Il (nuovo) disastro del CERMIS e il turismo montano senza rispetto per l’ambiente – MONTAGNA e MONOCOLTURA TURISTICA: la necessità che la montagna torni ad essere POLO ECONOMICO DI PRODUZIONI PROPRIE, di ricerca scientifica ambientale autoprodotta, esportatrice di nuovi STILI DI VITA

TRAGEDIA AL CERMIS: MORTI 6 TURISTI RUSSI, 2 GRAVISSIMI - Sei turisti russi sono morti sulle nevi del Cermis (in Trentino, Val di Fiemme, comune di Cavalese) in un incidente a bordo di una motoslitta avvenuto intorno alle 22 del 4 gennaio. Altre due persone sono ferite gravemente. Due persone erano a bordo della motoslitta a cui era stato agganciato un carrello su cui c'erano le altre. Il veicolo si è ribaltato mentre scendeva a forte velocità da una pista nera. Dopo mille metri di discesa al buio, all'ultima curva il mezzo ha perso il controllo, ha sfondato la recinzione ed è precipitato in un crepaccio di un centinaio di metri. Inquirenti e autorità hanno sottolineato la violazione di molte norme di sicurezza alla base dell'incidente. La Procura ha aperto un'inchiesta per omicidio plurimo colposo. (da “il Gazzettino” del 6/1/2013)
TRAGEDIA AL CERMIS: MORTI 6 TURISTI RUSSI, 2 GRAVISSIMI – Sei turisti russi sono morti sulle nevi del Cermis (in Trentino, Val di Fiemme, comune di Cavalese) in un incidente a bordo di una motoslitta avvenuto intorno alle 22 del 4 gennaio. Altre due persone sono ferite gravemente. Due persone erano a bordo della motoslitta a cui era stato agganciato un carrello su cui c’erano le altre. Il veicolo si è ribaltato mentre scendeva a forte velocità da una pista nera. Dopo mille metri di discesa al buio, all’ultima curva il mezzo ha perso il controllo, ha sfondato la recinzione ed è precipitato in un crepaccio di un centinaio di metri. Inquirenti e autorità hanno sottolineato la violazione di molte norme di sicurezza alla base dell’incidente. La Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio plurimo colposo. (da “il Gazzettino” del 6/1/2013)(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Parliamo qui del disastro avvenuto al Cermis (in Trentino, Val di Fiemme, comune di Cavalese) dove 6 (sei) persone (tutte di nazionalità russa) sono morte la sera del 4 gennaio a bordo di una motoslitta partita da un rifugio-albergo, follemente scendendo su una pista nera da sci. Non c’entra niente individuare la responsabilità collegandola al fatto che trattavasi di stranieri inesperti: italiani, russi, e quant’altro, pari sono nel vivere sempre peggio la montagna. Allo stesso modo di come ci si può comportare nel turismo di massa che caratterizza i litorali marini.

   E il fatto che stranieri, di volta in volta “baciati” da ricchezze economiche e benessere si avvicinino alle nostre Dolomiti, e alle Alpi in generale, pensiamo sia una cosa buona, positiva, non deprecabile. L’economia turistica è un introito che si predica parecchio (ancor di più in questa fase di crisi) da noi: tutti dicono che il vero “petrolio” italiano (la materia prima che potrebbe dare più lavoro di quel che già dà) sono le bellezze naturali dei paesaggi e i beni storici architettonici, artistici cui la nostra penisola italica possiede. E la montagna, come le Dolomiti, non si può non riconoscere che può essere diritto di tutta l’umanità poterla visitare, frequentare, nei limiti del possibile. Quel che sta mancando del tutto è un atteggiamento di rispetto alle caratteristiche peculiari di questi luoghi così affascinanti ma anche fortemente delicati. E lo snaturamento che subiscono con un turismo di massa senza regole ferree comportamentali. Tutto questo può portare a un processo irreversibile di perdita del loro originario e assoluto valore.

   Ma la questione che qui, in questo post, vorremmo porre, è che la montagna sta forse un po’ troppo vivendo di “solo” turismo; che non investe più energie, intelligenze, possibilità, denari, su altri settori economici. Ne è un esempio la grave crisi del settore industrial-artigianale dell’occhialeria che c’è in Cadore; oppure di come si sia rinunciato quasi del tutto a “fare agricoltura”, allevamento, anche con attività agroalimentari di trasformazione dei prodotti (i formaggi, il legno…). Tutto langue, e non si capisce perché.

   Ci fa specie poi, per fare un altro esempio, una certa “colonizzazione” scientifica, naturalistica che la montagna, le Alpi, subisce. Università “di pianura” vengono a fare studi sui processi naturali dei luoghi montani, installano e gestiscono centraline climatiche e metereologiche, naturalistiche; studiano storia, provenienze genetiche delle popolazioni di origine antichissima che qui ci sono; flora e fauna sono motivo di ricerca… E’ un bene, è chiaro (che ci sia la presenza di centri di studio, università, esterne): ma ci si chiede se anche nell’ambito della ricerca e dell’osservazione scientifica non possano nascere nei luoghi di montagna esperienze proprie di studio, di formazione, di ricerca e innovazione nell’osservazione di ambienti naturali qui di straordinaria ricchezza (perché sedi universitarie ci sono in ogni piccola città di pianura e sono quasi del
tutto inesistenti in montagna?). Ma questo forse è solo un esempio tra i minori.

"STORIE DI UOMINI E IMPRESE" di STEFANO VIETINA, (edizioni Arco, pagg. 238, euro 10,00) è un libro di 45 STORIE DI UOMINI E IMPRESE CHE FANNO VIVERE LA MONTAGNA (del Cadore e del Comelico). Stefano Vietina, nel presentare il suo lavoro, il libro, dice: "LA MONTAGNA VIVE VERAMENTE SOLO SE È ABITATA, CURATA ED ACCUDITA DA COLORO CHE CI SONO NATI E CHE VI RISIEDONO TUTTO L’ANNO. In un’epoca dominata dalla globalizzazione, come la nostra, che cosa significa abitare, lavorare e creare ricchezza, opportunità e sviluppo in un’area dove le “comunicazioni” in senso lato sono più difficili?  E' necessario inventarsi qualcosa, e cadorini e comeliani, gente “tosta” ci ha provato e ci sta provando.   IL LIBRO, che è costituito integralmente da articoli pubblicati in un anno (o in via di pubblicazione) dal CORRIERE DELLE ALPI, RACCONTA STORIE BEN SITUATE NEL TEMPO E NELLO SPAZIO.   Ho voluto raccoglierle e proporle al pubblico come una carrellata di storie di persone e aziende grandi e piccole che stanno tenacemente cercando di dare un futuro a questo territorio." - Stefano Vietina, giornalista, toscano di Lucca, risiede e lavora fra Padova e Campolongo di Cadore, scrive per MF-MilanoFinanza e per il Corriere delle Alpi, insegna Sociologia dei Media all’Università di Padova. Ha ideato a cura un canale di video su YouTube, una pagina su Facebook ed un sito internet dedicati alle Dolomiti: www.dolomitichannelsuyoutube.it .
“STORIE DI UOMINI E IMPRESE” di STEFANO VIETINA, (edizioni Arco, pagg. 238, euro 10,00) è un libro di 45 STORIE DI UOMINI E IMPRESE CHE FANNO VIVERE LA MONTAGNA (del Cadore e del Comelico). Stefano Vietina, nel presentare il suo lavoro, il libro, dice: “LA MONTAGNA VIVE VERAMENTE SOLO SE È ABITATA, CURATA ED ACCUDITA DA COLORO CHE CI SONO NATI E CHE VI RISIEDONO TUTTO L’ANNO. In un’epoca dominata dalla globalizzazione, come la nostra, che cosa significa abitare, lavorare e creare ricchezza, opportunità e sviluppo in un’area dove le “comunicazioni” in senso lato sono più difficili? E’ necessario inventarsi qualcosa, e cadorini e comeliani, gente “tosta” ci ha provato e ci sta provando. IL LIBRO, che è costituito integralmente da articoli pubblicati in un anno (o in via di pubblicazione) dal CORRIERE DELLE ALPI, RACCONTA STORIE BEN SITUATE NEL TEMPO E NELLO SPAZIO. Ho voluto raccoglierle e proporle al pubblico come una carrellata di storie di persone e aziende grandi e piccole che stanno tenacemente cercando di dare un futuro a questo territorio.” – Stefano Vietina, giornalista, toscano di Lucca, risiede e lavora fra Padova e Campolongo di Cadore, scrive per MF-MilanoFinanza e per il Corriere delle Alpi, insegna Sociologia dei Media all’Università di Padova. Ha ideato a cura un canale di video su YouTube, una pagina su Facebook ed un sito internet dedicati alle Dolomiti: http://www.dolomitichannelsuyoutube.it .

