PROVINCE DA 86 A 51 (e tra sei mesi decideranno le regioni a statuto speciale) – CAOS inutile o INIZIO di una RIVOLUZIONE TERRITORIALE positiva? – e le CITTÀ METROPOLITANE SI FARANNO? – il problema degli 8.092 COMUNI da REINVENTARE IN NUOVE CITTÀ

La mappa delle nuove province presentata dai ministri Cancellieri e Patroni Griffi

Clicca qui sotto per guardare la nuova mappa delle province:

http://www.governo.it/GovernoInforma/documenti/20121031/Italian_regions_provinces.pdf

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A PROPOSITO DI AREE METROPOLITANE – Da Francesco Cafaro (Bari) troviamo, in un post precedente a questo, un approccio possibile sull’idea, perseguita in questo blog, di “Metropolis” (cioè AREA-CITTÀ METROPOLITANA) da individuare in tutti i luoghi:

“Vorrei fare solo due brevi considerazioni sul riflesso percettivo che potranno avere le modifiche amministrative sollecitate nella vostra nota. Sono abbastanza convinto che l’eliminazione delle attuali province semplificherebbe di molto il quadro e forse eviterebbe di continuare sulla strada di perimetrazioni schizofreniche per le città metropolitane. Tuttavia sono anche convinto che l’approccio semantico comporti conseguenze sostanziali. E allora, in sintesi:
1) L’aggettivo “metropolitano” è, nel sentire comune (magari ingenuo ma tangibile), qualcosa che attiene ambiti a forte densità abitativa ed elevata attrattività direzionale. In questo senso, sussistono rischi ad attribuire la denominazione di aree metropolitane a zone in cui andrebbe invece esaltata, valorizzata sul piano del marketing culturale e turistico, proprio la percezione opposta, ossia quella di zone “selvagge” o comunque tipizzate in modo differente rispetto alle metropoli sensu stricto.

   Penso alle Dolomiti nel nord-est, alla Valle d’Aosta, alla Valle d’Itria ed al Parco dell’Alta Murgia in Puglia, al Parco Nazionale d’Abruzzo, e via discorrendo. Una percezione distorta, una poetica impropria, aprirebbe la strada ad omologazioni paesaggistiche. Certo, occorrono partizioni amministrative sistemiche in Italia, ma possiamo adoperare espressioni alternative: contea, circondario o (perché no?) province, purché intese in modo nuovo.

   Le città metropolitane a quel punto sarebbero invece intese come “supercittà” multimunicipali, generate solo con i comuni dell’hinterland più stretto delle grandi città attuali.
2) Il toponimo storico della grande città che genera la metropoli sarà inevitabilmente visto come di “pertinenza privilegiata”. Io credo che negli statuti delle città metropolitane si debba introdurre un articolo che potrà sembrare provocatorio ma che risolverebbe molte cose: “nella città metropolitana di Milano non può esistere il comune di Milano”.

   Alternativamente, con effetto analogo, si potrebbe imporre che nelle metropoli non possano esistere municipi con popolazione inferiore ad una soglia critica e superiore, per esempio, a 100.000 abitanti. Il comune centrale sarebbe così costretto a spacchettarsi in più municipi, a nessuno dei quali sarebbe attribuito il toponimo storico di riferimento. Nell’esempio precedente, Milano esisterebbe solo come città metropolitana ma non più come municipio. Avremmo finalmente in Italia giovani metropoli costituite da municipi di antica fondazione.” (FRANCESCO CAFARO, Bari)

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Italia centrale – in arancione la suddivisione nelle nuove province (in neretto i confini delle vecchie province) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Forse il concetto alto di legame nazionale positivo che si ha nel mondo tedesco, germanico, dato dal termine HEIMAT (intraducibile e inesistente nella nostra tradizione: cioè di “PATRIA” intesa come territorio vissuto, identità positiva, non nazionalistica), l’ “heimat” in Italia si potrebbe individuare nelle parole “CITTÀ”, “PAESE” (dove si è nati, si è vissuti, che è nella propria memoria, nel DNA…).

   La decadenza del luogo del “vissuto” diventa un bel problema per chi vorrebbe conservarlo intatto, anche se intatto non può più essere. La trasformazione territoriale dei nostri “paesi”, diventati da un punto di vista urbanistico sempre più orribili nel tempo (con un’edificazione puramente speculativa, senza alcuna coerenza e cura); “paurosi” del “nuovo”, cioè di ogni trasformazione mondiale positiva (popoli e persone che si affrancano dalla schiavitù e povertà); sempre meno capaci di dare opportunità ai propri giovani (di lavoro, di stimoli intellettuali, di desiderio di migliorare…), ebbene, tutto questo ha oramai da molto tempo messo in crisi l’ “heimat” italiana che si riconosce nel “paese”, nella propria “città”, perfino nella “regionalità” (fino a poco tempo fa quest’ultima la più solida ad essere sconfitta: essere veneto, toscano, trentino, siciliano, pugliese…. ora il termine diventa sempre meno caratterizzante, o perlomeno senza grandi significati positivi).

   Pertanto urge più che mai dare una scrollata, una rivisitazione, una trasformazione al territorio visto come organizzazione istituzionale suddivisa in paesi, città, province, regioni (ma anche in rapporto con uno stato nazionale sempre più da inserire in un progetto europeo).

Italia settentrionale – in arancione la suddivisione nelle nuove province (in neretto i confini delle vecchie province)

   L’idea che qui abbiamo da tempo perseguito dell’abolizione delle PROVINCE, ha fatto sì che vedessimo con molto interesse l’iniziativa del governo italiano (“tecnico”) che, un po’ “libero” dagli apparati politici di conservazione (dove in questi anni nessuna riforma è stata possibile e, sotto l’aspetto di istituzioni territoriali, se ne sono moltiplicate anziché ridurle, tra nuove province, comunità montane…); ebbene questa idea di nuova ridefinizione territoriale necessaria per dare un senso e un entusiasmo nuovo al posto in cui viviamo, a immaginarlo geograficamente diverso nel futuro (legato sì alla tradizione del luogo ma anche rinnovato e pronto a dialogare con il mondo), tutto questo forse si è messo inesorabilmente in gioco con il metter mano alle province. O forse no (?!).

   La ricollocazione delle province fatta dal Governo con la riduzione delle 86 province (nelle regioni a statuto ordinario) riducendole a 51 sembra proprio una cosa problematica, improbabile, malfatta (se andiamo a vedere caso per caso, regione per regione, critiche inesorabili sorgono – metter insieme Pisa e Livorno in Toscana è un bel problema, per dire –…). Però si è incominciato (finalmente) a mischiare le carte (pur per l’unico motivo di risparmio della spesa pubblica, che per noi è sì importante ma non dev’essere proprio il principale). C’è poi da dire che nei 60 giorni di conversione in legge del decreto chissà quali spinte lobbistiche, politiche, “popolari”, si muoveranno “contro” (e infine la bagarre in Parlamento già la possiamo immaginare…).

le nuove province pugliesi (in arancione la nuova suddivisione, in neretto i confini delle vecchie province)

   E’ da sperare però che si vada a una soluzione concreta di rinnovamento territoriale, pur con i tanti limiti. E che, per quanto ci piacerebbe, l’indicazione “massima” che noi chiediamo e vorremmo, possa essere condivisa (pur realizzabile in fasi diverse, nel tempo): cioè che si arrivi alla ABOLIZIONE DI TUTTE LE PROVINCE; che le CITTÀ-AREE METROPOLITANE non siano limitate a dieci, ma che IN OGNI LUOGO SIANO ISTITUITE (pur, se si vuole, ripensando al loro nome: come propone nella sua interessante riflessione, qui sopra riportata, Francesco Cafaro); che le REGIONI si sciolgano in MACROREGIONI; e infine, ma secondo noi non ultima delle proposte, che i COMUNI si trasformino in vere CITTA’ (di almeno 60-70.000 abitanti): in grado di dare servizi più efficienti a minori costi, di creare opportunità maggiori ai giovani (e a tutti) di incontro con i “nuovi mondi”, e di esprimere un’autorevolezza politica e culturale che gli attuali comuni non hanno oramai più.

