Quale IDENTITÀ nella METROPOLI VENETA (e in tutte le altre italiane ed europee) nella necessaria riforma istituzionale che superi i COMUNI, elimini (tutte) le PROVINCE, venga a creare CITTÀ confacenti al vivere dei suoi cittadini e AREE METROPOLITANE dove poter dialogare con il mondo

Giovane della tribù BORORO dell’Amazzonia tra la gente, all’ultima Conferenza di Rio de janeiro sul clima (giugno 2012): i Bororo, passati alla storia e all'immortalità grazie agli studi del grande Claude Lévi-Strauss
Giovane della tribù BORORO dell’Amazzonia tra la gente, all’ultima Conferenza di Rio de janeiro sul clima (giugno 2012): i Bororo, passati alla storia e all’immortalità grazie agli studi del grande Claude Lévi-Strauss

   Il grande antropologo francese Claude Lévi-Strauss (morto a 101 anni nel novembre del 2009), studiando alcune tribù dell’Amazzonia (viste come osservatorio straordinario di fenomeni umani dalle radici primordiali, che ci interessano tutti e ritroviamo nella cosiddetta nostra “modernità”), studiando in particolare la tribù brasiliana dei Bororo, Lévi-Strauss vide come il fenomeno dell’accoppiamento (inteso come matrimonio) avveniva tra “cugini incrociati”. Cioè il villaggio era diviso in due metà separate (esogamiche) ciascuna con il suo clan. Però ciascuna “metà”, ciascun clan, a sua volta era diviso in tre sezioni distinte: superiore, media, inferiore.

   Un membro appartenente a una metà si sposa solo con un membro dell’altro sesso appartenente all’altra metà, ma che è della stessa propria “sezione” (superiore, inferiore, media). In genere sono gli uomini che abbandonano la propria metà e sezione di villaggio per andare a vivere con la moglie che si trova nell’altra metà e sezione simile alla loro. Un modello di unione matrimoniale si potrebbe dire “perfetto”: dove non ci si limita a individuare i “coniugi proibiti” (come accade nella nostra legislazione che vieta l’incesto e la poligamia) ma anche a indicare il “coniuge possibile”.

   Sistema visto con sospetto da noi che ci sentiamo appartenenti alla “modernità”, “liberi” di sposarci con chi vogliamo (che non sia proibito); ma senza che ci accorgiamo che in fondo anche nelle nostre società “automaticamente” accade quasi sempre lo stesso che nelle tribù di Lévi-Strauss: accoppiamenti che avvengono per comunanza di livello economico, culturale, professionale, di simili interessi sul tempo libero (potremmo anche da noi aggiungere di comunanza di livello di “bellezza fisica”).

   Levy Strauss e la sua dimostrazione dell’accoppiamento guidato da regole precise in alcune tribù dell’Amazzonia ci porta a due considerazioni (in merito a quel che ci interessa dell’organizzazione dei territori): 1) le persone si accoppiano sempre tra simili (avviene in una tribù limitata anche dentro una grande metropoli e nel mondo globalizzato); 2) il cosmopolitismo vissuto positivamente (riuscire a preservare la propria storia, lingua, tradizioni e identità, e contemporaneamente avere un approccio curioso e coinvolgente verso le culture degli “altri” che abbiamo sempre più vicini con i fenomeni trasmigratori e con internet) ebbene questo cosmopolitismo rischia di essere una gran balla: di fatto ognuno ha abbandonato la sua identità positiva e manco ha acquisito quella degli altri: tutti “si marcia” verso un mondo univoco di “pensiero unico” che poche persone e apparati hanno deciso e stanno decidendo per noi (ma altri, filosofi, sociologi, antropologi hanno già detto questo molto meglio di noi)

   Ci interessa qui, in questo blog geografico, il “fenomeno città”, la riorganizzazione necessaria del territorio, e il rilievo critico che vogliamo rivolgere a chi ad esempio difende i piccoli comuni, sempre più in affanno di “governo amministrativo”, e carenti di opportunità per i giovani, i bambini (che poi da grandi “pagheranno” questa sudditanza di essere vissuti in un posto deficitario); e a chi, in altro contesto, crede invece che certe aree possano andare avanti verso l’innovazione assoluta (cioè poche nuove aree metropolitane che si vuole istituire dove concentrare opportunità e finanziamenti) mentre gli altri stanno a guardare, abitanti in luoghi marginali: noi pensiamo che tutti i territori nazionali, anche nei più sperduti Appennini, devono trovare una collocazione in proprie “metropolis”, pur fatte di natura, ambiente e persone che ci vivono intensamente.

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NUOVE PROVINCE DEL NORD così come previste dall’attuale Governo dimissionario: NON SE NE FARÀ NIENTE - La fine dell’attuale Governo e lo scioglimento del Parlamento non permetterà la conversione in legge del decreto 188 del 5 novembre scorso che riduceva le province italiane da 86 a 51 (e dopo sei mesi analoghi accorpamenti dovevano avvenire nelle province delle regioni a statuto speciale)
NUOVE PROVINCE DEL NORD così come previste dall’attuale Governo dimissionario: NON SE NE FARÀ NIENTE – La fine dell’attuale Governo e lo scioglimento del Parlamento non permetterà la conversione in legge del decreto 188 del 5 novembre scorso che riduceva le province italiane da 86 a 51 (e dopo sei mesi analoghi accorpamenti dovevano avvenire nelle province delle regioni a statuto speciale)

   Alla fine non se ne farà niente, è sicuro. PARLIAMO DELLA RIDUZIONE-ACCORPAMENTO DELLE  PROVINCIE. La fine dell’attuale Governo e lo scioglimento del Parlamento non permetterà la conversione in legge del decreto 188 del 5 novembre scorso che riduceva le province da 86 a 51 (e dopo sei mesi analoghi accorpamenti dovevano avvenire nelle province delle regioni a statuto speciale).

