol lavorava a Montserrat durante l’eruzione del 1997. Ci furono 19 morti, fu avviata un’indagine ed è bastato questo ad allontanare dall’osservatorio caraibico i ricercatori migliori. Lo stesso potrebbe accadere adesso in Italia: chi vorrà far parte delle prossime commissioni sui rischi? Davanti a un’imputazione monstre, la prima cosa da fare è auspicare l’assoluzione. Ma perché la tragedia dell’Aquila non sia accaduta invano, qualcosa dobbiamo anche imparare.

   «Gli scienziati non sanno comunicare. Quando parlano tra loro tendono a enfatizzare le lacune delle conoscenze, quando parlano al pubblico, invece, spesso danno l’impressione di sapere tutto», premettono Sandman e Lanard. Si tratta di un difetto diffuso, che in questo caso è stato ingigantito dalla voglia di fare fronte comune contro una voce fuori dal coro.

   Il tecnico Gioacchino Giuliani profetizzava un terremoto imminente. E gli esperti della Commissione, indignati per quella previsione infondata, nella riunione del 31 marzo e nella successiva conferenza stampa potrebbero aver esagerato in senso contrario.

   «Hanno confutato la sua quasi certezza con un’altra quasi certezza, prevedendo che una forte scossa fosse quasi certamente non imminente», notano Sandman e Lanard. Il rischio zero non esiste e la sicurezza assoluta neppure. Se non capiamo questo non troveremo mai un punto di equilibrio tra negligenza e allarmismo, fra il disastro dell’Aquila e il falso allarme meteo di Roma: un temporale è stato trattato come un evento estremo e poi deriso.

   L’Italia è un Paese in cui scienza e politica si mescolano in modo talvolta improprio, ed è probabile che la riunione dell’Aquila sia stata anche un esercizio di pubbliche relazioni. «Il terremoto ha scioccato gli esperti. Dopo tutto era un evento improbabile. Anche il processo sono stati uno shock. Ma il fatto che la conferenza stampa fosse scivolosa era prevedibile», ragionano Sandman e Lanard. «Un esperto scientificamente scrupoloso avrebbe insistito per far passare un messaggio di incertezza. Un esperto politicamente astuto invece avrebbe declinato l’invito a partecipare».

   Ma l’Italia è anche e soprattutto un Paese a rischio sismico, con antichi centri storici spesso mal conservati e costruzioni moderne che non sono resistenti quanto dovrebbero. L’industria edilizia qualche volta risparmia e qualcuno chiude un occhio. Non è un caso che per le ricerche internazionali il tasso di corruzione dei Paesi sia correlato con il numero delle vittime dei terremoti. Se a pagare il conto fossero alcuni dei nostri migliori studiosi, come Enzo Boschi, sarebbe uno scempio difficile da accettare. (Anna Meldolesi)

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PRIMA DELLA SENTENZA

“SCIENCE” E IL TERREMOTO A L’AQUILA

da SCIENCE, 12/10/2012, di EDWIN CARTLIDGE

(ripreso da IL FATTO QUOTIDIANO, con traduzione di Loredana Spadola, Margherita Beltrame e Noemi Alemanni per italiadallestero.info,

http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/italiadallestero/)

SCOSSA DI ASSESTAMENTO IN TRIBUNALE

L’Aquila – “Stai calma. Ci vediamo domani”. Queste sono state le ultime parole che Linda Giugno ha sentito da suo fratello Luigi, all’1 di mattina del 6 aprile 2009. Entrambi vivevano nella cittadina de L’Aquila, nel centro Italia, e Linda aveva telefonato a Luigi, una guardia forestale, perché era terrorizzata dall’ultima di una lunga serie di tremori di piccola e media intensità che avevano scosso la città nei 3 mesi precedenti.

   Luigi disse che secondo lui non c’era alcun pericolo e che non gli sembrava necessario svegliare sua moglie, che avrebbe dovuto partorire quello stesso giorno, e il loro figlio di 2 anni.

