Un nuovo PAPA: italiano (europeo) o straniero (di un altro continente)? – L’INFLUENZA GEOPOLITICA della CHIESA dei prossimi anni legata a chi sarà il NUOVO PAPA: un INNOVATORE o un CONSERVATORE? – La frontiera (per ora invalicabile) che passa per la FINE DEL CELIBATO per i preti

PAPA RATZINGER SOLO (foto Ansa) - Dopo seicento anni un pontefice rinuncia in vita al soglio di Pietro. Benedetto XVI confessa ai cardinali la sua «incapacità» di servire bene la chiesa di Roma. Spossato e visibilmente provato, il papa lascia una curia divisa e scossa dagli scandali. Ma il suo gesto rompe l'ultimo tabù del papato e apre la partita per la successione. (da “il Manifesto” del 12/2/2013)
PAPA RATZINGER SOLO (foto Ansa) – Dopo seicento anni un pontefice rinuncia in vita al soglio di Pietro. Benedetto XVI confessa ai cardinali la sua «incapacità» di servire bene la chiesa di Roma. Spossato e visibilmente provato, il papa lascia una curia divisa e scossa dagli scandali. Ma il suo gesto rompe l’ultimo tabù del papato e apre la partita per la successione. (da “il Manifesto” del 12/2/2013)

   Papa Ratzinger è tedesco: ma chi lo ha percepito tale? Nel senso che lo sentivamo “nostro”, inserito nella nostra cultura. Ecco un esempio concreto della percezione che andare in Germania o in Francia o in altra parte d’Europa non è andare all’estero, come qualcuno impropriamente si ostina a dire, ma è andare, essere, in Europa.

   Le dimissioni del papa europeo Joseph Ratzinger è cosa in se storicamente straordinaria: un papa che si dimette perché si ritiene incapace (fisicamente) a sostenere le sfide della Chiesa, e della sua missione. Pertanto in tanti hanno sottolineato, in questo momento, sia il gesto nobile (umile, dell’uomo che sa rinunciare), che la desacralizzazione della figura del papa (la fine del credo che il papa, continuità dell’apostolo Pietro in terra, debba cessare il suo ruolo solo con la morte). E questa nuova visione più “laica” della figura del papa ci pare una buona cosa; sicuramente meno menzognera, più sincera e nobile nel pensare al ruolo positivo che la Chiesa, come istituzione religiosa, può continuare ad avere.the time annuncia le dimissioni

   La Chiesa con prospettiva temporale diversa da ogni altra istituzione: un’istituzione millenaria che “ragiona” e ha come obiettivo, appunto, “il prossimo millennio”, cioè che si pone una prospettiva non di pochi anni, decenni; la Chiesa che individua il suo ruolo mondiale in una dimensione anche territorialmente più larga di ogni altra istituzione (politica, culturale, economica…). E qui arriviamo al punto: HA SENSO CHE SI FACCIA ANCORA UN PAPA EUROPEO? … che in Europa, non bisogna dimenticarlo, vi è una parte sempre più minoritaria di fedeli; e altri continenti, altri popoli guardano con interesse a un loro coinvolgimento con “uno di loro” al ruolo più alto dell’istituzione “Chiesa cattolica”.

i possibili successori - ANGELO SCOLA (ITALIA) - 71 anni, brianzolo, ex patriarca di Venezia, ora arcivescovo di Milano, è considerato molto vicino a Comunione e Liberazione. Scola si è espresso diverse volte a favore dei diritti degli immigrati ed è stato molto attivo nello sviluppare rapporti e legami con il mondo musulmano
i possibili successori – ANGELO SCOLA (ITALIA) – 71 anni, brianzolo, ex patriarca di Venezia, ora arcivescovo di Milano, è considerato molto vicino a Comunione e Liberazione. Scola si è espresso diverse volte a favore dei diritti degli immigrati ed è stato molto attivo nello sviluppare rapporti e legami con il mondo musulmano

Per questo il Conclave che ci sarà da metà marzo dovrà decidere tra un papa europeo (il lombardo Angelo Scola?) e uno che sia geografica- mente “oltre” (e qui il favorito potrebbe essere l’americano-canadese Marc Oullet). Un papa che riesca a fare quello che è mancato in questi anni: dialogare in modo più proficuo con le altre religioni (in primis l’Islam); mettere fine allo scontro suicida interno alla Chiesa tra poteri contrapposti; trovare un ruolo di modernità su tanti principi nei quali essa mostra di essere oramai poco credibile, superata (ad esempio sulla sessualità prima del matrimonio, sulle copie di fatto e, sarebbe interessante, sulla possibilità del matrimonio per i preti).

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   In un blog geografico, rivolto alla lettura delle cose e dei territori del mondo, come vorrebbe essere “Geograficamente”, interessa stabilire l’aspetto di trasformazione geopolitica, culturale, antropologica che il nuovo papa potrà (o non potrà) portare negli equilibri del mondo, nel proporsi a popolazioni e anche a religioni diverse da quella cristiano-cattolica.

LUIS ANTONIO TAGLE, UN WOJTYLA DELLE FILIPPINE PER RILANCIARE LA CHIESA - Carismatico e mediatico, ma ferrato in teologia. 56 anni, l’ultimo cardinale scelto (e abbracciato) da Ratzinger -
LUIS ANTONIO TAGLE, UN WOJTYLA DELLE FILIPPINE PER RILANCIARE LA CHIESA – Carismatico e mediatico, ma ferrato in teologia. 56 anni, l’ultimo cardinale scelto (e abbracciato) da Ratzinger –

E’ comunque già in atto in questi giorni una trasformazione interessante: la valenza geopolitica dello scossone che le dimissioni di Papa Ratzinger sta portando agli equilibri della Chiesa (dove si percepisce che le gerarchie da troppo tempo si stanno scontrando in una lotta fratricida che ora forse avrà l’epilogo nel Conclave), questa valenza geopolitica proveniente dalla Chiesa di Roma, dal Vaticano (come governo mondiale del cattolicesimo sparso in tanti continenti), sarà inevitabilmente importante per quel che potrà accadere nei prossimi mesi e anni nei contesti internazionali: il rapporto-sostegno alla rivoluzione delle “primavere arabe” nel mondo arabo-islamico; l’appoggio ai processi di sviluppo di popoli e comunità in condizioni di vita di povertà; i diritti civili nel mondo (come quelli legati al riconoscimento dell’omosessualità; ma anche alle prese di posizione contro le dittature e ogni abuso che avviene nei confronti di bambini, donne, a tutte le persone in condizioni di debolezza e difficoltà…). Un ruolo geopolitico che la Chiesa pare aver un poco rinunciato negli ultimi anni, e che ora li si chiede di poter avere, riprendere, in senso innovativo nel contesto mondiale.

