ALLUVIONI e CORSI D’ACQUA: va sempre bene rinforzare gli ARGINI? – La necessità di “LIBERARE I FIUMI” nei loro deflussi straordinari in aree golenali libere da presenze antropiche – Iniziamo a praticare una CURA ORDINARIA del “territorio”, dei corsi d’acqua e dei luoghi che fanno parte del loro ambiente

ALBINIA. frazione di Orbetello, in Maremma, colpita duramente dall’alluvione dell’11 novembre scorso

   Le immagini diffuse dai vigili del fuoco in volo con l’elicottero sopra Albinia, in provincia di Grosseto, parlano da sole non necessitano di ulteriori commenti (vedi link qui sotto). Albinia, il centro più colpito dall’alluvione in Maremma, è un paese fantasma. Vaste zone completamente sommerse da acqua e fango ed abitazioni rimaste prive di elettricità e acqua. Qui la popolazione ha perso tutto, in tanti sono rimasti prigionieri per molte ore di acqua e fango e son riusciti a salvarsi grazie ai soccorsi. Ora l’acqua lentamente defluisce, ma quel che resta è un paesaggio stravolto e deturpato.

http://www.meteogiornale.it/notizia/25288-1-riprese-aeree-danni-alluvione

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   Una provocazione. Ma mica tanto: ma siamo sicuri che il rinforzare gli argini, come spesso si fa dopo episodi di piene e di alluvioni, sia una cosa giusta?

   Nella recente alluvione in Maremma, che in certe zone agricole ha portato a dei danni ingentissimi (come nel grossettano, tra Albinia e Capalbio), oltre che a vittime, si è potuto notare che la funzione degli argini dei corsi d’acqua (l’Albegna, il Fiora…), non ha fatto altro che rinforzare la gran massa d’acqua, fino a che l’argine ha tenuto, per poi, rotto ogni impedimento, far defluire la piena in modo violento verso i campi, le colture, le aziende agricole, le case, le zone abitate… Se il deflusso fosse avvenuto con argini “più deboli”, incredibilmente i danni sarebbero stati minori…

L’alluvione in Maremma dell’11-12 novembre scorso

   Per dire (lapalissiano?) che i fiumi, i corsi d’acqua, hanno bisogno di aree dopo poter defluire in momenti di portata elevata. Zone espansive, naturali e naturalistiche, di golena, lasciate libere da ogni artificio della presenza umana (case, capannoni, dighe, cemento…) dove poter rallentare la corsa dell’acqua, trovare uno sfogo necessario.

   Invece spesso la politica di rafforzamento degli argini tende a creare corridoi stretti per i corsi d’acqua, “canne di fucile” che accelerano la corsa, fino a trovare i punti deboli, esondare e fare danni tragici…

GOLENA SUL FIUME PIAVE – VALENZA NATURALISTICA DELLE AREE GOLENALI che rendono “libero” un fiume – L’OASI DEL CODIBUGNOLO è un’area golenale di 24 ettari situata lungo il corso del FIUME PIAVE nel tratto centrale dell’asta fluviale tra i comuni di Spesiano e Ponte di Piave. L’oasi, per la sua particolare conformazione geomorfologica e per le varietà biologiche presenti offre un’ideale serbatoio didattico, motivo per il quale è nato il ‘Percorso naturalistico Piavenire’ concepito proprio per dimostrare con la massima evidenza la ricchezza naturale che trova ancora rifugio nei residui di bosco ripario (citazione da wwf-veneto orientale)

   Danni che oramai si ripetono quasi ogni novembre… e allora l’evento “eccezionale” non lo è più, diventa un’incapacità di “aver cura” dei propri territori. E che non si dica che “quel giorno cadeva tanta di quella pioggia che mai a memoria d’uomo se ne ricorda una così”… “è caduta così tanta pioggia che ordinariamente cade in sei mesi….”. Questa scusa non funziona più.

   Forse l’uscire da una crisi di civiltà, di “decadenza” che pare ci veniamo a trovare, richiede anche in questo campo (la prevenzione idraulica fatta in modo diverso, più “naturale, liberando i fiumi dagli impedimenti, la cura e il rispetto del territorio…) sicuramente anche in questa cosa ci giochiamo la possibilità di un futuro accettabile, “sostenibile” come si usa dire. (sm)

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PULIRE CANALI, RIPARARE CREPE: QUEI PICCOLI GESTI QUOTIDIANI CHE EVITEREBBERO LE TRAGEDIE

di Antonio Pascale, da “il Corriere della Sera” del 13/11/2012

   L’Italia è un Paese a rischio crollo. Lo si dice da anni e a ogni pioggia la tensione aumenta. Ma c’è una particolarità, attratti come siamo dalla patologia preferiamo commentare il danno già fatto: strilliamo, titoliamo in corsivo, ci lagniamo, oppure, accusiamo qualcosa di grande e imponderabile, come il cambiamento climatico.