   E’ così che la trasformazione territoriale con l’abolizione dei comuni e delle province può (solo così!) far conservare un vissuto “locale” (l’heimat italiano) ma non localistico. Riuscendo a guardare al mondo. E non pensiamo solo a una visione di memoria personale e collettiva, ma anche di possibilità di servizi più efficienti: scuole, porti, aeroporti, tutela vera del bene ambientale e non massacro territoriale come han fin qui fatto i comuni, mondo del lavoro più dinamico e con maggiori opportunità… Far partecipi le persone alla necessità di questa trasformazione territoriale necessaria, è cosa importante perché non sia solo un cambiamento subìto senza averlo capito e condiviso. (sm)

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I CAMPANILI E LA TEORIA DELLA FINESTRA ROTTA

di ALDO GRASSO, da “il Corriere della Sera ed. MILANO” del 30/10/2012

   Il referendum popolare ha detto no: i comuni di Ponte di Legno e di Temù non si uniranno, la gente vuole tenersi ciascuna il suo campanile. Se non arriverà una legge a mettere ordine a queste assurde chiusure di altri tempi, non si riuscirà mai a razionalizzare i costi della politica. Lo spiega bene una delle interpretazioni della «Broken Window Theory», teoria della finestra rotta: se in un quartiere un teppista spacca una finestra, e nessuno la aggiusta, è molto probabile che ben presto qualcun altro faccia lo stesso se non peggio, dando così inizio ad una spirale distruttiva.

   Se il piccolo Comune non comincia a dare il buon esempio, è insperabile che dall’alto qualcuno provveda. Perché i due paesi non mettono in comune l’amministrazione per ridurre la spesa pubblica? Le ragioni sono tante; forse non sarebbe nemmeno il caso di parlare di ragioni visto che è l’irrazionalità a farla da padrone. Esattamente come in una discussione di condominio. Salvo che in questi casi si fa ricorso a una cultura del campanile che non ha più ragione di esistere (di fatto non esiste più), a un legame con la madre terra che suona quanto meno retorico.
Parlo per esperienza personale.

   L’anno scorso mi sono battuto perché il paese dove sono nato, Sale Langhe, provincia di Cuneo, 500 abitanti (compresi i non pochi extracomunitari), si riunificasse con Sale San Giovanni, 186 abitanti, una grossa frazione diventata comune autonomo nell’immediato dopoguerra per antiche beghe di paese culminate con una scazzottatura. Niente da fare, sto ancora aspettando. È evidente che l’attaccamento alla terra, proprio di chi da essa non si è mai allontanato, è diverso dal legame che costruisce una persona che si trasferisce altrove e quindi rielabora l’immagine del suo luogo d’origine a partire dall’esperienza sperimentata nel luogo di arrivo.

   Ma spesso l’enfasi con cui si ribadisce il proprio senso di appartenenza nasce dal capriccio di qualche figura di spicco di un paese (il politico, il parroco, il «signore» del luogo…), dal cavalcare stereotipi o luoghi comuni (in passato bastava un ruscello per separare due comunità), da una paura arcana (mescolarsi con gli «altri»). Così nascono le beghe: quale municipio deve restare attivo? E quale scuola? E quale presidio medico? La «vera» e più «genuina» identità di ognuno non nasce all’ombra del campanile, ma nel momento in cui impariamo a relazionarci con gli altri. (Aldo Grasso)

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PROVINCE TAGLIATE: DA 86 A 51. SI SALVA BELLUNO «MONTANA»

di Alvise Fontanella, da “il Gazzettino” del 1/11/2012

   Il governo ha ridotto drasticamente il numero delle Province italiane, portandole – nelle Regioni a statuto ordinario – da 86 a 51, comprese le 10 città metropolitane. Soltanto due le deroghe concesse, a province che non raggiungono la popolazione minima prescritta (350mila abitanti) per restare in piedi: Belluno e Sondrio vengono risparmiate perché «interamente montane» anche se nel Sud insorge la cancellata Isernia: «E che saremmo noi, marittimi?».

   In Veneto si passa da 7 province a 5: di quelle attuali restano solo Vicenza, che aveva i numeri, e Belluno, salvata dal governo. La provincia di Treviso viene accorpata con Padova e Rovigo con Verona. E poi c’è la città metropolitana di Venezia, per aderire alla quale vengono concessi ai comuni (anche di altre province, purché sia salvaguardata la continuità territoriale) altri 60 giorni di tempo.

   L’esecutivo è fiero della decisione presa e i ministri Patroni Griffi e Cancellieri hanno sottolineato che la «la riforma si ispira ai modelli europei, dove ci sono solo tre livelli di governo».

   Resta inoltre l’ambizione del governo di tagliare le Province anche nelle Regioni a statuto speciale: «Vedremo in futuro – ha aggiunto Patroni Griffi – visto che la legge sulla spending review concede a questi enti 6 mesi in più di tempo, a parte la Sardegna, che è già passata da 8 a 4 province e la Sicilia, che in questo momento è impegnata su altro».

   La riforma diventerà interamente operativa dal 2014, quando nasceranno le città metropolitane. Per le province, le elezioni dei nuovi enti (presidente e consiglio provinciale, niente giunta, niente assessori) sono fissate a novembre 2013, ma il governo ha fretta: le giunte attuali decadranno sin dal 1 gennaio 2013, e tutte le funzioni ancora in capo alle Province potranno essere delegate dai presidenti «a non oltre tre consiglieri».

   Dal primo gennaio 2014 debutteranno quindi le dieci città metropolitane (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria) e andranno a sostituire le Province nei maggiori poli urbani realizzando così, sottolinea il governo, «il disegno riformatore voluto fin dal 1990, successivamente fatto proprio dal testo costituzionale e tuttavia rimasto finora incompiuto».

   Il decreto legge del governo trova l’Unione delle Province d’Italia (Upi) decisamente critica: il presidente Giuseppe Castiglione critica le «forzature fatte su alcuni territori», disapprovando la decisione di voler cancellare le giunte dal prossimo gennaio. Anche la Lega alza la bandiera dell’identità territoriale, chiedendo ai molti parlamentari scontenti del trattamento riservato al proprio collegio elettorale di far mancare il proprio voto al decreto.

   In tutta Italia è la rivolta dei campanili. Contro l’accorpamento di Prato e Pistoia nella città metropolitana di Firenze lancia i suoi strali Filippo Bernocchi, assessore del Comune di Prato: «Non ha alcun senso logico, istituzionale o economico – spiega – immaginare una Città metropolitana (Firenze) con un’estensione così ampia». E il sindaco di Prato, Roberto Cenni, che non sopporta proprio l’idea di morire fiorentino, concede un’intervista presentandosi seduto, nella piazza del Comune, sul wc di un bagno di proprietà del Municipio.

   Il presidente della Provincia di Teramo, Valter Catarra, accorpato nella provincia dell’Aquila, salva le forme: «nessuna pregiudiziale nei confronti dei fratelli aquilani». Ma «così la città di Teramo perde lo status di capoluogo». E se non lo perdesse, che accorpamento sarebbe?

   La mano dura del governo si abbatte con precisione chirurgica sulla Basilicata, dove avevano inventato un trucchetto niente male: costretti ad accorpare le due attuali province di Potenza e Matera in una sola, che coinciderebbe quindi con la Regione, avevano pensato di spostare il palazzo della Provincia a Matera, lasciando la Regione a Potenza, per accontentare tutti. Ma nossignore, il governo ha inserito all’ultimo momento un rigo apposta per impedirglielo: «Tutte le sedi e gli uffici provinciali hanno sede nel capoluogo». (Alvise Fontanella)

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QUANDO IL CAMPANILISMO ITALIANO FA SOPRAVVIVERE GLI ENTI INUTILI

di Giangiacomo Schiavi, da “il Corriere della Sera” del 2/11/2012

   Era meglio abolirle del tutto evitando un’inutile battaglia, e togliere con il dente anche il dolore di una perdita che forse fa meno male di un’annessione imposta per legge. Parliamo di Province, della spending review che ne cancella 35 decretando un guazzabuglio istituzionale di cui non si vede la fine, tra città contro, campanili in rivolta, referendum secessionisti e appelli parlamentari.

   Se davvero si voleva dare un taglio netto ai costi della politica e ai doppioni istituzionali bisognava avere più coraggio e chiudere quel capitolo che doveva essere chiuso da almeno quarant’anni, da quando, con le Regioni, vennero definite le nuove competenze e i budget di spesa negli ambiti territoriali.