I possibili successori - MARC OUELLET (CANADA) - Ha 68 anni, è canadese ed è il prefetto della Congregazione per i Vescovi. È stato missionario in America Latina e il suo lavoro nella selezione e nella valutazione dei vescovi potrebbe spingerlo a indirizzare la Chiesa cattolica verso una dimensione più globale. Parla fluentemente inglese, francese, portoghese, italiano, spagnolo e tedesco. E’ uno stretto alleato di papa Benedetto XVI
I possibili successori – MARC OUELLET (CANADA) – Ha 68 anni, è canadese ed è il prefetto della Congregazione per i Vescovi. È stato missionario in America Latina e il suo lavoro nella selezione e nella valutazione dei vescovi potrebbe spingerlo a indirizzare la Chiesa cattolica verso una dimensione più globale. Parla fluentemente inglese, francese, portoghese, italiano, spagnolo e tedesco. E’ uno stretto alleato di papa Benedetto XVI

Se la posizione moderata, intelligente, ma molto conservatrice, dell’attuale papa dimissionario prevarrà (come è possibile), allora il “blocco” del ruolo della Chiesa rischia di essere mantenuto nei prossimi anni. Fatti gravissimi di eccidi di cristiani (cattolici) che stanno imperversando in Africa, specie in Nigeria, richiederà di essere più efficaci nel difendere le chiese dall’integralismo religioso di una parte (per fortuna minoritaria) dell’islamismo integralista (ma fatti gravi di persecuzioni religiose avvengono anche in Cina…). Questo potrebbe far sì che la Chiesa, tralasciando tutto il resto del divenire del mondo, si interessi (più che giustamente) di quel che accade ai suoi fedeli nelle varie parti del pianeta. E questo sarebbe limitante.

   Vien da credere che un papa che lascia, ancora in vita, dimissionario, è un papa che sarà ancora ben influente nella decisione di chi sarà il suo successore, e pertanto è quasi sicuro che sarà un cardinale che salirà “alla soglia di Pietro” nella più perfetta continuità di pensiero, tale e quale il papa che ha lasciato: cioè moderatamente conservatore, un intellettuale; magari con qualche rapporto in più (che è mancato a papa Ratzinger) con “gli altri mondi” (il mondo islamico).

   Un fatto che appare insormontabile sarà comunque che in questa fase ancora la Chiesa non riuscirà a superare la posizione sul celibato dei suoi “pastori”, cioè la possibilità che i preti si sposino, abbiano una loro famiglia (come le chiese protestanti riconoscono). Di questo bisognerà attendere l’avvento di un “ulteriore” nuovo papa, diverso da quello che sarà nominato a marzo.

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   Per ora un’apertura sui diritti civili di coppie non sposate; una maggiore attenzione alle storture e ai crimini del mondo (la violenza sui bambini e le donne…); un dialogo più stretto e vero col mondo musulmano appoggiando e aiutando chi tenta strade nuove di “globalizzazione democratica dei popoli” (le primavere arabe restano comunque ancora una speranza, nonostante tutto)… ebbene questo sarebbe sufficiente che il nuovo papa fosse in grado di farlo. (s.m.)

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I RISVOLTI GEOPOLITICI DELLE DIMISSIONI DI BENEDETTO XVI

di Germano Dottori, da LIMES, rivista italiana di geopolitica – 11/2/2013

– L’improvvisa rinuncia di Ratzinger non facilita gli avversari della sua politica al prossimo Conclave. La lotta del papa uscente a favore della riconciliazione con il Patriarcato ortodosso di Mosca e contro il sostegno di Obama all’islam politico. L’impatto sulla politica estera italiana. –
La rinuncia di Benedetto XVI

   Con un gesto a sorpresa, Benedetto XVI ha annunciato l’11 febbraio di fronte ad un Concistoro sgomento la propria abdicazione al Soglio Pontificio: un gesto senza precedenti nella storia moderna della Santa Sede che, se appare comprensibile alla luce della crescente fatica fisica dell’uomo, solleva nondimeno molti interrogativi e problemi circa il futuro immediato della Chiesa Cattolica.

   Diversi giornalisti ascoltati nei mesi scorsi pronosticavano una fine imminente per il regno di Joseph Ratzinger, perché c’erano dei dubbi circa le sue capacità fisiche di assorbire il forte stress collegato all’imminente visita pastorale in Brasile.

   Ma nessuno si aspettava un esito del genere. Benedetto XVI ha chiesto la convocazione di un conclave, che non dovrebbe vederlo protagonista diretto, dal momento che valgono anche nei suoi confronti le previsioni del diritto canonico che non consentono la partecipazione di alcun cardinale ultraottantenne alla scelta del futuro papa.

   Pare però difficile che un pontefice vivente, ancorché dimissionario, si estranei completamente dal processo che porterà alla selezione del suo successore. Non è anzi da escludere che una delle ragioni dietro questo passo inconsueto possa proprio essere proprio la volontà di influirvi. Benedetto XVI ha avuto un regno difficile, contrassegnato da aspre lotte intestine probabilmente generate dalle stesse modalità in cui avvenne la sua elezione, e forse desidera sbarrare la strada ai suoi nemici. La circostanza potrebbe pesare.