   Poco più di 2 ore dopo, alle 3.32, L’Aquila fu colpita da un terremoto di magnitudo 6.3. Luigi, suo figlio e sua moglie con la bimba che portava in grembo morirono seppelliti nel crollo del palazzo settecentesco in cui vivevano, quattro delle oltre 300 vittime. Linda Giugno ha raccontato la sua terribile storia dal palchetto dei testimoni in un tribunale silenzioso e affollato nell’ottobre del 2011, una delle prime di molte commoventi testimonianze in un controverso processo di omicidio colposo che ha appassionato L’Aquila e molti scienziati di tutto il mondo.

   Sul banco degli accusati ci sono sette uomini: quattro scienziati, due ingegneri e un funzionario statale.  Essi parteciparono alla riunione del pannello di esperti del Dipartimento di Protezione Civile (DPC)

italiano noto come la “Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi”, che si riunì il 31 marzo 2009 a L’Aquila per valutare le continue scosse di terremoto.

   Dopo la fine della riunione, due membri del gruppo tennero una conferenza stampa accompagnati da funzionari locali. In quell’occasione, secondo l’accusa, diedero agli abitanti di L’Aquila l’impressione erronea che non avrebbero avuto nulla da temere. Di conseguenza, alcune persone che altrimenti avrebbero abbandonato le loro case durante le successive scosse, vi restarono, e morirono il 6 aprile.

   In effetti, quando il Pubblico Ministero ha chiesto a Linda Giugno perché suo fratello avesse escluso con sicurezza la possibilità di un terremoto catastrofico, la sua risposta è stata chiara: “Gli esperti citati durante i servizi in TV avevano detto che non ci sarebbero state scosse più forti di quelle già in corso.”

   Il processo a L’Aquila ha riscosso una grande attenzione internazionale, ma anche indignazione e proteste. Nel 2010 più di 4000 scienziati italiani e internazionali firmarono una lettera aperta indirizzata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, definendo le accuse “infondate” perché non era assolutamente possibile per la commissione predire accuratamente un terremoto. Alan Leshner, amministratore delegato di AAAS (l’editore di Science) giudicò le accuse “ingiuste e ingenue” in una lettera a Science.

   Eppure durante lo svolgimento del processo nell’ultimo anno, è emerso un quadro più complesso. I Pubblici Ministeri non hanno accusato i membri della commissione di non aver predetto il terremoto, ma di aver effettuato una rapida e superficiale valutazione dei rischi, presentando al pubblico dei risultati incompleti ed erroneamente rassicuranti. I Pm hanno sostenuto in tribunale che le molte scosse avvertite a L’Aquila nei mesi precedenti davano quantomeno un’idea di un aumentato rischio.

   Nel frattempo, una conversazione telefonica registrata e resa pubblica durante il processo ha suggerito che la commissione si era riunita con lo scopo preciso di rassicurare il pubblico. Questo ha sollevato il dubbio sul fatto gli scienziati fossero stati usati, o abbiano permesso di farsi usare, per calmare una città in agitazione.

   Il processo adesso volge al termine. Più di 100 testimoni sono stati ascoltati, inclusi geofisici, ingegneri, funzionari statali, psicologi, un antropologo ed anche molti amici e parenti delle vittime. Il 24 e il 25 settembre scorso, l’accusa ha presentato le sue motivazioni conclusive in arringhe per un totale di 13 ore e ha chiesto 4 anni di prigione per ognuno dei sette deputati. Questa settimana gli avvocati difensori dovevano presentare il loro discorso conclusivo. E alla fine sarà il giudice 43enne Marco Billi a decidere da solo; il suo verdetto è previsto per il 23 ottobre [N.d.T., il processo è terminato il 22 ottobre con la condanna in primo grado a 6 anni per tutti gli imputati].

TESI E NERVOSI

L’Aquila, il capoluogo dell’Abruzzo, si trova in una delle regioni italiane più attive dal punto di vista sismico. In pratica è costruita in cima a una faglia che fa parte di un sistema più grande che segue la catena dei monti Appennini per gran parte della lunghezza del Paese. La città fu colpita da gravi terremoti nel 1349, 1461 e 1703: quest’ultimo fu il più letale, con circa 2500 vittime.

   Nel 1985 e nel 1995 L’Aquila avvertì i cosiddetti sciami sismici, un numero elevato di scosse di piccola intensità che si susseguirono per molte settimane. Le scosse causarono nervosismo, ma non accadde nulla di grave.

