l’ESODO dall’Italia: GIOVANI italiani e IMMIGRATI naturalizzati che lasciano il nostro Paese: per MOTIVI DI LAVORO o di PROSPETTIVA DI NUOVA VITA – Andare in altri LUOGHI GEOGRAFICI costa sacrifici e disagi, ma forse è utile alla conoscenza reciproca per un NUOVO MONDO di vera pace e nuovo sviluppo

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   Molte persone stanno lasciando stabilmente l’Italia: sia giovani di famiglie “storicamente” italiane; che immigrati oramai ambientatisi nel nostro Paese, ma che se ne devono andare perché non c’è più lavoro. Di entrambi (giovani e immigrati) cerchiamo qui di parlarne e dare il contesto geografico della situazione, degli spostamenti e delle motivazioni.

   Diversificate sono le motivazioni dei “nostri” giovani che lasciano famiglia e amici per andare all’estero. Se ne vanno perché non trovano messun lavoro (specie nelle regioni meridionali, del sud più in difficoltà dalla crisi economica iniziata nel 2008: dove comunque persiste nei giovani meridionali una ancora consistente “salita” al nord in ambito nazionale). Se ne vanno anche i giovani con alto grado di istruzione e capacità professionale perché non trovano alcunché che li possa soddisfare (economicamente e lavorativamente)(nel primo articolo ripreso in questo post riportiamo un’ “avventura” di quest’ultimo tipo, interessante seppur deludente). Oppure se ne vanno giovani senza alcuna qualificazione professionale, e che magari qualcosa troverebbero da fare nei propri luoghi di nascita e vita (protetti dal nucleo famigliare con qualche risorsa solida, come l’abitazione di proprietà, un reddito medio dei genitori…); ma questi giovani decidono di andarsene perché rifiutano un lavoro dequalificante da farsi “a casa” (l’unico che possono fare data la loro scarsa preparazione di studi e di “mestieri” qualificati); e preferiscono fare esperienze di vita fuori d’Italia: sicuramente adattandosi a lavori di bassa manovalanza, ma in un contesto di “novità”, imparando peraltro una nuova lingua, conoscendo persone, costumi e usanze diverse da quelle di casa: esperienze che forse valgono molto di più di studi non fatti (spesso inutili e poco produttivi alla persona).

   Le destinazioni geografiche di tutti questi giovani che “espatriano” (come detto, con motivazioni diverse), come si può vedere dagli articoli contenuti in questo post, sono le più variegate. Sicuramente tra le mete preferite ci sono i PAESI economicamente EMERGENTI (in primis l’AUSTRALIA, ma anche il BRASILE, o comunque dove ci sono solide e storiche comunità italiane di qualche riferimento, conoscenza). Poi anche nel NORD AMERICA (STATI UNITI e CANADA) e nell’ESTREMO ORIENTE (CINA, GIAPPONE…), specie in questi casi per i giovani più attrezzati professionalmente. In parte la destinazione geografica preferita è anche l’EUROPA DEL NORD (dalla GERMANIA, all’INGHILTERRA, ma anche BELGIO, OLANDA, SVEZIA…), cioè in paesi europei meno toccati dalla crisi occupazionale (per ora): queste mete sono preferite dai giovani che vogliono mantenere una vicinanza a casa propria. L’Europa, come soggetto geografico territoriale unico, è ben più consolidato nei giovani europei (l’iniziativa universitaria Erasmus è stata una buona apertura e precorritrice del fenomeno “europeo”) rispetto ai meno giovani e ai meccanismi nazionalistici della “politica” vigente.

Per l’ISTAT sono 800mila gli STRANIERI “SPARITI” DAL NOSTRO PAESE. Molti di loro hanno abbandonato l’Italia perché LA CRISI GLI HA TOLTO IL LAVORO
Per l’ISTAT sono 800mila gli STRANIERI “SPARITI” DAL NOSTRO PAESE. Molti di loro hanno abbandonato l’Italia perché LA CRISI GLI HA TOLTO IL LAVORO

   Sintomatico poi, riguardo agli immigrati qui in difficoltà per la mancanza di lavoro (vero fenomeno di povertà già diffuso a livelli assai gravi), che una parte di loro rientrano nei luoghi d’origine (con problematiche serie di impossibilità di ambientamento dei figli nati o vissuti in Italia) e altri, appunto, cercano LAVORO VERSO IL NORD EUROPA, dove i mercati occupazionali assorbono ancora qualcosa (sempre meno). Interessante questo fattore di “affezionamento” al contesto europeo (il modo di vita, la cultura, il welfare praticato…) che mostra la propensione di molti immigrati a non voler rinunciare (per loro e per i loro figli) al modello di vita che l’Europa offre e che, nonostante il declino economico e culturale del “vecchio Continente”, ancora qui si esprime in una qualità della vita migliore al mondo (anche superiore a quella che si può trovare nel ricco Nord America).

   C’è da dire, infine, che se non fosse che per i pesanti disagi (difficoltà economiche, ambientamenti da rinnovare…) che procurano alle persone costrette ad andarsene a cercar fortuna in altri luoghi, viene anche da pensare che ci sono dei possibili effetti positivi sia di arricchimento culturale di chi si sposta, ma anche un fenomeno di “mescolamento sociale” delle popolazioni, dato appunto da questa mobilità globale: che sicuramente bene fa alla conoscenza reciproca nel “villaggio mondo”. Sempre nella prospettiva di una nuova condizione generale di pace e sviluppo mondiale. (sm)

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GLOBALIZZAZIONE E QUALITA’ DELLA VITA

di STEFANO VIRGILI, dal sito

http://www.finanzaelambrusco.it/ del 28/12/2012

   Correva l’anno 2006 quando più o meno capii che in Italia avrei avuto poco futuro, lavorativamente parlando. La montagna reggiana offriva una connessione internet da lumaca mentre la città di Reggio Emilia somigliava sempre più al Far West. Il neo insediato Governo Prodi aveva tolto la possibilità di scaricare il veicolo aziendale, subito dopo la mia seconda rata di leasing e la mazzata dei prezzi in euro cominciava a farsi sentire pesantemente. In aggiunta il clima, con rigidi inverni di 4 o 5 mesi, mi aveva proprio stancato.

   Cercavo un posto al mondo dove poter godere clima caldo, poca criminalità, poche tasse e costo della vita abbordabile. Per una strana coincidenza venni a scoprire che tutte le condizioni che cercavo erano presenti a Singapore, così a settembre dello stesso visitai per la prima volta la Città-Stato del Leone.

   Meno di 6 mesi dopo risiedevo e lavoravo nella nazione con la più alta densità di popolazione al mondo.

   Aprii la mia prima ditta asiatica in meno di mezz’ora ottenendo 3 anni di sconto fiscale sui primi $100,000 di profitto, quando il cambio Dollaro di Singapore ad Euro era oltre 2.1. Allora, un litro di benzina costava 75 centesimi di Euro e con 20 euro alla settimana mi godevo pranzo e cena fuori casa. L’affitto di un condominio con piscina e palestra, costava meno di 1000 Euro al mese. Singapore contava 4 milioni di abitanti, 3 terminal aeroportuali, 3 linee metropolitane e poche, o nessuna, attrazioni internazionali.

   Ricordo una sera nel marzo 2008, quando mio padre venne a trovarmi per la prima volta, affacciati sulla baia della marina, contammo oltre 120 gru, intente a costruire a più non posso, su un lembo piatto di terra artificiale.

