LA SPOON RIVER DEL NORD: I SUICIDI PER LA CRISI DEL LAVORO – Imprenditori che si uccidono, per il lavoro che viene a mancare, con fornitori e lo Stato che non pagano le commesse realizzate – GEOGRAFIA DELLA CRISI ECONOMICA che sfocia in tragedie personali, famigliari, delle comunità – CHE FARE per evitare eventi tragici

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   Imprenditori, specie di piccole e medie aziende, ditte a volte a carattere famigliare, che si suicidano. Un fatto nuovo, grave, preoccupante. Tragico. L’area geografica maggiormente colpita dal fenomeno è il Nord con 39 casi dal gennaio 2013, oltre il 40% dei suicidi censiti in Italia fino a metà marzo; di questi, ben 27 sono stati registrati nel solo Nord Est, cioè il 30% del totale nazionale. In questa (tragica) classifica seguono il Centro con il 25,8% degli episodi, le isole con il 15,7% e il sud con il 14,6%.

   In Veneto nel 2012 ne sono stati contati 23, vale a dire il 25,8% di quelli che si sono avuti in tutta Italia. A seguire la Campania con 11, la Sicilia con 9 vittime e la Puglia con 7: in totale 89 sono i suicidi del 2012 di imprenditori italiani in crisi di attività. E’ un trend in crescita: 89 in totale nel 2012; nel 2013 39 casi da gennaio a metà marzo.

   Come detto sono vittime perlopiù titolari di piccole imprese, quelle con minore marginalità finanziaria, cioè capacità di aver soldi (liquidità) per sopperire a esigenze immediate imprescindibili (pagare i dipendenti, le tasse e i contributi previdenziali in scadenza, acquistare materie prime per la produzione…). E le banche hanno parametri per la concessione di prestiti, del credito, che molto spesso (quasi sempre) non possono aiutare queste piccole imprese, perché il rischio di insolvenza, in tempo di crisi, è più elevato del normale.

le attività che chiudono...
le attività che chiudono…

   Come viene spiegato negli articoli che qui di seguito in questo post vi proponiamo, il motivo prevalente, vero, del fatto che un imprenditore decida un così gesto estremo, assoluto, di negazione della sua vita, è che con la crisi della sua azienda viene messa in discussione la sua credibilità, il senso dell’onore, il suo “essere” nella Comunità di appartenenza, la sua “faccia”; un successo imprenditoriale che finisce, acquisito dopo tante fatiche e tanti anni di lavoro. Viene in mente, in questo senso, come nelle società del nord Europa lo spirito religioso che ha soppiantato il cattolicesimo a favore del protestantesimo sia sorto proprio sul riconoscimento sociale dato dal successo imprenditoriale (come spiega bene Max Weber nella sua opera più importante, “Etica protestante e spirito del capitalismo”). Lo stesso contesto avviene, è avvenuto (sta avvenendo) nei piccoli dinamici imprenditori del nord Italia (ma non solo del nord: vi sono molti casi anche al centro-sud). Piccoli imprenditori ora a rischio per la crisi economica.

   E in più, nel sistema degenerativo che si instaura in momenti economici delicati (e questo che viviamo lo è in modo epocale), non basta un “conto economico” aziendale positivo, perché si può morire non necessariamente di debiti che non si riesce a pagare, ma anche di crediti che non si riesce a riscuotere: per lavori effettuati, per prodotti eseguiti e già consegnati, ma dove il cliente resta insolvente: o per analoghe difficoltà dei clienti-debitori, ma ancor di più per l’essersi instaurato un modus operandi di “non pagamento”, cioè di rifiuto, tardività sistematica nell’assolvere i propri debiti (e le banche resistono nell’anticipare le somme, non scontano i crediti). E lo Stato si comporta allo stesso modo con i suoi creditori-fornitori imprenditori privati, a volte per impossibilità di pagare, pur avendo i soldi, per non andar oltre al “patto di stabilità”, ferrea regola di bilancio imposta agli enti pubblici (tentiamo qui una succinta definizione di che cos’è il Patto di Stabilità: è l’accordo che lo Stato Italiano ha assunto in sede comunitaria in base al quale anche i Comuni devono contribuire alla riduzione del debito pubblico nazionale, osservando, di anno in anno, regole sempre più restrittive, nella spesa, cioè in primis non andando oltre la “spesa storica” loro attribuita, magari privilegiando le spese di investimento risposto a quelle correnti, ma così non accade… e allora i Comuni non possono pagare i loro fornitori per non sforare le spesa stabilità dal patto di Stabilità…)

   Per le rigide regole del Patto di Stabilità dei Comuni e pertanto anche del pagamento delle  spesso piccole imprese che stanno soffrendo perché vantano crediti da molto tempo non pagati, un (piccolo) spiraglio sembra si sia aperto, con una decisione del 19 marzo scorso della Commissione Ue, che prevede e un allentamento dei vincoli del patto di stabilità europeo per il pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni italiane: cioè appunto con lo svincolo del patto di stabilità interno per i comuni virtuosi, così da sbloccare immediatamente i pagamenti a favore delle imprese fornitrici. E con la possibilità di emettere titoli di stato in due anni per complessivi 90 miliardi di euro. Ossigeno per le imprese che lavorano con e per le pubbliche amministrazioni, con i Comuni. E magari si potranno fare lavori edilizi pubblici (la messa a norma antisismica etc. degli edifici scolastici che può far ripartire un po’ l’edilizia in senso virtuoso; nel recupero del patrimonio esistente, senza nuovo cemento….).

 LA NECESSITÀ DI AIUTARE ECONOMICAMENTE MA ANCHE SOCIALMENTE GLI IMPRENDITORI IN DIFFICOLTÀ. In Veneto, come nel resto del Paese, si è creata una rete di mutuo soccorso per impedire che la catena dei suicidi si trasformi in una pandemia. La Regione Veneto ha istituito nel giugno del 2012 un team di psicologi per aiutare imprenditori in crisi (il numero verde è 800334343). Oppure c’è l’associazione IMPRESE CHE RESISTONO (www.impresecheresistono.org), un movimento spontaneo di piccole e medie aziende, creato per dare sostegno e voce a chi teme di non farcela più. Poi un caso unico e interessante c’è con la creazione, sempre in Veneto nel trevigiano, dello sportello “LIFE AUXILIUM” da parte della Confartigianato di Asolo e Montebelluna, prima tra le strutture di questo tipo allestite in questi mesi da vari altri enti e associazioni in tutto il territorio nazionale.

GIUSEPPE BORTOLUSSI, direttore della CGIA di Mestre, è l’autore del libro «L’ECONOMIA DEI SUICIDI» (edizioni Marciuanum Press) che analizza il disagio che ha colpito le piccole aziende e che, dall’inizio della crisi, ha spinto cinquantasei veneti a togliersi la vita. Una scelta vista come «l’espressione estrema di reazione alle difficoltà».
GIUSEPPE BORTOLUSSI, direttore della CGIA di Mestre, è l’autore del libro «L’ECONOMIA DEI SUICIDI» (edizioni Marciuanum Press) che analizza il disagio che ha colpito le piccole aziende e che, dall’inizio della crisi, ha spinto cinquantasei veneti a togliersi la vita. Una scelta vista come «l’espressione estrema di reazione alle difficoltà».

Nella generale e diffusa crisi del lavoro è comprensibile che la svolta, prima che economica, sia nel modo nuovo di rapportarsi al mondo, con maggior umanità e sensibilità per chi è in difficoltà; con una politica nuova di coraggio e concretezza su nuove idee. E chi è in difficoltà, chiunque sia, va aiutato concretamente. (sm)

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MORIRE A NORDEST, DOVE IL “NEMICO” È SEMPRE LA BANCA

di Silvia Favasuli, dal sito LINKIESTA (www.linkiesta.it/ ) del 5/3/2013

– Pozza (Confartigianato): costa di più pagare il funerale a un imprenditore che prestargli 8000 euro –

TREVISO – «Alle 8.30 mi ha svegliato un odontotecnico che aspetta il rinnovo di un fido di 8000 euro dalla banca. Chiedeva aiuto». La voce è quella di Mario Pozza, presidente di Confartigianato Marca Trevigiana. «Gli servono quei soldi per pagare le rate all’Agenzia delle entrate. Ma niente. La banca non fa credito. E sono solo 8000 euro per uno studio che non ha rischio d’impresa».

   La voce di Pozza vibra mentre cerca di spiegare «il disastro» che dilaga nella sua Marca, il regno delle piccole imprese, dove si lotta per stare a galla e il nemico pare ora uno solo: la banca. Il segnale più forte, di questa crisi, sono i suicidi, quelli che scandiscono le settimane dei quotidiani locali: il commerciante che si è sparato quindici giorni fa, che aveva case sue ma non riusciva a venderle, ed è rimasto senza soldi.

   E il proprietario di una Srl specializzata nel trattamento termico dei metalli, Stefano Busato, 47 anni, trovato impiccato dentro la sua azienda. Perché se è vero che il suicidio degli imprenditori non è cosa nuova e non è solo da attribuire a questa crisi, quel che appare sempre più certo è che la causa è quasi unica, ed è la stretta sul credito.

   Alle 8.30, mentre Pozza riceveva la chiamate dell’odontotecnico, Busato ha aperto il capannone. Ha scoperto l’ennesimo incidente ai macchinari: un forno in tilt, arrivato dopo due incendi capitati nel giro di pochi mesi in quella Ebla di Quinto di Treviso dove ci lavoravano in due, Busato e il socio che lo ha trovato morto impiccato. Una srl che arrancava. Una come tante nel trevigiano. Con un imprenditore che ha gettato la spugna.

   Eccola la crisi che si vive a nord est. Servono soldi, subito, servono per restare a galla, non per arricchirsi. Ma le banche non ne danno. Perché? «Hanno parametri che con le imprese non centrano nulla. Non puoi chiedere gli stessi requisiti di Basilea 2 e Basilea 3 a un odontotecnico o a un piccolo imprenditore senza dipendenti. Non posso trattare una Spa alla stessa stregua di una Srl», incalza acceso Pozza.

   Servono soldi per pagare contributi, l’Imu, i materiali di fornitura. «Capisce che è un cane che si morde la coda? Ci sono tanti imprenditori che hanno ordini da fare ma non possono perché non hanno liquidità. Se non comprano il materiale non possono produrre, se non producono non vendono e se non vendono non incassano. E le banche stringono ancora di più il credito», dice Pozza tutto d’un fiato come fosse diventato ormai un ritornello macabro da ripetere ad ogni nuovo suicidio. «Lo vogliamo capire che costa di più pagare il funerale a un piccolo imprenditore che si uccide piuttosto che prestargli 8000 euro?», continua paradossale, anche se il vero paradosso pare quello di banche che non fanno più credito, nemmeno per poche migliaia.

   Le banche non fanno credito e i fornitori non si fidano più. «Vogliono il pagamento subito alla consegna», spiega Pozza. E così edilizia, mobile, e trasporto sono completamente in crisi. «Come associazione andiamo incontro ai soci non facendo pagare le quote per l’iscrizione. Continuiamo a fornire gratis i nostri servizi». Sono già una novantina le aziende che non riescono più a pagarci, su 8000 circa.

   «Abbiamo anche uno sportello con una psicologa che accoglie gli imprenditori per capire come aiutarli e indirizzarli nelle apposite strutture». Ne arrivano dai due-tre a settimana fino ai dieci a settimana nei periodi più intensi. «Tra poco ne arriveranno tanti: ci sono le scadenze di Tares, Imu, e Irap». Ma la psicologa non basta. «Dopo il numero verde serve l’euro. Serve il governo», incalza Pozza. Che propone la creazione di un fondo per le microimprese, ma che sia immediata. E soprattutto nuovi parametri per le banche, che sappiano distinguere tra una srl e una spa nella concessione di prestiti.

   «Dobbiamo renderci conto che è un problema sociale prima che economico. O ci rendiamo conto che l’Italia è fatta anche di microimprese, e siamo disposti a fare qualcosa per aiutarle oppure qui crolla tutto. Perché non è possibile che per la Fiat ci siano sempre finanziamenti pronti e per un territorio fitto di microimprese no. Eppure – continua – sono queste a fare l’ossature del paese». (Silvia Favasulli)

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CGIA DI MESTRE: “POLITICA RISPONDA, RIDARE CREDITO”. NEL 2012 89 SUICIDI PER CRISI

della Redazione de “IL FATTO QUOTIDIANO” del 6/3/2013

– I sindacati chiedono di mettere in campo “tutte le azioni possibili e necessarie per combattere gli effetti sociali devastanti della crisi economica e arginare il clima di tensione montante nel Paese”. Il presidente del Veneto Zaia: “Tragedia impone assunzione di responsabilità” –

   “Credo che la tragedia che si è consumata a Perugia sia figlia del drammatico quadro economico generale in cui versano le aziende, soprattutto quelle di piccola dimensione. Molti imprenditori stanno perdendo il lume della ragione”.

   Il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, colloca nel disagio profondo provocato dalla crisi economica il movente del duplice omicidio-suicidio. “Lo sconforto e l’esasperazione – spiega Bortolussi – stanno spingendo alcuni di loro a gesti sconsiderati che non sono giustificabili. Per prevenire tutto ciò non c’è che una soluzione: auspicare che la politica ritorni a fare il suo mestiere, dando risposte credibili alle esigenze di liquidità che i piccoli imprenditori vanno invocando inutilmente da più di un anno”.

   Le banche da mesi hanno in pratica bloccato i prestiti alle famiglie e le imprese sono costrette a chiedere mutui agli istituti di credito per pagare le tasse.

   In questo contesto di sofferenza si inseriscono anche indicatori economici “da brivido” rispetto al 2011 sottolinea la Cgia: ” – 6,2% per la produzione industriale; -4,3% il fatturato; -9,8% gli ordinativi nell’industria; -14% la produzione nelle costruzioni; -32,7 miliardi di euro di prestiti bancari alle aziende; +14,4 miliardi di euro di sofferenze bancarie in capo alle imprese”.

   L’associazione ricorda anche un episodio avvenuto nel Padovano pochi giorni fa: un piccolo imprenditore, dopo la mancata erogazione di un prestito, ferì con un colpo di pistola il direttore della Banca di Credito Cooperativo di Campodarsego: “Moltissimi piccoli imprenditori – osserva il segretario della Cgia – stanno chiedendo soldi per pagare le tasse e i contributi perché i committenti non li pagano o lo fanno con ritardi spaventosi. Una situazione che sta degenerando di settimana in settimana, spingendo moltissime imprese verso il fallimento, non per debiti, ma per crediti”.

