COMMERCIO DELLE ARMI e TANGENTI INTERNAZIONALI: è ammissibile l’illecito se gli affari creano profitto, occupazione, innovazione, nell’interesse nazionale? – l’emblematico caso di FINMECCANICA – E’ possibile la RICONVERSIONE a “prodotti di pace” dell’attuale industria bellica? in un MERCATO GLOBALE ONESTO e APERTO A UNA COMPETIZIONE LEALE?

Il titolo della rivista “FLIGHT INTERNATIONAL” recita: "DESIGN ITALIANO. COME L'INDUSTRIA NAZIONALE STA DISEGNANDO UNA STRATEGIA GLOBALE” (dal sito http://petrolio.blogosfere.it/) – SARA’ SOLO UNA QUESTIONE DI DESIGN?!?
Il titolo della rivista “FLIGHT INTERNATIONAL” recita: “DESIGN ITALIANO. COME L’INDUSTRIA NAZIONALE STA DISEGNANDO UNA STRATEGIA GLOBALE” (dal sito http://petrolio.blogosfere.it/) – SARA’ SOLO UNA QUESTIONE DI DESIGN?!?

FINMECCANICA è una HOLDING INDUSTRIALE sorta nel 1948 nell’ambito dell’IRI e si articola in diversi settori: AERONAUTICA, ELICOTTERI, SISTEMI DI DIFESA, ELETTRONICA PER LA DIFESA, SICUREZZA, SPAZIO, ENERGIA E TRASPORTI. Dal 1992 l’azienda è quotata in borsa. Lo STATO, attraverso il Ministero dell’Economia, controlla il 32,4% del pacchetto azionario della società di cui è, dunque, l’AZIONISTA DI RIFERIMENTO. Gli ultimi dati del SIPRI, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, aggiornati al 2010, pongono FINMECCANICA ALL’OTTAVO POSTO nell’elenco delle maggiori AZIENDE PRODUTTRICI DI ARMI AL MONDO. Ovviamente va considerato che non tutti i ricavi derivano dal settore armiero. (da www.mondoallarovescia.com/ )

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FINMECCANICA scommette su tre poli: SELEX, che produce sistemi informativi ed elettronici per la difesa; AGUSTA WESTLAND, che è uno dei principali produttori mondiali di elicotteri; ALENIA-AERMACCHI, che è impegnata nel settore aeronautico. Finmeccanica ha poi JOINT-VENTURE IN ALTRI COMPARTI: per esempio è PARTNER del CONSORZIO che produce il CACCIABOMBARDIERE EFA, PRODUCE MISSILI, SILURI E CANNONI

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   L’arresto del presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi l’11 febbraio scorso (per una tangente pagata per la vendita di 12 elicotteri all’India) ha suscitato scalpore e “dibattito”: cioè è “giusto” che la Magistratura italiana metta “i bastoni fra le ruote” alle imprese italiane che all’estero vendono i loro prodotti (frutto del lavoro e della capacità tecnologica italica)? (…e magari di qualche “aiuto” in tangenti?)

   Oltre al presidente Finmeccanica Orsi la Magistratura di Busto Arsizio ha messo agli arresti domiciliari anche l’amministratore delegato della Agusta Westland (che, come sopra detto, è uno dei tre poli industriali del gruppo Finmeccanica ed è specialista nella costruzione di elicotteri), e di due cittadini svizzeri (cui è stato chiesto l’arresto alle autorità elvetiche): questi ultimi perché “intermediarono” nell’affare con Finmeccanica. Per la vendita degli elicotteri fu pagata una tangente complessiva da 51 milioni di euro.

   E’ giusto perseguire le tangenti, l’illecito di una ditta italiana (la seconda per dimensioni, dopo la Fiat…), anche se questo illecito avviene fuori dai propri confini nazionali? E il perseguire civilmente e penalmente l’illegalità “danneggia” la ditta italiana?

   Questo secondo e ultimo quesito sembrerebbe una banalità: se la ditta viene perseguita dalla Magistratura parrebbe ovvio che ne è danneggiata. Invece il problema è più complesso. Innanzitutto, da un punto di vista della salute produttiva di un’azienda, è opinione comune di economisti e specialisti dei processi produttivi, che un’azienda che pratica, per le sue vendite, il malaffare, l’illecito (cioè paga mazzette, inquina le gare di acquisto e la corretta competizione) in primo luogo danneggia se stessa: come dice in un articolo che troverete in parte riportato in questo post l’economista Alessandro Penati, operazioni azzardate e corruzione per procacciarsi commesse, spesso cercano di mascherare una cattiva gestione ordinaria (le aziende con fatturato in crescita e margini elevati non hanno interesse a pagare tangenti).

   Va poi detto che vi è un “dovere” della Magistratura di intervenire dove c’è l’illecito internazionale da parte di un’azienda del proprio Paese: per questo l’Italia già nel 2000 ha sottoscritto una convenzione Ocse contro la corruzione nel commercio di prodotti (l’Ocse è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: un’organizzazione internazionale nella quale i Paesi che vi aderiscono creano anche pratiche commerciali comuni e condivise, come in questo caso contro la corruzione internazionale negli scambi commerciali). Il reato, sempre nel 2000, è stato introdotto nel codice penale italiano. Poi, è vero, il trasformismo non è malattia solo italica: alcuni Paesi intervengono contro una propria azienda solo se danneggiata viene ad essere un’altra azienda nazionale, interna al paese; oppure negli altri casi fanno finta di non vedere; o paventano il segreto di Stato per le operazioni dell’industria bellica (come fa la Francia).

da YOUTREND.IT - IL LAVORO E L'OCCUPAZIONE IN ITALIA DATA DAL MERCATO DELLE ARMI
da YOUTREND.IT – IL LAVORO E L’OCCUPAZIONE IN ITALIA DATA DAL MERCATO DELLE ARMI – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA

   Noi pensiamo che regole internazionali di “giusta competizione” fra imprese significano innanzitutto aprirsi in modo più chiaro a un GOVERNO MONDIALE fatto di regole comuni che tutti devono rispettare. Un “governo mondiale” ora più che mai necessario (e che fa invece assai fatica a realizzarsi, neanche in prospettiva).

   Pensiamo che sia un errore poi che la tecnologia e l’innovazione nella ricerca debbano (in Italia specie con Finmeccanica) essere perlopiù concentrate sulle armi, su prodotti prevalentemente militari (anche se Finmeccanica si impegna pure su altri fronti “pacifici” come quello dell’energia e dei trasporti). Ma non è possibile considerare armi e strumenti di distruzione come “buoni” solo perché li si esporta.

Un nuovo DRONE, un aereo manovrato da terra, senza pilota a bordo. È la novità presentata da PIAGGIO AERO INDUSTRIES e SELEX ES (GRUPPO FINMECCANICA), al salone della difesa e della sicurezza Idex 2013, ad ABU DHABI
Un nuovo DRONE, un aereo manovrato da terra, senza pilota a bordo. È la novità presentata da PIAGGIO AERO INDUSTRIES e SELEX ES (GRUPPO FINMECCANICA), al salone della difesa e della sicurezza Idex 2013, ad ABU DHABI

   E’ pur vero che si possa cercare di credere (e sperare, e volere) a sistemi di difesa sì elaborati e tecnologici, ma solo in grado di difendere le comunità da terrorismi e sopraffazioni. Cioè armi per un “vera difesa” (e non offesa).

   E infine, per quanto riguarda l’Europa, ribadiamo la necessità di una strategia comune sul tema della difesa militare, o la possibilità di interventi in aree geopolitiche nelle quali si interviene per aiutare popolazioni in difficoltà (contro abusi, dittature…), dove costituire forze di pace, di separazione tra contendenti, di aiuto a popoli oppressi… ebbene tutto questo porta a ragionare in modo serio e fattivo per la costituzione di un unico ESERCITO EUROPEO, sciogliendo gli apparati militari nazionali (e nazionalisti) che hanno fatto il loro tempo (e un loro scioglimento adesso sarebbe già tardivo, son durati fin troppo…). (sm)

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FINMECCANICA E IL MERCATO CORROTTO DELLE ARMI

di ENRICO CASALE, dal sito “POPOLI”

(http://www.popoli.info/ ) del 13/2/2013 (POPOLI è il mensile internazionale e missionario dei gesuiti italiani)

   «Lo scandalo che ha travolto Finmeccanica non è una questione di singole persone corrotte. È il mercato degli armamenti che è corrotto in sé e vive sulla corruzione».

   Francesco Vignarca, coordinatore della Rete disarmo e autore (insieme a Duccio Facchini e Michele Sasso) di Armi affare di Stato (Chiarelettere, 2012), commenta così l’arresto di Giuseppe Orsi, presidente di Finmeccanica, la holding italiana degli armamenti, per aver creato un sistema di tangenti sfruttando alcune commesse all’estero.
Come funziona il mercato degli armamenti?
Questo mercato è caratterizzato dal fatto che l’acquirente è uno solo, lo Stato. Lo Stato non acquista in base a necessità operative reali o a scelte economiche, ma sulla base di necessità spesso fittizie e soprattutto utilizzando procedure di acquisto segrete. Chi acquista gli armamenti per conto dello Stato lo può fare senza dare conto a nessuno. Attenzione però, le scelte non vengono fatte solo dai politici, ma anche da manager e militari. Il dito non va quindi puntato solo sui membri del governo o sui parlamentari, ma sulla contiguità tra politici, manager e militari.
In quali settori opera attualmente Finmeccanica?
La Finmeccanica scommette su tre poli: Selex, che produce sistemi informativi ed elettronici per la difesa; Agusta Westland, che è uno dei principali produttori mondiali di elicotteri; Alenia-Aermacchi, che è impegnata nel settore aeronautico. Finmeccanica ha poi joint-venture in altri comparti: per esempio è partner del consorzio che produce il cacciabombardiere Efa, produce missili, siluri e cannoni.
Perché negli ultimi anni la holding pubblica si è progressivamente concentrata sul comparto militare?
In realtà è un processo che va avanti da tempo. È da metà degli anni Novanta infatti che in Finmeccanica si è registrato un consolidamento delle attività militari. In quel periodo le varie aziende che facevano capo alle holding statali (Iri, Efim, ecc.) si sono raggruppate e si sono riorganizzate nella holding. Ma è nel decennio successivo che si conosce il boom delle attività militari.

   Gli anni Duemila si aprono con l’11 settembre e con l’esplosione delle spese militari che, in un decennio, aumentano del 50%. Sono gli anni dei soldi facili per i vertici aziendali. Pierfrancesco Guarguaglini, allora amministratore delegato della holding, porta l’azienda a utili eccezionali che procurano anche a lui guadagni formidabili grazie alle stock options.