   Nella legge di Stabilità (una volta chiamata “Finanziaria”) che tra poco si approverà è probabile che si cercherà, per non lasciare “vuoti di potere”, di ripristinare i poteri attuali delle province che già erano stati “tolti” dal precedente decreto “salva Italia” del dicembre 2011: decreto quest’ultimo che riduceva drasticamente l’organico (il personale), e limitava i compiti delle province solo a quelli di indirizzo e coordinamento (delegando a comuni e Regione le funzioni sulle scuole superiori, la viabilità e strade, la tutela ambientale); e creando una rappresentanza elettiva indiretta (organi provinciali ridotti e non più a elezione diretta, ma eletti dai rappresentanti dei comuni). Della riduzione e accorpamento delle Province (cui qui abbiamo dedicato vari post…) è rimasto solo un (nobile) tentativo governativo di svuotare di ogni possibile significato questi enti, non potendoli eliminare perché serve una legge costituzionale.

   E’ assai probabile che nella “Finanziaria” (legge di Stabilità), ultimo atto della legislatura politica prima delle elezioni, si ripristineranno i poteri provinciali con i quali si voleva svuotare il già nullo significato delle attuali province, e si rinvierà il tutto alla decisione del prossimo Parlamento. Ne ricaviamo che per decreto non si può riformare il sistema di organizzazione territoriale dell’Italia (ma se non così altro modo non c’era: va dato atto che questo governo ci abbia provato nell’unico modo che aveva a disposizione).

   Ma nonostante l’incapacità palese della classe politica di “fare riforme” (non solo quelle territoriali), nonostante questo il cambiamento dei territori va avanti in modo potremmo dire “naturale”: comuni sempre più in difficoltà e inadeguati a rispondere ai bisogni dei cittadini costretti a unire tra di loro i servizi; un cosmopolitismo diffuso (e a nostro avviso anche positivo) che cambia i connotati antropologici di borghi, quartieri, paesi e paesetti, dove prima si poteva vedere nei campanelli delle case solo cognomi locali, di poche famiglie storiche, concentrate in questa o quella località: ed ora in questi borghi e quartieri troviamo il “mondo intero”. Solo nel Veneto vivono 154 etnie diverse: persone che stabilmente vivono il territorio, i loro figli vanno a scuola con gli “indigeni” italici, e spesso hanno imparato il dialetto, partecipano alla vita collettiva dei veneti storici.

   Su tutto questo si innesta una mobilità cambiata (ad esempio la maggior parte delle persone non lavora nel comune di residenza, hanno amici e famigliari presenti in altri luoghi, le scuole dei figli nel comune “capoluogo”, la spesa alimentare la vanno a fare in ipermercati non sottocasa..), che fa capire come i già deboli confini comunali siano oramai del tutto crollati, e le persistenze a “resistere” del nucleo comunale porta ad affannose erogazioni di servizi sempre più dispendiosi (a tutta la collettività) e spesso inefficienti.

   E’ da chiedersi: a quando la “riforma territoriale delle istituzioni” si potrà concretamente e coscientemente avviare, se “a colpi di decreto” non si può fare, viene bloccata? E come fare se lobbies politiche, di interessi parassitari, sempre la impediranno in parlamenti vecchi e nuovi?

   Questo è un problema (culturale, economico, politico) serissimo: si continuerà a lasciar fare alle “cose che cambino da sole” senza deciderle, senza politica di volontà ed indirizzo. Peggiorando i servizi, la spesa (tasse sempre più alte); scarnificando e inquinando il territorio ancor di più, distruggendo il paesaggio… e privilegiando di fatto i pochi che potranno permettersi, pagandoseli, opportunità e servizi migliori.

   Pertanto i cambiamenti che avvengono da soli, “naturalmente”, senza un governo virtuoso delle persone, non sono buona cosa. Per questo insistiamo qui sul passaggio da “natura” a “cultura”, per fenomeni non subìti ma vissuti coscientemente e interpretati concretamente.

   La battaglia perché i Comuni restino sì come municipalità identitaria di un luogo (con rappresentanza di persone elette in modo volontario e gratuito) ma diventino, insieme ad altri vicini, CITTÀ DI ALMENO 50-60.000 ABITANTI; che si dia vita ad AREE METROPOLITANE in ogni area (non solo le poche previste in Italia) eliminando tutte (non solo alcune) le obsolete Province; lo scioglimento delle dispendiosissime e inadeguate Regioni con l’istituzione di MACROREGIONI in un contesto nazionale meno parassitario, e in uno europeo in positivo dinamico fermento (gli Stati Uniti d’Europa), ebbene questo è necessario che la cultura, la politica, l’economia lo tengano sempre all’attenzione, ne facciano un battaglia continuativa, affinché si superino le resistenze parassitarie al cambiamento territoriale dei nostri luoghi ora in crisi. (sm)

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Relazioni e Aggregazioni

LA METROPOLI VENETA NELL’ERA DI FACEBOOK

di CORRADO POLI, da “Il Corriere del Veneto” del 7/12/2012

   Secondo gli antropologi, la specie umana si aggrega normalmente in tribù di circa cento individui. Le città e i paesi si sarebbero tradizionalmente formati per consentire queste relazioni. Se osserviamo la geografia del Veneto fino al 1970, ci accorgiamo come questa teoria sia provata dai tanti piccoli centri segnalati da un campanile, da un’osteria, da una fabbrica.

   Anche nelle città le comunità urbane non erano diverse da quelle dei villaggi, salvo per quella comunità particolare, costituita dalla classe dirigente, che manteneva relazioni a livello nazionale e internazionale. Ma si trattava sempre di una comunità di un centinaio di persone, per quanto influenti sulla vita di tutti.

   Le modificazioni della specie richiedono migliaia di anni, quindi non si può pensare che le nuove tecnologie ci abbiano cambiato nel giro di una decade. Internet consente a tutti di intrattenere rapporti con “amici” su aree vastissime. In qualsiasi luogo siamo, restiamo in contatto con chiunque ci interessa. Tuttavia, non siamo mai più di quel centinaio di persone che costituisce la nostra tribù

   Se nei rapporti umani non è dunque cambiato molto, nel rapporto con il territorio e l’abitare è in corso un cambiamento. Anzitutto sulla rete gli “amici” (leggi Facebook) si potrebbero scegliere tra un numero illusoriamente vastissimo di possibilità. Invece succede esattamente l’opposto poiché, per arrivare alle cento persone della tribù, si contatta solo chi ci somiglia e già la pensa come noi. Non ci serve proporre e difendere le nostre convinzioni, tanto meno cambiarle.