   La montagna subisce gli influssi (e i flussi) dalla pianura, ma non accade altrettanto all’inverso. Cioè manca una politica “verso la pianura”: ad esempio son passati i tempi che la montagna sudtirolese esprimeva, forse più male che bene (ma esprimeva) messaggi autonomistici verso valle, influenzando la politica complessiva di quelle aree geografiche. La montagna sempre del Sudtirolo è stata inventrice e produttrice di mode che influenzavano la pianura (pensiamo ai cappotti loden, a certi tessuti, a produzioni dagli allevamenti, dalla pastorizia…).

   Una montagna inerme politicamente ed economicamente concentrata solo sul turismo non giova a se stessa e a nessuno. Per questo è da chiedere regole più ferree sì per un turismo che sia ecocompatibile; ma anche il ritorno ad “economie altre”. E poi l’occasione storica della montagna in quest’epoca è la possibilità di esportare, propagare, STILI DI VITA legati a un più indissolubile rapporto con la natura, l’ambiente, il paesaggio. E, se si vuole, stili di vita di attenzione e rispetto per le difficoltà del clima invernale, per i rischi geomorfologici di un suolo scosceso, ripido, a volte instabile agli eventi atmosferici. Con i rischi da non sottovalutare (come le valanghe) e del rispetto che si deve a un ambiente che viene a dare (in termini di bellezza) molto a chi lo abita (anche se turista, e pertanto per pochi giorni). Un’insegnamento filosofico, di stile di vita appunto, da diffondere in pianura, in collina, nelle città diffuse e confuse, nei litorali marini disastrati dal cemento e dall’incuria.

   E ben vengano i turisti stranieri e chiunque vorrà, nel loro diritto, ammirare e frequentare le vallate alpine. (sm)

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Intervista a MAURO CORONA

“NEVE FINTA E BOSCHI VIOLATI COSÌ LE MIE MONTAGNE SONO DIVENTATE UN LUNA PARK”

di Caterina Pasolini, da “la Repubblica” del 6/1/2013

   «Hanno ucciso la montagna per quattro schei, hanno svenduto la sua innocenza per soddisfare chi ha la frenesia della vita breve, chi vuole neve firmata e vive cercando di sfuggire la noia usando, consumando tutto e gettandolo via velocemente. Tra piste illuminate di notte dai fari invece che dalla luna, elicotteri che rompono il silenzio e motoslitte che vanno come razzi e coprono le impronte delle volpi. E cosi, tra superficialità e improvvisazione, accadono le tragedie».

   Mauro Corona, scultore, alpinista, scrittore innamorato della montagna, «che credo abbia voce e ci parli, solo che molti non la vogliono sentire perché ci mette a nudo», il giorno dopo la sciagura del Cermis se ne sta nella sua baita di Erto. Pochi metri quadri affollati da duemila libri e riscaldati dalla stufa vecchia trecento anni ereditata dai bisavoli.

   Pronto ad uscire con le ciaspole per andare in alto, nel silenzio che «rigenera, dà energia mentre i tuoi passi fanno scricchiolare la neve».

Chi ha violato la montagna?

«I più grandi distruttori sono stati gli stessi montanari che hanno fiutato la ricchezza nel soddisfare i ricchi che non vogliono faticare, che vogliono tutto e subito e sempre. E così neve anche a bassa quota e piste sempre più in alto perché a furia di distruggere la natura non nevica più, e impianti di risalita invece delle ciaspole, motoslitte a velocità pazzesche in cerca di emozioni».

Perché tutta questa frenesia?

«La gente ha capito che la vita è sofferenza, è breve e quindi molti sono diventati dei nuovi nichilisti in cerca del piacere immediato e forte. E le montagne sono diventate solo un oggetto da consumare come al luna park, qualcosa da vendere o comprare, non da capire o amare».

E la montagna si vendica?

«No, è che non la conosciamo, non la rispettiamo e così accadono gli incidenti. Non abbiamo il senso della misura, della sua forza, della nostra piccolezza. Non abbiamo più un vero contatto con gli elementi, non vogliamo il freddo, non sopportiamo il silenzio: persino nei rifugi e sulle piste c’ è musica, frastuono, nessuno ascolta più la musica degli vento tra gli alberi».

Valli e vette sfregiate?

«Non solo, è tutta la montagna ad essere violata: ci sono le concessioni del taglio dei boschi che cosi vengono distrutti dai boscaioli per amore di denaro. E io li ho visti: ora al posto delle mucche nella stalla hanno la Ferrari. E poi le centraline elettriche che bloccano i torrenti, la ghiaia portata via con la scusa delle esondazioni. Senza dimenticare i servizi ai piccoli comuni montani cancellati: i negozi chiudono, dimezzano treni e bus e i ragazzi per andare a scuola devono fare dei viaggi. Così si uccide la montagna: spingendo, costringendo la gente a scendere a valle per sopravvivere».

Cosa fare per salvarla?

«Riscoprire la lentezza, ora non si ha neppure il tempo di guardare quello che ci circonda tra motoslitte, skilift e macchine, e poi puntare sui bambini. Se i genitori sono teorici dell’ usa e getta forse bisognerebbe mandare guide alpine nelle scuole ad insegnare ai ragazzini cos’ è la vera montagna, ad avere rispetto e la giusta cautela. È tempo per tornare a insegnare ai bambini che l’ alta quota non può essere solo divertimento. Non va bene. Se non nevica non si va a sciare, punto. Ma fortunatamente è arrivata la crisi».

La crisi è positiva?

«Sì, la crisi economica aiuterà a riscoprire le cose vere, per quello che sono, senza macchine e tecnologia». (Caterina Pasolini)

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TRAGEDIA AL CERMIS: MORTI 6 TURISTI RUSSI, 2 GRAVISSIMI – Sei turisti russi sono morti sulle nevi del Cermis (in Trentino, Val di Fiemme, comune di Cavalese) in un incidente a bordo di una motoslitta avvenuto intorno alle 22 del 4 gennaio. Altre due persone sono ferite gravemente. Due persone erano a bordo della motoslitta a cui era stato agganciato un carrello su cui c’erano le altre. Il veicolo si è ribaltato mentre scendeva a forte velocità da una pista nera. Dopo mille metri di discesa al buio, all’ultima curva il mezzo ha perso il controllo, ha sfondato la recinzione ed è precipitato in un crepaccio di un centinaio di metri. Inquirenti e autorità hanno sottolineato la violazione di molte norme di sicurezza alla base dell’incidente. La Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio plurimo colposo. (da “il Gazzettino” del 6/1/2013)

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VAL DI FIEMME, MORTI DUE ALPINISTI – Trento, 6 gennaio – Ancora un dramma in Val di Fiemme, questa volta per una valanga: sono stati individuati ieri sera (5 gennaio, ndr) i corpi di due alpinisti trentini morti sotto una valanga staccatasi nella zona di Molina di Fiemme, in Val Cadino. I due scialpinisti sepolti dalla neve sono Claudio Ventura, 48 anni, poliziotto del Nucleo Cinofilo alla scuola Alpina della Polizia di Stato di Moena (Tn), e l’amico di escursioni Antonio Gianmoena, 43 anni, titolare di un’officina meccanica, entrambi fiemmesi.(…) I soccorritori, intervenuti a circa 1.950 metri, hanno trovato le salme prima grazie ad uno sci che spuntava dal cumulo di neve, poi tramite i rilevatori Arva, la strumentazione digitale che i due prudenti ed esperti montanari avevano nello zaino, proprio per essere individuati nei casi di emergenza caduta neve. (da AGI.it)

