L’ITALIA CHE NON C’È PIÙ – Decadimento di valori nazionali e di economie locali travolte dalla crisi economica globale – da DOVE PARTIRE per riprendere il FILO DELL’ITALIANITÀ come elemento positivo? (valorizzando le realtà locali, operando in un’EUROPA federalista)?

lancio di LACRIMOGENI alla (o dalla?) sede del MINISTERO DELLA GIUSTIZIA a Roma in Via Arenula, durante la manifestazione degli studenti di mercoledì 14 NOVEMBRE. Una MOBILITAZIONE STUDENTESCA IN TANTE CITTÀ D’ITALIA, in occasione di quello che è stato definito il primo SCIOPERO EUROPEO. Ci sono stati molti SCONTRI CON LA POLIZIA e, pare, violenze gravi e gratuite da parte di alcuni poliziotti

   L’immagine dell’Italia che si percepisce oltreconfine è quella di “un Paese mediocre che vive sulle spalle di un grande passato”. E tentiamo di parlare in questo post, assai succintamente e senza alcuna pretesa di ricerca esaustiva, del decadimento italico, che parte da fattori umani fortemente in crisi: in primis il mondo giovanile che si trova in forte difficoltà a trovare lavoro, con un preoccupante diffondersi di condizioni di “non studio” e “non lavoro” contemporaneamente.

   L’Italia creativa, fatta di artigiani sapienti nei loro mestieri, la produzione manifatturiera che ancora adesso, (nonostante il decadimento di tanti settori) la fanno secondo paese europeo nell’esportazione dopo la Germania; l’Italia che può godere di paesaggi così diversi e stupendi (e ora quasi sempre vituperati da un’espansione demografica ed economica degli ultimi 50 anni fatta senza programmazione e desiderio di conservazione); un’Italia patria di culture diverse, opere artistiche che non hanno pari al mondo (architettoniche, pittoriche…), ambienti di turismo di grande valore (zone costiere, le aree alpine, i laghi, le centinaia città d’arte…), ebbene tutto questo patrimonio di ricchezze non riesce ad essere incisivo nell’affrontare la crisi globale, nel mitigare le difficoltà mondiali, nel ritrovare uno sviluppo possibile.

   Così che fenomeni sociologici in fermento (i giovani che in questi giorni protestano, che chiedono lavoro…) si mischiano alle peggiori condizioni di strutture sociali ora in grave crisi: la politica e il personale che vi si dedica “che non c’è” (non riesce ad esprimere progetti credibili); un mondo culturale spesso chiuso e altrettanto incapace di fare proposte; il mondo economico che “grida il suo dolore” (a volte più che giustificato, a volte forse anche frutto di errori e incapacità) che non ce la fa più. La necessità di creare “nuovi lavori” economicamente etici (per una migliore società “da fare”) e che diano reddito: qualcuno dice che i lavori nuovi da inventare saranno completamente diversi dagli attuali, non catalogabili (lavori che non riusciresti a spiegare a tua mamma…).

UNA DELLE MANIFESTAZIONI STUDENTESCHE DEL 14 NOVEMBRE SCORSO

   Interessanti in questo senso sono i tentativi di incentivare un approccio allo sviluppo della cultura, all’industria culturale da rilanciare, come elemento che potrebbe diventare un volano formidabile al ritorno di un benessere dirompente e diffuso: l’Italia appunto con le sue risorse di “saperi artigiani”, con le sue peculiarità artistiche applicate alla moda e all’artigianato, con le cucine regionali e i mille piatti proponibili, con prodotti agro-alimentari specialisti di valore mondiale (l’olio, la pasta, il vino, l’ortofrutta…).

   Ma è anche vero che questo non basterà, e un nuovo modello di vita e sviluppo dovremmo avere il coraggio di affrontare: e l’approccio al nostro patrimonio culturale millenario potrebbe servire all’ “Italia nuova”, “meticcia” (fatto di immigrati oramai naturalizzati e ora “italiani” più che mai, e fatta di indigeni, di abitanti di lunga data) questo approccio italico millenario dovrebbe servire a dare un contributo a noi stessi, all’Europa federata, al mondo, per mostrare che si può cambiare modo di vita, riuscendo a spiegare il mutamento economico-antropologico che stiamo vivendo:  e capire se avremmo la capacità di pensare e di creare un nuovo futuro, diverso dalla crescita senza fine in cui siamo fin qui illusoriamente vissuti.

   Un lavoro interessante da qualche tempo lo sta portando avanti il quotidiano “il Sole 24ore” (che da sempre ogni domenica allega un magnifico inserto culturale), che ha organizzato una Conferenza progettuale a Roma il 15 novembre scorso, i cosiddetti Stati generali della Cultura. Il progetto  e l’iniziativa nasce dal “Manifesto per una costituente della culturaproposto, alla firma di tutti quelli che volevano, appunto nell’inserto cultura de “Il Sole 24 Ore”di fine gennaio scorso (Il testo integrale del Manifesto lo puoi riprendere da qui).

“NIENTE CULTURA – NIENTE SVILUPPO”: la Conferenza progettuale de “il Sole 24ore” tenutasi a Roma il 15 novembre scorso, i cosiddetti STATI GENERALI DELLA CULTURA. Il progetto e l’iniziativa è nata dal “MANIFESTO PER UNA COSTITUENTE DELLA CULTURA” pubblicato nello scorso gennaio

L’obiettivo del progetto de “il Sole 24ore” (al convegno del 15 novembre è pure intervenuto con un discorso il presidente della Repubblica) è quello di tradurre in proposta concreta il punto centrale del Manifesto: cioè la necessità di ritornare a progettare e pensare sul medio-lungo periodo, investendo nella conoscenza e nella formazione, tanto scientifica quanto umanistica.

   Individuare pertanto percorsi concreti per sviluppare il potenziale, largamente inespresso, dell’industria culturale italiana, tornando a concepire la cultura come fonte di innovazione e di sviluppo economico. Rilanciare il “made in Italy” attraverso una valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Saperi e ricerca, cultura e beni ambientali (paesaggi da tutelare e conservare, forme d’arte da valorizzare, nuove innovazioni artistiche da incentivare…) che possono servire a rimettere in moto IDEE, proposte concrete e progetti nuovi che tornino a “fare benessere” (non solo materiale, ma anche nelle teste e nell’entusiasmo delle persone). (sm)

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DE RITA: «QUESTA ITALIA È IL PAESE DELLA LATENZA, I GIOVANI CONTESTANO IL POTERE CHE NON C’È»

di Umberto Folena, da “AVVENIRE” del 16/11/2012

   «Latenza. Viviamo in una fase di la­tenza». La sillaba lenta, la parola. Latenza: «È terminato un ciclo, ne comincerà un altro, ma non sappiamo come sarà, né che cosa ci porterà». Giuseppe De Rita, presidente del Censis, descrive così il nostro tempo. È – ma queste sono parole nostre – un’u­nica indistinta distesa di grigio priva di sfuma­ture. Immersi nella quale non è bello né como­do stare. La nostra psiche soffre almeno quan­to il portafoglio.

   L’altro ieri De Rita era a Roma.

Che cos’è successo nella capitale, e in altre città italiane? Ancora guerriglia?

Non amo rincorrere le cronache. Non mi ap­passionano. Fiammate, emotive e logistiche. Comunque, a me è sembrata una cosa organiz­zata in modo maldestro. Doveva essere il primo «sciopero europeo» e si è ridotto a piccole sca­ramucce, e per giunta non attorno ai palazzi del potere ma all’isola Tiberina e addirittura alla Si­nagoga, che a Roma non si deve toccare, mai e poi mai, per ciò che è per gli ebrei e ricorda ai romani.

Però i manifestanti c’erano. Che cosa li teneva assieme? Quale idea, o quale disagio? Erano tutti giovani?

Non mi sembra di aver vi­sto professori, neanche qualche reduce sessan­tottino. Sì, la grande massa era costituita da gio­vani, con i cento-duecento in testa a far cagna­ra. La vera cosa sorprendete, per Roma, è stata la «rabbia» degli agenti, di solito ben più tran­quilli e tendenti a sdrammatizzare.

E questo cosa deve indurci a pensare?

Per gli agenti, che una certa stanchezza, oltre alla carenza di mezzi, si è insinuata anche tra lo­ro. Per i manifestanti, perché il disagio attana­glia soprattutto i padri ma in piazza scendono i figli?

Già, perché?

Una parentesi autobiografica. Ho partecipato a poche manifestazioni, ma la prima la ricorda bene, ero studente: 1953, in piazza per Trieste i­taliana! A noi ventenni sembrava una cosa fon­damentale ma sarebbe dovuta importare assai più agli adulti. Però in corteo c’eravamo noi.

E oggi, nel 2012?

Il disagio primo è quello del cinquantenne che vede allontanarsi la pensione e sfumare i suoi progetti, rischia la disoccupazione, ha ancora i figli a carico e magari qualche parente anziano infermo a cui badare. È il disagio di tre milioni di precari. Un disagio diffuso e adulto. Eppu­re in piazza scendono i giovani, e non credo per tutelare lo zio esodato… Forse intendo­no dimostrare sfiducia e sfogare la rabbia verso un potere che non esiste.

CORTEI e SCONTRI del 14 novembre (qui a Brescia)

Un potere assente?