   Meno di 3 anni dopo si possono contare nella stessa area – divenuta uno dei centri fiscali più importanti al mondo – una ventina di grattacieli da 40 piani in su, 3 torri di 80 piani unite da una sorta di barca “atterrata” sulla loro sommità, un casinò (a fare il paio con un altro aperto sull’isolotto turistico di Sentosa), il primo negozio fluttuante di Louis Vuitton, un museo d’arte, uno stadio, un parco botanico e una barriera frangiflutti. Tutto ciò a contorno scenico del primo gran premio notturno nella storia della formula 1.

   Aggiungiamo pure il parco tematico Universal Studios e l’acquario più grande del mondo – ad eclissare quello di Genova – e completiamo un inventario da capogiro che ha quadruplicato le entrate turistiche di Singapore in soli 4 anni. Tutto ciò è però avvenuto ad un costo elevato per la popolazione.

Il Governo di Singapore, già nel 2008, annunciava un piano di aumento della popolazione del 50% entro 4 anni, e il raddoppio entro 8 anni. Sebbene siano stati costruiti un nuovo terminal aeroportuale ed una nuova linea della metropolitana (mentre la quinta è in costruzione), la città è diventata ancor più densamente popolata. Nei giorni peggiori c’è da aspettare che il semaforo per le vetture diventi rosso due volte, poiché il tempo allocato per le centinaia di pedoni, non è sufficiente per attraversare la strada in un colpo solo.

   Altre volte è necessario attendere fino a 45 minuti all’ingresso di un parcheggio per potere trovare un posto auto disponibile. Alcuni ristoranti hanno code così lunghe che i gestori devono arrangiare le persone così da non intralciare il marciapiede. Al di là della claustrofobia causata dal sovraffollamento, Singapore è un’isola grossa quanto un terzo della provincia di Reggio Emilia, ed è collegata alla Malaysia da solo due ponti. Quindi le alternative per un weekend con la famiglia, senza volere andare all’estero, sono davvero poche.

   Il costo della vita, inoltre, è aumentato sproporzionatamente anche dovuto al maggiore potere d’acquisto del dollaro singaporeano. Un litro di benzina costa ora il doppio di 6 anni fa. Con venti euro, se va bene, pranzo fuori un giorno solo. Il mercato immobiliare è totalmente impazzito. In tutta la nazione non esiste più una proprietà che costi meno di un milione di dollari.

   L’affitto di un condominio con piscina e palestra parte ora dai 2000 euro in su, con picchi ridicoli di 3000 euro al mese. Non aiuta il fatto che dei quasi 2 milioni di nuovi cittadini, la stragrande maggioranza proviene da paesi più poveri e spesso sono pronti a lavorare per metà dello stipendio di un singaporeano. La popolazione locale si aspetta così che tutto costi meno, ma all’opposto, tutto costa di più. Lungo la via centrale Orchard Road, sfrecciano Ferrari e Lamborghini ad una frequenza impressionante, nonostante la tassa del 100% sull’acquisto di veicoli e gli incredibili 60 mila euro di bollo decennale. Singapore conta ora la più alta percentuale di milionari al mondo.

   I ritmi lavorativi sono insopportabili. I negozi sono aperti 360 giorni all’anno. Gli agenti immobiliari lavorano 7 giorni alla settimana fino alle 11 di sera. Le aziende impongono sabati al lavoro e talvolta straordinari fino a tarda notte. Resta così poco tempo per la famiglia, che i media di stato invitano i cittadini a fare più figli. Nonostante il 2012 fosse l’anno di buon auspicio del Drago, solo 40 mila bambini sono nati dai gli oltre 6 milioni di cittadini. Resta poco spazio per la cultura e poco spazio per la solidarietà. Singapore si è trasformata in soli 6 anni in un paese materialistico, dove l’importante è solo lavorare e guadagnare. In inglese la chiamano rat race (una corsa di ratti).

   Dite ad un singaporeano che siete appena tornati da una vacanza meravigliosa. Non vi chiederanno “dove?”, non vi chiederanno “quando?”, non vi chiederanno “con chi?”. Vi chiederanno solo “quanto hai pagato?”. (Stefano Virgili)

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DATI ISMU SULL’IMMIGRAZIONE, PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA PIÙ EMIGRATI CHE IMMIGRATI. COLPA DELLA CRISI ECONOMICA

di Laura Eduati, L’Huffington Post (http://www.huffingtonpost.it/ ), pubblicato il 11/12/2012

   È accaduto in Portogallo, poi in Spagna, ora accade anche in Italia. Tre paesi coinvolti duramente dalla crisi economica che fino al 2010 comunque attraevano migranti in cerca di lavoro. Oggi, invece, la situazione si è ribaltata perché nel 2011 la nostra penisola da Paese di immigrazione è tornata ad essere Paese di emigrazione.

   Le cifre sono chiare: lo scorso anno sono arrivati appena 27mila stranieri mentre hanno fatto le valigie per l’estero 50mila italiani. Uno scenario impensabile anche solo in tempi recentissimi: dal 2002 al 2009 ha varcato la frontiera italiana una quota oscillante tra i 350mila e i 500mila migranti l’anno.

   I dati sono raccolti nel XVIII rapporto Ismu sulle immigrazioni 2012 presentato questa mattina a Milano e curato da Gian Carlo Blangiardo, docente di Demografia alla università Milano-Bicocca, secondo il quale occorre sottolineare anche l’alto numero di migranti che hanno deciso di lasciare il nostro Paese: «Ufficialmente sono 33mila, ma questo è un dato scorretto. Pare invece molto realistico il censimento effettuato dall’Istat lo scorso anno, che ha individuato 800mila stranieri iscritti all’anagrafe ma non presenti sul territorio», dice all’Huffington Post.

   Molto probabilmente si tratta di migranti che “alla chetichella”, senza avvisare nessuno, hanno deciso che ormai il nostro Paese non aveva molto da offrire.

  Le prime avvisaglie di questo fenomeno erano palesi già nel 2010, quando il saldo tra stranieri che entravano e stranieri che uscivano dall’Italia era sceso bruscamente a 69mila unità. Ma è quest’anno che si registra per la prima volta una crescita zero dell’immigrazione (+0,5%): al primo gennaio 2012 gli stranieri in Italia erano 5 milioni 430mila contro i 5 milioni e 403mila rispetto a un anno prima.

   Secondo l’Ismu questo non significa che poco a poco gli stranieri smetteranno di venire e abbandoneranno gradualmente il Belpaese: i residenti non italiani aumenteranno anzi di 6 milioni entro il 2041, passando a rappresentare dall’attuale 8% della popolazione al 18%. Con questi numeri, però, è possibile archiviare per sempre la crescita tumultuosa del numero di migranti, l’allarme immigrazione, l’epoca delle sanatorie e della paura dello straniero cavalcata anche da alcune forze politiche.

   L’Italia, insomma, approda nel club dei Paesi a immigrazione lenta e consolidata. Aumentano infatti i migranti che soggiornano da lungo tempo, cresce il numero delle concessioni di cittadinanza (70mila solo nel 2011) e diminuisce anche la quota di irregolari (-26%). Se la prossima sfida è l’integrazione di coloro che ormai vivono stabilmente, occorrerà tenere a mente soprattutto quei 756mila alunni nati da genitori stranieri che frequentano le nostre scuole e che non possono ottenere la cittadinanza italiana prima della maggiore età.

