LE ELEZIONI IN CATALOGNA: i nazionalisti vogliono l’indipendenza dalla SPAGNA – Il realistico rischio di frammentazione degli STATI NAZIONALI, in crisi di benessere, aiuta la moltiplicazione di nuovi STATI-REGIONE – La necessità di accelerare il PROGETTO UNITARIO FEDERALISTA EUROPEO

MANIFESTAZIONE DEGLI INDIPENDENTISTI CATALANI (foto dal sito http://www.the.post.internazionale, foto Reuters/Albert Gea)

Domenica 25/11, ore 23.20: Il primissimo exit poll della rete catalana Tv3 dà a sorpresa i nazionalisti di destra del Ciu del presidente uscente Arturo Mas in calo, tra 54 e 57 deputati contro i 62 del 2010, mentre si registra l’exploit della sinistra dell’Erc data a 20-23 seggi contro i 10 delle precedenti elezioni locali. Si conferma comunque la tendenza indipendentista dei catalani perchè anche l’Erc, seppur da posizioni di sinistra rispetto al Ciu, rivendica lo Stato catalano. (da Corriere.it)

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   L’indipendentismo catalano è osservato con attenzione e, da molti, con un certo timore: come un’onda di piena che potrebbe innescare processi indipendentisti in mezza Europa. In Italia il presidente della Regione Veneto la predica da tempo, l’autonomia (non il federalismo), ma anche regioni del sud sono pronte a chiederla.

   Pertanto una semplice elezione regionale, in Catalogna (il nordest della Spagna), diventa una questione fortemente europea. L’attuale governatore uscente Artur Mas, nelle elezioni per la Generalitat, il parlamento regionale della più grande e ricca regione della Spagna, aveva promesso che una sua vittoria alle elezioni del suo partito, Convergència i Uniò, portava la Catalogna e richiedere l’indipendenza dalla Spagna; attraverso l’indizione di un referendum popolare.

Catalogna, Spagna

   Questo richiedeva che Convergéncia i Uniò (partito di centro-destra) avesse la maggioranza assoluta del 50%, che però non è stata raggiunta; anzi sembra che Artur Mas e il suo partito abbiano avuto una leggera flessione, ma l’indipendentismo rimane forte con la crescita dei nazionalisti di sinistra. E la richiesta di indipendenza con un referendum (che Madrid considera illegale) non può essere un problema: appunto altri partiti minori indipendentisti sono ben pronti ad appoggiare l’iniziativa concreta.

   La Catalogna vive di questi tempi il massimo grado di “insoddisfazione” dei suoi concittadini: tagli al welfare, il debito regionale cresciuto al massimo (nei mesi scorsi il governatore è stato costretto a chiedere al governo 5 miliardi per non finire in bancarotta); la disoccupazione è al 22%, tocca ormai 800 mila catalani. E si accusa ancor di più il fatto che le risorse della ancora ricca regione sono indirizzate verso altre regioni povere della Spagna…

   Se poi si aggiunge che la storia della Spagna è costellata di episodi di rivalità fortissima tra il governo centrale di Madrid e questo a nord-est del paese; che a Barcellona si parla un’altra lingua e da sempre si ha l’aspirazione ad essere indipendenti… tutto fa pensare che sempre meno esiste un “pensare comune” con il resto della Spagna (ora poi con la crisi economica le differenze si accentuano).

LE GRADINATE DELLO STADIO CAMP NOU DI BARCELLONA

   E’ pur vero che Artur Mas non ha mai usato esplicitamente il termine “indipendenza”, parlando invece di “autodeterminazione”, ma IL DADO E’ TRATTO. E se la crisi economica spagnola si aggrava ulteriormente, come è probabile, le condizioni assai difficili per “andarsene” dalla Spagna, ebbene se si entra in una grande emergenza, tutto è possibile (probabile), si facilita l’operazione indipendentista. E altri paesi (stati-nazione) europei hanno al loro interno movimenti ultra-nazionalisti regionali pronti a cogliere l’occasione: se lo ha fatto la Catalogna “anche noi lo possiamo fare”: un processo a catena inarrestabile potrebbe accadere.

   L’Europa con ancor di più staterelli regionali nazionalistici, magari le maggiori città trasformate in “città-stato” che legiferano da sé, regioni “autodeterminate” con improbabili piccoli eserciti, amministrazioni autonome, con leader locali che si sentono portatori di valori chiusi in territori la cui identità non è una ricchezza in un contesto geografico almeno europeo, ma una clava da usare contro altre identità….

   Uno scenario da “Medioevo prossimo venturo” al quale non si può che rispondere rinsal- dando valori e ideali “aperti” al nuovo e alla solidarietà, riconoscendo e valorizzando sì le proprie tradizioni, lingua, usanze, diversità… ma con il coraggio di abolire i ristretti confini regionali (che sono anche confini”mentali”), estendendo la difesa dei diritti individuai di ciascuno (dovunque sia e da ogni dove provenga). Pertanto l’ipotesi “Catalogna stato indipendente” che si va sviluppando è un segnale assai preoccupante che richiederebbe (finalmente) di mettere in concreto il progetto unitario di Stati Uniti d’Europa. (sm)

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Catalogna

“TORNA IL FEUDALESIMO. VOGLIONO RIAVVOLGERE LA MOVIOLA DELLA STORIA”

– Intervista a FERNANDO SAVATER, filosofo spagnolo

di Andrea Nicastro, da “il Corriere della Sera” del 25/11/2012

MADRID – Fernando Savater è il pensatore spagnolo più conosciuto al mondo. Un Bernard-Henri Lévy iberico, sostenitore dell’intervento degli intellettuali nel dibattito civile e nella politica. Lui, basco, si è schierato contro i terroristi dell’Eta e per anni è restato sotto scorta. Chiedendogli, nella sua casa di Madrid, dell’indipendentismo catalano si è certi di avere una voce contro. Argomentata, però.

Professore, dove porterà il voto di Barcellona?

“Credo che i separatisti si imporranno. E poi sarà la volta dei Paesi Baschi. Anni fa era solo una fiammella, facile da spegnere, ma pochi purtroppo ci hanno provato. Parlare di identità, Regioni, frammentazione era considerato moderno. Parole come Spagna e unità, invece, puzzavano di fascismo. E’ una delle pessime eredità psicologiche che ci ha lasciato la dittatura di Franco”.

Perché dividere uno Stato è male?

“L’umanità sta cercando di mettere gli interessi democratici in comune, abolire i confini, estendere l’area geografica dove i diritti individuali siano protetti. Andare in direzione contraria vuol dire riavvolgere la moviola della storia. Invece di vivere uniti sotto la stessa legge che accetta lingue e diversità, ci si divide. Così torna il feudalesimo”.

I catalani però parlano di “nuovo stato d’Europa”, per sottolineare che nessuno perderà i diritti di cittadino europeo.

“E’ un frutto avvelenato. Molti dimenticano che per almeno tre volte a fine ‘800, negli anno 20 del secolo scorso e alla vigilia della Guerra Civile del ’36, sono stati gli atteggiamenti catalani ad impedire alla Spagna uno sviluppo democratico e moderno. Quando Lluis Companys proclama dal balcone di Barcellona la “Repubblica indipendente catalana nell’ambito dello Stato federale spagnolo” di fatto apre la crisi che porta al golpe militare di Franco”.

Perché il nazionalismo spagnolo che vuole trattenere la Catalogna sarebbe migliore del nazionalismo catalano che vuole separarsi?

“Infatti non lo è. Non si può vietare l’uso del catalano, il manifestarsi delle diversità. Quel che è invece buono è il patriottismo costituzionale spagnolo, come il francese o l’italiano. Cioè la difesa e la garanzia dello Stato davanti al futuro e non a difesa del passato”.

Uno Stato è migliore solo perché più grande?

“Un’Europa unita sarebbe più utile ai suoi abitanti di quest’Europa frammentata e contrapposta. La Spagna senza Catalogna non vive. Commercialmente, storicamente, geograficamente, non vive”.

Così dà ragione ai catalani che dicono di essere sfruttati.

“I nazionalisti catalani non vogliono pagare i treni della Galizia o le scuole dell’Estremadura. Giusto. Dimentichiamo però che la loro ricchezza nasce da quasi un secolo di protezionismo madrileno. Allora gli conveniva stare in Spagna, ora no. Mi ricordano il ragionamento di Bernard Arnault, l’uomo più ricco di Francia che siccome Parigi non gli abbassa le imposte ha detto: mi faccio belga. I catalani lo stesso”.

E non ne hanno diritto?

“Non è il diritto ad interessarmi, ma l’eticità della scelta. Il sogno è un’organizzazione sovranazionale capace di difendere i singoli. Non sarà certo frammentando Stati che ci si avvicinerà a un mondo più giusto e quindi più sicuro per tutti. I nazionalismi sono reazionari eppure davanti a un certo pubblico paiono moderni. Anche Hitler e Mussolini passavano per rivoluzionari. Il bene che hanno fatto ai loro elettori, però, è sotto gli occhi di tutti”. (intervista di Andrea Nicastro)

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LA CATALOGNA AL VOTO: IN BALLO C’È L’INDIPENDENZA

di Daniele Mastrogiacono, da “la Repubblica” del 24/11/2012

 – Le elezioni per la Generalitat, il Parlamento autonomo della più grande e ricca regione della Spagna. Favorita Convergència i Uniò, il partito di Arturo Mas che sta spingendo per il taglio definitivo con Madrid. Un sogno la cui realizzazione non dovrebbe comunque arrivare con queste elezioni e che comporterebbe conseguenze pesantissime –

BARCELLONA – (…) In Catalogna non sono semplici elezioni per il rinnovo della Generalitat, il Parlamento autonomo della più grande e ricca regione della Spagna. Nelle urne si decide il futuro, la scelta di staccarsi dal governo centrale e lanciarsi verso un’indipendenza piena di incognite ma inseguita da almeno tre secoli, da quando le truppe franco-spagnole, nel 1714, misero fine alla guerra di successione e al un governo autonomo.
Tutti i sondaggi danno per vincente Convergència i Uniò (CiU), il partito di centrodestra al potere, paladino della richiesta di indipendenza. Ma le stesse rilevazioni escludono che le truppe del leader Artur Mas possano strappare la maggioranza assoluta di 68 seggi (su 135), utili a governare da soli, e a realizzare il referendum sull’autodeterminazione.

