La GUERRA IN MALI della FRANCIA con l’appoggio dei suoi alleati europei (perché non un ESERCITO EUROPEO?) contro il rifiorire del terrorismo islamico integralista – la necessità di una POLITICA internazionale per un’AFRICA democratica che superi la povertà e percorra un processo di PACE e SVILUPPO con protagonisti i popoli AFRICANI

un blindato francese pattuglia le strade di BAMAKO, capitale del MALI (foto da la Stampa.it)
un blindato francese pattuglia le strade di BAMAKO, capitale del MALI (foto da la Stampa.it)

Il MALI, in particolare dalla fine dell’ultima guerra di Libia contro Gheddafi e la sua dittatura, ha visto un accrescersi al suo interno (nella parte nord del Paese, ma che si sta estendendo sino al sud, alla capitale BAMAKO) la fronda jihadista dei movimenti politici islamici (che vorrebbero imporre alla popolazione appunto la jihad, cioè la saharia, le norme più rigide nei comportamenti del dettato giuridico islamico.

Situazione particolare quella dell’integralismo religioso rilanciatosi (non per suo merito!) dalla rivoluzione pacifica e moderna dei giovani della “primavera araba” sulle coste mediterranee dell’Africa e di parte del Medio Oriente. Situazione particolare perché le fasce di popolazione più innovative e moderne di quei paesi non ne possono più di ogni forma di integralismo religioso (contro la libertà di pensiero, contro la parità donna-uomo…) e che abilmente i movimenti jiaidisti sono riusciti, nel venire a controllare il potere con elezioni democratiche, ad assumere posizioni a volte contraddittorie (integralismo misto a apertura al mondo) ma rendendosi ben conto che la modernizzazione scoppiata con le “primavere arabe” (la voglia di libertà…) è un processo irreversibile. Ciò sta avvenendo anche in paesi “difficili” come l’Egitto, la Tunisia, l’Algeria… Ma non in tutti.

Nel marzo 2012 un colpo di stato in MALI esautorò il presidente Amadou Toumani Touré e prese il potere l’esercito. La rivolta del marzo 2012 contro Touré provocava sia l’emersione dell’esercito che la diffusione dei MOVIMENTI ISLAMICI ESTREMISTI, divenuti rapidamente assai popolari nella popolazione. Da principio le forze islamiche presero il CONTROLLO DELLE REGIONI SETTENTRIONALI (KIDAL, GAO e TIMBUCTU'). Poco dopo le bande di islamisti si allearono, occupando in modo stabile, e quasi come un governo separato, tutta la parte settentrionale e imponendo il regime intollerante tipico dell’estremismo islamico (la mappa qui sopra riprodotta è ripresa dal sito IL POST.IT)
Nel marzo 2012 un colpo di stato in MALI esautorò il presidente Amadou Toumani Touré e prese il potere l’esercito. La rivolta del marzo 2012 contro Touré provocava sia l’emersione dell’esercito che la diffusione dei MOVIMENTI ISLAMICI ESTREMISTI, divenuti rapidamente assai popolari nella popolazione. Da principio le forze islamiche presero il CONTROLLO DELLE REGIONI SETTENTRIONALI (KIDAL, GAO e TIMBUCTU’). Poco dopo le bande di islamisti si allearono, occupando in modo stabile, e quasi come un governo separato, tutta la parte settentrionale e imponendo il regime intollerante tipico dell’estremismo islamico (la mappa qui sopra riprodotta è ripresa dal sito IL POST.IT)

Nel MALI, appunto, si è verificato questo concentrato di integralismo islamico (senza mediazioni possibili), nel nord del Paese, un integralismo aggressivo (nei confronti dei diritti delle persone) e alla irreversibile conquista del sud e del governo di tutta la nazione, con spinte di ricostruzione di ogni forma di estremismo religioso, fino alla ripresa di Al Qaeda e del terrorismo internazionale. Non parliamo poi delle tradizioni e dei beni artistici di quel paese: I santuari di Timbuctù stanno crollando sotto i colpi dei fanatici di Al Qaeda (l’Unesco ha protestato, ma i jihadisti hanno risposto: “Li demoliremo tutti”).

I santuari di TIMBUCTÙ crollano sotto i colpi dei fanatici di Al Qaeda - Protesta dell’UNESCO, i jihadisti insistono: “Li demoliremo tutti” (foto da “la Stampa.it”)
I santuari di TIMBUCTÙ crollano sotto i colpi dei fanatici di Al Qaeda – Protesta dell’UNESCO, i jihadisti insistono: “Li demoliremo tutti” (foto da “la Stampa.it”)

Nessuno, proprio per questo, tra le nazioni europee, gli Stati Uniti, la stessa Cina, ha mosso un appunto contrario all’intervento francese iniziato l’11 gennaio scorso. Anzi, gli Stati Uniti hanno dato alla Francia tutto l’appoggio tecnologico possibile (i suoi satelliti in primis); e specie da parte dei paesi europei (Inghilterra, Germania, Italia) li si dà (alla Francia) un appoggio logistico di navi, aerei (droni, l’Italia, e addestratori per le truppe del Mali…), e tutto quel che serve, senza impiegare militari (la Francia ne sta mandando nel 2.500). E il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato a favore dell’intervento militare all’unanimità, pertanto anche da parte della CINA.

Vien da pensare, ancora una volta, perché l’Europa non sia in grado di prendere decisioni (anche in segretezza) unitarie, subito, e faccia intervenire un unico esercito, un ESERCITO EUROPEO, in situazioni di grave sviluppo di minaccia terroristica e di mancato rispetto di ogni diritto internazionale. Pertanto si è mossa da sola la Francia: il Mali, e il suo governo legale che stava per essere travolto dai jiaidisti, ha una stretta correlazione culturale, economica e politica con la Francia, essendo stato sua colonia fino al 1960… e la Francia non smette mai di sentirsi, nazionalisticamente, un paese colonialistico (è intervenuta per prima in Libia con Sarkozy, ora con Hollande in Mali…), un Paese che “ci tiene” a dimostrare di essere in grado di controllare quella parte dell’Africa che una volta era di suo dominio.

Cionondimeno la situazione è assai grave: i ribelli jidaisti sono assai organizzati, pieni di armi anche ipertecnologiche (si dice ci sia l’aiuto dell’Iran…), con capacità organizzativa alla guerra (molti appunto erano miliziani al servizio di Gheddafi); e in più sono iniziate le minacce all’occidente, in primis alla Francia, di operazioni terroristiche nelle città europee (come Parigi).

A complicare ancor di più la situazione è la vicenda dei terroristi che hanno preso d’assalto una centrale per l’estrazione del gas in ALGERIA, ad AMENAS, al confine con la Libia: una chiara risposta alla concessione fatta da Algeri all’aviazione francese di poter sorvolare il proprio territorio per un percorso diretto degli aerei militare dalla Francia al Mali. Hanno preso in ostaggio (i terroristi) ben 41 (quarantuno) occidentali, i militari algerini sono intervenuti e c’è stato IL MASSACRO: 50 morti di cui 35 tra gli ostaggi e 15 tra i terroristi.

