LA MORTE DI CHAVEZ, grande protagonista della politica mondiale – Riusciranno le classi politiche dell’America Latina ad offrire ai loro popoli una prospettiva storica diversa dai populismi egocentrici dei loro leader? – La vera sfida di UN’AMERICA LATINA UNITA in un’unica AREA GEOPOLITICA

Murales dedicato a CHAVEZ a Caracas (da Ansa)
Murales dedicato a CHAVEZ a Caracas (da Ansa)

   La morte di Hugo Chavez, presidente del Venezuela dal 1999, priva il suo Paese, ma anche l’America Latina e il mondo intero di un vero grande protagonista fra i leader mondiali. Una figura la sua contraddittoria: aperta ai bisogni delle classi povere (utilizzando i proventi del petrolio prevalentemente venduto agli Stati Uniti…); poco incline a individuare modelli di sviluppo rilevanti al di là delle risorse energetiche; nemico degli Stati uniti in funzione di “unità del Sud America”; populista e tendenzialmente dittatore (che umilia le opposizione e fa chiudere parte di giornali e televisioni non gradite); e amatissimo fra le classi popolari, povere.

   Vero “caudillo” moderno: militare (era stato paracadutista), presidente eletto tre volte con larghe maggioranze, popolarissimo, dittatore. E ha usato la sua grande risorsa, il petrolio, per modificare il ruolo geostrategico del Venezuela. Stringendo nuove alleanze con Cuba, l’Iran e infine la Cina.

la disperazione popolare in Venezuela all'annuncio della morte di Hugo Chavez
la disperazione popolare in Venezuela all’annuncio della morte di Hugo Chavez

E’ vero che un certo tipo di colonialismo, imperialismo occidentale, si è espresso (oltre all’Africa) fortemente in America Latina, impoverendo drasticamente le risorse di quel continente così ricco di “Terra”, di risorse energetiche (come appunto il petrolio venezuelano) ma anche di tesori ambientali (la foresta amazzonica su tutto…).

   L’opposizione svolta dalle frange più indipendentiste e rivoluzionarie latino-americane è ovvio che si sia rivolta verso il troppo ingombrante vicino, cioè gli Stati Uniti, fautore diretto o in appoggio di colpi di stato sanguinosi e mettendo al potere dittatori compiacenti al potere Usa. Con multinazionali che si prendevano (si prendono ancora in tante parti del continente…) a poco costo le preziose risorse…. Uno dei meriti che vengono riconosciuti a Chavez è quello di aver nazionalizzato le compagnie petrolifere presenti in Venezuela.

   Ma non è che questa sofferenza per la subordinazione al “vicino nordamericano”, questa volontà di ribellione, non nasconda anche la mancanza di un progetto di società possibile per la così ricca di vita e passionale America centro-meridionale? …Che l’individuazione di un “nemico comune” che ha portato a un’opposizione all’Occidente di alcuni di questi paesi latino-americani (in questi momento, oltre al Venezuela, viene in mente Cuba, e poi l’Ecuador, la Bolivia e il Nicaragua) sia strumentale a non voler cambiare all’interno le economie di quei paesi, di porre una svolta vera (con brutta parola ma efficace potremmo dire “modernizzatrice”)?

L'ASSE VENEZUELA - CUBA NELLA STRATEGIA DI UNIRE L'AMERICA LATINA - CARTA RIPRESA DA LIMES, DI LAURA CANALI - (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
L’ASSE VENEZUELA – CUBA NELLA STRATEGIA DI UNIRE L’AMERICA LATINA – CARTA RIPRESA DA LIMES, DI LAURA CANALI – (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   E poi va detto che le condizioni sociali del Venezuela sono migliorate per le classi meno abbienti prevalentemente per le risorse finanziarie statali a disposizione dalla vendita del petrolio, e non certo per un’economia interna di crescita del benessere. E che il maggior compratore del petrolio venezuelano sono gli (odiati?) Stati Uniti… Non è tutto questo un “gioco politico” un po’ strumentale?

   Nella passione politica che emerge da sempre nelle nazioni e nei popoli del Sud America forse si nasconde più debolezza e fragilità sociale, comunitaria, che spinta verso la felicità collettiva (nella miseria ancora troppo latente nelle strade delle grandi città, o nei villaggi poveri).

   Ed è da chiedersi se vi si può por rimedio alla dicerìa (non so da chi inventata, se vera, ma pura dicerìa resta, da me sentita da un missionario) nella quale si afferma che se in Occidente “prima si pensa una cosa poi la si fa”, invece in America Latina accade l’esatto contrario: prima si fa la cosa, poi si pensa alle conseguenze buone o negative che essa produce?

   Nella geopolitica dei Continenti pare che l’Occidente (in primis Stati Uniti e Canada) sia relativamente unito (nonostante tutta la crisi globale di adesso) su meccanismi di consumo di beni e servizi alla popolazione; che l’India, la Cina e tutto il Medio ed estremo oriente perseguano la possibilità in questi anni di uno sviluppo interno di miglioramento dei livelli di vita della popolazione (con molte contraddizioni); ma che proprio i continenti e le aree geopolitiche più storicamente colpite da passate forme di colonialismo feroce, cioè l’Africa e appunto l’America Latina, trovino sempre grandi difficoltà a “sollevarsi”da una situazione di sottosviluppo: cioè di creare le premesse per condizioni di benessere diffuso; e questi Paesi abbiano al loro interno ancora troppe contraddizioni tra chi (pochi) sta molto bene e masse di diseredati e cittadini sostanzialmente poveri, senza protezioni sociali minime (lavoro, sanità, educazione, casa…).

