L’IMPOSSIBILE MACROREGIONE DEL NORD: un modo per dividere creando un altro STATO-NAZIONE (con il riapparire di localismi regionali autonomisti) – La necessità di arrivare all’ABOLIZIONE DELLE REGIONI con la costituzione di MACROREGIONI POSSIBILI e NECESSARIE – La proposta della MACROREGIONE DEL NORDEST

LA NUOVA GEOGRAFIA del NORD (anzi, “i Nord”) - Secondo l'analisi della Fondazione Nordest non c'è il Nord ma “i Nord”. C'è il Nord alpino; il Nord delle vecchie aree industriali (che attraversa la fascia pedemontana delle piccole e medie imprese); poi c'è il Nord delle grandi aree metropolitane (che esclude il Nord-Est) e l'area padana (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
LA NUOVA GEOGRAFIA del NORD (anzi, “i Nord”) – Secondo l’analisi della Fondazione Nordest non c’è il Nord ma “i Nord”. C’è il Nord alpino; il Nord delle vecchie aree industriali (che attraversa la fascia pedemontana delle piccole e medie imprese); poi c’è il Nord delle grandi aree metropolitane (che esclude il Nord-Est) e l’area padana (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Da un punto di vista geografico, economico, storico, antropologico, politico…. la proposta dell’attuale nuovo governatore della Lombardia, Roberto Maroni, di “unire” Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e appunto la Lombardia (escludendo la provincia di Trento e la Valle d’Aosta) in un’unica MACROREGIONE DEL NORD, è proposta che non ha nessun fondamento di verità (e possibilità) nella realtà e nel futuro della ricollocazione geografica che sta avvenendo o che si auspica avvenga. Semmai spingerà al rinvigorimento di AUTONOMISMI REGIONALISTI, SEPARATISTI, dei quali se ne potrebbe fare a meno.

   Ci spieghiamo meglio. Noi di “Geograficamente”, interessati alla geografia intesa anche nel suo divenire, con i nuovi confini territoriali che un po’ dappertutto (in Europa, nel mondo…) stanno concretizzandosi (in modo naturale- spontaneo, economico, culturale, NON ISTITUZIONALE, voluti o quasi sempre subìti dalle popolazioni) pensiamo che le MACROREGIONI in Italia siano una necessità importante come superamento della attuali venti Regioni, dispendiose e poco efficaci nel governo del territorio che esse dovrebbero esprimere.

MACROREGIONI in base alla ripartizione alle elezioni europee
MACROREGIONI in base alla ripartizione alle elezioni europee

Noi poi auspichiamo che una svolta positiva possa esserci nel rivedere l’entità e i confini delle 20 regioni italiane (a questo proposito vi invitiamo qui a vedere la assai interessante proposta fatta una ventina di anni fa dalla Fondazione Agnelli di istituire 12 Macroregioni al posto delle attuali 20 regioni).FONDAZIONE AGNELLI 1992_1996 PROPOSTA DI 12 MACRO-REGIONI

   Da parte nostra crediamo che potrebbero essere 5 le Macroregioni in Italia, e cioè: due MACROREGIONI DEL NORD, una del NORDEST (Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e l’altra del NORDOVEST (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria); poi due MACROREGIONI DEL CENTRO (la prima formata dai territori attuali di Toscana, Umbria, Marche; e la seconda da Lazio, Abruzzo, Molise, ma anche dalla Sardegna così da togliere quest’ultima dall’isolamento politico-insulare); e una sola possibile MACROREGIONE MERIDIONALE (formata dai territori di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) (per capire il senso di questa proposta vi invitia a leggere un nostro precedente post: https://geograficamente.wordpress.com/2012/09/27/la-geografia-dei-poteri-locali-da-cambiare-nazionale-regionale-provinciale-comunale-la-necessita-di-piu-europa-e-meno-nazione-macroregioni-al-posto-delle-fallimentari-regioni-nuove-citta-e-are/

   Allora 5 MACROREGIONI al posto delle attuali VENTI REGIONI (ventuno se si considera Trento e Bolzano separatamente).

   Ma UNA MACROREGIONE DEL NORD, UNICA, È DIFFICILE IMMAGINARLA: IL NORD È DATO DA “NORD DIVERSI”, a seconda della visione appunto geografica, storica, economica che essi, ciascun Nord, esprime. Se pertanto la MACROREGIONE DEL NORDEST è una realtà evidente e possibile, auspicabile, proiettata verso il nord e l’est d’Europa, ma anche verso gli scambi culturali ed economici che possono esserci con il “suo Mediterraneo” (il Mar Adriatico), nulla fa pensare che ci possa essere un “progetto comune macroregionale” con la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, la Valle d’Aosta… Semmai tutto il Nord può porre al resto d’Italia quella che viene chiamata la “questione settentrionale”: aree cioè dove l’economia, nonostante questi duri tempi, è dinamica e poco simile alle altre aree centro-meridionali del Paese (pur con le dovute eccezioni che ci sono nel resto d’Italia: pensiamo alla importante piccola-media impresa manifatturiera delle Marche, un’economia diffusa… o ai poli industriali sparsi qua e là per l’Italia intera…). Forse Maroni questo intende (una rivendicazione di maggiore autonomia – e soldi – da Roma, e non una ricollocazione geografica…).

La mappa del NORD EST - Il ridisegno della governance del territorio in modo funzionale è uno dei punti nell'agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo "immateriale", istituzioni e territori sistemici
La mappa del NORD EST – Il ridisegno della governance del territorio in modo funzionale è uno dei punti nell’agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo “immateriale”, istituzioni e territori sistemici

   Pertanto l’idea di una MACREROGIONE SETTENTRIONALE E’ DEL TUTTO FUORI DA OGNI CONTESTO; è un’idea più di NAZIONE da voler costituire (un’altra nazione! nell’ambito europeo, non se ne ha bisogno!) CHE DI MACROREGIONE. Ponendo comunque, questa proposta di Macroregione unica settentrionale, il problema serio di un Nord che si sente non considerato come si dovrebbe dalla “nazione” nel suo complesso, e che appunto pone problemi sul suo sostentamento eccessivo di tassazioni esose, sulla burocrazia soffocante e inutile, su servizi infrastrutturali (materiali e immateriali) che mancano, o sono carenti, o quelli che ci sono inefficienti… su un senso “statalista” che pervade troppo anche aree che di per sé vorrebbero essere dinamiche, “leggere” nel potersi muovere, confrontare e inserire in Europa. (Ciò non toglie che quello stesso “Settentrione” che protesta sia lo stesso che pervicacemente ha massacrato il suo Territorio e i suoi Paesaggi in questi decenni ricavandone un profitto scellerato e cementificando fino al 10% del proprio suolo, boschi, radure, coste, montagne comprese…).

