LAVORO DA INVENTARSI, tra scelte e iniziative individuali (meglio se fatte insieme con amici) e geografico-territoriali – Per mettere in gioco e creare ricchezza sulle valenze economiche di un luogo (specificità agricolo-ambientali, turistiche, tecnologiche, di saperi artigianali qualificati e diffusi, etc.)

LE SILICON VALLEY D'ITALIA

Ecco LE SILICON VALLEY D’ITALIA: c’è un sito PER IL LAVORO HI-TECH.  L’hanno messo su tre giovani milanesi, si chiama WORLD DIGITAL MAP: (http://www.mappedinworld.com/it/home). Finora 800 aziende segnalate nel mondo, la maggior parte concentrate nel nostro paese. Dove si scopre che negli hub tecnologici ci sono opportunità di impiego e stipendi più alti, anche per chi non è laureato. Non solo Milano, spesso si tratta di centri minori. Ma non sempre piccolo è bello (da “la Repubblica.it” del 1/10/2012 vedi il settimo articolo in questo POST)

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GIOVANI E LAVORO (dal Rapporto CENSIS pubblicato il 7/12/2012) – «Nei primi sei mesi dell’anno il numero degli occupati ha registrato una flessione dello 0,3% e sono stati bruciati più di 240 mila posti di lavoro destinati ai giovani». La crisi «ha dato una netta accelerazione ad un processo di invecchiamento già in corso da tempo»: la quota di under 35 al lavoro scende al 26,4% nel 2011 dal 37,8% di dieci anni fa».

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   Mai come adesso esiste una forte correlazione tra esigenze strettamente personalistiche, individuali, di procurarsi un’attività lavorativa che possa dare un reddito (più o meno sufficiente a soddisfare le personali esigenze di vita, i bisogni di ciascuno, della propria famiglia) e, per fare questo, è necessario anche “saper leggere” quel che un determinato territorio geografico necessita, ha bisogno di “questo o quel servizio”. Oppure quello che un luogo può dare specificatamente a chi cerca un’attività (in termini di saperi umani o di risorse naturali), facendo sì che il personale “mettersi in gioco” serve, è utile all’interno del luogo stesso, o può essere esportato, messo sul mercato dei beni e dei servizi da offrire.

   In questo post proviamo, attraverso articoli presi qua e là, a mettere in ordine (ribadiamo il verbo “proviamo”) elementi e necessità affinché una persona, ma anche una collettività, possa capire dove puntare di più, per creare un’economia (personale per se stessa, o collettiva) in grado di “fare ricchezza”, appunto cercando di valorizzare quello che individualmente “si sa fare meglio” (o si pensa di essere in grado di fare), ma anche confrontandosi con il territorio, con quello che può dare (in termini di risorse, di saperi e di natura).

   Presentiamo allora un bell’articolo di Paolo Rumiz su giovani che decidono di fare “scelte estreme” di tornare alla natura facendo i pastori; ma cerchiamo anche di vedere chi si “inventa lavoro” (in un interessantissimo articolo di Dario Di Vico) nell’offrire via Web servizi variegati a chi non ha il tempo o la capacità di procurarli a se stessi (una specie di maggiordomo multifunzionale) fatto con accordi con le aziende dei lavoratori. E poi Renzo Rosso della Diesel che sollecita i giovani a “inventarsi” un lavora, a “provare”….

   E così via nella sintesi del messaggio che si vorrebbe proporre: cioè di “provarci” con coraggio ma anche con una certa analisi necessaria scientifica nello studiare attentamente quel che va fatto, i pro e i contro (conti economici alla mano), se l’attività che si vuole iniziare darà il reddito sperato, se è adatta alle proprie capacità, se potrà più o meno piacere (cioè essere confacente ai propri gusti), e, non ultimo, se sarà utile all’ambiente e alla collettività nel luogo dove la si farà.

   Partiamo con un articolo che parla dei “distretti”, cioè di quelle realtà diffuse in molte parti d’Italia (ma è un po’ tutto così specie nell’Occidente globale, pensiamo al “distretto californiano dell’informatica” e di cosa ha fatto e sta facendo negli ultimi trent’anni che ha dominato la cultura e l’economia del mondo…).

   In Italia i distretti del tessile, del mobile, del metallurgico, della ceramica, delle nanotecnologie, della calzatura, dei prodotti agro-alimentari
(quest’ultimi gli unici che sembra “tengono” rispetto alla crisi generale)… ebbene la geografia dei distretti (che ha condizionato realtà istituzionali a volte separate in piccoli comuni, creando comprensori economici di dialogo stretto per esigenze produttive, di un’economia magari fatta di piccole aziende, ma tutte rivolte a produrre e migliore uno specifico prodotto), i distretti vivono tutti una latente e profonda crisi. A parte qualcuno: pensiamo all’ “agroalimentare”, la produzione del vino nelle variegate uqalità e denominazioni, dell’olio (gli extravergini d’oliva regionali), l’ortofrutta, nei prodotti derivanti dal latte come i formaggi, il parmigiano reggiano, il grana padano, i prosciutti… di San Daniele etc … Ma (i distretti) sono pur dinamici anche in forme hi-tech avanzate metallurgiche, di produzioni parafarmaceutiche, di prodotti tecnologici come piccoli elettrodomestici, o laboratori tessili sull’ “alta moda”, sulla produzione di scarpe di lusso, paramediche o  con determinate caratteristiche tecnologiche,  etc. …

Il DISTRETTO INDUSTRIALE è un'agglomerazione di imprese, in generale di piccola e media dimensione, ubicate in un ambito territoriale circoscritto e storicamente determinato, specializzate in una o più fasi di un processo produttivo e integrate mediante una rete complessa di interrelazioni di carattere economico e sociale. Sebbene il modello di sviluppo industriale basato sui distretti non sia un'esclusiva italiana, esso ha trovato in Italia le condizioni ideali per la sua affermazione sin dagli anni settanta (da Wikipedia) (http://it.wikipedia.org/wiki/Distretto_industriale) (foto tratta dal sito www.romanoprodi.it)
Il DISTRETTO INDUSTRIALE è un’agglomerazione di imprese, in generale di piccola e media dimensione, ubicate in un ambito territoriale circoscritto e storicamente determinato, specializzate in una o più fasi di un processo produttivo e integrate mediante una rete complessa di interrelazioni di carattere economico e sociale. Sebbene il modello di sviluppo industriale basato sui distretti non sia un’esclusiva italiana, esso ha trovato in Italia le condizioni ideali per la sua affermazione sin dagli anni settanta (da Wikipedia) (http://it.wikipedia.org/wiki/Distretto_industriale) (foto tratta dal sito http://www.romanoprodi.it)

   Ebbene sui distretti artigianali, industriali, più che a qualcuno una decina di anni fa è venuta la sensazione che erano superati dalla globalizzazione: in particolare dal “fattore lavoro” diventato mezzo di produzione alla stregua delle materie prime, cioè dato anch’esso dalla contrattazione di mercato: non più aziende legate a manodopera (persone) del proprio territorio, ma “si va dove costa meno e ci sono condizioni agevolate per produrre”.

   Tentativi anche interessanti di creare “distretti” all’estero, appunto in paesi a basso costo della manodopera (per fare un esempio, a Timinsoara, in Romania, si era creato un “piccolo Veneto”, una realtà di produzione artigianal-industriale del tipo “distretto” che però non ha avuto in seguito gli effetti di traino sperati). Tutto questo faceva presupporre che se di distretti si poteva-doveva parlare, era necessario pensarli con un’immaginazione geografica solo cosmopolita (la manodopera in paesi poveri, il “cervello” dell’azienda nei luoghi d’origine, le materie prime prese chissà dove…). Pare che non sia andata proprio più così, e che la crisi economica mondiale stia proponendo di rivalutare risorse locali di saperi, competenze qualificate, manualità artigianali, idee nuove (ricerca), che tutte hanno bisogno di parlarsi in un solo luogo, com’era appunto nei vecchi distretti. Pertanto nessuno ci crede molto che ora i distretti possano costituirsi ipso-facto in Austria o in Slovenia (o in Serbia) come minacciano di fare molti imprenditori (e qualcuno si è già mosso) trovando in quei luoghi disponibilità a nessuna burocrazia e poche tasse da pagare. E’ probabile che anche lì non funzionerà, perché il distretto torna ad avere bisogno di un rapporto consolidato con un unico territorio di vocazione.

i DISTRETTI AGRO-ALIMENTARI sono quelli che reggono meglio l'attuale crisi globale (foto ripresa dal sito www.blog.netafim.it)
i DISTRETTI AGRO-ALIMENTARI sono quelli che reggono meglio l’attuale crisi globale (foto ripresa dal sito http://www.blog.netafim.it)

Però non può più essere come prima: adesso bisogna rispettare l’ambiente (spesso i distretti, di qualsiasi tipo, hanno sfruttato senza porsi problemi la natura, il paesaggio: capannoni sparsi dappertutto, fabbriche in piena campagna, inquinamento del suolo e dell’aria…); bisogna rapportarsi con virtuosità con i saperi tradizionali ancora vivi, artigiani, agricoli, ma anche informatici, innovativi che un luogo ha, e formarne di nuovi tra i giovani (la scuola impegnata in creazione di saperi tradizionali e innovativi); e confrontarsi in centri di ricerca per far emergere nuove IDEE e possibilità; bisogna avere il coraggio sì dell’iniziativa individuale, ma anche di “mettersi assieme”, consorziarsi, e così non aver paura di stare al passo con la concorrenza “da fuori”, con il mercato internazionale… Allora se i distretti specifici di ogni luogo (in tutti i campi possibili) possono rinascere, devono essere diversi da quelli di quarant’anni fa che han fatto il boom economico e han dato ricchezza diffusa.

   Pertanto il concetto dei distretti, di saperi che si integrano e si incoraggiano a migliorare ogni forma produttiva su cui impegnarsi, sembra che tornino in auge e siano una speranza per la nuova società che verrà e per i nuovi lavori che nasceranno. Ma hanno bisogno che la politica li aiuti, li incoraggi, venga a creare le condizioni perché sempre più persone abbiano voglia di impegnarsi e un po’ rischiare (questo, della politica che aiuta i distretti, adesso non sta accadendo).

   E (lo spirito del “distretto”) lo si può anche pensare nel “micro” delle persone che cercano lavoro: perché non provare “l’impresa” di un lavoro non in solitudine, a caso, ma confrontarsi e associarsi con propri amici, discutendo e riflettendo di “cosa si può fare” nel proprio ambiente, e poi partire per un’avventura possibile? (sm)

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LA SCINTILLA CHE ACCENDE LA GENIALITÀ DEI DISTRETTI

di Fabrizio Galimberti, da “il Sole 24ore” del 2/12/2012

– Perché alcune zone produttive sono territori unici e «sapienti» – Non si improvvisa un sapere produttivo: ci vuole amore per il lavoro, una continua evoluzione tecnologica, e, anche, scambi di idee tra vecchi amici – nei CLUSTER, il fare tutti la stessa cosa, o quasi, si crea un’atmosfera in cui si mescolano concorrenza e collaborazione –
(….)  Se chiedete agli economisti perché un Paese cresce e un altro no, non aspettatevi una risposta chiara, valida per tutte le stagioni e tutte le latitudini. La crescita economica è ancora, per tanti lati, un mistero.

