Il 2013 per un’EUROPA da decidersi se realizzarla o meno: lo STALLO della geopolitica internazionale sarà superato da decisioni vere? E potrà l’Europa (e il mondo intero) uscire dalla recessione economica globale e (ri)avviarsi su un processo di PACE e SVILUPPO? (Speriamo)

L’immagine-simbolo della distruzione, la notte del 25 agosto 1992, di “VIJEĆNICA” (la BIBLIOTECA DI SARAJEVO) è quella con il violoncellista VEDRAN SAMJLOVIĆ che il 2 settembre successivo (otto giorni dopo l’incendio) suona l’ADAGIO di TOMMASO ALBINONI. Ha sfidato i cannoni serbi che dalle colline colpivano la città suonando nella biblioteca distrutta.   -   Ora GENNAIO 2013, RINASCE LA BIBLIOTECA DI SARAJEVO: QUI L'EUROPA INTERROGA SE STESSA.  VENT'ANNI FA, I CANNONI DEI NAZIONALISTI SERBO-BOSNIACI DISTRUSSERO LA BIBLIOTECA DI SARAJEVO e mandarono in fumo centinaia di migliaia di preziosi volumi che raccontavano la secolare convivenza fra popoli, etnie e religioni della BOSNIA.   -   Quel crimine culturale simboleggiò il MARTIRIO DI SARAJEVO, il proposito delle fazioni in lotta di annientare anche la memoria dei nemici. Il restauro, completato in queste settimane, e il ritorno dell'edificio all'antica bellezza, è il risultato della volontà della Bosnia di rinascere e potrebbe (potrebbe…) simboleggiare (ma così non è) la ricostruzione di quella convivenza che la guerra civile ha spazzato via, probabilmente per sempre.   -   La vera possibilità è che il futuro della Bosnia e delle altre Repubbliche della ex Jugoslavia, possano le loro attuali monoculture etniche e religiose, tra loro contrapposte, poterle diluire nell'ADESIONE ALL'EUROPA. (Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 17/10/2012)
L’immagine-simbolo della distruzione, la notte del 25 agosto 1992, di “VIJEĆNICA” (la BIBLIOTECA DI SARAJEVO) è quella con il violoncellista VEDRAN SAMJLOVIĆ che il 2 settembre successivo (otto giorni dopo l’incendio) suona l’ADAGIO di TOMMASO ALBINONI. Ha sfidato i cannoni serbi che dalle colline colpivano la città suonando nella biblioteca distrutta. – Ora GENNAIO 2013, RINASCE LA BIBLIOTECA DI SARAJEVO: QUI L’EUROPA INTERROGA SE STESSA. VENT’ANNI FA, I CANNONI DEI NAZIONALISTI SERBO-BOSNIACI DISTRUSSERO LA BIBLIOTECA DI SARAJEVO e mandarono in fumo centinaia di migliaia di preziosi volumi che raccontavano la secolare convivenza fra popoli, etnie e religioni della BOSNIA. – Quel crimine culturale simboleggiò il MARTIRIO DI SARAJEVO, il proposito delle fazioni in lotta di annientare anche la memoria dei nemici. Il restauro, completato in queste settimane, e il ritorno dell’edificio all’antica bellezza, è il risultato della volontà della Bosnia di rinascere e potrebbe (potrebbe…) simboleggiare (ma così non è) la ricostruzione di quella convivenza che la guerra civile ha spazzato via, probabilmente per sempre. – La vera possibilità è che il futuro della Bosnia e delle altre Repubbliche della ex Jugoslavia, possano le loro attuali monoculture etniche e religiose, tra loro contrapposte, poterle diluire nell’ADESIONE ALL’EUROPA. (Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 17/10/2012)

   La sensazione che si ha è che il 2013 sarà un anno di transizione, sia nel “micro” (la “testa” di noi singole persone, poi i contesti territoriali della nostra vita comunitaria, poi quelli regionali, il nazionale…) che nel “macro” (europeo, mondiale) verso nuove forme di sviluppo economico, di rapporti tra geo-aree, di cambiamenti necessari per superare l’impasse della crisi mondiale iniziata nel 2008 con il fallimento della finanza americana (e a seguire tutto il resto).

   Qui vi proponiamo una riflessione a tutto campo sull’EUROPA, pertanto sul “nostro destino” collettivo, perché abbiamo l’impressione che “dovrà accadere” qualcosa di nuovo in Europa, perché le donne e gli uomini di questo continente possano aiutare se stessi, e il mondo intero, a guardare positivamente al futuro.

   E’ normale che in epoche di crisi il riferimento e gli obiettivi da realizzarsi siano individuati nelle cose che fanno parte di principi fondamentali solidi e generali, appartenenti sia alle religioni che alle ideologie politiche laiche più avanzate (democrazia liberista, socialista, o entrambe che si integrano…): principi fondamentali da perseguire come l’uguaglianza fra le persone e la salvaguardia dei diritti di ciascuno; la libertà, lo sviluppo e la ricchezza economica diffusa per tutti; finalmente un’attenzione vera e prioritaria all’ambiente e alla salute; il superamento di ogni ingiustizia; la pace e un sistema pubblico che garantisca tutti nei servizi fondamentali (la difesa personale, la sanità, l’educazione…) per le persone e le comunità.

   Il progetto di integrazione europea da troppo tempo è fermo, non funziona, e forse una sua ridefinizione concreta (come auspica ad esempio il primo articolo che qui vi proponiamo di Lucio Caracciolo) è cosa necessaria. Par di capire che la stessa America (gli Stati Uniti) hanno bisogno che una loro uscita dalla crisi economica sia parallela, avvenga, contemporaneamente a quella dei “cugini europei”: due grandi geo-aree indissolubilmente legate tra di loro nella storia, e che ancora una volta, adesso, “si cercano” (a dire il vero è più l’America che cerca noi, che viceversa, a causa della frammentazione e confusione europea…). Un confronto globale pertanto tra l’area asiatica ad egemonia cinese (anch’essa non se la sta passando granché bene…) con quella occidentale americana-europea…

   E poi tutti gli altri, a volte protagonisti a volte meno dei destini loro e del mondo intero: come l’America Latina; o l’India e l’Asia centrale; il Continente Africano in tante sue parti ora in sommovimento ma non si sa bene con quali effetti; e poi tutti quei Paesi delle “Primavere arabe” che noi (l’Occidente, l’Europa…) abbiamo deciso di non aiutare, di stare a guardare quel che succede… molto dipenderà da loro della (purtroppo ex) “primavera” (paesi delle coste mediterranee e del Medio Oriente) per capire come andrà a collocarsi il nuovo assetto mondiale.

(Un'attivista con la bandiera dell'Unione europea dipinta sul volto) - IL 2012 PER L'UNIONE EUROPEA, E IN PARTICOLARE PER L'EUROZONA, HA SIGNIFICATO LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA. A fine anno il rischio di una crisi sistemica appare meno imminente di 12 mesi fa, malgrado i conti dei paesi "dissoluti" (GRECIA, SPAGNA, ITALIA, FRANCIA) non siano incoraggianti. Le scelte del governatore centrale della Bce Mario Draghi e l'uso di strumenti comunitari (Fondo salva-Stati, unione bancaria) indicano una via d'uscita dall'emergenza economica. RIMANGONO INSOLUTI I NODI POLITICI E CULTURALI: se la soluzione dev'essere condivisa, QUANTA SOVRANITÀ SONO DISPOSTI A CEDERE GLI STATI, E A CHI? Quanto è sostenibile nel lungo periodo UN'UNIONE IN CUI I PAESI DEL NORD STANNO SVILUPPANDO UNA DIFFIDENZA QUASI ANTROPOLOGICA (RICAMBIATA) VERSO I PAESI MEDITERRANEI. (Nicolò Loccatelli, da LIMES)
(Un’attivista con la bandiera dell’Unione europea dipinta sul volto) – IL 2012 PER L’UNIONE EUROPEA, E IN PARTICOLARE PER L’EUROZONA, HA SIGNIFICATO LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA. A fine anno il rischio di una crisi sistemica appare meno imminente di 12 mesi fa, malgrado i conti dei paesi “dissoluti” (GRECIA, SPAGNA, ITALIA, FRANCIA) non siano incoraggianti. Le scelte del governatore centrale della Bce Mario Draghi e l’uso di strumenti comunitari (Fondo salva-Stati, unione bancaria) indicano una via d’uscita dall’emergenza economica. RIMANGONO INSOLUTI I NODI POLITICI E CULTURALI: se la soluzione dev’essere condivisa, QUANTA SOVRANITÀ SONO DISPOSTI A CEDERE GLI STATI, E A CHI? Quanto è sostenibile nel lungo periodo UN’UNIONE IN CUI I PAESI DEL NORD STANNO SVILUPPANDO UNA DIFFIDENZA QUASI ANTROPOLOGICA (RICAMBIATA) VERSO I PAESI MEDITERRANEI. (Nicolò Loccatelli, da LIMES)

   Nell’Europa che si ridefinisce c’è comunque il nostro “compito” principale di adesso: un “fare”, “agire locale”, rivolto a questo ambito territoriale europeo da migliorare concretamente; un’unità politica “vera”; unire i popoli e i Paesi pur nella specifica valorizzazione delle differenze culturali. Un anno il 2013 tutto da inventare, e da provarci a fare qualcosa di significativo e positivo. E se la crisi è prima di tutto nelle nostre “teste”, allora incominciare da noi stessi. Buon Anno. (sm)

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SPERIAMO CHE SIA EUROPA

di Lucio Caracciolo – dal settimanale L’ESPRESSO del 28/12/2012

– Ci siamo raccontati tre favole. Per convicerci che il Continente fosse unito. Ma perché lo sia davvero serve un referendum che faccia parlare i popoli –

   Vedi alla voce Europa. E non trovi nulla perché trovi tutto. La sfera semantica della parola “Europa” s’è allargata fino a perdere ogni contorno. Si offre dunque come strumento di politiche le più varie, spesso opposte,  quasi mai coerenti, sempre vaghe.