PROPOSTA DI MACROREGIONI (DA WIKIPEDIA) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
PROPOSTA DI MACROREGIONI (DA WIKIPEDIA) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Sul Nord fatto di “vari Nord” concorda pure la Fondazione Nordest (associazione di studi e ricerche di Unindustria Veneto) che, come potete leggere nei due articoli che seguono in questo post, ribadisce come la MECROREGIONI POSSIBILI si devono rifare prima di tutto al CONTESTO GEOGRAFICO PARTICOLARE CHE OGNUNA HA: partendo da connotati geomorfologici, poi storici, economici, di specificità di quelli che erano fino a qualche anno fatto chiamati “DISTRETTI” ed ora si sono allargati al globale (pur mantenendo un riferimento più o meno marcato in ogni luogo di origine: viene coniato a questo proposito un termine non molto armonioso ma che dà il senso: DI-SLARGHI).

   Allora, secondo la Fondazione Nordest, c’è IL NORD ALPINO; IL NORD DELLE VECCHIE AREE INDUSTRIALI (che attraversa la FASCIA PEDEMONTANA delle piccole e medie imprese); poi c’è IL NORD DELLE GRANDI AREE METROPOLITANE (che esclude il Nord-Est) e L’AREA PADANA. Poi la Fondazione di Unindustria Veneto, ovviamente per il suo interesse specifico al Nordest, si concentra sulla necessità del RIDISEGNO DELLA GOVERNANCE DEL TERRITORIO IN MODO FUNZIONALE come uno dei punti nell’agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo “immateriale”, istituzioni e territori sistemici. Questo vuol dire (ridisegno della governance) quello che stiamo tentando di proporre in questo blog geografico da tempo. Cioè la domanda è: abbiamo la capacità concreta di ridisegnare geograficamente e istituzionalmente i nostri territori (ELIMINANDO LE PROVINCE, ACCORPANDO I COMUNI in realtà urbane di almeno 60.000 abitanti, creando una rete virtuosa di AREE METROPOLITANE e, appunto, individuando le MACROREGIONI POSSIBILI in sostituzione delle OBSOLETE REGIONI; ma anche non inventandoci un’unica Macroregione del Nord del tutto avulsa da un virtuoso processo di riforma e cambiamento? (sm)

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«REINVENTARE L’INDUSTRIA PER UN NUOVO NORDEST»

di Giuseppe Pietrobelli, da “il Gazzettino” del 16/2/2013

Professor Marini, da quasi dieci anni la Fondazione sostiene che un certo modello di Nordest è giunto al capolinea…

«…nel senso che è finito il vecchio modello, ma ne può nascere uno nuovo».

Perchè è finito?

«Sono venuti meno i motivi di quello sviluppo. Pensiamo alla crescita demografica. Negli anni ’60 conosceva un tasso di natalità di 2,6 figli, ma è precipitata a 1,2 nel Duemila e oggi è all’1,4 solo grazie agli immigrati. Questo significa che ci sono sempre meno forze giovani e che la popolazione invecchia. E pensiamo all’uso del territorio: un tempo si poteva costruire ovunque, adesso l’abbiamo in buona parte consumato»

Ci sono anche ragioni produttive?

«Il modello Nordest è stato costruito da imprenditori che per il 60 per cento erano ex operai specializzati. Ma la globalizzazione e l’ingresso nella competizione di continenti come la Cina hanno manifestato criticità molto forti nei nostri Distretti economici».

Qualcuno sostiene che non funzionano più, altri li difendono.

«Con una battuta si può dire che si sono trasformati in “dis-larghi”: bisogna restare con un piede nel Distretto e poi andare in giro per il mondo a confrontarsi con il mercato globale. Consapevoli, però, della forte identità manifatturiera del Nordest, che non va gettata via, anche se in futuro dovrà crescere il terziario».

Come costruire il nuovo-Nordest?

«Bisogna cambiare le classi dirigenti. Il precedente modello conobbe uno sviluppo effervescente, ma non progettato. Oggi questa effervescenza va indirizzata. E, come ha detto il presidente Zuccato, un nuovo modello industriale dovrà essere meno “basico”, ma fondato su un maggiore valore aggiunto, sul brand, sulla comunicazione».

Senza rinunciare al manifatturiero?

«Anzi, valorizzando la nostra identità industriale, che deve diventare il motore di un modello più moderno. È come se un quaranta-cinquantenne si guardasse allo specchio. Vedrebbe la necessità di darsi un’aggiustata, non si può mica buttare via l’acqua sporca con il bambino. È quello che dobbiamo fare noi, se vogliamo muoverci verso una nuova identità manifatturiera».

La tentazione degli imprenditori è di scappare via.

«La strada del futuro è indicata da molte imprese medie che hanno spostato all’estero il lavoro operaio, ma hanno tenuto la testa a Nordest. Questa è la nuova industria a tre dimensioni, che sviluppa anche il terziario a sostegno dei processi produttivi».

Perchè tridimensionale?

«Perchè deve aver presente la società e quindi il welfare. Poi l’economia. Infine quella risorsa immateriale che è costituita dalla cultura e dal turismo, che sappiano collegarsi all’industria. Pensiamo a quello che fanno in Alto Adige e in Austria nella promozione dei prodotti locali. la direzione del nuovo Nordest è questa».

Ma la politica ha un ruolo?