ALGERIA – AMANAS (confini con la Libia) - Il campo petrolifero dove è avvenuto il 16 gennaio il sequestro che ha portato alla morte di 50 persone: 35 occidentali sequestrati e 15 terroristi
ALGERIA – AMANAS (confini con la Libia) – Il campo petrolifero dove è avvenuto il 16 gennaio il sequestro che ha portato alla morte di 50 persone: 35 occidentali sequestrati e 15 terroristi

Quel che viene da pensare è che, di crisi in crisi interna- zionale, di “necessità di intervento”, l’Europa possa rendersi conto che sempre più ha bisogno di abbandonare un modo nazionalistico di approccio alla politica estera; e di invece “ragionare” in modo unitario. Ciò non toglie che interventi diretti possano essere fatti da paesi (popolazioni) che si sentono maggiormente coinvolti (i francesi nell’Africa settentrionale…) (oppure i tedeschi, per il passato difficile cui devono ancora considerare, è bene che non intervengano mai in modo diretto…). Nonostante tutto questo una politica unica europea verso i “problemi del mondo”, le necessità di intervento, in favore dei deboli, di chi soccombe, contro i terrorismi che si creano, ebbene, questa politica unitaria (nell’ambito della costruzione di un unico esercito europeo, smantellando quelli nazionali, un unico sistema militare, democraticamente controllato) debba essere la prospettiva urgente. E che la situazione delicata e grave in Mali sia l’ultimo esempio di una mancata coesione nell’ambito degli oramai imprescindibili “Stati Uniti d’Europa”. (sm)

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OCCIDENTE E AFRICA

IL MALI COME CAVALLO DI TROIA DI TUTTO L’ISLAM

di Ennio Di Nolfo, da “il Messaggero” del 14/1/2013

   Non vi è, a prima vista, alcuna connessione tra la fallita azione francese in Somalia, per la liberazione di un ostaggio in mani islamiche dal 2009, finita tragicamente con un clamoroso insucesso, al quale è facile possa seguire l’uccisione dell’ostaggio, e la separata decisione del governo di Parigi di dare inizio a operazioni militari contro le forze ribelli jihadiste che nel Mali, dalla metà della scorsa settimana, muovevano in direzione della capitale, Bamako, senza che l’esercito governativo fosse in grado di frenarle e prima che l’intervento internazionale voluto dall’Onu nell’ottobre 2012 avesse luogo.

   Ma se si considera la situazione di tutta l’area sub sahariana nel suo insieme si capisce che un filo invisibile, non necessariamente organizzativo, ma ideologico o religioso lega le due situazioni e pone al mondo occidentale e, più in generale, a tutto il sistema internazionale l’urgenza di valutare ciò che accade e che pare preludere a cambiamenti tanto radicali quanto minacciosi per gli altri paesi africani e per la pace del continente.

   Il Mali, già colonia francese fino al 1960, quando acquistò l’indipendenza, aveva vissuto, sino al marzo dello scorso anno, una presunta vita pacifica, favorevole a un certo sviluppo economico, anche grazie alle risorse minerarie del Paese. Questa tranquillità venne movimentata per la prima volta nel marzo 2012, quando un colpo di stato esautorò il presidente Amadou Toumani Touré per conto dell’esercito.

   L’esercito guidato da un gruppo di ufficiali dei quali era portavoce il capitano Amadou Sanogo. L’azione di un esercito piuttosto debole non avrebbe avuto vaste ripercussioni se essa non si fosse inserita nei cambiamenti che frattanto avevano luogo n tutta l’Africa settentrionale, a causa della cosiddetta “primavera araba”.

   In questo senso ciò che Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti facevano in Libia aveva ripercussione sul resto del continente e imponeva allora, come richiede ora, la collaborazione dei tre paesi rispetto alla necessità di elaborare una politica africana non ancora definita e, al contrario, carica di contraddizioni e rivalità, interne al trio ma anche rese più serie dal ruolo cinese, russo ed europeo in generale.

   Questa considerazione viene chiarita da un dato di fatto. Migliaia di militari provenienti dal Mali servivano come mercenari nell’esercito di Gheddafi. La fine del dittatore libico privò costoro di ogni lavoro e li spinse al ritorno in patria, dove divennero un primo elemento di instabilità. A ciò si aggiunse la ribellione delle tribù tuareg del deserto, combattute fra diverse lealtà ma contrarie ai regimi costituiti, perciò causa di instabilità permanente. Infine, e più rischioso aspetto della crisi, come avveniva in tutto il movimento del mondo arabo e africano, esso si apriva anche nel mali a una crescente influenza dei jihadisti che, dall’Egitto alla Tunisia, al cuore del mondo sub sahariano, estendevano la loro influenza imponendo alle popolazioni le norme della sharia, cioè del dettato giuridico islamico, rispetto a quelle già esistenti.

   La rivolta del marzo 2012 contro Touré aveva alle sue origini questi cambiamenti e provocava sia l’emersione dell’esercito sia la diffusione dei movimenti islamici estremisti, divenuti rapidamente assai popolari nella popolazione. Da principio le forze islamiche presero il controllo delle regioni settentrionali del Mali (Kidal, Gao e Timbuctu). Poco dopo le bande di islamisti si allearono, occupando in modo stabile, e quasi come un governo separato, tutta la parte settentrionale del Paese e imponendo il regime intollerante tipico dell’estremismo islamico.

   Dinanzi a questa situazione di crisi, le autorità di Bamako non riuscirono a prendere posizioni risolute. Nell’aprile dello scorso anno designarono Diocounda Traoré come capo provvisorio dello Stato. Questi si rivolse in settembre alle Nazioni Unite per sollecitare un rapido aiuto da parte dei Paesi della “Comunità economica dell’Africa occidentale” (Cédéao).

   In effetti, da settembre ebbe inizio un dibattito che portò il 12 ottobre all’approvazione della risoluzione 2085 del Consiglio di Sicurezza, in virtù della quale i Paesi Africani della Cédéao avrebbero dovuto esaminare l’organizzazione di un contingente di oltre 3000 uomini da inviare in Mali per ristabilirvi la pace.

   Ma l’indeterminatezza della risoluzione e la lentezza delle decisioni dei paesi africani misero in crisi il governo di Bamako. In dicembre il nuovo ministro, Modibo Diarra, si dimise. Era un situazione così incerta da indurre le forze islamiche a tentare un’offensiva per impadronirsi di tutto il Paese. E’, questo, il pericolo imminente, che spiega, accanto a motivazioni strutturali l’intervento francese, l’appoggio britannico e il contributo tecnico degli Stati Uniti.

   Infatti è sin troppo evidente che un successo delle forze islamiche nel Mali aprirebbe la via a una sequenza di eventi analoghi in tutta l’Africa atlantica, creando una situazione disastrosa non solo per gli interessi della Francia ma anche per quelli di molti altri Paesi. (Ennio Di Nolfo)

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COSA SUCCEDE IN MALI

MALI

La Francia è di fatto in guerra nella sua ex colonia per proteggere il governo dai ribelli islamisti, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato a favore dell’intervento militare all’unanimità

14 gennaio 2013 Aggiornamento di martedì 15 gennaio 2013, ore 7:10
Tutti i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno votato a favore dell’intervento militare della Francia nel Mali. La riunione era stata richiesta dal governo francese, che ha anche chiesto l’appoggio di forze militari africane per affrontare i ribelli nel paese. Grazie alla risoluzione sul tema approvata a dicembre, e in assenza di nuovi negoziati per la pace, potranno intervenire nel Mali circa 3mila soldati nell’ambito di una missione sotto responsabilità africana. L’ambasciatore francese presso l’ONU, Gerard Araud, ha spiegato che le forze africane dovrebbero avviare il loro intervento nel corso delle prossime settimane. La Nigeria dovrebbe inviare 600 uomini, il Burkina Faso 500 così come il Togo, mentre il Benin dovrebbe impiegare circa 300 uomini.

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Venerdì 11 GENNAIO il presidente francese FRANÇOIS HOLLANDE ha dato ordine al suo esercito di INTERVENIRE MILITARMENTE IN MALI per contenere l’espansione militare dei gruppi islamici più estremisti nel paese, alcuni dei quali vicini ad AL QAIDA. Due giorni dopo (il 13 gennaio) l’aviazione francese ha attaccato la città di Gao, dove i gruppi islamici sono molto forti: colpendo l’aeroporto, il quartier generale della polizia islamica e diversi luoghi occupati dai ribelli legati ad al Qaida. Soldati francesi sono arrivati a Bamako e in altre zone del paese.