   Con un magico click facciamo scomparire per sempre chi percepiamo sgradevolmente diverso. La mancanza di un posto fisico in cui incontrarsi – sia la parrocchia o l’osteria o la piazza – rischia di trasformare la potenziale massima apertura al mondo intero nel più meschino provincialismo.

   Dal pc di casa ti sembra di parlare con milioni di persone nei cinque continenti, ma, in effetti, lo schermo è uno specchio che riflette solo la tua immagine. La possibilità offerta dalla rete di vivere in un tranquillo mondo di simili, trova un riscontro geografico materiale nelle città di oggi.

   Nelle grandi metropoli si formano quartieri – talora persino separati da vere e proprie muraglie (walled communities) – dove alcune comunità decidono di isolarsi da chi ha stili di vita diversi dai loro. Si tratta di persone normali che condividono la stessa professione, il livello di reddito o la passione per un hobby.

   Nelle città europee e nel Veneto non si registrano ancora queste situazione estreme, ma si comincia a rilevare l’esistenza di quartieri residenziali costruiti in modo da rispondere alle esigenze di particolari gruppi sociali con preferenze simili.

   In teoria questo trend ci conduce verso un impoverimento delle relazioni e della diversità. Le forze tecnologiche e culturali che innescano il processo descritto sono talmente potenti da rendere impossibile contrastarlo. L’offerta immobiliare nella regione, trasformatasi in un’unica area metropolitana, comincia a tenere conto di questa segmentazione del territorio per classi sociali e per preferenze di stile di vita. In futuro lo farà in modo più evidente.

   Nella ridefinizione del territorio potrebbe esserci spazio anche per quelle tribù umane che esprimono una domanda, più o meno radicale. Di ambienti e stile di vita ecologici sul tipo delle comunità de-motorizzate o le aree ri-naturalizzate già sperimentate nell’Europa settentrionale.

   La diversità si ricostituirà nel confronto tra stili di vita in villaggi urbani separati. E’ il contrario dell’ideale della tolleranza urbana appreso dalla modernità. Ma c’è un’alternativa?  (Corrado Poli)

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PROVINCE STAGNANTI

di Massimo Gramellini, da “la Stampa” del 13/12/2012

   La commissione affari costituzionali del Senato ha impiegato appena tre quarti d’ora per affossare la riforma delle province. Ma è il «come» che merita di essere raccontato e ringrazio il lettore G.P. per il resoconto della riunione.

   Il presidente della commissione Vizzini (già segretario del Psdi quando il centravanti del Milan era Van Basten) esordisce spiegando che il provvedimento è stato oggetto di esame accurato, ma che la crisi politica e la presenza di emendamenti e subemendamenti da approfondire rendono arduo il completamento dell’esame.

   Il senatore Boscetto (Pdl) condivide e ritiene necessario un rinvio. Il senatore Calderoli (Lega) rileva che il lavoro di sintesi, encomiabile, non è stato in grado di individuare una soluzione condivisa. Il senatore Bianco (Pd) ringrazia il presidente e prende atto con dispiacere che non sussistono le condizioni per proseguire.

   Il senatore Milana (Udc) condivide la valutazione del senatore Bianco e il senatore Pardi (Idv) rileva incongruenze ma auspica. Il presidente Vizzini prende atto e toglie la seduta.

   Non uno che abbia avuto il coraggio di dire la verità: sono contrario a ridurre le province perché garantiscono posti e clientele. Tutti pronti, i finti litiganti da talk show, ad arrampicarsi in cordata sugli arabeschi delle procedure parlamentari pur di vanificare, senza assumersene la responsabilità, l’unico provvedimento che tentava di cambiare finalmente qualcosa.

   Questo sconcio balbettio viene chiamato comunemente politica, ma ne rappresenta l’esatto contrario. La politica è acqua tumultuosa ricondotta negli argini, non stagno dove galleggiano i tronchi marci dei nostri ideali. (Massimo Gramellini)

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L’avvenire in mostra Al Crystal di Londra, tra touchscreen e interattività

LA CITTÀ DEL FUTURO? COSTRUITELA DA VOI

di Edoardo Vigna, da “il Corriere della Sera” del 22/10/2012

   Ho visto la città del futuro. E in parte l’ho creata io stesso. Ho pagato il biglietto della metropolitana di Londra, il trenino Dlr che arriva alla fermata Royal Victoria. E, come Harry Potter al binario 9 e 3/4 della stazione di King’s Cross, sono entrato nella nuova dimensione urbana attraverso la porta automatica di un palazzo di vetro e acciaio, a forma di cristallo.

   Crystal, si chiama, appunto: appena oltre i Docklands e il Millennium Dome. Ti fa affacciare sulla vita che vivremo, forse già in questa generazione. Attraversi le colonne d’Ercole (illuminate a energia solare) dell’ingresso ed ecco la fantascienza prendere forma di realtà.

MUSEO – È un museo, sia pure dell’avvenire, ma anche qualcosa di più. Ti fa entrare in una Copenhagen con le pale eoliche che spuntano fra parchi, palazzi e monumenti. Ti mostra i londinesi che fanno felicemente il bagno nelle acque limpide del Tamigi.

   E a New York, dove i grattacieli sono ricoperti di vegetazione per rendere ideale la qualità dell’aria e ottimizzare il clima interno, il tuo telefonino ti parla e ti comunica in tempo reale di cambiare strada per arrivare prima a un appuntamento, mentre un sistema integrato attiva tutte le soluzioni per risolvere ingorghi e incidenti.

