NORDEST SPAESATO: gli artigani verso KLAGENFURT (Carinzia, Austria) e le ville venete assediate (tra nuove torri e nuovo sviluppo che manca) – Il “CHE FARE” necessario

da CIMA GRAPPA la GALASSIA VENETA (foto di BERTO ZANDIGIACOMI)
da CIMA GRAPPA la GALASSIA VENETA (foto di BERTO ZANDIGIACOMI)

   Il 26 novembre scorso una cinquantina di piccoli imprenditori veneti ha noleggiato un bus per andare a farsi un giro a Klagenfurt, in Carinzia. Non era una gita di piacere, ma un incontro al Parco tecnologico della cittadina austriaca, allo scopo di sondare le condizioni per trasferire la propria attività in Austria. Il “ricco Nordest” d’Italia, in primis il Veneto (più del Friuli e Trentino Alto Adige) mostra una difficoltà assai forte a confermare quella che fino a poco tempo fa lo distingueva (positivamente) nelle geografia economica italica: cioè di essere un’area territoriale dove manifattura e laboriosità sono (erano) alla base di una ricchezza e trend di crescita assai forte dagli anni sessanta del secolo scorso.

   Cioè una terra (il Nordest, il Veneto) che da una condizione di povertà (miseria) latente era (è) diventata ricca grazie a prodotti artigianali (abbigliamento, scarpe, prodotti di arredo abitativo in legno e materiali ferrosi, agroalimentare come ortofrutta e vino…) caratterizzati da ridotti investimenti finanziari, energetici e tecnologici; con invece tanta manodopera e operosità (voglia di lavorare, e con senso creativo avanzato nella realizzazione dei prodotti). In modo naturale si erano creati dei “distretti economici”, cioè aree territoriali economicamente e socialmente concentrate sull’uno o l’altro prodotto (la calzatura, il legno, l’agroalimentare….) con il venire a galla di competenze che bene o male si integravano tra loro e esportavano i loro prodotti nel mercato internazionale. Ora tutto questo sembra non ci sia più.

   Nella situazione economica latente del Veneto, che pur adesso gode ancora di un movimento produttivo che non si è fermato del tutto (ma, quel che resta, in lento ulteriore declino), si percepisce che sta avvenendo ancora una volta naturalmente una mutazione antropologica di una terra (com’era avvenuto con l’inizio della fine del Veneto agricolo attorno al 1960). Ancora una volta il destino di una terra (è in Veneto ma è anche allo stesso modo altrove) sembra legato a mutazioni “automatiche”, che avvengono da se, dove la “mano degli uomini” (la politica) non appare in grado di fare niente.

   Gli imprenditori che tentano di fuggire (non minacciando di andarsene, ma lo fanno davvero!) dai luoghi della loro vita e del loro lavoro, dei loro distretti (lo hanno in parte fatto i “medio-grandi” portando le produzioni in paesi a basso costo di manodopera a partire dagli anni novanta del secolo scorso) ora, quelli imprenditori che si rivolgono all’Austria, vanno in Carinzia, denotano però una necessità diversa rispetto alla delocalizzazione economica avvenuta vent’anni fa con il mercato globale. Non sfugge il fatto che non vogliono andare a lavorare in un paese povero, ma nella ricca ed europea Austria, dove le proposte pubbliche (statali) a loro rivolte di ospitare le loro produzioni sono alettanti perché li si garantisce meno burocrazia e meno tasse rispetto al Veneto, al Nordest, all’Italia.

Il 26 novembre scorso UNA CINQUANTINA DI PICCOLI IMPRENDITORI VENETI ha noleggiato un bus per andare a farsi UN GIRO A KLAGENFURT, IN CARINZIA. Non era una gita di piacere, ma un incontro al Parco tecnologico della cittadina austriaca, allo scopo di SONDARE LE CONDIZIONI PER TRASFERIRE LA PROPRIA ATTIVITÀ IN AUSTRIA (qui sopra la “FOTO RICORDO” del gruppo partecipante all’ “escursione di lavoro”)
Il 26 novembre scorso UNA CINQUANTINA DI PICCOLI IMPRENDITORI VENETI ha noleggiato un bus per andare a farsi UN GIRO A KLAGENFURT, IN CARINZIA. Non era una gita di piacere, ma un incontro al Parco tecnologico della cittadina austriaca, allo scopo di SONDARE LE CONDIZIONI PER TRASFERIRE LA PROPRIA ATTIVITÀ IN AUSTRIA (qui sopra la “FOTO RICORDO” del gruppo partecipante all’ “escursione di lavoro”) (foto ripresa da LINKIESTA.IT)

   Dall’altra il Veneto risente, oltre alle difficoltà delle piccole e medie imprese a continuare a lavorare nel suo territorio, anche di una crisi ambientale, urbanistica, che forse non ha pari in altre parti della penisola italica: uno stuolo di capannoni abbandonati, di case diffuse lungo le molteplici strade, di paesotti orribili e incapaci di fare comunità (quartieri dormitorio), con città e centri storici svuotati nel commercio e nel ripristino architettonico (la Galassia Veneta -delle province di Venezia, Padova, Treviso…- è a nostro avviso ben rappresentata nelle luci diffuse seminotturne della foto qui sopra, che apre questo post).

   Che fare? Tutto è da rivedersi… l’urbanistica e la riorganizzazione ambientale (noi proponiamo la fine istituzionale degli attuali 581 comuni veneti con creazione di un centinaio di città) (ma anche la fine delle inutili province, tutte! è da chiedere… e la creazione di almeno cinque aree metropolitane, dalle coste marine alla montagna, da est o ovest…). E dall’altra, per quanto riguarda il lavoro e l’economia, è necessario l’inizio di un’elaborazione costruttiva di NUOVE IDEE di produzioni e lavoro, che non possono che venire con una volontà concreta di FARE RICERCA, mettendo assieme le tante competenze che ci sono nel territorio, ma andando magari a curiosare umilmente in altre parti del pianeta, ed importando “cervelli” e novità nel modo di produrre.

   E cercando di capire come collegare TRADIZIONE a INNOVAZIONE, e cogliendo l’opportunità di un vero RISPETTO DEL PAESAGGIO in questi decenni bistrattato, offeso. Per fare degli esempi: ci si chiede con concretezza se non è possibile incentivare le produzioni biologiche dei vini e dell’ortofrutta? E del rilancio dei prodotti tipici? …o recuperare ad un uso allo stesso tempo economico e ambientale le aree agricole dell’alta pianura ora abbandonata con la creazione di BOSCHI PLANIZIALI, produttori di legno da utilizzare per l’energia (il cippato)? e mettendosi in virtuoso movimento nell’eliminazione del Co2 e nella riduzione dell’inquinamento atmosferico?… e i “saperi artigianali” che qui ancora sono fortemente presenti è pensabile non perderli (come sta accadendo) ma trasmetterli alle giovani generazioni con un rapporto più stretto tra scuola e mondo del lavoro? E i nuovi prodotti ad alta tecnologia che possono mancare ora (l’informatica robotica, l’agricoltura bio con produzioni con chimica “pulita”, o le nanotecologie…) sono cose su cui impegnarsi a ricercarle e importale dal mondo globale?….

