TARANTO ultima, BOLZANO prima: la classifica 2012 del “Sole 24ore” della “QUALITÀ DELLA VITA” delle città italiane (e chi “città” non è?) – i nodi al pettine di RIFORME DA VENIRE, tra inquinamento ambientale, diritto alla salute e nuovi lavori che non partono, e necessaria RIORGANIZZAZIONE TERRITORIALE

BOLZANO, in base all’indagine de “il Sole 24ore”, è la CITTÀ DOVE CHI VIVE STA MEGLIO
BOLZANO, in base all’indagine de “il Sole 24ore”, è la CITTÀ DOVE CHI VIVE STA MEGLIO

QUALITÀ DELLA VITA: DALLA CRIMINALITÀ ALL’OCCUPAZIONE, LE CITTÀ DOVE CHI VIVE STA MEGLIO Bolzano conquista il primo posto, a Taranto la maglia nera. Una sintesi dei risultati della ricerca annuale del Sole 24 Ore giunta quest’anno alla 23ª edizione

   Il Sole 24 Ore, nella sua annuale classifica sulla Qualità della vita nelle 107 (ancora per quest’anno) province italiane, premia le realtà di media grandezza del Centro Nord, città meglio dotate sul fronte dell’imprenditoria, del lavoro, delle infrastrutture e della rete sociale, fattori cruciali in una fase difficile come l’attuale dove l’aspirazione alla vivibilità diventa una vera e propria scalata.
Considerati gli indicatori, non stupisce vedere Bolzano oscillare da anni tra le prime posizioni della graduatoria. Mentre la maglia nera va ancora una volta ad una città pugliese: Taranto, dopo che lo scorso anno a conquistare la pagella peggiore era stata Foggia.
La ricerca si articola su sei settori, costruiti a loro volta su sei indicatori (per un totale di 36), che danno luogo a sei graduatorie di tappa dove si concentrano i dati più significativi della classifica. Ecco sei capitoli che contengono gli ingredienti del buen vivir secondo Il Sole 24 Ore:
Tenore di vita (ovvero, benessere economico)
Affari e lavoro (imprenditorialità e disoccupazione)
Servizi ambiente e salute (banda larga, eco-sostenibilità, asili)
Popolazione(natalità, divorzi, giovani, stranieri)
Ordine pubblico (microcriminalità, denunce, sicurezza)
Tempo libero (spettacoli, librerie, intrattenimento e sport).
La vincitrice dello scorso anno Bologna scende di ben nove posizioni e arriva decima, mentre argento e bronzo vanno a Siena e Trento Completano la top ten RiminiTriesteParmaBellunoRavennaAosta tutte presenze costanti anche in passato. Le due più grandi realtà metropolitane Milano e Roma salgono entrambe un paio di scalini (in 17ª e 21ª posizione). Ma anche altri territori con più di un milione di abitanti registrano qualche progresso: è il caso di Brescia e Torino(nella prima metà della classifica generale) o di Catania e Palermo (nella parte bassa). (testo tratto da VIRGILIO.IT)

Vedi tutti i dati:

http://www.ilsole24ore.com/speciali/qvita_2012/home.shtml

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   Il governo ha fatto un decreto legge per mantenere in vita l’attività all’Ilva di Taranto: perché è convinzione che solo continuando la produzione si può contemporaneamente bonificare e far sì che l’attività non si fermi per sempre. Pertanto a Taranto si cerca di salvare l’acciaieria e il lavoro che procura. Magistratura e ambientalisti chiederebbero invece che prima si risana e poi si riparte, senza il rischio di inquinare pesantemente la popolazione ancora adesso, come è accaduto in questi anni. Noi riconosciamo che qualche ragione seria ce l’ha il Governo e tutti quelli che non vogliono sospendere la produzione: il rischio è che se tutto si ferma, per risanare, è poi difficile che riparta, e che poi neanche si risana… Ma  è chiaro che va detto “basta danni alla salute delle persone”…. ma perché questo succeda (basta rischi) bisogna che si faccia sul serio: nel controllo dell’attività che non inquini, e nel processo immediato di bonifica e nuovo modo di produrre.

   Nel decreto legge governativo (che, va riconosciuto, è un provvedimento coraggioso) si tenta di rendere credibile l’operazione “continuazione dell’attività, risanamento in contemporanea” creando un Garante (nominato dal Presidente della Repubblica) con poteri di fermare il tutto, se le cose non vanno come dovrebbero. E con la possibilità di commissariare l’azienda, la proprietà, se si dimostrerà del tutto poco credibile come lo è sempre stata in questi anni, venendo a sostituirla con una gestione “pubblica”.  E sembra così che di fatto l’acciaieria viene nazionalizzata (magari senza dirlo, con forme ibride…),e tra qualche tempo ci sarà magari il problema di altre nazionalizzazioni (specie nell’industria pesante): industrie e attività da mantenere a tutti i costi in vita (ora che risorse finanziarie statali non ce ne sono più) per non aumentare ancor di più i disoccupati.

la tromba d'aria che il 28 novembre scorso ha colpito Taranto e l'Ilva
la tromba d’aria che il 28 novembre scorso ha colpito Taranto e l’Ilva

   Comunque Taranto è un esempio chiaro delle difficoltà del momento, della salute dei cittadini compromessa dal rischio inquinamento, e dal lavoro che non c’è (o c’è poco): nella grande industria ma anche nei piccoli e medi artigiani; e non solo al sud, ma anche al nord, nord-est (piccole attività e aziende che chiudono in continuazione), in tutta Europa, in una contesto globale mondiale tutto (o quasi) in recessione. Ma è da Taranto che volevamo partire, per indicare il tema lì così evidente della “qualità della vita” più o meno buona nelle città.

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   E siamo partiti dall’attualità su Taranto per tentare di mettere assieme uno dei temi importanti del momento (l’inquinamento e il danno alla salute dei cittadini di una grande città, strategica, del Sud) con la consueta, ma sempre più interessante, indagine de “il Sole 24ore” che stabilisce anche quest’anno “DOVE SI VIVE MEGLIO” (e peggio). E, appunto, Taranto è tra quelle città più problematiche per viverci (addirittura l’ultima in classifica).

una visione del centro storico di TARANTO
una visione del centro storico di TARANTO. Taranto, sempre in base all’indagine de “il Sole 24ore”, è la città italiana dove si sta peggio

Dobbiamo anche dire che noi non riteniamo del tutto esaustiva (nei suoi indicatori) questa annuale classifica della qualità della vita nei centri urbani (fatta nelle 107 città di provincia, che peraltro, come capoluogo di provincia tra poco dovrebbero essere ridimensionate, almeno se il parlamento vorrà approvare il decreto legge governativo…).