   E poi, si possono ammirare moto elettriche che hanno ben poco da invidiare a quella di Batman, centrali di controllo sicurezza che scannerizzano, attraverso le telecamere di tutta la metropoli, volti, targhe, abbigliamento, e in men che non si dica (come si diceva nell’era analogica) neutralizzano le fonti dei pericoli.  Come nei film: solo che qui, davanti a uno schermo touchscreen, dai tu la caccia ai «cattivi». È il «museo» della città sostenibile, del design funzionale, delle tecnologie più avanzate per il risparmio energetico: e tanto per cominciare, realizza ciò che prospetta.

   L’edificio produce interamente – con pannelli solari e impianto geotermico – l’energia che consuma (riuscendo a tagliare, con isolamento e ottimizzazione, del 50% i consumi rispetto a qualsiasi altro museo londinese) e riutilizza l’acqua piovana per i rubinetti. L’ha costruito, in un anno e mezzo, la Siemens, pagandolo 35 milioni di euro: e ci ha messo in mostra il meglio della tecnologia futuribile, propria e altrui, per rendere smart, intelligenti, gli agglomerati urbani.

VINCONO TUTTI – Perché è questo il mercato del futuro. Come spiega il rapporto presentato da UN-Habitat alla conferenza Urban Planning for City Leaders, convocata proprio al Crystal nel giorno dell’inaugurazione (all’interno c’è una sala conferenze prenotata fino al nuovo anno, l’edificio punta a essere l’hub culturale per le «città sostenibili»), non solo la metà della popolazione mondiale vive già in centri urbani, ma entro il 2050 il mondo avanzato dovrà raddoppiare lo spazio per accogliere nuovi cittadini, e per quello in via di sviluppo si parla di fronteggiare un incremento del 300%.

   «L’alleanza fra pubblico e privato è cruciale», sostiene lo spagnolo Joan Clos, ex sindaco di Barcellona e sottosegretario delle Nazioni Unite con la delega per l’agenzia per l’urbanizzazione sostenibile che ha steso il rapporto. «Una win-win situation, dove tutti vincono: i politici hanno progetti che funzionano, i cittadini vedono ben spesi i propri soldi, e le aziende fanno profitti».

INVESTIMENTI – Siemens – la multinazionale tedesca che, pochi ricordano, cominciò alla metà dell’Ottocento collegando via telegrafo le metropoli dell’epoca (Londra, Berlino, Mosca, San Pietroburgo, Calcutta) – ha deciso di puntare forte su questo settore.

   «Le città di tutto il mondo stanno facendo investimenti per migliorare la distribuzione dell’acqua, le reti elettriche, i sistemi di trasporto», spiega Roland Busch, amministratore delegato di Infrastructure&Cities Sector, la nuova branch creata da Siemens, nell’ultimo anno, per inventare prodotti per la città, chiamando a raccolta tutte le professionalità interne finora sparse nei vari settori aziendali (un quarto del totale) e che ha un team di punta che lavora dentro il Crystal. «Questo mercato vale attualmente 300 miliardi di euro».

L’IDENTIKIT DEL VISITATORE – La fantascienza può diventare realtà? Vecchia domanda, che trova qui risposta nel momento in cui – come in un videogioco – passando di sala in sala, puoi toccare con mano e costruire la «tua» città del futuro.

   Niente «navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione», come diceva il replicante del film Blade Runner (che, per inciso, è di 30 anni fa): soluzioni concrete, in linea con quelle adottate da Berlino, che già impone di usare il 20% di energia da rinnovabili; Londra, le cui case nuove dal 2016 dovranno diventare zero emission; Copenhagen, che vuole essere carbon neutral dal 2025.

   Così ci si può esercitare in plancia di comando della centralina che registra in tempo reale incidenti o incendi in qualche angolo della metropoli e vedere quanto siamo abili e rapidi a reagire nell’organizzare i soccorsi. Possiamo calcolare l’inquinamento dei nostri mezzi di trasporto e vedere come migliorare la qualità dell’aria della città in cui viviamo.

   I computer ci danno anche gli strumenti per ottimizzare la produzione e la distribuzione di energia (sempre più green) ai nostri concittadini ideali. E con un semplice test, si riesce anche a disegnare il proprio identikit di consumatore d’acqua. (Edoardo Vigna)

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QUEL PASTICCIACCIO DELLE PROVINCE

di Luigi Oliveri, da LA VOCE.INFO del 14.12.2012 (http://www.lavoce.info/ )

La fine ingloriosa della manovra di riordino delle province lascia un insegnamento: le modifiche degli assetti istituzionali del paese non possono essere realizzate a colpi di decreti legge. E prima dell’assetto delle competenze, occorre curare gli aspetti finanziari.

La fine ingloriosa della manovra di riordino delle province, con la mancata conversione del decreto 188/2012 deve servire da insegnamento. Le modifiche degli assetti istituzionali del Paese non possono essere realizzate a colpi di decreti legge.

NUOVE PROVINCE DEL CENTRO così come previste dall’attuale Governo dimissionario – Verso il congelamento - RIORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE. PER IL GOVERNO SLITTA TUTTO DI UN ANNO - Un’emendamento alla Legge di Stabilità proroga di 12 mesi l'entrata in vigore delle disposizioni del «Salva-Italia» - Slitta tutto di un anno. Per la riorganizzazione delle Province si va infatti verso un congelamento della riforma. Con un emendamento alla legge di Stabilità il governo prevede di prorogare di 12 mesi l'entrata in vigore delle disposizioni del decreto legge Salva Italia relative alle funzioni delle Province. Sarebbero numerose le proposte di modifica parlamentare all'emendamento del governo in commissione bilancio al Senato e avrebbero come obiettivo quello di smontare la riforma avviata dall'esecutivo. Ragion per cui il governo è orientato a dare parere negativo a tutte le ulteriori modifiche. (Fonte: Ansa - da http://www.corriere.it/ del 14 dicembre 2012)
NUOVE PROVINCE DEL CENTRO così come previste dall’attuale Governo dimissionario – Verso il congelamento – RIORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE. PER IL GOVERNO SLITTA TUTTO DI UN ANNO – Un’emendamento alla Legge di Stabilità proroga di 12 mesi l’entrata in vigore delle disposizioni del «Salva-Italia» – Slitta tutto di un anno. Per la riorganizzazione delle Province si va infatti verso un congelamento della riforma. Con un emendamento alla legge di Stabilità il governo prevede di prorogare di 12 mesi l’entrata in vigore delle disposizioni del decreto legge Salva Italia relative alle funzioni delle Province. Sarebbero numerose le proposte di modifica parlamentare all’emendamento del governo in commissione bilancio al Senato e avrebbero come obiettivo quello di smontare la riforma avviata dall’esecutivo. Ragion per cui il governo è orientato a dare parere negativo a tutte le ulteriori modifiche. (Fonte: Ansa – da http://www.corriere.it/ del 14 dicembre 2012)

