RACCONTO DI NATALE per le gentili lettrici e i gentili lettori di Geograficamente – brani scelti da “FURORE” di JOHN STEINBECK: l’epopea della Grande Depressione degli anni ’20-30 del secolo scorso, vissuta da un famiglia americana con dolore ma anche coraggio – Cosa ricavarne per la “nostra Grande Depressione” e come viverla con idee e altrettanto coraggio

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“FURORE” è stato pubblicato nel 1939 negli Stati Uniti ancora sconvolti dagli effetti della Depressione e dalla tensione del New Deal. Il maggior romanzo di JOHN STEINBECK narra l’odissea della FAMIGLIA JOADS, durante le grandi, disperate, emigrazioni interne, lungo la HIGHWAY 66. La famiglia Joads simboleggia migliaia e migliaia di americani sradicati dalle loro fattorie in penosa marcia verso le terre dei fiori di loto dell’Ovest dove, una volta arrivati stremati al termine, scompariranno in un mare di manodopera a buon mercato, sfruttati dai grandi proprietari di frutteti, braccati dagli sceriffi, marchiati d’infamia dalla miseria. E’ un quadro potente e amaro del rovescio della Terra Promessa, ma anche dell’ostinazione americana a credere nella vita. (dalla edizione “Tascabili Bompiani” dell’opera) – LA FOTO QUI SOPRA E’ DAL FILM “THE GRAPES OF WRATH” (FURORE), USA 1940, REGIA DI JOHN FORD (interpreti principali HENRY FONDA, JANE DARWEL, JOHN CARRADINE)

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   Un’epoca, quella degli anni venti e trenta del secolo scorso, dura e difficile per il mondo che allora si conosceva (l’America del Nord e l’Europa). Tra nascere di dittature (il fascismo in Italia, poi Spagna e Portogallo; poi Grecia, Iugoslavia, Ungheria, Belgio…) e il nazismo in Germania (e poi Austria).

   Sorti, questi fascismi, soprattutto come conseguenza della terribile crisi economica mondiale (del ’29: l’inizio della “Grande Depressione”, identificata con quel “martedì nero”, il 29 ottobre 1929, detto anche Big Crash, in cui si ebbe il crollo della borsa valori a New York), che segna la fine della convinzione ottocentesca liberale che il mercato si “autoregola”, creando da sè condizioni di benessere, senza l’intervento della politica.J_-Steinbeck-furore

   Nell’epopea della drammatica crisi americana raccontata in modo magnifico da John Steinbeck in “Furore”, gli (ex) contadini degli stati centrali degli Stati Uniti (Oklahoma, Texas, Kansas, Arkansas…) cercano una speranza di lavoro, di vita all’Ovest, in California. Espropriati della terra dalle banche creditrici (un potere “invisibile”, non identificabile con persone in carne e ossa) ed espropriati pure dalle “trattrici”, che spianano le fattorie, i luoghi rurali di vita, con nuovi modelli di lavoro e sviluppo che sempre più fanno a meno di “braccia” in agricoltura. E questi “tanti nuovi poveri” incontrano desolazione, drammi, rifiuto…

   E’ un po’ quel che accade adesso, con disoccupati e l’allargarsi della povertà (e anche vissuto ora drammaticamente dai migranti del Sud del mondo che vengono verso il Nord ricco ma ora in crisi di lavoro e prospettive): un sistema finanziario che si è collassato da sé (dal 2008: dal fallimento della Lehman Brothers, ai titoli derivati taroccati, al credito e facili guadagni sovradimensionati e non legati ad alcun sistema produttivo…).

   Il romanzo  e l’epopea vista da Steinbeck mostra la positività della “vita vissuta intensamente”, pur nelle enormi difficoltà. Se vi capiterà di leggere pagine di questo “vertiginoso” (da quanto è bello, corposo, pur nel dolore delle storie che racconta…) romanzo, forse vi aiuterà a non tirarvi indietro nel vivere l’epoca attuale con senso di responsabilità individuale per quel che possiamo e dobbiamo fare ciascuno, a seconda delle nostre autentiche possibilità e specificità, per dare una mano ad uscirne da una crisi che, prima dell’economia, è “in noi”. Buon Natale. (sm)

Carcasse d'auto e insegne sbiadite sulla ROUTE 66 che visse le epopee della FRONTIERA e di FURORE -Storicamente, intraprendere quel lungo percorso che DA CHICAGO comincia ad arzigogolare sghembo VERSO SUD FINO A SVOLTARE DI NETTO E PUNTARE DECISO AL PACIFICO tagliando in due il cuore dell’America, è un viaggio di sola andata. Nessuna circolarità, né punto di ricaduta, e un’unica direttrice: DA EST A OVEST. «To never come back again», cantava Woodie Guthrie in Hard Travelin’ , una delle sue tante ballate composte on the road al seguito delle decine, centinaia di migliaia di migranti che negli Anni 30 della Grande Depressione su quella serpeggiante linea sgombera da ostacoli montagnosi animarono un esodo biblico, incolonnati in carovane di veicoli stracarichi di povere cose e lentamente incedenti verso Ovest. (Roberto Duiz, da “la Stampa”)
Carcasse d’auto e insegne sbiadite sulla ROUTE 66 che visse le epopee della FRONTIERA e di FURORE –
Storicamente, intraprendere quel lungo percorso che DA CHICAGO comincia ad arzigogolare sghembo VERSO SUD FINO A SVOLTARE DI NETTO E PUNTARE DECISO AL PACIFICO tagliando in due il cuore dell’America, è un viaggio di sola andata. Nessuna circolarità, né punto di ricaduta, e un’unica direttrice: DA EST A OVEST. «To never come back again», cantava Woodie Guthrie in Hard Travelin’ , una delle sue tante ballate composte on the road al seguito delle decine, centinaia di migliaia di migranti che negli Anni 30 della Grande Depressione su quella serpeggiante linea sgombera da ostacoli montagnosi animarono un esodo biblico, incolonnati in carovane di veicoli stracarichi di povere cose e lentamente incedenti verso Ovest. (Roberto Duiz, da “la Stampa”)

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fotogramma dal film di JOHN FORD del 1940
fotogramma dal film di JOHN FORD del 1940

LA TRAMA (da Wikipedia) – La vicenda narra la storia della famiglia Joad, che è costretta ad abbandonare la propria fattoria e a tentare di emigrare in California dove spera di ricostruirsi un avvenire. Nella stessa situazione si trovano molte altre famiglie, sfrattate dalle abitazioni dove avevano vissuto per generazioni perché le banche a cui avevano chiesto i prestiti non rinnovano i crediti e confiscano i terreni spedendo le “trattrici” a spianare tutto comprese le capanne di legno. «Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo.»

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FURORE, brano dal Capitolo V

   I latifondisti arrivavano sul posto, o più spesso i loro rappresentanti. Arrivavano in macchina, e saggiavano con le dita la terra arida, e qualche volta facevano eseguire dei sondaggi in profondità. I mezzadri, sulle aie assolate, stavano inquieti a seguire con gli occhi le vetture fare il giro degli appezzamenti. E finito il giro i latifondisti, o i loro rappresentanti, venivano sull’aia e senza scendere dalle vetture parlavano ai mezzadri attraverso il finestrino. Per qualche tempo i mezzadri restavano in piedi al fianco delle vetture, poi s’accoccolavano per terra, e cercavano dei fuscelli per disegnare figure nella polvere.

   Sulle soglie dei casolari le donne s’affacciavano a guardare, e dietro di loro i bambini: teste bionde, occhi dilatati, piedi nudi l’uno accavallato sull’altro, le dita nervosamente agitate dalla curiosità. Donne e bambini guardavano il capofamiglia conferire col latifondista. Immobili, silenziosi.

   Taluno dei rappresentanti si mostrava umano perché odiava la parte ch’era costretto a recitare, e taluno era irritato di dover mostrarsi disumano, e taluno si mostrava freddo e insensibile perché da tempo aveva imparato che il padrone, per essere tale, deve necessariamente mostrarsi insensibile. E nel loro intimo tutti quanti si riconoscevano, a malincuore, strumenti d’una forza inesorabile. Alcuni di essi detestavano le cifre che li costringevano ad agire così, altri le temevano, altri ancora le veneravano perché offrivano loro un rifugio contro la ragione e il sentimento. Se il proprietario della terra era una banca, o una società fìnanziaria, i rappresentanti dicevano: La Banca (o la Società) intende… vuole… ha bisogno… esige… quasi che la Banca o la Società fosse un essere mostruoso, dotato di intelletto e sentimento, che li tenesse prigionieri tra i suoi tentacoli. Né s’assumevano alcuna responsabilità in nome della banca o della società, in quanto essi si ritenevano esseri umani e schiavi, laddove le banche erano al tempo stesso macchine e padroni. Alcuni rappresentanti erano orgogliosi d’essere schiavi di così possenti e inesorabili padroni. Sedevano sui cuscini della vettura e spiegavano: Lo sapete anche voi che la terra è povera. Dio solo sa quanto lavoro e sudore ci avete sprecato su.

   I mezzadri accoccolati annuivano, sconcertati, e disegnavano figure nella polvere. Sì, lo sappiamo, Dio lo sa. Se solo la polvere non se ne volasse via, se solo la pianta resistesse radicata nel terreno, la situazione potrebbe essere diversa.

   I rappresentanti insistevano nel loro punto di vista: Sapete anche voi che la terra diventa sempre più povera. Sapete anche voi cosa fa il cotone alla terra: la impoverisce, ne succhia tutto il sangue.

Gli uomini accoccolati annuivano: Lo sappiamo, Dio lo sa. Se solo ci fosse consentita la rotazione delle colture, si potrebbe infonderle sangue nuovo.

Già, ma è troppo tardi. E i rappresentanti illustravano le necessità e il modo di ragionare del mostro che era più forte di loro. Se uno riesce a provvedere al suo sostentamento e a pagare le tasse, può conservarla, la terra, certo che può.

   Sì, ma se un anno manca il raccolto, la banca deve venirci in aiuto, coi prestiti.

   Oh, ma la banca o la società non può, diamine! Non è una creatura che respira aria, che mangia polenta. Respira dividendi, mangia interessi. Senza dividendi, senza interessi, muore, come morireste voi senz’aria o senza polenta. È triste, ma è proprio così.

   Gli uomini accoccolati alzavano gli occhi cercando di capire. Ma se ci lasciano stare, forse l’anno venturo avremo un buon raccolto. Dio sa quanto cotone l’anno venturo. Con tutte queste guerre, Dio sa come andrà su il prezzo. Non fanno gli esplosivi col cotone? Non fanno le uniformi dei soldati? Combinateci delle guerre, e vedrete come va su il cotone. L’anno venturo, forse. Guardavano in su, con occhi pieni di speranza.

   Eh, ma non si può contare sulle guerre. La banca… il mostro ha bisogno di dividendi costanti, non può aspettare, altrimenti va a rotoli. No, le tasse vanno pagate. Se il mostro cessa di crescere, è perduto. Non può fermarsi.

   E bianche morbide dita cominciavano a picchiettare sul riquadro del finestrino, e dure dita callose serravan più stretti i fuscelli irrequieti. Sulle soglie dei casolari assolati le donne sospiravano, poi cambiavano posizione ai piedi e l’agitazione dei pollici ora denotava apprensione. S’avvicinavano, guardinghi, i cani a fiutare la vettura e bagnavano i quattro pneumatici l’uno dopo l’altro. Razzolavano le galline nell’aia soleggiata e s’arruffavano le penne per infiltrarsi la polvere fin sulla pelle. Nei porcili grugnivano i maiali levando il muso, come a reclamare, dagli avanzi melmosi della brodaglia.

   Gli uomini accoccolati riabbassavano gli occhi. E cosa volete che facciamo? Non possiamo rinunziare a una parte del raccolto, siamo già mezzi morti di fame. I piccoli non hanno abbastanza da mangiare. Siamo coperti di stracci. Se non fossimo tutti nelle stesse condizioni, avremmo vergogna di farci vedere in chiesa.

   E alla fine i rappresentanti venivano al dunque. La mezzadria era un sistema che non funzionava più. Un uomo solo, sulla trattrice, ora sostituisce dodici, quattordici famiglie. Gli si dà un salario e si prende tutto il raccolto. Non c’è scampo. È doloroso, ma è così. Il mostro è malato: qualcosa gli è accaduto.

Ma a furia di cotone la fate morire, la terra.

   Lo sappiamo, ma prima che muoia vogliamo tutto il cotone che può darci. Poi la venderemo. C’è un mucchio di famiglie, nell’Est, che non sognano altro che comprare un pezzo di terra.

   I mezzadri alzavano gli occhi, pieni di spavento. E noialtri? Come si mangia?

   Eh, a voi non resta che andarvene altrove. Viene la trattrice.

   Ed ora gli uomini accoccolati si rizzavano in piedi, furenti. Ma questa terra l’ha presa mio nonno agli indiani, rischiando la pelle. E mio padre c’è nato e l’ha lavorata, lottando da disperato contro i serpenti e le erbacce. È venuto un anno cattivo e ha dovuto ipotecare. E noialtri siamo tutti nati qui. Ecco là i nostri bambini… anche loro sono nati qui. Anche allora, quando mio padre ha fatto l’ipoteca, anche allora il padrone era la banca, ma ci ha lasciati stare, e ci spettava un tanto su ogni prodotto.

   Tutto questo lo sappiamo, ma non siamo noi, è la banca. Una banca non è mica un uomo. E neanche è un uomo il padrone di cinquantamila acri. Non è altro che il i mostro.

   Va bene, gridavano i mezzadri, ma la terra è nostra. L’abbiamo misurata noi, dissodata noi. Siamo nati qui, qui ci hanno ucciso, qui siamo morti. Anche se non è buona, è nostra lo stesso. È l’esserci nati, l’averla lavorata, l’esserci morti, che la fa nostra. È questo che ce ne dà il possesso, e non una carta con dei numeri sopra.

   È doloroso, ma noi non c’entriamo. È il mostro. La banca non è un essere umano.

   Va bene, ma è una società di esseri umani.

   Niente affatto. Questo è il vostro errore. La banca è qualcosa di diverso da un essere umano. Capita che chiunque faccia parte di una banca non approvi l’operato della banca, eppure la banca lo fa lo stesso. Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo.

(Capitolo V) da

http://www.scuolanticoli.com/libri/pagelibri_028.htm

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FURORE, brano dal Capitolo XIV

   Gli Stati del West, inquieti per la nuova situazione. Texas e Oklahoma, Kansas e Arkansas, Nuovo Messico, Arizona, California. Una famiglia è sfrattata. Il babbo aveva fatto un’ipoteca, e ora la banca esige la terra. La società immobiliare, ossia l’ipotecaria banca usuraia, ha bisogno di trattrici, non di coloni. La trattrice è un male? È ingiusta, illegittima, la forza meccanica che coltiva la terra? Dipende. Se la trattrice è nostra, non mia, ma nostra, è un bene. Se la nostra trattrice coltiva la terra, non la mia terra, ma la nostra, è un bene. La potremmo amare come prima amavamo la terra quando era nostra. Ma la trattrice fa due cose: coltiva la terra, e a noi dà lo sfratto. C’è ben poca differenza tra questa trattrice e il carro armato. Entrambi spaventano ledono calpestano le masse. E questo è un pensiero che merita riflessione.