   Per tirare dritto e conseguire l’obiettivo su cui ha costruito la svolta degli ultimi sette mesi, il nuovo padre del grande sogno catalano dovrà fare affidamento sui voti dei piccoli partiti nazionalisti e dell’estrema sinistra. La Spagna vive con ansia e grande preoccupazione un appuntamento che la gravissima crisi economica e sociale ha trasformato in una data quasi decisiva per l’unità del Paese e la sua stessa storia.

   Subire il distacco della Catalogna, aprire le porte verso una secessione, finirebbe per far rivivere i vecchi fantasmi della guerra civile, rafforzerebbe le aspirazioni indipendentiste di tante altre regioni e getterebbe nel panico Madrid costretta a rinunciare a 1/5 del suo pil.
La paura alimenta scenari catastrofici. Esperti e analisti hanno già indicato almeno dieci problemi con cui dovrà fare i conti la futura, ipotetica Catalogna indipendente. Dal blocco finanziario della regione (ha il debito più alto, con 42 miliardi di euro), alle banche che perderebbero il loro accesso all’euro, a un’improvvisa inflazione, all’uscita dalla Comunità europea, a una caduta di almeno il 50 per cento delle esportazioni, con tutti gli effetti depressivi sulla produzione e la stessa occupazione. Insomma, un vero disastro.
La strada dell’indipendenza, del resto, non è facile. Il governo centrale ha già fatto sapere che si opporrà: la Costituzione varata nel 1978, dopo la morte di Franco, sancisce l’unità territoriale della Spagna e prevede solo delle forme di autonomia come quella di cui godono Navarra e Paesi Baschi. Bruxelles si è mostrata fredda davanti ai propositi indipendentisti della Catalogna e lo stesso ex governatore Artur Mas è stato quasi ignorato quando si è recato al Parlamento europeo per sondare gli umori e perorare la sua causa.

   Nella battaglia elettorale si sono poi inseriti i primi veleni. Un dossier, di cui ancora oggi nessuno si assume la paternità, nemmeno a livello istituzionale, accusa il padre dell’indipendentismo catalano, Jordi Pujol, e il suo delfino Artur Mas, di aver intascato tangenti da industrie locali. Fango gettato sulla campagna che ha finito solo per arroventare un clima che però almeno un terzo della popolazione sembra ignorare.
Nato nel 1956 a Barcellona, l’attuale leader di CiU solo da un anno ha abbracciato la causa indipendentista. Nipote di un pescatore, figlio di un imprenditore, Artur Mas nel 2000 ha cambiato il suo nome adeguandosi a un costume tipico di tutti i catalani. Nega di averlo fatto alla vigilia della sua candidatura alle elezioni – perse – che riuscirà a conquistare solo nel 2010.
Accusato dai suoi detrattori di usare un’oratoria quasi da messia e di ergersi a paladino dell’indipendenza, Mas si limita a negare: “Sono semplicemente un leader che sente il suo popolo”. Nei sei mesi di campagna elettorale, il capo di Convergència i Uniò ha sempre evitato di usare il termine indipendenza. Ha preferito parlare di autodeterminazione, di nuovo patto fiscale, di riequilibrio nei rapporti tra governi centrale e regionale.

   Ma la presenza di quasi due milioni di sostenitori al comizio dello scorso 11 settembre, con l’adesione inaspettata di star del calibro di Pep Guardiola, l’ex allenatore del Barcellona, lo ha proiettato verso un obiettivo a cui non osava puntare nemmeno il suo tutore e maestro politico Jordi Pujol.

   La rottura sul patto fiscale con il premier spagnolo Mariano Rajoy, consumata nell’incontro del 20 settembre, lo ha galvanizzato. Al suo ritorno a Barcellona è stato accolto come un eroe. Le nuove leve della borghesia catalana, chiamate “talibanes” e animate dal figlio di Pujol, anche lui di nome Jordi come il padre, lo hanno spinto verso posizioni più radicali.
Il vero obiettivo, adesso, è la sovranità. E quindi l’indipendenza. Lo sarà anche se i voti non gli consegneranno le chiavi della Generalitat. “Non siamo i vassalli dello Stato spagnolo”, ha ribadito nel suo ultimo comizio nell’arena del Sant Jordi. “Saranno i catalani a costruire la loro nazione”.

   Gabriel Colonna, professore di Scienze politiche all’università autonoma di Barcellona, è convinto che si tratti solo di strategia elettorale. “Mas punta a far salire la tensione con Madrid per negoziare da posizioni di forza il nuovo patto fiscale”. Il Partido Popular di Mariano Rajoy è l’unica formazione che lo contrasta. I socialisti sono alle prese con i loro problemi interni. La sinistra tradizionale e estrema sembra quasi ignorare la battaglia. Preferisce calarsi nella realtà di tutti i giorni. Parla di disoccupazione (22 per cento in Catalogna) e dei tagli alla sanità e all’istruzione.
Il sogno indipendentista freme sotto una coltre apparente di normalità. Mai come questa volta, in ballo c’è il futuro di un popolo che potrebbe farsi Stato. Anche se i sondaggi frenano le aspettative per una nuova sovranità: solo il 46 per cento dei catalani risponderebbe al quesito sull’indipendenza e solo il 37 per cento sarebbe disposto a uscire dall’Unione europea. (Daniele Mastrogiacomo)

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“L’INDIPENDENZA SARÀ LA BANCAROTTA”

– Gli industriali della Catalogna terrorizzati dalla secessione da Madrid: siamo già in grave crisi –

di MARCO ALFIERI, da “la Stampa” del 25/11/2012

barcellona – «La Catalogna si gioca il futuro», titola il quotidiano economico Expansion. Dove per futuro s’intende l’assetto istituzionale della regione locomotiva di Spagna, vista la sfida indipendentista lanciata dal governatore uscente Artur Mas, ma anche il rilancio dell’economia ai tempi dello spread. Una semplice elezione regionale, trasformata in metafora dei dilemmi europei: l’austerity che rinfocola vecchie identità, l’ombra lunga del populismo, il tema del debito e la ricentralizzazione dei poteri in capo agli Stati nazionali che scuote le autonomie territoriali più dinamiche.

   La campagna elettorale ha condensato il groviglio in un messaggio: la rivolta contro il governo nazionale. «Non siamo vassalli di Madrid» è lo slogan del leader di Convergencia i Unio, la formazione nazional/moderata alla guida della Generalitat. Nessuna menzione ai tagli al welfare, al debito regionale e alla disoccupazione che tocca ormai 800 mila catalani. «Ma soprattutto silenzio sui costi e la sostenibilità economica di un’eventuale secessione», ragionano nelle stanze dell’associazione industriale di Barcellona, preoccupati dall’azzardo di Mas.

   Secondo una simulazione dell’Iee, l’Istituto di studi economici, l’indipendenza costerebbe un crollo del 50% dell’export (oggi 49 miliardi); ci sarebbero 500 mila occupati in meno; 3 miliardi di extracosti commerciali; e una caduta del Pil del 20% nel primo anno. «Numeri da economia di guerra, insostenibili in anni di pessima reputazione sui mercati», dice un importante imprenditore tessile di Badalona. «I titoli catalani sono considerati spazzatura sulle piazze finanziarie: il nostro rating è passato in 4 anni dalla doppia A alla doppia B».

   Non solo. Un nuovo Stato catalano nascerebbe super indebitato. Agli attuali 44 miliardi vanno aggiunti i 5 in pancia ai comuni locali spendaccioni, altri 5 chiesti in estate a Madrid per ripagarsi i bond in scadenza, i costi per la ristrutturazione bancaria (20 miliardi) e la quota parte del debito nazionale spagnolo (100 miliardi): «Si arriverebbe a circa 180 miliardi, il 90% del pil regionale», calcola l’economista della Uam di Madrid, Donato Fernandez Navarrete.

   «Una Catalogna indipendente sarebbe più ricca ma più indebitata della Spagna», conferma un report del Financial Times. Anche l’ingresso nell’eurozona sarebbe complicato. La Catalogna dovrebbe rinegoziare tutti i trattati in mezzo alle barricate spagnole. «I soldi comunitari sono stati la nostra fortuna, è rischioso andare alla guerra», confessa Angel Moreno, medio imprenditore che lavora nell’indotto Nissan, presente fuori Barcellona.

   Un conto dunque è la pancia dei piccoli artigiani, commercianti e padroncini vessati dallo Stato centrale e che puntano al divorzio fiscale, un’altra il realismo della borghesia imprenditoriale, spina dorsale del ceto medio locale che vota da sempre CiU. Bastava sentirli in questi giorni: contro il separatismo si è pronunciato Josep Maria Pujol, presidente di Ficosa, una delle aziende leader nella componentistica auto; Isidro Fainè, a capo di CaixaBank; il patron della multinazionale farmaceutica Grifox («Se ci fosse l’indipendenza, me ne andrei dalla mia terra») e, non ultimo, il capo supremo della Ceoe, la Confindustria spagnola, il catalano doc Joan Rosell: «La secessione? Sarebbe una barbarie e una follia…».