   In questo contesto si inseriscono i dati di una ricerca dell’università Link campus: nel 2012 sono state 89 le persone, tra cui tre donne, che sull’orlo del fallimento e schiacciate dai debiti hanno deciso di togliersi la vita, da qui la media che sfiora le 8 persone al mese. Sono invece 48 i tentativi di suicidio registrati tra i mesi di gennaio e dicembre del 2012. “Una lunga lista di imprenditori, artigiani e disoccupati – scrive l’università in una nota – che, oppressi da gravi difficoltà economiche e soprattutto dalla paura di perdere la propria dignità, reputano la rinuncia alla vita una scelta obbligata”.

   L’area geografica maggiormente colpita dal fenomeno è il Nord con 39 suicidi, oltre il 40% dei suicidi censiti in Italia dall’inizio dell’anno; di questi 27 registrati nel solo Nord Est, ovvero il 30% del totale. In questa classifica seguono il Centro con il 25,8% degli episodi di suicidio, le isole con il 15,7% e il sud con il 14,6%. L’analisi del dettaglio per regione, inoltre, mette in evidenza il Veneto con 23 suicidi nel corso del 2012, vale a dire il 25,8% dei suicidi che l’Italia conta da gennaio a dicembre 2012. A seguire la Campania con 11 suicidi registrati, la Sicilia con 9 vittime e la Puglia con 7. (…..)

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L’ANALISI DI GIUSEPPE BORTOLUSSI

«SI UCCIDONO PER IL SENSO DELL’ONORE»

da “il Corriere del Veneto” dell’8/3/2013

– Il direttore della Cgia di Mestre e autore del libro «L’economia dei suicidi»: «Si convincono di essere i “colpevoli” della crisi e si tolgono di mezzo» –

VENEZIA — «Badate bene: quelli come Elio Marcante, l’imprenditore che si è suicidato a Schio, sono dei piccoli eroi del quotidiano di cui nessuno sembra interessarsi». Giuseppe Bortolussi, direttore della Cgia di Mestre, è l’autore del libro «L’economia dei suicidi» (edizioni Marciuanum Press) che analizza il disagio che ha colpito le piccole aziende e che, dall’inizio della crisi, ha spinto cinquantasei veneti a togliersi la vita. Una scelta vista come «l’espressione estrema di reazione alle difficoltà».

GIUSEPPE BORTOLUSSI
GIUSEPPE BORTOLUSSI

Anche perché – assicura Bortolussi – il contesto sociale si sta facendo sempre più complicato. «Questi uomini sono dei caduti sul lavoro. Si suicidano quasi fosse un rito propiziatorio, nella speranza che i propri figli non si ritrovino ad affrontare le stesse difficoltà».

   Come se la morte purificasse l’impresa dalla loro incapacità di affrontare la crisi economica. «Molti imprenditori veneti hanno un senso dell’onore che rapportano al successo imprenditoriale. Fallire, per loro, significa dover ammettere la propria incapacità manageriale e, di conseguenza, sentirsi un peso per l’azienda. Proprio per questo decidono di “togliersi di mezzo”: in questo modo pensano che la ditta uscirà dal tunnel. Quasi fossero loro il problema, e non capissero che, in realtà, la colpa è della crisi economica internazionale».

   Nel suo libro, Bortolussi analizza una serie di episodi e di esperienze imprenditoriali, sottolineando il ruolo centrale dell’area veneta nel sistema economico italiano. Descrive le caratteristiche che ne hanno determinato il rapido sviluppo, ma anche i cambiamenti che, nel corso degli anni, hanno portato a una crisi generalizzata.

   «Per molti imprenditori, il senso dell’onore ha un ruolo fondamentale nella decisione di farla finita», ribadisce il direttore della Cgia. «In uno dei casi che ho analizzato, prima di togliersi la vita l’uomo ha voluto pagare tutti i fornitori della sua azienda. Questa è stata la sua ultima preoccupazione. E dimostra quanto importante fosse il senso di responsabilità nei confronti di chi faceva affidamento su di lui».

   Giuseppe Bortolussi analizza anche il «rituale » che spesso accomuna molti dei suicidi avvenuti negli ultimi quattro anni. «In tanti scelgono di impiccarsi e di farlo in azienda. In modo plateale, quindi. E questo dimostra che quel gesto vuole anche essere un grido d’aiuto e, allo stesso tempo, un atto d’accusa nei confronti del silenzio che circonda le loro fatiche quotidiane. Perché gli imprenditori si sentono soli, nella loro battaglia. E incompresi, visto che ad abbandonarli è quella stessa società che loro, attraverso l’azienda, hanno contribuito a rendere più ricca».

   La «morale» che si ricava dal libro è proprio questa: «La società – spiega Bortolussi – non fa abbastanza per le aziende». La soluzione deve venire da quella politica che, fino a questo momento, non ha saputo trovare delle soluzioni che potessero sostenere le partite Iva nei momenti difficili. «Occorre intervenire – conclude l’autore – e occorre farlo subito. Occorre ridurre i tempi di pagamento da parte dello Stato, eliminare questa burocrazia che non dà respiro e, più in generale, far capire agli imprenditori che tutti noi comprendiamo e apprezziamo i sacrifici e gli sforzi fatti per costruire un futuro migliore».

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IN 105 SALVATI DA LIFE AUXILIUM LO SPORTELLO DI AIUTO CREATO DA CONFARTIGIANATO

di Enzo Favero, da “la Tribuna di Treviso”

– C’è chi non poteva pagare lo scuolabus della figlia e chi ha fatto ipotecare la casa ai familiari: il bilancio di 12 mesi di interventi presentato ieri da Confartigianato –

   C’è stato il caso dell’imprenditore montebellunese nel settore edile che non aveva i soldi per pagare l’abbonamento dello scuolabus alla figlia e che per questo è stato plurimultato. Al punto che ha deciso di non mandare la ragazzina a scuola per qualche settimana, allo scopo di evitare nuove contravvenzioni. Una situazione dovuta al fatto che i creditori non pagavano e le banche non concedevano prestiti. E a pranzo c’era solo una pastasciutta.

   E poi il caso del camionista residente nella Pedemontana che in famiglia vedevano sempre più cupo e le due figlie quando era in viaggio col camion gli telefonavano di continuo per il timore che facesse qualche gesto disperato.

   E quello dell’imprenditore a cui avevano dato le firme fidejussorie la madre, lo zio e la sorella perché non riusciva più a far fronte ai suoi impegni con le imposte e i contributi e i parenti rischiavano di vedersi ipotecare le loro proprietà. I familiari si sono rivolti allora alla Confartigianato che li ha aiutati a uscire dal tunnel accompagnando l’azienda alla chiusura, facendo ottenere le rateizzazioni da Equitalia e un prestito in modo da salvare le case di madre e zio.

   Sono i casi emblematici di una imprenditoria sempre più in difficoltà; casi portati alla luce dallo sportello Life Auxilium della Confartigianato Asolo e Montebelluna che ha presentato il bilancio dell’attività. Un’attività che ha permesso di salvare la vita a chi ha pensato seriamente di togliersela.

   Lo sportello è partito il 2 marzo 2012, primo tra le strutture di questo tipo allestite da enti e associazioni. Con una caratteristica che lo differenzia dagli altri: non offre solo supporto psicologico, ma anche tecnico per risolvere il problema materiale, concreto. Ha coinvolto l’Usl 8 e la Caritas Tarvisina, ha allestito un gruppo di lavoro costituito da 3 operatori, 2 psicoterapeuti, un psicologo messo a disposizione dall’Usl 8, tre consulenti tecnici per la parte economico-finanziaria.

   Ha ricevuto 105 telefonate da persone in difficoltà, ne ha inviate la maggioranza ad altre strutture competenti e si è occupato direttamente di 45 di loro. Imprenditori provenienti da Montebelluna, dagli altri paesi della Pedemontana, ma anche da Pesaro, Arezzo, Bologna, Torino, Roma e Napoli.

   Imprenditori che non potevano ricorrere al credito per far fronte ai debiti, non in grado di riscuotere i crediti, insolventi rispetto alle rate dei finanziamenti, in difficoltà a sostenere le spese di famiglia. «A differerenza dello sportello della Regione che dà supporto solo psicologico, noi diamo anche supporto tecnico, accompagnandoli da Equitalia, dalle banche, fornendo consulenza», spiega il presidente Stefano Zanatta, «Nel 2013 lo sportello Life Auxilium rimarrà attivo come partner di una rete che comprende altre realtà importanti. Da questa esperienza abbiamo compreso che l’associazione deve sviluppare azioni che siano in grado di incidere positivamente sulla persona». (Enzo Favero)

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CRISI, DA GENNAIO AD OGGI: LA GIÀ TROPPO LUNGA SCIA DI SUICIDI DEL 2013

da “Il Gazzettino”, 14/3/2013

VENEZIA – A pochi giorni dal suicidio di un imprenditore nel vicentino, oggi ancora un dramma legato alla crisi. A Valdobbiadene (Treviso) un artigiano edile si è tolto la vita impiccandosi ad un albero. Un’altra tragedia dopo una lunga catena di lutti che ha visto come vittime titolari di piccole e medie imprese. Ecco i casi dall’inizio del 2013.
11 marzo. Si getta dalla finestra di uno stabile a Schio Alessandro Crivellaro, 47 anni, socio di una azienda di informatica. Sul posto intervengono i sanitari del 118, ma non possono fare nulla per l’uomo, morto sul colpo.
7 marzo. Un imprenditore, Elia Marcante, 65 anni, si impicca nel suo capannone, a Schio, dove produceva da anni macchine per la lavorazione del legno distribuite in tutto il mondo. Marcante era molto noto anche come ex patron della locale squadra di calcio. A trovare il cadavere, nella tarda serata del 6 marzo, è la figlia dell’uomo: accanto al corpo un biglietto di scuse.
6 marzo. Tragedia negli uffici della Regione Umbria, dove Andrea Zampi, imprenditore di 43 anni, a Perugia uccide due impiegate e poi si uccide. L’uomo era titolare di un’impresa di formazione nel campo della moda. Nei giorni precedenti la Regione gli aveva respinto la richiesta di accreditamento che gli avrebbe permesso l’accesso a un finanziamento.
5 marzo. Un imprenditore di 47 anni, Stefano Busato, si uccide impiccandosi nella sua azienda a Quinto di Treviso. A trovare il corpo dell’uomo è il personale a inizio turno. L’uomo lavorava per un’azienda che si occupa di trattamenti termici. Di recente nell’azienda un forno che si era danneggiato due volte e si erano verificati problemi per un lavoro non andato a buon fine.
5 marzo. Un anziano imprenditore uccide la moglie e si toglie la vita nella notte a Segrate, nel Milanese. L’uomo, imprenditore in pensione di 76 anni, spara alla donna, di 67 anni, mentre è a letto e poi si uccide con la sua pistola, regolarmente detenuta. Alla base del gesto presumibilmente motivi economici. La coppia abitava nel quartiere San Felice di Segrate, comune alle porte di Milano.
28 febbraio. Un imprenditore cinese di 40 anni viene trovato morto nel suo poltronificio di via Meucci, nella zona industriale di Coriano a Forlì. Sul posto i sanitari del 118 non possono fare altro che constatare il decesso, concludendo che si è trattato di un suicidio. L’ipotesi ritenuta più accreditata è che il gesto sia legato al lavoro in forte crisi economica.
26 febbraio. Le continue telefonate dalla banca non lo lasciavano in pace. Il problema era sempre lo stesso: saldare un fido scoperto, coprire un conto in rosso. Per Gianfranco Mazzariol, 58 anni, commerciante conosciutissimo a Treviso, c’era anche la percezione di vivere questa situazione come una sorta di umiliazione. Così è arrivato alla conclusione più drammatica: una fucilata all’interno della sua abitazione a Paese. Mazzariol era titolare, con il fratello Giancarlo, 67 anni, del ristorante “Al Mercato” di Treviso e del “Birrificio trevigiano” di Vascon di Carbonera.
24 febbraio. Il titolare 50enne di una piccola azienda di imballaggi e falegnameria viene trovato, dalla propria moglie, impiccato all’interno della sua ditta che ha sede ad Alfonsine, in provincia di Ravenna. La donna, che non lo vedeva dalla sera prima, era andata a cercarlo e scoprendo così che il marito si era tolto la vita. L’imprenditore avrebbe avuto alle spalle problemi depressivi e difficoltà economiche legate alla conduzione dell’azienda e al fisco.
14 febbraio. Agostino Cantarello, che avrebbe compiuto 46 anni ad agosto, si è ucciso impiccandosi nella cucina del suo appartamento, in via Trilussa a Mejaniga di Cadoneghe (Padova). Un vissuto difficile e tormentato anche quello di Agostino, che negli ultimi anni l’aveva portato a tentare di farla finita già diverse volte. Da tre anni era disoccupato; unica fonte di reddito una pensione che gli era stata riconosciuta per un’invalidità civile.
12 febbraio. Si è lasciata andare nel vuoto dal terzo piano dell’hotel Maggior Consiglio di Treviso, dove era alloggiata. Maria Risalvato, 40 anni, nata a Portogruaro (Venezia) da genitori siciliani avrebbe dovuto prendere l’aereo nel tardo pomeriggio di domenica per raggiungere i congiunti. Negli ultimi mesi aveva aumentato il suo impegno aggiungendo all’attività di insegnante precaria una lunga sfilza di concorsi per una cattedra di inglese o tedesco, materie nelle quali si era laureata. E sarebbe stato proprio il precariato, i continui test e i concorsi ad aver minato la sua tranquillità spingendola a compiere il gesto estremo.
11 febbraio. Suicidio nel Padovano. Ieri sera, poco dopo le 21, un imprenditore di 55 anni, Albino Mazzaro, titolare di un’azienda con sede a Vigonza, si è ucciso impiccandosi all’interno del suo capannone. L’uomo si è recato in azienda e qui, con lucida disperazione, si è ucciso. L’uomo ha lasciato un biglietto di addio alla famiglia, in cui ha scritto “Non ce la faccio più”. Alla base della decisione di togliersi la vita ci sarebbero le difficoltà economiche degli ultimi tempi: aveva dovuto chiedere la cassa integrazione per i suoi dipendenti, in tutto una decina. Il corpo dell’imprenditore è stato trasportato all’obitorio dell’ospedale dove sarà effettuata l’autopsia nei prossimi giorni.
11 febbraio. Una 41enne ha scelto di farla finita a Venezia nel sestiere di Castello. Ha preso una corda, l’ha legata al montante della porta d’ingresso e si è impiccata. Stava passando un brutto periodo: il lavoro che non c’era, lo sfratto che incombeva. Non riusciva più a sopportare il fatto di essere disoccupata, il fatto di aver tentato di avere un impiego qualsiasi purché onesto e dignitoso che le consentisse di guadagnare un po’ di soldi. Nulla. E poi aveva cominciato quel malessere psichico o anche sociale che giorno dopo giorno l’ha minata nel profondo, mettendo in crisi i rapporti familiari e pure quelli sentimentali, portandola al rompere col fidanzato.
3 febbraio. Un uomo di 62 anni, titolare della filiale della Dhl di Frosinone, si impicca nella notte nell’azienda. A trovare il corpo, la mattina, nel capannone, è un dipendente. Su un tavolo vengono trovate due lettere, una per il commercialista e una per il figlio in cui l’imprenditore spiega i motivi del tragico gesto, legati alle preoccupazioni sul futuro della filiale: la sede centrale, probabilmente, non avrebbe rinnovato l’appalto in franchising e la sorte dell’azienda sembrava segnata.