   La road map licenziata dal consiglio dei ministri, al netto dei buoni propositi di dare un taglio netto ai costi della politica, unisce quel che la storia ha diviso e rischia di lasciare sul campo più danni che vantaggi. Non tocca l’architettura istituzionale del Paese che mantiene i suoi tre livelli (comuni, province, regioni), crea invece confusione e sconcerto nei comuni interessati all’accorpamento forzoso.

   Come si fa a mettere insieme Pisa e Livorno senza pensare a uno scherzo del Vernacoliere («I pisani sono bestie anche loro/ vogliamogli bene…») oppure Latina con Frosinone, Mantova con Lodi, Perugia con Terni, Asti con Alessandria, senza immaginare gli strascichi legali, gli appelli costituzionali, le inevitabili (infinite) polemiche?

   Se il sindaco di Prato con raro sfoggio di cattivo gusto si fa fotografare sul water per commentare la decisione del governo definita «vergogna istituzionale», a Piacenza si organizzano raccolte di firme e si indice un referendum per evitare la sottomissione a Parma (la nuova provincia si chiamerà Parmezia o Piarma?); per mettere d’accordo Taranto e Brindisi si inventa la Provincia dei due mari, ma si fatica a capire il dietrofront nei confronti di Monza, riassegnata a Milano che a sua volta, con l’area metropolitana imminente dovrà riconsiderare i suoi confini e abolire la Provincia stessa.

   Le aree metropolitane (ne bastavano dieci) potevano surrogare la perdita delle province, lasciando le altre competenze alle Regioni. In questo modo tutto sarebbe stato più chiaro, meno confuso. Invece è arrivata la solita toppa all’italiana, che riporta in auge un abusato commento: l’è pèso el tacòn del buso. (Giangiacomo Schiavi)

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LE NUOVE PROVINCE: MILANO PIÙ RICCA DI ROMA, LA PIÙ POVERA È FOGGIA-ANDRIA

di Gianni Trovati, da “il Sole 24ore” del 3/11/2012

La «Grande Milano» riapre le porte agli 850mila brianzoli che avevano dato vita alla provincia di Monza, e torna a essere la capitale della ricchezza italiana e soffiando il primato a Roma: una questione di numeri, perché il reddito pro capite milanese (36.400 euro secondo i dati più recenti) è da sempre più alto di quello capitolino (32.689), ma raggiungendo i 4 milioni di abitanti la città metropolitana meneghina produce da sola il 10,9% del Pil nelle Regioni a Statuto ordinario, contro il 10,2% di Roma.

La Capitale continuerà per un soffio a primeggiare per popolazione, con 4,2 milioni di abitanti contro i 4 milioni di Milano e dintorni.

In fatto di superficie, tramonta invece la lotta per il primato tra Foggia e Cuneo («la Granda», quest’ultima, di nome ma non di fatto), perché l’unione di Potenza e Matera darà vita alla provincia più grande d’Italia (poco meno di 10mila chilometri quadrati), seguita da quella frutto del matrimonio contrastato fra Barletta, Andria, Trani e Foggia e dall’unica provincia umbra.

Più in generale, saranno al Sud le province più grandi (il primo ente intermedio settentrionale per dimensioni sarà la provincia della Romagna, che viaggia comunque a metà classifica), mentre al Nord continueranno naturalmente ad affollarsi quelle più ricche.

La carta geografica ridisegnata dal Governo per decreto legge cambia la carta d’identità dell’Italia a Statuto ordinario, che poggia su curiosità statistiche ma anche su dati essenziali per decidere le «politiche di area vasta». La cambia anche troppo, secondo i molti che in queste settimane si sono impegnati a resistere a un processo che è ancora lontano dall’aver superato tutti gli ostacoli di percorso.

Martedì prossimo arriva sui tavoli dei giudici costituzionali il primo dei ricorsi presentati da 8 Regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Campania, Molise e Sardegna) contro l’articolo 23 del decreto «Salva-Italia» che a dicembre scorso ha acceso la giostra dei confini, e la Corte potrebbe assestare un colpo importante al senso della riforma stabilendo l’illegittimità del sistema elettorale in base al quale le nuove province saranno enti di «secondo livello» con consigli popolati dai sindaci del territorio.

Da Nord a Sud, comunque, è tutto un agitarsi contro i nuovi confini: dieci comuni mantovani che vogliono passare con Brescia piuttosto che unirsi a Lodi e Cremona hanno incassato la benedizione dello stesso presidente di Mantova, mentre in Puglia 8 Comuni traslocheranno da Brindisi a Lecce per non unirsi alla provincia di Taranto.

Ma la temperatura sul territorio si alza ancora: Novara, che sperava di riacquistare i confini pre-fascisti unendosi a Biella e Vercelli, ha minacciato di indire un referendum per trasferirsi armi e bagagli in Lombardia, seguendo la stessa strada messa in programma da Pdl e Lega a Piacenza.

Nella miscela che infiamma i dibattiti sul territorio ci sono certo conservatorismi interessati e spinte identitarie, ma anche concreti dati economici, soprattutto al Nord. Mantova, per esempio, con i suoi 31.500 euro di ricchezza pro capite è oggi quinta nella classifica italiana di Pil per abitante, ma è chiamata a unirsi a Lodi che registra un valore medio inferiore del 20 per cento.

Il reddito annuale pro capite a Forlì-Cesena supera del 14% quello che si incontra a Rimini, mentre è del 10% la distanza di portafoglio fra Modena e la sua novella sposa Reggio Emilia. Più omogenea, e ovviamente livellata verso il basso, la situazione al Sud, con l’eccezione della distanza del 26% che separa i 19.100 euro di Pil pro capite su cui si attesta l’attuale provincia di Catanzaro dai 14.100 a cui si ferma invece quella di Crotone, che occupa la casella di coda nell’attuale classifica della ricchezza territoriale.

Nell’Italia ridisegnata dal decreto, invece, l’ultima posizione sarebbe occupata dall’unione tra Foggia e Barletta-Andria-Trani, superata da Caserta e Napoli, mentre Vibo Valentia uscirebbe dal terzetto di coda grazie all’unione con Catanzaro.

Più movimentate le parti basse nella graduatoria dei risparmi, dove Lodi e Forlì-Cesena vengono sostituite in fondo dalle nuove aggregazioni di Marche e Abruzzo e solo Campobasso mantiene il penultimo posto anche dopo l’unione con Isernia. In vetta, invece, Treviso trascina Padova in testa, e Verona supera di poco il dato di Roma anche dopo la cancellazione dei confini con Rovigo. (Gianni Trovati)

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Vedi la mappa degli indicatori sociali delle “nuove” province: (popolazione, densità, ricchezza, risparmi, lavoro, reati, tempo libero, verde urbano)

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-03/mappa-indicatori-portante-140608.shtml?grafici

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IL BRACCIO DI FERRO E LE REGOLE AMBIGUE

GARA TRA LE PROVINCE PER AGGIUDICARSI IL TITOLO DI CAPOLUOGO

di Lorenzo Salvia, da “il Corriere della Sera” del 2/11/2012

– Toccherà alla città più grande, «salvo diverso accordo, anche a maggioranza, tra i medesimi Comuni»

   Se campanilismo deve essere, campanilismo sia. E infatti, mandato giù il boccone amaro del taglio per decreto legge, nelle nuove Province sono già partite le grandi manovre per aggiudicarsi il titolo di capoluogo. Con l’aiuto di una frasetta aggiunta in zona Cesarini nel testo approvato due giorni fa dal Consiglio dei ministri.

   Dice l’articolo tre che «diviene capoluogo di Provincia il comune, tra quelli già capoluogo, avente maggior popolazione residente». La città più grande, non la Provincia più grande. Pescara, non Chieti per fare un esempio. La regola era stata già annunciata dal governo, e fin qui ci siamo.

   Ma il bello viene con la frasetta aggiunta subito dopo, tredici parole appena: «Salvo il caso di diverso accordo, anche a maggioranza, tra i medesimi comuni». Cosa vuol dire?

   Se i consigli comunali dei vecchi capoluoghi decidono di spostare la «capitale» in una città diversa da quella più popolosa, ecco, si può fare. Poco cambia nelle fusioni a due, la grande maggioranza nella nuova cartina disegnata dal governo. La città più grande dovrebbe strapparsi spontaneamente i gradi di capitale.