   Su tutto prevale il ritorno a un nuovo “spirito del distretto”, cioè il “far squadra”, non agire solo individualmente, ma mettersi assieme agli altri: le nuove necessità dei geo-territori, le aree regionali che vivranno di qui a poco, sono legate a un senso di comunità e progetto collettivo condiviso (e questo ora manca del tutto, ognuno sta per se). Insomma c’è molto da lavorare, da fare. (sm)

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LA PROTESTA

TASSE E BUROCRAZIA: NEL 2013 FUGA IN CARINZIA

di Alessio Antonini, da “il Corriere del Veneto” del 27/12/2012

– A gennaio almeno cinque titolari d’azienda a Klagenfurt per spostare la produzione. A Paese (Treviso) 56 imprenditori si incontrano per presentare un manifesto da sottoporre a chi vincerà le elezioni –

VENEZIA — Pensavano di andarci con un paio di macchine, ma all’appuntamento si sono trovati in cinquantasei e, alla fine, hanno dovuto noleggiare un autobus per arrivare a Klagenfurt.

   «Sono sempre di più gli imprenditori veneti che visitano la Carinzia per spostare la ditta in Austria e lasciarsi alle spalle la soffocante burocrazia italiana», dice il vicentino Sandro Venzo, della Venzo Stampi di Romano di Ezzelino che oggi pomeriggio si incontrerà di nuovo con i colleghi della gita a Klagenfurt nella sede della Generalfilter Italia a Paese (Treviso) per decidere una volta per tutte se vale ancora la pena restare a produrre in Veneto.

   «Molti di noi sono ancora un po’ indecisi — continua Venzo —ma non è possibile che in Italia un dipendente costi il doppio di un austriaco e guadagni di meno. La nostra intenzione è quella di presentare un manifesto che deve entrare a far parte dell’agenda politica del prossimo governo. Se così non sarà vogliamo far sapere a tutti che, a malincuore, siamo pronti a traslocare ».

   E infatti già i primi di gennaio c’è chi andrà a Klagenfurt a visitare la villetta e il capannone da prendere in affitto per iniziare una nuova linea produttiva e una nuova vita.

   «Mi sento come i miei zii che sono andati a vivere in Australia dopo la guerra perché in Veneto non si trovava lavoro—dice Livia De Poli, titolare dell’Orion Group di San Martino di Lupari (Padova)—ma oggi non è tanto diverso da allora perché qui si è combattuta una guerra finanziaria contro le piccole imprese e non vedo altre vie d’uscita ».

   A conti fatti l’azienda di De Poli, che produce pezzi di ricambio per biciclette, è soffocata dalla pressione fiscale. «Sommando tutti gli adempimenti fiscali, la pressione arriva al 73% — puntualizza De Poli — e questo non mi consente di reggere la concorrenza tedesca e olandese ».

   De Poli però non è la sola in queste condizioni. Insieme a lei, a gennaio saranno almeno sei i titolari di azienda che andranno a cercare una nuova casa in Austria mentre il gruppo Facebook L’erba del vicino che raduna gli imprenditori della gita a Klagenfurt del 27 novembre scorso ha ricevuto decine di messaggi di sostegno fino a quando, due settimane fa, anche il presidente della Regione Luca Zaia ha deciso di incontrare una delegazione di questi imprenditori con la valigia di cartone.

   «A metà dicembre abbiamo chiesto un appuntamento con il presidente per esporre la nostra situazione —continua Venzo— gli abbiamo raccontato quello che abbiamo visto in Carinzia e abbiamo trovato la sua disponibilità ad ascoltare, ma i suoi poteri sono limitati».

   Certo è che la fuga di cinquantesei piccole imprese venete che rappresentano più di cento milioni di fatturato annuo sarebbero una brutta botta per l’economia regionale e per quella italiana in generale.

   «Non credo che la Carinzia sia la soluzione per le imprese venete — interviene il presidente di Confartigianato Giuseppe Sbalchiero — l’Austria fa una politica molto aggressiva per attirare le nostre imprese che soffrono, ma temo che la situazione a Klagenfurt non sia così rosea come la dipingono. Non vorrei che questa fosse una manovra di alcuni commercialisti che ci guadagnano portando avanti le pratiche per il trasferimento delle imprese».

   Di certo però non è peggio che in Veneto, fanno notare gli imprenditori tentati dal salto. La pressione fiscale, a sentire chi ha superato il confine è del 25% più un altro 10% sugli utili. «Il Bengodi non esiste, ma almeno in Austria le regole sono certe, non cambiano ogni due minuti quasi fossero fatte apposta per creare problemi alle imprese», conclude Venzo. (Alessio Antonini)

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“SETTE KG DI CARTE PER AMPLIARE UN CAPANNONE, ECCO PERCHÉ ANDIAMO IN CARINZIA“

di Antonio Vanuzzo, da LINKIESTA (www.linkiesta.it/ ) del 26/11/2012

   Ieri (ndr: il 25 novembre scorso) ho ricevuto una mail da parte di Antonio Padoan, numero uno di Padoan Forme & Progetti, società che si occupa di arredamento per la casa.

   Mi racconta che sabato scorso, assieme a una cinquantina di piccoli imprenditori veneti – che rappresentano circa 100 milioni di euro di fatturato complessivo e danno lavoro a un migliaio di dipendenti (e dunque 2-3 milioni di euro di fatturato, 10 dipendenti di media) – ha noleggiato un bus per andare a farsi un giro a Klagenfurt, in Carinzia.

   Non era una gita di piacere, ma un incontro al Parco tecnologico della cittadina austriaca, allo scopo di sondare le condizioni per trasferirsi armi e bagagli in Austria. Constatando che «l’erba del vicino è sempre la più verde» e che «per mantenere verde il manto erboso ci vuole il giusto fertilizzante».

Perché in Carinzia?

«Imposta sulla società del 25% (nessuna Irap), sistema fiscale stabile e orientato all’imprenditore, contributi per gli investimenti fino al 35% e per la ricerca e sviluppo fino al 60%, e infine la deduzione di tutte le spese necessarie per la produzione del reddito, quindi tutti gli oneri e le spese attinenti all’esercizio dell’impresa», dicono.

   In Carinzia ti chiedono 7mila euro per aprire un’azienda, ma per poter andare da loro a produrre o a fare ricerca e sviluppo non solo devi avere dei clienti già acquisiti – il loro mercato interno è piccolo – ma anche produrre un piano industriale a cinque anni.

Perché in Carinzia e non in Slovenia, dove le tasse sono ancora più basse?

«Perché l’Austria è vicina alla Germania, nostro mercato di riferimento», spiega Sandro Venzo, titolare dell’omonima azienda, che si occupa di stampaggio di componenti per l’automotive, arredamento e scaffalature. Che osserva: «La nostra purtroppo è più di un’azione dimostrativa per attirare l’attenzione della politica e delle parti sociali: ormai chi fa impresa in Italia è stritolato dal fisco e soprattutto dalla burocrazia. Siamo un peso, per questo abbiamo deciso di andare dove siamo ben voluti».

   «Abbiamo le aziende più competitive al mondo fino al cancello dello stabilimento, usciti dal cancello il Paese non ti consente di svilupparti oltre» è la sua amara conclusione. E racconta la storia di un suo amico che, per ampliare un capannone, ha deciso di pesare la quantità di carte che ha dovuto produrre alla bisogna: 7kg. Durata dell’iter? Tre anni. Per questo i piccoli ridono nervosamente quando sentono che oggi è possibile aprire una nuova impresa con un euro. (Antonio Vanuzzo)

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PULLMAN CISL IN CARINZIA: «PER TRATTENERE LE AZIENDE»

di DANIELE FERRAZZA, da “il Mattino di Padova” del 3/1/2013

VENEZIA – Un viaggio in Austria per carpire i segreti del sistema- Carinzia e applicarli al Veneto. «Ma nel pullman ci metterei l’intera classe dirigente della nostra regione: politici, amministratori, banchieri, associazioni di categoria, sindacati».