   Pertanto una figura di grande prestigio e azione come Hugo Chavez ha fatto vedere capacità di leadership che invece spesso mancano nell’America latina; ma che si potrebbe sopperire (la mancanza di grandi leader regionali, nazionali…) con il perseguire un’unità geopolitica più convinta di quel continente. E con l’abbandono di contraddittorie, passionali, strumentali politiche antimperialiste, esplicitate per non aver la capacità di risolvere e mettere in pratica un realistico progetto di vera qualità della vita per i propri cittadini. (sm)

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HUGO CHÁVEZ, IL PRESIDENTE DELLA RIVOLUZIONE INCOMPIUTA

di NICCOLÒ LOCATELLI, 5/3/2013, dalla rubrica IL MONDO OGNI SETTIMANA di LIMES, rivista italiana di geopolitica

   Il presidente del Venezuela Hugo Chávez è morto martedì 5 marzo alle 16.25 ora locale presso l’ospedale militare di Caracas. Lo ha annunciato in lacrime il vicepresidente Nicolás Maduro. Era tornato in patria lunedì 18 febbraio da Cuba, dove era stato operato per la quarta volta nel dicembre 2012; nel 2011 aveva dichiarato di essere malato. Anche se i dettagli della sua malattia non sono mai stati rivelati, si ritiene che sia morto a causa di un cancro manifestatosi nella zona pelvica.

   Hugo Chávez era presidente del Venezuela dal gennaio 1999. Paracadutista con idee marxiste, aveva tentato un colpo di Stato nel 1992; il golpe fallì e lui passò due anni in prigione, ma divenne enormemente popolare presso un’opinione pubblica stufa della corruzione e dell’incompetenza della classe politica venezuelana.

   Una volta al potere, Chávez aveva modificato la Costituzione per garantirsi la possibilità di essere rieletto. Successivamente ha vinto regolarmente le elezioni presidenziali per tre volte, l’ultima nell’ottobre 2012 contro il candidato dell’opposizione Henrique Capriles Radonski. Nell’aprile del 2002 un colpo di Stato lo aveva estromesso per un paio di giorni.

   Chávez è stato un presidente con una forte – per quanto a tratti oscura – impronta ideologica: si è ispirato al socialismo del XXI secolo, una dottrina filo-marxista elaborata dal filosofo tedesco Heinz Dieterich Steffan. L’altro suo riferimento è stato Simón Bolívar, il libertador sfortunato eroe della stagione dell’indipendenza dell’America Latina dall’impero spagnolo.

   La sua politica economica è stata orientata verso le classi più umili, che hanno beneficiato della redistribuzione dei proventi derivanti dalla vendita del petrolio, la principale risorsa venezuelana. Le nazionalizzazioni di imprese private sono state frequenti, specialmente nel settore dell’energia. Le condizioni degli strati più poveri della popolazione sono migliorate: sono state garantite loro, spesso per la prima volta, una casa, un’istruzione, delle cure mediche.

   Il rovescio della medaglia è rappresentato da una conduzione spregiudicata dell’economia (di cui il paese ha iniziato a pagare le conseguenze con lo scoppio della crisi globale) e da una serie di comportamenti dittatoriali: l’intimidazione dell’opposizione, alcuni limiti posti alla libertà di stampa, la stessa conduzione del governo da Cuba durante la malattia.

   In politica estera, Chávez aveva elaborato un piano per sottrarre l’America Latina alla tradizionale egemonia degli Stati Uniti e fare del Venezuela una potenza (almeno) regionale. Tale piano aveva il suo pilastro ideologico nell’alleanza con la Cuba dei fratelli Castro. I due paesi hanno fondato insieme l’Alleanza bolivariana dei popoli della nostra America, o Alba, cui si erano successivamente aggiunti diversi Stati latinoamericani. I principali alleati del defunto presidente venezuelano erano, oltre a Cuba, la Bolivia di Evo Morales, l’Ecuador di Rafael Correa e il Nicaragua di Daniel Ortega.

   L’opposizione agli Stati Uniti ha costituito una componente essenziale della politica internazionale di Chávez, che era in ottimi rapporti con tutti i paesi rivali di Washington: dalla Russia alla Bielorussia, dalla Libia di Gheddafi alla Corea del Nord, dalla Cina all’Iran passando per la Siria di Assad.

   La retorica anti-imperialista, particolarmente vivace durante la presidenza di George W. Bush, serviva anche a nascondere un dato incontrovertibile: gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale di Caracas e il primo acquirente del petrolio venezuelano. Il Venezuela ha bisogno di loro molto più di quanto loro abbiano bisogno del Venezuela.

   Negli ultimi mesi, forse complice il peggioramento delle condizioni di salute, Chávez aveva impresso una sterzata alla politica estera venezuelana, cercando il riavvicinamento con gli Stati Uniti. Quello con la Colombia c’era già stato da quando a Bogotá Uribe (con cui si era sfiorata la guerra nel 2008) aveva lasciato la presidenza a Juan Manuel Santos. Il Venezuela è con il Cile “paese accompagnatore” nella trattativa di pace tra il governo colombiano e la guerriglia marxista-leninista delle Farc. A luglio del 2012 inoltre Caracas è stata ammessa nel Mercosur.

   Questa svolta (in fieri) del Venezuela da paese anti-sistema a paese pro-sistema sarà naturalmente sottoposta a revisione, ora che Chávez non c’è più. Poche ore prima di annunciare la scomparsa del presidente, Maduro aveva formulato la surreale teoria che “i soliti nemici della patria” avessero inoculato il cancro al capo di Stato venezuelano e aveva dichiarato che un militare statunitense distaccato presso l’ambasciata Usa sarebbe stato espulso con l’accusa di spionaggio.