Il presidente Hollande, che fino a venerdì aveva assicurato il suo sostegno al governo del presidente ad interim Dioncounda Traoré esclusivamente dal punto di vista umanitario, si è pronunciato per la prima volta a favore di un intervento militare in Mali, per contrastare l’avanzata dei gruppi islamici armati verso la capitale Bamako. La situazione si è evoluta dopo che l’esercito maliano si era scontrato con i ribelli a Mopti, città al confine tra il nord controllato dai ribelli e la parte meridionale controllata dal governo, e ha conquistato il villaggio di Konna, spingendo Hollande a rispondere alla richiesta di appoggio militare da parte del presidente Traoré. (da IL POST.IT http://www.ilpost.it/ )

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MALI, L’ITALIA OFFRE SUPPORTO LOGISTICO ALL’OPERAZIONE MILITARE DELLA FRANCIA

da “la Stampa.it.Esteri” del 16/1/2013 http://www.lastampa.it/

– Terzi: “Saremo a fianco di Parigi” – Anche Berlino pronta a intervenire –

   Anche l’Italia si schiera al fianco della Francia nella difficile partita in Mali. E annuncia di essere pronta a fornire «supporto logistico»: collegamenti aerei, rifornimenti in volo. Mettendo forse anche a diposizione i suoi droni e le sue basi.

   Ma senza scendere direttamente sul «terreno»: «niente boots on the ground», fanno sapere i ministri degli esteri e della difesa, Giulio Terzi e Giampaolo Di Paola, annunciando che Roma si unisce così a Gb, Germania e Usa nel fornire «supporto logistico» ad una missione «necessaria per evitare il radicarsi degli estremisti» che la stessa Francia ha definito – per bocca del suo ministro della Difesa – «molto difficile». Ma necessaria per scongiurare il terrorismo, ha ribadito il presidente Francois Hollande, che ha subito ringraziato Roma per il supporto. Ipotizzando che l’Italia metta a disposizione anche i suoi droni predator.

   E mentre la Corte Penale internazionale apre un’inchiesta sui presunti crimini di guerra commessi nel paese dal gennaio 2012, sul campo le truppe francesi, dopo Bamako, hanno iniziato da stamattina a dirigersi anche verso il nord.

   Gli jihadisti di Ansard Dine si sono intanto affrettati a ridimensionare la avanzata del contingente transalpino, fornendo anche un video a “dimostrazione” che la città di Konna è ancora loro. E che i raid francesi hanno colpito alcune postazioni di Ansar Dine, ma facendo al massimo cinque morti.

   Dall’Europa intanto si allarga il fronte dei paesi coinvolti – oltre all’Italia anche la Germania conferma il supporto logistico, con l’invio di due aerei “Transal” – e i riflettori sono puntati sul consiglio Esteri straordinario di domani.

   All’ordine del giorno dei 27 la possibilità di «opzioni militari», hanno spiegato fonti Ue, precisando che la crisi maliana è una minaccia alla sicurezza europea e non solo della regione: «L’intervento francese è importante, era ora di agire», hanno ribadito anticipando che se domani il consiglio esteri darà l’ok ad un’accelerazione della missione di addestramento delle forze del Mali (EUTM), la prossima settimana partirà una missione di ricognizione. Si tratta di circa 250 addestratori che potrebbero essere non solo anticipati ma anche ampliati.

   Con l’Italia che, per ora, nel decreto missioni, prevede di inviarne 24 ma che potrebbe anche rivedere l’impegno. Rendendo, forse, necessario rivedere (si ipotizza un emendamento o un provvedimento ad hoc) l’attuale testo. Domani si ribadirà – ha detto Terzi – l’assoluta urgenza della missione dei formatori di un esercito che finora «non ha saputo far fronte alla sfida», aggravata da incertezze politiche e colpo di stato.

   L’operazione militare avviata dalla Francia con un altro gruppo di paesi «é in linea con la risoluzione 2085 del 20 dicembre scorso del Consiglio di Sicurezza” Onu dopo la richiesta di aiuto del presidente maliano, ha detto il capo della diplomazia, spiegando le linee su cui intende muoversi Roma: ribadire «chiaramente il pieno sostegno all’intervento nell’ambito della risoluzione” Onu e, parallelamente a «quanto si sta facendo a livello Ue», fornendo «supporto logistico».

   E mentre dal fronte africano il presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara parla dell’intervento militare come «ormai necessario», a fianco della comunità internazionale c’è anche il Ciad che annuncia l’invio di un contingente a sostegno della missione.

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ALGERIA, GIALLO SULLA SORTE DEGLI OSTAGGI. AL JAZEERA: 50 MORTI, 35 ERANO OSTAGGI

di Giordano Stabile, da “LA STAMPA.IT” del 17/1/2013 (ore 17.00)

– La tv araba: venivano spostati da un edificio a un altro all’interno del campo. Tra le vittime ci sarebbero anche 5 americani. Gli elicotteri dell’esercito avrebbero bombardato i terroristi asserragliati e forse colpito anche i sequestrati. Ucciso anche il capo del commando –

   Sviluppi drammatici per il sequestro di 41 occidentali in un campo per l’estrazione di gas nel deserto algerino. Un gruppo di ostaggi sarebbe stato colpito mentre i terroristi li spostavano a bordo di veicoli da un edificio all’altro all’interno della base. Secondo un’altra ricostruzione, il convoglio avrebbe cercato di forzare il blocco dell’esercito algerino e a quel punto sarebbero intervenuti gli elicotteri.

   Il risultato è comunque una strage: almeno 34 ostaggi uccisi, secondo la tv satellitare panaraba Al Jazeera probabilmente molti occidentali, 15 della ventina di islamisti di Al Qaeda morti, compreso il leader del commando, Abu al Baraa. Ne resterebbe però una mezza dozzina, ancora asserragliati nel campo, col il resto degli ostaggi.

   Uno è stata raggiunto sul telefono satellitare dall’Agenzia di Stato mauritana Ani: «Uccideremo gli altri ostaggi se attaccano di nuovo», ha minacciato. Sempre secondo l’agenzia mauritana, solo due americani, tre belgi, un giapponese e un britannico sarebbero sopravvissuti al raid delle forze algerine . Gli statunitensi uccisi sarebbero quindi cinque.

   Almeno quarantacinque ostaggi, di cui 15 di nazionalità straniera, fra cui due francesi, sono comunque riusciti a fuggire dall’impianto, gestito da Bp, la norvegese Statoil e l’algerina Sonatrach. La fuga sarbbe però avvenuta prima del blitz degli elicotteri, in mattina. Nell’impianto, oltre ai 41 occidentali, c’erano almeno 150 lavoratori algerini, dell’azienda francese CIS Catering.

   La notizia della fuga è stata confermata dalla prefettura di Illizi all’agenzia Aps . Ieri, i miliziani avevano preso in ostaggio 41 persone di diversa nazionalità, tra cui americani, giapponesi, francesi e britannici, e 150 dipendenti algerini .

   L’impianto è assediato da ieri dalle forze di sicurezza algerine. Questa mattina i sequestratori hanno chiesto ad Algeri di richiamare le truppe per avviare un negoziato sul rilascio degli ostaggi. Appello rilanciato, su Al Jazeera, anche da tre ostaggi.

   La brigata che si firma Katiba al Moulathamin «Coloro che firmano con il sangue», ieri hanno rivendicato l’assalto per «vendetta» contro la concessione dello spazio aereo algerino ai Rafale francesi diretti in Mali.