   C’è poi un altro nodo che il mondo del business non sottovaluta. E’ vero che la Catalogna macina il 19% del Pil nazionale (il 25% delle esportazioni) e vanta un reddito pro capite di 27.430 euro (superiore a quello italiano), ma oggi «la sfida indipendentista è il primo segnale d’inquietudine degli investitori stranieri, persino davanti al tema del “rescate”, il salvataggio della Spagna», spiega Calixto Rivero su Expansion. «Vogliono sapere se la strategia di Mas è solo calcolo elettorale o punta davvero al separatismo».

   Dopo l’onda lunga delle Olimpiadi, il mito della regione Mecca di multinazionali si è appannato, la crisi morde. L’elenco di chi è già andato via si allunga: Samsung, Pirelli pneumatici, Kraft, Arbora Ausonia (Procter& Gamble), Coca Cola. Nel primo semestre 2012 dalla Catalogna sono stati disinvestiti 419 milioni di euro (+91% sul 2011). E’ una emorragia continua. Sono questi i numeri che preoccupano una borghesia abituata a votare col portafoglio e interessata, soprattutto, ad un nuovo patto fiscale con Madrid. Se si arrivasse come pare al referendum, non è detto che staccherebbero il biglietto verso l’ignoto. (Marco Alfieri)

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NEL CUORE DELLA CATALOGNA RIBELLE: “ADDIO ALLA DITTATURA DI MADRID”

– La secessione di Barcellona è ormai la parola d’ordine tra destra e sinistra –

di MARCO ALFIERI, inviato a ARENYS DE MUNT, da “la Stampa” del 24/11/2012

   Nella piazza della chiesa ci sono più striscioni indipendentisti che alberi. C’è quello di Esquerra republicana de catalunya, quello della CiU del governatore Artur Mas, quello di iniziativa-Verds e quello di Cup (independencia, socialismo e paisos catalans), sporcato dai ragazzini che giocano a pallone. Sulla palazzina di fronte, la clinica dentale «Barrachina», campeggiano invece tre bandiere giallo-rosse stellate, un cartello con gli orari delle messe (in catalano e in castigliano) e un manifesto con su scritto «Catalonia is not Spain…».

   Bisogna venire a Arenys de Munt, paesello di 8 mila anime 40 chilometri sopra Barcellona, per capire l’onda di piena che domenica sera potrebbe travolgere l’orgogliosa statualità spagnola, innescando processi indipendentisti in mezza Europa. «Saranno le elezioni locali più importanti della storia», gonfiano il petto in paese.

   Ad Arenys il 13 settembre di tre anni fa si tenne un referendum a domanda secca per separarsi da Madrid. Andò a votare il 41% degli aventi diritto, più delle precedenti elezioni europee, e i «sì» furono il 96%. Ovviamente era incostituzionale. Il Tribunale di giustizia catalano intimò di non tenerlo ma «gli organizzatori misero i banchetti proprio lì, in quel locale parrocchiale», indica Pedro, un artigiano in pausa pranzo.

   Sembrava una goliardata, fu una giornata di festa popolare che ruppe un tabù. «La sollevazione di queste settimane è nata 3 anni fa, dal nostro gesto simbolico…», racconta un dirigente locale di Cup, che ad Arenys esprime il sindaco.

   Sulla rambla San Marti, la via alberata dei negozi, praticamente ogni vetrina espone bandierine stellate, cappellini e shopping bag catalane. Ci sono cartelli e striscioni dappertutto: sulle strade, sui rami, le finestre, i ponticelli, le viuzze.

   A quel proto referendum del 2009 ne seguirono un’ottantina in tutta la Catalogna. Sempre informali ma sempre partecipati (media del 22% con i sì oltre il 90%). L’anno dopo, quando la Corte costituzionale boccia il nuovo statuto che sancisce la preminenza della lingua catalana e l’auto proclamazione in «nazione», scatterà già la prima grande manifestazione per le strade di Barcellona. Oltre un milione in piazza con testimonial di eccezione l’allora presidente blaugrana Joan Laporta, che ai suoi tifosi regala una chicca: «Se abitassi ad Arenys, avrei votato sì al referendum…».

   Poi, certo, la crisi economica complica tutto. Te ne accorgi due chilometri sotto al comune di Arenys de Mar, noto per la flotta peschereccia, un po’ di turismo estivo, piccolo commercio e una spiaggia di nudisti. Davanti al mercato coperto stanno raccogliendo le firme anti ipoteca. Una piaga esplosa con lo sboom immobiliare. «Le banche ci cacciano di casa», urla una signora pensionata. «Servirebbe un sostegno dalla regione che non ha più soldi perché Madrid se li tiene. Ma sono i nostri soldi…».

   Con la recessione e i tagli al welfare il drenaggio fiscale è diventato insostenibile per un bel pezzo di ceto medio. Anche qui c’è un precedente. Lo scorso marzo il comune di Girona promosse una protesta fiscale per ridurre il deficit: liquidare Irpef e Iva all’Agenzia tributaria catalana invece che a quella statale. Lo stesso fecero i borghi di Manileu, Berga, Arenys du Munt, Manresa, Caldas, San Pedro de Toreli, San Vicente. Scoppiò un tale polverone che la Generalitat dovette stoppare la protesta.

   Che però continua a covare. «Dite pure in Italia che il popolo di Catalogna si sta rivoltando contro la dittatura di Madrid», sibila davanti al vicino Centro professionale europeo, dove si organizzano corsi di informatica e autocad, un tranquillo padre di famiglia di professione consulente d’azienda. Incredibile.

   La Costa Brava è tutta così. Mare calmo e un po’ argentato sulla litoranea e poi, dietro la ferrovia, casette a schiera e palazzine piene di bandiere catalane. Ogni pensiero è un pensiero fisso – «è arrivato il nostro momento» -, e l’agenda elettorale è fatta di due sole parole ossessive: referendum e/o indipendenza.  Domenica si vota per qualificarsi all’appuntamento col destino. Destra, sinistra o centro non contano granché.

   Il resto è cronaca. Con l’estate arriva pesante l’austerity europea, i tagli dolorosi del governo di Mariano Rajoy, la Catalogna che va in semi default, costretta a pietire i soldi dagli odiati castigliani, fino alla manifestazione oceanica di Barcellona, l’11 settembre, giorno della festa nazionale catalana, e quindi la scelta del voto anticipato.

   Per anni l’autonomista moderato Jordi Pujol era riuscito a negoziare con Madrid la devoluzione di materie importanti (pubblica sicurezza e istruzione), e tutto sembrava sopito. Dopo il 2003, con il governo tripartito di sinistra, debole e frazionato, il giochino si rompe e la Catalogna perde peso «ma il sentimento indipendentista c’è sempre stato», chiosa Manuel, insegnante di scuola media ad Arenys. Il mito del Québec mediterraneo dove i bimbi a scuola imparano che il fiume Ebro nasce all’estero. Il sogno della nazione catalana. «Domenica lo dimostreremo…». (Marco Alfieri)

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I NON TRASCURABILI PROBLEMI DI UNA CATALOGNA INDIPENDENTE

di Riccardo Pennisi, da LIMES

– A Barcellona la crisi rafforza le pulsioni identitarie: con le elezioni del 25 novembre potrebbe avviarsi un processo di separazione dalla Spagna. La nascita di uno Stato-nazione catalano sarebbe però un boomerang: meglio accontentarsi dell’autonomia. Sarà decisiva CiU. –
La Spagna non è l’Uganda“, il numero di Limes in edicola, in libreria e su iPad

Dopo circa un sessantennio di stabilità, i confini di un paese dell’Europa occidentale potrebbero tornare a cambiare.

   Fino a poco tempo fa sarebbe stato difficile prevedere che un processo del genere avrebbe riguardato la Catalogna. Si tratta di un territorio (oggi una “comunità autonoma”) in cui la contesa identitaria non ha mai assunto la dimensione violenta caratteristica di altre aree, come il Paese Basco e l’Irlanda del Nord. Secondo vari sondaggi la maggioranza dei catalani, in passato distaccata al riguardo, al momento considera l’indipendenza dalla Spagna come l’opzione migliore.

   L’11 settembre, festività nazionale catalana, oltre un milione di persone ha manifestato a Barcellona con lo slogan “Catalogna, uno Stato d’Europa”: è un avvenimento tra i più rilevanti dell’intera storia di Spagna.

   Grazie alla legittimazione conferita da questo evento sensazionale, Convergència i Unió (CiU), il partito nazionalista liberal-conservatore che governa la regione, ha chiamato la cittadinanza al voto anticipato (25 novembre). Obiettivo: ottenere la maggioranza assoluta per dirigere al meglio il delicato passaggio politico, che dovrà essere caratterizzato dalla stesura di una carta costituzionale e da un referendum sull’autodeterminazione. Oltre la metà della popolazione, secondo i sondaggi, approva questa road map.

   Il malessere catalano, anche se finora non si era mai espresso così massicciamente in favore di un divorzio da Madrid, ha le sue radici in alcuni nodi irrisolti della politica e della stessa struttura territoriale spagnola. Dopo quarant’anni di dittatura franchista ultracentralista, la costituzione del 1978 creò uno “Stato delle autonomie” che riconobbe le diverse identità presenti nel paese, disinnescando le spinte centrifughe.

