MEDIO ORIENTE IN FRANTUMI (e sue conseguenze sul Mondo) – la possibile BALCANIZZAZIONE DELLA SIRIA e la lotta per il dominio dell’Area Mediorientale – Armi convenzionali e chimiche FANNO STRAGI di popoli inermi, vittime e profughi nella loro Terra – COME LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE PUÒ (deve) INTERVENIRE

Donne siriane che manifestano contro il regime di Assad
Donne siriane che manifestano contro il regime di Assad (foto da IL POST)

   Tentiamo in questo post di esporre, ragionare, su quel che sta accadendo nell’Area geopolitica del Medio Oriente. Perché lì è uno dei punti più fragili e pericolosi degli equilibri mondiali, e riguarda in primis quel mare nel quale siamo noi immersi, storicamente e in ogni prospettiva nostra comunitaria futura, cioè il Mediterraneo.

   Parliamo di Medio Oriente partendo dalla guerra civile in SIRIA, che appare in ogni caso senza possibili soluzioni positive (sembra sempre più probabile che ci sarà la “balcanizzazione” di quel Paese, una spartizione con il crearsi di tanti piccoli staterelli etnicamente compatti e politicamente eterodiretti, controllati ciascuno da Iran, Arabia Saudita, Qatar, Turchia…); con una violenza assoluta che sta esprimendo da quasi due anni il regime di Assad, e che ha già procurato, si valuta, sui 70.000 morti; e tutto era partito nella speranza anche lì dell’estendersi della positiva “primavera araba”…).siria 1

   E per parlare di quel che sta accadendo, per fare chiarezza, proponiamo qui, in questo post, di tenere in mente SETTE PUNTI, sette tematiche, problematiche, che in quei territori mediorientali si stanno accavallando. Per tentare di far chiarezza. Ecco i sette punti:

1) la VIOLENZA del regime siriano sulla “sua” popolazione;

2) la questione – assai dolorosa – dell’USO DELLA ARMI CHIMICHE – ma non è che quelle convenzionali non facciano meno male…-;

3) il ruolo sempre più importante del partito-fazione HEZBOLLAH LIBANESE, filo Assad e filo iraniano – cercheremo di spiegare che cos’è, il contesto politico-religioso che lo vede ora sempre più protagonista…-;

4) l’estensione del conflitto iniziato dalla “primavera araba” siriana: cioè il COINVOLGIMENTO DI ISRAELE – partendo dai RAID AEREI ISRAELIANI del 3 maggio scorso in territorio siriano, fino all’aereoporto di Damasco, visti come tentativo di contrastare la fazione militare di Hezbollah libanese che è in Siria a sostegno del regime di Assad…-;

5) la probabile BALCANIZZAZIONE DELLA SIRIA, come all’inizio detto, una guerra sì contro il regime, ma dove ogni fazione religiosa, etnica, è contro le altre;

6) la possibile ESTENSIONE DELLA GUERRA IN TUTTO IL MEDIO ORIENTE, appunto con da una parte ISRAELE e l’eterno irrisolto dilemma del rapporto con i palestinesi, ma ancor di più le mire aggressive dell’IRAN, che nel dominio dell’area geopolitica cerca consensi e motivazioni che un regime anacronistico come quello degli Ayatollah al suo interno sta crollando ed è sempre più insopportabile alla sua popolazione specie delle maggiori città;

7) infine, il rischio che un conflitto che esplode in varie forme nel Medio Oriente coinvolga un po’ tutti, gli STATI UNITI –che difendono Israele e cercano difficili rapporti di amicizia ed equilibrio con Egitto, Arabia…)-, la RUSSIA – che difende il regime di Assad –, e appunto un coinvolgimento di TUTTI I PAESI DELL’AREA DEL MEDITERRANEO, così anche l’Europa meridionale, cui noi apparteniamo.

   PERTANTO, NEL TENTATIVO DI PROPORRE QUI UNA LETTURA DEI FATTI, vi consigliamo di saper discernere nel groviglio di avvenimenti e azioni, considerando le appena citate 7 tematiche ora in campo.