Un uomo spodestato, una famiglia sul lastrico, un catenaccio rugginoso che scricchiola sullo stradone che conduce nel West. Io ho perso il mio pezzo di terra; me l’ha preso la trattrice. Sono rovinato, solo, esterrefatto. E la notte la famiglia s’attenda sulla proda del fosso; e un’altra famiglia arriva e rizza la tenda. I due uomini s’accoccolano sui talloni, e le donne e i bambini stanno ad ascoltare. Il nodo è qui, o voi che avete paura del mutamento in atto, che tremate all’idea d’una rivoluzione! Impedire, impedire dovete a tutti i costi, che i due spodestati s’accoccolino l’uno accanto all’altro. Instillare in ciascuno di loro l’odio reciproco, la paura, la diffidenza. Perché allora non si tratta più di “Io ho perso il mio pezzo di terra.” La cellula si biparte e genera quel “Noi abbiamo perso il nostro pezzo di terra” che v’illividisce. Qui è il pericolo: perché due uomini insieme sono sempre meno perplessi di un individuo solo. E da questo primo “noi” trae origine un altro, e maggiore, pericolo, che è rappresentato dalla somma dei due termini “Ho qualcosa da mangiare” e “Non ho da mangiare”. Se il totale dà “Abbiamo qualcosa da mangiare”, la valanga si avvia, il movimento prende una direzione. Ora basta una piccola moltiplicazione per far sì che questa terra e questa trattrice diventino nostre. Questo il quadro: due uomini accoccolati sull’orlo della strada, il miserabile fuoco sotto la pentola comune, la pancetta che frigge in una padella sola, le tacite donne dagli sguardi pietrificati, e i marmocchi intenti a parole che i loro cervelli non intendono. Si fa notte, il bambino ha freddo: ecco, prendi questa coperta, è di lana, era di mia madre, tienila per il bambino. Questo l’obiettivo che dovete bombardare: questa transizione dall’“io” al “noi”.

Se voi, che possedete le cose che le masse hanno bisogno assoluto di detenere, poteste rendervi conto di questa realtà, allora sareste in grado di salvarvi. Se foste capaci di distinguere le cause dagli effetti, di persuadervi che Paine, Marx, Jefferson, Lenin furono effetti e non cause, allora potreste sopravvivere. Ma non ne siete assolutamente capaci. Perché il possesso vi congela in altrettanti “io” e vi aliena i “noi”.

(Capitolo XIV) da

http://www.scuolanticoli.com/libri/pagelibri_028.htm

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LA TRAMA (da Wikipedia)La narrazione inizia con Tom che è appena stato liberato sulla parola e ritorna a casa attraversando un paesaggio desolato dall’aridità e dalle piogge torrenziali che rovinano l’ennesimo raccolto e che preannunciano la miseria incombente. Con la sua famiglia decide così di abbandonare l’Oklahoma per tentare la fortuna all’Ovest. Costoro intraprendono a bordo di un autocarro un lungo viaggio verso la California, dopo aver letto un volantino di ricerca lavoro.

JOHN STEIBECK (1902 - 1968), premio Nobel per la Letteratura nel 1962 - oltre a FURORE alcune altre sue opere soo UOMINI E TOPI (1938), PIAN DELLA TORTILLA (1939), VICOLO CANNERY (1946)
JOHN STEINBECK (1902 – 1968), premio Nobel per la Letteratura nel 1962 – oltre a FURORE alcune altre sue opere soo UOMINI E TOPI (1938), PIAN DELLA TORTILLA (1939), VICOLO CANNERY (1946)

A compiere il viaggio sono tre generazioni delle quali la madre, che è la vera anima del gruppo familiare, cerca positivamente di diffondere su tutti la serenità e quando il figlio Al le chiede, all’inizio del viaggio: “Mamma non hai dei brutti presentimenti? Non ti fa paura, andare in un posto che non conosci?”

Gli occhi della mamma si fecero pensosi ma dolci.
“Paura? Un poco. Ma poco. Non voglio pensare, preferisco aspettare. Quel che ci sarà da fare lo farò…” la sua risposta è calma e rassicurante.
Oltre alla mamma e Al, fanno parte del gruppo familiare la giovane sposa Rosa Tea, in attesa di un bambino, col marito Connie, il primogenito Tom, da poco uscito dal carcere sulla parola per aver compiuto un omicidio preterintenzionale, l’altro fratello Noè, i due gemelli Ruth e Winfield, un ex-predicatore ritrovato da Tom ed ora aggregato alla famiglia di nome Casy spesso assorto in pensieri filosofici sulla condizione umana, il babbo, lo zio John e i vecchi nonni che non arriveranno a vedere la California.

Durante il lungo ed estenuante viaggio incontrano altre famiglie di profughi e ogni tanto degli accampamenti.

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FURORE, brano dal Capitolo XVII

Da tutte le direzioni i profughi confluivano per strade secondarie sulla 66, diretti a occidente. Di giorno, i loro veicoli sgangherati formicolavano sull’asfalto, e sull’imbrunire si raggruppavano dove c’era acqua. Si raggruppavano perché sgomenti di sentirsi soli e spodestati; e facevano vita in comune, spartendo il vitto, le ansie e le speranze. Così accadeva che una famiglia a sera faceva sosta in un dato punto solo perché c’era l’acqua, e la seconda che sopraggiungeva vi si fermava solo perché trovava compagnia; e la terza si fermava perché le prime due avevano trovato acqua e compagnia. E prima di notte la nuova comunità poteva risultare di una ventina di famiglie, che venivano curiosamente a fondersi in una sola tribù. I bimbi delle singole famiglie diventavano bimbi di tutti, la perdita delle singole case diventava una perdita sola, le dorate illusioni sul West diventavano un solo sogno comune. E poteva accadere che un bimbo ammalato costernasse venti famiglie, o che l’arrivo di un neonato rallegrasse cento persone. Attorno ai fuochi serali le cento persone formavano una unità. Qualcuno tirava fuori una chitarra, l’accordava, accennava un motivo, e subito qualche altro cantava le parole e le donne gorgheggiavano l’accompagnamento.

Ogni sera si creava un mondo, si fondavano amicizie, sorgevano ostilità; un mondo fatto di animosi e vigliacchi, umili e superbi, buoni e cattivi; e ogni mattina quel mondo veniva smontato, come un circo.

A tutta prima, la presa di contatto tra sconosciuti generava un certo imbarazzo; le parole erano poche e non si facevano sentire se non dopo accurata riflessione da parte di chi doveva proferirle; ma a poco a poco ognuno acquistava la tecnica della costruzione di una comunità. E i capi non tardavano a venire in evidenza, e si formulavano leggi, entravano in vigore codici. E a mano a mano che questi piccoli mondi di saltimbanchi procedevano verso occidente, le loro attrezzature andavano sempre migliorando, perché i singoli acquistavano ogni giorno un più alto grado di esperienza

Così le famiglie imparavano gradatamente quali fossero i diritti che esigevano rispetto: il diritto di riservatezza d’ogni singola tenda, il diritto di tener celato in cuore il fosco passato, il diritto di ascoltare e di parlare, il diritto di rifiutare o di accettare aiuto, il diritto maschile di corteggiare e quello femminile di farsi corteggiare, il diritto d’avere appetito e di soddisfarlo; e imparavano, soprattutto, che i diritti delle donne incinte e delle persone ammalate trascendevano tutti gli altri diritti.

E imparavano ancora, senza che nessuno glielo insegnasse, quali fossero i diritti mostruosi che occorreva calpestare: il diritto di ingerirsi nelle cose private del vicino, il diritto di schiamazzare di notte, il diritto di sedurre e di fornicare, il diritto di rubare o di assassinare. Tutti codesti diritti non erano riconosciuti, perché evidentemente il loro esercizio avrebbe impedito ai piccoli mondi di esistere per la sola durata d’una notte.

E a mano a mano che i mondi procedevano verso ponente, le regole tacitamente adottate diventavano automaticamente leggi. Era illecito, quindi vietato, deporre immondizie nei pressi del campo; illecito, quindi vietato, orinare nella roggia; illecito, quindi rigorosamente vietato, consumar cibi delicati alla presenza di chi era affamato senza invitarlo a spartirli. E, come le leggi, così s’applicavano le sanzioni; che d’altronde s’esprimevano sotto due forme sole: l’ostracismo, o le botte. Quello assai più penoso di queste.

Così in seno a ognuno di questi piccoli mondi veniva a instaurarsi una specie di governo, coi suoi ministri consiglieri, coi suoi capi esecutivi, e al contempo una forma speciale di società d’assicurazione. Chi aveva da mangiare nutriva chi non ne aveva, e così assicurava contro la fame. E se un bimbo moriva, un mucchietto di monete non tardava ad apparire come per miracolo sull’ingresso della tenda della sua famiglia, perché il bimbo che muore, avendo ottenuto così poco dalla vita, ha almeno diritto a un’onesta sepoltura: un vecchio, lo si può sotterrare alla meno peggio, ma il bimbo no.

Alla creazione di ogni singolo mondo occorrevano certi indispensabili ingredienti di base: l’acqua, anzitutto, di fiume o ruscello, di fonte o stagno; un pezzo di terreno pianeggiante, sufficiente a rizzarvi tutte le tende; e un boschetto, per alimentare i fuochi; e se possibile un fosso pei rifiuti. E i mondi venivano allestiti la sera e smontati la mattina, e a mano a mano che si spostavano verso occidente, la tecnica del loro montaggio e smontaggio progrediva. Ogni singolo membro della grossa famiglia cresceva, maturando, nel posto che il codice del campo gli assegnava, e di propria iniziativa sbrigava i doveri che gli competevano: i piccoli andavano per legne e per acqua, gli uomini rizzavano le tende, le donne preparavano la cena. Tutta quella gente, che nel passato aveva avuto per confine diurno il campo e per confine notturno il casolare, ora viveva giorno e notte sulla strada; di giorno, corazzata nel silenzio della meditazione e cullata con le sue speranze dagli ondeggiamenti dei veicoli, ma di sera propensa alla socievolezza e alle ciarle.

Così la vita sociale dei profughi si veniva trasformando radicalmente, e i singoli si adattavano al mutamento con quella facilità che è una prerogativa assoluta dell’essere umano. Non erano più coloni; erano nomadi. E la somma dei pensieri, progetti, silenzi che prima erano tutti rivolti al podere, ora puntava sulla strada, sulle distanze da coprire, sul West. Le menti già delimitate da ettari ora spaziavano in miglia. Le preoccupazioni non dipendevano più dalle tempeste, dai venti o dalla polvere, nemici giurati dei raccolti, ma dagli pneumatici, da battiti sospetti dei pistoni, dalle idiosincrasie della distribuzione dell’olio. Un ingranaggio rotto era una tragedia. L’acqua serale era la più alta aspirazione delle comodità. Le volontà di tutti puntavano a occidente, e le paure che una volta s’originavano solo dalla siccità o dall’inondazione, ora si concretavano di fronte a qualsiasi cosa potesse arrestare il moto di traslazione verso ponente.

E sulla strada il panico, spesso, si faceva così imperioso che alcune famiglie decidevano di non più far sosta, ma di viaggiare senza interruzione giorno e notte; per arrivare più presto, per sottrarsi al tormento della strada, alla schiavitù della fuga. Così avide erano di fermarsi, che forzavano la velocità, pericolosamente.

Ma queste famiglie rappresentavano l’eccezione alla regola. Le più si adattavano alla trasformazione. Appena il sole tramontava…

È ora di cercare un posto per attendarsi.

To’, ecco proprio là un camping.

Il veicolo rallentava, usciva dalla strada pian piano, e il capofamiglia si sporgeva dalla finestra: gli attendati, giunti prima, avevano diritto a certi riguardi.

È permesso fermarci con voi per la notte?

Come no? Ci fate un piacere. Da che parte venite?

Dall’Arkansas, direttamente.

Troverete dei compaesani nella tenda n° 4.

Che fortuna! L’acqua com’è?

Poh, un po’ cattiva di sapore, ma è abbondante.

Grazie.

Prego.

I riguardi erano di rigore. Il veicolo avanzava, traballando, fino all’estremità del campo, e rigettava i suoi esseri animati, che appena a terra si stiravano le membra irrigidite. E una nuova tenda s’aggiungeva alle altre, i piccolini andavano per acqua, i più grandicelli per legne, il fuoco crepitava e la pentola si metteva a brontolare. Sopravvenivano subito i vicini, tra cui spesso qualche conoscente, talora un parente:

Oklahoma? Che contea?

Cherokee.

Oh, ci ho dei parenti, da quelle parti. Non conoscete gli Allen? Conoscete i Willis?

Sì, i Willis, sicuro! (Ed ecco che il campo si arricchiva subito di un elemento ritenuto desiderabile. La voce passava di tenda in tenda. Buona gente, si sa chi sono). E conosco anche il vecchio Simon Allen. Quello che aveva sposato in prime nozze una mezza forestiera, sicuro. Non era stata una scelta molto felice, eh?

Già, povero vecchio. Suo figlio, Simon anche lui, sposò una Rudolph, ho sentito dire, vero? S’è trasferito a Enid, ho sentito, e se la passa bene, pare.

Infatti. È il solo Allen che sia mai riuscito a fare qualcosa di buono.

Portata l’acqua e spezzate le fascine, i bambini si avventuravano cauti e curiosi tra le tende vicine, ricorrendo a complicate manovre d’approccio per introdursi presso i coetanei. Uno, ad esempio, si chinava a raccogliere un sasso, lo esaminava attentamente, ci sputava sù, se lo strofinava sui pantaloni e lo ispezionava di nuovo fino a che lo sconosciuto coetaneo non poteva astenersi dal domandare:

Cos’hai trovato?

Oh, niente. Solo una pietra.

E perché la guardi tanto?

Mi pareva d’averci visto dell’oro.

Storie. Sulla pietra l’oro non è d’oro, ma nero.

So anch’io… e un’alzata di spalle, per non compromettersi oltre.

Sarà oro finto, e l’ha preso per buono.

Macché, mio padre ha trovato tanto di quell’oro, e m’ha insegnato a guardare.

Sarebbe bello, eh, trovare un grosso pezzo d’oro?

Io l’ho trovato, sai. Un bastardone d’un pezzo enorme così, un puttanone con tutti i sacramenti.

Uh, parolacce. Le so anch’io, sai. Non mi lasciano, ma io le dico lo stesso.

Anch’io. Andiamo alla fonte, vieni.

E le bambine incontrandosi si vantavano della propria popolarità e delle proprie speranze.