   Eppure, se guardassimo la questione da un punto di vista fisiologico ? e con uno sguardo umile, oserei dire banale ? la prospettiva cambierebbe. Per esempio, un (fisiologico) caso specifico: la legge che regola il settore calamità in agricoltura è davvero ben fatta. I funzionari ministeriali come me sono orgogliosi di applicarla. La legge stabilisce che, per esempio, una strada danneggiata può essere riparata con soldi pubblici se e solo se, prima dell’evento avverso, la strada era in buone condizioni. Cioè, usando un gergo tecnico: fosse ben manutenuta.

   Giusto: se la strada è ben costruita, se ci sono canalette per lo scolo delle acque, e se queste sono pulite, se, insomma, queste condizioni sono soddisfatte, allora, una pioggia di modesta o forte intensità, non può danneggiare la strada. Solo se la pioggia è stata davvero eccezionale, fuori norma, solo allora, davanti alla sfortuna climatica, possiamo distribuire contributi. Ora, purtroppo, la storia è sempre la stessa, in Italia nessuno pratica una normale manutenzione.

   Perché basterebbero gesti quotidiani comuni e medi, poco creativi, riparare una canaletta o assestare una crepa. E poi tecnici che operano sul nostro territorio sono bravi, attenti, conoscono i problemi e sanno dirti con molto anticipo se una frana verrà giù, o se l’acqua di un fiume romperà gli argini. E allora? E allora la verità è che soldi per praticare la normale manutenzione non ce ne sono. I tecnici lo ripetono spesso. Certo, dovevamo pulire queste canalette, certo dovevamo fermare queste crepe, ma a noi i soldi chi ce li dà? Ci dobbiamo arrangiare.

   E dunque? E dunque ci arrangiamo, cioè esageriamo con la patologia. È l’unica possibilità per ottenere soldi e riparare i danni ? vecchia storia: tutti chiediamo soldi allo Stato italiano (ci sentiamo in debito) ma non siamo propensi a ritenerci Stato quando ci tocca
praticare ordinari lavori di manutenzione (che eviterebbero di produrre il debito).

   Quindi non ci resta che dichiarare che la pioggia è stata eccezionalissima. Un superlativo forzato ma che è diventato ordinario (voglio dire, è una tendenza, poi ci sono davvero eventi eccezionali come questi ultimi). È vero, la manutenzione non è stata praticata: «ma dottore carissimo, quel giorno cadeva tanta di quella pioggia che mai a memoria d’uomo se ne ricorda una così».

   Mai a memoria d’uomo. È la frase tipica che come funzionario ascolto da 22 anni. Ogni volta che cade una pioggia c’è qualcuno che dichiara: mai a memoria d’uomo! Che so, vado in un posto per stimare i danni e mi dicono: ad aprile 2008, dottore carissimo, qui è caduta tanta di quell’acqua che mai a memoria d’uomo… Poi ci torno nel 2009, stesso posto, stesso tecnico che mi dice: «dottore carissimo, è un evento  eccezionalissimo, è caduta tanta di quell’acqua che mai a memoria d’uomo». Ora, davvero, i tecnici regionali devono arrangiarsi.

   Sono i soli che possono farlo, i politici non ci pensano proprio. Ed è il problema più serio che dobbiamo affrontare. Un politico non ricava niente impegnandosi a finanziare dei lavori ordinari: riparare piccole crepe o pulire una canaletta di bonifica. La sua immagine ? e i voti a questa legata ? non migliora se si occupa di manutenzione.

   Troppo banale. Troppo poco creativo. A giudicare dalla pessima condizione del nostro territorio ci vorrebbe una sorta di piano Marshall per la manutenzione, così articolato e serio, così poco italiano, che mai a memoria d’uomo se ne ricorda uno simile. (Antonio Pascale)

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IL MALTEMPO E L’ALLUVIONE dell’ 11-12 NOVEMBRE

da http://www.ecoblog.it/ del 14/11/2012:

Coldiretti e Cia dopo i nubifragi che hanno colpito  la Toscana, l’Umbria e il Veneto forniscono una prima stima dei danni in agricoltura: almeno 3 miliardi di euro.

Intanto in Maremma si è bloccata la raccolta delle olive e solo a giorni sarà possibile quantificare quanto olio avremo perso che come spiega CIA:

Era in fase avanzata la campagna di raccolta. Molte piante sono state danneggiate o distrutte dalle acque e dagli smottamenti dei terreni. Per non parlare del blocco della raccolta che potrebbe avere effetti sulla produzione di olio.

Persi nei campi gli ortaggi, distrutte aziende agricole e macchinari e sopratutto l’interruzione di energia elettrica ha creato notevoli perdite nella filiera della conservazione.