   La provocazione è di Franca Porto, coraggiosa segretario regionale della Cisl del Veneto, colpita dalle trasferte degli imprenditori nella regione austriaca. «Perché è inutile gridare alla luna e non fare nulla. Qui c’è bisogno di applicare, al più presto, le iniziative realizzabili. Per questo dico: proviamo ad andare a vedere e capire perché le imprese sono calamitate dalle condizioni competive offerte dalla Carinzia. E studiamo concretamente cosa possiamo fare noi, da subito, per trattenerle».

   La segretaria del sindacato veneto ammette di essere delusa da una mancanza di leadership che, su questo tema, dovrebbe esercitare la Regione, chiamata a guidare il pullman. «Ma smettiamola di puntare l’indice solo contro la politica, che ha certamente molte colpe. Cominciamo a darci da fare, ciascuno dentro al proprio contesto, per cambiare le cose» suggerisce Porto.

   «La situazione è molto seria, ma non dobbiamo farci assorbire dai toni della disperazione – aggiunge Franca Porto –. Come abbiamo tutti esagerato il miracolo del Nordest, adesso il rischio è quello di esagerare la profondità della crisi. La rete delle nostre imprese è radicata e i segnali positivi vanno incoraggiati. Bisogna fare cose diverse dal passato, senza farci prendere dalla paura. Puntare di più sui prodotti ad alto valore aggiunto, non temere di investire nel turismo e nella cultura, che contribuiranno nei prossimi anni a riposizionare il nostro tessuto economico. Investire nel terzo settore».

   Le crisi aperte nel Veneto sono, complessivamente, più di mille. Riguardano la meccanica, la chimica, la filiera dell’edilizia. Nel Veneziano spicca la Piaggio/Aprilia di Noale e Scorzè: dopo quattro anni di ammortizzatori (a causa della crisi dello scooter), nonostante l’arrivo della produzione Derby (dalla Spagna), l’azienda dichiara duecento esuberi. Attualmente gran parte della maestranze sono in contratto di solidarietà.

   Ma le preoccupazioni rigurdano anche la Fincantieri di Marghera: quattrocento lavoratori sono in cassa integrazione e c’è una sola nave in cantiere . Nella chimica la Montefibre ha 120 lavoratori in cassa in deroga , l’azienda è ferma. Per la Vinylis si profila il fallimento e per i 135 lavoratori un futuro tutto da scrivere. Alla Pansac 570 lavoratori si trovano in larga parte in cassa integrazione, in attesa di una nuova proprietà.

   Nel Trevigiano la Electrolux di Susegana si trova a un bivio cruciale: a marzo scade la cassa integrazione straordinaria e il piano sociale. Restano da gestire 600 esuberi (di cui oltre duecento nel polo di Susegana) . Ma la situazione è gravissima alla Commerciale Tubi dove si profilano 70 licenziamenti e alla compagnia di vigilanza Nes, dove sono attesi tagli per settanta unità.

   A Padova la crisi più significativa riguarda la Orv negli stabilimenti di Carmignano e Grantorto, dove l’azienda ha avviato la procedura per la riduzione di duecento posti di lavoro su 360. A Belluno le due industrie sotto la lente del Ministero del lavoro sono la Idealstandard di Trichiana e la Acc (ex Zanussi) di Mel, dove si attende l’arrivo di un nuovo acquirente e di un nuovo piano industriale. In quest’ultima azienda sono settecento i lavoratori con il fiato sospeso.

   Nessun segnale di ripresa dal mondo dell’edilizia, dove i cantieri più importanti sono legati alle infrastrutture stradali: Superstrada Pedemontana Veneta, terza corsia dell’A4 e Valdastico Sud. (Daniele Ferrazza)

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DISOCCUPATO VIVE NELLA SUA EX FABBRICA

– Jamal, marocchino, ha trasformato l’ex ufficio vendite della “Pagnossin” nella sua abitazione. «Qui è finita per gli immigrati» –

di Federico Cipolla, da “la Tribuna di Treviso” del 3/1/2013

   Era abituato a passarci 8 ore ogni giorno. Attorno a sè aveva il rumore dei torni, l’odore acre dei coloranti, il calore dei forni.

  Oggi ci trascorre tutta la giornata, ma attorno ha solamente capannoni deserti e la compagnia di qualche colombo. Jamal è uno degli 88 operai della Pagnossin che nel 2008 piombarono nella disoccupazione, agli albori della crisi che da allora a oggi ha «mietuto» disoccupati, cassintegrati ed esodati in centinaia di aziende della Marca.

   Ora, nella fabbrica sulla Noalese abbandonata, ci è tornato: e per viverci. Dorme nell’ufficio vendite di uno dei capannoni costruiti poco prima della chiusura dell’azienda. La struttura è ancora nuova, le pareti sono candide, salvo qualche graffito dei writers. Jamal li conosce tutti, sono le uniche persone che si vedono ogni tanto alla Pagnossin.

   «Ma qui non è male», spiega «c’è molto spazio per fare ginnastica e per correre. Anche quando piove». La distesa dei capannoni collegati tra loro offre un circuito “indoor” di molte centinaia di metri, tra piatti rotti, secchi di colorante cementificato, e scaffali pieni di forme per piatti. Solo i macchinari sono stati portati via dopo il fallimento.

   Jamal, dopo avere perso il lavoro alla Pagnossin, per un breve periodo era riuscito a rimettersi sul mercato. “Sono iscritto ad una cooperativa, ma si lavora solo a chiamata. E in questo periodo non succede quasi mai», racconta sconsolato. Tra ammortizzatori sociali e gli incarichi con la cooperativa a lungo è riuscito a vivere in condizioni almeno decenti. Viveva a Villorba, e per un breve periodo ha fatto arrivare in Italia anche i figli. Ma per loro è stato meglio tornare indietro quasi subito.

   «Non sono riusciti mai ad ambientarsi. La vostra campagna non è la nostra, in Marocco non ci sono mica l’elettricità e le strade asfaltate. Sono scappati. Anch’io vorrei tornare, ma ora non posso permettermelo». Da un anno a questa parte la sua vita ha preso una brutta china. Le chiamate da parte della cooperativa sono calate, e l’affitto non è più riuscito a pagarlo. Ed è così che ha deciso di tornare in quei capannoni che per 20 anni avevano rappresentato la sua vita, il sogno di un esistenza migliore di quella che il Marocco potesse offrirgli. La sua casa, non nuova.

   Ha fatto parte della prima ondata di immigrazione in Italia, quando ancora era valido lo stereotipo della pubblicità e delle immagini rilanciate dalla televisione. «Quando arrivai, non bisognava nemmeno chiederlo il lavoro. Venivano a prenderti a casa, e spesso dovevi rifiutare perché aveva troppe offerte. Oggi è cambiato tutto”.

   Nell’ufficio vendite del magazzino ora Jamal ha solo un letto, e il necessario per tirare a campare. Una stanza piccola, chiusa, e con l’inverno che si avvicina è un vantaggio. Avrebbe potuto prendersi sale grandi come una stanza da ballo, ma ha preferito provare dare calore casalingo ad un ufficio di pochi metri quadri.

Si sposta in bicicletta, utile anche all’interno dell’area, vastissima, della Pagnossin. Nel cestino qualche scatoletta di tonno e una bottiglia d’acqua. Almeno oggi il pranzo è assicurato. Ma gli occhi guardano sconsolati al Marocco.