   Pensiamo che i parametri considerati per la classifica delle città (gli indicatori) sono sì molto importanti (il tenore di vita e il benessere economico, il lavoro, i servizi al cittadino, l’ordine pubblico, il tempo libero, la natalità…), ma non possono essere esaurienti a dimostrare se effettivamente possa esserci un grado di “felicità” comunitaria, collettiva (oltre ogni condizione specifica personale), per poter dire che si sta più bene “qui” che non “lì”. Ad esempio molto spesso, quasi sempre, le cittadine di medie dimensioni che “vincono”, sono in cima alla classifica, sono città di montagna del nord (ricche e in posizione ambientale interessante). E a volte può esser “vero”, altre la cosa è opinabile.

   Nelle parametrazioni che si possono fare forse sarebbe interessante inserire dati sulle condizioni territoriali, geografiche, di luoghi urbani, sul loro rapportarsi al mondo: possono incidere favorevolmente o negativamente le OPPORTUNITA’  offerte ai propri cittadini nel poter “realizzare al meglio se stessi” e le “proprie aspirazioni”, specie per i ragazzi, i giovani: ad esempio non si considera che alcune città di montagna, spesso premiate (pensiamo a Belluno) a volte soffrono di problemi di isolamento atavico che le condizioni ambientali, paesaggistiche, non riescono a far dimenticare (la montagna veneta, dolomitico-bellunese, è “poco importante” nel contesto veneto, del nordest… conta solo per andarci in vacanza, e i loro cittadini ne risentono della marginalizzazione).

   Pertanto ci sono tanti modi di “vivere il proprio luogo urbano”: vivere in una media città o in una grande, in una piccola, o di montagna; vivere in provincia (intesa come nella miriade degli 8.000 medio-piccoli paesi)… tutto questo richiederebbe una parametrazione geografica ulteriore, forse, che tenga conto delle integrazioni territoriali, delle “opportunità” di muoversi e avere quel che si desidera (per lo studio, i propri interessi, lo sport , il lavoro, la conoscenza di altre persone…) (per fare un esempio: tante città-luoghi di montagna ai primi posti della cosiddetta “qualità della vita” misurano la loro qualità, ad esempio ambientale, con strutture di ricerca proveniente da altre città di pianura: l’Università di Padova gestisce centraline metereologiche e progetti di ricerca in Cadore, Bellunese…. Vero piccolo esempio di colonizzazione informatico-culturale…).

   E’ ovvio che servizi innovativi (come l’accesso facilitato al web) rendono luoghi urbani più “attrezzati al mondo” e alle nuove esigenze, ai nuovi lavori (i nuovi lavori: quelli che non riusciresti a spiegare a tua mamma…). Ma forme partecipative tradizionali (per chi non “macina” il web) sarebbero da riprendere, valorizzare (ora in disuso rispetto ai decenni precedenti). Informatica, interconnessioni, dialogo con il mondo; possibilità “partecipativa” alle decisioni della “propria città” (dalla strada che ha una buca da coprire alla programmazione territoriale….)(abbiamo in questi giorni la notizia della nuova costituzione islandese elaborata assieme a tutti i cittadini grazie al web…). Una città solidale che si accorge e interviene se alcuni suoi cittadini, o uno solo, stanno male, hanno bisogno di aiuto….

   Sentirsi in un contesto urbano che sia autorevolmente interessante, significativo per il mondo, di cui portar vanto e poterlo anche amare: una piccola (media, grande…) “patria” data dalla propria quotidianità fatta in qualsiasi ambito di cose intelligenti e creative che si vuol fare, che si vuol essere. Essere al “centro” e mai in “periferia”: noi geografi vorremmo un sistema di città “tutte al centro senza periferie”, cerchi con tanti centri e senza una circonferenza, una periferia (parafrasando il mondo proposto secoli fa da un vescovo tedesco, Nicola Cusano).

   La scommessa della riorganizzazione territoriale che in questo blog proponiamo, delle nuove forme di economie da iniziare veramente (nuovi lavori con nuovi valori… gioco di parole, ma così è…), in un contesto geopolitico mondiale, europeo, nazionale, macroregionale, metropolitano, locale; solidale, di sviluppo e pace estesi a tutti; dove si possa entrare nel futuro che c’è già ma che ancora non siamo riusciti a vedere, codificare nella sua esplicazione geografica e rendere concreto. (sm)

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TARANTO, IL SUO FUTURO E L’ACCIAIERIA (articolo pubblicato il giorno prima della promulgazione del decreto legge sull’ILVA)

L’UTOPIA E L’IPOCRISIA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 30/11/2012

   Si chiama Aia l’«Autorizzazione integrata ambientale», sicché ieri sera era inevitabile commentare che il governo avesse menato il can per l’Aia. Che cosa sia il decreto sull’ILVA annunciato per oggi, ancora ieri il governo non ha saputo spiegarlo a sindacalisti, amministratori e parlamentari convocati a Roma, e forse nemmeno a se stesso.

   Sono al­meno due le cose declive che restano oscure. A chi sarà affidata la gestione e il controllo dell’azienda “dissequestrata” d’autorità (dubbia), e da dove verranno i soldi necessari a ottemperare alle prescrizioni di magistrati e periti che il governo stesso dichiara di voler seguire alla lettera. Perché l’idea che gestione e con­trollo stiano nelle mani di una gerarchia aziendale che ha portato a questo punto è te­meraria.

   Ancora più temeraria l’idea di dare a chi ha portato le cose a questo punto (e se stesso in galera) il denaro necessario alla ri­parazione, piuttosto che farselo restituire. La chiusura dell’Ilva di Taranto, i cui pericolanti titolari hanno ribadito ancora che ne derive­rebbe immediatamente la liquidazione della siderurgia genovese e del resto d’Italia, sa­rebbe differita di due anni: come la Troika con la Grecia.

   Tra le poche cose che si sono capite in questi giorni convulsi, c’è che la frase fatta sull’Italia secondo paese manifatturiero d’Europa, ripetuta mille volte come un esor­cismo, decadrebbe nel momento stesso in cui finisse la produzione di acciaio.