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«VA SUPERATA LA CONCEZIONE DELL’IMPRENDITORE MACHO»

di Elvira Sigliano, da “il Mattino di Padova” del 8/3/2013

Marco Nicolussi, presidente dell’ordine degli psicologi di Padova è stato per due anni coordinatore del numero verde destinato agli imprenditori che cadono in depressione –

PADOVA. Come salvare la vita degli imprenditori veneti. Questa la vocazione di Marco Nicolussi, presidente dell’ordine degli psicologi di Padova, coordinatore per 2 anni del numero verde messo a disposizione dalla Camera di Commercio per gli imprenditori in crisi. L’esperimento, dal 2011 al 2012, ha registrato migliaia di richieste di aiuto (con punte vertiginose di 100 telefonate al giorno per le prime 2 settimane), ma nessun suicidio.

Dottore, qual è la strategia vincente?
«Lo sportello era vincente e dovrebbe essere ripristinato nel territorio. Adesso è stato assorbito dalla Regione Veneto, mentre in tempi così difficili c’è bisogno di un servizio territoriale. Stavamo funzionando perché con Roberto Furlan (presidente Camera Commercio) avevamo capito l’importanza di metterci in rete con le associazioni di categoria, psicologi, avvocati, commercialisti, istituzioni, centro per l’impiego e servizi sociali».

Qual è l’identikit dell’imprenditore in difficoltà, ammesso che sia possibile delinearla?
«La stragrande maggioranza era attanagliata dalla mancata comprensione della portata reale dei problemi. Il primo contatto con il numero verde era il più delle volte cercato dalla famiglia di fronte a cari depressi o aggressivi senza apparente motivo. Dietro spesso c’era una gestione poco oculata dell’azienda: gestire i rapporti con i dipendenti, con le banche, contare i propri debiti. Invece è fondamentale coinvolgere chi lavora con noi».

Bisogna quindi superare l’idea dell’imprenditore “macho”?
«Assolutamente sì. Nell’immaginario dell’imprenditore veneto c’è la difficoltà a manifestare delle debolezze: siamo umani e possiamo sbagliare. Gli uomini d’affari veneti sono determinati e cocciuti, tuttavia questi stessi caratteri che spesso ne determinano il successo, possono essere anche un’arma a doppio taglio».

Un carattere troppo forte diventa improvvisamente fragile?
«Può capitare. L’importante è non perdere la speranza perché c’è sempre qualcosa da fare. Che siano corsi di formazione o ricollocazione, bisogna credere che non tutto il male viene per nuocere e non tutto il bene per aiutare. Rivolgersi ad uno psicologo non è un fallimento, va concepita come una semplice consulenza, alla stregua di un’analisi finanziaria. E’ cambiato il modello di fronte a te? Devi solo cambiare anche tu l’approccio perché, tu che ti sei costruito da solo, hai le risorse per farlo. L’imprenditore in crisi spesso dedica corpo, anima e cuore all’impresa, ma poi non si gode la villa né la fuoriserie».

Cosa si deve fare di fronte alla crisi?
«Sapere che una crisi comporterà dolore e sofferenza vale per il mondo del lavoro come per gli affetti, ma è transitorio. Le prime mosse sulla scacchiera della rinascita sono aprirsi, condividere, chiedere aiuto e fare le cose con gli altri senza rimanere chiusi in noi stessi».

Un consiglio?
«Continuare a perseguire le cose in cui si crede avendo chiarito a noi stessi cosa sono le cose importanti, quelle che veramente vogliamo fare». (Elvira Sigliano)

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«IO, IMPRENDITORE NEI GUAI, HO DENUNCIATO GLI STROZZINI»

di Francesca Nicastro, da “la Tribuna” di Treviso

   «Il suicidio è una casa a cui molti lavorano: c’è chi dà il permesso, chi la costruisce, chi la demolisce, chi sta a guardarla e se ne frega». Ha buttato giù un intero piano di quella “casa di morte” il giornalaio che una mattina, dopo molto tempo che non lo vedeva, gli ha detto: «So quello che è successo, purtroppo la vita è così, basta che tu stia bene».

   Loris (nome di fantasia), 50 anni, è ancora vivo. Non è più titolare di una nota impresa metalmeccanica che fino al 2008 aveva commesse in tutta Italia. Ora è un operaio a chiamata. Senza più auto, con l’abitazione messa all’asta. Ma con ancora una moglie e i figli che gli vogliono bene. All’uomo che vende giornali è tornato indietro a stringere la mano.

   Loris è uno dei 445 imprenditori che ha avuto il coraggio di digitare l’800.334343, il numero verde anti-suicidi della Regione. Lo ha fatto un pomeriggio di settembre dopo aver trovato i lucchetti nuovi di zecca a sigillare il capannone della sua impresa. «A novembre avrei festeggiato i 30 anni di attività, invece ho portato i libri in tribunale», racconta. «Ma avevo capito che per me era finita già l’autunno prima, dopo la manovra d’estate del governo di allora. Ho resistito un anno per cercare di tenere in piedi il lavoro di una vita».  L’impresa, una trentina di addetti, forniva macchinari, manutenzione e servizi a fornitori della pubblica amministrazione e a privati

   In quell’anno di limbo è successo di tutto, anche cose di cui oggi l’ex titolare si pente. In pesante crisi finanziaria, i suoi consulenti lo avevano spinto ad accettare denaro facile da gente rivelatasi poco raccomandabile. Delinquenti in doppio petto che, invece di salvare l’azienda, l’avevano definitivamente spolpata. «Tre-quattrocento mila euro di macchinari spariti nel giro di qualche mese», ricorda Loris, che ha deciso di denunciare alle forze dell’ordine il giro di malaffare in cui era caduto dopo il colloquio con la psicologa. «Quando ho visto i lucchetti mi sono sentito perso. Ho chiamato, sono stato aiutato, ho trovato il coraggio di sporgere denuncia».

   «Al suicidio ho pensato sì, più di una volta», continua. «Quando viaggiavo in autostrada speravo che un camion mi “chiudesse”. Volevo sparire, liberarmi di quel fardello».

   «Il fallimento è stato uno shock. Ma ho avuto tre fortune», prosegue, «non mi ero mai montato la testa, dentro ero rimasto l’umile operaio degli inizi, sapevo di avere intorno a me gente che mi voleva bene, la mia famiglia soprattutto, e la fede in Dio che è cresciuta in questo ultimo anno».

   Ci sono fatti, però, che l’ex imprenditore non dimentica. Cose che fanno male e segnano per sempre. «Lavori per una vita, ti fai in quattro, dai lavoro agli altri. Quando però gli affari cominciano ad andare male il mondo ti si rivolta contro. Le banche, dopo aver mangiato sulla tua attività, ritirano i fidi, i fornitori ti assillano di telefonate, i dipendenti, con cui ti sei sempre comportato bene, scrivono insulti fuori dalla fabbrica, i sindacalisti con cui per dieci anni avevi bevuto insieme il caffè, ti montano contro gli operai. Se mi rimprovero qualcosa? Sì, di aver voluto bene a troppa gente e di essermi fidato di chi mi consigliava».

   E poi c’è la questione dell’adeguatezza di un modello aziendale che mette sulle spalle di uno, o di pochi, tutta la responsabilità della conduzione dell’impresa: lungi dall’essere un bene privato, è invece un bene sociale da cui dipende il benessere di molte famiglie. «Nel momento in cui l’impresa comincia a navigare in acque cattive, manca un sistema di intervento solidale, di affiancamento gestionale e di supporto finanziario, e l’imprenditore si trova solo. Non è tanto la mancanza di denaro, è la mancanza di supporto: ti trovi completamente solo. E dalle istituzioni l’aiuto arriva solo a parole». (Francesca Nicastro)

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(appunti…)

PICCOLE IMPRESE VENETE NEL TUNNEL DELLA CRISI

da www.fondazioneimpresa.it/  

   Le piccole imprese venete sono ritornate nel pieno della recessione e il 77,4% di quelle intervistate da Fondazione Impresa dichiara di non essere uscita dalla crisi. Si tratta di una quota molto più elevata rispetto a quanto rilevato nel II semestre del 2011, quando le piccole imprese venete in crisi erano meno del 65%. Le piccole imprese venete soffrono comunque di meno rispetto a quanto si rileva per il Nord Est dove più di 8 piccole imprese su 10 (l’82,0%) stanno vivendo la crisi.

   Come emerge da questa indagine – commentano i ricercatori di Fondazione Impresa – la crisi sta colpendo duramente anche le aree più dinamiche e tale risultato si evince dalle difficoltà che stanno riscontrando le piccole imprese venete in tutti i principali settori economici. Considerando la crisi come un tunnel lungo 100 metri, le piccole imprese venete si ritrovano al metro 70,2 e retrocedono di 1,8 m rispetto a quanto registrato nel II sem del 2011. La magra consolazione – rimarcano i ricercatori di Fondazione Impresa – riguarda la performance meno negativa registrata dalle imprese venete rispetto alle altre realtà territoriali; infatti, nel tunnel della crisi sono più avanti i piccoli imprenditori veneti (70,2m) che si posizionano meglio del Nord Est (69,8m) ma soprattutto delle altre aree geografiche: le piccole imprese del Nord Ovest sono al metro 66,7 mentre nel Centro e nel Sud Italia non viene superata la soglia dei 60m.

   Nonostante le principali variabili economiche risultino in flessione le esportazioni delle piccole imprese venete e del Nord Est continueranno a crescere nella seconda parte del 2012 (+2,0% e +1,2% rispetto al I sem 2012); i mercati internazionali – richiamano i ricercatori di Fondazione Impresa – rappresentano attualmente l’unica valvola di sfogo per le piccole imprese venete e nordestine che con il loro contributo stanno limitando i danni di un anno di recessione.

   E alla crisi si aggiungono altre criticità: i tempi di pagamento sono ancora troppo elevati (in media 106,7 con la Pubblica Amministrazione e 85,6 con i privati). Il recepimento della Direttiva Europea sui pagamenti da parte dell’Italia prevede che dal 1° gennaio 2013 le imprese vengano saldate entro 30 gg o al massimo 60 gg; si tratta – per i ricercatori di Fondazione Impresa – di una boccata d’ossigeno per le piccole imprese anche se i tempi di pagamento sui crediti pregressi rimangono elevati.

I PRINCIPALI RISULTATI

In Veneto il 77,4% delle piccole imprese (meno di 20 addetti) è nel pieno della crisi economica. Le piccole imprese venete vanno tuttavia meno peggio delle altre realtà territoriali: sono al metro 70,2 del tunnel della crisi, meglio della media del Nord Est (69,8m) ma soprattutto del Nord Ovest (66,7m).

Le esportazioni delle piccole imprese continuano a crescere: nel I sem 2012 +2,6% in Veneto e + 2,2% nel Nord Est e, in previsione, +2,0% in Veneto e +1,2% nel Nord Est nel II semestre del 2012.

Le previsioni sono poco incoraggianti e appena il 14,6% delle piccole imprese venete ritiene di uscire dalla crisi entro la fine dell’anno (il 15,3% per il Nord Est).

I tempi di pagamento sono lunghi e una piccola impresa veneta deve attendere 106,7 giorni con la PA.

Questi i principali risultati di un’indagine condotta da Fondazione Impresa su un campione di 1.200 piccole imprese in Italia. Per il Veneto si è effettuato un sovra campionamento della regione in modo da raggiungere le 250 unità intervistate.

IMPRESE VENETE NEL PIENO DELLA CRISI | Appena 2 piccole imprese venete su 10 (il 22,6%) ritengono di essere uscite dalla crisi economica. Il dato preoccupa in quanto il 77,4% delle piccole imprese venete si trovano nel pieno della recessione: la quota di aziende in crisi è aumentata di più di 12 punti % rispetto a quanto registrato nel II sem 2011 (era al 64,7%). Il Nord Est va peggio con più di 8 piccole imprese su 10 (l’82,0%) dentro il tunnel della crisi.

TUNNEL DELLA CRISI | Rappresentando la crisi economica come un tunnel lungo 100 metri, si è chiesto alle piccole imprese di indicare a che punto si posizionano. Le piccole imprese del Nord Est soffrono meno delle altre; si ritrovano al metro 69,8 del tunnel, più prossime alla luce rispetto alle “cugine” del Nord Ovest (66,7m) e staccano nettamente quelle del Centro e del Mezzogiorno (a 59,3m e 57,6m). Le piccole imprese venete si comportano meglio di quelle del Nord Est posizionandosi oltre la soglia dei 70 metri, grazie alle performance registrate nelle province di Vicenza e di Padova che contrastano i risultati poco incoraggianti di Belluno e Rovigo.