   Dopo averlo governato per poco meno di 15 anni, Chávez lascia un paese politicamente polarizzato e istituzionalmente indebolito; le classi più povere stanno meglio di prima ma l’economia è ancora sostanzialmente dipendente dal petrolio. Il suo progetto di fare del Venezuela una potenza regionale è fallito, vittima anch’esso della diminuzione di risorse economiche legata alla crisi globale, dell’opposizione del Brasile e del peggioramento delle sue condizioni di salute.

   La rivoluzione bolivariana è incompiuta, così come la sua svolta in politica estera. Se si procederà a regolari elezioni potrebbe vincere un candidato dell’opposizione (Capriles?), che volterebbe decisamente pagina; se prevalesse invece un rappresentante del fronte chavista (Maduro, come aveva indicato lo stesso Chávez, Diosdado Cabello, o Elías Jaua), il progetto potrebbe essere portato avanti. Se le elezioni non fossero celebrate in breve tempo, si rischierebbe il caos.

   Verrà il momento di analizzare più in profondità la figura di Chávez, le sue scelte politiche e la sua eredità. In queste ore di rispetto, lutto (o gioia) e incertezza per il Venezuela, su una questione non ci sono dubbi: il mondo ha perso un grande protagonista della politica internazionale. (Niccolò Locatelli)VENEZUELA-CHAVEZ-DEATH

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ADDIO A CHAVEZ, L’ULTIMO CAUDILLO CHE SOGNÒ DI UNIRE IL SUD AMERICA

di OMERO CIAI, da “la Repubblica” del 6/3/2013

– Il quattro volte presidente venezuelano è morto dopo una recrudescenza del tumore al bacino, diagnosticato per la prima volta nel 2011. Una figura che ha accompagnato gli ultimi 20 anni della storia del continente, odiata e amata nel suo Paese –
CARACAS – Un po’ meno della metà dei venezuelani lo ha sempre odiato, un po’ più della metà dei venezuelani lo ha trasformato in un vendicatore epico e mitologico. Hugo Chávez Firas (nato a Sabaneta il 28 luglio 1954) è stato davvero l’ultimo “caudillo” sudamericano e ha interpretato a partire dalla fine del 1998, nel modo più compiuto questa logora ma sempreverde figura politica in un subcontinente ancora alle prese con miseria e ingiustizie.
Pensando all’uomo che ha governato fino a ieri il Venezuela, vincendo quattro elezioni consecutive, vengono in mente i personaggi delle epopee letterarie dell’America Latina, come viene in mente la tragica parabola di Simón Bolívar, da cui Chávez trasse impulso e leggenda collocando nel palazzo di Miraflores perfino una poltrona vuota, quella del “Libertador”, accanto alla sua.

   Nel bene e nel male Chávez ha attraversato oltre un decennio di storia, determinandola con la forza delle sue intuizioni e delle sue scelte. Persino delle sue “ricette” politiche che, magari riviste e corrette, hanno fatto scuola in molti Paesi, dal Brasile all’Argentina, dall’Ecuador alla Bolivia.
Anche quando entrò sulla scena per la prima volta, il 4 febbraio 1992, guidando un fallito colpo di Stato militare contro il presidente Carlos Andrés Perez, aveva già le idee chiarissime. Dieci anni prima, insieme ad un gruppo di giovani militari, Chávez aveva fondato il “movimento bolivariano rivoluzionario 200” (allusione ai 200 anni dalla nascita di Bolívar), che nei loro obiettivi avrebbe dovuto “cambiare il Paese” allontanando dal potere i vecchi partiti e i vecchi oligarchi incapaci di affrontare e risolvere l’estrema povertà della maggior parte dei venezuelani.
Un passaggio chiave nell’avventura politica di Chávez fu il famoso “Caracazo ” del 1989. Il 27 e 28 febbraio di quell’anno l’esercito represse nel sangue una rivolta popolare contro un pacchetto di misure anticrisi imposte dal Fondo monetario internazionale. La violenza dei militari fu particolarmente brutale in tutta la cintura dei quartieri popolari alla periferia di Caracas, e il numero delle vittime non fu mai reso noto ufficialmente (alcune fonti parlarono di 3.500 morti).
Tre anni dopo, in memoria di quella strage, Chávez tentò il putsch. Andò male e si arrese quasi subito ma nei “barrios” della capitale divenne un eroe così venerato che per la rivincita doveva solo attendere il suo momento. Trascorse appena due anni in carcere e, appena uscito, riprese l’attività politica.
Il primo incontro con il leader che avrebbe guidato e appoggiato la sua ascesa, Fidel Castro, avvenne alla fine del 1994, pochi mesi dopo la sua uscita dalla prigione. Subito dopo fondò il movimento Quinta repubblica e la coalizione elettorale “Polo patriottico”, che in poco tempo raccolse l’appoggio di tutte le formazioni della sinistra venezuelana. Il 6 novembre del 1998 finalmente il successo. Chávez venne eletto presidente con il 56,5 per cento dei voti.
Da quel momento la sua unica ossessione fu quella di trasformare in eterna la vittoria mobilitando una parte della società venezuelana, quella più indigente, contro l’altra, “los escualidos” (gli squallidi) della classe media alta e dell’aristocrazia, rurale e petrolifera.