   Un altro sciame sismico si verificò nei primi mesi del 2009, con scosse che diventarono gradualmente più frequenti e più intense. Queste resero la popolazione della città sempre più tesa e nervosa, secondo il geologo Antonio Moretti dell’Università dell’Aquila. La tensione, dice, fu aggravata dalle previsioni di Gioacchino Giuliani, un tecnico dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare che si trova vicino a L’Aquila. Giuliani dice di poter prevedere i terremoti misurando l’aumento delle emissioni di gas radon dalla terra, una teoria che è stata studiata per decenni, ma che è stata rifiutata dalla maggior parte dei sismologi.

   Sembra che Giuliani predisse che il 29 marzo ci sarebbe stato un forte terremoto nella città di Sulmona, a un’ora di macchina a sud-est dell’Aquila. Questa previsione provocò il panico, ma era sbagliata. Il 31 marzo Giuliani fu denunciato alla polizia per aver procurato un allarme ingiustificato, portandolo a non esprimersi più pubblicamente sui terremoti.

   Sullo sfondo di questi eventi, la magnitudo locale delle scosse aumentò improvvisamente a 4.1 il 30 marzo e Guido Bertolaso, allora a capo del Dipartimento di Protezione Civile (DPC), decise di convocare la Commissione Grandi Rischi. Di solito la commissione si riunisce a Roma, ma questa volta Bertolaso chiese al gruppo di andare a L’Aquila. Lo scopo della riunione, secondo quanto dichiarato dal DPC alla stampa il 30 marzo, doveva “fornire ai cittadini dell’Abruzzo tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica delle ultime settimane”.

   Subito prima della riunione, uno dei membri della commissione aveva già pronunciato parole molto rassicuranti in un’intervista con la televisione locale TV Uno. Bernardo De Bernardinis, allora vice-capo del DPC e ingegnere idraulico, aveva dichiarato che le scosse “non costituiscono un pericolo” e che “la comunità scientifica mi continua a confermare che anzi è una situazione favorevole.” Le continue scosse aiutavano a scaricare l’energia della faglia, spiegò De Bernardinis. Al processo i testimoni hanno detto che ciò fu particolarmente rassicurante, perché suggeriva che il pericolo diminuiva con ogni scossa. Quando l’intervistatore suggerì che la popolazione si poteva rilassare con un “buon bicchiere di vino”, De Bernardinis rispose “assolutamente” e raccomandò un buon Montepulciano.

   La riunione iniziò alle 18.30 circa nella sede del governo regionale dell’Abruzzo e finì in meno di un’ora. Al suo termine, De Bernardinis parlò in una conferenza stampa con l’allora vice-presidente della commissione, il vulcanologo Franco Barberi dell’Università di Roma (Roma Tre). A loro si unirono due funzionari statali che avevano partecipato alla riunione: il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente e il consigliere regionale responsabile per la protezione civile Daniela Stati.

   Il tenore delle loro dichiarazioni, come riportate sui quotidiani e in televisione, era: state calmi, non è possibile prevedere i terremoti, ma non ci aspettiamo l’arrivo di una grossa scossa. Il quotidiano “Il Tempo” riportò la dichiarazione di Bernardinis che non ci si aspettava un aumento dell’intensità delle scosse; la rete televisiva Abruzzo24ore riportò le parole di Cialente secondo il quale “assolutamente non ci dovrebbe essere alcun rischio” di danno sostanziale agli edifici.

   Tradizionalmente, secondo i Pubblici Ministeri, gli abitanti dell’Aquila venivano istruiti dai propri genitori ad abbandonare le case alle prime avvisaglie di una scossa di terremoto per evitare gli effetti di possibili scosse più intense.

   Questo è ciò che successe il giorno prima della riunione, quando ci fu la scossa di magnitudo 4.1: molte persone si raggrupparono vicino al castello o in una delle piazze della città finché non si sentirono abbastanza sicure da poter tornare a casa.

   Ma, secondo l’accusa, la riunione della Commissione Grandi Rischi cambiò l’opinione di molte persone: “Era come se fossimo stati anestetizzati, come se qualcuno avesse rimosso la nostra paura primitiva del terremoto”, ha detto alla corte il medico locale Vincenzo Vittorini, la cui famiglia restò a casa la notte tra il 5 e il 6 aprile. “Dopo quella maledetta riunione, ci hanno messo in testa l’idea che non potesse succedere niente di terribile”.