   Impossibile. Matera l’aveva proposto a Potenza e ha ricevuto un no, senza possibilità d’appello. Ma la questione si complica quando a unirsi sono almeno in tre. Nell’alta Lombardia il capoluogo dovrebbe essere Como, ma Varese e Lecco potrebbero fargli le scarpe se unissero gli sforzi. La capitale della Romagna dovrebbe essere Ravenna ma tutto potrebbe saltare se si mettessero d’accordo le altre, Forlì, Cesena e Rimini.

   Visto che parliamo di campanili, però, bisogna andare in Toscana, nel provincione del litorale nord. Quattro territori uniti in un colpo solo e addirittura cinque capoluoghi perché c’è anche il duplex Massa-Carrara. Con la regola base dei residenti il capoluogo sarebbe Livorno.

   Ma il sindaco di Pisa Marco Filippeschi già chiede di «interpretare con intelligenza la norma che prevede accordi fra le città». E non bisogna essere abbonati al Vernacoliere per capire che a Livorno l’abbiano presa male. In città si mormora che dietro quella frasetta aggiunta nel decreto ci sia la mano di Enrico Rossi, presidente della Toscana che tra Pisa e provincia è nato e cresciuto.

   «Per eliminare ogni sospetto – dice il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi – sarebbe meglio eliminarla durante l’esame del decreto in Parlamento». Altrimenti? «Si aprirebbe un problema politico enorme. Ricordo al mio partito che il Pci è nato a Livorno e il Pd prende in città il 48,5%. Occhio, che qui la gente si arrabbia».

   Ma non è una poltrona per due. Si candida anche lei? «Perché, non si può?», risponde veloce il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini. «Siamo stati capitale di uno Stato libero fino al 1847, abbiamo la seconda commissione tributaria della Regione…». D’accordo, ma cosa offre a Massa e Carrara per votare la sua città? «L’assetto policentrico della nuova provincia».

   «Policentrico», che tradotto vuol dire spartirsi sul territorio gli uffici statali: la sede dell’Inps a Massa, la sovrintendenza a Carrara, e via così. Policentrico, guarda caso la stessa parola che usano i sindaci di Massa e Carrara, come requisito per dare il loro appoggio. «Sarebbe bellissimo se tra i due litiganti godesse il terzo», si augura il sindaco di Lucca.

   E allora è vero che l’Unione delle province mantiene alta la protesta, parla di «attacco alla democrazia» e l’8 novembre si riunirà a Roma. Ma le grandi manovre per i capoluoghi sembrano dire che, decreto o non decreto, nella pancia dell’Italia Province e campanili resteranno in piedi per sempre. (Lorenzo Salvia)

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Regioni a Statuto speciale: ha senso che continuino ad esistere?

E ORA DISCUTIAMO LA RIFORMA DELLE AUTONOMIE SPECIALI

di Francesco Clementi, da “il Sole 24ore” del 3/11/2012

   Alea iacta est. Il dado della riforma delle Province, attraverso il DI approvato nell’ultimo Consiglio dei ministri, è stato definitivamente gettato e sembra proprio che non si possa più tornare indietro da una progressiva riforma dei livelli territoriali di governo del nostro Paese, definiti dall’articolo 114 della Costituzione.

   Con questo terzo decreto, infatti, si viene a definire il nuovo assetto delle Province nelle Regioni a statuto ordinario, completando così quanto già operato dal Governo su questo tema, dapprima con il Dl 201 del 2011, dove all’articolo 23 si riformavano gli organi di governo e le funzioni delle Province; e poi con il decreto 95 del 2012, quello relativo alla cosiddetta spending review, che agli articoli 17 e 18 prevedeva, da un lato, i requisiti minimi demo-territoriali per il riordino delle Province e, dall’altro, l’istituzione delle città metropolitane.

   Questi tre decreti nei punti che ci riguardano, potrebbero apparire disconnessi tra loro, invece non lo sono. Anzi. Se composte insieme le singole parti, si può notare il senso di un progetto coerente e armonico, al punto tale che, prendendo a prestito un’immagine del mondo dell’arte, si potrebbe dire che essi sembrano porsi come tre tasselli di un unico trittico.

   Rispetto questo effetto potenziale (se non altro a prima vista), due effetti concreti invece avverranno, appunto, secondo le disposizioni di questo decreto. Innanzitutto si prevede, dal 1° gennaio 2013, la decadenza di tutte le giunte delle Province e il Presidente potrà delegare l’esercizio di funzioni che residueranno a non più di tre Consiglieri provinciali; e poi, dal 1° gennaio 2014, diventeranno operative le città metropolitane, cioè gli enti che andranno a sostituire le province nei maggiori poli urbani del Paese, grandi “incompiute” del nuovo articolo 114, così come novellato nel 2001 con la riforma del Titolo V.

   Dunque, davvero sta cambiamento la geografia del nostro Paese e ha fatto bene il Governo a mostrare anche  topograficamente la nuova “mappa” dell’Italia che si andrà a studiare il prossimo anno sui banchi di scuola.

   Tuttavia, in attesa di una riforma costituzionale che abroghi definitivamente tutte le Province e che dia completa copertura costituzionale alle scelte politiche operate dal Governo, un punto importante non può essere eluso, a maggior ragione di fronte a un testo che assai meritoriamente parrebbe “chiudere una storia”. È un tema che non esiste ancora sulla carta, ma che invece dovrebbe esistere proprio per le ragioni che opportunamente hanno spinto il Governo a intervenire con acume e urgenza sull’articolazione territoriale del nostro Paese.

   Si tratta della riforma delle autonomie speciali. Infatti, pur nella consapevolezza delle ragioni e del ruolo che riveste  l’autonomia speciale e della potestà delle Regioni autonome in merito, i motivi che dovrebbero spingere a ripensare anche tale autonomia regionale ormai superano pure quelli che, da tempo, la dottrina giuridica più avvertita evidenzia.

   Né si può attendere, come è avvenuto per la Sardegna con il referendum del maggio di quest’anno, che tutto accada “per via endogena”. Ci sono, infatti, almeno due motivi che dovrebbero spingere alla riforma delle autonomie speciali (oltre a quello di favorire una razionalizzazione dei livelli di governo): perché ormai si opera nel contesto europeo che, per sua natura, stempera le ragioni che rendono speciali nel medesimo ordinamento alcuni rispetto ad altri; e perché, al tempo stesso, siamo sempre più in un ordinamento interno di tipo poliarchico, che fa della geometria variabile e dell’autonomia la cifra  identificativa, appunto, per tutti i soggetti istituzionali.

   Quindi, non basta soltanto tagliare loro i fondi, alla luce del nuovo articolo 81 della Costituzione. Bisogna affrontare le  ragioni odierne della specialità, senza timori né paure. D’altronde, è noto: le riforme ordinamentali si consolidano solo se riguardano – o prima o dopo – tutto il Paese. Nessuno escluso. (Francesco Clementi)

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IL DECRETO SALVA BELLUNO? «È ANTICOSTITUZIONALE»

Il GazzettinoEdizione di Belluno, 3/11/2012

   Potrebbe non essere così semplice, e nemmeno scontato, il percorso che porterà alla conferma definitiva del mantenimento della Provincia di Belluno. Anche perché il decreto è anticostituzionale. A sostenerlo è il bellunese Daniele Trabucco, costituzionalista che lavora all’Università di Padova. E lo fa spiegando tutte le insidie che potranno essere incontrate.

   A partire dalle vicende del testo del decreto legge: «Che all’articolo 1 – spiega Trabucco – non cita Belluno in maniera esplicita, ma parla di deroga per i territori montani. A Belluno, tuttavia, si fa riferimento subito dopo».

   Ma il vero ostacolo è quello della conversione in legge del decreto legge, con il pericolo dei franchi tiratori: «A questo punto i parlamentari dei territori delusi potrebbero votare contro. Certo, a sua volta, il governo potrebbe porre la questione di fiducia».

   Tutte ipotesi da tenere sul tavolo, una volta ricordato, comunque, che il ministro Filippo Patroni Griffi ha detto che il decreto è blindato.