   Alcuni ostaggi – giapponesi e sudcoreani – sarebbero rimasti feriti dai colpi sparati dall’esercito, secondo una fonte dei sequestratori, che a loro volta minacciano di uccidere un britannico, secondo quanto riferisce  Al Jazeera. Secondo il quotidiano arabofono algerino Al Khabar, che cita proprie fonti delle forze di sicurezza, i terroristi hanno fatto indossare ad alcuni degli ostaggi delle cinture esplosive e hanno piazzato delle cariche a protezione dell’area.

   Uno dei sequestratori «ha tratti somatici occidentali e non parla bene l’arabo», ha raccontato ad Al Jazeera un algerino rilasciato ieri, Abdallah. Gli altri membri del commando, ha aggiunto l’ex ostaggio, sono «tunisini, egiziani e algerini».

ALGERIA e MALI: il luogo del sequestro in Algeria e del massacro (mappa da "la Stampa.it"
ALGERIA e MALI: il luogo del sequestro in Algeria e del massacro (mappa da “la Stampa.it”

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QUEL CHE RESTA DEL COLONIALISMO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 17/1/2013

   Se sei stato un impero, non finisci mai di esserlo. Se poi eri l`impero francese, che all`alba della Seconda guerra mondiale si estendeva per 12 milioni e mezzo di chilometri quadrati (ben più dell`intera Europa, venticinque volte l`Esagono, inferiore solo al Commonwealth britannico), il passato non passa mai. Nel caso lo dimenticassimo, ce lo ricorda l`attualità.

   Oggi l`élite delle forze armate tricolori si sta battendo nel cuore del Sahara/ Sahel per impedire che alcune bande di terroristi s`impadroniscano di quel che resta del Mali, già Sudan francese. Siamo in piena ex Africa occidentale francese, enorme spazio coloniale che, insieme al corrispettivo territorio africano-equatoriale componeva fino a tre generazioni fa il sistema imperiale gestito da Parigi nel Continente nero, abbracciandone più di un terzo.

   A ogni impero corrisponde un`ideologia. Da Napoleone in avanti, per la Francia si tratta(va) della «missione civilizzatrice». Non solo conquista di territori e sottomissione di popoli, a colorare di proprie tinte i planisferi. E neanche puro sfruttamento economico – la politica coloniale come figlia della politica industriale. Molto di più. Si tratta(va) di fertilizzare il mondo disseminandovi i valori universali della Francia rivoluzionaria. Come diceva Jules Ferry, che ai tempi della Terza Repubblica battezzò la scuola laica gratuita e obbligatoria, «le razze superiori hanno diritto di civilizzare le razze inferiori». (Quando Francois Hollande vorrà ricordare Ferry nel suo primo discorso pubblico, alle Tuileries, non mancherà di condannarne questo «errore morale e politico».)

   Solo gli Stati Uniti vorranno poi, con superiori mezzi, seguire un analogo percorso missionario, suscitando perciò una competizione squilibrata ma persistente con l`universalismo francese. Sicché oggi deve costare molto all`Eliseo chiamare in soccorso la Casa Bianca per garantire le coperture satellitari, logistiche e di intelligence di cui il proprio corpo di spedizione in Mali non può disporre.

   Di più, il colonialismo francese non si fondava sulla geopolitica delle teste di ponte costiere, alla portoghese, né tantomeno sul dominio indiretto, all`inglese, ma sul principio dell`assimilazione. L`impero come estensione del territorio metropolitano, anche sotto il profilo amministrativo. Le classi dirigenti locali venivano (vengono) educate sui manuali e con le tecniche distillate nei laboratori del grandioso apparato statale centrato su Parigi e di lì irradiato nei dipartimenti, africani inclusi.

   Dopo la strana vittoria del 1945 – e sotto la pressione degli Stati Uniti, che volevano concentrare tutte le energie occidentali nel contenimento dell`imperialismo sovietico la Repubblica francese è costretta a cedere, pezzo per pezzo, il grosso dei suoi domini extraeuropei. Ne rimane oggi pallida traccia, sotto forma dì regioni, dipartimenti e altre entità d`oltremare, da Mayotte alla Riunione, dalla Nuova Caledonia alla Polinesia, da Martinica alla Guyana. Ciò che contribuisce a difendere il rango mondiale della Francia, sigillato dal titolo di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dall`arsenale nucleare. Rango cui Parigi tiene moltissimo, anche per bilanciare la crescita della potenza tedesca in Europa.

   Quanto all`Africa, dopo il lutto non ancora elaborato della guerra d`Algeria, la Francia ha saputo mantenervi una sfera d`influenza che ricomprende grosso modo le sue antiche terre imperiali. A fondarlo contribuisce lo strumento linguistico-culturale, istituzionalizzato nella francofonia, per marcare il senso geopolitico della difesa dell`idioma nazionale. Insieme, un reticolo di relazioni politico-economiche, a lungo centrato sulla “cellula africana” dell`Eliseo, diretta fino a pochi anni fa da Jacques Foccart. È la Francafrique, termine divenuto peggiorativo per la penna di Francois -Xavier Verschave, che la denunciò nel 1998 come organizzazione criminale segreta incistata nelle alte sfere della politica e dell`economia transalpina. Basata sulla corruzione, sui rapporti personali con questo o quel dittatore/padrone (franco)africano, sugli interessi dei “campioni nazionali” dell`industria transalpina, specie nel settore energetico e minerario. Una macchina da soldi, infatti ribattezzata France- àfricque da giornalisti malevoli.

   Sarkozy prima e Hollande poi hanno preso le distanze dalla Franqafrique, ma chiunque voglia vederle ne trova ancora forti tracce nei territori africani già inglobati nell`impero tricolore. Vi restano anzitutto i privilegi della grande industria, che incarna interessi strategici irrinunciabili (per esempio, lo sfruttamento dell`uranio nigerino da parte di Areva, vitale per la produzione energetica nazionale).

   Parigi non rinuncia al ruolo di gendarme nella “sua” Africa -anche oltre, come dimostra il caso libico. Nel Continente nero restano schierati in permanenza circa 7.500 soldati francesi. Nel solo teatro maliano, il ministero della Difesa prevede di impegnarne a breve 2.500, e forse non basteranno per evitare l`insabbiamento della missione antiterrorismo. Certo, l`epoca dell`”unilateralismo” è passata, oggi Parigi cerca (e talvolta non trova) il sostegno degli alleati occidentali e dei paesi africani più vicini alle zone di crisi.  Più che una scelta, il “multllateralismo” – ossia l`impiego di risorse altrui per fini propri, o almeno il tentativo di farlo – è una necessità.

   Alla fine, quel che conta è proteggere il rango dell`Esagono nel mondo, la grandezza della Francia. Anche per questo, nelle carte mentali dei decisori francesi la memoria dell`ex (?) impero campeggia vivissima. (Lucio Caracciolo)

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RAID E BOMBE SUL MALI «BLOCCATA L’AVANZATA DEI JIHADISTI AL SUD»

di Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 14/1/2013

– I francesi intensificano le operazioni –

PARIGI — La guerra in Mali entra nella fase 2. «Il primo obiettivo, fermare l’avanzata dei terroristi verso il Sud, è stato raggiunto. Oggi abbiamo cominciato a occuparci delle loro basi nel Nord», ha detto ieri il ministro degli Affari esteri Laurent Fabius.
L’intervento militare nell’ex colonia africana era partito male, venerdì scorso, con l’abbattimento di un elicottero e la morte del pilota. Al suo terzo giorno, l’operazione Serval raccoglie i primi successi, grazie ai bombardamenti aerei effettuati dai Rafale che partono dalle basi in Francia, e che possono arrivare sul teatro di guerra senza fare scalo grazie all’uso dello spazio aereo concesso dall’Algeria.
I Mirage e i Rafale francesi hanno bombardato Gao, che con Timbuctu e Kidal è una delle roccaforti dei jihadisti. La decisione del presidente algerino Bouteflika di concedere il sorvolo è importante dal punto di vista militare ma anche politico, perché va nella direzione — auspicata da Parigi — di un maggiore coinvolgimento dei Paesi africani.