   Andrew Lo, un economista americano del Massachusetts Institute of Technology, affermò un giorno che «la fisica ha tre leggi che spiegano il 99% dei fenomeni, e l’economia ha 99 leggi che spiegano il 3% dei fenomeni». Forse Lo esagerava, ma non troppo. L’economia non è una scienza esatta, è una “scienza dell’uomo”, e l’uomo, lo sapete, è un animale complicato.
(…) Parliamo di distretti. Non esiste una teoria “universale” della crescita, ma ci si può chinare su un territorio che cresce e cercare di capire cosa lo fa ticchettare ed espandersi. Sappiamo già che per crescere c’è bisogno, innanzitutto, della voglia di fare, di affermarsi, di intraprendere, di creare. John Maynard Keynes, il più grande economista del Novecento, chiamava questa voglia “gli spiriti animali”.

   Ma ci vogliono anche altre cose: la mandopera, le materie prime, i finanziamenti, le infrastrutture (edifici, ponti, strade… il solito proverbio cinese dice: “Se volete creare ricchezza, prima costruite una strada”).

   Se questi fattori esistono, di solito la “scintilla” fa partire la crescita. Ma nei distretti industriali c’è qualcosa di più. Nei distretti ci sono tanti produttori che, gomito a gomito, producono lo stesso tipo di bene: dalle sedie ai tappi di sughero, dalle macchine per produrre piastrelle ai macchinari per imballaggi, dalle scarpe da passeggio agli scarponi da sci, quei produttori sono addensati quasi come le api di un alveare.

   Sono concorrenti, ma questo non vuol dire che si guardano in cagnesco. Si conoscono tutti: campagne, valli, colline sono l’habitat più frequente del distretto. Le imprese sono solitamente medio-piccole, anche se in qualche caso emerge un’impresa dominante che può anche diventare una “multinazionale tascabile”.

   Spesso succede che quelli che lavorano in un’impresa poi si mettono in proprio e ne fondano un’altra. La sera si incontrano all’osteria con i concorrenti vecchi e nuovi, ma non litigano. Si scambiano esperienze, parlano dei prodotti e dei processi di lavorazione. Il fatto di fare tutti la stessa cosa o quasi porta a una peculiare atmosfera in cui si mescola concorrenza e collaborazione. Il successo di alcuni fa scattare l’emulazione in altri.

   Un grande economista dell’Ottocento, Alfred Marshall, disse, a proposito di questi peculiari addensamenti industriali: “E’ come se i segreti del mestiere volteggiassero nell’aria”.

   Molti anni fa il governo australiano offrì a me e a qualche altro, un viaggio in Australia. L’idea era questa: l’Australia è ricca di materie prime, che esporta anche in Italia, dalla lana alle lastre di granito. Prendiamo il granito: l’Australia lo esporta in Italia e poi reimporta dall’Italia piastrelle di granito. Allora perché non sviluppare in Australia un’industria che trasforma il granito in piastrelle? Perché mandare quella pietra fino agli antipodi e poi farle fare di nuovo il viaggio di ritorno per importare il prodotto finito? Perché non convincere gli italiani a impiantare in Australia una fabbrica di piastrelle?

   Il ragionamento sembra filare. Ma… Per far piastrelle in Australia non basta far arrivare macchinari o tecnici italiani. Ci vuole, per fare piastrelle di classe mondiale, un… avete indovinato, un distretto.

   Ci vuole un amore per quel lavoro, una continua evoluzione tecnologica, un’osteria dove la sera si parli di piastrelle mentre quei segreti del mestiere “volteggiano nell’aria”. Non si improvvisa un sapere produttivo.

   I distretti esistono perché hanno ereditato per generazioni un “saper fare”, una lunga linfa produttiva che risale alle prodezze artigianali delle città-stato del Medioevo. Dovetti spiegare queste cose agli australiani, che ci rimasero male…

   Fin qui, le lodi dei distretti. Ma, come in tutte le cose, ci sono anche problemi. Il principale è la dimensione dell’impresa, che in genere rimane medio-piccola. Piccolo è bello, ma nano non è bello, e per una piccola impresa è difficile mettere assieme i capitali necessari per la ricerca e la penetrazione sui mercati esteri.

   Bisogna che tante piccole imprese si consorzino, facciano “rete” e mettano in comune le risorse necessarie. Ma c’è molto individualismo nei distretti e diventa difficile mettersi d’accordo. Poi c’è il cosiddetto “ricambio generazionale”: tanti piccoli e geniali imprenditori invecchiano, e spesso manca, nelle nuove generazioni, chi possa prendere in mano l’azienda.

   Se a questo si aggiunge lo stato di crisi generale dell’economia, le infrastrutture che mancano e la pubblica amministrazione che soffoca le imprese di adempimenti e tasse, si capisce che anche i distretti soffrono e inciampano. (….) (Fabrizio Galimberti)

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Gli articoli del “Sole 24ore” sui distretti italiani sono su questi link:

http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2012-08-08/viaggio-italia-distretti-racconto-102750.shtml?uuid=AbZ3qJLG&fromSearch

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nuovi lavori

DALLA LAVANDERIA ALLE BOLLETTE. ECCO “L’AZIENDA MAGGIORDOMO”

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 5/12/2012

– UN SITO, NATO A MILANO, PER RISOLVERE LE FACCENDE DI CASA IN UFFICIO –

   Immaginate di recarvi al mattino in fabbrica o in ufficio e di poter consegnare presso la reception del vostro posto di lavoro i vestiti da mandare in lavanderia, le bollette da pagare alle Poste e persino i farmaci da ritirare in farmacia. Lasciata la documentazione e i soldi (nel caso di bollette e medicinali) sarete sicuri che vi saranno consegnati quando uscite per fare ritorno a casa, per i vestiti ovviamente dovrete aspettare qualche giorno ma il meccanismo di consegna sarà identico.

   Ve li porteranno all’uscita dal lavoro, avrete usufruito di un fornitore selezionato e soprattutto avrete risparmiato tempo che potrete dedicare alla vostra famiglia o ai vostri hobby. Tutti questi servizi li avrete prenotati con una piattaforma di e-commerce dedicata alla vostra azienda.

   Fin qui abbiamo parlato per lo più di burocrazia, ma se avete bisogno di una serie piuttosto larga di servizi alla persona che vanno dal baby-sitteraggio alla badante per i vostri cari fino all’assistenza a familiari non autosufficienti, potrete usufruire della stessa piattaforma tecnologica e scegliere tra una lista di candidati il vostro fornitore, sicuri che tutti coloro che vi saranno stati indicati hanno ricevuto in precedenza una certificazione di qualità standard.

   Il progetto che abbiamo descritto fa parte di un’idea che sta a metà tra il business e il welfare aziendale venuta in mente nel febbraio di quest’anno ai promotori di una piccola start up milanese, My Leaf, nata a sua volta da Axia, società di consulenza in risorse umane.

   Leaf vuol dire foglia e tutta la narrazione è costruita attorno agli alberi come metafora dell’avvicendarsi delle generazioni. Dall’idea iniziale si è andati avanti a tappe forzate e nella periferia milanese in zona San Leonardo, a un passo dal vecchio borgo di Trenno in mezzo ai campi di calcio dei vivai di Milan e Inter, una squadra di professori della Cattolica di Milano e giovani studenti di sociologia (in tutto otto persone) sta lavorando alacremente.

   Se fossimo in California potremmo attingere alla retorica del garage creativo, a Milano partiamo più prosaicamente da un appartamento ubicato dentro il Monte Amiata, una creazione urbanistica avveniristica dell’architetto Aldo Rossi che sarebbe dovuta diventare un esperimento comunitario e che oggi è comunque un enorme condominio ben gestito.

   Oltre al Monte Amiata un altro luogo cult dei giovani di My Leaf è una vecchia trattoria di Trenno, la Cooperativa Concordia, una di quella che sarebbero piaciute a Giorgio Gaber. Si chiama «Il paradiso dello spritz», si paga pochissimo e i ragazzi mangiano tutti i santi giorni in compagnia di lavoratori edili e artigiani della zona.

   Nell’appartamento dei creativi la figura chiave è Enrico Dalla Rosa, 53 anni, varesotto, laureatosi con Gianfranco Miglio e oggi docente a contratto della Cattolica, attorno a lui studenti ed ex allievi che hanno formato una vera unità di business che nel giro di tre trimestri è stata capace di passare dall’illuminazione iniziale alla definizione di una vera e propria offerta da lanciare sul mercato.

  Grazie ai primi contatti commerciali My Leaf ha già due clienti, la Contship che si occupa di movimentare i container portuali e che ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo del prodotto e la Omet, un’azienda gioiello di Lecco gestita dalla famiglia Bartesaghi.

   I «Dalla Rosa boys» propongono ai responsabili delle risorse umane delle aziende di stipulare un contratto che costa 6 mila euro di una tantum, 3 mila negli anni successivi e 50 euro a dipendente fino al quattrocentesimo. Gli altri sono gratis. In cambio ricevono l’accesso a una piattaforma di e-commerce che contiene tutti i servizi e che mutua da esperienze come e-Bay, Groupon e Amazon.

   La piattaforma tecnologica ha un nome di donna, Abigail, «e rappresenta la nostra vera innovazione» dice Dalla Rosa. «Per metterla a punto ci siamo appoggiati a una software house milanese specializzata nel commercio elettronico che abbiamo via via coinvolto nel progetto My Leaf».

   Secondo il monitoraggio dei ragazzi di San Leonardo una tecnologia simile ce l’hanno solo due multinazionali, la Edenred e la Willis, la prima opera nel business della ristorazione e la seconda nelle assicurazioni. Se sono solo due le aziende che hanno dato retta a Dalla Rosa è perché l’iniziativa milanese è ancora in fase di lancio e ci sono comunque contatti in corso con almeno altre trenta.

L’ipotesi è di andare oltre la Lombardia e la Liguria, coprendo almeno Emilia e Veneto.

   Da un punto di vista concettuale l’esperimento di My Leaf è un’estensione del welfare aziendale: i datori di lavoro si fanno carico delle esigenze dei propri dipendenti in una logica comunitaria.

   L’esempio italiano più noto è quello della Luxottica, ma ormai il format si sta rapidamente allargando e oltre a moltissimi casi di medie aziende anche la Fiat di recente si è convertita, almeno nelle intenzioni, a questa cultura. I benefici finanziari si realizzano in virtù di una quota tutto sommato ridotta di defiscalizzazione ma i vantaggi «di clima» sono molto superiori.