Se ci fosse, reazionario e repressivo, proteso a controllare e affamare, si farebbe sentire. Ma non è così. E allora dietro la rabbia, e perfino il disprezzo dei giovani, c’è l’implicito desiderio di provocare il «potere adulto» chiedendogli: ci sei? Sei un padre o no? Loro, i gio­vani, probabilmente lo neghe­rebbero. Ma per me siamo in presenza di un rapporto con­flittuale non con uno Stato che ti sovrasta e reprime, ma che non c’è. Paradossal­mente, vien da pensare che certe reazioni degli agenti vogliano dire, appunto: ec­co qua che ci siamo.

Ma i giovani in piazza rap­presentano solo se stessi o sono la metafora, in certo modo, dell’intera società?

Noi tutti siamo come alcuni di questi ragazzi. Viviamo in una fase di latenza. È termina­to un ciclo e il prossimo deve ancora cominciare. Abbiamo cavalcato 40 anni di sviluppo pieno, ora siamo fermi. Che cosa verrà dopo, quali nuove energie sono in arrivo? Un’al­tra cavalcata di 40 anni? Che cosa, dopo la terza casa e l’ennesimo telefonino? Che cosa, dopo quello che abbiamo conquistato o ci hanno re­galato? Siamo una pagina bianca.

Latenza, sospensione, assenza. Una condizione economica e sociale, ma anche psichica…

Inevitabile, per il cinquantenne che si ritrova in stand-by. Bisognerebbe accorciare questi periodi insulsi di «adolescenza prolungata». Inve­ce li stiamo prolungando. E an­che nei provvedimenti del go­verno Monti c’è ben poco che ci aiuti a venirne fuori. Almeno per ora, purtroppo. (Umberto Folena)

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PERCHÉ SI SCRIVE ITALIA E NON SI LEGGE ARTE: LE CAUSE DI UN DECLINO

di Antonello Cherchi, da “il Sole 24ore” del 16/11/2012

   Abbiamo un patrimonio culturale importante e sconfinato. Una certezza che, a forza di ripeterla, è diventata una litania. Ebbene, nonostante questo, quando si parla di arte il nostro Paese ha imboccato nell’ultimo secolo (dal 1900 al 2000) una ripida parabola discendente, che l’ha portato dal primo all’ultimo posto.

   Neanche la rendita di posizione è riuscita ad evitare questo «declino storico», che ha fatto crollare le nostre quotazioni nel settore artistico. È uno dei dati più sconfortanti fotografati da “Indice 24“, il parametro messo a punto da Pier Luigi Sacco, docente di economia della cultura allo Iulm di Milano, utilizzando l’archivio digitalizzato Google-Harvard, che contiene più di 8 milioni di volumi in lingua inglese.
Lo studio ha permesso di costruire degli indicatori di competitività simbolica, nel senso che associando termini come “arte”, “musica”, “architettura”, “cinema”, “design”, “moda” e “food” al nome di un determinato Paese e ripetendo la medesima operazione con altre realtà, si può ottenere una prima misura di quanto – sottolinea Sacco – «una certa area di produzione di contenuti nel contesto globale» sia presidiata all’interno di ciascun confine nazionale. Da specificare che i valori non vanno letti in termini assoluti, ma relativi.
Oltre all’arte, una perdita analoga si verifica per l’architettura, mentre tengono settori come il design, la moda e il cibo, che sono comunque tipici del made in Italy, seppure si rimane al di sotto dei livelli dei Paesi ai primi posti nella classifica.
La perdita di posizioni del nostro Paese nel campo della produzione culturale fa il paio con con la diminuzione di appeal del marchio Italia. Lo si può verificare – spiega Sacco – ricorrendo al Country brand index, pubblicato annualmente da FutureBrand: nella classifica 2011 dei primi dieci brand-Paese, l’Italia era al decimo posto, seppure due posizioni più su rispetto all’anno precedente.
Può parzialmente consolarci il fatto che l’indicatore di attrattività culturale, costruito utilizzando Google Trend, fotografi una situazione abbastanza omogenea: nei principali Paesi europei l’attenzione verso la cultura punta, negli ultimi anni, decisamente verso il basso. Dato consolatorio che, però, è prontamente ridimensionato dal fatto che l’Italia, pur con la storia e i monumenti di cui dispone, è al livello più basso dell’indice.
L’immagine che si percepisce oltreconfine è, dunque, quella di «un Paese mediocre che vive sulle spalle di un grande passato». Per rovesciare questa percezione sarebbe necessario riportare la cultura al centro dell’attenzione, facendo risalire posizioni alla produzione culturale e creativa, che invece oggi viene vista come improduttiva, alla mercè dei sussidi ottenuti dalla redistribuzione del valore generato da altri ambiti.
Una visione che non corrisponde alla realtà, perché – come segnalano i dati contenuti nella ricerca Unioncamere Fondazione Symbola, utilizzati da Sacco nello studio che ha generato “Indice 24” – il sistema delle industrie culturali e creative nel 2011 ha generato valore pari al 5,4% del Pil, che arriva al 15% se si considera una nozione allargata di filiera culturale e creativa, includendovi turismo, educazione, produzioni tipiche, attività edilizie in aree di pregio storico-artistico.
Più nel dettaglio, il fatturato dell’industria culturale equivaleva (sempre nel 2011), al 2,51% del Pil, mentre quello della filiera creativa corrispondeva al 2,54% (lo scarto rispetto al 5,4% complessivo è attribuibile al fatturato del settore culturale non industriale).

   Sulla base di questi dati, si può, secondo Sacco, dire che il moltiplicatore culturale è pari a 1. In altri termini, «per ogni euro di fatturato prodotto dall’industria culturale si generano contenuti che contribuiscono a produrre un ulteriore euro di fatturato nell’industria creativa». È, invece, pari a 2,77 il moltiplicatore creativo, cioè «per ogni euro fatturato dalle industrie creative, i contenuti da esse prodotti contribuiscono a generare un ulteriore fatturato indotto di 2,77 euro di media». (Antonello Cherchi)

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UN PAESE CON L’ACQUA ALLA GOLA

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 15/11/2012

   Nelle Langhe, tutte le volte che pioveva molto, e per alcuni giorni di fila, si diceva che i contadini iniziassero a “portare l’acqua a spasso”. Sulle colline e su qualsiasi altro terreno in pendenza gli agricoltori, armati di zappa, scavavano stretti e lunghi solchi pieni di curve: così aiutavano l’acqua a “camminare” per un po’ prima che scendesse a valle. Una precauzione perché non acquisisse forza distruttiva, sia per le coltivazioni sia, a valanga e nei casi più gravi, per le costruzioni.
Torna questo frammento di memoria, che tanti anni fa sembrava più che altro un racconto colorito riferito alla civiltà contadina, ogni volta che in Italia un territorio va sott’acqua o un fiume esonda portando danni, tristezza e purtroppo morte. E viene da pensarci sempre più spesso, perché capita regolarmente ogni autunno da un po’ di anni a questa parte, e molte volte anche a fine inverno. Per curiosità, basta controllare l’elenco delle alluvioni di una certa importanza avvenute in Italia, che si trova facilmente su internet.
Salta subito all’occhio come i fenomeni gravi in termini di danni materiali e di vite umane si siano molto intensificati a partire dal secondo dopo-guerra.

   Guardando quell’elenco, poi, si capisce che l’Italia è da sempre un Paese naturalmente soggetto a questi eventi, ma una tale escalation non è spiegabile se non con una riflessione riguardante la nostra cura per il territorio e i luoghi in cui viviamo.
Sarebbe forse troppo facile — ma anche poco serio senza un adeguato supporto scientifico — chiamare in causa il cambiamento climatico, anche perché i disastri legati al meteo si sono moltiplicati in tutto il mondo. Sicuramente qualcosa sta mutando nella prevedibilità e nella frequenza di fenomeni atmosferici eccezionali, è evidente, ma se guardiamo a come abbiamo trattato il nostro Paese negli ultimi due secoli, e maggiormente negli ultimi sessant’anni, non si può non pensare che siamo stati incauti, se non scellerati, nel depredarlo, abbandonarlo, coprirlo di cemento, nel costruire senza criteri preventivi rispetto a cataclismi cui ormai dovremmo essere un po’ abituati, e anche preparati, da almeno qualche centinaio di anni.
Non ci vuole un genio per capire certe cause e non ci vorrebbe neanche un genio della politica per cercare di correre subito ai ripari. Un piano nazionale di messa in sicurezza del territorio italiano dovrebbe essere la priorità di qualsiasi governo, dovrebbe essere in qualsiasi programma elettorale, dovrebbe mettere d’accordo tutte le forze politiche. E invece no. Ogni autunno bisogna ricordare, di fronte a questi drammi, chi “portava l’acqua a spasso”.
Parlare di civiltà agricola del passato non è irrispettoso, non è un caso o un esercizio trito da maniaci delle contadinerie. Studi storici ci spiegano che su un territorio geomorfologicamente fragile come il nostro abbiamo iniziato un paio di secoli fa con il disboscamento a tappeto delle aree collinari e montane.

   Questo ha peggiorato molto la sicurezza dei terreni e reso più pericoloso il deflusso delle acque, ma quanto meno si era fatto spazio a un’agricoltura che era pur costretta a prendersi cura del territorio in maniera capillare e sistematica. Il tutto su base locale ma con una sapienza che quando in casi eccezionali doveva lamentare danni e perdite, almeno poteva inveire a ragione contro la malasorte, perché si era fatto tutto il possibile per prevenire.
Poi, con l’avvento dell’era industriale, l’inizio dell’irreparabile: prima l’abbandono delle zone più difficili da coltivare o dove mal si adattava l’agro-industria, illusoria portatrice di una troppo agognata modernità. Montagne, colline, aree considerate “arretrate” hanno visto arrivare il deserto umano, l’incuria, infine il tentativo molto problematico della Natura di riprendersi i suoi spazi.

