OBAMA e la GEOPOLITICA da dover confrontarsi: un mondo di pace da inventare, tra CINA che cambia, rischio di guerra all’IRAN, i massacri in SIRIA, e PRIMAVERE ARABE da realizzare nei sogni dei giovani del Mediterraneo e mediorientali. Ma l’AMERICA avrà la forza di “interessarsi” ancora del mondo in trasformazione?

(foto tratta da http.//it.euronews.com/) – Il 93% dei neri ha votato democratico, così come il 71% degli ispanici. Presso i bianchi, il candidato repubblicano Romney ha ricevuto il 61% dei consensi – MA “L’AMERICA” SONO I POPOLI CHE SI RICONOSCONO IN ESSA, E’ NELLA SUA NATURA

   La mutazione antropologica che sembra aver acquisito l’America (gli Stati Uniti) con la rielezione di Obama, dove prevarranno i problemi interni di “ricerca del lavoro” e del “benessere perduto” da molti, con è probabile il sempre più disimpegno da conflitti esterni, da problematiche internazionali, ebbene questo concentrarsi sullo stato sociale è probabilmente dato dalla forte crisi economica interna agli Usa, europea, e mondiale di adesso (che interessa anche i paesi emergenti, produttori di beni che “i ricchi” hanno smesso di comprare), e che rischia questa crisi di diventare più grave di adesso, anziché di essere superata.

   Perché è una crisi di civiltà, di produzione di beni di consumo che forse stanno andando in eccesso: non si può riempire completamente il mondo di automobili o di computer, di vestiti alla moda e biglietti per viaggi aerei… pur molta popolazione del pianeta non ha ancora a disposizione tali preziosi oggetti, modi e aspirazioni di vita e libertà, per la propria giusta affermazione sociale.

   Obama, che ha vinto non solo con i voti della popolazione “indigena” americana (i bianchi ex europei e i neri integrati) ma in particolare con il prezioso voto dei latino-americani (i cosiddetti ispanici,invisi ai repubblicani) dovrà necessariamente concentrarsi e dare risposte credibili sullo stato sociale, sulle necessità di chi è senza lavoro, dei meno abbienti. Questo è un bene, chiaramente (e anche noi forse lo avremo votato, pur disillusi dal periodo precedente carico di forse eccessivi entusiasmi e speranze).

   Ma (l’America) potrà sempre meno concentrarsi su un politica estera che, con il 1989, anche dopo la sparizione dei due imperi che controllavano il mondo (sovietico e appunto americano) continuava attivamente ad interessarsi del mondo, o per giustizia internazionalista tipica del sogno della libertà americana, o per più meno nobili motivi di controllo delle risorse energetiche mondiali (il petrolio), o per necessità di contrastare il terrorismo internazionale che dava problemi all’economia americana espansionistica e alla sicurezza interna (l’11 settembre 2001, tragedia e choc collettivo americano).

   Così per dire che bisognerà che le altre parti del mondo “che contano” si facciano carico dei grandi problemi internazionali anche per quello che l’America non potrà più fare: la Siria adesso, la pericolosità dell’atomica iraniana, il conflitto palestinese-israeliano, le primavere arabe e le aspirazioni di libertà dei loro giovani, i nuovi terrorismi che stanno coltivandosi in Mali e altri paesi “marginali”…

XI JINPING, 59 anni, nuovo segretario generale del partito comunista cinese, presidente della seconda economia del mondo a partire da marzo 2013

Tutto questo fa pensare che l’idea di un GOVERNO MONDIALE che democrati- camente coinvolga tutte le nazioni e in particolare le loro aree geopolitiche organizzate o meno (Europa, Cina, Russia, Africa, America Latina…) potrebbe essere un volano per un periodo di pace e di auspicata riconversione ecologica dell’economia mondiale, dove tutti possano cooperare e abbiano “il giusto” per poter vivere dignitosamente. (sm)

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COM’È CAMBIATO IL SOGNO AMERICANO

di Piero Ostellino, da “il Corriere della Sera” del 10/11/2012

   “Barak Obama ha vinto perché offre (anche) ai meno fortunati l’opportunità di realizzare il sogno americano”. L’interpretazione “europea” delle elezioni americane è un ossimoro. Il sogno americano era l’ipotesi che ognuno potesse cavarsela da solo senza aiuto pubblico.

   Ma è anche un’interpretazione corretta. Gli Stati Uniti non sono più quelli del 1835-40, descritti da Tocqueville nell’affresco liberale della “Democrazia in America”. Dopo la Grande Depressione del ’29 e il New Deal, erano già diventati un altro Paese.

   Noi europei – che abbiamo la tendenza di stravolgere la realtà, guardandola con le lenti del pregiudizio ideologico – avevamo salutato in Kennedy il “neo-progressismo” Usa emergente, non accorgendoci che quello vero erano le riforme congressuali di Lyndon Johnson, il suo successore, considerato un reazionario…

   Se gli Usa fossero ancora un Paese conservatore – nell’accezione americana di liberale anche sotto il profilo socio-economico – avrebbe vinto Romney. Né l’alternanza elettorale fra democratici e repubblicani ne fa un Paese di centro. Gli Stati Uniti sono, ormai e a modo loro, un Paese tendenzialmente statalista. A dare la definitiva spallata al sogno individualista è stata la mutazione antropologica prodotta dalla massiccia immigrazione latinoamericana.

   Quelli che si aspettano di essere aiutati dallo Stato sono, ora, in maggioranza, e in minoranza è finita l’America individualista, bianca, anglosassone, protestante, dei padri fondatori e dei primi duecento anni della sua storia. Forse, la prossima tappa sarà la scomparsa dell’inglese, come lingua ufficiale, sostituito dallo spagnolo.

   Gli Usa sono un Paese tutt’altro che socialmente poco protetto, anche se non come la maggior parte dei Paesi dell’Europa continentale. Ma l’idea che, in qualche modo, il sogno americano possa sopravvivere è rimasta non solo nel patrimonio politico del partito repubblicano, ma anche come way of life della maggioranza della popolazione più tradizionalista.

   È, genericamente, di sinistra quando si va a votare perché si aspetta, e sa, di guadagnarci qualcosa da un presidente “federalista”; che, poi, vuol dire incline alla spesa pubblica, ma anche a sostenerla con una più alta fiscalità, del governo centrale di Washington.

   Obama, non solo per il colore della pelle e le ascendenze islamiche, è rappresentativo della way of life pauperista e assistenzialista. Nei suoi stessi riflessi demagogici e predicatori – e malgrado i tratti alto-borghesi, propri del ricco establishment cui appartiene – è l’espressione politica dell’avvenuta mutazione.

   Che piaccia o no, l’America di Tocqueville – che la vecchia Europa ammirava e della quale, contemporaneamente, diffidava – non c’è più. Non è detto sia un male e non possa ritornare, grazie alle capacità di adattamento alle circostanze del pragmatismo anglosassone. Si accorgeranno quanto possa essere costosa anche gli americani che ora hanno votato Obama quando incominceranno – è progressivamente inevitabile – a pagare tasse più elevate e ad assomigliare sempre più alla decadente Europa. (Piero Ostellino)

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GUERRE IMPERIALI

di Lucio Caracciolo, da LIMES, rivista di geopolitica italiana – (http://temi.repubblica.it/limes/ )

– La priorità del secondo mandato di Obama sarà la creazione di posti di lavoro. Tre comandamenti in politica estera: il rapporto con la Cina, l’Iran (attacco o accordo?), la guerra al terrorismo al tempo delle cosiddette “primavere arabe”. [Articolo pubblicato su la Repubblica l’8/11/2012] –

   Barack Obama è stato eletto per salvare l’America da un’altra recessione, non per cambiare il mondo. E lui lo sa bene. In cima alla sua agenda tre parole: jobs, jobs, jobs.

   Ma posti di lavoro e benessere sociale non sono funzione solo del ciclo e della politica economica. Sempre più dipendono dal modo in cui l’America sta al mondo. Dalle relazioni politiche, commerciali e finanziarie con il resto del pianeta, Cina in testa, che non accetta più il Washington consensus e non dimentica che la crisi in corso è nata a Wall Street.