   È quindi probabile che gli avversari personali del pontefice abbiano vita difficile il prossimo marzo nella Cappella Sistina e che molte strategie già poste in essere dai cardinali più ambiziosi risultino pregiudicate da questa improvvisa rinuncia, che diventerà esecutiva alle ore 20 del prossimo 28 febbraio.

   L’esistenza in vita di Joseph Ratzinger, tuttavia, non necessariamente favorirà coloro che si considerano nel Sacro Collegio più vicini alle sue posizioni, come l’attuale arcivescovo di Vienna. Fare previsioni risulta quindi difficile, come e più che in passato.

   È spesso ai candidati battuti nel precedente conclave che occorre guardare per ipotizzare la figura del successore. Il cardinal Martini, che alla prima votazione prese più voti del papa ora dimissionario, è scomparso ed è quindi fuori gioco. Ma in campo c’è ancora il gesuita argentino Bergoglio, che giunse vicino all’ottenimento di quella minoranza di blocco che avrebbe costretto i cardinali a cercare comunque una figura di mediazione tra gli opposti partiti in cui si dividono da anni i principi della Chiesa: quello dei sostenitori dell’eredità del Concilio e l’altro di coloro che invece ne vorrebbero l’archiviazione.

   La conclusione repentina del pontificato di Benedetto XVI chiude un’esperienza purtroppo contrassegnata da incidenti e sconfitte più che da successi. Ratzinger ha polarizzato i giudizi, spesso spiazzando l’ala più conservatrice della cattolicità senza acquisire consensi tra i riformatori.

   È quindi rimasto solo, forse insopportabilmente solo, vittima delle ambiguità della sua complessa figura di intellettuale ed ecclesiastico.

   Questa abdicazione produrrà inevitabilmente anche dei riflessi geopolitici significativi. Si allontana dai vertici della Chiesa, infatti, un forte propugnatore della riconciliazione con il Patriarcato ortodosso di Mosca e al contempo un deciso avversario della politica mediorientale di attivo sostegno all’Islam politico perseguita dall’amministrazione Obama.

   Difficile che non ne risenta anche l’Italia, ancorché Roma sia stata già in altro modo indotta nel 2011 a distanziarsi dal progetto euro-russo per allinearsi agli orientamenti degli Stati Uniti. (Germano Dottori, da LIMES)

RELIGIONI NEL MONDO (da LIMES, rivista italiana di Geopolitica) - CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA
RELIGIONI NEL MONDO (da LIMES, rivista italiana di Geopolitica) – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA

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DIETRO IL SACRIFICIO ESTREMO DI UN INTELLETTUALE LE OMBRE DI UN «RAPPORTO SEGRETO» CHOC

di Massimo Franco, da “il Corriere della Sera” del 12/2/2013

– L’addio legato a una crisi di sistema fatta di conflitti, manovre e tradimenti – Benedetto XVI avrebbe maturato la decisione definitiva dell’annuncio domenica: stava preparando un’enciclica –

   Non essendo riuscito a cambiare la Curia, Benedetto XVI è arrivato ad una conclusione amara: va via, è lui che cambia. Si tratta del sacrificio estremo, traumatico, di un pontefice intellettuale sconfitto da un apparato ritenuto troppo incrostato di potere e autoreferenziale per essere riformato.

   È come se Benedetto XVI avesse cercato di emancipare il papato e la Chiesa cattolica dall’ipoteca di una specie di Seconda Repubblica vaticana; e ne fosse rimasto, invece, vittima. È difficile non percepire la sua scelta come l’esito di una lunga riflessione e di una lunga stanchezza. Accreditarlo come un gesto istintivo significherebbe fare torto a questa figura destinata a entrare nella storia più per le sue dimissioni che per come ha tentato di riformare il cattolicesimo, senza riuscirci come avrebbe voluto: anche se la decisione vera e propria è maturata domenica.

   Quello a cui si assiste è il sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato; e della ribellione di un «Santo Padre» di fronte alla deriva di una Chiesa-istituzione passata in pochi anni da «maestra di vita» a «peccatrice»; da punto di riferimento morale dell’opinione pubblica occidentale, a una specie di «imputata globale», aggredita e spinta quasi a forza dalla parte opposta del confessionale. Senza questo trauma prolungato e tuttora in atto, riesce meno comprensibile la rinuncia di Benedetto XVI.

   È la lunga catena di conflitti, manovre, tradimenti all’ombra della cupola di San Pietro, a dare senso ad un atto altrimenti inesplicabile; e per il quale l’aggettivo «rivoluzionario» suona inadeguato: troppo piccolo, troppo secolare. Quanto è successo ieri lascia un senso di vuoto che stordisce.

   E nonostante la sua volontà di fare smettere il clamore e lo sconcerto intorno alla Città del Vaticano, le parole accorate pronunciate dal Papa li moltiplicano. Aggiungono mistero a mistero. Ne marcano la silhouette in modo drammatico, proiettando ombre sul recente passato. Consegnano al successore che verrà eletto dal prossimo Conclave un’istituzione millenaria, di colpo appesantita e logorata dal tempo.

   E adesso è cominciata la caccia ai segni: i segni premonitori. Come se si sentisse il bisogno di trovare una ragione recondita ma visibile da tempo, per dare una spiegazione alla decisione del Papa di dimettersi: a partire dall’accenno fatto l’anno scorso da monsignor Luigi Bettazzi; e poco prima dall’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, che si era lasciato scappare questa possibilità durante un viaggio in Cina, ipotizzando perfino un complotto contro Benedetto XVI.