   Non smetto di ricordare ciò che ha detto una volta Tonino Guerra: «L’Italia non è più bella come una volta, è inutile che mi rompano le scatole, perché una volta c’era chi la curava. Non erano dieci persone messe lì e pagate dallo Stato, erano quelli che l’abitavano: i contadini».

   Con l’abbandono di queste campagne si è rotto un equilibrio che è esploso a valle e nelle pianure con il boom edilizio e delle aree industriali: un’altra escalation direttamente proporzionale a quella dei disastri che ormai a torto continuiamo a chiamare “naturali”.

   Abbiamo assistito a una cementificazione virale che, com’è stato più volte ricordato su queste pagine, non ha mai accennato a fermarsi, e negli ultimi trent’anni è anche peggiorata con 6 milioni di ettari di suolo fertile strappati al nostro Paese. Il tutto a fronte di dati che ci parlano di dieci milioni di case vuote, sfitte o inutilizzate. E non sindachiamo sulla qualità di queste costruzioni.

   Un disegno di legge per fermare il consumo di suolo, proposto dal ministro delle politiche agricole e forestali Mario Catania, è pronto ed è stato molto migliorato dalla Conferenza Stato-Regioni anche in base a richieste della società civile: voglio sperare che venga approvato celermente da questo governo entro i termini di scadenza della legislatura, a maggior ragione dopo i fatti degli ultimi giorni.
Continuando con la storia, invece, l’abbandono delle campagne è proseguito anche in pianura: i contadini sono diventati sempre meno e sempre più soli, alle prese con un’agricoltura industriale che bada al territorio (cioè lo sfrutta) soltanto nella misura in cui rappresenta un fattore produttivo, dunque senza attenzione per le opere che potrebbero avere un interesse per la collettività. Infine c’è stata anche la dismissione delle aree industriali: non posso non pensare a quegli spettri di territorio che sono diventati certi punti della Valle Bormida o che presto lo diventeranno, come il tarantino.
Quasi nessuno si prende più cura dell’Italia. Legambiente ha stimato nel 2010 che l’82% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico, in cinque Regioni siamo al 100%. Nemmeno lo Stato, che potrebbe fare tanto, fa il suo mentre insegue testardamente “grandi opere” che ormai suonano sempre più come una presa in giro.  Non si può non urlare la richiesta di un piano serio e moderno di messa in sicurezza del territorio nazionale.

   Piano che agisca a livello locale non soltanto con opere minime e semplici (ma queste sì, grandi) di cura e manutenzione: anche attraverso la tutela dei suoli fertili e la rimessa in produzione di quelli compromessi (con forme di neo-agricoltura per l’industria, come coltivazioni per bioplastica in terreni inquinati).

   Oppure attraverso gli incentivi per un ritorno alla campagna da parte delle nuove generazioni e un premio a chi, attraverso l’attività agricola, serve ancora la Nazione con quei lavori che sanno “portare a spasso l’acqua”.

   Questa è vera modernità, questo è ciò di cui si parla veramente quando si parla di paesaggio, di agricoltura sostenibile o di economia locale. Non è poesia o nostalgia. Sono cose che genererebbero più occupazione e Pil di quanto non ne facciano i disastri. Perché è terribile dirlo — e non è un caso che ci sia chi è stato colto a gioire e ridere per un terremoto — ma un disastro “innaturale” fa quote di Pil attraverso la ricostruzione o magari anche con forme di assicurazione privata che ora, guarda caso, alcuni vorrebbero obbligatorie per tutti. (Carlo Petrini)

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L’ITALIA DEVE FARE L’ITALIA

di ERMETE REALACCI, da “il Sole 24ore” del 7/11/2012

– Il Paese accetta la sfida del cambiamento, facendosi forte dei cromosomi antichi – Pianificare il futuro – Il nostro punto di forza: il saper fare artigianale dei connazionali si sposa con innovazione e banda larga –

   Una crisi lunga e dura, aggravata dalla perdita di credibilità della politica e delle istituzioni. Per affrontarla l’Italia ha bisogno di pane ma anche di rose. Ha bisogno del pane di una buona politica in grado di fronteggiare, senza nulla nascondere delle reali difficoltà, i problemi aperti.

   Non solo il pesante debito pubblico ma i nostri mali antichi: l’illegalità e l’evasione fiscale, le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, il Sud che perde contatto, una macchina pubblica spesso inefficiente, una burocrazia soffocante.
Servono però anche le rose di una visione ambiziosa, non solo economica, che dia speranza al Paese e sia in grado di mobilitare le migliori energie. Di metterle in campo nelle sfide del futuro legate all’affermarsi nella politica e nell’economia mondiale di grandi Paesi che ne erano ai margini, ai cambiamenti tecnologici, alle questioni ambientali.

   Ma, per non essere velleitari, è necessario partire dal censimento e dalla messa in rete dei tanti talenti dell’Italia che c’è. Certo, guardandola con le lenti giuste, che non sono solo quelle delle agenzie di rating o della finanza internazionale. Uno sguardo che non sia pigro, vecchio o ostile. Perché, per dirla come Proust, «un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi».
È quello che in questi anni cercano di fare la fondazione Symbola e Unioncamere, in particolare con il rapporto Green Italy. I risultati sono di grande interesse per chi non voglia farsi ipnotizzare dal mantra del declino e della delocalizzazione.

   Emerge un’Italia che, pur nelle difficoltà del momento, ha accettato la sfida del cambiamento, facendosi forte dei nostri cromosomi antichi. In cui la green economy va oltre i più classici settori delle fonti rinnovabili, dell’efficienza energetica, del ciclo dei rifiuti e della protezione della natura.

   Un filo verde che attraversa, innova e rende più competitivi, tutti i settori della nostra economia, compresi quelli più tradizionali del Made in Italy, incrociando high-tech e territori, cultura e bellezza. Un’Italia dove il saper fare artigianale si sposa con l’innovazione e la banda larga. Del resto, diceva Mahler che «tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco».
Decine di migliaia di imprese dal Nord al Sud in questi anni stanno investendo in tecnologia e prodotti green. Rappresentano il 23,6% delle imprese industriali e terziarie e sono spesso le più vitali. Il 37,9% delle imprese che investono in ecosostenibilità hanno introdotto innovazioni di prodotto e di servizio, contro il 18,3% delle altre. Il 37,4% delle imprese green esportano, contro il 22% delle imprese che non investono nell’ambiente.

   È sempre da queste imprese vengono quest’anno circa il 38% delle assunzioni previste. In alcuni casi, come nelle fonti rinnovabili o nel credito di imposta del 55% per il recupero energetico nell’edilizia, la politica ha favorito tali processi. In molti altri no e a innescarli non è stata solo una nuova sensibilità ambientale ma la ricerca di nuovi spazi per innovare e rendere più competitivo il Made in Italy.
In alcuni casi questi processi, per le imprese di piccole dimensioni, sono stati favoriti da nuove reti. In altri hanno giocato un ruolo importante nel creare nuova economia le amministrazioni locali. È accaduto ad esempio nella Pollica di Angelo Vassallo: quasi sempre buone pratiche amministrative legate all’ambiente si sposano con innovazioni tecnologiche e valorizzazione dei talenti e dei territori.
C’è stata in Italia una provinciale disattenzione per le motivazioni che hanno spinto il sindaco di New York, Michael Bloomberg ad annunciare il suo endorsement per Obama in quanto più capace di affrontare il grande tema dei mutamenti climatici.

   Una disattenzione ancora più miope perché da noi le scelte per la sostenibilità, che incrociano stili di vita e innovazione, qualità e bellezza sono un formidabile strumento per rimanere e rafforzare quella domanda di Italia che affiora ovunque nel mondo, ma che non è certo una rendita acquisita. Sembra quasi un ragionamento scontato ma non è così né in politica né in economia.
Mi ha colpito la battuta su Firenze, in seguito parzialmente smentita, di Sergio Marchionne irritato dagli sferzanti giudizi del sindaco Renzi su Firenze. Mi ha ricordato quei film di fantascienza degli anni Cinquanta, nei quali si individua l’alieno ostile dall’improvviso emergere di un particolare, il colore degli occhi, un’anomalia anatomica. Se si pensa a Firenze come a «una città piccola e povera», diviene più difficile produrre in Italia belle auto o vendere automobili italiane all’estero.
Il presidente Monti nelle scorse settimane ha parlato dell’importanza del soft power per il nostro Paese, come base anche di un’economia competitiva, quella che chiamiamo soft economy, e dell’opportunità che Expo 2012 sia una vetrina formidabile del saper fare italico in versione green.

   Non mi pare francamente che questo disegno traspaia dalle scelte del Governo. La visione, le rose, di cui il Paese ha bisogno non sono però appannaggio solo di un Governo, dei partiti o dei media.
Potremmo affrontare con successo le difficili sfide dei prossimi 150 anni se sapremo muoverci insieme senza lasciare indietro nessuno, metterci in gioco senza perdere la nostra anima.