EFFETTO SEGNALE

L’ingegneria costituzionale e istituzionale è delicata. È sconcertante che il ministro Patroni Griffi si sia reso conto dell’incostituzionalità delle tre manovre di riordino (il decreto “salva Italia”, il decreto sulla spending review e il decreto non convertito) solo quando il decreto legge 188/2012 era a rischio; paradossale che lo abbia persino dichiarato espressamente, nello studio realizzato, in fretta e furia, per esortare il Parlamento a convertirlo comunque. Una sorta di confessione dell’incostituzionalità e, dunque, della insostenibilità della riforma.
Sarebbe stato necessario riformare la Costituzione. Il Governo evidentemente aveva stimato di non disporre del tempo e forse del consenso necessario in Parlamento e, quindi, ha optato per una riduzione del numero degli enti, puntando soprattutto all’effetto “segnale”, più che ai risparmi direttamente o indirettamente conseguibili, che, è opportuno ricordarlo, non sono mai stati quotati nel bilancio dello Stato, vista l’incertezza della loro entità. Il che stride ulteriormente con la scelta della decretazione d’urgenza, motivata da necessità di natura finanziaria.
Risparmi certi avrebbero potuto essere stimati e conseguiti se il Governo avesse voluto accorpare gli uffici periferici, organizzati su base provinciale, senza collegare tale riassetto al riordino dei confini provinciali. Per quanto, infatti, esista un collegamento logico tra territori provinciali e uffici statali, lo Stato è autonomo e può definire la sua organizzazione indipendentemente dal numero e dalla dimensione delle province. E, forse, agendo sui propri uffici, avrebbe favorito il processo di accorpamento.

COSA SUCCEDE ADESSO ALLE PROVINCE

Lo studio della Funzione pubblica paventa rischi di caos normativo, essenzialmente perché in assenza della conversione del decreto legge sul riordino e l’accorpamento tornerebbe a vigere l’articolo 23 del decreto “salva Italia”, che aveva ridotto le funzioni delle province solo a quelle di coordinamento. Secondo Palazzo Vidoni, per effetto della mancata conversioni le funzioni connesse alle scuole superiori, alla viabilità e strade, all’ambiente resterebbero non più presidiate.
Le cose non stanno così. Le disposizioni del decreto “salva Italia” non sono immediatamente efficaci. Per sottrarre alle province le funzioni loro attribuite occorrono leggi dello Stato e delle Regioni che le trasferiscano ai comuni o alle Regioni stesse. E la spending review chiarisce che il subentro da parte degli enti nelle funzioni provinciali decorre solo dal completo ed effettivo trasferimento anche delle risorse strumentali, umane e finanziarie.
Pertanto, l’intera manovra è stata concepita tenendo presente un periodo transitorio, nel quale le province avrebbero continuato a svolgere le proprie funzioni, senza alcuna soluzione di continuità. Ed è quanto accadrà nell’immediato.

NUOVE PROVINCE DEL SUD così come erano state previste dall’attuale Governo dimissionario
NUOVE PROVINCE DEL SUD così come erano state previste dall’attuale Governo dimissionario

RISPARMI

Il tentativo di riforma ha anche dimostrato quanto infondate fossero le teorie di chi ritiene che, abolendo le province o anche solo accorpandone, si risparmierebbero i 12,5 miliardi di spesa da esse movimentati. Le spese delle province sono connesse all’esercizio di funzioni. Se queste vengono attribuite ad altri enti, la spesa semplicemente si sposta.
Economie di scala, sono possibili. Ma sono conseguenti a riordini che tendano ad accorpare, agglomerare. E, invece, le manovre governative puntavano a disgregare le funzioni principalmente verso i comuni.
Non è un caso che lo studio del ministro Giarda sui possibili risparmi, dal ministro stesso qualificato come astratto e sperimentale, abbia quotato un risparmio non superiore ai 500 milioni, ma con moltissime incertezze.

PROSPETTIVE FUTURE

Altro elemento desolante, più che sconcertante, dello studio elaborato da Palazzo Vidoni per sollecitare la conversione del decreto 188/2012 è la constatazione che l’assegnazione delle funzioni provinciali a comuni e Regioni comporterebbe un costo per questi enti.
Sorprende che questo elemento sia segnalato dal dipartimento della Funzione pubblica solo ora. È connaturato all’intero disegno, che non fa altro se non spostare parte delle funzioni da un tipo di ente, la provincia, a un altro tipo di ente, comuni o Regioni. Poiché l’esercizio delle funzioni la cui titolarità si vuol modificare implica l’erogazione di spese, è assolutamente evidente che l’effetto è aumentare le spese di comuni e Regioni.
Infatti, uno dei difetti maggiori dei tre decreti governativi è stato la mancanza assoluta della necessaria riforma della disciplina della finanza locale e delle regole del patto di stabilità e di contenimento della spesa di personale, in assenza delle quali materialmente il riassetto non avrebbe mai potuto vedere efficacemente la luce.
Il riordino richiede scelte molto più serie e ponderate di quelle azzardate con i tre decreti. In primo luogo, si dovrebbe escludere del tutto l’idea di trasferire funzioni provinciali, per loro natura sovracomunali, ai comuni.
Per risparmiare i costi della politica annessi alle province e provare a creare economie di scala, la strada maestra è solo quella della riforma della Costituzione, con la loro abolizione e la totale assegnazione delle loro funzioni, dotazioni e personale alle Regioni.
Ciò che è da evitare, sono scelte ibride: sopprimere solo alcune funzioni e non altre, conservare gli organi di governo, ma renderli non più elettivi, rinviare a leggi regionali la scelta se assumersi le competenze o attribuirle ai comuni.
Occorrerà, prima ancora di decidere l’assetto delle competenze, curare gli aspetti finanziari. Sarà necessaria una riforma della finanza locale, tale da stabilire con estrema precisione come trasferire a Regioni o comuni o altri enti che dovessero subentrare alle province le entrate correlate alle funzioni erogate, modificando anche le regole del patto di stabilità. In questo modo, si evita il rischio di fare una riforma che “nelle more” dell’attuazione degli effetti finanziari rimanga vuota, come prevedeva il decreto legge 188/2012, non convertito. (Luigi Oliveri)