«Ci vorrebbe anche da noi una rivoluzione come in altri paese per portare la democrazia. – spiega – Vorrei tornarci ma anche li adesso è dura, e ci sono pochi diritti. Ma in Italia non sono più felice». (Federico Cipolla)

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IL NORDEST SI RIPENSA: SVILUPPO SOSTENIBILE PER ANDARE OLTRE IL PIL

di Fabio Marzella, da “la Nuova Venezia” del 23/12/2012

   Gli opinion leader del Nordest paiono essere attratti dalla necessità di elaborare un nuovo modo di consumare e un nuovo modello di sviluppo, accettano alcune delle proposte formulate dalle teorie sulla decrescita, ma ritengono che i consumatori e i bisogni della cittadinanza vadano conciliati ancora con il modello produttivo industriale e post-industriale.

   In altre parole più che il rifiuto della crescita sembra prevalere l’idea della necessità di una crescita di qualità più attenta a una distribuzione equa della ricchezza e più responsabile verso le persone e l’ambiente.

   La causa economica è certamente il primo fattore che induce a ripensare le azioni consolidate, ma a questa si affianca la consapevolezza che le cause della crisi sono sistemiche e devono indurre a un cambiamento di prospettiva.

   Questo è quanto emerge dalle risposte fornite dagli opinion leader del Nordest, intervistati nel panel della Fondazione Nord Est, per Intesa Sanpaolo.

   Il tema su cui si sono espressi è portato all’attenzione dei media dalla crisi economica, ovvero la decrescita. Il primo concetto da rivedere è quello di prodotto interno lordo, argomento di cui si discute da decenni, con tentativi vari di elaborare nuove misurazioni in grado di rendere conto del benessere di un paese. La convinzione consolidata oramai, è che non basti la ricchezza prodotta da una nazione o dei singoli soggetti per misurare lo sviluppo o comunque il benessere degli stessi.

   Infatti, il 60,2% degli interpellati crede che il Pil sia ormai un indicatore parziale e inadeguato, che si riferisce solo alla misurazione economica della ricchezza e che questa vada, viceversa, commisurata con tutti gli altri aspetti di una società. Il 38,1%, invece ritiene che il Pil nonostante non sia un indice perfetto, sia comunque ancora il migliore dei segnali di buona o cattiva situazione, mentre solo l’1,7% rimane convinto pienamente dal Pil come misurazione sintetica.

   Partendo da queste posizioni si evidenzia un atteggiamento prevalente, che è quello di ripensamento del modello di sviluppo, solo il 6,3% degli intervistati, infatti, è convinto che per superare la crisi europea sia necessario riprendere a produrre valore aumentando il Pil europeo, mentre l’85,6% concentra la propria idea verso il concetto di sviluppo sostenibile e l’8,1% si esprime a favore di un nuovo modello basato sulla decrescita.

   Rimanendo in tema di decrescita, le successive domande hanno provato ad articolare l’argomentazione proponendo i dieci propositi per la decrescita formulati da Serge Latouche, uno dei più noti esponenti di questo pensiero.

   Tra le dieci soluzioni-azioni per la decrescita gli intervistati si sono schierati a favore di cinque di esse, quelle che si potrebbero definire come gli atteggiamenti maggiormente orientati all’apertura, mentre su altre cinque proposte, orientate al localismo o alla riduzione del peso della produzione sulla vita moderna, le percentuali di consenso sono scese al di sotto del 50%.

   Riciclare è il comportamento che ottiene più consensi: 93,9%. Al secondo posto si trovano su valori simili sia il garantire un’equilibrata distribuzione della ricchezza (77,8%) sia l’orientare gli stili di vita a un minor consumo (76,9%). Seguono al quarto e quinto posto, in ordine di consenso, il riutilizzare e riparare apparecchi e beni d’uso (68,8%) e il garantire a tutti il libero accesso alle risorse naturali (64,7%). Si fermano qui le azioni per la decrescita che superano la maggioranza di risposte positive.

   Ci sono poi tre indicazioni che raccolgono poco meno di metà di valori percentuali positivi, come privilegiare il locale rispetto al globale (49,0%), privilegiare il valore del tempo libero rispetto all’ossessione per il lavoro (48,3%) e consumare solo prodotti locali (45,9%).

   Queste tre proposte hanno comunque una base di consensi, anche se non maggioritaria, e denotano tutte un’inclinazione a restituire valore alle caratteristiche e alle specificità del locale, così come ad una migliore e più armonica suddivisione tra tempi della vita e tempi del lavoro.

   Tuttavia, non sono assolutamente assimilabili a concetti di localismo e di disvalore del lavoro che sono le due istanze meno attraenti per i rispondenti. Questi, infatti, bocciano in larga maggioranza la proposta di ridurre gli orari di lavoro (69,8%) e la convinzione che sia utile (e possibile) prendere decisioni economiche solo su scala locale (91,7%).

   Disvelate quindi, le posizioni degli opinion leader sulla decrescita e sulle possibili azioni utili per approntare un nuovo modello di sviluppo, che cosa ne pensano gli interessati dell’evoluzione dei consumi degli ultimi anni?

   La convinzione prevalente è che sia la perdita di potere d’acquisto l’elemento che maggiormente influenza le scelte dei consumatori verso una riduzione dei consumi per cause economiche (90,3%), mentre solo una quota esigua di rispondenti ritiene che le scelte di modifica dei consumi siano in prevalenza etiche (7,7%).

   La principale conseguenza sul piano delle scelte di acquisto è il rivolgersi a prodotti senza marca per risparmiare: ben l’85,8% degli intervistati ritiene che il consumatore medio rinunci all’appeal del brand pur di garantirsi un paniere di acquisti adeguato. In seconda battuta si trova la scelta di privilegiare i prodotti locali (71,1%), seguita dalla convinzione che i consumi siano calati in quantità, ma non in qualità (67,5%) e che si tenda a preferire prodotti diversi, che rispettino l’ambiente (63,6%). (Fabio Marzella)

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NORDEST, NIENTE SVILUPPO SENZA UNA CABINA DI REGIA

di Davide Girardi, da “il Mattino di Padova” del 26/8/2012

   L’attuale fase economico-finanziaria racconta di situazioni che, pur diverse, trovano nella difficoltà il comune denominatore: tanto per le imprese, quanto per i lavoratori, senza dimenticare il quotidiano timore per l’andamento dei mercati finanziari, sembra rimanere poco spazio per un discorso prospettico sulle vie per superare l’attuale stallo.

   Ciò nonostante, rimane strategico chiedersi in quali termini un territorio possa creare le precondizioni per rendersi più accattivante agli occhi dei diversi soggetti che concorrono al suo sviluppo. Con questa consapevolezza, la più recente rilevazione One condotta da Fondazione Nord Est e promossa da Intesa Sanpaolo ha fatto dell’attrattività un nucleo di approfondimento.

   Le risposte dei testimoni privilegiati della classe dirigente oscillano tra valutazioni intrise di un auspicio per un miglioramento della situazione delle imprese e una contemporanea, scarsa fiducia circa il contesto in cui queste ultime si muovono.

   Per rendersene conto, è sufficiente prestare attenzione al quesito sui punti di forza e di debolezza del sistema produttivo nordestino in prospettiva. Riaggregando in due classi i punteggi ottenuti da ciascun item (fino al 5, «debolezza»; dal 6 al 10, «forza»), emerge come per oltre nove imprenditori su dieci costituiranno punti di forza i seguenti fattori interni alle imprese: flessibilità produttiva (96,6%), competenze professionali dei lavoratori (96%) e l’apertura ai mercati esteri (90,1%).

   Poco sotto si pongono gli investimenti in innovazione tecnologica (86,1%) e quelli in formazione professionale (83,9%). Valutazioni, queste, polarizzate in termini positivi, su dimensioni più volte segnalate dagli imprenditori come aree sulle quali lavorare con maggiore determinazione; trattandosi, in questo caso, di testimoni privilegiati, si può ritenere che le considerazioni effettuate siano meno segnate da impressioni negative sui fattori di attrattività interni alle aziende e che essi siano più un orizzonte da perseguire di quanto invece siano un traguardo raggiunto.