   Così scadendo a facile oggetto di demonizzazione, a capro espiatorio dei nostri patemi e delle nostre incertezze. Non un progetto, il suo contrario: lo schiacciamento dell’orizzonte che corrode l’obiettivo della politica, cioè costruire una comunità. E la noia di ripetere all’infinito lo stesso frasario apotropaico.

   Che cosa vuol dire, su questo sfondo, essere “europeista”? E che cosa significa rappresentarsi – o bollare l’altro – come “euroscettico” se non “antieuropeo”? In assenza di una definizione del termine “Europa”, tali etichette esprimono al meglio un’intenzione polemica. Non spiegano nulla. Non indicano nessuna mèta, nessun percorso che non sia fine a se stesso.

   Come siamo giunti a tanto? Per azzardare una risposta, conviene accennare alle tappe decisive della parabola europeista. Per scoprire che quanto amiamo raccontarci nelle cerimonie ufficiali, al suono dell’Inno alla Gioia in versione pop e fra lo sventolio delle stellate bandiere gialloblù, non ha molto a che vedere con i dati di realtà.

   Proviamo a indagare le cause dell’assenza di un progetto europeo sondando la consistenza di tre miti cari alle oleografie brussellesi. E che, a ben guardare, sono favole.

FAVOLA PRIMA: IL PROGETTO DEI PADRI FONDATORI

Schuman, De Gasperi, Monnet, Spinelli, Spaak, Adenauer… La galleria dei Padri fondatori non manca di personalità illustri. Impossibile sfuggire a un impeto di nostalgia, ricordandone la caratura politica e culturale, appetto dei correnti epigoni.

   Ma ciò che oggi chiamiamo Unione Europea è davvero figlia loro? Secondo la favola, sì. La storia ci racconta altro. Se vogliamo restare alla metafora famigliare, converrebbe dire che l’Ue, più che figlia di quei numi, ne è nipote. Perché i Padri nulla avrebbero potuto senza lo Zio d’America: Harry Truman.

   Il presidente della vittoria degli Stati Uniti nella guerra che completa l’autodistruzione delle potenze europee, scattata con il colpo di pistola di Sarajevo, e inaugura la stagione della contrapposizione Ovest-Est, liberismo-comunismo, economia di mercato-economia di piano. In due parole: Bene/Male. Una nuova èra, nella quale gli europei occidentali salvati dall’America sono invitati a smettere i vetusti panni coloniali per sbarrare insieme la via dell’Atlantico all’Armata Rossa.

   E’ dalla guerra fredda, dalla sua logica binaria, che scaturiscono le prime Comunità europee. Esse sono e intendono essere occidentali. A Roma nel 1957 si battezza una Comunità che è la faccia economica-europea di una strategia americana avviata con il Piano Marshal (1947) e strutturata militarmente nella Nato, braccio armato del Patto Atlantico (1949).

   I due pilastri che testimoniano e sigillano l’impegno degli Stati Uniti a difendere l’Europa occidentale dalla minaccia sovietico-comunista. Lo spazio Cee è scavato in quello Nato, tanto che nel tempo i due insiemi finiranno quasi per condividere gli stessi confini.

   La ratio comunitaria è la crescita economica e il benessere comune di ciò che residua delle potenze continentali, indicandole nel campo delle democrazie alleate, protette e largamente etero dirette dagli Stati Uniti.

   Cardine di tale assetto è la pacificazione franco-tedesca. Nient’affatto spontaneo riconoscimento reciproco di una comunità di destino, come vorrebbe la favola. Anzi, vincolo imposto e presto felicemente assimilato (più superficialmente di quanto ancora oggi ammettano le élite francesi e tedesche) sotto il rassicurante ombrello a stelle e strisce.

   Il Reno si restringe. Certo in memoria delle inutili stragi della prima metà del Novecento. Ma soprattutto in vista della sfida con l’Unione Sovietica e con la sua Europa, quella del Patto di Varsavia/Comecon. Una logica di guerra. Per fortuna evitata, ma cogente e permanente fino al fatidico 1989.

   Dunque la prima Europa, quella del miracolo economico, della rinascita spirituale e culturale dagli orrori del fascismo italiano, del nazismo tedesco e del collaborazionismo francese, ha senso in quanto parte dell’architettura occidentale voluta da Washington.

   Peccato che nei Palazzi dell’eurocrazia si tenda oggi a dimenticarlo. Onestà e rigore storico vorrebbero che nel cuore di Bruxelles venisse eretta una statua in memoria di Truman. Per completezza, anche di Stalin. Senza contrapposizione Est-Ovest, niente Europa dei Sei. Ossia dell’Ovest.

FAVOLA SECONDA: LA CADUTA DEL MURO CI HA UNITI

   Se non ci fossimo raccontati la prima favola, avremme evitato di credere alla seconda. Ossia all’idea che la riunificazione della Germania, la liquidazione dell’impero sovietico e il suicidio dell’Urss avrebbero riunito il continente. Non è stato così. Anzi, la fine della contrapposizione Est-Ovest ha riportato in evidenza le diverse prospettive e i diversi interessi economici e geopolitici non solo fra l’ex Est e il fu Ovest, ma financo al loro interno.

   Mancando la pressione della minaccia comunista/sovietica lo spazio europeo non appare più agli americani come prioritario. Risultato: noi europei siamo liberi di tornare a essere noi stessi, ossia popoli ed entità statuai o sub statuali orgogliosi delle proprie effettive o presunte peculiarità storico-culturali.

   Dagli anni Novanta a oggi è un fiorire di festival localisti o regionalisti, di “popoli senza Stato” che vogliono darsene uno (scozzesi, catalani, baschi) o inventarlo di sana pianta (i nostri padani), in nome dei rispettivi “diritti storici”.

   La crisi economica degli ultimi cinque anni, di cui non si vede la fine, esaspera paure ed egoismi, non favorisce la cooperazione e nemmeno la comprensione delle ragioni altrui. Anche se questo “altrui” è socio del medesimo club europeo. Per informazioni rivolgersi ad Atene.

   L’effetto meno visibile ma più devastante del 1989 è stato e resta la riscoperta, prima a Parigi, poi a Berlino e quindi ovunque nel Vecchio Continente, di antiche reciproche fobie o almeno insofferenze che hanno finito per spegnere il cosiddetto “motore” europeo. Valga per tutti il caso dell’euro: un’idea francese (e italiana) per sottrarre ai tedeschi il marco, marchio dell’egemonia economica nel continente.

   Una sorta di “riparazione” in stile versagliese per aver osato abbattere il Muro, che nel tempo i tedeschi hanno saputo volgere in strumento per assoggettare i recalcitranti francesi al primato della Germania, potenza incompleta ma sempre più mondiale e sempre meno europea.

   Se vogliamo datare l’inizio della fine di un sia pur vago orizzonte comune europeo, conviene dunque scegliere il 1989. Proprio l’anno che invece, nella mitologia ufficiale, segna la “riunificazione dell’Europa”. (Sarebbe utile, al riguardo, comunicarci quando fummo uniti).

FAVOLA TERZA: SIAMO ACCOMUNATI DALLO STESSO DESTINO

La terza narrazione ci ricorda che, piaccia o non piaccia, noi soci del club europeo siamo nella stessa barca. Quando finalmente ce ne accorgeremo, inevitabilmente riprenderemo a remare dalla stessa parte. Questa litania europeista scambia il desiderio con le tendenze in atto.

   Nella sua forma radicale, arriva a celebrare la crisi in corso come premessa utile alla costruzione di una peraltro indeterminata “unità politica”. Non c’è discorso della domenica in cui ci venga risparmiato il riferimento all’equazione cinese “crisi=rischio e opportunità”, con accento sul terzo termine.

   Superficiale manipolazione della cultura mandarina a parte, resta che dalla crisi, almeno finora, sono germinati rischi in quantità, con le relative paure, sospetti e diffidenze reciproche, fino alla riscoperta dei “caratteri nazionali”: i greci tutti truffatori, i tedeschi tutti egoisti quando non nazisti, tutti gli italiani inaffidabili e via delirando.

   Di opportunità gli europei ne vedono poche. E se ci sono, non le colgono. Vogliamo sperare che presto ci ravvederemo e riscopriremo le ragioni profonde, non occasionali, del nostro essere europei. Anche se fosse, scoprirlo a un centimetro dalle cateratte non è come stabilirlo quando le acque scorrono tranquille. Invertire la rotta è possibile. Ma ogni giorno di crisi che passa è più difficile. E più costoso. Sotto ogni profilo.

CHE FARE?