   In parallelo aumentano gli italiani (+9%), specialmente giovani e qualificati, che scelgono di cercare fortuna altrove; ormai i connazionali residenti all’estero sono 4 milioni e 200mila, un numero che tocca da vicino quello degli stranieri in Italia. È un paradosso, come spiega ancora Blangiardo: «Da una parte importiamo giovani stranieri laureati che finiscono per trovare un mestiere poco qualificato, dall’altra esportiamo giovani cervelli che soltanto all’estero trovano una professione alla loro altezza». Il secondo paradosso è che sono proprio gli stranieri, quelli che rimangono, a fronteggiare meglio il rovescio economico: 170mila nuovi posti di lavoro.

   Allo stesso tempo peggiora il tasso di disoccupazione straniera: da 11,6% a 12,1%. Ciò significa che l’estrema flessibilità dei lavoratori stranieri, abituati da sempre ad accettare condizioni meno favorevoli e paghe più misere, è purtroppo un modello vincente anche in tempo di crisi e soprattutto in un sistema-Italia che ha puntato più sulla diminuzione del costo del lavoro che sulla qualità della manodopera.

   Quali sono gli stranieri che decidono di lasciare l’Italia? Le categorie più deboli, come per esempio chi non percepisce un reddito. Aumentano infatti i capofamiglia che fanno tornare moglie e figli nel Paese di origine perché costa meno mantenerli. Oppure si tratta di comunitari (rumeni, polacchi) che lasciano temporaneamente il nostro Paese e sono pronti a tornare quando le cose andranno meglio.

   Si tratta soprattutto di operai, tecnici, muratori e carpentieri che con la crisi dell’edilizia hanno perso il posto. Ma non sono nemmeno pochi i possessori della ex carta di soggiorno che possono circolare liberamente in Europa e decidono di raggiungere la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, Paesi con una situazione leggermente più rosea.

   Cresce poi il numero di migranti, specialmente dall’Africa subsahariana, che durante il viaggio verso l’Europa finiscono per stabilirsi nei Paesi del Maghreb dove riescono a trovare un lavoro migliore. E’ il caso degli africani in Marocco, impiegati nei cantieri di costruzione finanziati dai cinesi, e che riescono a guadagnare anche 20 euro al giorno contro i 10-15 che potrebbero totalizzare raccogliendo frutta nelle campagne del meridione italiano.

   Ma è l’intera Europa ad essere diventata poco attraente per gli stranieri. Lo spiega Kurosh Danesh, responsabile del Comitato nazionale immigrati alla Cgil: «La mappa mondiale della migrazione sta cambiando radicalmente. Prima l’80% del flusso migratorio partiva dal Sud per raggiungere il Nord. Oggi un terzo si sposta all’interno dei Paesi più poveri, un terzo continua a voler raggiungere i Paesi più ricchi, e la novità è quel terzo che dai Paesi più ricchi si sposta nei paesi emergenti.

   Oggi molte nazioni sudamericane, ma anche la Turchia, hanno un tasso di crescita maggiore di molti Paesi europei e non esiste un indicatore più preciso del fenomeno migratorio per capire come si sta spostando l’economia mondiale. L’Italia come altri Paesi europei ha smesso di essere un luogo dove molti migranti vorrebbero dirigersi».

   Il rapporto Ismu si concentra inoltre sulla criminalità straniera (+7,8%) che cresce parallelamente a quella italiana (+7%) soprattutto per quanto riguarda furti, rapine e violenze sessuali. Conclude Blangiardo: «Probabilmente si tratta dell’effetto crisi, che spinge alcune categorie a uscire dal confine legale per sopravvivere». (Laura Eduati)

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LA STORIA SI RIPETE, GLI ITALIANI CONTINUANO A EMIGRARE

di Lidia Baratta e Carlo Manzo, dal sito LINKIESTA (www.linkiesta.it ) del 14/1/2013

– Gli italiani continuano a emigrare. Fuori e dentro il Paese. A spostarsi all’estero sono soprattutto i settentrionali. Mentre i meridionali continuano a muoversi verso Nord, Lombardia in testa. Negli ultimi vent’anni dal Sud hanno cambiato residenza più di 2,5 milioni di persone –

   Anche gli italiani emigrano. Fuori e dentro il Paese. Ma se a scegliere l’estero – Germania in testa – sono soprattutto i settentrionali, al Sud invece continuano a spostarsi verso il Nord Italia.

GLI ITALIANI CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. In base ai dati Istat, nel 2011 oltre 50mila connazionali hanno spostato la propria residenza in un Paese straniero, superando di gran lunga quelli che sono tornati a vivere in patria (31mila).

I principali Paesi di destinazione sono l’Europa Occidentale e gli Stati Uniti. Oltre 4mila persone si sono trasferite in Germania, quasi tremila in Svizzera, più di 2mila nel Regno Unito. Al di fuori dell’Europa, si va soprattutto negli Stati Uniti e in Brasile.

A scegliere di emigrare fuori dall’Italia sono soprattutto i cittadini del Nord (25.887). I “più mobili” sono i lombardi (9.717), seguiti da laziali (4.843), veneti (4.569) e siciliani (4.566). In queste quattro regioni si concentra circa la metà, il 47%, delle uscite. I “meno mobili” sono invece i valdostani. A spostarsi oltre confine sono soprattutto uomini (57,4%) con un titolo di studio fino alla licenza media (48%).

Nel 2011 è aumentata anche la quota di laureati migranti, passando dal 22,8% del 2010 al 25,9 per cento. Se si considerano i soli laureati, la graduatoria dei Paesi di destinazione si modifica: al primo posto il Regno Unito (11,9%), seguito da Svizzera (11,8%), Germania (11%) e Francia (9,5%). I diplomati che lasciano il Paese sono invece il 26 per cento.

GLI ITALIANI CHE EMIGRANO DA SUD A NORD. Nel 2011, 1 milione 358mila italiani hanno trasferito la residenza all’interno dei confini nazionali. Seguendo un trend storico, la maggior parte delle migrazioni parte dal Mezzogiorno: nel 2011 112mila cittadini dal Sud hanno cambiato residenza, rappresentando il 44% delle migrazioni interne. Questi flussi si muovo in prevalenza verso Nord Ovest (37%). Ma anche il centro continua ad attrarre gli spostamenti con il 34% sul totale, superando così l’ammontare dei flussi diretti verso il Nord Est (29%).

Il Sud continua negli anni a espellere giovani e manodopera. Negli ultimi vent’anni, come riporta il Rapporto Svimez 2012, sono emigrati dal Sud circa 2,5 milioni di persone, oltre un meridionale su dieci. Riguardo alla provenienza, nel 2010 in testa per le partenze c’è la Campania (34.100), seguita da Sicilia (23.900), Puglia (19.400) e Calabria (14.400). La regione più attrattiva per il Mezzogiorno resta la Lombardia, che nel 2010 ha accolto in media quasi un migrante su quattro, seguita dall’Emilia Romagna.

Riguardo al titolo di studio, i laureati meridionali diretti al Centro Nord nel 2010 sono il 23% del totale, più che raddoppiati in dieci anni. Le regioni che attraggono più laureati sono Lombardia e Lazio. Quanto all’età, il 57% dei migranti ha meno di 34 anni. Accanto ai single, cominciano a lasciare il Sud anche giovani coppie con figli.

Oltre agli emigrati veri e propri, ci sono anche i cosiddetti pendolari di lungo raggio. Nel 2011 sono stati quasi 140mila, 6mila in più rispetto al 2010, 39mila dei quali erano laureati. A questo aumento del 4,3%, dice il rapporto Svimez, corrisponde una crescita del 40% dell’occupazione meridionale. Mantenendo la residenza al Sud ma lavorando al Centro Nord, questi occupati falsano quindi la realtà del lavoro nell’area.