   Appena arrivato a Miraflores, il palazzo presidenziale nel vecchio centro barocco di Caracas, Chávez modificò la Costituzione, allungando a sei anni il mandato. Poi lo rese perenne: il presidente può ripresentarsi tutte le volte che può. Infine, al termine di un lungo braccio di ferro che si ricorda con il nome di “paro petrolifero”, e dopo un golpe fallito contro di lui, tra la fine del 2002 e il 2003, conquistò le chiavi della cassaforte: il controllo personale e assoluto su Pdvsa, la holding del petrolio.
   Una strategia perfetta che gli ha garantito il trionfo in tre elezioni successive: 2000, 2006 e 2012. Per oltre dieci anni ha fatto in Venezuela tutto quel che ha voluto, umiliando qualsiasi opposizione. Ha chiuso Rctv, la tv degli “escualidos” e ridotto all’obbedienza tutte le altre. Litigato con il re di Spagna e rotto con Washington. Ma soprattutto ha usato la sua grande risorsa, il petrolio, per modificare il ruolo geostrategico del Venezuela. Stringendo nuove alleanze con Cuba, l’Iran e infine la Cina.
Senza freni Chávez ha anche cercato di allungare la sua egemonia su Centro e Sud America, proponendosi come modello a molti personaggi in cerca d’autore. Dalla peronista Cristina Kirchner, nuova Evita dell’Argentina; a Evo Morales, il presidente “indio” della Bolivia; a Daniel Ortega, il sandinista invecchiato male di Managua; fino a Correa, presidente caudillo dell’Ecuador.

   Suo mentore e spesso, finché ne ha avuto le forze, suo stratega, è stato Fidel Castro, che dopo anni di precario isolamento, post caduta del Muro e dell’Urss, aveva trovato in Chávez la capacità dissuasiva – milioni e milioni di barili di greggio – che dalla sua piccola e povera isola non avrebbe mai immaginato di possedere.
Nel suo Paese, confondendo sempre, da buon caudillo, il governo con lo Stato, ha occupato tutto quel che c’era da occupare. Riuscendo comunque a galvanizzare masse con le sue “misiones “, i programmi sociali, che non hanno cambiato l’esistenza degli indigenti ma certo gliela hanno resa meno penosa e umiliante. Grazie a Chávez migliaia di venezuelani si sono potuti operare gratis, molti hanno avuto una casa, altri un paio di occhiali, altri ancora un vitalizio.
Giudicare oggi la profondità dei cambiamenti che è riuscito a realizzare non è facile. Bisognerà lasciar riposare tutta la sabbia della propaganda prima di valutare gli effetti del suo “socialismo del XXI secolo” ma non c’è dubbio che nella sua morte prematura c’è un aspetto crudele. Il suo tormento per diventare perenne s’è scontrato con un male incurabile. Così quella di Chávez è un’altra rivoluzione interrotta, abbandonata ai suoi precari epigoni, che lo trasformerà in un altro immortale o, se volete, più cinicamente, in un’altra effigie da t-shirt come Evita, il Che o Sandino. (Omero Ciai)

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IL SOGNO DI CHAVEZ

di Gianni Minà, da “IL MANIFESTO” del 7/3/2013

   Qualunque sia la valutazione politica che la storia darà a Hugo Chávez, presidente del Venezuela appena scomparso, non c’è dubbio, se si è in buona fede, che il suo rapido passaggio in questo mondo non sia stato un evento banale. Per questo credo stia suscitando una commozione collettiva in tutta l’America Latina, anche in quelle nazioni meno abituate ad approvare le strategie di cambiamento di questo seguace di Bolivar che sognava un continente affratellato.

   Mentre scrivo sono già arrivati a Caracas i presidenti di Argentina, Bolivia e Uruguay e pare stia per arrivare perfino Juan Manuel Santos (il presidente della Colombia succeduto all’inquietante Uribe) che, nel rispetto dell’utopia proprio della «Patria Grande», aveva deciso di imbastire un nuovo rapporto con Chávez.

   Non c’è dubbio che questa realtà quasi rivoluzionaria abbia potuto mettersi in marcia perché in pochi anni si è evoluto il ruolo del Venezuela e si è affermata, nel continente, una politica di hermanidad spinta dal colonnello dal basco rosso, certo di poter affermare i suoi sogni di unità latinoamericana.

Chavez a Cuba
Chavez a Cuba

   Paradossalmente, però, è questo il sentimento che proprio non riescono a capire molti media europei. Non solo perché nazioni latinoamericane come l’Argentina, la Bolivia e l’Ecuador hanno deciso di recuperare, nazionalizzandole, alcune delle proprie ricchezze saccheggiate nel tempo dal “democratico” mondo occidentale; ma perché, per la prima volta nei secoli più recenti è con i paesi dell’America Latina che bisogna fare i conti e, a sorpresa, non con gli Stati Uniti o con le nazioni un tempo colonizzatrici.
Questa situazione però, secondo alcuni analisti europei e del nord del mondo, risulta scandalosa e inaccettabile. Perché, oltretutto, mette in crisi le certezze delle agenzie di rating, della finanza speculativa, di tutti coloro insomma convinti che il mondo è sempre andato così e non può cambiare.
Eppure basterebbe considerare che cosa, in questi anni, ha fatto il Venezuela, oltre ad affrontare e vincere salvo in un caso, 15 consultazioni elettorali o referendum. Se non è democrazia questa, non sappiamo che altro valore dargli.
Quando Chávez ha ereditato il governo del Paese dal presunto socialista Carlos Andrés Péres, c’erano cinque milioni di esseri umani che vivevano nelle villas miserias dove i bambini non andavano a scuola perché i padri non erano nemmeno registrati all’anagrafe. Insomma, cinque milioni di “inesistenti”, in una nazione di 24 milioni di abitanti seduta su uno dei giacimenti petroliferi più importanti al mondo. Era il “Venezuela Saudita”, dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi e di un pugno di multinazionali e dove Carlos Andrés Péres, un giorno, dette perfino l’ordine di sparare su un corteo di cittadini esausti proprio per le politiche del Fondo monetario, massacrando più di mille persone. Ora, nel Venezuela bolivariano del «caudillo populista», gli indigenti sono meno della metà di allora, 49,21% invece del 70%.
Ma all’opposizione non è bastato: «Con quale criterio Chávez continuava a usare le entrate del petrolio in opere sociali invece di investire sul petrolio stesso?».
Non si tratta di rispettare una logica economica, ma di far prevalere un diritto morale. Chi ha stabilito, per esempio, che l’economia neoliberale, anche quando procura disastri come in questa epoca, è la via maestra da continuare a seguire? E non è un problema di ideologia, ma di etica. Lo affermano anche personalità della cultura nordamericana come Sean Penn e Oliver Stone.