La storia non insegna nulla, salvo a non fare previsioni. Concepire un destino gà scritto per noi significa sognare o, al contrario, cadere vittime dei nostri incubi.

   Se dovessimo estrapolare linearmente dalle tendenze in vigore, tutto potremmo descrivere tranne che una futura unità politica europea, quali ne fossero i confini. Se dovessimo estrarre  una lezione dalla vicenda europeista, sarebbe che al momento di scegliere cadiamo comunque vittime di pregiudizi ed egoismi che bloccano ogni slancio. Niente da fare, dunque?

   Non esattamente. Proprio perché dire Europa non significa nulla, prima di decretare la morte presunta di un’idea occorrerebbe provare a definirla. Quindi: coloro che puntano davvero a un’entità politica europea, e non solo a un insieme di funzioni variamente attribuite ad una Europa identificata con Berlino, senza legittimazione né effettivo controllo democratico, si facciano avanti e ci spieghino ciò che vogliono costruire: se Stato europeo dev’essere, in quali confini e con quali fini? Fondato su quali istituzioni?

   Dopodiché sottopongano il progetto alla sanzione popolare, fra tutti i cittadini degli Stati europei, o almeno di quelli che sono interessati a scandagliarlo. A domanda risponderemo: sì o no. I paesi del sì, se ce ne saranno (probabilmente più di quanto si pensi correntemente), potranno avviare l’integrazione; quelli del no, fra cui sicuramente sarà il Regno Unito, si dedicheranno a coltivare il proprio orto, si spera in cooperazione con il nuovo Stato Europa.

   Un’idea forse troppo semplice per gli  “europeisti” di oggi, così affezionati al non-dibattito che ne perpetua la ragion d’essere. Una prospettiva da non scartare per coloro che si sono stancati di sentir parlare d’Europa e vorrebbero infine farla davvero. (LUCIO CARACCIOLO)

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Geografie – Che cosa insegnano le recenti convulsioni della costruzione europea

UNITI DA UN CONFINE

– Luogo di confronto delle identità o frontiera chiusa? – Le liti con la Germania riaprono una questione culturale –

di UMBERTO CURI, da “il Corriere della Sera” del 16/12/2012

   L’idea originaria, già parzialmente attuata con i trattati di Schengen, era quella di sostituire alle frontiere quella froma di condivisione che è potenzialmente insita nel concetto stesso di confine. Ma poi il processo concreto di realizzazione dell’unità europea, soprattutto nel corso degli ultimi due anni, in concomitanza con la tempesta finanziaria, ha fatto risorgere antagonismi sempre più netti fra i diversi paesi contraenti.

    Ne è una testimonianza concreta il clima che si è instaurato da alcuni mesi nei rapporti fra gli Stati europei, con il rilancio delle ambizioni egemoniche da parte della Germania, la sofferenza di Paesi come la Grecia, costretti a rinegoziare continuamente le condizioni della loro appartenenza all’Europa, i tentativi di sollevare la testa da parte di Spagna e Italia, per porre un argine al leaderismo di Frau Merkel. Fino al punto da offuscare il significato autentico della nozione di confine, e la sua differenza rispetto alla frontiera.

   In un breve trattato intitolato Arie, acque e luoghi, scritto presumibilmente alla fine del V secolo a.C., Ippocrate formulava per la prima volta una teoria, che sarebbe stata poi ripresa e approfondita, soprattutto a partire dal Settecento. Secondo il fondatore della medicina, esiste una correlazione perfettamente descrivibile in termini razionali fra lo stato di salute di un individuo e il luogo nel quale egli vive.

   Più in generale, secondo Ippocrate la spazialità non è affatto neutrale, né è riducibile esclusivamente a misurazione geometrico-quantitativa, perché essa è sempre qualitativa e funzionalmente diversificata, in relazione alle diverse caratteristiche fisiche dei luoghi. In altre parole, lo spazio appare originariamente caratterizzato secondo connotati che trascendono largamente la pura e semplice oggettività fisico-geometrica.

   Nella seconda parte del trattato, Ippocrate si spinge ad affermare che anche le forme politiche dipendono strettamente dalla specifica “qualità” dei luoghi: mentre in Europa prevalgono sistemi essenzialmente basati sulla libertà e la democrazia, le caratteristiche in senso lato “ambientali” dell’Asia favoriscono, o addirittura determinano, regimi politici che oggi definiremmo di stampo autoritario.

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   A distanza di quasi due millenni e mezzo, ritornando sul trattato Ippocratico, Michel Foucault notava che lo studio e l’utilizzazione dello spazio nascono non come discipline astrattamente teoriche, ma sono incarnate piuttosto nelle pratiche di due professionisti dello spazio: i militari e i medici. Con questa precisazione: mentra i militari pensavano soprattutto lo spazio delle campagne, vale a dire dei transiti, i medici hanno pensato soprattutto lo spazio delle residenze e della città.

   Resta in ogni caso confermato quanto già prefigurato da Ippocrate, e cioè che lo spazio non è affatto omogeneo o indifferenziato, ma al contrario che luoghi diversi posseggono qualità e funzioni differenti. Di conseguenza, i confini che delimitano un territorio non corrispondono soltanto a ripartizioni convenzionali, di matrice politica, non segnano dunque soltanto un’area geograficamente determinata, ma influenzano anche le forme di vita individuale e associata.

   Una conferma di questa caratteristica qualitativa dello spazio può essere trovata nell’origine del tempio, vale a dire del luogo a cui vengono attribuiti qualità peculiari, in quanto spazio destinato ad accogliere il divino. Soprattutto nei tempi antichissimi presso le popolazioni nomadi, ma anche successivamente, nella Grecia classica, per individuare lo spazio del sacro veniva tracciato un solco nel terreno, per lo più di forma circolare o rettangolare.

   Questa semplice operazione – la circoscrizione di una porzione di terreno – conferiva a una parte di spazio caratteri qualitativamente diversi rispetto allo spazio circostante. Qui è da notare che mediante la definizione di un limite, di un confine, si assiste alla trasformazione della quantità in qualità. Tutto ciò che si trova all’interno del confine viene ad assumere una qualità e un valore inconfrontabili, rispetto a ciò che resta fuori dal confine.

   Lo spazio circondato dal segno tracciato dalle popolazioni nomadi nelle soste serali diventava per il tempo del soggiorno la loro casa, il luogo del loro possesso, protetto dalle divinità che tutelano il focolare domestico.

   Soprattutto nelle lingue di matrice indoeuropea il termine che indica il confine è connesso con il verbo “tirare”, ad indicare la traccia lasciata nel terreno dal passaggio del vomere. L’esistenza stessa del confine, la possibilità di riconoscerlo, è perciò dipendente dalla presenza di “segni” – un cippus, un albero inciso, un solco, ecc. – capaci di circoscrivere un’area, di indicarne appunto i limiti.

   A ciò si aggiunga un aspetto decisivo: colui che compie l’operazione di tracciare il solco ottiene con ciò stesso la possibilità di stabilire un possesso, di esercitare un diritto di proprietà. Anche per quanto riguarda la definizione della sovranità, originariamente, rex è chi usa la regula per tracciare un rectus, una linea diritta.

   Questa semplice operazione istituisce una serie di polarità, separando il sacro dal profano, distinguendo ciò che è dritto da ciò che è storto, ciò che ricade sotto il potere del rex e ciò che invece ad esso è sottratto.

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   Nella vicenda della fondazione di Roma, Romolo punisce Remo con la morte, perché questi ha osato varcare – negandolo – il confine appena tracciato. D’altra parte, l’enfasi sulla funzione di divisione, di separazione, di distinzione, a cui il confine assolve, dal punto di vista storico, oltre che linguistico e concettuale, conduce spesso a dimenticare un’altra, e non meno fondamentale,  accezione del termine stesso di confine.

   Il confine è il cum. Non è soltanto – e neppure soprattutto – la barriera che mi isola. E’ quella linea che, nell’atto stesso di separare, mi mette cum, “insieme”. Per quanto possa apparire a prima vista paradossale, il confine parla di un rapporto, più ancora che di una separazione, allude ad un luogo di condivisione, anziché ad una separatezza.

   Ed è inoltre, certamente, anche il luogo nel quale e mediante il quale si definisce l’identità. Ma non si tratta affatto dell’identità “egoistica”, contratta in se stessa, quanto piuttosto di quella identità che si definisce mediante il rapporto con l’altro.

   Sono me stesso, anzi divento genuinamente me stesso, proprio lì dove “tocco” l’altro, dove lo ricnosco nella sua alterità, in quello specifico evento che è costituito dall’incontro con l’altro. E’ sul confine che incontro quello straniero che è sempre hostis-hospes, quell’altro che viene, del quale mai potrò sapere in anticipo se sia ospite o nemico, ma che devo comunque dispormi ad accogliere.

   Si può cogliere qui la netta differenza che intercorre fra il concetto di confine così definito e la nozione, solo apparentemente identica, di frontiera. In italiano, ma anche in francese, inglese, spagnolo, il termine “frontiera”, in quanto racchiude in sé la radice “fronte”, indica l’essere rivolti verso qualcosa – contro qualcosa.

   Presto o tardi,, è inevitabile che su di essa si consumi uno scontro, così come a sua volta la frontiera è la conseguenza di uno scontro avvenuto in passato. Al cum che unisce e pone in relazione, proprio del confine, la frontiera sostituisce l’incombente prospettiva di un affrontarsi che ha il cupo suono della guerra. Alla mobilità e al dinamismo di confini, si contrappone la fissità e l’insuperabilità della frontiera.