   Ma anche dalle guerre che l’America deve o dovrà combattere, anche se ne farebbe volentieri a meno. A cominciare dalla guerra al terrorismo, giunta al suo undicesimo anno. Per continuare con il possibile attacco preventivo all’Iran, d’intesa o meno con Israele, che Obama farà di tutto per evitare ma che potrebbe scoppiare per decisione di Gerusalemme e per il rifiuto iraniano di negoziare sul serio.

   La differenza fra politica interna e politica estera è che l’agenda domestica si può largamente progettare, mentre il mondo è troppo vasto e imperscrutabile per chiunque pretenda di modellarlo.

   Fosse anche il presidente degli Stati Uniti. Specialmente un leader al secondo mandato, eletto da un paese polarizzato fra destra nostalgica della superpotenza solitaria e solipsista che fu – reazionaria in casa e bellicosa nel mondo – e centro-sinistra che vorrebbe curare il malandato orto di famiglia e riportare a casa quanti più soldati possibile. Con le casse pubbliche semivuote e con un Congresso spaccato fra Camera in mano a repubblicani spesso estremisti e Senato a maggioranza democratica limitata.

   L’unico non indifferente vantaggio rispetto al primo quadriennio è che Obama non può essere riconfermato, sicché deciderà senza farsi condizionare da pedaggi elettorali.

   Ad oggi, l’agenda mondiale del presidente reca tre comandamenti.

Primo: stabilire che cosa fare o non fare con la Cina. Secondo: decidere se attaccare o meno l’Iran, con o senza Israele. Terzo: adattarsi al terremoto in corso nella galassia islamica – le ormai autunnali “primavere arabe” – per cercare di influenzarlo e modulare di conseguenza la guerra al jihadismo, basso continuo dell’impegno militare a stelle e strisce. Con un occhio all’eurocrisi, se dovesse rimettere in questione non solo la stabilità sociale e geopolitica europea ma la ripresa dell’economia americana.

   Quanto alla Cina. A Pechino si tifava Romney. Perché Obama appare ai “mandarini rossi” come un leader inaffidabile, che finge di dialogare mentre riarma Taiwan o li attacca sulla politica ambientale. Peggio: minaccia di trattare la Repubblica Popolare come un tempo l’Unione Sovietica, stringendo attorno a Pechino insieme agli alleati e a veri o presunti amici asiatici – Australia, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, India – una cintura di sicurezza destinata a contenerne le ambizioni.

   Peraltro, oggi si apre il cruciale congresso del Partito comunista cinese, all’insegna di una lotta di potere che investe la nomenklatura e che ridefinirà l’approccio agli Stati Uniti e al mondo. Nei prossimi mesi, quando Obama avrà incontrato Xi Jinping, suo neo-omologo designato, potremo capire se i numeri uno e due al mondo sono destinati a cooperare o a scontrarsi.

   Sul fronte Iran, Obama farà di tutto per non impelagarsi in un’avventura bellica dalle conseguenze potenzialmente disastrose. Una nuova guerra del Golfo rischierebbe di soffocare i sintomi di ripresa nell’economia americana, di stroncare la crescita asiatica, di sprofondare l’Europa nella depressione e nel caos.

   In questi ultimi mesi emissari della Casa Bianca hanno cercato di sondare la disponibilità di Teheran a un compromesso sul suo programma nucleare, in cambio della fine delle sanzioni e della riammissione della Repubblica Islamica nel circuito economico e politico internazionale. Ma Netanyahu, probabilmente il leader mondiale meno entusiasta del mancato cambio della guardia alla Casa Bianca, resta convinto che di pasdaran e ayatollah Israele non abbia il diritto di fidarsi.

   Le probabilità di una guerra che segnerebbe il secondo mandato di Obama, e non solo, paiono ad oggi superiori alle speranze di pace.

   Intanto, la guerra al terrorismo continua. Il maggior successo del comandante in capo Obama è stata l’esecuzione di Osama bin Laden, insieme al ritiro dall’Iraq e al contenimento delle perdite in Afghanistan. Ma le conseguenze impreviste delle “primavere arabe” stanno aprendo nuovi fronti bellici.

   Ad esempio in pieno Sahara, dove una manciata di terroristi narcotrafficanti ha piantato il vessillo di al-Qa’ida nel Mali settentrionale per farne una base del jihadismo globale. Questa almeno è la visione dominante a Washington e a Parigi (ex capitale coloniale), sancita dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che ha dato via libera a una guerra di riconquista del Sahara perduto, teleguidata da Stati Uniti e Francia.

   Più in generale, le convulsioni che stanno scuotendo i paesi arabi e islamici costringono Obama a inseguire gli eventi. A conferma che Washington non è in grado di determinare il futuro del Medio Oriente.

   Vent’anni fa Henry Kissinger stabilì i termini del dilemma strategico Usa dopo la guerra fredda: «Viviamo l’epoca in cui l’America non può dominare il mondo né ritrarsene, mentre si scopre a un tempo onnipotente e totalmente vulnerabile». Undici anni dopo l’11 settembre, dal suo studio ovale Obama, a dispetto dell’irrinunciabile grandiosità retorica, continua a scrutare l’orizzonte attraverso quel prisma. L’audacia della speranza convive con la cognizione della realtà. (LUCIO CARACCIOLO)

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DEFICIT E MEDIO ORIENTE: LE PRIME SFIDE DI OBAMA

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 8/11/2012

CHICAGO – Per ogni presidente americano rieletto la sfida è entrare nella Storia e Barack Obama vuole riuscirci centrando tre obiettivi: un boom economico come quello di Bill Clinton negli Anni Novanta, la riforma dell’immigrazione e l’indipendenza dall’import di greggio.

   La strada verso l’accelerazione della crescita passa per il superamento dell’ostacolo del «fiscal cliff» – la sovrapposizione a fine dicembre fra aumento delle tasse e tagli al bilancio – che rischia di riportare l’America in recessione.

   Bill Clinton è ottimista sulla possibilità di Obama di disinnescare la mina «perché dopo l’elezione i leader del Congresso hanno interesse ad accordarsi con il presidente» ma John Boehner, presidente della Camera dei Rappresentati, minaccia battaglia. La mano tesa di Obama allo sconfitto Mitt Romney preannuncia il tentativo di riuscire dove fallì nel 2009: trovare interlocutori in campo repubblicano. Anche per questo ieri ha personalmente telefonato a tutti i leader del Congresso.

  La chiave per riuscirci saranno le proposte che Obama avanzerà e dunque potrebbe essere obbligato a compromessi, a cominciare dal terreno degli sgravi fiscali. Ma, «fiscal cliff» a parte, ciò che più conta è la ripresa dell’occupazione e Obama già pensa a un nuovo pacchetto di stimoli fiscali per favorirla, e anche qui avrà bisogno di siglare un patto con l’opposizione. Non ha molto tempo a disposizione perché dopo le elezioni per il rinnovo del Congresso nel novembre del 2014, il Presidente appena rieletto diventerà un’«anatra zoppa» perdendo gran parte di una forza politica ora incontrastata.

   La riforma dell’immigrazione è nei piani di Obama per due motivi convergenti: rientra nell’orizzonte dell’America «più unita e solidale» di cui ha parlato nella campagna elettorale appena conclusa e consentirà al partito democratico un’egemonia di lungo termine nell’elettorato ispanico, ovvero sulla minoranza che cresce più velocemente.

   I primi dati sull’Election Day suggeriscono che almeno il 75 per cento di ispanici ha votato per Obama, con un progresso rispetto al 67 per cento del 2008, e l’obiettivo dei democratici è arrivare ad un quasi monopolio – come nel caso del 95 per cento del voto afroamericano – che poi coincide con la trasformazione del loro partito in una formazione multietnica, dove i bianchi sono minoranza.

   Infine, ma non per importanza, l’energia. È l’obiettivo più a lungo termine dei tre indicati da Obama nel discorso del McCormick Center e per compiere dei progressi reali dovrà investire in trivellazioni e mega-oleodotti come finora si è rifiutato di fare, con decisioni che potrebbero non essere gradite dalla base liberal.