   A maggior ragione, ciò vale per il livello di capitalizzazione delle imprese (punto di forza per il 58,3% degli intervistati), la dimensione delle imprese (38%) e la commistione tra azienda e famiglia (29,3%), ambiti che da tempo costituiscono i limiti più rilevanti sulla strada di una maggiore competitività delle aziende del nostro Paese.

   Spostando l’attenzione dai fattori interni alle imprese a quelli relativi al rapporto con il territorio, si ripropone la medesima chiave di lettura: risposte sul crinale tra ciò che si immagina dovrà essere e ciò che, invece, potrà essere ma ancora non è. Per quasi nove intervistati su dieci, infatti, costituirà un punto di forza il radicamento sul territorio (88,6%), mentre a seguire si collocano l’essere in un distretto (81%), il rapporto scuola-imprese (76,4%) e le relazioni tra gli imprenditori (70,9%). A distanza si trova l’accesso al credito (56,1%).

   A ben vedere, se il rapporto con il territorio è stato centrale nelle traiettorie di sviluppo nordestine, così come la collocazione in un distretto, il rapporto tra il sistema formativo e le imprese nonché le forme di collaborazione tra gli imprenditori appartengono maggiormente a una sorta di wishful thinking. Il quadro assume tinte molto più cupe quando si fa riferimento ai fattori del sistema Paese (potenzialmente di agio all’attrattività): qui, le risposte si polarizzano sul versante negativo (debolezza), dalle sei risposte su dieci per le relazioni sindacali (61,1%) fino alla quasi totalità di risposte negative per la burocrazia pubblica (98,6%).

   Detto altrimenti, per la grande maggioranza dei testimoni privilegiati manca del tutto un sistema di coordinate entro cui sviluppare percorsi di attrattività. Un segnale non positivo, in un momento in cui proprio di queste coordinate si sentirebbe il bisogno per disegnare il futuro.

   Il focus riservato alle infrastrutture riserva qualche sfumatura in più: se da un lato l’85% degli intervistati ritiene che le infrastrutture costituiscano un elemento di debolezza, la maggioranza si dice tuttora d’accordo con l’idea che esse siano necessarie per attrarre investimenti.

   Poco più della maggioranza degli intervistati propende, però, per interventi locali rispetto alle grandi opere. Quel che emerge, in sintesi, è ancora un territorio in cerca di regia, in cui gli attori si muovono in ordine sparso e senza una chiara visione di che cosa il Nordest intenda essere per il proprio futuro. (Davide Girardi)

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TURISMO ED ECONOMIA

L’ITALIA DEI CAMPANILI NON SA PIU’ VENDERSI SUL MERCATO GLOBALE

da “la STAMPA” del 14/9/2012

   È una delle nostre risorse economiche cruciali e rischiamo di lasciarla in gran parte inutilizzata. Turisti di tutto il mondo viaggiano sempre più vorticosamente, grazie ai voli low cost e alla possibilità di prenotare pacchetti convenienti on line, ma l’Italia a cui tutti aspirano dai tempi goethiani del Grand Tour snobba questo fattore fondamentale di crescita.

   Il settore produce 90 milioni di arrivi l’anno, rappresenta il 13% del Pil e dà lavoro a due milioni e mezzo di persone, ma altri numeri sono scoraggianti: se nei primi sei mesi dell’anno gli arrivi internazionali nel mondo sono aumentati del 5,4% rispetto al 2011, con il caso eclatante di Israele al 7%, in Italia sono calati dell’1,5% e le presenze del 2,9%.

   Nei prossimi dieci anni si stima che raddoppierà il numero dei viaggiatori, provenienti da India, Cina, Brasile, Europa orientale. Ma l’Italia si presenta al mondo in ordine sparso, con finanziamenti divisi fra mille rivoli e senza un organismo che la promuova. Se n’è discusso al convegno «Italia del turismo, cultura e territori: nuova industria e fabbrica di futuro», organizzato a Milano dall’agenzia Mailander che da 25 anni si occupa di marketing del territorio.

   «Dove vuole mai che un cinese sia capace di collocare la Basilicata? – sintetizza Renzo Iorio, presidente Federturismo -. Eppure il turismo da noi è promosso così: le regioni e i territori organizzano campagne ognuno per sé. E a una spesa globale sostenuta dalle Regioni pari a una somma che, a seconda del criterio di calcolo, oscilla fra i 400 e i 600 milioni, fa fronte un budget di soli 40 milioni per l’Enit che in teoria dovrebbe pensare a tutto. Un problema di governance, causato dalla decisione di demandare il compito alle regioni. I risultati purtroppo si vedono».

   Mentre la Germania ha creato una rete di alleanze strategiche con 66 membri e 12 sponsor, tra i quali aziende turistiche, associazioni e organizzazioni di marketing degli Stati federali, da noi sono addirittura 11 mila gli enti che si occupano del tema, con una polverizzazione che sconcerta i possibili utenti stranieri e che finisce per
colpire a vuoto. Monica Mailander Macaluso, promotrice del convegno: «La spending review potrebbe costituire, in questo caso, un elemento risolutivo e di razionalizzazione, tagliando gli enti inutili e ottimizzando le risorse».

   Nel portale www.marketingdelterritorio.info è aperto un think thank dove convogliare le idee. In attesa della bozza sulle linee generali del turismo nazionale che il ministro Piero Gnudi sta preparando per i prossimi mesi, Iorio lancia una provocazione incentrata sul tema dell’Expo: «Per i tre anni che ci separano dal 2015 propongo che le regioni destinino all’Enit metà dei loro budget riservati al turismo».

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FACCIAMO ECONOMIA

– Come costruire una nuova società dell’abbondanza

di SERGE LATOUCHE, da “la Repubblica” del 14/9/2012

   Viviamo in una società della crescita. Cioè in una società dominata da un’ economia che tende a lasciarsi assorbire dalla crescita fine a se stessa, obiettivo primordiale, se non unico, della vita.

   Proprio per questo la società del consumo è l’ esito scontato di un mondo fondato su una tripla assenza di limite: nella produzione e dunque nel prelievo delle risorse rinnovabili e non rinnovabili, nella creazione di bisogni – e dunque di prodotti superflui e rifiuti – e nell’ emissione di scorie e inquinamento (dell’ aria, della terra e dell’ acqua).

   Il cuore antropologico della società della crescita diventa allora la dipendenza dei suoi membri dal consumo. Il fenomeno si spiega da una parte con la logica stessa del sistema e dall’ altra con uno strumento privilegiato della colonizzazione dell’ immaginario, la pubblicità. E trova una spiegazione psicologica nel gioco del bisogno e del desiderio. Per usare una metafora siamo diventati dei «tossicodipendenti» della crescita.

   Che ha molte forme, visto che alla bulimia dell’ acquisto – siamo tutti «turboconsumatori» – corrisponde il workaholism, la dipendenza dal lavoro. Un meccanismo che tende a produrre infelicità perché si basa sulla continua creazione di desiderio. Ma il desiderio, a differenza dei bisogni, non conosce sazietà. Poiché si rivolge ad un oggetto perduto ed introvabile, dicono gli psicoanalisti.

   Senza poter trovare il «significante perduto», si fissa sul potere, la ricchezza, il sesso o l’ amore, tutte cose la cui sete non conosce limiti. (…) Anche per questo ci serve immaginare un nuovo modello. Economico ed esistenziale. Così la ridefinizione della felicità come «abbondanza frugale in una società solidale» corrisponde alla forza di rottura del progetto della decrescita.