SETTORI ECONOMICI | Per le piccole imprese venete la crisi è più evidente nel commercio (qui i piccoli imprenditori si posizionano a 65,2 metri) e nell’artigianato (67,3m) mentre per la piccola impresa manifatturiera e i servizi la situazione è un po’ meno preoccupante: entrambi i settori si collocano al di sopra dei 70m (rispettivamente 72,6m e 73,1m) ma è evidente come, rispetto al II sem del 2011, la situazione sia peggiorata (sono arretrati di 2,1m e di 1,5 m). Dal momento che tutti i settori arretrano (rispetto al II sem del 2011) la crisi è ormai una triste realtà anche per gli imprenditori veneti.

VARIABILI IN FLESSIONE | L’avvento della crisi viene confermato dall’andamento delle principali variabili economiche rilevate presso le piccole imprese. A livello congiunturale (rispetto al II sem del 2011), le piccole imprese venete hanno registrato cali della produzione/domanda (-0,4%), del fatturato (-0,2%) e dell’occupazione (-0,3%). Gli ordinativi sono scesi addirittura dello 0,8% e tale risultato si tradurrà in una contrazione della produzione e del fatturato nel semestre in corso (-0,3% e -0,2% secondo le previsioni rispetto al I sem del 2012).

LA SPINTA DELL’EXPORT | Le notizie positive vengono dalle esportazioni: le piccole imprese venete registrano una crescita sostenuta dell’export (+2,6% nel I sem 2012 rispetto al II sem 2011) e i mercati internazionali hanno consentito di limitare la performance negativa generale. Le previsioni per il semestre in corso sono incoraggianti: l’export delle piccole imprese venete dovrebbe crescere ancora del 2,0%, un tasso quasi doppio di quanto fatto registrare dalle piccole imprese del Nord Est (+1,2%).

QUANDO L’USCITA DAL TUNNEL? | Le previsioni per la fine dell’anno sono poco incoraggianti e appena il 14,6% delle piccole imprese venete ritiene di uscire dalla crisi entro la fine dell’anno in corso nonostante la previsione di leggera ripresa degli ordinativi (+0,2% rispetto al I sem 2012). Per i piccoli imprenditori veneti la luce è lontana tant’è che il 43,6% di loro ritiene di uscirne dopo il 2012 (verosimilmente nel 2013) e il 35,3% sostiene che le difficoltà perdureranno per molto tempo (per più anni).

TEMPI DI PAGAMENTO TROPPO LUNGHI | Anche le piccole imprese del Veneto stanno vivendo il dramma dei tempi di pagamento: con la PA queste devono aspettare mediamente 106,7 giorni (85,6 giorni con i privati). Nel raffronto con i tempi registrati per il Nord Est, le piccole imprese venete soffrono di più nei rapporti tra privati (incassando mediamente in 85,6 giorni rispetto agli 80,0 giorni del Nord Est) mentre la PA è leggermente più puntuale con le piccole imprese venete (106,7
giorni vs 108,3 giorni per il complesso delle piccole realtà imprenditoriali del Nord Est). Artigianato e piccola impresa manifatturiera attendono più di 4 mesi: la PA impiega mediamente 123,5 giorni per saldare un’impresa
artigiana veneta e 124,9 giorni per una piccola impresa manifatturiera. Nel I sem del 2012 i tempi di pagamento si sono ridotti leggermente ma rimangonocomunque elevati e rispetto al I semestre del 2011 (19,5 giorni in più per le piccole imprese venete da parte della PA e 20,9 giorni in più nei rapporti tra privati).

NEL 2013 TEMPI DI PAGAMENTO A 30 GIORNI PER LA PA

L’Italia è stato il primo grande Paese a recepire con alcuni mesi di anticipo la Direttiva Europea sui pagamenti (il terzo in ordine di tempo dopo Cipro e Malta). Il termine per il recepimento della direttiva era fissato al 16 marzo 2013 ma con l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legislativo che recepisce la direttiva 2011/7/UE sui ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali tra imprese (e tra Pubbliche Amministrazioni e imprese) viene attuata la delega conferita al Governo con l’articolo 10 della legge n. 180 del 2011 (Statuto delle imprese). La disciplina del decreto legislativo 9 novembre 2012, n.192 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 15/11/2012) si applica ai contratti conclusi a partire dal 1° gennaio 2013. In particolare:

i pagamenti della PA (salvo alcune eccezioni, vedasi punto 2) non potranno superare i 30 giorni dal ricevimento della fattura (oppure, quando non c’è data certa di arrivo della fattura, 30 gg dalla consegna della merce o dalla prestazione dei servizi).

   E’ prevista tuttavia la proroga a 60 gg. per le imprese pubbliche e altre Pubbliche Amministrazioni ma questa deve essere giustificata “dalla natura e dall’oggetto del contratto” e previo accordo espresso e scritto delle parti; per le aziende pubbliche sanitarie è previsto invece un termine di 60 gg; i tempi di pagamenti tra imprese potranno superare i 30 gg ma non i 60 gg; eventuali pagamenti oltre i 60 giorni potranno essere pattuiti solo alla condizione che non siano “gravemente iniqui per il creditore” e la clausola deve essere provata per iscritto; gli interessi di mora decorrono in automatico dal giorno successivo alla scadenza del termine di pagamento (non è quindi necessario una richiesta scritta del debitore di adempiere all’obbligo); le Pubbliche Amministrazioni non possono più derogare all’applicazione degli interessi legali di mora che dunque sono vincolanti; i privati possono, in alcuni specifici casi, riservarsi della facoltà di derogare all’applicazione degli interessi legali di mora, previo accordo tra le parti (applicazione di interessi moratori cioè liberamente determinati dalle parti); gli interessi legali di mora sono calcolati su base giornaliera ad un tasso pari al tasso di riferimento della BCE (operazioni di rifinanziamento principali) maggiorato di 8 punti percentuali.

   Si auspica che queste misure contribuiscano a ridurre i tempi di pagamento risolvendo i problemi di scarsa liquidità che stanno vivendo le piccole imprese italiane, specie per quelle che hanno rapporti commerciali con la PA. (da www.fondazioneimpresa.it/)

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(appunti)

DALLA UE OSSIGENO ALLE IMPRESE

di Luigi Chiarello, da DIRITTO E FISCO di ITALIA OGGI del 19/3/2013

– La Commissione non aprirà la procedura di infrazione per sforamento del tetto debito/pil – Svincolo del patto di stabilità e titoli di stato per 90 mld –

   Svincolo del patto di stabilità interno per i comuni virtuosi, così da sbloccare immediatamente i pagamenti a favore delle imprese fornitrici. Ed emissione di titoli di stato, in due mega-tranche: un prima, da 50 miliardi di euro, per il 2013 e una seconda, da 30-40 miliardi di euro, nel 2014.

   Il tutto sulla falsariga di quanto fatto in Spagna. Secondo quanto risulta a ItaliaOggi, sono queste le ipotesi di lavoro giunte da Roma sul tavolo della Commissione Ue, dopo l’allentamento dei vincoli del patto di stabilità europeo per il pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni italiane. Decisione assunta giovedì mattina dai commissari europei Olli Rehn e Antonio Tajani, il primo incaricato di presiedere agli affari economici e monetari dell’Unione, il secondo all’industria e imprenditoria. Decisione assunta sulla base di un semplice principio, che una fonte della commissione a ItaliaOggi spiega così: «Non è accettabile che lo Stato italiano si finanzi a basso costo sulla pelle delle imprese».

   Ergo, presto partirà un piano straordinario per pagare le imprese creditrici della Pubblica Amministrazione. E Bruxelles chiuderà un occhio sulla ulteriore formazione in Italia di debito pubblico e deficit. Infatti, secondo stime Ue il piano di pagamento dovrebbe portare allo sfondamento del 130% del rapporto debito/pil. A fronte di ciò, però, la commissione europea si è impegnata a non aprire verso l’Italia alcuna procedura di infrazione per debito eccessivo. Derogando così agli stretti vincoli imposti dal «Six-Pact»; quel pacchetto legislativo composto da sei regolamenti in materia economico-finanziaria, entrato in vigore il 12 dicembre 2011 per costringere gli stati membri a politiche di bilancio più rigorose.

   Fonti della Commissione europea spiegano a ItaliaOggi, che «si tratta di una decisione una tantum, presa dalla Commissione Ue con la ratio di far applicare definitivamente la direttiva europea sui pagamenti della p.a. (2011/7/Ue del 16 febbraio 2011, recepita in Italia col dlgs 192/2012)». Ma che, comunque, non si tratta di qualcosa di anomalo o fuori dalle leggi. Piuttosto, spiegano, «è una deviazione temporanea di percorso, che utilizza strumenti già esistenti nel patto di stabilità europeo». Ma vediamo come è maturata la decisione Ue, giunta nei giorni in cui il governo Monti è alle battute finali. Cioè all’ordinaria amministrazione, in attesa che il rinnovato parlamento dia vita ad un nuovo esecutivo.

IL CONTESTO. Lo scenario è quello di un’Europa scossa dalla decisione Ecofin del 16 marzo scorso, che garantisce aiuti per circa 10 mld di euro al governo di Nicosia (Cipro), in cambio di un pesante prelievo forzoso sui depositi bancari (9,9% su tutti i depositi superiori a 100 mila euro e 6,75% per quelli inferiori).

   In pieno allarme mediatico-finanziario, ieri giungeva da Bruxelles una nota congiunta dei commissari europei Olli Rehn e Antonio Tajani, che recita: «La liquidazione di debiti commerciali (dello Stato in favore delle imprese creditrici, ndr) potrebbe rientrare tra i fattori attenuanti (del patto di stabilità e crescita, ndr)».

   Si tratta di una piccola frase dalle enormi ricadute perché, se diventa conseguenziale presso i rubinetti di cassa delle pubbliche amministrazioni, potrebbe spalancare le porte della ripresa. Secondo alcune stime circolanti, infatti, i debiti pregressi della p.a. italiana verso le imprese fornitrici ammonterebbero a una cifra compresa tra 70 e 100 mld di euro. E il pagamento degli stessi potrebbe far ripartire investimenti per 15-16 mld di euro. Con effetti benefici anche per lo spread.

   La dichiarazione dei due commissari va inquadrata nel più ampio scenario relativo all’entrata in vigore della nuova direttiva Ue sui pagamenti della p.a. La normativa, nota anche come direttiva Tajani, impone alle amministrazioni pubbliche pagamenti a 30 giorni, anche quando i debiti riguardino edilizia e lavori pubblici. Cioè le costruzioni. Ma che possono diventare 60 giorni nel caso in cui a pagare debbano essere Asl e ospedali.

   Questa direttiva però, spiegano i due commissari, «non si applica necessariamente all’ammontare del debito commerciale pregresso». In particolare, rilevano Rehn e Tajani, «nel caso dell’Italia, le autorità hanno deciso che le nuove regole si applicheranno solo ai contratti conclusi a partire dal 1° gennaio 2013».

   E il debito precedentemente accumulato? I commissari europei la spiegano così: «Una soluzione realistica al problema dell’ammontare di debito commerciale pregresso (che si stima essere di notevoli dimensioni) deve, probabilmente, prevedere un piano di liquidazione avente come obiettivo quello di portare tale ammontare di debito pregresso a livelli non attribuibili a ritardi nei pagamenti (livelli fisiologici) in tempi relativamente brevi».

   Che tradotto, significa: bisogna varare un piano straordinario per pagare al più presto le imprese e normalizzare i debiti delle p.a. Un piano, spiegano Rehn e Tajani, che «preveda adeguate misure contro il rischio di comportamenti opportunistici da parte delle pubbliche amministrazioni titolari del debito pregresso». Comportamenti che i commissari bollano apertamente come «azzardo morale».

Il problema, però, resta il come pagare. Ai due commissari non sfugge che «la liquidazione del debito commerciale pregresso» determini «un corrispondente aumento nel debito pubblico». Di più: «La parte di questo (debito) corrispondente a spesa per investimenti» impatta direttamente «sul deficit pubblico». Cosa non tollerabile dai trattati in vigore, per via degli stretti vincoli del patto di stabilità e crescita. Quindi che fare?

   La via d’uscita che Rehn e Tajani indicano nella nota congiunta è uno slalom tra le regole: «Il quadro normativo europeo in tema di sorveglianza di bilancio pubblico», scrivono, «non prevede uno speciale trattamento per specifiche voci di spesa che incidono sul debito e sul deficit».

   Al contrario, «il patto di stabilità e crescita permette di prendere in considerazione fattori significativi in sede di valutazione della conformità del bilancio di uno Stato membro con i criteri di deficit e di debito del patto stesso».

   In sostanza, Bruxelles ventila una maggiore elasticità del patto di stabilità, che consenta di contabilizzare «la liquidazione di debiti commerciali», in modo tale che rientrino «tra i fattori attenuanti» dello stesso. E, di conseguenza, non facciano scattare la procedura d’infrazione.

   Sia come sia, intanto, la Commissione si è detta pronta «a cooperare con le autorità italiane per aiutare l’attuazione tecnica del piano di liquidazione del debito commerciale pregresso». E ha aggiunto che «accoglierebbe con favore la disponibilità di informazioni più dettagliate ed aggiornate sull’attuale ammontare di tale debito da parte di ogni livello di amministrazione pubblica».

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(appunti)

IL REDDITO MINIMO? SI PUÒ FARE

(L’ESPERIENZA DEL TRENTINO)

di Gianfranco Cerea, da LA VOCE.INFO (www.lavoce.info) del 15/3/2013

– Si torna a parlare di reddito minimo, dopo l’infelice esperienza del reddito di inserimento e quella discutibile della social card. Ma quanto può costare? E come evitare la “trappola della povertà”? Come impedire gli abusi e l’accesso ai soliti furbi? L’esperienza promossa dalla provincia autonoma di Trento.-

L’ESPERIENZA DEL TRENTINO

   Le politiche di reddito minimo tornano (finalmente) a comparire nel dibattito politico. Dopo l’infelice esperienza del reddito di inserimento e quella discutibile della social card è confortante sapere che qualche cosa si potrebbe fare rispetto a una importante forma universale di tutela, che ancora manca nel nostro ordinamento. Come sempre accade quando ci si confronta con misure di carattere innovativo i dubbi e le incertezze possono però esercitare una azione paralizzante. Quanto può costare? Come evitare la “trappola della povertà”, ovvero la tendenza a permanere nella condizione di eleggibilità? Come impedire gli abusi e l’accesso ai soliti furbi? Può perciò essere interessante guardare all’esperienza promossa dalla provincia autonoma di Trento.
Nel corso del 2009 la provincia autonoma di Trento ha rivisto le proprie politiche assistenziali, introducendo, a partire dall’ottobre dello stesso anno, il “reddito di garanzia”. L’intervento prevede l’erogazione di un beneficio monetario il cui importo è pari alla differenza tra l’effettiva condizione economica del nucleo e la soglia di povertà relativa, definita in base alle caratteristiche del nucleo stesso. Ad esempio, una famiglia di tre componenti, con un reddito di 700 euro mensili ha diritto a una integrazione di circa 400 euro. La somma spettante è poi eventualmente integrata di un importo per il sostegno del canone d’affitto. L’intervento è per quattro mesi, rinnovabili dopo verifica e per non più di tre volte in due anni.