   Ciò spinge i vertici a concentrarsi sempre di più sul comparto militare. Gli utili però si fondano sul nulla. Una parte consistente degli utili era ottenuta grazie ai paradisi fiscali. L’80% circa delle aziende che fanno capo a Finmeccanica ha infatti sede all’estero, ma non per ragioni operative, bensì finanziarie e fiscali. Con il paradosso che un’azienda dello Stato italiano riesce a ottenere profitti evitando di pagare imposte al proprio Stato.
Se i guadagni sono elevati allora Finmeccanica sembra aver fatto una scelta giusta, almeno sul piano economico…
In realtà no perché, lo ripeto, gli utili sono consistenti, ma prodotti su castelli di carta. Guarguaglini, per esempio, aveva voluto acquistare la Drs Technologies. Un acquisto sopravvalutato, tanto è vero che poi hanno dovuto ridurre la sua valutazione in bilancio, rimettendoci molti milioni.
Finmeccanica è uscita completamente dal settore civile?
No, è ben presente e noi vediamo con preoccupazione l’annuncio della vendita di alcune aziende civili del gruppo. Cedere Ansaldo segnalazioni ferroviarie piuttosto che Ansaldo Breda significa perdere competenze industriali perché può capitare che l’acquirente straniero sposti poi all’estero le produzioni.

   Finmeccanica dovrebbe invece valorizzare queste produzioni e lo Stato dovrebbe aiutarla a farlo. Finmeccanica produce armi perché lo Stato le chiede armi. Ma se lo Stato chiedesse altri tipi di produzione, Finmeccanica potrebbe in breve riconvertirsi. Selex, per esempio, produce sistemi informativi per la difesa. Perché non potrebbe riconvertirsi producendo sistemi informativi a uso civile? Le competenze esistono già, bisogna solo darle le commesse giuste.
L’inchiesta su Finmeccanica ha messo in luce un presunto sistema di tangenti sulle commesse estere. Esiste un sistema simile anche sulle commesse italiane?
Non c’è bisogno di pagare mazzette in Italia, è meglio farlo con pagamenti estero su estero. Se le ipotesi accusatorie nel processo Orsi verranno confermate in aula, parte dei soldi dati agli intermediari per «oliare» i politici indiani (per una commessa di elicotteri) sono poi rientrati in Italia. Come? Orsi avrebbe aumentato fittiziamente il denaro dovuto agli intermediari e la quota che non è stata trattenuta dall’intermediario e non è andata in tangenti, è tornata in Italia ed è servita a pagare i politici italiani (probabilmente, secondo l’accusa, quelli legati alla Lega Nord o a Comunione e liberazione).
Ma spesso è possibile «ingraziarsi» politici e militari in modo più o meno lecito. Per esempio, ai generali che scelgono particolari sistemi d’arma o sistemi di puntamento vengono offerti posti di prestigio  nell’industria degli armamenti quando vanno in pensione o lasciano le forze armate. Per farsi amici i politici invece si finanziano i loro giornali o le loro fondazioni.

   Si sa che recentemente un deputato è stato avvicinato da un esponente del Pdl che, per ottenere il suo voto, gli ha proposto di creare una fondazione. Questa sarebbe poi stata finanziata con sponsorizzazioni (del tutto legali) di Finmeccanica. La rivista della fondazione di Massimo D’Alema riceve da anni finanziamenti per la pubblicità da Finmeccanica. In questi casi non c’è corruzione, ma solo «scelte commerciali mirate». (Enrico Casale)

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VEDI:  La produzione di armi in Italia (di Luigi Barbato e Maya Santamaria, dell’ARCHIVIO DISARMO – Istituto di Ricerche Internazionali)

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FINMECCANICA, ORSI ARRESTATO PER CORRUZIONE: “TANGENTE DA 51 MILIONI”

dalla Redazione de “Il Fatto Quotidiano” del 12/2/2013

– In carcere il presidente del gruppo pubblico, vicino al leader leghista Maroni. Domiciliari per l’ad di Agusta Westland Bruno Spagnolini. Al centro dell’inchiesta la vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Mazzette come “filosofia aziendale”, scrive il gip. Pressioni sul Csm per ostacolare i magistrati, e su Squinzi per ammorbidire la linea del “Sole”. Monti: sull’azienda “un problema di governance che affronteremo” –

   La “filosofia aziendale” delle tangenti come “fattore naturale” degli affari del gruppo. E’ quanto si legge nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto del presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi.

   L’accusa nei suoi confronti è di corruzione internazionale, peculato e concussione, per le presunte mazzette che sarebbero state pagate per la vendita di 12 elicotteri Agusta Westland al governo indiano. Il gip di Busto Arsizio (l’inchiesta è condotta dal pm Eugenio Fusco) ha disposto anche gli arresti domiciliari per l’ad di Agusta Westland, Bruno Spagnolini, con le stesse accuse. Gli investigatori hanno inoltre perquisito gli uffici di Finmeccanica a Roma da dove hanno acquisiti documenti e supporti informatici.

   Con Orsi, sono stati arrestati anche due cittadini svizzeri, Guido Haschke e il suo socio Carlo Gerosa, che intermediarono nell’affare con Finmeccanica. Secondo l’accusa, per la vendita degli elicotteri fu pagata una tangente da 51 milioni di euro.

   Dalle carte emerge che il presidente di Finmeccanica avrebbe cercato di ostacolare l’inchiesta giudiziaria contattando il Csm affinché venisse nominato in tempi brevi il nuovo procuratore di Busto Arsizio. Questi, a sua volta, avrebbe dovuto estromettere dall’indagine il procuratore applicato Eugenio Fusco, titolare del fascicolo su Giuseppe Orsi.

   Dalle carte emerge anche un’intercettazione telefonica in cui lo stesso Orsi si lamenta con il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi degli articolo critici pubblicati da Il Sole-24 Ore. E Squinzi promette immediatamente di intervenire sul direttore del quotidiano, Roberto Napoletano.

   Secondo il gip, sia Giuseppe Orsi che Bruno Spagnolini “appaiono convinti dell’esigenza di ricorrere a tali sistemi operativi per ottenere l’aggiudicazione delle gare di appalto”. A questo riguardo, con riferimento a Spagnolini, il gip sottolinea che in una valigia sequestrata all’intermediario Haschke a casa della madre è stato trovato un memorandum risalente al 2010 “riguardante successiva fornitura di mezzi Agusta sempre all’India con specifico riferimento alla tangente richiesta dal pubblico ufficiale coinvolto in quei fatti (tale Saini).

   Dunque – annota il giudice – l’Agusta Westland, e per essa la sua dirigenza e lo Spagnolini in particolare, sembrano essere consueti al pagamento di tangenti e vi è motivo di credere che tale ‘filosofia aziendale‘ si ripeta anche in futuro se non resa vana attraverso l’intervento cautelare”. Riguardo a Orsi, scrive ancora il giudice, “rivela il suo disincanto per la pratica tangentizia e, dunque deve aggiungersi, il suo convincimento che la stessa sia un fattore naturale della pratica aziendale”.

   ”Ho sempre fatto il bene dell’azienda e del paese” ha detto Orsi al suo legale Ennio Amodio dopo l’arresto. Orsi, afferma Amodio, “non ha mai commesso alcun illecito e lo dimostreremo”.

   L’inchiesta che ha determinato l’arresto del presidente di Finmeccanica, vicino al leader leghista Roberto Maroni, è stata condotta a lungo dai pubblici ministeri di Napoli Piscitelli e Woodcock e poi trasmessa a Busto Arsizio per decisione della Corte di Cassazione, che ha stabilito la competenza territoriale dei magistrati lombardi.

   Nella prima fase dell’inchiesta i pm napoletani hanno raccolto una gran quantità di documenti e numerosi indizi a carico di Orsi e di altri indagati. I magistrati della procura di Busto Arsizio, attraverso altre indagini, hanno completato il quadro accusatorio, chiedendo ed ottenendo le misure cautelari eseguite questa mattina.

   Finmeccanica, si legge in una nota, ”esprime solidarietà” al suo presidente e all’amministratore della controllata Agusta Westland. La società comunica inoltre che l’attività aziendale prosegue con ordine. Sulla vicenda intervien, con altri toni, anche il presidente del consiglio uscente Mario Monti: “La magistratura fa il suo lavoro e sono sicuro lo farà fino in fondo”, spiega a Unomattina, ma su Finmeccanica “c’è un problema di governance che affronteremo”.

   L’aspetto delle regole è “importante andare avanti per estirpare la corruzione”, “rafforzando la disciplina”. Il premier ha anche ricordato come la legge anticorruzione sia stata approvata “con fatica” per l’opposizione della destra.

   Orsi, nonostante fosse indagato da tempo, è sempre rimasto al suo posto. Fino ad oggi, “in assenza di riscontri fattuali sulla vicenda contestata non sussistevano i presupposti concreti certi e attuali affinché l’assemblea deliberasse l’eventuale revoca dell’amministratore coinvolto nelle indagini, ovvero la promozione di una azione di responsabilità nei suoi confronti”.

   Ma ormai il ministero dell’Economia ora deve guardare avanti. Ciò “anche al fine di evitare il rischio di insorgere di danni al patrimonio della Società ovvero all’erario derivanti da infondatezza dell’azione eventualmente promossa”. Il Tesoro quindi ”si sta adoperando adotti tempestivamente un sistema di governance in grado di garantire la necessaria continuità gestionale, la tutela degli interessi degli azionisti – e quindi anche dell’Erario – nonché la massima correttezza e trasparenza nei processi decisionali”.

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LA CORRUZIONE CHE GELA L’ITALIA

di Alessandro Penati, da “la Repubblica” del 16/2/2013

– Tangenti, frodi e abusi non aiutano il volume d’affari, ma sono indice di una cattiva gestione –

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   Operazioni finanziarie azzardate e corruzione per procacciarsi commesse spesso cercano di mascherare una cattiva gestione ordinaria. Le aziende con fatturato in crescita e margini elevati non hanno interesse a pagare tangenti o falsificare i bilanci.

(….)

   In dieci anni Finmeccanica ha sestuplicato il debito, quando il margine operativo lordo, nella migliore delle ipotesi, è cresciuto di 2,5 volte. Segno di una politica di espansione scriteriata.

   Colpa dei magistrati che così fanno il gioco dello straniero, pronto a portarsi via i nostri gioielli aziendali con quattro soldi?  No, della convenzione Ocse contro la corruzione, che l’Italia ha ratificato nel 2000. Fortemente voluta dagli Stati Uniti che vent’anni prima avevano varato il Foreign Corrupt Practicas Act per perseguire le aziende americane all’estero: famosi i casi di Lockheed (ricordate?), o Wal-Mart in Messico o Chiquita Brands in Honduras.