Le donne s’affaccendavano sul fuoco, intente a provvedere nutrimento alla famiglia: maiale arrosto con patate e cipolle se c’era denaro in casa, polenta e fagioli in caso contrario, ma in ogni caso con abbondanza di sugo per intingervi il pane. Quei pochi che potevano spendere con una certa larghezza si concedevano qualche barattolo di frutta in conserva col panettone, ma in segreto, nella propria tenda, perché apertamente sarebbe stata una grave mancanza di tatto. Anche con questi riguardi, i bimbi razionati a polenta si sentivano infelici se coglievano il profumo dell’arrosto.

Finita la cena e lavati i piatti, gli uomini s’accoccolavano a conversare, rievocando la terra che avevano dovuto abbandonare.

Di questo passo dove si va? È la rovina del paese.

Finirà che le cose si raddrizzeranno un giorno, ma noi non saremo più qui.

E parlavano, con tenerezza, dei casolari. Avevo un amore di ghiacciaia, sotto il mulino. Ci tenevo il latte, e i meloni. A mezzogiorno era fresca come una grotta. I meloni, così gelati che scottavano la lingua. Ci pioveva dentro; l’acqua di sopra filtrava.

E parlavano con solennità delle loro tragedie. Avevo un fratello, caro ragazzo, biondo come un angelo. Suonava tanto bene la fisarmonica. Un giorno arava, ed ecco trova un serpente a sonagli, e il cavallo si inalbera per lo spavento e il poveretto va sotto l’aratro e il vomere gli taglia netto la testa.

E parlavano, dubitativamente, dell’avvenire. Chi sa mai cosa troviamo laggiù.

Mah, dalle cartoline par bello. Ne ho vista una che si capiva subito che son paesi dove fa caldo, alberi tropicali, fiori di tutti i colori, e lì a due passi una grossa montagna tutta coperta di neve. Bello.

Se si trova lavoro, certo che dev’esser bello. Inverni caldi, i bambini possono continuare le scuole. Io ci tengo che finiscano le scuole. Per conto mio non sono un professore, ma leggo correntemente, e voglio che finiscano gli studi.

E uno tirava fuori la chitarra, si sedeva su una cassetta davanti alla sua tenda, e alle prime note i vicini gli si adunavano attorno, come falene attratte dalla fiamma di un lume. Son tanti che pizzicano la chitarra, ma questo qui è bravo: un artista. Senti come martella l’accompagnamento sulle corde basse, mentre la melodia corre lieve in punta di piedi su quelle alte.

L’uomo sonava e la gente gli si stringeva addosso e allora l’uomo prendeva a cantare. Cotone a dieci cents e Carne a quaranta. E gli spettatori facevano coro. E cantava Perché vi tagliate i capelli, ragazze? e gli spettatori cantavano con lui. E cantava Addio vecchio Texas, la vecchia canzone che già gli Indiani cantavano prima degli Spagnoli.

Ed ecco il gruppo fuso in un monoblocco, così che al buio gli sguardi diventavano introspettivi e le menti spaziavano in tempi tramontati. L’uomo cantava McAlester Blues, e poi, per compiacere i vecchi, cantava Gesù mi ha chiamato al suo fianco. Cullati dalla musica, i bambini sonnecchiavano e le mamme li portavano sotto le tende a dormire e a sognare di musiche celesti.

E dopo un poco il suonatore s’alzava, e sbadigliando dava la buonanotte alla compagnia. E la compagnia mormorava: Buonanotte a voi, e grazie.

E ognuno avrebbe in cuor suo voluto saper suonare la chitarra, perché è una cosa graziosa che richiede garbo. Poi tutti si sdraiavano sui giacigli e l’accampamento piombava nel silenzio. E le civette prendevano possesso della scena e in lontananza guaivano i coyotes e tra le tende le faine, petulanti, arroganti, paurose di nulla, furettavano in cerca di avanzi di cibo.

La notte passava e alla prima luce dell’alba le donne sbucavano fuor delle tende e accendevano il fuoco e mettevano il caffè a bollire. E poi uscivano gli uomini, e parlavano a voce bassa.

Passato il Colorado troviamo il deserto. Un inferno, dicono. Bisogna pensare alla provvista dell’acqua.

Io ho deciso di farlo di notte.

Anche noi. Di giorno c’è da prendersi un’insolazione.

Le famiglie facevano colazione in fretta, e le donne lavavano e asciugavano le stoviglie. Le tende si afflosciavano. Subentrava la frenesia della partenza. E il sole sorgendo trovava il campo deserto, in attesa di ripopolarsi al tramonto, ma sulla stretta striscia d’asfalto che continuava all’infinito vedeva i veicoli dei profughi trascinarsi come scarafaggi in processione.

(Capitolo XVII) da

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Carovane

SULLA VIA DEL WEST SI FA DESERTO IL SOGNO AMERICANO

di Roberto Duiz, da “la Stampa” del 5/8/2011

– Carcasse d’auto e insegne sbiadite sulla Route 66 che visse le epopee della Frontiera e di Furore

Storicamente, intraprendere quel lungo percorso che da Chicago comincia ad arzigogolare sghembo verso sud fino a svoltare di netto e puntare deciso al Pacifico tagliando in due il cuore dell’America, è un viaggio di sola andata. Nessuna circolarità, né punto di ricaduta, e un’unica direttrice: da Est a Ovest.

   «To never come back again», cantava Woodie Guthrie in Hard Travelin’ , una delle sue tante ballate composte on the road al seguito delle decine, centinaia di migliaia di migranti che negli Anni 30 della Grande Depressione su quella serpeggiante linea sgombera da ostacoli montagnosi animarono un esodo biblico, incolonnati in carovane di veicoli stracarichi di povere cose e lentamente incedenti verso Ovest.
Su quella «Via del West» nel secolo precedente era transitata l’epopea. L’abbattimento della Frontiera e la colonizzazione l’avevano incisa con le ruote dei carri dei pionieri, gli zoccoli dei cavalli dei cowboy, degli indiani e degli squadroni di cavalleria. Ma ai tempi di Guthrie e dei nuovi nomadi prodotti dal primo clamoroso black-out del sistema capitalistico era già stato versato asfalto.

immagine della mitica Route 66
immagine della mitica Route 66

La ferrovia che aveva assecondato l’avanzata della Conquista, scorrendo parallela al suo percorso, non bastava, cosicché quella teoria di piste impraticabili nelle stagioni piovose e senza ponti per scavallare i fiumi era stata unificata in un’unica strada lunga 3.755 km, inaugurata con enfasi nel 1926 come spettacolare passerella per celebrare il trionfo dell’automobile e battezzata Route 66.

   Una manciata d’anni dopo la «festa» era già finita e cominciava un’altra epopea, quella degli Okies in fuga in direzione ostinata e contraria dal dust bowl , lo spesso polverone prodotto da un uso scellerato dell’agricoltura che aveva tutto diserbato come fosse napalm e che il vento sollevava spingendo a Est, oscurando il cielo.
Furono chiamati Okies perché in tanti venivano dall’Oklahoma, ma il disastro ecologico riguardò una zona che comprendeva l’intera regione. Così come per tutti fu la contemporanea introduzione dei mezzi meccanici a sigillarne la definitiva esclusione dai territori in altri tempi conquistati e dove non c’era più bisogno del loro lavoro. Affluirono dunque sulla Route 66, dove si incrociarono con hobos, operai disoccupati, fuorilegge, reduci di guerra e sognatori provenienti da ogni dove.

   E ad attenderli, per raccontarne l’odissea, oltre a Guthrie trovarono John Steinbeck, che in Furore li raccontò così: «Ed ecco che, d’un tratto, nel Kansas e nell’Oklahoma, nel Texas e nel Nuovo Messico, nel Nevada e nell’Arkansas, le trattrici e la polvere si alleano per spodestare i coloni e cacciarli nel West. Ed ecco formarsi ed apparire le carovane dei nomadi: ventimila, centomila, duecentomila.

   Varcando le montagne si riversano nelle ricche vallate: tutti affamati, inquieti come formiche in cerca di cibo, avidi di lavoro, di qualunque lavoro: sollevar pesi, spingere o tirare carichi, raccogliere, tagliare… qualunque cosa per sostenersi. Affamati e risoluti».

   E fu Steinbeck a ribattezzare Mother Road quella strada che attraversa otto Stati americani prima di andare a morire sulla spiaggia di Santa Monica, bagnata dal Pacifico, perché ha visto rinfilarvisi come nel grembo di Mamma (appunto) America miriadi di diseredati intenti a resettare la propria vita per provare a rinascere con più fortuna nella Terra Promessa, che come da manuale mitologico sta sempre ad Ovest.
Il film che John Ford ne ricavò non sfigurò nei confronti del romanzo. Musica, letteratura e cinema che formano lo zoccolo duro della highway culture americana, da Steinbeck a Kerouac a Shepard. Da Guthrie a Dylan a Springsteen.

   Fu però la canzone scritta dal jazzista Bobby Troup a diventare una sorta di «inno» della Route 66. La intitolò Get your Kicks On e Nat King Cole la trasformò in un grande successo, più tardi ripreso dai Rolling Stones e dai Depeche Mode. Ma ormai erano già gli Anni 40 e su quella strada si muovevano i mezzi militari diretti alle industrie pesanti del Midwest e addetti al trasporto di soldati da una base all’altra del New Mexico, Arizona e California.

   Un gran traffico, infoltito dalla nuova ondata migratoria di manodopera per la produzione di materiale bellico, che andò via via scemando, per lasciare spazio, nei due decenni successivi di boom economico, al via vai automobilistico-vacanziero da e per i luoghi topici del turismo americano, dal Grand Canyon alla Monument Valley, da Zabriskie Point alle spiagge californiane, assaporando la dolce transizione dal Midwest al West, via via che gli alberi e i centri abitati si fanno più radi, il terreno è sempre più desertico e l’aria più trasparente.

   E le insegne al neon dei motel, creazioni di autentica pop-art, raffigurano indiani e cowboy, mucche e cavalli, bistecche e cactus, iconografie di un immaginario collettivo indelebile in cui si aggirano i fantasmi di Will Rogers, Jesse James, Bonnie&Clyde. Quello di Tom Joad, il protagonista di Furore , verrà evocato da Bruce Springsteen, con la chitarra acustica in grembo e quella elettrica lasciata chiusa nella custodia, in una tournée del ‘95, intitolata appunto The Ghost of Tom Joad .

   A quel punto sono lontani gli anni gloriosi della Route 66-spina dorsale del Paese e simbolo dell’American Dream. Nuove highway più efficienti l’hanno rimpiazzata, fino a farla desertificare e cancellare dalle mappe. In stato d’abbandono l’ha trovata Wim Wenders, alla ricerca di scenari per il suo Paris Texas . «Il percorso è disseminato di distributori e coffeeshop in rovina…

   E dappertutto carcasse d’auto divorate dalla ruggine», ha scritto. Ma dopo la cancellazione dal sistema stradale Usa (1985) è diventata un oggetto di culto, per ridare vita al quale associazioni private, istituzioni pubbliche e stampa si sono mobilitate. Dunque, pezzo a pezzo è stata ricomposta e ridotata di segnaletica, ripopolata con funzioni di museo a cielo aperto dei miti e dei simboli americani, di nuovo percorribile per intero, al ritmo di Get your Kicks On.   (Roberto Duiz)

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LA TRAMA (da Wikipedia) – E giungono finalmente alle soglie della California. « E finalmente apparvero all’orizzonte le guglie frastagliate del muro occidentale dell’Arizona… e quando venne il giorno, i Joad videro finalmente, nella sottostante pianura, il fiume Colorado… Il babbo esclamò: “Eccoci! Ci siamo! Siamo in California!”. Tutti si voltarono indietro per guardare i maestosi bastioni dell’Arizona che si lasciavano alle spalle.». Ma la felicità di essere giunti durerà poco perché la California non è il paese che avevano sognato ma un luogo, almeno per loro, di miseria.

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FURORE, brani dal Capitolo XVIII

(…) Apparvero in quel momento due uomini, in tuta e camicia blu, tra le canne, e vedendo i bagnanti uno di essi domandò: “Si può nuotare, qui?”

Tom rispose: “Non abbiamo ancora provato, si sta bene così.”

“Possiamo venire anche noi?”

“Non l’abbiamo mica affittata. Ve ne cediamo un pezzetto.”

I due si svestirono ed entrarono nell’acqua. Sembravano padre e figlio. Erano molto sudici. Il babbo domandò, affabilmente: “Diretti anche voi nel West?”

“No. Si ritorna dal West. Noi si torna a casa. Non c’è modo di guadagnarsi la vita laggiù.”

“A casa? Dove?”

“Florida. Vicino a Pampa.”

“Non avete trovato lavoro?”

“No.”

“E a casa vostra potete trovarne?”

“No. Ma almeno si può morire tra i nostri. Perché soffrire la fame tra gente che ci odia?”

Il babbo rifletté e disse: “Strano. Siete il secondo che incontro che parla così. Perché dovrebbero odiarci?”

“Chi sa.”

“È un discorso che m’interessa,” borbottò il babbo.

“Anche a me,” disse Tom. “Perché dovrebbero odiarci, qui nel West?”

Lo sconosciuto guardò Tom con un piglio curioso.

“È la prima volta che ci venite?”

“Sì.”

“Mai stato in California?”

“Mai.”

“E allora non date retta a me. Andate a vedere coi vostri occhi.”

“È quello che intendiamo fare,” confermò Tom, “ma questo non impedisce che si sia curiosi di sapere quello che si troverà.”

“Già. Ero curioso anch’io, se volete saperlo, quindi vi dirò quello che ne penso. È un bel paese, non c’è che dire. Passato il deserto, s’arriva nei dintorni di Bakersfield, un paradiso, tutto orti e vigneti. Acqua in abbondanza, e una grande estensione di terreno che non è coltivato da nessuno. Ma non se ne può avere nemmeno un pezzettino da coltivare. Tutto terreno che appartiene alle società. E se le società non vogliono coltivarlo, il terreno deve restare sterile. Provatevi a piantarci un poco di granturco: vi schiaffano in prigione.”

“Possibile? Terreno buono, dite? E nessuno lo lavora?”

“Proprio così. Terra buona e nessuno la lavora. Ma questo è ancora nulla. La gente viene a piantarvi gli occhi in faccia, e sembra dire: Figli di cani, qui non vi ci vogliamo. Vengon gli agenti dello sceriffo, e vi pedinano. Fate la tenda in un prato, e vi fanno sloggiare. State sicuri che vedrete coi vostri occhi fino a qual punto ci odiano da queste parti. E sapete perché ci odiano? Perché hanno paura di noi. Sanno che gli affamati alla lunga nessuno li tiene. Sono persuasi che tutta quella terra incolta è un sacrilegio, e sanno benissimo che un giorno o l’altro qualcuno gliela porterà via. A proposito: nessuno v’ha ancora mai chiamati Okies?”

Tom disse: “Okies? Cosa vuol dire?”