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LA NUOVA TERRA PROMESSA DEI GIOVANI VENETI IN FUGA

di Daniele Ferrazza, da “il Mattino di Padova” del 24/1/2013 

   Cercano addetti alla reception, cuochi, lavapiatti, macellai, banconieri, raccoglitori di frutta. Ma anche ruspisti e addetti ai lavori stradali. Trentacinque ore la settimana, stipendio dai mille ai milleduecento dollari australiani per sei giorni di lavoro, assistenza sanitaria a carico del lavoratore, assunzione regolare sin dal primo giorno.

   Perché l’Australia è la nuova America dei nostri giovani? «Perché è tutto chiaro e diretto: non vuol dire semplice, ma le regole sono chiare» rispondono in coro i molti veneti che hanno preso la valigia e sono andati a vivere a Perth, Brisbane o Adelaide. Un flusso che è parte di un fenomeno più vasto, quello degli italiani con la valigia.

   Dal Veneto, nel 2011, ne sono partiti quasi tremila: 2.568, secondo il censimento di Confimprese. Almeno un quarto di questi ha preso la strada dell’Australia, per almeno tre buone ragioni: il paese è giovane e ricco di offerte di lavoro, le comunità italiane sono molto accoglienti e offrono comunque un primo appoggio, il riscontro dei molti italiani che vi si sono trasferiti nel tempo è positivo.

   E poi, appunto, le regole d’ingaggio sono chiare. Con tre clic, attraverso il sito del governo australiano, arrivi alle offerte di lavoro del giorno, divisa per stato: Queensland, North Wales, Western Australia. La comunità dei veneti d’Australia si tiene aggiornata attraverso la rete e i social network in particolare. «Melbournepuntoit» oppure «Sydneypuntoit» sono i siti specializzati più visitati. Molto estesa è anche la rete di «australianboardcommunity.com».

   Ma anche su facebook il tam tam è capillare: il tragico schianto nel quale hanno perso la vita Erika e Marco, ad esempio, è rimbalzato moltissimo sul social network, con messaggi commoventi e ricordi strazianti. Da poche settimane è spuntato anche il gruppo facebook Il Faro, sulla cui bacheca è possibile scambiare informazioni sul visto d’ingresso, l’assicurazione sanitaria, le zone dove gli affitti sono meno cari e dove ci sono maggiori opportunità di lavoro.
Molto cliccate, naturalmente, le informazioni sui voli low cost: il prezzo medio di un volo è di quattrocento euro, solo andata, ma si può trovare di meglio.

   La crisi occupazionale che ha investito i giovani italiani ha fatto dell’Australia il nuovo Eldorado. Al posto della valigia di cartone hanno preso l’i-pad. L’Australia assorbe anche professionalità elevate: è il caso del veronese Michele Grigoletti, ingegnere di software, a Sydney dal 2004, che sostiene addirittura che il fenomeno sia più esteso delle stime: «La progressione di veneti in Australia si chiama con un nome preciso: esodo. Non si deve aver paura di sollevare l’argomento: l’emigrazione è tornata a interessare il Veneto e l’Italia e sempre più ragazzi cercano in Australia quei riconoscimenti professionali che, a casa, non riescono ad ottenere. Questo fenomeno non va temuto, ma incoraggiato, preparando i giovani al passaggio, perché, meglio si troveranno, più facilmente potranno tornare a casa con idee, progetti, e nuove professionalità».

   Chiara Nandi, di Montebelluna, è partita l’anno scorso per andare a lavorare in tre bar diversi di Perth: «Dell’Australia mi ha sorpreso che mi hanno messo subito in regola, immediatamente. Le norme sono chiare: poi, certo, non mancano le difficoltà. Ma certamente è un paese che offre molte possibilità ai giovani».

   La speranza, per molti di loro, è appesa al cosiddetto «sponsor»: trovare un datore di lavoro disposto a scommettere sulla professionalità dei giovani e ad investire 51 mila dollari australiani (circa 40 mila euro) per mettere in regola il lavoratore.

   Secondo il Dipartimento federale dell’immigrazione nel 2011 sono sbarcati circa sessantamila italiani, per turismo o per lavoro temporaneo. Poco più di ottocento quelli che hanno ottenuto la residenza in Australia. Aiuta anche il fatto che, nel passato, il paese ha sempre riservato un’accoglienza generosa ai veneti, anche di seconda generazione: negli annali della politica australiana vi sono incisi i nomi di James Gobbo, fino a pochi anni fa governatore dello Stato del Victoria, nato da genitori di Cittadella; e di Frank Sartor, sindaco di Sidney durante le Olimpiadi del 2000, è nato da genitori di San Giorgio in Bosco. (Daniele Ferrazza)

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IL CANADA SENZA CRISI OFFRE LAVORO AI GIOVANI ITALIANI

di Silvia Favasuli, da LINKIESTA (www.linkiesta.it/ ) del 19/1/2013

– Un bando da 1000 posti per lavorare sei mesi in Canada, Paese con il tasso di disoccupazione più basso degli ultimi 4 anni. Aperto per i giovani dai 18 ai 35 anni, dà la possibilità di soggiornare nel Paese fino a un anno, e di lavorare per sei mesi svolgendo qualsiasi attività. Tutte le informazioni nell’articolo –

   “Lavoro, nuovo boom occupazionale in Canada”: la notizia, sbalorditiva per qualsiasi giovane europeo, appariva sul Corriere Canadese lo scorso 5 gennaio. Il quotidiano in lingua italiana di Toronto, riportava gli ultimi dati mensili diffusi dall’Istituto nazionale canadese di statistica lo scorso dicembre.

   Quarantamila nuovi posti di lavoro creati solo nell’ultimo mese dell’anno, 312 mila nel corso del 2012. E un tasso di disoccupazione sceso a dicembre dal 7,3 al 7,1 per cento. Mai così basso da quattro anni. E non è finita.

   La maggior parte dei posti di lavoro, dice sempre l’Istituto di statistica nazionale, è costituita da contratti a tempo pieno, per lo più a tempo indeterminato. In cima alla classifica delle regioni virtuose l’Ontario, con 33mila nuovi posti di lavoro a dicembre. Mentre l’occupazione si contrae solo in Nova Scotia.

   E così, mentre l’Europa arranca e gli Stati Uniti vedono una lenta ripresa, il Canada non dà segni di crisi e si prepara a diventare la nuova meta di giovani italiani in cerca di opportunità e lavoro.

   Tanto più che da pochi giorni, un bando promosso dai governi italiano e canadese apre le porte poprio a loro. Si chiama Working Holiday ed è rivolto a tutti i giovani italiani tra i 18 e i 35 anni che cercano un’esperienza di lavoro o di soggiorno all’estero. Dà la possibilità di vivere fino a un anno in Canada e di lavorare legalmente per i primi sei mesi. Aperto pochi giorni fa, si chiuderà solo quando saranno stati coperti tutti i posti a disposizione.

   I requisiti cui occorre rispondere sono semplici: età, tra i 18 e i 35 anni, cittadinanza italiana e il non aver mai partecipato prima a questa esperienza. La quota di partecipazione è di 120 euro, ma verrà restituita nel caso in cui la domanda non soddisfi i requisiti necessari, oppure arrivi a posti ultimati. Non ci sono requisiti di merito, basta battere gli altri sul tempo.

