BALCANI: “culla d’Europa” o sua “polveriera”? – Come sanare l’assenza colpevole europea sui genocidi e le violenze della guerra civile jugoslava? – La recente positiva mediazione dell’UE per la pacificazione tra KOSOVO e SERBIA come possibile inizio di una geopolitica europea per l’integrazione tra “vecchia” Europa e popoli balcanici; in un unico progetto continentale di pace e sviluppo per una “NUOVA EUROPA”

BALCANI - da www.balcanionline.it (cliccare sull'immagine per ingrandirla)
BALCANI – da http://www.balcanionline.it (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

Frontiere – I BALCANI

QUI IL NAZIONALISMO ASSORBE OGNI COSA

di PREDRAG MATVEJEVIC

   Chi approda nei Balcani non tarda a rendersi conto delle loro contraddizioni. Sono una penisola vera e propria o un grosso blocco del Continente immerso nel bacino mediterraneo? Dove cominciano e dove finiscono? “A Oriente”, si dice, ma sempre in funzione dell’angolazione dalla quale si osserva.

   Gli spazi balcanici sono disseminati delle vestigia degli imperi sovranazionali e dei resti dei nuovi Stati, definiti in seguito ad accordi e programmi nazionali; idee di nazione del XIX secolo e ideologie internazionaliste nate dal socialismo reale del XX secolo; eredità di due guerre mondiali e di una guerra fredda; vicissitudini dell’Europa dell’Est e dell’Ovest; relazioni ambivalenti fra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo; legami e fratture fra il Mediterraneo e l’Europa; l’Unione Europea e “l’altra Europa”.

   Tante divisioni e faglie, linee di demarcazione o di frontiera, materiali e spirituali, politiche, sociali, culturali e altre ancora. La maggior parte delle popolazioni di questa regione non ha conosciuto autentiche tradizioni laiche. Non si tratta unicamente di un mancanza di laicità rispetto alla fede: analogo atteggiamento nei confronti di un’idea nazionale concepita in senso religioso e, al tempo stesso, di un’ideologia (non solo nazionale) praticata in quanto religione.

   Si osserva la trasformazione di alcuni aspetti della cultura nazionale di un’ideologia della nazione. La letteratura, a sua volta, si riduce a una “letteratura nazionale” in senso stretto. Le energie individuali e collettive si ritrovano così assorbite dal solo nazionalismo.

   Come ci si può stupire, quindi, dell’atteggiamento ambivalente dei balcanici, oggi, rispetto all’Europa?  Promessa di modernità, da un lato; minaccia rivolta alle singole religioni nazionali, dall’altro. Speranza e delusione, innamoramento utopistico e ripulsa localistica: fra questi poli si agita la “questione balcanica”. (Predrag Matvejevic)

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SARAJEVO DI SERA (come appare oggi, bellissima) (Foto mungosciko _ Flickr)
SARAJEVO DI SERA (come appare oggi, bellissima) (Foto mungosciko _ Flickr)

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I BALCANI E NOI (sm)

   Se Churchill diceva che i Balcani sono “uno spazio che produce più storia di quanta possa consumarne”, la partecipazione di questo spazio a un possibile rinnovato progetto di Europa unita, federalista (gli Stati Uniti d’Europa), diventa cosa assai importante. Noi europei, in questa fase storica, abbiamo bisogno come l’aria di un contesto geografico nuovo, più allargato, dove si respiri un mondo più eterogeneo (nelle culture, lingue, opinioni e modi di porsi nei confronti della vita…); e comunque diverso da quello obsoleto, vecchio, superato degli Stati fondatori di un’Europa sempre più noiosa, stanca, demotivata (come appare in Francia, Germania, Italia, Belgio… la Gran Bretagna che c’è nella UE ma vorrebbe non esserci…).

   Per questo a LUGLIO, quando la CROAZIA s’aggiungerà a SLOVENIA, BULGARIA, ROMANIA e diventerà il ventottesimo Stato dell’Unione, il quarto balcanico, ebbene sarà una buona cosa. E all’interno delle lotte, guerre civili e antiche divisioni, un’ottima notizia la si ha in questi giorni con l’accordo raggiunto il 19 aprile scorso sul Kosovo, appunto tra Serbia e Kosovo, con l’importante (finalmente!) mediazione e azione dell’Unione Europa.

   In questo accordo la Serbia di fatto rinuncia alle pretese sul territorio al Nord del Kosovo. In cambio ottiene per la propria comunità presente nella regione kosovara (circa 50mila persone che vivono a nord del fiume Ibar) una sostanziale autonomia sul modello dell’Alto Adige. Le municipalità serbe del Nord potranno autogovernarsi. Ma dovranno smantellare (come voleva l’Europa) le «strutture parallele», ossia il sistema di polizia e di giustizia che dipendevano anche economicamente da Belgrado. Inoltre sia i serbi che i kosovari si impegnano a «non bloccare» l’ingresso della controparte in Europa. Bruxelles, insomma, sotto la regia della baronessa Ashton, ha costretto serbi e albanesi-kosovari all’accordo in cambio di una prospettiva europea. Belgrado dovrebbe avere l’ok per i negoziati d’accesso alla UE, anche se continuerà, ufficialmente, a non riconoscere il Kosovo.

   Ecco, questa notizia sull’accordo tra Kosovo e Serbia che decidono di abbandonare ogni ostilità reciproca, diventa un passo nuovo, strategico, per ogni inizio di pacificazione nei Balcani: in particolare la Serbia decide di rapportarsi all’Europa abbandonando la politica della rivendicazione di sovranità fin qui portata avanti (da sempre i serbi non intendevano lasciare l’indipendenza agli albanesi nella regione kosovara, considerando quel territorio come loro “patria” di origine, ed essendoci una minoranza serba da tutelare…). Un passo concreto pertanto nel voler rapportarsi all’Europa pur con molti limiti e contraddizioni (in tutti gli stati balcanici), contraddizioni che vengono ben descritte nell’articolo-reportage di Francesco Battistini (Corriere della Sera del 31 marzo scorso) che vi proponiamo in questo post.

   Perché il destino dell’Europa conta molto sulla soluzione dei conflitti in quest’area dei Balcani così ferocemente intrisa di aggressività e problemi: nazionalismi più sfrenati che si contrappongono in un duello continuo, molto spesso tragico, crudele, doloroso, pieno di sangue. Nei rapporti sempre al limite dello scontro tra la Bulgaria e la Macedonia; tensioni fra la Serbia e il Montenegro (insieme in una Federazione jugoslava); conflitti fra Kosovari serbi e albanesi (appunto che si spera ora, con l’accordo firmato, si risolvano); separazione delle nazionalità serba e musulmana in Bosnia-Erzegovina; disordini interni in Albania; rapporti tesi fra Grecia e Turchia; questione ungherese in Transilvania, rumena in Moldavia, greca a Cipro, macedone in Grecia, serba in Croazia, turca in Bulgaria; più di due milioni di esuli o di «profughi» della ex Jugoslavia; modi totalmente diversi di vivere un’«identità post-comunista»…

   Ma l’identità culturale, geografica, storica di tutta l’area Balcanica è di una bellezza tale (pur nelle sofferenze e nei conflitti) che noi europei, italiani, ancor più quelli rivolti verso l’Adriatico e lo Ionio…) che non se ne può fare a meno. E lo dimostra il grandioso excursus storico dei Balcani, che qui di seguito vi proponiamo, fatto dallo scrittore Predrag Matvejevic. E Matvejevic dice una cosa fondamentale: i Balcani, lo spazio territoriale, umano, storico, che rappresenta, per gli uni è la «vetrina» del nostro continente, per gli altri è il suo «termometro»: la «culla d’Europa» o la sua «polveriera». Con la necessità di superare, nei Balcani, un passato (e anche un presente) nel quale “alle differenze etniche e linguistiche si aggiungono divergenze immaginarie e mitologiche. Ognuno pretende di avere radici più profonde dell’altro, ragioni più convincenti per impadronirsi dei territori vicini: uno Stato e un potere che affondano nelle brume del passato, nella dominazione sulle tribù disperse nei dintorni” (sempre citando Predrag Matvejevic)… superare tutto questo è una necessità storica ormai non rinviabile; un processo di cambiamento, “modernizzazione” (nel senso positivo che vogliamo dare a questo termine) cui la stessa Europa ha bisogno, non ignorando più un’area geografica così “sua”, cioè europea (come la ha ignorata di fatto, con gravità e colpevolmente, nella terribile guerra civile lì avvenuta tra il 1991 e 1995).

   E l’azione mediatrice dell’Europa nel porre nuove basi di sereno sviluppo e integrazione nei Balcani, può essere un “atto dovuto”, dopo le assenze colpevoli dei decenni passati; ma è pure un’opportunità di “nuova Europa” arricchita dalla straordinaria presenza, diversità, cultura, bellezza paesaggistica dei diversi territori balcanici: un nuovo sviluppo reciproco dato dalla cooperazione europea.

   A questo proposito in seno all’Unione Europea è stata da qualche anno avviata un’ “iniziativa Centro-Europea (la sigla di identificazione è InCE)” rivolta proprio agli stati non ancora appartenenti all’Unione ma di fatto presenti nell’area geografica continentale europea, come appunto sono i Balcani, e su questo fronte esiste un’ “Iniziativa Adriatico-Ionica (IAI)” che opera per stabilire protocolli di collaborazione: in questa ambito si progetta il lancio nel 2014 di una MACROREGIONE ADRIATICO-IONICA dove noi italiani, da sud a nord, potremmo coglierne meglio di altri paesi della UE il senso concreto, con sviluppi economici e culturali che ci avvicinano finalmente ai popoli e ai territori dei vicini Balcani. (sm)

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SERBIA-KOSOVO, LA PACE NAZIONALISTA: UN PICCOLO SUCCESSO PER L’EUROPA

di Mara Gergolet, da “il Corriere della Sera” del 20/4/2013

   Quando un anno fa il nazionalista Tomislav Nikolic è stato eletto presidente della Serbia, da molti all’estero venne giudicato un impresentabile. Aveva appena sconfitto l’europeista Boris Tadic.

   Eppure, dopo dieci round (e sei mesi) di negoziati estenuanti a Bruxelles, Nikolic e il premier Ivica Dacic (altro curriculum sospetto, è l’ex portavoce di Milosevic e ha resuscitato il suo partito) il 19 aprile scorso hanno chiuso la partita sul Kosovo. Hanno firmato un accordo con l’ex nemico, il capo guerriglia albanese e ora premier kosovaro, Hashim Thaci, «normalizzando le relazioni» tra i loro due Paesi.

   Quattordici anni dopo, l’ultimo importante capitolo della guerra del 1999 è chiuso. L’intesa è minimale, quindici punti. La Serbia nei fatti rinuncia alle pretese sul territorio al Nord del Kosovo. In cambio ottiene per la propria comunità (circa 50mila persone che vivono a nord del fiume Ibar) una sostanziale autonomia. Modello Alto Adige.

   Le municipalità serbe del Nord potranno autogovernarsi. Ma dovranno smantellare (come voleva l’Europa) le «strutture parallele», ossia il sistema di polizia e di giustizia che dipendevano anche economicamente da Belgrado.

   C’è anche una importante contropartita per Pristina. Le due capitali (leggi i serbi) si impegnano a «non bloccare» l’ingresso della controparte in Europa. Bruxelles, insomma, sotto la regia della baronessa Ashton, ha costretto serbi e albanesi all’accordo in cambio di una prospettiva europea. Belgrado dovrebbe avere l’ok per i negoziati d’accesso, anche se continuerà, ufficialmente, a non riconoscere il Kosovo.

   Capitolazione serba? Rinuncia al territorio definito «sacro» in tutti questi anni? La minoranza slava in Kosovo protesta e chiede un referendum. A Belgrado l’opposizione liberal osserva che se un accordo del genere l’avesse siglato Tadic, gli ultranazionalisti avrebbero marciato sul Parlamento. Però se come si dice in Israele solo la sinistra può fare la guerra e solo la destra può fare la pace, i nazionalisti al governo in Serbia hanno dato prova di realismo. (Mara Gergolet)

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REPORTAGE

viaggio nei

BALCANI SENZA PRIMAVERA

di FRANCESCO BATTISTINI, da “il Corriere della Sera” del 31/3/2013

   (a Belgrado…) Fate la carità a un povero pope. All’angolo di piazza Repubblica tira koshava, il vento del Caucaso che ti tiene le mani in tasca e tutto gela, anche il cuore. Non si fanno molti dinari, freddo e fretta, ma padre Dimitrije ha tanta fame quanta fede. Tredici anni fa, qui si radunava la folla per cacciare Slobodan Milosevic, l’incendiario dei Balcani che aveva perso quattro guerre e troppe vite.

   Dieci anni fa, qui correva la stessa folla impazzita di furore e di paura, perché poco lontano avevano  assassinato il premier liberale Zoran Djindjie e, con lui, l’illusione d’un futuro senza tenebre. Sei anni fa, qui si poteva trovare un impunito sottoscala che vendeva ancora le immaginette sante di Ratko Mladic, il macellaio di Srebrenica, o le t-shirt con l’effigie di Radovan Karadzic, il torturatore di Sarajevo, «sia lode  all’eroe serbo»…

   Adesso, qui c’è padre Dimitrije. Con un pezzo di cartone e la scritta a pennarello nero, «aiutatemi», in cirillico. L’amico belgradese che ci accompagna è indignato e stupito, ma cosa mi tocca vedere, queste cose non le abbiamo avute nemmeno negli anni bui delle bombe, immaginarsi sotto Tito, la Chiesa ortodossa è sempre stata una casta…

   Ci avviciniamo: padre, ma che fa? Il pope è timido, stalattiti di ghiaccio sulla barba, le labbra violacee. Non si vergogna d’una foto e d’un racconto: viene dal confine col Kosovo, poi gli albanesi incendiarono la sua casa e lui vagò per mezza Serbia, fino alla capitale. L’hanno ospitato un po’ i confratelli, ma la vita qui è più cara, e bisogna arrangiarsi… «La Madonna provvederà anche a me!», è sicuro Dimitrije, che intanto provvede a sé con la mano a scodella per impietosire i passanti della Mihailovic: «Quand’ero giovane, venivo a San Sava fiero d’onorare il più grande dei nostri templi. Stamattina, ci sono entrato per stare un po’ al caldo…».