Toscana
La zona più colpita è stata quella del grossetano tra Albinia e Capalbio dove l’esondazione dell’Albegna e Fiora ha allagato i campi seminati a cereali, le serre e coperto i frutteti. Allagati gli uliveti e si contano danni per 10 milioni di euro. Danni anche sulle colline del Candia piantate a vite per i Colli Apuani Doc. Colpito duramente il versante di Massa causando danni all’orticoltura, alle serre di fiori e piante dove sono andate perse migliaia di Stelle di Natale, Pansè e Primule. In ginocchio anche il comprato zootecnico. Nella zona di Montepulciano si sono perse le colture orticole e il tabacco; persa la semina di cereali.

Veneto
Il maltempo che ha colpito il Veneto domenica e lunedì ha riportato alla memoria l’alluvione del 2010 poiché sono state colpite da questa nuova ondata di maltempo le medesime zone di due anni fa.

Nell’Alta Padovana risultano allagati 250 ettari secondo una prima stima di Coldiretti. Persi gli ortaggi e i frutteti. Coldiretti ha espresso preoccupazione:

La campagna assorbe e paga le conseguenze di un territorio minato dove gli imprenditori agricoli sono disposti a fare la loro parte mettendo a disposizione per la sicurezza della collettività i fondi. Ma non c’è chiarezza negli indennizzi per la servitù o nei casi limite sugli espropri. E’ proprio di questi giorni la polemica di Coldiretti con la Regione Veneto che dovrebbe agire e rispettare i patti che hanno portato alla sottoscrizione di uno specifico protocollo d’intesa non ancora applicato.

Umbria
In ginocchio Orvieto e le sue campagne a causa dell’esondazione del Paglia; allagate il Marsciano e la provincia di Perugia. Persi tutti i raccolti.

Lazio
Persi i cereali e nel viterbese i sindaci pensano di chiedere lo stato di calamità naturale.

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LE PROPOSTE DI LEGAMBIENTE PER SUPERARE IL ‘DISSESTO IDROGEOLOGICO’

– DELOCALIZZARE I BENI ESPOSTI A FRANE E ALLUVIONI, SE LEGALI. Attuare interventi di delocalizzazione degli edifici, delle strutture e delle attività presenti nelle aree a rischio rappresenta una delle soluzioni apparentemente più difficili da percorrere, ma risolutive ed economicamente convenienti.

– ADEGUARE LO SVILUPPO TERRITORIALE ALLE MAPPE DEL RISCHIO. Intervento necessario per evitare la costruzione nelle aree a rischio di strutture residenziali o produttive e per garantire che le modalità di costruzione degli edifici tengano conto del livello e della tipologia di rischio presente sul territorio.

– RIDARE SPAZIO ALLA NATURA. Restituire al territorio lo spazio necessario per i corsi d’acqua, le aree per permettere un’esondazione diffusa ma controllata, creare e rispettare le “fasce di pertinenza fluviale”, adottando come principale strumento di difesa il corretto uso del suolo.

– TORRENTI E FIUMARE, SORVEGLIATI SPECIALI. Rivolgere una particolare attenzione all’immenso reticolo di corsi d’acqua minori, visti gli ultimi avvenimenti in cui proprio in prossimità di fiumare e torrenti si sono verificati gli eventi peggiori e sono stati compiuti gli scempi più gravi.

– AVERE CURA DEL TERRITORIO. Attuare una manutenzione ordinaria del territorio che non sia sinonimo di artificializzazione e squilibrio delle dinamiche naturali dei versanti o dei corsi d’acqua. Una corretta manutenzione deve prevedere interventi mirati e localizzati dove realmente utili e rispettosi degli aspetti ambientali.

– PREVENZIONE DEGLI INCENDI. In molti casi il disboscamento dei versanti causato dagli incendi può aggravare maggiormente il rischio di frana di un versante, oltre che avere un notevole impatto ambientale. Per questo è urgente attuare una serie d’interventi per ridurre il fenomeno.

– CONVIVERE CON IL RISCHIO. Applicare una politica attiva di “convivenza con il rischio” con sistemi di allerta, previsione delle piene e piani di protezione civile aggiornati, testati e conosciuti dalla popolazione.

– LOTTA AGLI ILLECITI AMBIENTALI. Rafforzare le attività di controllo e monitoraggio del territorio per contrastare illegalità come le captazioni abusive di acqua, l’estrazione illegale di inerti e l’abusivismo edilizio.

– GESTIRE LE PIOGGE IN CITTÀ. Bastano oggi eventi piovosi non straordinari per causare allagamenti e provocare danni rilevanti. Allagamenti che purtroppo causano a volte anche delle vittime. Per questo la gestione delle acque di pioggia è uno dei grandi problemi ambientali anche in città.