   Ma la ricerca rischia di essere una «via crucis» nella crisi d’identità del Vaticano. Riaffiora l’immagine di Joseph Ratzinger che lascia il suo pallio, il mantello pontificio sulla tomba di Celestino V, il Papa che «abdicò» nel 1294, durante la sua visita all’Aquila dopo il terremoto, il 28 aprile del 2009. Oppure rimbalza l’anomalia dei due Concistori indetti nel 2012 «per sistemare le cose e perché sia tutto in ordine», nelle parole anodine di un cardinale. O ancora tornano in mente le ripetute discussioni col fratello sacerdote Georg, sulla possibilità di lasciare.

   Qualcuno ritiene di vedere un indizio della volontà di dimettersi perfino nei lavori di ristrutturazione dell’ex convento delle suore di clausura in corso nei giardini vaticani: perché è lì che Benedetto XVI andrà a vivere da «ex Papa», dividendosi col palazzo sul lago di Castel Gandolfo, sui colli a sud di Roma.

   L’ Osservatore romano scrive che aveva deciso da mesi, dall’ultimo viaggio in Messico. Ma è difficile capire quando l’intenzione, quasi la tentazione di farsi da parte sia diventata volontà e determinazione di compiere un gesto che «per il bene della Chiesa», nel breve periodo non può non sollevare soprattutto domande; e mostrare un Vaticano acefalo e delegittimato nella sua catena di comando ma soprattutto nel suo primato morale: proprio perché di tutto questo Benedetto XVI è stato l’emblema e il garante.

   «Il Papa continua a scrivere, a studiare. È in salute, sta bene», ripetono quanti hanno contatti con lui e la sua cerchia. «Non è vero che sia malato: stava preparando una nuova enciclica». Dunque, la traccia della malattia sarebbe fuorviante.

   Smonta anche il precedente delle lettere riservate preparate segretamente da Giovanni Paolo II nel 1989 e nel 1994, nelle quali offriva le proprie dimissioni in caso di malattia gravissima o di condizioni che gli rendessero impossibile «fare il Papa» in modo adeguato. Ma l’assenza di motivi di salute rende le domande più incalzanti. E ripropone l’unicità del passo indietro.

   Il gesuita statunitense Thomas Reese calcola che nella storia siano state ipotizzate le dimissioni di una decina di pontefici. Ma fa notare che in generale i papi moderni hanno sempre scartato questa possibilità. Eppure, gli scritti di Ratzinger non hanno mai eluso il problema, anzi: lentamente affiora la realtà di un progetto accarezzato da tempo. «I due Georg sapevano», si dice adesso, alludendo al fratello Georg Ratzinger e a Georg Gänswein, segretario particolare del pontefice.

   Forse, però, colpisce di più che fosse all’oscuro di tutto il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato e numero uno del Collegio Cardinalizio; e con lui altre «eminenze», che parlano di «fulmine a ciel sereno». È come se perfino in queste ore si intravedesse una singolare struttura tribale, che ha dominato la vita di Curia con amicizie e ostilità talmente radicate da essere immuni a qualunque richiamo all’unità del pontefice.

   Sotto voce, si parla del contenuto «sconvolgente» del rapporto segreto che tre cardinali anziani hanno consegnato nei mesi scorsi a proposito di Vatileaks, la fuga di notizie riservate per la quale è stato incriminato e condannato solo il maggiordomo papale, Paolo Gabriele. Si fa notare che da oltre otto mesi lo Ior, l’Istituto per le opere di religione considerato «la banca del Papa», è senza presidente dopo la sfiducia a Ettore Gotti Tedeschi. Rimane l’eco intermittente dello scandalo dei preti pedofili, che pure il pontefice ha affrontato a costo di scontrarsi con una cultura del segreto ancora diffusa negli ambienti vaticani.

   E continuano a spuntare «buchi» di bilancio a carico di istituti cattolici, dopo la presunta truffa milionaria a danno dei Salesiani: un episodio imbarazzante per il quale il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha inutilmente cercato la solidarietà e la comprensione della magistratura italiana. È questa eredità di inimicizie, protagonismi, lotta fra correnti, faide economiche con risvolti giudiziari che sembra aver pesato più di quanto si immaginasse sulle spalle infragilite di Benedetto XVI.

   È come se avesse interiorizzato la «malattia» della crisi vaticana di credibilità, irrisolta e apparentemente irrisolvibile. Conferma il ministro Andrea Riccardi, che lo conosce bene: «Ha trovato difficoltà e resistenze più grandi di quelle che crediamo. E non ha trovato più la forza per contrastarle e portare il peso del suo ministero. Bisogna chiedersi perché».

   Ma nel momento in cui decide di dimettersi da Papa, Benedetto XVI infrange un tabù plurisecolare, quasi teologico. Fa capire alla nomenklatura vaticana che nessuno è insostituibile: nemmeno l’uomo che siede sulla «Cattedra di Pietro». E apre la porta a una potenziale ondata di dimissioni. Soprattutto, addita al Conclave la drammaticità della situazione della Chiesa. Dà indirettamente ragione a quegli episcopati mondiali, in particolare occidentali, che da mesi osservano la Roma papale come un nido di conflitti e manovre fra cordate che da tempo pensano solo alla successione.

   L’annuncio delle dimissioni avviene in coincidenza con l’anniversario dei Patti lateranensi; e nel bel mezzo di una campagna elettorale: al punto che ieri alcuni leader si chiedevano se interrompere per un giorno i comizi. Ma già si guarda avanti. Bertone ha chiesto di incontrare per una decina di minuti il capo dello Stato Giorgio Napolitano prima della festa in ambasciata di oggi pomeriggio. E il «toto-Papa» impazza, con le scommesse fuorvianti sull’«italiano» o il «non italiano». Stavolta, in realtà, sarà un Conclave diverso. Il sacrificio di Benedetto XVI, per quanto controverso, mette tutti davanti a responsabilità ineludibili. (Massimo Franco)

CONCLAVE
CONCLAVE

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LA SFIDA NELLA CHIESA SULL’APERTURA AI DIRITTI

di Giovanni Sabbatucci, da “il Messaggero” del 13/2/2013

   Dopo aver reso il dovuto omaggio alla scelta, inaudita e coraggiosa, di Benedetto XVI, molti commentatori hanno spostato l’accento sul bilancio del pontificato e sulle prospettive per il suo successore.