   Il nuovo sistema delle province così come è stato delineato dal governo Monti entrerà a regime dal gennaio 2014. «Ma dal primo gennaio 2013 inizierà il cosiddetto periodo transitorio con le Province che saranno guidate da un commissario che potrà servirsi al massimo di tre consiglieri. Le elezioni si terranno a novembre 2013».

   E cosa accadrà per Belluno, che ha già, e da molto tempo, un commissario? «Per Belluno, che dalle prossime elezioni, siccome sotto i 300mila abitanti, avrà 12 membri – spiega il costituzionalista Trabucco – ci sarà una proroga del commissariamento».

   Ma secondo Trabucco il decreto è anticostituzionale. E spiega: «Esso prevede che conoscano un periodo transitorio e decadano anche quelle Province per le quali non è ancora il momento della scadenza naturale, cioè non dovrebbero andare ad elezioni. E questo, come sostiene la sentenza 48 del 2003 della Corte Costituzionale, non è possibile». C’è dunque da chiedersi chi potrebbe impugnare il decreto, cioè opporsi di fronte alla Corte Costituzionale. «Non le Province che non ne hanno il diritto, ma la Regione. Magarila Regione Veneto per difendere, per esempio, la specificità della provincia di Rovigo. O più in generale il mantenimento di tutte le Province venete». La confusione è servita.

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VENETO

DUE NUOVE SUPER PROVINCE. MA NIENTE METROPOLI VE-PA

di Albino Salmaso, da “il Mattino di Padova” del 1/11/2012

PADOVA –  La «nuova Italia» conta 51 Province e in Veneto saranno cinque: Belluno, che si salva per la sua specificità montana come Sondrio; Padova che ingloba Treviso; Verona che accorpa Rovigo e Vicenza che resta da sola come Venezia, trasformata in Città metropolitana dal 1 gennaio 2014.

Il via libera è arrivato ieri dal Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto legge di riforma dopo una maratona di due giorni, completando così il percorso avviato a luglio. Il decreto prevede la riduzione del numero delle Province a statuto ordinario: si passa da 86 a 51, comprese le dieci Città metropolitane.

La riforma sarà attiva dal 2014 e a novembre del 2013 si terranno invece le elezioni per decidere i nuovi vertici. Non si andrà più alle urne per eleggere il presidente e i consiglieri, perché le Province diventeranno enti di secondo grado, con i sindaci che nominano in assemblea i nuovi organismi.

Nel caso specifico, saranno i 104 comuni padovani e i 95 comuni trevigiani a scegliersi il successore di Barbara Degani (Pdl) e Leonardo Muraro (Lega), il cui destino è segnato: tra qualche mese dovranno uscire di scena e cercare magari un posto in Parlamento, se vorranno restare protagonisti visto che le elezioni politiche sono alle porte.

La stessa procedura verrà applicata anche a Belluno, mente la Città metropolitana di Venezia prevede che sia il sindaco Orsoni a guidare l’assemblea. Ci voleva un governo tecnico, con premier e ministri svincolati dalle lobbies di partito, per «licenziare» la piccola «casta» delle Province: gli 86 presidenti verranno presto affiancati da commissari fino alle nuove elezioni, mentre tutti gli assessori usciranno di scena.

Su scala nazionale si tratta di quasi 900 assessori stipendiati con 3-4 mila euro al mese: il risparmio per le casse dello Stato è stimato sui 50 milioni di euro l’anno. Ieri il ministro Patroni Griffi, con a fianco Anna Maria Cancellieri, ha sottolineato l’importanza della riorganizzazione amministrativa, ma le 35 Province cancellate sono sul piede di guerra e tutti contestano lo scioglimento anticipato dei consigli, la cui scadenza naturale è a primavera 2014.

E mentre a Palazzo Balbi, il governatore Luca Zaia vagheggia l’indipendenza del Veneto, a Roma i parlamentari lavorano di concerto con il ministro Patroni Griffi per ridisegnare i confini: addio al vecchio policentrismo.

Il risultato più importante l’ha ottenuto l’onorevole Gianclaudio Bressa (Pd): «Belluno ha salvato la propria autonomia, si tratta di una vittoria straordinaria per il nostro territorio che soffre già della concorrenza di Trento e Bolzano, due province a statuto speciale».

La vera rivoluzione riguarda Padova e Treviso, che sono state accorpate. Insieme diventano un vero colosso: quasi 2 milioni di abitanti, un Pil da far invidia a Grecia e Portogallo. Peccato che le infrastrutture di collegamento siano pessime: manca una linea ferroviaria diretta e l’unica arteria stradale è la Noalese, vecchia di duecento anni: un vero calvario per la viabilità. Per evitare le code è stato realizzato il Passante, ma non basta perché i pendolari perdono oltre un’ora per spostarsi da Padova a Treviso tra le fabriche e i campanili.

Resta Venezia, che con la sua Città metropolitana è pronta ad accogliere non solo Padova ma anche Treviso. Orsoni è ottimista e ne parlerà con Monti. Si può fare? Sì. Basta volerlo.

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ORSONI: «LA PA-TRE NON HA SENSO: SENZA VENEZIA PERDONO TUTTI»

di Enrico Tantucci, da “la Nuova Venezia” del 4/11/2012

VENEZIA – «C’è una forma di intolleranza, più o meno inconscia verso Venezia, la difesa dei campanili o di rendite di posizione, senza alcun interesse per il territorio al solo scopo di tagliare fuori dall’idea di una Città Metropolitana allargata la nostra città, che però non ci sta».

   È una collera fredda ma intensa, quella del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni verso le ultime “esternazioni” del presidente della Regione Luca Zaia che sembrano sbarrare le porte all’idea di una Città Metropolitana allargata Venezia-Padova, con la richiesta del ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi di espressione di un parere in merito da parte di Palazzo Balbi.

   Ma il sindaco di Venezia, che pure stima Zaia, non le manda a dire e denuncia una situazione di tentato “danno procurato” per puri fini politici. Sindaco Orsoni, cosa pensa dei “paletti” che anche Zaia vuole porre contro l’idea di una Città Metropolitana Venezia-Padova, sostenuta dai due Comuni?

   «Mi sembra che abbiano perso tutti la testa, quest’idea di una Città Metropolitana Padova-Treviso per lasciare fuori Venezia è del tutto insensata, è una forma di ostruzionismo per evitare di affrontare sul piano politico una questione che è innanzitutto nell’interesse dei cittadini di questo territorio e del suo sistema di imprese. Mi dispiace che una persona intelligente come Zaia non sia in grado di guardare un po’ più in là, agli interessi generali del suo territorio, invece che a logiche campanilistiche che sembrano prevalere, come quelle di De Poli che difende il suo paesino di frontiera tra Padova e Vicenza».

Quali sono le ragioni di fondo di una Città Metropolitana Padova-Venezia?

«È la stessa Regione, nel suo piano di sviluppo territoriale a indicare come “bilanciere” l’asse geografico tra Venezia e Padova. Un’area metropolitana allargata alle due province esiste di fatto già, nel sistema infrastrutturale e nello sviluppo imprenditoriale, con l’inclusione di una parte di quella di Treviso. La rete urbana tra questi due centri esiste già, come ha detto molto bene anche il sindaco di Padova Flavio Zanonato. Inviterei anche il vicepresidente della Regione Marino Zorzato a staccarsi da logiche campanilistiche e a ragionare su questi dati di realtà».

E se non accadesse?

«Guardi, se a livello regionale non sono interessati allo sviluppo del territorio, facciano quello che vogliono. Venezia è stanca, e – al di là delle etichette – resta una città metropolitana e un polo di attrazione mondiale di cui si giova tutto il Veneto. Possiamo tranquillamente andare da soli, ma a rimetterci saranno i cittadini del nostro territorio e soprattutto il sistema delle imprese, il più penalizzato dal venir meno di una Città Metropolitana Venezia-Padova. Ci pensino bene».

Quali saranno gli sviluppi della procedura, con il parere richiesto a Zaia dal ministro sull’ipotesi di Città Metropolitana Venezia-Padova?

«Ha già risposto il ministro Patroni Griffi, la Regione dovrà esprimere il suo parere e poi il Governo deciderà entro sessanta giorni. Mi auguro che il Governo non si faccia contagiare dai residui della vecchia politica e decida nell’interesse dei cittadini di quest’area. Poi ognuno si assumerà le sue responsabilità. Venezia comunque andrà avanti con chi sarò così intelligente da capire quasli vantaggi dal riassetto possano scaturire per il nostro territorio».