   Secondo il principio del i “café para todos” non solo le regioni storiche (Catalogna, Paese Basco, Galizia e più tardi Andalusia), ma tutte le 17 Comunità autonome in cui è divisa la Spagna godono di estese giurisdizioni, più altre trasferibili in seguito dallo Stato. Ogni Comunità è regolata da uno statuto, che funge un po’ da “costituzione” locale.

   Retta sin dalle prime elezioni democratiche (1980) da CiU e dallo storico leader Jordi Puyol, la Generalitat (l’amministrazione) della Catalogna è stata capace di conquistare la gestione di materie come la pubblica sicurezza e l’istruzione: attualmente dà lavoro a oltre 200 mila funzionari. CiU ha saputo far valere il suo piccolo peso al parlamento di Madrid, offrendo negli anni pragmatico sostegno a governi dell’uno o dell’altro colore in cambio di risorse, investimenti, trasferimenti di competenze. La rivendicazione indipendentista era esclusiva di un’altra formazione politica, radicale di sinistra: Esquerra republicana de Catalunya.

   L’egemonia di CiU venne rotta nel 2003: poco prima del voto regionale di quell’anno, il segretario del Partito socialista spagnolo (Psoe) José Luis Rodríguez Zapatero si impegnò ad accettare, se fosse stato eletto premier, qualsiasi modifica allo Statuto catalano che il parlamento di Barcellona avesse approvato.

   I catalani riconoscenti portarono i socialisti al governo della loro regione e li premiarono con una valanga di voti anche l’anno successivo, alle elezioni nazionali. L’estatut de Catalunya fu modificato e la maggioranza socialista a Madrid lo ratificò nel 2006. Il Partido Popular (Pp), principale forza di opposizione, ricorse alla Corte costituzionale contro il nuovo testo. Non solo la Catalogna vi si autodefiniva “nazione”, ma si attribuiva anche il potere giudiziario e il potere legislativo in materia fiscale.

   L’alta corte, nel 2010, nonostante una maggioranza di membri di nomina socialista, bocciò proprio questi articoli; Zapatero, alle prese con la crisi, non spese una parola per l’estatut. I catalani, infuriati, scesero già allora in piazza a centinaia di migliaia (con lo slogan “siamo una nazione”) e alle successive elezioni punirono i socialisti col peggior risultato di sempre, riportando al governo regionale CiU.

   La Catalogna non vive un momento felice: la durissima congiuntura spagnola non l’ha risparmiata. Già negli anni passati, era andata perdendo centralità economica, cedendo lo scettro di area più produttiva di Spagna al Paese Basco e a Madrid. Oggi è la Comunità autonoma più indebitata ed è stata costretta a chiedere al governo 5 miliardi per non finire in bancarotta. La disoccupazione è al 22% (leggermente inferiore alla media nazionale) e tra i giovani supera la metà della forza lavoro.

   Nel discorso di Mas, colpevole della situazione economica (e quindi indirettamente dei pesantissimi tagli operati dal governo di CiU) e responsabile del debito è il contributo eccessivo versato allo Stato centrale e la scarsità di investimenti pubblici nella regione. Se potessimo gestire da soli il nostro gettito fiscale come i baschi e i navarri – dicono da Barcellona riferendosi a un antico privilegio ancora in vigore – potremmo facilmente risanare il bilancio. I catalani sono d’accordo: secondo i sondaggi, se il regime fiscale fosse modificato rinuncerebbero a pretendere d’indipendenza.

   A Madrid, dove nel frattempo è tornato al governo il Pp di Mariano Rajoy, non vogliono nemmeno sentir parlare di negoziati in questo senso. Intanto perché proprio i popolari, tradizionalmente centralisti, disapprovavano l’estatut che istituiva l’autonomia fiscale: la destra del partito vuole che si mantenga il pugno di ferro; un’eccessiva arrendevolezza incoraggerebbe poi le forze nazionaliste presenti in altre regioni. Infine, la Spagna vuole a tutti i costi mostrarsi stabile sullo scenario internazionale. Il “no” di Rajoy a Mas, che è la causa diretta del successo della manifestazione dell’11 settembre, è quindi piuttosto motivato: cambierebbe solo dopo una lunga e complessa trattativa.

   Quale dovrebbe essere l’oggetto di questa trattativa? L’ottenimento dell’autonomia fiscale è tutt’altro che scontato. Il governo nazionale punta anzi a una ricentralizzazione delle competenze concesse dallo “Stato delle autonomie”. Il nuovo regime sarebbe inoltre poco compatibile col principio di armonizzazione fiscale ora in voga a Bruxelles. Infine – soprattutto se la svolta sovranista di CiU dovesse rivelarsi strumentale – i termini dello scambio potrebbero dimostrarsi squilibrati: Rajoy non ha bisogno di appoggi esterni godendo già di maggioranza assoluta: potrebbe agire in modo tale da lasciare ai politici catalani la responsabilità di rovesciare il tavolo e “rompere la Spagna”.

   L’independència, infatti, infervora gli animi e le gradinate dello stadio Camp Nou di Barcellona, ma presuppone una serie di problemi non trascurabili. Il nuovo stato nascerebbe fuori dall’Ue: potrebbe entrarci solo con l’accordo unanime dei membri. Come si comporterebbe in questo caso Madrid? Comunque, per un periodo negoziale di durata non prevedibile, merci e capitali catalani sarebbero esclusi dalla libera circolazione, perdendo l’accesso al mercato spagnolo. Ecco perché le imprese e le banche di Barcellona e dintorni preferiscono la ricerca di un compromesso. Lo stesso Mas non manca di puntualizzare come la sovranità della Catalogna non debba consistere in un “addio alla Spagna”.

   L’autodeterminazione catalana può ancora essere declinata all’interno del quadro statale spagnolo. Alcuni settori nazionalisti, così come buona parte dei socialisti, appoggiano una soluzione federalista. Il vantaggio di mandare in soffitta lo “Stato delle Autonomie” si accompagna però alla difficoltà di costruire un nuovo sistema: alcuni (quanti?) “Stati” federali compresi all’interno della Spagna, a sua volta suddivisa in altre regioni con meno competenze. Un federalismo asimmetrico, dunque, perché non tutte le Comunità autonome hanno la volontà o la capacità di trasformarsi in una specie di Land tedesco.

   Dare una forma politica alle tante eredità e particolarità culturali presenti nella penisola iberica è sempre stato un compito arduo. La causa storica dell’attuale spinta separatista catalana, oltre che nella crisi economica, può essere individuata nella fine del terrorismo indipendentista basco: da quando l’Eta non uccide più, anche un partito moderato (e il grosso dell’opinione pubblica) può parlare di secessione senza essere associato a una banda armata. D’altronde, tra Regno Unito e Scozia si è assistito a una dinamica simile, resa possibile dalla fine dell’Ira.

   I tentativi catalani di approfondire l’autonomia da Madrid sono stati numerosi durante i secoli, e spesso decisamente sfortunati. Resta però da chiedersi quanto senso abbia la nascita di un nuovo Stato nazione in Europa, quando il confronto geopolitico del nostro continente avviene con entità come Cina, Stati Uniti, Russia o Brasile. Nella stessa Unione Europea, le capitali tendono a perdere il loro potere decisionale in favore di centri alternativi come Francoforte, Bruxelles o Berlino.

   La Catalogna sarebbe dunque davvero indipendente? In ogni caso, i suoi abitanti non vogliono rinunciare alla loro sospirata autodeterminazione.

Il numero di Limes 4/12 “La Spagna non è l’Uganda” si occupa anche del rapporto tra la Catalogna e il governo centrale di Madrid. E’ possibile richiederlo al servizio clienti) oppure scaricalo a prezzo ridotto su iPad. (9/10/2012)

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Intervista a JORDI PUJOL, leader della “devoluzione” spagnola verso la Catalogna, per 23 anni presidente della Catalogna

«LA SPAGNA HA SBAGLIATO TUTTO MEGLIO LA CATALOGNA INDIPENDENTE»

di ANDREA NICASTRO, da £la Stampa” del 20/11/2012

– “Noi catalani abbiamo giocato pulito. Madrid invece si è dimostrata poco seria, perdendo la battaglia del deficit” – Jordi Pujol, storico leader, a 82 anni si scopre secessionista – “Superati i rischi della transizione alla democrazia, la Spagna è tornata alla vecchia idea di sé, quella che esclude la Catalogna” – “Di certo dovrà essere una separazione amichevole e democratica. Ma se è la volontà del popolo, perché no?” –

BARCELLONA – In 23 anni da president della Catalogna, Jordi Pujol non è mai stato indipendentista. Cattolico, centrista, catalano e catalanista sì, ma separatista mai.

   Governi di destra o di sinistra lo corteggiavano per avere i voti del suo raggruppamento Convergència i Unió (CiU) poi però lo accusavano di sfruttare le loro debolezze per strappare vantaggi per la sua regione.

Perché, presidente Pujol, convertirsi in secessionista a 82 anni?

«Lo so, si fa fatica a capire. Ho appena finito di scrivere una lettera all’amico Romano Prodi per tentare di spiegare. Lui, mi dice, non comprende la svolta catalana».

La spieghi anche a noi.

«Qualcosa è andato storto: più in Spagna che in Catalogna. Dalla bocciatura del nuovo Statuto catalano da parte del Tribunale costituzionale nel 2010 niente è stato più lo stesso».

   Pujol si alza, cerca nel suo ufficio di Paseo de Gràcia nel centro di Barcellona una pigna di discorsi pubblicati dal suo «Centre d’estudis». Legge: «Una volta superati i rischi della Transizione da dittatura a democrazia, la Spagna è tornata all’idea che sempre ha avuto di se stessa, un’idea che esclude la Catalogna».