   Green Italy dimostra che siamo in grado di combattere la crisi, che le radici del futuro sono potenzialmente forti ma che vanno individuate e curate. C’è spazio per noi in un mondo che cambia, se l’Italia fa l’Italia. (Ermete Realacci)

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L’ITALIA CHE TENDE LA MANO. UN MILIONE DI POVERI IN PIÙ

di Alessia Guerrieri, da AVVENIRE del 7/11/2012

– Cresciute di un terzo nel 2012 le persone che soffrono la fame – L’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), che distribuisce ogni anno 100 milioni in euro di alimenti in eccedenza alle organizzazioni caritative, calcola che nel nostro Paese gli indigenti siano in media 6mila ogni 100mila abitanti –

   Sono sempre di più gli italiani che chie­dono aiuti alimentari. Un pasto caldo nelle mense dei poveri o un pacco vi­veri dove i prodotti per l’infanzia e per gli o­ver 65 stanno diventando una costante. Due fasce, quella delle famiglie con bambini pic­coli e degli anziani, che più di tutte soffrono la carenza di cibo in casa. La crisi, dunque, ricade pesantemente su di loro, ma non ri­sparmia davvero nessuno, soprattutto nel Meridione e nelle isole.

   Il trend di crescita in Italia in meno di due anni ha raggiunto la doppia cifra: +33% dal 2010, quasi un milio­ne di poveri in più. Tanti ne ha stimati l’A­genzia per le erogazioni in agricoltura (A­gea), l’ente collegato al ministero delle Poli­tiche agricole, che attraverso la rete delle or­ganizzazioni caritative distribuisce ogni an­no 100 milioni di euro di alimenti prodotti in eccedenza agli ormai 3,6 milioni di indi­genti.

   Nel nostro Paese sono in media 6mila ogni 100mila abitanti, ma il rapporto diventa an­cora più inquietante quando si arriva in Campania, dove si sale a 13mila ogni 100mi­la cittadini, visto che i bisognosi qui sono cresciuti di 285mila unità in dodici mesi (+56%).

   Il Sud, ma anche le periferie delle grandi città nel Lazio, in Lombardia o in E­milia Romagna, sono proprio i centri in cui si concentra la popolazione che non ha ab­bastanza da mangiare. Risultato? Lunghe fi­le davanti alla Caritas, al Banco Alimentare,alla Croce Rossa Italiana, al Banco delle O­pere di Carità, alla Comunità di Sant’Egidio.

   Nel solo 2012 gli interventi alimentari nelle 15mila strutture sparse lungo lo Stivale so­no saliti fino a quota 126 milioni; uno su die­ci ha riguardato un bambino sotto i cinque anni e quasi due su dieci i pensionati. I 380mila bimbi indigenti si trovano per lo più nelle regioni meridionali (Campania e Sici­lia raggiungono da sole il 40% del totale); stesso discorso per i 508mila over 65 pove­ri: più di un terzo vive tra Basilicata, Cam­pania e Molise e uno su cinque nelle isole.

   Ma dal 2014, se l’Europa non farà dietrofront sul taglio dei fondi previsti per le eccedenze alimentari da distribuire agli indigenti, si ri­schia di veder crescere il numero dei biso­gnosi e non poter far più così tanto per loro.

   Gli aiuti comunitari, tranne qualche picco di 120milioni di euro, non hanno mai supera­to i cento milioni l’anno (nel 2012 sono sce­si a 95); «una cifra pari a quella che si do­vrebbe cercare di trovare tra due anni per far funzionare un fondo nazionale», dice il mi­nistro per le Politiche agricole Mario Cata­nia, se a Bruxelles «dovesse prevalere l’egoi­smo finanziario di certi Paesi» come la Ger­mania.

   L’Ue pensa di sostituirlo, con fondi dimezzati, all’interno di un programma ‘sui generis’ di coesione sociale, ma che non a­vrebbe più la stessa efficacia. Senza aiuti a­limentari molte delle strutture caritative però sarebbero costrette a chiudete i battenti, vi­sto che il circuito Agea copre circa il 60% deiprodotti distribuiti nella loro rete.

   «Il cibo spesso è il solo mezzo che assicura un con­tatto diretto con le persone che vivono in si­tuazioni di estrema povertà e ai margini del­la società civile» gli fa eco poi Francesco Mar­sico. I welfare nazionali spesso non sono in grado di soddisfare le esigenze primarie, continua il vicedirettore di Caritas Italiana, «le istituzioni europee hanno una grande occasione per dimostrare senso di unità e il perdurare del modello europee voluto dai fondatori».

   Il programma Ue è «un ottimo e­sempio di sussidiarietà reale e di incontro pubblico-privato», assicura Catania, ma è anche «l’unico strumento forte che abbia­mo » per contrastare l’indigenza assoluta. Perciò «il nostro impegno sarà massimo», perché il progetto sia rifinanziato oltre il 2013. (Alessia Guerrieri)

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GREEN ECONOMY PER USCIRE DALLA CRISI

di Francesca Biffi, da “il Sole 24ore” del 7/11/2012

   Dalla chimica alla farmaceutica, dal legno-arredo all’high-tech, dalla concia alla nautica, passando per l’agroalimentare, l’industria cartaria, tessile, edilizia, minerali non metalliferi, per la meccanica, l’elettronica e i servizi. Oltre che i più classici settori delle fonti rinnovabili, dell’efficienza energetica, del ciclo dei rifiuti e della protezione della natura. Tante sono le declinazioni della green economy italiana. Un filo verde e dinamico, che attraversa, innova e rende più competitivi tutti i settori della nostra economia, compresi quelli più maturi e tradizionali. È quanto emerge dall’edizione 2012 del Rapporto GreenItaly della Fondazione Symbola e Unioncamere.
La peculiarità della green economy italiana, infatti, sta proprio nella riconversione in chiave ecosostenibile anche dei comparti tradizionali dell’industria italiana di punta. Intrecciando le vocazioni delle comunità con la tecnologia e la banda larga, la filiera agroalimentare di qualità con il Made in Italy e la cultura. La green Italy, insomma, è una rivoluzione verde che già oggi interessa il 23,6% delle imprese industriali e terziarie con almeno un dipendente, che tra il 2009 e il 2012 hanno investito o investiranno in tecnologie e prodotti green. Con riflessi positivi sulla creazione di nuova occupazione: basti pensare che circa il 30% delle assunzioni non stagionali programmate complessivamente dalle imprese del settore privato per il 2012 è per figure professionali legate alla sostenibilità.
Le imprese della green Italy, inoltre, sono quelle che hanno la maggiore propensione all’innovazione: il 37,9% delle imprese che investono in eco-sostenibilità hanno introdotto innovazioni di prodotto o di servizio nel 2011, contro il 18,3% delle imprese che non investono green. «Il rapporto GreenItaly di quest’anno – spiega il professor Marco Frey, direttore dell’Istituto superiore di Management della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa – evidenzia come il 2012 sia stato caratterizzato da una rilevante attenzione dedicata dalle imprese a un uso efficiente delle risorse, in particolare energia e materiali.

   Il fare “meglio con meno” è un’esigenza sia in termini di sostenibilità dello sviluppo, e come tale fortemente auspicata dalla Commissione europea nella strategie al 2020, sia dal lato delle imprese per far fronte adeguatamente alla crisi».
Il rapporto GreenItaly 2012 – realizzato con il Patrocinio dei ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico e con la partnership di Wired, Comieco e Fiera Milano congressi – evidenzia come la profondità degli effetti di questa crisi perdurante abbia indotto l’intero sistema economico italiano verso un radicale ripensamento del modello di sviluppo in direzione di una maggiore sostenibilità ambientale, di una maggiore innovazione, qualità ed efficienza.

   Tanto che quasi un’impresa su quattro (il 23,6% del totale, ovvero quasi 360mila imprese, oltre 144mila industriali con almeno un addetto e circa 214mila dei servizi con almeno un addetto) ha realizzato negli ultimi tre anni, o realizzerà entro quest’anno, investimenti in prodotti e tecnologie che assicurano un maggior risparmio energetico o un minor impatto ambientale.

   «L’economia verde – secondo Claudio Gagliardi, segretario generale di Unioncamere – può rappresentare una chiave strategica per superare la crisi. Grazie a un modello di sviluppo che si fonda sui valori tradizionali dei territori e dei sistemi produttivi italiani di piccola impresa: qualità, innovazione, eco-efficienza, rispetto dell’ambiente.

   Una ricetta che oggi dimostra di saper sposare i valori etici alla competitività e che ha il grande merito di favorire la coesione tra i territori. Una coesione che coinvolge migliaia di piccole e medie imprese, sempre più spesso operanti in rete tra loro, nel dare vita a questo che è ormai un vero e proprio “laboratorio verde” dell’Italia di domani».
La green economy è un investimento strategico anche sul fronte della competitività e della propensione all’export, prova ne sia che la maggiore presenza sui mercati esteri delle imprese che puntano sulla sostenibilità. Ben il 37,4% delle imprese che investono in tecnologie green vantano una presenza sui mercati esteri, contro il 22,2% di quelle che non investono.

   «La green economy – afferma invece Edo Ronchi, che proprio oggi apre a Ecomondo a Rimini “Gli stati generali della Green Economy” – è ormai un processo internazionale in corso e in Italia dispone di buoni potenziali di sviluppo. Numerose imprese stanno facendo dell’ecoinnovazione una chiave di rilancio e anche di sviluppo sui mercati esteri, buona parte del Made in Italy si muove già in una direzione green per caratteristiche di qualità e di bellezza».
Le analisi evidenziano inoltre un processo di “ecoconvergenza” nel nostro sistema, ovvero una tendenza virtuosa a incrementare i livelli di eco-efficienza laddove gli impatti ambientali delle attività economiche appaiono più accentuati. Tranne poche eccezioni, sono infatti molti i settori manifatturieri che registrano riduzioni sul versante degli input energetici adottati, delle emissioni atmosferiche generate e dei rifiuti prodotti, sempre più riciclati: in sintesi, una eco-tendenza positiva.
Nello sviluppo di comportamenti virtuosi in campo green, sia sul versante degli investimenti che dell’occupazione, una leva sempre più utilizzata dalle imprese è quella della logica di rete, dello sviluppo cioè di una progettualità comune, secondo una logica di network e di integrazione di filiera. Lo dimostra il diffuso utilizzo del contratto di rete: a metà settembre di quest’anno un contratto di rete su cinque (87 dei 458 esistenti) può essere considerato “green”.
Per quanto riguarda i settori, questo approccio strategico in risposta alla crisi è chiaramente più diffuso nella manifattura, dove la quota di imprese che realizzano investimenti green supera il 27% a fronte di un più ridotto 21,7% nel terziario.