   La quale non è per sé novecentesca né ottocentesca, come a qualcuno piace ripetere, salvo che sia condotta nel modo più regressivo e specula­tivo. L’Italsider pubblica degenerò a rotta di collo, per essere regalata ai Riva che ne tiraro­no fuori profitti colossali alla condizione taci­ta (salvo che nelle telefonate e nelle tavolate) di produrre calpestando salute e diritti di cit­tadini e lavoratori.

   Produrre diversamente si può, e lo si fa in paesi meno corrivi – persino i Riva lo fanno, quando sono costretti. Altri paesi dominano la produzione mondiale del­l’acciaio, come la Cina, in condizioni di noci­vità pubblica e di sfruttamento del lavoro che renderebbero Taranto invidiabile.

   Il vincolo fra controllo delle prescrizioni e investimen­ti necessari alla bonifica diventa perfino più stringente nel momento in cui l’intervento chirurgico della magistratura viene sostituito dalla dilazione del decreto, senza di che i due anni – se tanti saranno – significano soltanto la rassegnazione a che i danni per la salute di chi lavora e di chi abita la città continuino im­mutati. E poi, davvero, chi vivrà vedrà.

   Il governo – per il quale forse la questione industriale e sociale viene dopo quella dell’ordine pubblico – sottolinea la propria pre­mura verso la magistratura. È difficile immaginare che la Procura tarantina voglia alzare ulteriormente il tiro sulla chiusura dell’Ilva: per sollevare piuttosto, con tempi meno ur­genti, un problema di legittimità.

   Però restano aperti diversi filoni di indagine, e possono arrivare, così si mormorava attorno all’in­contro beckettiano di ieri a Roma, nuovi avvisi di reato di peso aziendale e politico. D’altra parte è difficile immaginare che un commissariamento dell’Ilva, che non sia solo di facciata, possa conciliarsi con la proprietà e la di­rezione di un’azienda decapitata.

   C’è un ambientalismo che mira senz’altro alla chiusura dell’Ilva e coltiva la bella e sconfinata utopia dei lavoratori siderurgici trasformati in operatori della bonifica e della conversione. Anche la proposta di una specie di rinazionalizzazione dell’Ilva, oltre a fare scandalo per l’ortodossia privatista, è utopica, a proclamarla. Forse sarà la strada sulla quale le cose si in­cammineranno ma con prudenza, con ipocrisia, con mezze misure, e senza mai am­metterlo: dunque nel modo peggiore. Un po’ come si è fatto con la Grecia e i suoi due anni di rianimazione.

   Intanto ieri a Taranto il mare era ancora tempestoso, e la città era piuttosto vuota. Si facevano comunque incontri interessanti. In un caffè del lungomare ho incontrato un am­miraglio di squadra molto importante, dev’esserci un’esercitazione sulla portaerei Cavour, che ha il nome della infelice corazza­ta.

   Si avverte spesso che Taranto è sì la capita­le dell’acciaio, ma prima ancora della marina militare, e che il suo ruolo strategico nel Me­diterraneo fa tenere le briglie strette sulla città. Mi sono chiesto se l’idea che l’Europa smetta di avere 28 eserciti e di dilapidare ri­sorse per avere invece una difesa comune, una forza armata federale, e una capacità co­mune di tutela della pace e della legalità al proprio interno e fuori, appaia come una di­minuzione ai nostri marinai e ai nostri ammi­ragli: mi sono detto di no, per incoraggia­mento.

   Poi ho incontrato dei funzionari di polizia. Erano appena arrivati, da lontano, al­cuni da Trieste, perché il Viminale è preoccu­pato dalle tensioni sociali di questi giorni. Per ragioni infantili, ho sempre pensato a Trieste e Taranto come città sorelle, ai due capi dell’Italia. Sembrava anche a loro, per il mare che sale sulle strade, stupiti da un vento da far in­vidia alla bora, che per giunta, dicevano, “qui soffia continuamente, non a raffiche”.

   La lo­ro prima volta? Taranto, non avevano anco­ra visto l’Ilva, del resto la Ferriera triestina è ancora più nel cuore della città che l’Ilva a Ta­ranto, e cancerogena altrettanto. All’Ilva an­dranno, e troveranno le differenze. Per esem­pio, lungo i recinti della fabbrica intossicata, l’ultimo giorno di novembre, le bougainville sono slanciate e fiorite come nel luglio di una città moderata. Per il resto, vedranno che le questioni si assomigliano molto. (Adriano Sofri)

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30/11/2012

ILVA, IL GOVERNO DÀ VIA LIBERA AL DECRETO. L’ATTIVITÀ PRODUTTIVA POTRÀ PROSEGUIRE. MONTI: SALVA AMBIENTE, SALUTE E LAVORO

da LA STAMPA.IT del 30/11/2012 (http://www.lastampa.it/ )

– Il Consiglio dei Ministri approva il provvedimento blindato, previsto un Garante e altre sanzioni se il piano di investimenti sarà violato – Oltre mille dipendenti in cig per la tromba d’aria – Passera: proprietà rischia di perdere l’azienda – Ritrovato l’operaio disperso in mare –

   Un provvedimento che salva ambiente, salute e lavoro. Così il premier Mario Monti ha presentato il decreto legge sull’Ilva approvato dal Consiglio dei Ministri, dopo sei ore di riunione.

   Mentre il Gip respingeva l’istanza di dissequestro degli impianti dell’area a caldo di Taranto, il governo stabiliva per legge che lo stabilimento tornasse alla produzione per tutto il periodo di validità dell’Autorizzazione integrata ambientale, che acquisisce status di legge.

   La società avrà gestione e responsabilità della conduzione degli impianti ma qualora non rispettasse il piano di investimenti necessari alle operazioni di risanamento, verrà sottoposta a sanzioni ulteriori rispetto a quelle già previste dall’Aia: una sanzione – ha riferito il ministro Clini – pari al 10% del fatturato annuo. La società – ha aggiunto il ministro Passera – rischia di vedere «il bene depauperato fino a perderne il controllo».

   Il Garante, figura istituita dal decreto con il compito di vigilare sull’attuazione degli adempimenti, potrà anche proporre, in presenza di criticità, provvedimenti di amministrazione controllata.