L’attuale governo di Mariano Rajoy a Madrid ha la maggioranza assoluta e non ha bisogno dei voti catalani. È solo coincidenza che proprio ora, persa la capacità di pressione parlamentare, chiediate l’indipendenza?

«La disaffezione nei confronti della Spagna comincia ben prima dell’arrivo di Rajoy alla Moncloa. Non solo il suo Partido Popular, ma anche ampi settori socialisti e di estrema sinistra pensano a ricentralizzare. I catalani vogliono più autonomia da Madrid di chi vive in Estremadura o in Castiglia. Invece è passata l’idea del cafè para todos, tutte le regioni uguali con sanità e istruzione gestite localmente. In tempi di vacche grasse si poteva fare, ora, invece, costretti a scegliere, gli spagnoli istintivamente si aggrappano alla grandeur dello Stato, dimenticandosi le autonomie».

   Domenica la Catalogna rinnova il proprio parlamentino. La scommessa di CiU prevede la vittoria alle urne per poi indire un referendum pro o contro l’indipendenza. Il clima però è avvelenato, la campagna elettorale durissima. Lo stesso Pujol e il suo successore Artur Mas sono accusati di avere conti segreti in Svizzera. Entrambi hanno annunciato querele.

Valeva la pena scatenare tutto questo? Sono così diversi catalani e spagnoli?

«Nel 1714 austriaci e francesi si sono combattuti per il trono di Spagna. Barcellona si è schierata con i primi e ha perso. Non volevamo un re Borbone perché avrebbe portato l’idea francese dello Stato centralizzato e così è stato. Per 300 anni abbiamo perso la possibilità di usare la lingua, di avere nostre istituzioni. Con il franchismo è andata anche peggio».

E lei è stato in cella per due anni.

«Però non ci siamo persi. La morte del Generalissimo è stata la grande occasione. Noi catalani abbiamo giocato pulito dando alla Spagna stabilità, governabilità e continuità. Madrid invece si è dimostrata poco seria. Ha puntato su uno sviluppo immobiliare insostenibile e ha perso la battaglia del deficit. Ha istituzioni screditate: il Banco di Spagna dove arrivano gli ispettori europei a correggere i conti e il Tribunale costituzionale».

Pensa ancora alla bocciatura dello Statuto catalano? Perché contesta una sentenza? La Legge è uguale per tutti.

«Era un Tribunale scaduto, tenuto in piedi non dalla legge, ma dalla volontà dei due partiti maggiori: popolari e socialisti. Una vergogna».

Quindi ora, vista la crisi economica, conviene lasciare la barca spagnola che affonda?

«Io amo la Spagna, è un gran Paese, una gran cultura. Può rialzarsi, ma non deve farlo come prima».

Senza Barcellona?

«Non sono io a decidere. Personalmente continuo a preferire un sistema di incastro dentro la Spagna, ma oggi ci sono altri leader e Artur Mas è il miglior asset di cui disponga la Catalogna. Se lui chiede un referendum per l’indipendenza vuol dire che è quello che si deve fare».

Perché agitare il nazionalismo, ferro vecchio dell’ideologia?

«Ferro vecchio? Continuano a nascere nuovi Stati Nazione. L’Estonia, la Lettonia, la Repubblica Ceca, vado avanti? Già Aristotele parlava del bisogno di identificarsi in un contesto sociale. Il nazionalismo è nell’articolo 129 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. La stessa Europa avanza a fatica per le resistenze nazionali. Il nazionalismo è realtà».

Crede davvero all’indipendenza?

«La secessione è sempre qualcosa di traumatico. Ci potrebbero essere cambi costituzionali, un accomodamento confederale sotto l’ombrello monarchico o che so io. Di certo dovrà essere una separazione amichevole e prima di tutto democratica. Ma Catalogna indipendente, perché no se è la volontà del popolo?». (Andrea Nicastro)

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LA SPAGNA IN CRISI PROFONDA

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ALLA MENSA TRA I NUOVI POVERI DI MADRID

di Daniele Mastrogiacomo, da “la Repubblica” del 19/11/2012

MADRID – El comedor, la mensa popolare, aprirà solo tra un’ora. Ma alle 8, davanti alla piccola chiesa di Ave Maria, nel cuore storico della città, ci sono già cento persone in fila. Le nuvole nere che oscurano il cielo scaricano una pioggia fine e fastidiosa. La gente batte i piedi, tiene le mani in tasca, si stringe nei giacconi e nelle felpe.

   Si parla poco e a bassa voce. I visi sono tirati, lo sguardo è spento, pieno di pensieri. Non c’è rabbia, piuttosto rassegnazione. Padre Paulino, un prete alto e grosso, il crocefisso sulle camicia a quadri, passa lungo la fila e segna i nomi. «Serve solo per mettere un po’ d’ordine nelle richieste», chiarisce il sacerdote. «Dobbiamo aumentare le scorte».

   È un secolo che la chiesa di Ave Maria fornisce questo servizio di mensa. Assisteva dieci, al massimo venti persone. Adesso ne vengono 320 al giorno. «Li dividiamo in tre turni», spiega ancora don Paulino. «Una tazza di caffè con latte, una fetta di pane, una frutta, uno yogurt».

   Miguel, 35 anni, annuisce con la testa. «Aumentano ogni settimana», ci dice. «Molti sono immigrati: la maggioranza dall’America latina e dall’Europa dell’est. Ma da un po’ di tempo ci sono anche spagnoli. Uomini e donne normali. Come me. Gente che ha perso il lavoro, la casa, la famiglia».

   Miguel appartiene alla classe media. Una classe fantasma, spazzata via dalla crisi. Per 12 anni ha fatto l’operaio specializzato nell’edilizia. «Costruzioni», precisa con un lampo negli occhi che è un sussulto di nostalgia. «Un bel lavor oe un bello stipendio. L’orgoglio di aver compiuto la tua parte per il tuo paese».  Sombrillas y ladrillos, ombrelloni e mattoni. Turismo e costruzioni. Lo slogan vincente, quello degli Anni ‘ 90.

   Una corsa inarrestabile. I soldi che entravano a palate e l’economia lanciata verso l’Eldorado. Poi, il blocco, il motore che si inceppa. La caduta libera, con l’effetto domino che trascina ogni pedina.

   «Le banche», sorride sarcastico Miguel, «continuavano a chiamare. Ma questa volta per avere indietro i soldi dei mutui». Un incubo. La bolla attraversa l’Atlantico e qui in Spagna colpisce duro. Il paese non ha grandi industrie, l’agricoltura è stata abbandonata, resiste solo il turismo. La legge sulle ipoteche è spietata, ingiusta, obsoleta. Risale al 1909. Se contrai un mutuo devi dare in garanzia altri beni. Personali, di famiglia.  Ancora appartamenti e proprietà. Padri che firmano per i figli. E viceversa. Lo sfratto alla fine è doppio: finiscono tutti per strada. Il motore economico si ferma. Manca la benzina. Arrivano i licenziamenti, a pioggia.

   Dal basso verso l’alto della scala sociale. Chi aveva poco scompare. Restano i nuovi poveri, la classe media. Un anno di sussidio: il tempo di trovare un lavoro, che non c’è, e poi ti arrangi. Ecco allora che aumentano le file alle mense, 40 solo a Madrid, per fare almeno un pasto. Nel 2007 la Caritas assisteva 370 mila persone, nel 2011 oltre un milione. Adesso è scesa in campo anche la Croce rossa. Non accadeva dalla seconda guerra mondiale.

   Uno spagnolo su quattro non ha lavoro. Tra i giovani la disoccupazione sfiora il 40 per cento. La metà è a spasso. Ma sono i desahucios, gli sfratti, il vero dramma. Da 4 anni ne hanno eseguiti 350 mila. Ce ne sono altrettanti a rischio. È una catena: perdi il lavoro, perdi la casa. Da due mesi una tendopoli presidia la sede centrale della Bankia, l’istituto che ha contratto il più alto numero di mutui. Si raccolgono firme per cambiare la legge sulle ipoteche.

   Pedro Almodòvar sta già scrivendo mini sceneggiature per il suo prossimo film, episodi che tratteggiano questa Spagna confusa e orgogliosa, allegra e disperata. Con la Catalogna che punta all’indipendenza: domenica si vota per il rinnovo della Generalitat. Avranno il valore politico di un referendum sul distacco da Madrid.

   Un paese nel baratro, tra drammi e ribellioni. Cortei e raduni spontanei. Trentamila medici e infermieri ieri hanno paralizzato la capitale per difendere la sanità pubblica in vendita ai privati. Ci sono voluti tre suicidi in un mese per scuotere il Palazzo. È stata varata una moratoria: due mesi di sospensione degli sfratti. Un tampone per un’emorragia. Ma solo per i casi drammatici: uno ogni diecimila. I sindaci si ribellano, minacciano di chiudere i conti con le banche.

   Anche la polizia locale rifiuta di eseguire le ingiunzioni. Piccole rivolte spontanee che punteggiano il paese. Molti medici curano gratis gli immigrati irregolari che con i tagli hanno perso il diritto all’ assistenza. Il commercio si adegua: i prezzi dei consumi sono dimezzati; l’alternativa è chiudere, fallire.

   Gli spagnoli non rinunciano alle loro tradizioni. Le vie si riempiono di sera, i locali sono affollati. Ma si evade con poco: 80 centesimi per la classica caña. Prendi due e paghi uno.