   Gli è rimasto un filo d’umorismo: «In vent’anni ho cambiato quattro passaporti: Repubblica socialista federale di Jugoslavia, Repubblica federale di Jugoslavia, Unione statale di Serbia e Montenegro,  Repubblica di Serbia. Eppure, l’unica cosa che si sia mai mossa di qui è la mia fortuna…».

RILEGGERE MARX A LUBIANA

«È più facile vincere una guerra che gestire un’economia moderna» (VII congresso della Lega dei comunisti, Slovenia 1958)

   Balkan Memories. La guerra non è più una virtù e la cma bajka, la favola nera di questi duri anni Dieci, ha morali meno eroiche. «Nei Balcani si riassume il destino dell’uomo europeo», dice Lazar Stojanovich, il regista che il comunismo incarcerava per i suoi film irriverenti, oggi tornato dagli Stati Uniti a vivere in una simbolica via di Belgrado proprio dietro il mercato, la Gavrilo Princip, dedicata al rivoluzionario che un secolo fa mandò all’altro mondo l’arciduca d’Austria e, insieme, tutta la vecchia Europa: «Voi venite a vedere che cosa succede qui, perché sta qui la pancia, lo stomaco, l’intestino del Continente!».

   Un mal di pancia lancinante, uno stomaco imbarazzato, un intestino incontenibile. Con poche certezze comuni – la disoccupazione più che greca, gli stipendi poco più che africani, un nazionalismo che avvelena molti pozzi – e un solo dubbio, a unire ancora i popoli ex jugoslavi, i bulgari, i romeni: che anche l’Europa non sia più la terra promessa, il sogno d’un futuro latte & miele, e che l’ossessione europea degli ultimi vent’anni avesse ben poco di magnifico.

   È uscito un sondaggio Gallup sul pessimismo nel mondo e s’è scoperto che qui va peggio che ad Haiti o in Cambogia: dopo Gaza e l’Iraq, in poche altre aree del mondo c’è una percentuale tanto alta di gente che la vede brutta e si suicida.

   Guardate la ricca e insospettabile Slovenia, che nell’Ue c’era entrata bruciando le tappe, allora sentendosi una piccola Austria e ora temendo d’essere la prossima Cipro: oltrepassi il confine di Trieste, guidi su autostrade innevate che nessuno cosparge di sale perché ormai si risparmia pure sugli spazzaneve, la sera t’immalinconisci nel deserto dei casinò frontalieri («vivevamo d’italiani…», sospira un croupier sul lago Bled).

   Al Triplice Ponte, un sabato mattina di marzo, fra le bancarelle del sanguinaccio e dei calamari fritti, tra cori russi che da un palco offrono buona vodka e nostalgici canti della Grande Madre, un paio di ragazzi propone pure la nuova edizione slovena del Capitale agli eleganti lubianesi, che passeggiano coi levrieri incappottati, e un volantino che invita al convegno «Riscoprire il valore di Marx».

   Indietro non si toma, chiaro, ma avanti dove si va? Il bel Paese dove lo ja suona (alla tedesca, diverso dal da di tutti gli slavi), primo a mollare la Jugoslavia issando una bandiera che appiccicava le stelle europee all’insegna araldica dei conti di Celje, ha una recessione al 2,3%.

   Uno sloveno su dieci è a spasso e appena un giovane si laurea, dopo aver manifestato contro le tangentopoli di governo, scappa in Norvegia. Le banche soffocano nei crediti mai riscossi, c’è un corteo che protesta pure per i prezzi dei funerali: morire a Maribor, grazie alle liberalizzazioni, ora costa il doppio che a Lubiana. «Non abbiamo fatto i conti con una crescita squilibrata – sintetizza un economista molto ascoltato, Lojze Socan -; e ci siamo portati dietro il fardello della vecchia corruzione, di quelle tangenti al 25% su ogni affare che azzopperebbero qualsiasi sistema». Vecchie piaghe su nuove ferite.

   Pure la religione, altro che oppio dei popoli come pensava il vecchio Karl, qui è un olio che unge popoli e affari: sotto Conclave, i giornali rispolveravano una storia datata di appalti e raccomandazioni che sfiorò il cardinale dì Lubiana e qualche altissimo prelato vaticano…

BELGRADO FAR WEST, ZAGABRIA COUNTDOWN

«Se da ragazzo me ne fossi andato in America, sarei diventato miliardario» Josip Broz Tito, 1976)

   L’euroentusiasmo, quel che resta, è negli addobbi d’una Zagabria tinta di blu. Alla libreria Ljevak, hanno appeso un’intervista di Martin Schulz, non proprio Adenauer, ed espongono Una certa idea dell’Europa di Manuel Barroso: non esattamente Schuman.

   I caffè di piazza Jelacic hanno le bandierine blustellate e i contasecondi lampeggianti, per scandire quanto manca di qui a luglio, quando la Croazia s’aggiungerà a Slovenia, Bulgaria, Romania e diventerà il ventottesimo Stato dell’Unione, il quarto balcanico.

   «Are you ready for Europe?», una radio stropiccia la canzone di Elton John. Ci sarà festa, alla faccia dei serbi, e la propaganda di governo spera che i fuochi d’artificio coprano l’euroapatia dei disoccupati, il 20%, e distraggano dal Pil in caduta libera.

   Non sarà tutto oro: chi negli anni Zero aveva delocalizzato dall’Ue in Croazia, ora scappa verso la Serbia. E la Serbia che (lo sa bene la Fiat) offre 9 mila dollari per ogni operaio assunto e fa soldi con l’area economica de-europeizzata della Cefta, in fondo pensa non sia male tirare a campare né con l’Est né senza l’Est russo (primo comandamento titino), godendo i vantaggi d’un Far West senza tetto né legge: «Il serbo tipico – dice il regista Stojanovich – crede che l’Unione Europea ci cambierebbe l’anima, prima dell’economia. Che verremmo controllati, trasformati in una supercolonia tedesca, con le frontiere che non potrebbero più trafficare armi o esseri umani. L’idea qui è che non serva alcun cambiamento, anzi: il serbo si sente il primo, il migliore, può aspettare il 2020 e oltre, non vede che cosa ci sia da imparare. In fondo, tra aiuti ai rifugiati delle guerre, training alle imprese, borse di studio all’estero e infrastrutture ricostruite, piovono già i soldi che servono. Lo stesso, sotto sotto, lo credono anche il bosniaco o il bulgaro: si può flirtare con l’europeo ed essere i migliori amici dei russi o dei turchi. Croati e sloveni, invece, no: loro hanno accettato il gioco di Bruxelles. E ora non sono più sicuri che il prezzo valga la pena».

   «Sono certa – sbotta Vedrana Rudan, anticonformista scrittrice di Zagabria – che non ne varrà la pena! La Croazia è destinata a diventare un’associazione criminale, dominata dalle solite famiglie, che dirà sempre sì al padrone europeo. È entrata nella Nato, con la stessa logica. Molti croati sono euroscettici, ma i nostri media non lo raccontano perché il mantra è: dimostrarsi felici del futuro che ci aspetta! Il futuro però è lo stesso degli sloveni, dei bulgari e dei romeni: emigrare dove ti danno cinque euro in più. Chi resta, è perché può permettersi la scuola e la sanità privata».

   È una divisione in balcanici di serie A e di serie B… «Mi dà sui nervi, questa divisione. Prima della crisi dell’euro, voi europei ci avevate già divisi: i tedeschi di qui, i romeni di lì… Ma io viaggio, so che ci sono italiani, inglesi e perfino tedeschi molto più poveri di me. E romeni molto più ricchi di me. Questo è ciò che ci rende scettici: se siamo tutti europei, non dovremmo identificarci a seconda del reddito. L’Europa ha senso se unifica l’uomo, senza categorie economiche. Altrimenti, meglio restare dove siamo».

I BOSNIACI E IL DILEMMA DELLA BANANA

«Bolje grob nego rob», piuttosto la tomba della schiavitù (slogan jugoslavo contro gli accordi con la Germania, 1941)

   «Fuck Yu & fuck Eu», è uno sticker attaccato alla porta vetro d’un distributore Ina sulla provinciale di Karlovac: né con la vecchia Europa jugonostalgica, né con quella nuova dei banchieri. Ma dal materialismo al monetarismo, dove s’è persa la felicità promessa? Secondo il giornale «Novosti», nei mercati ortofrutticoli della Bosnia.

   Le normative europee impongono banane non più lunghe di cm 13,97 e non più spesse di cm 2,69. Le pesche non devono avere un diametro superiore a cm 5,60. I contadini bosniaci, che finora rivendevano alla Croazia il 70 per cento di quel che producono e importano, sono nel panico: riusciranno entro luglio a stare in quelle misure? E se no, dove esportare?

   Anche le sigarette: Bruxelles limita le slim, quelle al mentolo e quelle alla vaniglia, che nei Balcani vanno molto, per non dire della pubblicità (che qui è dappertutto) o dei divieti nei luoghi pubblici (qui le salette sono riservate ai non fumatori).

   Il risultato è che il mercato ufficiale è già depresso e il contrabbando euforico, decuplicato in dieci anni. «Non sarei così pessimista  – è la voce filocontinentale di Zlatko Dizdarevic, storico caporedattore dell’“Oslobodjenje” di Sarajevo, ex ambasciatore bosniaco in Croazia -. Nessuno s’esalta più, certo, come negli anni passati. Ed entrare nell’Ue non è più la soluzione straordinaria per le nostre vite: basta chiederlo a voi italiani… Ciò nonostante, è la nostra opzione migliore. I nostri politici, la nostra Costituzione, il nostro sistema non funzionano. La pace di Dayton, allora necessaria, oggi non sarebbe più possibile: che senso ha uno Stato scandito dalle etnie e dalle religioni come la Bosnia Erzegovina, con l’enclave serba intatta, con tutti i problemi di comunicazioni e di dogane? La frammentazione resta la nostra condanna. E questo permette ogni manipolazione…».

   Manipolazione: il discorso con Dizdarevic non può evitare un certo revisionismo di ritorno, la rivista «Latinoamerica» di Gianni Minà, che qualche tempo fa negava le pulizie etniche, molte pagine della resistenza di Sarajevo, perfino il massacro di Srebrenica: «Si comincia così, a demolire un’identità. Se non si costruiscono in fretta Stati su valori condivisi, programmi scolastici basati su ricostruzioni storiche serie, il rischio dei Balcani è proprio questo: che avanzino i relativisti. La decomposizione politica è stata durissima, ma quella dei valori sarebbe fatale. La nostra sostanza non è tanto nelle nostre terre, quanto nelle nostre società, nelle relazioni tra le nostre genti. In questo, stare dentro l’Europa può essere ancora un’opportunità».

PIRAMIDI, SVASTICHE E MEZZELUNE

«La nostra via passa per il Bosforo» (Ahmed Dogan, leader del partito turco in Bulgaria)

   Stessa faccia, altra razza. I Balcani non sono tutti uguali. Anche le montagne cambiano: a Visoko, cuore di Bosnia, hanno la forma dì strane piramidi. Vengono a studiarle da tutto il mondo. E quando s’è scoperto che a collegarle sono tunnel altrettanto misteriosi e a ornarle ci sono antiche lapidi con le svastiche indiane, Visoko è diventata una mitizzata Macondo di chi ipotizza civiltà dimenticate, l’utopia di leggi diverse, stili  nuovi.

   Osare si può: sarà per questo che i 20 mila abitanti hanno eletto, primo caso in Europa, una donna sindaco che porta l’hijab, il velo islamico. «Sono europea e musulmana – dice di sé Amra Babic, professione economista, reputazione serissima -, quel che indosso non è una provocazione. È un credo che dovrebbe accompagnare tutti noi, bosniaci, serbi o croati: vivere da fratelli, in onestà e senza odio».

   Fratellanza musulmana: è dalla guerra che s’agitano i fantasmi verdi e se un fotografo facesse un time-lapse di questi vent’anni, le immagini in sequenza mostrerebbero migliaia di mujaheddin armati e appartati sulle montagne, di sicuro qualche qaedista, e poi le borghesi sarajevesi che passeggiano sulla Ferhadja alternando le minigonne al velo, i soldi sauditi destinati ai migliori licei femminili, alle banche più ricche, alle moschee più belle…

   Il governo del Kosovo ha dovuto punire alcuni soldati albanesi che aveva mandato in Arabia perché s’addestrassero e che, invece, si sono fatti crescere la barba della fede e iscritti a una madrassa.

   In realtà, il wahabismo è ancora isolato e poco aggressivo: senza soldi e senza troppi diritti, più che dalle infiltrazioni salafite il buon bosniaco si trova ricattato da un nazionalismo che flirta con l’Islam. Il fenomeno nuovo si chiama neo-ottomanesimo, qui. Perché sono i turchi l’ultima sorpresa: gli ottomani di Erdogan hanno già colonizzato mezza Bulgaria e fanno a gara con Al Jazeera nell’aprire uffici della loro agenzia «Anadolu».

   Fondano imprese nel Sangiaccato, enclave musulmana della Serbia dove i muftì girano con l’Hammer blindato e le bodyguard armate e sembrano dei capimafia. I turchi comprano l’agroalimentare a Banja Luka e il carburante a Mostar, inondando le tv balcaniche di soap opera sull’epica islamica: «Stasera non posso – ci dice un amico che salta una cena a Novi Pazar – c’è la puntata sulla vita di Solimano il Magnifico…».

   Raccontano che un ministro di Sarajevo, in visita di Stato ad Ankara, ne abbia approfittato per prendere sottobraccio il presidente turco Abdullah Gùl e per avere un’informazione confidenziale: un po’ come faceva il nostro Cossiga durante le missioni negli Stati Uniti, curioso della trama di Beautiful che ancora doveva varcare l’Oceano, il politico bosniaco s’è informato su come va a finire l’ultimo episodio di Solimano all’assedio di Belgrado…

POLVERE DI SKOPJE, IL LATO B DI BUCAREST

«Quando tutto il mondo mette la lingua sul cuore, noi mettiamo il cuore sulla lingua» (proverbio rom)

   Quanto tempo deve sudare un lavoratore medio, per guadagnare un milione di dollari?  L’«Economist» l’ha calcolato: vent’anni negli Usa, cinquanta in Italia, novanta in Portogallo. Al Jazeera Balkans ha provato a vedere quanto ci si mette qui e il risultato, alla fine, non spiega molto sulle diverse velocità: gli eurosloveni impiegano 60 anni, gli eurocroati 80. Gli altri, non ce la faranno praticamente mai: 130 anni in Montenegro, 149 in Bosnia Erzegovina, 158 in Serbia, 189 in Macedonia.