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CASA, SCUOLE, AZIENDE IL MOVIMENTO CREA LA CITTÀ METROPOLITANA.

di Alessio Antonini, da “il Corriere del Veneto” del 16/11/2012

– Romano: «Venezia e Padova integrate, Verona e Rovigo? Difficile governarle» –

VENEZIA – Palazzi, negozi, ospedali, università e impianti sportivi. E ancora: uffici, ristoranti, case, scuole, giardini pubblici, biblioteche. E soprattutto strade. Nuovi corridoi capaci di mettere in rapido collegamento studenti, lavoratori, servizi, aziende, merci.

   Come all’interno di un unico grande spazio che supera i confini comunali senza soluzioni di continuità e che supera i confini provinciali, «delimitazioni territoriali astoriche ormai prive di senso».

   È questa la città metropolitana pensata da Local Area Network (Lan) dopo aver analizzato il territorio regionale con una serie di simulazioni. «Lasciando da parte gli aspetti politici, le diverse posizioni degli amministratori e gli interessi di parte, abbiamo voluto analizzare il Veneto studiando le dinamiche demografiche, gli aspetti geologici e i flussi storici di studenti e lavoratori», spiega Luca Romano, direttore del Lan.

   E ciò che è emerso sono due grandi città metropolitane – la prima compresa tra il Comune di Venezia e quello di Padova e la seconda composta da Verona e dalla sua cintura fino al lago di Garda – tre aree fortemente urbanizzate ma poco collegate tra loro – l’Alto Vicentino, il Bassanese che rappresenta una sorta di continuum con Cittadella e Castelfranco e Vicenza – e le aree poco collegate e poco densamente abitate come la montagna (Belluno) e la pianura padana (Rovigo).

   «Ci siamo resi conto che la nuova aggregazione di territori provinciali disegnata dal governo avrà conseguenze negative sulla governabilità. Nel caso di Rovigo e Verona o di Padova e Treviso ci sono troppe differenze all’interno dello stesso territorio – continua Romano – L’area compresa tra Padova e Venezia invece ha bisogno di organismi unitari che abbiano poteri forti sui trasporti pubblici, strumenti necessari a regolare i flussi, e sull’integrazione dei servizi».

   L’esempio più lampante è il fatto che Venezia e Padova, nonostante presentino il più alto livello di interconnessione di tutto il Veneto per densità abitativa, aziendale e per scambi dei pendolari, non hanno organismi di coordinamento per razionalizzare il rapporto tra il porto di Venezia e l’interporto di Padova.

   «L’anello debole della PaTreVe comunque è, per il momento, rappresentato dall’area di Treviso – aggiunge il direttore del Lan – La Marca infatti è ben collegata con Venezia ma ha poco scambio con Padova».

Per questo la proposta del Lan è quella di valutare la creazione di una città metropolitana di Venezia che escluda i Comuni del Veneto Orientale e che invece comprenda tutti i Comuni del Passante fino alla cintura urbana di Padova (Padova compresa).

   «È fondamentale che non siano le istituzioni a definire i territori, ma sia esattamente il contrario. Sono la geografia e le infrastrutture che definiscono il tipo di governo necessario», puntualizza Romano ricordando che Rovigo tende più naturalmente verso Padova che verso Verona e che quindi avrebbe più senso un’integrazione tra la Bassa Padovana e il Rodigino che un’estensione territoriale senza omogeneità.

   Vicenza dal canto suo non rappresenta una dimensione metropolitana perché i flussi di traffico tra il capoluogo berico e il resto della regione risultano scarsi. «Per il Vicentino avrebbe più senso un’integrazione dei servizi e una federazione di Comuni – spiega Romano -. Nelle aree dove la densità di abitazioni e aziende è alta, ma i flussi sono scarsi non ha senso un organismo sovraordinato con poteri regolatori sui flussi»

   L’unico territorio escluso dalla riaggregazione proposta dallo studio è quello del Bellunese. La montagna ha per sua natura problemi diversi dal resto del Veneto e la cultura dei bellunesi tende da sempre all’autogoverno.

   E la Regione? «Questa sarebbe la vera sfida – conclude Romano – La Regione avrebbe la responsabilità dell’alta programmazione. Dovrebbe occuparsi dei grandi asset come l’energia e la banda larga e far dialogare i diversi centri. E dovrebbe occuparsi dei poli universitari e degli ospedali di eccellenza. Per il resto, la programmazione degli ospedali territoriali e quella dei trasporti spetterebbe alle aree metropolitane o alle federazioni di Comuni». (Alessio Antonini)

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UNA SPINTA ALLE CITTA’ METROPOLITANE

di Laura Cavestri e Marco Morino, da “il Sole 24ore” del 24/10/202

– Appello delle imprese alla politica: è la grande riforma del Paese per una crescita a costo zero –

   Le associazioni industriali appartenenti a Confindustria di nove grandi città italiane – Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia – si schierano apertamente a favore della creazione delle aree metropolitane. L’istituzione delle città metropolitane, affermano in una nota congiunta i presidenti delle nove associazioni di Confindustria, è una delle grandi riforme di cui il Paese ha bisogno per ripartire e per orientare una crescita dell’economia a costo zero, partendo proprio dalle grandi aree urbane.
Territori protagonisti
Mentre è stato avviato il percorso amministrativo che porterà alle città metropolitane e in virtù del fatto che la competizione economica internazionale oggi si misura soprattutto sulla capacità dei grandi centri urbani di essere motori di sviluppo, i nove presidenti chiedono con forza a Governo, Parlamento, Regioni, Upi (Unione Province), Anci (Associazione Comuni) – e a tutte le altre realtà istituzionali o associative coinvolte nel dibattito – di procedere speditamente affinché le aree metropolitane divengano presto realtà.
Il dato da cui muove l’intero ragionamento è che nella geografia mondiale dello sviluppo, già da qualche tempo, i sistemi territoriali cresciuti attorno alle grandi realtà urbane hanno guadagnato terreno come attori economici globali.