   Tra le attività manifatturiere, e alle attività sostanzialmente connesse all’energia (prodotti petroliferi e public utilities), spiccano la filiera della gomma e della plastica, la lavorazione dei minerali non metalliferi, quelle della carta e della stampa, della meccanica, mezzi di trasporto, dell’elettronica e strumentazione di precisione, dove la quota di imprese che realizzano investimenti green va ben oltre la media, con una punta record del 41% nel caso del comparto chimico-farmaceutico.
La green Italy, inoltre, è diffusa in modo pervasivo in tutto il Paese, da Nord a Sud. La classifica regionale per numero delle imprese green sul totale è guidata dalla Lombardia, che conta su 69 mila che investono nel green, seconda posizione per il Veneto con quasi 34 mila imprese, terza per il Lazio con 33 mila imprese.

   Anche per quanto riguarda l’occupazione la green economy sembra possedere una marcia in più e tenere meglio ai venti della crisi, tanto che il 38,2% delle assunzioni complessive programmate (stagionali inclusi) da tutte le imprese italiane dell’industria e dei servizi per l’anno in corso si deve alle aziende che investono in tecnologie green. (Francesca Biffi)

(La versione integrale del rapporto Green Italy 2012 è sul sito www.symbola.net ).

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LA VISTA SUL FUTURO

LA CRISI È IL MOMENTO DELLA VERITÀ: LA NOSTRA CULTURA SERVE A QUALCOSA?

di Gian Arturo Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 18/10/2012

   È umano, troppo umano, che al crescere dell’ansia cresca l’urgenza di sapere in che momento preciso se ne potrà uscire. Che ci si aggrappi a un termine, a una data, per dirsi che dopo tutto cambierà o, meglio, che tutto tornerà uguale a prima.

   «Se vuole avere un futuro – scriveva due giorni fa in un editoriale sul Corriere Ernesto Galli Della Loggia – l’Italia ha bisogno di tornare a credere in se stessa, e per far ciò ha bisogno di ritrovare quel senso e quel ricordo di sé che ha smarrito».

   Già, quando l’Italia uscirà dalla gabbia? E quando finirà la crisi? Nel 2013. No, nella seconda metà del 2013. Per certo nel 2014. Più precisamente nella seconda metà del 2014. Di sicuro non prima del 2015. O forse nel 2016. E così via, replicando inconsapevolmente il raccontino surreale di Achille Campanile sul congresso dei matematici, dove vinceva (vinceva?) chi riusciva a dire il numero più grosso.

   Ma forse questa non è una crisi, è qualcosa di molto diverso, di molto più profondo. Il tempo e la storia hanno una loro punteggiatura rigorosa e prendere un nuovo capoverso per una virgola è un errore pericoloso.

   Forse quel che abbiamo di fronte, e che oscuramente ci spaventa, è la fine di un ciclo, di un’epoca. Il mondo che ora tramonta, sotto la cui legge – la crescita ininterrotta – siamo tutti vissuti, era iniziato attorno alla metà del secolo scorso, quando nel lampo calcinante di Hiroshima e nei fumi di Auschwitz si era consumato il mondo precedente.

   Era stato quello un mondo incomparabilmente più povero del nostro, violento nella sua essenza, crudele.  Un piccolo mondo atroce. Ma nello stesso tempo (e forse non senza un nesso) una delle più alte vette di genio, di invenzione, di bellezza della storia umana, come il quinto secolo ateniese o il Rinascimento italiano. Dappertutto: in arte, scienza, musica, filosofia, letteratura. Il mondo di Kafka, Proust, Joyce, Wittgenstein, Heidegger, Schoenberg, Einstein, Fermi, Freud, Picasso, Klee, Pollock e avanti così in un elenco interminabile.

   Il sublime nel sangue dei massacri. Sulle sue rovine è nato il nostro mondo, quello che abbiamo sin qui conosciuto, dominato dal ribrezzo per la guerra (quella fredda, per quanto durissima, è rimasta fredda); dall’abbandono delle ardue vette del pensiero per le più agevoli pianure della tecnologia; e soprattutto dalla risoluta volontà di stare meglio, dunque dalla fame di benessere, di prosperità, di ricchezza.

   Una fame esaudita, quasi miracolosamente e al di là di ogni più rosea aspettativa, aprendo così il periodo più felice, almeno sotto il profilo economico, dell’intera storia umana. E generando la falsa idea, cioè l’ideologia, che la crescita ci sarebbe sempre stata, sempre maggiore e sempre più accelerata, altro che limiti dello sviluppo!

   Poi qualcosa si è inceppato e nessuno ci ha mai saputo spiegare bene che cosa. Certo i derivati. E la bolla edilizia americana. E poi i fondi sovrani. Per non parlare della speculazione, specie quella internazionale.  Insomma la globalizzazione.

   Tutto vero, per carità, ma tutto un po’ riduttivo, un po’ tranquillante, come le spiegazioni generiche di certi medici dietro le quali si intravede ben altro. L’ultimo rifugio è il pensiero che la fine è stata annunciata tante altre volte, ma poi non è successo in pratica niente.

   Nel 1973, con la crisi energetica dopo la guerra del Kippur. Nel 1989, con la caduta del Muro, quando venne incautamente proclamata la fine non solo del comunismo, ma addirittura della storia. Nel 2001, quando, dopo le Torri, fu autorevolmente detto che finiva il mondo di stati sovrani e di confini nato con la pace di Vestfalia del 1648, dunque la bellezza di 353 anni prima.

   Bisogna dire che di tutte queste catastrofi non abbiamo particolarmente sofferto. Ma questa volta non sarà così facile uscirne. Questo è il momento della verità, il momento di vedere se tutta la nostra cultura, in particolare quella economica, serve a qualcosa, se riesce cioè a spiegare razionalmente e pacatamente, senza drammi ma anche senza pie menzogne, quel che ci sta succedendo.

   Ed è anche il momento di sapere se avremo la forza di pensare e di creare un nuovo futuro, diverso dalla crescita senza fine in cui ci siamo fin qui illusoriamente cullati. (Gian Arturo Ferrari)

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IL MOLOCH DEGLI SCHIZZINOSI

– La scuola pubblica degli ultragarantiti e il rifiuto delle riforme –

Da “IL FOGLIO” del 24/10/2012

   Fra le misure della legge di stabilità era previsto in origine l’aumento d’orario per gli insegnanti di ruolo da 18 a 24 ore settimanali. Questo nel 2013 avrebbe comportato un risparmio di 273 milioni, per riduzione di costi delle supplenze, nel 2014 di 713 e, molto probabilmente, a regime, un risparmio ulteriore come conseguenza di miglioramenti organizzativi.

   Si tratta di un aumento di ore di lavoro consistente, il 25 per cento. Ma l’orario scolastico attualmente, di media, è di 206 giorni di lezione per attività didattica svolta su sei giorni la settimana o di 174 giorni per attività didattica concentrata in cinque giorni.

   Nel caso di orari di 6 giorni settimanali, l’impegno medio passa da tre a quattro ore al giorno. Invece nel caso di orari di cinque giorni passa da poco più di tre ore e mezza a un po’ meno di cinque al giorno. E’ vero che c’è anche un impegno a casa, per la correzione di compiti e la preparazione delle lezioni.

   Ma questa richiesta di aumentare gli orari di lavoro degli insegnanti non comporta comunque un impegno paragonabile a quello che viene chiesto nei contratti aziendali – fatti di orari notturni a rotazione, di disponibilità a orari straordinari e non programmati, di lavoro nelle festività, di riduzione di pause o delle ferie – che implicano maggiore ore di lavoro a parità di paga.

   Questo accade in altri settori produttivi, esposti alla concorrenza internazionale o che necessitano un adeguamento a standard globali di efficienza e produttività. La liberalizzazione degli orari dei negozi ha comportato aumenti di ore lavorate per molti titolari di piccole aziende, senza che ciò implicasse automaticamente un aumento dei ricavi.

   Nel caso delle imprese, le modifiche di orari sono richieste per ridurre i costi di produzione e reggere la competizione straniera. Per il pubblico impiego si tratta invece di ridurre i costi dei servizi pubblici, per evitare che il pareggio del bilancio sia ottenuto solo con l’inasprimento fiscale. Lo stesso argomento ha indotto ad accrescere gli anni di lavoro prima della pensione.

   Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha giustamente suggerito ai giovani di non fare gli schizzinosi quando si tratta di scegliere la prima occupazione. Gli insegnanti a cui si chiede di aumentare l’orario hanno già un posto fisso e non sottoposto ai rischi congiunturali. E’ troppo chiedere anche a loro e ai loro sindacati di non fare gli schizzinosi e adeguarsi?