   Due anni fa, nel silenzio generale, Eni è stata multata dalla Sec e dal Dipartimento di Giustizia (in quanto quotata a New York) per 360 milioni di dollari, per una tangente pagata in Nigeria. Nello stesso caso, l’americana Halliburton (quella dell’ex vice presidente Cheney) ha pagato una multa di 560 milioni. La legge è uguale per tutti.

   La Germania è in prima fila nella lotta alla corruzione internazionale delle sue multinazionali: Siemens, Man, Daimler, Eads (Airbus), Deutsche Bahn sono solo i casi più eclatanti di aziende multate e manager perseguiti. BAE, concorrente inglese di Finmeccanica è stata sotto inchiesta per sei anni dal Serious Fraud Office, e multata per oltre mezzo miliardo di dollari per tangenti all’estero. Casi di “politica industriale” masochista?

   Non vorrei che il nostro modello fosse la Francia che, pur di sostenere la propria industria, ha fatto così poco nella lotta alla corruzione da meritarsi recentemente un pubblico rimprovero da parte dell’Ocse. Fascino irresistibile del dirigismo transalpino. (Alessandro Penati)

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LA CRISI COLPISCE ANCHE L’INDUSTRIA DELLE ARMI

di Tonino Cassarà, 18 febbraio 2012, dal sito ArticoloTre (http://www.articolotre.com/ )

   Nel 2011, a livello globale, le spese militari sono diminuite di 410 miliardi di dollari, il 5% in meno rispetto al 2010. E’ quanto emerge dal rapporto annuale presentato stamattina a Stoccolma dall’agenzia Sipri (Stockholm International Peace Research Institute).

   Secondo gli esperti, c’è una fase di assestamento nel commercio delle armi, e l’industria bellica ha già messo in campo nuove strategie per modificare la percezione delle minacce alla sicurezza. Il settore informatico sarà il fronte sul quale i produttori di armi e servizi militari indirizzeranno i loro assalti per mantenere il controllo del mercato.

   Certamente sarà merito della crisi, ma è un dato di fatto che la vendita di materiali e servizi delle prime 100 aziende di armi al mondo, ha subito un’inversione di tendenza e, per la prima volta dal 1995, è in una fase di decrescita.

E’ quanto emerge dall’ultima relazione annuale della “Stockholm International Peace Research Institute” (meglio conosciuta con la sigla “Sipri”, ndr), pubblicata sul suo sito ufficiale (www.sipri.org). Secondo l’associazione svedese che raccoglie i dati delle maggiori industrie militari, infatti, la vendita delle armi, che già negli ultimissimi anni aveva avuto un leggero rallentamento, è ora calata di 410 miliardi di dollari, per una quota pari al 5% del totale. I dati analizzati da Sipri sono quelli relativi al periodo 2010/2011 e il decremento si riferisce quindi alla differenza fra questi ultimi due anni.

   La buona notizia, però, non è altro se non una gocciolina che si disperde cozzando contro i numeri del lungo periodo. Infatti, fra il 2002 e il 2010 la vendita di materiali e servizi militari era aumentata del 51%. Quindi, come ha detto l’analista di Sipri, Susan Jackson, all’agenzia di stampa Dapd, nonostante il significativo calo del commercio delle armi nel 2011, non c’è proprio da farsi grandi illusioni visto che “siamo di fronte ad una tendenza temporanea e non è detto che il contenimento delle spese militari si protrarrà negli anni”.

   Dai dati dell’agenzia di Stoccolma, che dal 1990 si occupa del commercio globale delle armi, emerge che le aziende impegnate a produrre armi e servizi militari, con sede negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale, dominano la lista delle Top 100, che non include però quelle cinesi per le quali non esistono informazioni disponibili.

   Il 60 per cento del totale del mercato delle armi è concentrato nelle mani di 44 industrie americane, mentre fra le prime 100 imprese figurano 30 aziende europee che si spartiscono il 29%. Ora, se si esclude la produzione e il commercio cinese che sicuramente occuperà una posizione di rilievo, solo l’1% dell’industria bellica resta fuori dal controllo americano ed europeo.

   Secondo gli studiosi di Sipri, la diminuzione della vendita di armi nel 2011 è dovuta a svariati fattori, fra questi sicuramente ci sono quelli delle politiche di austerità, sbandierate o reali, che prevedono il contenimento delle spese militari negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale. Ma, sottolinea il rapporto Sipri, “il cambiamento dei conflitti, in particolare in Iraq ed Afganistan, nonché le sanzioni contro la Libia, sicuramente hanno avuto un ruolo importante nel ridimensionamento del mercato bellico”.

   Si tratterebbe però solo di una fase di assestamento, infatti, secondo Susan Jackson, “le imprese produttrici di armi e servizi militari, hanno già avviato dei programmi di protezione contro le misure di austerità introdotte dai governi. Per continuare ad assicurarsi alti profitti, l’industria delle armi ha messo in campo nuove strategie per modificare la percezione delle minacce alla sicurezza. Si tratta di un dato di fatto che è possibile verificare tenendo d’occhio gli investimenti economici e le acquisizioni che l’industria bellica sta facendo in nuovi settori”. Alcune aziende stanno cercando settori di nicchia, mentre altre hanno diversificando gli investimenti in segmenti di mercato adiacenti a quelli tradizionali.

   Gli esperti di Sipri che seguono da vicino le strategie di mercato delle aziende comprese nella lista delle prime cento imprese produttrici di armi, sono convinti che uno dei campi più promettenti per la riconversione dell’industria bellica sia quello della sicurezza informatica, sempre più spesso presentata come problema di sicurezza nazionale. L’informatica è un ambito che permette il connubio fra settore civile e investimenti militari. L’industria bellica, infatti, offre alle aziende programmi di protezione dati, sicurezza informatica di rete, ma anche software, servizi di formazione, di collaudo simulazioni di attacchi e meccanismi di difesa che solo loro, dicono, saranno in grado di poter garantire. (Tonino Cassarà)

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FINMECCANICA, AGUSTAWESTLAND: “L’INDIA NON HA CANCELLATO IL CONTRATTO”

dalla Redazione de “Il Fatto Quotidiano” del 16/2/2013

   Il governo indiano ha chiesto “di fornire chiarimenti entro sette giorni”. La società si difende dalle accuse di irregolarità e assicura di stare preparando una risposta per “soddisfare tempestivamente la richiesta delle autorità”. Il ministro degli Esteri indiano, intanto, invita a non politicizzare la vicenda

  “Il ministero della Difesa indiano non ha cancellato il contratto (sugli elicotteri), ma ha invece richiesto alla società di fornire alcuni chiarimenti entro sette giorni”. E’ quanto si legge in una nota di AgustaWestland che “sta preparando la sua risposta per soddisfare tempestivamente la richiesta delle autorità”. La società del gruppo Finmeccanica si difende dalle accuse di irregolarità e si dichiara “fiduciosa che sarà dimostrato che la propria condotta, così come quella dei propri vertici aziendali e dei propri manager che lavorano o hanno lavorato, è stata pienamente conforme alla legge”.

   Nella giornata di venerdì si era diffusa la notizia che il ministero dell Difesa indiano aveva avviato un’azione per cancellare il contratto di fornitura di 12 elicotteri AW-101 da parte della Augusta Westland, controllata di Finmeccanica.

   Il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid ha sostenuto che il governo, guidato dal partito del Congresso, ha “seguito strettamente” tutte le procedure relative alla commessa per gli elicotteri di AgustaWestland per l’aeronautica militare indiana e ha invitato la stampa a non politicizzare l’affare. Khurshid ha ricordato che “il governo ha mandato loro una ‘show cause notice’. In questo ambito vi sono procedure implicate che debbono essere seguite”.

   Circa la segnalazione di nomi di personalità indiane che potrebbero essere coinvolte nella vicenda, come l’attuale presidente della repubblica Pranab Mukherjee, fra il 2004 e il 2006 ministro della Difesa, Khurshid ha risposto: “Non credo che si sarebbe potuta seguire da parte nostra una procedura più accurata e migliore in questa vicenda. Non dovremmo coinvolgere questo tipo di persone”.

   Il rischio che il caso Finmeccanica rischi di paralizzare il processo di modernizzazione del sistema di difesa indiano è però concreto. “Le accuse di corruzione per l’acquisto di 12 elicotteri italiani – scrive il Washington Post – sono una minaccia per l’India, che ha disperatamente bisogno di una modernizzazione multimilionaria delle sue forze di difesa”.

   Il quotidiano statunitense ricorda le vicende giudiziarie che hanno portato all’arresto dellex presidente e ad di Finmeccanica Giuseppe Orsi e le contromosse dell’India, che ha sospeso il pagamento e l’esecuzione della commessa. Il ministero della difesa indiano sta anche discutendo di “un altro contratto per l’acquisto di 197 elicotteri leggeri, alimentando il timore che la controversia possa paralizzare il governo già alle prese con un processo decisionale lento”.

   Gli analisti ritengono che “le drammatiche rivelazioni sulle tangenti, che tutti i giorni stanno finendo sui quotidiani indiani, e le indagini che ne derivano possano gettare un’ombra sull’ambizioso piano di rimpiazzare l’arsenale obsoleto. Piani che hanno fatto dell’India il più importante importatore di armi lo scorso anno”. Le tangenti, riferisce il quotidiano americano, “sarebbero state offerte ai funzionari più alti in grado, come l’ex capo dell’aviazione”.

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GUERRA ALLE TANGENTI, EUROPA ASSENTE

di Claudio Gatti, da “il Sole 24ore” del 15/2/2013

   Il business internazionale delle tangenti secondo la Banca Mondiale muove più di mille miliardi di dollari all’anno. Una stima che l’istituto di Washington ritiene “conservativa” e che non include né l’appropriazione indebita di fondi pubblici né i costi aggiuntivi di contratti o appalti acquisiti a suon di mazzette.

   Questo dato statistico – ed economico – può essere interpretato in due modi. Diametralmente opposti. Il primo è quello offerto da un ex dirigente di un grande gruppo petrolifero europeo: «In settori come quello della difesa o dell’energia, in molti Paesi se si vuole essere della partita si deve pagare. Non si può essere vergini in un bordello. Occorre adeguarsi alle usanze locali. E ai metodi dei concorrenti».
Il secondo lo ha presentato recentemente il procuratore federale di Manhattan Preet Bharara: «Le tangenti corrompono il mercato mettendo in condizioni di forte handicap economico chi rispetta le regole». Bharara ha poi sottolineato due conseguenze negative: oltre ad alimentare la corruzione nei Paesi di chi le riceve, le tangenti disincentivano le aziende che le pagano a investire nei propri prodotti o servizi per battere la concorrenza su qualità e/o prezzo.
Non è casuale che questi due punti di vista siano proposti rispettivamente da un europeo e da un americano. Sono infatti emblematici di due differenti mentalità: più “pragmatici” gli europei, più “idealisti” gli americani.