   Il presidente Hollande aveva più volte ripetuto, nelle settimane scorse, che spettava ai Paesi dell’Africa il compito di formare la forza internazionale per combattere contro gli islamisti, ma quando questi si sono spinti a minacciare il Sud e la capitale Bamako, Parigi ha deciso di prendere subito l’iniziativa. «La mano del presidente Hollande non ha tremato — ha detto ieri ancora Fabius —, non c’erano grandi questioni metafisiche da porsi nel momento in cui Bamako poteva cadere nelle mani degli islamisti».
Eppure, qualche questione metafisica è stata sollevata ieri da Dominique de Villepin, l’ex primo ministro e ministro degli Esteri francese, l’uomo del celebre discorso all’Onu contro Colin Powell e la guerra in Iraq, che ieri è uscito dall’ombra per protestare contro «una missione dagli obiettivi poco chiari e dalle scarse possibilità di riuscita».
«L’unanimismo dei favorevoli alla guerra, la precipitazione apparente, il déjà-vu degli argomenti della “guerra contro il terrorismo” mi inquietano — scrive Villepin sul Journal de Dimanche —. Com’è possibile che il virus neo-conservatore abbia potuto conquistare tutti?».
Il «neo-con Hollande» vuole evitare che tutto il Mali diventi un santuario per i terroristi di Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico) che tengono prigionieri otto ostaggi francesi nel Sahel e che minacciano di commettere attentati in Europa.
La Gran Bretagna ieri ha assicurato un sostegno logistico, con due aerei militari che serviranno per il trasporto truppe ma che non parteciperanno direttamente ai combattimenti. In attesa di un possibile maggiore coinvolgimento dell’Unione europea, la Francia può contare sull’aiuto sul terreno di truppe dell’Ecowas (Comunità economica dell’Africa occidentale): Benin, Burkina Faso, Togo, Niger, Senegal. Utili soprattutto in prospettiva, quando toccherà a loro difendere i risultati ottenuti dalle forze francesi.
Il ministro Fabius parla di una missione militare che durerà «settimane», e che si è rivelata più complicata del previsto. Una fonte dell’Eliseo ha detto ieri che ci si aspettava di avere di fronte nemici male equipaggiati, «dei balordi piazzati su Toyota con qualche mitragliatrice», mentre i jihadisti e i loro alleati tuareg sono bene addestrati e possono contare su materiale bellico sofisticato, trafugato dalla guerra di Libia.
L’obiettivo di fondo della guerra di Hollande è stato ripetuto ancora ieri: «Combattere il terrorismo». Quanto all’obiettivo militare, vedremo presto se i raid aerei di ieri puntano alla riconquista di tutto il Nord. (Stefano Montefiori)

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IL FALLIMENTO FRANCESE IN SOMALIA

– L’intervento militare per liberare un agente segreto ostaggio dal 2009 è finito in una strage, gli Stati Uniti hanno detto di aver supportato l’operazione –

14 gennaio 2013, da IL POST.IT http://www.ilpost.it/

   In osservanza alle norme sui poteri di guerra del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha informato domenica sera il Congresso americano di aver consentito all’uso dell’aviazione militare nel corso di un’operazione in Somalia. L’aviazione americana ha infatti collaborato venerdì all’intervento militare francese per liberare un ostaggio francese catturato dalle milizie islamiste di al-Shabaab, intervento fallito e conclusosi senza la salvezza dell’ostaggio – Denis Allex, un agente dei servizi segreti francesi – e con la morte di due militari francesi e di 17 combattenti somali (secondo nuove notizie sarebbero invece almeno 27).

   È stato lo stesso presidente francese Hollande ad annunciare che l’intervento militare a Bulo Marer, circa 75 km a nordovest della capitale Mogadiscio, “non ha avuto successo”. Il Ministero della Difesa ha anche dichiarato di temere che l’ostaggio sia stato ucciso dai suoi sequestratori, anche se un comunicato di al-Shabaab ha sostenuto che Allex sia ancora vivo e prigioniero.

   Era stato rapito il 14 luglio 2009 mentre si trovava a Mogadiscio durante un’operazione in appoggio al governo di transizione somalo. Lo scontro a fuoco intorno al luogo dove i francesi ritenevano fosse tenuto prigioniero è durato tra i 45 minuti e alcune ore, secondo le diverse versioni diffuse finora: il fallimento dell’intervento sarebbe dovuto alla rapida scoperta da parte dei somali dell’atterraggio degli elicotteri francesi a qualche chilometro dal posto. Al-Shabaab ha annunciato lunedì mattina la morte di un secondo soldato francese che era rimasto ferito, e ha comunicato prossime decisioni sull’ostaggio.

DENIS ALLEX in un video diffuso dai ribelli islamisti (da “la Stampa.it)
DENIS ALLEX in un video diffuso dai ribelli islamisti (da “la Stampa.it)

LA SFIDA DEI RIBELLI SOMALI ALLA FRANCIA: “ABBIAMO GIUSTIZIATO L’OSTAGGIO”

da “LA STAMPA.IT” del 17/172013

– Rapito nel 2009, Denis Allex era già stato dato per morto da Parigi dopo il fallito blitz militare per liberarlo – Gli shabaab: «E’ stata Parigi a firmare la sua condanna a morte» –

   La notizia più tragica alla fine è arrivata. Gli islamisti somali Shabaab hanno reso noto di avere compiuto, ieri alle 16.30, «l’esecuzione» dell’ostaggio francese Denis Allex, detenuto in Somalia dal 2009 e dato per morto dal governo francese dopo il fallito blitz per liberarlo sabato scorso. L’annuncio è arrivato con un tweet e rappresenta una sfida diretta al presidente d’oltralpe Francois Hollande, che sempre ieri aveva «rivendicato l’operazione militare» e annunciato di «non voler cedere». I ribelli, poco prima, avevano celebrato la «vittoria» provocando così Parigi: l’uomo è vivo ma abbiamo deciso di giustiziarlo. E così è stato.

   L’intera storia è ancora da chiarire. A cominciare dal perché il blitz è stato lanciato proprio contemporaneamente all’avvio della campagna in Mali. Senza nessun collegamento, ha sempre sostenuto l’Eliseo. Sabato scorso gli shabaab non soltanto hanno respinto gli elicotteri nemici ed ucciso due soldati francesi, mostrando le macabre immagini di uno dei cadaveri sul sito di microblogging tre giorni fa. Ieri hanno rinnovato la “sfida”: «Uccideremo Allex per la politica francese di oppressione dei musulmani nel mondo, la sua politica di oppressione dell’islam sul suo territorio e le operazioni militari in Afghanistan e in Mali».

   Il proclama, pubblicato su Internet – confermando una capacità di utilizzare i social network non comune – i terroristi hanno rincarato la dose affermando che «con il suo tentativo di salvataggio, la Francia ha volontariamente firmato la condanna a morte dell’ostaggio». Una sentenza decisa, sottolineano, «all’unanimità».