– INVESTIRE NELLA DIFESA DEL SUOLO. Nonostante l’urgenza di una gestione accurata e sistematica, ancora non si è verificato un impegno concreto da parte del Governo nazionale per l’impiego di adeguate risorse, soprattutto economiche. (…)

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GOLENA O AREA GOLENALE – E’ quella parte della sezione di un corso d’acqua di pianura che viene occupata dall’acqua solo in fase di piena o di morbida. La frequenza di occupazione da parte delle acque è legata alla frequenza delle piene. Per questo motivo le aree golenali possono restare all’asciutto per diversi periodi durante l’anno. Sono generalmente coperte da una densa vegetazione. Quando la golena è occupata dalla corrente di piena, la vegetazione induce una sensibile riduzione della velocità della corrente rispetto alla parte centrale dell’alveo. Le aree golenali possono pertanto svolgere un importante ruolo di contenimento degli effetti potenzialmente distruttivi di alte portate del fiume. Ma le golene, proprio in ragione della presenza di un’abbondante copertura vegetale, esercitano anche funzioni fondamentali per l’integrità ecologica del sistema fluviale. L’utilizzo di alcune aree golenali, come quelle del Po, per usi agricoli e forestali (si pensi alla pioppicoltura) limita l’efficacia del loro ruolo essenziale di regolazione dei flussi di materia ed energia tra zona riparia e asta fluviale. Si possono distinguere (da http://www.infopo.it/)

Golena sul fiume Po

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SOTT’ACQUA PER INCURIA. PREVENIRE COSTA MENO

di ROBERTO ROSSI, da “L’UNITÀ” Del 14/11/2012

– Il 98% dei comuni toscani sono a rischio. In Italia cinque milioni di persone in una situazione di forte pericolo – «Allentare il Patto di Stabilità» – Per mettere in sicurezza i fiumi servono 1,5-2 miliardi di euro per i prossimi 15 anni –

   Alla fine, per decidere come agire, per cercare di arginare un penoso conteggio di danni e di vite umane, si tratterebbe solo di mettere, in colonna, quanto si spende per riparare il disastro causato da alluvioni e frane, quello che gli esperti chiamano dissesto idrogeologico, e quanto invece costerebbe mettere in sicurezza il nostro territorio. Una volta incolonnati i dati e tracciata una linea si può calcolare la differenza e decidere.

   Perché se mezza Toscana è allagata, se la bassa Umbria è impantanata nel fango, se il prossimo anno rivedremo le stesse immagini, uguali a quelle dell’anno scorso e dell’anno prima, non è solo colpa del cambiamento climatico.

   Da sempre la pioggia eccessiva porta danni, ma se ogni anno sono colpiti sempre gli stessi luoghi significa che manca qualcosa. E quella parola è prevenzione. In colonna, dicevamo, come prima cosa andrebbe messo il conto che ogni anno il maltempo ci presenta. Quanto salato? In termini economici le stime sono le più svariate.

   Si va dai 50 miliardi di euro calcolati dalle associazioni e i movimenti ambientalisti, come i Verdi, e riferiti solo agli ultimi dieci anni, alla perizia, più contenuta, fatta due anni fa da Federutility – «Rapporto generale sulle Acque: obiettivo 2020» – che quantifica il danno per le emergenze da alluvione in 1,4-2 miliardi di euro l’anno.

   Rimettere in piedi ciò che piogge e fiumi hanno distrutto, poi, è un calcolo che ogni anno subisce delle variazioni. Dipende sempre da variabili, come l’intensità delle perturbazioni, la loro durata, che l’uomo non può calcolare. Quello che invece può sicuramente fare, ed è la seconda parte della nostra sottrazione, è capire quanto costerebbe, invece, cercare di prevenire. Il conto lo ha fatto il ministro dell’Ambiente due giorni fa.

   Per Corrado Clini serve un finanziamento annuale stabile pubblico di almeno 1,5-2 miliardi di euro per i prossimi 15 anni «per affrontare i nodi critici della messa in sicurezza del territorio». Quella di questi giorni, per Clini, è una
«storia per molti versi attesa perché siamo in presenza di variazioni climatiche caratterizzate da precipitazioni che in pochissimo tempo concentrano una grande quantità di acqua e mettono sotto stress sistemi abituati a regimi di piogge diverse».

   Va detto che non è solo un problema che riguarda l’Italia. I paesi più industrializzati spendono, ogni anno, 6 miliardi per ricostruire. Ma rispetto alle altre nazioni noi il nostro territorio è più fragile. La nostra densità abitativa è maggiore, noi abbiamo sfruttato gli argini dei fiumi, gli alvei, abbiamo costruito un po’ dappertutto, dove capitava.

   Per capire che cosa vuol dire basta dare un’occhiata al rapporto «Ecosistema rischio» fatto da Legambiente insieme alla Protezione Civile: il 98% dei comuni di Toscana (280) e il 99% di quelli della Liguria (232), le due regioni più colpite dal maltempo, sono a rischio idrogeologico. In Liguria, in particolare, è a rischio il 100% del territorio in provincia di La Spezia.

   La regione ha poi delle vere e proprie aree «rosse»: e cioè quelle della fascia costiera in cui risiede il 90% della popolazione (ma pari al 5% del territorio), dove urbanizzazione e antropizzazione hanno contribuito «ad accrescere i pericoli» esponendo «cittadini e beni della comunità».