   C’è bisogno di normalità: è uno dei modi di difendersi dalla recessione. E dalla depressione. Illudersi che si può uscire dal tunnel. La crisi, in Spagna, ha colpito il 43,7 per cento della popolazione. Secondo il rapporto Adiòs a la clase media, del sindacato dei tecnici del ministero del Commercio (Gestha), 21,6 milioni di precari campano con meno di 1.000 euro: 16 milioni non raggiungono il salario minimo, 2,9 sono disoccupati, 1,7 autonomi hanno perso la loro attività. Parliamo di professionisti e di intellettuali.

   Spagna e Portogallo hanno accolto a Cadice i 17 paesi dell’America latina per un vertice che per la prima volta, in 500 anni, si è svolto con ruoli opposti. I vecchi Imperi, la mano tesa, che chiedono aiuto alle ex colonie. Perfino re Juan Carlos ha lanciato un appello ai gestori del nuovo Eldorado: padroni di un’economia che segna 5 punti di crescita del Pil all’anno accolti dai conquistadores in recessione.

   Colpiva vedere le facce perplesse dei capi di Stato di Brasile, Colombia, Cile, Perù, Messico davanti alle parole del sovrano: protagonisti di un New Deal per salvare il Vecchio continente. Non sappiamo se il loro silenzio tradiva l’orgoglio di un riscatto. Forse era solo timore: toccavano con mano ciò che potrebbe accadere in futuro anche in America latina.

   Dilma Rousseff, presidente del Brasile, una delle tre donne più influenti del pianeta assieme alla Merkel e alla Clinton, è stata tagliente: «È un errore applicare solo una politica di austerità. Lo abbiamo capito bene noi negli anni 80. Ha portato al fallimento di quasi tutto il Sudamerica. Senza investimenti, senza stimoli alla crescita, è la fine». (Daniele Mastrogiacomo)

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CRISI IN SPAGNA – Stop delle banche dopo gli ultimi casi di suicidio. Pp e Psoe pronti a modifiche alla legge

LA SPAGNA BLOCCA GLI SFRATTI

di Luca Tancredi Barone, da “il Manifesto” del 13/11/2012
BARCELLONA – 500 sgomberi al giorno e 2 milioni di case sfitte. Il parlamento vara una commissione

Ci sono voluti il suicidio di un granadino 54enne e dell’ex consigliera comunale socialista basca Amaia Egaña nella stessa settimana (più un terzo tentativo non riuscito), 400mila sgomberi coatti (più di 500 al giorno nell’ultimo anno), 2 milioni di appartamenti sfitti (secondo le stime più conservatrici: da sinistra parlano di 6 milioni) e una pressione sociale sempre più forte per convincere finalmente i due principali partiti spagnoli, Pp e Psoe, a sedersi attorno a un tavolo e prendere l’iniziativa di cambiare la legge sui mutui. Un sondaggio pubblicato dal quotidiano El País domenica dava un sostegno del 95% a una modifica della legge.
Con le importanti elezioni catalane a un passo (il 25 novembre), per un partito socialista che ha sempre più perso la bussola e per un partito popolare che si accinge a varare una nuova manovra lacrime e sangue, la questione casa rappresenta un’occasione d’oro per rifarsi la faccia in una gigantesca operazione maquillage.
Ieri si sono riuniti «nella massima discrezione» esponenti dei due partiti per identificare misure legislative che da un lato blocchino l’ondata di sfratti, e dall’altro convergano su una riforma della legge ipotecaria che risale all’inizio del secolo scorso.

   Una legge che proprio la settimana scorsa è stata fortemente criticata dall’Avvocata generale del Tribunale Europeo di Lussemburgo, secondo la quale la legge spagnola è incompatibile con la direttiva 93/13 che regola i diritti dei consumatori. Il ricorso all’alta istanza europea è arrivato da un giudice di Tarragona, in Catalogna, che ha chiesto al Tribunale di esprimersi su un caso di un cittadino di origine marocchina che ha perso la sua casa per non aver più potuto pagare il mutuo, e deve ancora alla banca più di 40mila euro, visto che il valore nominale della casa è molto inferiore rispetto a quello, gonfiato dalla speculazione, per cui aveva ricevuto un credito.

   Un danno seguito da beffa, come è accaduto a molti spagnoli per colpa di questa legge antiquata e della connivenza delle banche durante la bolla immobiliare e su cui il Tribunale Europeo deve esprimersi.
Anche la giustizia spagnola, non particolarmente famosa per i suoi afflati progressisti, nelle ultime settimane si è fatta sentire. Un rapporto firmato da 47 decani del Consejo General del Poder Judicial, l’equivalente spagnolo del Csm, punta il dito contro le pratiche abusive delle banche e chiede al governo di intervenire per ristabilire l’equilibrio delle parti.

   Il rapporto ha messo in evidenza il malessere di una parte sempre più importante della magistratura che vede i tribunali bloccati da un mare di richieste di sfratto da parte delle banche che tentano di rifarsi dopo essere state rimpinguate di denaro pubblico per coprire i loro debiti.
La Izquierda Plural e la Piattaforma contro gli sgomberi (Pah) hanno ricordato come Pp, Psoe e gli altri partiti hanno fatto orecchie da mercante sia durante il governo socialista, sia nell’ultimo anno di governo popolare di fronte alle loro numerose proposte di legge e a quelle di iniziativa popolare presentate in Parlamento.
Il movimento 15M in questi anni è riuscito a bloccare molti sgomberi grazie alla mobilitazione delle comunità locali. Ma molte vittime delle banche si sono dovute ingegnare con altri trucchi, come per esempio quello di affittare a qualche prestanome il loro appartamento per evitare l’intervento giudiziario.

   Alcuni sindaci, come quello di Montoro (Córdoba), hanno firmato ordinanze in cui ordinavano alla polizia municipale di non partecipare a nessuno sgombero e addirittura il sindacato di polizia ha affermato pubblicamente che avrebbe protetto i poliziotti che si fossero rifiutati di eseguire sfratti. Una iniziativa shock fortemente criticata ieri dal ministro dell’interno.
Dopo che sono stati resi noti i nomi delle banche coinvolte in due casi particolarmente odiosi di sgombero, che sono finiti con il drammatico suicidio delle persone colpite, finalmente lo scorso fine settimana, alcune banche sono uscite allo scoperto annunciando di aver bloccato i processi di sfratto «nei casi di estrema necessità» fino all’entrata in vigore della riforma prossima ventura.

   Alcune hanno pubblicizzato i (pochi) casi in cui hanno rimesso il debito con la restituzione del bene (la «dación en pago», non ancora prevista dalla legge) o in cui hanno rinegoziato il debito. Due possibilità che ad Amaia e a molti altri sono state negate. (Luca Tancredi Barone)

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LA CRISI IMMOBILIARE SPAGNOLA

da IL POST.IT (http://www.ilpost.it/ ) del 9/7/2012

   In Spagna ci sono 1 milione di case invendute sul mercato immobiliare e gli occupati nel settore dell’edilizia sono passati da 2,5 milioni nel 2006 a 1 milione nel 2012. Questi dati sono stati calcolati dal Ceoe, la principale associazione degli imprenditori spagnoli. L’ultimo dato pubblicato dall’Ine (Instituto Nacional de Estadística), l’istituto nazionale di statistica della Spagna, sul valore degli “immobili di nuova costruzione” (questa la voce del rapporto) mostra un ribasso dell’11,2%. Dal 2009 il calo in termini di valore è stato del 21,9%.

   Le banche spagnole hanno nei loro portafogli circa 150mila case che non riescono a vendere. Molti appartamenti sono tornati in loro possesso perché molte aziende di costruzioni sono fallite e perché molte famiglie non sono più state in grado di pagare i loro mutui sulla casa.

   Quando si parla di conseguenze della “bolla immobiliare” in Spagna, si parla di dati come questi. Una delle principali cause della burbuja immobiliaria deriva dalla crescita del tasso d’inflazione, che causa la variazione del potere d’acquisto di una moneta, superiore rispetto alla media europea.

   Le banche spagnole potevano così ottenere denaro e concedere prestiti a tassi più convenienti rispetto alle altre banche europee. Potendo prendere in prestito soldi dalle banche a bassi interessi, molte famiglie e molte imprese del settore delle costruzioni hanno investito nel settore immobiliare, indebitandosi. Nei primi anni del Millennio il governo spagnolo guidato dal primo ministro José María Aznar incentivò questa tendenza, stimolando la domanda, con l’introduzione di deduzioni e agevolazioni fiscali sull’acquisto della prima casa.

   Le foto di Valdeluz, area residenziale vicino a Madrid rimasta invenduta a causa della crisi.

   La bolla immobiliare spagnola, come ogni bolla immobiliare, è un tipo di bolla speculativa: una fase del mercato, in questo caso il mercato immobiliare, in cui i prezzi aumentano di molto in un breve arco di tempo a causa della crescita della domanda. Banche, imprese e famiglie spagnole hanno investito in un settore che credevano in grado di portare guadagni a costi accessibili. Questa domanda di nuove case o seconde case ha fatto aumentare i loro prezzi, rallentando la domanda.

   I fattori in gioco in questo rallentamento sono stati: la difficoltà a trovare nuovi investitori disposti ad acquistare ad un prezzo che nel frattempo è cresciuto; la vendita di chi ha già acquistato con lo scopo di monetizzare il guadagno che nel frattempo è maturato; la situazione economica che peggiora – nell’ambito di una crisi globale – facendo svanire le prospettive di guadagno che si erano ipotizzate.

   Da un eccesso di domanda nel comprare case si è passati a un eccesso di vendite dettato da un ribasso del loro valore, che era cresciuto straordinariamente sollecitato dalle politiche dei successivi governi e delle banche spagnole.