“Una volta voleva dire gli abitanti dell’Oklahoma, adesso significa figli di cani, significa la feccia della popolazione. Ma questo è niente: è il modo come lo dicono, che offende. Vedrete, vedrete. Pare che siamo trecentomila, noialtri profughi. E vivon tutti come maiali. Non c’è un pezzo di terra che non sia proprietà di qualcuno, e i proprietari continueranno a restare attaccati alla loro terra, e senza lavorarla, anche a costo di dover diventare assassini per conservarla incolta. E hanno paura, e la paura li rende furibondi. Vedrete, vedrete. Il più bel paese del mondo, sì, sì; ma un covo di briganti.”

(…)

Lo sconosciuto diede in una risata e guardò suo figlio, che senza parlare sghignazzò quasi con un’aria di trionfo. E il vecchio disse: “Lavoro permanente non ne trovate. Vi toccherà giorno per giorno cercare di guadagnarvi il pane come potete. E in mezzo ad altri braccianti che vi guardan storto. E contro padroni che tentano di sfruttarvi. Se vi mettete a coglier cotone, potete star certi che le pese non segnano giusto. Ma c’è niente da fare: impossibile far valere le proprie ragioni.”

Il babbo domandò, esitando: “Ma il paese è bello, no?”

“Oh, bellissimo; per chi può stare a guardarlo. C’è per esempio un boschetto d’aranci, e nascosto dentro c’è uno col fucile e ha diritto a spararvi se cogliete un frutto. C’è, sulla costa, un giornalista, che tutti conoscono; ebbene, possiede un milione di acri1…”

Casy sobbalzò: “Un milione di acri? E cosa ne fa? Cosa diavolo può farsene d’un milione di acri?”

“Chi lo sa. Certo è che è padrone di un milione di acri. Ha un esercito di guardiani, stipendiati da lui, solo per difendersi da chi entra nelle sue proprietà anche senza saperlo, per sbaglio. Va in giro in automobili blindate. Ho visto la sua fotografia. Grasso, delicato, due occhietti cattivi e una bocca a culo di gallina. Ha paura che lo ammazzino. Ha un milione di acri, e invece d’esser felice trema per la paura di morire.”

(…)

Rosa Tea chiuse gli occhi. La mamma si passò le mani intrecciate dietro la nuca e stette ad ascoltare il respiro della suocera e il respiro della figlia. Mosse una mano per scacciare una mosca. Il campo era immerso nel più profondo silenzio, e anche i minimi rumori degli insetti nell’erba riarsa dal sole parevano ovattati nel silenzio.

La mamma tirò un profondo respiro, sbadigliò e chiuse gli occhi. Nel dormiveglia udì passi avvicinarsi, e una voce maschile la fece trasalire: “Qui dentro chi c’è?”

La mamma scattò sù a sedere, e vide affacciarsi un uomo in uniforme kaki, stivaloni, cintura di cuoio con la fondina della pistola, una grande stella argentata sul petto, il cappello spinto indietro sulla nuca. La mamma disse: “Cosa volete, signore?”

“Cosa credete che voglio? Voglio sapere chi è qui dentro.”

“Be’, siamo noialtre tre. Io, mia suocera e mia figlia.”

“I vostri uomini dove sono?”

“Al bagno nel fiume. S’è viaggiato tutta la notte.”

“Da dove venite?”

“Da Sallisaw, Oklahoma.”

“Be’, non potete star qui.”

“Si parte stasera, signore, per traversare il deserto.”

“Fate bene. Se vi ritrovo qui domattina, vi arresto. Non ce li vogliamo qui, i vagabondi.”

Il volto della mamma si oscurò di collera. Ella si levò, adagio, in piedi; poi si chinò di nuovo per afferrare la grossa padella di ferro. “Signore,” disse, “voi siete armato, ma non alzate la voce: dalle mie parti non si usa. Fortuna che gli uomini non sono qui. Dalle mie parti si tiene la lingua a posto.”

L’agente indietreggiò di due passi. “Be’, adesso non siete dalle vostre parti. Siete in California, e noi non vogliamo saperne di voialtri maledetti Okies.”

La mamma rimase sconcertata. “Okies?” ripeté sottovoce, e poi a voce alta: “Okies?”

“Sì, Okies. E se vi ritrovo qui domattina vi metto dentro.” Se ne andò, s’affacciò alla tenda attigua e domandò: “Qui dentro chi c’è?”

La mamma tornò a sdraiarsi sul giaciglio comune. Rosa Tea la stava osservando di sottecchi, e quando vide che lottava contro il pianto, finse di dormire.

(..)

Il sole tramontò, la pentola prese a bollire. La mamma rientrò sotto la tenda e ne uscì con una grembiulata di patate, e le gettò senza sbucciare nell’acqua. “Preghiamo il Signore che mi dia tempo di fare un po’ di bucato! Non siamo mai stati così sporchi. Non lavo neppure più le patate prima di metterle a bollire. Perché? È questione che si perde coraggio.”

(…)

Il contabile scarabocchiava sul suo registro. Esclamò: “Dio, che aria di miseria!”

L’altro guardò sù. “Quegli Okies? Son tutti miserabili.”

“Sì, ma in una baracca di quel genere io avrei paura di tentare il deserto.”

“Ah, capisco. Io e te siam gente raffinata. Quei maledetti Okies non hanno né buon senso né sensibilità. Son come bestie. Nessun essere umano s’adatterebbe a vivere come vivon loro, in quella sporcizia, in quella miseria! Non credere che siano molto più civilizzati dei gorilla.”

“Ad ogni modo son contento di non aver da tentare il deserto in quella trebbiatrice.”

“Forse sarebbero anche loro come noi, se conoscessero qualcosa di meglio. Ma non hanno idea che possa esistere qualcosa di meglio di quello che hanno; è per questo che si adattano a tutto.”

(Capitolo XVIII) da

http://www.scuolanticoli.com/libri/pagelibri_028.htm

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IL FANTASMA DI TOM JOAD (Bruce Springsteen)

Uomini che camminano lungo i binari
Vanno in un posto dal quale non c’è ritorno
Gli elicotteri della polizia stradale arrivano da dietro la collina
Zuppa calda sul fuoco da campo sotto il ponte
La fila per il ricovero arriva oltre l’angolo
Benvenuti nel nuovo ordine mondiale
Le famiglie dormono nelle loro macchine nel Sudovest
Niente casa niente lavoro niente pace niente riposo
L’autostrada è viva stanotte
Ma nessuno persuade nessuno di come andrà a finire
Sono seduto qui alla luce del fuoco da campo
E sto cercando il fantasma di Tom Joad
Tirò fuori il suo libro di preghiere dal bagaglio su cui dormiva Il reverendo accende un mozzicone e fa un tiro
In attesa del giorno in cui gli ultimi saranno i primi e i primi saranno ultimi
In una scatola di cartone sotto il cavalcavia
Hai un biglietto di sola andata per la terra promessa
Hai un buco nella pancia e una pistola in mano
E dormi su un cuscino di dura roccia
Ti Lavi nell’acquedotto cittadino
L’autostrada è viva stanotte
Dove sia diretta tutti già lo sanno
Sono seduto qui alla luce del fuoco da campo
E aspetto il fantasma di Tom Joad
Adesso Tom dice “Mamma, dovunque c’è un poliziotto che picchia un ragazzo
Dovunque c’è un neonato affamato che piange
Dove c’è una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria
Cercami mamma, io sarò lì
Dovunque c’è qualcuno che combatte per un posto in cui stare
O per un lavoro decente o per una mano d’aiuto
Dovunque qualcuno lotta per ottenere la libertà
Guarda nei loro occhi, mamma, e vedrai me
Bene l’autostrada è viva stanotte
Ma nessuno persuade nessuno di come andrà a finire
Sono seduto qui alla luce del fuoco da campo
Con il fantasma del vecchio Tom Joad

 (Bruce Springsteen)

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FURORE, brano dal Cap. XIX

   Una volta la California apparteneva al Messico, e le terre ai Messicani; ma orde di straccioni americani irruppero nel paese. E così imperiosa era la loro fame di terra, che si impossessarono della terra di Sutter, della terra di Guerrero, la spezzettarono, si azzuffarono a vicenda per disputarsene le briciole, e munirono di cannoni i poderi così conquistati. Fabbricarono stalle e casolari, ararono i campi e procedettero alle semine. Così, stalle e casolari, campi e raccolti, costituirono titolo di possesso; e il possesso diventò proprietà.

I Messicani, deboli e sazi, non avevano potuto opporsi all’invasione perché non v’era nulla al mondo che essi desiderassero con quella frenesia con cui gli invasori americani desideravano la terra.

Poi, col tempo, i predoni non più considerati tali si dichiararono padroni, e i loro figlioli crebbero nel paese e procrearono altri figlioli. E non sentirono più la fame selvaggia, la fame mordente e lacerante della terra, dell’acqua e del buon cielo sovrastante, dell’erba che sboccia, delle radici che si gonfiano. Possedevano tutte queste cose così completamente, che non le desideravano più. Non conoscevano più la bellezza d’un acro fertile e del lucente vomere che incide solchi in esso, non si commuovevano più dinanzi al mistero della fruttificazione del seme, dinanzi al miracolo del mulino a vento che cava l’acqua dalle profondità della terra. Non sentivano più la poesia di alzarsi prima dell’alba per ascoltare il cinguettio degli uccelli e la melodia della brezza mattutina, in attesa che il primo raggio del sole inondi le zolle ancora addormentate. Queste cose andarono perdute, e i raccolti cominciarono a venire valutati in termini di dollari, e la terra in termini di capitale più interessi. E i prodotti cominciarono a venir comprati e venduti prima delle semine. E allora le annate cattive, la siccità, l’inondazione, non furono più considerate come catastrofi, ma semplicemente come diminuzioni di profitto. E l’amore di quegli esseri umani risultò come intisichito dalla febbre del denaro, e la fierezza della stirpe si sgretolò in interessi; così che tutta quella popolazione risultò di individui che non erano più coloni, ma piccoli commercianti, o piccoli industriali, obbligati a vendere prima di produrre. E quelli fra essi che non si rivelarono bravi commercianti perdettero i loro poderi, che vennero assorbiti da chi invece si rivelò bravo commerciante. Per quanto bravo coltivatore, per quanto affezionato al suo campo, chi non era bravo commerciante non poteva mantenere le proprie posizioni. Così, con l’andar del tempo, i poderi passarono tutti in mano a uomini d’affari e andarono sempre aumentando di proporzioni, ma diminuendo di numero.

Allora l’agricoltura stessa si trasformò in industria. E i proprietari imitarono, senza volerlo, Roma antica: importarono schiavi, pur senza chiamarli così: cinesi, giapponesi, messicani, filippini. Vivono di riso e fagioli, dicevano; hanno pochi bisogni. Di paghe alte, non saprebbero che farsene. Vedi come vivono, vedi cosa mangiano. E se si agitano, si fa presto a deportarli.

Steinbeck   E incessantemente i poderi aumentavano di proporzioni e diminuivano di numero; e per conseguenza diminuivano di numero anche i padroni. E i padroni picchiavano, terrorizzavano, affamavano i servi importati; sicché molti di questi tornarono donde erano venuti, e altri si ribellarono e furono uccisi o scacciati. I raccolti stessi subirono una metamorfosi. Il grano si vide soppiantare dagli alberi da frutta, le biade da ortaggi destinati ad alimentare l’universo intero: lattuga, cavolfiore, carciofo, patata; tutti prodotti che costringono l’essere umano a curvare la schiena. Per maneggiare la falce, l’aratro, il forcone, l’uomo sta in piedi; ma tra i filari dell’insalata o del cotone deve prostrarsi, o strisciare come un insetto, o camminare sui ginocchi come un penitente.

E accadde che i proprietari non lavorarono più le loro terre. Coltivavano sulla carta; e dimenticarono l’odore della terra, il gusto tattile della zolla sbriciolata tra le mani; ricordarono solo che la possedevano, tennero presente solo la cifra dei guadagni che ne traevano o delle perdite che a causa di essa dovevano subire. E i latifondi presero proporzioni tali che il padrone non poteva nemmeno concepirne le dimensioni; erano così vasti che occorrevano battaglioni di contabili per rintracciare perdite e profitti, reggimenti di chimici per fecondare il terreno, brigate di intendenti per sorvegliare i servi proni tra i filari.

E allora davvero l’agricoltore si mutò in bottegaio, fino al punto da tenere effettivamente bottega: pagava i suoi servi, e per rimborsarsi vendeva loro il cibo. E di lì a poco smise persino di pagarli, per risparmiare la spesa della contabilità. Il podere dava, a chi lo lavorava, il vitto a credito; e poteva accadere che un servo, il quale lavorava solo per sostentarsi, alla fine del lavoro scoprisse di essere in debito verso chi gli dava lavoro. E il padrone non solo non lavorava più la sua terra, ma molti di essi non avevano mai nemmeno vista la terra che possedevano.

Ed ecco che, d’un tratto, nel Kansas e nell’Oklahoma, nel Texas e nel Nuovo Messico, nel Nevada e nell’Arkansas, le trattrici e la polvere si alleano per spodestare i coloni e cacciarli nel West. Ed ecco formarsi a apparire le carovane dei nomadi: ventimila, centomila, duecentomila. Varcando le montagne si riversano nelle ricche vallate: tutti affamati, inquieti come formiche in cerca di cibo, avidi di lavoro, di qualunque lavoro: sollevar pesi, spingere o tirare carichi, raccogliere, tagliare; qualunque cosa, per sostentarsi. I bambini hanno fame. Non abbiamo dove vivere. No, non siamo forestieri, no! Da sette generazioni siamo americani; e prima si era irlandesi, scozzesi, inglesi, tedeschi, italiani. Uno dei nostri antenati ha combattuto nella rivoluzione, e tanti nella guerra civile. Americani, siamo, americani al cento per cento!

Affamati; e risoluti. Avevano carezzato la speranza di trovare una casa, in California, ed ecco che trovano, dappertutto, solo odio. Okies: i padroni li odiano perché sanno di essere deboli al confronto degli Okies, d’essere ben nutriti al confronto degli Okies; e han tutti sentito dire dal nonno quanto sia facile, a chi è affamato e risoluto e armato, sottrarre la terra a chi è debole e sazio. E nelle città i negozianti odiano gli Okies perché gli Okies non hanno denaro da spendere; i banchieri odiano gli Okies perché sanno che non possono estorcerne nulla; e gli operai odiano gli Okies perché, affamati come sono, offrono i loro servizi per niente, e automaticamente il salario scende per tutti.

E gli spodestati, nomadi, confluiscono e continuano a confluire in California: duecentocinquantamila, trecentomila. Dietro alle prime ondate, altre si formano e si accavallano, perché le trattrici non cessano di dilagare nei campi. Altre ondate di spodestati senza tetto: gente indurita, accanita, pericolosa.