   Di altri confini, ancora in gran parte ignoti a noi stessi, scriveva Eraclito nel lontano VI secolo prima di Cristo: “Per quanto tu cammini, e per quante strade tu possa percorrere, non troverai mai i confini dell’anima. Così profonda è la sua vera essenza”. (UMBERTO CURI)

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In merito a un libro di Alfredo Galasso sull’Europa (“Nell’Europa dei secoli d’oro”- ed. Guida, 2012, euro 25,00)

L’EUROPA NON SOPRAVVIVE SE DIMENTICA IL SUO ORGOGLIO

di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 5/11/2012

– La crisi ha messo a dura prova l’integrazione comunitaria, ma dalle gravi difficoltà attuali potremmo uscire più forti – Perché le nostre divisioni possono essere superate –

   Negli anni Ottanta Fernand Braudel, storico del Mediterraneo all’epoca di Filippo II, disse che occorreva scrivere una storia d’Europa nello spirito della scuola di cui era il maggiore esponente (l’École des Annales) e invitò più volte a Parigi un piccolo gruppo di amici studiosi.

   So che Giuseppe Galasso non condivide la passione per la «lunga durata», diffida della «cultura materiale» e crede, a differenza di molti esponenti dell’École, che i grandi eventi politici e militari abbiano spesso, nel corso della storia, un’influenza determinante. Ma se avesse partecipato a quelle riunioni, avrebbe scoperto che i temi trattati erano in buona parte quelli a cui ha dedicato la sua vita di studioso; e il risultato dei suoi studi sarebbe stato ascoltato con molto interesse.

   Ne ho avuto la conferma leggendo i saggi raccolti in un libro di Galasso intitolato “Nell’Europa dei secoli d’oro”. Aspetti, momenti e problemi dalle «guerre d’Italia» alla «Grande guerra» (pp. 432, 30), apparso ora presso l’editore Guida di Napoli. Il lettore non vi troverà la storia d’Europa dal Cinquecento ai nostri giorni, ma scoprirà molte delle ragioni che rendono questa penisola dell’Asia, come fu definita da Paul Valéry, alquanto diversa dagli altri continenti.

   Capirà perché i viaggi di Colombo siano stati un’altra cosa rispetto a quelli, molto di moda in questi ultimi decenni, dei vichinghi o dei cinesi. Capirà perché la pluralità delle autonomie abbia dato alla storia d’Europa caratteri non riscontrabili in altre società mondiali. Capirà che la diplomazia è nata in Europa ed è diventata il tessuto connettivo di un continente in cui gli Stati potevano farsi la guerra, ma anche sentirsi membra di uno stesso corpo, cugini (così si definivano i re nella loro corrispondenza) di una stessa famiglia. Scoprirà che dietro le molte lotte per l’egemonia continentale vi era implicitamente l’ambizioso desiderio di occupare un trono ideale appartenente alla loro comune memoria.

   Comprenderà quale sia stato il ruolo delle corti e dei salotti nel fissare le regole europee della convivenza civile, della gerarchia sociale, delle buone maniere, del gusto e dei costumi. Scoprirà che le guerre europee furono sempre, per molti aspetti, fratricide e non impedirono ai fratelli nemici di vivere collegialmente tutti i grandi movimenti culturali nati in Europa: il gotico, il barocco, l’umanesimo, il rinascimento, l’illuminismo, il romanticismo, il positivismo, il liberalismo, il socialismo, il fascismo, il comunismo, «tutti proiettati sullo sfondo europeo, anche se hanno avuto le loro radici o le loro massime e più caratteristiche espressioni in singoli Paesi europei».

   La pluralità delle lingue (in maggior parte indoeuropee) non ha mai impedito la comunicazione tra i Paesi del continente e la loro capacità di trarre vantaggio dalle reciproche esperienze. Siamo europei perché siamo in grado di copiarci e imitarci. Vi sono stati momenti e discipline in cui una lingua è stata egemone e quindi particolarmente studiata: l’italiano per gli studi umanistici, le arti plastiche e la musica; il francese per la diplomazia e la comunicazione tra i dotti all’epoca dell’illuminismo; il tedesco per la scienza e la filosofia; l’inglese per il commercio e la finanza, più tardi la politica e la scienza.

   Tutte le maggiori lingue europee hanno prodotto grandi letterature, ma le loro opere hanno smesso di essere esclusivamente nazionali nel momento stesso in cui cominciavano a circolare, tradotte, negli altri Paesi del continente.

   Non è mai esistito, dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente, uno Stato europeo esteso all’intero continente, ma vi sono state una République des lettres e una Société des esprits di cui ogni europeo poteva essere cittadino.

   Non è possibile scrivere la storia di una nazione senza intrecciarla con quella delle altre. Vale per le storie di Francia, Italia o Germania ciò che Machiavelli scrisse del proprio metodo di lavoro all’inizio delle sue Istorie fiorentine: se non avesse parlato delle cose notabili della penisola, la sua storia fiorentina «sarebbe stata meno intesa e meno grata», perché «dall’azione degli altri popoli e prìncipi italiani nascono il più delle volte le guerre, nelle quali i fiorentini sono d’intromettersi necessitati».Il fattore che meglio spiega questa unità nella diversità e questa concordia nella discordia è l’importanza che la storiografia ha sempre avuto nella storia d’Europa. In un saggio su «Storicismo e identità europea» Galasso osserva che l’idea della storia e del metodo storico sono una invenzione europea, ereditata dalla tradizione greca e romana.

   La storia, per gli europei, è quindi la consapevolezza della propria esistenza, dei propri mutamenti nel tempo, del legame che unisce le generazioni, del modo in cui gli eventi formano una necessaria catena e possono essere compresi soltanto se studiati e compresi in una prospettiva cronologica. Esistiamo perché, a differenza di altri popoli, non abbiamo mai smesso di raccontare il nostro passato. La mentalità dell’europeo, quale che sia il Paese a cui appartiene, è una mentalità storica.

   La storia è il suo navigatore, lo sguardo dall’alto che gli ricorda continuamente la sua collocazione nel tempo. I libri di storia sono una sorta di autoritratto continuamente aggiornato alla luce delle nostre convinzioni ed esigenze.

   È possibile che l’Europa stia scrivendo in questo momento i suoi ultimi capitoli? Galasso vede segnali inquietanti. L’idea che tutte le culture si equivalgano, una propensione all’auto-fustigazione e all’odio di sé, la continua criminalizzazione del suo passato sembrano annunciare la fine dell’orgoglio europeo. Ma vi è, nelle ultime pagine del libro, una nota di speranza. L’Europa attraversa oggi una crisi che è al tempo stesso economica e identitaria. Ma un filosofo e teologo tedesco citato da Galasso (Ernst Troeltsch) ha scritto: «Le grandi crisi storiche guariscono spesso, come la lancia di Odino, le ferite che hanno inferto». Tradotto in linguaggio contemporaneo, questo significa che dalla crisi dell’euro l’Europa potrebbe uscire più forte. (Sergio Romano)

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STATI UNITI D’EUROPA MEGLIO DEGLI USA

di Morya Longo, da “il Sole 24ore” del 28/12/2012

   Se l’Europa non fosse una «mera espressione geografica» ma un vero Stato federale, avrebbe le spalle ben più larghe di quelle statunitensi. Avrebbe un debito pubblico inferiore di 13 punti percentuali sul Pil rispetto a quello Usa e metà del deficit. E, magari, potrebbe investire sulla crescita. Purtroppo gli Stati Uniti d’Europa non esistono: così la crisi, nata negli Usa, si accanisce solo su di noi.
A guardare gli indicatori di finanza pubblica, gli Stati Uniti appaiono più come un colosso dai piedi d’argilla che come una potenza economica. Il debito pubblico, lievitato per salvare banche, mutui ed economia, è oggi su livelli quasi italiani: in rapporto al Pil si trova al 104,8%. Ogni giorno questo fardello aumenta di 3,5-3,8 miliardi, nonostante i tassi d’interesse bassissimi. Si tratta di 146 milioni di dollari all’ora, notte inclusa. Due milioni e mezzo al minuto.
Il problema è che questa è solo la punta dell’iceberg. Se a questa montagna da oltre 16mila miliardi di dollari si aggiunge infatti il debito locale dei singoli Stati, allora il totale sale di circa il 17-18%. Si arriva dunque al 121-122% del Pil. Livello italiano.

   E se si somma anche almeno una parte degli impegni che Washington si è assunta per garantire i mutui, salvando Fannie Mae e Freddie Mac, il debito pubblico statunitense – secondo alcune stime – raggiungerebbe il 140% del Pil.