   Francois Hollande, che proprio ieri mattina aveva in programma il tradizionale incontro per gli auguri di inizio anno con i giornalisti, aveva il volto scuro quando ha cominciato a parlare di Allex e dei due soldati uccisi. Poi ha voluto «rivendicare in pieno» l’operazione mentre il Paese continua ad interrogarsi su quanto davvero sia successo: «avevo deciso l’operazione settimane fa, era prevista per quel giorno, più esattamente per quella notte – ha raccontato il presidente – avrebbe potuto riuscire, sarebbe dovuta riuscire.   Tuttavia, per quanto siano pesanti le conseguenze, perché c’è stata la morte, l’assassinio dell’ostaggio e i due soldati uccisi. È un messaggio che inviamo: la Francia non può accettare che suoi cittadini siano detenuti». (la Stampa.it del 17/172013)

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PRIMA DELL’INTERVENTO FRANCESE

UN VESSILLO NERO SUGLI STATI FALLITI

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 5/12/2012

   Il Nord del Mali è oggi il cuore dello spazio geopolitico islamista radicale in Africa. Vi si muovono gruppi dalle capacità militari, dalla composizione etnica, dalla convinzione ideologica, assai diverse. Ansar Dine, guidato Iyad Ag Ghali, ha soppiantato il Movimento nazionale di liberazione dell’ Azawad, secessionista e laico, che con la sua azione armata ha provocato la deflagrazione territoriale dello stato africano.

   Ansar Dine è alleato con il Movimento per l’unicità e il jihad in Africa Occidentale (Mujao) di Hamada Kheirou, transfuga dall’ Aqmi in polemica con l’ emiro Droukdel, accusato di non valorizzare i non algerini. Nel Mujao, che controlla la città di Gao, militano oltre che arabi, saharaui delusi dal Polisario e persino militanti di Boko Haram in fuga dalla Nigeria.

   Ma è l’ Aqmi, sospinto non certo disinteressatamente fuori confine dal potere algerino, il regista poco occulto della scena maliana. I suoi militanti sono nell’ area da anni. Prosperano sulle divisioni interne delle altre componenti, afflitte da conflitti etnici e tribali, da sindromi del bottino diseguale, da ambizioni non nascoste dei loro leader.

   E sui proventi ricavati dalla presa di ostaggi occidentali, dal contrabbando, dal traffico di diamanti e droga organizzati da Mokthar Belmoktar, teorico dell’ allargamento della base familiare della sua cellula mediante matrimoni con ragazze locali. Il “diritto di necessità” legato alle esigenze del jihad legittima la contaminazione del credo purista con pratiche illecite. È sotto questa cupa volta ideologica che sono cadute le città maliane del Nord.

   A Timbuctù, deculturata dalla brutale cancellazione dell’eredità sufi, si è insediato l’algerino Abu Zeid, capo della principale katiba, cellula, dell’ Aqmi. Nella “città dei santi” le donne vengono duramente punite se non indossano il velo. A Aguelhok una coppia “illegittima” è stata lapidata; a Gao le flagellazioni pubbliche con le fruste usate per i dromedari sono all’ ordine del giorno, anche per chi fuma o beve alcolici.

   Gli islamisti radicali compensano i loro eccessi ideologici, presentandosi come partito d’ordine: il furto e il banditismo sono puniti con l’amputazione. Il vessillo nero qaedista sventola ormai ai piedi delle falesie di Bandiangara e del paese dei Dogon. E Francia e Stati Uniti premono per un intervento armato degli stati dell’Africa Occidentale. L’operazione però non decolla. L’Onu preferisce una soluzione politica e posticipa l’eventuale intervento armato alla fine dell’ estate 2013. Un buco nero, quello africano, che inghiotte stati falliti e simulacri di stati nazionali ispirati al modello europeo, collassati sotto la pressione di nuovi e antichissimi legami transnazionali. RENZO GUOLO

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Intervista ad ANGELO DEL BOCA

«IN MALI PARIGI RISCHIA UN ALTRO AFGHANISTAN»
di Umberto De Giovannangeli, da “l’Unità” del 16/1/2013

– Angelo Del Boca è Storico e saggista. E’ considerato il più autorevole studioso del colonialismo italiano. È autore di una biografia su Gheddafi –
«Hollande ha sottostimato le capacità militari, oltre che l’unità, dei Tuareg. Per questo il Mali rischia di trasformarsi nell’Afghanistan francese».
A sostenerlo è il più autorevole storico del colonialismo italiano in Africa: Angelo Del Boca.
Qual è la vera posta in gioco in Mali?
«È la distruzione di questo gruppo di islamisti che detiene il potere nel nord del Mali; gruppo alleato di al Qaeda. Dal Mali questa presenza islamistasta-qaedista imperniata sui miliziani del Mujao (il Movimento per l’unità della Jihad nell’Africa dell’Ovest), alleati di Aqmi, al Qaeda del Maghreb e di Ansar Dine potrebbe estendersi a tutto il Sahel. Ecco perché Hollande ha portato il contingente francese da 600 uomini a 2500, e ha inviato un forte numero di aerei da combattimento, chiedendo contemporaneamente ai consueti alleati, Stati Uniti e Gran Bretagna, di fornire un valido aiuto. Attualmente la situazione è bloccata, perché i jihadisti hanno scatenato un’offensiva, dimostrando di possedere armi modernissime che i francesi avevano sottostimato. Non si tratta solo di armi….».
E di cos’altro?
«Questi mujaheddin che vorrebbero creare un loro Stato l’Azawad dispongono di una addestramento militare di prim’ordine, essendo stati, come Tuareg, alleati di Muammar Gheddafi e da lui protetti e armati».
Perché al Qaeda ha scelto il Sahel?
«Ha scelto questa area immensa che comprende praticamente tutto il Sahara, dal Marocco all’Egitto, dall’Algeria al Nigere e al Ciad, perché già da anni ha messo radici in questa zona, limitandosi però, finora, a prendere ostaggi o a impegnarsi in scontri circoscritti. La presenza dei Tuareg in questa ampia aerea, è sicuramente il dato più significativo perché tutti conoscono le loro capacità militari, un elemento che il presidente francese ha certamente sottovalutato».
Il Mali potrebbe essere l’Afghanistan francese?
«Questo rischio esiste certamente. Anche se le forze presenti sono più modeste non si possono fare rapporti tra le decine di milioni di afghani e poche decine di migliaia di Tuareg c’è da sottolineare che i Tuareg non sono divisi come gli afghani. E quindi sono terribilmente pericolosi».
In questo scenario, cosa dovrebbe o non dovrebbe dare l’Italia?
«A sentire Romano Prodi, inviato speciale dell’Onu per il Sahel che come tale ha potuto verificare molto bene la situazione, c’è da sperare che non si chieda all’Italia un intervento armato, anche se fosse limitato all’invio di aerei come durante la guerra in Libia. È bene ricordare che la nostra Costituzione proibisce di fare guerra».
Nel descrivere la situazione in Mali, lei ha fatto più volte riferimento alla Libia e al caos del dopo-Gheddafi. Quale ricadute regionali ha avuto questo «caos»?
«La caduta di Gheddafi è stata traumatizzante, perché fino a quando era rimasto al potere, il Colonnello aveva controllato l’armata infinita dei Tuareg, ai quali aveva promesso un aiuto sostanziale in riferimento al loro desiderio di avere una patria. E i Tuareg lo avevano appoggiato nella sua estrema difesa, durata 11 mesi. E solo dopo la caduta del raìs, avevano abbandonato la Libia raggiungendo i loro Paesi d’origine, carichi di armi e con propositi ben precisi di costituire la loro agognata patria».
Una soluzione politica è ipotizzabile o tutto resta affidato alle armi?
«Ci sarà sicuramente un lungo periodo in cui saranno soltanto le armi a decidere la situazione, anche perché molti Paesi dell’area, a cominciare dall’Algeria, temono questa guerra e per ora non hanno preso nessuna decisione. Ma poi si dovrà necessariamente aprire un tavolo negoziale e trovare una soluzione pacifica».
Questo non è colonialismo, questa è una Guerra giusta. Così Bernard-Henri Levy è sceso in campo a sostegno di Hollande. È lo stesso Levy che aveva sostenuto Sarkozy in Libia.
«A differenza della guerra in Libia, che era un attacco preordinato ad un Paese sovrano, la guerra del Mali è decisamente differente perché si tratta di ricostituire un Paese già esistente, come è il Mali. Si deve però comunque notare che anche i Tuareg sono alla ricerca di una patria da decenni, forse da centinaia di anni, e per ciò questa guerra contro di loro, ha degli aspetti di guerra neo-colonialista. Il che renderà il conflitto molto complicato e con un finale ancora tutto da immaginare». (Umberto De Giovannangeli)