   Se volessimo attingere al lessico anglosassone potremmo parlare per quest’estensione di assistenza di «work life balance», ma forse è più utile riferirsi all’elaborazione italiana sulla conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita. L’operaio e l’impiegato sentono che l’azienda è dalla loro parte, risolve per loro il problema dei centri estivi di vacanza per i figli, l’asilo, gli psicologi, la badante e persino i vestiti in lavanderia.

   Nella piccola e media dimensione, come alla Omet, tutto ciò calza alla perfezione con la cultura di un’azienda modello (fabbrica macchine per stampare etichette di plastica) a conduzione familiare in cui lavorano tanti dipendenti che portano lo stesso cognome e nella quale si sono conclusi almeno una ventina di matrimoni.

   Sarà interessante vedere in aziende più grandi come servizi sanitari e di «maggiordomo aziendale» (così viene chiamato l’espletamento di pratiche come il pagamento delle bollette e delle multe, il rinnovo del passaporto, l’acquisto di farmaci, la riparazione dell’auto) potranno funzionare e che dinamiche relazionali metteranno in moto.

   La complessità organizzativa è infatti rilevante e per far funzionare tutto alla perfezione ci vorrà sicuramente del rodaggio. Dalla Rosa assicura che la piattaforma Abigail ce la farà proprio perché è nata per gestire una grande massa di dati. I servizi che verranno offerti dalla piattaforma sono 80, due terzi li potremmo definire di non profit sociale e un terzo tra burocrazia e manutenzioni.

   Se Dalla Rosa è il pivot della società, sono almeno altri tre i personaggi chiave. Un tecnico innamorato dei computer IBM dai tempi in cui occupavano un’intera stanza, Giancarlo Panceri, che ha guidato tutta la costruzione della piattaforma tecnologica. Accanto a lui Marco Beretta, che di anni ne ha solo 25 anni, un laureato in sociologia che trova il tempo di fare anche l’assessore comunale ai servizi sociali nel comune di Correzzana in Brianza.

   È stato lui a costruire il legame tra My Leaf e il variegato mondo del non profit e a interfacciare tecnologia e società civile, fino a costruire la rete dei fornitori di servizi di welfare che insieme ad Abigail costituisce il vero vantaggio competitivo della società milanese. Un altro giovane creativo è Alberto Neggia, 24 anni, di Erba. A lui si deve la certificazione dei fornitori e la creazione delle procedure per inserirli nella piattaforma software. Finita la fase creativa Dalla Rosa, Beretta, Neggia e compagni sono ora alla prova del business.

   Rispetto ai loro omologhi californiani parlano molto di valori e sembrano tutto sommato più attratti dall’atmosfera popolare del «Paradiso dello spritz» che dai dollari. Sono convintissimi però che la loro idea si farà strada. «Non capisco come un’azienda moderna possa fare a meno dei servizi che abbiamo individuato — sintetizza Dalla Rosa —. I dipendenti sono persone e sono importanti e migliorare la loro qualità della vita in azienda è il business del futuro». (DARIO DI VICO)

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NOI PASTORI PER SCELTA

di PAOLO RUMIZ, da “la Repubblica” del 2/12/2012

BORGO VALSUGANA (Trento) C’è ancora brina sui prati e Gabriele Floriani esce dal letto sistemato nel rimorchio del furgone, si scalda un caffè, accende una sigaretta, apre il recinto mobile del gregge e lo lascia dilagare sul prato.

   I cani, felici, scattano come missili a riportare indietro chi va troppo lontano, poi si rimettono quieti accanto a lui, ansimando in una nube di vapore. Gabriele ha ventidue anni ed è contento, fa quello che gli piace, la giornata è fredda e magnifica, sulla Valsugana arriva il primo sole da Cismon. Tempo perfetto per la transumanza.

   L’Alpe non è solo terra di vacche grasse, campanacci e formaggi coi buchi. E la transumanza non è solo roba d’ Appennino. Nel Nord Italia centomila pecore si calano ogni autunno in pianura, e ventimila dal solo Trentino. Ebbene, in questo saliscendi millenario si comincia a veder qualcosa di nuovo, anzi di antico. Sono tornati i pastori giovani; bastone, tabarro e cappellaccio dei nonni. Fino a ieri erano vecchi o stranieri. Oggi, complice la crisi, c’ è una mutazione generazionale.

   Arrivano ragazzi speciali, che scelgono la pastorizia senza essere figli di pastori. Gabriele non è un valligiano, abita alla periferia di Trento. Ma a dodici anni ha conosciuto un pastore di Arco e gli è andato dietro. E due anni fa, alla fine dei corsi in agraria, quando il vecchio è andato in pensione, lui gli ha comprato il gregge e si è messo in cammino. Sorride: «Se hai passione, meglio lavorare che studiare, coi tempi che corrono».

   Ma transumare non è solo lavoro; è una fregola migratoria che ti consuma. Devi essere zingaro dentro. E gli zingari, si sa, non amano i recinti e non hanno vita facile con la gente. Si parte. Il sole ha invaso il prato, la Brenta verdegrigia è in tumulto tra gli argini. La valle è chiusa da strapiombi e si riempie di belati. I cani compattano le bestie in un unico blocco di lanugine, poi la diga si rompe e la massa liquida si espande per forza di gravità.

   Davanti c’è un bosco, fitto come un battaglione di granatieri, ma il gregge anziché aggirare l’ ostacolo, lo penetra come un fiume in piena. Il pastore non è uomo di tangenziali e svincoli. Segue la via più breve, aderisce al paesaggio. Ne rivendica la proprietà temporanea. Seguirlo significa darsi alla macchia. Sentirsi lontano dagli uomini anche se hai l’ asfalto a pochi metri.

   Veneto, Trentino e Lombardia: a novembre è tutto un andare di greggi. Li vedi sulla mappa di Giovan Battista Turra, pubblico veterinario addetto alle transumanze, nel suo quartier generale di Borgo Valsugana. Sembra una carta idrografica, e in effetti sono fiumi di animali che colano a valle. I giovani pastori trentini Turra li conosce uno per uno. Indica la base di partenza di Michele Laner, diciannove anni, in Valle dei Mocheni. Mostra le greggi di Matteo Froner, vent’ anni, e di Mario Perozzo, diciannove, in discesa tra Padova e Bassano.

   Individua Valentina Fedele, diciannove anni, con papà Silvano, al pascolo sul passo Cereda sotto le Pale di San Martino, e Giacomo Carbonari, venti, in viaggio verso il mare via Verona. Claudio Fronza, ventitré anni, lo becchiamo quasi per caso in un banco di nebbia sotto Roncegno. Il suo gregge taglia la strada in uno scricchiolìo di brina, lasciando una coda di escrementi.

   Ottocento bestie e, nel mucchio, alcuni asini addetti al trasporto degli agnelli neonati. Con Claudio trovo i suoi fratelli: Luca di ventun anni e Andrea di diciotto. Tutti reclutati, da quando Papà Renatoè finito all’ ospedale. Ragazzi duri, di poche parole come tutti i pastori. Non dicono una sillaba più del necessario, e c’ è da capirli. Hanno tutto contro. Lamenta Claudio: «Sempre più difficile andare in giro, troppi Comuni sono chiusi al transito». Sembra una barzelletta, ma in Italia si multano i pastori perché le pecore fanno la cacca o i cani non hanno il guinzaglio.

   C’ è un decreto presidenziale del 1954 che consente ovunque il pascolo vagante, ma molti sindaci, specie se ostaggio dei cacciatori, mettono egualmente i bastoni tra le ruote. «Dicono che spaventiamo la selvaggina, lepri, fagiani, quaglie. Ma non è vero». Il veterinario conferma: «Questi poveretti dovrebbero passare il tempo a riempire formulari in ogni Comune… E le Asl pretendono di sapere i giorni esatti del passaggio, luogo per luogo… Ma come fanno a non capire che i tempi del pascolo vagante sono imprevedibili, perché tutto dipende dal clima e da mille altre cose? È la natura, e non i vigili urbani, a regolare questo ritmo millenario».

   Federico II di Svevia, il miglior monarca che l’ Italia abbia avuto, mise in riga i signorotti d’ Appennino che tassavano o impedivano la transumanza. Allora le pecore in Italia erano venti milioni e il re aveva capito perfettamente che in quello spostamento di animali stavano la ricchezza e l’ equilibrio ambientale del Paese. Ma erano altri tempi. «A noi basterebbe che ci lasciassero in pace», brontola Claudio, poi fischia forte per far scattare il cane.

   È alto, magro e ha occhi chiari. Ha l’ andatura caracollante dei montanari di una volta, ma quando si ferma sembra metter radici nel terreno come una quercia. Fa un freddo becco, e ha addosso solo un maglione. «Hai la morosa?» gli chiedo ancora. «Momentaneamente no», risponde secco. Non è facile vivere con un pastore o un mandriano se non hai la loro passione.

   È il motivo per cui spesso in quel mondo le coppie si formano tra affini. Katia Dellagiacoma, ventidue anni di Predazzo, e Luisa Stroppa, ventiquattro anni di Telve Valsugana, entrambe malgare, hanno scelto per compagno un allevatore. Cheyenne, mitica pastora della Val di Rabbi, si è accoppiata con uno che fa il suo mestiere.

   Stessa cosa per Sara Barillaro, triestina di ventuno anni dal sorriso solare e i capelli mori, rasta. Ha cominciato il mestiere in Spagna e poi s’ è trovata un tedesco matto per le pecore, uno che di nome fa pure Florian. «Ci siamo incontrati perché avevamo lo stesso amore. Entrambi, se potessimo, faremmo solo quel mestiere». Per scendere in pianura Claudio e i suoi fratelli aspettano Fabio, che staa Predazzo in Val di Fiemme. Giovane anche lui, diciannove anni, e di cognome Zwerger.

   È sul campo da due anni, ma ha già conquistato la fiducia degli altri pastori, un mondo dove se non funzioni non entri. Lo incontriamo ai piedi del Latemar, davanti a un bosco sfolgorante di colori autunnali. Turbo, il suo cane, corre come una lepre, ma è ancora inesperto, si becca un calcio da un’ asina e torna zoppo e umiliato dal padrone.

   «Quando ero bambino – racconta – passava il pastore e io lo adoravo. La passione è cominciata così. I miei mi hanno mandato a scuola, ma io era alle pecore che pensavo». Fabio Dellagiacoma, il padrone del prato, è felice di quel ragazzo e quasi lo invidia. Se potesse starebbe anche lui con le pecore. «È dura ma è magnifico», dice. «Se non hai passione, come fai, quando che el fioca, quando che el piove o quando che el venta? ».