   Per contro l’area euro (che nel conteggio include i debiti delle amministrazioni locali, a differenza degli Usa) ha un debito complessivo pari al 91,6% del Pil (dati Bce). Se si guarda il deficit dello Stato, il divario è ancora più pronunciato. Il “rosso” statunitense, rapportato al Pil, è il doppio di quello europeo: 7,3% oltreoceano, 3,6% nell’area euro secondo le ultime stime della Commissione.
Eppure nessuno pone mai seriamente il problema della sostenibilità delle finanze pubbliche statunitensi, mentre le fragilità di quelle europee sono sulla bocca di tutti. Il motivo principale è banale: l’Europa non esiste. I 17 Stati dell’area euro hanno solo una cosa in comune: la valuta. Gli Stati Uniti, invece, sono un vero Stato federale. E, oltre a questo, hanno almeno tre punti di forza che fanno la differenza vera: la Fed, una storica credibilità internazionale, il dollaro.
Il fatto che il dollaro sia la principale valuta di riserva mondiale è uno dei grandi vantaggi degli Stati Uniti: perché obbliga le banche centrali di mezzo mondo a comprare i loro titoli di Stato. Quella cinese – secondo i dati a fine ottobre del Tesoro Usa – ha in mano 1.161 miliardi di dollari di titoli di Stato americani. Quella del Giappone 1.134 miliardi.

   I Paesi esportatori di petrolio, che investono in dollari i proventi (in dollari) dell’oro nero, detengono 266 miliardi di dollari: il 7% in più rispetto a un anno fa. Questo crea un bacino naturale di investitori per i titoli di Stato americani. A questi si aggiunge la Federal Reserve, che dal marzo 2009 ha comprato mille miliardi di dollari di titoli di Stato Usa: attualmente ne detiene in bilancio 2.805 miliardi.

   Ecco perché i T-Bond, nonostante la precarietà dei conti pubblici, offrono tassi d’interesse di appena l’1,7% sulla scadenza decennale: hanno un bacino di acquirenti istituzionali, dietro i quali si accoda il mercato.
L’altro grande punto di forza – almeno per ora – è la Fed. Una banca centrale che ha come obiettivo la crescita economica, disposta a qualunque politica monetaria pur di raggiungere l’obiettivo.

   E, allo stato attuale, ci è riuscita, anche se l’immensa liquidità iniettata sul mercato rischia di creare danni futuri. Tutto questo, unito ad una grande credibilità internazionale per quanto riguarda la prontezza d’azione in caso di crisi, sostiene gli Stati Uniti.

   E, per contro, affossa l’Europa. Morale: le debolezze del bilancio statunitense vengono cancellate dai punti di forza storici e politici, mentre le virtù dei bilanci europei vengono vanificate dalle debolezze politiche. Fin che, anche negli Usa, la corda non si spezza. Oppure, in Europa, non si decida di fare un passo in avanti nell’integrazione. (Morya Longo)

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TRA USA E EUROPA TORNA LA VOGLIA DI MERCATO COMUNE

di Giuseppe Sarcina, da “il Corriere della Sera” del 28/12/2012

NEW YORK — Non è solo una questione di decidere quanto acciaio e quante pannocchie; quante automobili e quanto controfiletto di bue. Perché negli ultimi 10 anni il progetto di un mercato unico tra Europa e Stati Uniti si è sempre arenato sui principi di fondo, sulle differenze giuridico-culturali che sopravvivono anche in una stagione di grande vicinanza politica come questa.

   A Washington il presidente Barack Obama pare deciso a rilanciare l’idea di un grande accordo commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, sul modello del Nafta (l’intesa tra Stati Uniti, Canada e Messico). In Europa si moltiplicano gli studi. La Commissione europea stima che la liberalizzazione degli scambi con il partner americano farebbe aumentare del 50% il flusso degli scambi e di circa 115 miliardi di euro il pil dell’Ue (1% in più).
L’idea si perde nel tempo. Nel 2005 l’ha rilanciata la cancelliera Angela Merkel, approfittando della presidenza di turno del G8, e, pochi mesi fa, sull’altra sponda, il segretario di Stato americano Hillary Clinton. Ora è al lavoro un Comitato Ue-Usa che dovrebbe arrivare a una qualche conclusione all’inizio del 2013. Tra gli osservatori americani prevale un certo ottimismo: la crisi mondiale dovrebbe spingere i due storici partner a massimizzare ogni occasione di crescita. E, oggettivamente, non ci sono nel mondo economie più compatibili e già più interdipendenti di quelle degli Stati Uniti e dell’Europa.

   Tuttavia esistono ancora robuste barriere. L’agricoltura europea è tra la più protette del pianeta. E, simmetricamente, l’industria americana è tra le più sovvenzionate. Ma pesano, finora in modo decisivo, le diverse concezioni giuridiche.

   Un solo esempio: il principio di precauzione che disciplina, tra l’altro, le decisioni sulla commerciabilità di un prodotto della catena alimentare. In Europa si declina così: prima di essere ammesso sul mercato ogni singolo genere deve essere controllato in modo da escludere ogni possibile rischio.

   Negli Stati Uniti, invece, le verifiche intervengono solo quando si palesa un potenziale pericolo. Ecco perché, giusto per citare un’applicazione concreta, i mangimi ogm non hanno praticamente limitazioni in America, mentre sono severamente filtrati dall’Unione Europea. E non è una differenza di poco conto. (Giuseppe Sarcina)

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«NUBI FASCISTOIDI SULL’EUROPA»

di Alessandro Cavalli, da “il Corriere della Sera” – intervista a CLAUS OFFE ripresa in sintesi dal NUMERO 5 della rivista «IL MULINO» DELL’OTTOBRE SCORSO

– CLAUS OFFE è filosofo e sociologo politico tedesco, di ispirazione marxista e francofortese, fautore dell’EDUCAZIONE DEMOCRATICA, corrente sociologica che propugna metodi partecipativi allargati in tutti i contesti di vita – Considerato tra i massimi studiosi di opinione pubblica, è stato collaboratore di Jürgen Habermas e fa parte della seconda generazione della Scuola di Francoforte. Autore di diversi saggi tradotti anche in italiano, attualmente insegna Sociologia politica alla Hertie School of Government di Berlino –

Nei giorni scorsi sono stato colpito da un titolo della «Süddeutsche Zeitung», che recitava «Il lento tramonto dell’Europa: la sovranità degli Stati e la moneta unica non vanno d’accordo».
«Sì, è così, non vanno d’accordo. Ma avremmo dovuto saperlo prima. Infatti sono stati commessi diversi errori. Il primo è la dimensione sbagliata dell’area euro. Paesi con produttività differente e differente costo unitario del lavoro, che è una variabile decisiva, non possono avere la stessa moneta. Perché i perdenti perderanno ancora di più e i vincenti vinceranno ancora di più. La Germania, l’Olanda, la Finlandia, il Lussemburgo e altri Paesi sono per loro natura dei “surplus nati”, mentre i Paesi meridionali sono perdenti, inevitabilmente. Questo è il primo errore. Il secondo è che in quest’area monetaria, già di per sé mal disegnata, non c’è una politica fiscale e sociale unitaria. Questo è un aspetto che si sarebbe dovuto regolare fin dall’inizio. Ci sono alcuni sostituti molto deboli: i criteri di Maastricht, che in realtà non regolano nulla, non sono un valido sostituto a un regime fiscale e sociale uguale per tutti gli Stati membri».

È un punto cruciale e non mi sembra facilissimo trovare una risposta chiara.
«Sì, ma c’è un modo normativo di rispondere, ed è quello di chiedersi chi ha beneficiato di più o sofferto di meno per gli errori commessi. Questi, secondo un’idea condivisa, sono quelli che dovrebbero pagare di più il costo degli errori. E se ci si chiede chi è il beneficiario relativo degli errori commessi in passato, la risposta è: la Germania. Perché gli squilibri del commercio hanno favorito la Germania attraverso i surplus di export, che in assenza della moneta unica non sarebbero stati possibili. L’euro è un meccanismo che favorisce le esportazioni tedesche perché gli Stati membri sono indifesi di fronte alla moneta unica, non possono più fare quello che hanno fatto negli anni Ottanta e Novanta e «aggiustare» la propria moneta ricorrendo alla svalutazione. Non ho mai capito perché Spagna e Italia fossero così entusiaste dell’introduzione dell’euro, nonostante questo significasse de facto un’autolimitazione della loro autonomia».

Però l’euro ha funzionato almeno per i primi dieci anni, fino alla grande crisi del 2008.
«Esatto, fino alla grande crisi. Ma quello che ho detto finora resterebbe valido anche se la crisi non ci fosse stata. Tuttavia la crisi ha posto gli errori in tutta la loro drastica evidenza. La risposta di tipo morale che ho appena cercato di dare è: quelli che hanno tratto maggiori vantaggi devono oggi compensare gli altri Paesi o condividere la maggior parte degli oneri di compensazione. Ancora una volta, però, da un punto di vista politico questo non è fattibile, perché qualsiasi governo che proponga una divisione sproporzionata degli oneri o la mutualizzazione dei debiti o gli Eurobond o cose del genere rischia di perdere le prossime elezioni. Ad esempio, troverei rischioso, addirittura suicida, che in Germania la Spd proponesse una strategia di mutualizzazione del debito su base volontaria. Siamo di fronte a una contraddizione classica: quello che è ormai assolutamente necessario, anzi obbligatorio, in termini sia economici sia morali, per poter stabilizzare l’euro, è impossibile in termini di politica interna.
«Ma vorrei aggiungere gli ultimi due degli errori commessi. I partiti politici, tutti senza esclusione in Germania, ma anche negli altri Paesi (Francia e Italia non fanno eccezione), hanno fallito nello spiegare al loro elettorato ciò che ho appena tentato di riassumere: abbiamo fatto degli sbagli, cerchiamo di trovare un modo corretto di pagare per questi sbagli. Spiegare all’elettorato questo concetto dovrebbe essere una responsabilità dei partiti, ed essi hanno fallito miseramente nel far fronte alle loro responsabilità. I partiti si stanno deteriorando, si limitano ad agire opportunisticamente per mantenere il potere. L’assenza di una chiara linea politica e di un programma, di un’ideologia, la mancanza di standard che definiscano che cosa è giusto e corretto li induce a trascurare il loro compito principale, cioè educare il proprio elettorato, esercitando su di esso una forma di egemonia (ricordiamoci Gramsci), ed essere leader di una visione strategica per una società bene ordinata.
«Vengo ora all’ultimo punto. Credo che Mario Monti abbia ragione nel diagnosticare il problema, mentre ha delle difficoltà a dare una prognosi: la democrazia e il regime parlamentare sono incompatibili con ciò che si deve fare adesso per affrontare questa situazione. In un certo senso la crisi distrugge gli elementi chiave della democrazia, perché rende necessarie azioni che non hanno il sostegno dell’opinione pubblica. I partiti hanno fallito nell’educare l’opinione pubblica su questo punto, e ora sono di fronte a un bivio: o fare la cosa giusta o fare la cosa che ha il sostegno popolare. Ma così, da un punto di vista politico, si arriva a un punto morto».