   Quando avvenne il terremoto, con il suo epicentro a poco più di 3 chilometri dal centro della città, Vittorini perse la moglie e la figlia. Il terremoto fece 309 vittime, almeno 1500 feriti e più di 65.000 persone furono costrette a lasciare le proprie case. Più di 3 anni dopo, la città sembra immobilizzata nel tempo; gran parte del centro è abbandonato, molte strade sono ancora chiuse al pubblico e alcune case sono completamente distrutte. Molti vecchi palazzi sono racchiusi in una gabbia di metallo, mentre edifici più moderni presentano enormi buchi che mostrano, in alcuni casi, alcuni mobili ancora in piedi.

L’IMPORTANZA DI UNO SCIAME

Poiché il tribunale è stato reso inagibile dal terremoto, il processo si sta svolgendo in un anonimo edificio azzurro nella zona industriale alcuni chilometri fuori città. All’interno c’è spazio appena sufficiente per far sedere gli imputati e un piccolo esercito di avvocati, mentre i numerosi amici e parenti delle vittime devono stare in piedi, insieme ai giornalisti.

   Secondo il Pubblico Ministero Fabio Picuti, il terremoto ha dato origine a un’insolita incursione all’interno di un settore scientifico complesso. Picuti è originario dell’Aquila e si è occupato principalmente di inchieste sul crimine organizzato locale, ma dichiara a Science di essersi documentato abbondantemente sugli aspetti scientifici di questo caso.

   Sostiene che se i membri della commissione avessero analizzato accuratamente i dati sismici e di altro genere di cui erano in possesso il 31 marzo 2009, e li avessero adeguatamente condivisi con i cittadini, 30 delle vittime non sarebbero rimaste in casa la notte tra il 5 e il 6 aprile.

   Nel suo atto d’accusa di 509 pagine, Picuti riconosce che gli esperti avevano ragione ad affermare che è impossibile prevedere i terremoti e che costruire edifici resistenti è la migliore prevenzione. Ma ritiene che queste indicazioni siano servite a poco. Picuti ha detto in tribunale che dal verbale della riunione emergono una serie di affermazioni “incomplete e contraddittorie” pronunciate dagli imputati, molte delle quali “scientificamente inutili, quando va bene” o, ancora peggio “fuorvianti”.

   L’elemento centrale dell’accusa è lo sciame sismico e il rischio connesso di un terremoto imminente. Secondo gli scienziati della commissione lo sciame non incideva, né positivamente né negativamente, sulle probabilità di un forte terremoto.

   Tre settimane prima del terremoto, il sismologo Giulio Selvaggi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha dichiarato in un’intervista al giornale locale “Il Centro”: “Uno sciame, qualunque sia e di qualunque durata, non è mai, e sottolineo mai, precursore di grandi eventi sismici”. (Selvaggi è uno dei tre imputati che non faceva parte ufficialmente della commissione, ma ne è considerato membro dall’accusa perché ha partecipato alla riunione del 31 marzo in qualità di esperto).

   Secondo una bozza del verbale della riunione, l’allora vice-presidente Barberi avrebbe detto che “Una sequenza di scosse sismiche non prevede nulla.” Nella loro testimonianza, gli imputati hanno ribadito la propria opinione.

   Enzo Boschi, geofisico dell’Università di Bologna che per decenni è stato l’autorità italiana più importante nel settore, ha affermato in tribunale: “Mi rifiuto di affermare che una sequenza sismica, che sia composta da scosse grandi o piccole, possa annunciare l’arrivo imminente di un terremoto.” L’avvocato di Boschi, Marcello Melandri, ha aggiunto che gli esperti non hanno sottovalutato il significato dello sciame. Ha detto a Science che la commissione “non ha rassicurato nessuno” durante la riunione, aggiungendo: “Non è stato detto né che il terremoto non sarebbe avvenuto, né che sarebbe avvenuto.”

   Nel discorso finale, Picuti ha ricordato che anche i terremoti del 1461 e del 1703 erano stati preceduti da sciami sismici – affermando che poiché gli imputati erano a conoscenza di questo dato, avrebbero dovuto tenerne conto. Dice: “Perché nessun membro della commissione è intervenuto dicendo: ‘No, Prof. Barberi, non possiamo fare una dichiarazione così assoluta. Parliamo invece di probabilità: raramente uno sciame sismico porta ad una forte scossa’? Se qualcosa di simile fosse scritto nel verbale, non sarei qui a discutere.”