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(da L’ADIGE http://www.ladige.it/ del 5/1/2013, ore 15.30): “La legge è chiara. È vietato usare le motoslitte, se non per scopi di servizio, oppure per esigenze delle forze di polizia e dei forestali”. A spiegarlo è l’assessore provinciale al Turismo della Provincia autonoma di Trento, Tiziano Mellarini, che proprio della sicurezza degli impianti per lo sci in Trentino ha potuto fare un vanto. Tutto è regolamentato, compreso l’uso delle motoslitte, in una specifico articolo di una legge provinciale. “Dire che è stata una follia è poco – ha aggiunto – e certamente è stato un gesto di totale incoscienza, se vogliamo essere benevoli. Per le normative di sicurezza noi in Trentino siamo tra i primi al mondo e quello di stanotte non è stato che un misto tra fatalità e incoscienza. Perché la motoslitta col traino serve solo per trasportare bagagli e alimenti. Non certo persone”. Nel caso dell’incidente della notte sul Cermis sulla motoslitta invece erano in due, quelli che sono in ospedale, feriti, mentre sul carrello si erano sistemati in sei, le vittime. Ma c’è di più. Visto che le motoslitte sono adibite solo a trasporti di servizio “non avrebbero certo potuto percorrere la pista, ma neppure il sentiero alternativo. Essendo in dotazione all’albergo Sporting, aveva l’autorizzazione solo per i 50 metri che servono a portare cibo e borse varie fino alla struttura ricettiva”. Quel viaggio in motoslitta insomma di legale, a quanto pare, non aveva alcunché. Sarà però l’inchiesta aperta dalla Procura a doverlo accertare in termini ufficiali. “Non dimentichiamo – ha proseguito ancora l’assessore – che le piste hanno precisi orari di chiusura, dopo i quali non sono transitabili, se non dal personale al lavoro, quindi diventano una sorta di vero e proprio cantiere edile. Nel caso specifico la pista aveva chiuso alle 17 e i gatti delle nevi stavano lavorando. Persino loro, per sicurezza, sono assicurati con dei verricelli sulla pista rossa e nera. Non per caso o per scrupolo, ma per legge”.

– CERMIS. La montagna è la stessa che il 2 febbraio 1998 aveva visto 19 vittime per un aereo dei marines finito contro una cabina della funivia. E sempre la funivia aveva causato 42 morti nel 1976, per il distacco di una cabina.

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DISCESE ANCHE DI NOTTE E LUNA PARK SULLE PISTE, ORA SERVONO DIVIETI

di Enrico Martinet, da “la Stampa” del 6/1/2013

   La luce di una giornata di sole sulla neve o le ombre di una notte di luna suscitano un fascino che si coniuga con una paradossale assenza di senso del pericolo.

   L’idea della montagna luna park trasferisce lo sci di massa su piste rese sicure a un fasullo spirito di avventura nelle notti di luna piena.

   Spirito di avventura per gustare non soltanto una cena nel silenzio dei monti ma una sciata nel mistero della notte, su neve che canta dopo la «pettinata» dei battipista. Moda che annulla il più elementare istinto di sopravvivenza e che neppure sfiora la realtà di un ambiente in cui il rischio è incombente.

   Non è un caso se negli ultimi vent’anni, dopo l’apparizione degli sciatori della notte, i legislatori, a partire dalla Valle d’Aosta, hanno scritto norme di divieto. Leggi a tutela anche dei gestori dei comprensori sciistici che finivano indagati per chi, dopo la chiusura degli impianti, subiva incidenti.

   Il matrimonio d’interesse tra montagna e avventura supera le asprezze e i pericoli del territorio. La moda di una cena sulle piste, con la comodità di una salita motorizzata verso il ristorante oltre i 2000 metri e la promessa di un’indimenticabile discesa notturna con gli sci, azzera ogni responsabilità individuale residua.

   Di buon senso non è neppure il caso di parlarne. L’alibi per non esercitarlo è la folla del giorno: nasce così la percezione che dove si è in tanti nulla di male possa accadere. Una folla di sciatori vale molto più di qualsiasi promozione.

   Nei primi decenni del Novecento Samivel, nome d’arte dello scrittore-cineasta francese Paul Gayet-Tancrède, con ironiche tavole ad acquerello aveva predetto il destino affollato della montagna del turismo, indicandone conseguenze anche disastrose. Fu apprezzato per la sua tecnica, molto meno per la sua vena di Cassandra dello sviluppo alpino.

   La montagna è preda di un dissennato utilizzo, non importa a quale quota. Un ripensamento è inevitabile.  Il punto di partenza non può che essere una conoscenza territoriale di ritorno, in quanto la sapienza montanara è offuscata dagli stessi abitanti delle Alpi. Scelta obbligata.

   L’alternativa è una serie di leggi di divieto, di «patentini» di chi può scalare le vette o chissà che altro. Lo sci notturno inconsapevole dei pericoli non è che una faccia delle tante follie nelle terre alte, dal fuoripista all’alpinismo improvvisato, che premiano il divertimento e promuovono l’avventura ignorando il pericolo di un territorio ostile.

   La tecnologia, la tecnica accompagnata alla preparazione fisica (palestre e pareti di roccia) hanno eliminato la naturale paura nell’affrontare luoghi impervi. Hanno dato per soddisfatte le incognite della difficile equazione montagna-sicurezza, che lascia sempre insoluta almeno la «X» del pericolo oggettivo, dalla frana alla valanga.

   Senza contare la variabile meteorologica e l’assurdità, seguita perfino da professionisti, di calcolare tempi di salita e discesa senza tenere in alcun conto la possibilità di un incidente banale, quale la rottura di un attacco da sci o di un rampone. (Enrico Martinet)

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Il fenomeno Rifugi trasformati in discoteche in stile Rimini

LA MONTAGNA DEGLI ECCESSI CHE DIVENTA PERICOLOSA

di Isabella Bossi Fedrigotti, da “il Corriere della Sera” del 6/1/2013

– Parco divertimenti. Qualcuno può essere portato a credere che la montagna sia davvero una specie di parco dei divertimenti, controllabile a piacere – Pub ad alta quota. Baite in quota diventate pub, dove, al suono frastornante della musica, si festeggiano interminabili happy hour e dove lo sci si riduce spesso a un pretesto –

   Sei turisti sono morti (la notte tra il 4 e il 5 gennaio) in val di Fiemme, e altri due sono feriti gravi; sono morti in vacanza, nel corso di un’escursione che doveva essere spensierata e, perciò, ogni parola rischia di essere eccessiva, fuori luogo, forse anche per qualcuno inaccettabile.

   E tuttavia, purtroppo, il concetto va suggerito e pronunciata la parola. Si chiama riminizzazione della montagna, ed è stata inventata da un albergatore della vicina val Badia che la montagna la ama moltissimo e da molti anni combatte per difenderla e per trovare adepti della sua difficile battaglia.

   Definisce – la riminizzazione – quel fenomeno per cui la Disneyland nella quale si sono trasformate ormai da tempo le nostre principali spiagge è stata trasferita anche nelle più belle, più incontaminate valli alpine. Ciò vuol dire baite in quota praticamente trasformate in pub, dove, al suono frastornante di musiche da discoteca, si festeggiano interminabili happy hour, dalle dieci di mattina fino al tramonto, e dove lo sci si riduce spesso a un pretesto per sfoggiare magnifici, strabilianti completini sportivi.

   Queste location – in che altro modo chiamare rifugi alpini svuotati della loro vera funzione? – sono circondate da tutti quegli orpelli che conosciamo dalle spiagge alla moda, e cioè bandiere, striscioni, palloncini colorati, video che mostrano se stessi in piena attività: giusto per il caso che qualcuno, forse sordo, non le avesse sufficientemente notate.

   Nulla di male si è costretti a dire, tranne che per quanti ricordano i paesaggi incontaminati e le baite di un tempo, l’incanto silenzioso dei boschi e delle malghe, il calore protettivo dentro i rifugi dopo la fatica e il gelo delle piste, forzati – dall’avanzare della riminizzazione – a cercare tutto questo in luoghi sempre più lontani e più inaccessibili.

   Tuttavia le conseguenze che il fenomeno porta con sé non sono soltanto di natura estetica, non offendono solo occhi e orecchie: infatti, alla conclusione delle happy hour in quota, sfrecciano poi disordinatamente in pista sciatori e snowbordisti che spesso e volentieri hanno troppo alzato il gomito, e gli incidenti, anche mortali, purtroppo non sono più una rarità.