   E non sono mancate le critiche nei confronti di un Papa giudicato da alcuni troppo freddo e dimesso, al confronto col piglio eroico di Karol Wojtyla, da altri poco efficiente nel governo di una struttura molto speciale come quella della Chiesa di Roma, da altri ancora troppo conservatore, ovvero troppo timido nel procedere al necessario adeguamento di un impianto dottrinario e precettistico superato dai tempi.

   Soprattutto in materia di bioetica, di sessualità, di diritti civili. Credo che queste critiche pecchino, almeno in parte, di semplicismo e scontino una diffusa tendenza alle analogie sbrigative. La Chiesa non è un partito diviso fra conservatori e progressisti, non è un governo che debba continuamente aggiornare il suo programma.

   Non è nemmeno, o non è soltanto, un’agenzia dedicata alla protezione dei deboli e alla promozione delle buone cause: questa può essere tutt’al più la sua attività prevalente, non la sua ragione sociale, che consiste nella conservazione e nella propagazione di un patrimonio di fede e di dottrina. La Chiesa, è persino banale ripeterlo, è un organismo complesso: sta con i piedi ben piantati nel secolo ma ha la testa rivolta al trascendente.

   Non può prescindere, per vocazione e per tradizione, dal mondo che la circonda; ma non può nemmeno

adeguarvisi passivamente, pena la perdita di quell’identità che le ha permesso di durare nel tempo. I problemi nascono però quando l’apparato dottrinario, per sua natura rigido anche se suscettibile di lente mutazioni, entra troppo apertamente in conflitto con le pratiche correnti di una società civile con cui la Chiesa deve e vuole convivere, anche a costo di smentire nei fatti la sua proclamata intransigenza.

   Per entrare nel concreto, considerare ufficialmente come peccato la sessualità fuori dal matrimonio (e a maggior ragione quella fra persone dello stesso sesso), condannare le forme più diffuse di contraccezione e di fecondazione assistita, bollare come eutanasia il rifiuto dell’accanimento terapeutico e come eugenetica la diagnosi pre-impianto: tutto questo ha per la Chiesa, comunque la si pensi sullo specifico delle questioni  citate, un costo molto alto.

   L’intransigenza su queste materie apre uno iato profondo col senso comune della maggioranza dei  cittadini (cattolici compresi) delle nostre società secolarizzate; obbliga le gerarchie, e il clero in generale, a una pratica quotidiana di compromessi e di doppie verità; costringerà verosimilmente la Chiesa a una faticosa rincorsa, simile a quella che, nel corso del Novecento, l’ha vista prima rifiutare, poi accettare di malavoglia, infine sostenere con convinzione i principi e le istituzioni della liberal-democrazia.

   A proposito di democrazia: il governo della Chiesa, tutto centrato sul ruolo della Curia romana, appare per molti aspetti come un anacronismo, anche dopo il Concilio e nonostante il Concilio. Il Vaticano somiglia ancora troppo a una città-Stato e al tempo stesso a una corte, luogo particolarmente esposto agli intrighi e alle congiure. Sarebbe sbagliato, conoscendo la storia della Chiesa e il ruolo che vi ha svolto la gerarchia, pretendere che si trasformi in una struttura democratica, espressa direttamente dalle comunità di base (diventerebbe un’altra cosa e perderebbe la sua storica peculiarità).

   Ma un’opera di razionalizzazione si impone, anche alla luce delle recenti vicende. Benedetto XVI evidentemente non è riuscito nell’impresa, che forse non era nelle sue corde. Ma non dimentichiamo che è stato un papa intellettuale, aperto come forse nessuno dei suoi predecessori al dialogo con la cultura laica e attento ai valori della razionalità. La sua scelta di lasciare anzitempo il soglio pontificio è stata giustamente lodata come esempio di razionalità e di laicità, oltre che di capacità innovativa.

   Le stesse doti che serviranno al suo successore, a prescindere dall’etichetta, di “conservatore” o di  innovatore”, che gli sarà inevitabilmente attribuita. (Giovanni Sabbatucci)

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CELESTINO V E GLI ALTRI, UNA STORIA TORMENTATA

di Armando Torno, da “il Corriere della Sera” del 12/2/2013

– Dimissioni, abdicazioni, deposizioni hanno attraversato le vicende della Chiesa –

   Il Codice di diritto canonico recita: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti» (canone 332, comma 2).

   Parole che non hanno bisogno di commenti e che, accostate a quelle di Benedetto XVI in Luce del Mondo (con Peter Seewald, Libreria editrice vaticana 2010), aiutano a comprendere la decisione: «Se un Papa comprende di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo di dimettersi».
È difficile trovare nella storia del papato altri casi analoghi, giacché soltanto Celestino V può rappresentare un significativo precedente per Benedetto XVI. Altri successori di Pietro hanno abdicato, ma sovente lo fecero in circostanze particolari; la loro, in altri termini, non è stata una scelta paragonabile all’attuale. Per esempio, Clemente I, santo e Papa — secondo la Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea — dal 91 o 92 al 101.