   Su tutto prevale il senso di impotenza, volontà di non-intervento occidentale, sulle atrocità del regime siriano di Assad: perché nessuno, l’America per prima, vuole impiegare uomini e risorse finanziarie su una guerra altamente pericolosa in quei territori difficili; perché ogni Stato è alle prese con problemi interni di forte depressione economica, di crisi politica, di trasformazioni in atto dove il concetto storico, tradizionale di “nazione” sembra non reggere più, bisognoso di essere rivisto in nuove formulazioni geopolitiche…

   Il recupero di un POLITICA INTERNAZIONALE fatta di mediazione fra le parti (che sembra ora mancare del tutto) è la prima cosa necessaria: e qui la diplomazia americana dovrebbe essere alleata con una possibile diplomazia unica europea, che sarebbe il caso venisse finalmente a galla, si formasse, perché noi europei possiamo dire e fare molto in quei paesi mediorientali… Ogni nodo va pertanto sciolto: con collaborazioni economiche, scambi interculturali dove società e associazioni (economiche, religiose, universitarie, sportive…) potrebbero fare molto per creare fenomeni diffusi di distensione…. E’ forse con occasioni di relazioni tra popoli che si crea il terreno per un distensione…

Nei primi giorni di maggio le milizie di Assad hanno “ripulito e liberato” dai sunniti – per usare le loro parole – AL BAYDA e RAS AL NABA, due piccoli centri attaccati alla città di BANIYAS, sulla costa (da IL FOGLIO)
Nei primi giorni di maggio le milizie di Assad hanno “ripulito e liberato” dai sunniti – per usare le loro parole – AL BAYDA e RAS AL NABA, due piccoli centri attaccati alla città di BANIYAS, sulla costa (da IL FOGLIO)

   Resta in campo l’aggressività feroce di regimi che non vogliono andarsene, e sono disposti a tutto pur di sopravvivere. E l’intervento militare risulta comunque per la Comunità internazionale un dovere, una necessità (è la motivazione ora, la “scusa”, dell’uso delle armi chimiche da parte di Assad, che potrebbe aprire le porte a un intervento internazionale, finora non voluto, ignorato…). E ci riferiamo anche non solo alla Siria, ma anche altri regimi che sono in condizioni di “portare violenza” pur di non sparire. Come nel caso dell’Iran. In tutti i casi (a partire dalla Siria), oltre a possibili e necessari interventi militari, dovrebbe a nostro avviso prevalere da parte della Comunità internazionale la creazione di “VIE DI USCITA” PER I DITTATORI; cioè dare loro la possibilità di abbandonare il potere senza dover soccombere con la propria vita, cercando luoghi e possibilità affinché la loro sconfitta sia accettabile perché non li porta alla fine per se, per le loro famiglie, per i loro più stretti adepti. Ciò faciliterebbe il superamento di regimi oramai insostenibili, e la creazione di alternative pacifiche, di sopravvivenza, per gli odierni dittatori: questo porterebbe a meno sangue da versare inutilmente (come accade in ogni superamento di regime). In ogni caso ogni via di dialogo e alternativa virtuosa alla guerra, di diplomazia dall’alto e dal basso, non può che far bene, e dare frutti che superino la violenza diffusa incontrollabile. (sm)

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STOP ASSAD, NOW!

SIRIA, STRIKE E STRAGI CASA PER CASA

di Daniele Raineri, da “IL FOGLIO” del 7/5/2013

– L’imbarazzante Carla Del Ponte sul sarin e l’eccidio dei sunniti. Analisi a freddo delle bombe israeliane –

   Domenica Carla Del Ponte, magistrata svizzera e membro della Commissione delle Nazioni Unite che indaga sulle violazioni dei diritti umani in Siria, ha detto alla Radiotelevisione svizzera che ci sono “sospetti forti, concreti” che gli “opponenti” (così nell’intervista in italiano) hanno usato il gas nervino sarin.