   Ma la riminizzazione non termina con il tramonto, continua anche nella notte, forse ancora più pericolosa. E perciò piste illuminate, impianti che funzionano fino ad ora tarda, discese alla luce della luna dopo polente bene annaffiate nei rifugi, corse in slitta o in motoslitta.

   Nulla di più divertente, di più eccitante per chi ama il genere, facilmente portato a credere che la montagna sia davvero una specie di parco dei divertimenti, controllabile a piacere, versione più emozionante – perché più vera – della più emozionane delle giostre, dove basta pagare il biglietto per accedere allo spasso e, quando si è stufi o stanchi, basta fare un cenno per poter scendere.

   La montagna – e questi terribili, crudeli incidenti vengono periodicamente a ricordacelo – pur addomesticata, pur resa accessibile a chiunque, pur truccata da allegra e benevola Gardaland è, però, tutt’altro e chi la frequenta davvero lo sa bene: soprattutto di notte non vi si può mai essere al cento per cento sicuri. (Isabella Bossi Fedrigotti)

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COMPRANO CAVIALE E CHALET, I RUSSI COLONIZZANO LE ALPI

di Andrea Selva, da “la Repubblica” del 6/1/2013

TRENTO – Mentre i turisti italiani tirano la cinghia, a riempire le stazioni invernali delle Dolomiti trentine sono i russi: 15 per cento di presenze in più da un anno all’altro, doppie settimane bianche (mentre gli italiani chiedono sempre più il fine settimana) e molti soldi da spendere in negozi e ristoranti.

   Capita così che a Canazei (Val di Fassa, Trentino), in questi giorni in cui si festeggia il Natale ortodosso, lungo le passeggiate e in coda per la funivia si senta parlare più russo che italiano. Fino all’ anno scorso c’era un’agenzia locale che gestiva gli arrivi dei turisti dall’ex Unione sovietica, quest’anno le agenzie sono diventate tre, con una richiesta: “Per favore servono cartine e segnaletica anche in cirillico altrimenti i nostri clienti non riescono ad orientarsi”.

   E l’Apt obbedisce, per accontentare il gruppo di stranieri più numeroso con 112mila presenze negli alberghi, senza contare appartamenti e residence. Era russa, sposata con un russo, anche la donna che gestiva l’albergo sull’Alpe del Cermis dove ha cenato la comitiva prima della tragedia: una “pioniera” venuta dall’est per mandare avanti un albergo di 30 camere con piscina e accesso diretto alle piste.

   Ma in Val di Fiemme (66 per cento di turisti invernali che arrivano dall’estero) sono convinti che questo sia il futuro: «Atterrano agli aeroporti di Treviso e Venezia sempre più numerosi e da noi sono i benvenuti», racconta Piero De Godenz, presidente dell’ Azienda di promozione turistica.

   Qualcuno decide di prendere casa, come il turista benestante che ha comprato uno chalet sulle colline assolate vicino a Cavalese, dove comunque nessuno (ancora) ha paura di fare la fine di Forte dei Marmi colonizzata dai turisti in arrivo dall’ Est Europa.

   Che cosa trovano da noi? «Il sole», spiega semplicemente Dmitriy Mazurov, tour operator di Mosca con base in Val di Fassa. Chiaro che i maestri di sci e gli albergatori corrono a iscriversi ai corsi di lingua russa.  Un fenomeno cominciato ormai una quindicina di anni fa con i primi arrivi di ricchi veri.

   Persone che – come racconta Roberto Anesi, ristoratore a Canazei – facevano a gara a chi offriva la bottiglia di vino più cara da un tavolo all’altro e il giorno dopo, “delusi” dai prezzi dei negozi della valle (non sufficientemente cari) chiamavano l’elicottero per fare shopping a Milano o Venezia e tornare in giornata per cenare in rifugio.

   Gente che si è ritirata nelle strutture più esclusive dei versanti dolomitici, soprattutto in Alto Adige (dove riescono ad ottenere il caviale in camera anche dopo mezzanotte) lasciando gli alberghi a tre stelle alla massa, che non si vergogna di comprare scatoloni di vodka al supermercato per brindare a Capodanno. – ANDREA SELVA

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QUEI RUSSI SULLE DOLOMITI: DAI MAFIOSI E OLIGARCHI ALLA NUOVA CLASSE MEDIA

di Alberto Simoni, da “la Stampa” del 6/1/2013

   In principio furono gli oligarchi, i figli arricchiti dal crollo dell’Urss capaci di mettere le mani sulle industrie di stato; poi toccò ai big della mafia russa indossare tute e sci e scarponi e usare le stazioni turistiche più “in” del Trentino come luogo per fare affari, trafficare in oro e vini pregiati e riciclare denaro.

   Con i russi, siamo nella seconda metà degli anni ’90, arrivarono mazzette di dollari che illuminavano gli occhi di albergatori e negozianti. Saldavano, i russi, fatture a sei zeri in contanti. Al Golf Hotel, lo storico albergo di lusso a Madonna di Campiglio con vista sulle Dolomiti, ricordano ancora quando all’alba del 14 marzo del 1997 Iouri Essine, alias Youra Samosval, nato a Vladivostok nel 1952, estrasse da una busta 20 milioni di lire per pagare il conto prima di essere tratto in arresto.

   Erano gli anni dello spumante e delle cene servite in camera in piena notte, del caviale (che gli ospiti si portavano dalla madre patria), di interi piani di hotel prenotati e pagati in anticipo, delle boutique di lusso fra canazei e Campiglio che si sfregavano le mani quando stuoli di signore, splendidamente agghindate, entravano nei negozi e facevano incetta di ogni bene.

   Sembrava che gli oligarchi che frequentavano le Dolomiti dovessero e potessero comprarsele. “Oggi – spiega Pietro De Godenz, presidente dell’Apt della Val di Fiemme – le cose sono cambiate”. Perché se i grandi ricchi privilegiano ancora le stazioni turistiche più alla moda e piene di boutique come Madonna di Campiglio, l’Alta Val di Fassa, la Val Gardena, è la classe media non solo moscovita o di San Pitroburgo, che sta trasformando le Dolomiti in una Sochi dell’Occidente.

   Da cinque anni la presenza di russi è in costante crescita. Nella stagione 2011-2012 i russi ospitati nelle varie strutture ricettive della provincia sono stati quasi 177mila, ben 14,8% in più dell’anno precedente. Se la parte del leone, in quanto a presenze, la recitano i polacchi (quasi 500mila), la loro disponibilità finanziaria è nettamente inferiore a quella dei vicini di casa.

   In Val di Fassa, qualche decina di chilometri a nord di Cavalese, lo scorso inverno i russi sono stati 112mila, primi in assoluto, davanti ai “vecchi padroni” delle Dolomiti, ovvero i tedeschi. Solo in questi giorni a Canazei contavano 1600 nuovi arrivi, del 44% di stranieri che sbarcano in Val di Fassa la maggioranza vengono da Mosca e dintorni.

   Le piste di Madonna di Campiglio sono invase da famiglie russe che sul Brenta festeggiano il Natale ortodosso. Corteggiare i nuovi mercati diventa quindi fondamentale per le stazioni turistiche, alla moda e meno note, delle Dolomiti.

   Bruno Felicetti, che è il direttore dell’Apt della Val di Fiemme, dice che i russi stanno solo al decimo posto nella classifica delle presenza nella zona di Cavalese, ma che ogni anno crescono. “Qui da noi arriva la classe media, turisti normali, come tanti”. Che non vogliono forse più comprarsi le Dolomiti ma che ci investono. Come Iaroslav Iafarov Azat, il pilota della motoslitta della morte che da un anno gestiva l’Hotel Sporting Cermis. (Alberto Simoni)

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CERMIS: «NON HO PIÙ MOTIVO DI VIVERE»

di Flavia Petrini, da “L’ADIGE” del 8/1/2013

    Un gesto di cortesia. Il desiderio di riaccompagnare a valle i sei turisti, diventati amici fraterni nei giorni di permanenza in Trentino, visto che avevano perso l’ultima corsa disponibile della funivia.
Per Raissa, sempre ospitale, era quasi un dovere fare in modo che gli amici tornassero al residence di Cavalese. La mattina seguente, infatti, avrebbero dovuto prendere il volo per tornare in Russia. E così, dopo avere cercato invano di farli riaccompagnare a valle da un gatto delle nevi, lei e il marito avevano deciso di trasportarli con la motoslitta e il carrello.
Nel racconto di Azat Iagafarov, il 58enne che si trovava alla guida della motoslitta precipitata nel dirupo, la ricostruzione dei momenti che hanno preceduto la folle discesa sulla pista Olimpia 2. «Abbiamo chiesto a un gatto delle nevi di riportarli a valle, ovviamente pagando, ma non ha accettato» racconta.