   Il giovane Zwerger la passione ce l’ ha, altroché. Gli chiedo come fa a resistere tutto l’ inverno all’ aperto. Lui: «Mai preso un raffreddore col freddo. Patisco più il caldo». Guarda le sue bestie che si spalmano sul prato e ride: « Se no te le fermi le fa ben el giro del mondo ». È cambiato tutto. Ieri avevi Gavino Ledda, l’ autore di Padre padrone, che si laureava dopo essere stato pastore.

   Oggi hai Luca Alessandri, trentacinque anni da Tuenno in Val di Non, che prima si laurea in filosofia e poi va a fare il mandriano. «Cambiano le aspirazioni e i valori – dice dei giovani transumanti – ora speriamo che l’ economia giri in loro favore, altrimenti saranno spazzati via». C’ è qualcosa di nuovo sulle Alpi, conferma il forestale Gigi Casanova: «Questi ragazzi ci danno coraggio e ci aiutano a tenere il territorio in ordine. Il loro lavoro è inestimabile». (Paolo Rumiz)

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figure professionali introvabili

QUEI CENTOMILA POSTI DI LAVORO CHE RESTANO SCOPERTI

– la disoccupazione cresce ma alcune categorie di posti di lavoro restano scoperte –

di Luigi Grassia, da “la Stampa” del 23/10/2012

   Le parole di Elsa Fornero suonano infelici, ma il ministro voleva portare l’attenzione del pubblico su un paradosso che con la crisi non è venuto meno, anzi è diventato più eclatante: la disoccupazione cresce, soprattutto fra i giovani, eppure moltissimi posti di lavoro restano scoperti, e non si tratta sempre di occupazioni di serie B o di serie Z.

   Domanda: la situazione migliorerebbe se chi cerca lavoro fosse disposto ad accontentarsi (almeno all’inizio) di qualcosa che non corrisponde alle sue aspettative? È possibile, ma non è detto, perché potrebbe anche trattarsi di un problema di domanda e di offerta che non riescono a incontrarsi malgrado le buone intenzioni.

   Inoltre La Stampa può testimoniare che ogni volta che il giornale si occupa di questo problema e pubblica numeri aggregati di posizioni di lavoro scoperte arriva un bombardamento di lettere e di e-mail di persone che si dicono più che pronte a occupare i posti scoperti, ma non sanno dove siano (e noi non riusciamo a dare una mano perché purtroppo maneggiamo solo dati statistici aggregati).

   Comunque, il più recente rapporto sull’Italia che offre posti di lavoro che restano scoperti è di Unioncamere. Vi si legge che mancano all’appello 100 mila falegnami, fabbri, saldatori e cuochi, ma anche infermieri ed esperti di marketing, e persino commercialisti e ingegneri; tutte figure professionali di cui le aziende hanno bisogno ma che non riescono a trovare sul mercato.

   In dettaglio, le Pmi hanno bisogno di 1530 operai addetti ai macchinari, 960 alle macchine movimento terra, 810 operai tessili e dell’abbigliamento, 3330 riparatori di impianti, 1820 fabbri, 7460 operai edili specializzati, 2460 saldatori e carpentieri, 1840 tecnici ingegneri, 1100 chimici e fisici, 880 tecnici matematici, 820 falegnami, 500 ingegneri.

   Le grandi imprese cercano invece 1380 ingegneri, 1840 manager gestionali, 1640 esperti di marketing, 1920 tra matematici e fisici, 1140 commercialisti e specialisti bancari, 1740 infermieri e paramedici, 1640 cuochi e addetti alla ristorazione, 880 autisti, 1310 montatori e riparatori impianti, 520 saldatori e 330 operai specializzati. Però, se poi si cerca di trovare anche uno solo di questi posti e di avere l’indirizzo e il numero di telefono o la e-mail dell’azienda, è difficilissimo cavare un ragno dal buco. (Luigi Grassia)

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L’invito del patron Diesel ai giovani: se l’occupazione non c’è inventatevela –

RENZO ROSSO: PUNTO SU CHI HA CORAGGIO

di ELEONORA VALLIN, da “la Stampa” del 3/12/2012

– Il patron di Diesel ha cominciato allevando conigli e reinventato il tessuto stravecchio strofinandolo sul cemento del cortile –

   “Tutto deve essere un po’ magico”. Renzo Rosso ragiona con una semplicità disarmante. Il suo slang è intriso di mondo ma sa di locale. I gesti sono friendly. Il dialogo informale.

   Renzo Rosso è un visionario ma anche un imprenditore vero. In trent’anni ha costruito un gruppo «moderno» e internazionale partendo dalla fattura dei calzoni «blue» per eccellenza: i jeans. Il primo, realizzato a 15 anni, fu un paio a zampa di elefante, con 42 cm di campana, a vita bassa e aderenti, venduti a 3.500 lire l’uno (meno di 1,80 euro). Il tessuto però era cosi rigido che dovette «strofinarlo sul cemento dell’aia». Forse, fu quello l’inizio del denim trattato. Un’intuizione che si rivelò geniale: esasperare i jeans in maniera che sembrassero, sempre più, i vecchi capi dei minatori.

   Partito a 12 anni come allevatore di conigli, dopo aver fondato nel 1978 Diesel oggi presiede Otb, holding che fattura 1,37 miliardi, conta 6mila dipendenti (età media 30 anni) e comprende, oltre a Diesel – «marchio che quasi nessuno crede italiano» – anche le Maison Martin Margela e Viktor&Rolf più Staff international che è la cellula produttiva e distributiva del comparto pret-a-porter, che gestisce altre licenze come Dsquared, Just Cavalli, Marc Jacobs Men e Vivienne Westwood.

   Ma il business è vario. Grazie a Red Circle Investments (la società di investimenti di famiglia) Rosso detiene oltre il 20% di H-Farm, il 30% di Estrima che produce quadricicli elettrici, oltre il 9% di Yoox, il 3% di Marcolin e una partecipazione in una società spagnola che gestisce il sito Nonabox per neomamme. È proprietario del Pelican hotel a Miami e produce vino: Rosso di Rosso, Bianco di Rosso e la Grappa di Rosso: «Un prodotto di alta qualità» che vende personalmente in giro per il mondo.

Cos’è il made in Italy per Renzo Rosso?

«Una qualità estrema che nessun altro Paese è riuscito ad eguagliare; ne andiamo orgogliosi e ci spiace quando non possiamo produrre qui. Il 96% delle linee più alte vengono prodotte in Italia. Ma con Diesel dobbiamo competere e, per forza, andare fuori con almeno una parte della produzione. E’ la legge della sopravvivenza».

Il primo negozio americano della Diesel a New York l’ha aperto proprio di fronte a Levi’s nel 1996. Ed è stato un successo. E’ così che si vince la competizione?

«Un tempo era più semplice. Anche il mercato era semplice. Bastava avere un prodotto e si vendeva. Oggi purtroppo ci giochiamo piccoli spazi e negozi a ‘botte di soldi’, pagando i department store e gli affitti nelle vie più importanti. Cosa che non fa bene all’impresa perché i prezzi stanno diventando in alcune vie inaccessibili».

I mercati dove siete più forti?

«In senso assoluto il Paese che sta andando meglio è la Russia. Poi Brasile, Cina e in generale tutta l’area asiatica. Il Giappone resta tuttavia il nostro primo mercato a quota 20%. L’Italia è marginale. Esportiamo l’86%».

Cos’è oggi Only The brave?

«La holding esiste da un anno. Vorremmo essere un modello di Gruppo, ma a volte ci vediamo come una mosca bianca nel panorama del fashion e questo dispiace perché siamo un Paese di creatività e grande qualità. E’ un peccato che tanti brand italiani vadano via. Stiamo perdendo tutto, spesso per invidia».

Nuove acquisizioni in vista, dopo lo ‘scippo’ di Valentino?

«La nostra filosofia è quella di chiamare a bordo solo aziende con una visione moderna della moda e del business. Imprese originali, coraggiose e divertenti».

State guardando a qualche azienda-settore particolare?

«Non solo fashion. A me piace tutto ciò che dà qualità alla vita come cibo, vino, benessere e style».

Quotarsi in Borsa?

«Si, perché no. Ma più avanti, per il momento siamo liquidi, i figli sono già in azienda e siamo più liberi nelle scelte rispetto una public company».

La parola d’ordine?

«Cambiamento. Il messaggio Be stupid (lo slogan ironico e scanzonato di una campagna pubblicitaria Diesel ma anche il titolo del suo libro edito da Rizzoli, ndr) dice: vedi le cose per come potrebbero essere e non per come sono. Dobbiamo cambiare perché il mondo cambia. I social network hanno cambiato la comunicazione, l’Ipad il modo di fare business in azienda».

I tuoi modelli?

«Sono tanti: da Luciano Benetton a Mandela fino al Dalai Lama. In un certo momento, negli anni ’80, anche con Silvio Berlusconi come primo imprenditore televisivo. E’ guardando in maniera positiva a chi ha fatto cose importanti che ti vien la voglia di metterti in gioco».

Come si scopre un talento?

«In passato andavo alle fiere di settore e cercavo brand creativi che mi ispirassero e poi contattavo le persone che avevano creato la collezione. Dal 2000 reclutiamo designer in modo speciale: siamo i founding partner di ITS-International talent Support, un progetto che cerca e supporta giovani stilisti in tutto il mondo e che si svolge a Trieste».

Un consiglio ai giovani?

«Ai giovani che mi dicono che non riescono a trovare lavoro, dico: inventatevelo. Ogni start up è una nuova visione di i business. Andrebbero supportate molto di più».

Cosa significa essere un’azienda sociale?

«Significa lavorare in un edificio moderno costruito per chi lavora. Qui a Breganze (Vi) ci sono: palestra, asilo e scuola materna, bar, ristorante, giardini anche un salone estetico. Abbiamo sempre condiviso i momenti di gloria e anche le frustrazioni. Io non sono nessuno senza tutti loro (i dipendenti, ndr)».

Poi c’è la Fondazione…

«La fondazione è la parte del cuore. Ci occupiamo per un 10% del territorio dove viviamo, il resto va in progetti in Africa. Il più importante: lo sviluppo sostenibile di un villaggio per 20.000 persone in Mali dove sto lavorando alla costruzione di una scuola secondaria». (Eleonora Vallin)

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BABY SITTER O COLF MA PER NECESSITÀ: LE ITALIANE RISCOPRONO I LAVORI DI CASA

di ELENA POLIDORI, da “la Repubblica” del 2/12/2012

– Le nuove addette all’assistenza spesso sono sole con figli a carico o con i mariti a spasso – Sono oltre 133 mila su un totale di quasi 652 mila, ma la tendenza è in crescita – E fanno concorrenza alle straniere –

   Mary Poppins è italiana. Costrette dalla crisi ad arrotondare le entrate di famiglia, le donne di casa nostra ricominciano a fare le colf, le badanti e le baby sitter.