   Il lavoro si cerca sul posto una volta arrivati. Si può scegliere di lavorare in un pub di Toronto ma anche di esercitare la propria professione di medico o ingegnere in una qualsiasi città canadese. Finito il periodo di sei mesi di lavoro, si può chiedere di rimanere fino ad altri sei mesi nel Paese da turisti.

   I passaggi per partecipare al bando, tutti spiegati sul sito dell’ambasciata canadese di Roma, necessitano di un po’ di tempo, ma non sono impossibili. Occorre raccogliere alcuni documenti da inviare all’ambascata.

   Alcuni moduli vanno compilati direttamente online, come il modulo di composizione famigliare o la domanda del permesso di lavoro. Altri invece vanno raccolti presso il Tribunale cui fa capo la propria città di residenza (certificato generale del casellario giudiziale e il certificato dei carichi pendenti) o presso le forze di polizia nel caso in cui si sia vissuto per più di sei mesi in una città diversa dalla propria. E inviati via posta all’ambasciata canadese a Roma.

   I plichi vengono esaminati in ordine di arrivo. Se la propria domanda viene accolta, l’ambasciata invierà via mail una Lettera di introduzione della validità di 12 mesi dalla data di emissione. A partire dalla data riportata sulla lettera, si ha un anno di tempo per entrare in Canada e cercare lavoro. La stessa lettera riporterà anche la data ultima in cui sarà possibile presentarsi in un qualsiasi punto di sbarco in Canada e ricevere un permesso di lavoro.

   Prima di partire è necessario stipulare un’assicurazione sanitaria valida per tutto il periodo di tempo che si intende trascorrere in Canada. Una volta arrivati, bisogna consegnare Lettera di presentazione e passaporto al funzionario di frontiera. E dimostrare allo stesso di essere in possesso di 2500 dollari, considerato l’importo minimo necessario per coprire le spese iniziali del soggiorno, eventuali cure mediche e l’acquisto del biglietto di ritorno. A quel punto il funzionario consegnerà un permesso di lavoro con cui poter iniziare a cercare un impiego nel Paese.

L’ultimo passaggio va fatto sul posto. Per poter iniziare a lavorare bisogna procurarsi un numero di assicurazione sociale in un qualsiasi Service Canada Center presenti in tutte le città canadesi. (Silvia Favasulli)

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I MIGRANTI SIAMO NOI: PIÙ ITALIANI ALL’ESTERO E MENO STRANIERI IN ITALIA

di Giuditta Mosca, da “il Sole 24ore” del 12/12/2012

   Lo Stivale non è più quel “sogno steso per lungo ad asciugare” che cantava Fossati. Lo conferma il rapporto nazionale sulle emigrazioni presentato dalla Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità).

   Nel 2012 il computo degli stranieri che hanno lasciato l’Italia e quelli che l’hanno invece raggiunta dà il saldo più basso di sempre con un aumento di 27mila persone rispetto al 2011, una lieve crescita dello 0.5%, ovvero radente lo zero. A termine di paragone nel 2009 si è registrata una maggiorazione di circa 500mila persone poi, già dal 2010 con una crescita pari a 69mila individui, i primi segnali di rallentamento.

   Segnali che hanno trovato continuità nel 2011 e che, nel 2012, diventano un trend. Il rapporto indica anche un calo dei clandestini, stimati in 326mila ovvero 117mila in meno rispetto al primo gennaio 2011 (in termini percentuali è una diminuzione del 25%).

   Non è un andamento isolato, basti pensare che proprio ad inizio 2012 il flusso migratorio di messicani verso gli Usa e quello inverso ha fatto segnare la parità. I motivi sono sempre gli stessi, la carenza di lavoro e la crisi economica. Queste due ragioni sono anche quelle che hanno fatto impennare il tasso di italiani emigrati, balzato del 9% al ragguardevole numero di 50mila persone, pari agli abitanti di cittadine come Campobasso, Scafati o Ascoli Piceno.

   Al 1° gennaio 2012 si contavano 4,2 milioni di italiani all’estero ossia 300mila in meno di quanti stranieri si contassero in Italia. Le stime prodotte dall’Ismu parlano di un aumento totale degli stranieri in Italia di circa 6milioni entro il 2041, portando la percentuale dall’attuale 8% a poco meno del 18%.

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L’IMMIGRATO SE NE VA: ADDIO BELPAESE, ROMENI E CINESI GUIDANO L’ESODO. E’ FUGA DALLA DISOCCUPAZIONE

di Vladimiro Polchi, da “la Repubblica” del 15/1/2013

   Abdellah e Khalid hanno comprato un piccolo autolavaggio a Rabat. Tre anni fa lavoravano a Torino in un’azienda di riciclaggio di pneumatici, per 25 euro al giorno. Con la crisi, il loro salario si è dimezzato e hanno preferito tornare in Marocco.

   Abdellah e Khalid sono i pionieri di un incessante movimento sotterraneo: la “fuga” degli immigrati dal nostro Paese. Qualche numero per capire: oltre 32mila stranieri si sono cancellati dall’anagrafe l’anno scorso. Altri 800mila sono sfuggiti al censimento 2011. Sono i nomadi del lavoro: migranti che fanno a ritroso il viaggio che li ha portati in Italia.

   Il caso ha spinto il Financial Times qualche giorno fa a titolare: «Gli immigrati abbandonano l’Italia colpita dalla recessione». Tra le testimonianze, quella di Sonia Fen, ristoratrice a Roma: «Moltissimi cinesi stanno tornando a casa». Il fenomeno in verità non è nuovo e coinvolge buona parte del Vecchio continente.  Già nel giugno 2009, secondo il sito web Maghrebia.com, nelle strade del Marocco si notavano sempre più auto con targhe europee e nei primi mesi del 2009 gli arrivi in aereo di marocchini erano aumentati del 38%.

   Quanto alle rimesse, secondo il direttore del Tesoro, Zouhair Chorfi, già nel 2008 c’era stata una flessione del 2% e nel marzo 2009 del 15%. La novità, tutta italiana, è che dal confronto tra i primi risultati del 15° Censimento della popolazione (4.029.145 migranti nel 2011) e la fonte anagrafica, oltre 800mila stranieri risulterebbero non più residenti nel nostro Paese.

   Dove sono finiti? «Attenzione – risponde Franco Pittau, coordinatore del dossier Caritas/Migrantes – sussistono forti perplessità nell’accettare che gli immigrati siano diminuiti quasi di un milione, si è invece propensi a ritenere che le operazioni censuarie non abbiano raggiunto l’intera popolazione straniera presente sul territorio, sia per motivi logistici (basti pensare a chi vive in località remote), che psicologici (la reticenza degli immigrati alloggiati in ambienti disagiati e sovraffollati) o ambientali (preferenza dell’anonimato in un contesto di crisi economica, con rischio di disoccupazione e conseguente permanenza non autorizzata)».

   Non è tutto: «Molti immigrati – prosegue Pittau – pur avendo perso il lavoro e di riflesso il permesso di soggiorno sono rimasti in Italia irregolarmente, sfuggendo quindi all’ultima rilevazione censuaria». Insomma cautela sui dati del Censimento, più affidabile è rifarsi ai dati anagrafici.

   Nel 2011, secondo la stima Istat, si sono cancellati dalle anagrafi italiane poco meno di 33mila stranieri. Ma anche questo è un dato parziale: molti immigrati, quando decidono di chiudere l’esperienza migratoria in Italia, non effettuano la cancellazione anagrafica dal comune di residenza.