E se da una parte i Californiani ambiscono molte cose, come accumular sostanze, ascendere la scala sociale, concedersi svaghi e oggetti di lusso, dall’altra i nuovi barbari chiedono due cose sole: terra e nutrimento, che per loro sono una cosa sola. E mentre le ambizioni dei Californiani sono nebulose e indefinite, le esigenze degli Okies si concretano ai lati della strada, sotto la forma di acri di terreno incolto, di terra buona, con acqua a poca profondità. A un Okie basta guardare uno di questi campi incolti per vedere, con gli occhi della mente, sé stesso chino sui solchi, con tutti i muscoli tesi nello sforzo della produzione. Al nomade spodestato e affamato che avanza sul suo trabiccolo, con la moglie al fianco e i bambini in sommo al mucchio delle masserizie, il campo incolto si rivela a prima vista capace di produrre, di produrre non profitto ma nutrimento; e quel nomade affamato fa presto a convincersi che lasciare incolto il campo è un peccato mortale, e trascurare la terra è un crimine contro le proprie creature affamate. E durante il cammino egli subisce la costante tentazione di impadronirsi di questa terra, solo per renderla fertile. E in tutto il paese le arance dorate pendono dal ramo tra il fogliame verde scuro degli alberi, e nascosti tra gli alberi i custodi armati di fucili sono autorizzati a sparare contro il primo straccione che si lasci tentare a staccare un frutto per darlo alla sua affamata creatura.

Il nomade, dopo aver perlustrato la campagna tutto il giorno in cerca di lavoro, raggiunge a sera un piccolo paese. Dove si può passare la notte?

Andate a Hooverville, in riva al fiume. È già piena di Okies.

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d’’n corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.

La sera gli uomini si riuniscono e, accoccolati, discorrono dei terreni che hanno visitato.

La tenuta che ho vista io, sarà forse di trentamila acri, tutti incolti. Dio, cosa potrei farne! Cinque soli basterebbero a dar da mangiare a tutta la mia famiglia.

Avete notato? Niente ortaggi, niente polli, niente maiali. Dappertutto, coltivano un solo prodotto: cotone, o peschi, o aranci. Preferiscono comprare il necessario, invece di produrlo. Chi s’è mai sognato una cosa simile?

Dio, cosa si potrebbe fare con una coppia di maiali!

Inutile pensarci. La terra non è vostra; non lo sarà mai.

Talora, fra le tende e le capanne di Hooverville, serpeggia in un bisbiglio la notizia: a Shafter offrono lavoro. E subito, nel cuore della notte, tutti s’affannano a caricare le masserizie sui trabiccoli, e sulla strada ha luogo una tumultuosa corsa al lavoro; e al mattino, a Shafter, la folla degli aspiranti è cinque volte più numerosa del bisogno.

No, questo appezzamento è proprietà privata.

Ma non potete cedermene una pertica sola, da lavorare? Qui, proprio qui, questo pezzetto mi basterebbe. È tutto ortiche. Potrei cavarne patate a sufficienza per tutta la famiglia.

Macché. Il padrone non vuol saperne. Intende tenerla a ortiche.

Di quando in quando qualcuno, più animoso, fa il tentativo. Alla chetichella dissoda un pezzetto di terra, per rubarne, come un vero ladro, la poca ricchezza che può offrire. E tra le ortiche ecco nascere un orto segreto: basta un pacchettino di semi di carota, pochi tuberi di rapa, qualche frammento di patata. La sarchiatura vien fatta di notte. L’audace lascia le ortiche tutt’attorno al suo orticello, perché nessuno possa vederlo dalla strada; vi lascia anche i ciuffi più folti nel centro. Per annaffiare le piante si serve d’una vecchia latta di benzina.

Poi un giorno arriva l’agente dello sceriffo. Dite un po’, voi, cosa state facendo qui?

Niente di male.

È da un po’ che vi tengo d’occhio. Credete d’essere in casa vostra?

Era incolto, qui; non faccio torto a nessuno.

Contravvenite alla legge. Credete di essere in casa vostra? Ma guarda un po’, si credono padroni loro, questi Okies! Sgombrate subito! E l’agente calpesta i verdi sprocchetti di carota, e l’ortica non tarda a riprendere il sopravvento.

Ma l’agente ha ragione. Un raccolto mietuto costituisce un titolo al possesso della terra, e conferisce a chi l’ha lavorata il diritto di difendersela con le armi in pugno. Scacciarli, bisogna, questi intrusi; e sùbito, e senza pietà; altrimenti si crederanno di possederla davvero, e son capaci di rischiar la pelle per salvarsi l’orticello fra le ortiche. Hai visto la sua faccia quando gli ho pestato le rape? Quello è più che capace di far la pelle a chiunque osi guardarlo. Se non li teniamo a bada, questi straccioni, s’impadroniscono di tutto il paese. Tutto il paese. Porci di forestieri. Va bene, parlano la nostra lingua, ma non sono come noi. Basta vedere come vivono, chi di noi si adatterebbe a vivere così?

E a Hooverville, la sera, gli straccioni accoccolati. Sai cos’è che si dovrebbe fare? Metterci in una ventina, e dare l’assalto a un appezzamento. Siamo armati. Lo conquistiamo, e a chi viene per mandarci via diciamo tranquillamente: mandateci via, se ci riuscite. Perché non facciamo così?

Ci sparerebbero come a cani arrabbiati.

E non è meglio la morte che questa miseria? Non è meglio per i tuoi bambini morire subito, piuttosto che crepar di fame tra sei mesi? Sai cosa s’è mangiato, noi, tutta la settimana? Verdura d’ortiche, e pane di segatura. Dove ho preso la segatura? In un carro bestiame alla stazione.

E, per contro, gli arroganti discorsi dei poliziotti ben pasciuti: Trattarli senza pietà, dico io; o Dio sa cosa ci combinano. Gente più pericolosa dei negri del Sud. Se si metton d’accordo, nessuno li tiene più. Hai ben sentito quel ch’è successo a Lawrenceville. A Lawrenceville un poliziotto è dovuto ricorrere alla forza per scacciare un abusivo, e il ragazzo undicenne di questo straccione ha sparato, col fucile del babbo, e ha ucciso il poliziotto. Peggio dei serpenti, ti dico. Non bisogna lasciarli parlare, e se insistono, sparare senz’altro, sparare noi per primi. Se un marmocchio è capace di uccidere, cosa faranno gli adulti? L’unica è di mostrarsi più forti di loro. Trattarli da cani. Spaventarli.

E se non si lasciano impressionare? Se si ribellano in tanti, e si mettono a sparare anche loro? Son tutti avvezzi a usare il fucile fin da bambini. Se non si lasciano impressionare? Se si organizzano in bande, chi li ferma più? Son tutti disperati, capisci; disperati che hanno provato la paura della fame, che è superiore a ogni altra.

E di quando in quando, qua e là in tutta la California, le razzie: le irruzioni di agenti armati negli attendamenti degli abusivi. Via di qui! Ordine del Dipartimento dell’Igiene. Questo accampamento rappresenta un pericolo per la sanità pubblica.

Dove possiamo andare?

All’inferno, non ci riguarda. Abbiamo ordine di scacciarvi di qui. Tra mezz’ora appicchiamo il fuoco all’accampamento. Avete il tifo, qui; volete propagarlo? Abbiamo ordine di scacciarvi. Via di qui! Tra mezz’ora appicchiamo il fuoco.

Mezz’ora dopo il fumo delle case di cartone e delle capanne di paglia s’innalza nel cielo e le famiglie sono di nuovo in viaggio alla disperata ricerca di un’altra Hooverville. E nel Kansas e nell’Arkansas, nell’Oklahoma, nel Texas e nel Nuovo Messico le trattrici continuano inesorabili a sfrattare altri coloni.

Trecentomila già in California, e nuove ondate in cammino. Tutte le strade ingombre di gente frenetica, che formicola inquieta in cerca di pesi da alzare, carichi da spingere o da tirare; in cerca di lavoro. Per ogni offerta di lavoro, cinque paia di braccia levate; per ogni singola razione di cibo, cinque bocche aperte.

E i latifondisti, che si sanno destinati a perdere la terra in caso di rivolta organizzata, i grossi latifondisti che conoscono la storia, che hanno occhi per leggere la storia e intelligenza per capirla, sanno, conoscono benissimo il fatto fondamentale che quando la proprietà terriera si accumula nelle mani di pochi, va inesorabilmente perduta. E sanno anche quest’altro fatto, concomitante, che quando una maggioranza ha fame e freddo, essa finisce sempre col prendersi con la violenza ciò che le occorre. E sanno infine questo terzo fatto, meno evidente forse, ma sempre presente nel corso della storia: che cioè le repressioni servono solo a rinvigorire e a riunire tra loro i perseguitati.

Ma i latifondisti preferiscono ignorare questi tre ammaestramenti della storia. La terra s’accumula sempre più nelle mani di pochi, il numero degli sfrattati continua ad aumentare, e tutti gli sforzi dei latifondisti continuano a orientarsi verso la repressione. Il denaro pubblico va speso in armamenti e in gas lacrimogeni per salvare la pelle dei latifondisti, e in spie, spie che hanno l’incarico di captare ogni minimo rumore di rivolta per poterla soffocare in tempo. I latifondisti preferiscono ignorare l’evoluzione dell’economia, e le premesse di tale evoluzione; considerano solo i mezzi atti a reprimere le rivolte, senza curarsi di sopprimere le cause determinanti.

Le trattrici che gettano i coloni sul lastrico, le mastodontiche imprese di trasporto, le macchine che producono, tutto questo merita l’incondizionato appoggio dei latifondisti; e non importa se aumenta in modo spaventoso il numero delle famiglie sul lastrico, avide di qualche briciola degli sconfinati latifondi. I latifondisti formano associazioni per proteggersi, si riuniscono a discutere sui mezzi più efficaci per intimidire, soffocare, uccidere. E si persuadono di non dover temere il pericolo principale, costituito dall’eventualità che i trecentomila trovino, fra di essi, un capo che sappia guidarli. Se ai trecentomila miserabili consentite la possibilità di contarsi, è inevitabile che essi conquisteranno la terra; e non v’è gas o mitragliatrice che possa fermarli.

Così i latifondisti, che a causa del possesso dei latifondi divengono sempre più superuomini e al contempo sempre più disumani, corrono verso la propria distruzione, e senza avvedersene usano di ogni mezzo che a lungo andare finirà inesorabilmente col sopprimerli. Ogni espediente, ogni atto di violenza, ogni scorribanda in una Hooverville qualsiasi, ogni singolo sceriffo spaccone in un accampamento di straccioni, non fanno che procrastinare di qualche giorno l’alba fatale, rendendola inevitabile.

I coloni, tutti uomini dai lineamenti scarni e duri, scarni per la fame, e duri per la perseveranza con cui la combattono, tutta gente dagli occhi torvi e dalle mandibole d’acciaio, discorrono nei miserabili attendamenti circondati dalla fertile terra incolta.

Hai sentito di quel bambino della tenda numero quattro?

No. Sono appena arrivato ieri.

Poverino. Piangeva sempre nel sonno, si dibatteva. I genitori credevano che fossero i vermi, e gli fanno un clistere, ma il piccolo muore. S’è scoperto ch’era la lingua nera, come la chiamano; è una peste, che viene a chi mangia cose marce.

Povero piccino.

E i suoi non possono nemmeno dargli sepoltura, non hanno un soldo.

E le mani frugano in tasca e ne traggono monete e davanti alla tenda numero quattro si forma un mucchietto d’argento.

La nostra è brava gente, gente in gamba. Voglia il cielo che non vada tutta in miseria! Ma le associazioni dei latifondisti dovrebbero sapere che il cielo un bel giorno smetterà di volerlo. E dovrebbero sapere che quel giorno sarà la loro fine.

(Capitolo XIX) – da

http://www.scuolanticoli.com/libri/pagelibri_028.htm

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FURORE, brano dal Capitolo XX:

   Il signore che era sceso dalla vettura portava, nella tasca della camicia, un plico di carte che sporgevano dietro a un piccolo fascio di stilografiche e di matite gialle, e da una delle tasche dei pantaloni kaki sporgeva un grosso taccuino rilegato, con gli angoli di metallo. Egli si accostò a un crocchio di uomini accoccolati, che senza muovere le teste alzarono solo gli occhi su di lui. Disse: “Cercate lavoro?”

Gli uomini continuavano a guardarlo senza muoversi, sospettosi. Da tutti i punti del campo altri uomini si avvicinarono lentamente. Finalmente uno di quelli accoccolati disse: “Certo che cerchiamo lavoro. Dov’è?”

“Nella contea Tulare. Comincia il raccolto della frutta. Hanno bisogno di molta gente.”

Parlò Knowles: “Siete incaricato voi di reclutarla?”

“Sì, per conto del padrone.”

Ora gli uomini formavano un gruppo compatto. Uno di essi si tolse il berretto e si ravviò i capelli domandando: “Quanto pagate?”

“Be’, con esattezza non si può dire, ma… sui trenta cents.”

“Perché non potete dire con esattezza? Non li fate voi i contratti?”

“Va bene, ma bisogna vedere… Può essere qualcosa di più o qualcosa di meno…”

Knowles fece un passo avanti: “Io sono pronto a venire. Se siete voi l’incaricato, dovete avere la licenza. Fatela vedere, passateci l’ordinativo, stabilite le paghe e le condizioni, e io sono pronto a firmare il contratto.”

L’altro si rannuvolò. “Pretendete insegnarmi il mio mestiere?”

Knowles non batté ciglio. “Se s’ha da lavorare per voi, la cosa riguarda anche noi, mi pare.”

“I vostri pareri teneteveli per voi. Io ho bisogno di uomini, non di pareri.”

“Ma non avete detto quanti ve ne occorrono, e neanche avete detto quanto li volete pagare.”

“V’ho detto che con esattezza non si può sapere ancora.”

“Se non lo sapete, non avete il diritto di ingaggiare dei lavoranti.”

“Ho il diritto di fare il mio mestiere come voglio io. Se preferite accoccolarvi sulle natiche, peggio per voi. Ma vi offro lavoro nella contea Tulare. S’ha bisogno di un discreto numero di lavoranti.”

Knowles si rivolse alla folla di uomini, che immobili avevano seguito con gli occhi ora l’uno ora l’altro dei due, e disse: “ Ci sono cascato già due volte. Avranno bisogno d’un migliaio di uomini sul posto, e mandano in giro a reclutarne cinquemila. Quando questi cinquemila, tutti affamati come noi, arrivano là, il padrone offre quindici cents. E non gli ci vuol molto a trovare mille disperati che accettano. Ma è mica questo il sistema. Se hanno bisogno di uomini, facciano il contratto prima. E vogliamo vedere la licenza.”

L’impresario si voltò nella direzione della Chevrolet e chiamò: “Joe!” Quello che era rimasto in vettura aprì lo sportello e uscì. Era un poliziotto, in pantaloni da cavallerizzo e stivaloni, con la pistola alla cintola. Sul petto era ben visibile la stella di vice-sceriffo. S’avvicinò con passo pesante, sorridendo appena. “M’avete chiamato?”