   Sul «Resolute Desk» di Obama ci sono anche temi di politica estera. Il primo, in ordine di tempo, sono i rapporti con la Cina per via dell’imminente cambio della guardia ai vertici del partito comunista che offre la possibilità di un «reset» bilaterale. Ma il più impellente è la Siria, dove la guerra civile ha già causato oltre trentamila morti innescando una crisi che minaccia di degenerale in conflitto regionale.

   Proprio perché Obama deve pensare al giudizio che la Storia darà su di lui non può consentire il protrarsi di un bagno di sangue che evoca le stragi in Bosnia e Ruanda che ancora macchiano l’amministrazione Clinton.

   Riguardo all’Iran, la prossima mossa per tentare di bloccare il programma nucleare dovrà tenere conto della minaccia del premier israeliano Benjamin Netanyahu di attaccare in estate. Ma Obama potrebbe andare prima in visita a Gerusalemme, per incontrare proprio Netanyahu, se verrà riconfermato nelle elezioni di gennaio. (Maurizio Molinari)

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“IL NUOVO MANDATO SARÀ NEO-ISOLAZIONISTA COME IL PRIMO ROOSEVELT”

– Lo storico di Yale PAUL KENNEDY intervistato sulle scelte internazionali della seconda presidenza Obama

di Alessandra Farkas, da “il Corriere della Sera”del 9/11/2012

NEW YORK — «La politica estera dell”‘Obama 2″ sarà ancora più indecisa e latitante. Considerati i grandi punti di forza dell’America e la debolezza intrinseca di Cina, Russia, Iran e dei mullah musulmani, ciò non è necessariamente un male. Gli americani non devono essere sempre in prima linea: meglio restare in panchina muti e tranquilli a curarsi le ferite e riparare il Paese».

   Parla Paul Kennedy, «Dilworth Professor» di Storia alla prestigiosa Yale University e autore di classici quali «Ascesa e declino delle grandi potenze» e “Il parlamento dell’uomo», uno degli storici più rispettati e celebri del mondo.

   «Penso che l’Obama dei prossimi quattro anni sarà come il Roosevelt tra il 1936 e il 1941», spiega Kennedy, «si concentrerà solo sui problemi interni: economia, disoccupazione, sanità, scuole e infrastrutture, avvitando il Paese su se stesso. Più che isolazionismo la chiamerei medicina necessaria e comunque l’Europa sta facendo lo stesso».

Che cosa intende dire?

«L’Europa appare disintegrata, agitata, introversa e senza alcuna voglia di immischiarsi nei problemi altrui. Ma anche se il vecchio continente l’ha lasciata sola, l’America è in una botte di ferro grazie alle sue considerevoli risorse agricole, umane e tecnologiche e all’eccezionale e propizia posizione geopolitica. Mentre la Cina condivide molti confini con altri Stati, gli unici vicini di casa degli Stati Uniti sono l’amico Canada e il debole Messico: 6.000 miglia la separano dalle zone calde dell’ Asia Orientale e 4.000 dal sempre più instabile Medio Oriente. Considerando tutti questi aspetti, perché mai gli Stati Uniti dovrebbero precipitarsi in giro per il mondo? Perché non starsene tranquilli per un po’ come fece Roosevelt?»

Secondo molti la minaccia nucleare iraniana ha bisogno di risposte immediate.

«Dai rapporti dei servizi segreti americani e israeliani Obama ha dedotto che Teheran non è ancora vicina all’atomica. Se ci fosse un attacco contro Israele, Obama potrebbe invocare il War Powers Act come fece Nixon. Ma secondo la Costituzione Usa solo il Senato può legittimare la guerra. E comunque Obama non è un amico particolarmente affiatato di Israele e non vuole combattere per lo Stato ebraico che considera un enorme e increscioso peso per l’America. Desidera disimpegnarsi dal Medio Oriente per due motivi: la fine della dipendenza Usa dal petrolio arabo e l’indifferenza degli ispanici, ormai primo gruppo demografico, per la sorte di Israele».

Questo disimpegno renderà Israele ancora più vulnerabile nella regione?

«E’ il timore di molti israeliani. Ma i più avveduti di loro, tra cui il presidente Shimon Peres, temono soprattutto il boom demografico degli arabi, il doppio rispetto a quello dello Stato ebraico: una minaccia assai maggiore del nucleare iraniano che li spinge a battersi per la soluzione dei due Stati e il ritiro immediato degli insediamenti più recenti. Anche qui Obama lascerà che sia Israele a trovare la soluzione del problema».

Il Congresso non esiterebbe un attimo a difendere Israele.

«Con quale sistema offensivo? Missili cruise inviati dai sottomarini nel Golfo Persico? Può darsi. Ma l’elite militare Usa che incontro al Centro per la Sicurezza Internazionale da me diretto a Yale è cauta. Non vede l’ora di porre fine al disastro in Medio Oriente e dubita dell’efficienza dell’esercito americano attuale».

Le forze armate americane non restano le prime al mondo?

«La marina è quasi interamente dispiegata in Cina, l’aviazione è nel caos, l’esercito e i Marine vogliono solo evitare un’altra guerra in Asia e si stanno indirizzando verso tecnologie prive di esseri umani come i droni.

Potrà Obama continuare a ignorare chi, in patria e all’estero, gli chiede un intervento in Siria?

«La sua politica del disimpegno e della neutralità nei confronti del regime è destinata a continuare. Obama affibbierà il dossier Siria alla Turchia o all’Onu dove non avrà alcuna chance di successo visto che Putin, eterna spina nel fianco dell’America, e Pechino gli impediranno qualsiasi misura ragionevole al Consiglio di Sicurezza Onu, che Washington ormai considera una scatola vuota».

Il presidente Obama ha parlato più volte di uno spostamento degli interessi Usa nel Pacifico e nell’ Estremo Oriente.

«Ma è il primo a sapere che sulle ceneri del bipolarismo della guerra fredda è sorto un mondo multipolare di 5 o 6 grandi potenze, proprio come ai tempi di Bismarck, che non prende più ordini dall’America. Cina, India e Brasile non gradiscono la leadership dell’America e gli americani sono i primi a non volere più tale responsabilità, anche se durante la campagna elettorale Obama è stato costretto a ripetere all’infinito quel mantra».

Che cosa serve all’America per tornare a svolgere un ruolo chiave?

«Perché non ammettere che la prima potenza al mondo è costituzionalmente inadeguata e imperfetta quando si tratta di politica estera? Ciò cui stiamo assistendo oggi, è la paralisi dell’America nel prendere difficili decisioni: una conseguenza dell’avere, nel 21° secolo, una forma di governo stile fine 800. L’amministrazione è immobilizzata in tutte le direzioni da lobbisti, gruppi d’interesse e sottogruppi etnico-religiosi. Quello che nel 1780 poteva essere un valido contratto tra 13 nazioni diffidenti, non è più un modello vantaggioso in un mondo di politiche internazionali mutevoli come quello di oggi. Non a caso la maggior parte delle democrazie mondiali hanno adottato una forma di governo parlamentare invece che presidenziale». (Alessandra Farkas)

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GLI ISPANICI ORA PRESENTANO IL CONTO ALLA CASA BIANCA

– Determinanti per la vittoria di Obama, si aspettano la riforma dell’immigrazione –

di Francesco Semprini, da “la Stampa” del 9/11/2012

new york – Gli ispanici d’America battono cassa. Forti del determinante contribuito dato alla vittoria di Barack Obama, i «latinos» degli Stati Uniti chiedono ora al presidente il varo della riforma sull’immigrazione. «Non ci sono più scuse che tengano, nessun ostacolo può essere frapposto, bisogna agire subito», dichiara Eliseo Medina, segretario del Service Employees International Union e consigliere dei leader delle comunità ispaniche americane.

   E’ stato lo stesso Obama a menzionare l’urgenza di una riforma nel discorso tenuto la notte della sua rielezione. «Dobbiamo mettere a posto il nostro sistema in tema di immigrazione», ha detto definendo la questione una priorità per la nazione assieme all’abbattimento del debito, alla riforma del sistema tributario e alla riduzione della dipendenza energetica dal petrolio importato.