   Resta da vedere come reagirà la magistratura: «Il tribunale del Riesame dovrà confrontarsi con questa legge approvata oggi», ha detto Clini. «Abbiamo posto grandissima attenzione di compatibilità alla Costituzione – ha sostenuto Monti – il sottosegretario Catricalà è stato molto attento a questa verifica e singoli ministri tengono molto a non vedere vanificato quanto hanno costruito». «Vengono perseguite in maniera inderogabile – ha fatto notare ancora il premier – le finalità espresse dai provvedimenti assunti dall’autorità giudiziaria».

   Intanto, i lavoratori esultano: il decreto – dicono – è frutto della nostra lotta. A Genova, gli operai che sono nuovamente scesi in piazza con un corteo e un presidio davanti la Prefettura, hanno salutato la notizia con un applauso. A Taranto, si piange Francesco Zaccaria, l’operaio disperso il cui corpo è stato trovato in mare questa mattina. L’Ilva in segno di lutto ha sospeso le attività fino alla fine del primo turno. In mattinata un’altra notizia drammatica per gli operai: il ricorso alla cassa integrazione per 1031 persone sino al 3 dicembre prossimo in conseguenza dei danni agli impianti dovuti alla tromba d’aria.

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ILVA – TARANTO

SOLUZIONE A META’

di Luciano Gallino, da “la Repubblica” del 1/12/2012

L’aspetto più importante del decreto legge sull’Ilva sono a ben vedere le dichiarazioni del ministro Passera: se la proprietà non esegue quello che la nuova legge prevede il governo potrebbe varare la procedura di amministrazione controllata.
Al riguardo i dettagli non sono al momento disponibili, almeno non negli estratti del decreto accessibili a tarda sera, ma il pronunciamento del ministro dello Sviluppo, in sintonia con le analoghe dichiarazioni del ministro dell’Ambiente Clini, sembrano proprio significare che se questa volta l’azienda non porrà in essere gli interventi anti-inquinamento, rischia di perdere la proprietà o quanto meno il controllo dell’impianto di Taranto.

L’adozione di tecnologie adeguate per abbattere radicalmente gli inquinanti emessi dallo stabilimento costerà miliardi. È giusto che sia la proprietà a pagare, come avrebbe dovuto fare da almeno vent’anni, ed è bene che sia posta di fronte a penalità severe che dovrebbero entrare automaticamente in vigore a fronte di ritardi o inadempienze.
Per il resto la soddisfazione dinanzi al decreto governativo non può che essere modesta. È vero che nei prossimi giorni i lavoratori dello stabilimento ritorneranno al lavoro, ma le condizioni in cui lavorano saranno a lungo le stesse di prima. Respireranno gli stessi inquinanti, forse in dose lentamente calanti, e le polveri e le sostanze nocive che da decenni appestano Taranto continueranno a posarsi sulle loro case e sulle loro famiglie e ad essere inspirate da adulti e bambini.

Il conflitto con la magistratura locale rimane aperto, comunque si voglia rigirare la questione. Essa voleva fermare l’inquinamento – era un suo preciso dovere – ma il decreto la scavalca stabilendo che per intanto il lavoro è più importante della salute, e però nel volgere di alcuni anni le emissioni nocive dello stabilimento finiranno per essere ricondotte entro quei limiti che in realtà avrebbero dovuto essere in vigore da una generazione.
Quel che ora ci si può aspettare dal decreto in parola e dalle integrazioni tecniche ed economiche di cui sicuramente avrà bisogno è che esso imponga alla proprietà di impegnarsi all’installazione dei dispositivi anti-inquinamento con la maggior urgenza possibile; che richieda perentoriamente di impiegare in tale compito il massimo di manodopera e il meglio delle tecnologie oggi disponibili a livello mondiale; che preveda l’impiego di squadre di controllo specializzate e indipendenti che ogni giorno accertino se la direzione dell’Ilva ha rispettato i traguardi di tempi e di installazione; infine che preveda sanzioni immediate e durissime ogni volta che si constati una eventuale infrazione di tempi e di tecniche da parte della direzione.
Restiamo in fiduciosa attesa di conoscere tutti questi provvedimenti. Il governo ci ha dormito un po’ sopra, alla questione Ilva. Tutto sommato l’intervento della magistratura di Taranto risale al luglio scorso. Ora che si è dato finalmente una mossa, bisogna chiedergli che si impegni a fondo per coinvolgere la magistratura stessa nella messa in atto delle disposizioni del decreto, nonché nella sorveglianza sui modi in cui vengono eseguite. Non solo perché la magistratura, con i suoi esperti, ha mostrato di conoscere meglio di chiunque altro quale fosse la reale nocività dell’impianto.

Ma anche perché un decreto emanato dal governo che aggira una sentenza della magistratura rappresenta una tale ferita all’ordinamento costituzionale che non può essere tollerata se non per un brevissimo periodo di emergenza. Nessun ministro della Repubblica può dire “io sono la legge, quindi la magistratura deve cedermi il passo”. O al massimo può dirlo una volta sola, in una situazione di estrema necessità, per correre subito dopo ai ripari al fine di ristabilire anche nel caso Taranto l’indipendenza tra i poteri fondamentali che la Costituzione prevede. Il giorno che vede rinascere a Taranto la speranza di poter conciliare finalmente lavoro e salute, grazie a un intervento del governo di non comune incisività, non deve passare alla storia come il giorno in cui un pezzo di Costituzione è stato abrogato. (Luciano Gallino)

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CITTÀ «SMART» MA NON IN CULTURA

di Carlo Carboni, da “il Sole 24ore” del 22/11/2012

   Mentre nei convegni in giro per l’Italia non si parla altro che di smart cities, di laboratori urbani che reinventano l’industria e la crescita, di territori densamente antropizzati trasformati in milieu innovateur, mentre, quindi, un diluvio di concetti e parole incorona la città intelligente, qualche giorno fa, gli Stati generali della cultura del Sole e il rapporto Doing Business 2013 hanno messo in luce alcune rughe e piaghe, vecchie e nuove, che corrompono la bellezza colorita e spesso trasandata delle città italiane.

   Sono avvelenate da congestione urbana, ma anche afflitte da procedure lunghe, inefficienti e costose per chi vuol fare impresa, (permessi edilizi, dispute commerciali ecc.).