   Differenti sono anche i due approcci giudiziari. Negli Stati Uniti la legge contro la corruzione internazionale, il cosiddetto Foreign Corrupt Practices Act o Fcpa, risale al lontano 1977. Ed è applicata con relativa fermezza. L’Europa invece, non solo ha impiegato decenni per adeguarsi legislativamente, ma in Paesi quali l’Inghilterra e la Francia ha continuato a chiudere non uno ma tutti e due gli occhi di fronte a episodi corruttivi che coinvolgono i loro gioielli nazionali.
Negli Usa, durante la prima amministrazione Obama, il Dipartimento di Giustizia ha perseguito per corruzione ben 40 grandi aziende, americane e non. Merita una citazione particolare la multa di oltre mezzo miliardo di dollari pagata dalla Kellog Brown & Root, o Kbr, società di ingegneria civile texana controllata dalla Halliburton, il colosso ingegneristico al cui vertice era stato Dick Cheney.

   Kbr fu messa sotto inchiesta dal Dipartimento di Giustizia per aver pagato mazzette a politici nigeriani proprio nel periodo in cui Cheney era vicepresidente degli Stati Uniti. E Albert Stanley, amministratore delegato di Kellogg, Brown & Root all’epoca dei fatti, è stato successivamente condannato a 30 mesi di carcere.

   Gli Usa hanno inoltre una serie di leggi intese a incentivare la denuncia di un atto corruttivo. Sono le cosiddette Whistleblower laws, cioè le norme che non solo proteggono chi denuncia episodi di corruzione ma offrono una ricompensa fino al 15% dell’eventuale sanzione penale o civile inflitta ai responsabili. Anche per questo incentivo, tra il 1987 e il 2008 queste norme hanno prodotto oltre 22 miliardi di dollari di multe.

   Ben diverso l’atteggiamento dimostrato da Londra e Parigi. Cominciamo dal Regno Unito. L’episodio più clamoroso si è verificato nel dicembre 2006, quando il governo di Tony Blair ha ordinato al Serious Fraud Office, la forza di polizia deputata alla lotta alla corruzione, di interrompere la sua inchiesta su una serie di contratti di vendita di armi al governo saudita da parte della Bae Systems, il gigante della difesa nazionale.

   Motivo ufficiale: l’inchiesta rischiava di mettere a repentaglio la “sicurezza nazionale” perché i sauditi avevano minacciato di sospendere la cooperazione nel campo della lotta al terrorismo di matrice islamica.

   La realtà è che quei contratti, ironicamente battezzati Al Yamamah – colomba, in arabo – avevano un valore che nel tempo avrebbe potuto superare gli 80 miliardi di sterline. E l’indagine rischiava di far saltare tutto.

   Ben più piccola la cifra ma altrettanto imbarazzante è l’accordo transattivo con cui, nel febbraio 2010, lo Sfo ha repentinamento chiuso un’indagine su tangenti pagate in Tanzania. In quel caso la posta in gioco era un appalto da 28 milioni di sterline per l’installazione di un sistema di controllo del traffico aereo.

   Gli investigatori avevano scoperto che la Bae aveva pagato oltre 7 milioni di sterline di “commissioni” per ottenerlo. Anziché perseguire l’azienda, o i manager responsabili, lo Sfo ha preferito aderire a un patteggiamento che prevedeva solamente il rimborso al governo tanzaniano da parte della Bae. Lo stesso giudice assegnato al procedimento ha criticato pubblicamente l’accordo perché concedeva all’azienda inglese «immunità assoluta su qualsiasi possibile reato commesso in passato, dichiarato o meno».
Nel suo rapporto del marzo 2012, il “Gruppo di Lavoro” dell’Ocse che sulla base del Trattato internazionale contro la corruzione ha l’incarico di valutare l’impegno con cui ogni Paese applica la normativa, ha ripetuto le critiche di quel giudice aggiungendo che «sarebbe auspicabile che futuri accordi di patteggiamento non fossero così ampi e che le autorità si riservassero il diritto di perguire reati non dichiarati al momento dell’accordo stesso».

   Il rapporto ha inoltre espresso «il disappunto per l’indisponibilità della Gran Bretagna a riaprire l’inchiesta su al Yamamah», aggiungendo che «come minimo la Gran Bretagna dovrebbe riconsiderare il permanere delle problematiche di sicurezza nazionale che hanno giustificato la sua interruzione».
Il giudizio del “Gruppo di lavoro” dell’Ocse sulla Francia è stato ancora più severo. «La Francia dovrebbe intensificare i suoi sforzi per combattere la corruzione di pubblici ufficiali stranieri. Negli ultimi 12 anni ci sono state soltanto cinque condanne», si legge nel rapporto dell’ottobre 2012. Che continua dicendo: «Il Gruppo di  Lavoro è preoccupato dalla timida risposta delle autorità francesi di fronte a casi di corruzione… e dal fatto che le sanzioni imposte siano poco dissuasive».
Gli osservatori dell’Ocse scrivono che «la Francia ha finora messo a disposizione risorse investigative ridotte, cosa che potrebbe spiegare il numero limitato di procedimenti avviati», e chiedono che «la Francia rettifichi questa situazione». Come se non bastasse, il rapporto denuncia il fatto che «nonostante società francesi siano state coinvolte in procedimenti giudiziari in altri Paesi, la Francia non ha attivato azioni giudiziarie con il vigore dovuto».

   Il riferimento è a indagini che fuori dalla Francia hanno portato alla condanna di giganti dell’industria nazionale francese quali Alstom e Thales. Il 22 novembre 2011, il tribunale federale di Berna ha riconosciuto due controllate svizzere del gruppo Alstom colpevoli «di non aver preso tutte le misure organizzative ragionevoli e indispensabili per impedire il versamento di tangenti a pubblici ufficiali stranieri».

   Nel comunicato ufficiale del ministero della Giustizia elvetico si legge che «grazie all’inchiesta penale è emerso che consulenti cui Alstom faceva capo in virtù di contratti di consulenza… riversavano una parte consistente dei loro onorari a decision-maker stranieri per indurli a concedere vantaggi all’Alstom».
È passato quasi un anno e mezzo da quella sentenza, e in Francia Alstom è rimasta impunita.

   Lo stesso è successo con Thales per la vicenda della vendita di sei fregate militari a Taiwan. Lo scandalo è venuto a galla dopo la scoperta in Svizzera di un conto di un intermediario che avrebbe ricevuto commissioni espressamente vietate dal contratto di vendita.

   La Procura federale svizzera ha successivamente congelato 900 milioni di franchi legati a quelle commissioni, restituendo poi parte di quei fondi al governo di Taipei. Nel maggio 2010, sempre in Svizzera, una corte d’arbitrato internazionale ha stabilito che Thales e lo Stato francese rimborsino 830 di milioni di dollari a Taiwan per il danno subito e gli interessi maturati nel corso degli anni trascorsi dal momento del pagamento delle tangenti.
Il sospetto di molti è che una parte di quei fondi neri siano tornati nelle casse di politici o partiti francesi. Ma in Francia nessuna Procura ha finora mai rinviato a giudizio nessuno. (Claudio Gatti)

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FINMECCANICA, LO SCANDALO DELLE ARMI

di VICENZO COMITO, dal sito SBILANCIAMOCI.INFO del 17/02/2013 (http://www.sbilanciamoci.info/ )

   In principio era il gruppo Iri. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1948 viene creata la finanziaria Finmeccanica, che diventa una delle sub-holding di un conglomerato sempre più articolato. Essa deve concentrarsi sul settore meccanico e viene comunque utilizzata dalla capogruppo come un deposito di rottami, una struttura nella quale cioè collocare delle aziende che erano a suo tempo fortemente cresciute con la guerra e che, con lo scoppio della pace, non avevano più un mercato; trovano posto all’interno della compagine anche altre imprese in difficoltà, con produzioni più pacifiche.

   Passano decenni in continue opere di ristrutturazione, di chiusura di alcune aziende, di acquisizione o cessione di altre, con l’assillo di una situazione finanziaria spesso difficile. Il gruppo è alla costante ricerca di un assetto che riesca a stabilizzare le cose e a fargli ottenere risultati di mercato, economici e finanziari in qualche modo tranquillizzanti.

   Un passaggio importante è la parziale privatizzazione. Durante l’ondata di entusiasmo per la scoperta del libero mercato che si manifesta anche da noi verso la fine degli anni ottanta-primi anni novanta – a sinistra ancora più che a destra – Finmeccanica viene parzialmente privatizzata nel 1993, con lo stato che mantiene comunque il 30% circa del capitale; contemporaneamente le sue azioni vengono quotate in borsa.

   Arriva il 2001, sotto la gestione Guarguaglini, e si trova una soluzione produttiva che sembra efficace: concentrarsi sul business delle armi, approfittando del fatto che l’organizzazione, a partire dallo stesso capo, è piena di generali, ammiragli e colonnelli in qualche modo esperti del mestiere e che in casa sono disponibili delle tecnologie militari di un certo interesse. La trovata per un po’ sembra funzionare e il gruppo riesce apparentemente a trovare per qualche anno un suo equilibrio di mercato, organizzativo ed economico-finanziario. Un equilibrio non molto positivo socialmente e molto precario strategicamente, come testimoniano le vicende degli ultimi due anni.

   Così, mentre nel periodo 2002-2003 il settore civile rappresentava circa un terzo del fatturato complessivo, già due anni dopo si era scesi a meno di un quarto. Con la scelta bellica la società diventa la più grande impresa manifatturiera nazionale dopo la Fiat e il livello delle sue spese per la ricerca e sviluppo supera quello del gruppo torinese. Essa è inoltre la prima realtà italiana operante nel settore delle tecnologie avanzate.

   Segue a notevole distanza la STMicroelectronics, il cui controllo azionario è però ceduto nel 1987 per metà ai francesi, con un accordo complesso. Incidentalmente, bisogna a questo proposito ricordare che la proprietà del pacchetto azionario italiano di STMicroelectronics, la realtà industriale più rilevante presente in Europa nell’elettronica, era passato nel 1989 per le mani della stessa Finmeccanica, che se n’è però sbarazzata in due tranche, nel 2004 e nel 2009, proprio per avere le risorse necessarie per perseguire gli sforzi bellici. Una scelta molto miope.