Intanto però il Governo – Mose a parte – latita sulla salvaguardia della città, negandole i 50 milioni di euro di fondi di Legge Speciale già stanziati, senza i quali il Comune di Venezia sarebbe costretto a uscire dal Patto di Stabilità.

«Ci sono ministri direttamente investiti del problema come quello delle Infrastrutture Corrado Passera che sembrano del tutto indifferenti ai problemi di Venezia, mentre ringrazio altri, come il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, che stanno cercando di fare qualcosa per la nostra città. Ci auguriamo che il Mose sia terminato al più presto, ma a Venezia servono i fondi per la salvaguardia della città. Questo Governo parla spesso della credibilità internazionale riacquistata dal nostro Paese con la sua azione, ma se continua in questo forma di manifesto disinteresse per le sorti di Venezia, non i cittadini veneziani, ma il mondo intero gliene chiederà conto, perché questa città è un patrimonio dell’umanità. E allora buona parte di quella credibilità di cui il Governo si vanta sarà cancellata perché si dirà che ha abbandonato una città come Venezia al suo destino. C’è ancora tempo per cambiare. Altrimenti quel conto verrà presentato, e sarà salato». (Enrico Tantucci)

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VENETO -TREVISO

LA RABBIA DI MURARO: «PAGANO I TREVIGIANI»

di Alessandro Zago, da “la Tribuna di Treviso”

TREVISO «Una sola cosa è certa: a pagare le conseguenze di questa operazione saranno solo i cittadini, almeno quelli trevigiani: avranno meno servizi e i centri di potere lontanissimi. Treviso perderà la Camera di commercio, la Prefettura, il comando dei carabinieri, la Questura, la Guardia di Finanza, la Motorizzazione civile e via di questo passo. Perderemo anche la gestione dell’acqua e quella dei rifiuti».

   Più che infuriato è desolato, il presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro, leghista, che sta già preparando la sua uscita dalla scena politica, almeno quella amministrativa: dal primo gennaio 2013 – così ha deciso ieri il governo Monti – dovrà traghettare la fusione della provincia di Treviso con quella di Padova, che la farà da padrona.

   E già tra due mesi la giunta Muraro verrà azzerata: resterà in sella solo il presidente (e solo lui prenderà l’indennità) e l’attuale consiglio provinciale del Sant’Artemio. Al posto della giunta, solo tre consiglieri, a dare a Muraro una mano dal punto di vista operativo, una sorta di assessori a tempo e senza indennità.

   E si andrà avanti così fino al novembre del 2013, quando si terranno le elezioni della nuova provincia unica di Padova e Treviso, che si insedierà il primo gennaio 2014. Muraro, però, non sarà della partita. Non potrebbe, anche volendolo: essendo elezioni di secondo grado, lui che non è né consigliere comunale né sindaco, è tagliato fuori. Detto, questo, non vi parteciperebbe comunque: «Dopo due mandati da presidente non avrebbe senso, questa scelta poi mi ha pugnalato al cuore», dice.

Muraro, il processo di fusione è irreversibile oppure le politiche della primavera 2013 potrebbero, all’italiana, aggiustare almeno in parte le cose?

«Credo che il processo sia irreversibile, ma così verrà azzerata l’identità della Marca. L’unica consolazione è che, essendoci 60 giorni di tempo per il passaggio da decreto a legge, la città di Padova chiederà di entrare nella città metropolitana di Venezia, e così Treviso resterà capoluogo».

Una manovra, quella di Monti, per tagliare i costi della politica.

«Operazione politica, per dare la botta finale alla Lega. Non leggo altrimenti la mannaia calata sulla provincia di Treviso, la più leghista d’Italia e, grazie al Sant’Artemio, anche quella con le strade più in ordine».

Si è sentito solo in questa battaglia di difesa dell’ente?

«Industriali e associazioni di categoria non hanno mosso un dito per evitare che ciò avvenisse: ora voglio vedere come la prenderanno i loro iscritti trevigiani, costretti, invece di andare alla Camera di commercio di Treviso, solo per fare un esempio, ad andare a Padova a bussare. Per non parlare della sicurezza, con i comandi trasferiti a Padova. Mi chiedo come abbiano potuto, i parlamentari veneti del Pdl, appoggiare tutto ciò, dato che i nostri, che sono all’opposizione e non potevano fare di più».

Che ne sarà del S.Artemio?

«Augurandomi che ci lascino un minimo di sportelli per i cittadini, il resto della spazio a questo punto potrebbe essere dato al tribunale, che ha bisogno di locali».

E il personale dell’ente?

«È previsto un taglio del 20 per cento dei dirigenti e del 10 per cento dei dipendenti, che verranno messi in mobilità».

Una rivoluzione epocale.

«Una follia, fondere due province così diverse, un bacino di quasi 2 milioni di persone con diverse esigenze. Ci hanno violentati».

La Regione Veneto, in mano alla Lega, avrà pure qualche responsabilità…

«Non voglio parlarne. Dico piuttosto che, tra questa debacle e i grillini, per i partiti, Lega compresa, in primavera sarà un massacro». (Alessandro Zago)

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ZAIA: NO ALLA PATREVE E AUTONOMIA AI COMUNI

di Giorgio Gasco, da “il Gazzettino – Edizione Nordest” del 3/11/2012

   Condivisione. La chiede Filippo Patroni Griffi in una conversazione con Il Gazzettino. Il ministro della Pubblica amministrazione e Semplificazione non disdegna l’ipotesi di una Grande Venezia composta anche da Padova e Treviso.

   Saltata la possibilità di ridisegnare l’area centrale del Veneto, prevedendo l’unione di Padova con la Città Metropolitana del capoluogo regionale, a Roma sono pronti ad accogliere l’ultima delle proposte arrivate dal Veneto: riprovarci (se ne parla da almeno da un ventennio) con la coesione Padova-Treviso-Venezia.    A condizione che ci sia coesione tra gli enti locali.

   Luca Zaia, il sindaco di Padova Zanonato e quello di Venezia Orsoni, pare abbiamo fatto breccia nel governo: la PaTreVe non dispiace al ministro che chiede però, una decisione dal Veneto per poter cambiare il decreto.

«Se il ministro pensa al Veneto come territorio, nulla da dire» replica il governatore leghista.

Al contrario?

«Se vuole fare credere che sul futuro assetto può decidere l’istituzione Regione, si sbaglia».

La Regione non c’entra?

«Il decreto è chiaro: spetta ai Comuni decidere dove, come e con chi aggregarsi».

E intanto il caos impera.

«E esistono due aspetti che si intrecciano: città metropolitana; riassetto province».

Città metropolitana?

«Finora non abbiamo capito come il governo la intende: dobbiamo forse decidere su un istituto per il cui funzionamento l’esecutivo prevede tre competenze in croce? La legge sulle città metropolitane esiste dal ’90, tanto indispensabile che ne discutiamo ancora; se la nuova istituzione ha competenze e risorse, vorrà dire che automaticamente 3/4 milioni di veneti si troveranno fuori dal giardino dell’Eden, relegati a poveracci. Da presidente veneto non avallerò mai».

Bocciata Venezia-città Stato, come ipotizza l’Udc?

«Tempo fa, sul Gazzettino, ho avuto modo di dire che con la Città Stato i veneti prenderanno atto che non esisterà più solo il caso di Lamon che vuole passare col Trentino ma anche quello dei veneti contro veneti. Se il tema è dare autonomia e competenze, mi domando: perché non darle a tutti i veneti?».

Una macro area regionale.

«Infatti. Quello che sta facendo il governo è una discriminazione che respingo».

Boccia anche la PaTreVe?

«Il risultato non cambia: restano fuori interi territori che non hanno motivo di essere esclusi. Il concetto europeo di area metropolitana si basa su 5-10 milioni di abitanti: in Veneto non ci siamo. Poi, è evidente che appena fuori da quel confine, ci sono aree industriali e tessuti sociali simili a quelli esistenti all’interno. Perché lasciarli fuori?».

Però Giampaolo Gobbo, sindaco di Treviso, fino a poco fa segretario della Lega, non disdegna la Pa.Tre.Ve

«Legittimo che i sindaci, da Gobbo a Orsoni a Tosi, difendano i loro cittadini. Ma il presidente della Regione deve avere uno sguardo più generale per evitare i difetti degli anni Sessanta quando si facevano i caselli autostradali in campagna tanto poi pagava sempre Pantalone».