   Quindi la partenza dall’hotel, con la moglie Raissa seduta sul sellino insieme a lui e i sei passeggeri sul carrello: «Avevo visto altre motoslitte salire da lì e sono sceso» spiega l’uomo, quando gli si chiede il perché di una decisione che, alla luce della sciagura, appare folle, oltre che essere vietata.
Ma a valle, il gruppo, non è mai arrivato: «Ho perso quasi subito il controllo della motoslitta, non riuscivo a frenare, non riuscivo più a tenerla».
Il mezzo, dietro la spinta di quel carrello carico, si è trasformato in un missile impazzito. Il resto è la cronaca di una tragedia. Sei croci. Sei corpi straziati dall’impatto con gli alberi e le rocce. Prima ancora che con le responsabilità sul piano penale – il conducente è indagato per omicidio colposo plurimo – Azat Iagafarov deve fare i conti con se stesso, schiacciato dal senso di colpa.

   Reduce da un lungo intervento operatorio per ridurre decine di fratture, con il viso tumefatto e il braccio ingessato, il 58enne, sdraiato su un letto del reparto di ortopedia, continua a pensare a quella sera, ormai consapevole di avere perso tutto. «Raissa era una donna eccezionale e gli altri erano come fratelli per me – confida – Non ho più una ragione per vivere». Nell’incidente ha perso la donna che amava.
Rafilya Pshenichnaya, per tutti «Raissa» e Azat Iagafarov, che in hotel chiamavano «dottor Zivago», avevano ritrovato l’amore – entrambi avevano avuto figli da un precedente matrimonio – e a Cavalese, circa un anno fa, si erano detti «sì» in municipio, dopo un’amicizia nata in internet. Una promessa che era coincisa con l’inizio dell’avventura imprenditoriale all’Hotel Sporting Cermis.

   La decisione di lasciare la Russia per condividere con la moglie la gestione dell’hotel non era stata facile: «Non volevo venire in Italia». Una titubanza che, oggi, suona quasi come un sinistro presagio. Nei prossimi giorni i figli di Raissa partiranno alla volta dell’Italia. Sono legati a Iagafarov: «Mi hanno perdonato», sospira lui, che invece non vuole trascinare i propri due figli in questo abisso. Chissà se anche Azat Iagafarov riuscirà a perdonarsi.

   «Dovrò vivere per gli altri – dice – Porterò questo peso per tutta la vita». Il suo futuro sarà forse in Russia, dove vuole venga sepolta anche Raissa: «Non potrei più vivere qui». (Flavia Petrini)

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un libro racconta
ARRIVARE IN VETTA, CERCANDO IL SENSO PERDUTO DEL RIFUGIO

di Nicola Cecconi, da “il Mattino di Padova” del 23/12/2012

   Siamo a circa 3000 metri. Davanti agli occhi vette innevate, rocce policrome. Sopra la testa un cielo mai così mistico. Sulla pelle il bacio freddo dell’aria gelata. Alle spalle: uno straordinario rifugio cinque stelle, con menu a la carte, sauna, e ragazzini che in maglietta a maniche corte si rincorrono fra schiamazzi al riparo dal freddo.

   Non è l’incubo ricorrente fra gli alpinisti che si sottopongono al lettino psicanalitico: è una realtà sempre più diffusa. Soprattutto nei rifugi veneti e trentini, dove la dolcezza delle vette dolomitiche allarga le braccia a trasformazioni turistiche di massa. Il Cai, club alpino italiano, è l’organo preposto a gestire la materia: il problema è evidente e si recita già il mea culpa per non aver mai regolamentato la questione.

«Bisogna chiedersi che cosa è davvero un rifugio».

   Invita a riflettere sulle parole Luca Gibello, architetto recentemente ospite della Fondazione Benetton a Treviso per presentare la sua recente pubblicazione “Cantieri d’alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi” (Lineadaria). «Il rifugio» continua Gibello «è sempre stato un appoggio per chi doveva attraversare le montagne, e quindi ridiscendere dopo il valico, oppure una base da cui l’alpinista parte per raggiungere la vetta. Non un ristorante ad alta quota».da il mattini di pd

   Invece proprio sulle Alpi venete si allarga un modello edificativo che va di pari passo con l’invasione turistica delle piste da sci: luoghi confortevoli presso cui stazionare. «Non sono un romantico della scalata» precisa Gibello. «Pensiamo ai soli abiti utilizzati dagli alpinisti: i vantaggi tecnici sono innegabili e bisogna approfittarne, però rendere il rifugio ultima propaggine del turismo di vallata snatura completamente l’esperienza della montagna. La svuota, la rende fittizia: la vetta va raggiunta a piedi, dopo un lungo cammino. Sopra non deve esserci artificialità, ma il panorama naturale».

   Se nelle Alpi occidentali ciò è stato rispettato data anche la difficoltà delle salite, in Veneto e Trentino questo modello rischia di essere definitivamente sostituito da uno economicamente più interessante. «Ben venga la sensibilizzazione delle masse alla montagna, però poi bisogna capire che non si può salire in cima per trovare le comodità della valle. Si sale proprio per trovare dell’altro».

   La storia del turismo d’alta quota si rispecchia nell’evoluzione delle costruzioni dei rifugi, come ben illustra nella pagine della pubblicazione Gibello, architetto e caporedattore de “Il Giornale dell’Architettura”. Il modello Cortina spaventa i duri e puri delle vette: ci vogliono delle leggi, prima che si pianga sugli edifici eretti. «In Italia il Cai dovrebbe stabilire delle regole, e questa presa di coscienza sembra essere ormai diffusa». Insomma il rifugio non può divenire un autogrill. Anche se dalle nostre parti i primi esempi ci sono già.

   Chissà cosa direbbe Giulio Apollonio, l’ingegnere ampezzano da cui prende il nome uno dei rifugi più diffusi a livel. lo mondiale, con il suo eroico nove posti. Dagli anni Settanta invece, di pari passo con il crescente fascino per il fantascientifico e influenzati dalla conquista sulla luna, si sono diffusi i modelli navicella atterrata dal cielo: pareti di metallo e forme ufiche. E dire che il nostro Giuseppe Mazzotti già preannunciava in “La montagna presa in giro” del ’29: “Verrà un giorno in cui la montagna sarà ridotta a museo”.

   «Non credo giungeremo a tanto» conclude Gibello «anche se il rischio c’è. Per questo dal libro è nata un’associazione che ha come scopo la ricerca e la divulgazione di informazioni sulla realtà dei punti d’appoggio in alta montagna».

   Dall’associazione è ovviamente scaturito un sito, www.cantieridaltaquota.eu, che si prefigge di compiere un grande censimento dei rifugi italici e già in marzo a Trento si è organizzato un convegno internazionale sul tema. Certo non siamo ancora alla situazione himalayana, dove per fare la spedizione l’alpinista deve fare la coda e tonnellate di rifiuti vengono sotterrate o bruciate sul posto, però la situazione potrebbe presto sfuggire di mano. (Nicola Cecconi)

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TROPPI INCOSCIENTI IN VETTA: IL SOCCORSO ALPINO SI PAGA

di Pierluigi Depentori, da “la Repubblica” del 10/8/2011

   Se vi sentite stanchi mentre siete nel bel mezzo di una arrampicata sulle Dolomiti, pensateci bene prima di alzare bandiera bianca e chiamare l’ elicottero d’ emergenza che vi tragga in salvo: potrebbe arrivare un conto salatissimo. Neppure il tempo di tirare il classico sospiro di sollievo.