   Negli ultimi cinque anni molte famiglie e molte imprese spagnole non sono più riuscite a pagare i loro debiti, cioè i loro mutui sulla casa. Come conseguenza di questa nuova (e peggiorata) situazione economica i tassi d’interessi dei mutui si sono alzati, dopo aver raggiunto in passato livelli molto bassi. Molte delle case costruite, anche per sostenere il turismo spagnolo, sono rimaste invendute perché le famiglie spagnole non potevano permettersi mutui con i tassi diventati più alti. Nonostante il calo dei prezzi del 20% rispetto al 2008, secondo le stime della Banca di Spagna, il numero delle transazioni immobiliari nel 2011 è sceso del 29,3% rispetto al 2010.

   L’anno scorso sono stati venduti 347mila immobili mentre negli anni 2005 e 2006 erano 900mila ogni anno. Un dato che pesa soprattutto sul portafoglio delle banche spagnole che dal 2003 hanno accumulato circa 1 milione di case invendute, e sui dati della disoccupazione registrati dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo che ha stimato la perdita del lavoro nel settore delle costruzioni per oltre 2 milioni di persone.

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SPAGNA, I DANNATI DEI MUTUI: “ABBIAMO PERSO LA CASA MA CI FANNO SALDARE LE RATE”

– Migliaia di disoccupati pagano per abitazioni riprese dalle banche: «Nessuno ci aiuta: ci restano soltanto Internet e le parrocchie» –

di Francesco Manacorda, da “la Stampa” del 15/4/2012

MADRID – Vista da qui, dall’appartamento al terzo piano di calle Doctor Sanchez a Entrevias, sobborgo operaio alla periferia di Madrid, la crisi spagnola è una cartelletta piena di ingiunzioni e il pianto silenzioso di Luzmila Lopez Freire. Nella stanza il lettone con la testata metallica, i peluches della figlia dodicenne accatastati in un angolo, una chitarra senza una corda, il tavolino con le sedie che ballano, libri di scuola, la piccola tv a cristalli liquidi. «Ho messo qui tutto quello che ci serve. Ho svuotato le altre stanze e ho regalato i mobili; mica voglio che se li prenda la banca».
Sul tavolino una lettera del tribunale: lo sfratto esecutivo – dice – è fissato per mercoledì 18 aprile alle 8.30. «La casa l’ho comprata nel 2008. Costava 280 mila euro, avevo qualche risparmio, la banca mi finanziava l’80%». Ha quarant’anni, è emigrata dall’Ecuador undici anni fa, «ma sono naturalizzata spagnola». «Nel 2008 facevo la colf, lavoravo in una famiglia e guadagnavo bene, riuscivo a pagare 700 euro di mutuo il mese».
Poi la crisi e la disoccupazione, il vero morbo nazionale. Partita dal crollo del settore immobiliare, che era stato per un ventennio il motore potente ma precario del miracolo spagnolo, l’epidemia di senza lavoro ha raggiunto in Spagna dimensioni epiche: 23% il tasso di disoccupazione ufficiale, poco meno di 5 milioni di iscritti – il 10% in più rispetto a un anno fa – all’ufficio di collocamento, oltre il 50% di disoccupati tra i giovani.
«Adesso 700 euro è quanto guadagno in un mese facendo assistenza agli anziani la mattina. Il mutuo non riesco più a pagarlo, anche perché intanto la rata è salita a più di 1000 euro». Venerdì la banca si riprenderà la casa, ma Luzmila resterà con il suo debito incollato addosso: «Non so nemmeno quanto sarà, tra le spese di mora e tutto quanto. Non posso pensarci». In Spagna la legge prevede che anche se la banca esercita l’ipoteca chi ha contratto il mutuo resta responsabile per il suo debito nel caso in cui la vendita non consenta all’istituto di rientrare in possesso del capitale prestato.
Il doppio effetto della crisi – disoccupazione alle stelle e scoppio della «burbuja», la bolla immobiliare, con il conseguente crollo dei prezzi – ha fatto il disastro. I calcoli ufficiosi dicono che dal 2007 ad oggi 330 mila persone hanno perso la casa di proprietà; da qui al prossimo anno la previsione è che si arrivi a mezzo milione anche se in Parlamento si sta faticosamente facendo strada una legge che – per prestiti fino a un massimo di 200 mila euro, case che rappresentino l’unica abitazione della famiglia e acquisti fatti «in buona fede» – permette di estinguere il debito con la sola restituzione della casa alla banca.

   È l’epilogo amaro della crisi dei subprime in versione europea. Acquisti, anche azzardati, fatti in un’epoca nella quale il credito era facile per tutti, le banche sorridevano e il prezzo del mattone sembrava destinato a rivalutarsi anno dopo anno.
I dannati del mutuo che soffrono e rischiano di precipitare nella povertà non sono casi limite. Isabel Torres vive con la madre e grazie alla pensione della madre di 470 euro il mese a Getafe, 10 chilometri a Sud di Madrid: «Nel 2005 consolidai con una banca alcuni debiti che avevo per 110 mila euro, mettendo un’ipoteca sulla casa. Facevo la guardia di sicurezza, guadagnavo 1400 euro il mese, non avevo i problemi a pagare la rata. Nel 2008 ho perso il lavoro, nel novembre scorso la casa. Ora sono in affitto, ma spendo quasi tutta la pensione di mia madre»
Le loro speranze e le loro proteste, come quelle di molti altri che hanno perso o stanno perdendo la casa, sono affidate a un’organizzazione spontanea nata tre anni fa a Barcellona e ormai diffusa in tutta la Spagna. Si chiama la Piattaforma dei colpiti da ipoteca e l’hanno fondata Ada Colau e Adrià Alemany. Offre assistenza legale, fa pressione organizzata sulle banche e sulla politica, e soprattutto mobilita la gente: sul suo sito c’è la lista degli sfratti in arrivo, con orari e indirizzi, e l’invito a una presenza massiccia per far fronte all’ufficiale giudiziario. Spesso la manifestazione è un successo, ma serve solo per rinviare di qualche mese l’inevitabile.

   «La seconda volta – racconta Isabel – sono venuti a sfrattarmi con 22 furgoni della polizia e 150 uomini». Mercoledì prossimo la Piattaforma chiama a raccolta anche in calle del Doctor Sanchez, davanti a casa di Luzmila.
«Chiediamo – spiega Ada Colau – che ci sia per tutti la possibilità di avere l’estinzione del debito in cambio della restituzione della casa. E poi una moratoria sugli sfratti. Non ha alcun senso, nemmeno economico, che la banche si tengano migliaia di case vuote e migliaia di persone non abbiano dove vivere. Meglio allora trasformare la proprietà in affitto sociale: chi non riesce a pagare il mutuo perde la proprietà dell’appartamento, ma resta a viverci da inquilino, pagando un canone che può affrontare».
Ma la perdita della casa è solo una delle facce della nuova povertà spagnola. Nel suo poderoso rapporto la Caritas nazionale racconta di come il reddito nazionale sia sceso dai 19.300 euro del 2007 a 18.500 euro: un calo del 4% che in termini reali, cioè se si prende in considerazione anche l’aumento del costo della vita, diventa del 9%. Il tasso di povertà spagnolo è oltre il 21%, contro una media europea del 16,4%. Peggio stanno solo Romania e Lettonia.

   A fine 2011 in 580 mila famiglie spagnole non entrava né uno stipendio, né un sussidio di disoccupazione e nemmeno un aiuto sociale. «Questo fenomeno di povertà estrema – scrive la Caritas – sta registrando una crescita senza precedenti e supera di quasi 150 mila famiglie il valore massimo registrato negli ultimi 25 anni». Un terremoto che «mette in discussione le possibilità del sistema di protezione dei disoccupati e della protezione sociale in generale di far fronte alla crisi».
Nel crack della finanza e nel collasso delle vite vere si riparte così dal basso, con presenze radicate e nuove formule di aggregazione. Si ricorre a Twitter e Facebook, come fa la Piattaforma, ma si riscopre anche la forza della Chiesa. Alla parrocchia di Santa Eulalia de Merida riceve padre Miguel Riesco, parroco della vicina Maria Mediadora: «In tutta Entrevias ci sono 42 parrocchie. Qui la crisi ha colpito duro perché la maggior parte degli abitanti era impiegata nel settore edilizio». E le conseguenze? «Le dico solo che molti servizi della Caritas che erano praticamente scomparsi sono stati riaperti dopo il 2008. Oggi facciamo i corsi di riqualificazione per i lavoratori cinquantenni, abbiamo il mercato del lavoro per mettere in contatto domanda e offerta, le mense sociali e naturalmente le borse della spesa per le famiglie che non ce la fanno. E poi la raccolta dei vestiti usati».
Tra i palazzoni e le case a tre piani di Entrevias i numeri della disoccupazione spagnola diventano facce: le trovi a due passi dalla stazione alla Cervezeria el Puerto, dentro e fuori col bicchiere in mano, o guardando l’omone baffuto che alle quattro del pomeriggio porta a spasso il volpino. Da un lato della strada, sbarrata per non riaprire mai, la libreria Oldon «esoterismo e juegos de rol». Dall’altro c’è Rastrillo, un mercatino che in un capannone propone «todos en articulos de segunda mano»: vecchi mobili e materassi quasi nuovi a dozzine. Il frigo con ancora attaccati gli adesivi dei mostri spaziali viene via per cinquanta euro.
Ma per trovare la Spagna della crisi profonda non servono nemmeno i dieci minuti di treno dalla stazione di Acocha a Entrevias. In plaza General Vara de Rey, pieno centro della capitale, dove i negozi di modernariato attraggono una clientela internazionale, i Messaggeri della Pace di padre Angel De Antonio, celebre e mediatico religioso, un mese fa hanno sgombrato gli uffici al piano terra per installare una mensa i per chi ha da 2 a 14 anni.