Ma tutto ciò mette a repentaglio la sopravvivenza stessa della moneta unica?
«No, non credo. Sono abbastanza fiducioso e penso che alla fine l’euro sopravviverà, e probabilmente anche la Grecia resterà all’interno dell’Eurozona. Ma sopravviverà in modo tecnocratico, cosicché le forze di estrema destra e i sentimenti antieuropei si rafforzeranno ovunque. Dieci anni fa ho scritto che l’Europa erode più sostegno di quanto non riesca a generarne, lo usura lentamente senza fornire nuova linfa alle motivazioni profonde che dovrebbero sostenere l’idea stessa di Unione. Questo circolo vizioso è sempre più rapido e nessuno sa come fermarlo.
«Lo scenario da incubo che mi prefiguro è che vedremo risorgere una forma di autoritarismo simile a quella degli anni Trenta, che io chiamo fascismo austroclericale, in un gruppo di Paesi europei, cinque almeno: Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia. C’è una tradizione di autoritarismo specifica dell’Europa sud-orientale e abbiamo bisogno dell’Unione Europea per controllarlo e resistervi: lo vediamo all’opera adesso in Romania e in Ungheria, ha rischiato di prevalere in Austria ai tempi di Haider.
«Mi lasci dire un’altra cosa. Per i democratici europei, l’Europa è sempre stata una forza civilizzatrice che prende, mantiene ed esercita il controllo sulle tendenze patologiche che la storia ci ha fatto conoscere. È vero: abbiamo bisogno dell’Europa per controllare le passioni e le patologie dei diversi Stati membri, in particolare la Germania. Quindi abbiamo bisogno di un’autorità europea, un governo europeo, una quasi-federazione europea che sia in grado di esercitare questa funzione di controllo. Per queste ragioni politiche, in Europa c’è una forte discussione storica in favore di questa “autorità super partes”. Ora l’abbiamo ottenuta, ma come operazione di emergenza: si tratta della Bce, l’istituzione meno democratica di tutte le istituzioni depoliticizzate o politicamente inaccessibili dell’intero assetto istituzionale dell’Unione Europea. La Bce, con il suo consiglio direttivo formato da 23 membri, tra cui i governatori di 17 banche centrali dell’area euro, avrà la maggiore autorità per fare e realizzare l’Europa; mentre l’immagine che si forma agli occhi dell’Europa sinceramente democratica è invece quella di un’Unione profondamente antidemocratica e tecnocratica». (Alessandro Cavalli)

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COME CAMBIA NEL TEMPO IL CONCETTO DI NAZIONE

di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 10/10/2012

(…) Nel suo testamento il cardinale Mazarino destinò una grossa somma di denaro (era molto ricco) alla costruzione di un Collegio delle quattro nazioni che avrebbe ospitato ogni anno sessanta gentiluomini provenienti dalle province che il Trattato di Westfalia aveva assegnato alla corona francese. Le quattro nazioni erano l’Artois, la Lorena, il Rossiglione e la Cerdagna.

   Nella seconda metà del XVII secolo, quindi, nazione era il gruppo umano formato da uomini e donne che erano nati in uno stesso luogo, più o meno esteso, parlavano la stessa lingua o lo stesso dialetto, erano uniti da antichi vincoli di fedeltà a uno stesso potere e avevano professato, almeno sino alla Riforma, la stessa religione.

   Secondo la voce «nazione » scritta da Francesco Rossolillo per il Dizionario di politica diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, la parola assume un più largo significato (Francia, Italia, Spagna, Germania) nel linguaggio politico della Rivoluzione francese e una forte connotazione culturale nelle opere letterarie del Romanticismo tedesco. Il significato politico giungerà più tardi grazie all’opera di Giuseppe Mazzini.

   Da quel momento la nazione diverrà una realtà iscritta nella Storia e titolare di diritti fra cui quello di avere uno Stato capace di garantire la sua indipendenza e la sua sicurezza. Sappiamo che gli Stati nazionali, una volta costituiti, si rivelarono molto meno omogenei di quanto proclamato dai loro fondatori. E sappiamo che molti governi hanno cercato di rimediare all’eterogeneità «nazionalizzando » le loro minoranze o cacciandole dal territorio nazionale.

   Oggi gli Stati nazionali esistono ancora, ma il loro progressivo declino ha ridato spazio e voce alle vecchie nazioni europee. Dietro la facciata del Belgio appaiono, sempre più visibili, i fiamminghi e i valloni; dietro quella della Spagna i catalani, i baschi, i galiziani; dietro quella della Gran Bretagna i gallesi e gli scozzesi; dietro quella della Francia i normanni, i bretoni, i provenzali, i corsi; dietro quella della Germania i bavaresi, i renani, i prussiani, i sassoni.

   E dietro l’Italia si vedono le vecchie nazioni degli Stati preunitari, ciascuna divisa a sua volta in un gran numero di municipi e campanili.

   Molti sostengono che l’Unione europea è una creazione artificiosa, priva di un demos europeo. A me sembra invece che possa, meglio degli Stati nazionali, ospitare le patrie regionali all’interno di un patto federale. (Sergio Romano)

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PER LONDRA L’EUROPA E’ SEMPRE PIU’ LONTANA

di Alessandro Rizzo, da “il Corriere della Sera” del 28/12/2012

   L’ 1 gennaio 1973, la Gran Bretagna entrava a far parte di quella che allora era la Comunità Economica Europea, e il primo ministro Edward Heath diceva alla Bbc: «Saremo più efficienti, più competitivi nell’accesso ai mercati non solo in Europa ma nel resto del mondo».

   Quarant’anni dopo sono in pochi a festeggiare l’anniversario, che cade in un momento difficile e cruciale nei rapporti tra Ue e Gran Bretagna: gli euroscettici, in aumento, chiedono a David Cameron un referendum per decidere se stare dentro o fuori, e lo stesso primo ministro ha detto per la prima volta che l’ipotesi di un’uscita è «immaginabile», anche se ha specificato che questa non è la sua posizione.

   Il 15 gennaio, Cameron, conservatore come Heath, terrà un discorso programmatico, molto atteso e più volte rimandato, sui rapporti con l’Ue. Chiederà probabilmente di rinegoziare i termini dell’adesione britannica e offrirà chiarimenti sul referendum.

   I rapporti tra Londra e Bruxelles sono tradizionalmente complessi: la Gran Bretagna ha sempre rivendicato la sua insularità rispetto al «Continente», e grazie alla clausola opt-out si è tirata fuori da alcuni aspetti dell’integrazione, primo fra tutti la moneta unica. Ma ha anche bilanciato con una partecipazione (più o meno convinta a seconda dei momenti e dei leader): l’Ue resta dopo tutto il suo più grande sbocco commerciale.

   La crisi dell’eurozona e la recessione economica hanno messo a dura prova questi rapporti. Un sondaggio del Guardian rivela che la maggioranza (51%) è contraria a restare i favorevoli nella Ue. Poco più di 10 anni fa, erano il 68%. In questo quadro, e in vista delle elezioni del 2015, Cameron si trova sotto pressione da più fronti. La possibilità di una rinegoziazione dei termini di adesione preoccupa gli alleati Ue.

   Il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy ha detto che se ogni Stato membro potesse scegliere solo le parti del trattato che preferisce «l’Unione in generale e il mercato unico in particolare collasserebbero rapidamente»; il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha ammonito Londra dicendo che senza la Ue la sua influenza nel mondo sarebbe ridotta.

   L’ala destra dei conservatori vuole un referendum. Ma il vice di Cameron nel governo di coalizione, Nick Clegg, preme per restare. «Sarebbe una drammatica inversione non di decenni, ma di secoli di impegno e leadership britannica», ha detto il capo del partito Liberal Democratico, tradizionalmente filo europeo e attualmente in calo di consensi.

   Ma Cameron deve guardarsi anche da destra, dove sta perdendo punti a vantaggio della formazione populista Ukip, il Partito dell’Indipendenza per il Regno Unito, in ascesa anche grazie alla retorica anti-Ue del suo leader carismatico Nigel Farage.