   Jimmy Carter, l’ex presidente degli Stati Uniti, ha inviato per esempio questo messaggio al popolo venezuelano: «(…) il presidente Chávez sarà ricordato per la sua audace ricerca di indipendenza per i paesi latinoamericani, per le sue formidabili capacità comunicative e per il rapporto che stabiliva con chi lo seguiva, tanto nel suo Paese, come all’estero. A questi trasmetteva loro speranza e fiducia nelle proprie capacità. Nei 14 anni del suo governo, Chávez si è unito con altri leader dell’America Latina e dei Caraibi per creare nuove fonti di integrazione e ha ridotto della metà la povertà nel suo Paese».
Così, quando leggo queste dichiarazioni di stima del più etico fra gli ultimi Presidenti degli Stati Uniti, mi domando quale sia il concetto di democrazia dei nostri media. Ho visto che non si sono nemmeno dati la pena, dopo aver sostenuto che non c’è libertà di stampa in Venezuela, di informare – come hanno fatto Ignacio Ramonet di Le Monde diplomatique e il politico francese Jean-Luc Mélenchon – che dei 111 canali televisivi esistenti in Venezuela, solo 13 sono di proprietà dello Stato e con audience di solo il 5,4%.

   Purtroppo, i nostri intrepidi cronisti si rifanno, per raccontare l’America Latina, quasi esclusivamente al mitico quotidiano spagnolo El Pais, che, proprio l’altra settimana, con assoluto disprezzo delle regole del nostro mestiere, aveva pubblicato in prima pagina (evidentemente augurandoselo) una foto di Chávez intubato e morente risultata però falsa. Il prestigioso quotidiano spagnolo aveva dovuto chiedere scusa pubblicamente e ritirare all’alba tutte le copie già stampate e distribuite.
La verità è che in poco più di dieci anni, l’America Latina è stata capace di dotarsi, per l’intuizione di uomini politici come Lula o lo stesso Chávez, di strumenti capaci di farla competere con realtà come la stessa Comunità Europea. Basti pensare al Mercosur e al Banco del Sur (lanciato nel 2007 con una capitalizzazione di 7 bilioni di dollari da 7 membri: Venezuela, Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador, Uruguay e Paraguay) una scommessa che ha reso più autonoma e indipendente gran parte dell’America Latina.

   Ma la prova tangibile dei meriti di Chávez e della sua politica, pur fra errori e qualche esagerazione, è forse TeleSur, la televisione satellitare del continente che, l’altra notte, in una diretta no-stop, ha mostrato un dolore collettivo non solo di un Paese, il Venezuela, ma di quella che Ernesto Che Guevara definiva «nuestra Grande America».
«Io non sono io – ha detto una volta Hugo Chávez parlando dei suoi sogni – ma un popolo unito». (Gianni Mina’)

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il quotidiano spagnolo

ABC ACCUSA: «VUOTA LA BARA DI CHAVEZ AL CORTEO»

– Secondo fonti militari interpellate dai giornalisti, il presidente sarebbe morto a Cuba e trasferito dall’Avana a Caracas –

da “il Corriere.it” del 8/3/2013

   Chavez? È morto a Cuba e il feretro che ha sfilato per sette ore nelle strade di Caracas era vuota. È l’accusa del quotidiano spagnolo Abc che cita fonti militari. Il giornale di destra è sempre stato avverso al presidente Chavez.

«MESSA IN SCENA» – Secondo queste fonti il presidente venezuelano non è morto nell’Ospedale militare di Caracas ma bensì a Cuba, dove il presidente era stato portato per un ultimo e disperato tentativo di salvare la sua vita, e il suo corpo è stato portato direttamente dall’isola all’Accademia Militare di Fuerte T   uina, dove centinaia di migliaia di persone stanno salutando il leader bolivariano.

   Per Abc «l’inganno della processione costituisce una nuova messa in scena del governo, che si aggiunge alla lunga lista di bugie con le quali il chavismo ha riempito gli ultimi mesi della vita del leader». «Volevano mostrare un bagno di folla con un chiaro interesse politico, permettendo che la gente potesse perfino toccare il feretro, quello falso, senza mettere a rischio l’integrità fisica di quello vero», ha detto una delle fonti militari del giornale madrileno.

LO SCAMBIO – Chavez sarebbe morto martedì scorso all’Avana intorno alle 7 del mattino (ora locale) e il suo cadavere è stato trasportato durante la notte fino alla base aerea Generalisimo Francisco de Miranda, a Caracas, più vicina al Forte Tiuna dell’aeroporto internazionale civile di Maiquetia. La salma di Chavez, proseguono le fonti, è stata esaminata nel centro medico della base, che si trova a circa 200 metri dall’Accademia militare, dove è stato composta con l’uniforme militare.

   Durante la giornata di mercoledì, il corpo sarebbe stato tenuto nei sotterranei dell’Accademia. Nel frattempo, una bara simile, vuota o con qualche peso al suo interno, è stata portata all’Ospedale militare, da dove è partita mercoledì scorso la processione funebre. Al suo arrivo all’Accademia, duranti i pochi minuti in cui il feretro non è stato ripreso dalle telecamere, si è proceduto alla sostituzione della bara finta con quella vera, prima della sua esposizione.