   Come Picuti ha ricordato in aula, la posizione degli imputati sembra diversa da quella della Commissione Internazionale sulla Previsione dei Terremoti per la Protezione Civile (ICEF), istituita dal DPC dopo il disastro, allo scopo di rivedere lo stato delle previsioni sismiche. Nella relazione del maggio 2011, l’ICEF afferma che il verificarsi di scosse di piccola o media intensità tende ad aumentare le possibilità di un terremoto forte nell’immediato futuro, nonostante la probabilità assoluta rimanga scarsa.

   Thomas Jordan, Il sismologo della University of Southern California di Los Angeles che ha presieduto l’ICEF, ha dichiarato a Science che pensare che lo sciame sismico non significhi niente “non è del tutto giusto”. Molti sciami non portano a terremoti di grande intensità, ma alcuni lo fanno, dice. “La frequenza delle scosse è maggiore durante lo sciame che senza di esso”, spiega. “Ecco perché si pensa che le probabilità aumentino.”

INCONGRUENZE EVIDENTI

   Picuti ha richiamato inoltre le evidenti incongruenze riscontrate nella valutazione della commissione. Una di queste riguardava l’affermazione di Boschi, emersa dalla bozza del verbale, secondo cui “i forti terremoti in Abruzzo hanno periodi di ritorno di 2-3000 anni. (…) È improbabile che a breve termine si verifichi una forte scossa come quella del 1703, anche se non si può escluderlo in maniera assoluta.”

   Ma Boschi è anche co-autore di uno studio del 1995 che stima la probabilità di un evento sismico di magnitudo pari o maggiore a 5.9 nell’area dell’Aquila prima del 2015 è pari a 1: in altre parole c’era la certezza che si sarebbe verificato.

   “Il capo dei sismologi italiani ha detto [durante la riunione] che il rischio di una forte scossa era  improbabile”, ha detto Picuti in aula. “Ma è un peccato che non abbia citato il suo studio ai colleghi.”

   Il Pubblico Ministero si è soffermato anche su un’affermazione fatta da Barberi durante la riunione. Secondo la bozza del verbale, Barberi ha detto che le scosse dello sciame tendono ad avere la stessa intensità e che “è altamente improbabile che nella stessa sequenza si verifichino impennate di magnitudo.”

   Ma Christian Del Pinto, un sismologo che ha partecipato alla riunione come osservatore, nella sua testimonianza al processo ha affermato che la magnitudo delle scosse era già aumentata bruscamente il 30 marzo, il giorno prima della riunione. Era quindi sbagliato, secondo Del Pinto, escludere ulteriori impennate di magnitudo.

   Picuti ha fatto notare alla corte che l’osservazione di Del Pinto è “di fondamentale importanza” perché le affermazioni riportate dalla stampa hanno causato la morte di diverse persone. “Da qui il giudizio di  colpevolezza”, ha detto.

   L’avvocato di Barberi, Francesco Petrelli, dice di non poter rispondere al commento di Barberi prima del suo discorso finale in tribunale, previsto per quando questo numero di Science andava in stampa. Ma dice che il verbale non fornisce un resoconto accurato delle parole pronunciate durante la riunione, e che “bisogna leggere il testo per intero e non le sue frasi individualmente”.

   Il Pubblico Ministero ha anche parlato dell’affermazione forse più controversa pronunciata da uno dei membri della Commissione Grandi Rischi. Nei suoi ormai famigerati commenti antecedenti la riunione, De Bernardinis ha detto che uno sciame sismico era in effetti “una situazione favorevole” perché causava un “continuo scarico di energia”, implicando quindi una diminuzione del rischio di un forte terremoto.

   Altri membri della commissione hanno detto alla corte che questa idea non era corretta. Per esempio, Selvaggi l’ha descritta “un po’ come una leggenda urbana”, perché l’energia rilasciata da piccole scosse è trascurabile rispetto a quella rilasciata durante un terremoto distruttivo. Ma Picuti ha sostenuto che gli esperti della commissione in pratica si sono allineati su questa idea quando Barberi ha chiesto agli altri scienziati la loro opinione in merito. Secondo la bozza del verbale, Picuti ha riferito alla corte che “nessuno di loro ha detto una parola”.