“Sentite, Joe, non avete mai visto questo tizio?”

“Quale?”

“Questo qui,” rispose l’altro indicando Knowles.

“Cos’ha fatto?”

“È un agitatore, un piantagrane.”

“Hm, hm.” L’agente esaminò Knowles da vicino, di faccia e di profilo.

“Visto?” disse Knowles ai compagni. “Se questo signore fosse in regola, si porterebbe un poliziotto con sé?”

L’impresario insisté: “Non l’avete mai visto prima, Joe?”

“Hm, mi sembra proprio di sì. La settimana scorsa, all’assalto contro quella rimessa, mi sembra proprio di avercelo visto attorno. Anzi, son certo, è la stessa faccia.” E assumendo un’espressione severa, ordinò a Knowles, con un gesto dell’indice: “Salite in quella vettura,” e con la sinistra sganciò l’apertura della fondina.

Tom fece un passo avanti e disse: “Mica ha fatto niente, per arrestarlo!”

Il poliziotto si voltò di scatto e fece fronte a Tom. “E se voi volete tenergli compagnia, non avete che da riaprire il becco. Erano in due, la settimana scorsa, quelli che ho notato attorno alla rimessa.”

Tom alzò le spalle. “Io non ero nemmeno in questo Stato, la settimana scorsa.”

“Segno che probabilmente siete ricercato altrove. Chiudete il becco.”

L’impresario si rivolse di nuovo agli uomini. “Voi non date retta a questi dannati rossi. Sovversivi, che finiranno per mettervi nei guai. Se accettate vi posso ingaggiare in massa per Tulare.”

Nessuno rispose.

(Capitolo XX) da

http://www.scuolanticoli.com/libri/pagelibri_028.htm

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LA PARTE FINALE DELLA TRAMA (da Wikipedia) – Intanto la sorte sembra accanirsi contro i Joad: Tom, per una tragica fatalità, uccide durante uno sciopero il poliziotto che aveva ucciso Casy ed è costretto a fuggire, arriva una inondazione proprio quando finalmente avevano trovato un lavoro con un discreto salario e alla fine Rosa Tea partorisce un bimbo morto. Il romanzo termina con una immagine di coraggio e solidarietà di Rosa Tea, che appena partorito allatta un pover’uomo sfinito dalla fame.

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IL FILM DI JOHN FORD DEDICATO AL GRANDE ROMANZO

Dal blog http://nehovistecose.wordpress.com/

FURORE (The Grapes of Wrath)

Regia di John Ford

con Henry Fonda (Tom Joad), Jane Darwell (Ma Joad), John Carradine (Casy), Charley Grapewin (Nonno Joad), Dorris Bowdon (Rose-of-Sharon Rivers), Russell Simpson (Pa Joad), O. Z. Whitehead (Al Joad), John Qualen (Muley Graves), Eddie Quillan (Connie Rivers), Zeffie Tilbury (Nonna Joad), Frank Sully (Noah Joad), Frank Darien (Zio John Joad), Darryl Hickman (Winfield Joad), Shirley Mills (Ruthie Joad).

PAESE: USA 1940
GENERE: Drammatico
DURATA: 129′

Primi anni ’30. La numerosa famiglia Joad è sfrattata dalle proprie terre per mano delle banche. In dodici partono su un camioncino scassato per raggiungere la California, dove si dice che ci sia lavoro, ma non sarà facile barcamenarsi nella crisi.film john ford furore

   Tratto dal romanzo (1939) di John Steinbeck, adattato da Nunnally Johnson. Il conservatore John Ford firma uno dei film più progressisti usciti da Hollywood, nonché uno dei capolavori dell’umanesimo al cinema. Il regista rappresenta uno squarcio sociale che rimane tutt’oggi una delle più fedeli testimonianze sulla storia americana “recente”, sull’incubo della depressione e sulla rivalsa rooseveltiana.

   Certo è un film di propaganda, ma Ford prosciuga qualsiasi retorica o sentimentalismo e riduce all’essenziale quella che è, prima di qualunque altra cosa, una delle più coinvolgenti ed emozionanti storie raccontate sullo schermo. Riprendendo gli stilemi del western – il camioncino come la diligenza, la terra da coltivare come una frontiera da conquistare, Tom Joad come l’eroe tragico e tormentato – Ford organizza il racconto come una lunga odissea, un dramma corale in cui a tutti i personaggi è riconosciuta pari dignità nel “tirarsi su le maniche e affrontare il male del mondo”.

   Il monologo finale di Mamma Joad (voluto e girato dal produttore Darryl F. Zanuck) e le ultime parole di Tom (riprese da Bruce Springsteen nella struggente The ghost of Tom Joad) rappresentano, oltre che l’apice della carriera “morale” di Ford, uno dei punti più alti della storia del cinema e, più in generale, del rapporto dell’uomo con l’arte.

   Innovativo sia dal punto di vista tematico che da quello della costruzione, il film si regge su una eccelsa fotografia (di Gregg Toland) e sulla robusta regia di Ford, nonché su un gruppo di attori bravissimi capeggiati dai bravissimi Fonda e Darwell. Quest’ultima, premiata con l’Oscar (la pellicola vinse anche miglior film), è la prima donna fordiana a ricevere l’incarico di trasmettere il pensiero dell’autore.

   Il finale pessimista del romanzo fu modificato da Johnson perché la storia fosse in linea con l’ottimismo del New Deal rooseveltiano. Il suggestivo tema musicale di Alfred Newman fa venire la pelle d’oca. Emozionante, coinvolgente, tragico ma lirico, bellissimo. Un film da non perdere, che andrebbe proiettato nelle scuole: la Storia americana è tutta qui. A livello di poesia, si avvicina a La grande illusione (1939) di Jean Renoir. Magnifico. (Dal bloghttp://nehovistecose.wordpress.com/)

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FURORE

9/12/2012, da http://www.silenzio-in-sala.com/ 

– Il titolo italiano ‘Furore’ cita uno dei passi più intensi del testo: “Le donne osservavano i mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte e osservavano. E se scoprivano l’ira sostituire la paura nei volti dei mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse trasformata in furore.”-

   La descrizione delle conseguenze della crisi economica, presente nell’opera di Steinbeck, fa riferimento alla Grande Crisi del 1929, ossia a quel periodo della storia del Novecento (fatto iniziare convenzionalmente con il crollo della Borsa di Wall Street il 24 ottobre 1929, il cosiddetto “giovedì nero”) a partire dal quale i livelli di produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi si ridussero in modo rapido e radicale a partire dagli Usa per poi raggiungere un autentico impatto mondiale.

   Il governo statunitense del presidente Franklin Delano Roosevelt (che ottenne quattro mandati consecutivi, dal 1932 al 1944 – unica eccezione nella storia del Paese) lanciò, tra il 1933 e il 1937, un corposo piano di riforme economiche e sociali definito “New Deal” (Nuovo Patto) per affrontare e superare la fase di grave recessione.

   Gli storici hanno sottolineato chiaramente come gli effetti della grande depressione del 1929 abbiano favorito l’ascesa al potere di Hitler e il deterioramento delle relazioni internazionali (a partire dall’introduzione di misure protezionistiche all’indomani della diffusione globale della crisi economica), tanto da considerare l’evento come un fattore non secondario tra quelli che portarono allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

   Nel 1998 l’American Film Institute ha inserito Furore al ventunesimo posto della classifica dei cento migliori film americani di tutti i tempi. Dieci anni dopo, in seguito ad un aggiornamento della lista, è sceso al ventitreesimo posto.

   Il film vinse due premi Oscar (1941) nelle categorie “Miglior regista” (John Ford) e “Miglior attrice non protagonista” (Jane Darwell, nel ruolo di Ma’ Joad).

CITAZIONI

Siamo vivi. Siamo il popolo, la gente, che sopravvive a tutto. Nessuno può distruggerci. Nessuno può fermarci. Noi andiamo sempre avanti.

Non ci vuole coraggio a far qualcosa che si deve fare per forza.

Io non saprò più niente di te, Tommy: tu potresti morire e io non lo saprei. E se ti arrestano, chi me lo verrà a dire? – Mah, forse è come diceva Casy. Uno non ha un’anima per sé solo, ma un pezzetto d’una grande anima, che è la grande anima di tutta l’umanità. Quindi… – Che cosa, Tommy? – Quindi non importa, perché io non potrò mai morire. Io sarò dovunque, dovunque ci sia un uomo. Dovunque ci sia un uomo che soffre e combatte per la vita, io sarò là. Dovunque ci sia un uomo che lavora per i suoi figli, io sarò là. Dovunque il genere umano si sforzi di elevarsi, coi ricchi e coi poveri, in questa comune aspirazione di continuo miglioramento, e dove una famiglia mangerà la frutta d’un nuovo frutteto, o andrò a occupare la casa nuova, là mi troverai.

Quando c’è il raccolto sei un lavoratore stagionale, e dopo sei un vagabondo.

Tom, io sono una povera donna ignorante, ma se te ne vai sarà anche peggio. Una volta avevamo una casa, qualcosa che ci teneva insieme. I vecchi morivano, nascevano i bambini, ed eravamo sempre una cosa. Eravamo la famiglia, che era sacra e forte. Ma adesso non è più lo stesso. Niente più ci tiene uniti.

State bene a sentire: non cominciate a dare fastidio, lavorate, fatevi i fatti vostri, e starete bene.

E’ difficile dire quello che è giusto, Tom. Anch’io non lo so, e sto cercando di scoprirlo.

Noi non vogliamo altri vagabondi qui in paese. Non c’è lavoro nemmeno per quelli che ci sono già. – E dove dobbiamo andare? Tornatevene da dove siete venuti.

Perché la sorte si deve accanire contro di noi senza ragione? La resistenza di un uomo ha un limite. Viene il momento che se ne ha abbastanza, che un uomo non ne può più. – Devi farti forza. – Lo so, e ti giuro che faccio di tutto, mamma. – Tu devi resistere, sennò la famiglia si sfascerà, tu devi resistere!

Va’ dentro la tenda e mangia. – Eh, tanto è inutile. Li vedrò anche dentro la tenda.

State a sentire, voi altri. Andate tutti a prendere un bel recipiente adesso, e se avanza ve ne darò, eh? Su andate!… Non lo so nemmeno io, se faccio bene o male.

C’è del lavoro. Se volete farlo, sta bene. Sennò, state qui a morir di fame. – Badate, ci sono cascato già due volte io. Ha bisogno di mille uomini? Ne fa venire cinquemila, li paga quindici centesimi l’ora,e quando ci siete restate perché avete fame. Se vuole ingaggiare della gente deve dire quant’è la paga, e farci vedere la licenza. Non può ingaggiare nessuno se non ha la licenza. – Ehi Joe…agitatore.

Ma tu cosa avevi fatto? – Gli ho risposto.

Non passate la notte in città. Alla periferia c’è un campo. Se vi trovo in città dopo le otto, vi metto dentro.

A me hanno ordinato di dirvi di andarvene da questo podere ed io ve lo sto dicendo. – E io dovrei andarmene dalla mia terra? – Ma non te la prendere con me, non è colpa mia. – E di chi allora? – Lo sapete di chi è la terra, della società agricola di Shione. – E chi è la società agricola di Shione? – Ma non è nessuno, è una società. – Avrà un presidente no?! E lo saprà che così ci condanna a morire di fame! – Ma non è colpa sua, è la banca che gli dice che cosa deve fare. – E va bene, dov’è la banca? – A Tulsa. Ma con chi te la prendi, lì c’è soltanto il direttore, che sta impazzendo per fare quello che gli impongono da New York. – Insomma, chi è allora? – Aah io proprio non lo so. Eh sennò te lo direi, ma proprio non lo so di chi è la colpa. E io dico che ancora non è nato l’uomo che mi caccerà via dalla mia terra. L’ha dissodata mio nonno, più di 75 anni fa. Mio padre c’è nato qui, siamo tutti nati qui, e qualcuno c’è stato anche ammazzato!

Come mai i miei si sono rassegnati? La mamma, lei che ha sempre tenuto a quello che era suo. Una volta ha pescato uno che le aveva rubato una gallina, gliel’ha strappata dalle mani e con quella l’ha picchiato finché non le sono restate che le zampe.

Ti hanno maltrattato? Ti hanno fatto diventare cattivo? – Perché, mamma? – Dicono che succede… – No mamma, sono rimasto come ero prima. – Perché ne ho sentito raccontare tante. Che quando ti maltrattano si comincia ad odiare tutti. E più ti maltrattano e più diventi cattivo, finché uno non è più neanche un uomo ma una specie di pazzo che parla da solo. Sei ridotto così, figlio mio? – No mamma, non temere. – Perché…io non lo voglio un figlio cattivo.

Lo avevo detto, lo avevo detto che Tommy sarebbe scappato dalla galera come un torello da un recinto di canne! Non ce lo tieni un Joad in galera, nossignore! – Ma io non sono scappato. – Anch’io ero così da giovane!

Domani veniamo coi trattori, d’accordo? – Sì d’accordo, ce ne andiamo, ce ne andiamo all’alba.

Dici che regge? – Se regge bisognerà prenderne nota nelle sacre scritture.

Questa è la mia terra, e io non me ne vado!

La polizia si interessa sempre dei morti più di quanto si interessi dei vivi.

Questo povero vecchio ha vissuto la sua vita e adesso ha finito. Io non so se fosse buono o cattivo, e poi non importa. Una volta ho letto una poesia che diceva: tutto ciò che vive, è sacro. Ma io non compiango questo povero vecchio che è morto, perché lui sta bene. Se dovessi pregare, pregherei per voi che siete vivi e non sapete dove andare.

L’avviso è uguale per tutti. Ottocento raccoglitori vuole? Va bene, lo sapete cosa fa allora? Ti fa stampare sei o settemila avvisi, e forse in ventimila lo vedono, e magari due o tremila se ne vanno in California per colpa di quell’avviso. Due o tremila persone che già non sanno come vivere, mentre ce n’è soltanto bisogno di ottocento. Vi sembra giusto, questo? Tu cerchi di seminare zizzania. Ci scommetto che tu sei un agitatore.

Poi viene il dottore: i bambini sono morti di polmonite, dice. E scrive sul registro: polmonite. Sono morti di fame, altro che polmonite!

Sono un centesimo quei dolci? – Quali dice? – Questi, questi qui davanti. – Ah questi?… No… due, per un centesimo. – Allora me ne dia due ,signora… avanti, avanti prendete… Grazie, signora. –Quelli non erano da mezzo centesimo. –Pensa ai fatti tuoi! –Sono da dieci centesimi l’uno.