   Oggi 40 città-regione rappresentano il 40% dell’economia mondiale e il 90% dell’innovazione; e le attuali sfide della globalizzazione potrebbero essere gestite meglio a livello di città, più che nazioni.

   Attualmente in Italia le aree metropolitane esistono come fatti territoriali ma non come fatti politico-amministrativi. In Europa le principali città – Barcellona, Lione, Francoforte, Stoccarda, Amsterdam, Copenaghen, Stoccolma e altre – si sono avviate verso forme di governo metropolitano.
I nove territori concentrano il 35% del Pil, il 32% delle imprese e il 31% degli addetti. Costituiscono snodi economici nazionali con forti legami con l’estero, poiché detengono ben un terzo degli scambi nazionali. Le loro strutture aeroportuali, prese nell’insieme, movimentano più del 60% dei passeggeri e circa il 90% delle merci. Concentrano l’industria finanziaria del Paese, con il 33% delle banche e circa il 50% di depositi e impieghi. Infine sono sede dei maggiori centri di istruzione universitaria terziaria, con oltre il 40% degli atenei. Una ricchezza da sfruttare. «Partendo dai tempi dello sviluppo locale – affermano i nove presidenti delle territoriali di Confindustria – possiamo davvero imprimere, a costo zero, un’accelerazione vera all’economia reale del nostro Paese».
IL SENTIERO NORMATIVO
Le città metropolitane come enti amministrativi tutti da definire comparvero per la prima volta nel 1990, nella legge 142 sull’ordinamento delle autonomie locali. Ma rimasero lettera morta. Sul tema è tornata tre anni fa la delega sul federalismo fiscale, ovvero la legge 42/2009 che, all’articolo 23, parlava di validità delle norme transitorie per un primo assetto delle città metropolitane sino all’entrata in vigore di una disciplina ordinaria che, inutile dirlo, non ha mai visto la luce. (….) (Laura Cavestri e Marco Morino)

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L’ALLARME DEI PICCOLI COMUNI: “DA GENNAIO E’ RISCHIO CRAC”

di Marco Alfieri, da “la Stampa” del 22/11/2012

– I sindaci: pronti alle dimissioni di massa, impossibile assicurare i servizi –

   «Ormai mandiamo avanti i servizi pubblici con il volontariato: la neve da spalare, la manutenzione dell’acquedotto…» allarga le braccia un piccolo sindaco piemontese. «Da gennaio dovendo applicare il patto di stabilità, potremo solo spegnere la luce…».

   «Molti colleghi hanno già ridotto gli orari di riscaldamento e dell’illuminazione pubblica, i contributi a scuole e asili nido. Dal 2013 quando i comuni sotto i 5mila abitanti dovranno uniformarsi al patto, non saranno più in grado di asfaltare nemmeno un marciapiede…», profetizza Attilio Fontana, borgomastro di Varese, presidente di Anci Lombardia.

   Purtroppo non basterà. L’austerity picchia duro e il governo raschia il barile, colpendo il presidio al centimetro dell’Italia dei campanili. «Nel profondo nord ci sono comuni che hanno finito i soldi per la carta delle fotocopie e che, dopo Natale, non potranno più dare i contributi alle società sportive, integrare gli affitti alle fasce deboli e garantire il trasporto disabili», fa di conto un gruppetto di primi cittadini veneti ieri a Milano, alla manifestazione contro il governo Monti.

   «L’insostenibilità della scelta di applicarci il patto non è solo dovuta al sacrificio finanziario ma anche alla sua ingestibilità tecnica se riferito a bilanci di entità ridotta, estremamente rigidi, e con una dipendenza quasi totale da fonti esterne per quel che riguarda gli investimenti», tuona Mauro Guerra, sindaco di Tremezzo, coordinatore nazionale Piccoli Comuni.

   «Avanti così al 2013 non ci arriviamo», sibila Angelo Rughetti, direttore generale dell’Anci. La spending review sul 2012 fissa un taglio di 500 milioni che si applica a tutti i comuni sopra i mille abitanti (sono circa 7mila su 8mila). «Inizialmente il governo ci aveva concesso di trasformare il taglio in un obbligo di riduzione del debito da caricare solo sui comuni più grandi». Invece il 30 ottobre palazzo Chigi «comunica di aver cambiato idea, gettando nel panico migliaia di piccoli centri a rischio default».

   Non basta. Nel 2013 scatterà un ulteriore taglio da 2 miliardi sempre sui comuni oltre i mille residenti, abbinato ad un miglioramento dei saldi di finanza pubblica per 800 milioni. In questo scenario l’estensione del patto di stabilita a borghi finora tenuti al solo pareggio di bilancio (non all’avanzo finanziario), rischia di produrre una grande moria.

   «Mentre ci obbliga a mettere insieme tutte le funzioni fondamentali, il governo c’impone la gabbia rigida del patto», strabuzza gli occhi Guerra. Di qui la minaccia delle dimissioni di massa, senza distinzioni di colore politico, lanciata dal presidente Anci Graziano Delrio.

   Insieme all’allarme «moria» per i piccoli comuni: 5.683 municipi sugli 8.094 totali in cui vive il 17% della popolazione italiana. «Chiediamo almeno di convertire il taglio dei trasferimenti 2013 in una riduzione del debito, visto che l’Europa ce lo chiede, e di incentivare la gestione associata dei comuni: per chi si consorzia non si applichi il patto», insiste Rughetti. Invece prevale la logica dei tagli lineari come negli anni tremontiani.