   L’affermazione è stata subito ripresa dai media di tutto il mondo e anche in Italia: “L’autorevole magistrata sostiene che i ribelli e non il governo siriano usano il gas nervino”. Lunedì però, nel primo pomeriggio, la Commissione dell’Onu ha smentito: non ci sono prove sull’uso di armi chimiche da entrambe le parti, governo e ribelli. Del Ponte aveva fatto la dichiarazione non impeccabile – “sospetti concreti”? – sulla base di alcune testimonianze raccolte in Turchia che dice di avere letto in anticipo in un rapporto dell’Onu, e che però non sono definitive e sono contraddette da altre testimonianze. Le Nazioni Unite a fine marzo hanno creato un team indipendente guidato dallo scienziato svedese Ake Sellstrom per indagare sulle armi chimiche – di cui Del Ponte non fa parte – che in questo momento è parcheggiato a Cipro. Assad ha invitato le Nazioni Unite a indagare sugli attacchi chimici in Siria, ma poi ha cambiato idea e ha sbarrato l’accesso alla squadra, che comunque dovrebbe consegnare un rapporto alle Nazioni Unite il 3 giugno. La dichiarazione di Del Ponte ha aggiunto confusione a uno stallo complicato: le notizie di attacchi con armi chimiche in Siria da parte del governo potrebbero motivare una risposta militare americana e in effetti sono già arrivate, ma ancora non sembrano convincenti a sufficienza per la Casa Bianca.

   Quello che è certo, invece, è che cinque giorni fa le milizie di Assad hanno “ripulito e liberato” dai sunniti – per usare le loro parole – al Bayda e Ras al Naba, due piccoli centri attaccati alla città di Baniyas, sulla costa. L’enclave sunnita era una macchia vistosa sulla mappa di una zona completamente controllata dalla minoranza alawita, e come tale è stata trattata.

   Secondo video, foto e testimonianze, squadre di assadisti hanno radunato gli uomini, li hanno incolonnati – prima hanno fatto togliere loro le scarpe e gli hanno fatto tirare camicie e magliette sopra la testa, per impedire la fuga – li hanno fucilati e hanno, in molti casi, bruciato i corpi. Hanno anche sparato a donne e bambini: ieri la Mezzaluna rossa è entrata nell’abitato e ha trovato cataste di corpi, come in Ruanda durante la pulizia etnica (ma qui la differenza è di fede). Gli abitanti risparmiati dalla violenza sono fuggiti. Per ora ci sono 141 nomi già verificati, ma attivisti locali dicono che il numero finale sarà più alto. Su questo eccidio di sunniti la Commissione delle Nazioni Unite per le violazioni dei diritti umani in Siria per ora non ha speso una parola.

   Ora abbiamo un quadro più chiaro degli strike israeliani su Damasco degli ultimi quattro giorni. Non sono stati due, giovedì notte e domenica prima dell’alba: ce n’è stato pure un terzo, venerdì notte, contro l’aeroporto internazionale di Damasco.

   Quest’ultima notizia, verificata soltanto ieri, conferma che il raid di Israele non è stato soltanto una mera operazione militare per bloccare un trasferimento di missili dall’arsenale siriano al gruppo libanese Hezbollah. E’ stato un’operazione più complessa, con un obbiettivo più vasto e che ha minacciato l’esistenza stessa del governo siriano. Gli aerei israeliani restando nello spazio aereo libanese hanno colpito l’area a nord della capitale siriana, densa di installazioni militari; anzi, è quella la linea difensiva più munita a disposizione del governo contro l’avanzata dei ribelli. Ci sono state quaranta esplosioni, comprese alcune fortissime registrate dai sismografi che hanno toccato il terzo grado della scala Richter e che hanno fatto pensare all’uso di bombe “bunker buster” – quelle costruite per penetrare le calotte protettive in cemento armato dei bunker iraniani. Tra gli obbiettivi anche i reparti scelti della Guardia Repubblicana guidati dal fratello del presidente Bashar el Assad, Maher.

   Il messaggio israeliano: l’alleanza con Iran e Hezbollah può essere la fine del regime, che resterà senza difese davanti ai ribelli. Gli americani prendono nota: colpire l’esercito di Damasco si può, non è così difficile. (Daniele Raineri)

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ISRAELE BOMBARDA LA SIRIA MIRANDO A HEZBOLLAH E IRAN

Sette anni dopo, cambia il campo di battaglia, ma non la logica.