   Nel 46% delle amministrazioni sono presenti interi quartieri in aree a rischio. Per quanto riguarda la Toscana circa 680mila abitanti, pari al 18% della popolazione complessiva della regione, sono quotidianamente esposti a pericolo di frane e alluvioni.

   E nel resto del Paese non si sta meglio. Sempre secondo Legambiente, sono 6.633 i comuni italiani in pericolo per la fragilità del suolo del proprio territorio. Tradotto in cifre significa che 8 comuni su 10. E se l’82% delle amministrazioni del nostro Paese hanno a che fare con questo problema, ci sono ben 5 regioni – evidenzia il dossier – in cui la minaccia riguarda il 100% del territorio: Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta, oltre alla provincia autonoma di Trento (Marche, Liguria al 99%; Lazio, Toscana al 98%). E comunque il resto d’Italia non scende al di sotto del 56% (nel Veneto). «La situazione di forte pericolo» riguarda una popolazione stimata in «oltre 5 milioni di persone».

   Ecco, se prevenire tutto sommato costa meno che rifare, se ci sono tante persone che rischiano di finire, nella migliore delle ipotesi, sotto un metro d’acqua e perché non si interviene? Perché l’Italia, dopo che per anni ha lasciato mano libera ai costruttori, oggi si ritrovano ingessati tra le spire del Patto di Stabilità. Da tempo i comuni raccolti nell’Anci chiedono una deroga. Ora anche il ministro Clini sta spingendo perché in Europa si allenti il vincolo. Ma bisogna farlo subito. Prima di una nuova catastrofe. Prima che le nuove vittime vengano messe nella colonna dei danni. (Roberto Rossi)

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PIANO PER IL TERRITORIO ENTRO L’ANNO

da www.lagazzettadeglientilocali.it/ del 24/8/2012

Divieto di condono edilizio, obbligo per gli enti pubblici della manutenzione dei boschi e dei corsi d’acqua; terreni abbandonati alle cooperative per la loro valorizzazione e manutenzione. Sono alcuni dei punti della strategia del ministro Clini che sarà discussa oggi in Cdm

Un Piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, la manutenzione e la sicurezza del territorio da approvare entro dicembre 2012. E che dovrà prevedere l’aggiornamento e la revisione delle norme urbanistiche in materia di usi del territorio, con il divieto di procedure di condono edilizio;l’obbligo per gli enti pubblici e per i privati della manutenzione dei boschi e dei corsi d’acqua;la concessione in uso a imprese cooperative di giovani di terreni abbandonati, situati nelle zone vulnerabili al rischio idrogeologico o al rischio di incendio, per la loro valorizzazione e manutenzione; l’istituzione di un fondo rotativo, istituito presso la Cassa depositi e prestiti, finalizzato al credito a basso tasso di interesse alle imprese ed ai soggetti privati per la realizzazione di progetti che concorrono alla attuazione del Piano, alimentato con il prelievo dello 0,5% dell’accisa applicata ai carburanti.

Si tratta di uno dei cardini della strategia in cinque punti per lo sviluppo sostenibile dell’Italia che il Ministero dell’ambiente ha già messo a punto e che il ministro Corrado Clini porterà oggi in Consiglio dei ministri nell’ambito del piano crescita discusso dal Governo. I punti sono: la “decarbonizzazione” dell’economia italiana, la sicurezza del territorio, il recupero e la valorizzazione delle aree industriali dismesse in zone urbane soggette a bonifica, la gestione integrata dei rifiuti e la gestione integrata delle risorse idriche.

Tra le varie misure elaborate, introdurre un pedaggio di circolazione nelle autostrade e nelle strade statali per auto, autobus e camion, differenziato in relazione alle emissioni specifiche di CO2/Km. L’introduzione di un pedaggio differenziato è una misura, sottolinea il ministro Corrado Clini, “già applicata in altri Paesi europei che ha il duplice effetto di usare la leva del prezzo per modificare le modalità di trasporto, e fare cassa a favore di programmi per la mobilità sostenibile. I proventi saranno destinati a un Fondo nazionale per la mobilità sostenibile”.

“Condivido le idee del ministro Clini sulla necessità di chiedere comportamenti responsabili anche da parte dei privati per difendere il territorio dal degrado che, oltre a creare pericolo, genera costi rilevanti”. Lo dichiara il deputato Udc Mauro Libè, dirigente Enti Locali del partito, che aggiunge: “Chi ha proprietà di immobili, e specialmente di terreni, deve farsi parte attiva nella manutenzione degli stessi. Un sistema di tassazione virtuosa che tenga conto di questi aspetti – prosegue – contribuirebbe a migliorare il nostro Paese riducendo gli ingenti costi conseguenti ai disastri del territorio”.

“Anche gli Enti locali devono farsi parte attiva per invertire questa tendenza che lascia tutto in carico al “pubblico” – sottolinea Libè – Molti interventi che pesano sulle casse della collettività potrebbero essere risparmiati con una cura minuta e continua del territorio. Non è pensabile che possano essere lasciate all’incuria vastissime aree private del Paese”, conclude l’esponente centrista.