   Arrestato ed esiliato, non è certo che rinunciasse a favore di Evaristo: così come non abbiamo a nostra disposizione notizie «attendibili» su questo successore (John N. D. Kelly, The Oxford Dictionary of Popes). Il martirio di Clemente è documentato soltanto dal IV secolo, tuttavia è attestato dal Liber pontificalis, preziosa collezione di biografie papali da Pietro a Pio II (morto nel 1464). Ireneo, figura di spicco tra i Padri del II secolo, nel suo trattato Contro le eresie ricorda la relazione personale che ebbe con Pietro e Paolo.
La prima vera abdicazione si ha con Ponziano, che resse la Chiesa sino al 235 quando, insieme al presbitero Ippolito, fu condannato alle miniere in Sardegna. Non potè in quelle condizioni portare a termine il mandato, si dimise e venne eletto Antero. Il 28 settembre, giorno del suo ritiro, è attestato dal Catalogo Liberiano del IV secolo: è anche la prima data registrata con precisione nella storia dei Papi, dal momento che — sottolinea l’Oxford Dictionary of Popes — «altre apparentemente certe sono invece basate soltanto su deduzioni».
Anche Silverio, Papa e santo, fu al centro di una vicenda di dimissioni. Non furono volontarie. L’Enciclopedia Cattolica (12 volumi, Città del Vaticano 1948-54) così narra i fatti: «Nel marzo 537 per la terza volta fu chiamato al palazzo di Belisario, e mentre i suoi chierici furono fermati in anticamera, Silverio fu introdotto e accompagnato dal solo Vigilio. Improvvisamente un diacono gli tolse di dosso il pallio mentre altri due lo rivestivano con abito monacale. Ai chierici in attesa fu annunziato che Silverio non era più Papa e che pensassero ad eleggere il successore: naturalmente l’eletto fu Vigilio! Silverio fu mandato in esilio a Patara in Licia; quivi potè far conoscere al vescovo del luogo il vero stato delle cose, e questi santamente ardito si recò da Giustiniano rimproverandogli l’atroce misfatto».

   Non si creda che la faccenda si concludesse felicemente: «L’imperatore ordinò allora che Silverio fosse ricondotto a Roma e sottoposto a un regolare giudizio, ma giunto in Italia fu consegnato a Vigilio che lo fece relegare nell’isola Palmaria dove morì di stenti e di fame». Vigilio fu Papa sino al 555.
Martino I (morto nel 655 in Crimea), non riconosciuto Papa dall’imperatore Costante II e fatto imprigionare dall’esarca Teodoro Calliopa, non diede vere e proprie dimissioni: durante il suo esilio elessero successore Eugenio I. Benedetto IX, che Voltaire nel Dizionario filosofico indica come colui che «comperò e rivendette il pontificato», fu successore di Pietro in momenti distinti.

   Anche l’Enciclopedia Cattolica sottolinea che «non era affatto degno» per «l’altissimo ufficio a cui era chiamato»: troppo giovane, vita dissoluta, il 1° maggio 1045 «pubblicò un atto di abdicazione in favore del suo padrino Giovanni Graziano, che fu poi eletto e prese il nome di Gregorio VI» (The Oxford Dictionary of Popes). Ritornò poi ad essere pontefice nel novembre 1047, ma gli imperiali lo costrinsero nel luglio 1048 a cedere il trono a Damaso II, vicario di Cristo per una ventina di giorni. L’ultimo documento che ci resta di lui, una donazione del settembre 1055, lo chiama ancora Papa.
Celestino V, che abdicò il 13 dicembre 1294 (morì nel maggio 1296) leggendo dinanzi ai cardinali la formula della propria rinuncia, libera e spontanea, è l’unico degno paragone con Benedetto XVI. Canonizzato nel 1313, Dante lo pone nel III canto dell’Inferno: «Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,/ vidi e conobbi l’ombra di colui/ che fece per viltade il gran rifiuto» (versi 58-60). Ebbe fama di asceta, di guaritore miracoloso, il successore Bonifacio VIII lo fece porre sotto stretta vigilanza, anzi lo confinò nella torre di Castel Fumone a est di Ferentino. Aveva paura, e con validi motivi, che potesse diventare riferimento per uno scisma.
Si arriva a Gregorio XII. Anche in tal caso più che un’abdicazione c’è una deposizione. Nel 1406, dopo la morte di Innocenzo VII, per mettere fine allo scisma che durava dai giorni di Urbano VI (morto nel 1389), i cardinali riuniti in conclave si impegnarono a dimettersi in caso di elezione se così avesse fatto anche l’antipapa Benedetto XIII, sedente in Avignone; quest’ultimo giurò cosa analoga. Si arrivò invece, con il sinodo di Pisa (1409), all’elezione di un terzo Papa, Alessandro V. Gli altri due furono dichiarati scismatici, spergiuri ed eretici.

   Ma l’ultimo morì nel 1410 e subito fu proclamato Giovanni XXIII, poi deposto dal Concilio di Costanza, assemblea che avviò i negoziati con Gregorio: si dichiarò pronto ad abdicare. Nel luglio 1415 se ne andò. Visse sino al 1417. (Armando Torno)

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TEOLOGIA LAICA: LA RIVOLUZIONE DI BENEDETTO

di Gian Enrico Rusconi, da “la Stampa” del 12/2/2013

   La prima reazione davanti al gesto di Benedetto XVI è stato lo stupore per la sua eccezionalità. Eppure – a pensarci bene – è un po’ un paradosso. La vera notizia infatti è che il Pontefice ha deciso di comportarsi come una persona «normale». Ha detto con semplicità e fermezza che è vecchio e malandato e quindi non si sente più in grado di reggere il governo della Chiesa.

   Certo, lo ha detto nella lingua consona alle circostanze – in latino – con quel intenso ingravescente aetate che nessun’altra lingua volgare saprebbe dire.

  Il gesto diventa eccezionale dal punto vista del costume ecclesiale. Il «fulmine a ciel sereno» (che ha colpito per primo il card. Sodano) dopo lo smarrimento di queste ore, provocherà reazioni imprevedibili ma di segno profondo. Quello che è accaduto ieri infatti non sarà innocuo per il futuro comportamento degli uomini di Chiesa. E dà una nuova statura inattesa allo stesso Pontefice dimissionario .abc

   Non mi è chiaro quale traccia lascerà Ratzinger nel mondo cattolico (italiano innanzitutto) che lo ha trattato con grande deferenza ma con poco trasporto. Soprattutto se paragonato al suo predecessore, Papa Wojtyla.