   Un atto dovuto, inoltre, visto che la comunità ispanica è l’unica che ha rafforzato il sostegno nei confronti del presidente dal 2008 con una quota del 71% rispetto al 67% di quattro anni fa e al 27% di Mitt Romney.

   Inoltre i «latinos» che sono andati a votare quest’anno sono stati 1,4 milioni in più, a dimostrazione del sempre maggior peso che la comunità ha, non solo dal punto di vista demografico, ma anche nella vita politica del Paese. «Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, gli ispanici possono rivendicare il fatto di essere stati decisivi a livello nazionale», spiega al Los Angeles Times Gary Segura, guru dell’osservatorio statistico Latino Decisions.

   C’è inoltre un secondo motivo per il quale il partito democratico, assieme a Obama, deve provare a convincere il Congresso sul passaggio della riforma, ovvero le divisioni in seno alla compagine repubblicana. Alcuni strateghi del Grand Old Party sono convinti del rischio di un’altra débâcle politica se non si raggiungerà presto un accordo in materia.

   Alfieri di questa scuola di pensiero sono il senatore della Florida, Marco Rubio, l’ex governatore Jeb Bush, e l’ex presidente George W. Bush. Lo stesso Romney ne aveva parlato durante il famigerato discorso del 47%: «Se gli ispanici voteranno in blocco per i democratici così come hanno fatto in passato gli afro-americani, penso che saremo nei guai, come partito e come nazione».

   D’altra parte ci sono alcuni repubblicani, per lo più provenienti da distretti dove le comunità ispaniche sono esigue, che temono ricadute negative in caso scendano a compromessi rispetto alla tradizionale dottrina dei conservatori in materia di immigrazione. Sono gli stessi che respinsero la proposta di legge presentata al Congresso da George W. Bush nel 2007, che prevedeva un sistema di inserimento per lavoratori stranieri temporaneamente residenti negli Usa, la possibilità di acquisire la cittadinanza da parte degli stranieri giunti negli Usa da bambini e il rafforzamento dei controlli alle frontiere.

   Obama nel 2009 aveva avviato un tavolo di lavoro con il leader dei democratici al Senato, Harry Reid, su un progetto di riforma che non vide però mai la luce a causa, fra l’altro, delle complicate elezioni di metà mandato, e dal rischio di non avere i numeri per garantirne il passaggio.

   Lo stesso Obama ha ammesso che il cruccio dei suoi primi quattro anni alla Casa Bianca è quello di non aver varato la riforma. Un rischio che potrebbe riproporsi anche oggi, visto che al Senato almeno sette democratici – soprattutto provenienti da zone con pochi elettori ispanici – sembrano non inclini a dare il via libero al progetto, per non parlare poi della Camera, dove dominano i repubblicani.

   Ma per il senatore democratico del New Jersey, Robert Menendez, la riforma avrebbe il supporto dell’economia, dai ristoranti all’industria hi-tech, dagli hotel al settore agricolo. «Se riusciamo a creare un movimento in Senato – dice – sono convinto che i repubblicani sarebbero pronti a lavorare con noi». «Se non ora quando? – si chiede Ben Monterroso, direttore di Mi Familia Education Fund -. Dobbiamo sistemare la questione una volta per tutte. E dobbiamo farlo subito». (Francesco Semprini)

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CINA

LA BOLLA DEL DRAGONE

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 9/11/2012

  «La Cina ci sorprende in positivo da trent’anni: continuerà a farlo per molto tempo». Fino a pochi mesi fa, questa era la frase-poster ripetuta in tutta l’Asia. Non è più così. Il 18° Congresso del Partito comunista cinese che si è aperto ieri a Pechino non si limiterà a scegliere la nuova leadership che guiderà il Paese per il prossimo decennio. Deve soprattutto prendere atto che il ciclo aperto da Deng Xiaoping nel 1978 – bassi salari, esportazioni e diritto di arricchirsi – si è concluso. Con un successo economico senza precedenti nella storia, ma è finito. Gli ostacoli e le tensioni che si trovano ad affrontare Xi Jinping e Li Keqiang – che la settimana prossima dovrebbero essere nominati segretario del partito e primo ministro – dicono che gli anni migliori della Cina sono passati. Lo slogan che circola ora nelle università recita che «i frutti pendenti dagli alberi sono stati tutti raccolti».

   Le elezioni americane di martedì scorso hanno oscurato l’importanza del Congresso di Pechino. L’evento è invece di importanza eccezionale, per il peso che la Cina ha nel mondo e per le ripercussioni che un rallentamento della sua crescita può per esempio avere su settori come la moda, il design e i beni di lusso, punti di forza dell’export italiano. Capire dove andranno Xi e Li non è in fondo meno importante dell’immaginare le prossime politiche di Barack Obama.

   Dietro al calo della crescita del Prodotto interno lordo cinese (Pil) – al 7,4 per cento nel terzo trimestre di quest’anno – c’è un’economia che rischia il collasso. Investimenti pari al 50 per cento del Pil, il doppio del livello fisiologico, creano bolle e distorsioni. Infatti, si calcola che ci siano almeno cento milioni di case sfitte.

   Che nei settori di acciaio, alluminio, pannelli solari, vetro ci sia già ampia sovracapacità produttiva. E che anche nella produzione di auto ci si arrivi tra non molto. I magazzini si riempiono di borse, giocattoli, gadget invenduti. In questa situazione, lo Stato e le sue banche non sanno ormai dove investire: le nuove e inutili autostrade sono spesso vuote e nei campi da golf si cercano quadrifogli.

   Ieri, il segretario uscente Hu Jintao ha ribadito che occorre rilanciare la domanda interna: lo sostiene da cinque anni ma i consumi sono scesi a causa delle lobby immobiliari, locali e delle imprese di Stato che si accaparrano gli investimenti pubblici.

   Sul versante politico, le proteste contro ingiustizie sociali e corruzione sono all’ordine del giorno. E i cittadini sono sempre più connessi al resto del mondo in barba ai tentativi di censura. Il risultato è che l’autorità del partito declina e che la domanda di partecipazione pubblica cresce. La «superpotenza prematura» – economicamente forte ma lontana dal diventare ricca – sarà dunque costretta a grandi cambiamenti. Ma tre decenni dopo non è detto che le sorprese siano sempre positive. (Danilo Taino)

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CINA – diciottesimo congresso del Partito Comunista – XI JINPING al potere

DA UNA GROTTA ALLA CITTÀ PROIBITA: L’IRRESISTIBILE ASCESA DI XI IL NUOVO IMPERATORE DELLA CINA

di  GIAMPAOLO VISETTI, da “la Repubblica” del 10/11/2012

PECHINO — Il nuovo imperatore della Cina sorride a mandibola sciolta e ha una moglie bella e più famosa di lui. Basterebbe questo per rassicurare l’Occidente e impensierire l’Oriente. Mai, imbalsamato Mao, i cinesi hanno avuto un leader privo di paralisi facciale e che ha avuto la sfacciataggine di corteggiare una come Peng Liyuan, la star della tivù con i gradi di generale.

   Per i prossimi dieci anni le cancellerie straniere sognano così un leader di Pechino fotogenico e, per la prima volta, dotato di first lady. Altro che Lunga Marcia, nel tempo della socialciviltà. I cinesi invece no: conoscono l’etichetta della Città Proibita e sanno bene che farsi amare è il più fatale dei difetti.

   L’affabilità apparente di Xi Jinping, 59 anni, “principe rosso” proclamato segretario generale del partito comunista cinese mercoledì prossimo, presidente della seconda economia del mondo a partire da marzo 2013, è però la ragione che autorizza sia l’Occidente che l’Oriente ad avere ragione.
È sufficiente dargli un’occhiata per sentire che questo sosia del Grande Timoniere, solo cresciuto oltre un metro e ottanta e con il passo bonario di un orso non del tutto sveglio, rassicura e impensierisce nello stesso tempo. Ha preso possesso del potere partendo dalle retrovie, quando tutti lo davano per bruciato, maneggiando un’arma difficile: il proprio mistero, la capacità di tacere per incoraggiare tutti, così da rendersi infine non troppo sgradito ad alcuna delle fazioni che si contendono l’eredità del solo comunismo di mercato sopravvissuto al Novecento.
La migliore qualità dell’uomo che si appresta a determinare il destino della globalizzazione in crisi, fino a consumare il sorpasso sugli Stati Uniti entro la fine del suo mandato, è incarnare realmente il prodotto di cui oggi ha bisogno un partito-Stato con 82 milioni di iscritti e 1,4 miliardi di abitanti: un enigma aperto, che può rapidamente portare la Cina verso qualsiasi approdo.