   L’erogazione (mensile) della spettanza è garantita entro la fine del mese entro cui è stata effettuata la procedura amministrativa, contestuale alla domanda per gli anziani e tutti coloro che lavorano o hanno perso da poco l’occupazione. Per gli altri soggetti l’erogazione è invece subordinata a una valutazione puntuale da parte dei servizi sociali.
La condizione economica dei richiedenti è valutata in base a reddito (al netto delle imposte, delle spese mediche e dell’affitto/rata del mutuo, ma comprensivo di sussidi e di ogni altra voce d’entrata del nucleo) e patrimonio (con la sostanziale sterilizzazione della prima casa), affiancati da indicatori di consumo (auto, ampiezza dell’abitazione, affitto), in base ai quali circa il 17 per cento delle situazioni è stato dichiarato incongruo.

I BENEFICIARI

   Da quando la misura è stata introdotta nel 2009 e sino a dicembre 2012, i nuclei beneficiari sono stati complessivamente circa 10 mila, con una media di “ingressi” mensile pari a 251 unità. La misura ha mediamente interessato il 3,9 per cento della popolazione.

   Rispetto agli stranieri, ha riguardato il 17 per cento dei soggetti, contro il 2 per cento della restante popolazione. Oltre il 60 per cento dei nuclei interessati è rappresentato da famiglie con minori, mentre quelle di soli ultra 65enni sono il 12 per cento. I casi interessati dai servizi sociali sono l’8 per cento. A dicembre 2012 risultavano assistiti 3.448 nuclei familiari, per un complesso di 10.591 persone.
Il 25 per cento dei nuclei beneficia della misura una sola volta per quattro mesi. Per due volte è il 20 per cento e per tre il 12 per cento. Ciò significa che, nonostante la crisi economica, la misura tende ad avere un carattere provvisorio, ovvero risulta coerente rispetto all’idea di realizzare un ammortizzatore, rispetto alle condizioni di bisogno, che comunque promuova la responsabilizzazione dei soggetti interessati.

   Al riguardo occorre osservare che la normativa del reddito di garanzia prevede la sottoscrizione di un impegno alla ricerca attiva di un lavoro e la dichiarazione di disponibilità immediata all’accettazione di un impiego per tutti i componenti del nucleo che non lavorano, pur essendo in grado di farlo.

Per quanto concerne l’efficacia del reddito di garanzia, le analisi mostrano che le famiglie beneficiarie appartengono effettivamente alla fascia di popolazione più deprivata e che il ricorso alla misura avviene non solo per superare episodi transitori di difficoltà economica, ma anche per far fronte a condizioni di povertà strutturale. (1) Inoltre, i risultati preliminari dello studio di valutazione controfattuale basato sulla tecnica del difference in differences hanno messo in luce come il reddito di garanzia abbia:

indotto cambiamenti nei comportamenti di consumo di alcune categorie specifiche di beni, come quelli durevoli;

causato lievi aumenti della spesa destinata a beni primari come i generi alimentari;

lasciato pressoché inalterata la partecipazione al mercato del lavoro.

Sul piano più generale, da quando è stato introdotto il reddito di garanzia la quota di soggetti poveri rilevata dall’Istat si è sostanzialmente dimezzata, qualificando il Trentino come l’area con la minor incidenza della povertà in Italia.

L’ENTITÀ DEGLI INTERVENTI E I COSTI DEL REDDITO DI GARANZIA

Assumendo a riferimento l’anno 2012, l’integrazione media erogata per nucleo familiare risulta di poco inferiore ai 2mila euro, corrispondenti a circa 631 euro a componente. A livello complessivo, l’onere è stato di 21,4 milioni di euro, dei quali 16,3 a favore delle famiglie con minori. I richiedenti di cittadinanza non italiana hanno assorbito quasi i due terzi delle somme erogate.
L’onere per abitante è stato di circa 40,3 euro. Per avere un termine di paragone, le pensioni assistenziali, erogate in Trentino dall’Inps a cittadini con oltre 65 anni, senza reddito o con reddito inferiore ai limiti di legge, ammontano a circa 15 milioni di euro, associati peraltro a una erogazione media che colloca i beneficiari sotto la soglia di povertà (l’importo base mensile della pensione è pari a 336,79, quello dell’assegno a 408,66 euro).

UNA PREVISIONE A LIVELLO NAZIONALE

Quanto è esportabile l’esperienza di Trento? Con quali costi?
Secondo l’indagine dell’Istat, nel Centro-Nord l’incidenza della povertà è pari al 5,3 per cento della popolazione. Un dato abbastanza prossimo a quello del Trentino, se ai locali poveri censiti dall’Istat si aggiungono i beneficiari del reddito di garanzia. Al Sud e nelle Isole la quota quasi quadruplica, portandosi al 21,5 per cento.tabella-cerea

La tabella riporta la stima del costo del reddito di garanzia “modello Trento”, ottenuta moltiplicando la spesa per abitante del Trentino per la popolazione delle singole Regioni, corretta in base alla diversa incidenza relativa della povertà – rispetto a quanto osservato a Trento.
L’onere complessivo, che emerge da questa simulazione, è pari a 5,3 miliardi di euro così ripartiti: 1 miliardo al Nord, 0,6 miliardi al Centro e 3,7 miliardi nel Mezzogiorno. La Regione con la spesa maggiore sembrerebbe la Sicilia, con un costo stimato che supera 1 miliardo di euro, ovvero tanto quanto sarebbe richiesto per finanziare la spesa di tutto il Nord Italia.
Se si volesse contenere la spesa l’entità degli interventi potrebbe essere adattata ai differenti contesti territoriali, prevedendo soglie di “garanzia” che tengano conto del diverso costo della vita almeno a livello di grandi circoscrizioni. Ulteriori economie si potrebbero poi ottenere restringendo l’intervento ai soli nuclei con figli minori.
Alla luce degli assetti costituzionali, il “reddito di garanzia” dovrebbe rientrare fra le competenze regionali dell’assistenza e, come tale, gravare sul bilancio di questi enti. Le Regioni a statuto speciale dovrebbero provvedere con risorse proprie, senza cioè richieste di finanziamenti ulteriori allo Stato.
Adottando alcuni accorgimenti e attivando la misura con una certa “prudenza” i costi potrebbero effettivamente risultare contenuti e del tutto paragonabili a quanto lo Stato già sopporta per il sostegno agli anziani attraverso la pensione sociale. (GIANFRANCO CEREA)

(1) http://irvapp.fbk.eu/sites/irvapp.fbk.eu/files/IRVAPP_PR_2011-05_0.pdf.

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(appunti)

Dalla rivista mensile UNA CITTÀ (di Forlì), n. 192 / 2012 Marzo (http://www.unacitta.it/ )
INTERVISTA A CARLO RAPICAVOLI, REALIZZATA DA BARBARA BERTONCIN
CHI FA COSA
– Il ritorno alla Tesoreria unica, che va a penalizzare proprio gli enti virtuosi; la situazione, emblematica, della Provincia di Treviso che, pur avendo in cassa 50 milioni di euro, non può pagare ditte che hanno già svolto il lavoro, e il problema degli enti inutili; perché il federalismo può fare bene al sud. Intervista a Carlo Rapicavoli. –