   Neppure il tempo di raccontare agli amici l’ avventura da similMessner a lieto fine ed ecco che arriva a casa la fattura: volo di soccorso non motivato, pagare grazie. Succede da oltre dieci anni in Trentino, dal 2002 in Alto Adige ma c’ era un pezzo di Dolomiti, fregiate di fresco dall’ Unesco come patrimonio dell’ umanità, che ancora resisteva libera dal contante, e cioè Belluno.

   Resisteva, perché ora è arrivato il momento di pagare il conto – letteralmente – anche a Cortina e dintorni. Il Creu, coordinamento veneto dell’ emergenza-urgenza, è pronto ad introdurre un ticket di 500 euro. Tanti, troppi i turisti che ultimamente si improvvisano esperti alpinisti e finiscono col restare a penzoloni in mezzo alla montagna, talmente spossati da riuscire ad usare al massimo le dita e comporre il 118 col cellulare. E via con l’ elicottero che si alza in volo, con tanto di medico rianimatore.

   E con uno spiacevole effetto collaterale: il rischio di dover arrivare in ritardo ad altre chiamate – ben più gravi – per soccorrere il (neppure troppo) malcapitato. «È una questione di responsabilità per chi va in montagna e di tutela per i soccorritori», dice Giovanni Cipolotti, primario del Servizio urgenze ed emergenze mediche di Belluno.

   Anche i vertici del 118 bellunese sono sempre più impegnati a far di conto oltre che a salvare vite: gli interventi in questo inizio di stagione sono cresciuti del 12 per cento rispetto allo scorso anno, oltre 60mila euro sono stati spesi per soccorsi non necessari. Insomma, è arrivato il momento del pedaggio.

   I candidati ad entrare nel business delle fatturazioni dell’emergenza sono proprio i turisti italiani, dato che sempre più spesso i tedeschi e gli austriaci – che d’ estate prendono d’ assalto le principali vie ferrate delle Dolomiti – si dotano di specifiche assicurazioni che coprono i casi di intervento in alta quota.

   E infatti a Trento la palma del primo “pagatore” se l’era aggiudicata un cinquantenne piemontese che aveva deciso di fermarsi sull’ Adamello senza più le forze per proseguire nel cammino. Pronti, via: in pochi minuti l’ eliambulanza di Trentino Emergenza era partita dall’ aeroporto di Mattarello ed aveva tratto in salvo l’ escursionista mettendogli in tasca un conto da 750 euro.

   Adesso in Trentino hanno pure inasprito le tariffe: 92 euro al minuto per i casi giudicati totalmente inappropriati. Fino ad ora nessuno se l’è sentita di applicare la “super tariffa”, ma i casi di ticket da 750 euro superano ormai la decina all’anno. Ancora poco, se si pensa che il compianto Walter Nones e Simon Kehrer, i due alpinisti coinvolti nella tragedia del Nanga Parbat dove morì Karl Unterkircher, si videro recapitare una fattura di 33.000 euro per il loro soccorso in alta quota. (Pierluigi Depentori)

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CONSIGLI PER SCIARE ALL’INSEGNA DELL’ECOTURISMO

di KennyG, dal sito http://www.tuttogreen.it/

   Come noto, anche lo sci può creare problemi di impatto ecologico. Cerchiamo di elencarli.
Per prima cosa c’è da valutarne l’aspetto dell’impatto ambientale. Realizzare le piste non è green.  Nonostante alcuni architetti americani abbiano sviluppato metodi di progettazione più eco-compatibili, di solito per creare un impianto si altera l’ecosistema disboscando le zone interessate.

   In secondo luogo, c’è da dire che le stazioni sciistiche generano una quantità molto alta di emissioni, ma di fronte al cambiamento climatico mondiale e all’innalzamento della temperatura molte di queste strutture hanno capito l’importanza di proteggere l’ambiente in modo che la neve continui a ricoprire i paesaggi e possa far godere la stagione turistica invernale. Difatti molte stazioni sciistiche, sparse in vari punti del globo, hanno iniziato a rivedere il loro modo di consumare e produrre energia, ad esempio installando turbine eoliche, riducendo le emissioni di carbonio e mettendo in pratica iniziative che spingano a diminuire l’uso dei mezzi privati, come il car-sharing o il servizio navette.

   Il problema neve artificiale può essere parzialmente superato cercando di crearla col recupero di acque reflue di lavandini e scarichi: la neve che verrà sparata dai cannoni sarà, quindi, “riciclata”.

   Per quanto riguarda il tema dei materiali utilizzati, segnaliamo alcune delle novità lanciate dai produttori di attrezzature green-oriented, come le rivoluzionarie tavole da snowboard realizzate con bamboo e le tute da sci a pannelli solari che permettono di fare sport anche al buio, grazie ai led incorporati…tutto questo all’insegna dell’autosufficienza energetica e dell’eco-sostenibilità.
Pertanto, è possibile sciare ecologico e fare ecovacanze sulla neve.

CAPITOLO COMPORTAMENTI: non si parla infatti solo di tecnologia green e di tecniche. Un grosso aiuto lo possono dare anche comportamenti più attenti all’ambiente. Lo sciatore attento all’ambiente dovrà preferibilmente:

– arrivare agli impianti con un mezzo pubblico (navette, treno, bus);

– noleggiare l’attrezzatura direttamente sul posto;

– scegliere una località non innevata artificialmente;

– scegliere villaggi invernali ecologici o eco-hotel;

– optare per ristoranti locali che offrono prodotti tipici a km 0.

   Numerosi impianti hanno già cercato di incentivare queste azioni con l’attivazione degli eco-skipass, ossia sconti per chi ha raggiunto le piste in treno o in un’auto condivisa da almeno quattro sciatori.

   In Italia, tra le strutture sciistiche green, segnaliamo quella di Merano2000, dove gli impianti di risalita sono alimentati da energia prodotta localmente e in cui i mezzi utilizzati per il trasporto dei turisti sono ecologici.   C’è poi l’impianto di Plan, in Val Passiria, dove – per rilanciare un turismo invernale eco-compatibile – è nata l’iniziativa “mobilità dolce” grazie alla quale è stato chiuso il traffico a chi non è residente, né turista, è stata ampliata la rete di servizio pubblico urbano e sono migliorati i collegamenti di trasporto extra-urbano. Con questo progetto rivoluzionario, i turisti arrivano sulle piste con delle navette elettriche o con il trenino gommato: insomma, un turismo invernale a impatto zero!

   Una tendenza degli ultimi anni, poi, è quella di vivere la neve diversamente. Si chiama SLOW SKI, per analogia con tutte le altre attività – slow food, slow travel, ecc – che con questa formula intendono un concetto diverso, più lento, del vivere. Diventando, in questo caso, sinonimo del piacere di gustare le bellezze che offre la montagna. Ciaspolate, passeggiate con scarponi, visitare i borghi storici – sfruttando i percorsi di interesse naturalistico e culturale o gli itinerari gastronomici proposti dalle varie stazioni sciistiche e dalle associazioni come Legambiente – sono le attività consigliate per godere appieno e con relax le meraviglie delle cime innevate.

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ECONOMIA DI MONTAGNA, FRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE

dal sito NUOVOCADORE.IT

http://www.nuovocadore.it/ (27/2/2012)

   Un agricoltore, un gestore di un rifugio e un imprenditore nel campo dell’high tech: (…) come si può creare economia nelle aree di montagna, sposando tradizione e innovazione, nonostante le innegabili difficoltà legate all’ambiente. (…)
Sono Matteo De Coppi, che a Vigo di Cadore dal 2005 coltiva 12 ettari di campi a frumento, mais, e ortaggi vari; Paolo De Lorenzo, che da oltre quindici anni gestisce il Rifugio Padova sopra Domegge di Cadore, e Thomas Patreider, che a Cima Gogna, nel Comune di Auronzo, produce robot per l’automazione industriale.