   Essa suppone di uscire dal circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e prodotti e della frustrazione crescente che genera, e in modo complementare di temperare l’ egoismo risultante da un individualismo di massa.

   Uscire dalla società del consumo è dunque una necessità, ma il progetto iconoclasta di costruire una società di «frugale abbondanza» non può che suscitare obiezioni e scontrarsi con delle forme di resistenza, qualunque siano i corsi e i percorsi della decrescita. Innanzitutto, ci si chiederà, l’ espressione stessa abbondanza frugale non è forse un ossimoro peggiore di quello giustamente denunciato dello sviluppo sostenibile?

   Si può al massimo concepire ed accettare una «prosperità senza crescita», secondo la proposta dell’ ex consigliere per l’ ambiente del governo laburista, Tim Jackson, ma un’ abbondanza nella frugalità è davvero eccessivo! In effetti, fintanto che si rimane chiusi nell’ immaginario della crescita, non si può che vedervi un’ insopportabile provocazione.

   Diversamente invece, se usciamo da certe logiche, può risultare evidente che la frugalità è una condizione preliminare rispetto ad ogni forma di abbondanza. L’ abbondanza consumista pretende di generare felicità attraverso la soddisfazione dei desideri di tutti, ma quest’ ultima dipende da rendite distribuite in modo ineguale e comunque sempre insufficienti per permettere all’ immensa maggioranza di coprire le spese di base necessarie, soprattutto una volta che il patrimonio naturale è stato dilapidato.

   Andando all’ opposto di questa logica, la società della descrescita si propone di fare la felicità dell’ umanità attraverso l’ autolimitazione per poter raggiungere l’ “abbondanza frugale”. Come ogni società umana, una società della decrescita dovrà sicuramente organizzare la produzione della sua vita, cioè utilizzare in modo ragionevole le risorse del suo ambiente e consumarle attraverso dei beni materiali e dei servizi. Ma lo farà un po’ come quelle «società dell’ abbondanza» descritte dall’ antropologo Marshall Salhins, che ignorano la logica viziosa della rarità, dei bisogni, del calcolo economico.

   Questi fondamenti immaginari dell’ istituzione dell’ economia devono essere rimessi in discussione. Jean Baudrillard lo aveva ben visto a suo tempo quando disse che «una delle contraddizioni della crescita è che produce allo stesso tempo beni e bisogni, ma non li produce allo stesso ritmo».

   Ne risulta ciò che egli chiama «una depauperizzazione psicologica», uno stato d’ insoddisfazione generalizzata, che definisce, egli afferma, «la società della crescita come il contrario di una società dell’ abbondanza».

   La vera povertà risiede, in effetti, nella perdita dell’ autonomia e nella dipendenza. Un proverbio dei nativi americani spiega bene il concetto: «Essere dipendenti significa essere poveri, essere indipendenti significa accettare di non arricchirsi».

   Siamo dunque poveri, o più esattamente miseri, noi che siamo prigionieri di tante protesi. La ritrovata frugalità permette precisamente di ricostruire una società dell’ abbondanza sulla base di ciò che Ivan Illich chiamava «sussistenza moderna». Ovvero «il modo di vivere in un’ economia post-industriale, all’ interno della quale le persone sono riuscite a ridurre la loro dipendenza rispetto al mercato, e ci sono arrivate proteggendo – attraverso strumenti politici – un’ infrastruttura nella quale le tecniche e gli strumenti servono, in primo luogo, a creare valori d’ uso non quantificati e non quantificabili da parte dei fabbricanti di bisogni professionisti».

   La crescita del benessere è dunque la strada maestra della decrescita, poiché essendo felici siè meno soggetti alla propaganda e alla compulsività del desiderio. Molte di queste opzioni implicano un cambiamento della nostra attitudine anche rispetto alla natura. Mi ricordo ancora la mia prima arancia, trovata nella mia scarpa a Natale, alla fine della guerra.

   Mi ricordo anche, qualche anno più tardi, dei primi cubetti di ghiaccio che un vicino ricco che aveva un frigorifero ci portava le sere d’ estate e che noi mordevamo con delizia come delle leccornie. Una falsa abbondanza commerciale ha distrutto la nostra capacità di meravigliarci di fronte ai doni della natura (o dell’ ingegnosità umana che trasforma questi doni).

   Ritrovare questa capacità suscettibile di sviluppare un’attitudine di fedeltàe di riconoscenza nei confronti della Terra-madre, o anche una certa nostalgia, è la condizione di riuscita del progetto di costruzione di una società della decrescita serena, come anche la condizione necessaria per evitare il destino funesto di un’ obsolescenza programmata dell’ umanità. (traduzione di Tessa Marzotto Caotorta) (SERGE LATOUCHE)

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 VENETO: CITTA’ E PAESAGGI IN DIFFICOLTA’

La denuncia

L’ASSEDIO ALLE VILLE VENETE. I GIOIELLI SOTTO IL CEMENTO

– I 4.000 capolavori palladiani circondati dai capannoni –

di GIANANTONIO STELLA, da “il Corriere della Sera” del 30/12/2012

   «Li nobili et citadini veneti inrichiti volevano trionfare et vivere et atendere a darse piacere et delectatione et verdure in la terraferma et altri spassi, abbandonando la navigatione (…) et facevano palagi et spendevano denari assai». Forse nessuno ha raccontato meglio di Gerolamo Priuli, nei Diarii del 1509, le ragioni che diedero vita alla rete di ville meravigliose sparse per il Veneto.

   Un patrimonio straordinario. Unico al mondo. E forse nessuno è riuscito a misurare l’aggressione al territorio intorno a quelle ville quanto una ricerca in via di pubblicazione condotta da un docente del Dipartimento Territorio e Sistemi Agroforestali dell’Università di Padova, Tiziano Tempesta. Che con l’aiuto di un laureando dalla cocciuta e generosa pazienza, Luca Checchin, ha monitorato una ad una le 3.782 ville della regione, per l’86% private, per il 62% costruite tra il Seicento e il Settecento, censite dall’Istituto Regionale Ville Venete nel 92% dei comuni della regione. Andando a controllare che cosa è successo negli immediati dintorni, nel raggio di 250 metri.

Sotto il puntino rosso c'è la Villa TRISSINO GIUSTINIANI a MONTECCHIO MAGGIORE di VICENZA e in primo piano UN SILOS AGRICOLO (foto da CORRIERE.IT)
Sotto il puntino rosso c’è la Villa TRISSINO GIUSTINIANI a MONTECCHIO MAGGIORE di VICENZA e in primo piano UN SILOS AGRICOLO (foto da CORRIERE.IT)

   Un lavoro capillare. Mosso proprio dalla lettura di come Andrea Palladio, cioè colui che ha dato il nome a quel tipo di residenze, intendeva la villa. Immersa nella campagna. Arricchita dall’«arte dell’agricoltura». Un luogo «dove finalmente l’animo stanco delle agitazioni della Città, prenderà ristauro e consolazione, e quietamente potrà attendere agli studi e alla contemplazione». Cosa resta, di quell’idea palladiana dello spazio?

   Poco. Sia chiaro, restano le ville. Che negli ultimi decenni, anche grazie all’Istituto già citato, sono state in buona parte salvate dal degrado e restituite all’antica bellezza da centinaia di restauri. Troppo spesso, però, come hanno denunciato mille volte tanti studiosi come Salvatore Settis, «la tutela d’un tesoro monumentale si è fermata un centimetro oltre la recinzione, come se il valore di quel tesoro non fosse anche l’essere inserito in un determinato spazio». Si pensi alle collocazioni all’interno di elegantissime anse del Brenta di villa Foscari, detta la Malcontenta, o di Villa Pisani a Stra. Due capolavori architettonici che, collocati in luoghi diversi e assediati da condomini, ipermercati o capannoni, sarebbero irrimediabilmente diversi.