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I RAGAZZI SONO SCHIZZINOSI? UNA GENERAZIONE AL BIVIO

da “la Stampa” del 24/10/2012

   Choosy o non choosy, questo è il problema. Se l’altroieri il ministro Elsa Fornero aveva invitato i giovani a non andare troppo per il sottile quando si entra nel mondo del lavoro («Non bisogna essere troppo “choosy” – fare i difficili, o gli schizzinosi, ndr – è meglio prendere la prima offerta, senza aspettare il posto ideale»), ieri la Cisl ha presentato una ricerca, condotta su 3.600 giovani tra i 18 e i 34 anni, che descrive un atteggiamento quasi opposto.

   Il 71% dei giovani dichiara che è preferibile fare qualsiasi lavoro, purché sia remunerato. E solo il 20%, sempre secondo la ricerca, sostiene che preferisce attendere. Una grande maggioranza di disponibili, dunque, ben poco choosy, che però appare anche apertamente disincantata.

   Il 78% del campione ritiene che sia la conoscenza delle persone che contano la chiave per aprire le porte del lavoro, seguita dalla fortuna (53%), dalla preparazione (49%), dalla motivazione e dallo spirito di iniziativa (48%).

   La frase del Ministro continua a far discutere: le radio e la Rete ieri non hanno parlato d’altro. È nato pure un blog, «Choosy sarai tu», a cui molti ragazzi hanno inviato una foto con un cartello sul quale era scritto il titolo di studio conseguito, il lavoro che avrebbero voluto fare e quello che stanno facendo.

   Numerosi esponenti politici e sindacali hanno detto la loro e l’ex segretario Cgil Guglielmo Epifani ha concluso: «La ministra Fornero ha una modalità espressiva di natura troppo intellettuale, per cui un ragionamento astratto che ha anche qualche fondamento di verità, quando si traduce in una  raccomandazione a giovani che non riescono a trovare un lavoro che non sia precario, diventa qualcosa che va contro il senso comune, e non solo dei giovani ». [R. N.]

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l’ESPANSIONE URBANA GRATUITA

IL GOVERNO DEI TECNICI DEL CEMENTO

di Tomaso Montanari, da “Il Fatto Quotidiano” del 23/10/2012

   Da giorni gli addetti ai lavori litigano sull’interpretazione della nuova regolamentazione delle autorizzazioni edilizie in aree sottoposte a tutela. Per essere un articolo di un disegno di legge «sulla semplificazione», e scritto da un governo tecnico, non c’è male.

   Per le associazioni ambientaliste, la norma apre un varco alla cementificazione anche delle porzioni protette del nostro martoriato territorio. Per i ministri dell’Ambiente e dei Beni Culturali, non è vero: «non c’è nessuna diminuzione del livello di tutela del paesaggio». Per Salvatore Settis, infine, «il disegno di legge sulle semplificazioni appena approvato dal Consiglio dei ministri si scontra con un piccolo intoppo: la Costituzione» (Repubblica, 21 ottobre).

   Il punto cruciale è la riforma del cosiddetto ‘silenzio inadempimento. Oggi, quando un cittadino chiede di costruire in una zona sottoposta a vincolo, la soprintendenza ha 90 giorni per rispondere. Se non lo fa è inadempiente, e il cittadino può rivolgersi al Tar, e ottenere comunque una risposta seppure con una via più lunga.

   La riforma, invece, dimezza il termine, decorso il quale a rispondere non sarà più la soprintendenza, che decade dal potere di farlo, ma lo sportello unico degli enti locali. Se (come è facile predire) quei poteri fin troppo vicini agli interessi locali diranno di sì, il cittadino intanto costruisce. Poi, semmai, la Soprintendenza ricorre, facendo dichiarare illegale la costruzione: ma da qui a farla abbattere, purtroppo, ce ne corre. Tra falle normative e complessità dei contenziosi, è facile immaginare che ci ritroveremo in una palude di carte bollate su cui svetteranno torri di cemento.

   Secondo il ministro Clini «un cittadino che fa una domanda a un’amministrazione pubblica ha il diritto di avere una risposta, positiva o negativa che sia». Verissimo. Ma quella risposta non arriva in tempo non perché le soprintendenze siano piene di incapaci, o assenteisti, ma perché sono state fraudolentemente dissanguate da decenni di mancato turn-over.

   Se il governo volesse davvero aumentare la qualità della tutela e insieme garantire i diritti del cittadino, non sarebbe meglio prima mettere l’amministrazione in grado di rispondere, e solo dopo pretendere che lo faccia? Anche perché, altrimenti, Clini sceglie di promuovere il mio diritto ad avere una risposta, ma elimina il mio diritto a non vivere in un paese devastato dal cemento. Non so perché il ministro dell’Ambiente preferisca il primo diritto, ma so che – se messa in grado di comprendere la posta in gioco – la maggioranza degli italiani sceglierebbe il secondo.

   A questo punto la domanda è: si tratta di una svista, o di una nuova stagione di ‘mani sulla città’ e sul paesaggio?

   Una prima risposta è che se davvero Clini e Ornaghi vogliono rafforzare la tutela hanno tutti gli strumenti amministrativi e legislativi: il fatto che – su questo fronte – il loro governo sia uno dei più immobili, anzi ignavi, della storia repubblicana potrebbe anche far credere che non si siano accorti di nulla, e che ora stiano provando a salvare la faccia.

   Ma una lettura contestuale dell’indirizzo del governo spinge verso la risposta più pessimista.

 Come ha spiegato Giorgio Meletti sul “Fatto”, il vice di Passera, Mario Ciaccia, ha appena annunciato un colossale progetto per la cementificazione del Paese, a spese pubbliche e profitto privato: l’idea decrepita e affaristica che una pioggia di porti, autostrade, infrastrutture sia il vero ‘volano dell’economia’. Arrivando a dire che il Ponte di Messina, forse, si potrebbe anche fare davvero.

   Un altro tassello preoccupante è rappresentato dal disegno di legge sul consumo di suolo agricolo, che in un primo momento aveva invece suscitato speranze. Secondo l’assessore regionale toscana Anna Marson: «il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti prevede che sia determinata a livello nazionale la quantità di nuove superfici edificabili, e che essa venga poi ripartita tra le Regioni». Da qui il concreto «rischio che la legge porti a peggiorare il consumo di suolo in atto», e addirittura a produrne di nuovo.

   Insomma, ce n’è abbastanza per credere che la fumosa alchimia giuridica profusa sui silenzi delle soprintendenze, a tutto miri tranne che a rendere più efficiente e rigorosa la protezione del nostro povero territorio.

   Mario Monti è il primo Presidente del Consiglio ad esser anche membro del consiglio di amministrazione del FAI (Fondo Ambiente Italiano). Forse è venuto il momento di scegliere: proteggere l’ambiente e contemporaneamente spalancare la porta al cemento sarebbe troppo anche per un politico italiano di professione. Figuriamoci per un tecnico. (Tommaso Montanari)

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LA RIVINCITA DELLA GEOGRAFIA

di LUCIO CARACCIOLO, da “la Repubblica” del 4/11/2012

   Amore, il mondo è piatto!..Doveva essere piuttosto emozionato Thomas Friedman, effervescente star del giornalismo americano, quando una mattina d’inverno del 2004, di ritorno da Bangalore, comunicò alla moglie la sconvolgente verità. L’India gli appariva uguale all’America: stessi marchi, stessa lingua, la sensazione di appartenere a una medesima comunità universale, attraversata dal libero fluire di merci, capitali, persone, idee.

   Sconvolto da tanta scoperta, che riportava la scienza a prima di Parmenide, Friedman non seppe trattenersi dal comunicarla al suo vasto pubblico. Di qui Il mondo è piatto, fortunato saggio diffuso in milioni di copie, manifesto dell’ultima ideologia del Novecento: il globalismo. Una filosofia della storia per cui spazi e frontiere non contano più, essendo l’umanità irrevocabilmente percorsa da un flusso permanente di scambi e informazioni indifferenti agli ostacoli naturali o artificiali, ai climi e alle culture.

   Esaltato dalla vista dei global Indians – e immune dal contatto con i tre quarti dei loro connazionali che sopravvivono con meno di mezzo euro al giorno – Friedman ci offriva la versione brillante di una teoria – il “villaggio globale” – assai diffusa nelle accademie, nei think tank, fra i capitani d’industria del nuovo millennio.

Una moda tuttora radicata e assai fungibile.

   Può servire, ad esempio, a seppellire con pochi onori ciò che resta del welfare europeo perché, assicura friedmanianamente Sergio Marchionne, “il mondo è piatto”. Le ideologie sono refrattarie ai fatti. Non si curano delle repliche della storia.

   Sicché nello scorcio finale del secolo scorso e nei primi anni Duemila, proprio mentre fiorivano nuovi Stati, staterelli e frontiere più o meno formali – si pensi solo all’effetto moltiplicativo della disintegrazione del macroimpero sovietico e del mosaico jugoslavo – i guru del globalismo teorizzavano la “fine dello Stato-nazione” (Keinichi Omahe) e il trionfo universale della liberaldemocrazia in quanto “fine della storia” (Francis Fukuyama).

   La globalizzazione come destino dell’umanità, la Rete come paradigma universale. Frutto della rivoluzione dell’informazione che ci illude di conoscere tutto subito, non importa chi e dove siamo. «Con il paradossale esito che abbiamo perduto il senso delle distanze», osserva Ilvo Diamanti nel suo nuovo sillabario, Tempi strani.

   Se le distanze non esistono, a che serve la geografia? Ma finché resteremo persone fisiche e non virtuali – uomini e donne, non avatar – non potremo trovarci contemporaneamente dappertutto. Navighiamo in Internet quanto vogliamo, almeno se apparteniamo alla vasta minoranza capace di fruirne.