   Nella Grande Sala del Popolo, dove si sta celebrando l’estenuante liturgia del passaggio del potere di una partitocrazia garantita dalle forze armate, gli oltre duemila delegati del Congresso non fanno nulla per nasconderlo: solo il compagno Xi è riuscito a uscire in tempo dalla mischia che travolge riformisti e conservatori, discepoli della Lega della Gioventù comunista e “principi rossi”, clan di Shanghai e circoli di Pechino, funzionari travolti dalla corruzione e aspiranti leader traditi dall’ambizione. Se è qui, è per questo.  «Xi Jinping non è nessuno — dice il politologo Zhang Xiaojin — o almeno nessuno di identificabile. La Cina ha scelto un capo che non può essere attaccato».
Lo sa bene anche l’intelligence del Pentagono, che nel febbraio scorso lo ha studiato per una settimana quando fece visita alla Casa Bianca, ai porcili di Muscatine che aveva visionato da funzionario e alla figlia unica iscritta ad Harvard: la sua imperscrutabilità nasconde idee precise, una disciplina assoluta e quel genere speciale di volontà che non fallisce l’obbiettivo.

   Questione di adattabilità mutata in Dna, perché Xi Jinping è la sintesi del passaggio della Cina dal maoismo a Deng Xiaoping e da Jiang Zemin a Hu Jintao.

   Il padre, Xi Zhongxun, fu eroe della Rivoluzione, vittima delle Guardie Rosse e riabilitato vice premier. Lui è nato e cresciuto invece tra i velluti di Zhongnanhai, il fortino dell’élite, ma da studente è stato spedito nelle campagne dello Shaanxi, a «imparare la sapienza dalle masse». Sette anni in una grotta di Liangjiahe: «Ho ingoiato bocconi amari — si è lasciato sfuggire — ho conosciuto le pulci, lo stremo delle forze e una solitudine totale».

   È qui che essere un “principe rosso” ha fatto la differenza. Hanno prevalso le conoscenze, la laurea e gli agganci alla Tsinghua, quello che un dispaccio di WikiLeaks ha descritto come «il suo occhio ossessivamente puntato sul premio finale».

   L’ascesa del funzionario che non parlava mai è durata 17 anni, trascorsi scientificamente nella capitale e in villaggi sperduti, nelle più ricche regioni costiere e tra le rivolte del Tibet, al servizio di Jiang Zemin a Shanghai e agli ordini di Hu Jintao durante le Olimpiadi di Pechino.
Gli americani si limitano a dire che «è uno che sa come ottenere i risultati» e dal 2007 riconoscono che non ha commesso errori. Tre sole ombre: una sfuriata anti-occidentale in Messico («cosa vuole da noi tutta questa gente con la pancia piena»), lo scoop di Bloomberg su un patrimonio da centinaia di milioni di dollari e l’inquietante sparizione ai primi di settembre, quando ignorò Hillary Clinton causa «mal di schiena ». Per il resto, come ha scritto il Quotidiano del Popolo, l’uomo che in queste ore dirige il congresso chiamato a incoronarlo «è un riformatore moderato e un conservatore progressista».
Mani libere e avversari deboli, con l’eccezione del prossimo premier Li Keqiang, cui ha sottratto il trono al fotofinish, esibisce uno stile che induce il popolo a non odiarlo: mangia nelle mense governative, veste come un vecchio postino, non ha assistito alla nascita della figlia causa tifone nel Fujian, è stonato e non è mai riuscito a farsi dare la patente.

   Tra quattro giorni, cinturato dagli altri promossi nel Comitato permanente e nella Commissione militare, stretto tra le emergenze della Cina e del resto del pianeta, questo sconosciuto signor Xi sarà comunque l’azionista di maggioranza dei nostri problemi comuni.

   Finalmente dovrà spiegare ai cinesi e a non pochi altri cosa succederà alla galassia-Cina fino al 2022. Avrà sei anni di tempo più di Barack Obama: per questo il mondo non vede l’ora di conoscerlo, impensierito dal suo sorriso e rassicurato dal suo silenzio. (Giampaolo Visetti)

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SIRIA, 11MILA PERSONE FUGGITE IN 24 ORE

dal “Corriere.it” del 9/11/2012

http://www.corriere.it/esteri/)

– Famiglie verso la Turchia, il Libano e la Giordania. In totale i rifugiati sono 408 mila dall’inizio della crisi –

   Circa 11mila persone sono fuggite dalla Siria nelle ultime 24 ore, di cui 9.000 in Turchia, mille in Giordania e mille in Libano. Si tratta del più grande esodo in un solo giorno mai registrato nel Paese. Dall’inizio della crisi, sono 408 mila le persone scappate verso altri Paesi. Lo ha spiegato a Ginevra il coordinatore regionale dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), Panos Moumtzis.

IN TURCHIA– È salito a 112mila il numero dei rifugiati siriani in Turchia. Lo ha reso noto un comunicato della Direzione per la gestione delle emergenze e dei disastri di Ankara. Nel comuinicato si precisa che la Turchia ha allestito 14 campi profughi in sette province meridionali del paese, cinque dei quali situati nella provincia di Hatay. Nella nota è sottolineato, inoltre, che i rifugiati siriani hanno la possibilità di usufruire di servizi sanitari, cibo, educazione, servizi di traduzione e comunicazione, oltre all’alloggio. Sempre secondo la Direzione, un totale di quasi 159mila siriani ha attraversato il confine per trovare rifugio in Turchia dal’inizio della crisi siriana, circa 20 mesi fa, ma in seguito circa 46mila di loro avrebbero fatto ritorno nel proprio Paese.

IL PRESIDENTE SIRIANO– Nessun leader occidentale ha contattato il presidente siriano Bashar al Assad per discutere la situazione e cercare una soluzione politica dall’inizio della crisi, nel marzo del 2011. Lo ha affermato lo stesso Assad in un’intervista alla televisione Russia Today. Assad ha anche accusato i servizi di Intelligence occidentali di svolgere un ruolo di supervisione in un traffico di armi e miliziani per il fronte anti-regime che, ha affermato, passa «soprattutto attraverso la Turchia, e a volte dal Libano». «Se questo afflusso cessasse – ha affermato il presidente – potremmo mettere fine a tutto questo nel giro di settimane».

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OBAMA E LA CONTESA ISRAELO-PALESTINESE

IL PARADOSSO OBAMA: NON PIACE A ISRAELE, HA DELUSO I PALESTINESI

di Michele Giorgio, da “Il Manifesto” del 7/11/2012

GERUSALEMME – Israeliani, palestinesi e presidenziali americane. Niente di meglio che parlarne all’ingresso di HaMalach Belavan, viuzza abitata da israeliani a ridosso del quartiere palestinese di Abu Tur, di fronte alle mura città vecchia di Gerusalemme.

   Due mondi tanto diversi, separati dalla strada che scende ripida verso Silwan. Ofer Baehr, impiegato in una società di informatica, non ha dubbi: desidera la vittoria del repubblicano Mitt Romney. Perché? «Obama non fa gli interessi di Israele, è troppo morbido con l’Iran e gli arabi. Preferisco Romney che sa con chi stare in Medio Oriente». Alza le spalle il palestinese Abu Mohannad, un avvocato in pensione che vive a una ventina di metri di distanza. «Obama o Romney? Per noi palestinesi non cambia nulla, tutti e due stanno con Israele», dice ostentando indifferenza verso l’esito delle presidenziali Usa.
Le poche parole di Ofer Baehr riflettono il pensiero di buona parte della sua gente verso Obama, un presidente che gli israeliani non hanno mai gradito. I coloni si divertivano a chiamarlo Barack Hussein Obama per sottolineare che è figlio di un musulmano anche se il presidente Usa ha sempre detto di essere cristiano.