   «Serviamo la merenda e la cena a cinquanta bambini che altrimenti rischierebbero di non mangiare – spiega Maria Antonia Camacho, che si occupa delle attività sociali -. Se vogliono anche i genitori possono cenare con i figli. Per ora stiamo facendo un solo turno, ma molti ci chiedono di raddoppiare». Le tavole sono ben apparecchiate, con le tovaglie di stoffa arancione. Otto posti per i più piccoli: tavolone basso e sedioline dai colori allegri. In un angolo cassette di frutta e pomodori. «Quel che resta dalla mensa lo usiamo per dare borse della spesa». Anche qui «il problema vero è la mancanza di lavoro».
In calle Doctor Sanchez Luzmila piange e si consola con un bicchiere di Coca-Cola: «Ero venuta in Spagna per una vita migliore, invece ho perso tutto». (Francesco Manacorda)

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da LIMES – L’ESPRESSO

LE REGIONI INDIPENDENTISTE E LE ISTANZE SEPARATISTE D’EUROPA. DALLA CATALOGNA AL TATARSTAN, IL PRECEDENTE KOSOVARO FA GOLA A MOLTI.

Da LIMES, di Cecilia Tosi

   Il Kosovo è solo una delle tante (ex) regioni europee popolate da minoranze che reclamano autonomia o indipendenza dallo Stato centrale. I funzionari di Bruxelles in questi giorni hanno sottolineato come quella della ex Yugoslavia sia una situazione sui generis, come le politiche discriminatorie attuate da Milosevic giustifichino svolte impensabili in altri angoli d’Europa, ma Spagna, Grecia, Cipro, Bulgaria, Slovacchia e soprattutto Russia non la mandano giù. Hanno paura che il caso Kosovo li coinvolga direttamente. Ecco una lista di alcune regioni-nazione che impensieriscono gli Stati-nazione.
1) RUSSIA:
Cecenia: Rivendica la sua autonomia da Mosca dal 1991 (prima guerra cecena 1994-1996, seconda guerra cecena 1999-oggi). Le vittime della lotta per l’indipendenza sono decine di migliaia e quasi metà della popolazione ha dovuto abbandonare la propria casa per finire nei campi rifugiati. Attualmente a Grozny è insediato un governo filo russo guidato da Kadyrov e i maggiori leader della guerriglia, Maskhadov e Basayev, sono stati uccisi. All’indomani della dichiarazione d’indipendenza kosovara, il ministro degli Esteri del governo ceceno in esilio, Usman Ferzauli, ha espresso il suo pieno sostegno ai “fratelli” albanesi, sottolineando che le violenze subite durante la guerra nei Balcani legittimavano pienamente le loro rivendicazioni, così come le aggressioni russe legittimano la lotta del suo popolo.
Tatarstan: popolato al 53 per cento da musulmani sunniti, la regione del Volga ha lo stesso motto di Obama: Buldırabız! (We can!). I tatari, ça va sans dire, parlano il tataro e nel 1990, con la dissoluzione dell’Urss, rivendicarono la loro identità nazionale dichiarando l’indipendenza. Nel 1992 ribadirono la scelta con un referendum, ma negli anni successivi, dietro pressioni del Cremino, le autorità scelsero di abbandonare la linea dura e di accettare lo status di provincia autonoma. Gli indipendentisti tatari, però, esistono ancora e possono contare su protettori importanti anche all’interno dei siloviki, il club di ex Kgb che sostiene il regime putiniano.
Kalmucchia: Il capo della Repubblica è il presidente della federazione di scacchi e il suo territorio è disseminato di templi buddisti. La popolazione della Kalmucchia preferisce il Dalai Lama a Putin e riconosce Erdne Ombadykov, un buddista-calmucco-americano, come supremo Lama del Paese.
2) AZERBAIJAN:
Nagorno Karabakh: l’Azerbaijan sostiene che la regione faccia parte integrante del suo territorio, ma la maggioranza armena (99.7%) che popola la regione ha dichiarato l’indipendenza più di 16 anni fa. A differenza del Kosovo, però, nessuno li sostiene, né l’Unione europea né gli Stati Uniti. I leader del Nagorno Karabakh affermano che quello balcanico costituisce un precedente importante e che anche loro, come gli albanesi kosovari, hanno vissuto una guerra sulla propria pelle, quella che li ha travolti nei primi anni Novanta. Baku ha promesso autonomia, ma la popolazione non accetterà niente meno dell’indipendenza.
3) GEORGIA:
Ossezia del sud e Abkazia: I russi da anni li spalleggiano, ma al momento del dunque è probabile che Medvedev freni le loro ambizioni. Abkazia e Ossezia del sud servono a Mosca come spina nel fianco della ribelle Georgia e sarebbero meno utili una volta indipendenti. Le due regioni, però, sono in pieno fermento: «Il nostro è un caso ancora più eclatante di quello kosovaro» ha sostenuto Eduard Kokoity, leader separatista dell’Ossezia del sud, «se ce ne sarà bisogno ci rivolgeremo alle Nazioni Unite». «Per i popoli come i nostri ci vuole un approccio universale» ha ribadito Sergei Bagapsh, “presidente” dell’Abkazia, «dopo il Kosovo noi non ci fermeremo».

4) MOLDOVA:
Transnistria: Striscia di terra della Moldova orientale, la Transnistria è già de facto autonoma, per la gioia di tutti i trafficanti e i contrabbandieri del mondo. Il Cremlino, però, scoppiata la questione kosovara ha dichiarato che la soluzione alla questione dell’autonomia può risolversi solo «sulla base della sovranità e dell’integrità territoriale della Moldova». Il ministro degli Esteri russo Zubkov ha promesso «di costruire un dialogo tra Chisinau e Tiraspol per garantire uno status speciale alla regione».
5) ROMANIA:
Transilvania: Su 22 milioni di rumeni, 1,4 parla ungherese e si considera magiaro. La maggior parte di questi vive nella regione occidentale che fu di Dracula e vota l’Udmr, il partito che rappresenta la minoranza ungherese che nel 2007 ha conquistato il 6.2% dei suffragi. L’Udmr chiede compensazioni per le confische attuate a danno dei magiari nel primo dopoguerra, mentre l’Hcv, una formazione più radicale, si batte per l’autonomia della provincia transilvana di Sekely e la federazione con l’Ungheria .
6) BULGARIA:
Regione dei Pomacchi: Nel sud della Bulgaria vivono da tempo immemorabile 200.000 musulmani, rappresentati in Parlamento dal Movimento per i diritti e la libertà, ma ancora non riconosciuti come minoranza etnica dal governo. Dopo anni di oppressione, specie durante il regime filo-sovietico, molti Pomacchi sono emigrati in Turchia, mentre quelli rimasti in Bulgaria vivono spesso in condizioni di estrema povertà.
7) SPAGNA:
Catalogna: Ricchi, eleganti, trendy. I catalani reclamano l’autonomia, quando non l’indipendenza, dalla caduta del regime di Franco. Nel 2006 hanno ottenuto lo Statuto di autonomia che definisce la Catalogna una comunità nazionale che esercita l’autogoverno, ma il documento è stato approvato con un referendum che ha registrato un alto tasso di astensione, sia da parte di coloro che pretendevano di più (Esquerra Republicana de Catalunya), che da quelli che lo consideravano già troppo (il Partito popolare).
Paese Basco: La lotta armata dell’Eta e quella politica di Batasuna non hanno risparmiato neanche il governo Zapatero. L’organizzazione terroristica ha proclamato una tregua con Madrid per tutto il 2006, ma il 30 dicembre dello stesso anno ha fatto esplodere una bomba nell’aeroporto di Barajas, uccidendo due persone. Nel 2003 il Partito nazionalista basco ha proposto il Piano Ibarrexte per modificare in senso autonomista il suo statuto, ma il progetto è stato respinto dalle Cortes. Secondo la portavoce del governo basco Miren Azkarate «La proclamazione d’indipendenza del Kosovo rappresenta una lezione sul modo di risolvere in modo pacifico e democratico i conflitti di identità e di appartenenza»
8) FRANCIA:
Corsica: Nell’isola francese gli indipendentisti sono sempre meno influenti, ma il Cni (Corsica nazione) ha salutato con «soddisfazione» la dichiarazione unilaterale del Kosovo. E ha inviato una lettera di congratulazioni al «fratello» Hashim Thaci, nuovo premier di Pristina, invitandolo a partecipare ai Giorni Internazionali che si terranno a Agosto in Corsica e ai quali parteciperanno le organizzazioni separatiste basche, catalane, sarde, siciliani, tirolesi e della Bretagna.
9) CIPRO:
Cipro nord: Nonostante gli ordini di Bruxelles, l’isola rimane spaccata in due. I turchi del nord si sono convinti a accettare l’unità, ma i greci non si fidano e si rifiutano di riconoscere la dichiarazione d’indipendenza kosovara. La Turchia riconosce solo il governo settentrionale di Cipro e si rifiuta di aprire collegamenti aerei e navali con il sud. Se Ankara accoglie favorevolmente il precedente kosovaro per quanto riguarda Cipro, non può dire lo stesso nel caso del Kurdistan e del Nagorno Karabakh, rivendicato dall’odiata Armenia.

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