   Gli Stati generali della cultura del Sole hanno sottolineato che nelle nostre città, debordanti di opere e vestigia mitiche, abbiamo fatto ben poco per valorizzare il patrimonio del passato: non riusciamo a resuscitarlo perché non siamo nelle condizioni d’interpretarlo e incarnarlo con la nostra produzione culturale odierna. Il risultato più frequente sono piccole e grandi città museo, mentre il patrimonio artistico e scientifico delle città andrebbe valorizzato in funzione di crescita e sviluppo.

   Doing Business ci rimprovera che facciamo anche meno per rendere più competitive le nostre tredici città più grandi. È grave in tempi globali di economie in cerca di città intelligenti e di città in cerca di economie che consentano di rendere meno precaria la loro metamorfosi economica sollecitata dall’avvento del postmoderno, che Lyotard definiva come declino dei valori costitutivi della modernità.

   In Italia, la sottovalutazione del patrimonio artistico culturale si sposa con una scarsa consapevolezza delle nostre élite urbane circa l’importanza delle città nella storia europea e per l’economia contemporanea.

   Già Hegel sosteneva che «solo la città moderna offre allo spirito il terreno per prendere coscienza di sé» e altri classici, come Weber e Sombart, hanno visto nelle città l’alveo in cui si sviluppa lo spirito del capitalismo in Europa. L’epoca moderna è delle città: storia ed economia hanno qui il loro motore. Del resto, gli europei residenti in città con più di 20.000 abitanti erano un terzo nel 1920, mentre oggi sono più di due terzi. Più di metà degli europei vive in città con oltre 100.000 abitanti.

   Produttori di conoscenza e innovazione, le città, in particolare quelle con oltre un milione di abitanti, hanno un Pil mediamente superiore del 40% a quello del proprio Paese. Dunque, le città nella cultura europea sono importanti per motivi demografici, economici e per il capitale sociale di global networking che esprimono.

   Con l’avvento della società postmoderna, le vecchie città industriali si sono trasformate in grandi aggregati di servizi: a Londra, Parigi, Berlino, Madrid e Roma, almeno quattro posti di lavoro su cinque. Nel nostro Paese è stato fatto poco per accompagnare con “intelligenza” questa metamorfosi e far fronte alla accresciuta competizione fra gli scenari urbani, fra aree urbane funzionali (es. i porti) almeno a scala europea.

   La progressiva autonomia governativa delle città non è stata accompagnata con misure riguardanti gli aspetti competitivi (accessibilità, ricettività, innovazione tecnologica, ecc.) e quelli di vita e di lavoro (ambiente, cultura, welfare, ecc), come invece è avvenuto per alcune città strategiche europee.

   In Spagna, Barcellona, Bilbao e Valencia si sono inserite ad alti livelli nei sistemi formativi superiori europei. Nel Nord Europa, città come Goteborg e Glasgow hanno spinto in direzione della città creativa, ricca d’offerta culturale. In Germania, città come Dresda, Dusseldorf e Stoccarda valorizzano efficacemente il loro patrimonio artistico, culturale e ambientale. In Italia, neppure la prospettiva della creazione di città metropolitane ha smosso un panorama urbano e provinciale, che solo in alcuni casi si salva per merito di comunità impegnate in best practices.

La città metropolitana fu per la prima volta prevista nel lontano 1990 (legge 142) e solo recentemente è stata riesumata dalla spending review del governo Monti (legge 135) che, oltre a ridurre le province, istituisce le città metropolitane di Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria; ma solo dal 1° gennaio 2014.
Il sonno più che ventennale conosciuto da questo nuovo ente amministrativo, che riguarda le aree vaste urbanizzate e cresciute in coalescenza attorno alle nostre città, dimostra il ritardo italiano nell’affrontare la questione delle città strategiche, il suo sfarinamento in piccole opere concesse a pioggia per sedare le gelosie muncipaliste.

   Le città metropolitane, che in Italia racchiudono quasi il 40% del Pil e circa un terzo delle imprese e degli addetti, potenzialmente possono costituire un acceleratore dell’economia del Paese; ma, come enti amministrativi sono tutti da definire, senza parlare dei fallimentari bilanci di alcuni grandi comuni.

   Come rendere “intelligente” ed efficace il governo delle nostre città è un grande tema italiano per entrare in Europa: riguarda la capacità delle nostre classi dirigenti urbane di tenere assieme la competizione, la qualità delle condizioni di vita e di lavoro, la valorizzazione della cultura e del patrimonio senza che la tradizione fagociti il presente lasciando le nuove idee fuori dalla porta. (Carlo Carboni)

LA COSTITUENTE – L’iniziativa.
Gli Stati Generali della Cultura si sono tenuti al Teatro Eliseo di Roma giovedì 15 novembre con la partecipazione del Capo dello Stato Giorgio Napoletano. Hanno partecipato oltre 8mila persone. L’evento è stato una iniziativa del Sole 24 Ore, promossa con Accademia dei Lincei ed Enciclopedia Treccani. L’iniziativa è stato l’ultimo atto di un processo lanciato dal Sole 24 Ore Domenica del 19 febbraio con il Manifesto per la Cultura che si è posto l’obiettivo di valorizzare cultura, patrimonio storico-artistico come motore di crescita.

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COS’E’ LA SMART CITY (da Wikipedia)

L’espressione città intelligente[1] (dall’inglese smart city) indica, in senso lato, un ambiente urbano in grado di agire attivamente per migliorare la qualità della vita dei propri cittadini. La città intelligente riesce a conciliare e soddisfare le esigenze dei cittadini, delle imprese e delle istituzioni, grazie anche all’impiego diffuso e innovativo delle TIC, in particolare nei campi della comunicazione, della mobilità, dell’ambiente e dell’efficienza energetica.[2][3]

Benché il significato di tale espressione non sia ancora stato univocamente definito nei dettagli, si riscontra un certo accordo sulle caratteristiche di attenzione ai bisogni delle persone, di gestione oculata delle risorse, di sviluppo sostenibile e di sostenibilità economica.[

Il progetto nasce a livello mondiale, con la città di Rio de Janeiro che svolge il ruolo di pioniere dei primi esempi di implementazione intelligente delle tecnologie al fine di migliorare la vita comune e ridurre gli sprechi negli ambiti più disparati, che vanno dal settore energetico a quello della gestione dei rifiuti.

In Europa solo di recente si è iniziato a parlare in termini di “Smart” (2010). L’Unione Europea prevede una spesa totale che si aggira tra i 10 ed i 12 miliardi di Euro in un arco di tempo che si estende fino al 2020.