   Un’ultima fonte: si può sapere qualcosa di più delle “partenze nascoste” solo attraverso lo studio dei permessi di soggiorno scaduti e non più rinnovati a distanza di un anno. L’ archivio del ministero dell’Interno fornisce indicazioni precise del fenomeno. Ebbene, i permessi di soggiorno validi al 31.12.2010 e scaduti a distanza di un anno sono risultati ben 262.688.

   Insomma il fenomeno dei “viaggi di ritorno” è senz’altro in corso, ma sui numeri nessuna certezza. Una spia della possibile “fuga” dei migranti dall’Italia può venire anche dalla lettura delle rimesse: nel 2012, dopo cinque anni consecutivi di crescita, sono diminuiti per la prima volta i soldi spediti all’estero dagli stranieri presenti in Italia, da 7,4 a 6,8 miliardi di euro, con una flessione dell’ 8%.

   «Molti immigrati stanno lasciando in questi mesi il nostro Paese a causa della crisi economica – conferma il direttore della Fondazione Migrantes della Cei, monsignor Giancarlo Perego – prima arrivavano da noi dalla Spagna, oggi dall’Italia vanno in altri Paesi». È quanto accaduto a Mohamed Haddon, marocchino, in Italia dal 1989, muratore a Perugia, integratissimo con la sua famiglia di quattro figli e la moglie Fatima Zennir. Nel febbraio 2012, Mohamed (che nel frattempo aveva preso la cittadinanza italiana) è dovuto emigrare nuovamente, per colpa della crisi. Destinazione: Bruxelles.

   «L’idea che questi ragazzi e i loro genitori, innamorati dell’Italia, siano stati costretti a partire – dicono oggi i loro amici italiani – fa veramente male». Ma chi sono i migranti che lasciano l’Italia? La Fondazione Leone Moressa traccia per Repubblica l’identikit: oltre la metà è europeo, il 17% ha origini asiatiche e il 12,2% è africano. Più di 19mila cancellazioni dall’anagrafe sono infatti state richieste da persone provenienti da Paesi europei, di cui oltre un terzo romeno. Tra gli asiatici che lasciano l’Italia, il 30,2% è costituito da cinesi e il 19,1% da indiani. Tra gli americani invece sono soprattutto i brasiliani (21,5%) a tentare altre strade fuori dal nostro Paese.

   In generale, sembrano lasciare l’Italia quelle popolazioni provenienti da Paesi in via di sviluppo, per i quali si può ipotizzare una propensione al rientro in patria, oltre che allo spostamento verso altri Paesi. Stando sempre alla fondazione Moressa, le cancellazioni a livello nazionale nel 2011 sono aumentate del 15,9% rispetto all’ anno precedente.

   L’incremento di coloro che lasciano l’Italia riguarda tutte le nazionalità, escluse poche eccezioni in cui si è registrata una diminuzione delle cancellazioni: come nel caso dei migranti dal Bangladesh (-16,9%). Le cause dell’ abbandono? «Una spiegazione – sostengono alla Fondazione Moressa – va ricercata sicuramente nell’ effetto che la crisi economica ha avuto sulle condizioni occupazionali degli stranieri. Tra il 2008 e il 2011, infatti, il numero di disoccupati immigrati è praticamente raddoppiato, con un incremento di oltre 148 mila unità (+91,8%), mentre quello degli italiani è aumentato di 267mila». (Vladimiro Polchi)

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L’IMMIGRATO SE NE VA

di Jenner Meletti, da “la Repubblica” del 15/1/2013

– Per l’Istat sono 800mila gli stranieri “spariti” dal nostro paese. Molti di loro hanno abbandonato l’Italia perché la crisi gli ha tolto il lavoro –
   Ci sono mille storie di paura, in via Pisa e nelle altre strade dei quartieri Pio X e Santa Bona. Paura di non farcela, di tornare a casa la sera e ancora una volta dire alla moglie e ai figli che «non c’è nulla di nuovo, il lavoro non si trova». C’è un rumore diverso da prima, dentro tanti appartamenti. Non ci sono più cucina, sala con la tv, camere dei grandi e dei piccoli…

   Adesso, in ogni stanza c’è una famiglia diversa, e a volte si litiga per l’uso della cucina o della lavatrice. Appartamenti solo per donne e bambini accanto ad appartamenti solo per uomini. La crisi che pesa sulle famiglie italiane riesce a distruggere quelle famiglie straniere che erano arrivate qui per cercare Lamerica e l’avevano trovata. «Fra pochi giorni — dice Quasime, senegalese — io vado in Francia. Lavoravo come saldatore e da un anno non ho più una busta paga. Lascio qui la mia famiglia, moglie e tre bambini, ma per spendere meno l’ho messa con le mogli e i figli di due mie amici del Senegal».
«C’è anche chi ha fatto una scelta diversa — continua Quasime — la famiglia torna in Africa e gli uomini restano qui, uno o due per stanza, così con cento euro al mese riescono a pagarsi l’affitto».
La crisi fa tornare indietro l’orologio di trent’anni. «Tornano a riempirsi — raccontano Ahmadou Tounkara, maliano, e don Davide Schiavon, operatore e direttore della Caritas di Treviso — anche le case coloniche abbandonate. Come negli anni ‘90, quando arrivò la prima grande immigrazione e non c’era un rudere vuoto.

   Gli uomini che restano qui da soli cercano di sopravvivere lavorando in nero in campagna o nell’edilizia, come allora. Questa è una crisi che spacca dentro e toglie le forze, perché travolge anche chi aveva assaggiato il benessere. Colpisce uomini che, arrivati dall’Africa o dall’Asia, avevano costruito qui le loro famiglie. In questa terra erano nati i loro figli. Operai ma anche imprenditori, con il mutuo per pagarsi la casa e con progetti precisi: restare qui in Italia per sempre e tornare in Marocco o Bangladesh solo in vacanza, per salutare i parenti e fare vedere a tutti che la loro impresa era riuscita».
Per la prima volta,nell’anno che si è appena chiuso, al centro di ascolto della Caritas la richiesta di un lavoro ha superato quella di un aiuto, in viveri per mangiare o soldi per pagare una bolletta o un affitto. «Sono uomini e donne che si vergognano, quasi chiedessero l’elemosina. Chiedono anche consigli, su come comportarsi con i figli, che si sentono italiani e adesso ascoltano il loro papà che dice: torniamo in Ghana».
Storie tutte diverse e tutte piene di angoscia. «I miei figli — dice Amidou del Burkina Faso — sono ormai grandi. Quando ho detto che dovevano tornare a casa, mi hanno detto che non sono pacchi. Gli unici soldi adesso li porta mia figlia grande che ha trovato lavoro part time in un ristorante, gli altri due figli vanno a scuola. Io mi sto informando per andare in Germania, là le fabbriche sono ancora aperte». «La mia famiglia l’ho mandata in Senegal — racconta Ousmane — e io vivo in un appartamento con altri cinque messi male come me. Mi vergogno perché, a fine mese, non riesco a mandare un soldo a casa, ma in quest’ultimo mese ho lavorato come imbianchino solo quattro giorni».
Nascono le trafile, come un tempo per gli emigrati italiani. «Mio cugino — dice Abdelkabir, marocchino — ha trovato lavoro in Francia, come cameriere. Sta cercando un posto anche per me. Non ce la faccio più a tornare a casa senza aver guadagnato nulla. I miei figli non fanno nemmeno più domande. Mi guardano, capiscono e sono sempre più tristi».