NESSUNA VOCE FUORI DAL CORO

Alcuni nuovi elementi emersi durante il processo hanno portato in primo piano il motivo per cui la riunione fosse stata convocata così in fretta, e questo è stato importante nell’attribuzione delle colpe.

   A gennaio La Repubblica ha pubblicato la scottante intercettazione di una telefonata avvenuta il giorno prima della riunione. In essa, l’allora capo della protezione civile Bertolaso dice all’assessore Stati di aver indetto la riunione “non perché siamo spaventati o preoccupati” per lo sciame sismico, ma per “tranquillizzare le gente”.

   Al telefono Bertolaso definisce la riunione “più che altro un’operazione mediatica”. Boschi ha dichiarato in aula che apparentemente Bertolaso voleva sentirsi dire dalla commissione che non è possibile prevedere i terremoti. “Mi sarei aspettato un’analisi più approfondita durante la riunione”, ha detto Boschi in aula.

   Quando il giudice gli ha chiesto come mai non abbia obiettato sulla superficialità della discussione, Boschi ha risposto: “Per me a dirigere la situazione è il capo della protezione civile e se lui mi chiede di dire una determinata cosa, io la dico.”

   Secondo il geologo aquilano Moretti, la tensione crescente in città ha costretto Bertolaso a cercare di tranquillizzare la gente e di conseguenza gli scienziati sono stati spinti a fare dichiarazioni rassicuranti. “Gli scienziati sono stati spinti verso una decisione evidentemente sbagliata e poi sono stati abbandonati,” ha affermato. Ma Paolo Scandone, geologo dell’Università di Pisa e membro della commissione negli anni ’80, ritiene che il gruppo di scienziati avrebbe dovuto insistere a basarsi su verità scientifiche. Afferma: “Forse gli scienziati non erano abbastanza lucidi per dire di no a chi comandava”.

   In modo analogo, ci sono opinioni differenti sulla responsabilità delle affermazioni controverse di De Bernardinis. Melandri ha dichiarato a Science che i commenti di De Bernardinis rispecchiavano “le sue parole” e non quelle della commissione. “Il Pubblico Ministero non ha fatto distinzione tra i vari membri della commissione”, dice Melandri.

   Ma Picuti sostiene che De Bernardinis riportava la posizione della commissione intera, descrivendola come “un coro senza alcun solista, un organismo che parla con un’unica voce.” Picuti ha spiegato al giudice che le parole di De Bernardinis “corrispondono esattamente” a quanto è stato detto nella riunione. “Mi sono reso conto nel corso del processo che De Bernardinis è una vittima dei sismologi”, ha aggiunto.

   Nella sua testimonianza, De Bernardinis ha detto al giudice che se gli altri membri della commissione gli avessero prospettato la possibilità di un forte terremoto, avrebbe agito di conseguenza. “Se mi avessero detto che il rischio era aumentato avrei chiamato subito Bertolaso.”

LE FONTI DELLA VERA CONOSCENZA

Anche se le affermazioni della commissione erano sbagliate o fuorvianti, la condanna per omicidio colposo indica che il giudice Billi deve essere sicuro che ci fosse un legame causale diretto tra la loro condotta e la decisione delle vittime di restare a casa la sera del 5 e 6 aprile.

   Ecco perché una piccola battaglia durante il processo era centrata sull’esistenza di tale relazione causale. Testimoniando per la difesa, il neurologo Stefano Cappa dell’Ospedale San Raffaele di Milano ha detto che è impossibile provare un legame diretto perché le dichiarazioni della stampa e il verbale con le conclusioni della commissione “trasmettevano ovviamente informazioni che erano ambigue, generiche e non specifiche”.

   L’accusa ha chiamato a testimoniare Antonello Ciccozzi, un antropologo dell’Università dell’Aquila che ha sostenuto in un resoconto scritto che, per i cittadini, la commissione era costituita dalle “massime autorità scientifiche” e quindi fonte di “vera conoscenza” non disponibile ad altre persone.