«Purtroppo si è interrotta precocemente la legislatura e non si sono potuti modificare i confini delle Province, perchè quelli attuali non rispondono alle esigenze dello sviluppo economico».

In che senso?

«C’è una geografia del Nordest diversa da quella delle Province disegnata nell’Ottocento e nel Novecento. Lo spiegano benissimo gli imprenditori che hanno aziende in province diverse e trovano che in questo modo i problemi raddoppiano».

Quale geografia?

«C’è una grande provincia Alpina, con Trento, Bolzano, Belluno e la Carnia. C’è una provincia pedemontana, da Verona a Vicenza-Bassano, Padova, Treviso, Udine. C’è poi la provincia della Bassa Veronese, Vicentina, e del Polesine. In questa geografia ci sono poi due aree metropolitane come Venezia e Trieste».

Cosa significa in termini pratici?

«Che bisogna superare i confini, unire i servizi. Lo sta facendo la Cisl, unificando Treviso e Belluno. Lo sta provando Confindustria, tra Padova e Rovigo».

Finora si pensava all’eliminazione delle Province solo come risparmio…

«Invece va vista anche come un’opportunità di sviluppo. Il Nordest del passato era una metropoli inconsapevole, che è cresciuta senza programmazione. Quello del futuro dovrà essere una metropoli consapevole, non più chiusa negli steccati dei Comuni. Che sappia adeguare le decisioni alle velocità della tecnologia. E che ripensa al sistema di sviluppo in modo intensivo, non più estensivo». (Giuseppe Pietrobelli)

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L’IMPOSSIBILE UNICA MACROREGIONE SETTENTRIONALE - Mappa-disegno tratto da http://www.tempi.it del 21/9/2012 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE) – “LA MACROREGIONE VENETO-LOMBARDIA-PIEMONTE-EMILIA, paventata dal nuovo Governatore della Lombardia Maroni (senza l’Emilia però). Secondo uno studio di Eupolis raggiungerebbe il 39,2 per cento della popolazione italiana, ma con un Pil pari al 47,5 per cento sul valore nazionale. Anche il paragone con l’Europa è felice: il soggetto aggregato potrebbe competere alla pari con la MACRO-LAND RENANIA, ossia IL TERRITORIO CHE COMPRENDE I DUE LÄNDER RENANI VESTFALIA E PALATINATO (ipotesi di fusione allo studio nel dibattito in merito alla riforma dello Stato tedesco)” dall’articolo http://WWW.TEMPI.IT DEL 21/9/2012 di Massimo Giardina)
L’IMPOSSIBILE UNICA MACROREGIONE SETTENTRIONALE – Mappa-disegno tratto da http://www.tempi.it del 21/9/2012 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE) – “LA MACROREGIONE VENETO-LOMBARDIA-PIEMONTE-EMILIA, paventata dal nuovo Governatore della Lombardia Maroni (senza l’Emilia però). Secondo uno studio di Eupolis raggiungerebbe il 39,2 per cento della popolazione italiana, ma con un Pil pari al 47,5 per cento sul valore nazionale. Anche il paragone con l’Europa è felice: il soggetto aggregato potrebbe competere alla pari con la MACRO-LAND RENANIA, ossia IL TERRITORIO CHE COMPRENDE I DUE LÄNDER RENANI VESTFALIA E PALATINATO (ipotesi di fusione allo studio nel dibattito in merito alla riforma dello Stato tedesco)” dall’articolo http://WWW.TEMPI.IT DEL 21/9/2012 di Massimo Giardina)

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MARONI E LA BUFALA DELLA MACROREGIONE DEL NORD

– in Lombardia l’ipotesi di Roberto Maroni è impraticabile. Gli altri casi d’Europa

di ULISSE SPINNATO VEGA, da LETTERA 43 http://www.lettera43.it/ ) del 27/2/2013

   Una buona fiche da giocare in campagna elettorale, ma una bufala clamorosa in termini di sostanza istituzionale. Roberto Maroni diventa governatore della Lombardia inneggiando alla macroregione del Nord che dovrebbe dar seguito al patto di Sirmione del 16 febbraio scorso, siglato in pompa magna dai presidenti leghisti di Piemonte e Veneto, Roberto Cota e Luca Zaia, dal pidiellino Renzo Tondo, che guida il Friuli, e dallo stesso Maroni, che allora era candidato al Pirellone.
IL 75% DELLE IMPOSTE SUL TERRITORIO. La proposta di una maggiore autonomia amministrativa dell’area padana, condita con il succoso progetto del mantenimento del 75% delle imposte sul territorio, è una bella bandiera da sventolare sotto il naso del ridimensionato elettorato del Carroccio, ma presuppone una rivoluzione politico-istituzionale su cui i leghisti hanno finora furbescamente sorvolato.
Ci sono due vie legislative, infatti, per realizzare il progetto vagheggiato da Maroni. Ma entrambe passano da Roma e dall’odiato parlamento nazionale.
REFERENDUM APPROVATO DALLA MAGGIORANZA. Si potrebbe far leva infatti sull’articolo 132 della Costituzione che regola la fusione di due o più regioni attraverso legge costituzionale. In prima battuta, però, serve l’ok di almeno un terzo delle popolazioni interessate attraverso la richiesta dei loro Consigli comunali e poi ci vuole un referendum approvato dalla maggioranza delle popolazioni stesse.
La Lega che prende solo il 4% su base nazionale, crolla all’11% in Veneto, al 14% in Lombardia e sotto il 5% in Piemonte, è in grado di convogliare tanti elettori su questo progetto?
Inoltre l’articolo 132 ha comunque bisogno di una norma costituzionale approvata a Roma. E le Camere che devono decidere non sono esattamente a trazione leghista.
UNA VERA MODIFICA DELLA CARTA. Maroni, tuttavia, è ancora più ambizioso. E sogna (è la seconda via) una modifica vera e propria della Carta che dia la percezione di una macroregione che nasce come soggetto del tutto nuovo. A parte la difficoltà dei numeri in Parlamento per il Carroccio, la procedura ‘aggravata’ di modifica della Costituzione prevede la doppia lettura con intervalli temporali di tre mesi e l’approvazione a maggioranza assoluta. Un meccanismo lungo e farraginoso che non sembra praticabile, soprattutto nell’ottica di una legislatura che si preannuncia comunque di corto respiro.