   Il paradosso è per euro bulgari ed euroromeni, che a quel milione arriveranno più tardi di tutti: in 250 e in 350 anni.

   Balcanieuropei, mica facile: dentro per avere la parità o fuori a chiedere la carità? Una vetrina scintillante e globalizzata sull’Ilica di Zagabria non avrà il fascino da socialismo reale d’una impolverata bottega nel vecchio bazar di Skopje, dove si possono comprare ancora le sveglie titine a molla, ma vuoi mettere l’incasso a fine mese? Il bianco e il nero non si distinguono con nettezza, però.

   Nella Serbia bruttasporca&cattiva, le carceri sono piene come una volta, ma adesso ci arriva un sacco di gente che preferisce la certezza della pena all’incertezza del futuro: in 14 mila sono dentro solo perché, piuttosto di pagare le tasse comunali o le multe stradali, hanno accettato di risarcire lo Stato con la galera (ogni giorno vale 9 euro: con un paio di mesi, si va in pari e magari si risparmia uno stipendio, se c’è…).

   Nella Romania che fu accolta con le fanfare a Strasburgo, non se la passano molto meglio: travolti da 136 miliardi di debito, aggrappati con le unghie alle rimesse degli emigrati e alle privatizzazioni imposte dal Fondo monetario, a Bucarest resistono alle sirene populiste dei Basescu e la buttano sul ridere.

   Il governo Cameron ha lanciato una campagna per disincentivare le migrazioni verso Londra? Vicino a Palatili Victoria, a rompere il grigio del cielo e il nero degli umori, un’agenzia di pubblicità romena ha risposto con una gigantografia del retro di Pippa Middleton: «Allora venite voi qui: metà delle nostre donne somiglia a Kate, l’altra metà a sua sorella!».

   Ci si sente un po’ il lato B dell’Europa, quaggiù: «Sei anni di Ue – spiega il poeta e parlamentare Slavomir Gvozdenovic – non ci hanno dato quel che ci aspettavamo. Basescu non ha vinto le elezioni, ma quando cavalca l’insofferenza verso la Merkel e dice che bisogna frenare un po’ in questa corsa all’Europa, trova molto consenso. Una volta, Schengen era una parola magica: oggi non la pronuncia più nessuno. L’Est ha capito che abbattere le frontiere non elimina i problemi: abbiamo più risorse naturali dei bulgari e dei croati, degli sloveni e dei macedoni, ma anche più corruzione. Strano animale, quest’Europa.

   Considera noi romeni i suoi paria, più che altro per la presenza dei rom. Poi ci accusa di genocidio culturale, se proviamo a imporre ai rom delle regole. E intanto, vedi la Francia, butta fuori i rom dai suoi confini…».

TORCE UMANE A SOFIA, I BAMBINI A PRISTINA

«Con stridio gli uccelli fuggono nel cielo. La gente tace, il sangue mi duole nell’attesa» (Mesa Selimovic in Prima della pioggia, 1994)

   «Bambini polìtici», disse un diplomatico austriaco dopo la Prima guerra mondiale, per definire il nanismo dei nuovi staterelli balcanici. La rivista «Balkan Magazin» prevede una primavera di proteste in tutta la regione, ma il paragone con quelle arabe non funziona. Le grandi spallate sono già state date e al post-comunismo anni Novanta sono sopravvissuti in pochi: il clan dei Djukanovic in Montenegro,  l’immarcescibile Berisha a Tirana, l’eterno Branko Crvenkovski che ci riprova in Macedonia…

   «Qui – dice il regista Stojanovich – non c’è un solo grande popolo da chiamare a raccolta, non abbiamo dittatori da rovesciare, solo qualche cricca corrotta da mandare a casa. Non c’è un apparato militare, di polizia o dei servizi segreti pronti a mollare i potenti di turno. Non ci sono media che spingono verso la protesta sociale: i giornali sono ancora pieni dei miti che ci ossessionano da sempre, il mito della vittoria, il mito del Kosovo, il mito di Tito, il mito di qualsiasi passato… Non c’è nemmeno una religione unica e condivisa. La Chiesa ortodossa serba, per esempio, che dopo Tito vide in Milosevic una grande opportunità per rientrare in gioco, non è potente come la Chiesa cattolica in Croazia, ma rimane capace d’orientare le coscienze e di tenere in piedi il nazionalismo. Ogni popolo balcanico, se vuole una primavera, se la deve fare da sé».

   È l’autunno di molti intellettuali che hanno fatto la storia di questo ventennio, nel bene o nel male: si ritira dall’attività Natasha Kandic, la cacciatrice di criminali di guerra che nel 2003 diventò su «Time» il personaggio dell’anno, assieme a David Beckham; si defila sempre più Emir Kusturica, geniale nelle opere e discusso negli atti politici, che proclamò lutto nazionale serbo il 17 febbraio dell’indipendenza kosovara.

   «La nuova generazione – pensa Stojanovich – ha un atteggiamento più distaccato. Basta vedere la quantità di schede bianche delle capitali, quando si va al voto. Sotto gli Asburgo, gl’intellettuali sloveni dicevano che la cultura sarebbe stata la nostra vendetta. Ora va diversamente».

   Va col complesso del torcicollo, che ha già partorito i deliri bellici della SuperSerbia e in Bosnia si traduce nel rimpianto di Tito, che riporta al potere i demagoghi delle periferie e dei derelitti. A Belgrado governa l’ex portavoce di Milosevic, Ivica Dacic, e quando in febbraio s’è celebrato il decimo anniversario dell’assassinio di Djindjic, i nuovi capi non si sono presentati alla cerimonia: avevano un appuntamento col dittatore bielorusso Lukashenko.

   A Sofia, ultimo paradiso Ue, deluso dall’impoverimento d’un bulgaro su quattro e da un debito più che triplicato, ci sono state sei torce umane in un solo mese. Bruciarsi in piazza per protesta politica è una disperazione tipicamente bulgara, fin dai tempi del comunismo, ma finora la media era di sei all’anno, non sei al mese, e la stampa fa presto a paragonare con la Tunisia che s’è ribellata a Ben Ali: «Chi si suicida col fuoco – spiega Ivo Hristov, classe 1970, direttore del settimanale “Europeo” – compie un atto pubblico. Nella nostra cultura è il tentativo di cacciare il male con un pupazzo incendiato e, insieme, l’inconscio sacrificio d’una vittima sull’altare. La nostra crisi è più profonda dei dati economici. Questa parte di Balcani non è la Grecia, un diabetico che non può diminuire il glucosio: noi siamo un distrofico in cronica mancanza di cibo, apatico, abbattuto da una dottrina monetarista che è diventata un dogma peggiore del comunismo.  Chiaro che non basta questa crisi perché un bulgaro rimpianga Mosca e gl’interessi ancora comuni, o sia pronto a esaudire il sogno russo d’usarci per costruire la sua prima centrale nucleare in territorio europeo, o come via necessaria al gasdotto South Stream. Però basta questo a capire che un’altra fregatura, come il 1989 del dopo Muro, è possibile: chi usciva dal comunismo, credeva d’essere invitato con pari diritti al banchetto del capitalismo, ora invece capisce l’errore e s’arrocca nei suoi privilegi. L’egoismo che ci governa si può tradurre in pericoloso nazionalismo travestito da protesta sociale. Abbiamo una casta d’intoccabili potenti, sorda a ogni grido di dolore. Prima o poi, la piazza troverà un suo leader e la crisi esploderà per quel che è».

   Sul Clinton Boulevard di Pristina, sono arrivati i chioschi della nuova lotteria. Il primo premio è salito a 200 mila euro, 60 mila più di quelli che si vincevano l’anno dell’indipendenza (2008). I kosovari si mettono in fila, suole sottili sul marciapiede innevato, perché qui la disoccupazione è al 70%: «Sono tornato – si soffia nelle mani Altin Causholli, 36 anni, architetto che un tempo viveva a Pescara – con l’idea che le cose ripartissero. Ho aperto e chiuso due imprese in 5 anni. Ho bruciato in tangenti un quarto dei miei soldi. Non ci sono fogne, non c’è lavoro, nessun imprenditore viene qui dall’estero. Questa, sì, è una fregatura…».

   Altin se la passa poco meglio del pope di Belgrado e schiuma, se pensa che il Kosovo è stato il più grande investimento mai fatto in Europa dall’Ue: «Un ambasciatore mi ha raccontato, ridendo, che quando la comunità internazionale arrivò a Pristina, a tutti i kosovari fu dato un formulario da compilare: nome, cognome, età, etnia, componenti famiglia… C’era da riempire anche la casella sex, sbarrando sulla M di male o sulla F di female: molti scrissero solo yes. Ridevano molto, di noi…».

   Dice un proverbio albanese che il bambino non nasce con i denti. Certi bambini, attenti, crescono in fretta. (Francesco Battistini)

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UN SITO INTERESSANTE SUI BALCANI, DA NON PERDERE:

http://www.balcanicaucaso.org/  “OSSERVATORIO BALCANI CAUCASO” (OBC) è un progetto della Fondazione Opera Campana dei Caduti, promosso dal “Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani” e sostenuto dalla Provincia autonoma di Trento e dal Comune di Rovereto

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I BALCANI

di PREDRAG MATVEJEVIC (dai “Quaderni della Fondazione Bellonci”)

dal sito http://www.fondazionebellonci.it/

   Chi approda nei Balcani non tarda a rendersi conto delle loro contraddizioni. Sono una penisola vera e propria o un grosso blocco del Continente immerso nel bacino mediterraneo? L’una e l’altra cosa alternativamente o, a seconda del luogo, sia l’una sia l’altra?

   Sono tanti i mari che lambiscono queste coste – l’Adriatico, lo Ionio, l’Egeo con, ai suoi confini, quello che viene chiamato Mar Nero e quello, più piccolo, di Marmara. Il litorale non è tutto marittimo.  L’entroterra è per la maggior parte montagnoso. Nessuno dei cinque mari che lo circondano aveva dato il nome a questi spazi, ma i rilievi del loro interno per gli antichi geografi erano Haemus e catena mundi, per gli Slavi «Vecchio Monte» (Stara planina), che i Turchi hanno tradotto nella loro lingua con «Balcani».

   In passato, i Balcani si chiamavano anche Penisola illirica, greca, bizantina e, più di recente, «Turchia europea»: ciò rivela, fra l’altro, le diverse appropriazioni o appartenenze di questi territori. A differenza delle cugine appenninica e iberica, separate dal Continente da catene montuose, come le Alpi e i Pirenei, la Penisola balcanica non offre, di fronte all’Europa centrale, una barriera difficile da superare. Per vari geografi e storici sarebbero i corsi d’acqua – Danubio, Sava e Kupa – a delimitare le frontiere verso il Nord e l’Ovest.

   Quanto al litorale sarebbero, da un lato, i golfi del Quarnero, di Fiume o addirittura quello di Trieste (ciò vale soprattutto per i mappamondi più antichi), dall’altro lato, a Est, la linea che noi esiteremmo a tracciare passerebbe probabilmente attraverso la Dobrugia e si fermerebbe non lontano dall’enigmatico delta denubiano. Queste delimitazioni sono relative e spesso arbitrarie. Coloro che le propongono o le ratificano raramente concordano gli uni con gli altri. I tracciati sulle carte variano da un’epoca a un’altra.

   I Balcani vengono spesso identificati a oriente dell’Europa, in funzione dell’angolazione dalla quale li si osserva e dal punto di vista che si adotta. È stato detto e ripetuto più volte che, vista dal centro del nostro continente, questa «zona turbolenta» comincia già a Monaco di Baviera o a Vienna (si riporta la famosa battuta di Metternich che riguardava una Vienna più balcanica che mitteleuropea); gli abitanti di queste due città spostano questa «frontiera incerta» verso Lubiana e Zagabria (lo scrittore croato Miroslav Krleza ne vedeva il punto di partenza nel prestigioso Hôtel de l’Esplanade al centro di questa città), mentre gli Sloveni o gli stessi Croati la spingono ben più a Est, verso Belgrado o Sarajevo, non senza qualche secondo fine. Dal lato orientale della penisola, persone più avvedute replicano talvolta che nei Balcani è nata la stessa Europa.

   Questa zona è soggetta a grandi movimenti tellurici. Qui i terremoti sono frequenti e i loro effetti devastanti. Più di mille anni fa, Giuseppe l’Innografo, di orgine bizantina, compose un commovente canone sul timore del sisma: «Dal sisma, dal gladio, dalla dura prigionia, dallo scivolamento del terreno, dalla fame…, o Maestro misericordioso, preserva la Tua città». Molte città delle coste sono state inghiottite dalle onde, provenienti sia dal mare che dalla storia.

   Nicéphore Grégoras, testimone del crepuscolo di Bisanzio, ne offre un’immagine apocalittica: «A quell’epoca si verificarono sismi e ribollimenti marini straordinari… Crollarono le case, come pure la maggior parte dei bastioni di Bisanzio… Sommersero parecchi territori, con gli stessi uomini, gli armenti con i loro attacchi. I flutti si riversarono sulla terraferma e trascinarono con sé anche le navi che si trovavano in prossimità dei porti».

   Alcune isole vicine sono scomparse o hanno cambiato posto da tempi immemorabili, mitologici. In molti luoghi si crede di scorgere sul fondo delle acque, in prossimità delle rive, le rovine di antichi palazzi, di porti e di moli vicino ai quali si trovano probabilmente dei relitti pieni di tesori favolosi. (Inutile cercarne i carichi, sono già stati portati via da pirati appartenenti Dio solo sa a quali etnie, tribù o nazioni.) Le scosse sismiche e le variazioni tettoniche da esse provocate non sono, all’occorrenza, semplici metafore. Alcuni collegano questi fenomeni alle mentalità e agli umori degli abitanti dei dintorni.