   «E pensare — dice Abdallah Kherzraji, marocchino, vice presidente della Consulta regionale per l’immigrazione — che a noi marocchini la fantasia non manca. Visto che in Italia il commercio è in crisi, tanti si sono organizzati per andare a fare i venditori in Marocco. Ogni settimana, al martedì, venerdì e sabato partono da Genova, in nave, dai 200 ai 500 furgoni carichi di merce comprata in Italia. Vanno a vendere là dove il Pil nel 2012 è salito del 3,8%. Insomma, ci si arrangia.

   Ma molti sono quelli che hanno perso il lavoro in fabbrica, o hanno chiuso la piccola azienda, che tornano a casa prima di finire i risparmi di una vita o cercano un futuro all’estero. In Francia, Germania, Olanda e Belgio c’è ancora un welfare robusto. C’è un aiuto serio per trovare la casa e il lavoro. Per un anno, in attesa di una sistemazione, puoi contare su un contributo di 200 euro al mese per ogni bambino. Insomma, chi ha due o tre figli riceve quasi un salario».
Abdallah Khezraji, arrivato in Italia nel 1989, ha fatto l’operaio e l’imprenditore e oggi è mediatore culturale e leader dei 90.421 stranieri presenti in provincia di Treviso. C’è però chi svolge la stessa attività ed è costretto comunque a una nuova emigrazione. «Faccio anch’io il mediatore culturale — racconta Hamadi Ben Mansour, tunisino con cittadinanza italiana e presidente di El Medina, associazione impegnata a Mantova nella mediazione socio culturale — ma non riesco più a mantenere la famiglia. Dovrò andarmene anch’io, come tanti miei amici. Io credo che queste partenze siano una perdita per la città che sentiamo come nostra. Sono già tornati in Tunisia o Marocco l’autotrasportatore che aveva anche dipendenti italiani, il commerciante di auto, l’amico che aveva tre macellerie (anche lui con dipendenti italiani) e tanti altri imprenditori e operai. Il ministero del Lavoro tunisino ha appena dichiarato che servono 120.000 operai, nelle nuove imprese. Chi potesse investire 50.000 euro, nel mio Paese, potrebbe aprire una piccola fabbrica e sarebbe un signore. Ma dopo 22 anni in Italia io non ho risparmi. Sono già stato in Belgio, Olanda e Germania a cercare qualcosa da fare. Lascerò Mantova con l’amaro in bocca,è una città che mi ha dato tanto».
«Già dal 2004 — racconta don Giovanni Sandonà, responsabile regionale della Caritas in Veneto — a Vicenza organizziamo i rimpatri “mutuati”, cioè condivisi. Donne con figli ma anche uomini in situazione di esclusione sociale grave, come alcolisti, dipendenti da droghe. Con la collaborazione dei Comuni riusciamo a preparare un progetto vero, che permetta un futuro nella terra di origine. Gli immigrati sono stati i primi a essere colpiti dalla crisi e anche oggi stanno pagando più di tutti».
Uomini e donne che camminano sul filo del rasoio. «A Bologna — racconta Roberto Morgantini, che per anni ha guidato l’ufficio stranieri della Cgil e ora è vice presidente di Piazza Grande, associazione dei senza fissa dimora — tante famiglie si sono spezzate. Mohamed ha mandato la sua famiglia in Marocco, dopo avere perso il suo lavoro da metalmeccanico, ed è partito per la Francia. Se troverà un salario e una casa, richiamerà moglie e figli. Adamin, del Bangladesh, ha perso l’appartamento perché senza lavoro non riusciva più a pagare l’affitto. Ha messo i bambini in un istituto di suore e lui vaga per la città a cercare qualcosa da fare. Come Piazza Grande, abbiamo “adottato” una di queste famiglie disperate, l’abbiamo chiamata “famiglia K”. Vogliamo raccogliere 6.000 euro — per ora ne abbiamo la metà — per pagarle un anno di affitto. Adesso vivono in un dormitorio pubblico, alle 8 del mattino debbono uscire. Non vogliono tornare nel loro Paese, il Pakistan, perché là non hanno più nessun legame. Quelli che, dopo il permesso di soggiorno, hanno conquistato la “Carta di lunga durata”, sono partiti per la Francia, la Germania, l’Inghilterra. Non cercano l’Eldorado, il salario è simile a quello che avevano in Italia. Ma là almeno il lavoro si trova».
Storie di dolore in quello che era il ricco Nord. «Il dramma più pesante — dice Gianmarco Marzocchini della Caritas di Reggio Emilia — è quello dei bambini e ragazzi che vengono tolti dalle scuole per andare nei Paesi dei genitori, che spesso non hanno mai visto». «Io ho mandato mio figlio di 8 anni — racconta Adnan C., albanese — a Scutari, con mia moglie. Da quando è là vuole sempre stare solo. E ha smesso di parlare». (Jenner Meletti)

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I DATI SUI “SENZA DIMORA”

Welfare, un anno deludente. ecco cosa si è fatto (e cosa non si è fatto)

da www.redattoresociale.it/ del 21/12/2012

IL CENSIMENTO CHE HA DEMOLITO GLI STEREOTIPI SUGLI HOMELESS

BOLOGNA – Oltre 50 mila gli homeless, ma è solo la punta dell’iceberg. Nel 2012, per la prima volta, Istat, ministero del Welfare, Caritas e Fiopsd hanno censito le persone senza dimora. I dati, riferiti a chi nei mesi di novembre e dicembre 2011 ha utilizzato almeno uno dei 3.125 servizi (mense, accoglienza notturna, ecc.) garantiti da 727 associazioni in 158 Comuni (rispetto alla popolazione di questi Comuni l’incidenza è pari allo 0,2 per cento) hanno demolito alcuni stereotipi su chi finisce in strada. Quali? Solo il 10% dei senza dimora fa l’elemosina, mentre il 65% sopravvive senza risorse.
Anche se Milano e Roma registrano i numeri più alti, il fenomeno homelessness non è più solo metropolitano ma è diffuso anche in provincia dove nascono servizi a bassa soglia. Infine, anche se è vero che esistono profili più simili a quelli del “barbone” (italiani, da lungo tempo in strada, con uno stato di salute precario e scarsa educazione), si tratta solo di una piccola quota nell’universo considerato: la maggior parte dei senza dimora, se potesse esigere diritti fondamentali (casa, lavoro, servizi), non sarebbe tale e potrebbe ricominciare a condurre una vita normale.

   Ma forse la ‘novità’ più grande di questo 2012 è la presenza in strada di famiglie con bambini. È accaduto a Roma e a Bologna. Non si tratta di numeri grandi, ma rendono l’idea di quanto ancora ci sia da fare.