GLI OSTACOLI POLITICI POSTI DAI PARLAMENTARI

   Maroni non ha insomma i numeri alle Camere, non avrà probabilmente il tempo e deve fare per giunta i conti con gli ostacoli politici. I parlamentari dell’alleato Pdl eletti nelle regioni del Sud, infatti, non appoggerebbero mai un disegno di autonomia rafforzata che ha come obiettivo principe il mantenimento sul territorio del 75% delle imposte.
La riforma degli articoli 116, 117 e 119 della Carta appare dunque del tutto impraticabile. E lo strumento del referendum rappresenta una chimera per le camicie verdi, visto che dovrebbe essere richiesto da cinque regioni, 500 mila cittadini o un quinto dei membri della Camera.
I TEMI FISCALI RESTANO TABU. Le tre grandi regioni del Nord a trazione leghista potrebbero fare delle leggi coordinate su materie economiche, per esempio. Ma i temi fiscali sono tabu. A parte il fatto che una Lombardia che dovesse trattenere il 75% delle imposte genererebbe gravi ripercussioni sulla ripartizione delle risorse per la sanità e penalizzerebbe fortemente le regioni meridionali.
I benefici per la locomotiva d’Italia, tra l’altro, non sarebbero quelli sbandierati dallo stesso Maroni e dal segretario regionale della Lega Matteo Salvini. I lombardi vedono già rientrare il 66% delle risorse prodotte, dunque una quota non lontanissima dal 75% evocato nei proclami del Carroccio come la panacea di tutti i mali. E la differenza fa circa 8 miliardi. Non i 20-25 miliardi di cui favoleggiano a Via Bellerio.
Su un gettito fiscale totale nazionale che nel 2011 è stato pari a 411 miliardi di euro (e nel 2012 è già a 378 miliardi tra gennaio e novembre), i lombardi versano circa il 21%, ossia 86 miliardi.
QUASI 20 MLD TRA TRIBUTI PROPRI ED ERARIALI. La Lombardia, peraltro, può contare su ben 11,5 miliardi di entrate dovute a tributi propri (bilancio di previsione 2012). E su 7,3 miliardi di tributi erariali e compartecipazioni attesi nel 2013. Senza dimenticare 1,2 miliardi di assegnazioni dallo Stato (parte corrente e conto capitale) nella previsione di competenza per il 2012.
Tra l’altro, se si allarga il discorso alla vagheggiata macroregione del Nord, il Veneto si riprende già oggi il 72% di quello che elargisce e il Piemonte arriva addirittura all’86%. Dunque, in base ai numeri, non si comprende in cosa consista questo presunto scippo ai danni dei poveri ‘padani’.
Certo, ci sono circa 50 miliardi di trasferimenti da Nord a Sud che sicuramente il Meridione deve imparare a usare con più oculatezza. Ma si tratta delle risorse che giustificano la solidarietà nazionale e costituiscono il collante necessario per l’esistenza stessa di uno Stato unitario.

UN TRAMPOLINO DI LANCIO VERSO L’EURO-REGIONE ALPINA

Per il Carroccio il disegno della macroregione è inoltre una sorta di trampolino di lancio verso l’Euro-regione alpina che vedrebbe il Nord-Italia coordinarsi con la ricca Baviera e con altre aree di Paesi limitrofi quali, ad esempio, Austria e Slovenia.
In Europa esistono già oltre 100 realtà euro-regionali. Ma sono finalizzate sempre alla cooperazione transfrontaliera e sono partecipate da enti territoriali dell’una e dell’altra parte dei confini. Soprattutto, però, non implicano nuovi livelli di autonomia amministrativa.
NIENTE COSTI AGGIUNTIVI PER LA FINANZA PUBBLICA. Una cosa molto diversa, dunque, dal progetto che la Lega Nord di Codroipo (Udine) aveva enucleato qualche tempo fa e che prevedeva una Comunità autonoma con nuove forme di governo. Ogni Regione, secondo tale idea, dovrebbe confederarsi con un’altra creando un soggetto inedito senza costi aggiuntivi per la finanza pubblica.
Una volta formatasi tale comunità, sarebbe necessario enucleare gli organi comuni, definire l’ordinamento e individuare le ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.
Ma la legge regionale che forma la Comunità autonoma potrà essere promulgata solo con la vittoria a maggioranza dei voti validi espressi in un referendum in ogni regione interessata. Altro ostacolo non da poco per i leghisti.
UN PROGETTO BOLLATO COME IRREALIZZABILE. Tirando le somme, il sogno del cantone subalpino o del land settentrionale, a seconda di come lo si voglia chiamare, pare destinato a restare tale.
Non a caso Luca Antonini, esperto di autonomie locali, uomo vicino a Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, ma soprattutto presidente per il governo Berlusconi della Copaff (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, ndr), ha bollato il progetto di Maroni come irrealizzabile.
Mentre il governatore del Veneto Zaia, che pure è tra i firmatari del patto di Sirmione, qualche mese fa aveva bocciato l’ipotesi di una vera e propria fusione che avrebbe inevitabilmente creato un ente territoriale a trazione lombarda.
IL MONITO DI SILVIO BERLUSCONI. E lo stesso Silvio Berlusconi, infine, aveva sminuito in campagna elettorale la presunta portata storica del nuovo mantra leghista: «Il 75%? Al Nord rimangono già ora le stesse somme, se si intende questa percentuale come comprensiva delle spese di tutte le istituzioni situate al Settentrione, quindi anche le Province, i Comuni e tutte le società o articolazioni che amministrano servizi pubblici». (Ulisse Spinnato Vega)

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esempio di MACROREGIONI possibili (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
esempio di MACROREGIONI possibili (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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«I NORD» CHE LA POLITICA NON VEDE

di Lina Palmerini, da “il Sole 24ore” del 20/2/2013

   Ridisegnare il Nord, anzi, «i Nord». Non è uno slogan di campagna elettorale ma è quello che si scopre grattando la superficie di un territorio che i partiti sembrano non capire più. In questa corsa verso il voto, infatti, la questione settentrionale è apparsa appannata, senza quella forza perfino creativa che ha avuto negli anni passati.