   Eppure la nostra storia, il nostro ambiente, i pregiudizi e gli schemi culturali ereditati per luogo di nascita e di educazione, continueranno ad esercitare un potente magnetismo, a condizionarci nei pensieri e nelle azioni (basta pensare alle polemiche scoppiate in questi giorni nel nostro Paese dopo la decisione di accorpare alcune Province).

   Di questo non sembrano perfettamente consapevoli i governi che nel festival dell’ideologia globalista hanno pensato bene di comprimere se non annullare l’insegnamento della geografia. Come per esempio i nostri.

   Nelle scuole italiane questa disciplina è residuale, ancillare, quasi umiliata. Forse l’uso del Gps ci esime dalla necessità di leggere e interpretare una mappa? Nascere a Bangalore o a New York, a Roma o a Bamako, a Pechino o a Buenos Aires è davvero indifferente? Si può capire la storia di una nazione o di una civiltà senza interessarsi a dove si è svolta? Montanari e pescatori, isolani e metropolitani: tutti uguali? No.

   La geografia fisica come quella antropica, lo studio della cara vecchia Terra e dei suoi variegati ambienti, la capacità di rappresentare il pianeta e le sue regioni a seconda del proprio punto di vista, riducendo le tre dimensioni a due – atto eminentemente politico – dovrebbero permanere centrali in ogni percorso pedagogico.

   Spalancare un atlante e seguirvi con l’indice un percorso immaginario resta un atto creativo. Capire come funziona un vulcano non è mero esercizio tecnico, ma bagaglio essenziale per qualsiasi individuo di media cultura, specie se gravato di responsabilità pubbliche. Altrimenti la condanna degli scienziati “colpevoli” di non aver saputo prevedere il terremoto dell’Aquila non sarà più ascrivibile all’ignoranza/arroganza di questo o quel magistrato, ma assurgerà a modello giuridico.

   Negli ultimi tempi la retorica globalista ha cominciato a perdere colpi. E la coscienza della necessità di una cultura geografica a recuperare dignità.

   Persino in America. L’11 settembre ha risvegliato non solo nel manager di Manhattan ma anche nell’agricoltore del Midwest la vaga coscienza che non siamo così simili. Di più: non vogliamo affatto esserlo.

L’interdipendenza che secondo i globalisti avrebbe dovuto partorire omologazione ai valori occidentali, supposti universali, invita semmai a riscoprire identità nazionali e locali. Mai come in questi decenni “globali” la scena strategica è stata animata dal festival dei “diritti storici” – l’idea che la legittimazione del potere politico sia fondata sul presunto radicamento di un popolo in un territorio di sua esclusiva proprietà.

   L’influenza reciproca non facilita la convivenza, implica semmai uno sforzo di comprensione per le ragioni altrui. Nulla di spontaneo. Una scelta che abbisogna di una cultura, anzitutto storico-geografica. S’intravvede all’orizzonte la “rivincita della geografia”, stando al titolo del molto mediatizzato saggio di Robert Kaplan? Forse. Ma il rischio è di cadere da un determinismo all’altro.

   Dal mito globalista alla geografia come destino. Kaplan è l’altra faccia di Friedman. Ci riprecipita nella geografia politica tedesca di fine Ottocento, in versione liofilizzata. La pretesa di fissare le leggi della politica attraverso la geografia è altrettanto illusoria del tentativo di astrarre dallo spazio.

   Non sta scritto in nessun libro che uno Stato dotato dell’estuario di un fiume debba per forza volerne controllare l’intero bacino fluviale, come asserivano Ratzel e i suoi seguaci. Globalismi, geografismi e altri determinismi continueranno a orientare il discorso pubblico, non solo nei media. A influenzare le scelte dei decisori economici e politici. Speriamo solo che negli ambiti educativi, a cominciare dalla scuola di base, possa rinascere il gusto del sapere geografico. Sapere laico, se mai ne resiste uno. (Lucio Caracciolo)

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PER CAPIRE LE CRISI GEOPOLITICHE DI OGGI PRENDETE UNA MAPPA

di ROBERT KAPLAN, dal WALL STREET JOURNAL, da MF/MILANO FINANZA (con traduzione Studio Brindani) (settembre 2012) – (Stralci ripresi dal libro di Robert D. Kaplan “THE REVENGE OF GEOGRAPHY: WHAT THE MAP TELLS US ABOUT COMING CONFLICTS AND THE BATTLE AGAINST FATE”, edito negli Stati Uniti da Random House)

   Se volete conoscere la prossima mossa di Russia, Cina o Iran, non leggete i loro giornali né domandate cosa hanno scoperto le nostre spie: piuttosto consultate una mappa. La geografia può rivelare gli obiettivi di un governo tanto quanto le sue riunioni segrete.

   Più dell’ideologia o della politica interna, ciò che di base definisce uno stato è il punto che occupa sul pianeta. Le mappe colgono gli eventi fondamentali della storia, della cultura e delle risorse naturali. Con il medio oriente in tumulto e una transizione politica turbolenta in Cina, date un’occhiata alla geografia per capirci qualcosa.

   In teoria, la geografia, come mezzo per spiegare la politica mondiale, è stata messa in ombra da economia, globalizzazione e comunicazioni elettroniche. Ha un che di alquanto antiquato, come quelle scuole composte da una sola aula. Infatti coloro che pensano alla politica estera come a un’opportunità di trasformare il mondo per il meglio tendono a identificare qualsiasi tipo di valutazione su base geografica con il fatalismo, con la mancanza di immaginazione. Tutte sciocchezze.

   Gli elitari cesellatori dell’opinione pubblica possono pure essere in grado di attraversare oceani e continenti nel giro di poche ore, cosa che permette loro di parlare a briglia sciolta del mondo “piatto” sotto di loro. Ma se il cyberspazio e i mercati finanziari non conoscono confini, i Carpazi continuano a separare l’Europa centrale dai Balcani, creando così due modelli di sviluppo assai diversi, e l’Himalaya si trova ancora tra India e Cina, torreggiante memento di due civiltà incredibilmente diverse.

   La tecnologia ha ridotto le distanze, ma è ben lungi dal non riconoscere la geografia. Anzi, ha aumentato il valore di territori contesi. Come osserva Paul Bracken, studioso a Yale, la “dimensione finita della terra” è ora di per sé una forza dell’instabilità. Il continente eurasiatico è diventato una sfilza di gittate missilistiche che si sovrappongono, con folle che vivono in mega-città e che i mass media caricano a dovere riguardo pezzetti di terra in Palestina e nel Kashmir.

   Per quanto possa sembrare controintuitivo, la maniera giusta per cogliere ciò che sta accadendo in questo mondo di notizie istantanee consiste nel riscoprire un elemento basico: la rappresentazione spaziale delle divisioni, delle possibilità e, ancora più importante, dei vincoli dell’umanità. La mappa ci conduce alle domande corrette.

   Perché, per esempio, i titoloni strillati sulle isole del Mar cinese meridionale? In quanto anticamera del Pacifico verso l’oceano Indiano, questo mare collega il medio oriente, con le sue ricchezze energetiche, alle lussuose vite del ceto medio emergente in Asia orientale. Si ritiene anche che questo mare contenga riserve significative di idrocarburi.

   La Cina lo considera un po’ nello stesso modo in cui gli Stati Uniti vedono i Caraibi: una propaggine di acqua azzurra della terraferma. Anche il Vietnam e le Filippine sono a ridosso di queste acque preziose, il che spiega perché assistiamo, a opera di tutte le parti coinvolte, alla politica del rischio calcolato in salsa marittima.

   Non si tratta di una battaglia di idee ma per lo spazio fisico. Lo stesso può dirsi per la disputa infinita tra Giappone e Russia rispetto alle isole Curili del sud. Ancora: perché il presidente Vladimir Putin desidera zone cuscinetto in Europa Orientale e nel Caucaso, proprio come gli zar e i commissari del popolo avevano fatto prima di lui? Perché la Russia costituisce ancora un enorme spazio continentale privo di protezioni quali catene montuose e fiumi.

   Il neo imperialismo di Putin è l’espressione di una profonda insicurezza geografica. O ancora, considerate il decennio trascorso dall’11 settembre, che non può essere compreso se si ignorano le montagne e i deserti di Afghanistan e Iraq. Le montagne dell’Hindu Kush separano l’Afghanistan settentrionale, popolato da tagichi e uzbechi, dall’Afghanistan meridionale e orientale, abitato da pashtun.

   I talebani sono estremisti sunniti come al Qaida, ai cui appartenenti offrirono rifugio nei giorni che precedettero l’attacco alle Torri gemelle, ma più che questo, sono un movimento nazionale pashtun, un prodotto dell’aspra divisione geografica dell’Afghanistan.

   Se ci spostiamo verso est, scendiamo dall’alto plateau dell’Afghanistan alla pianura dell’Indo, coperta da un velo di vapore. Il cambiamento di terreno però è talmente graduale che, invece di essere effettivamente separati da un confine internazionale, Afghanistan e Pakistan costituiscono lo stesso mondo indo-islamico.

   Da un punto di vista geografico è alquanto ingenuo pensare che la diplomazia americana o l’attività militare da sole possano dividere queste terre che per moltissimo tempo sono state interconnesse e farle diventare due stati che funzionano bene.