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CINQUE BUONE RAGIONI PER L’INTERVENTO IN MALI

di Bernard-Henry Lévy, da “il Corriere della Sera” del 15/1/2013

– “Non è colonialismo, questa è guerra giusta” –

   L’intervento francese nel Mali è una buona cosa, almeno per cinque ragioni.
1 – Dà una battuta d’arresto all’instaurazione di uno Stato terrorista nel cuore dell’Africa e alle porte dell’Europa: la risposta degli interessati, la loro disciplina, quel che scopriamo della sofisticazione delle loro armi e della loro capacità di colpire velivoli in pieno cielo, bastano a dimostrare, se pur ce ne fosse bisogno, che in effetti avevamo a che fare con un esercito del crimine, organizzato, allenato, temibile.
2 – Fa fallire quello che, al di là del Mali, era il vero scopo della guerra di Ansar Dine: rafforzare le cellule islamiche che operano, a ovest, in Mauritania e, a est, in Niger; creare un collegamento, a sud, con i combattenti di Boko Haram, il folle movimento islamico che semina la morte in Nigeria; ritagliarsi così la subregione con un asse del crimine che, senza l’attuale operazione militare, sarebbe stato quasi impossibile spezzare.
3 – Conferma, sul piano dei principi, il dovere di protezione già stabilito dall’intervento in Libia: una volta, crea un precedente; due volte, fa giurisprudenza; e per i sostenitori del dovere di ingerenza, per gli avversari di un diritto dei popoli a disporre di sé stessi, allegramente confuso con il diritto dei privilegiati di lavarsi le mani della sorte dei dannati, per chi pensa che la democrazia non abbia più frontiere di quante ne abbia il terrorismo, è un passo avanti.
4 – Riafferma l’antica teoria della guerra giusta già resuscitata, anch’essa, dalla guerra di Libia: François Hollande si è deciso a impiegare la forza in extremis; l’ha fatto in pieno accordo con la legalità internazionale così come formulata dalla Risoluzione del 12 dicembre dal Consiglio di sicurezza. Si è assicurato che l’operazione avesse ragionevoli possibilità di successo e che il male da essa eventualmente causato sarebbe stato meno grande di quello impedito. È la teoria di Grozio; è quella di San Tommaso; è una buona e bella lezione di filosofia pratica.
5 – Ripete, infine, il ruolo eminente della Francia, in prima linea nella lotta per la democrazia: Hollande sulla scia di Sarkozy? Come se fosse questo il problema! Come se quanto succede non fosse mille volte più importante di tale rivalità mimetica! Vista per esempio dagli Stati Uniti, la Francia sta inventando, qualunque sia il suo governo, una dottrina strategica ed etica che prende ugualmente alle spalle le due calamità gemelle che sono, da una parte, il neoconservatorismo e, dall’altra, il sovranismo. E di questo, senza essere esageratamente «patriottici», avremmo torto di non rallegrarci.
Resta il fatto che, mentre scrivo queste righe — lunedì sera —, la partita è lungi dall’esser vinta e che avremmo torto, ugualmente, di esultare.
1 – C’è la minaccia terroristica brandita dai talebani del deserto che, attraverso la voce di Omar Ould Hamaha, alias Barbarossa, se la prendono (Journal du Dimanche del 13 gennaio) con i francesi che, avendo «aperto le porte dell’inferno», se la dovranno prendere con sé stessi perché vi bruceranno dentro: è la caratteristica retorica di Al Qaeda; il suo delirio apocalittico; ma è un rischio reale per popolazioni civili che, come al solito, sono il bersaglio di questa gente.
2 – C’è la questione degli ostaggi francesi di cui questi ricattatori si sono accorti, probabilmente con loro grande sorpresa, che non erano gli scudi che avevano creduto e che non bastava dunque santuarizzarli: come reagiamo quando perdiamo la nostra assicurazione sulla vita? Ce ne sbarazziamo come di un pacco ingombrante? Ci vendichiamo? Negoziamo quel che resta da negoziare? O dobbiamo aspettarci di dover piangere, un giorno, dei Daniel Pearl francesi? L’idea fa rabbrividire.
3 – Sul terreno, ci sono le condizioni molto particolari della guerra del deserto: spesso si dice che il deserto è la terra più nuda e che nel deserto si è allo scoperto, più vulnerabili che altrove. È un errore; è il contrario. Chiunque abbia incrociato, in Libia, appunto, combattenti dissimulati fra la sabbia delle dune, chiunque abbia visto una colonna di pick up, che nessun satellite aveva avvistato, apparire dal nulla in cui si mimetizzava, sa che questa guerra sarà lunga, che sarà traditrice, e che sbarazzarsi dei talebani del Mali non sarà come fare una salutare passeggiata.
4 – C’è una soluzione politica che occorre favorire in ogni modo, mentre continua l’operazione militare: cosa dire ai Tuareg? Che fare della loro volontà di indipendenza antica e, in un certo modo, legittima? Come si ricostruisce un Paese senza Stato, una nazione senza governo né esercito? Nella stessa Bamako, su chi si può contare affinché sia inventato un inizio di democrazia? Sono domande per ora senza risposta e che esigeranno tanta abilità politica quanta fermezza militare.
5 – Poi, ben presto, ci sarà l’inevitabile concerto di Cassandre che grideranno all’impantanamento, al nuovo Vietnam, all’avventurismo di una guerra che doveva durare solo qualche giorno e cui fra una settimana verrà rimproverato di prolungarsi in eterno: capriccio della parola nella democrazia delle opinioni! È la politica di appeasement della Francia benpensante, priva di generosità, piena di cautela, che solo con rimpianto si decide all’unione nazionale di oggi! Si avrà abbastanza tenacia per resistervi? Si saprà contrapporre un doveroso disprezzo a chi già grida al ritorno della Francia africana (Françafrique) e dei suoi riflessi neocolonialisti?
François Hollande si trova davanti alla sua prima vera prova politica, e al suo faccia a faccia con la Storia. (Bernard-Henry Lévy)

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SAHEL

MA IL TERRORISMO NON SI BATTE COSÌ

di Giuliana Sgrena, da “il Manifesto” del 15/1/2013

   La lotta al terrorismo, dall’11 settembre, giustifica ogni avventura bellica. Anche se non si può fermare la spirale del terrore con la guerra: erano iniziati da poche ore i bombardamenti dei caccia francesi in Mali quando è scattato l’allarme antiterrorismo in Francia. All’intervento francese sono seguite immediatamente le minacce del Mojao (uno dei gruppi terroristi che sta occupando il nord del Mali) e c’è da sperare che restino solo minacce.
Con l’intervento francese (appoggiato dagli Usa e da altri paesi europei, Gran Bretagna in testa) salta il dialogo tra jihadisti e governo, sponsorizzato dal Burkina Faso che ora, a sua volta, annuncia l’invio di un contingente. L’Ecowas (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) stava già preparando un contingente di 3.300 uomini, ma il presidente Traoré ha preferito accelerare l’azione militare chiedendo aiuto alla Francia, che ha risposto subito, avvalendosi anche della risoluzione approvata dall’Onu il 20 dicembre scorso.
L’attacco in Mali avviene a poche settimane dal viaggio del presidente Hollande ad Algeri, dove parlando di «rispetto delle memorie, di tutte le memorie» aveva cercato di migliorare i rapporti con l’ex colonia. Da mesi l’Algeria è terrorizzata da un’internazionalizzazione del conflitto alle sue frontiere e l’intervento francese apre la strada a un intervento occidentale più ampio. Ma Algeri, cambiando improvvisamente posizione, non ha condannato l’intervento francese, considerando la richiesta del Mali un «atto sovrano» e lasciando intravedere un possibile intervento algerino contro gli islamisti che occupano il nord del paese confinante.