   Il Nord è stato il luogo di nascita di movimenti come la Lega, ha creduto nella rivoluzione liberale berlusconiana, ha prodotto temi come il federalismo e – in modi differenti – ha tenuto la bandiera contro l’euro e l’Europa. Insomma, grandi impulsi che si sono trasformati in partiti, in agende politiche, in battaglie parlamentari. E invece oggi non c’è una rilettura della questione settentrionale dopo una crisi globale che ne ha cambiato la scaletta.
A quanto pare, non basta la macroregione leghista né la proposta di trattenere il 75% di tasse sul territorio. Chi vive e osserva da vicino il Nord mette in cima all’agenda una riscrittura della cartina geografica secondo una nuova mappa economico-produttiva che niente ha a che fare con l’idea del Carroccio.

   Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord-Est – ma anche Paolo Preti della Bocconi e Alessandro Vardanega, presidente degli industriali di Treviso – raccontano come la politica abbia in testa un Nord che non c’è più. «Innanzitutto non c’è il Nord ma i Nord: dalle aree alpine alla pedemontana fino alle grandi aree metropolitane: tante diverse vocazioni produttive e sociali. Qual è il problema. Che la politica non ha una lettura coerente di questi diversi sistemi produttivi che, quindi, non trovano rappresentanza politica».
Insomma, la macroregione leghista sembra essere già vecchia perché replica una cartina burocratica che costringe realtà economiche diverse a uno stesso sistema amministrativo e amministrazioni diverse a stessi mondi imprenditoriali. «La fine precoce del Governo Monti – spiega Marini – ha bloccato un processo interessante che era quello del ridisegno delle province. Serve una nuova mappa istituzionale coerente con quella produttiva, questo è un elemento di discontinuità che agevola anche il passo successivo».

   Il passaggio numero 2 è che dopo aver reso coerenti i confini nazionali si guarda fuori. «Le aree del Piemonte e di parte della Lombardia con il Sud della Francia, il Nord Est con la Carinzia, Slovenia e Croazia: è questa la spinta dei mercati», insiste Marini.
Una spinta che nessun partito sembra in grado di interpretare secondo un disegno strategico che incrocia Europa e mercati assecondando le imprese che oggi si salvano solo con l’export. «Oggi la piccola e media impresa fa da sé, non cerca una rappresentanza politica che si è dimostrata inefficace ma si concentra sul business e sull’export. I mercati globali sono la salvezza, vista la debolezza della domanda interna, e allora la riscrittura dei confini ha senso anche nell’ottica di questa sfida».

   Anche Paolo Preti, docente di organizzazione delle Pmi all’Università Bocconi, teorizza un Nord al plurale che ha mille ragioni per non identificarsi sotto un unico slogan. «C’è il Piemonte che gira intorno al terzismo della Fiat e dunque al dilemma del Lingotto e del mercato dell’auto; il Veneto che, dopo 40 anni in cui sono nati più capannoni che figli, deve ripensare il suo modello di industrializzazione in una formula legata più alla qualità che alla quantità. Infine la Lombardia; qui il tema è l’innovazione, il terziario, i servizi. Dunque, il Nord non vuol dire più nulla, va declinato al plurale».

   E sembra che vada declinato non più con le categorie dell’autonomia, che pure la politica continua a usare. A sostenere questa tesi e perfino a negare una questione settentrionale è Alessandro Vardanega, presidente degli industriali di Treviso, una delle aree a più alta densità di imprese. «Il punto non è quello di trattenere il 75% di tasse ma dimostrare di saper gestire la spesa pubblica. Responsabilità e accountability sono “la questione”, non settentrionale ma nazionale, legata alla sfida di trovare nuovi criteri di gestione della spesa pubblica».

   In effetti il tema non è stato sfiorato dalla politica. «Si è persa in slogan e promesse mentre il momento richiede responsabilità e l’impegno – vista la crisi – a togliere zavorre dalle imprese: burocrazia, costo dell’energia e del lavoro, giustizia».

   Vardanega racconta di anni di attesa e delusioni, ma anche di mancanza di lettura dei fenomeni. «Sono d’accordo con Marini: c’è un frazionamento amministrativo che non corrisponde più al vissuto economico dei luoghi. È necessario riscrivere le mappe istituzionali per adeguarle a quelle economiche: non hanno più senso certi livelli amministrativi come non hanno più senso le associazioni di imprese e le Camere di commercio nella loro attuale versione». Anche su questo i partiti hanno perso la sfida e adesso “i Nord” sono diventati terra d’incursione di vari movimenti in vista del voto.

   Si è rotto lo schema bipolare, o monopolare, anche qui. Non escludo sorprese». Chissà a quali allude Marini. (Lina Palmerini)

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La MACRO-EURO-REGIONE "ALPI - MEDITERRANEO"
La MACRO-EURO-REGIONE “ALPI – MEDITERRANEO”

TRA MACROREGIONE ED EUROREGIONE (da LETTERA 43, www.lettera43.it/) – Di euroregioni ne esistono già in EUROPA (che attraversano da un luogo all’altro i confini nazionali). C’è quella delle Alpi-Mediterraneo, creata nel 2007 tra Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta e le regioni francesi di Provence-Alpes-Cote d’Azur e Rhone-Alpes. C’è quella creata nel 2002 tra Austria, Sud Tirolo e Alto Adige, e anche l’euroregione Insubria, tra Piemonte, Lombardia e Svizzera Italiana. La più antica è l’euroregione Alpe Adria, fondata a Venezia nel 1978, che riunisce Baviera, Carinzia, Slovenia, Veneto, Lombardia e Friuli, più quattro regioni ungheresi e una austriaca. Un agglomerato con superficie totale pari a 190.423 chilometri quadrati, con circa 26 milioni di abitanti.
LA COOPERAZIONE TRA VICINI. Tutte sono finalizzate a creare aree di cooperazione e sviluppo tra Paesi confinanti e hanno un presidente e organi (e qualche costo) di rappresentanza. L’euroregione Tirolo-Alto Adige-Trentino, per esempio, ha costituito un comune ufficio presso l’Unione europea, per aumentare la risonanza delle istanze che riguardano il territorio. L’Insubria e l’euroregione Alpe Adria invece, sono comunità di lavoro transfrontaliere che facilitano le possibilità di impiego dei rispettivi cittadini e la loro integrazione, aumentando parimenti le chance di uscire dalla crisi economica. Mentre nell’euroregione Alpi-Meditteraneo si punta alla cooperazione su grandi opere e progetti europei che vanno dal turismo all’innovazione scientifica.