Come pensa di contribuire ad uscire dallo stallo? Confermando la soluzione votata dal Consiglio regionale: sette Province?

«Anch’io sono per la modernità, un riassetto del territorio ci vuole. Ma la vera soluzione è dare autonomia ai 581 comuni del Veneto. Trovo scandaloso che il dibattito sull’area metropolitana abbia fatto uscire dal cervello di molti il vero tema dell’indipendenza».

Ma quel decreto, seppure modificato, va applicato.

«Abbiamo 60 giorni per confrontarci con comuni e province e trovare una controproposta».

Lei cosa propone?

«Per me non ha senso che Padova si aggreghi a Venezia. Quanto alla città metropolitana di Venezia, la vedo composta dal capoluogo con l’aggiunta di un po’ di hinterland, altro che intera provincia. Un paradosso: Cinto Caomaggiore fa il referendum per passare al Friuli, e con l’imposizione del governo dovrebbe essere parte della città metropolitana di Venezia? Un bel contrappasso dantesco».

Questa indeterminazione non è causa di un Consiglio regionale che se n’è lavato le mani?

«È stato scritto di tutto. In realtà, la legge sulla spending review prevedeva l’istituzione del Cal (Consiglio autonomie locali) il quale, in Veneto, ha elaborato la proposta poi votata dal Consiglio regionale: 7 province sono, 7 rimangono. E se il governo avesse attribuito ogni decisione alla Regione, il Veneto avrebbe provveduto. Invece, non è così. E sa perché? Le Province sono riconosciute dalla Costituzione e se avesse chiesto proprio alle Regioni di provvedere al ridisegno, l’esecutivo sarebbe scaduto nell’illegittimità».

La palla torna al governo.

«Patroni Griffi sa che la Regione può continuare con il tavolo di coordinamento degli enti, ma sono i consigli comunali a dover deliberare. Finora a Roma hanno disegnato una mappa come se fossero i confini degli stati africani, con gli angoli retti».

I comuni devono deliberare con chi stare. Ma finora hanno approvato solamente mozioni, non bastano.

«Per questo il ministro rilancia. Ma alzerò la voce; se passasse l’ipotesi di città metropolitana Venezia-Padova, sarebbe come giocare a monopoli».

Adesso che succederà?

«Come Regione riapriremo il tavolo del dialogo per capire se esistono i presupposti per disegnare confini diversi. Ma ripeto fino alla noia: devono essere gli enti locali a dire cosa vogliono. Sulle città metropolitana, invece, non condividendone l’idea, avrò tanto da dire: sì alla città metropolitana Venezia-città con un po’ di hinterland; niente PaTreVe o PaTrevi». (Giorgio Gasco)

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COMUNI DI “CONFINE”

«BELLUNO PROVINCIA NON CI INTERESSA»

di Lucio Eicher Clere, da “Il Gazzettino – Edizione di Belluno” del 3/11/2012

   A Sappada la notizia del salvataggio della provincia di Belluno non ha suscitato entusiasmi tra la gente. Tanto meno nei promotori del referendum, che stanno attendendo il pronunciamento del Senato sulla richiesta di far passare Sappada in provincia di Udine.

   «Noi siamo sempre stati storicamente un Comune della Carnia – dice Alessandro Mauro – Io amo il Cadore come amo Sappada ed è con la gente del Cadore che vivo e lavoro ogni giorno, ma Sappada non può essere un paese del Cadore».

   L’esponente del gruppo referendario fa un excursus sulle motivazioni storiche che legano Sappada al Friuli e non al bellunese. «Al tempo della Serenissima Repubblica di Venezia – dice – una lunga disputa vide per decenni il comune di Lorenzago e la Magnifica Comunità del Cadore contrapporsi con ogni mezzo al comune di Sappada ed al Friuli per ottenere il possesso del Bosco Nero della Digola. Alla fine della disputa la Serenissima Repubblica di Venezia, difese i sappadini decretando l’appartenenza del prezioso bosco alla comunità di Sappada. Secondo i giudici veneziani infatti, Sappada era un comune della Carnia e non del Cadore ed il bosco era quindi dei sappadini. L’appartenenza al Patriarcato di Aquileia prima e alla Diocesi di Udine poi non sono precedenti tali da potere dire che Sappada ed il Cadore condividono la stessa storia. Sappada infatti fa parte ancora oggi della antica Pieve di Gorto in Carnia e della diocesi di Udine. Il fatto che Sappada non sia mai stato un paese del Cadore è verificabile anche nei simboli: nello stemma di Sappada non vi è infatti il bellissimo araldo del Cadore con le due torri la catena e l’abete. Le proprietà collettive, ovvero le Regole, tipiche dell’organizzazione dei boschi e del territorio del Cadore e del Comelico non sono presenti a Sappada, altro evidente simbolo di un confine più che concreto tra Sappada ed il Cadore. Un confine che determina amicizia oltre che qualche scontro, ma un confine in ragione del quale oggi Sappada chiede di essere ricompresa nel Friuli e non le interessa che sia stata salvata la Provincia di Belluno». (Lucio Eicher Clere)

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TOSCANA: RIFLESSIONE PRIMA DELLA DECISIONE

LE PROVINCE POSSIBILI GUARDANDO LA STORIA

di Rossano Pazzagli, da “IL TIRRENO – ed. di Lucca” del 2/9/2012

   Non credo che il riordino delle province italiane dia buoni frutti, figlio com’è della furia smantellatrice e dei criteri ragionieristici del governo Monti. L’articolo 17 della cosiddetta spending review è semplicemente inattuabile e spetta a regioni come la Toscana dimostrarlo e opporgli un’idea più avanzata e democratica di riordino territoriale.

   La Toscana può essere un ambito regionale significativo per ripartire dai caratteri di fondo dei territori (le Toscane): dai contadi comunali, alle signorie, al formarsi dello stato regionale, fino al granducato e all’attuale regione, il processo storico indica non tanto una identità fissa e immobile, quanto una mutevole integrazione di città, borghi e campagne in assetti istituzionali che non di rado hanno prodotto anche geometrie variabili nel tempo, un utile gioco di persistenza e innovazione, spesso espressione di conflitti tra scelte dirigiste (dall’alto) e resistenze del territorio (dal basso).

   Si pensi alla Valdinievole oscillante tra Lucca e Pistoia, o ai comuni della Maremma smembrati tra Pisa e Siena e poi anche tra Grosseto e Livorno. La storia non deve essere un peso, ma un’opportunità di analisi e di riflessione. Il quadro di fondo che emerge sul lungo periodo, almeno dal medioevo in poi, è quello di quattro città ordinatrici e di un certo numero di unità territoriali “resistenti” raccolte intorno a città medio-piccole e contrassegnate da estesi territori rurali con una rete più o meno fitta di borghi e villaggi: Firenze, Pisa, Siena e Lucca con le ampie e differenziate aree
della Maremma, del Casentino, della Lunigiana, della Garfagnana, del Mugello, del Chianti, ecc..

   Le testimonianze storiche sono eloquenti e innumerevoli. Nell’800 si scelse addirittura di descrivere la Toscana per “valli”, con un sistema simile a quello dei nostri bacini idrografici, e si sperimentarono i “compartimenti” al posto delle province.

   In questo lungo processo le città hanno sempre svolto il ruolo di polo aggregatore e ordinatore del territorio. Non è detto che debba rimanere così: bisognerebbe anzi superare questa logica urbanocentrica per adottare un criterio di pari dignità dei territori, urbani o rurali che siano. Ciò implica, nel ridefinire la rete provinciale, una metodologia buttom-up, un processo partecipativo che coinvolga dal basso popolazioni e territori.

   L’ottica deve essere locale, ma non localistica, dovendo tenere conto anche dei legami col mondo più ampio secondo un approccio glocale: i porti, gli aeroporti, la viabilità, le università e i centri del sapere, i grandi servizi pubblici, le aree protette, il mondo del lavoro e così via. Il territorio sia protagonista di un disegno istituzionale non basato su requisiti esclusivamente numerici (popolazione e estensione) come prescrive il Governo.