La bara di Chavez in mezzo alla folla, dopo l'uscita dall'ospedale di Caracas: una grande manifestazione popolare
La bara di Chavez in mezzo alla folla, dopo l’uscita dall’ospedale di Caracas: una grande manifestazione popolare

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personaggi

IL “CUBANO” E IL “MILITARE”. LA SFIDA ALL’OMBRA DEL LUTTO

di Mimmo Candito, da “la Stampa” del 7/3/2013

– Maduro vuole legami con l’Avana, Cabello invece un Paese più forte e autonomo –

   E’ soltanto la faccia ufficiale del Venezuela, questa che le tv d’ogni parte del mondo ci stanno dando nel loro intenso racconto d’una morte annunciata, la faccia d’un pianto esposto pubblicamente a segnare il lutto corale d’un intero popolo che ha perso il suo Comandante.

   Ma, a guardar bene dentro quelle immagini, questo popolo in lacrime – indios, meticci, militanti della «revolución bonita» in divisa – è poi soltanto una parte di quel miscuglio di storie, di razze, di nazionalità, d’interessi, che fa il Venezuela d’oggi, perché nelle inquadrature tutte uguali, nelle parole tutte simili d’una disperazione comune, appare vistosamente che però mancano la facce dei «bianchi», quella borghesia «compradora», speculatrice, arraffona, che s’era pasciuta a dovere della corruzione che un tempo dominava la spartizione di Miraflores, e che è la stessa che ha sempre votato contro Chávez, che lo ha odiato a morte fin dal primo giorno, che gli ha organizzato contro sabotaggi, scioperi, perfino un golpe con tanto di appoggio Usa.

Il Venezuela del giorno dopo è un paese diviso in due con la prevalenza ancora dei chavisti e però con quelli «contro» che nei loro palazzi ben serrati, ora si preparano a organizzarsi la rivincita. C’è da disegnare una strategia, organizzare un piano che sappia sfruttare il vuoto di potere (psicologico più ancora che politico) che sempre accompagna la scomparsa dell’Uomo forte; ed Henrique Caprìles, il giovane leader dell’opposizione, lo stesso che Chávez ha battuto al voto quattro mesi, ha lanciato un appello alla «unità della famiglia venezuelana»; è una buona mossa di sagacia politica, distendere gli animi, mostrare la stoffa dell’uomo di Stato, far dimenticare tutti i traffici sporchi e le manovre golpiste dei più oltranzisti tra i nemici del Colonnello.

   E però c’è anche dell’altro che le telecamere non mostrano e non possono mostrare perché è il tessuto intrecciato e inestricabile delle fazioni che compongono la storia del chavismo, dove la lotta per la conservazione dei privilegi e della gestione d’affari si era irrigidita già dopo le prime notizie della gravità del tumore del Comandante e che però dopo la morte ufficiale sta ormai misurando una tensione pronta a scatenarsi.

   Ci sono micropoteri che il regime aveva coltivato in ogni snodo della macchina burocratica che il chavismo aveva organizzato nella lunga fase della sua occupazione dello Stato, e sono piccole strutture che convivono senza farsi troppi danni nella concorrenza di un esercizio quotidiano del sottogoverno, le istituzioni pubbliche, il comparto petrolifero, le cooperative, la spartizione dei sussidi e dell’aiuto pubblico; ma ci sono anche – e questo è il grumo nel quale s’invischia il futuro del regime – le due grandi fazioni che spaccano a metà il chavismo.

   Da una parte stanno «i cubani», quelli che guardano all’Avana con un legame stretto d’interessi comuni e di prospettive politiche e ne coltivano le relazioni contando sull’appoggio della folta presenza di agenti e di uomini dei servizi inviati a Caracas dai Castro; li guida Nicolás Maduro, il vicepresidente, l’uomo di fiducia di Chávez, il suo compagno di sempre, l’ex autista di bus che ha saputo costruirsi una storia pubblica e un futuro creando una rete di amicizie e di favori che la cogestione del potere gli facilitava senza troppi problemi.

   Dall’altra stanno quelli delle forze armate, l’esercito anima e scheletro del chavismo, interprete fedele e rispettoso del progetto politico del Comandante, suo esecutore puntuale, sostenuto da un forte spirito nazionale e dal convincimento che il Venezuela abbia a difendere in autonomia un ruolo rilevante nelle strategie globali del subcontinente; li guida Diosdado Cabello, presidente del Parlamento, che ha dalla propria parte la legittimazione che gli arriva dall’essere la seconda carica istituzionale dello Stato e dall’avere una storia politica di lungo corso, compagno di Chávez già dal tentato golpe del ’92.

   Fisicamente diversi, più popolano e massiccio Maduro e più molle e borghese Cabello, tra i due non corre buon sangue, per la concorrenza aspra che già li divideva all’ombra del Comandante, ma anche per le troppo voci di traffici che Cabello appariva gestire in modo disinvolto, servendosi del potere e infischiandosene delle perplessità che lo accompagnavano.

   All’annuncio ufficiale della morte di Chávez, Cabello ha immediatamente ordinato la mobilitazione dell’esercito, «a difesa dell’unità della patria e contro le manovre dei nemici del paese»; nello stesso tempo, Maduro ha messo in condizioni di allerta le formazioni politiche (e le strutture paramilitari) che costituivano l’ossatura pubblica del potere chavista.