Gli investimenti in conto sono volti a finanziare (o quantomeno stimolare) i progetti delle città europee che ambiscono a divenire “Smart”. Tali progetti sono rivolti all’ecosostenibilità dello sviluppo urbano, alla diminuzione di sprechi energetici ed alla riduzione drastica dell’inquinamento grazie anche ad un miglioramento della pianificazione urbanistica e dei trasporti.

Tra le città italiane candidate per l’acquisizione di tale titolo vi è Torino, che grazie a vari progetti ed iniziative quali Torino Smart City si conferma all’avanguardia delle implementazioni tecnologiche e logistiche volte a migliorare la vita in città. Un esempio è dato dai mezzi di trasporto, come la metropolitana a basso impatto ambientale o l’utilizzo di bus elettrici nel centro storico della città. Nell’aprile 2012 inoltre è stata inaugurata una delle prime forme di cabina telefonica intelligente a servizio del cittadino. Il primo esemplare di cabina intelligente è stato collocato di fronte al Politecnico di Torino appositamente per sottolineare il ruolo che ha avuto e che tuttora detiene l’università come fulcro di sviluppo e ricerca tecnologica. (da Wikipedia, 22/11/2012)

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Qualità della vita – La classifica annuale del “Sole 24ore”. Bene Roma e Milano. Taranto la peggiore

L’EMILIA FELICE, BOLZANO E’ IL LUOGO IDEALE

   Non è per lo strudel e certo nemmeno per il clima (che la congela al numero 71), ma per il tasso di disoccupazione più basso d’Italia (3,3 contro una media del 9) e per gli ottimi piazzamenti in ordine pubblico, natalità e tempo libero che la provincia di Bolzano conquista il primo posto per qualità della vita nella classifica stilata dal Sole24ore. E sono quattro: era già successo nel 1995, nel 2001 e nel 2010.

   Ultima è Taranto, la città dell’Ilva, che scalza Foggia. Penultima Napoli. Milano e Roma (17 e 21) guadagnano entrambe due posizioni, ma sono le due maglie nere quanto a costo della casa.

   La ricerca, stilata prima di tagli e accorpamenti prossimi venturi, considera 107 province e si articola su 6 settori. «Tenore di vita» (vince Milano per Pil, depositi e pensioni), «Affari e lavoro», «Servizi, ambiente e salute», «Popolazione», «Ordine pubblico», «Tempo libero» (Rimini resta la regina). Nonostante la flessione di Bologna, che nella hit parade da prima nel 2011 un anno dopo diventa decima, nelle classifiche parziali di ogni «specialità» l’Emilia Romagna è la regione che si piazza meglio di tutte.

   Nei servizi Bologna è prima, Ravenna terza, Reggio Emilia settima, Parma ottava e alla voce «asili» non ce n’è per nessuno: i primi cinque posti sono tutti loro. Piacenza vince il comparto «Popolazione», davanti a Siena e Trento. È la provincia con più giovani e con meno divorzi e separazioni. Reggio Emilia, seconda per «Affari e lavoro», è in assoluto il posto dove nascono più bambini. «Questi risultati confermano che c’è  speranza, che si può fare bene e resistere nonostante la crisi», dice il primo cittadino Graziano Delrio, che con 9 figli ha certo contribuito a migliorare il dato anagrafico.

   «Nonostante le difficoltà, la città eccelle per servizi, opportunità di lavoro ed ecosistema urbano. Merito dell’amministrazione e anche dei cittadini. Cosa invidio a Bolzano? Eh, le risorse di una regione autonoma, non sono paragonabili».

   Inevitabile che Roma e Milano condividano pessimi risultati quanto a microcriminalità, furti d’auto, densità demografica (troppi abitanti per chilometro quadrato), magari lascia più perplessi che, quanto ad appeal turistico, la città del Colosseo e dei Fori si piazzi solo al n.37, sorpassata non solo da Bolzano, Rimini e Venezia (le prime tre), ma anche da Belluno, Vibo Valentia e Teramo. Va specificato però che l’ordine di arrivo è deciso dal numero di presenze per abitante.

   Il titolo di provincia più sportiva va a Parma (la più fuori forma è la sarda Ogliastra), la più creativa è Rimini, Olbia quella con più ristoranti, Massa Carrara ha il record di librerie. La più sicura è Oristano, la più   pericolosa Latina. Crotone è terza, persino davanti alla star Bolzano. Genova è la capitale di scippi e rapine, Lucca quella dei furti in appartamento, Catania il regno dei ladri d’auto, Pescara quello delle estorsioni, Napoli quello delle truffe. (Giovanna Cavalli)

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ALTRI STUDI E RICERCHE diversi da quello de “il Sole 24ore”

LA QUALITÀ DELLA VITA NELLE CITTÀ ITALIANE: ALLA RICERCA DELLA DOLCE VITA

di EMILIO COLOMBO, ALESSANDRA MICHELANGELI, LUCA STANCA – tutti e tre dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca – testo ripreso dal sito www.eyesreg.it/ EYESREG, Giornale di Scienze Regionali

EyesReg, Vol.2, N.3 – Maggio 2012 –

Negli ultimi anni un numero crescente di amministrazioni locali ha promosso studi per valutare la qualità della vita nelle proprie città con l’intento di individuare i fattori su cui occorre agire per migliorarne la vivibilità [1].

Gran parte di questi studi converge nell’individuare come fattori determinanti la qualità della vita le infrastrutture, i servizi, l’estetica e la funzionalità dell’arredo urbano, la qualità dell’ambiente. L’individuazione e la valutazione quantitativa dell’impatto di questi fattori sulla qualità della vita costituiscono importanti strumenti di supporto ai policy makers.

Le strategie di intervento di questi ultimi non sempre sono volte esclusivamente a rendere la città più vivibile. Spesso vengono perseguiti anche altri obiettivi come, per esempio, rendere la città più competitiva oppure migliorarne l’immagine a livello nazionale o internazionale.

Indagini condotte a livello nazionale o sovranazionale sono quindi utili a valutare peculiarità e differenze dei singoli contesti urbani e possono costituire una fase preliminare all’implementazione di politiche analoghe a quelle appena menzionate.

Per esempio, a livello sovranazionale, l’Unione europea ha avviato nel 2003 il programma Urban Audit finalizzato a raccogliere ogni tre anni le informazioni statistiche necessarie a misurare le differenze della qualità della vita nelle principali città dell’Unione. A livello nazionale, le due principali indagini sono pubblicate annualmente da Il Sole 24 Ore e da Italia Oggi.