   Forse, seguendo questo percorso, non sarebbe inimmaginabile un assetto della Toscana consistente in cinque province: due aree vaste a carattere metropolitano e tre zone a sfondo più rurale. Dunque un’area vasta Livorno-Pisa-Lucca-Massa-Carrara, un’altra area vasta Firenze-Prato-Pistoia (con la Vadinievole che dovrà scegliere se appartenere all’una o all’altra), una grande provincia di Maremma (con i comuni della maremma pisana e livornese che dovranno pronunciarsi su questa riunificazione), una provincia del Casentino-Val di Chiana e una del Senese, sempre con un ruolo attivo dei Comuni che devono restare l’ossatura di base del sistema istituzionale.

   Non è una proposta, ma solo l’immaginazione del possibile esito di un percorso che veda finalmente le comunità locali come attori principali nella costruzione del nuovo assetto, dei suoi confini e dei rispettivi capoluoghi, perché le istituzioni sono come i buoni vestiti: vanno cuciti addosso alle persone (territori) e non comprati belleffatti al mercato del pret-à-porter in cui qualcuno decide per tutti. Come sta accadendo in questa fase politica ormai postdemocratica. (Rossano Pazzagli)

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LA RIVOLTA DEI CAMPANILI CONTRO LE NUOVE PROVINCE. ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA

di Elsa Vinci, da “la Repubblica” del 2/11/2012

   L’ Italia dei gonfaloni fa rullare i tamburi, il riordino delle province deciso dal governo Monti riapre la disputa dei campanili. Taglia, accorpa, cancella. I nuovi confini scatenano vecchi rancori e disfide storiche. «Mai servi di Parma», riecheggiano da Piacenza.

   Prato con la matrigna Firenze, l’ identità brianzola succhiata da Milano, Pisa e Livorno che non si rassegnano, Benevento e Avellino peggio che al derby tra Mastella e De Mita, l’ antica Siena satellite di Grosseto, da Nord a Sud è «un attentato all’ orgoglio».

   La spending review che ha ridotto da 86 a 51 le province delle Regioni a statuto ordinario sembra catapultare l’ Italia delle torri in epoca rinascimentale, piccoli comuni contro grandi signorie, in cui identità limitrofe ma diverse saranno costrette alla convivenza coatta. «È un attacco alla democrazia, una legge autoritaria», tuona l’ Upi contro la riforma.

   Vissuta come usurpazione. Risorgono dialetti e identità nel timore di finire diluiti nelle dieci aree metropolitane che il governo ha deciso di istituire. «È una vergogna», dice il capogruppo del Pdl alla provincia di Frosinone, Giuseppe Patrizi. La sua città dovrà convivere con Latina. Per lui «una roba da regime totalitario».

   Mantova sparisce nella provincia del Po con Cremona e Lodi. Da gennaio L’ Aquila avrà il mare della costa teramana. Ma Chieti, unita a Pescara, spera ancora. «Adesso la battaglia si sposta in Parlamento», avverte il sindaco Umberto Di Primio. Intanto nella città di d’ Annunzio gli automobilisti cambiano strada se incontrano un chietino, convinti che scateni incidenti. Folklore da cartolina, campanilismo da commedia che in Abruzzo nel 1970 divenne scontro di piazza dopo l’ assegnazione a L’ Aquila del capoluogo di regione.

   Del resto nel 600 Livorno nacque come presidio antipisano. Figurarsi. Lo chiamano «scherzetto di Halloween»: tre nanetti e un gigante. Ovvero le province di Arezzo, Siena-Grosseto, Livorno-PisaLucca-Massa, e la città metropolitana con 1,6 milioni di abitantie oltre la metà del Pil regionale.

   L’altra Toscana teme Firenze, la supercittà nata col decreto mette in allarme ai territori a ovest del Serravalle e a Sud del Chianti. «Mai con i fiorentini, ci togliete l’ identità», reagisce il presidente del consiglio comunale di Prato, Maurizio Bettazzi.

   «Chiederemo ai parlamentari eletti in Toscana di togliere la fiducia al governo Monti». Per protesta i pratesi hanno lasciato una bara davanti al municipio. Identità inconciliabili scatenano l’ odio fra cugini. Il sindaco di Varese, Attilio Fontana, e quello di Monza, Roberto Scanagatti, hanno scritto al ministro Filippo Patroni Griffi contro l’ assimilazione di Monza a Milano e proponendo il suo ingresso nella nuova aggregazione Como-Varese.

   Da Savona Angelo Vaccarezza (Pdl) propone l’ 8 novembre come “giorno senza province”: nessuno spazzerà la neve nell’ entroterra. «Si dia la parola al popolo», sostiene il comitato “Salviamo il Sannio” all’ indomani del decreto che accorpa Benevento ad Avellino, da ieri listata a lutto. – ELSA VINCI

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In memoria – MIRIAM MAFAI e l’incontro con la GEOGRAFIA

MIO PADRE AVEVA UN ATLANTE

da “la Repubblica” del 30/10/2012

   Ma uno dei libri che più ci piaceva e stimolava la nostra fantasia era l’ atlante di mio padre, che risaliva, probabilmente, agli anni della sua prima giovinezza. Anni lontanissimi, dunque, quando esisteva ancora l’Impero austro-ungarico e a Mosca regnava lo Zar.

   Ma a noi questo non interessava. Ci sembravano affascinanti, invece, quelle pagine colorate dove apparivano, in fila, tutte le bandiere dei vari Paesi del mondo che ci divertivamo a riconoscere. L’ atlante veniva lasciato sul pianoforte, tra i libri di musica di mia madre. E noi potevamo prenderlo quando volevamo e sfogliarlo.

   Me lo misi in cartella, quando entrai in prima ginnasio, per farlo vedere all’insegnante. Lei lo aprì con diffidenza, ne osservò alcune pagine e me lo restituì, dicendo che avrei dovuto comperarne, presto, uno nuovo. «I confini non sono più quelli del tuo atlante» mi spiegò con indulgenza. E si raccomandò: «Dillo a tuo padre».

   Ma lui ignorò la richiesta e strizzandomi l’occhio con aria furba e complice avvertì: «Non serve un atlante nuovo. I confini cambieranno ancora». Aveva ragione. I confini stavano già cambiando e ancor più sarebbero cambiati in seguito (ma io purtroppo nel corso degli anni ho perso il mio amato, vecchio atlante…).

   Con quell’atlante mio padre tentava di insegnare a me e alle mie sorelle un po’ di geografia. A suo modo, naturalmente. Ci insegnava a riconoscere, prima di tutto, l’Italia e ci sfidava a indicare col dito le capitali d’Europa.

   Ecco Parigi, la città che aveva amato, che aveva raggiunto qualche anno prima, ma che lo aveva respinto e che, sconfitto, aveva dovuto abbandonare; ecco Londra, la città in cui mia madre con la sua famiglia si era rifugiata dopo i pogrom che all’inizio del secolo avevano devastato la sua terra d’origine; ecco Kowno, la città tra la Polonia e la Russia dove mia madre era nata, ecco Madrid, la città contesa tra i «rossi» e i generali. (Avrebbero vinto i «rossi», diceva sicuro mio padre. E invece vinsero gli altri.)

   L’ atlante era un gioco, l’occasione di una precoce educazione politica. E apriva le porte della fantasia ai nostri sogni. Ci aspettavano, e noi li sognavamo, altre città, lunghi viaggi, nuovi Paesi da scoprire. Roma era allora per noi un villaggio che potevamo attraversare a piedi, dai prati brulli di Castro Pretorio, dove non era raro veder brucare le pecore e si andava costruendo la nuova università, fino a via Montebello dov’era la nostra scuola elementare intitolata a Enrico Pestalozzi e, lì all’angolo, una cartoleria ricca di colori Giotto e di quaderni a righe e a quadretti. – MIRIAM MAFAI

One thought on “PROVINCE DA 86 A 51 (e tra sei mesi decideranno le regioni a statuto speciale) – CAOS inutile o INIZIO di una RIVOLUZIONE TERRITORIALE positiva? – e le CITTÀ METROPOLITANE SI FARANNO? – il problema degli 8.092 COMUNI da REINVENTARE IN NUOVE CITTÀ

  1. lucapiccin lunedì 5 novembre 2012 / 5:51

    E dire che c’è gente che si chiede : “a cosa serve la geografia ?”.

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