   Secondo un sondaggio pubblicato nei giorni scorsi, solo il 21,5% degli israeliani ritiene la politica di Obama vicina agli interessi d’Israele, contro il 57,2% che vede in Romney un alleato sincero. E’ davvero curioso questo atteggiamento, anzi irrazionale.

   Obama non si è mai imposto su Israele, lo ha difeso e protetto anche quando ha commesso crimini come l’arrembaggio nel 2010 alla nave turca Mavi Marmara, all’Onu e sulla scena internazionale. Ha subito messo da parte la volontà annunciata all’inizio del suo mandato di bloccare la colonizzazione dei territori occupati palestinesi.

   Un anno fa ha spento il progetto di adesione piena all’Onu dello Stato di Palestina. E qualche giorno fa ha fatto recapitare a Tel Aviv un gradito regalo: l’estensione per altri quattro anni delle garanzie sui prestiti a Israele, 4 miliardi di dollari da qui al 2016.

   Senza dimenticare accordi e aiuti in campo militare concessi dagli Usa a Israele durante il suo mandato, coronato dalla mega esercitazione congiunta, in funzione anti-Iran, in corso nel Neghev. Regalo che Israele ha ricambiato annunciando ieri la costruzione di 1.213 nuovi appartamenti nelle colonie di Gerusalemme Est, la zona palestinese occupata nel 1967.
Eppure agli occhi degli (ingrati) israeliani Obama continua a passare per un amico di arabi e musulmani, se non addirittura un «avversario». Un giudizio condiviso da comuni cittadini, analisti e politici, con rare eccezioni. Tranne i giudizi favorevoli espressi dal solito Haaretz, la stampa ha in un modo o nell’altro fatto capire che un Romney farebbe gli interessi di Israele più di un Obama.

   Sul quotidiano più vicino al governo, Israel Hayom, ieri il miliardario americano ebreo Sheldon G. Adelson ha scritto «non sono stato io ad abbandonare i democratici ma sono stati loro ad abbandonare me». Si augura senza dubbio la vittoria di Romney il premier Netanyahu, che con Obama non ha mai avuto feeling, anche perché il presidente Usa, almeno sino a oggi, ha frenato il suo piano di attacco aereo alle centrali atomiche iraniane.
La cosa bizzarra è che dall’altra parte i palestinesi non vedono in Obama l’amico degli arabi di cui parlano gli israeliani. «Sono gli Stati Uniti ad adattarsi alla realtà israeliana e alla natura del suo governo e non il contrario: ciò significa che le posizioni americane riguardo Israele sono sempre le stesse e per i palestinesi non cambia mai niente», dice l’analista Mohammed Abdelhamid.

   L’indifferenza perciò regna nei Territori occupati, persino a Deir Dibwan, villaggio tra Ramallah e Nablus dove tanti abitanti partiti per gli Stati Uniti negli anni 50 e 60 sono poi tornati a casa con in tasca il passaporto americano.

   Eppure non pochi palestinesi, senza dirlo, si augurano la vittoria di Obama. Non perché sperino che favorisca le loro aspirazioni: piuttosto per impedire che alla Casa Bianca vada Romney, un «piccolo George Bush». Il candidato repubblicano, tanto per mettersi in luce, ha accusato il popolo palestinese di essere responsabile del conflitto in Medio Oriente.
Darwish Omar dice quello che pensa un intero popolo: «Obama è un ingannatore, aveva promesso tante cose agli arabi e i palestinesi (nel giugno 2009, durante il noto discorso pronunciato al Cairo) ma non ha mantenuto la sua parola. Ma Romney è peggio e se va al potere vedremo altre guerre, a cominciare da quella (israeliana) all’Iran». (Michele Giorgio)

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SIGNOR NETANYAHU, RISPONDA AI PALESTINESI

di DAVID GROSSMAN (da “la Repubblica” del 6/11/2012

   Ma cosa aspetta, signor Netanyahu? Il capo dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, ha dichiarato in un’intervista alla televisione israeliana di essere disposto a tornare a Safad (la città dov’è nato nel nord di Israele) come turista. Nelle sue parole era discernibile la più esplicita rinuncia al “diritto del ritorno” che un leader arabo possa esprimere in un momento come questo, prima dell’inizio di un negoziato.

   Allora perché lei aspetta, signor Netanyahu? È vero, Abbas non ha pronunciato le precise parole “rinuncia al diritto del ritorno” e in un’intervista in arabo si è affrettato a prendere le distanze dalle proprie dichiarazioni sostenendo che questa è solo la sua opinione personale e nessuno è autorizzato a rinunciare al “diritto del ritorno”. Conosciamo questa danza palestinese: un passo avanti, in inglese, e due indietro, in arabo.
Eppure nelle parole di Mahmoud Abbas c’è qualcosa di nuovo, un segnale. Nella nota cacofonia di urla e accuse che le due parti – inevitabilmente sorde l’una all’altra – si scambiano c’è un suono nuovo. Una nota che richiede un’attenzione diversa e una reazione più complessa e creativa. E lei, signor Netanyahu, non reagisce.

   La cosa è un po’ imbarazzante eppure le ricordo, signor Netanyahu, che lei è stato eletto per governare Israele, per riconoscere rari segnali di opportunità come questi e sfruttarli per far uscire il Paese dal vicolo cieco in cui è bloccato da decenni.

   Lei di certo capirà, signor primo ministro, cosa significa per un leader palestinese pronunciare apertamente quelle esitanti parole. Di certo può immaginare – al di là del muro di sospetto e di ostilità che esiste fra voi – cosa significa per l’uomo Mahmoud Abbas, nato a Safad (dove per tutta la sua esistenza ha sognato di tornare a vivere), dichiarare che rinuncia a questo sogno.

   Lei, ovviamente, può liquidare le parole del presidente Abbas definendole un tentativo di manipolazione. Tuttavia, in quanto leader soggetto a pressioni da parte di estremisti e fanatici, può anche apprezzare in cuor suo il coraggio che gli è stato necessario per pronunciare ad alta voce queste parole, ben sapendo quanto potrebbero costargli.
Ma lei, signor Netanyahu, non ha quasi reagito. Nel vuoto di questa reazione si è introdotto il suo ministro degli Esteri che, con la delicatezza che lo contraddistingue, ha attaccato il presidente Abbas e ridotto in polvere le sue dichiarazioni. No, mi scusi. Lei in effetti ha reagito con una dichiarazione breve, quasi casuale, all’inizio della seduta di governo: «Se i palestinesi vogliono parlare», ha detto, «la strada per il negoziato è aperta. Ma senza alcuna condizione preliminare».
Il tono di questa reazione automatica mi ricorda la famosa frase di Moshe Dayan dopo la guerra dei Sei Giorni: «Aspettiamo la telefonata di Hussein e di Nasser». Abbiamo aspettato. È arrivata la guerra del Kippur.

   Se continueremo ad aspettare, signor Netanyahu, accadrà una tragedia. È vero, per il momento i palestinesi sono tranquilli. Quarantacinque anni di occupazione li hanno schiacciati, sgretolati e paralizzati. E siccome sono tanto sconfitti e apatici qui in Israele cresce il senso di indifferenza e l’illusione che le cose andranno avanti così per l’eternità. Ma laddove ci sono esseri umani non c’è vera paralisi. E laddove ci sono milioni di persone oppresse non esiste un vero status quo. La disperazione e il senso di sconfitta hanno una forza e una dinamica proprie. Che aumenteranno e si addenseranno nell’ombra fino ad esplodere all’improvviso con enorme violenza.
E quando ci sarà un nuovo scontro tra noi e i palestinesi lei, signor Natanyahu, potrà dirci con onestà che ha fatto di tutto per evitarlo? Che ha smosso ogni pietra? Che ha risposto a ogni appello, anche il più debole ed esitante? Lei di certo penserà: siamo in tempo di elezioni, non è il momento di smuovere le acque, ogni passo verso i palestinesi potrebbe compromettere la solida maggioranza della destra.