   La serie storica è impressionante. Dal 2007 al 2013, cioè nel periodo (in teoria) di avvicinamento al federalismo fiscale, i comuni italiani hanno subito una manovra finanziaria complessiva (tagli più patto di stabilita), superiore ai 13 miliardi. I trasferimenti da Roma sono passati dai 14 ai 4,5 miliardi! «E poi ci si stupisce se le aliquote Imu schizzano alle stelle», chiosa Rughetti.

   Il pendant di questa stretta è il crollo dell’economia di territorio. Secondo Bankitalia la spesa per investimenti dei Comuni italiani, pari al 40% dell’intero flusso pubblico, dopo una crescita sostenuta nel decennio 1995-2004 (dallo 0,9% al 1,3% del Pil), a partire dal 2005 ha subito un vero e proprio tracollo (-42,5%, da 456 a 262 euro pro capite.

   Tra le cause «il taglio dei trasferimenti, i ridotti margini di manovra sulle entrate proprie e il patto di stabilita che impone forti vincoli alla spesa in conto capitale». I segni sul campo sono meno cantieri aperti, meno servizi sociali, meno mutui (in Cdp le richieste sono crollate del 65%), meno oneri di urbanizzazione, imprese che non lavorano e più ritardi di pagamento. Un circolo vizioso che si autoalimenta e che, da gennaio, verrà esteso anche ai borghi più piccoli… (Marco Alfieri)

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CITTÀ – LE PIÙ VIVIBILI? TROPPO NOIOSE COSÌ ALL’ORDINE PREFERIAMO IL CAOS

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 10/5/2011

LONDRA – Affacciata sull’oceano Pacifico, circondata dalle montagne, né troppo grande né troppo piccola, ben governata, con bassa criminalità e buone strutture sociali, Vancouver è da anni al primo o ai primissimi posti delle classifiche sulle “città più vivibili” del pianeta, compilate da esperti, commissionate da riviste come Economist, Monocle, Forbes, lette con interesse da tutti.

   C’è un solo problema in questo tipo di graduatorie: chi vorrebbe “veramente” andare a vivere a Vancouver? Con quel freddo? Così lontana? Così poco eccitante? La sua “vivibilità” non è per caso sinonimo di noia?

   L’interrogativo viene posto dal Financial Times, che ha chiesto al proprio critico di architettura, a una giuria autorevole e in un sondaggio ai propri lettori di considerare il problema. “Liveable vs lovable”, città vivibili contro città amabili, lo riassume sin dal titolo il più importante quotidiano finanziario d’Europa.

   Significa, in sostanza, che gli indici usati per determinare le città in cui si vive meglio nel mondo producono sempre più o meno gli stessi nomi: Vancouver, appunto, e poi Vienna, Zurigo, Ginevra, Copenhagen, Monaco di Baviera. Per lo più tutte di medie dimensioni, situate nel nord del globo, spesso nei paesi scandinavi.

   Ma dove sono le folle di immigrati o espatriati (versione benestante dell’immigrazione) che corrono verso simili destinazioni? E come è possibile che invece le città amate da tutti, New York, Londra, Parigi, Berlino, Hong Kong, ma pure Roma, Istanbul, Rio de Janeiro, non figurano mai in quelle classifiche?

   «C’ è una contraddizione di fondo», sostiene Joel Kotkin, docente di sviluppo urbano alla Cambridge University. «Sono stato a Copenhagen (numero due della graduatoria di quest’anno di Monocle sulle città dove si vive meglio, ndr ), ed è molto graziosa. Ma francamente dopo un giorno non sapevo più che fare. La domanda da porsi è: cosa rende grande una città? Se la vostra idea di una grande città è riposo, ordine, pulizia, allora Copenhagen e Vancouver vanno bene. Altrimenti no».

   Concorda Ricky Burdett, fondatore del Cities Programme alla London School of Economics: «Queste graduatorie forniscono sempre una lista dei posti dove nessuno vuole davvero vivere. Alla maggior parte della gente piace stare in città grandi e complesse, dove non conosci tutti e non sempre sai cosa ti riserva il futuro. Città che sono fonte di problemi e conflitti sociali, ma anche di opportunità e imprevisti».

   Altro fattore: le città “vivibili” sono generalmente egualitarie, con un diffuso senso di soddisfazione, un ridotto gap ricchi-poveri. «Ma spesso è proprio la contrapposizione di ricchezza e povertà che rende una città dinamica, vibrante, un luogo di cambiamenti radicali, dove le vite si possono trasformare, in cui circolano nuove idee e si confrontano civiltà diverse», conclude Edwin Heathcote, il critico d’architettura del Financial Times. Morale: è facile essere efficienti quando sei una piccola città scandinava, dove tutti pagano (alte) tasse e sono mediamente benestanti. Tuttavia non è sorprendente che non ci sia la coda per andare a vivere a Stoccolma.

   Ecco perché, a dispetto delle classifiche sulle città dove si vive meglio, le città più amate sono altre: New York o Londra, mica Vancouver o Copenhagen. E per parlare di casa nostra, Roma o Milano, con tutti i loro difetti, mica Pordenone. (Enrico Franceschini)

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ultimi post sulla “riorganizzazione territoriale istituzionale”:

https://geograficamente.wordpress.com/2012/11/04/province-da-86-a-51-e-tra-sei-mesi-decideranno-le-regioni-a-statuto-speciale-caos-inutile-o-inizio-di-una-rivoluzione-territoriale-positiva-e-le-citta-metropolitane-si-faranno/

https://geograficamente.wordpress.com/2012/04/13/aree-metropolitane-non-solo-15-una-proposta-geografica-affinche-ogni-territorio-possa-dar-vita-a-una-propria-area-citta-metropolitana-assieme-alla-creazione-di-m/

https://geograficamente.wordpress.com/2012/06/26/la-controriforma-le-province-rimangono-seppur-accorpate-la-sospensione-di-una-trasformazione-istituzionale-territoriale-sempre-piu-urgente-la-necessita-dellabolizione-delle-prov/

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