   Car­lo Ra­pi­ca­vo­li è Di­ret­to­re Ge­ne­ra­le del­la Pro­vin­cia di Tre­vi­so. Se­gre­ta­rio Ge­ne­ra­le del­l’U­pi Ve­ne­to, Unio­ne Re­gio­na­le del­le Pro­vin­ce del Ve­ne­to, è com­po­nen­te, in rap­pre­sen­tan­za del­le Pro­vin­ce Ita­lia­ne, del Co­mi­ta­to di at­tua­zio­ne co­sti­tui­to pres­so il Mi­ni­ste­ro del­la Pub­bli­ca Am­mi­ni­stra­zio­ne e l’In­no­va­zio­ne per va­lo­riz­za­re la pro­dut­ti­vi­tà del la­vo­ro pub­bli­co, l’ef­fi­cien­za e la tra­spa­ren­za del­le Pro­vin­ce; e del Ta­vo­lo Tec­ni­co Per­ma­nen­te per la Va­lu­ta­zio­ne, la Tra­spa­ren­za e l’In­te­gri­tà del­le Am­mi­ni­stra­zio­ni Pub­bli­che. È au­to­re di nu­me­ro­se pub­bli­ca­zio­ni e ar­ti­co­li su di­rit­to am­mi­ni­stra­ti­vo e de­gli en­ti lo­ca­li e sul­la nor­ma­ti­va am­bien­ta­le.
Lei è sta­to tra i pri­mi a de­nun­cia­re gli ef­fet­ti del ri­tor­no al­la Te­so­re­ria uni­ca pre­sen­te nel de­cre­to li­be­ra­liz­za­zio­ni, che va a pe­na­liz­za­re pro­prio gli en­ti lo­ca­li più vir­tuo­si e met­te a re­pen­ta­glio lo stes­so spi­ri­to del fe­de­ra­li­smo. Può spie­ga­re?
Nel de­cre­to li­be­ra­liz­za­zio­ni c’è una nor­ma che do­vreb­be ser­vi­re a fa­vo­ri­re i pa­ga­men­ti ar­re­tra­ti del­lo Sta­to. Que­sto è si­cu­ra­men­te un da­to po­si­ti­vo. Lo Sta­to ha un de­bi­to di de­ci­ne di mi­liar­di di eu­ro nei con­fron­ti del­le im­pre­se e, so­prat­tut­to in un pe­rio­do di cri­si, un’ac­ce­le­ra­zio­ne dei pa­ga­men­ti è as­so­lu­ta­men­te ur­gen­te. Il pro­ble­ma è che, nel­l’am­bi­to di que­sta nor­ma, al­l’ar­ti­co­lo 35 del de­cre­to li­be­ra­liz­za­zio­ni, vie­ne pre­vi­sto il ri­tor­no al­la co­sid­det­ta Te­so­re­ria uni­ca. Si trat­ta di una que­stio­ne ab­ba­stan­za tec­ni­ca (e an­che dif­fi­ci­le da spie­ga­re) che cer­co di sin­te­tiz­za­re nel mo­do più sem­pli­ce pos­si­bi­le. Il vec­chio re­gi­me di Te­so­re­ria uni­ca pre­ve­de­va che tut­ti gli en­ti, Co­mu­ni, Pro­vin­ce, Re­gio­ni, uni­ver­si­tà, azien­de sa­ni­ta­rie, ec­ce­te­ra aves­se­ro un con­to cor­ren­te de­di­ca­to pres­so la Ban­ca d’I­ta­lia.
Il re­gi­me del­la Te­so­re­ria mi­sta in­tro­dot­to nel 1997 (per pas­sa­re a re­gi­me nel 2000) sta­bi­li­va in­ve­ce che gli en­ti pub­bli­ci (man­te­nen­do un con­to de­di­ca­to pres­so la Ban­ca d’I­ta­lia per i tra­sfe­ri­men­ti di­ret­ti dal­lo Sta­to al­l’en­te), per la ge­stio­ne del­le en­tra­te pro­prie, po­tes­se­ro apri­re un pro­prio con­to di te­so­re­ria pres­so una del­le ban­che in­di­vi­dua­te at­tra­ver­so le nor­ma­li ga­re per l’af­fi­da­men­to di ser­vi­zi.
Si trat­ta di un pas­sag­gio im­por­tan­te. In que­sti an­ni, in­fat­ti, tut­ti gli en­ti han­no ot­te­nu­to dal­le ban­che tas­si di in­te­res­se mol­to si­gni­fi­ca­ti­vi, ol­tre a tut­ta una se­rie di ser­vi­zi (di cui be­ne­fi­cia­va­no an­che i cit­ta­di­ni) mol­to van­tag­gio­si e as­so­lu­ta­men­te im­pen­sa­bi­li con il vec­chio si­ste­ma del­la Te­so­re­ria uni­ca.
Ora, il de­cre­to li­be­ra­liz­za­zio­ni so­spen­de l’ap­pli­ca­zio­ne del­l’at­tua­le re­gi­me di te­so­re­ria, con­so­li­da­to or­mai da ol­tre un de­cen­nio, per tor­na­re al vec­chio. Il Go­ver­no ha in­fat­ti di­spo­sto che en­tro il 29 feb­bra­io gli en­ti lo­ca­li do­ve­va­no ver­sa­re il 50% del­la li­qui­di­tà di­spo­ni­bi­le nel con­to del­la Ban­ca d’I­ta­lia per poi com­ple­ta­re que­sta ope­ra­zio­ne en­tro apri­le o giu­gno a se­con­da se ci so­no de­gli in­ve­sti­men­ti in ti­to­li.
Que­sto prov­ve­di­men­to rap­pre­sen­ta una gros­sa li­mi­ta­zio­ne per le au­to­no­mie de­gli en­ti e va si­cu­ra­men­te con­tro­cor­ren­te ri­spet­to a tut­ta la le­gi­sla­zio­ne che è ma­tu­ra­ta ne­gli ul­ti­mi ven­t’an­ni, a par­ti­re dal­la ri­for­ma del Ti­to­lo V del­la co­sti­tu­zio­ne del 2001 che ap­pun­to ri­co­no­sce l’au­to­no­mia di Co­mu­ni, Pro­vin­ce e Re­gio­ni.
In que­sto mo­do vie­ne pri­va­ta del tut­to l’au­to­no­mia fi­nan­zia­ria, con del­le ri­per­cus­sio­ni ne­ga­ti­ve im­me­dia­te su­gli stes­si bi­lan­ci de­gli en­ti, so­prat­tut­to quel­li con mag­gio­re li­qui­di­tà, che non po­tran­no più con­ta­re su­gli in­te­res­si at­ti­vi dei de­po­si­ti pres­so le te­so­re­rie.
Ol­tre al fat­to che le ban­che -pri­va­te del­la li­qui­di­tà de­gli en­ti- met­te­ran­no in di­scus­sio­ne i con­trat­ti di te­so­re­ria che og­gi con­sen­to­no di ero­ga­re mu­tui a tas­si age­vo­la­ti per i cit­ta­di­ni, o ser­vi­zi ag­giun­ti­vi a co­sti ri­dot­ti per par­ti­co­la­ri ca­te­go­rie svan­tag­gia­te. Que­sto spie­ga an­che le rea­zio­ni del­le ul­ti­me set­ti­ma­ne del­la ge­ne­ra­li­tà de­gli en­ti, al di là del­l’ap­par­te­nen­za po­li­ti­ca.
Per­ché è un prov­ve­di­men­to che pe­sa più su­gli en­ti del Nord che del Sud?
Per­ché so­no le am­mi­ni­stra­zio­ni del Nord ad ave­re più di­spo­ni­bi­li­tà in cas­sa. Al Sud pur­trop­po la mag­gior par­te del­le am­mi­ni­stra­zio­ni ba­sa la pro­pria at­ti­vi­tà sui tra­sfe­ri­men­ti del­lo Sta­to quin­di ope­ra già in gran par­te in Te­so­re­ria uni­ca. In­ve­ce le am­mi­ni­stra­zio­ni del Nord, vi­ven­do con ri­sor­se pro­prie, han­no una ge­stio­ne fi­nan­zia­ria au­to­no­ma.
Nel­la re­la­zio­ne tec­ni­ca al de­cre­to si iscri­vo­no ot­to mi­liar­di e sei­cen­to mi­lio­ni cir­ca. In real­tà so­no mol­ti di più: sen­ten­do le di­chia­ra­zio­ni dei va­ri re­spon­sa­bi­li del­le ban­che la sti­ma è at­tor­no ai tren­ta mi­liar­di. Una ci­fra im­por­tan­te che vie­ne me­no. La Pro­vin­cia di Tre­vi­so si tro­va­va con una li­qui­di­tà in­tor­no ai cin­quan­ta mi­lio­ni di eu­ro; li­qui­di­tà che ga­ran­ti­va un’en­tra­ta di bi­lan­cio per in­te­res­si at­ti­vi pa­ri a ot­to­cen­to­mi­la eu­ro al­l’an­no. Que­sti era­no pro­dot­ti esclu­si­va­men­te dal con­trat­to di te­so­re­ria e ve­ni­va­no in­ve­sti­ti in ser­vi­zi.
Nel­la Te­so­re­ria uni­ca non è pre­vi­sto un tas­so di in­te­res­se?
Il con­to del­la Ban­ca d’I­ta­lia per i tra­sfe­ri­men­ti dal­lo Sta­to ver­so gli en­ti è in­frut­ti­fe­ro; quel­lo do­ve gli en­ti de­po­si­ta­no le lo­ro ri­sor­se al mas­si­mo ar­ri­va al­l’1%. Noi era­va­mo riu­sci­ti ad ave­re in­te­res­si at­ti­vi vi­ci­no al 4%. C’è una bel­la dif­fe­ren­za! La Re­gio­ne Ve­ne­to com­ples­si­va­men­te ha più di un mi­liar­do di li­qui­di­tà da tra­sfe­ri­re. In­som­ma par­lia­mo di ci­fre im­por­tan­ti.
Per evi­ta­re il dan­no, la Pro­vin­cia di Tre­vi­so la set­ti­ma­na scor­sa ha de­ci­so di in­ve­sti­re tren­ta mi­lio­ni in ti­to­li di Sta­to. In que­sto mo­do non li tra­sfe­ria­mo; cer­ta­men­te non creia­mo un dan­no al­lo Sta­to e ci ga­ran­tia­mo un in­te­res­se. Ab­bia­mo cer­ca­to di da­re un’in­ter­pre­ta­zio­ne al­la nor­ma spe­ran­do che si ar­ri­vi ad un ri­pen­sa­men­to, per­ché ef­fet­ti­va­men­te è una gros­sa li­mi­ta­zio­ne per l’au­to­no­mia de­gli en­ti.
So­no con­sa­pe­vo­le che ne­gli an­ni qual­che en­te ha abu­sa­to di ta­le au­to­no­mia, ma al­lo­ra bi­so­gna in­ter­ve­ni­re su quei ca­si, non pe­na­liz­za­re in­di­stin­ta­men­te tut­ti gli en­ti.
Mol­te di que­ste scel­te so­no pre­se in no­me del­l’e­mer­gen­za e del­la cri­si…
Ca­pi­sco, ma in no­me del­l’e­mer­gen­za non si può stra­vol­ge­re l’as­set­to co­sti­tu­zio­na­le! L’at­tua­le strut­tu­ra or­ga­niz­za­ti­va del­lo Sta­to ri­co­no­sce pa­ri di­gni­tà agli en­ti. Vo­glia­mo tor­na­re in­die­tro? Al­lo­ra bi­so­gna pe­rò chie­der­si se dav­ve­ro un ri­tor­no al cen­tra­li­smo sia quel­lo di cui l’I­ta­lia ha bi­so­gno. L’at­tua­le cri­si è do­vu­ta a tan­ti fat­to­ri, pe­rò il no­stro de­bi­to pub­bli­co -che è la de­bo­lez­za mag­gio­re del­l’I­ta­lia- non è sta­to cer­to de­ter­mi­na­to dai Co­mu­ni, dal­le Pro­vin­ce e in ge­ne­ra­le del­le au­to­no­mie lo­ca­li. È un de­bi­to che ci tra­sci­nia­mo dal­la ge­stio­ne cen­tra­li­sti­ca del­la spe­sa pub­bli­ca. Tor­na­re al mo­del­lo che ha de­ter­mi­na­to l’at­tua­le si­tua­zio­ne di cri­si fran­ca­men­te non mi sem­bra la so­lu­zio­ne mi­glio­re. Oc­cor­re sem­pre sta­re at­ten­ti ai prov­ve­di­men­ti di emer­gen­za…
È chia­ro che sia­mo in una si­tua­zio­ne straor­di­na­ria, che ri­chie­de in­ter­ven­ti ur­gen­ti. Pen­so, tut­ta­via, che un mag­gio­re con­fron­to e col­la­bo­ra­zio­ne fra tut­ti gli en­ti che co­sti­tui­sco­no que­sto Sta­to sa­reb­be sta­to uti­le. Da ope­ra­to­re del­l’au­to­no­mia lo­ca­le de­vo di­re che que­sto con­ti­nua a man­ca­re. Spes­so i prov­ve­di­men­ti del go­ver­no si leg­go­no so­lo sul gior­na­le, sen­za che ven­ga­no at­ti­va­te le pro­ce­du­re di con­cer­ta­zio­ne e con­fron­to (pre­vi­ste tra l’al­tro dal­le leg­gi at­tua­li) co­me la con­fe­ren­za Sta­to Re­gio­ni. La vi­cen­da del­la ri­for­ma del­le Pro­vin­ce è em­ble­ma­ti­ca.
Lei si è espres­so ne­ga­ti­va­men­te an­che ri­spet­to al­l’a­bo­li­zio­ne del­le Pro­vin­ce. Può rac­con­ta­re?
L’a­bo­li­zio­ne del­le Pro­vin­ce è un al­tro esem­pio di co­me sul­l’on­da del­l’e­mer­gen­za si pos­sa­no fa­re de­gli in­ter­ven­ti mol­to di­scu­ti­bi­li, per­ché -di nuo­vo- non rien­tra­no in una ri­for­ma or­ga­ni­ca del­l’as­set­to co­sti­tu­zio­na­le. Cioè, non si può pren­de­re una par­te di una strut­tu­ra e ta­gliar­la pen­san­do di la­scia­re inal­te­ra­to il re­sto. Che poi non si sta nean­che par­lan­do di un ef­fet­ti­vo ta­glio. La pro­po­sta è che l’ap­pa­ra­to po­li­ti­co ven­ga so­sti­tui­to con un’e­le­zio­ne di se­con­do gra­do, per cui l’at­tua­le Pre­si­den­te del­la Pro­vin­cia e i con­si­glie­ri, an­zi­ché es­se­re elet­ti dal po­po­lo, sa­reb­be­ro elet­ti di­ret­ta­men­te dai con­si­glie­ri co­mu­na­li. È que­sta la so­lu­zio­ne? Ne du­bi­to! Si ri­schia ve­ra­men­te di fa­re dei dan­ni. Io nu­tro sem­pre qual­che pau­ra quan­do si as­si­mi­la­no i co­sti del­la po­li­ti­ca con i co­sti del­la de­mo­cra­zia. So­no due co­se mol­to di­ver­se.
Se fac­cia­mo pas­sa­re il prin­ci­pio che per ri­dur­re i co­sti bi­so­gna ta­glia­re la rap­pre­sen­tan­za de­mo­cra­ti­ca, al­lo­ra og­gi ta­glia­mo le Pro­vin­ce, do­ma­ni (an­zi è già in cor­so) ta­glia­mo tut­ti i pic­co­li Co­mu­ni, poi ta­glie­re­mo le Re­gio­ni… Beh, se spin­gia­mo que­st’i­dea al­l’ec­ces­so -ov­via­men­te par­lo per as­sur­do- al­lo­ra ba­ste­reb­be una so­la per­so­na!
Tra l’al­tro, quan­do si van­no a ta­glia­re il nu­me­ro dei con­si­glie­ri co­mu­na­li in un pic­co­lo co­mu­ne non si ri­spar­mia pra­ti­ca­men­te nul­la. Un con­si­glie­re di un co­mu­ne di die­ci­mi­la abi­tan­ti co­sta due­cen­to­cin­quan­ta eu­ro al­l’an­no! Un sin­da­co di un co­mu­ne del­la me­de­si­ma di­men­sio­ne avrà un co­sto di 1500 eu­ro lor­di al me­se e ci de­di­ca tut­to il suo tem­po. Tra l’al­tro, il cit­ta­di­no per­ce­pi­sce la pre­sen­za del­lo Sta­to at­tra­ver­so il sin­da­co, non cer­to at­tra­ver­so un par­la­men­ta­re.