   Ma anche le “doppiolavoriste”. Con la recessione che mette sul lastrico i mariti e lascia i figli disoccupati, le signore cessano di essere “scoraggiate” e “inattive”, escono di casa e ricominciano a cercare una occupazione che finisce col sommarsi a quella domestica, gratuita. Come la si giri e la si volti, il risultato non cambia: in tempi di vacche magre, tocca alle donne rimboccarsi le maniche. Magari non è un “gender backlash”, un contrattacco di genere, tipico dei momenti più duri.

   Ma di sicuro la risposta alla recessione si sta tingendo inaspettatamente di rosa. Piccoli grandi segnali confermano che, nella necessità, le donne cercano di mantenere in piedi la rispettiva baracca. Come possono.
Il primo dato significativo viene dall’Inps: dal 2008 ad oggi le domestiche e le badanti di nazionalità italiana sono aumentate del 20%. Il numero è ancora piccolo – su un totale un totale di 651.911, 133.431 sono italiani (uomini e donne, le donne costituiscono però la stragrande maggioranza) – ma è considerato sintomatico di una tendenza. Potrebbero anche essere molte di più se è vero, come sostiene Eures, la rete europea dei servizi per l’impiego, che nel mondo del “caregivers”, della cura della persona, 6 su 10 lavorano in nero, dietro le quinte.
Chi sta in prima linea conferma che siamo di fronte ad un nuovo fenomeno. “E’ una bolla in espansione”, sintetizza Federica Rossi Gasparrini, presidente di Federcasalinghe. Nel suo identikit le nuove Mary Poppins sono donne-mamme con figli a carico, donne sole, donne con i mariti a spasso. E comunque, “persone in sofferenza che escono di casa per aumentare il reddito di famiglia”.
Negli uffici di Migrantes, la fondazione nata per assistere gli immigrati, ora che la congiuntura è buia si ritrovano a collocare tante caregivers italiane. “Perché è una opportunità di lavoro”, racconta il direttore generale, Monsignor Giancarlo Perego: “C’è un bisogno insopprimibile e sempre crescente di persone che si occupino della cura dei piccoli o degli anziani: le italiane sanno cosa fare, se la cavano benone”. E per di più si preparano, studiano il mestiere. Scoprendosi d’improvviso più povere, eccole frequentare in massa i corsi pubblici di formazione, snobbati anche solo pochi mesi fa. Acli colf calcola che negli ultimi due anni le iscritte italiane a questi corsi sono raddoppiate.
Desperate housewives, allora? Al contrario. Secondo Paolo Legrenzi, uno degli psicologi che ha studiato prima l’euro e poi la sua crisi, ad essere disperati di fronte a questa carica femminile sono soprattutto gli uomini, “i mariti che, senza più paga, risultano colpiti nella loro stessa identità perché si ritrovano a non poter più soddisfare i bisogni di casa”. Non c’è dubbio: la donna che, volente o nolente si rimette in pista, anche solo per fare la domestica, rappresenta “una piccola rivoluzione nella struttura delle famiglie”. Al dunque, “destabilizza gli assetti tradizionali”.
Il secondo dato, meno glamour ma più strutturale, viene dall’Istat: nel secondo trimestre di quest’anno, aumenta il numero delle occupate italiane nel Sud di 61 mila unità. Di queste, 50 mila appartengono a coppie con il coniuge rimasto senza lavoro. Altra novità: in termini macro, crescono le disoccupate, spia di un fenomeno che gli esperti invitano a leggere senza paraocchi.

   Linda Laura Sabbadini, che all’Istat segue proprio questo genere di faccende dal suo ufficio di direttore del dipartimento sociale e ambientale, spiega il perché: “E’ disoccupato chi cerca attivamente lavoro. Tra le donne, soprattutto del Mezzogiorno, è sempre stato molto diffuso lo scoraggiamento: desistevano dal cercare una occupazione pensando di non trovarla, spesso anche in competizione con gli uomini che pure fanno fatica a occuparsi”.

   Adesso però è scattato un click, un qualcosa che è frutto di una recessione dura e senza fine: “Allungandosi i tempi della crisi si riattivano nella ricerca di lavoro e anche per questo crescono le disoccupate“. E dunque: il tasso di disoccupazione femminile passa dal 9,3% del maggio 2011 al 11,8% di settembre 2012.
Ora, sarà pure vero che essere donna, in Italia “è un ostacolo oggettivo”, come sostiene il ministro Elsa Fornero. Però certo, questa declinazione al femminile di tenacia e intraprendenza, la dice lunga sui ruoli dentro e fuori dalle mura domestiche. “Le donne si confermano un pilastro”, spiega la sociologa Chiara Saraceno secondo cui questa “spinta”, così la chiama, “nasce dall’insicurezza. I redditi familiari sono intaccati dalla crisi.

   Non ci si può più permettere di stare fuori dal mercato del lavoro. E ci si accontenta di tutto, anche di fare lavori di caregivers che senza recessione sarebbero socialmente meno accettati”. Così, mamme e mogli “si arrabattano”, e senza fiatare accettano di diventare “doppiolavoriste”: “A casa propria, fanno gratis tutti i lavori domestici, curano gli anziani, vigilano sui piccoli poi continuano fuori, a pagamento”. Saraceno tuttavia resta convinta che, da questo punto di vista, la crisi è “un’occasione”, una “sollecitazione”. In pratica, “una scossa che provoca cambi nei comportamenti e nelle aspettative”.
In Italia, alla fin fine, la risposta femminile alla recessione sta prendendo una piega diciamo così, domestica. Ma altrove si sentono storie ben più tristi. Per esempio che viene dalla Grecia piegata dall’austerity la nuova ondata di prostituzione che spopola sulle strade nazionali. O che nella Spagna squassata dagli effetti della bolla immobiliare, perfino la morte è un costo: c’è chi “vende” il proprio corpo alla ricerca, così almeno non paga il funerale, quando sarà. (Elena Polidori)

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WEB

ECCO LE SILICON VALLEY D’ITALIA. C’È UN SITO PER IL LAVORO HI-TECH

di Filippo Santelli, da “la Repubblica” del 1/10/2012

– L’hanno messo su tre giovani milanesi, si chiama World Digital Map. Finora 800 aziende segnalate nel mondo, la maggior parte concentrate nel nostro paese. Dove si scopre che negli hub tecnologici ci sono opportunità di impiego e stipendi più alti, anche per chi non è laureato. Non solo Milano, spesso si tratta di centri minori. Ma non sempre piccolo è bello –

   LA CACCIA è come quella al tesoro: scovare un lavoro, magari ben pagato. La mappa però è diversa, digitale.

   Dove ad ogni puntino corrisponde una società high tech pronta ad assumere. Il progetto si chiama World Digital Map, sito realizzato da tre ragazzi milanesi.

   “Altro che futuro, volevamo far vedere che per chi ha competenze tecnologiche le opportunità ci sono già”, raccontano Eros Verderio, 27 anni, e Matteo Sarzana, di 31. A tre mesi dal lancio online le aziende che compaiono sulle cartine del pianeta sono quasi 800, la gran parte concentrate in Italia. Come a dire: per ingegneri informatici e programmatori volare all’estero, verso Londra o la Silicon Valley, non è l’unica opzione. Sull’atlante digitale sono più di 120 le offerte di impiego nel nostro Paese. Il pallino più grande a Milano, capitale tricolore dell’innovazione.

   “Basta zoommare per scoprire le proposte di lavoro tra le vie della città”, spiegano. Assume Facebook, che ha da poco aperto un ufficio in centro, assume Banzai, azienda di e-commerce che conta già 250 dipendenti. Ma assumono anche realtà più piccole come Beintoo, giovane società che ha creato un sistema per premiare gli internauti più assidui con sconti e buoni acquisto.

   Opportunità per gli smanettoni, lavoratori con il dottorato in tasca, ma non solo. A beneficiare dell’ecosistema digitale sono anche poliziotti, maestri d’asilo e camerieri. Enrico Moretti, professore di Economia all’Università di Berkeley, lo sostiene nel suo ultimo libro, The new geography of jobs, a breve in uscita in Italia.

   “Nel mondo globalizzato è l’innovazione che crea valore aggiunto”, spiega. “E quella ricchezza ricade a pioggia su tutta il sistema”. Così, per ogni informatico assunto in una città nascono, nell’arco di dieci anni, cinque posti di lavoro nei servizi locali. Con stipendi, anche per impieghi non qualificati, molto superiori alla media. L’analisi si basa su dati raccolti nei grandi centri americane, ma ora Moretti sta lavorando sull’Italia: “La dinamica è la stessa: nelle città in cui si innova, tutti guadagnano di più”.
Un paradosso nell’epoca in cui le informazioni viaggiano sulla nuvola. Ma l’influenza della geografia sulla busta paga non è mai stata così grande. “E aumenterà ancora nei prossimi anni”, aggiunge Moretti. Seguire la mappa dei brevetti allora è la strategia giusta per trovare impiego. E non è detto che la strada da fare sia lunga, neppure per chi viene dalla provincia.

   Basta dare un’occhiata alla World Digital Map: dopo Milano, la città italiana con più posizioni aperte per informatici è Treviso. Merito di H-Farm, acceleratore fondato in mezzo alla campagna veneta alla cui corte sta crescendo un universo di sturtup: 35 dal 2005 ad oggi, per oltre 220 posti di lavoro. L’investimento finora è stato di 11 milioni euro, nei prossimi tre anni se ne aggiungeranno altri 9; la crisi, in riva al Sile, non si sente.
Matteo Sarzana spiega che l’intento della mappa digitale è anche questo: “Mostrare ai giovani sviluppatori che la grande città non è l’unica meta possibile”. Scorrendo la cartina si scoprono realtà come Nana Bianca, a Firenze. L’incubatore, nato a inizio anno, ha già finanziato dieci giovani aziende ed entro dicembre ne ospiterà cinque in un nuovo spazio al centro della città. Ancora più a Sud i puntini si diradano, ma anche il Meridione ha i sui poli tecnologici.

   Quello di Catania per esempio, l’Etna Valley nata attorno allo stabilimento di STmicroelectronics, produttore di semiconduttori: mille dipendenti, di cui un quarto dedicati a ricerca e sviluppo. O quello di Cagliari, dove è stata Tiscali a fare da traino alla fine degli anni ’90.
Metropoli o provincia poco importa: innovazione è creare prodotti unici e irripetibili. Definizione perfetta per il Made in Italy, anche nei suoi centri più tradizionali. Trento ha provato a riproporre il modello in chiave digitale.