   Difficile immaginare uno scontro, in questi giorni di lutto e, soprattutto, di vigilanza; difficile anche immaginare che qualcuno degli «esqualidos» voglia saltare al di là dell’esortazione all’«unità della famiglia venezuelana» lanciata già dal primo momento nel tweet di Capriles. L’attesa si consumerà scrutando quali siano le mosse dell’avversario. Ma non potrebbe essere altrimenti: scomparso il Capo, bisognerà vedere nel concreto chi abbia più forza e chi più spregiudicatezza. Nelle inquadrature delle televisioni, tutto questo non si vede; però è il vero Venezuela del dopo Chávez. (Mimmo Candito)

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MITO E REALTÀ DI UN CAUDILLO

di Giorgio Ferrari, da “AVVENIRE” del 7/3/2013

  Se n’è andato anzitempo Hugo Chávez, il ruggen­te presidente venezuelano, el Indio, come lo chia­mava affettuosamente quella metà del Paese che lo amava senza riserve nel ricordare le sue origini na­tive e come altrettanto lo bollava quell’altra metà che da sempre gli era stata ostile e che da quindici anni ribolliva all’opposizione.

   Sconfitto da un male che nemmeno i volenterosi medici cubani hanno saputo domare, l’ultimo cau­dillo lascia il suo trono terreno dal quale ha salda­mente esercitato il proprio potere poggiando su quat­tro pilastri: un mare di petrolio che copre il 75% del­le entrate statali, un inarrestabile diluvio di dema­gogia, una forte dose di populismo di stampo neo­peronista e un ferreo controllo di tv e giornali, gra­zie ai quali aveva costruito pezzo per pezzo quel pa­namericanismo bolivarista modellato sul mito del Libertadór e parallelamente sul «riscatto dalla sud­ditanza yanqui».

   Miele per il cuore di un continente da sempre per­corso da sentimenti ambivalenti nei confronti di Washington e del Nordamerica, ora visto come mo­dello irraggiungibile di sviluppo e di ricchezza ora come eterno feudatario che conserva geloso le chia­vi del ‘cortile di casa’. Non a caso il bolivarismo di Chávez faceva scuola e proseliti.

   E non parliamo soltanto del boliviano Juan Evo Morales Ayma, del sandinista Daniel Ortega o dell’ecuadoriano Rafael Correa, diversissimi fra loro per estrazione e cultu­ra ma ugualmente partecipi di quel socialísmo na­cionál che Chávez mise in cima alla propria agen­da politica.

   Il suo attivismo demagogico e scarsamente ri­spettoso delle regole democratiche finì con il na­zionalizzare tutto ciò che era possibile (60 compa­gnie petrolifere nella Faja de Orinoco, l’immenso serbatorio di idrocarburi del Venezuela, a comin­ciare dalla Pdvsa, oltre alla Compañía Anónima Nacional de Teléfonos de Venezuela e alla Electri­cidad de Caracas) in modo da consentire allo Sta­to l’elevata spesa sociale a favore delle classi me­no abbienti, ovvero al 90 per cento dei cittadini ve­nezuelani, un terzo dei quali abbondantemente sotto la soglia di povertà.

   Poteva questo caudillo uscito non da Harvard o da Yale e nemmeno dall’Università dell’Illinois come Correa, bensì dal corso paracadutisti dell’Academia Militar de Venezuela e convertitosi a un’ibridazione fra marxismo e populismo, non suscitare la curiosità di Fidel Castro?

   E poteva Chávez sottrarsi allo sguar­do compiaciuto del Comandante en jefe, quell’in­tramontabile fratello maggiore che lo accoglieva come uno di famiglia all’Avana e con il quale con­cludeva un vantaggiosissimo baratto: medici e per­sonale sanitario – l’eccellenza di Cuba nel firma­mento latino-americano – in cambio di petrolio? Certamente no.

   E mentre stringeva amicizia con l’iraniano Ahmadi­nejad e minacciava un giorno sì e uno no la Chiesa cattolica venezuelana (con la quale si riconcilierà negli ultimi mesi della malattia), Chávez s’impadro­niva grazie a Fidel dei segreti del populismo media­tico: ore e ore di talk show televisivi lo vedevano pro­tagonista assoluto nella trasmissione ‘Alò Presiden­te’ esattamente come il Líder Máximo, insuperato e infaticabile oratore, capace di maratone senza fine.

   Che cosa resterà, ci si domanda a poche ore dalla sua scomparsa, del caudillismo di Hugo Chávez, già fin d’ora destinato far compagnia a Che Guevara e a Evita Perón nel Parnaso dei miti latini? E dove andrà ora il Venezuela, sotto la guida del vicepresidente Maduro o forse un domani sotto quella dell’opposi­tore Henrique Capriles o del discusso presidente del Parlamento Diosdado Cabello?

   Non tutto dello chá­vismo è certamente da buttare. Non l’idea di uno Stato sociale che il pur ricco Nordamerica rischia quotidianamente di dover abbattere dalle fonda­menta, né la visione di un mercato interno caraibi­co e latino molto prossimo al modello europeo.

   Ma per traghettare il Venezuela dal mito bolivarista alla realtà ci vorrà un leader che non sia più un caudillo. Per il quale l’ingresso nella modernità e nella democra­zia, quella vera, diventi l’ob­biettivo principale. Nell’atte­sa che anche a Cuba, definiti­vamente, cali il sipario sulla saga dei Castro. (Giorgio Ferrari)

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APPUNTI SUL CONTESTO GEOPOLITICO LATINO-AMERICANO POCO PRIMA DELLA MORTE DI CHAVEZ:

GIOIE, DOLORI E CAMBIAMENTI DELL’ASSE BOLIVARIANO

di Niccolò Locatelli (Limes 22/2/2013, RUBRICA IL MONDO OGNI SETTIMANA)

   Chávez torna in patria ma la sua salute non migliora. Il Venezuela svaluta e la Bolivia nazionalizza. Correa vince ma non sarà l’erede di Hugo. Prove di distensione tra Cuba e gli Stati Uniti. L’universo di VeneCuba è in evoluzione

Gli ultimi giorni sono stati densi di novità – alcune piacevoli, altre meno – per i paesi più importanti dell’asse bolivariano: Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador.