   Più di un argomento potrebbe indurci a questo genere di ipotesi, più seducenti che probabili. La questione della molteplicità e della diversità demografica è tanto vecchia quanto gli stessi Balcani. Ha suscitato  l’interesse e acceso la passione sia di illustri saggi sia di comuni ciarlatani.

   Si evoca spesso una curiosa ricerca fatta dal canonico di Sebenico che si faceva chiamare con un nome latino, Georgius Sisgoreus, e con un altro, croato, Juraj Sisgoricc. Vissuto all’epoca del Rinascimento, cantando al tempo stesso la gloria di Venezia e raccogliendo le opere popolari slave, quest’uomo erudito aveva tentato di fare il censimento delle popolazioni o delle tribù balcaniche basandosi sulle testimonianze che ci hanno lasciato gli storici e i geografi dell’antichità, al fine di ricostruire le origini, strane ed esotiche, dei nostri predecessori: «Encheli (Encheleae) Himani, Peuceci (Peuceciae), secondo Callimaco; Soreti, Serapilli, Iasi, Andiseti o Sandiseti (Sandisetes), Calophiani (Calophani) e Breuci, secondo Plinio; Norici, Antintani, Ardei (Ardiei), Pallarii e Giapodi (Japodes), poi Tribali, Daysi (Daysii), Istriani (Histri), Liburni, Dalmati (Dalmatae); Cureti o Croati (Curetes)», eccetera.

   A questa nomenclatura si aggiungono altri Slavi, come pure le antiche popolazioni romane che loro avevano cacciato, gli Illiri e i Traci, antenati degli Albanesi, i Sarmati e i Geti (Getae), popolazioni «feroci e irsute», stando alla descrizione che ne fa Ovidio durante il suo esilio in quei luoghi, così come i Goti, i Celti o anche i Franchi che nei Balcani fecero più di un’incursione; vi si trovavano, in primo luogo, gli antichi Greci, nostri maestri, senza dimenticare i Pellasghi che li precedettero, e persino i Peceneghi, i Gheghi, i Manii, i Morlacchi o Valacchi Neri (Mauri Volcae), accanto a tanti altri che non sono citati in questo scritto per mancanza di spazio, o forse per una sorta di negligenza, voluta o involontaria, che non è rara nei Balcani.

   Gli spazi balcanici sono disseminati delle vestigia degli Imperi sovranazionali e dei resti dei nuovi Stati, definiti in seguito ad accordi e programmi nazionali; idee di nazione che datano al XIX secolo e ideologie internazionaliste nate dal socialismo reale del XX secolo; eredità di due guerre mondiali e di una guerra fredda; vicissitudini dell’Europa dell’Est e di quella dell’Ovest; relazioni ambivalenti fra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo; tangenti e trasversali Est-Ovest e Nord-Sud, legami e fratture fra il Mediterraneo e l’Europa, l’Unione europea e «l’altra Europa».

   Tante divisioni e faglie, linee di demarcazione o di frontiera, materiali e spirituali, politiche, sociali, culturali e altre ancora. Alcune parti di questo territorio recano marchi o ferite, inflitti sia dalla storia sia da un passato al quale non è stato dato di essere realmente storico. Ogni volontà di allargarsi a scapito dell’altro si rivela in fin dei conti illusoria, o finisce nella follia nazionalista: non c’è posto per una «grande Serbia», un’«Albania allargata», una Croazia comprendente la Bosnia-Erzegovina o una Bulgaria che si appropria della  Macedonia, eccetera. La penisola è troppo ridotta per grandezze di questo genere, scomoda per simili ambizioni. Le sue frontiere sono già fissate, all’interno e all’esterno. I giochi sono fatti.

   Alle differenze etniche e linguistiche si aggiungono divergenze immaginarie e mitologiche. Ognuno pretende di avere radici più profonde dell’altro, ragioni più convincenti per impadronirsi dei territori vicini: uno Stato e un potere che affondano nelle brume del passato, nella dominazione sulle tribù disperse nei dintorni.

   Gli avvenimenti reali e le loro rappresentazioni fittizie si sostituiscono così gli uni alle altre. La storia e il mito si confondono – le rivendicazioni si basano tanto sulla prima quanto sul secondo, a volte su entrambi contemporaneamente. Gli argomenti che si invocano e le «prove» che vengono fornite sono considerati irrefutabili o addirittura sacri: ci si impone in nome del diritto storico; oppure si rivendica in nome del diritto naturale. Con la pretesa degli uni di detenere la verità della storia e degli altri di possedere il diritto assoluto.

   I Balcani ne sono stati vittime tante volte, molto spesso per loro stessa colpa. Il lavoro degli storici  tradizionali ha cercato molto di più le nazioni che «arrivano» e «si installano» che quelle che si fondono sul posto o che si amalgamano con gli indigeni e i nuovi venuti. Le dispute o gli scontri che ne derivano assumono la maggiore intensità e anche la maggiore ambiguità nel momento in cui queste nazionalità rivendicano una qualifica di Stato (Stato nazionale) per recuperare i ritardi e presentarsi davanti all’anfiteatro della modernità.

   Altre divergenze, meno evidenti, si mescolano a questi processi di lunga durata. Una delle fratture più profonde rimane quella provocata dallo scisma cristiano del 1054, che divise Chiese e fedi religiose, imperi e poteri, stili e scritture. Nel fossato che si è creato fra Bisanzio e la latinità, all’interno del Cristianesimo cattolico e ortodosso, si è inserito l’Islam.

   L’Europa e il Mediterraneo si sono scissi e sono esplosi in seno ai Balcani. Nei conflitti che sono scoppiati qui – e che continuano a ripetersi – in genere era assente la fede, ma non la discordia religiosa.

   Nel corso dei secoli, questo ha creato una divisione costante fra i credenti, la divisione si è trasformata in opposizione, e l’opposizione in intolleranza; queste, a loro volta, hanno generato ostilità e odio, che sono diventati spesso la causa di violenze e di conflitti. Così, da una fase all’altra, si può seguire un’evoluzione di questi dissensi originari. Essi implicano contenuti reali, disseminati nel tempo e nello spazio, separati dalla loro matrice religiosa. Inscritti nell’immaginario collettivo, si prestano a varie forme di manipolazione. I «signori della guerra» ne hanno fatto abbondante uso – e in particolare nel corso degli ultimi conflitti in Bosnia, in Kosovo, in Croazia, nell’ex Jugoslavia, che non hanno avuto quasi niente a che fare con le guerre di religione nell’accezione generale del termine.

   La stessa balcanizzazione è legata a questi fatti che non sono sempre visibili a occhio nudo. La maggior parte delle popolazioni di questa regione non ha conosciuto delle autentiche tradizioni laiche. Non si tratta unicamente di una mancanza di laicità rispetto alla fede: si osserva un analogo atteggiamento nei confronti di un’idea nazionale concepita in senso religioso e, al tempo stesso, di un’ideologia (non solo nazionale) praticata in quanto religione. Si può osservare la trasformazione di alcuni aspetti della cultura nazionale in un’ideologia della nazione.

   La letteratura, a sua volta, si riduce a una «letteratura nazionale» in senso stretto. Le energie, sia individuali sia collettive, si ritrovano così assorbite dal solo nazionalismo. Questi fenomeni sono riscontrabili anche al di là della penisola, lungo tutte le coste mediterranee, e altrove. Non è soltanto nei Balcani che la storia si scrive in primo luogo come storia nazionale. Viene spesso osservata attraverso griglie di lettura troppo particolari, folcloristiche o epiche.

   Anche una sconfitta o una ferita possono essere promosse al rango di «avvenimenti fondanti » o assumere proporzioni smisurate a livello di coscienza o di immaginario, nel corso dei secoli. Tanto per fare un esempio, legato all’attualità più scottante, è sufficiente ricordare il caso ben noto del Kosovo. Le questioni riguardanti il suo passato, la sua appartenenza o il suo statuto attuale vengono poste in termini molto diversi dagli storici o dai politici che appartengono alle nazioni che vi coabitano e da coloro la cui origine non è né serba né albanese.

   Le loro argomentazioni, anche quando partono dagli stessi dati, conducono generalmente a conclusioni diverse. Questo esempio, e la lezione che se ne può trarre nella storia dei Balcani, meritano qualche ulteriore considerazione. Il passato geologico e la preistoria non pongono problemi: anticamente il Kosovo era un grande lago, e la natura ne conserva ancora delle tracce; il fiume Ibar ha portato le sue acque verso il Mar Nero, l’affluente Lepenac verso il Mar Egeo, lasciando attorno ai loro letti rocce svettanti e, al centro, vallate verdeggianti. Nel Medio Evo incontriamo il nome di Kosovo polje che significa «campo dei merli» (campus turdorum). Gli antenati degli Albanesi, degli Illiri o dei Traci vi hanno abitato a cominciare dalla fine del III millennio a.C.

   Nel II secolo della nostra era Tolomeo segnala, fra le montagne dell’antica Dardania e della Macedonia, la presenza degli Albanoi. Nel VI-VII secolo d.C. gli Slavi (serbi) sono arrivati in questa regione, allora percorsa anche dai Valacchi (in parte discendenti dei coloni romani) e da altre popolazioni che vivevano da nomadi attraverso i Balcani. Tra il XII e il XVI secolo questo spazio è diventato il «cuore» del regno medioevale serbo: lo Stato di Rascia (Raska – antico nome della Serbia), dopo aver conquistato alcune terre bizantine, vi si insedia nel 1180; lo zar Dusan, detto «Il Potente» (Silni), stabilisce la sua residenza a Prizren; l’arcivescovo e, in seguito, il patriarca si insediano a Pe| e vi costruiscono il monastero di Gracanica. Il re Stefano Uros II (1282-1321) si proclama «Re della Serbia, di Dioclea (l’odierno Montenegro), d’Albania e della costa» – il che prova anche che gli Albanesi vivevano nella stessa regione, mescolati agli altri sudditi del regno.

   È la situazione che precede la battaglia di Kosovo del 1389, nella quale i Serbi, nonostante l’aiuto offerto loro da alcuni vicini balcanici (fra i quali figurava anche un certo numero di Albanesi), subirono una grandiosa disfatta contro la potente armata ottomana. «Non avendo davanti agli occhi il ricordo di un  passato glorioso» (utilizzo, all’occorrenza, le ricerche dello storico francese Georges Castellant, esperto di questioni balcaniche – e, fortunatamente, nato lontano da questa zona), gli Albanesi abbracciarono più facilmente la fede dei vincitori e «fornirono al Sultano un numero imponente di servitori devoti».

   Quanto ai Serbi, furono costretti a effettuare una «Grande migrazione» (Velika seoba) senza abbandonare affatto la regione.

   Nel 1690 l’esercito austriaco penetrò fino a Pe|, distribuendo un proclama a «Serbi, Albanesi, Mesi, Bulgari, Illiri, Macedoni e Rasci» per invitarli a sollevarsi contro gli Ottomani. In questa vicenda i Serbi ricoprirono un ruolo importante, trascinati dal patriarca Arsenio III Crnojevi|. Gli insorti dovettero ripiegare ed emigrare (le fonti, che si possono ritenere obiettive, parlano all’incirca di 70-80 mila persone), beneficiando dell’asilo concesso loro da Leopoldo I nei suoi Stati. Così il loro numero nel Kosovo diminuì una volta di più, e in maniera abbastanza consistente.

   Nel 1903, il Consolato austro-ungarico di Prizren effettua – non si sa come – il censimento della popolazione dal quale essa risulta composta per il 45% da Serbi e per il 55% da Albanesi. Si tratta probabilmente di una cifra approssimativa. In seguito alle guerre dei Balcani, lo Stato serbo occupò la regione nel 1912 e, dopo la Prima guerra mondiale, attuò una riforma agraria togliendo agli antichi proprietari turchi le loro terre e distribuendole ai nuovi colonizzatori serbi e montenegrini, a scapito degli abitanti albanesi che vivevano lì poveri e indifesi.

   In seguito tuttavia, dopo la Seconda guerra mondiale, il tasso di crescita più elevato in Europa registrato dalla popolazione albanese – arricchita dal lavoro all’estero dopo l’apertura delle frontiere da parte della ex Jugoslavia – spinse i Serbi del Kosovo a un lento e inesorabile esodo: prima dell’inizio di quest’ultima guerra e della mostruosa «pulizia etnica» messa in atto dalle milizie di Milosevic, nella regione era rimasto circa il 90% degli Albanesi contro il 10% di Serbi.

   Nessuno dispone di dati affidabili riguardanti l’oggi, all’inizio di un nuovo secolo e del Terzo millennio dell’era cristiana. La vicina Albania non riesce più a stabilire l’ordine indispensabile a uno Stato moderno, soccombendo sotto il peso del suo stesso passato. E i Balcani sembrano apparentemente abituarsi a queste catastrofi storiche, così come ai cataclismi tellurici, riuscendo a sopravvivervi.

   Ne trovo ancora una testimonianza, fornita da un monaco bizantino del Medio Evo, di nome Georgios Pachymeros, che descrive un sisma subito dall’antica Dyrrachion (Durës, l’odierna Durazzo, sulla costa albanese): «Si trattò di una scossa sotto forma di pulsazioni successive… Gli sconvolgimenti inconsueti con i rumori che, nella lingua comune, si sarebbero chiamati gemiti e che erano i segni evidenti dell’avvicinarsi d’una disgrazia… Ed ecco che, caduta la notte sugli scricchiolii che avevano sconvolto il giorno, sopraggiunse un terribile sisma sicché, in un batter d’occhio, l’intera città crollò fino all’ultima pietra… senza che nessuno trovasse il modo di fuggire».

   Questa descrizione forse completa i fatti storici ai quali abbiamo appena accennato in modo sommario. Talvolta è possibile cogliere, da un atto all’altro di una simile tragedia, il ruolo del Destino. È pericoloso d’intederlo come un mito.

   La situazione si presta, come si vede, a interpretazioni molto diverse, a seconda del punto di vista di chi la osserva e ne trae le conclusioni.

   In questo contesto, un tema è particolarmente penoso e difficile da affrontare: quello della crudeltà, di cui ci hanno dato di recente una testimonianza le immagini riprese dal vivo. Alcuni si rifiutano di parlarne per non offendere una popolazione la cui maggioranza non ne è affatto responsabile; altri, originari di questi paesi, preferiscono tacere perché se ne vergognano. Permetteteci di affrontare questo triste discorso partendo da una delle scene più atroci della letteratura del nostro secolo.