   Bene, la ricerca di Tempesta dimostra una volta per tutte, numeri alla mano, a dispetto di chi per un malinteso amor patrio lo nega, che il prezzo pagato all’ubriacatura industriale del Veneto, negli anni in cui veniva esaltato lo spontaneismo anarchico che non doveva essere intralciato da alcuna regola, è stato spaventoso. Nonostante il 48% delle ville sia tutelato da normative nazionali o regionali, «solo in pochi casi la tutela del fabbricato si è estesa anche al contesto paesaggistico in cui esso si trova».

   Di più: se già il territorio veneto è per il 14,3% «occupato da superfici artificiali», cioè cementificato (una percentuale stratosferica se pensiamo che la regione per il 43,6% è collinare o montuosa), «la superficie artificializzata attorno alle ville è mediamente notevolmente superiore a quella della regione». Quanto «notevolmente superiore»? «L’incidenza attorno alle ville è mediamente pari a 3,4 volte quella dei comuni della regione». Una pazzia.L_USO DEL SUOLO IN VENETO DA CORRIERE D_S_

   Puoi vederlo nelle fotografie di villa Trissino Giustiniani a Montecchio Maggiore, davanti a cui troneggiano enormi silos. Di villa Contarini Crescente alla periferia di Padova, che si staglia su giganteschi capannoni. Di villa Franchini a Villorba, che confina direttamente con una delle 1.077 aree industriali (addirittura 14 in media a Comune) della provincia di Treviso, che ospita un quinto del patrimonio di residenze di cui parliamo.

   Tutte scelte sventurate di tanti decenni fa come gli stabilimenti chimici della Mira Lanza tirati su in faccia a Villa dei Leoni? Magari. L’occupazione delle aree rimaste miracolosamente integre intorno alle ville va avanti, sia pure in modo meno aggressivo di ieri, un po’ ovunque. E solo una durissima battaglia degli ambientalisti e degli abitanti ha bloccato ad esempio una nuova e massiccia cementificazione della campagna adiacente alla stupenda Villa Emo di Vedelago.

   Spiega lo studio «Il paesaggio delle ville venete tra tutela e degrado» del professore padovano che certo, «sono le modalità stesse di diffusione delle ville nel territorio che possono aver favorito l’agglomerazione degli insediamenti residenziali nei loro pressi». Fatto sta che «considerando la fascia più prossima», cioè quella nel raggio di 250 metri, solo nel caso del 35,3% delle ville la percentuale di aree occupate da villini o condomini «è minore del 20%. All’opposto, nel 35,9% tale percentuale è superiore al 40%». Né sembra «emergere una sostanziale diversità tra le ville sottoposte a tutela e quelle che non lo sono». Anzi, «tendenzialmente in queste ultime la situazione pare essere sia pure lievemente migliore».

   Tre anni fa un’inchiesta de «Il giornale dell’arte» firmata da Edek Osser, intitolata «Così l’Italia ha massacrato Palladio» e rilanciata anche da «The Art Newspaper» nel bel mezzo del cinquecentenario palladiano, sollevò un putiferio. Denunciando «una colata di cemento senza regole e controlli» e riprendendo le parole dello studioso Francesco Vallerani, addolorato nel vedere «da un lato un territorio costellato da straordinarie meraviglie architettoniche e paesaggistiche, dall’altro il disastro urbanistico che ha annullato il paesaggio». Molti, a partire dal governatore Giancarlo Galan, la presero come un’accusa esagerata. Una forzatura. Una specie di congiura mediatica contro il Veneto e i veneti.

   Spiega oggi Tempesta che, a proposito di capannoni, «in 111 ville (pari al 2,9%) più del 30% del territorio posto nel raggio di 250 m. è occupato da insediamenti produttivi, e per altre 159 (4,2%) tale percentuale è compresa tra il 20 ed il 30%. Anche in questo caso non emergono differenze sostanziali tra ville tutelate e non». Peggio ancora: «Ad un esame più approfondito si è potuto constatare che non sono poche le ville inserite in zone industriali. Se si considerano le aree urbanizzate nel loro complesso si può constatare che solo il 21,9% delle ville venete si può considerare a pieno titolo inserito in un contesto paesaggistico pienamente agricolo presentando nelle vicinanze una percentuale di superficie edificata minore del 20%. In più delle metà dei casi la percentuale è oramai superiore al 40%».

Ecco la sfida di domani: ripulire, risanare, risistemare, recuperare la bellezza. Riportando i capannoni il più possibile lontani da quei tesori che il mondo ci invidia. (Gianantonio Stella)

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A proposito del PALAIS LUMIÈRE di Pierre CARDIN a MARGHERA

SE TOCCA ALLA FRANCIA SALVARE VENEZIA DAI BARBARI

di SALVATORE SETTIS, da “la Repubblica” del 28/12/2012

   IL MOSTRO della Laguna ha fatto la sua prima vittima. È il sindaco di Venezia Orsoni, che firmando pochi giorni fa il patto scellerato con Pierre Cardin entra nella storia delle Serenissima come un seguace non dei Dogi, ma dei barbari, per immolarsi (dice lui) sull’ altare del “patto di stabilità”.

   Il Palais Lumière di Cardin, coi suoi 250 metri di altezza, sarebbe alto due volte e mezzo il campanile di San Marco, 110 metri oltre i limiti di sicurezza Enac per il vicino aeroporto. Visibile da ogni angolo della città, l’ecomostro è un “dono” alla terra d’ origine di Pietro Cardin (nato in provincia di Treviso 90 anni fa), per “risanare Porto Marghera” e creare lavoro nei suoi 65 piani abitabili, con appartamenti di lusso e attività commerciali e ricreative.

   Autore del progetto è Rodrigo Basilicati, «nipote ed erede stilistico di Cardin», laureatosi a Padova nel 2011: il più alto grattacielo d’ Italia sarà dunque l’opera di un neolaureato quarantenne, ma il nepotismo, si sa, giustifica tutto. In commovente idillio, Orsoni (Pd) è d’ accordo con le giunte leghiste di provincia e regione per approvare a tappe forzate un progetto «strategico e prioritario».

   La direzione regionale dei Beni Culturali, su parere dell’ Ufficio legislativo del Ministero, ha dichiarato (27 novembre) che l’ area è sottoposta ex lege a vincolo paesaggistico a tutela dell’ecosistema lagunare, ma secondo Orsoni il Consiglio comunale ratificherà comunque l’accordo, e per la cessione dei suoli Cardin verserà 40 milioni, indispensabili per «affrontare le imposizioni del patto di stabilità».

   Invano Italia Nostra stigmatizza le «distorsioni della prassi amministrativa» di un Comune che si arroga i poteri di autorizzazione paesaggistica, mentre le professionalità utilizzate (due geometri e un perito industriale) sono palesemente inadeguate.

   Intanto, le banche francesi rifiutano a Cardin il prestito di 40 milioni, e mentre lui giocando al ribasso propone di versare “a fondo perduto” solo il 3% (1.200.000 euro), il cardinal nepote Basilicati dichiara che il documento firmato «è solo una bozza».