   La società opera oggi nei settori degli elicotteri, dell’elettronica per la difesa, dei velivoli civili e militari – questi i suoi business prioritari –, oltre che nel campo delle infrastrutture spaziali e dei sistemi di difesa. Un posto marginale rivestono i comparti del trasporto e dell’energia. Questi due ultimi business mal si conciliano con quello militare e il gruppo dirigente prima li trascura e poi, negli ultimi tempi, pensa di sbarazzarsene, anche se si tratta di due attività che potrebbero essere molto utili per una riconversione della nostra economia e della stessa Finmeccanica.

   L’azienda procede con una forte spinta verso l’internazionalizzazione; essa diventa presto il secondo gruppo militare in Gran Bretagna, in particolare attraverso operazioni di acquisizione effettuate fino al 2005, mentre anche negli Stati Uniti, con l’acquisto nel 2008 della Drs Technologies, assume un ruolo di un certo rilievo. Peraltro la società Usa verrà pagata troppo, come l’Antonveneta da parte di Monte Paschi, e i risultati si manifesteranno come molto poco brillanti in ambedue i casi.

   Finmeccanica fa la scelta “anglosassone” e concentra i suoi sforzi di collaborazione nel settore dell’aereonautica civile con la statunitense Boeing, rifiutando l’opzione europea. Così oggi l’Italia è l’unico paese del continente che non collabora al progetto EADS-Airbus, mentre anche l’Alitalia, fino ad un certo punto, ha acquistato soltanto aerei statunitensi.

   Vengono raggiunti in ogni caso ambiziosi traguardi in termini di mercato, economici e finanziari. Così, mentre ancora nel 2001 il fatturato di gruppo era pari a 6,8 miliardi di euro, esso diventa di 12,5 miliardi nel 2006, cresce poi a 18,2 nel 2009 e a 18,7 nel 2010, moltiplicandosi per tre nel corso di otto anni. Il gruppo, secondo le statistiche internazionali al riguardo, diventa presto il settimo o l’ottavo del mondo nel suo settore in termini di dimensioni. L’azienda non registrerà mai grandi profitti, ma comunque i risultati economici migliorano anch’essi e da perdite quasi strutturali si passa a un miliardo di euro circa di utili nel 2006, mentre nel 2009 siamo ancora a 718 milioni di utili.

   Nel 2010 la macchina comincia a incepparsi e alcuni nodi vengono al pettine. Le novità negative sono due e si manifestano in maniera netta a partire dal 2011, vero annus horribilis per il gruppo.

   La prima novità riguarda un peggioramento netto e improvviso del mercato di riferimento. Proprio nel momento in cui l’azienda avrebbe potuto raccogliere i risultati dei grandi sforzi compiuti in termini di investimenti e di organizzazione, scoppia la crisi del 2007-2008. I principali paesi occidentali, preoccupati dall’entità dei debiti fatti anche per salvare le banche, cominciano a ridimensionare i loro budget in generale e quelli militari in specifico; persino gli Stati Uniti intervengono su tali spese; l’azienda non ha una strategia di ricambio, essendosi tagliata quasi tutti i ponti alle sue spalle.

   Una via di uscita da tale situazione poteva apparire quella di concentrare gli sforzi commerciali verso i paesi emergenti, paesi nei quali, a partire dalla Cina e dall’India, i bilanci militari sono da parecchio tempo in forte crescita, ma il risultato maggiore appare, almeno per il momento, quello di una catena di scandali per il gruppo, scandali che riguardano in un modo o nell’altro, l’India, il Brasile, Panama, la Libia.

   La seconda novità è che, contemporaneamente, si registrano gravi problemi interni al gruppo. Si scopre che probabilmente l’azienda non solo paga tangenti in diversi paesi per ottenere commesse, ma che essa distribuisce generosamente prebende agli stessi gruppi dirigenti e a vari faccendieri, nonché ai partiti politici, in particolare ad alcuni di essi.

   Certo, il settore appare strutturalmente caratterizzato da alti livelli di corruzione e di reati finanziari, ma la nostra azienda sembra averci messo molto del suo. In ogni caso, il gruppo dirigente viene progressivamente decimato dagli avvenimenti, che sembrano toccare anche parenti ed amici dei capi, mentre molti magistrati, in Italia e all’estero, sono ora al lavoro per cercare di fare un po’ di chiarezza. Come al solito, le acque si smuovono da noi soltanto per l’intervento della magistratura.

   I risultati economici cambiano rapidamente di segno e anche il valore di borsa dell’impresa precipita. Il fatturato per il 2011 diminuisce e si registra una perdita economica di 2,3 miliardi di euro, mentre il debito, vera maledizione del gruppo nel corso dei decenni, comincia ad aumentare e il portafoglio ordini si assottiglia ancora più rapidamente del fatturato. Il valore del titolo in borsa raggiunge in questi giorni forse poco più del 10% di quello di qualche anno fa, mentre comincia a calare anche l’occupazione e si preannunciano dolorose ristrutturazioni. I dati per il 2012 non sono ancora disponibili ma si suppone che non riusciranno a stabilizzare la situazione; non si osa pensare quale essa potrà essere nel 2013.

   In questo percorso, il gruppo Finmeccanica non poteva non farsi complice, attraverso le sue controllate di settore, della famigerata vicenda degli F-35, nella quale l’Italia ha molto da perdere finanziariamente e molto poco da guadagnare in investimenti e posti di lavoro.

   Il caso dello scandalo Finmeccanica, risvegliatosi soltanto poche ore dopo quello di Eni-Saipem, che fa peraltro seguito a quelli di Monte Paschi, Banca Popolare di Milano, Fonsai-Ligresti, Ilva, per citarne soltanto alcuni tra i più importanti, indica che alla base delle difficoltà del nostro sistema di grandi imprese non c’è soltanto una crisi di strategie, di risorse finanziarie, di politica industriale mancata da parte dei governi, di scarso sostegno da parte del sistema bancario, ma anche un grande problema di tenuta morale. Del resto, tout se tient. Per questo la crisi appare veramente grave e uscirne estremamente difficile.

   Si apre ora una partita complicata. Per quanto riguarda Finmeccanica bisogna ricostruire un gruppo dirigente adeguato al compito e che punti nel tempo a una riconversione in senso civile delle sue produzioni, concentrando ad esempio i suoi sforzi verso il settore dell’aereonautica civile e delle attività spaziali, e forse anche ripristinando l’interesse verso i trascurati settori dell’energia e dei trasporti, in alcuni comparti dei quali le prospettive di mercato sembrano interessanti.

   Un altro grave problema per il nuovo governo. (Vincenzo Comito, dal sito http://www.sbilanciamoci.info/ )

Vincenzo Comito è autore dell’unico volume di analisi critica di Finmeccanica: Lo scandalo Finmeccanica, edizioni dell’asino

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FINMECCANICA. LE ARMI CHE SPARANO DEBITI

di Antonio Mazzeo, da “Le Monde Diplomatique” del 5/2/2013

   Metà bancomat per alimentare il sistema di corruzione politico e metà centro dispensatore di incarichi, consulenze e prebende per mogli, amanti e figli dei potenti di turno. Dopo la Fiat, Finmeccanica è la seconda holding industriale d’Italia: produce aerei, elicotteri, locomotive, carri armati, missili, satelliti e centri di telecomunicazione, con una spiccata vocazione per gli strumenti di morte da esportare ad ogni esercito in guerra.

   Dal 2009 è tra le dieci regine del complesso militare industriale mondiale e ha intrecciato partnership con i giganti d’oltreoceano moltiplicando ordini e commesse. Una gallina dalle uova d’oro per manager e azionisti, tra questi ultimi il Ministero dell’economia e delle finanze della Repubblica italiana che ancora controlla il 30,2% del pacchetto azionario.

   Eppure l’holding esprime il volto peggiore della res publica. E non certo solo per quello che produce o per i sanguinari clienti di fiducia. Grazie ad un complesso meccanismo di scatole cinesi, rigorosamente con sedi all’estero, Finmeccanica gode d’immensi privilegi fiscali al limite dell’evasione.

   Negli ultimi tempi, poi, è sempre più dentro alle cronache giudiziarie, oggetto d’inchieste delle Procure di mezza Italia. Come quella sugli affari a suon di tangenti tra l’Enav, l’ente nazionale per l’assistenza al volo, e la controllata Selex Sistemi Integrati che ha costretto l’amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini e la moglie Marina Grossi (ad di Selex) ad abbandonare prematuramente gli incarichi.

   L’ultimo anno è stato uno dei più difficili della storia di Finmeccanica anche dal punto di vista economico-finanziario. Nel 2011 tutti i risultati del gruppo sono stati negativi: persi 2.306 milioni di euro, contro i 557 guadagnati nel 2010. Gli ordini sono calati del 22%, attestandosi a 17.434 milioni e i ricavi sono scesi del 7% rispetto all’anno precedente. Dati ancora più drammatici sul fronte occupazione: nell’ultimo biennio Finmeccanica è passata da 75.000 a 69.000 dipendenti. L’indebitamento finanziario netto è stato stimato a 4,656 miliardi di euro, mentre il valore delle azioni è precipitato a 3,8 euro quando solo cinque anni prima ne valevano 21,2.

   Intanto proseguono le ristrutturazioni aziendali nel settore a prevalente produzione bellica. Il polo aeronautico vede adesso operare congiuntamente Alenia e Aermacchi: si realizzano i cacciabombardieri “Tornado” ed “Eurofighter”, i velivoli da trasporto C-27J “Spartan” e gli aerei d’addestramento M-346 ed MB-339.

   L’azienda è anche la capo commessa in Italia per il Joint Strike Fighter F-35, il supercostoso bombardiere di ultima generazione a capacità nucleare ed è la seconda maggior partecipante nel programma europeo “Neuron” per lo sviluppo di un nuovo velivolo d’attacco a pilotaggio remoto.

   Nel settore degli elicotteri, la holding conta su AgustaWestland, società produttrice dei modelli “NH90”, “AW129” e “Super Lynx 300” e che sta per commercializzare il convertiplano BA609 (un ibrido di guerra, metà elicottero e metà aereo) e i “Future Lynx” e “AW149”. Grazie ad Oto Melara, Finmeccanica controlla inoltre una fetta del mercato internazionale delle artiglierie navali e terrestri, dei carri armati, dei blindati e dei sistemi antiaerei.