   “Per rilanciare il Paese e guardare con fiducia al futuro bisogna investire nella Green Economy”, afferma in una nota Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd, commentando la strategia in 5 punti per lo sviluppo sostenibile del ministero dell`Ambiente. “La Green Economy, infatti, è una chiave straordinaria – spiega l’esponente democratico – per affrontare la crisi e le sfide che abbiamo davanti, mobilitando le energie migliori del Paese. Il provvedimento per rilanciare l’economia non punti su ricette vecchie: l’Italia non sarà salvata né dai pozzi petroliferi, né da infrastrutture che non servono al Paese. Bene la strategia in cinque punti per lo sviluppo sostenibile dell’Italia proposta dal ministro Clini. Sono queste le misure che servono alla crescita del Paese. Per rilanciare la nostra economia – conclude Realacci – dobbiamo partire dalle infrastrutture tecnologiche, come il potenziamento della banda larga e il rilancio dell’edilizia di qualità che punta su risparmio energetico e misure antisismiche”.

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PIOVE DI PIÙ, NESSUNO CURA I FIUMI. COSÌ IL MALTEMPO DIVENTA UNA TRAGEDIA

di Elena Dusi, da “la Repubblica” del 14/11/2012

   È una tempesta perfetta. Le piogge si intensificano, la porzione di territorio urbanizzato in Italia guadagna ogni anno l’ equivalente di due città di Roma, i fiumi vengono costretti negli argini perché non straripino, i loro sedimenti si accumulano nell’ alveo e sollevano il livello dell’ acqua, aumentandone l’ energia in caso di esondazione.

   Perfino i campi diventano più estesi e perdonoi fossi di scolo che da sempre li circondavano. In Toscana e Liguria fiumi ripidi e letti piccoli moltiplicano il rischio in caso di acquazzoni. Nel frattempo le mappe del rischio restano ferme al passato, mentre le legislazioni fanno addirittura passi indietro. Il risultato? Oltre 120 frane e inondazioni tra il 2005 e il 2011, con 200 vittimee danni stimati sopra al miliardo all’ anno (due volte e mezzo quanto si spende per la prevenzione).

   Il mix degli interventi con il contagocce e del rischio che aumenta (sia per il clima che per l’ urbanizzazione) punta dritto verso un unico esito prevedibile: l’ assicurazione obbligatoria, che ogni tanto si affaccia in una bozza di legge e che ieri è stata rievocata dal capo della Protezione civile. Il rischio idrogeologico in Italia è una tenaglia che stringe da molti lati.

   «Buona parte dell’ urbanizzazione, soprattutto quella selvaggia, è avvenuta intorno agli anni ‘ 60 e ‘ 70, l’epoca in cui la piovosità è stata ai minimi del secolo. Ponti, argini e case sono stati costruiti senza tenere conto del problema dell’ acqua. Oggi ci ritroviamo con infrastrutture del tutto inadeguate» spiega Paolo Paronuzzi, direttore di un master sul rischio idrogeologico all’ università di Udine.

   «Le fognature delle città non sono progettate per smaltire precipitazioni simili. A Genova i fiumi sono costretti in spazi angusti, o addirittura dirottati sottoterra. Se si gonfiano, cosa si può fare? Le uniche soluzioni che mi vengono in mente sono opere radicali, di portata paragonabile a quella del Mose a Venezia» dice Fausto Guzzetti, che al Cnr dirige l’ Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica.

   «La legislazione del 1989 aggiunge Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi – divideva il territorio italiano in bacini idrografici, ognuno dei quali ricadeva sotto il controllo di un’ autorità di bacino. Nel 2006 abbiamo recepito una direttiva europea che si occupa di ambiente in senso lato e dedica solo un capitolo al rischio idrogeologico. È una norma più adatta ai paesi con fiumi molto grandi. Il risultato in Italia è la frammentazione di competenze e responsabilità. Di fronte a una situazione di rischio non si sa nemmeno chi debba intervenire».

   Nel 2010 il Consiglio nazionale dei geologi ha pubblicato uno studio secondo cui 29.500 chilometri quadrati con quasi 6 milioni di abitanti sono ad alto rischio idrogeologico. La minaccia di frane o alluvioni riguarda 1,3 milioni di edifici, fra cui 6mila scuole e 531 ospedali. Dal dopoguerra i disastri idrogeologici sono costati 52 miliardi, una cifra che nell’ ultimo ventennio è passata da 800 milioni medi annui a 1,2 miliardi. Secondo il ministero dell’ Ambiente, per mettere in sicurezza tutto il territorio italiano servirebbero 40 miliardi. (Elena Dusi)

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IL PREZZO DEI CONDONI

– Rischio idrogeologico troppo alto. Intere zone andrebbero evacuate –

di MARIO TOZZI, da “La Stampa” del 13/11/2012

   Che cosa si può fare in un Paese in cui si verifica uno smottamento ogni 45 minuti e dove, per frane a e alluvioni, muoiono otto persone al mese? In un Paese in cui oltre il 50% per cento del territorio è a rischio idrogeologico e in cui sono avvenuti, nell’ultimo mezzo secolo, circa 15.000 eventi gravi?