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Mappa delle Tre Venezie – Una derivazione storica per la MACROREGIONE DEL NORDEST - Il toponimo TRE VENEZIE indica l'area geografica costituita dai territori storici della VENEZIA TRIDENTINA, della VENEZIA EUGANEA e della VENEZIA GIULIA. Comparve in alcuni circoli culturali a metà dell'Ottocento, poco dopo la II Guerra d'Indipendenza (1859)
Mappa delle Tre Venezie – Una derivazione storica per la MACROREGIONE DEL NORDEST – Il toponimo TRE VENEZIE indica l’area geografica costituita dai territori storici della VENEZIA TRIDENTINA, della VENEZIA EUGANEA e della VENEZIA GIULIA. Comparve in alcuni circoli culturali a metà dell’Ottocento, poco dopo la II Guerra d’Indipendenza (1859)

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LE MACROREGIONI NUOVE OPPORTUNITÀ PER LE IMPRESE

di Aldo Bonomi, da “il Sole 24ore” del 3/2/2013

   Tempo di elezioni. I territori diventano piazza per il consenso più che spazio del racconto. Le Regioni sono importanti non tanto per i processi reali che le attraversano ma per i calcoli del “maledetto-benedetto” premio per il Senato.

   Nel rumore di fondo fa capolino la proposta leghista della macroregione. Valutata come l’ennesima boutade dei “barbari sognanti” a supporto del piatto forte del 75% delle tasse che devono restare in Lombardia. Infatti si discute aspramente del dito dell’imposizione fiscale dimenticandoci della luna. Che è ben delineata nel libro “Il grande nord” del candidato studioso Bruno Galli.

   Si parte dalla carta di Chivasso, dall’analisi della crisi dello stato nazione di Gianfranco Miglio e passando per le macroregioni italiane della Fondazione Agnelli si arriva alla macroregione europea. Si disegna un cerchio attorno alla Svizzera che partendo dallo spazio alpino e andando giù verso le pianure va dalla Lombardia verso la Slovenia l’Austria la Baviera e l’Alsazia per tornare verso il Rodano-Alpi e il Limonte (Liguria-Piemonte). Appare uno spazio di posizione la cui rappresentazione è ben lontana e altro dall’antieuropeismo d’accatto alla Borghezio.
Quando le dinamiche territoriali vengono quotate nei flussi della politica, quando si fanno slogan per il consenso, è buona cosa non sottovalutarli ma sottoporli alla critica verificando il sentire, e la vibratilità del margine e dei microcosmi territoriali.

   Poschiavo, borgo di confine del Canton Grigioni con l’alta Lombardia. Ci passa il rosso trenino del Bernina che porta a vedere il parco a tema di St Moritz e a Davos. Su iniziativa svizzera è stata aperta un’università del legno che specializza nella filiera che va dal bosco al design.

   L’iniziativa del cantone svizzero è riconosciuta anche dalla regione Lombardia e sostenuta da un importante contributo tecnologico e finanziario dalla nostra impresa leader nelle macchine per il legno, la Scm di Rimini.

   Sul confine si dice che forse potevamo essere noi gli ideatori dell’iniziativa. Conta nulla in tempi di Erasmus. Ai giovani valtellinesi che vorranno basterà attraversare il confine avendo chiaro che green economy significa anche rivitalizzazione e manutenzione dei boschi. Se dall’università transfrontaliera di Poschiavo si passa alle dinamiche delle imprese alla ricerca delle opportunità di tassazione, servizi e costo del lavoro la musica cambia.

   Si conferma la tesi dello storico Hosbaum che le differenze sono più al centro delle nazioni che sulla frontiera. Come documenta l’inchiesta di Laura Cavestri (si veda Il Sole 24 Ore del 30 gennaio).
È un dettagliato elenco di agenzie di attrazione di imprese e investimenti sulla frontiera: Copernico per il Ticino, Aba-invest in Austria, Erai del Rodano-Alpi sino alla Slovenia.

   Documentano l’esodo oltre frontiera delle nostre imprese alla ricerca della tassazione del 20% in Ticino, delle autorizzazioni in sette giorni per nuovi impianti in parchi industriali in Austria, del credito di imposta che detassa sino al 50% gli investimenti in ricerca e sviluppo del Rodano-Alpi sino al costo del lavoro in Slovenia -15% con detrazioni fiscali per le imprese fino al 40%.

   Piccolo elenco che sembra l’eden sul confine. Basta aver percorso i territori da Torino a Pordenone e oltre, passando per la Lombardia, per capire che lo spazio di posizione e di rappresentazione degli imprenditori piccoli e medi fa apparire Lubiana, Vienna, Monaco, Lione e Strasburgo. Quelli che hanno un po’ di reti lunghe guardano a questo spazio europeo come uno spazio da percorrere prima di guardare alla Cina e al Brasile. Sono le avanguardie agenti di un confronto vero di un’Europa manifatturiera in metamorfosi dentro la crisi. Al di là dello spread il confronto tra politiche industriali è all’ordine del giorno.
Senza queste avanguardie l’Italia rischia di non essere più il secondo paese manifatturiero d’Europa ma, confrontandosi con i tedeschi, si dice chiaramente che se noi non ce la faremo loro non potranno più essere tranquillamente i primi. Sui confini ci si interroga, come ha ricordato Romano Prodi, sull’uscita dalla crisi che non può essere solo finanziaria ma presuppone un ridisegno del modello industriale europeo: riprogettare un’Europa delle imprese e del lavoro.