   Uno dei primi capitoli de Il ponte sulla Drina (1945), l’opera di Ivo Andri| (scrittore di origine croata e bosniaca, serbo di adozione e jugoslavo di vocazione, premio Nobel per la Letteratura nel 1961), descrive spietatamente l’impalamento di un serbo ribelle sotto l’impero ottomano: «Un palo di quercia lungo circa tre metri, ricoperto di ferro battuto, con una punta sottile e aguzza»; un uomo vivo, «infilzato a questo palo come un agnello allo spiedo, solo che la punta non gli usciva dalla bocca, ma dalla schiena, – e non erano stati lesi in modo grave né l’intestino, né il cuore, né i polmoni».

   Occorre un’operazione grandemente professionale e sofisticata per evitare le lesioni degli organi vitali; occorrono diversi strumenti – una decina di martelli e martelletti con cui spingere a poco a poco il palo nel corpo. La vittima deve sopravvivere così alcuni giorni: «gonfia, impettita e nuda fino alla cintola», «fissata tra due travi» sputando «una schiuma bianca », gridando e ringhiando. È la sorte che aspetta il ribelle.

   Se ne possono immaginare a migliaia, di questi esseri, nel corso dei secoli, lungo le strade fangose dei Balcani, nei loro crocevia variopinti. La sofferenza incarnata dalla sorte, il male interiorizzato in questo modo, la rivolta o la vendetta che suscitano, tutto ciò non è «conservato» o «decantato» solo all’interno del corpo o nel fondo della memoria, ma anche da qualche altra parte: non sappiamo esattamente né dove né come! Un giorno le circostanze risvegliano questi stati torbidi e traumatizzanti, li attivano sotto forma di resistenza o di aggressione, di sacrificio o di crudeltà.

   A scuola ci hanno insegnato che, proprio grazie ai supplizi subiti dai nostri avi, Vienna non è mai stata conquistata dalle «orde asiatiche», così come Venezia o Trieste: che senza questi sacrifici non ci sarebbero stati il Rinascimento in Italia e nemmeno la prosperità della Mitteleuropa. «L’abbiamo pagata con il nostro sangue.»

   Abbiamo contribuito così a «salvare l’Europa e la sua civiltà». Più a nord, furono «i nostri fratelli russi» a frapporre uno scudo analogo, ancora più resistente, alle crudeli invasioni dei popoli delle steppe al di là degli Urali, proteggendo così i paesi che sarebbero diventati la parte più progredita del continente. Mi ricordo che quando ero adolescente seguivo questo insegnamento e accettavo – ahimè! – con un certo orgoglio alcune delle sue argomentazioni.

   Chiudiamo questa triste parentesi, rendendoci conto del genere di conclusioni a cui possono portare simili tesi. Alcune esperienze tragiche, come quelle che ho appena evocato, persistono a lungo in seno a una tribù o a una nazione. La loro sopravvivenza dipende da circostanze che non sono unicamente storiche e da altre condizioni, spesso difficili da determinare.

   Le ultime guerre dei Balcani hanno fatto ricomparire molti ragionamenti simili provenienti da differenti  annali nazionali. Un buon numero di Serbi non ha mancato di ricordare non solo l’epoca tragica  dell’occupazione turca, ma anche gli odiosi massacri compiuti dagli ustascia croati nella Seconda guerra mondiale. Quanto agli Albanesi, abbiamo avuto spesso occasione di sentire i vecchi discorsi sui loro antichi usi e costumi, «il toglimento di sangue» (gjakmarrja) da essi praticato o le vendette pretese dai loro “Canoni” tradizionali (Kanuni i Lekë Dukagjinit).

   Allo stesso modo, più di un Croato, o Bosniaco, o perfino Montenegrino invoca la «dittatura» o lo «sfruttamento» praticati dal loro «grande fratello» serbo. I nazionalisti di ogni matrice si scagliano accuse reciproche in modo parziale, esagerato, caricaturale – per condannare gli altri o giustificare se stessi. Le coscienze che tentano di ergersi «al di sopra della mischia» generalmente sono considerate «traditrici della nazione». E per questo vengono punite.

   Un passato lontano e molti avvenimenti recenti hanno lasciato nei Balcani piaghe che continuano a sanguinare. Le esperienze acquisite sotto i regimi imposti dal «comunismo staliniano» occultano un’altra eredità dolorosa. Accanto ad alcuni tentativi positivi dell’«edificazione socialista» – industrializzazione, aumento di produzione, sicurezza sociale allargata, occupazione e scolarità più accessibili, alfabetizzazione, eccetera – un alto numero di fallimenti aggrava irrimediabilmente il bilancio: l’Albania di Enver Hoxha, la Romania di Nicolae Ceausescu, la Bulgaria di Todor Zivkov, persino la Jugoslavia di Tito, affatto più prospera degli altri paesi dell’Est, che non ha resistito ai regolamenti di conti nazionalisti.

   Accanto a loro, nel cuore dei Balcani, si trovano anche una Grecia con i suoi «malesseri» così come la fragile enclave della Rumelia turca, due paesi che pure non sono stati esposti alle violenze di un «comunismo» che ha calpestato i propri ideali.

   Queste nazioni hanno conosciuto alcuni problemi che oltrepassano le loro frontiere particolari e si ripercuotono al di là dei loro territori: rapporti fra la Bulgaria e la Macedonia, tensioni fra la Serbia e il Montenegro in una nuova Federazione jugoslava, conflitti fra Kosovari serbi e albanesi, separazione delle nazionalità in Bosnia-Erzegovina, disordini interni in Albania, rapporti tesi fra Grecia e Turchia, questione ungherese in Transilvania, rumena in Moldavia, greca a Cipro, macedone in Grecia, serba in Croazia, turca in Bulgaria, più di due milioni di esuli o di «profughi» della ex Jugoslavia, mille e un modo di assumere e di vivere un’«identità post-comunista», di porre e cercare di risolvere la sempiterna «questione nazionale» o meglio di rivedere frontiere ritenute «ingiuste» e «mal tracciate», di opporsi, in fine dei conti, alla famosa balcanizzazione che, al modo del Destino nelle tragedie nate sotto questi cieli,  continua a separare anche ciò che sembrava indiviso e indivisibile.

   Al di fuori e al di là di questa panoplia bisognerebbe citare una ricchissima produzione letteraria e artistica, autentici tesori a cui si è dato vita nonostante le condizioni di cui si è parlato. Ho già fatto i nomi di Andric e di Krleza (quest’ultimo, pur nato a Zagabria, non ha mai perso di vista la realtà balcanica). Il romanziere serbo Milos Crnjanski merita un posto accanto a loro, come pure lo scomparso Danilo Kis, mio amico, «ibrido» ebreo e montenegrino, jugoslavo ed europeo a tutti gli effetti. I greci Nikos Kazantzakis con la sua prosa, Seféris o Rítsos con la loro poesia si rivelano degni della grande eredità ellenica. L’Albania ci ha dato un romanziere geniale, Ismail Kadare, che figura fra i più importanti autori contemporanei europei.

   Ivan Vazov e Georgi Karaslavov hanno aperto la strada maestra al romanzo bulgaro che altri hanno saputo percorrere dopo di loro. I poeti macedoni Aco Sopov e Blaze Koneski hanno contribuito con le loro opere a codificare la lingua della loro nazione. Grazie alla sua opera e al suo esempio, il «gigante turco» Jachar Kemal è letto e apprezzato in egual misura sulle due coste del Bosforo. La letteratura rumena ha varcato le proprie frontiere, consacrando, fra gli altri, alcuni grandi autori di lingua francese: Panaït Istrati, «meteco» grecorumeno, Tzara, Ionesco, Cioran… Interrompo qui questo elenco che, nei limiti di questo scritto, non può evitare di restare incompleto, se non addirittura di parte.

   Ecco uno dei molti modi di presentare i Balcani, «questo spazio che produce più storia di quanta possa consumarne» (Winston Churchill), per gli uni la «vetrina» del nostro continente, per gli altri il suo  «termometro»: la «culla d’Europa» o la sua «polveriera». (Predrag Matvejevic)

Traduzione di Giacomo Scotti

Da http://www.fondazionebellonci.it/image_pb/quaderni/QFB_02/QFB02_int.pdf

Predrag Matvejevic è nato a Mostar (Bosnia-Erzegovina) nel 1932, da padre russo e madre croata. Ha insegnato letteratura francese all’università di Zagabria e letterature comparate alla Sorbona di Parigi. Nella capitale francese ha vissuto dal 1991 al 1994, dopo aver abbandonato la ex-Jugoslavia all’inizio della guerra, scegliendo una posizione «tra asilo ed esilio». Dal 1994 è professore ordinario di slavistica all’Università la Sapienza di Roma. Vive tra Parigi e l’Italia. Nel gennaio del 2000 ha ricevuto un incarico dall’Alto Commisariato dell’Onu per i territori della ex-Jugoslavia. Nel 2003, con il libro L’altra Venezia, è stato il vincitore del Premio Strega Europeo, indetto in occasione del Semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea.

Tra le sue opere in Italia sono state pubblicate: Breviario Mediterraneo (Hefti 1989, ripubblicato in edizione rivista ed ampliata nel 1991 da Garzanti col titolo Mediterraneo – Un nuovo breviario); Epistolario dell’altra Europa (Garzanti 1992); Sarajevo (Motta 1995); Ex Jugoslavia. Diario di una guerra (Magma 1995, con il prologo di Czeslav Milosz e l’epilogo di Josif Brodskij, premi Nobel); Golfo di Venezia (Consorzio Venezia Nuova 1996); Mondo Ex –Confessioni (Garzanti 1996); Tra asilo ed esilio (Meltemi 1998); Il Mediterraneo

e l’Europa – Lezioni al Collège de France (Garzanti 1998); I signori della guerra (Garzanti 1999); Isolario mediterraneo (Motta 2000); Compendio d’irriverenza (Casagrande 2001); L’altra Venezia (Garzanti 2003).

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“MIO PADRE, IL BOIA”, ROMANZO DI ANA LA FIGLIA DI MLADIC

L`ULTIMO BALLO DI ANA MLADIC SULL`ORRORE DI SREBRENICA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 5/4/2013

Un romanzo racconta la tragedia della donna sconvolta dai crimini del padre Ratko, generale serbo

   «Per una distrazione inspiegabile», si dice. Succede, è appena successo di nuovo con la decina di “saggi” fra i quali si sono dimenticate le donne. Era successo in grande con il premio Nobel per la pace all`Europa: bella idea, ma si erano dimenticati la ex Jugoslavia. Oppure si erano dimenticati che era Europa.

   C`è un tribunale all`Aja, procede come può, in una specie di proroga malvolentieri sovvenzionata, per i criminali più grossi, per gli altri provvedono come possono le filiali locali, come a Sarajevo. Il criminale più grosso (non dirò il peggiore: quella è una gara da cui guardarsi) è Ratko Mladic.la figlia clara uson sellerio

   Quando il generale Mladic sbrigò la faccenda di Srebrenica, la sua figlia amatissima, Ana, era morta da più di un anno. Studiava medicina a Belgrado, aveva 23 anni, si era ammazzata con la pistola paterna. Si disse che Ana avesse amato un musulmano di Bosnia.

   Clara Usón (Barcellona 1961) ne ha fatto la protagonista di un emozionante romanzo che è anche la miglior storia della ex Jugoslavia che io abbia letto: la figlia, esce ora da noi, edita da Sellerio.

   Un romanzo come questo deve tenersi all`altezza, chiamiamola così, dei documenti autentici. «Domanda: cosa disse il grande eroe serbo, generale Mladic, quando fu messo di fronte all`accusa che i suoi uomini stupravano le donne musulmane? Risposta: I soldati serbi non hanno gusti così scadenti».

   Ha corso rischi forti, l`autrice. Si sta dalla parte delle vittime, ma si cede facilmente alla sensazione che le vittime siano facili da capire, e interessanti siano invece i malvagi. È come con le famiglie felici, che si assomigliano, e le infelici sono interessanti.

   Usón muove da lì, due filmati successivi su Youtube: una figlia bella, una famiglia felice attorno a un padre ammirato e amato, poi il funerale di quella figlia e i genitori e il fratello con gli occhi bassi e l`aria affranta. Ana poteva diventare il pretesto per esplorare gli abissi (abissi, vale solo per i cattivi) dell`animo paterno.

   Usón vuole bene ad Ana, e affronta la sfida di riempire i vuoti della sua vita con una delicatezza e una premura che sventano l`indiscrezione. E quanto al “mostro”, lo guarda e lo fa vedere con gli occhi di Ana.

   Mladic non avrebbe potuto trovare avvocato difensore migliore di quella figlia che lo venerava e in cui voleva specchiarsi: e quando le prove accumulate a suo carico eccedono anche la dedizione cieca di un simile difensore, la condanna diventa inesorabile e rassegnata. La figlia prediletta non è un tribunale, e non saprebbe condannare se non rinunciando a vivere.

   Aveva un fratello minore, Aria, che si chiama Darko e proclama oggi l`innocenza paterna e protesta contro l`invadenza nella sua famiglia: ma anche la sua dedizione, che non vuole smettere d`esser cieca, non troverebbe argomento più efficace del racconto attraverso cui persone e popoli rinnegano l`umanità e riprecipitano dentro il gusto del sangue.

   Guerra etnica, la chiamavano, come se l`etnia diversa giustificasse il macello: e là per giunta l`etnia era una sola, per musulmani di Bosnia e ortodossi di Serbia e cattolici di Croazia: «Dunque a determinare l`appartenenza era, come sempre, la religione professata dalle generazioni precedenti, il cippo, la lapide o la croce eretti sulle tombe che proteggevano le vecchie ossa con i capelli appiccicati, la polvere triste degli antenati».

   Un`iscrizione su una tomba bogomila vecchia di sette secoli recita: «Non girate questa lapide, perché al chiaro di luna le nostre ossa discutono su chi avesse ragione e chi no. E la morte ci ha resi ancora più estranei l`uno all`altro».