   Attraverso le controllate Selex Sistemi Integrati, Selex Communications e Selex Galileo (dal 1° gennaio 2013 operano tutte sotto il marchio di Super Selex), il gruppo si è affermato nel business dell’elettronica e dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni e intelligence. Sta assumendo sempre più importanza pure il settore spaziale, dove Finmeccanica opera attraverso Telespazio (una joint venture con la francese Thales).

   Altra joint venture di importanza strategica è MBDA, azienda leader nella produzione di sistemi missilistici, dove Finmeccanica è presente insieme ai colossi europei BAE Systems ed EADS.

   Nonostante l’ampio ventaglio di clienti internazionali (compresi quei paesi che dovrebbero essere posti sotto embargo perché belligeranti o violatori dei diritti umani), nell’ultima decade è cresciuto il pressing e il corteggiamento verso gli Stati Uniti d’America.

   Gli affari non sono certo mancati, ma l’ingresso delle aziende Finmeccanica nel mercato Usa rischia di trasformarsi a medio termine in un incubo per gli azionisti. Quello che in un primo momento era stato festeggiato come un affare da 6-7 miliardi di dollari, la fornitura sino a 145 velivoli da trasporto tattico C-27J, è oggi uno dei flop più clamorosi della storia dell’aeronautica militare mondiale.

   Nel 2005, la controllata Alenia North America si era alleata con L-3 Communications Integrated Systems, Boeing, Rolls Royce e Honeywell per concorrere al programma Joint Cargo Aircraft per le necessità operative delle forze armate Usa in Iraq e Afghanistan. Due anni più tardi, in occasione della visita in Italia dell’allora presidente Gorge Bush, il Pentagono annunciò la decisione di assegnare al consorzio italo-statunitense la miliardaria commessa, a condizione che realizzazione e assemblaggio dei velivoli venissero affidati in buona parte agli stabilimenti con sede negli States.

   Dopo massicci investimenti per avviare la produzione, le aziende si videro però ridurre l’ordine a soli 38 cargo. Alla tredicesima consegna, nel gennaio 2012, la doccia fredda: Washington decide di sospendere l’acquisto in conseguenza dei tagli al bilancio richiesti dal Congresso.

   Irrigidendo le politiche protezioniste con la scusa di voler fronteggiare la crisi economica ed occupazionale, nel 2009 Barack Obama ha pure deciso la cancellazione del programma per i nuovi elicotteri presidenziali, basati sul modello “AW101” di AgustaWestland.

   Nel gennaio 2005, l’azienda di Finmeccanica, in joint venture con Lockheed Martin, aveva sottoscritto con le autorità Usa un contratto da 6,5 miliardi di dollari per 23 velivoli. Il dietro front di Obama ha bruciato l’affare quando 7 elicotteri erano già stati costruiti.

   Ancora peggio quanto si è verificato con l’acquisizione, nel maggio 2008, di DRS Technologies. Fondata nel 1968 a Parsipanny, località non distante da New York, DRS occupa 10.000 dipendenti e ha un fatturato annuo poco inferiore ai 3 miliardi di dollari. Per impossessarsene, Finmeccanica ha dovuto sottoscrivere con il Dipartimento della difesa un “accordo speciale di sicurezza” che garantisce all’Amministrazione Usa la tutela delle informazioni classificate.

   Finmeccanica ha pagato per la società 3,4 miliardi di euro, grazie al rastrellamento di ogni singola azione sul mercato a 81 dollari, quando appena un mese prima il valore si attestava a 63 dollari e 74 cent.

   Un’emorragia finanziaria “sanata”, l’agosto seguente, con un aumento del capitale dell’holding di 1,4 miliardi (il ministero del Tesoro ha dovuto sborsare 250 milioni di euro circa ma ha ridotto la propria partecipazione dal 33,7 al 30,2%), l’emissione di un miliardo di euro in obbligazioni a 5 anni a un tasso dell’8,12% e l’assunzione di un maxidebito con il sistema bancario internazionale per 3,2 miliardi di euro, accresciuto successivamente a 7 miliardi. Gigante sì, ma con i piedi d’argilla.

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PIAGGIO AERO E SELEX (FINMECCANICA) LANCIANO IL NUOVO DRONE «HAMMERHEAD»

di Raoul De Forcade, da “il Sole 24ore” del 18/2/2013

   Un nuovo aereo manovrato da terra, senza pilota a bordo. È la novità presentata oggi da Piaggio Aero Industries e Selex Es (gruppo Finmeccanica), al salone della difesa e della sicurezza Idex 2013, in corso ad Abu Dhabi.

   Il nuovo velivolo a pilotaggio remoto si chiama P.1HH Hammerhead Unmanned aerial system.

Piaggio e Finmeccanica lanciano il nuovo Drone
Piaggio e Finmeccanica lanciano il nuovo Drone

Il programma P.1HH, spiega una nota dell’azienda, ha come obbiettivo lo sviluppo di un sistema aereo a pilotaggio remoto (indicato con la sigla Apr o Uas, Unmanned aerial system) «ad elevate performance operative per missioni di sorveglianza, intelligence e ricognizione».

   Dopo due anni di sviluppo, la presentazione del P.1HH Hammerhead ha seguito di pochi giorni il “roll out” (fase finale del collaudo) del velivolo, avvenuto il 14 febbraio scorso, contestualmente al primo test di accensione motori ed il primo rullaggio presso una base della aeronautica militare italiana. Il primo volo del P.1HH è previsto per il 2013, dopo il completamento dell’integrazione del sistema di gestione e controllo del velivolo e la conclusione dei ground test.

   Il P.1HH Hammerhead è un aereo capace di decollo e atterraggio automatico, che si posiziona nella fascia alta dei velivoli della categoria. Può raggiungere la quota di 13.700 metri con una permanenza in volo di oltre 16 ore. La missione è gestita da una stazione di terra, collegata attraverso un sistema di comunicazione in linea di vista e via satellite oltre la linea di vista che consente il controllo remoto dei sistemi di navigazione e di missione dell’aeromobile.

   «Il P.1HH HammerHead – afferma Alberto Galassi, ad di Piaggio Aero – è certamente il più importante e ambizioso progetto dell’azienda e la proietta verso il settore dei sistemi aerei a pilotaggio remoto impiegati in missioni di sorveglianza e controllo. I sistemi unmanned rappresentano il futuro della sicurezza aerea, terrestre e marittima per la loro versatilità di impiego operativo. Con lo sviluppo di una nuova generazione di pattugliatori multiruolo Mpa e di sistemi aerei a pilotaggio remoto P.1HH, Piaggio Aero diversifica la propria attività in un settore strategico e ad alta tecnologia, con il supporto fondamentale dei propri azionisti internazionali, Mubadala Aerospace e Tata Limited».

   Come il Piaggio Aero Mpa (Multirole patrol aircraft, presentato a luglio 2012), anche il P.1HH Hammerhead unmanned aerial system è derivato dalla piattaforma del P.180 Avanti II riprogettata con una nuova configurazione aerodinamica, maggiore estensione alare (15,5 metri) ed una superiore capacità di carico utile.

   Piaggio Aero svilupperà il nuovo P.1HH in partnership con Selex Es, che fornirà i sistemi di controllo del volo e navigazione a pilotaggio remoto e di missione. Selex Es collaborerà con Piaggio Aero anche per l’integrazione dei sistemi a bordo. (Raoul De Forcade)

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A FINMECCANICA MANCA UN PAESE ALLE SPALLE (in più ora l’azienda rischia grosso in India e negli Usa)

di Riccardo Celi, 19/2/2013, da LINKIESTA (http://www.linkiesta.it/ )

   La vicenda delle presunte tangenti da 51 milioni di dollari pagate da AgustaWestland per la vendita di 12 elicotteri AW101 all’Aeronautica indiana è davvero una brutta tegola in testa per la controllante Finmeccanica.

   Nuova Delhi, infatti, che ha già ricevuto tre delle 12 macchine e ha saldato circa il 40% del conto totale di 556 milioni di euro (compreso il supporto logistico per cinque anni e l’addestramento iniziale dei piloti), ha avviato le procedure per la risoluzione del contratto e ha recapitato a Finmeccanica un lettera in cui chiede all’azienda di fornire entro sette giorni le eventuali giustificazioni a fronte delle quali, a suo parere, l’accordo non dovrebbe essere cancellato.

   Una mossa che ha provocato, il 15 febbraio, le dimissioni da ogni incarico del presidente e consigliere d’amministrazione di Finmeccanica, Giuseppe Orsi. Il sito ufficiale della Bhāratīya Vāyu Senā (Forza Aerea Indiana), nella sezione dove vengono descritti i vari materiali in dotazione, non riporta alcuna immagine né altri riferimenti relativi al nuovissimo elicottero.

   Il 26 ottobre 2012, cioè parecchi mesi dopo l’avvio dell’inchiesta della magistratura italiana e delle autorità di Nuova Delhi sulla fornitura degli AW101, il ministero della Difesa indiano rilascia la seguente dichiarazione: «È stato chiesto al governo italiano di fornire dettagli sull’eventuale esistenza di individui o entità societarie che abbiano svolto il ruolo di intermediari nella fornitura degli elicotteri AW101, nonché il nome e i documenti relativi al presunto coinvolgimento di un brigadiere nella procedura in corso per l’acquisizione di 197 elicotteri commerciali leggeri per l’Esercito indiano. Il ministero della Difesa agirà con decisione contro gli autori di eventuali reati identificati durante le indagini».

   Il “brigadiere” di cui parla il documento (un grado che nelle Forze Armate indiane è intermedio tra il colonnello e il maggiore generale) non è certamente il 68enne maresciallo dell’Arma Aerea Shashindra Pal Tyagi, oggi in pensione, ex-capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica indiana e pilota veterano del conflitto indo-pakistano del 1971, coinvolto nello scandalo dell’AW101. La vicenda che ruota intorno all’alto ufficiale va raccontata nei dettagli noti, se non altro per comprendere i complessi e spregiudicati retroscena che possono celarsi dietro il procurement militare internazionale degli armamenti.

   Secondo gli investigatori, gli emissari di Finmeccanica (gli svizzeri Guido Ralph Haschke e Christian Michel, e l’italiano Carlo Gerosa, il primo e il terzo soci nella società Aeromatrix) hanno tentato in più di un’occasione, coinvolgendo anche qualcuna delle rispettive compagne, di avvicinare i cugini di Tyagi (Sanjeev, un uomo d’affari ed ex-pilota dell’Aeronautica indiana detto anche “Julie”, Dosca e Sandeep), della cui esistenza Haschke era al corrente, allo scopo di agganciare l’alto ufficiale. Secondo le dichiarazioni rese ai magistrati da Haschke, il colpo sarebbe riuscito nel 2011 proprio a Carlo Gerosa che, in occasione della propria festa di matrimonio, a Lugano, avrebbe avvicinato Sanjeev-Julie, che evidentemente era tra gli invitati.