   Cameron ha per ora escluso un quesito secco in/out. Secondo gli osservatori, prometterà un referendum sulla ridefinizione dei termini della partecipazione in Europa. Sarebbe il secondo dopo quello che nel 1975 vide la vittoria dei sì all’adesione con il 67%. Si potrebbe tenere tra il 2015 e il 2020, e la promessa della consultazione dovrebbe essere parte integrante del manifesto elettorale dei Tories per le elezioni del 2015. Cameron spera di evitare la fine che fece nel 1990 Margareth Thatcher, caduta proprio sull’Europa. (Alessandro Rizzo)

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RINASCE LA BIBLIOTECA DI SARAJEVO: QUI L’EUROPA INTERROGA SE STESSA

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 17/10/2012

   Vent’anni fa, i cannoni dei nazionalisti serbo-bosniaci distrussero la biblioteca di Sarajevo e mandarono in fumo centinaia di migliaia di preziosi volumi che raccontavano la secolare convivenza fra popoli, etnie e religioni della Bosnia.

   Quel crimine culturale simboleggiò il martirio di Sarajevo, il proposito delle fazioni in lotta di annientare anche la memoria dei nemici.

   Il restauro, completato in queste settimane, e il ritorno dell’edificio all’antica bellezza, è il risultato della volontà della Bosnia di rinascere e utilizzare al meglio gli aiuti internazionali (nonostante gli agguati della corruzione e delle clientele) ma non simboleggia la ricostruzione di quella convivenza che la guerra civile ha spazzato via, probabilmente per sempre.

   Inutile nascondersi che la Bosnia multietnica esiste nella memoria dei sopravvissuti, mentre prevalgono cultura, interessi economici e potere politico della parte musulmana. La biblioteca stessa rinasce dopo alberghi, shopping center, moschee, ambasciate.

   Vent’anni per rimettere insieme ciò che è stato distrutto in una notte sono anche il tempo necessario alle generazioni del dopoguerra per ricominciare a vivere.

   Ma il futuro della Bosnia non è diverso dalle altre Repubbliche della ex Jugoslavia: in tutte, dai cattolici della Croazia agli albanesi del Kosovo, si sono affermate monoculture etniche e religiose e casomai la disponibilità interessata a diluirle nell’adesione all’Europa.

   Nel 2014, anniversario dell’uccisione dell’arciduca d’Austria, ci sarà l’apertura ufficiale della biblioteca. L’episodio che innescò le tragedie del Novecento, è un altro appuntamento simbolico. Per Sarajevo e per l’Europa.

   Il premio Nobel per la pace dice che quest’Europa ha saputo far tesoro delle crude lezioni della storia e costruire un modello di convivenza fra i popoli, salvo non essere stata capace di guardare al di là dei propri confini, laddove i popoli della ex Jugoslavia si scannavano nell’indifferenza o peggio fra calcoli strategici e tornaconti economici di alcune capitali europee. Forse il premio, più che un riconoscimento, voleva essere un incoraggiamento, affinché il modello diventi finalmente esportabile e non si volti più lo sguardo quando le biblioteche bruciano. (Massimo Nava)

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L’EUROPA A PICCOLI PASSI VERSO L’UNIONE POLITICA

di JACQUES DELORS e ANTONIO VITORINO, da “la Repubblica” del 30/11/2012

   La complessa crisi che sta scuotendo i Paesi dell’Europa e le soluzioni elaborate in merito dalle istituzioni europee, ironicamente, hanno dato un nuovo impulso al dibattito sull'”unione politica”: questa frase è assente dalle conclusioni del Consiglio europeo che si è tenuto nel giugno 2012 ma, di tanto in tanto, essa viene presentata come un obiettivo da raggiungere nel medio termine.

   È importante che, prima delle elezioni europee del 2014, tale dibattito venga sviluppato tenendo presenti alcune idee chiave. La discussione in atto circa i progetti di una unione economica, bancaria e in materia di bilancio, ha il merito di ricordarci che l’esercizio condiviso di talune competenze è il punto fermo attorno al quale va sviluppata la discussione sull’unione politica, la quale deve assolutamente essere messa in prospettiva in modo da assicurare la realizzazione di una Unione monetaria europea stabile e fiorente.

   Occorre sottolineare che l’unione politica è già una realtà europea, incompleta e bisognosa di essere approfondita, come la Federazione degli Stati-Nazione in cui consiste l’Ue.

   Questa “unione politica europea” si fonda su tre fattori: gli Stati membri dell’Ue hanno deciso di esercitare insieme alcune responsabilità e, a questo scopo, hanno predisposto istituzioni comuni, le quali operano sotto il controllo dei cittadini.

   Tale unione politica dovrà affrontare una scadenza decisiva nel giugno 2014, con le elezioni attraverso cui si eleggeranno i nuovi deputati al Parlamento europeo ma che dovranno anche garantire che il presidente della nuova Commissione venga designato in modo più democratico. In questa prospettiva, i partiti politici devono individuare i propri candidati e preparare il loro ordine del giorno e il loro programma europeo prima delle elezioni.

   La crisi dell’euro-zona ha già stimolato un certo progresso in direzione dell’unione politica europea sulla base di un rafforzamento della solidarietà e della supervisione esercitata da parte delle istituzioni della Ue, come il meccanismo europeo di stabilità e il Fiscal Compact.

   Non tutti i Paesi della Ue contribuiscono a tale progresso, ma quelli che lo desideravano hanno potuto parteciparvi senza incontrare ostacoli.

   Ma, al di là e al di sopra della crisi attuale, si tratta di organizzare meglio la nostra unità nella diversità, in modo che gli europei rispondano insieme a molte delle sfide interne ed esterne.

   In ogni caso, è necessario predisporre una condivisione dell’esercizio della sovranità che sia allo stesso tempo efficace e legittima: un perfezionamento del “federalismo funzionale” già operante all’interno della Ue è il modo più sicuro per raggiungere tale obiettivo.

   La spinta ad associare efficienzae legittimità deve inoltre condurre ad operare una “differenziazione” all’interno dell’Unione, come già è accaduto nel passato (Schengen e l’Euro).

   L’Unione monetaria europea dovrebbe essere gestita sulla base di una procedura di cooperazione più evoluta, ad esempio sulla base dei trattati attuali, in modo da assicurare un’efficace sinergia con i meccanismi di funzionamento della Ue.

   La crisi attuale ha confermato l’interdipendenza economica, finanziaria e politica dei Paesi dell’euro-zona, spingendoli ad agire per tutelarla e rafforzarla. Essa ci ha ricordato che l’appartenenza all’euro-zona si fonda su specifici diritti e doveri quanto a disciplina e solidarietà, ed ha evidenziato il fatto che l’euro-zona costituisce il nucleo centrale dell’integrazione, basata su continui atti paralleli di solidarietà e di controllo: la creazione di una supervisione europea delle banche sotto l’egida della Bce, e l’estensione dei fondi di salvataggio alle banche; una parziale mutualizzazione del debito dei paesi membri dell’euro-zona e un ulteriore rafforzamento dei poteri di controllo della Commissione; un perfezionamento del coordinamento delle politiche economiche e sociali attraverso gli incentivi offerti agli Stati membri all’interno di un contesto contrattuale…

   I vertici dell’euro-zona hanno lo scopo di adottare linee-guida generali da seguire e quello di assumere decisioni in tempi di crisi. La Commissione deve svolgere pienamente il suo ruolo definendo le linee guida ed esercitando tutti i poteri che i trattati le conferiscono.

   Il Parlamento europeo deve rimanere un elemento centrale nell’adozione delle decisioni europee in campo legislativo e in materia di bilancio. Nello spirito dell’articolo 13 del Fiscal Compact, la collaborazione tra Parlamenti nazionali dei Paesi dell’euro-zona e Parlamento europeo deve finalmente garantire un dialogo politico più aperto e rafforzare il controllo democratico sugli organismi esecutivi dell’euro-zona.

   Un’ulteriore integrazione dell’euro-zona, aperta a tutti i Paesi che lo desiderano, deve andare di pari passo con l’avvio di azioni a livello di Ue: iniziative per un’ulteriore armonizzazione sociale e fiscale all’interno del mercato unico; il progetto di una “comunità europea per l’energia”; nuove iniziative comuni riguardanti la politica estera e quella relativa alla sicurezza…

   E’ unendo questa doppia prospettiva -euro-zona e Ue- che i Paesi della Ue potranno rendere più incisiva la loro azione in tuttii campi di interesse comunee così rafforzare l’unione politica europea.

(Traduzione di Antonella Cesarini) Gli autori scrivono anche a nome dei partecipanti alla Esc (la European Steering Committee) 2012.

L’elenco completo dei firmatari è disponibile all’indirizzo www.notre-europe.eu  

JACQUES DELORS E ANTÓNIO VITORINO

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L’ANNO CHE E’ PASSATO……

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UN ANNO DI TRANSIZIONE

di NICOLÒ LOCATELLI, da LIMES (rivista italiana di geopolitica), 28/12/2012

(http://temi.repubblica.it/limes/ ), dalla rubrica  IL MONDO OGNI SETTIMANA

   Il 2012 non è stato per la politica internazionale un anno rivoluzionario (e indimenticabile) come il 2011, quanto piuttosto un anno in cui si sono consolidate tendenze emerse in passato o ne sono nate di nuove, dagli esiti ancora incerti.