Entrambe sintetizzano in un numero indice il valore assunto da una serie di indicatori sociali relativi, per esempio, allo sviluppo della rete dei trasporti pubblici, alla fruizione dei servizi, alla presenza di aree verdi e di strutture sportive e ricreative. In queste analisi, il valore dell’indice della qualità della vita corrisponde a una media ponderata dei singoli indicatori dove i pesi sono scelti sulla base di un determinato criterio statistico.

Una recente ricerca condotta dagli autori e pubblicata in “Città italiane in cerca di qualità. Dove e perché si vive meglio” (Università Bocconi Editore) propone una metodologia alternativa per valutare la qualità della vita in 103 capoluoghi di provincia italiani. Tale metodologia è nota in letteratura come metodo dei prezzi edonici ed è stata sviluppata tra la fine degli anni ’70 e gli anni ‘80 dagli economisti statunitensi Sherwin Rosen (1979) e Jennifer Roback (1982).

In base a questo metodo, l’effetto di ogni singolo fattore sulla qualità della vita viene stimato attraverso delle tecniche di regressione multivariata e le stime ottenute vengono utilizzate come pesi per aggregare i diversi indicatori in un numero indice che misura il livello della qualità della vita in una determinata città.

I dati statistici utilizzati contengono informazioni sul mercato delle abitazioni e del lavoro perché la valutazione avviene in maniera indiretta attraverso l’analisi delle scelte abitative e occupazionali degli individui.

L’idea di fondo è molto semplice: le caratteristiche territoriali si riflettono nei prezzi delle abitazioni e dei salari, in quanto gli individui scelgono di abitare e di lavorare nelle città che giudicano più attraenti, facendo così variare la domanda di abitazioni e l’offerta di lavoro.

Pertanto, in equilibrio, salari e prezzi delle abitazioni consentono di ottenere una misura monetaria della disponibilità a pagare degli individui per vivere in una città con determinate caratteristiche (servizi, infrastrutture, qualità dell’ambiente, ecc.).

                       

Nell’analisi degli autori sono stati considerati una molteplicità d’indicatori relativi alle condizioni climatiche (temperatura, precipitazioni medie mensili, percentuale di umidità); ambientali (percentuale di spazi verdi nel territorio comunale, vicinanza al mare, grado di inquinamento); servizi (istruzione, attività e luoghi d’interesse culturale, trasporti); caratteristiche socio-demografiche (percentuale di crimini violenti, percentuale di laureati, grado di partecipazione politica e percentuale di residenti stranieri); caratteristiche economiche (reddito pro-capite e tasso di disoccupazione).

Per stimare l’impatto di questi indicatori sulla qualità della vita, sono stati utilizzati i valori delle abitazioni registrati dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI) dell’Agenzia del Territorio, che fornisce un campione rappresentativo delle compravendite di abitazioni avvenute nelle 103 città tra il 2004 e il 2010. Oltre a questi dati, è stato utilizzato il campione della Fondazione Rodolfo De Benedetti sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti riportati dall’Inps e relativi al biennio 2001-2002.

I risultati mostrano notevoli differenze tra le province, sia per l’indice complessivo che per i sotto-indici relativi a clima, ambiente, servizi, società ed economia. La prima classificata è Pisa con un valore normalizzato dell’indice pari a 5.241 euro.[2] Questo significa che, in media, gli individui sono disposti a pagare 5.241 euro all’anno per vivere in una città con le caratteristiche di Pisa piuttosto che in una ipotetica città aventi le quantità medie dei nostri indicatori.

Considerando che in Italia il reddito medio annuo si aggira intorno ai 22.000 euro, la disponibilità a pagare per poter usufruire delle caratteristiche di una città come Pisa equivale a circa un quarto del reddito medio annuale. L’ultima classificata è Enna con un valore dell’indice negativo, pari a -6.922 euro, perché non offre un livello di caratteristiche pari alla città con caratteristiche medie.

Tale valore quantifica la perdita di benessere derivante dal fatto di vivere in una città con minori risorse e corrisponde all’ammontare monetario necessario per compensare una persona che vive a Enna. Passare dall’ultima alla prima classificata comporta un miglioramento della qualità della vita che possiamo quantificare in 12.163 euro, che equivalgono a più della metà del reddito medio annuo individuale.

Più in generale, in base alle preferenze rivelate dai prezzi di mercato delle abitazioni e dalle retribuzioni, le città dove si vive meglio sono quelle del centro-nord caratterizzate da una più elevata qualità dei servizi e da migliori condizioni economiche: Trieste, Bologna, Ancona, Firenze, Pesaro, Siena. La dolce vita è qui. Ad eccezione di Siena che conta 54.000 abitanti, sono tutte città di medie dimensioni ovvero con una popolazione compresa tra i 100.000 e i 500.000 abitanti.

Come negli Stati Uniti, esiste una relazione prima crescente e poi decrescente tra qualità della vita e dimensioni delle città per cui le città di medie dimensioni risultano maggiormente vivibili rispetto a città troppo piccole o troppo grandi.

Per spiegare il modello vincente offerto dalle città di medie dimensioni, occorre notare come la dimensione di una città comporta dei vantaggi ma anche degli svantaggi. Numerose forze di agglomerazione rendono infatti attraenti le città di grandi dimensioni. Queste offrono una maggiore varietà di servizi e talvolta maggiori opportunità lavorative.

D’altro canto, i processi di agglomerazione, se mal gestiti, possono trasformarsi in fenomeni di congestione, che si traducono in maggior traffico e inquinamento atmosferico, caratterizzati anche da problematiche sociali come elevati tassi di criminalità e difficoltà di integrazione della popolazione straniera.  Le città di medie dimensioni riescono a bilanciare con maggior efficacia queste diverse componenti, beneficiando dei fattori di agglomerazione senza soffrire di quelli di congestione.

Le città del Mezzogiorno, in particolare le province della Sicilia, chiudono la classifica perché in sostanza le migliori condizioni climatiche non sono sufficienti a compensare la scarsità di servizi e le peggiori condizioni del tessuto economico.

L’applicazione del metodo edonico per la misurazione della qualità della vita è un’impresa tutt’altro che semplice, data la difficoltà di reperire i dati microeconomici necessari. Per colmare questa lacuna, sarebbe auspicabile avviare un sistema di monitoraggio, di raccolta e di aggiornamento periodico dei dati statistici analogo al Programma Audit.