   Lo spunto per questo incontro è offerto dalla presentazione del libro “Storie di uomini e imprese che fanno vivere la montagna” di Stefano Vietina, (edizioni Arco, pagg. 238, euro 10,00), che contiene queste 3 storie insieme ad altre 42 avventure imprenditoriali pubblicate dal Corriere delle Alpi nel corso di un anno: dai grandi imprenditori affermati nel mondo, come Senfter o De Rigo, alle piccole o piccolissime imprese di nicchia, di cui è costellato il nostro territorio, con un occhio di riguardo per le valli del Comelico e del Cadore.
“Tanta vitalità e tanto orgoglio, per molti versi inaspettati, meritavano di essere messi sotto i riflettori ed ho deciso di scriverne – spiega Stefano Vietina – nella convinzione che anche raccontarsi aiuti a fare e che gli esempi siano sempre importanti, soprattutto per i giovani”. (…)
   Stefano Vietina, giornalista, toscano di Lucca, risiede e lavora fra Padova e Campolongo di Cadore, scrive per MF-MilanoFinanza e per il Corriere delle Alpi, insegna Sociologia dei Media all’Università di Padova.

   Ha ideato a cura un canale di video su YouTube, una pagina su Facebook ed un sito internet dedicati alle Dolomiti: www.dolomitichannelsuyoutube.it .

   In “Storie di uomini e imprese che fanno vivere la montagna” le 45 sfide professionali imprenditoriali nate e cresciute all’ombra delle Dolomiti bellunesi che lui descrive, rappresentano la variegata capacità di reagire alla fine del boom dell’occhialeria che pareva aver monopolizzato gran parte delle risorse e delle energie vitali di queste vallate.

   Dal legno alla birra, dall’edilizia alla robotica, dall’arte all’idraulica, dalle stufe agli interruttori, dalle chiavi ai biscotti… Il volume è in vendita presso alcune edicole e librerie del Cadore e del Comelico, oltre ad alcune librerie di Belluno e Padova. Info sui siti www.stefanovietina.it  e www.arcosrl.info , dove può anche essere acquistato online.

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COLTIVARE ORTAGGI, SCOMMESSA VINTA

A 1000 metri di quota, Matteo De Coppi ha costruito un’azienda che va

di STEFANO VIETINA, da “il Corriere della Alpi” del 26/6/2011

VIGO. Sulla strada che da Piniè porta a Laggio, nel comune di Vigo, si vedono stese sui campi lunghe strisce lucide, di colore nero. «Sono teli biodegradabili», spiega Matteo De Coppi, «ci servono per evitare che le erbe infestanti rovinino le nostre colture».

   Matteo, 30 anni ad agosto, fa infatti l’agricoltore. Ha una grande passione per la terra, unita a quella per i camion. «Per anni ho trasportato gli ortaggi dell’azienda di famiglia, l’ortofrutta De Coppi, da Lozzo in giro per tutto il Cadore e oltre. E mi piaceva davvero. Poi ho deciso di diventare anche produttore e oggi cominciamo a raccogliere quanto abbiamo seminato».

   Insieme anche a una certa popolarità, che gli è caduta addosso, quasi improvvisa, giusto un anno fa quando ha fatto il primo significativo raccolto di frumento. Un ritorno alle origini, quando su queste terre l’agricoltura era ancora quella di sussistenza. Poi la fabbrica ha preso il sopravvento, l’occhiale ha a lungo scalzato tante altre attività, fino alla crisi di questi ultimi anni.

   Nonostante tutto, però, Matteo ha deciso di restare in montagna e di inventarsi un mestiere. Qualche giovane del posto l’ha seguito? «Mah, in realtà i ragazzi fanno fatica ad accettare un lavoro come il nostro, che non solo è impegnativo, ma anche soggetto al volere del tempo. Sono gli stessi genitori, spesso, a storcere la bocca quando si dice loro che il raccolto non aspetta, bisogna farlo anche se è domenica. Sono loro i primi a dire che i figli meritano riposo se il sabato sera si sono divertiti in discoteca…».

   Matteo non li biasima più di tanto, così vanno i tempi. Con lui collaborano, invece, un cinese e tre albanesi. «Sono molto disponibili e pronti alle necessità, qui si trovano bene, ed io con loro». L’azienda agricola Centro Cadore di Matteo De Coppi nasce dall’esperienza della paterna Ortofrutta di Lozzo. «Da solo», riconosce, «forse non ce l’avrei fatta: è chiaro che, per partire, investendo molto specie per i macchinari, una base ci vuole, anche per attingere ai fondi europei tramite l’Avepa. Poi aiuta la passione, per scegliere i terreni, contrattare gli affitti coi proprietari, impostare la rotazione nelle colture».

   Dal 2005 (anno di partenza) ad oggi gli ettari coltivati sono saliti a 12 (2 a frumento, 2 a mais, gli altri a radicchio tardivo, zucchine, fagiolini, insalate, cavolfiori, cavoli cappucci, finocchi, porri, prezzemolo, radicchio di Chioggia, sedano).

   Per quanto riguarda il frumento, l’estensione del raccolto l’anno scorso ha imposto, per la prima volta, l’uso di una vera trebbiatrice.

Ma quanto è difficile produrre ortaggi di qualità in montagna, a mille metri di quota?

«Diciamo anzitutto che le nostre terre sono particolarmente produttive, anche senza concimazioni particolari, sia perché per più di 50 anni non sono state coltivate, sia perché il clima alpino consente un unico raccolto all’anno. L’ambiente poi è salutare e privo di inquinamento e i trattamenti con i fitosanitari sono meno invasivi, perché il freddo», sottolinea Matteo De Coppi, «debella i vari insetti. Di certo abbiamo qualche problema in più, perché i campi sono di minore estensione, le lavorazioni più problematiche per la disposizione dei terreni e fatte quasi tutte a mano; e quindi i costi salgono. E’ chiaro allora che siamo meno competitivi: l’anno scorso i fagiolini raccolti a mano a me costavano, tutto compreso, 3 euro al kg, mentre in città li si trovava in vendita a 50 centesimi. Il vantaggio è la qualità dei nostri “ortaggi del Cadore” (questo il marchio con cui vengono commercializzati, ndr): li raccogliamo e arrivano in giornata alla vendita, mantenendo le proprietà naturali originarie. Il controllo è subito ferreo; ed è in corso la certificazione di conformità dei prodotti presso la CSQA».

E ora quali sono i prossimi obiettivi?

“Completare il nostro sistema produttivo, arrivando a fornire, per quanto riguarda la verdura, un prodotto finito, lavato ed imbustato, pronto per essere messo in tavola entro le 24 ore». (Stefano Vietina)

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UN SECOLO DI ALPINISMO SCORRE AL RIFUGIO PADOVA

di Stefano Vietina, da “il Corriere della Alpi” del 2/9/2012

Col gestore Paolo De Lorenzo protagonisti e storie di ieri e di oggi – E tanti ricordi racchiusi in un museo unico che è parte integrante della struttura –

DOMEGGE ­– Oltre un secolo di alpinismo del Cadore si è dato appuntamento al rifugio Padova, sopra Domegge. In parte fatto di ricordi, di storie, di eventi lontani nel tempo, e spesso memorabili; in parte racchiuso nei volti degli alpinisti di oggi, chiamati a raccolta del gestore del rifugio Paolo De Lorenzo, sulla spinta di una precisa esigenza.

   «Dante Colli, qualche tempo fa, mi fece riflettere sul fatto», ha spiegato De Lorenzo, «che gestisco non solo un rifugio, ma un pezzo di storia, che ha più di 100 anni, ma che continua ancora oggi a scrivere pagine importanti di alpinismo. Da quel momento ho deciso di raccogliere in un libriccino le vie nuove ed in un piccolo museo i cimeli degli Spalti di Toro».

   E proprio Dante Colli, accademico del Cai, ha aperto l’incontro tratteggiando gli anni eroici dell’alpinismo, dai primi pastori, cacciatori e guide, fino alle imprese di Tita Piaz, venuto all’inizio del ‘900 dalla natia Val di Fassa a scoprire il fascino di queste montagne. Seguì poi la stagione epica di Wolfgang Herberg che, a partire dal 1932 e per dieci anni, in compagnia del più giovane Vincenzo Altamura, fu protagonista di scalate e di descrizioni improntate ad un amore mai sopito per gli Spalti di Toro. A lui, ingegnere poeta, si devono pagine indimenticabili.

   «Si affretti colui che desidera vagare e tuffarsi in questa solitudine», scrisse fra l’altro, «prima che queste contrade vengano civilizzate».