   Questi processi reali, queste fibrillazioni territoriali e transfrontaliere di tutto hanno bisogno tranne che di ritrovarsi a breve raccontati solo in una logica di macroregione europea che sta a nord e il resto d’Italia che sta a sud. Sarà bene ricordare che la Commissione Europea negli anni ’90 lanciando i progetti per le euroregioni delineò non solo lo spazio alpino ma, solo per citarne una, la macroregione danubiana che guardava a sud verso la Turchia o lo spazio geoeconomico euromediterraneo.

   Farne una rappresentazione politica istituzionale di secessione dolce in nome dell’Europa guardando solo alle posizioni localistiche del partito di Haider in Carinzia, alla Lega Ticinese e alla Lega Nord mi pare una forzatura che tiene conto solo di ciò che avviene sulla frontiera e trascura lo spazio da costruire delle politiche industriali europee. Molto dipenderà da quanto si saprà rilanciare l’Europa come progetto politico. Sarà importante e auspicabile mettere questi temi nell’agenda politica del dopo elezioni.

   I rettori del politecnico di Milano e Torino e i rettori delle università milanesi hanno recentemente disegnato un ruolo trainante per Milano come città globale del sistema paese in uno spazio euromediterraneo.

   Nel 2015 a Milano ci sarà l’Expo che si spera sarà un’occasione per ricollocare il nostro paese in Europa e nel mondo affrontando i temi dello sviluppo che verrà. Confrontiamoci e discutiamone evitando di collocare anche lo spazio europeo in logiche in cui ogni nord cerca un suo sud. Credo ci sia bastato lo schema selettivo dello spread che ha fatto emergere, secondo le logiche della finanza, un’Europa del burro e un’Europa dell’olio. Non facciamolo anche per le imprese e per il lavoro. (Aldo Bonomi)

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UN LIBRO DEL TEORICO DEL FEDERALISMO ANTONINI: I RETROSCENA DELLA GRANDE INCOMPIUTA

di Daniele Ferrazza, da “il Mattino di Padova” del 13/2/2013

   Si intitola “Federalismo all’italiana, dietro le quinte della grande incompiuta” (Marsilio, 2013) e nasce dall’esperienza dell’autore, per quattro anni alla guida della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (Copaff): praticamente uno slalom tra le istanze nordiste, la diffidenza meridionalista e l’ostracismo romano. Luca Antonini lo ha presentato a Treviso.

   Il Dottor Sottile di Gallarate, ordinario di Diritto costituzionale a Padova, da tempo accasato a Treviso, è stato nel corso dell’ultima legislatura il principale snodo tecnico-politico della riforma federalista avviata dal governo Berlusconi. Insieme al tema della crisi, secondo il docente dovrà essere proprio il federalismo in cima ai programmi del prossimo governo.

   «Perché una riforma federalista è ormai ineludibile, troppo il divario accumulato tra regioni virtuose e regioni sprecone» sottolinea Antonini, che attribuisce alla riforma del titolo V approvata dal solo centrosinistra al termine della legislatura nel 2001 la responsabilità di aver creato «un mostro». «Ha determinato un fortissimo decentramento di competenze legislative» ma «non ha predisposto gli strumenti necessari a gestire adeguatamente il processo». Insomma, «un albero storto» che va assolutamente raddrizzato, se vogliamo tenere unito il paese in un’ottica europeista.

   Luca Antonini dà atto alla Lega Nord di aver abbandonato, nel 2008, il modello proposto dalla Lombardia e di aver accettato di misurarsi con un modello diverso, vicino alla bozza elaborata dal centrosinistra: «Il ministro Tremonti, nel corso di una telefonata, mi disse – rivela Antonini -: dovete fare la cosa più simile a quella che avevano fatto gli altri».

   Il lavoro che portò all’approvazione della Legge delega sul federalismo (la 42 del 2009) ha il merito di superare il criterio della spesa storica e di abbracciare il criterio dei costi standard. Un criterio destinato ad alleviare l’ingiustizia dei 179 euro pro capite che ricevono i comuni del Veneto contro i 671 euro del Comune di Napoli.

   I nove decreti attuativi approvati dal governo Berlusconi possono rappresentare una base di lavoro per il prossimo governo. A patto che tutti facciano la loro parte.

   Per Antonini, che descrive e racconta le lunghe riunioni notturne per trovare l’intesa tra i partiti della maggioranza e superare le perplessità dell’opposizione, ritiene che gli articoli 118 e 116 della Costituzione riformati dal centrosinistra «rappresentino gli aspetti più indovinati e moderni di quella scellerata riforma». Sono le norme che consentono oggi alle Regioni di negoziare con lo Stato centrale competenze e risorse: il federalismo a geometria variabile, che persino la Lega ormai riconosce quale utile base di partenza.

   Ma sulla compiutezza della nuova architettura istituzionale pesa come un macigno il debito pubblico. Per questo è necessario trovare una sostenibilità economica e correggere gli errori del governo Monti, che ha stravolto e anticipato l’Imu pensata quale imposta municipale e finita per metà nelle casse dello Stato.

   Antonini si spinge più in là, sino a immaginare una patrimoniale sulle grandi ricchezze (oltre i due milioni di euro): secondo gli studi della Copaff ne sarebbero interessati non più di 80 mila contribuenti, cui sarebbe chiesto un prelievo dell’1 per cento. Il gettito annuo stimato sarebbe di cinque miliardi di euro.

   Per non buttare il bambino con l’acqua sporca, per Antonini è necessario restare dentro a un modello di federalismo cooperativo e solidale, con un coordinamento del sistema, una revisione del sistema fiscale e una nuova riforma costituzionale condivisa: «L’uso a fini politici delle riforme costituzionali ha rotto l’anima dell’Italia», provocando «l’inceppamento del sistema». (Daniele Ferrazza)

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il NORD: una CONURBAZIONE con DIFFERENTI REALTA' MACROREGIONALI
il NORD: una CONURBAZIONE con DIFFERENTI REALTA’ MACROREGIONALI

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A PROPOSITO DI ELEZIONI E DI RISULTATI ASSAI INCONSUETI….