   Ma ora, come non fare un confronto con il modo con cui quel Pontefice ha gestito la sua malattia finale sacralizzandola per così dire pubblicamente davanti agli occhi del mondo? L’opposto di Benedetto XVI.

Papa Ratzinger infatti ha un po’ desacralizzato, laicizzato la funzione pontificale.

   Con la sua decisione di dimettersi dice che non c’è nessuna particolare protezione dello Spirito Santo che può garantire la saldezza mentale e psicologica del Vicario di Cristo in terra, quando è insidiata dalla vecchiaia o dalla malattia. E’ una sottile rivoluzione di teologia laica che viene da un uomo che aveva incominciato il suo pontificato sotto il segno della «razionalità della fede».

   La singolare e controversa prolusione di Ratisbona del settembre 2006 aveva evocato, magari con qualche passaggio maldestro, temi complessi ma cruciali quali l’islam, l’ellenizzazione del cristianesimo, la razionalità della fede. Aveva fatto sperare in una nuova stagione intellettualmente alta del rapporto tra fede e ragione.

   Presto invece il discorso si è inceppato, risucchiato e travolto dalle operazioni pubblicistiche a tratti neo-trionfalistiche sul «ritorno della religione» (qualunque cosa volesse dire). O viceversa con richiami ultrapessimistici sul laicismo, sul relativismo, sul nichilismo. Sopra tutto l’enfasi dei «valori non negoziabili» che ha bloccato di fatto sul nascere il confronto e il colloquio con i laici sui punti cruciali di natura, famiglia, bioetica.

  Queste sono le questioni sulle quali oggi tutti – laici e non – se sono intellettualmente onesti, devono confessare di avere più dubbi che certezze. Ma invece di essere i problemi sui quali si può discutere con maggiore reciproca attenzione, su di essi vengono branditi come randelli ideologico i «valori non negoziabili».

   Non so sino a che punto Papa Ratzinger sia imputabile direttamente di tutto questo. Personalmente ho avuto l’impressione che inizialmente avesse la giusta ambizione di ridare una nuova forte dimensione intellettuale a comportamenti religiosi sempre più poveri di sostanza teologica, inclini ad atteggiamenti anti-intellettuali, sentimentali, emotivi – magari contrabbandati come «spiritualità». Ma poi si è perso per strada.

   Per concludere, vorrei attirare l’attenzione su un punto che nel nostro Paese non è stato colto con la dovuta rilevanza e drammaticità come in altre parti del mondo. Mi riferisco alla ferma e intransigente condanna della pedofilia nella Chiesa. Nel nostro Paese, anche negli ambienti religiosi si sono naturalmente condannati quei crimini (o peccati).

   Ma talvolta con una malintesa disponibilità alla comprensione (e perdono) evitando e temendo soprattutto la loro pubblicità. Spesso c’erano buone ragioni per farlo, ma altrettanto spesso è prevalsa un’ambigua visione della sessualità. Una indiscriminata concezione negativa del sesso non sa più distinguere tra intemperanza, trasgressione e vera e propria patologia che nel caso della pedofilia diventa criminalità. Qui si inserisce un secondo elemento negativo: l’idea che nel caso dell’uomo di Chiesa il suo peccato/crimine possa essere assolto ed espiato tra confessionale, sagrestia e arcivescovado.

   No. Qui entra in gioco (oltre e attraverso la famiglia direttamente coinvolta) la società, lo Stato nella pienezza dei suoi diritti di indagine e delle sue leggi. La questione della pedofilia ha messo in chiaro questo nesso. Ha ridato il primato alla legge, alla società, allo Stato. Ed è stato merito degli interventi energici di Ratzinger far capire tutto questo ad ambienti clericali chiusi, gelosi della propria giurisdizione morale. Anche questo è stato un atto di laicità, di teologia laica.

   Il gesto di Ratzinger getta in definitiva una luce nuova sulla sua problematica personalità sulla quale forse in futuro dovremo tornare. (Gian Enrico Rusconi)

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I PAPABILI

– Quali sono i 10 nomi che circolano di più per la successione a Benedetto XVI (e cosa hanno fatto fin qui) –

da IL POST.IT  del 12/2/2013

(http://www.ilpost.it/2013/02/12/papabili-conclave/)

Dopo l’annuncio di papa Benedetto XVI di voler lasciare il pontificato il 28 febbraio 2013, i giornali, gli esperti e i bookmakers di mezzo mondo hanno già iniziato a fare previsioni e raccontare chi sono i cardinali più influenti e meglio posizionati in vista del Conclave.

Il Collegio Cardinalizio – organo incaricato all’elezione del papa – ha di fronte a sé un’ampia scelta per età e per provenienza geografica. Secondo i quotisti dell’agenzia Paddy Power è probabile che il prossimo papa sia italiano o africano, anche se tra i candidati più forti ci sono anche alcuni latinoamericani. Leggendo varie liste e profili e previsioni, ci sembra che questi siano i 10 nomi citati più spesso: dentro ogni foto c’è una breve presentazione delle loro storie e del loro ruolo nella Chiesa cattolica. ECCO NEL LINK QUI DI SEGUITO LE FOTO DEI PAPABILI E IL PROFILO BIOGRAFICO:

http://www.ilpost.it/2013/02/12/papabili-conclave/

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Di un paese lontanissimo

LUIS ANTONIO TAGLE, UN WOJTYLA DELLE FILIPPINE PER RILANCIARE LA CHIESA

– Carismatico e mediatico, ma ferrato in teologia. 56 anni, l’ultimo cardinale scelto (e abbracciato) da Ratzinger –

di Paolo Rodari, da “IL FOGLIO” del 14/2/2013

   Dice il vaticanista americano John Allen che se il pontificato di Benedetto XVI fosse finito “naturalmente” sarebbe stato meno probabile un Conclave rivoluzionario. Mentre la rottura della consuetudine voluta da Joseph Ratzinger con le dimissioni potrebbe spingere i cardinali a osare, a decidersi per candidati “che portino la chiesa ad abbracciare un nuovo inizio”.