Quella gente non ha né cervello né anima. Sono bestie. Un uomo non potrebbe vivere come loro. Un essere umano non sopporta tanta miseria. –Ormai ci sono abituati.

http://www.silenzio-in-sala.com/   (ripreso da

https://versounmondonuovo.wordpress.com/ )

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LA NOSTRA EPOCA: POVERTA’ E NUOVO SVILUPPO

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LA RICETTA DI STIGLITZ: COMBATTERE LE DISUGUAGLIANZE PER FAR RIPARTIRE LA CRESCITA

Posted by keynesblog on 24 luglio 2012 in Economia, Welfare

   L’uscita dell’ultimo lavoro di Joseph Stiglitz, “The Price of Inequality: How Today’s Divided Society Endangers Our Future” (il prezzo della disuguaglianza: come la società divisa di oggi mette in pericolo il nostro futuro), è importante per due fondamentali motivi.

   Perché l’economista Nobel denuncia l’insensatezza delle politiche di austerità in un periodo di depressione come quello attuale, e perché punta il dito sugli effetti negativi delle disuguaglianze dei redditi sulla crescita del Pil, mostrando come negli Stati Uniti quest’ultimo aspetto sia divenuto tanto patologico da far diventare il mito del “sogno americano” solo un pallido ricordo.

   Stiglitz torna ad intervenire sull’argomento sulle colonne del Los Angeles Times puntando direttamente a chiarire che i problemi di sviluppo che le economie avanzate stanno oggi affrontando hanno una fondamentale radice: la debolezza della domanda aggregata.

   Ed è evidente che la porzione di reddito che viene spesa è più elevata nelle fasce più basse di reddito mentre diminuisce al crescere del reddito. La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi – che è aumentata ovunque, ma in alcuni paesi di più che in altri – è pertanto diventata un problema strutturale dello sviluppo delle economie avanzate.
Per queste sue evidenti implicazioni il concetto, prosegue Stiglitz, dovrebbe risultare immediato anche per i sostenitori dell’”economia dell’offerta” (supply-side economics), che individuano nella bassa produttività un importante freno alla crescita.

   Allo stesso tempo è necessario considerare che l’aumento delle disuguaglianze tra i redditi non è solo il risultato dell’operare delle cosiddette forze del mercato, ma anche l’esito inevitabile di comportamenti imprenditoriali che hanno premiato la ricerca di una rendita piuttosto che l’investimento produttivo.

   Meno investimenti produttivi e maggiori disuguaglianze nei redditi hanno dunque minato profondamente le prospettive di crescita delle economie avanzate. Un combinato disposto assolutamente esplosivo: non solo risulta indebolita la domanda aggregata, ma tendono anche ad indebolirsi i presupposti per la costituzione di una base produttiva ad alto potenziale di crescita, nella quale siano incorporati nuovi saperi ed innovazione.

   In un contesto nel quale investire equivale ad andare alla ricerca della miglior posizione di rendita finanziaria, anche il sistema del credito risulta distorto venendo a mancare quella fondamentale attività di prestito alle imprese per la realizzazione di investimenti nel settore dei beni reali.

   Ora la questione cruciale che Stiglitz intende sottolineare è la seguente: far sì che gli investimenti tornino ai settori produttivi non è una operazione trascendentale. Sarebbero infatti necessarie una migliore regolamentazione finanziaria, migliori e più incisive leggi antitrust, una legislazione sulle imprese che limiti il potere dei grandi manager di fissarsi arbitrariamente le proprie retribuzioni, e nel complesso una maggiore trasparenza in tutti questi ambiti.

   Inoltre poiché la maggior parte del reddito delle fasce più alte della distribuzione deriva dai guadagni di operazioni puramente finanziarie e/o speculative, una tassazione maggiormente progressiva (ed in particolare una tassazione dei capital gains) sarebbe un utile deterrente. Peraltro, l’eventuale utilizzo da parte dello Stato dei maggiori introiti fiscali potrebbe trovare impiego in investimenti pubblici ad alta redditività, producendo in questo senso un duplice effetto positivo.

   In generale i paesi che presentano un alto tasso di diseguaglianza tendono a disinvestire nel benessere collettivo, spendendo troppo poco rispetto a quanto dovuto in istruzione, innovazione ed infrastrutture. Ed oggi gli investimenti pubblici sono particolarmente importanti: aumentano la domanda nel breve periodo e la produttività nel medio termine. Rivolgendo l’attenzione agli Stati Uniti, Stiglitz inoltre sottolinea come proprio una ripresa dell’investimento pubblico nell’istruzione potrebbe riportare in auge il mito del “sogno americano”.
In sintesi: è necessario revisionare profondamente le priorità dell’agenda della politica economica, passando dall’obiettivo di riduzione del bilancio pubblico a quello di favorire una migliore distribuzione dei redditi. Gli effetti espansivi che si otterrebbero andrebbero inoltre a beneficio della stessa riduzione del deficit pubblico.

   E’ la bassa crescita a generare deficit di bilancio pubblico, non il contrario. E conclude: “Possiamo raggiungere il livello di ricchezza diffusa che ha caratterizzato le decadi dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Quei “30 anni d’oro” in cui hanno prevalso negli USA e nel resto del mondo politiche di stampo keynesiano.

Sullo stesso argomento, in italiano, si può leggere un articolo di Stiglitz pubblicato il mese scorso su Project Syndicate.

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LE NOSTRE VITE IN VENDITA

di Luca Sofri, da IL POST (http://www.ilpost.it/ ) DEL 16/3/2012

   Un’ambiziosa riflessione del filosofo MICHAEL SANDEL su cosa è successo da quando abbiamo consegnato alle leggi di mercato ogni valore delle nostre società

   Il professor Michael Sandel è uno stimato divulgatore americano che si occupa di etica e filosofia, e insegna a Harvard: qui lo descrisse Thomas Friedman del New York Times. In Italia Feltrinelli ha pubblicato il suo libro “Giustizia“, un’appassionante serie di lezioni dedicate alla comprensione dei nostri cliché su cosa sia giusto e cosa sbagliato, e al tentativo di smontarli.
Sull’Atlantic Monthly di questo mese c’è un articolo di Sandel molto interessante su un tema attualissimo ma trattato spesso superficialmente e ideologicamente (e ha già ricevuto obiezioni su siti “liberisti”): ovvero su quanto della nostra vita pubblica e privata sia giusto consegnare alle leggi del mercato, e se le nostre non si siano trasformate da “economie di mercato” a “società di mercato”. Attenzione: non alla distinzione tra settore pubblico e settore privato e all’efficacia delle loro varie declinazioni, ma al metro con cui diamo valore a molti principi e temi essenziali della nostra vita.

   Sandel fa precedere le sue considerazioni da una lista di casi particolarissimi e impressionanti di “cose” che nel mondo sono state messe in vendita – sia da enti pubblici che privati – in deroga a regole o consuetudini generali: 90 dollari a notte per una cella migliore in certe carceri americane, 8 dollari per guidare nelle preferenziali in alcune metropoli dello stesso paese, 250 mila dollari per uccidere un rinoceronte protetto in Sudafrica, 1500 dollari l’anno per poter chiamare al cellulare il proprio medico, 10,50 dollari per emettere una tonnellata di anidride carbonica da parte di un’azienda all’interno dell’Unione Europea, e molti altri ancora.

Spiega Sandel che nei nostri tempi quasi tutto può essere comprato e venduto: è successo, un po’ alla volta, dopo che ci eravamo convinti che le leggi del mercato fossero il modo migliore per governare la produzione e distribuzione dei beni e creare ricchezza. Abbiamo lasciato che queste leggi guadagnassero spazi, ed entrassero anche nella vita sociale, complice il trionfalismo liberista degli anni di Reagan e Thatcher e poi quello più liberal di Clinton e Blair.

L'articolo "LE NOSTRE VITE IN VENDITA" di MICHAEL SANDERS è possibile leggerlo sull'ultimo numero del settimanale INTERNAZIONALE (di venerdì 21 dicembre 2012)
L’articolo “LE NOSTRE VITE IN VENDITA” di MICHAEL SANDEL è possibile leggerlo sull’ultimo numero del settimanale INTERNAZIONALE (di venerdì 21 dicembre 2012)

Oggi però le crisi finanziarie hanno rimesso in discussione quell’idea di prosperità derivante dai liberi mercati, la loro capacità di gestire i rischi. E dato forza al pensiero che il loro distacco dai valori morali sia un problema. Secondo Sandel è però sommaria l’analisi che vede un eccesso di avidità – e l’eccesso di rischi presi – come causa delle crisi e della rottura del sistema: l’avidità non è cresciuta, c’è sempre stata. E sarebbe infruttuoso pensare che un lavoro di maggiore responsabilizzazione morale tra le banche e chi lavora nella finanza possa scongiurare nuove crisi.

   Quello che è cambiato, sostiene Sandel, è lo spazio che abbiamo lasciato alle leggi del mercato, permettendo che traboccassero nelle nostre vite in generale, anche su aspetti che prima erano governati da altri principi e norme. Sandel fa l’esempio di scuole, ospedali, prigioni, ed eserciti, polizie, in cui sia il settore privato che spesso quello pubblico seguono gli obiettivi del mercato.

   Ma anche dei medicinali, che negli Stati Uniti possono essere venduti e pubblicizzati con tecniche di comunicazione aggressiva indipendenti dal loro reale valore, come qualsiasi prodotto (se guardate la tv americana, siete indotti a pensare che la maggiore crisi sanitaria mondiale non sia la malaria o un’altra epidemia, ma un qualche tipo di disfunzione erettile).

   O pensate, dice ancora Sandel riferendosi agli Stati Uniti, all’invadenza della pubblicità nelle scuole, alla intitolazione a sponsor di parchi e luoghi pubblici, ai confusi confini tra informazione e pubblicità sui giornali (che si confonderanno sempre più in questi tempi di crisi), al marketing di uova e donatori per la riproduzione assistita, al sistema di finanziamento della politica.

   Il mercato regola oggi ampie parti di settori delle nostre vite come scuola, salute, sicurezza, informazione, difesa, giustizia, protezione ambientale, riproduzione e altri beni sociali, in modi sconosciuti trent’anni fa e che oggi troviamo scontati.

   Apro una parentesi: Sandel parla degli Stati Uniti, dicevamo, e in alcuni di questi settori lo sbarco delle leggi di mercato non è ancora in una fase così avanzata, in Italia. Ma la tendenza esiste, e coinvolge discorsi che facciamo sempre più spesso: sul servizio pubblico televisivo, sui libri, sui giornali, sul cinema, a proposito di quanto questi servizi che non sono solo commerciali siano sempre più consegnati a logiche puramente di mercato e queste definiscano il loro valore.

   Utilità economica che si sostituisce a valori morali intrinseci. E il discorso ci riguarda sempre di più sulla salute, sulla scuola, e su molto altro.

   Chiede Sandel: perché di un processo che oggi ci è così familiare e che anzi abbiamo incentivato e promosso dovremmo invece preoccuparci? Per due ragioni.
La prima riguarda l’ineguaglianza: in una società dove ogni cosa è in vendita, non c’è più niente a cui sia garantito uguale accesso per tutti, e chi ha mezzi modesti è discriminato su tutto. Un conto è che il privilegio della ricchezza permetta uno yacht, vacanze lussuose e una vita più agiata: altro che questo declini ogni aspetto della nostra vita privata e sociale, la nostra salute, la nostra istruzione, il nostro pensiero, il modo in cui pensiamo una famiglia.
La seconda ragione Sandel la chiama “corruzione”, ma non nel senso in cui siamo più abituati a usare il termine: i soldi corrompono, e tolgono valore a tutta una serie di cose a cui eravamo abituati ad attribuirne uno diverso dai soldi.

   Se il valore di quelle cose viene definito dal loro costo economico, quelle cose si impoveriscono: pagare degli studenti per leggere più libri otterrà probabilmente che ne leggano di più, ma toglierà valore e senso alla lettura di quei libri, rendendoli un mezzo piuttosto che un’occasione intrinseca di arricchimento.

   Affidare la difesa nazionale a militari privati può essere più efficiente, ma sottrae a quell’impegno ogni senso di appartenenza e cittadinanza. Non è vero che i mercati sono neutrali, come dicono spesso gli economisti.

   Ci sono cose su cui invece abbiamo deciso che altri valori dovessero prevalere sulle leggi della domanda e dell’offerta: abbiamo abolito la vendita degli esseri umani, non permettiamo che siano comprati o venduti i bambini in adozione, anche quando c’è chi è disposto a venderli e chi a comprarli.

   Anche a fronte di garanzie sulla responsabilità dei genitori, pensiamo che pagare per dei bambini sia un modo sbagliato di definire il loro valore. Non mettiamo in vendita l’incarico dei giurati popolari, né il nostro voto: benché sia tutto da dimostrare che un’elezione affidata alle leggi del mercato porti a risultati peggiori per la comunità di alcune elezioni democratiche contemporanee (oppure diversi).

   Semplicemente, privilegiamo altri valori per regolare queste cose, e pensiamo che in molti casi i mezzi siano il fine: e che se le mettessimo in vendita le impoveriremmo.

   Questi esempi, dice Sandel, mostrano che se le trasformiamo in beni commerciabili alcune cose buone della vita peggiorano, perdono valore. Ma la sua conclusione non è un’indicazione netta su quali cose debbano obbedire alle leggi del mercato e quali no: sarebbe presuntuoso e impossibile, al punto in cui siamo.

   Quello che serve, però, è che cominciamo a ridiscuterne, dice: privilegiando ancora una volta l’efficacia del dibattito e del confronto e l’attitudine a rivedere ogni principio e ogni consuetudine di fronte al cambiamento, tipica di una capacità di riflessione molto americana che cerca sempre le ragioni e il senso delle cose. E non lasciando la questione alla contrapposizione di criteri ancora economici (cosa conviene, cosa crea maggiore efficienza, cosa produce più ricchezza…).

   Per non aver fatto questo dibattito ai tempi della celebrazione del liberismo, oggi ci troviamo ad essere passati da avere economie di mercato a essere società di mercato: non più un mezzo per organizzare la produzione ma uno stile di vita in cui il mercato governa ogni aspetto della vita, comprese le relazioni sociali.
Voi direte che, aggiunge Sandel, quello che siamo abituati a vedere del dibattito pubblico non è incoraggiante in questo senso: la discussione sembra fatta solo di gente che si sfida urlando in tv, che espone argomenti faziosi ed ideologici. Come sperare in un attento e delicato confronto su temi moralmente controversi come l’educazione, la procreazione, i bambini, l’ambiente, la salute, la cittadinanza?
Secondo Sandel è proprio per questo che oggi ci troviamo in questa confusione: in assenza di riflessioni su questi temi, le leggi del mercato hanno preso una supplenza e hanno invaso ogni ambito, fino a rendere inconsistenti persino gli stessi argomenti di valore morale, in quanto di nessun valore economico.

   Ai mercati non gliene frega niente di cosa è bene e cosa è male, di cosa vale di più in altri termini. Se qualcuno è disposto a pagare per del sesso o per un rene, e un adulto consenziente è disposto a vendere, l’unica domanda degli economisti è “Quanto?”.