   A sottolineare la meraviglia di un ambiente fantastico, che mantiene ancora oggi un aspetto incontaminato. E di cui ieri si è voluta fare la storia, «perché una comunità che dimentica non ha futuro», ha sottolineato il sindaco di Domegge Lino Paolo Fedon.

   Sono loro, gli alpinisti di una volta, ad aver lasciato sulle cime tanti cimeli che Apollonio Da Deppo e Matteo De Martin hanno a poco a poco raccolto e racchiuso in un prezioso museo della memoria, che fa parte integrante ormai del rifugio e che da solo merita una visita. Dai chiodi ai libri di vetta, a piccoli messaggi racchiusi nelle pagine delle riviste dell’epoca e poi lasciati in qualche fessura della roccia. Testimonianza per chi anni dopo avrebbe ripercorso il loro cammino.

   E qui si è giunti alla domanda di fondo: cosa è oggi l’alpinismo? La ricerca dell’avventura, di nuove vie, di ascese sempre più complesse, forti anche di tecnologie più spinte e di una preparazione atletica a volte esasperata? Oppure ripercorrere, rivivere, riconsiderare le vie segnate da altri cogliendone, in contesti ovviamente diversi, le fatiche e le emozioni?

   Un bel dibattito, orchestrato con la consueta maestria dal giornalista Rai Bepi Casagrande, sui cui si sono cimentati dal veterano Alziro Molin a Icio Dall’Omo, da Nani De Biasi a Gianmario Meneghin, da Renato Peverelli a Roberto Sorgato.

   «Non siamo più bravi di chi ci ha preceduti», ha sostenuto Dall’Omo, «viviamo sulla loro esperienza. L’alpinismo è un’attrazione fatale, un viaggio mistico verso l’avventura, evitando però il rischio eccessivo».

Nella consapevolezza che, comunque, la montagna presenta molte insidie, spesso imponderabili. E qui il ricordo è andato, con un applauso, alle tre guide scomparse da poco proprio sul vicino Cridola. (Stefano Vietina)

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PARLIAMO D’ALTRO:

ELEZIONI E TEMATICHE GEOGRAFICO-AMBIENTALISTE

LISTE: VERDI E AMBIENTALISTI QUASI ASSENTI

LA SCOMPARSA DEGLI ECOLOGISTI

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 10/1/2013

   In attesa del dimezzamento dei parlamentari e della sparizione degli inquisiti, c’è già una categoria esclusa o quasi dal Parlamento: gli ambientalisti. Il Pd rinuncia a nomi storici come Roberto Della Seta, che condusse la battaglia dell’Ilva.

   Altri partiti non si sono neppure posti il problema. Quel che resta dei Verdi si dilegua nello schieramento guidato da Ingroia, senza essersi mai lontanamente avvicinato ai consensi e ai risultati raggiunti dai colleghi europei. Ma il problema non è solo di rappresentanza; è soprattutto di iniziativa politica. Nelle varie agende l’ambiente latita. La tutela del territorio, l’inquinamento delle città, persino le energie alternative passano in secondo piano.

   Certo, la crisi ingurgita tutto, mette le ragioni della produzione e dello sviluppo davanti al resto. Ma alla vigilia di elezioni decisive, la difesa dell’ambiente e della bellezza di un Paese prezioso e delicato come l’Italia dovrebbe essere al centro della discussione pubblica. Invece è diventato lo sfondo di profezie di malaugurio, seguite da allegrie di naufraghi scampati.

   Negli altri Paesi non è così. In Germania i Grünen sono da venticinque anni il terzo partito, hanno governato per due legislature accanto all’Spd, guidano con Winfried Kretschmann un Land importante come il Baden-Württemberg, che oltre a essere stato uno storico feudo conservatore ospita il più grande polo automobilistico d’Europa.

   In Francia i Verdi hanno stabilmente risultati elettorali a due cifre, alle ultime Europee affiancarono i socialisti a quota 16%, e ora condividono vittorie e difficoltà con Hollande. In America, a parte le campagne di Al Gore, Obama ha voluto al governo Steven Chu, Nobel per la fisica grazie alle sue ricerche sulle energie verdi, e ha affidato l’agenzia per la protezione della natura e l’agenzia per il monitoraggio geologico a due leader storiche dell’ambientalismo come Lisa Jackson e Marcia McNutt.

   È vero che il presidente è accusato di non aver mantenuto le promesse sulla lotta all’effetto serra; ma le critiche vengono anche da destra, ad esempio dal sindaco miliardario di New York Bloomberg. Insomma, nel mondo i Verdi esistono e non sono confinati in una riserva, dialogano con i vari schieramenti, assumono responsabilità.

   Sarebbe crudele paragonare tutto questo ai disastri di Pecoraro Scanio. La questione non è tanto che gli ambientalisti abbiano fallito nel formare il loro partitino, in aggiunta alle varie sigle postcomuniste e postfasciste che ci concederemo alle prossime elezioni. La questione è che non sono riusciti a ibridare i partiti veri.

   A diffondere le loro culture. A imporre un tema che attraversa tutti i campi della nostra vita quotidiana e della nostra attività, dalle politiche industriali alla sicurezza sul lavoro, dalla salute al turismo (possibile motore della ripresa italiana di cui anche si parla poco).

   Mentre ai cittadini il tema interessa moltissimo; infatti quando possono occuparsene lo fanno in massa e con determinazione, sia pure nella forma tranciante dei referendum, che riconduce temi complessi come la ricerca sul nucleare e le risorse naturali alla semplificazione talora eccessiva di un sì e di un no. Una volta ogni dieci anni gli elettori battono un colpo; poi la classe politica lascia ricadere lentamente le polveri. Anche così si amplia il distacco tra il Palazzo e il Paese. (Aldo Cazzullo)

………….

 Buongiorno

LA VITA È ALTROVE

di Massimo Gramellini, da “la Stampa” del 9/1/2013

   Riporto volentieri il pensiero del lettore Marco Pz.

“La campagna elettorale appena incominciata è già inguardabile, illeggibile, inascoltabile. Tonnellate di discussioni su poltrone, alleanze e schieramenti.

E poi twitter, il nuovo giocattolo, il salotto vip in versione tascabile dove i potenti spettegolano tra loro di poltrone, alleanze e schieramenti. Non uno, dicasi uno, che indichi una visione del mondo, una direzione di marcia.

Non una parola, dicasi una, su agricoltura, urbanistica, filiere a chilometro zero, turismo, cultura, protezione del territorio, trasporti, scuola, ospedali. Non un progetto, dicasi uno, che tenga insieme le voci di quell’elenco e magari vi aggiunga gli asili nido e l’assistenza a malati e anziani. La vita vera. Quella di cui parlano a cena, e non su twitter, le persone vere.

Cosa hanno realizzato i candidati nel corso della carriera sui temi che riguardano «noi» e non «loro»? Cosa pensano della Cina, della Russia, delle guerre in corso nel mondo, di tutto ciò che succede in un raggio maggiore di dieci centimetri dal loro ombelico?

Nel silenzio degli interessati, l’unico programma elettorale lo stanno scrivendo, giorno per giorno, le famiglie, le associazioni di volontariato e le aziende che mandano avanti la baracca e, non ricevendo nulla dalla politica, si accontenterebbero che la politica smettesse di intralciarle con la burocrazia”.

   Difficile dare torto a Marco Pz: da decenni (penso all’economia sommersa) l’Italia va avanti, o almeno non troppo indietro, nonostante la politica. E’ la sua salvezza. Purtroppo è anche la sua dannazione. (Massimo Gramellini)

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2 thoughts on “Il (nuovo) disastro del CERMIS e il turismo montano senza rispetto per l’ambiente – MONTAGNA e MONOCOLTURA TURISTICA: la necessità che la montagna torni ad essere POLO ECONOMICO DI PRODUZIONI PROPRIE, di ricerca scientifica ambientale autoprodotta, esportatrice di nuovi STILI DI VITA

  1. Marco sabato 12 gennaio 2013 / 20:51

    la solita fiera delle banalità dei cittadini ignoranti o dei montanari pompati

  2. lampadine led mercoledì 10 aprile 2013 / 15:03

    la natura deve essere rispettata in ogni caso solo così possiamo vivere in pace

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