   È stato un anno di cambi di leadership realizzati (Cina), mancati (Stati Uniti), in sospeso (Venezuela). È stato un anno di crisi sventate o per lo meno rinviate (il collasso dell’euro, l’attacco all’Iran). Per questi motivi il 2012 può essere definito un anno di transizione.

   In Siria la transizione è stata duplice: quella che nel 2011 era una ribellione è diventata una vera e propria guerra civile tra un regime che sta lentamente perdendo il controllo militare del territorio e una pluralità di insorti con agende diverse ma un obiettivo comune: abbattere Assad.

   Questa transizione sul piano interno è stata accompagnata e facilitata da quella sul piano internazionale: la guerra in Siria è diventata nel corso del 2012 una guerra per procura tra l’asse dei paesi sunniti – appoggiato, in mancanza di alternative migliori, dall’Occidente – e l’Iran, per l’occasione spalleggiato dalla Russia.

   Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Giordania hanno investito capitale economico, militare e politico nella caduta del regime siriano, finanziando e armando i ribelli (affiliati di al Qaida compresi) e contribuendo all’isolamento diplomatico di Damasco. Mosca, che in Siria (a Tartus) ha la sua unica base navale in territorio extra-sovietico e che dopo la guerra di Libia non vuole darla vinta all’Occidente, ha protetto Assad al Consiglio di Sicurezza dell’Onu – come la Cina – e ha inviato fondi e armi al presidente siriano.

   L’Iran non può permettersi di perdere il suo principale alleato nella regione, anche perchè questo gli offre la possibilità di rifornire Hezbollah e quindi di minacciare Israele.

   Lo Stato ebraico, che con Assad aveva raggiunto una “pace fredda”, osserva gli eventi col timore di dover presto rimpiangere il nemico che conosceva. L’Occidente, con in testa gli Stati Uniti e la Francia, ha fatto per tutto il 2012 lo stesso ragionamento, anche perchè l’opposizione politica siriana in esilio ha dato prova di essere scollegata dai combattenti e divisa al suo interno.

   Il crescente riconoscimento internazionale attribuito alla Coalizione nazionale siriana rappresenta una novità, ma sarà anche il preludio a un coinvolgimento militare sotto l’egida della Nato? Fino alle elezioni Usa l’ipotesi di un intervento era irrealistica; ora, venute meno le necessità elettorali di Obama, rimangono le difficoltà tecniche (le Forze armate siriane, pur debilitate, sono altra cosa rispetto all’inesistente esercito libico) e quelle politiche, soprattutto per Washington: come giustificare l’invio di truppe in un paese in cui non ci sono interessi vitali da tutelare?

   Mentre la Siria si disintegra, infatti, gli Stati Uniti sono presi dalla transizione delle loro priorità geopolitiche: l’allontanamento dal Medio Oriente verso il Pacifico, per contenere la Cina e concentrarsi sull’area dove l’economia crescerà di più, è in atto. La conferma alla Casa Bianca di Obama, tra i principali artefici di questa strategia, la rafforzerà. Se le recenti stime dell’Agenzia internazionale si confermeranno giuste, gli Stati Uniti scaleranno le classifiche dei produttori di gas e petrolio nei prossimi vent’anni e diverranno esportatori netti di energia.

   Si tratterebbe di un cambiamento dalle conseguenze geopolitiche immense e di un motivo ulteriore per allentare i rapporti con il Medio Oriente, fatto salvo naturalmente quello con Israele. I legami però non verranno totalmente recisi. Sia perché ciò significherebbe rischiare di regalare l’area alla Cina, che sarà maggiormente coinvolta nelle questioni regionali; sia perchè la minaccia – vera o presunta – del terrorismo di matrice fondamentalista islamica richiede anche a fini elettorali un certo monitoraggio di questi paesi, a prescindere dalla primavera araba.

   Attraverso il Diciottesimo congresso del Partito comunista, la Cina ha avviato con successo, malgrado lo scandalo di Bo Xilai, il cambio di leadership che si concluderà a marzo. Xi Jinping – già segretario del Pcc e presidente della Commissione militare centrale – diverrà presidente della Repubblica Popolare Cinese, Li Keqiang diventerà premier. Passata la transizione dei posti di comando, per Pechino si pone un altro interrogativo: iniziare o meno la transizione verso un sistema democratico?

   Nel 2012 la Cina è stata particolarmente assertiva nel rivendicare la propria sovranità (disputata) di alcune isole nel Mar Cinese. Le prove di forza con Giappone, Vietnam e Filippine sono rimaste sul piano politico e simbolico, ma anche se non si è arrivati alla guerra la situazione resta tesa. Nella stessa regione, anche la Corea del Nord sta vivendo un’incerta fase di transizione: Kim Jong-un deve consolidarsi al potere ed eventualmente dimostrare di essere diverso rispetto al suo predecessore (e padre), il Caro leader Kim Jong-il, scomparso giusto un anno fa.

   Nel 2012, alle inconsuete aperture sulla vita personale del nuovo capo di Stato (è sposato, la moglie forse è incinta) si sono alternate le consuete provocazioni militari.

   La transizione per l’Unione Europea, e in particolare per l’Eurozona, nel 2012 ha significato lotta per la sopravvivenza. A fine anno il rischio di una crisi sistemica appare meno imminente di 12 mesi fa, malgrado i conti dei paesi “dissoluti” (Grecia, Spagna, Italia, Francia) non siano incoraggianti. Le scelte del governatore centrale della Bce Mario Draghi e l’uso di strumenti comunitari (Fondo salva-Stati, unione bancaria) indicano una via d’uscita dall’emergenza economica. Rimangono insoluti i nodi politici e culturali: se la soluzione dev’essere condivisa, quanta sovranità sono disposti a cedere gli Stati, e a chi? Quanto è sostenibile nel lungo periodo un’unione in cui i paesi del Nord stanno sviluppando una diffidenza quasi antropologica (ricambiata) verso i paesi mediterranei?

   In questo contesto, il Nobel all’Ue appare una scelta surrealista; non deve essere un grande estimatore del surrealismo il premier inglese David Cameron, assente dalla cerimonia di premiazione. Nel 2012 Londra si è chiamata fuori dal fiscal compact (unica con la Rep. Ceca) e ha assunto posizioni anti-europeiste: la Manica si è fatta più ampia.

   A est dell’Ue l’eco delle sentenze del Tribunale penale internazionale dell’Aja ci dice che la transizione verso una convivenza pacifica nell’ex Jugoslavia è ancora incompleta. Tacciono le armi, ma popoli un tempo vicini (e mischiati) sono ora separati, spesso anche dalle strumentalizzazioni di classi politiche corrotte.

   Il 2012 è stato un anno di transizione anche per la cosiddetta “primavera araba”: l’assalto al consolato Usa di Bengasi, le contestate decisioni di Morsi in Egitto, l’ondata di arresti in Kuwait e Bahrein hanno portato molti a dubitare della possibilità che la democrazia trionfi sulla sponda Sud del Mediterraneo. Ecco che nell’opinione pubblica (soprattutto occidentale) si è fatto strada lo spauracchio del cosiddetto “inverno islamista” – ossia il timore che in paesi a maggioranza islamica vincano partiti di ispirazione islamica, disinteressati ai diritti di chi non è musulmano.

   La situazione è diversa dalla Tunisia allo Yemen naturalmente, ma due elementi generali – già presenti nel 2011 – sono emersi nel 2012: 1) la ripartizione dei poteri nei vari Stati non è sempre chiara: lo svolgimento di un’elezione non implica che le Forze armate (nel caso dell’Egitto), le milizie (nel caso libico) o i rivoluzionari sconfitti (ancora in Egitto) riconoscano la legittimità del parlamento o del governo; 2) chi prevale alle elezioni deve comprendere che la vittoria non assegna poteri assoluti. A fine 2012 la “primavera araba” appare come un processo lungo e multiforme, dall’esito ancora incerto e dagli effetti collaterali – basti pensare al Mali – imprevedibili.

   In America Latina una transizione potrebbe avviarsi da un momento all’altro. Per la prima volta nel XXI secolo, il Venezuela e la regione potrebbe essere presto orfani – politicamente o biologicamente – di Hugo Chávez. Il presidente, rieletto a ottobre fino al 2019, deve vincere la battaglia contro il cancro. Se non ce la facesse, a gennaio dovrebbero svolgersi nuove elezioni. Dalla salute del colonnello bolivariano dipendono il futuro di Caracas e quello network di alleanze che Chávez ha intessuto e foraggiato per anni – compresa la guerriglia colombiana delle Farc, che quest’anno ha riavviato le trattative di pace con Bogotá.

   Certo, per via della crisi economica e dei problemi interni del Venezuela il quarto mandato del presidente sarebbe stato (o sarà) meno esplosivo in politica estera rispetto al passato, ma senza di lui sarebbero in discussione le fondamenta stesse del chavismo. L’alleato più stretto del Venezuela, la Cuba dei fratelli Castro, ha già avviato una lentissima transizione verso un’economia più aperta, sul modello cinese e vietnamita. Come a Pechino e ad Hanoi, anche sull’isola la democrazia non è alle viste.

Si chiude un anno difficile, per molti aspetti drammatico, che ci lascia con una sola certezza: quella di vivere in tempi interessanti. (NICOLO’ LOCATELLI)

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