 LA NUOVA CLASSE DIRIGENTE

di MARIO BERTOLISSI, da “il Mattino di Padova” del 28/2/2013

   Partiamo e lasciamoci guidare dai fatti. Ci dicono che la nostra classe politica è, nei suoi vertici soprattutto, immutabile; che elettori di ogni età e ceto sociale, consapevolmente, hanno deciso di

destabilizzare il sistema Paese rendendolo ingovernabile.

   Non a caso, però, ma con un preciso obiettivo: di andare di nuovo, quanto prima, alle elezioni per selezionare una nuova classe dirigente.

   Meno “saputa” e più saggia. Meno professorale e più umana. Normale e onesta. Consapevole del fatto che – l’ammonimento è di Niccolò Machiavelli – «… in Italia non manca la materia a cui dare forma: c’è il grande valore del popolo, anche se manca il valore dei capi».

   Ne sa qualcosa anche Benedetto XVI, che ha dovuto misurare la distanza che corre tra popolo di Dio e gerarchie. Benedetto XVI si è dimesso. Molti italiani vogliono far dimettere dalla politica una moltitudine di inetti, che hanno governato e prodotto l’attuale degrado.

   Da questo punto di vista, non ci vuole molto a capire che la condizione è, in un certo senso, prerivoluzionaria. E il ragionamento sottostante segue, inconsapevolmente, un altro straordinario insegnamento del grande segretario fiorentino. Sempre in italiano moderno, suona così: «Se, come solo ai saggi è concesso, conosci con anticipo i mali di uno Stato, li guarisci presto; ma quando, per non averli conosciuti, li hai fatti crescere fino al punto che ognuno li conosca, non c’è più rimedio». E aggiungeva: «I Romani superarono sempre le difficoltà poiché le videro di lontano; e non permisero ad esse di crescere per la sola speranza di evitare una guerra, sapendo che una guerra non si elimina, ma si rimanda a vantaggio di altri».

   L’Italia è giunta ormai a un bivio. O si rinnova dalle fondamenta o muore. Lentamente, ma inesorabilmente piomba in un declino irreversibile. Gli elementi su cui riflettere sono molti. Basta un cenno ad alcuni per rendere evidenti le ragioni di un cambiamento che deve essere radicale.

1) Ormai, la continuità è un disvalore. Equivale, metaforicamente parlando, a versare il vino nuovo nell’otre vecchio. Il passato rifluisce sul presente e condiziona, ipotecandolo, il futuro. I governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni non hanno al loro attivo una sola riforma degna di questo nome. E, per parlare di quelle costituzionali, possiamo dire di essere stati fortunati quando si sono concluse con un fallimento. Mai nulla di veramente nuovo, rigenerante, pensato per funzionare con semplicità. Complicazioni spagnolesche sul piano procedimentale, opzioni inutili, se non peggiorative, sul piano dei contenuti. Basta leggere i testi normativi che hanno approvato, considerare le azioni amministrative incompiute che hanno generato inefficienze a non finire. Un esempio: «Al palo l’80% delle opere», ha riferito un quotidiano di qualche giorno fa.

2) Il futuro non può essere programmato da chi non ha un futuro dinanzi a sé. Da chi non ce l’ha per ragioni anagrafiche, per deficit culturale, per l’insensibilità prodotta da un eterno contatto con il potere, perché abituato a pensare soltanto a sé e al recinto degli interessi che gli sono vicini. È, questa, una condizione naturale umanissima, che priva, tuttavia, della capacità di cogliere le trasformazioni in atto e di guidare i relativi processi. Ecco perché, pur invocando continuamente il cambiamento, questo rimane imprigionato nelle maglie di abitudini psicologiche e comportamentali invincibili e, quindi, oggettivamente insuperabili.

3) Certo, una fase di transizione, caratterizzata da forti criticità, è inevitabile. Il problema sta nel renderla la più breve possibile. È qui che si inserisce la scelta consapevole di creare le condizioni di un’Italia ingovernabile, affinché al più presto sia governabile. Vent’anni di attesa non sono pochi. La cosiddetta seconda Repubblica ha ricostituito in se stessa la prima, dopo averla depotenziata. Le crisi che si sono succedute e il cattivo funzionamento di maggioranze estese provano che la stabilità delle istituzioni sta sì nei numeri, ma soprattutto è il riflesso della qualità delle persone.

4) Un ultimo rilievo. Quando si dice che siamo senza governo, ci si dimentica di una circostanza arcinota: in Italia comanda la burocrazia ministeriale. Quindi, l’attività di governo è assicurata. Possiamo cambiare, rapidamente, in santa pace. Informiamo, comunque, i mercati. (Mario Bertolissi)

3 thoughts on “L’IMPOSSIBILE MACROREGIONE DEL NORD: un modo per dividere creando un altro STATO-NAZIONE (con il riapparire di localismi regionali autonomisti) – La necessità di arrivare all’ABOLIZIONE DELLE REGIONI con la costituzione di MACROREGIONI POSSIBILI e NECESSARIE – La proposta della MACROREGIONE DEL NORDEST

  1. vdnmrt venerdì 24 maggio 2013 / 11:22

    Noi della provincia di pesaro,siamo il montefeltro,perciò chiediano l’annessione alla repubblica di San Marino.

  2. Sergio venerdì 31 maggio 2013 / 8:15

    Proposta ragionevole. In parte riprende la proposta “Italia di mezzo” della CGIL. Il Molise, tuttavia, andrebbe certamente ascritto al sud.
    Segnalo che su FB esiste un gruppo “Accorpiamo le regioni italiane”

  3. Klement lunedì 29 luglio 2013 / 9:47

    Simili stravolgimenti territoriali possono essere fatti solo da Napoleone o dai matti che pensano di esserlo. Per cooperare bastano convenzioni senza creare nuovi enti.
    Abolire le Province elettive per ridurre i costi è come aboluire i Consigli comunali per tornare al più economico Podestà fascista

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