In ogni ca­so non vor­rei ca­de­re in que­sto di­bat­ti­to sul­la ca­sta e i co­sti del­la po­li­ti­ca. Ci so­no gli spre­chi, ci so­no co­se inac­cet­ta­bi­li so­prat­tut­to in un mo­men­to di cri­si, pe­rò bi­so­gna sta­re at­ten­ti a fa­re del po­pu­li­smo di que­sto ge­ne­re.
Tor­nan­do al­le Pro­vin­ce, è chia­ro che una ri­for­ma era ne­ces­sa­ria, ma è una ri­for­ma che de­ve par­ti­re dal­l’as­set­to ge­ne­ra­le e dal­le com­pe­ten­ze. Il ve­ro pro­ble­ma del no­stro pae­se è che non vie­ne mai de­fi­ni­to esat­ta­men­te “chi fa co­sa”. Per la stes­sa com­pe­ten­za è pre­sen­te una mi­ria­de di en­ti. Sfi­do chiun­que a di­re quan­ti en­ti pub­bli­ci in­ter­me­di di va­ria na­tu­ra (con pic­co­le com­pe­ten­ze) in­si­sto­no a li­vel­lo re­gio­na­le, in­ter­pro­vin­cia­le o co­mu­na­le. Le fi­nan­zia­rie de­gli ul­ti­mi an­ni han­no tut­te pro­cla­ma­to la sop­pres­sio­ne di que­sti fan­to­ma­ti­ci “en­ti inu­ti­li”, ma non si è riu­sci­ti a sop­pri­mer­ne nean­che uno!
Que­sto com­por­ta che, ad esem­pio, se noi co­me am­mi­ni­stra­zio­ne pub­bli­ca co­sti­tu­zio­nal­men­te ri­co­no­sciu­ta vo­glia­mo rea­liz­za­re un’o­pe­ra pub­bli­ca, una stra­da o una scuo­la, dob­bia­mo fa­re una con­fe­ren­za di ser­vi­zi e in­vi­ta­re una mol­te­pli­ci­tà di en­ti per­ché se si tro­va in area pro­tet­ta, c’è la so­prin­ten­den­za, poi c’è l’en­te par­co, il con­sor­zio di bo­ni­fi­ca, l’au­to­ri­tà di ba­ci­no, l’A­to del­le ac­que e via di­cen­do. Tut­ti en­ti pub­bli­ci, ma non sog­get­ti al con­trol­lo dei cit­ta­di­ni. I cit­ta­di­ni non san­no nean­che che esi­sto­no. Ognu­no col pro­prio Con­si­glio di am­mi­ni­stra­zio­ne, che nes­su­no sa be­ne co­sa fac­cia, né quan­to co­sti in di­ret­to­re, strut­tu­re, se­di. È lì che bi­so­gna in­ter­ve­ni­re.
So­no ba­ci­ni di clien­te­li­smo…
Al­lo­ra, pe­rò, bi­so­gna es­se­re one­sti. Non si può af­fer­ma­re di fa­re un in­ter­ven­to si­gni­fi­ca­ti­vo sui co­sti del­la po­li­ti­ca, to­glien­do un en­te rap­pre­sen­ta­ti­vo co­me la Pro­vin­cia, sen­za in­ve­ce in­ter­ve­ni­re su que­sta mol­te­pli­ci­tà di en­ti che non ri­spon­do­no pra­ti­ca­men­te a nes­su­no se non al po­li­ti­co di tur­no. In una fa­se di emer­gen­za bi­so­gna ave­re il co­rag­gio di af­fron­tar­le -ma dav­ve­ro- que­ste que­stio­ni.
La ri­for­ma del­le Pro­vin­ce, co­sì co­me pen­sa­ta, è inat­tua­bi­le per­ché è sta­ta fat­ta sen­za pren­de­re in con­si­de­ra­zio­ne co­sa fan­no le Pro­vin­ce og­gi.
Qua­li so­no le com­pe­ten­ze del­la Pro­vin­cia?
Par­tia­mo dal­le fun­zio­ni prin­ci­pa­li. La via­bi­li­tà: to­glien­do le au­to­stra­de e la via­bi­li­tà co­mu­na­le, la mag­gior par­te del­la via­bi­li­tà è pro­vin­cia­le. La Pro­vin­cia ha la re­spon­sa­bi­li­tà per la ge­stio­ne del­le stra­de, la ma­nu­ten­zio­ne, lo spaz­za­men­to del­la ne­ve, ecc.
A chi può an­da­re que­sta com­pe­ten­za? Non cer­to al Co­mu­ne. Se pren­dia­mo una stra­da pro­vin­cia­le di col­le­ga­men­to, co­sa fac­cia­mo? La spez­zet­tia­mo e ogni Co­mu­ne si ge­sti­sce un trat­to di stra­da? È im­pen­sa­bi­le e cer­ta­men­te an­ti­e­co­no­mi­co. Op­pu­re la ri­por­tia­mo al­la Re­gio­ne? Ma la Re­gio­ne de­ve es­se­re l’en­te che le­gi­fe­ra, non fa­re la ge­stio­ne. Ci so­no le scuo­le su­pe­rio­ri: in ogni pro­vin­cia i cen­tri mag­gio­ri ospi­ta­no gli isti­tu­ti sco­la­sti­ci su­pe­rio­ri che evi­den­te­men­te han­no un ba­ci­no so­vra­co­mu­na­le. Il li­ceo clas­si­co di Tre­vi­so ser­ve un ba­ci­no di 20-30 co­mu­ni; non può ge­stir­lo un Co­mu­ne. Vo­glia­mo af­fi­da­re al­la Re­gio­ne la ma­nu­ten­zio­ne de­gli edi­fi­ci sco­la­sti­ci? Non ha sen­so. Poi ci so­no i Cen­tri per l’im­pie­go e tut­te le po­li­ti­che del la­vo­ro. Fac­cia­mo un uf­fi­cio del la­vo­ro in ogni co­mu­ne? La for­ma­zio­ne pro­fes­sio­na­le (che in un pe­rio­do di cri­si eco­no­mi­ca ha un ruo­lo fon­da­men­ta­le, so­prat­tut­to per l’in­se­ri­men­to de­gli espul­si dal mon­do del la­vo­ro e la ri­con­ver­sio­ne) la de­ve fa­re ogni sin­go­lo co­mu­ne? Ri­cor­do che par­lia­mo di una real­tà in cui la mag­gior par­te dei co­mu­ni so­no sot­to i cin­que­mi­la abi­tan­ti. Co­me fan­no? È im­pen­sa­bi­le!
An­che tut­ta la ge­stio­ne del­l’am­bien­te, dei ri­fiu­ti, del­l’ur­ba­ni­sti­ca è a li­vel­lo pro­vin­cia­le. Og­gi la Pro­vin­cia ap­pro­va i pia­ni re­go­la­to­ri o di as­set­to del ter­ri­to­rio dei co­mu­ni (Pat). Se non c’è più la Pro­vin­cia o que­sta di­ven­ta en­te di se­con­do gra­do ge­sti­ta dai sin­da­ci, i sin­da­ci di­ven­ta­no con­trol­la­ti e con­trol­lo­ri; si ap­pro­va­no i lo­ro pia­ni? Non ha sen­so. Nel ca­so di una re­gio­ne di pic­co­le di­men­sio­ni, si po­treb­be an­che ipo­tiz­za­re di ri­por­ta­re la pia­ni­fi­ca­zio­ne a li­vel­lo re­gio­na­le, ma in una re­gio­ne co­me il Ve­ne­to che va dal­le Do­lo­mi­ti fi­no al­la la­gu­na di Ve­ne­zia, con real­tà e bi­so­gni ter­ri­to­ria­li com­ple­ta­men­te di­ver­si, an­che que­sto mi sem­bra im­pro­po­ni­bi­le. Og­gi in tre me­si la Pro­vin­cia ap­pro­va i pia­ni re­go­la­to­ri di un co­mu­ne. Pri­ma quei pia­ni ri­ma­ne­va­no fer­mi in Re­gio­ne per an­ni. Co­sa fac­cia­mo? Tor­nia­mo in­die­tro? Que­ste so­no le fun­zio­ni prin­ci­pa­li, ma ce ne so­no mol­te al­tre. Ec­co, è su que­sto che bi­so­gne­reb­be di­scu­te­re.
Co­me si ri­me­dia al­lo­ra a una si­tua­zio­ne in cui in­ne­ga­bil­men­te ci so­no sta­ti de­gli spre­chi?
Bi­so­gna par­ti­re dal­le com­pe­ten­ze. Se sta­bi­lia­mo che ser­ve un en­te in­ter­me­dio tra la Re­gio­ne e il Co­mu­ne, bi­so­gna an­che di­re qua­li fun­zio­ni de­ve svol­ge­re, che so­no più o me­no quel­le che ho ap­pe­na elen­ca­to. Al­cu­ne, pro­ba­bil­men­te, co­me le com­pe­ten­ze in ma­te­ria di tu­ri­smo, di sport, pos­so­no an­che es­se­re tra­sfe­ri­te al Co­mu­ne, ma­ga­ri in cam­bio di al­tre.
Si­cu­ra­men­te si può in­ter­ve­ni­re sul nu­me­ro del­le Pro­vin­ce. Ne­gli ul­ti­mi ven­t’an­ni so­no sta­te crea­te del­le Pro­vin­ce che han­no una po­po­la­zio­ne in­fe­rio­re ai cin­quan­ta-ses­san­ta­mi­la abi­tan­ti. Si può si­cu­ra­men­te di­scu­te­re sul­la di­men­sio­ne mi­ni­ma de­gli en­ti, si può pro­ce­de­re a de­gli ac­cor­pa­men­ti. So­no or­mai ven­t’an­ni che si par­la di cit­tà me­tro­po­li­ta­ne. La mia non è una di­fe­sa a ol­tran­za del­la una si­tua­zio­ne esi­sten­te. Una di­men­sio­ne ac­cet­ta­bi­le po­treb­be es­se­re tre­cen­to-quat­tro­cen­to mi­la abi­tan­ti. Que­sto por­te­reb­be le at­tua­li 107 pro­vin­ce a cir­ca 70, che po­treb­be es­se­re un nu­me­ro ac­cet­ta­bi­le.
In al­cu­ni ca­si spe­ci­fi­ci -in ba­se al­le pe­cu­lia­ri­tà ter­ri­to­ria­li- si po­treb­be ave­re an­che un nu­me­ro di abi­tan­ti in­fe­rio­re. Que­sto va te­nu­to pre­sen­te.
Non oc­cor­re in­ven­tar­si chis­sà che co­sa. For­se ba­ste­reb­be pren­de­re le pro­vin­ce sto­ri­che, quel­le che esi­sto­no da pri­ma del­l’U­ni­tà d’I­ta­lia, ed eli­mi­na­re quel­le che so­no sta­te crea­te do­po, non cer­to per ra­gio­ni sto­ri­che, ma po­li­ti­che. Co­sì for­se si ar­ri­ve­reb­be a un nu­me­ro so­ste­ni­bi­le, sen­za stra­vol­ge­re si­tua­zio­ni con­so­li­da­te.
Non bi­so­gna in­fat­ti di­men­ti­ca­re che tut­ta la no­stra or­ga­niz­za­zio­ne è fat­ta su ba­se pro­vin­cia­le: dal­la Pre­fet­tu­ra al­le Que­stu­re, i sin­da­ca­ti, i par­ti­ti po­li­ti­ci, le as­so­cia­zio­ni di ca­te­go­ria. Sia­mo un pae­se di co­mu­ni e di pro­vin­ce; è la no­stra or­ga­niz­za­zio­ne ter­ri­to­ria­le.
Ma co­sa si può fa­re con­tro que­sta mol­ti­pli­ca­zio­ne de­gli en­ti?
È dal ‘96 (for­se an­che da pri­ma) che ogni an­no nel­la leg­ge fi­nan­zia­ria c’è una nor­ma che ri­chie­de la sop­pres­sio­ne de­gli en­ti inu­ti­li e, co­me ri­cor­da­vo, non ne è sta­to sop­pres­so nean­che uno. Han­no tro­va­to tut­ti i cri­te­ri pos­si­bi­li. Ogni vol­ta che usci­va l’e­len­co, qual­cu­no pro­te­sta­va per­ché il tal en­te non po­te­va es­se­re sop­pres­so. La fi­nan­zia­ria di due an­ni fa vo­le­va eli­mi­na­re gli en­ti con me­no di set­tan­ta di­pen­den­ti, poi si so­no ac­cor­ti che c’e­ra­no de­gli en­ti che non po­te­va­no es­se­re sop­pres­si e che ave­va­no ses­san­ta­cin­que di­pen­den­ti.
Il fat­to è che fi­no ades­so -in­si­sto su que­sto pun­to- si è ra­gio­na­to sol­tan­to in ter­mi­ni di sop­pres­sio­ne di un en­te, sen­za por­si il pro­ble­ma di co­sa fa. Io di­co: an­dia­mo a ve­de­re che co­sa fan­no, per­ché se non fan­no nien­te di im­por­tan­te, nien­te di ri­le­van­za pub­bli­ca, van­no sop­pres­si e ba­sta.
Io ve­do la ne­ces­si­tà di uni­re at­tor­no agli en­ti fon­da­men­ta­li, che so­no Co­mu­ni, Pro­vin­ce, Re­gio­ne, Sta­to, tut­to l’e­ser­ci­zio del­le fun­zio­ni, ap­pli­can­do la co­sti­tu­zio­ne per quel­lo che di­ce, in ba­se al prin­ci­pio di sus­si­dia­rie­tà, di cui non si par­la più.
Il prin­ci­pio di sus­si­dia­rie­tà di­ce che tut­to va fat­to il più vi­ci­no pos­si­bi­le al cit­ta­di­no. Quel­lo che non può fa­re il Co­mu­ne per la na­tu­ra del­le fun­zio­ni, lo fa la Pro­vin­cia; quel­lo che ha una ri­le­van­za su­pe­rio­re al li­vel­lo pro­vin­cia­le lo fa la Re­gio­ne, e co­sì per lo Sta­to. Non è più ac­cet­ta­bi­le che esi­sta que­sta mi­ria­de di en­ti stru­men­ta­li che sfug­go­no al con­trol­lo di tut­ti. È as­sur­do che gli or­ga­ni elet­ti si ve­da­no le ope­re pub­bli­che bloc­ca­te per an­ni per­ché il tal con­sor­zio non espri­me po­te­re fa­vo­re­vo­le, por­tan­do al­la pa­ra­li­si, con co­sti in­con­trol­la­bi­li. Più che del­la ca­sta, bi­so­gne­reb­be oc­cu­par­si di que­sti aspet­ti, dif­fi­ci­lis­si­mi da con­trol­la­re an­che per chi fa gior­na­li­smo d’in­chie­sta; è più fa­ci­le spa­ra­re sul po­li­ti­co in que­sto mo­men­to -ci so­no an­che tan­te buo­ne ra­gio­ni, ma bi­so­gna sta­re at­ten­ti… To­glia­mo piut­to­sto al po­li­ti­co la pos­si­bi­li­tà e il po­te­re di crea­re azien­de par­te­ci­pa­te, azien­de spe­cia­li, con­sor­zi e di no­mi­na­re mi­glia­ia di per­so­ne in tut­ti que­sti Cda, al­lo­ra sì che avre­mo fat­to la ve­ra lot­ta al­la ca­sta.
An­che il fe­de­ra­li­smo fi­sca­le ha su­bì­to una bat­tu­ta d’ar­re­sto…
L’I­mu, l’im­po­sta mu­ni­ci­pa­le, che do­ve­va es­se­re il pri­mo ele­men­to di at­tua­zio­ne del fe­de­ra­li­smo fi­sca­le, pro­dur­rà un get­ti­to che ver­rà ge­sti­to per me­tà dal­lo Sta­to.
Tra l’al­tro, lo Sta­to si è già as­si­cu­ra­to il suo red­di­to, quin­di i co­mu­ni che, nel­lo stret­to mar­gi­ne di dif­fe­ren­zia­zio­ne del­l’a­li­quo­ta, de­ci­de­ran­no di ap­pli­ca­re del­le age­vo­la­zio­ni, per­de­ran­no quel­le som­me per in­te­ro. Que­sto non è fe­de­ra­li­smo!