   Del resto dal Mali partono le azioni di al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), formato nel 2006 dal Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, una frazione dei Gruppi islamici armati algerini.
L’intervento francese, annunciato quando era già in corso e senza chiedere l’autorizzazione del parlamento, risponde innanzitutto agli interessi della Francia che in Mali sfrutta le materie prime, principalmente l’uranio.

   Proprio come era avvenuto nella crisi libica, la Francia si lancia per prima ma non è escluso che venga seguita da altri paesi europei che potrebbero impiegare le forze che stanno ritirando dall’Afghanistan. Peraltro proprio dalla Libia sono arrivati molti jihadisti, che dallo scorso marzo occupano il Mali settentrionale, e anche le armi. Il Mali è un crocevia del traffico di armi e droga, quest’ultima arriva in gran parte dal Marocco passando per il sud dell’Algeria. Il traffico si è ulteriormente arricchito con il business dei sequestri.
Ora, l’intervento militare francese probabilmente provocherà una nuova diaspora dei jihadisti, ma sicuramente non la fine del terrorismo. (Giuliana Sgrena)

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Guerra e commercio in Africa

LA BATTAGLIA IN MALI RIGUARDA ANCHE NOI

da “il Sole 24ore” del 16/1/2013

   Qualche italiano si vergogna della geografia del nostro Paese e forse vorrebbe spostare i nostri confini più a Nord. In realtà dovremmo essere più sensibili alla collocazione geografica dell’Italia per comprendere meglio i nostri interessi politici, economici e di sicurezza. Anche il Sahara e il Sahel confinano con noi e la guerra del Mali ci riguarda più o meno direttamente, come quasi tutto quello che avviene nel Nordafrica: basti pensare all’attentato contro console italiano a Bengasi, in quella Cirenaica che custodisce l’80% delle risorse petrolifere libiche.

   La battaglia del Mali avviata dall’intervento francese è una partita strategica per definire chi comanderà o avrà influenza in una regione molto vasta dell’Africa. Se gli islamici avranno la meglio incoraggeranno altre rivolte nei Paesi del Maghreb, anche in quella Libia che dopo l’entusiasmo romantico per la rivoluzione contro Gheddafi si sta dibattendo per darsi la parvenza di uno stato. E se saranno sconfitti la partita comunque non sarà chiusa: il Mali è uno stato quasi fallito che si aggiunge ad altre “aree grigie” del mondo dall’Atlantico al Mar Rosso.

   Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Egitto: da qui vengono gran parte delle nostre risorse energetiche; in tutti questi Paesi l’Italia è sempre tra i primi tre partner commerciali e suscita rispetto per la qualità del lavoro e il modello delle piccole e medie imprese.
Ebbene sì, anche noi confiniamo con il Sahara, che in arabo vuol dire grande vuoto, un vuoto che invece si sta rivelando pieno di problemi ma anche di opportunità. (a.n.)

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4 thoughts on “La GUERRA IN MALI della FRANCIA con l’appoggio dei suoi alleati europei (perché non un ESERCITO EUROPEO?) contro il rifiorire del terrorismo islamico integralista – la necessità di una POLITICA internazionale per un’AFRICA democratica che superi la povertà e percorra un processo di PACE e SVILUPPO con protagonisti i popoli AFRICANI

  1. lucapiccin giovedì 17 gennaio 2013 / 20:05

    Il sito di estrazione del gas di In Amenas, a un centinaio di km dalla frontiera libica e a 1300 kilomètres d’Algeri è immenso. E’ sfruttato da una joint-venture dell’impresa algerina Sonatrach con le compagnie britannica BP e norvegese Statoil. Entrato in funzionamento in giugno 2006, esso sfrutta quattro depositi situati nel bacino d’Illizi, nel sud-est dell’Algeria.
    Secondo l4Agence France Press, l’insieme del sito rappresenta un investimento di circa 2 miliardi di dollari, con una produzione teorica di 9 miliardi di m3 di gas all’anno, ossia circa il 12% della produzione algerina (una delle più grnadi del mondo). Esso rappresenta il 18% delle esportazioni di gas del paese.
    Detto questo, io la vedo cosi :
    “L’intervento francese, annunciato quando era già in corso e senza chiedere l’autorizzazione del parlamento, risponde innanzitutto agli interessi della Francia che in Mali sfrutta le materie prime, principalmente l’uranio” (Giuliana Sgrena). E ovviamente il terrorismo non si batte cosi, dato che né l’Iraq né l’Afghanistan sono liberati dall’islamismo radicale anche con Bin Laden morto. Cosi come Assad non ha portato la pace in SIria bombardando i suoi oppositori.
    In secondo luogo, il Nord del Mali è un grande deserto montagnoso, in uno stato debole, più debole degli altri paesi maghrebini, quindi ideale rifugio per i gruppi radicali che peraltro non si possono assolutamente giustificare. La Francia interviene perhcé è la prima interessata, e perché lungi dall’essere marginali questi gruppi radicali stanno prendendo piede un po’ dappertutto. Il rischio più grave è che le rivoluzioni arabe sfocino in un radicalismo islamico istituzionalizzato, che sconvolgerebbe gli interi equlibri mondiali. Ricordiamoci che noi paghiamo già gli idrocarburi più cari del mondo, e se ci sbattono fuori e decidono loro il prezzo che più gli conviene (come fa già l’Iran) saranno tempi duri per noi occidentali avidi di petrolio. E’ dunque chiaro che le bombe dovrebbero aver ragione di questi gruppi “terroristi” e permettere il mantenimento di governi a noi favorevoli, veri e propri protettorati.
    A sostegno di questo ragionamento faccio notare che i gruppi islamici più che aver “terrorizzato” gli abitanti del Mali, hanno colpito l’Algeria, in un sito strategico di estrazione del gas. Hanno separato 300 algerini da un lato e 41 stranieri dall’altro. Inoltre altri gruppi (in Somalia) hanno preso in ostaggio e ucciso soldati francesi. L’effeto terrore è più per noi occidentali che per le popolazioni locali. Questo dimostra poi che sono dappertutto, ben al di là del Mali. Ricordiamoci che da anni la Parigi Dakar si svolge in sudamerica perché Touareg e altri poveracci erano ridotti a assaltare camion e automezzi per recuperare il carburante, proprio mentre ci galleggiano sopra. Purtroppo, anziché cercare la cooperazione e l’amicizia si preferisce usare la violenza come soluzione dei “problemi” (appropriazione delle risorse), da una parte come dall’altra. Il resto sono tutti discorsi speculativi, perché non credo proprio che sia un ideale imperiale in cui nessuno si riconosce più o un nazionalismo atavico sostenuto solo dall’estrema destra, ma come si dice in Francia “c’est l’argent qui fait la guerre”.
    Contro il terrorismo, statale o sotterraneo.
    Per la fratellanza e la solidarietà tra gli umani di tutto il pianeta.

  2. Cris mercoledì 23 gennaio 2013 / 16:22

    Thomas Sankara…chi è (era) costui ? Qualche giorno fa, quando ho sentito dei francesi in Mali, ho casualmente visto un documentario illuminante su du lui. Interventi umanitari e aiuti finanziari: a chi servono?

    • lucapiccin domenica 27 gennaio 2013 / 7:02

      M***A ! Mi scuso per il link precedente, ma non si puo’ vedere, io l’avevo visto in diretta, peccato …

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