L’IDENTIKIT

Uomini (90 per cento), soli (72,9 per cento), under 45 (57,9 per cento) e con la licenza media inferiore (i due terzi). Disoccupazione o separazione le prime cause che portano sulla strada. È questo l’identikit del senza dimora tracciato dal rapporto.
Le donne sono poco più di 6.200, di cui la metà straniere (soprattutto rumene, ucraine, bulgare e polacche). Gli stranieri sono 6 su 10 e in genere sono più giovani degli italiani: il 46,5 per cento ha meno di 35 anni mentre il 10,9 per cento degli italiani ha più di 64 anni (circa 2.000 persone). Poco più di un quarto ha un lavoro, ma è a bassa qualifica, a termine o saltuario: chi lavora, in media, lo fa per 13 giorni al mese e guadagna 347 euro.
Ma il 17,9 per cento dei senza dimora non ha alcuna fonte di reddito. La maggior parte di coloro che si sono rivolti a un servizio vive al Nord (58,5 per cento) mentre poco più di un quinto (22,8) vive al Centro e solo il 18,8 nel Mezzogiorno. Dopo Roma e Milano, il comune che accoglie più senza dimora è Palermo (3.829) dove vive quasi l’80 per cento di chi usa i servizi nelle Isole e ben il 60,7 è straniero. Seguono Firenze (1.911), Torino (1.414) e Bologna (1.005).
LE PROPOSTE E LE PRATICHE
Reddito minimo, residenza anagrafica, housing, integrazione tra sociale e sanitario, accesso ai diritti, lavoro. Sono questi i temi su cui è urgente lavorare per prevenire l’homelessness. In particolare, la Fio.psd ha sottolineato che per i senza dimora l’inclusione che restituisce dignità sociale attraverso il lavoro può passare anche fuori dal mercato tradizionale. Il riferimento non è ovviamente al lavoro nero, ma alla ‘meaningful occupation’ ovvero attività a servizio della comunità, remunerata non solo con un contributo economico ma anche con il riconoscimento dell’utilità del ruolo sociale delle persone coinvolte.
Qualche esempio? A Bologna ci hanno provato con le forti nevicate di febbraio, trasformando alcuni senza dimora in spalatori per liberare spazi comuni, strade, accessi dalla neve. O con il progetto “Piazza Verdi Lavoro” che da qualche anno impegna gli homeless nella cura e pulizia della piazza vicina all’Università. (…) Con le notizie di senza dimora morti per congelamento, si alza la voce di coloro che chiedono soluzioni pianificate, strategie e interventi strutturali per dare un tetto a chi è costretto a dormire per strada. È passato più di 1 anno dalla richiesta del Parlamento europeo alla Commissione europea di sostenere gli Stati membri una strategia europea per evitare ulteriori morti per congelamento, ma per molti senza dimora anche questo sarà un inverno di dormitori, brandine, coperte e tè caldo nelle sale d’attesa delle stazioni. (lp)

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SE DIVENTIAMO INDIFFERENTI ALLA POVERTÀ

di Aldo Bonomi, da “il Sole 24ore” del 9/12/2012

   A mano a mano che la crisi passa dall’oggettività dei numeri sul debito e sullo spread a un dato che tocca la soggettività delle nostre vite, sempre più siamo portati a rimuovere e comprimere lo spauracchio della povertà relativa o conclamata nello spazio angusto di una paura che ha pochi ambiti per essere elaborata collettivamente.

   Siamo tutti concentrati – nelle politiche pubbliche così come nel dibattito culturale (…) – a ragionare sulla crisi del ceto medio, ma siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale.
Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. A partire dal macrocosmo europeo, dove Eurostat ci dice che almeno 120 milioni di cittadini europei si trovano in situazione di povertà, di cui 42 milioni (poco meno di 1 cittadino su 10) in condizioni di indigenza assoluta.

   Non consola il fatto che l’Italia, per una volta, registri un dato in media con quello europeo. Il punto è, come ci dice il recente rapporto della Caritas ambrosiana sulle povertà, è che chi entra nel vortice della povertà ci rimane sempre più a lungo, diventando povero cronico, anche quando vive in una delle aree più ricche del paese.
La composizione sociale di questo universo dolente è fatto di vecchia e nuova composizione sociale: di pensionate, di immigrati di lungo periodo espulsi dal mercato del lavoro, di tanti giovani e meno giovani in età lavorativa che hanno perso la speranza di trovare un impiego.

   Nel complesso questa crescente quota di popolazione risulta esclusa da un welfare state sempre meno sostenibile in termini novecenteschi e che non si sa bene se terrà almeno per coloro che ancora non sono andati sotto soglia.
Si parla tanto della centralità del welfare come elemento identitario dell’idea di civiltà europea, ma non riusciamo a uscire dalla contrapposizione sterile tra mercato (privatizzazioni) e stato sociale.

   Anche in Italia, recentemente, ci è stato fatto presente il problema tecnico della sostenibilità del welfare state nel medio periodo, ma sono stati tagliati i fondi alla cooperazione sociale e ridotti gli incentivi fiscali alle donazioni.

   Ai comuni, tanto per cambiare, è rimasto in mano il cerino acceso vicino alla benzina del disagio crescente. A loro il compito di fare da precaria scialuppa di salvataggio nella tempesta della crisi.

È probabilmente in forza di questa prossimità che gli enti locali, come certifica l’ultimo rapporto della Fondazione Emanuela Zancan, hanno effettivamente dirottato risorse crescenti (almeno sino al 2009) per affrontare il fenomeno delle povertà, pur nella logica un po’ isterica della rincorsa alle emergenze. Spero che saremo in grado di immaginarci qualcosa di meglio per il welfare che verrà.

   Qualche traccia di un progetto di welfare che si ponga il problema di garantire i diritti sociali a una statualità leggera e a società forte mi pare in atto: si chiami essa sussidiarietà o mutualità o comunque autorganizzazione sociale. Su questo versante il nostro Paese credo abbia qualcosa da dire. Abbiamo tradizioni culturali, politiche e sociali centenarie e un messaggio millenario dai quali partire.

   Mi sembra emblematico che persino il forte stato laico francese abbia recentemente invitato, pur con toni discutibili, la Chiesa parigina ad aprire le porte delle sue proprietà immobiliari per ospitare i tanti senza tetto che poco hanno a che fare con l’iconografia del clochard.
Da noi la situazione appare rovesciata: il tessuto delle parrocchie con le loro articolazioni laiche sono ormai da anni tra i principali soggetti ad occuparsi di poveri, mentre lo Stato non è attualmente in grado di andare oltre la fredda segnalazione tecnica del problema.

   Per il futuro occorrerà ispirarsi ad esperienze come quella del Fondo Famiglia Lavoro promosso dall’arcidiocesi di Milano, poiché qui il meccanismo mutualistico agito attraverso i 104 distretti del Fondo attivati sul territorio diocesano hanno messo in moto un processo di ascolto e accompagnamento delle fragilità andato ben oltre la dimensione della solidarietà episodica. È diventato a tutti gli effetti un momento di coscientizzazione collettiva e di costruzione di nuovi intrecci di cura e operosità.

   Oggi il Fondo Famiglia Lavoro si appresta a compiere un salto ulteriore per agire sulla povertà cronica, cercando di coniugare a un livello più alto prossimità e tecnica (microcredito, formazione, eccetera), intrecciando mondi associativi della cura di matrice cattolica e comunità operosa finanziaria, puntando così a strutturare un’iniziativa nata per rispondere all’emergenza quando ancora si pensava ad una crisi di attraversamento.

   L’idea è che dalla povertà e della deprivazione si possa uscire se si rimane ancorati ad una visione in cui il principio di responsabilità verso l’altro si riconnetta con la dimensione tutta pre-politica del fare “comunità di destino”. La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea. (Aldo Bonomi)

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One thought on “l’ESODO dall’Italia: GIOVANI italiani e IMMIGRATI naturalizzati che lasciano il nostro Paese: per MOTIVI DI LAVORO o di PROSPETTIVA DI NUOVA VITA – Andare in altri LUOGHI GEOGRAFICI costa sacrifici e disagi, ma forse è utile alla conoscenza reciproca per un NUOVO MONDO di vera pace e nuovo sviluppo

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