   Alla Fondazione Bruno Kessler, partecipata da enti locali e associazioni industriali, lavorano 450 tra ricercatori e dottorati specializzati in intelligenza artificiale e microsistemi informatici. “In 15 anni abbiamo avuto 20 spin-off, oggi fatturano circa 2,5 miliardi di euro l’anno e danno lavoro a 150 persone”, spiega il responsabile delle relazioni con il territorio Giuliano Muzio. “Si tratta di micro-aziende: sono più flessibili e hanno risposto meglio alla crisi”. A fare da carburante i finanziamenti della Provincia, il 2,5% del Pil locale, un punto più di quanto l’Italia investe in ricerca.
Non solo belle cucine e abiti alla moda dunque, il quarto capitalismo sa produrre anche innovazione. E occupazione. “Le dimensioni però contano”, obietta Moretti. “Sono le grandi aziende a potersi permettere massicci investimenti in ricerca, quelli che generano l’effetto moltiplicatore su posti di lavoro e stipendi”. E dall’Italia, nota, i big se ne stanno progressivamente andando, trascinando via un indotto ricco di fatturato e buste paga. Quelli della farmacia, settore ad alto tasso di innovazione. Quelli dell’informatica, quasi scomparsi dopo l’epoca Olivetti. O l’automobile, con un piede e mezzo già negli Stati Uniti.
Unire le forze, per i piccoli, può essere una soluzione. Sull’asse Treviso-Milano-Firenze, gli incubatori H-Farm, Boox e Nana Bianca ci stanno provando. Il progetto startup alliance dovrebbe portarli a breve a condividere competenze, tecnologie e strategie di investimento. “Ma la vera differenza è la concentrazione”, continua il professore. “Nelle città ricche di grandi imprese, un ingegnere trova cento offerte di lavoro nell’arco di un chilometro”.

   Più un mercato è denso, di competenze e aziende, più ne attira altre. Più si svuota, più tenderà a perderne. Per questo invertire la fuga di provette e silicio, con i loro scienziati, non è facile. Nel suo libro Moretti racconta della scelta di Bill Gates di trasferire Microsoft, poco dopo la nascita, da Albuquerque, in Texas, a Seattle. Trenta anni dopo quest’ultima è un polo tecnologico mondiale, mentre la prima è scomparsa dai radar dell’innovazione e ha un livello di retribuzioni molto inferiore alla media.

   “L’Italia è ancora in tempo, resta un Paese con un grande capitale umano”, conclude Moretti. Lo sperano gli ingegneri nucleari, ma anche cuochi ed infermieri. (Filippo Santelli)

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APPRENDISTATO, PER RILANCIARLO IMPARIAMO DAI TEDESCHI

di Sergio Luciano, dal settimanale “PANORAMA” (numero del 5/12/2012)

– Il ministro Elsa Fornero vuole fare ripartire i contratti di scuola-lavoro. Ha un modello formidabile, quello di Berlino, dove ogni anno 1,5 milioni di studenti lavorano in azienda 3 o 4 giorni a settimana. Un sistema che è già stato replicato a Bolzano. Con ottimi risultati –

   Medaglia d’oro per Karin Fischnaller, un bronzo a Lucas Gianordoli e a Michael Pareiner. Una squadra fortissima: ha incassato 15 premi su 18 concorrenti ai campionati mondiali. Ma in che sport, con quei nomi tedeschi? Sci di fondo? Combinata nordica? Macché, grafica, rivestimento pavimenti, ristrutturazioni edilizie. Sono tre delle discipline dei World skills di Londra 2011, l’olimpiade biennale dei mestieri, dove Karin, Lucas e Michael si sono coperti di gloria: «Sì, siamo molto avanti e i nostri l’hanno dimostrato» dice compiaciuto l’allenatore, Hanspeter Munter.

   Insomma, i giovani dal nome tedesco non sono atleti, ma apprendisti artigiani: stanno entrando nel mercato del lavoro imparando un mestiere a cavallo fra teoria e pratica. E sono fortunati, perché sono nati in Val di Funes, a Prato allo Stelvio, in Valle Aurina: sono altoatesini, insomma, come il loro allenatore. E per questo godono del privilegio di vivere in un pezzo di Germania in Italia. La Provincia di Bolzano, infatti, ha sfruttato bene la sua autonomia proprio per importare l’ordinamento tedesco sull’apprendistato, basato sull’ultima riforma del 2005.

   Una macchina oliatissima, che permette ai tedeschi (quelli veri) di avere 1,5 milioni di apprendisti (in Italia oggi sono 500 mila a malapena), impegnati in 358 diversi mestieri, mentre il loro tasso di disoccupazione giovanile è l’8 per cento sotto i 25 anni (da noi supera il 35) e per converso hanno un tasso di occupazione sotto i 24 anni pari al 75 per cento.

   «A Londra, per i World skills, abbiamo trovato pane per i nostri denti: la competizione è stata difficile» racconta ancora emozionato Dominik Gruber, 19 anni, pittore e mascotte della delegazione altoatesina. A dare filo da torcere ai tedeschi d’Italia sono stati, prevedibilmente, i tedeschi di Germania.

   In Italia, invece (dove pure l’apprendistato esiste dal 1969) i numeri non crescono: nei primi 7 mesi del 2012 i contratti stipulati sono stati meno di 200 mila e la riforma del ministro del Welfare Elsa Fornero, che pure prometteva di fare dell’apprendistato la via maestra per l’accesso al lavoro, a sentire imprenditori e consulenti pare stia ottenendo l’effetto contrario.

   «Inevitabile, da noi l’apprendistato continua a costare troppo» sintetizza Stefano Colli Lanzi, amministratore delegato e fondatore del GiGroup, la più grande agenzia del lavoro a capitale interamente nazionale. «In Italia il compenso dell’apprendista arriva circa al 72 per cento dei minimi retributivi normali, mentre nei paesi dove l’apprendistato funziona il suo costo va dal 20 al 50 per cento del costo del lavoro normale per la corrispondente tipologia professionale».

   Ma Fornero non demorde: «L’apprendistato è una grande opportunità» dice il ministro a Panorama. «La riforma del mercato del lavoro lo mette al centro dell’attenzione. E io sto facendo il possibile perché produca tutti i suoi effetti. In passato è stato troppo spesso utilizzato per ridurre il costo del lavoro, senza creare le premesse per valorizzare lavoro e produttività dei giovani. Investire su un buon apprendista significa impiegare risorse nella formazione dei giovani e renderli più produttivi. Il monitoraggio della riforma, sono certa, saprà dare ragione di questi obiettivi. Occorre che i diversi attori lavorino insieme».

   I numeri, però, sono contro il ministro. In Italia il costo di un apprendista è pari al 72 per cento del salario minimo corrispondente, ma in Gran Bretagna l’industria paga il 46 per cento e i servizi il 70; in Germania la media è rispettivamente al 29 e al 34; in Svizzera ancora meno, il 14 e il 18 per cento; in Francia si va per fasce d’età, sotto i 19 anni si guadagna il 25 per cento, dai 20 ai 23 il 42 per cento e sopra i 24 anni il 78.

   «L’unico modo per rilanciare l’apprendistato in Italia» suggerisce Colli Lanzi «sarebbe cambiare le regole per la retribuzione: per esempio il primo dei 3 anni andrebbe pagato al 30 per cento, il secondo al 60 e il terzo al 90 per cento». Non basta, dove funziona, l’apprendistato ha la decontribuzione totale: «Da noi per esempio è così» conferma Roberto Bizzo, assessore al Lavoro della Provincia di Bolzano: «La legge di stabilità 2012 prevede la decontribuzione totale per i primi 3 anni di impiego. Ma le nostre regole, in più, stabiliscono un compenso crescente col progredire della formazione».

   Così nel primo semestre l’apprendista intasca il 40 per cento della retribuzione lorda della qualifica di arrivo, nel secondo semestre il 45 e così via, fino all’85 per cento del quarto anno. «Però siamo un po’ preoccupati» chiosa Bizzo «perché dal 3,7 per cento la nostra percentuale di disoccupazione giovanile sta salendo verso il 4». Capirai il problema…

   La verità è che l’Alto Adige resta un modello inimitabile, non solo per le disponibilità economiche della provincia autonoma, ma anche perché 14.500 aziende con 45 mila addetti ne fanno uno straordinario ecosistema di microimprese familiari dove i giovani che studiano riescono anche, contemporaneamente, a imparare il mestiere.

   A rendere possibile il tutto, in Alto Adige, è la mentalità tedesca: «L’apprendistato è il fondamento dell’economia germanica» conferma Franco Tatò, oggi presidente di Enciclopedia Treccani e Fullsix, in passato di Mondadori, Enel, e prima ancora della Triumph, nonché manager germanista da sempre. «L’apprendistato lì è essenziale nella costruzione del lavoro. Tutte le aziende hanno apprendisti, le più piccole si associano per usarli in pool, le più grandi hanno scuole interne. I programmi formativi vengono concordati con le associazioni di categoria. È una cosa seria e tutti lavorano come matti. Mio nipote ha fatto un anno di apprendistato in banca, in Germania. Prezioso e massacrante».

   Il punto chiave è che a Berlino l’apprendistato non è considerato un contratto di lavoro, come avviene a Roma, quanto il prolungamento dell’istruzione oltre la scuola dell’obbligo. L’apprendistato si rivolge ai giovani che hanno già un diploma di scuola media o di media superiore tecnica, ma non a chi ha un diploma di maturità liceale.

   Dopo la scuola, la maggioranza di coloro che hanno conseguito un diploma diverso dalla maturità inizia un percorso di apprendistato all’interno di una delle 348 categorie professionali riconosciute dallo Stato: dal fornaio al parrucchiere, fino all’agente assicurativo o immobiliare o al perito meccanico, informatico e così via. Di solito in una settimana l’apprendista trascorre 4 giorni al lavoro, con integrazione di studi teorici da compiere a casa, e 1 giorno in aula, con verifiche sull’apprendimento maturato.

   È a questo modello che pensava, in realtà, Elsa Fornero per l’Italia. Per questo ha chiesto a Pubblicità progresso di studiare una campagna di spot (testimonial, pare, sarà Fiorello) che stimoli imprese e giovani a venirsi incontro.

   Ma non basta: «Abbiamo altri tre filoni d’azione» spiega il ministro. «Il primo è il dialogo con le regioni, cui è affidato il delicato compito di accompagnare la valorizzazione dello strumento. Poi la campagna di comunicazione. Con i giovani abbiamo iniziato a interagire alla conferenza di Napoli, ecco il terzo filone, quando ho incontrato la collega tedesca Ursula von der Leyen e, appunto, giovani, scuole di formazione e imprese.  Queste ultime rappresentano il quarto filone delle azioni concrete intraprese: solo con un convinto consenso e la collaborazione dei datori di lavoro avremo successo. Infine i consulenti del lavoro, cui è affidato l’onere di sposare e dare forza all’apprendistato. Lo spirito di collaborazione da loro dimostrato mi fa essere ottimista».