   I mercati non giudicano. Non fanno differenza tra buono e cattivo, e questo ha reso i loro meccanismi preferibili per tutti quelli che obiettano sempre che nessuno può dire cosa sia buono o cattivo. Ma il prezzo che abbiamo pagato è che abbiamo smesso di pensarci, a cosa sia buono e cattivo, abbiamo tolto al discorso pubblico molta della sua energia civica e morale e incentivato una politica manageriale e tecnocratica.

   Dovremmo decidere, come società, in quali casi le leggi di mercato fanno il bene comune e in quali no. Non troveremo risposte condivise su tutto, inevitabilmente: ma la nostra vita pubblica ne uscirà più sana, conclude Sandel, e saremo più consapevoli dei prezzi che paghiamo per una società in cui tutto è in vendita. (Luca Sofri)

Un estratto da “Giustizia”
Chi è Michael Sandel
Le lezioni di Sandel in video

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“I RIPARTENTI. POVERTÀ CRONICHE E INEDITE. PERCORSI DI RISALITA NELLA STAGIONE DELLA CRISI”

da CARITAS ITALIANA http://www.caritasitaliana.it/

   E’ disponibile in versione integrale, insieme a un dépliant di sintesi, il nuovo Rapporto Caritas 2012 su povertà ed esclusione sociale in Italia, dal titolo “I ripartenti. Povertà croniche e inedite. Percorsi di risalita nella stagione della crisi“. Anche quest’anno la presentazione del Rapporto si collega alla “Giornata internazionale di lotta alla povertà” (17 ottobre), e al suo interno sono riportati i dati del fenomeno provenienti dalle 220 Caritas diocesane, le principali tendenze di mutamento, i percorsi di presa in carico delle persone, i progetti anti-crisi economica delle diocesi, la mappa dei servizi socio-assistenziali delle chiese locali e i dati sul “Prestito della Speranza”.

Leggi il Rapporto in versione integrale (.pdf)

Leggi la sintesi dei principali dati (.pdf)

Guarda il video di introduzione di don Francesco Soddu (Direttore Caritas Italiana)
Guarda le slides di presentazione dei principali contenuti del Rapporto

Leggi il comunicato stampa (.pdf)

Una Crisi che non lascia scampo
I dati del 2011 evidenziano come la crisi economico-finanziaria ha determinato l’estensione dei fenomeni di impoverimento ad ampi settori di popolazione, non sempre coincidenti con i “vecchi poveri” del passato.

   Aumentano soprattutto gli italiani, cresce la multi problematicità delle persone, con storie di vita complesse, di non facile risoluzione, che coinvolgono tutta la famiglia. La fragilità occupazionale è molto evidente e diffusa: rispetto alle tendenze del recente passato, i poveri in Italia sono sempre meno “working” e sempre più “poor”.

   Aumentano gli anziani e le persone in età matura: la presenza in Caritas di pensionati e casalinghe è ormai una regola, e non più l’eccezione. Si impoveriscono ulteriormente le famiglie immigrate e peggiorano le condizioni di vita degli emarginati gravi, esclusi da un welfare pubblico sempre più residuale.

   Nel primo semestre 2012 questa situazione – se possibile – si aggrava ulteriormente. Le persone transitate nei Centri di Ascolto nei primi 6 mesi del 2012 ammontano a 22.523 unità (erano state 31.335 persone in tutto il 2011).

   Se si mantenesse stabile tale andamento anche nel corso del secondo semestre 2012, l’aumento sarebbe pari al 33,5% per anno. Rispetto al 2011 si evidenziano già alcune linee di tendenza: aumentano gli italiani (+ 15,2%); stabili i disoccupati (59,5%); aumentano i problemi di povertà economica (+10,1%); diminuisce del 10,7% la presenza di persone senza dimora o con gravi problemi abitativi; aumentano gli interventi di erogazione di beni materiali (+44,5%).

I “ripartenti”
Nonostante le tendenze di peggioramento, si registrano segni di speranza: una grande vitalità delle comunità locali, che hanno avviato esperienze di ogni tipo per contrastare le tendenze della marginalità sociale.

   Gli operatori Caritas narrano di un nuovo desiderio di ripartire, espresso da molte persone in difficoltà: affiora la volontà di rimettersi in gioco, l’aspirazione a migliorare la propria situazione. Aumentano le persone che richiedono ascolto personalizzato e inserimento lavorativo (+34,5 e +17%); aumentano del 122,5% le attività Caritas di orientamento (professionale, a servizi, a opportunità formative, ecc.) e aumenta del 174,8% il coinvolgimento di altri enti e organizzazioni.

Le risorse e le risposte della Chiesa, un grande sforzo comunitario:

oltre 3.000 Centri di Ascolto in tutte le diocesi italiane;

14 mila servizi ecclesiali impegnati in attività sanitarie, socio-sanitarie e sociali. Di questi, sono 4.991 i servizi che svolgono azione di contrasto della povertà economica;

ad agosto 2012, sono 985 le iniziative anti-crisi economica sorte negli ultimi 2 anni, per iniziativa delle diocesi italiane (aumento, rispetto al 2011, del 22,2 %);

nel 2011 Caritas Italiana ha accompagnato quasi la metà delle Caritas diocesane nella presentazione di 185 progetti otto per mille. Più di 11 milioni di euro sono stati richiesti alla Conferenza episcopale italiana per questi progetti, che vedono una partecipazione economica delle diocesi interessate, nella misura di circa 8,5 milioni di euro;

dal 2009 ad oggi 1.662 sono le famiglie sostenute dal Prestito della Speranza, per un totale di oltre 10 milioni di euro di finanziamenti erogati.

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POVERTA’ COME RISORSA

SE IL SUD DEL MONDO FINANZIA I PAESI RICCHI

di ANTONELLA SINOPOLI, dal sito voci globali (http://vociglobali.it/ ) – 6/12/2012

   Povertà come risorsa. Un’idea stravagante, assurda, sicuramente provocatoria. Ma anche sorprendentemente realistica. Forse sorprendente neanche tanto. Basta rifletterci invertendo i fattori e adoperando lenti meno sfocate. Parliamo della povertà di milioni di persone che vivono nei Paesi del Sud del mondo, classificati “in via di sviluppo“.

   Ma in che modo la povertà può rappresentare una risorsa? E per chi? Qui cominciano le provocazioni. Anzi le riflessioni. Risorsa per i Paesi ricchi finanziatori di quelli poveri che pagano miliardi di dollari all’anno per smaltire il debito contratto.

   Risorsa per le multinazionali che con pochi spiccioli al mese pagano la manodopera per i lavori pesanti e con molti, moltissimi spiccioli in più pagano politici compiacenti per accapparrarsi le terre ancora libere (in realtà utilizzate per i pascoli e l’agricoltura dagli abitanti del posto).

   Risorsa per i mercati globali che usano la materia prima dei Paesi poveri, la importano, la lavorano e poi la esportano. Stavolta come prodotto finito e inaccessibile a molti. Risorsa per i signori delle guerre che formano i loro eserciti pescando nel mare magnum della disperazione e della fame. Risorsa anche per giornalisti e fotografi inviati dalle loro testate per mostrare al mondo il dolore più profondo, la malattia senza speranza, gli occhi di un’infanzia sconfitta dalla malnutrizione e dall’apatia.

   Risorsa persino per le organizzazioni umanitarie, cooperanti e tutto il seguito. Stipendi, trasferte e “tutto compreso”.

Non è cinismo, né atteggiamento distruttivo. I contributi a tale riflessione sono aumentati moltissimo negli ultimi anni, a cominciare dalla critica alla politica degli aiuti e della cooperazione allo sviluppo. In un testo dal titolo usato come una freccia Dead Aid , l’autrice ed economista Dambisa Moyo si concentra sull’Africa e analizza i motivi per cui un miliardo di miliardi inviati sotto forma di aiuti negli ultimi 50 anni non abbiano abbattuto la povertà.

   Al contrario, i dati presentati nel testo dicono che questa è aumentata. Colpa di differenti (e sbagliati) parametri di calcolo? Di stili di vita che si vogliono avvicinare al mondo occidentale? Comunque sia una grave sconfitta per la comunità internazionale. Intanto l’Africa subsahariana, l’area più povera del pianeta, sta pagando 25.000 dollari al minuto ai creditori del Nord. Per ogni dollaro preso in prestito se ne pagano 13.

   Mentre milioni di persone soffrono la fame o la malnutrizione, coltivano la terra o fanno lavori pesanti solo per non morire di stenti, non vivranno mai in una casa e non si laveranno mai girando semplicemente un rubinetto.

   E questo non solo in Africa. Perché ormai è noto: l’1% della popolazione più ricca del mondo possiede il 32% della ricchezza e il 25% della popolazione mondiale consuma l’85% delle ricchezze del pianeta. È un’assurdità dire che “il nostro sistema economico è finanziato dai poveri“? E quando e perché tutto questo è cominciato?

   Una nuova sensibilità tra studiosi, economisti, attivisti sta mettendo in campo – ormai da qualche anno – una serie di analisi e approfondimenti che mirano non solo a riconoscere e a guardare la questione nella sua totalità, ma anche a mostrare che gli effetti del presente stanno nelle cause (e negli errori) del passato. Errori che si continuano a ripetere.

   Basati su egoismi e presunzioni che sarà difficile debellare. Ieri il colonialismo e la schiavitù, oggi il neocolonialismo delle politiche dei Paesi industrializzati e di organismi come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale per il commercio. E il neoliberismo delle multinazionali.

   Se si vuole entrare un po’ più a fondo nell’argomento e cercare di capirne il senso bisogna guardare (e con attenzione) The end of poverty? È un film documentario che in 104 minuti ripercorre la Storia. Quella parte della storia che ha reso possibile l’emergere di una parte del mondo a danno di un’altra.

   La colonizzazione appunto (con la Bibbia in una mano e il fucile nell’altra) fino ad arrivare all’imposizione delle regole degli organismi internazionali, del capitalismo, del neoliberismo e delle multinazionali. La Storia e le storie. Quelle di singoli individui e famiglie che dalla povertà non usciranno mai. Esempi dal Venezuela, dalla Bolivia, dal Brasile, dal Kenya, dalla Tanzania…

   Un documentario dove a parlare sono scienziati dell’economia, premi Nobel, attivisti. Citiamo Amartya Sen e Joseph Stiglitz, Susan Georg e Edgardo Lander

   Ma dove a parlare sono anche e soprattutto le persone che la povertà la vivono sul serio. Che raccontano come si vive in una miniera o tagliando canna da zucchero per ore ed ore o vendendo merce per guadagnare per tutta la vita 50 centesimi al giorno, o un dollaro. O niente.

   Ma allora a che serve inviare tanti soldi in quei Paesi? A che servono i progetti delle agenzie internazionali? Su questo tema le opinioni sono quasi spaccate a metà ormai. E vanno tra i due estremi.

   Quello che riporta a Jeffrey Sachs, consulente delle Nazioni Unite e (potremmo dire come tale) fautore del valore e del contributo dato dagli aiuti internazionali alla lotta alla povertà e William Easterly, che conduce invece la sua battaglia intellettuale contro il regime degli aiuti ai PVS.

   Uno dei suoi testi più noti è stato tradotto in italiano con il titolo “I disastri dell’uomo bianco“. (Easterly è uno degli economisti intervistato in The end of poverty). Punti di vista esattamente contrapposti che aiutano comunque a farsi una propria idea e, si spera, ad approfondire l’argomento.

   Perché è sempre bene non dimenticare che il benessere è temporale e la situazione di noi europei assai incerta. Così incerta che si è cominciato a stringere la cinghia. Non solo in casa propria ma nell’invio degli aiuti ai PVS appunto. Che nel 2011 sono calati di quasi il 3%. (Antonella Sinopoli)

One thought on “RACCONTO DI NATALE per le gentili lettrici e i gentili lettori di Geograficamente – brani scelti da “FURORE” di JOHN STEINBECK: l’epopea della Grande Depressione degli anni ’20-30 del secolo scorso, vissuta da un famiglia americana con dolore ma anche coraggio – Cosa ricavarne per la “nostra Grande Depressione” e come viverla con idee e altrettanto coraggio

  1. lucapiccin mercoledì 26 dicembre 2012 / 6:48

    Proprio la settimana scorsa ho noleggiato il DVD di cui si parla, ma dopo mezz’ora ho smesso di guardare, perché l’ho trovato datato e lento, stentava a decollare. Il film non puo’ essere visto senza un’operazione di “messa in contesto”, ovvero cercando di calarsi nella società degli anni 40, nel cinema del tempo cosi diverso da quello attuale… I brani estratti dal romanzo sono a mio avviso molto più toccanti del film.
    Per quel che riguarda il resto del post, io non credo alle parole di Stiglitz e di tanti keynesiani che vedono nell’espansione della domanda la soluzione; queste misure sono già effettive dalla fine dei “trenta goriosi” (gli anni 50-60-70) quando la crescita ha cominciato a frenare, mentre ci si accorgeva che le risorse si facevano più rare. Questi due fattori (crescita da mantenere e risorse scarse) partecipano a spiegare l’indebitamento colossale dei paesi occidentali, che nasce proprio alla fine degli anni 70 per esplodere oggi. Mentre le imprese hanno progressivamente delocalizzato (e aumentato i profitti a fronte di salari stagnanti), i governi non hanno fatto altro che approvare questo processo, aumentando la spesa pubblica attraverso progetti di infrastrutture, moltiplicando a dismisura le università (quasi una per capoluogo di provincia), finanziando insomma impieghi pubblici di dubbia utilità, etc. In data recente l’ex presidente del consiglio ha perfino preso posizione per la Fiat che intendeva delocalizzare all’estero, dicendo che al loro posto avrebbe fatto la stessa cosa. Queste posizioni sarebbero anche accettabili se fossero accompagante da una strategia efficace e fattibile di sostituzione dei posti di lavoro persi con altri al passo coi tempi. Ma come ripeto, questo non è stato fatto, si è preferito creare posti fittizi, in progetti di dubbia utilità (eufemismo), credendo che il mattone sia la cura infallibile, o forse facendolo credere, mentre si sapeva molto bene che questo non sarebbe stato buono che per i furbetti del quartiere, spesso in combutta col sindaco, con l’assessore, col politico di turno.
    Tutto questo per dire che Stiglitz dimentica che non è il New Deal che ha salvato gli americani, ma la GUERRA, la violenza che sola ha suggellato diversi decenni di imperialismo e conflitti tra potenze occidentali per il controllo del mondo.
    Oggi tutto lascia presagire che non abbiamo tirato alcuna lezione dalla storia. L’acquisto di aerei da guerra dell’alleato americano mentre il paese è travolto dai debiti è un brutto segno, e non è il solo…
    Il mio augurio per questa fine d’anno è cha possa un giorno prevalere il pensiero di Gramsci in cui mi riconosco: “pessimismo della ragione, ottimismo della volontà”.

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