   Lei, politico esperto, sa che ci sono anche argomentazioni concrete, valide e forti a favore di un eventuale negoziato con i palestinesi proprio in questo periodo. Ma non voglio addentrarmi in queste argomentazioni perché una discussione in proposito dovrebbe avvenire a un altro livello, in un’altra dimensione.
In una dimensione in cui lei dovrebbe dar prova di essere un leader, non un politico. In una dimensione in cui lei dovrebbe riconoscere che Mahmoud Abbas è forse l’ultimo esponente di punta palestinese che dichiara che non permetterà che ci siano una terza Intifada e nuovi atti di terrorismo.

   In una dimensione in cui lei dovrebbe riconoscere che le parole di Abbas in quell’intervista – per quanto “ammorbidite” e rimaneggiate in seguito (dopo tutto anche il presidente dell’Autorità palestinese è un politico oltre che un leader) – sono forse l’ultima opportunità di iniziare un processo che potrebbe affrancare Israele dal declino e dall’errore in cui è intrappolato da decine di anni.
In una simile dimensione sarebbe necessario un grande e audace movimento, non spasmi elettorali. La politica è, come si sa, l’arte del possibile. Ma governare, talvolta, è una vera e propria arte. È creare dal nulla.

   Fra noi e i palestinesi in questo momento c’è il deserto, il nulla, il vuoto. Un presidente palestinese che dice che sa che potrà tornare a Safad, la sua città natale, solo come turista invia a lei, signor Netanyahu, un segnale dalle profondità di questo vuoto. Potrebbe essere un segnale falso. Oppure potrebbe spegnersi fra un istante. Potrebbe non essere altro che un tentativo di manipolazione (anche se, a giudicare dalle reazioni furiose dell’opinione pubblica araba, molti connazionali di Mahmoud Abbas prendono estremamente sul serio le sue parole).

   Tutto è possibile. Ma nella situazione in cui si trova Israele lei, signor primo ministro, deve rispondere a questo segnale perché, se non lo fa, se davvero non ha intenzione di reagire seriamente a questa minuscola possibilità, io faccio fatica a capire per quale motivo chiede di essere rieletto a capo del governo. (DAVID GROSSMAN, traduzione di Alessandra Shomroni)

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LE PRIMAVERE ARABE DUE ANNI DOPO

di Rony Hamaui, 8/11/2012, da LA VOCE.INFO (http://www.lavoce.info/ )

   A quasi due anni dall’esplosione delle primavere arabe, solo l’Egitto, la Libia e soprattutto la Tunisia hanno realizzato significativi progressi in termini di libertà politiche e civili. Miglioramenti più marginali si sono avuti in Giordania e Marocco. Tutti gli altri paesi del Golfo, eccetto Oman e Kuwait, hanno visto ridursi le libertà. I regimi monarchici sono più stabili delle repubbliche e negli Stati ricchi di materie prime non agricole l’evoluzione democratica è quasi nulla. Scarso rispetto dei diritti politici e civili nelle democrazie uscite da guerre civili cruente.

da LA VOCE_INFO Variazione degli indici di liberta dei paesi Mena fra il 2011 ed il 2012 – CLICCARE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA

   A quasi due anni dall’esplosione delle primavere arabe è giunto il momento di trarre un primo, non facile, bilancio. Un’immagine d’insieme ci è data dal grafico recentemente pubblicato da Freedom House (figura 1). (1) Mostra come, fra i paesi Mena (Middle East and Nord Africa), solo l’Egitto, la Libia e soprattutto la Tunisia hanno realizzato significativi progressi in termini di libertà politiche e civili, giacché sono riusciti ad abbattere i precedenti regimi, hanno tenuto libere elezioni, verificate da osservatori internazionali, e stanno riscrivendo le loro costituzioni.

   Progressi più marginali sono stati compiuti dalle monarchie non petrolifere della regione, Giordania e Marocco, che hanno varato blande riforme istituzionale. Tutti gli altri paesi del Golfo, con l’eccezione dell’Oman e del Kuwait, hanno, invece, visto ridursi le libertà o lievemente o addirittura pesantemente, come nel Bahrain, nello Yemen e in Siria, che per altro già partiva da una situazione particolarmente negativa.

REGOLE CONFERMATE

Nel complesso i paesi Mena sono comunque rimasti molto indietro rispetto a tutte le altre regioni del mondo sia in termini di percentuale della popolazione che vive in paesi privi di libertà (oltre l’80 per cento), che in termini di percentuali di nazioni che possono definirsi non libere (oltre il 70 per cento).

   Per la verità l’unico paese della regione che può fregiarsi dell’aggettivo libero continua a essere Israele, che però presenta caratteristiche del tutto peculiari, mentre sono classificati parzialmente liberi solo il Libano, il Kuwait, il Marocco e da quest’anno, per la prima volta, anche la Tunisia (vedi grafico 2). In altri termini i paesi arabi rimangono un’assoluta anomalia nel panorama internazionale, specialmente dopo quella che Samuel P. Huntington definì “la terza ondata di democratizzazione”, che all’inizio degli anni Novanta portò la libertà in numerosi paesi che allora venivano chiamati “secondo” e “terzo mondo”.

   Le rivoluzioni arabe hanno per altro confermato tre regolarità che la letteratura economico-politica aveva già messo in luce. Primo, le monarchie registrano una percentuale di “rivoluzioni” nettamente inferiore a quella osservata nei paesi repubblicani e presentano regimi molto più stabili. (2) Infatti, i regimi monarchici riescono a creare una migliore cultura politica che favorisce il consenso e rassicura le élite; a coordinare meglio gli interessi delle principali famiglie ed etnie; a utilizzare la religione come elemento di legittimazione.

   A questo proposito ricordiamo come i sovrani del Marocco e della Giordania sostengono di essere discendenti del Profeta (Sharifs), mentre quelli dell’Arabia Saudita si fregiano del titolo di custodi dei luoghi sacri.
Secondo, gli stati ricchi di materie prime non agricole si dimostrano particolarmente restii a evolvere in senso democratico. (3) Infatti, questi paesi tendono ad avere un basso, se non nullo livello di tassazione, che non autorizza i loro cittadini a pretendere troppo dai governanti in base al principio “no taxation without representation”; un alto livello di spesa pubblica, sovvenzioni e sussidi che anestetizzano la popolazione; una spropositata spesa per la difesa e la sicurezza che permette uno stretto controllo del territorio; un’ampia tendenza ad aiutarsi reciprocamente; una forte concentrazione della ricchezza.

   A questo proposito basta ricordare che ogni cittadino del Bahrain si è visto accreditare 4mila dollari sul proprio conto corrente nelle prime settimane della rivolta, l’Arabia Saudita ha subito stanziato 130 miliardi di dollari in opere pubbliche e sussidi e aiutato finanziariamente la Giordania e il Marocco (5 miliardi di dollari).

   Inoltre, sotto le bandiere del Gulf Cooperation Council, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono intervenuti militarmente in Bahrain per sedare le rivolte, hanno offerto alla Giordania e al Marocco di entrare nel Gcc e stanno proponendo la creazione di uno stato sovranazionale unitario o una confederazione in tutti i paesi del Golfo in modo da controllare meglio ogni possibile rivoluzione.
Terzo, le democrazie che escono da guerre civili cruente, specie di natura etnico-culturali, sono mediamente meno rispettose dei diritti politici e civili di quelle che nascono da rivolte pacifiche. (4) Questo è ciò che si è osservato in Iraq, preoccupa in Libia e soprattutto in Siria, dove nessuno dovrebbe avvalorare la tesi del “tanto peggio tanto meglio” o “lasciamo che si ammazzino tra loro”. Il terrorismo e la violenza sono merci troppo facilmente esportabili.

IL CASO EGITTO

Un’ultima considerazione merita la situazione egiziana, da sempre uno dei paesi guida della regione con i suoi ottanta milioni di abitanti e una delle scuole sunnite più prestigiose (AL-Azahar). In un clima istituzionale ancora confuso, le elezioni presidenziali dello scorso giugno hanno visto prevalere il candidato del partito Libertà e Giustizia (braccio politico della Fratellanza Musulmana) Mohamed Morsi, eletto con poco più del 50 per cento, ma anche una forte presenza salafista e un deludente risultato delle forze laiche e moderate troppo frammentate.