Non so­lo: l’ul­ti­mo “mil­le­pro­ro­ghe” ha spo­sta­to in avan­ti le sca­den­ze re­la­ti­ve a una que­stio­ne fon­da­men­ta­le, quel­la dei co­sti e fab­bi­so­gni stan­dard, che de­ve di­ven­ta­re la ba­se per va­lu­ta­re gli even­tua­li fon­di di pe­re­qua­zio­ne e quan­t’al­tro. Cioè bi­so­gna pas­sa­re de­fi­ni­ti­va­men­te dal cri­te­rio del­la spe­sa sto­ri­ca a quel­lo del fab­bi­so­gno stan­dard. Fi­no ad og­gi chi ha spe­so di più ha avu­to co­mun­que ga­ran­ti­ta quel­la ca­pa­ci­tà di spe­sa, a pre­scin­de­re dai ri­sul­ta­ti. Que­sto ha de­ter­mi­na­to una cre­scen­te spe­re­qua­zio­ne che ha por­ta­to a del­le esa­spe­ra­zio­ni an­che fra il Nord e il Sud. D’al­tra par­te, se una si­rin­ga nel­l’o­spe­da­le del Ve­ne­to mi co­sta die­ci, per­ché in un’al­tra re­gio­ne mi co­sta tren­ta? Se quel­la che co­sta die­ci fun­zio­na ed è ef­fi­cien­te sul­la ba­se dei cri­te­ri ge­ne­ra­li stan­dard, tut­ti si de­vo­no al­li­nea­re a quel co­sto. Se poi un’al­tra real­tà pre­fe­ri­sce spen­de­re ven­ti per­ché op­ta per un pro­dot­to più per­for­man­te spie­ghe­rà ai suoi cit­ta­di­ni che pa­ghe­ran­no di più ma a fron­te di un ser­vi­zio mi­glio­re. Ec­co, era ini­zia­to un per­cor­so fun­zio­ne per fun­zio­ne per in­di­vi­dua­re i fab­bi­so­gni stan­dard sul­la ba­se di al­cu­ni pa­ra­me­tri, ma ades­so è sta­to tut­to pro­ro­ga­to al 2013.
Lei è con­vin­to che il fe­de­ra­li­smo fac­cia be­ne an­che al Sud…
Io non so­no tre­vi­gia­no, ven­go da Ca­ta­nia, ma so­no for­te­men­te con­vin­to che il fe­de­ra­li­smo fa­rà be­ne al Sud. Fe­de­ra­li­smo si­gni­fi­ca au­to­no­mia di ge­stio­ne, ma an­che re­spon­sa­bi­li­tà; re­spon­sa­bi­li­tà di ave­re una ge­stio­ne ocu­la­ta per­ché se sfo­ri, ri­spet­to ai co­sti stan­dard, de­vi au­men­ta­re le tas­se lo­ca­li e que­sto lo de­vi spie­ga­re ai tuoi cit­ta­di­ni.
Sol­tan­to pun­tan­do sul­la re­spon­sa­bi­li­tà di chi am­mi­ni­stra si può ve­nir fuo­ri da una si­tua­zio­ne che non è più sop­por­ta­bi­le. Co­me di­ce­vo, la Pro­vin­cia di Tre­vi­so ha cir­ca ses­san­ta mi­lio­ni in cas­sa di en­tra­te pro­prie e non può spen­der­li. È un as­sur­do! Noi po­trem­mo co­strui­re del­le scuo­le, po­trem­mo rea­liz­za­re del­le stra­de, del­le ope­re ne­ces­sa­rie, far ri­par­ti­re l’e­co­no­mia, da­re os­si­ge­no al­le azien­de in dif­fi­col­tà. In­ve­ce non pos­sia­mo far­lo per­ché il Pat­to di sta­bi­li­tà ce lo im­pe­di­sce.
La nor­ma sul­la Te­so­re­ria uni­ca ha fat­to ve­nir fuo­ri qual è il pro­ble­ma: nel bi­lan­cio com­ples­si­vo del­lo Sta­to, i ses­san­ta mi­lio­ni del­la Pro­vin­cia di Tre­vi­so van­no a col­ma­re un bu­co di bi­lan­cio di qual­che al­tro en­te. Que­sta è una co­sa che non può più es­se­re ac­cet­ta­ta.
Cioè noi qui -pur aven­do i sol­di in cas­sa- fac­cia­mo sem­pre più fa­ti­ca ad as­si­cu­ra­re il tra­spor­to sco­la­sti­co, la men­sa e i ser­vi­zi so­cia­li per gli an­zia­ni. In­tan­to il Co­mu­ne di Ca­ta­nia, la mia cit­tà, ha fat­to un bu­co di bi­lan­cio di ol­tre due­cen­to mi­lio­ni di eu­ro che il go­ver­no ha de­ci­so di ri­pia­na­re. Con l’ul­te­rio­re as­sur­di­tà che il Co­mu­ne di Ca­ta­nia, non aven­do fat­to in­ve­sti­men­ti, for­mal­men­te non ha vio­la­to il pat­to di sta­bi­li­tà, men­tre qui -per pa­ga­re un’a­zien­da che ha rea­liz­za­to un’o­pe­ra- si ri­schia di su­bi­re del­le san­zio­ni. E que­sto in un ter­ri­to­rio do­ve or­mai da an­ni non ri­ce­via­mo più un eu­ro di tra­sfe­ri­men­to dal­lo Sta­to. È inac­cet­ta­bi­le! È pro­prio la de­re­spon­sa­bi­liz­za­zio­ne de­gli am­mi­ni­stra­to­ri che ha por­ta­to al di­sa­stro al Sud. Oc­cor­re che ognu­no im­pa­ri a ge­sti­re i ser­vi­zi di­ret­ta­men­te con le pro­prie en­tra­te, sul­la ba­se di co­sti e fab­bi­so­gni stan­dard. Se poi ci so­no del­le zo­ne in dif­fi­col­tà bi­so­gna stu­dia­re le for­me di com­pen­sa­zio­ne, so­li­da­rie­tà, pe­re­qua­zio­ne -chia­mia­mo­le co­me vo­glia­mo- per as­si­cu­ra­re a tut­ti una pa­ri­tà di trat­ta­men­to.
Co­me fun­zio­na il Pat­to di sta­bi­li­tà?
Il Pat­to di sta­bi­li­tà, in­tro­dot­to nel­la no­stra le­gi­sla­zio­ne con la leg­ge del 1998, de­ri­va dal pro­ces­so di in­te­gra­zio­ne eco­no­mi­ca e mo­ne­ta­ria del­l’U­nio­ne eu­ro­pea e non ri­guar­da sol­tan­to gli Sta­ti na­zio­na­li ed i lo­ro equi­li­bri fi­nan­zia­ri, ma coin­vol­ge tut­to il si­ste­ma del­le au­to­no­mie ter­ri­to­ria­li, cioè Re­gio­ni, Pro­vin­ce e Co­mu­ni.
Gli obiet­ti­vi im­po­sti dal­le re­go­le del Pat­to di sta­bi­li­tà e cre­sci­ta de­vo­no es­se­re con­di­vi­si da tut­ti i sog­get­ti pub­bli­ci coin­vol­ti, chia­ma­ti a por­re in es­se­re com­por­ta­men­ti coe­ren­ti al fi­ne del lo­ro rag­giun­gi­men­to di ta­li obiet­ti­vi. Que­sta con­di­vi­sio­ne e coo­pe­ra­zio­ne tra Sta­to, Re­gio­ni e au­to­no­mie lo­ca­li com­por­ta la ne­ces­si­tà di pro­gram­ma­re la pro­pria fi­nan­za al­lo sco­po di par­te­ci­pa­re al­la rea­liz­za­zio­ne dei com­ples­si­vi equi­li­bri del­la fi­nan­za pub­bli­ca (in ar­mo­niz­za­zio­ne con le po­li­ti­che eco­no­mi­che e mo­ne­ta­rie pen­sa­te a li­vel­lo eu­ro­peo). In sin­te­si i vin­co­li im­pon­go­no il rag­giun­gi­men­to del­l’e­qui­li­brio di par­te cor­ren­te e la pro­gres­si­va ri­du­zio­ne del rap­por­to tra il de­bi­to del­l’en­te e il pro­dot­to in­ter­no lor­do na­zio­na­le. Il Pat­to di sta­bi­li­tà pre­ve­de in­som­ma il con­cor­so de­gli en­ti lo­ca­li al­la rea­liz­za­zio­ne de­gli obiet­ti­vi di fi­nan­za pub­bli­ca. Per ri­spet­tar­lo ci so­no due mo­da­li­tà: la ri­du­zio­ne del­le spe­se cor­ren­ti o la ri­du­zio­ne del pa­ga­men­to de­gli in­ve­sti­men­ti.
Ora, co­s’è av­ve­nu­to? Che sol­tan­to qual­che en­te vir­tuo­so è riu­sci­to a ri­di­men­sio­na­re la spe­sa cor­ren­te ri­du­cen­do il nu­me­ro del­le as­sun­zio­ni, bloc­can­do il turn-over, fa­cen­do una ge­stio­ne più ocu­la­ta. Al­tri (la gran par­te) han­no man­te­nu­to la spe­sa cor­ren­te inal­te­ra­ta o ad­di­rit­tu­ra l’han­no au­men­ta­ta, as­su­men­do, co­sti­tuen­do so­cie­tà e quin­di tut­to il pe­so del pat­to di sta­bi­li­tà si è tra­dot­to in mi­no­ri in­ve­sti­men­ti (co­sa che ha con­tri­bui­to for­te­men­te al­la si­tua­zio­ne cri­si) o nel ri­tar­do nei pa­ga­men­ti. L’am­mi­ni­stra­zio­ne pa­ga do­po 3-4 an­ni e in­tan­to l’a­zien­da fal­li­sce.
La Pro­vin­cia di Tre­vi­so in quat­tro an­ni ha ri­dot­to il nu­me­ro dei di­pen­den­ti del 20-25%, bloc­can­do le nuo­ve as­sun­zio­ni. Con­si­de­ri che noi sia­mo una pro­vin­cia di 900.000 abi­tan­ti e ab­bia­mo cin­que­cen­to di­pen­den­ti; ci so­no pro­vin­ce di pa­ri nu­me­ro che han­no tre­mi­la di­pen­den­ti.
Il fe­de­ra­li­smo com­por­ta una ri­vo­lu­zio­ne cul­tu­ra­le da par­te dei cit­ta­di­ni, che do­vreb­be­ro ap­pas­sio­nar­si di più al­la co­sa pub­bli­ca, ma an­che da par­te de­gli en­ti pub­bli­ci, a cui vie­ne chie­sto di cam­bia­re men­ta­li­tà. Sta cam­bian­do qual­co­sa?
No, non sta cam­bian­do nien­te, per­ché an­co­ra non si ve­do­no gli ef­fet­ti in con­cre­to.
Il fe­de­ra­li­smo pre­ve­de che i sin­da­ci ab­bia­no mag­gio­re re­spon­sa­bi­li­tà, ma an­che più ca­pa­ci­tà di de­ci­sio­ne. Tut­ta­via, le fi­nan­zia­rie de­gli ul­ti­mi tre an­ni, con la po­li­ti­ca dei ta­gli li­nea­ri, han­no tol­to ogni au­to­no­mia al­l’en­te lo­ca­le: le de­ci­sio­ni ven­go­no tut­te ca­la­te dal­l’al­to. Estre­miz­zan­do -ma nean­che trop­po- pos­sia­mo di­re che tut­ti gli en­ti lo­ca­li so­no com­mis­sa­ria­ti; il bi­lan­cio è tal­men­te vin­co­la­to che la ca­pa­ci­tà di de­ter­mi­na­re del­le scel­te è ri­dot­ta a ze­ro.
La ca­pa­ci­tà che han­no gli en­ti è so­lo quel­la di far qua­dra­re i con­ti. Tut­ti gli sfor­zi di fan­ta­sia si esau­ri­sco­no nel cer­ca­re di at­tua­re la mi­ni­ma par­te di quel che avrem­mo in men­te con le ri­sor­se a di­spo­si­zio­ne. È fru­stran­te. Fin­ché man­ca una ca­pa­ci­tà ef­fet­ti­va di po­ter ge­sti­re, non ci può es­se­re l’ef­fet­to ve­ro del fe­de­ra­li­smo, che è quel­lo ap­pun­to di av­vi­ci­na­re i cit­ta­di­ni agli am­mi­ni­stra­to­ri.
Ades­so bi­so­gne­rà spie­ga­re ai cit­ta­di­ni che tor­ne­ran­no a pa­ga­re la tas­sa sul­la pri­ma ca­sa e che, pe­rò, non ve­dran­no nes­sun mi­glio­ra­men­to a li­vel­lo di ser­vi­zi. An­zi, pro­ba­bil­men­te, per far qua­dra­re i bi­lan­ci -coi vin­co­li del­la fi­nan­zia­ria 2012- ve­dran­no au­men­ta­re le ta­rif­fe, le ret­te sco­la­sti­che, il tra­spor­to de­gli alun­ni.
È ve­ro, sia­mo in una si­tua­zio­ne cri­ti­ca. Ma la so­lu­zio­ne non può es­se­re quel­la di ta­glia­re sui sin­da­ci e su­gli gli as­ses­so­ri dei pic­co­li co­mu­ni. Quel­le non so­no ca­ri­che po­li­ti­che di po­te­re, ben­sì un met­ter­si al ser­vi­zio. Nel­le pic­co­le co­mu­ni­tà il sin­da­co e i due as­ses­so­ri so­no quel­li che -se c’è bi­so­gno- van­no a pu­li­re le stra­de. Do­po­di­ché non ci si de­ve stu­pi­re se i son­dag­gi di­co­no che me­tà dei cit­ta­di­ni si sen­to­no lon­ta­ni dal­la po­li­ti­ca.
Le real­tà lo­ca­li si stan­no svuo­tan­do ogni gior­no di più. Al di là del­la sor­te del­la Pro­vin­cia, è pro­prio l’im­po­sta­zio­ne ge­ne­ra­le che mi pre­oc­cu­pa per­ché se svuo­tia­mo le au­to­no­mie per­dia­mo ogni con­tat­to con i cit­ta­di­ni. Cre­do che per chiun­que, qua­lun­que ruo­lo ab­bia al­l’in­ter­no del­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne, que­sta do­vreb­be es­se­re la pre­oc­cu­pa­zio­ne mag­gio­re.
Dal Go­ver­no tec­ni­co mi sa­rei aspet­ta­to qual­co­sa di di­ver­so, una mag­gio­re at­ten­zio­ne ver­so le ­realtà lo­ca­li. Ca­pi­sco la ne­ces­si­tà di da­re se­gna­li for­ti al­l’Eu­ro­pa, ai mer­ca­ti, pe­rò…
L’u­ni­ca spe­ran­za è che i cit­ta­di­ni sen­ta­no il bi­so­gno di riap­pro­priar­si del­la ge­stio­ne del pro­prio ter­ri­to­rio, dei pro­pri ser­vi­zi. Se c’è una co­scien­za dal bas­so for­se an­che i no­stri po­li­ti­ci si sve­glie­ran­no. È l’u­ni­co mo­do per su­pe­ra­re que­sta fa­se di emer­gen­za. Non cer­to ta­glian­do in­di­stin­ta­men­te dal bas­so. Bi­so­gne­reb­be an­zi an­da­re a sen­ti­re di più chi ogni gior­no cer­ca di man­te­ne­re in pie­di quel­lo che og­gi è lo Sta­to. Per­ché se og­gi chie­dia­mo al cit­ta­di­no co­s’è lo Sta­to, ci ri­spon­de­rà che per lui lo Sta­to è quel­lo che ve­de ogni gior­no: la sua azien­da sa­ni­ta­ria, gli uf­fi­ci co­mu­na­li o pro­vin­cia­li. Chi ope­ra sa qua­li so­no i pro­ble­mi. Do­vreb­be­ro ascol­tar­ci un po’ di più.  (dalla rivista mensile UNA CITTÀ -di Forlì-, n. 192 / 2012 Marzo –http://www.unacitta.it/)

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