   In tanta confusione, qualche punto è chiaro: primo, i dati sull’inquinamento sono truccati. Nel documento Cardin presentato in Conferenza dei servizi, si vanta una bonifica delle aree destinate al grattacielo (ad opera della Provincia) che non è mai avvenuta, si parla a vanvera di valori nei limiti tabellari di legge, senza precisare che si tratta di valori previsti per le aree industriali e non per quelle residenziali, e si ignora che le fondamenta dovrebbero attraversare tre falde acquifere; intanto la stessa Direzione Ambiente del Comune assicura che farà rispettare le norme contro il dissesto idrogeologico, cioè condanna il progetto senza appello.

   Secondo: se non avrà i permessi, Cardin minaccia di trasferire in Cina il suo palazzo, con ciò mostrando con quanta attenzione a Venezia esso sia stato concepito, se può indifferentemente stare anche a Shanghai.

   Terzo: mentre un ex sindaco di Venezia dichiara cinicamente che «il progetto è orribile, ma a caval donato non si guarda in bocca», Cardin monetizza la vista su Venezia, mettendo in vendita a prezzi altissimi gli appartamenti dei piani alti, destinati ai ricchi, «perché ci saranno sempre ricchi e poveri».

   Insomma, il suo “dono” è quello che Manzoni chiamerebbe “carità pelosa”, fatta non per amore del prossimo ma per proprio interesse. Ma mentre il ministro dell’ Ambiente Clini ed altri notabili esultano per l’imminente disastro, una dura mozione della massima accademia francese di scienze umane ( Académie des Inscriptions et Belles Lettres) «esprime viva inquietudine per le minacce che pesano su Venezia e la laguna. Deplora che navi di grande tonnellaggio continuino a entrare nel bacino di San Marco, sfidando la fragilità di un sito unico al mondo e mettendolo alla mercé di possibili incidenti. Si stupisce che possano esser presi in considerazione progetti architettonici offensivi e assurdi, e osa sperare che il “Palais Lumière” previsto a Marghera, a causa della sua smisuratezza, non venga mai realizzato. Unisce la sua voce a chi disapprova queste iniziative e chiede che vengano respinte».

   Dalla Francia viene dunque un forte monito e una lezione di civiltà, coerente con la recente decisione, dopo un referendum popolare, di bloccare il progetto (non di un neolaureato, ma dell’ archistar Jean Nouvel) di costruire cinque grattacieli sull’ isola Seguin, già sede di stabilimenti Renault (sulla Senna, a 8 km dalla torre Eiffel), riducendolo a un solo edificio, e più basso.

   Ma perché Cardin, se davvero vuol dar lavoro ai veneti, non può edificare, nei 200.000 metri quadrati che avrebbe a disposizione, cinque torri da 50 metri, con la stessa volumetria totale? Perché l’ inquinamento dell’area viene trattato con tanta leggerezza, proprio mentre il patriarca di Venezia Moraglia dichiara che «non è accettabile contrapporre il lavoro alla salute o all’ ambiente, come si è fatto a Taranto»?

   Perché si favoleggia di “risanare Porto Marghera”, quando l’area interessata è di soli 20 ettari su 2.200? Perché i notabili della città fomentano la frattura fra i contrari al progetto e chi con l’acqua alla gola (letteralmente) è pronto a svendere tutto? Perché non rispondere nel merito e passare agli insulti?

   Tra le non poche finezze di Basilicati c’ è infatti anche questa: secondo lui, chi ha firmato contro l’ecomostro (come Dario Fo, Stefano Rodotà, Carlo Ginzburg, Vittorio Gregotti) «usa il nome di Cardin per finire sui giornali». E lo zio Pietro, di rincalzo: «il mio palazzo sarà un faro che illuminerà la città, per giunta gratis».

   Questi segnali di degrado civile, particolarmente intensi a Venezia, si avvertono in tutta Italia sotto il giogo del “patto di stabilità”. Costringendo i Comuni agli stessi introiti che avevano prima dei drastici tagli dei contributi statali (nel caso di Venezia, anche della Legge Speciale), queste norme inique spingono dappertutto verso la svendita e la privatizzazione dei patrimoni pubblici.

   Anzi, secondo una fresca intesa tra Demanio e Confindustria, immobili pubblici «di particolare pregio» possono essere venduti «anche per utilizzi industriali» (Corriere della Sera, 20 dicembre). Abbiamo dunque dimenticato che i beni pubblici sono il portafoglio proprietario dello Stato-comunità, sono la garanzia della sovranitàe dei diritti costituzionali dei cittadini, lo «strumento privilegiato delle grandi libertà pubbliche» (Gaudemet)?

   Il mostro della Laguna succhia a Roma i suoi veleni, e la sua vittima non è Orsoni, è Venezia. La vittima di una “stabilità” cieca che ignora i diritti è la nostra Costituzione. La vittima è l’Italia, che si pretende di salvare condannandola a mettersi in vendita, in balia di avventurieri e nepotismi. Le vittime siamo noi, i cittadini. (SALVATORE SETTIS)

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NIENTE È CAMBIATO PER VENEZIA: SOLO TOPOLINO RIUSCIRÀ A SALVARLA

di FRANCESCO GIAVAZZI, da “il Corriere della Sera” del 8/12/2012

   Sei anni fa feci, su queste colonne, una proposta volutamente provocatoria: perché non affidiamo Venezia alla Disney Corporation, l’azienda che gestisce gli omonimi parchi divertimento? Se il contratto fosse sufficientemente lungo, diciamo trentennale, la Corporation avrebbe tutto l’interesse a gestire la città in modo oculato facendo sì che fra trent’anni Venezia fosse ancora un luogo attraente in cui recarsi.

   Al punto in cui siamo arrivati, e dopo la grande delusione del modo in cui il governo Monti ha trattato la città, mi sono convinto che quella proposta sia la migliore soluzione possibile. Da anni alcuni soggetti usano la città solo per ricavarne una cospicua rendita, e con questa visione miope ne accelerano il declino.

   Con l’arrivo del governo Monti questi signori sono rimasti sostanzialmente indisturbati. I loro protettori non sono più al governo, ma i dirigenti dei ministeri sono gli stessi e nell’incuranza (forse nell’impotenza) dei ministri loro preposti varano leggi, emanano decreti che preservano quelle rendite, in alcuni casi addirittura le ampliano. Il cosiddetto decreto «anti inchini», varato il 2 marzo scorso, dopo il disastro dell’isola del Giglio, dai ministri dell’Ambiente Clini e dello Sviluppo economico Passera, stabilisce che le navi «superiori alle 500 tonnellate di stazza lorda» debbano passare ad almeno due miglia dalle aree marine protette.

   E su Venezia dice: «è vietato il transito nel canale di San Marco e nel canale della Giudecca delle navi adibite al trasporto di merci e passeggeri superiori a 40.000 tonnellate di stazza lorda». Salvo prevedere, nelle disposizioni transitorie, che «il divieto si applica a partire dalla disponibilità di vie di navigazione praticabili alternative a quelle vietate, come individuate dall’Autorità marittima con proprio provvedimento».

   In sette mesi nulla è cambiato. Le grandi navi continuano a transitare a poche centinaia di metri dalla basilica di San Marco, il cui pavimento si allaga non solo quando c’è l’acqua alta, ma a ogni passaggio di queste navi, a causa della quantità d’acqua che spostano, provocandone il deflusso attraverso i tombini della basilica. (Francesco Giavazzi)

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One thought on “NORDEST SPAESATO: gli artigani verso KLAGENFURT (Carinzia, Austria) e le ville venete assediate (tra nuove torri e nuovo sviluppo che manca) – Il “CHE FARE” necessario

  1. antonio domenica 12 maggio 2013 / 18:46

    bel servizio da provare, complimenti per il blog 😉 Continuo a seguirvi, aspetto con ansia nuovi aggiornamenti!!

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