   A ben vedere sono molte le affinità con il secondo Conclave del 1978, quello che portò a sparigliare le carte e all’elezione dopo 445 anni di un Pontefice non italiano. Oggi, dopo i quasi otto anni di sostanziale continuità di Benedetto XVI, esistono spinte perché i conclavisti trovino candidati lontani, personalità rappresentanti di chiese anche periferiche ma capaci di guidare la chiesa in un nuovo inizio.

   E che un cambiamento sia necessario, lo ha esplicitamente ribadito proprio Benedetto XVI ieri, nell’omelia solenne delle Ceneri, quando, commentando un passo della scrittura, ha detto parole taglienti sulle divisioni della chiesa: “Il profeta, infine, si sofferma sulla preghiera dei sacerdoti, i quali, con le lacrime agli occhi, si rivolgono a Dio dicendo: ‘Non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti. Perché si dovrebbe dire fra i popoli: Dov’è il loro Dio?. (v. 17).

   Questa preghiera ci fa riflettere sull’importanza della testimonianza di fede e di vita cristiana di ciascuno di noi e delle nostre comunità per manifestare il volto della chiesa e come questo volto venga, a volte, deturpato. Penso in particolare alle colpe contro l’unità della chiesa, alle divisioni nel corpo ecclesiale”.

   Trovare il pastore adatto per uscire da questa situazione è urgente. Oggi come trentaquattro anni e mezzo fa, con l’elezione di Giovanni Paolo II. Fra gli outsider c’è senza dubbio il filippino Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, 56 anni il prossimo giugno, cardinale con addirittura due anni in meno di quanti ne aveva Karol Wojtyla quando il 16 ottobre 1978 fu eletto. Scrive di lui la Reuters: “Ha il carisma di Giovanni Paolo II e insieme la statura teologica di Benedetto XVI che non a caso l’ha voluto nella commissione teologica internazionale”.
Non solo, è stato lo stesso Ratzinger a volerlo cardinale durante il suo ultimo concistoro e a soffermarsi, dopo l’imposizione della berretta cardinalizia nella basilica vaticana, a conversare qualche minuto con lui sussurrandogli nell’orecchio di avere “coraggio” mentre il neo porporato non riusciva a non piangere commosso.

   Di certo c’è che Tagle è a capo di una delle diocesi più influenti del continente asiatico con i suoi quasi tre milioni di fedeli. Scrive il giornale online linkiesta.it: “E’ conosciuto per le sue posizioni a favore di una chiesa meno clericale, più umile e più severa nei confronti dei preti pedofili. E’ poi uno strenuo difensore dei diritti dei più deboli e dell’ambiente. In Québec nel 2008 si era fatto notare per aver denunciato quanti avevano ‘sacrificato l’unico Dio in nome del profitto, del prestigio, del piacere o del potere’”.

   Di lui è sempre John Allen a dire: “E’ a tutti gli effetti ‘a new papal contender.’ Un numero impressionante di persone, infatti, crede che questo ‘ragazzo’ un giorno sarà Papa”. E ancora: “E’ un comunicatore di talento, ricercato speaker sui media. Un commentatore filippino ha detto recentemente che Tagle ha dimostrato di avere ‘la mente di un teologo, l’anima di un musicista e il cuore di un pastore’”.

   Amato da Ratzinger, Tagle ha una formazione teologica particolare. Dopo essere stato allievo del teologo Joseph Komonchak della Catholic University of America, egli ha fatto parte della squadra di ricercatori che ruotano attorno ad Alberto Melloni e al suo maestro Giuseppe Alberigo, entrambi discepoli e successori di don Giuseppe Dossetti e della cosiddetta “scuola di Bologna” che nel volume dedicato alla storia del Concilio (e offerto in dono a Benedetto XVI che l’ha accettato) hanno interpretato la stessa assise conciliare come rottura e come un nuovo inizio. Dice Sandro Magister che “nel IV volume di questa storia, pubblicato nel 1999 e dedicato al turbolento periodo conciliare dell’autunno 1964, è proprio Tagle a firmare il capitolo chiave, quello dedicato alla ‘tempesta di novembre: la settimana nera’”.

   Quando Tagle è stato scelto da Ratzinger per la porpora, il suo maestro Komonchak, che fra l’altro è curatore dell’edizione americana della storia del Vaticano II della scuola di Bologna, ne ha dedotto compiaciuto che l’aver collaborato a tale storia “non è più un motivo bastante per essere considerati ‘persona non grata’ in Vaticano”.

   Il Philippine Daily Inquirer ha invece scritto che il legame di Tagle con la progressista scuola di Bologna “rende la sua nomina ancora più intrigante”, poiché Benedetto XVI “è conosciuto per le sue vedute conservatrici in dottrina”. Scrive chiesa.it: “Lo strano è che i cardinali e i vescovi che in Vaticano hanno soppesato la candidatura di Tagle hanno saputo di questo suo legame con la scuola di Bologna solo dopo la pubblicazione della nomina.

   Infatti, nella solitamente ponderosa documentazione informativa – la cosiddetta ‘ponenza’ – a loro consegnata su ciascun candidato, questo aspetto della biografia di Tagle, effettivamente ‘intrigante’ ed ecclesiasticamente di grande peso, era del tutto taciuto”. Ma al di là delle perplessità interne, la realtà è un’altra. E cioè che fedeli filippini credono in Tagle. “Tutti noi filippini vorremmo un filippino al soglio pontificio”, ha detto ieri padre Francis Lucas, capo della commissione per i mass media della chiesa cattolica di Manila. (Paolo Rodari)

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LE PRIME PAGINE DI CENTO GIORNALI DEL MONDO SULLE DIMISSIONI DEL PAPA:

http://www.repubblica.it/esteri/2013/02/12/foto/dimissioni_del_papa_le_prime_pagine_dei_giornali_in_giro_per_il_mondo-52456979/#46

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manifesto-stasera-esco

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