   «Ma quello che serve è soprattutto un vero salto culturale» conclude Colli Lanzi, che in Germania ha una controllata che si occupa anche di apprendistato. Prosegue: «Un salto culturale sia da parte delle aziende, sul fronte dei costi, sia dei giovani, che devono impegnarsi molto di più. E poi servono più incentivi: sull’apprendistato c’è oggi un 10 per cento di contributi che andrebbero eliminati del tutto, almeno per il primo anno (lo sono solo per le aziende fino a nove dipendenti, ndr). Basterebbe copiare dalla Germania, anzi dall’Alto Adige». (Sergio Luciano)

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LA VERA TRINCEA SARA’ IL LAVORO

di TITO BOERI, da “la Repubblica” del 5/12/2012

(….) È da cinque anni che il mercato del lavoro peggiora in Italia. Da agosto di quest’anno c’è stata un’ulteriore accelerazione nella crescita della disoccupazione. Troppo presto per capire se e in che misura è responsabile di questo peggioramento la riforma del mercato del lavoro varata a luglio.

   Solo il crollo del lavoro intermittente (–20 per cento) sembra oggi imputabile con ragionevole certezza alla riforma Fornero. C’è stata, infatti, una netta inversione di tendenza da quando è entrata in vigore la legge 92/2012; sino ad allora si era registrata una crescita costante di questi rapporti di lavoro.

   Nel Veneto, i lavori intermittenti sono addirittura quintuplicati da inizio 2008 a luglio 2012 e da allora sono in forte calo. Il crollo del lavoro intermittente non sarebbe di per sé preoccupante, se accompagnato da una trasformazione del lavoro a chiamata in contratti a tempo indeterminato. Il problema è che nello stesso periodo – ce lo dicono i dati disponibili sulle comunicazioni obbligatorie – si sono ridotte anche le conversioni di contratti atipici in contratti permanenti.

   Lo stesso contratto di apprendistato, quello su cui puntava la riforma, ha registrato un forte calo sia in termini di assunzioni che di trasformazioni in contratti a tempo indeterminato al termine del periodo di formazione, nonostante gli incentivi fiscali posti in essere dalla nuova normativa. L’accelerazione della disoccupazione negli ultimi mesi è un portato del forte calo delle assunzioni. Sono diminuite più del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con punte del 20 per cento in Lombardia. Aumentano anche i licenziamenti (soprattutto quelli individuali), ma il numero totale di cessazioni di rapporti di lavoro diminuisce.

   L’aggravarsi della recessione ha sicuramente influito su questi sviluppi. Il fatto nuovo però è che questo blocco delle assunzioni vale a tutte le età, colpisce perciò anche quel crescente numero di persone (sono aumentate del 15 per cento rispetto a un anno fa) che, rimaste senza lavoro, non si ritirano dalla vita attiva aspettando una pensione, perché questa si è allontanata nel tempo con la riforma delle pensioni proprio mentre la durata delle indennità di mobilità si riduceva.

   Il blocco delle assunzioni non è colpa della riforma delle pensioni. Al contrario nel nostro paese le assunzioni aumentano quando le persone vanno in pensione più tardi. Ma in presenza di un blocco delle assunzioni, la riforma delle pensioni aggrava il problema sociale sempre più pesante degli ultra55enni rimasti senza lavoro.

   Bisogna perciò contrastare al più presto il blocco delle assunzioni. Il problema è che la legge 92, mentre ha reso più difficile per i datori di lavoro l’utilizzo di diverse tipologie di contratti temporanei, non ha creato un percorso di ingresso alternativo, che portasse gradualmente verso la stabilità e che valesse a tutte le età.

   Rimangono per i neoassunti due regimi contrattuali troppo lontani l’uno dall’altro per non creare segregazione in quello meno vantaggioso per il lavoratore e meno impegnativo per chi lo assume: da una parte la giungla di contratti temporanei da cui si può essere licenziati senza costo alcuno e, dall’altra, i contratti a tempo indeterminato in cui, fin dal primo giorno dopo la prova, si è protetti da costi di licenziamento, molto alti, come se si fosse rimasti in quell’azienda per 20 o 30 anni.

   (…..) Per risolvere i problemi del nostro mercato del lavoro c’è anche bisogno di un governo che abbia il coraggio di prendersi in prima persona la responsabilità di queste scelte. La legge Fornero e, prima di questa, le norme introdotte dal ministro Sacconi, hanno ampliato a dismisura la gamma delle materie decise dalla contrattazione collettiva.

   Altre materie, come il nuovo contratto di apprendistato, sono state delegate alle Regioni. Ma un governo non dovrebbe mai abdicare alla contrattazione il compito di fissare standard contrattuali e retributivi minimi. Perché questi minimi devono valere per tutti i lavoratori, non solo quelli rappresentati dal sindacato, e devono essere rispettati.

   Quanti altri crolli di palazzine in nostre città del Sud ci devono essere per rendersi conto del fatto che in Italia i minimi contrattuali valgono solo sulla carta e che si lavora rischiando la vita a meno di quattro euro all’ora? E a quale livello deve salire la disoccupazione giovanile per avere misure immediatamente operative nel favorire le assunzioni, anziché demandare queste norme ai tempi lunghi delle amministrazioni locali? (Tito Boeri)

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L’ILLUSIONE DI UN PATTO-STAFFETTA FRA GENERAZIONI SUL LAVORO

di MAURIZIO FERRERA, da “il Corriere della Sera” del 8/12/2012

   Il contratto a tempo indeterminato resta un sogno, l’apprendistato non decolla, persino il lavoro precario diminuisce. La crisi ha reso le prospettive occupazionali dei giovani ancora più drammatiche.

   Il governo cerca soluzioni e sta ora considerando l’ipotesi di una «staffetta» che dovrebbe funzionare così: un lavoratore anziano accetta di mettersi a part time, la Regione versa contributi aggiuntivi in modo che non ci siano perdite pensionistiche, l’azienda assume un giovane (che costa meno di un anziano). Una sorta di «patto fra generazioni», incentivato dallo Stato.

   La disponibilità di fondi – e dunque la fattibilità dello schema – è incerta, ma intanto vale la pena di chiedersi: sarebbe una buona idea?

   I giovani italiani hanno disperato bisogno di qualche segnale positivo circa il proprio futuro, le imprese devono essere incoraggiate a servirsi dell’apprendistato. Se questo strumento non diventa il canale «naturale» di accesso al mercato del lavoro, la riforma Fornero della scorsa estate fallirà il suo scopo. Il passaggio dal tempo pieno al part time deve a sua volta diffondersi come uno dei percorsi normali di ritiro graduale dal lavoro, come già avviene in altri Paesi.

   Se (rispettando le compatibilità di bilancio) fosse in grado di creare nuovi posti da apprendista e di rimuovere gli ostacoli organizzativi e culturali alla cosiddetta flessibilità «buona», l’introduzione di uno schema a staffetta potrebbe svolgere una funzione positiva.

   L’idea che il problema occupazionale possa risolversi con un patto fra generazioni è però sbagliata. Poggia infatti sull’assunto che i giovani possono trovare lavoro solo nella misura in cui i lavoratori più anziani liberano «posti», andando in pensione. Sembra una supposizione ovvia e in alcuni casi (a questo o a quel giovane, in questa o quella azienda) le cose stanno davvero così. Ma se guardiamo ai grandi numeri, non troviamo alcuna correlazione fra i tassi di occupazione degli anziani e i tassi di disoccupazione dei giovani. In altre parole: non è vero che se gli anziani si tolgono di mezzo, più giovani trovano lavoro.
Le economie non sono delle scatole rigide, che possono fornire occupazione solo a un numero fisso di persone: mille dentro solo se altre mille vanno fuori. Il totale è variabile e dipende da tanti fattori, gli stessi che generano crescita o decrescita: competitività, innovazione, capitale umano, diritto del lavoro e così via.

   Dove questi fattori si combinano in modo virtuoso, l’occupazione aumenta per tutti: giovani e anziani, uomini e donne. In Olanda negli ultimi quindici anni il tasso di occupazione femminile è aumentato del 54 per cento, quello degli uomini è rimasto stabile.

   Nello stesso periodo la Gran Bretagna ha registrato un incremento congiunto sia dell’occupazione giovanile sia di quella dei lavoratori con età compresa fra i 60 e 65 anni. In Francia entrambi i tassi sono invece diminuiti. Lo scambio generazionale e quello fra i generi non sono evidentemente la strada giusta da percorrere.
La crisi che stiamo attraversando è molto grave ed è ragionevole non lasciare nulla di intentato. Bisogna però evitare false illusioni, fra chi governa e soprattutto fra chi si trova in condizioni di disagio. Se attecchisce l’idea che la soluzione al problema della disoccupazione giovanile è il patto generazionale, allora perché oltre alla staffetta dentro le imprese non abbassiamo di nuovo l’età pensionabile?

   Perché, già che ci siamo, non ripristinare i prepensionamenti e le pensioni baby? Qualche irresponsabile lo sta già proponendo. Attenzione: ci siamo già passati e da trent’anni siamo il Paese Ue con i più bassi tassi di occupazione (totale, femminile e giovanile) e il più alto debito pubblico. (Maurizio Ferrera)

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LA MANIFATTURA AL BIVIO TRA LE VECCHIE ZAVORRE E I MERCATI GLOBALIZZATI

di Paolo Bricco, da “IL SOLE 24ORE2 del 30/11/2012

   La questione industriale italiana è a un bivio. Gli elementi di debolezza strutturale esercitano ogni giorno la loro forza corrosiva sui gangli più delicati della nostra manifattura. Nonostante questo, i processi evolutivi di quest’ultima proseguono lungo le traiettorie della globalizzazione, che con le sue durezze ma anche le sue opportunità sta costringendo le imprese e i sistemi distrettuali a sperimentare (o a subire) metamorfosi dolorose ma vitali.

   Intanto, però, sotto la pelle del sistema si sta accumulando l’energia distruttrice che potrebbe da un momento all’altro esplodere e propagarsi se una serie di crisi industriali, prima fra tutte l’Ilva, non trovassero una soluzione o se una serie di gravi avversità naturali, in particolare il terremoto in Emilia Romagna, a conti fatti fossero state affrontate dal governo con scarsa efficacia.
LE CRITICITÀ DI SISTEMA
Non esiste soltanto lo spread finanziario. O, per meglio dire, quest’ultimo è una delle componenti dello spread industriale, che rappresenta quell’insieme di deficit di sistema in grado di appesantire la quotidianità e di annebbiare l’orizzonte strategico delle nostre imprese rispetto ai loro competitor europei, tedeschi e francesi in particolare.