   È bellissimo, questo romanzo, e lo lascio alla lettura. Annoto che il nume di Tolstoj lo attraversa, e in un caso diventa la geniale chiave di volta della pena di Aria. È il racconto breve intitolato Dopo il ballo. Un uomo anziano racconta un episodio di gioventù che ha mutato la sua vita. Nel palazzo del maresciallo di nobiltà si dà un ballo di carnevale.

   Il narratore è innamorato della bellissima Varen`ka. La bella gli riserva tutti i balli. Dopo la cena, la padrona di casa si rivolge a Varen`ka perché persuada il colonnello suo padre a danzare con lei. Il padre è un comandante militare vecchio stile. «Cercava di schermirsi, dicendo di aver disimparato a ballare; tuttavia, sorridendo… quando il motivo cominciò, batté energicamente un piede a terra; gettò avanti l`altra gamba e la sua alta, corpulenta figura… La figura leggiadra di Vàren`ka gli fluttuava attorno… Io li guardavo non solo con ammirazione, ma con una sorta di intenerimento entusiastico…».

   lI narratore si commuove alla vista delle scarpe risuolate e fuori moda di quel padre, avaro con sé per far brillare nel mondo la sua creatura. Il colonnello bacia teneramente la figlia e presto si accomiata, scusandosi coi suoi doveri.

   Rientrato a casa, il giovane è troppo emozionato per prender sonno: torna fuori a camminare, alla volta del palazzo in cui abita lei. Mano a mano che si avvicina, percepisce sempre più chiaramente il sinistro rullo di un tamburino e il suono acuto di un piffero che precedono un gruppo di soldati, indossano uniformi nere e si dirigono verso un terreno abbandonato. Là si dividono in due file, formando uno stretto passaggio. «Cosa stanno facendo?», chiede a un fabbro che osserva la scena al suo fianco. «Puniscono un tartaro che ha cercato di disertare», risponde il fabbro disgustato. «Guardai anch`io, e scorsi in mezzo alle file qualcosa di orrendo che stava venendo verso di me. Quella cosa era un uomo nudo fino alla cintola, legato a un fucile retto da due soldati. Accanto camminava un militare alto, in cappotto e berretto, la cui fisionomia mi parve familiare. Contorcendosi in tutto il corpo, con i piedi nella neve del disgelo, l`uomo punito, coi colpi che gli piovevano addosso dalle due parti, avanzava verso di me, ora rovesciandosi all`indietro – e allora i sottufficiali che reggevano il fucile, gli davano uno strattone in avanti, ora sbandando in avanti, e allora gli davano una spinta all`indietro. E accanto camminava quell`ufficiale alto, rigido, con l`andatura sussultante. Era il padre di lei, con il suo viso roseo e i baffi e le fedine…».

   Il disertore, con la schiena scorticata da cui sgorga il sangue, implora pietà, ma nessuno si commuove; anzi, colpiscono più forte. Tutt`a un tratto il colonnello si ferma e si avvicina a uno dei soldati. «Adesso ti insegno io come si fa a picchiare», gli dice arrabbiato. Colpisce con la mano inguantata la faccia del soldato e si allontana, fosco, a grandi falcate, mentre grida: «Fate portare nuove sferze!». Incrociando lo sguardo del giovane, finge di non riconoscerlo. In quel momento lui prende la decisione che cambierà la sua vita: non entrerà nell`esercito, come aveva programmato. «Quanto a Varen`ka… Sì disinnamorò di leì». Quando Ana Mladic lesse questo racconto, per la prima volta il suo Tolstoj la deluse. (Adriano Sofri)

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RICORDO LE DONNE DI SARAJEVO

di Adriano Sofri da “la Repubblica – DONNA” del 10/11/2012

– 1992-2012: La guerra scoppiò venti anni fa, ne durò quattro, terribili per tutti ma specialmente per Nadira, Merisha, Amra, Gertruda, Ferida e le altre. Ecco le loro storie, e quella del conflitto che non si lascia – e non si può – dimenticare –

   A valle, nella città assediata, si favoleggiava della giovane donna, già campionessa di tiro sportivo, che rispondeva dal basso ai cecchini cetnici; poi restò incinta, si disse, e non volle più continuare.

   Una città assediata è una città di donne. Di donne, di vecchi e di bambini: gli uomini “validi”, come si dice, sono altrove a combattere. L’assedio di Sarajevo durò quasi quattro anni, dal 1992 al 1996. Il più lungo dell’età moderna.

   Con rare interruzioni, la città fu bloccata, non entravano e non uscivano le persone né le cose. Né il cibo: a Kanita, che mi aveva raccontato che nostalgia avesse di un limone, portai un limone. Lo vide, se lo accostò per sentirne l’odore, e scoppiò a piangere.

   Un giorno arrivarono, chissà come, delle angurie, comprai la più grossa. A casa di Amela e Gigio l’anguria fu messa su un tavolo e contemplata a lungo. Berina, che oggi fa il suo terzo anno di medicina a Bologna, aveva tre anni e non ne aveva mai vista una. Quando il coltello affondò nell’anguria e la spaccò in due mostrando il rosso sotto il verde, Berina sgranò gli occhi e gridò: “Oooooh!”.

   Quattro anni sono lunghissimi, aprono varchi nelle bocche delle persone, e i dentisti non hanno più strumenti e materiali. Donne ridono – quando, raramente, succede che ridano – coprendosi la bocca con la mano, come giapponesi. La civiltà è fatta della combinazione fra l’utilità e la bellezza: è vero perfino nell’agonia di una città soffocata e massacrata, dove la civiltà è lacerata come una pellicola sottile.

SARAJEVO 1992 (foto di Mario Boccia _ da www.balcanicaucaso.org
SARAJEVO 1992 (foto di Mario Boccia _ da www.balcanicaucaso.org)

   Donne coprono di tinture disperate i capelli spenti, colorano di belletti di fortuna le guance incavate, segnano di un nero di fumo gli occhi infossati. Non c’erano più vetri alle finestre di Sarajevo, i vetri vanno in pezzi quando in un giorno solo cadono duemila granate. C’erano teli di plastica raccogliticci, e però sui balconi, dentro vasi di latta con la scritta UNHCR, donne coltivavano peperoni o pomodori (si chiamano paradajz, a Sarajevo) e, accanto, rose e dalie.

   A metà della mia salita di Logavina c’era una casetta, già graziosa, sgretolata come ogni edificio della città, e però attorniata da una collezione di sontuose piante grasse. Le curava una signora che trascurava se stessa, indosso una vestaglia infeltrita, capelli in disordine, ciabatte. Doveva riservare alle sue piante grasse una buona parte dell’acqua che ci si procurava a rischio, era rischioso anche indugiare attorno alla casa. Le sentiva affidate a sé, mi spiegò.

   Quando sono tornato a Sarajevo, a vent’anni dall’inizio dell’assedio, davanti alla casetta di Logavina c’era solo qualche vasetto di cactus giovane e modesto. Ho aspettato che tornasse la padrona di casa, sembrava la figlia della signora che avevo conosciuto, era lei, ho chiesto delle piante, mi ha raccontato che le aveva salvate, ma ora, in tempo di pace, qualcuno le aveva rubate tutte, dovevano essere venuti con un camion.  Ha voluto regalarmi una delle sue pianticelle nuove, quando mi ha salutato.

   Da uno scantinato, davanti al quale passavo ogni sera, veniva il suono di un pianoforte, una volta andai a bussare: ci stavano accampate una madre e una figlia ventenne, avevano perduto la casa, ma la ragazza aveva recuperato il suo piano, scheggiato da una granata, e lo suonava giorno e notte, senza uscire mai. Suonare al buio allena le dita e la memoria. Facevano la fame, faceva freddo – il freddo di Sarajevo può essere terribile, e anche il caldo. Non so che cosa sia stato di loro, la cantina è tornata a essere una cantina.

   So che stanno bene, quasi tutte, le signore della Posta. Era l’ufficio del vecchio centro, a un angolo della via intitolata al maresciallo Tito, una corona ricorda che lì davanti una bomba aveva fatto strage. Erano tutte donne, troppe per un ufficio solo, del resto erano pagate una volta ogni tanto, e quasi niente. Era un luogo prezioso – non c’era telefono, né luce né acqua né gas, a Sarajevo – per il telefono pubblico, davanti al quale i sarajevesi, donne anziane per lo più, facevano la coda per parlare coi loro figli e nipoti sfollati in altri paesi.

   Diventarono le mie amiche, le signore della posta, e anche le signore di una banca, anche loro andavano in ufficio ogni giorno, benché non avessero quasi mai da fare qualcosa, a tenere il posto, a custodire il ricordo della vita normale. Dapprincipio si temeva di essere indiscreti, poi passava: i confini della discrezione si ritraggono di molto in una città assediata.

   Portavamo cose utili, ma anche cose futili, rossetti, matite per gli occhi. Non sapete quanto valga un rossetto alla borsa nera di una guerra. Una signora intelligente e ironica mi raccontò che appena tornava la corrente restava a guardare le partite di calcio della televisione italiana per vedere gli intermezzi pubblicitari della biancheria e del caffè.

   In Italia erano in tanti a rifornirmi, medici, farmacisti – le medicine erano la cosa principale – ma anche artisti, negozianti, amici. Succedevano cose tragicomiche. La titolare di un negozio fiorentino di biancheria femminile mi diede un vasto resto di magazzino, le avevo raccomandato di scegliere i colori più vivaci e i modelli più attraenti. Viaggiavo sul C130 da trasporto, “Maybe airlines”, obbligo di giubbotto antiproiettile e paracadute, con il mio sacco militare pieno di biancheria femminile dai colori accesi – per fortuna lo pesarono senza perquisirlo.

   Feci la mia distribuzione, alla posta e alla banca. La volta successiva le trovai tutte con un’aria imbarazzata e anche divertita, finchè trovarono il coraggio di tirare fuori qualche paio di mutande e reggiseni, spiegarli di fronte a me, enormi e variopinti come bandiere, e chiedermi: “Ma le donne italiane che sederi hanno?”.

   Ridevano, io un po’ meno. La mia amica fiorentina aveva attinto a un magazzino di taglie fortissime. Al terzo anno di assedio, le donne incinte erano due volte più numerose che prima della guerra. Mancavano il latte, i pannolini per i bambini, gli assorbenti per le donne. Usavano cenci da lavare e reimpiegare, in quella penuria d’acqua.

   Le code alle poche fontane comuni erano il bersaglio prediletto dei cecchini, e bisognava tornarne trascinando taniche pesanti e tenendosi al riparo. Donne si avventuravano sul greto della Miljacka gelata a fare il loro bucato.

   Chi non ha conosciuto luoghi e tempi simili non sa che cosa vogliano dire i bisogni del corpo, su un vagone piombato o in un campo, in un manicomio, in una galera, una Sarajevo, una Aleppo. L’islam di Sarajevo è laico e cosmopolita, e tuttavia ci sono costumi che separano le donne dagli uomini, come nelle cerimonie funebri: le donne preparano il morto e lo piangono in casa, fuori sono gli uomini a seppellirli e pregare. Le donne piangerebbero, e non è conveniente in pubblico – così fingono di credere ancora.

   Che le donne siano coraggiose si sa, in un modo così diverso (per semplificare al massimo, gli uomini sono fieri del loro coraggio, le donne no, e reciprocamente gli uomini si vergognano di aver paura, le donne no).

   Nadira lavorava anche lei in banca, ed è una traduttrice e una giornalista. Andava dovunque, e si dichiarava terrorizzata dalle bombe e dai cani. Un giorno eravamo insieme in una piazza, allo scoperto, quando cominciò una gragnuola di ordigni. Corremmo dentro un caffè aperto. C’era un grosso cane nero accucciato – sarà stato spaventato anche lui, i cani hanno paura dei tuoni e delle esplosioni: Nadira non ebbe esitazioni e corse fuori: meglio le bombe.

   Si stabiliva una confidenza inimmaginabile, con le donne di Sarajevo. Rapida: bastava un caffè turco in un locale sbarrato buio e pieno di fumo a raccontare tutta una vita e il suo punto di arrivo, le persone sentivano di non avere tempo. Una donna giovane e bella, appena conosciuta, mi spiegò che il suo nome, Mersiha, voleva dire porto, approdo. “Ma nessuna nave è in vista da tanto tempo”. “L’amore ha bisogno di aspettare, e qui oggi il tempo è rubato. È come con le scatole disgustose di cui ci nutriamo da tre anni. Apri la scatola e devi mangiarla tutta subito, se no va a male. Puoi chiamarlo amore?”.

   Ho detto della confidenza speciale che si stabilisce all’improvviso fra un uomo e una donna in quella situazione. Non alludo alle relazioni esplicitamente sessuali, che sono così frequenti e perfino ovvie, soprattutto fra stranieri che arrivano con un biglietto di ritorno in tasca, e donne destituite dalla loro vita e dal futuro. Relazioni impari, e tuttavia capaci a volte di imitare abbastanza un amore: non ne sono competente, e non le giudico.

   È un fatto che le città assediate si svuotano soprattutto delle loro ragazze più belle. Alludo invece a un’intimità che unisce e tocca uomini e donne che si trovano a condividere uno spazio accorciato in un tempo minacciato dalla fine. Devono averlo conosciuto i nostri antenati nei rifugi antiaerei. C’è una recrudescenza di spari e scoppi, si resta al chiuso, dalle finestre oscurate filtra una penombra, piano piano scende la sera e la padrona di casa va a piedi nudi – si sta a piedi nudi nelle case di Sarajevo – ad accendere una candela, poi continuate a parlare, oppure restate in silenzio. Non è un amore, forse è solo la tenerezza e la solidarietà di un naufragio a secco, ma è qualcosa di cui si avrà nostalgia. L’ho provato altre volte, a Grozny, in Cecenia, per esempio.

   Un’altra mia amica era una barbona, si chiamava Izeta, divideva una casa di cartoni con i cani abbandonati. Izeta è morta, di freddo, di stenti. Si riannodò il fazzoletto sulla testa quando la filmai, poi mi mostrò una gamba maciullata, parlava tedesco, mi chiese di salutare il papa a nome suo. Lei era musulmana, diceva sempre: “Se Dio vuole”, Ako Bog da. Non ho più famiglia, se Dio vuole, né una casa, se Dio vuole. Se Dio vuole, sono viva.