   L’incontro sarebbe avvenuto poco tempo dopo che l’Aeronautica indiana, nel gennaio 2001, aveva rese note le sue intenzioni di acquistare 12 elicotteri da trasporto secondo il programma denominato VVIP.

   Stabilito il contatto con l’ufficiale, attraverso i suoi intermediari Finmeccanica avrebbe poi “ringraziato” i parenti di Tyagi per il contatto positivo.

   La “mancia”: una somma equivalente a circa 100mila euro, versata in contanti a Sanjeev-Julie, che però agiva in accordo con gli altri membri della famiglia. Uno degli intermediari ha dichiarato di essersi poi incontrato con il generale Tyagi almeno 6/7 volte, tra il 2005 e il 2007, negli uffici di uno dei cugini e anche al Salone Aeronautico di Bangalore dove l’ufficiale, ancora al vertice della Forza Armata, era intervenuto in divisa. Ciò contraddice le parole dello stesso Tyagi, che invece ha dichiarato, oltre al fatto di non aver incassato alcuna tangente, di essersi incontrato con un intermediario Finmeccanica una sola volta, a casa di un suo parente, e solo dopo aver lasciato il servizio attivo.

   Per quale motivo Finmeccanica avrebbe avuto bisogno di corrompere l’alto ufficiale Tyagi per piazzare un elicottero come l’AW101, che esibisce il diploma di “combat proven” e che sul mercato vanta oltretutto un’ottima immagine e clienti prestigiosi? Secondo gli inquirenti, la necessità sarebbe nata dal fatto che la macchina non rispettava i requisiti di tangenza massima richiesti dall’India, un aspetto che per un velivolo ad ala rotante è ancora più critico rispetto a uno ad ala fissa. In parole semplici, l’AW101 può volare fino a una quota massima di 15mila piedi, cioè 4.572 m, ma oltre quel limite le sue tre turbine (quelle certificate sono la General Electric T700/T6A da 1.725 kW ciascuna oppure la Rolls Royce-Turbomeca RTM 322 da 1.693 kW) non sono sufficienti a consentire il volo con i margini di sicurezza necessari.

   Superata la quota massima, il velivolo perde l’equilibrio propulsivo ossia, a causa della progressiva rarefazione dell’aria che passa attraverso il rotore principale e quello posteriore anticoppia, non riesce più a sostentarsi nel volo a punto fisso e ha difficoltà anche in quello traslato. Quindi, per operare ad altitudini più elevate, l’AW101 dovrebbe adottare propulsori più prestanti e forse anche rotori diversi, con pale più estese per muovere più aria.

   L’Aeronautica di Nuova Delhi, impegnata a Nord nel confronto con il Pakistan per il controllo della regione montuosa del Kashmir e a Nordest nelle zone himalayane confinanti con il Nepal, ha assoluto bisogno di una macchina che voli fino a una quota di 18mila piedi, 5.486 m. Addolcito dunque il requisito della tangenza massima nel capitolato grazie all’intervento di Tyagi, l’AW101 (che, è bene chiarirlo, è un eccellente velivolo, per nulla inferiore ai concorrenti e anzi, migliore sotto molti aspetti) avrebbe avuto ottime possibilità di vincere la gara, cosa che è poi avvenuta.

   Purtroppo, però, si ipotizza che la vittoria sia arrivata proprio grazie al fatto che Tyagi ha addomesticato le specifiche in cambio di un compenso di almeno 21 milioni di euro, senza contarne ulteriori 30 spesi forse per altre rate o per ulteriori attività di intermediazione. Il tutto camuffato da pagamenti per lavori di ingegnerizzazione di altri modelli di elicotteri AgustaWestland a favore di due società d’informatica, IDS India e IDS Tunisia.

   Ovviamente, se la ricostruzione dei fatti è esatta, l’AW 101 è entrato in servizio in India con sensibili limitazioni operative in termini di quota massima, cioè gli manca circa un migliaio di metri rispetto a quanto l’Aeronautica in origine desiderava. A termine di confronto, i vecchi e assai più piccoli elicotteri Aerospatiale SA 315B Lama e SA316, prodotti localmente su licenza dalla HAL per l’Esercito e l’Aeronautica (in India sono noti rispettivamente come Cheetah e Cheetak), hanno entrambi una tangenza massima di circa 5.400 metri anche se non rappresentano certo l’ultimo grido in fatto di tecnologia: infatti sono in servizio da 40 anni.

Gli ultimi sviluppi della situazione, così come li abbiamo esposti, mettono ovviamente in pessima luce la società e, soprattutto, ne gettano una alquanto malevola e assai dannosa sul modo in cui Finmeccanica ha condotto i suoi affari in India.

   Da qui alle generalizzazioni, e cioè che la società faccia altrettanto in tutto il mondo, il passo è breve e nefasto. Le generalizzazioni sono sempre sbagliate, ma non si può non ricordare l’”affaire” di Finmeccanica che coinvolse nel 1988 il ministro dell’Economia belga Willy Claes, al cui partito l’azienda consegnò milioni di dollari di bustarelle per la vendita di 46 elicotteri A109.

   Quel che è certo è che proprio nel grande Paese asiatico, che ha intrapreso un massiccio piano di potenziamento del suo strumento militare, AgustaWestland compete per accaparrarsi nuove e ricche commesse. Per esempio, con il modello AW109 LUH, quella relativa al programma NUH (Naval Utility Helicopter) per 56 macchine leggere bimotore (valore: un miliardo di dollari).

   L’azienda, come si può comprendere dalla citata dichiarazione indiana del 26 ottobre 2012, aveva anche una chance per aggiudicarsi un altro contratto, quello relativo alle 197 macchine del programma RSH (Reconnaissance and Surveillance Helicopter) con il quale le Forze Armate indiane vogliono sostituire i già ricordati e vetusti Cheetah e Chetak: 133 esemplari del modello vincitore dovrebbero andare all’Esercito e 64 all’Aeronautica.

   Il tormentato programma RSH, per il quale le autorità indiane sospettano il coinvolgimento del misterioso “brigadiere” complice di Finmeccanica, ha preso il via 10 anni fa con il nome di LUH (Light Utility Helicopter), ma è stato annullato nel 2007, quando si profilava la vittoria del franco-tedesco Eurocopter AS550 C3 Fennec sull’americano Bell 407.

   L’anno dopo venne emesso il nuovo requisito RSH e la gara, del valore di circa un miliardo di dollari, è ancora aperta, con l’avversario del favorito Fennec che questa volta è il russo Kamov Ka-226T. AgustaWestland è formalmente ancora in gara con il suo candidato, l’AW119, riguardo al quale proprio Giuseppe Orsi aveva firmato, nel febbraio 2009, un accordo con il magnate indiano Ratan Tata per la produzione locale in uno stabilimento nello Stato dell’Uttar Pradesh.

   Tuttavia, il programma RSH, molto importante per l’India in quanto le vecchissime macchine Aerospatiale stanno registrando un preoccupante numero di incidenti (11 crash dal 2006, con la morte di nove piloti), rischia di naufragare per la seconda volta proprio per colpa dello scandalo dell’AW101, anche se altri analisti avanzano l’ipotesi che il programma sia in realtà viziato da troppi ripensamenti sulle caratteristiche che stanno rendendo difficile congelare una configurazione definitiva. In ogni caso, dopo aver sentito odore di tangenti nella fornitura dell’AW101, il governo indiano ha prudentemente congelato anche l’RSH per il timore di sviluppi simili a quelli che oggi sono venuti a galla.

   L’idea era quella di aspettare l’esito dell’inchiesta sull’AW101, e fin da subito erano circolate voci secondo le quali, se gli episodi di corruzione fossero stati confermati, anche il programma RSH sarebbe stato annullato. A questo punto, quest’ultima evenienza si fa sempre più probabile e se si concretizzerà, oltre all’annullamento dell’RSH e alla successiva apertura di un terzo programma, provocherà l’inserimento di Finmeccanica nella “black list” dei fornitori con i quali l’India non intende aver più nulla a che fare.

   Quindi, addio Eldorado indiano per Finmeccanica, che tramite le controllate Selex SE, Selex Galileo e OTO Melara è anche impegnata, rispettivamente, nella fornitura di apparati radar per la nuova portaerei indiana Vikrant, nella realizzazione di un centro per la manutenzione e la riparazione dei sistemi avionici e nella competizione per la fornitura dell’ottimo cannone navale 127/62 con munizionamento Vulcano per una nuova classe di fregate, senza contare altri programmi minori.

   Può sembrare un collegamento ardito o addirittura del tutto immotivato, ma la vicenda indiana, per motivi che saranno chiari più avanti, rischia di creare a Finmeccanica parecchi grattacapi anche negli Stati Uniti, dove l’azienda italiana ha molta carne al fuoco. La bistecca più appetitosa (ma ce ne sono molte altre) è quella della mega-commessa per il nuovo addestratore dell’Air Force destinato a sostituire il glorioso Northrop T-38 Talon, che la controllata Alenia Aermacchi vorrebbe vincere con l’M346 Master già scelto anche da Israele e Singapore (e acquistato anche dall’aeronautica italiana), cioè quello che molti giudicano un vero gioiello, se non il miglior trainer al mondo.

   Il quantitativo iniziale da fornire potrebbe aggirarsi intorno ai 350 velivoli, ma l’intera flotta di T-38 da sostituire supera i 1.000 esemplari. Dunque, si tratta di un affare gigantesco, ma per portarlo a casa (si fa per dire, in quanto gli aerei verrebbero quasi certamente assemblati localmente dal partner General Dynamics), l’azienda dovrà sconfiggere la concorrenza del britannico Hawk T2, proposto da British Aerospace alleata con Northrop Grumman, e del coreano T 50 Golden Eagle della KAI in collaborazione con Lockheed Martin. La competizione sarà durissima, come tutte quelle in cui sono coinvolte anche aziende non americane.

   Il “buy american”, infatti, è un leit motiv dalla potenza formidabile nei riti del procurement militare a stelle e strisce, dove le lobbies che lo propugnano a oltranza non risparmiano né colpi bassi, né argomenti scivolosissimi, pur di portare a casa il risultato. Non può sfuggire, peraltro, che quando l’industria americana non dispone di ciò che serve alla Forze Armate, la porta per gli stranieri è aperta, ma quasi sempre con il coinvolgimento significativo delle grandi corporation americane delle armi come partner, di solito produttivi: “buy american, job american”.