   Vai in banca, come imprenditore, a chiedere un fido? Se sei fortunato, cioè se alla fine decidono di attivarti una linea di credito, stando all’ultimo dato delle Bce pagherai il 5,63% di tasso di interesse per prestiti fino a un miione di euro (durata da uno a cinque anni) contro il 4,09% dell’area euro, il 3,76% della Germania e il 4,04% della Francia.
La questione finanziaria si aggrava se si pensa che, stando all’ultimo rapporto PriceWaterhouseCoopers, in Italia le imposte sulle imprese si portano via il 68,3% dei profitti, venti punti in più rispetto alla Germania.  Non c’è, naturalmente, solo quello.
Secondo Nomisma Energia, l’energia usata nelle fabbriche lombarde o marchigiane, nei laboratori liguri o campani, costa il 40% in più, di nuovo, della media europea. La forbice sull’energia è ampia per tutti, ma diventa in prospettiva inesorabile per il delicato tessuto connettivo dei nostri piccoli produttori, inseriti nelle reti della subfornitura internazionale che (finora) li ha usati (e valorizzati) convinta dalla loro significativa elasticità e dalla loro rilevante capacità di comprimere proprio i costi finali. Con tali costi dell’energia, fino a quando durerà questa dimensione di subfornitura insieme low cost e ad alto valore aggiunto?
I FATTORI IMMATERIALI
Ci sono poi i fattori di contesto che influenzano anche la psicologia dell’imprenditore. La voglia, nonostante tutto, di stare sul mercato ogni giorno, alzando la serranda del laboratorio artigiano (uno dei luoghi simbolici delle economie di territorio analizzate per esempio dalla Fondazione Edison) o connettendosi con la consociata brasiliana o coreana, nel caso delle medie imprese ultra-internazionalizzate studiate dall’ufficio studi di Mediobanca.

   Uno dei delicati fattori psico-economici è il problema di ottenere giustizia. Stando alla World Bank, infatti, se un imprenditore italiano si rivolge a un tribunale per fare rispettare un accordo contrattuale a una sua controparte, impiegherà qualcosa come 642 giorni in più per avere “giustizia” rispetto alla media comunitaria. La cosa diventa molto difficile, per gli imprenditori che fanno dell’etica una stile aziendale oltre che una questione privata, se si pensa al livello di corruzione in cui ogni giorno devono operare. Transparency International, infatti, ha costruito una scala che va da 1 (massima corruzione) a 10 (minima corruzione): l’Italia è a 3,9, la Germania è a 8.

   Un altro fattore di contesto che ha questa doppia componente economico-psicologica è rappresentato dal rapporto con la tua comunità. Il tuo Paese. Il tuo Stato. In questo caso, basti un dato per definire l’aggravio strutturale dei costi derivante dall’appartenenza italiana: il peso della burocrazia, secondo World Bank, provoca un aumento del costo del 20% di qualunque attività di logistica legata alla circolazione dei beni sui mercati mondiali. Piombo nelle ali, per una economia così radicalmente manifatturiera.
LA VITALITÀ DEL SISTEMA
Eppur si muove. Nonostante tutto. Il processo di metamorfosi avviatosi con il declino della grande impresa pubblica e privata prosegue, in un quadro di rimpicciolimento (ma anche di miglioramento qualitativo e della produttività) dell’economia italiana. E si avvertono segnali di vitalità.

   La Lombardia ha cambiato passo fuori dalla ristretta cinta daziaria europea. Fatto cento l’export, negli ultimi tre anni le imprese hanno orientato il 60% dei loro flussi commerciali verso i Paesi extra Ue, limitando al mercato comunitario il 40% della loro attività.

   Le proporzioni si sono dunque ribaltate: prima erano 60% nella “vecchia” (e dalla crescita asfittica) Europa e 40% sul resto dei mercati globali. L’export resta la chiave di tutto. Nel Piemonte scosso dal costante svuotamento produttivo e strategico della Torino della Fiat, nel primo semestre l’export della metalmeccanica regionale ha avuto un ammontare di 6,3 miliardi di euro, in aumento di addirittura del 13,6 per cento. Segno che la cultura industriale più corre più resta radicata ed efficiente.

   Lo stesso vale per il lusso. Per esempio nel Valdarno, dove il trinomio cuoio-pelle-calzature attrae le griffe della moda in uno dei principali laboratori del mondo di artigianato-industriale: 2mila aziende con 3 miliardi di ricavi, 2 appunto da export. Aziende che avrebbero bisogno di tremila addetti da assumere all’impronta. E non li trovano.

   Un altro fenomeno interessante è Parma, uno dei cuori di quell’esperienza al crocevia di meccanica e agroalimentare, chimica-farmaceutica e impiantistica raccontata dall’economista prodiano Franco Mosconi nel saggio del Mulino La metamorfosi del modello emiliano. L’Emilia Romagna e i distretti industriali che cambiano.

   Un moderno granducato della forchetta e dell’industria fine che, anche nel 2011, ha visto la produzione salire del 5,8 per cento. In quella cosa sorprendente che è il mosaico italiano composto da mille piccoli tasselli, spiccano peraltro i buoni risultati del distretto dell’acqua, dell’olio e del vino del Vulture, in Lucania, dove oltre ai successi internazionali dell’Aglianico si conta la recente acquisizione dell’Acqua Lilia da parte della Coca Cola.
LE INCOGNITE
La direzione che prenderà la questione industriale italiana sarà anche il risultato della gestione (buona o cattiva) di una serie di dossier che si affastellano. Nell’anno in cui la recessione ha scaricato tutta la sua forza sugli apparati della manifattura internazionale, l’Italia sta affrontando una serie di problemi rilevanti.

   Quest’estate il terremoto ha colpito una parte dell’Emilia Romagna, provocando danni per 12,2 miliardi di euro (il 43% alle imprese). Scaduti i benefici fiscali, l’accesso effettivo di chi ha subito danni ai 6 miliardi della Cdp sarà uno dei fattori che determineranno la ripresa finanziaria di un’area che, dal punto di vista dell’attività, è per l’80% di nuovo al lavoro.

   C’è, poi, il tema del posizionamento internazionale di quel (poco) che resta della nostra grande industria. Per esempio, Finmeccanica, uno degli ultimi presidi della nostra manifattura hi-tech, per di più in un settore strategico come l’aerospazio. Uno snodo insieme delicato e robusto che rappresenta, sullo scacchiere globale, l’interesse nazionale, con il suo patrimonio tecnologico diretto e indiretto, dato che il capitale di innovazione di Finmeccanica si promana su molte filiere industriali. Un’azienda che non può essere lasciata “sola” e debole, con un management senza agibilità di manovra e senza certezze.

   La questione dell’identità industriale si intreccia con la questione della politica industriale. Fra le mille crisi, la più grave è quella dell’Ilva, con gli effetti devastanti che una chiusura dell’acciaieria di Taranto provocherebbe. Effetti sociali. Ventimila nuovi disoccupati da un giorno all’altro.
GLI EFFETTI ECONOMICI
Da Taranto si alzerebbe uno tsunami che investirebbe prima quello che Giorgio Fuà chiamava modello Adriatico, per poi dirigersi sul Nord-Est e dilagare verso il vecchio triangolo industriale.

   I detriti più grossi?  Una immediata crisi di approvvigionamento nell’acciaio delle nostre imprese, i cui costi industriali salirebbe in maniera direttamente proporzionale al calo della loro produttività, più una rapida calata di operatori stranieri (i franco-indiani di Arcelor Mittal e i tedeschi di ThyssenKrupp). Senza le giuste scelte, il paesaggio industriale italiano rischia di mutare. E non in meglio. (Paolo Bricco)

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SERVONO IDEE, NON INFRASTRUTTURE

di Francesco Daveri, da “il Corriere della Sera” del 14/8/2012

L’Italia non cresce perché è un Paese Verde cioè Vecchio, Ricco e Densamente popolato. In un Paese vecchio – e l’Italia lo è: un quinto degli italiani ha più di 64 anni – si formano maggioranze ostili all’innovazione.

   In un Paese che oggi è due volte più ricco di mezzo secolo fa diminuisce la voglia d’inventarsi o cercarsi un lavoro dove c’è, mentre cresce l’aspirazione a trovarselo sotto casa. Un Paese con 206 abitanti per chilometro quadrato – sei volte di più che negli altri Paesi Ocse – è probabilmente un Paese divertente e animato da una vibrante vita culturale ed economica.

   Ma in un Paese densamente popolato aprire un negozio e realizzare un’infrastruttura è terribilmente complicato e costoso. E infatti oggi anche i distretti, per replicare il successo di ieri, spesso spostano all’estero in tutto o in parte le loro attività.

   L’Italia non è sempre stata un Paese Verde; ma oggi lo è e quindi fatica a crescere. Anche un Paese Verde potrebbe crescere, però. E potrebbe farlo nel mezzo della crisi dell’euro. A un paese vecchio, ricco e densamente popolato, infatti, non servono fiumi di denaro pubblico per crescere. La spesa pubblica è già più di metà del Pil e serve più a conservare l’esistente che a innovare e crescere.

   Per tornare a crescere, all’economia italiana servono le idee, non le grandi opere pubbliche. È la crescita soft che ci può salvare, non la crescita hard. Hard è la via dell’investimento in autostrade, edilizia e grandi opere. Insomma, la via cinese. Andava bene all’Italia del dopoguerra; oggi non funziona. È all’ombra delle grandi opere e delle variazioni ai piani regolatori controfirmate da amministratori locali compiacenti che si creano ricchezze dal nulla o meglio dalla prossimità al potere: è con la crescita hard che la malavita organizzata prospera più facilmente.

   I recenti terremoti hanno purtroppo dimostrato che l’Italia ha ancora bisogno di edifici anti-sismici. Ma la crescita hard è complicata in un Paese densamente popolato e ricco di particolarismi nel quale si perde spesso di vista la definizione di bene comune. Il rischio – molto concreto – è che un modello di crescita hard basato sulla spesa pubblica in infrastrutture ci faccia annegare in un mare di localismi e di corruzione.

   È la crescita soft la nostra speranza. Un Paese ricco come l’Italia ha il diritto e l’opportunità di mirare ad uno sviluppo basato sulla produzione e lo sfruttamento delle idee. È dalle idee che viene il meglio del Made in Italy.

   E le idee vengono fuori da più efficaci meccanismi di incentivo e di valutazione nei processi formativi, ancora prima che dall’aumento delle risorse pubbliche destinate a scuola, istruzione, formazione e innovazione. Studenti, diplomati e laureati che imparano dai loro docenti a sperimentare e a concepire il nuovo e non solo a studiare i libri dal paragrafo 1 al paragrafo 5 sono la base per la nascita delle idee e dell’innovazione sociale.

   Rappresentano la speranza dello sviluppo di un’imprenditorialità non basata sull’appartenenza familiare oltre che una sfida per la finanza e per le banche che va ben al di là delle preoccupazioni per i criteri di Basilea 3. E poi uno sviluppo soft, basato sulle idee, aiuterebbe a decongestionare e diminuire la densità delle nostre aree urbane.

   È difficile che un Paese vecchio, ricco e densamente popolato tiri fuori e apprezzi le nuove idee. Ma un Bel Paese Verde che impari ad apprezzare e a remunerare il nuovo può cavarsela anche in un momento in cui i soldi pubblici sono finiti. (Francesco Daveri)

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