Nonostante le difficoltà, gli autori ritengono che la semplicità concettuale e la centralità attribuita alle preferenze delle persone, rappresentino un vantaggio comparato significativo rispetto ai metodi tradizionali per la misurazione della qualità della vita.

Emilio Colombo, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Alessandra Michelangeli, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Luca Stanca, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Bibliografia

Guala C. (2000), Metodi della ricerca sociale. La storia, le tecniche, gli indicatori. Roma: Carocci.

Rosen S. (1979), Wage-Based Indexes of Urban Quality of Life. In: Mieszkowsi P., Stratzheim M. (eds.), Current Issues in Urban Economics. Baltimore: John Hopkins Press. 74-104.

Roback J. (1982), Wage, Rents, and the Quality of Life. Journal of Political Economy, 90, 6: 1257-78.

Note

[1] Alcune indagini sulla qualità della vita condotte a livello locale sono sintetizzate in Guala C. (2000).

[2] Il valore normalizzato dell’indice esprime la disponibilità a pagare in più (in meno) per vivere in una città con livelli superiori (inferiori) di caratteristiche rispetto alla città “virtuale” che ha un livello delle caratteristiche pari al loro valore medio. Virtuale perché non è detto che questa città esista realmente, è un artificio statistico per facilitare la lettura dei risultati.

3 Responses to La qualità della vita nelle città italiane: alla ricerca della dolce vita

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CITTA’ NEL MONDO E NUOVE TECNOLOGIE

NEW YORK È LA CITTÀ PIÙ “CONNESSA” AL MONDO, SEGUONO STOCCOLMA E LONDRA

di Luca Dello Iacovo, da “il Sole 24ore” del 20/11/2012

   È New York a guidare la classifica del Networked Society City Index che esamina la leadership di 25 città del mondo nella capacità di adoperare sul territorio le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ict). Sul podio salgono anche Stoccolma e Londra. L’indagine, elaborata da Ericsson, è anche un punto di osservazione sull’evoluzione delle smart city. Che saranno poli di attrazione per abitanti: entro il 2050 circa il 70% della popolazione mondiale vivrà nei centri urbani, a discapito delle aree rurali.

   La terza edizione del report di Ericsson descrive piattaforme urbane di sviluppo abilitate dalle ict. New York ha varato il programma New York City Digital che ha alimentato la nascita e l’espansione di incubatori capaci di sostenere i primi passi delle startup. È un tassello della smart city. Le altre due città arrivate in cima alla classifica hanno anche una tradizione nell’uso diffuso delle ict. Stoccolma ha guidato la ricerca tecnologica sui quartieri ecosostenibili.

   A Londra, in pochi anni, l’area della Tech City è diventata un hub capace di attrarre grandi aziende e un laboratorio di sperimentazione per la smart city. Altre cinque megalopoli sono leader locali e globali: Singapore, Seoul, Tokyo, Parigi e Los Angeles. Il gruppo svedese ha esaminato 28 indicatori, rielaborati sui due assi della maturità nell’adozione delle ict e del ritorno degli investimenti in ict, nelle tre dimensioni economiche, sociali e ambientali. Le città italiane non sono incluse a causa della minore popolazione rispetto al campione dello studio, ricostruito con la lista delle Nazioni Unite dei centri urbani più grandi, integrata con due capitali del Networked Readiness Index del World Economic Forum.

   Il motore dell’innovazione high tech abilita lo sviluppo sul territorio di nuovi prodotti, a partire da ecommerce, video streaming e servizi cloud. Riduce inoltre le barriere di accesso, anche per raggiungere mercati lontani, e i costi di transazione.

   La maturità delle ict è trainata all’inizio soprattutto da singoli individui più che da aziende o istituzioni, rileva lo studio del gruppo svedese. In particolare, per ogni mille nuove connessioni, sono 80 i nuovi posti di lavoro generati, come osserva una ricerca di Ericsson e Arthur D. Little. E ancora: le stime della Stockholm School of Economics segnalano che un aumento della penetrazione della banda larga dell’1% porta a un incremento del 3,8% nella registrazione di nuove attività imprenditoriali.

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-11-20/classifica-citta-connesse-ericsson-175441.shtml?uuid=AbEGkq4G

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LE 10 CITTÀ DOVE SI VIVE MEGLIO AL MONDO. VINCE HONG KONG

– La città-stato asiatica vince la classifica annuale dell’Economist Intelligence Unit, davanti ad Amsterdam e Osaka –

di Eleonora Lorusso , da PANORAMA.IT del 5/7/2012

   Una volta c’erano le australiane Sidney e Melbourne, prima ancora la canadese Vancouver. Oggi è Hong Kong. E’ proprio la città-stato nella costa meridionale cinese ad essere indicata come la metropoli nella quale si vive meglio. L’annuale classifica stilata dall’Economist Intelligence Unit indica Honk Kong come il miglior posto al mondo dove trasferirsi, seguita da Amsterdam e Osaka.

   Un risultato inaspettato quello del rapporto 2012, che nasce per aiutare i reparti delle risorse umane delle aziende a collocare i lavoratori delle multinazionali, cercando di evitare a loro e all’azienda difficoltà legate appunto al cambio di città e stile di vita.

   Lo scorso anno a vincere il titolo di miglior città più vivibile era stata Melbourne, in Australia, seguita da Vienna e Vancouver. E tra le prime dieci figuravano 3 città canadesi (oltre a Vancouver anche Calgary e Toronto), ben 4 australiane (Melbourne, appunto, ma anche Sydney, Perth e Adelaide), ma anche Auckland e Helsinky.

   Un risultato che aveva creato non pochi mal di pancia tra gli addetti ai lavori e non, tanto da costringere a rivedere i parametri di valutazione, introducendo anche la quantità di spazi verdi, i livelli di inquinamento e la presenza di beni culturali.

Ecco la top ten:

1) Hong Kong

2) Amsterdam

3) Osaka

4) Parigi

5) Sydney

6) Stoccolma

7) Berlino

8) Toronto

9) Monaco

10) Tokyo

   Come si può facilmente intuire, introducendo nuovi parametri la valutazione ha portato a una lista nella quale ci sono ben 5 città europee, in precedenza quasi sempre assenti, e 3 asiatiche, delle quali 2 giapponesi.

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