   Per quel che riguarda l’Iraq, fin dall’antichità il nord montagnoso e il sud e il centro fluviali sono sempre stati in lotta, fino all’ultimo sangue. Cominciò nel mondo antico, con un conflitto tra sumeri, accadi e assiri. Oggi gli antagonisti sono sciiti, sunniti e curdi. I nomi dei gruppi sono cambiati ma non la cartografia della guerra.
Anche gli Stati Uniti non fanno eccezione a questo tipo di analisi. Perché siamo la principale potenza al mondo? Gli americani tendono a pensare che dipenda da chi siamo. Io aggiungerei che ha a che vedere anche con il luogo in cui ci troviamo: ovvero nell’ultima parte ricca di risorse della zona temperata, dove si insediarono gli europei all’epoca dell’Illuminismo, dotata della rete di vie di navigazione interna più estesa al mondo e protetti da oceani e dall’Artide canadese.

   Persino una crisi così apparentemente moderna come quella che spiega gli attuali affanni finanziari europei è un’espressione di immutabile geografia. Non è un caso se le capitali dell’odierna Unione europea (Bruxelles, Maastricht, Strasburgo, l’Aja) aiutarono a costituire il cuore dell’impero di Carlo Magno nel IX secolo. Con la fine del mondo classico della Grecia e di Roma, la storia si spostò a nord.

   Qui, nei fertili terreni delle protette radure disboscate e lungo una costa frastagliata aperta sull’Atlantico, l’Europa medievale sviluppò i rapporti di potere informali del feudalesimo e imparò a sfruttare le tecnologie, come per esempio i caratteri mobili per la stampa.

   Certamente di Europa ce ne sono molte, ciascuna con i propri diversi modelli di sviluppo economico, i quali sono stati influenzati dalla geografia. Oltre al regno di Carlo Magno, esiste anche la Mitteleuropa, ora dominata dalla Germania unita, che può vantare poche barriere fisiche all’ex est comunista. I lasciti economici degli imperi prussiano, asburgico e ottomano influenzano ancora questa Europa, e anche loro, a propria volta, furono forgiati da un terreno caratteristico.

   Né è un caso che la Grecia, nell’angolo sud-orientale dell’Europa, sia il componente più in difficoltà dell’Ue. La Grecia è il luogo dove si sovrappongono i Balcani e il mondo del Mediterraneo. E’ stata la figliastra diseredata del dispotismo bizantino prima e turco poi, e le conseguenze di questa sfortunata sorte geografica riecheggiano fino a oggi sotto forma di una dilagante evasione fiscale, una fondamentale mancanza di competitività e una politica paternalistica da bar.
Per quel che riguarda la sfida strategica che la Cina rappresenta per l’occidente, faremmo bene a non concentrarci troppo solo su economia e politica. La geografia fornisce una lente ben più ampia. La Cina è grande in un senso: la popolazione, le aziende commerciali ed energetiche e l’economia nella sua totalità stanno creando zone di influenza in parti attigue dell’estremo oriente russo, dell’Asia centrale e del sud-est asiatico.

   Gli stessi leader cinesi però vedono spesso il loro paese come relativamente piccolo e fragile: all’interno dei suoi confini vi sono consistenti minoranze di tibetani nel sud-ovest, turchi uiguri nell’ovest e popolazioni di etnia mongola a nord. Sono queste le aree dove risiedono le minoranze (elevati altipiani che di fatto circondano il nucleo etnico dei cinesi Han) e dove si trovano gran parte delle riserve di acqua dolce, di idrocarburi e altre risorse naturali della Cina.

   L’occidente serenamente dice alla leadership cinese di liberalizzare il sistema politico. I leader cinesi però conoscono la loro geografia e sanno che la democratizzazione, anche nelle forme più lievi, minaccia di scatenare la furia etnica. Poiché le minoranze etniche in Cina vivono in regioni specifiche, l’eventualità che il paese perda alcune aree non è del tutto fuori questione.

   Questo è il motivo per cui Pechino riversa immigrati Han nelle grandi città del Tibet e nella provincia occidentale dello Xinjiang, sebbene conceda piccole dosi di autonomia alla periferia e continui a stimolare artificialmente le economie in quelle zone.

   Tali politiche possono anche essere non sostenibili, ma provengono, in definitiva, da una geografia continentale ampia e varia, che si estende al Pacifico occidentale, dove la Cina si ritrova bloccata da una catena di alleati navali degli Stati Uniti – dal Giappone all’Australia. E’ per ragioni di Realpolitik geografica che la Cina è decisa a portare Taiwan sotto la propria sovranità.
In nessun altro luogo al mondo come in medio oriente, dove i nostri vari riflessi ideologici hanno avuto la meglio su di noi negli ultimi anni, è più urgente che la geografia permei la politica statunitense.

   Mentre alcuni continuano a premere per un intervento in Siria, è utile ricordare che lo stato moderno che porta quel nome è un fantasma geografico di ciò che fu dopo la caduta dell’impero ottomano, che includeva quelli che sono oggi Libano, Giordania e Israele. Persino quella vasta entità era più una vaga espressione geografica che un luogo ben definito.

   Nonostante ciò, il moderno stato siriano, per quanto tronco, contiene tutte le divisioni interne della vecchia regione ottomana. Fin dall’indipendenza, nel 1944, la sua composizione etnico-religiosa, con alawiti nel nord-ovest, sunniti nel corridoio centrale e drusi nel sud, lo rende una Yugoslavia araba in gestazione.

   Questi frazionamenti sono ciò che per lungo tempo ha reso la Siria il cuore pulsante del panarabismo e lo stato più estremo nel respingere Israele. La Siria potrebbe placare le forze che da sempre minacciano di smembrare il paese, solo facendo appello a un’identità araba radicale, andando oltre il richiamo della setta.

   Questo non significa però che la Siria debba ora sprofondare nell’anarchia, perché la geografia ha molte storie da raccontare. Sia la Siria sia l’Iraq hanno radici profonde in specifici terreni agricoli che risalgono a millenni fa, rendendoli meno artificiali di quanto non si possa supporre.

   La Siria potrebbe comunque sopravvivere come una sorta di equivalente del XXI secolo di una Beirut, Alessandria e Smirne degli inizi del XX secolo: un mondo levantino di identità multiple, unito dal commercio e ancorato al Mediterraneo. Le divisioni etniche basate sulla geografia possono essere superate, ma solo se prima ne riconosciamo l’eccezionalità.

   Per finire, c’è il problema dell’Iran, una seccatura per i politici americani sin dalla Rivoluzione islamica del 1979. Gli Stati Uniti tendono a vedere il potere iraniano in termini ideologici, ma si può imparare molto dagli impressionanti vantaggi geografici del paese.

   Lo stato dell’Iran corrisponde all’altopiano iraniano, una fortezza naturale inespugnabile che si allarga fino a entrambe le regioni petrolifere del medio oriente: il Golfo Persico e il mar Caspio. Inoltre, dal lato occidentale dell’altopiano iraniano, tutte le strade sono aperte verso l’Iraq giù di sotto.

   E dai versanti orientali e nord-orientali, le strade si aprono verso l’Asia centrale, dove l’Iran sta costruendo strade, gasdotti e oleodotti verso molte ex repubbliche sovietiche. La geografia pone l’Iran in una posizione privilegiata per dominare sia l’Iraq sia l’Afghanistan occidentale, che al momento esercita con scrupolo. La costa iraniana nello Stretto di Hormuz nel Golfo Persico si estende per 1.356 miglia nautiche (oltre 2.500 chilometri), con insenature perfette per nascondere nugoli di piccole barche per incursioni suicide. Se non fosse per la presenza della marina statunitense, questo permetterebbe all’Iran di dettar legge nel Golfo Persico.

   L’Iran ha anche quasi 500 chilometri di affaccio sul mar Arabico, rendendolo essenziale per il futuro accesso dell’Asia centrale alle acque internazionali. L’India sta aiutando l’Iran a sviluppare il porto di Chah Bahar nel Belucistan iraniano, che un giorno sarà collegato ai giacimenti petroliferi e di gas del bacino caspico. Geograficamente, l’Iran è lo stato perno del Grande medio oriente ed è essenziale che Washington raggiunga un accordo con questo paese.

   Il regime degli ayatollah discende da medi, parti, achemenidi e sasanidi del passato, tutti popoli iraniani, la cui sfera di influenza dal deserto siriano al subcontinente indiano era costruita su una geografia chiaramente definita.

   Vi è una differenza cruciale però: l’attuale semi impero iraniano si tiene in piedi sulla paura e su un soffocante dominio imposto dal clero, entrambi però ne limitano grandemente il fascino e lasciano intravederne la futura rovina. Sotto questo regime, il technicolor è sparito dal panorama iraniano, sostituito da un bianco e nero sgranato.

   L’occidente dovrebbe preoccuparsi meno di arrestare il programma nucleare dell’Iran quanto di sviluppare una strategia complessiva per la trasformazione del regime.

   Non vorrei essere frainteso con questo breve studio del mondo, visto nell’ottica della geografia: la geografia è buon senso, ma non è fato. La scelta individuale opera nell’ambito di un dato contesto geografico e storico, che ha un impatto sulle decisioni, ma lascia aperte molte possibilità.

   Il filosofo francese Raymond Aron ha colto questo spirito con la sua nozione di “determinismo probabilistico”, il quale lascia ampio spazio all’intervento umano. Prima però che la geografia possa essere superata, deve essere rispettata. Le nostre élite che si occupano di politica estera sono abbacinate da belle idee e prendono in scarsa considerazione i fatti fisici sul campo e le differenze culturali che ne derivano.

   Farsi strada con successo nel mondo di oggi richiede che ci concentriamo prima sui vincoli e ciò significa prestare attenzione alle mappe. Solo allora nasceranno delle soluzioni nobili. L’arte del governare consiste nel lavorare sul limite di ciò che è possibile, senza mai mettere un piede in fallo. (Robert D. Kaplan)

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