   Ma anche quando il successo per le aziende italiane, che in molte cose non sono seconde a nessuno, arriva (e non di rado arriva, eccome), non è detto che le cose poi filino lisce. Ne sa qualcosa la stessa Finmeccanica, che dopo aver vinto nel 2005 il prestigioso contratto per la fornitura di 28 elicotteri della flotta presidenziale sbaragliando l’assai inferiore Sikorski S 92 proprio con una versione ad hoc dell’AW101 (battezzata VH-71 Kestrel e offerta in team con Lockeed Martin), si vide annullare il contratto nel 2009, a forniture già iniziate.

   La rinuncia costò al contribuente americano fortissime penali contrattuali, ed è singolare notare che il motivo ufficiale della cancellazione verteva principalmente sui costi pazzeschi del programma, salito effettivamente fino all’astronomica somma di 13 miliardi di dollari non tanto per richieste immotivate di AgustaWestland, quanto per l’interminabile serie di modifiche extra-contrattuali pretese dagli americani, quasi tutte implementate per garantire un trasporto in condizioni di sicurezza quasi maniacali al primo cittadino americano e alla sua famiglia.

   Tra l’altro, una delle caratteristiche che favorì la vittoria dell’AW101 sul concorrente Sikorski fu proprio la sua formula tri-turbina, ritenuta giustamente più sicura e a prova di avarie rispetto a quella bi-turbina dell’antagonista. Dopo il naufragio del Kestrel, più di uno studio dimostrò che il rinnovamento della flotta dei vecchi elicotteri presidenziali (11 Sikorski VH-3D e 8 Sikorski VH-60N) sarebbe costata alla lunga più del proseguimento del programma VH-71. Nell’aprile 2010, l’ex-alleato di Finmeccanica, Lockheed Martin, ha annunciato la sua alleanza con Sikorski nella competizione per l’elicottero presidenziale, a questo punto improcrastinabile, in base al nuovo programma VXX.

   Oggetto dell’offerta congiunta sarà… ancora il Sikorski S 92, perché di meglio Sikorski non ha. E così è divenuto finalmente chiaro, ma a costo di uno spreco enorme di tempo e di denaro pubblico, che probabilmente l’unica vera colpa dell’AW101 è stata quella di aver osato sbarrare la strada a una Sikorski che in tema di elicotteri è tradizionale fornitrice dell’inquilino della Casa Bianca fin dal 1957. La vittoria italiana in una competizione di tale valore simbolico non poteva in alcun modo essere digerita e ciò dimostra fino a che punto può arrivare la pervicacia e il potere di condizionamento delle lobbies che negli Usa operano alle spalle dell’industria degli armamenti all’insegna del “buy american”.

   Nel giugno 2011, i nove Kestrel già consegnati sono stati ceduti per appena 164 milioni di dollari al Canada, che ha in servizio felicemente l’AW101 con il nome di CH-149 Cormorant e che li utilizzerà come fonte di pezzi di ricambio. Tuttavia, e qui si sfiora il ridicolo, anche Finmeccanica, alleata ora con Northrop Grumman, è oggi in lizza per il programma VXX. Naturalmente, il suo candidato è… l’AW101, che aveva già vinto nel 2005 e chissà se vincerà domani.

   Un’altro episodio illuminante riguarda il bimotore da trasporto tattico C27J Spartan di Alenia Aermacchi (altra divisione di Finmeccanica), ordinato dall’USAF in 24 esemplari e dall’US Army in 54 in base a un programma congiunto del 2007. Tuttavia, sull’aereo italiano (costruito in Italia da un team che vede il gruppo americano L-3 agire come capocommessa e la partecipazione di Alenia USA e di Boeing per l’integrazione di avionica e motori) s’è presto abbattuta la scure dei tagli al bilancio della Difesa 2013 voluti dal presidente Barack Obama. Il programma avrebbe potuto arrivare a 200 unità, compreso un numero imprecisato di aerei in un una speciale versione “cannoniera volante”, un ruolo in cui l’USAF ritiene lo Spartan assai più adatto del Lockheed Martin C130 “Gunship” oggi in servzio.

   Niente da fare: l’aereo s’è fermato al decimo esemplare. Il sottocapo di Stato Maggiore dell’USAF, generale Christopher Miller, ha giustificato così la sua fine: «Non è perché non sia un buon aereo, e non è perché non sia stata una buona idea acquistarlo 487 miliardi di dollari fa (i tagli decennali al bilancio-ndr). Semplicemente, faremo un uso più disciplinato dei dollari destinati alla Difesa. E dal punto di vista finanziario e programmatico, se un intero sistema d’arma, il suo sostegno logistico e le infrastrutture necessarie al suo impiego possono essere eliminati senza danneggiare le capacità operative, i benefici ci sono».

   Le dichiarazioni dell’ufficiale sorprendono, poiché l’altro trasporto aero-tattico in dotazione alle forze americane, il quadrimotore Lockheed Martin C130J (più grande e con maggior carico), non può nemmeno avvicinarsi alle prestazioni dello Spartan in termini di manovrabilità, capacità di decollo corto (l’italiano a pieno carico si alza in 580 metri, l’americano in 950) e possibilità di operare da piste semi-preparate. Cioè, esattamente le stesse prestazioni che a suo tempo avevano portato alla sua adozione per l’impiego in teatri “difficili” come l’Afghanistan e altri. Teatri che l’USAF e l’US Army non possono certo escludere a priori dai futuri scenari operativi.

   Intanto, procede spedito il programma di rinnovamento AMP (Avionics Modernization Program) per 198 esemplari del C130 al costo (solo per aggiornare l’avionica e praticamente null’altro) di 14 milioni di dollari per aereo. Il contratto per l’acquisto degli ultimi 8 Spartan valeva 319 milioni di dollari, circa 40 milioni al pezzo. Con avionica già allo stato dell’arte.

   Quelli appena citati sono solo due tra i numerosi esempi che dimostrano quanto dura sia la vita della nostra industria bellica al di là dell’Atlantico. Ce ne sono molti altri, sia in campo navale, sia terrestre, senza contare il fatto che le due più famose fabbriche d’armi da fuoco yankee, Colt Firearms e Smith&Wesson, talvolta fanno nascere il sospetto (soprattutto la prima) di non aver ancora digerito del tutto il boccone (amarissimo) di aver perso già dal 1984 i favori delle Forze Armate nazionali in fatto di pistole automatiche.

   Da quella data, infatti, la nostra Beretta M9 ha sostituito la Colt 1911 al fianco dei militari americani e in ogni gara successiva ha fatto e fa piazza pulita di ogni concorrente. Tuttavia, non senza doversi poi difendere da qualche perfidia che punterebbe volentieri a riaprire le gare mettendo in dubbio i risultati dei test.

   La vicenda indiana di Finmeccanica non aiuterà certo l’azienda ovunque sia presente, ma soprattutto negli Stati Uniti, dove le tecniche per mettere fuori gioco i concorrenti (in particolare quelli che sanno fare anche meglio degli americani) ormai non sono più solo una scienza, ma una vera arte. E forse quello che manca a Finmeccanica è avere alle spalle un paese forte che la protegga nel senso che si sappia far rispettare, come hanno le aziende francesi o tedesche.

   Tuttavia, a prescindere da tutto il clamore più che giustificato nato in questi giorni intorno al malaffare che sembra contraddistinguere molte attività della nostra maggiore industria d’armamenti, s’impone una constatazione: nel settore del procurement militare, intermediari, faccendieri e tangentisti abbondano come i giovanotti al ballo delle debuttanti.

   Gli esempi che riguardano altre grandi industrie della difesa non mancano, dalle mega-ricompense pagate dalla tedesca Ferrostaaal per la vendita di sottomarini tipo 209 e 214 al Portogallo e alla Grecia al famoso contratto Al Yamamah per la fornitura dei caccia Tornado (e altro) all’Arabia Saudita, fornito dalla britannica Bae, con cospicui versamenti che sembrano finiti nelle casse dei reali sauditi.

   E i casi dell’omicidio dell’interprete mongola Altantuya Shaariibuu nella vicenda dei due sottomarini Scorpène franco-spagnoli venduti alla Malesia e di quello del capitano di vascello Yin Ching-feng, assassinato (pare) quando era pronto a vuotare il sacco sulle tangenti per la vendita di sei fregate francesi tipo Lafayette alla Marina di Taiwan dimostrano che talvolta, intorno a questi mega.contratti, oltre all’odor di mazzette si sente anche quello di cadavere.

   Certo, la magistratura deve fare il suo lavoro, e come abbiamo visto lo fa, in Italia e anche all’estero. Ma stracciarsi le vesti e gridare allo scandalo quando è risaputo che il mondo del procurement militare è marcio dall’interno non serve poi a molto, se non a far nascere l’idea che distruggere aziende d’importanza vitale per l’industria della difesa non sia dopotutto un gran danno. Servono invece dosi da cavallo di pragmatismo e di realismo, un controllo strettissimo da parte dei governi (anche quelli dei Paesi acquirenti, e non solo di quelli venditori) e, magari, sarebbe bello ma quasi impossibile in un settore dove il segreto è così legato al business, anche una bella agenzia multinazionale che si occupi di vigilare sui contratti per accertare che fiumi di denaro non vadano a finire dove non dovrebbero. (Riccardo Celi, 19/2/2013, da LINKIESTA – http://www.linkiesta.it/ )

One thought on “COMMERCIO DELLE ARMI e TANGENTI INTERNAZIONALI: è ammissibile l’illecito se gli affari creano profitto, occupazione, innovazione, nell’interesse nazionale? – l’emblematico caso di FINMECCANICA – E’ possibile la RICONVERSIONE a “prodotti di pace” dell’attuale industria bellica? in un MERCATO GLOBALE ONESTO e APERTO A UNA COMPETIZIONE LEALE?

  1. lucapiccin mercoledì 20 febbraio 2013 / 11:52

    Si dice che la Francia paventa il segreto di Stato in ambito militare, e protegge le industrie nazionali strategiche, miltare in primis. Non c’è niente da imparare dalla Francia in questo campo: un paese neocolonialista, come gli altri quattro del consiglio di sicurezza dell’ONU. Anche loro hanno le tangenti, sono solo molto più cinici e meno maldestri dei nostri papponi mafiosi.

    Notizie come questa (si vedano anche il land grabbing, le guerre monetarie e ora anche militari) non fanno proprio sperare nella pace, al contrario, un ritorno ai tempi del congresso di Berlino (1880) con la spartizione del mondo tra superpotenze (G20). La storia dovrebbe insegnarci come sono andate le cose in seguito. Si deve far girare l’informazione, denunciare, ma allo stesso tempo agire nella buona direzione. La posta in gioco è altissima, siamo solidari tra esseri umani!

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