   In un altro ufficio postale, a Marindvor, in cui la gente entrava solo per trovare riparo, una donnetta anziana parlava a un telefono, parlava e piangeva, si rivolgeva a sua figlia, le raccontava delle cose confuse, poi ricominciava a piangere. Durò a lungo, nessuno le badava. Quando finì, si rassettò il soprabito sdrucito e uscì, vidi che il telefono, restato sulla sua mensola, non aveva i fili.

   Delle donne che conobbi nella città assediata, una era la madre di Enis Selimovic. Enis era un artista, sua figlia era stata colpita da una granata mentre giocava nel cortile di casa. Enis era stato fra i primi miei amici, quando ancora ero nell’albergo dei giornalisti, l’Holiday Inn, lui vendeva i suoi poster e le sue cartoline nell’atrio dell’albergo sventrato. Presi una polmonite, ero solo, Enis avvisò la sua anziana madre, lei veniva due volte al giorno, attraversando una spianata battuta dai cecchini, a portarmi delle tisane di erbe selvatiche strappate a qualche zolla di campo. Una volta Enis riuscì a uscire per andare a vedere sua figlia: mi telefonò da Milano, non capivo se ridesse o piangesse: “Un italiano mi ha fermato per strada e mi ha chiesto una sigaretta”. Sono morti, Enis e la sua vecchia madre.

   È viva la madre di Amra ed è viva Amra, una gran bella ragazza. Era una bambina di 9 anni, abitavano al quattordicesimo piano di un palazzone sopra lo stadio di Zetra, gli assedianti si divertivano a bombardare i palazzi un piano alla volta. Non si immaginerà mai abbastanza quanto si divertissero, quegli sportivi. La madre era cardiologa all’ospedale militare, lo è ancora, di mattina usciva per andare al lavoro, aveva adattato uno sgabuzzino accanto alla porta d’ingresso, un ripostiglio per le scarpe, Amra si metteva lì sotto e aspettava. Decise che non voleva mangiare più: avrebbe mangiato solo ananas. Grazie al cielo cambiò idea, dopo che una volta arrivarono davvero delle scatole di ananas. Altre giovani donne decisero di non mangiare più: era il loro modo di reagire alla mortificazione e alla fame, di far come se l’avessero scelto loro.

   Dimenticavo la storia famosa, ma vera, della biancheria femminile: le donne curavano, e si raccomandavano, di uscire sempre con la biancheria magari rattoppata ma in ordine, per il caso che fossero colpite e occorresse soccorrerle e spogliarle.

   Andai a trovare la più famosa soprano di Sarajevo, Gertruda Munitic. Non era più giovane, le si attribuiva, come a tutte le belle donne della Jugoslavia, un flirt con Tito. Cantò qualche brano del suo repertorio, O mio babbino caro, Sempre libera, mi mostrò i suoi album e i filmati delle sue glorie. Era nata a Spalato, era ambasciatrice dell’Unicef, aveva deciso di non abbandonare Sarajevo. Credo che dopo la “pace” – che era in realtà la fine della guerra, la pace è altro – abbia deciso di non tornarci: “Una volta o l’altra”, risponde a chi le chiede quando tornerà.

   Mi ricordo di un’altra signora, per strada aveva scambiato la mia telecamera per una macchina fotografica, mi chiese molto discretamente se avrei potuto farle una foto. “Da mandare a mia figlia e ai miei nipotini, sono in Italia, non li vedo da tre anni”. La ripresi. Mi chiese di limitarmi al mezzo busto, aveva indosso un paio di pantaloni di velluto da ragazzo e scarpe da tennis, me li hanno dati all’assistenza, si scusò, ho dovuto lasciare la mia casa a Grbavica, non ho avuto il tempo di prendere niente.

   E mi ricordo un’altra donna, non giovane, vestita dimessamente, con un cappotto e un fazzoletto sui capelli. La rivedo come fosse ora, e del resto la ripresi. Al cosidetto “incrocio degli snajper”, dei cecchini, dove si moriva più che in ogni altro punto della città, dove ci si affacciava cautamente e poi si correva rannicchiati per attraversare e ripararsi dietro una muraglia di container rovesciati al bordo della strada. Non so come mai, quel giorno c’era la corrente e il semaforo assurdamente s’era messo a funzionare. La signora si affacciò dall’angolo, poi corse fino al marciapiede al centro della strada deserta, il semaforo segnava il suo rosso. E lei si fermò davvero. Guardava alternamente, col viso serrato, il rosso del semaforo e la collina dei cecchini, e restava ferma. Finalmente diventò verde, e lei completò la sua corsa. Era anche così, Sarajevo. Il mio amico Gigio scuoteva la testa e commentava: “Fellini!”.

   Un giorno arrivarono a Sarajevo, precedute da voci spaventose, donne stremate che venivano da Tuzla e, prima, da un paese chiamato Srebrenica. Era uno dei periodi peggiori dell’assedio, non si entrava né si usciva, nemmeno dal tunnel, c’erano pochissimi giornalisti in città. E quei pochi, anch’io, stentarono, nonostante tutto quello che avevano già visto e temuto, a credere al racconto di quelle donne. Dicevano che avevano trucidato tutti gli uomini, migliaia, che avevano stuprato le giovani, che le avevano cacciate e braccate. Non le avevano risparmiate, al contrario. Si erano divertiti a mostrare che loro, le donne, non valevano niente, una volta trucidati i loro uomini. Una delle scampate, Ferida Osmanovic, una giovane, appena fuori dalla base aerea delle Nazioni Unite si fermò, si tolse le scarpe, e si impiccò a un albero. (ADRIANO SOFRI)

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(ndr: sulla Bosnia vedi questo interessante progetto: www.bosnia-book.com)

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QUELL’APRILE A SARAJEVO

di Azra Nuhefendić – 5 aprile 2012

da http://www.balcanicaucaso.org/

   Un ricordo lucido e intenso dell’inizio dell’assedio di Sarajevo, gli amici che diventano nemici e gli amici che abbandonano la città. L’incredulità di fronte al tragico accadere della guerra

   Da quando ho letto che, vent’anni fa, anche il generale bosniaco Jovan Divjak non credeva che sarebbe scoppiata la guerra a Sarajevo, mi sento meno idiota. Anch’io, come il generale, non prendevo sul serio i chiari segnali premonitori, le situazioni inconfondibili. Non ci credevo, o non volevo crederci. Persino il giorno dopo il primo attacco su Sarajevo, tra il cinque e il sei aprile 1992, continuavo a dubitare. E così come me molti vicini, amici, colleghi, familiari.

   Attaccarono Sarajevo la notte del cinque aprile 1992 con l’intenzione di dividere la città in due. Per tutta la notte ci bombardarono pesantemente, su di noi si abbatté una fitta pioggia di proiettili che andavano a colpire i sottili muri dei palazzi moderni, udivamo gli assalitori che si urlavano tra di loro secchi ordini: “Di qua”, “là”, “avanti”, “indietro”.

   Il sei aprile ci svegliammo, si fa per dire, e ci trovammo spontaneamente con i vicini davanti al palazzo. Alcuni erano ancora in ciabatte, altri indossavano il pigiama che si intravedeva da sotto il giaccone, le donne in vestaglia, spettinate, tutti con le borse sotto gli occhi. Il sentimento comune era “Ma come si permettono?”

   Ci domandavamo a quali armi appartenessero le cartucce vuote delle pallottole sparpagliate intorno al palazzo. Erano così tante da formare un tappeto color grigio-marrone, brutto, ancora più sgraziato là verso il fiume dove andava a toccare l’erba giovane color verde tenero, puntellata di primule variopinte. Ci si chiedeva a vicenda: “Hai visto?” “Hai sentito quell’esplosione verso le due stanotte?”, prendevamo le cartucce da terra, le esaminavamo, i veterani della Seconda guerra mondiale, più esperti, le giravano in  mano, scuotevano la testa.

   La conversazione finì con “Sono stati i papci”, cioè i vigliacchi, oppure i malavitosi, e che bisognava trovarli e punirli, ristabilire l’ordine e poi continuare come sempre. Così, dopo circa un’ora dall’incontro, ognuno era tornato a fare quello che di solito faceva in un soleggiato sabato d’aprile: mamma a fare la spesa, papà nel suo bar a bere il caffè e a leggere il giornale, io in centro a trovare gli amici.

   Nei successivi giorni di aprile si alternarono gli attacchi, più frequenti durante la notte, con sporadici spari durante il giorno. In città arrivarono i primi giornalisti stranieri. Non meno confusi di noi, giravano in gruppo, cercando i fatti, la guerra. Uno mi aveva telefonato, chiedendomi di fargli da guida. In tre erano arrivati da Belgrado con una macchina presa a noleggio.

   Per la città si passava con difficoltà. Era evidente la confusione della gente e che le autorità non avevano più il controllo della situazione. Ovunque c’erano posti di blocco e barricate che venivano erette da chiunque volesse. Talvolta erano i vicini del condominio o gli abitanti di una via che, in questo modo, cercavano di proteggersi. Nei palazzi furono stabilite nuove regole, il portone si chiudeva a chiave e i vicini si alternavano a fare la guardia notturna. Si tiravano via dalle porte e dalle cassette della posta le targhette con i nomi, non volevamo essere identificati, essere divisi, volevamo rimanere uniti e insieme difendere la casa e la città.

   Le barricate spesso erano fatte da gruppi di giovani. A una di queste ci fermarono. Erano degli adolescenti, alcuni armati con vecchi fucili, altri con bastoni. Maneggiavano i fucili in modo non curante, senza rendersi conto del tipo di giocattolo che tenevano tra le mani. Poi, vedo che si passano una bottiglia di grappa. Ma questi qua stanno giocando alla guerra, ho pensato. Ci chiesero i documenti.

   Non ero spaventata, non per eroismo, ma per ignoranza. Ero piuttosto arrabbiata con loro, perché mi mettevano in imbarazzo davanti ai colleghi giornalisti. “Che razza di figuraccia stiamo facendo davanti agli stranieri?”, mi chiedevo arrabbiata. Era l’immagine del mio Paese che mi preoccupava, non il pericolo immediato. Ci avevano ordinato di scendere dalla macchina. E a quel punto ho capito: vogliono rubarcela. La Tv di Sarajevo aveva già riportato notizie su alcuni malviventi che approfittavano della situazione per rubare quello che potevano. I tre giornalisti confusi e preoccupati guardavano a volte me e a volte quei giovani armati che ci impartivano ordini. Non capivano la lingua, non sapevano perché eravamo stati fermati, né che cosa stava succedendo. Dissi loro di stare seduti e di non lasciare la macchina. Uscii io a parlare con quelli che ci avevano fermato.

   Per una quindicina di minuti abbiamo discusso, anzi litigato. Insistevano che scendessimo dall’auto. Infine arrivammo a un accordo, saremmo andati tutti insieme verso un ufficio, una sorta di comando. Alcuni giovani entrarono in auto, e ci ritrovammo in dieci all’interno di un abitacolo per quattro, altri si sedettero sul cofano davanti, o dietro o sul tetto. Guidando a passo di lumaca siamo arrivati al comando. Là un gruppetto di vecchi, mi pareva che anche quelli stessero giocando alla guerra, si passavano di mano in mano una bottiglia di grappa. Ci chiedono chiarimenti, fanno domande stupide, alla fine si mettono a dare pacche sulle spalle ai giornalisti, qualcuno alza le dita della mano facendo il segno di vittoria, uno balbetta in inglese: “Amici, amici”, e poi un altro spara la domanda cruciale: “Ce l’hai una sigaretta?”

   Come giornalista mi sentivo in dovere di far conoscere ai colleghi stranieri anche l’altra parte della storia, cioè le ragioni di quelli che ci attaccavano. Li portai a Ilijaš, un sobborgo di Sarajevo. Là erano i serbi a controllare, il comandante era un mio amico. Almeno lo era fino al giorno prima. Li presento. Osservavo che l’amico, un ingegnere senza una carriera particolarmente di successo, indossava già l’uniforme, ma non quella dell’Armata Jugoslava, ma quella dei serbi durante la Prima guerra mondiale. Scambiai con lui alcune parole, tentai di spiegargli la difficile situazione a Sarajevo, ma lui tagliò corto dicendo: “Lo so benissimo, ogni mattina parlo direttamente con Belgrado”.

   Non volevo che la mia presenza condizionasse le risposte dell’amico-comandante e lo lasciai da solo con i giornalisti. Dopo circa un’ora, i giornalisti stranieri uscirono dall’ufficio del comandante: avevano le facce stravolte, come se avessero appena finito il giro su una giostra e non si sentissero bene. Uno mi domandò: “È veramente tuo amico?” “Sì”, ho detto senza capire perché questa domanda. Seguì una breve pausa di silenzio, e infine uno mi disse: “È un nazionalista della peggior specie. Vi sterminerà tutti”.

   I bombardamenti si fecero sempre più forti, gli spari durante il giorno più frequenti, gli aerei militari volavano a bassa quota rompendo il muro del suono. Cercavano di spaventarci. Nei negozi di generi alimentari presto non c’era più niente da comprare, quello che non era stato venduto veniva saccheggiato. Nei mercati di frutta e verdura l’offerta scarseggiava.

   Il tempo era – per ironia – bellissimo, da anni non si vedeva un aprile così bello e caldo a Sarajevo come nel 1992. Invece di passeggiare e goderci la primavera, restavamo sempre di più chiusi in casa, e anche chiusi in noi stessi, in silenzio, inquieti. Per paura non pronunciavamo ad alta voce quello che era chiaro: che c’era la guerra.

   Anche a casa nostra l’unico argomento che ci interessava, non si toccava. Ci pensavamo, certamente, ma non parlavamo dei nostri tormenti. Per paura, scaramanzia, sperando che non fosse vero e che sarebbe passato presto, che i nostri sospetti erano infondati.

   In assenza di notizie e di chiarimenti ufficiali circolavano voci, si spargevano dicerie, e quello che il giorno prima sembrava improbabile, il giorno dopo fu confermato dalla TV. I cetnici, i nazionalisti serbi, erano nelle caserme della JNA intorno a Sarajevo.