   In un Paese in cui, infine, le piogge sono cambiate drammaticamente negli ultimi quindici anni (nella provincia di Genova, nel dicembre 2009, caddero 450 mm di pioggia in un giorno, cioè la stessa quantità che cadeva normalmente in sei mesi)?

   In Italia ci sono circa 6600 comuni ad elevato rischio idrogeologico: il 100% in Calabria, Molise, Basilicata, Umbria e Valle d’Aosta, il 99% di Marche, Lazio, Toscana e Liguria, oltre il 90% in Emilia Romagna, Campagna e Abruzzo. Secondo il CNR, quasi il 15% del totale nazionale delle frane, e quasi il 7% delle inondazioni, avviene in Campania (1.600 in 75 anni), dove 230 comuni (da Ricigliano a Sorrento) su 551 sono a rischio di smottamento; le vittime per questi due eventi, negli ultimi 50 anni, sono state quasi 400 sulle 4.000 nazionali. Nella sola Genova 100.000 abitanti vivono in zone a rischio, cioè a dire che un genovese su sei rischia di essere coinvolto in piene e frane.

   Sono numeri da primato europeo del dissesto per una ragione ben precisa, l’Italia è il paese in cui più si costruisce e l’unico in cui si condona. Ogni anno circa 500 kmq di territorio nazionale vengono ricoperti di cemento e di asfalto. Cosa che lo rende complessivamente impermeabile alle piogge che, a quel punto, restano in superficie, invece di infiltrarsi naturalmente in profondità, e esondano inevitabilmente. Già le catastrofi naturali non esistono, nel caso italiano sono quasi interamente provocate dall’uomo che il rischio lo crea anche dove in passato non c’era. Rettificazione e cementificazione dei fiumi, insediamenti in aree pericolose, disboscamenti e incendi fanno il resto.

   Tutto questo in una nazione geologicamente giovane e instabile, nel bel mezzo del cambiamento climatico più grave che si conosca da quando l’uomo organizza attività produttive.

   Se però torniamo al che fare, allora non si può non registrare che la prevenzione rischia di non bastare più, perché ormai quello che si doveva fare è stato fatto.

   L’intervento ingegneristico per bloccare frane e alluvioni potrà funzionare solo in limitati casi: non sono infatti note soluzioni di questo tipo che possano arrestare definitivamente questi fenomeni. Costruire meglio, nel caso del rischio idrogeologico, non serve.

   Molto spesso, anzi, le opere che si vedono in giro per le nostre montagne producono svantaggi peggiori dei benefici che volevano ottenere. Quei muri bassi di cemento o in pietra che vengono posti di traverso ai corsi d’acqua per limitarne l’azione erosiva, le cosiddette «briglie», non sono solo (quelle «statiche» soprattutto) perlopiù inutili, ma spesso risultano dannose, visto che l’acqua, da cui ci si voleva difendere, poi si scava comunque una strada aggirando la briglia e rendendola instabile.

   E ancora si parla di messa in sicurezza, come se fosse possibile imbrigliare un’intera catena montuosa come l’Appennino. Come se questa operazione avesse un senso geologico ed ecologico, come se, infine, servisse almeno a qualche cosa.

   Insomma, si deve dolorosamente capire che da alcune zone a maggior rischio bisogna spostarsi senza se e senza ma. Non lo si farà in un mese e nemmeno in un anno, ma lo si deve mettere in progetto nella pianificazione territoriale.

   Spontaneamente, seppure dopo secoli di dissesti, lo si è già fatto in tutta Italia: basti pensare al paese di Craco, in Lucania, spostato per frana, o a Pentedattilo, in Calabria, o, ancora, Frattura, in Abruzzo. La delocalizzazione delle costruzioni e delle popolazioni a maggior rischio non può più essere procrastinata, ma deve essere messa nel conto delle scelte politiche future: non farlo significa ignorare colpevolmente la realtà dei fatti.

   E si deve capire anche che nessun territorio del mondo può reggere il ritmo di cementificazione impresso a quello italiano, dove, ogni secondo che passa, un metro quadrato di superficie viene asfaltata, cementata o disboscata e incendiata. Il consumo di suolo non è solo un emergenza estetica e paesaggistica, è prima di tutto la causa fondamentale delle nostre rovine geologiche. (Mario Tozzi)

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PREVISIONI, LA TERRA DI NESSUNO

di Luca Mercalli, da “la Stampa” del 14/11/2012

   Le allerte meteorologiche di queste settimane, delle quali l’ultima del tutto motivata sulla Maremma, chiedono a gran voce istruzioni per l’uso per i cittadini e riorganizzazioni istituzionali. Cominciamo dalle previsioni. In Italia il panorama è all’insegna della frammentazione: l’Aeronautica Militare detiene il ruolo di Servizio Meteorologico nazionale presso l’Organizzazione meteorologica mondiale ma la sua presenza a scala locale è limitata.