   Una speciale commissione sta riscrivendo la costituzione che un referendum dovrà ratificare, fra le numerose polemiche per la scarsa presenza delle rappresentanze laiche e copte. Poi si dovrebbe rieleggere il parlamento, che è stato sciolto la scorsa primavera dalla Corte costituzionale, pochi mesi dopo la sua elezione.
Dopo i primi mesi in carica, Morsi viene giudicato persona onesta con buone intenzioni. Ma l’opposizione gli rimprovera il fatto che nel suo gabinetto non vi siano laici o copti, che ha azzerato i vertici militari e messo al loro posto persone a lui vicine e soprattutto asservito l’informazione ufficiale.

   Tuttavia gli si riconosce anche un forte pragmatismo in politica estera ed economica. Infatti ha saputo tenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, ma anche con la Cina e i paesi del Golfo. Sta tentando di riprendere il controllo del Sinai in mano a bande terroristiche estremamente violente e non ha rotto gli accordi con Israele.

   Vuole accettare gli aiuti internazionali e in particolare quelli americani (i salafisti no), aprirsi agli investimenti esteri, liberalizzare l’economia e abolire i sussidi che stanno dilaniando il bilancio pubblico. Dal successo di queste iniziative dipenderà non solo gran parte del futuro dell’Egitto, ma anche della democrazia nell’intera regione. (Rony Hamaui)

(1) Freedom House (2012) “Freedom in the World 2012”.
(2) Victor Menaldo, 2011“The Middle East and North Africa’s Resilient Monarchs”, University of Washington Working Papers.
(3) Samuel P. Huntington, The Third Wave: Democratization in the Late Twentieth Century (Norman:University of Oklahoma Press, 1991); Ross, Michael. 2009. “Oil and Democracy Revisited.” UCLA; Barro, Robert, (1999), “Determinants of Democracy,” Journal of Political Economy, 107(6), 158-183.
(4) Matteo Cervellati, Piergiuseppe Fortunato e Uwe Sunde, 2011, “Democratization and Civil Liberties: The Role of Violence During the Transition” IZA DP No. 5555

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PORTO RICO VUOLE DIVENTARE IL 51ESIMO STATO USA

da “il POST” del 8/11/2012 (http://www.ilpost.it/ )

   Al referendum di martedì il 61,82 per cento ha votato per l’adesione, ma sarà il Congresso americano a decidere

   Martedì scorso i cittadini di Porto Rico hanno votato due referendum per decidere sullo status dell’isola. Uno dei due quesiti chiedeva alla popolazione se continuare a mantenere il ruolo attuale, cioè quello che tecnicamente è definito come “stato associato degli Stati Uniti”: quasi il 54 per cento dei portoricani ha risposto no.

   L’altro quesito chiedeva invece quale status i cittadini volessero per il loro territorio: il 61,82 per cento dei portoricani ha risposto di volere l’adesione agli Stati Uniti come 51esimo Stato. Le altre due opzioni erano: l’indipendenza (votata dal 5,29 per cento) e il mantenimento dello stato associato (votata dal 33,89 per cento).

   Porto Rico, che si trova nel nord-est del mar dei Caraibi, ha la forma di stato associato dal 1952. I referendum votati martedì però non sono vincolanti e ora spetta al Congresso degli Stati Uniti decidere se accettare l’adesione di Porto Rico.

   Quasi un terzo dei cittadini che ha votato alla prima domanda (quella sul mantenimento dello status attuale) non l’ha fatto per la seconda (la scelta dello status). E quindi in base alle schede scrutinate, il sostegno all’adesione agli Stati Uniti, a livello generale, può essere associato soltanto al 45 per cento dei votanti. Quel 61 per cento, che ha votato per l’adesione agli Stati Uniti, rappresenta soltanto un terzo dei votanti totali di martedì, in base a quanto hanno voluto precisare gli analisti, anche se il voto è valido e la maggioranza è considerata tale.

   Oltre che per la forma giuridica del paese, i cittadini hanno votato anche per l’elezione del nuovo governatore: Luis Fortuno del Nuovo Partito Progressista (PNP), governatore in carica e promotore del referendum, è stato battuto da Alejandro Garcia Padilla del Partito Popolare Democratico (PDP), che aveva appoggiato il mantenimento dell’attuale status.

   Dunque si può dire che i favorevoli all’adesione sono stati i repubblicani e i favorevoli al mantenimento dello status attuale i democratici: che hanno spiegato che questo patto permette all’isola di mantenere una certa autonomia giurisdizionale ed economica.

   Sotto questa forma Porto Rico non è una nazione a sé stante, ma nemmeno uno stato americano. In passato i portoricani avevano votato altre tre volte sulla questione (nel 1967, nel 1993, nel 1998), scegliendo sempre di mantenere questa situazione.

   Poi, nel 2011 la Camera degli Stati Uniti ha approvato una legge che permetteva a Porto Rico di decidere sulla propria identità e quindi è stato indetto un altro referendum. Porto Rico è stata sotto la giurisdizione degli Stati Uniti dal 1898.

   In questa situazione ci sono cose che i cittadini portoricani hanno in comune con quelli americani e altre no: non possono votare per il presidente degli Stati Uniti, ma pagano la previdenza sociale e il Medicare, il programma di assicurazione medica amministrato dal governo federale, mentre invece pagano tasse portoricane e non quelle federali.

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RIFLESSIONI SU ACCADIMENTI, PIU’ O MENO TRAGICI, E LA NOSTRA PERCEZIONE DI ESSI

Claudio Magris a NEW YORK, nei giorni dell’uragano SANDY

NELL’OCCHIO DEL CICLONE (SENZA VEDERLO)

di Claudio Magris, da “il Corriere della Sera” del 9/11/2012

   Nei giorni in cui infuriava l’uragano Sandy, ero a New York. Dicono che l’occhio del ciclone devastante e distruttore sia un’oasi di tranquillità; evidentemente, in senso metaforico, mi trovavo in quell’occhio, perché la zona di Midtown in cui abitavo — a pochissima distanza da quelle allagate in cui franavano le case, volavano oggetti, saltava la luce elettrica e l’acqua travolgeva tutto — era assolutamente pacifica. Qualche goccia di mite pioggerella, qualche rara folata di vento comunque modesta.

   Apprendevo tutto dalla televisione, come chi si trovava agli antipodi. In questo senso, quel momento era l’apoteosi di una delle principali caratteristiche della nostra odierna esistenza, in cui l’informazione sostituisce pressoché completamente l’esperienza; apprendiamo dai giornali o dalla Tv non solo ciò che accade — o ci viene detto che accade — lontano, ma anche quello che succede a casa nostra.

   Quando sono andato a Berlino per assistere al giorno della riunificazione tedesca, il 3 ottobre 1990, immerso nella folla non vedevo niente, non avrei nemmeno potuto essere certo di trovarmi a Berlino; per fortuna le vetrine dei negozi esponevano la televisione accesa e così potevo vedere quello che avveniva intorno a me non meno che se me ne fossi restato a Trieste.

   Quella mia tranquillità nell’uragano sopra la mia testa assomiglia alla passiva e ottusa tranquillità di molti di noi, di noi fortunati, in mezzo ai cataclismi che sconvolgono la terra e l’umanità intorno a noi, stragi, terremoti, tsunami, massacri, epidemie, inquinamenti mortali, fame e sete insostenibili per milioni di persone.

   Catastrofi che, finché non ci toccano direttamente, girano intorno a noi, apparentemente innocue, come girava su se stesso il vortice dell’uragano nello schermo televisivo.

   La vita di noi fortunati è una sonnolenza postprandiale, direbbe Shakespeare, quel sazio torpore che appanna le cose. Chi, non coinvolto direttamente, si è accorto dei 45 milioni di morti nelle varie guerre nel mondo fra il 1945 e il 1991?

   Intanto la tecnologia mediatica allarga i suoi confini; si estende oltre le frontiere del nostro stesso corpo, si integra con i nostri organi sostituendo dovunque l’esperienza con l’informazione standardizzata della medesima. Chissà se un giorno potremo apprendere, da qualche medium sofisticato, la notizia della nostra morte. (Claudio Magris)

NEW YORK DI NOTTE che aspetta l’uragano – dal sito www.breeze_underworld.blogspot.it 

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