Cominciamo dal Venezuela: lunedì 18 febbraio il presidente Hugo Chàvez ha fatto ritorno in patria da Cuba, dove era ricoverato da oltre due mesi per curare un cancro che lo ha costretto a sottoporsi a quattro operazioni. Il rientro, annunciato sul profilo twitter dello stesso Chàvez e preceduto dalla pubblicazione di alcune foto del presidente con le figlie sul suo letto d’ospedale a L’Avana, non sembra preludere alla ripresa dell’attività politica.

Anzi, il ministro dell’informazione Ernesto Villegas ha dichiarato che l’insufficienza respiratoria emersa dopo l’operazione persiste e “la tendenza finora non è stata favorevole”. L’ipotesi che il presidente sia rientrato in Venezuela per passare in patria la fase terminale della sua malattia – e della sua vita – è ragionevole: la sanità venezuelana è peggiore di quella cubana, quindi non sembrerebbe sensato proseguire le cure in patria. A meno che, appunto, non ci sia più nulla da fare. È vero altresì che sulla salute di Chàvez circolano da tempo voci (in passato erroneamente rilanciate anche da chi scrive) finora rivelatesi infondate. Non resta che attendere.

L’altra novità proveniente dal Venezuela è decisamente meno ambigua e riguarda la svalutazione del 30% del bolívar, la moneta nazionale. Una mossa che il mondo finanziario giudica necessaria, arrivata in ritardo e insufficiente. Caracas ora godrà di un export più competitivo e potrà riassestare le casse dello Stato, anche se c’è il rischio che aumenti l’inflazione (che a gennaio è stata del 22% su base annua). La scelta indica che in questa fase la priorità, Chàvez o meno, è risanare l’economia.

Mentre Chàvez rientrava in patria, Rafael Correa – in carica dal 2007 – vinceva le elezioni presidenziali in Ecuador. La coincidenza temporale ad alcuni è parsa un simbolo dell’ideale passaggio di consegne tra due leader che hanno molto in comune: dall’attenzione alle classi povere allo scarso rispetto per la libertà di stampa, dalla retorica incendiaria contro l’opposizione ad alcune prese di posizione particolarmente sgradite agli Stati Uniti (basti pensare all’asilo diplomatico offerto dall’Ecuador al creatore di WikiLeaks Julian Assange).

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Ciononostante, a Correa mancano due elementi fondamentali che Chàvez invece possiede: la leadership internazionale e i soldi. Il presidente ecuadoriano, pur condividendo molte delle posizioni e dei progetti internazionali del suo omologo venezuelano – compresa l’Alba – non ha mai elaborato un disegno geopolitico per fare del suo paese una potenza regionale. Ha già detto che non ha intenzione di elaborarlo ora, ma anche se cambiasse idea sarebbe privo dei fondi necessari all’impresa. L’economia dell’Ecuador è pari a circa un quarto di quella venezuelana (e il petrolio è meno): Quito non potrebbe permettersi di sussidiare gli Stati della regione in cerca di alleanze come ha fatto in questi anni Caracas.

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Negli stessi giorni, la Bolivia procedeva alla nazionalizzazione di Sabsa, un’impresa spagnola che controlla i principali aeroporti del paese. Una mossa tipica del governo di Evo Morales, non disdegnata anche da Chàvez e Correa. Per non generalizzare, è necessario un caveat. Come ha specificato il presidente boliviano, la decisione non è indice di un atteggiamento pregiudizialmente ostile nei confronti delle companies private – soprattutto di quelle spagnole: “Le imprese private che investono non hanno nulla da temere, hanno il diritto di fare profitti”: il problema si pone con quelle che non investono. Intervenire contro queste ultime in una fase in cui la Bolivia è tra i cinque Stati latinoamericani cresciuti di più nel 2012, mentre i problemi della Spagna sono noti, è senza dubbio più agevole.

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Cuba ha salutato Chàvez e accolto una delegazione proveniente dagli Usa: sette membri del Congresso sono arrivati sull’isola per cercare di migliorare le relazioni bilaterali. Hanno incontrato il presidente Raúl Castro e Alan Gross, il cittadino statunitense che lavorava per Usaid arrestato nel 2009 con l’accusa di spionaggio. Non lo hanno riportato in patria (L’Avana in cambio chiede la liberazione di cinque suoi agenti dei servizi segreti arrestati a Miami nel 1998) ma sembra che la visita sia stata comunque positiva.

 

Washington potrebbe finalmente togliere Cuba dalla lista Usa degli Stati sponsor del terrorismo, che comprende anche Siria, Iran e Sudan e prevede una serie di sanzioni. L’isola è in questa lista dal 1982: una sua rimozione favorirebbe senza dubbio la distensione tra gli Stati Uniti e il regime dei Castro. Come scritto, non è facile ma Obama e Kerry sono gli uomini giusti per provarci.

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Tante notizie dall’asse bolivariano in questi ultimi giorni, e una certezza: si tratta di un universo in evoluzione che non ruota solo attorno alla salute di Hugo Chàvez.

Il mondo ogni settimana è una rubrica che cerca di analizzare gli eventi più interessanti (non necessariamente i più popolari) dell’attualità internazionale, privilegiando temi geopolitici ed economici. Questa puntata riguarda i giorni tra il 15 e il 22 febbraio 2013. Per leggere le puntate precedenti clicca qui; la rubrica è anche su rss, facebook e twitter (profilo dell’autore). (22/02/2013)

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