   Cresceva il numero delle persone che fuggivano da Sarajevo. Le linee ferroviarie erano già da qualche tempo interrotte. La gente scappava in macchina, a piedi, in autobus. Venivo a sapere che Mladen se n’era andato, che Emir aveva mandato al sicuro la moglie e i bambini, che Milena aveva telefonato da Belgrado, che Snježana con tutta la famiglia era andata dai cugini in Montenegro, “per alcuni giorni finché le cose non si sistemano” ci aveva detto il vicino Vlatko, e ci aveva lasciato le chiavi del suo appartamento dicendo “il frigorifero è pieno di cibarie e se vi serve …”.

   Era già la fine di aprile, dovevo tornare a Belgrado, le ferie che avevo preso “giusto il tempo che la situazione tornasse alla normalità, una volta chiarito il malinteso” erano terminate. L’aeroporto era sotto il controllo dei serbi, atterravano solo gli aerei speciali. Nella zona non ci si poteva neanche avvicinare, già a circa cinque chilometri di distanza c’era tantissima gente disperata che cercava di fuggire. Famiglie al completo si accampavano giorno e notte con la speranza di imbarcarsi, la destinazione non importava, l’unica cosa che volevano era lasciare Sarajevo che si faceva sempre più pericolosa. Quella massa premeva sul cordone dei militari serbi che proteggevano la pista.

   Avevo la tessera della radio e TV di Belgrado, cioè serba. Mi aiutò a ottenere un posto nell’aereo, un boeing speciale vuoto senza sedili, detto Kikas, dal nome di un patriota croato che l’aveva acquistato e mandato in Croazia, ma pieno di armi. Fu sequestrato dalla JNA e veniva usato per trasportare i civili in fuga.

   Ci caricarono su un autobus nel centro della città, dopo aver controllato bene i nostri documenti. Scortato dalla polizia, l’autobus era diretto verso l’aeroporto. Ci fermavano spesso, l’autista faceva vedere il permesso e ci lasciavano passare. Vicino all’aeroporto l’autobus fu inghiottito da quella massa di gente in fuga. Non potevamo muoverci. Eravamo fermi e circondati. La tensione era altissima, tra di noi dentro e tra la gente che premeva da fuori. Cercavano di entrare perché l’autobus era l’unico modo per raggiungere l’aeroporto, la via di uscita. Tanti urlavano, ci minacciavano, alcuni davano colpi all’autobus, alcuni si aggrappavano con le mani al bordo dei finestrini, c’erano delle madri che alzavano i bambini verso i finestrini supplicandoci di lasciare entrare almeno i più piccoli. Nell’autobus qualcuno piangeva, altri erano spaventati e si coprivano gli occhi con le mani per non vedere quelle scene, altri si piegavano sotto i finestrini per nascondersi dagli sguardi di quei disperati o per proteggersi. Sembrava di vivere una di quelle scene di fuga dalla città vietnamita Saigon, prima dell’attacco finale alla città, durante la guerra in Vietnam, che avevo visto in vari documentari.

   Infine l’autobus entrò direttamente sulla pista e si fermò davanti alle scalette dell’aereo. Ancora sotto choc per quello che avevamo visto, scendevamo velocemente e di corsa entravano nell’aereo. Dietro di me c’era una donna incinta, per gentilezza mi feci da parte, lasciandola entrare per prima. Poi toccava a me. Ma uno che controllava l’entrata mi fermò con la mano: “Siamo al completo, non c’è più posto”. Non ci credevo, iniziai a protestare. L’aereo era un boeing grande e mi pareva impossibile che non ci fosse più posto per una persona. Mostrai la mia tessera di giornalista. Il tizio mi fece guardare dentro: l’aereo era strapieno, tutti accalcati, schiacciati come sardine in scatola, seduti per terra, nel bagno c’erano tre persone e un bambino era seduto sul lavandino, non c’era più posto neanche per un ago.

   Mi arresi. Lasciai Sarajevo quella stessa sera, tardi, con un piccolo aereo militare che aveva portato da Belgrado dei medicinali. Nel velivolo fragile che dondolava, si udivano le esplosioni e gli spari provenienti dalla città. Quel rumore sarebbe rimbombato nelle mie orecchie per i quattro anni successivi, 1427 giorni di assedio a Sarajevo, il più lungo nella storia moderna d’Europa. (Azra Nuhefendić)

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STUPRI DI GUERRA, STORICA INTESA AL G8

di Guido Olimpio, da “il Corriere della Sera” del 12/4/2013

WASHINGTON — Cercando di capire cosa potrebbe combinare il dittatore nordcoreano Kim, il G8 e la Casa Bianca mettono in guardia il regime. Moniti accompagnati da una rivelazione che contraddice analisi più rassicuranti: Pyongyang avrebbe la capacità di mettere a punto testate atomiche per i suoi missili.

   La notizia, trapelata al Congresso e contenuta in un rapporto riservato Usa, è però ancora in corso di valutazione. Il primo avviso a Kim è arrivato dalla riunione del G8 a Londra. I rappresentanti di Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Giappone, Canada, Italia e Russia si sono occupati delle due crisi «calde», Corea e Siria, senza però trovare soluzioni concrete. Al regime di Pyongyang, i capi diplomazia hanno inviato un messaggio di condanna «nei termini più forti possibili». Una nota che si riferisce ai programmi nucleari e missilistici del Paese asiatico. Quindi il G8 ha esortato il leader a intraprendere colloqui «credibili» e a smetterla con la retorica bellica. Nel caso dovesse procedere a nuovi test verrebbero adottate «misure significative». Ossia, altre sanzioni. Risoluto nella forma anche Obama: «Basta approcci aggressivi. Nessuno vuole la guerra ma gli Usa adotteranno tutti i passi necessari per proteggere il proprio popolo e gli alleati».
Gli avvertimenti hanno rappresentato la coda di una giornata che ha visto Pyongyang festeggiare il primo anniversario della «nomina» di Kim, osannato come una divinità: «Mai nessuno come lui», hanno titolato i media locali. Poi il solito contorno di attività militare. Le molte intelligence che seguono le mosse del dittatore hanno segnalato due eventi. 1) Nella zona orientale di Wonsan un lanciatore di missile Musudan (raggio d’azione di oltre 3 mila chilometri) ha alzato la rampa e questo farebbe pensare ad un tiro imminente. 2) Nella regione meridionale di Hamgyeong i nordcoreani hanno spostato dentro e fuori dagli hangar altri ordigni.
Gli Usa sono in guardia ed hanno schierato il super radar galleggiante Sbx, un apparato capace di seguire i vettori. Una sentinella ancora più utile se sono vere le nuove informazioni. Gli 007 del Pentagono, a sorpresa, hanno rivelato le «capacità» dei nordcoreani in fatto di missili armati con bombe nucleari. Progresso che rende più pericolose le minacce che arrivano da Pyongyang, anche se gli agenti aggiungono che le armi potrebbero non essere affidabili. Inoltre si tratta di un’analisi che richiede ulteriori conferme. Cautele che si aggiungono ai dubbi degli esperti sull’arsenale di Kim.
Da un dittatore asiatico al satrapo orientale. Il siriano Bashar Assad. Il G8 ha affrontato il conflitto in corso riconoscendo la propria impotenza davanti ad una crisi che lascia «atterriti». «Il mondo ha fallito», ha riconosciuto, il ministro degli Esteri britannico William Hague. Del resto Mosca sta al fianco di Damasco mentre gli occidentali sono in favore, con varie gradazioni, della rivolta. La riunione, nella speranza di alcuni, doveva decidere eventuali aiuti militari ai ribelli siriani. Ma gli alleati non hanno trovato l’intesa. E ognuno procederà secondo la propria agenda. Gli Usa aumenteranno l’assistenza anche se, ufficialmente, non manderanno armi. In realtà la Cia da tempo collabora con la Giordania e Arabia Saudita attraverso le quali sostiene una parte della resistenza.
In questo mare di sfumature l’unico dato concreto viene dall’accordo per rilanciare la lotta allo stupro come arma di guerra e una grave violazione della Convenzione di Ginevra. Il G8 ha staccato un assegno di 35 milioni di dollari per finanziare il programma. «Le voci delle vittime sono state finalmente ascoltate», ha affermato Angelina Jolie, presente al summit come testimonial Onu e protagonista di molte campagne in difesa dei più deboli. (Guido Olimpio)

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ALLA RICERCA DI UNA PRIMAVERA BALCANICA

di Michele Nardelli da OSSERVATORIO BALCANI-CAUCASO (trento) www.balcanicaucaso.org/Reportage/ (19/7/2012)

   Il fascino di Sarajevo non lascia scampo. Ma la città che ha resistito all’assedio grazie all’amore dei suoi abitanti sta cambiando, e non in meglio. La quarta puntata del reportage di Michele Nardelli

Qualcuno dei miei compagni di viaggio mi chiede perché la grande maggioranza dei cittadini di Sarajevo decise di restare nonostante l’assedio, le granate che piovevano sugli edifici e sulle vie, i cecchini carichi di eroina che si divertivano a giocare con la vita della gente, la mancanza di cibo e di elettricità, i freddi inverni senza la possibilità di riscaldarsi…

   Credo che le ragioni siano molteplici. Intanto perché nessuno si sarebbe mai immaginato che una capitale europea potesse essere assediata per quasi quattro anni, perché nessuno riteneva possibile una guerra in Bosnia e tanto meno a Sarajevo, nemmeno quando già si sparava per le strade della città, e infine perché, dopo che la guerra era diventata realtà, pensavano che si sarebbe risolta nel giro di qualche settimana.

A guerra in corso, poi, non era così semplice andarsene. Rimanere era altresì un punto d’orgoglio, per difendere la città dagli assedianti, per non lasciare i propri cari, per non darla vinta ai nemici della città, o anche semplicemente per non lasciare tutto per ritrovarsi in un’anonima periferia del mondo a chiedere l’aiuto peloso di chicchessia.

   C’è anche, e forse sopratutto, un’altra ragione: perché gli abitanti di Sarajevo amano la loro città. Se questo, certo, può essere vero per ogni città, lo è un po’ di più per la “Gerusalemme dei Balcani”. E’ sufficiente ascoltare le parole di Kanita, per comprendere quale effetto profondo provi verso la sua città che pure le ha riservato un destino non sempre facile. Come quando, all’inizio della guerra, la scheggia di una granata venne a farle visita in casa portandole via il compagno della sua vita.

Agli occhi di chi già ha imparato a conoscerla, come per chi è qui per la prima volta, il fascino di Sarajevo non lascia scampo. Eppure è cambiata e sta cambiando, purtroppo non in meglio. La città che ha saputo resistere per millequattrocento giorni ai bombardamenti e ai cecchini, oggi ha paura. Quel che segna la città è l’onda lunga della guerra, ovvero della criminalità organizzata, della piccola malavita, ma anche dell’imbarbarimento delle relazioni fra le persone. Di una povertà crescente a fronte della ricchezza dei luoghi, degli anziani che non hanno di che vivere, stridente con il lusso di chi è arricchito nella guerra come nel dopoguerra.

   Di questa stessa fatica del vivere a Sarajevo mi parlava qualche mese fa Eugenio, dopo aver fatto l’esperienza di qualche mese proprio nella capitale bosniaca per le attività di “Viaggiare i Balcani”. Quasi ci fosse una grande distanza fra la città pubblica degli eventi importanti e una quotidianità all’insegna del “si salvi chi può”.

   I segni della guerra sono pressoché scomparsi, ma questo non significa che le ferite si siano rimarginate. La guerra è dentro ciascuno, il conflitto non elaborato s’intreccia con l’assenza di futuro. Sensazione che avvertiamo anche noi, nelle poche ore che trascorriamo in questa bella città nel cuore di un’Europa che non l’ha saputa comprendere e che continua a tenerla lontana. Proliferano le banche, i centri commerciali, i grandi palazzi di vetro… lo scheletro del nuovo hotel Hilton incombe proprio in prossimità della città asburgica.

   E’ l’omologazione della modernità, mentre le piccole cose di qualità vengono soffocate dalla ricerca del business. L’omologazione degli affari accomuna le diverse entità e l’orizzonte di una sfera politica che per mantenere il consenso ha bisogno di spiegare la povertà, la burocrazia, il malaffare con le lenti del nazionalismo, riversando le responsabilità sull’altro, come già in guerra un comodo nemico.

   Ecco perché il lavoro di elaborazione del conflitto è ineludibile. Dovrebbero capirlo la cooperazione internazionale, le Ong e la cosiddetta società civile, ma questo non avviene. Più semplice lavorare sugli aiuti, non servono granché ma l’effetto sgocciolamento tiene in vita una parte dell’economia informale. Qui, come altrove, occorre un cambio di pensiero.

   Mi vengono in mente le donne che sono venute a Trento nei giorni scorsi a parlare della “primavera araba”. E di una paura che hanno saputo vincere. Ponevano, quale condizione per tenere viva la primavera, esattamente lo stesso problema. Che ci sia bisogno di una primavera balcanica? (Michele Nardelli)

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 Mostar e il suo ponte da www_balcanicaucaso_org_ - il ponte di Mostar (Bosnia Erzegovina), costruito nel 1566, distrutto nel novembre 1993 da parte dell'artiglieria croata, ricostruito nel 2004

Mostar e il suo ponte da www_balcanicaucaso_org_ – il ponte di Mostar (Bosnia Erzegovina), costruito nel 1566, distrutto nel novembre 1993 da parte dell’artiglieria croata, ricostruito nel 2004
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One thought on “BALCANI: “culla d’Europa” o sua “polveriera”? – Come sanare l’assenza colpevole europea sui genocidi e le violenze della guerra civile jugoslava? – La recente positiva mediazione dell’UE per la pacificazione tra KOSOVO e SERBIA come possibile inizio di una geopolitica europea per l’integrazione tra “vecchia” Europa e popoli balcanici; in un unico progetto continentale di pace e sviluppo per una “NUOVA EUROPA”

  1. lucapiccin giovedì 25 aprile 2013 / 4:32

    Bello ! Trovo che c’è un certo squilibrio nell’opinione pubblica, per cui tutto è bene a nord e ad ovest dell’Italia, mentre il male viene dal sud e dall’est. La geografia qui è importante per riequilibrare le conoscenze e le attività che ne conseguono (penso anche a certi post recenti sulla Grecia).
    Ne approfitto per farvi conoscere alcuni programmi di ricerca che coinvolgono alcuni amici delle due sponde dell’adriatico, sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione sostenibili :
    > http://focus-balkans.org/?p=56
    > http://www.seedev.org/activities.html

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