   Concorda Maurizio Cora, un avvocato che ha perso sua moglie e due figlie nel crollo della loro casa. Ha detto alla corte che lui e la sua famiglia aspettavano il giudizio della commissione “come la manna dal cielo”.  La sera del 5 aprile insieme “convennero” che, in base alle affermazioni della commissione, non ci sarebbe stata una scossa più forte delle precedenti. Rassicurati, andarono a letto.

   Se Billi giudica gli imputati colpevoli, ci sarà sicuramente un appello che, con due o anche tre gradi di giudizio, potrebbe durare fino a 6 anni, secondo Fabio Alessandroni, avvocato che rappresenta i familiari e gli amici delle vittime che chiedono il risarcimento dei danni.

   Visto che avevano ruoli diversi, solo alcuni degli imputati potrebbero essere giudicati colpevoli, secondo Alessandroni, e le sentenze potranno essere diverse. Dice che le multe, che probabilmente verranno pagate dallo Stato anziché dagli imputati, potrebbero ammontare a decine di milioni di Euro. Bertolaso è sotto inchiesta separatamente per omicidio colposo a causa del suo ruolo.

   Jordan, il presidente della Commissione per la previsione dei terremoti ICEF, non crede che ci siano dei colpevoli di omicidio colposo. Secondo lui, De Bernardinis “ha fatto affermazioni scientificamente scorrette”, ma sostiene che lui e i suoi colleghi erano impegnati in una difficile opera di equilibrio: comunicare sottigliezze sulla variazione del rischio sismico nel tentativo di contrastare previsioni infondate. “Con il senno di poi penso che non hanno ottenuto questo equilibrio, ma so per esperienza personale che in quelle situazioni è molto difficile dire le cose giuste”.

   Willy Aspinall, professore di Scienza del Rischio e del Pericolo Naturale all’Università di Bristol in Gran Bretagna, è più critico. Sostiene che la commissione è stata ostacolata da una visione eccessivamente critica delle previsioni di terremoti, che al momento dominano questo campo di ricerca.

   I fallimenti del passato nel predire i terremoti hanno avuto come risultato che “la sismologia tradizionale si è chiusa a qualunque idea di previsione” fino al punto che, dice Aspinall, viene persino negato l’uso delle meno ambiziose previsioni probabilistiche. “Purtroppo gli esperti dovevano scegliere tra evacuare e non fare niente”, dice. “A L’Aquila le persone sono abituate a dormire nelle macchine: non avrebbero dovuto essere dissuase dal farlo, secondo me.”

   Ma Aspinall si preoccupa degli effetti che un verdetto di colpevolezza potrebbero avere sulle consulenze scientifiche riguardanti i pericoli naturali. Lui era responsabile della ricerca all’Osservatorio Vulcanologico dell’isola caraibica di Montserrat quando un’eruzione uccise 19 persone nel 1997. L’inchiesta sulle morti non scaturì in un processo criminale, ma dice che “l’esito è che gli scienziati più prudenti e meglio informati evitano” di dare consigli nell’isola. “Se gli scienziati dell’Aquila sono giudicati colpevoli finiremo nelle mani dei ciarlatani e dei lunatici.”

   Il miglior modo di evitare questi problemi in futuro, secondo Jordan, è di delineare chiaramente il ruolo degli scienziati e delle autorità responsabili della Protezione civile. Gli esperti dovrebbero fare “affermazioni costruite attentamente con dati probabilistici” sul rischio, che poi verranno valutate da coloro che prendono la decisione finale per scegliere la migliore linea d’azione.

   Vittorini, il chirurgo che ha perso la moglie e la figlia, dice di non desiderare che gli imputati finiscano in prigione. Dice che il processo “non è una caccia alle streghe”. Vuole che siano stabiliti quali errori sono stati fatti e chi ne sia il responsabile, così da evitare tragedie simili in futuro. “Noi abbiamo bisogno di cambiare mentalità”, dice. “Dobbiamo fare in modo che le persone non cerchino solo di rassicurare”.

(da SCIENCE, 12/10/2012) (“SCIENCE” E IL TERREMOTO A L’AQUILA, di EDWIN CARTLIDGE)  (ripreso da IL FATTO QUOTIDIANO del 28/10/2012, con traduzione di Loredana Spadola, Margherita Beltrame e Noemi Alemanni per italiadallestero.info

http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/italiadallestero/)

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