   Per questo sono sorti negli ultimi trent’anni i servizi meteo regionali in genere gestiti dalle Agenzie Regionali per l’Ambiente. La Protezione civile nazionale a sua volta ha costituito una propria struttura previsionale.

   Su questa complessa meteorologia dei granducati si è sovrapposta la recente esplosione di siti web amatoriali e commerciali la cui attendibilità è più o meno buona ma la cui capacità di relazionarsi con le persone è ben più dinamica delle istituzioni.

   Sul numero 4/2012 di «Ecoscienza», rivista del Servizio Meteo Regionale dell’Emilia Romagna (www.arpa.emr.it), Stefano Tibaldi, uno dei fisici dell’atmosfera che più si sono spesi per la nostra meteorologia, definisce questa situazione un «disastro nazionale unico in Europa», motivato da «enorme debolezza accademica e totale disinteresse istituzionale statale».

   Di recente è vero che il Dipartimento della protezione civile ha favorito «la crescita di alcune eccellenze scientifiche e operative», ma la persistente indifferenza dello Stato mantiene l’Italia una «terra (meteorologica) di nessuno», nonostante la legge 100/2012 per il riordino del Sistema nazionale di protezione civile, che dovrebbe realizzare il «Servizio meteorologico nazionale distribuito» richiesto dal decreto legge 112/98 e mai attuato.

   Nel frattempo i cittadini si arrangiano,
pescando le previsioni dove capita ricevendo le allerte non da un’unica e autorevole fonte, diciamo Météo France o Meteo Svizzera, bensì dalle chiacchiere del bar. Poi l’alluvione arriva, anche per via della cementificazione selvaggia e dell’urbanistica che non si è accordata con l’idraulica, cose ipernote, se ne parla dall’evento di Firenze del 1966. Fiumi di congressi, gruppi di lavoro, commissioni, progetti di ricerca…

   Eppure le famiglie di Vicenza che in due anni si sono viste invadere la casa dal Bacchiglione, si stanno arrangiando da sole: se ne vanno, cambiano casa. Incredibile che la dinamica di adattamento stia coinvolgendo in modo dirompente e improvvisato le persone senza che vi sia la minima guida di questi delicati processi da parte delle istituzioni! Che cosa giunge di tante dotte riflessioni a chi ora ha l’acqua in salotto?

   In Francia, dopo la tempesta Xynthia che il 28 febbraio 2010 ha causato 29 vittime nel comune atlantico di La Faute-sur-Mer, l’area residenziale costruita in violazione del rischio è stata dichiarata dalla prefettura «zone noire» con abbattimento e delocalizzazione di 674 case. (Luca Mercalli)

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STORIE DI VITE VISSUTE IN GOLENA

«PER UN’INTERA NOTTE IN MEZZO AL PIAVE»

di Rubina Bon, da “la Tribuna di Treviso” del 14/11/2012

SAN BIAGIO DI CALLALTA (TV) – Sul muro esterno della sua vecchia casa in golena a Fagaré ha segnato i livelli degli allagamenti. Quello raggiunto lunedì, circa un metro e mezzo da terra, è inferiore solo all’esondazione del novembre 2002 e alla grande alluvione del 1966.

   A 87 anni ha affrontato da sola le lunghe ore con la casa completamente circondata dal Piave, in compagnia dei suoi due cagnolini: Maria Zanusso è l’emblema degli alluvionati della golena. Da ieri mattina, quando l’acqua si è ritirata, ha iniziato a pulire e sistemare con l’aiuto di familiari e amici.

   “Ghe xe pi porcaria che nel ’66” commenta guardando i danni fatti dall’acqua in casa e fuori, nel terreno attorno. È Maria che dirige i lavori, con gli schizzi di fango sul viso e i piedi impantanati. Ma l’umore è alto.  «Sono nata qua, 87 anni fa, e non sono mai andata via. Perché me ne sarei dovuta andare l’altra sera? Non ho paura del Piave», racconta.

   Nell’alluvione del novembre 2010, l’anziana era stata portata all’asciutto dai pompieri con il gommone. Questa volta no, Maria ha voluto restare a casa. «Mi sono chiusa in camera, al piano di sopra. Con me c’erano i cani. La casa è vecchia e resiste. C’era tanto silenzio», ricorda, «Una notte intera senza luce né telefono. Dormire? Poco. Ma il Signore mi ha aiutata». Niente mangiare, da domenica sera, per nonna Maria, isolata dal mondo. Solo lunedì sera, quando l’acqua era già calata abbastanza, una parente le ha portato una tazza di brodo caldo. E ora Maria è pronta a ricominciare. (ru.b.)

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