Di Umberto De Giovannangeli, da LIMES – rivista italiana di geopolitica del 6/5/2013 http://temi.repubblica.it/limes/

– Distruggendo depositi e convogli militari del regime, Gerusalemme non si schiera contro Assad al fianco dei ribelli. Il vero obiettivo è impedire alle milizie di Nasrallah di ottenere potenti missili. E all’Iran di cambiare cavallo nel Levante. Il via libera di Obama. –

   In Siria si combatte, e non da oggi, una guerra per interposta potenza. Barack Obama di tutto sente oggi la necessità tranne che di rinfilarsi nel “pantano mediorientale”: la ferita irachena continua a bruciare, mentre c’è da accelerare l’exit strategy dall’Afghanistan. Per l’inquilino della Casa Bianca non c’è linea rossa che tenga: l’America non ha intenzione di farsi trascinare, direttamente, nella guerra siriana, neanche di fronte alla “pistola fumante” dell’uso di armi chimiche (da parte di chi? Si chiede ancora il presidente Usa).

   Ecco allora dare “luce verde” all’alleato di sempre: Israele. Benjamin Netanyahu non ha timore di Bashar al-Assad, ma l’incubo per Israele è che l’Iran decida di cambiare cavallo e destinare i suoi missili ultima generazione non più al raìs dimezzato ma alle milizie di Hezbollah.

   Israele sa bene che la guerra in Libano di sette anni fa [carta] è solo il primo tempo di una partita che attende ancora l’esito finale. Da quel conflitto, il partito di Dio di sheikh Hassan Nasrallah si sta rafforzando, in armi e in peso politico. Da tempo, miliziani di Hezbollah combattono in Siria o addestrano l’esercito lealista.

   Per Nasrallah e per lo sponsor iraniano, il vero pericolo è che sulle macerie del regime baathista possa sorgere un califfato sunnita spacciato per Stato nazionale. Una prospettiva del genere altererebbe ulteriormente i rapporti di forza nel conflitto che si cela dietro la guerra civile siriana, come nei fragili equilibri libanesi: il conflitto tra sciiti e sunniti.

   Quanto a Israele, i raid aerei contro siti e convogli di missili non stanno a significare una scesa in campo di Tsahal a fianco del variegato fronte dell’opposizione a Bashar al-Assad. Tutt’altro. Israele non si fida neanche un po’ di coloro che dovrebbero sostituirsi al clan alauita degli Assad. Questi attacchi aerei – tre dall’inizio dell’anno, di cui due tra venerdì e domenica – non sono la parte finale della guerra siriana, semmai l’avvisaglia del secondo tempo della partita (armata) con Hezbollah. E con Teheran.

   La leadership israeliana invoca il diritto (stavolta preventivo) di difesa, esercitato anche contro uno Stato sovrano (la Siria). Ma il rischio della deflagrazione della polveriera mediorientale è altissimo. E a Gerusalemme i potenziali “piromani” sono tanti, e i più pericolosi non sono certo quelli in divisa.

   Israele vive e si vive come un “paese in trincea”, circondato da un mondo ostile, sia quello rappresentato da vecchi regimi (la Siria di Assad) che da nuovi potentati (la Fratellanza musulmana egiziana e il suo presidente Mohamed Morsi) verso i quali la dirigenza israeliana, non solo quella di destra, ha sempre guardato con diffidenza e ostilità.

   Il vuoto lasciato dall’iniziativa diplomatica viene subito riempito da chi ha interesse a destabilizzare un’area: in Medio Oriente, l’assioma vale da decenni. Oggi, gli interessati sono tanti e non tutti si sono appalesati. Teheran, certamente. Ma anche Arabia Saudita, il sempre più pervasivo Qatar e ancora la Turchia dell’ambizioso Erdogan.

   Ognuno ha scelto di armare la sua “fazione” siriana. Ognuno ha un suo obiettivo di potenza da perseguire. A tutto hanno interesse tranne che a costruire una “nuova Siria”. Semmai, puntano a una frantumazione in tanti staterelli etnicamente compatti e politicamente tero diretti.

   Una nota a piè pagina, nulla di più, la merita l’inazione della comunità internazionale. Di Obama si è detto: il suo “nuovo inizio” nei rapporti con l’Islam e il mondo arabo non ha mai visto la luce. E quando il gioco si fa duro, meglio salire sugli spalti e tifare Israele. L’Europa, a sua volta, è l’assente di sempre. Un nano politico. Destinata a restare tale. (Umberto De Giovannangeli)

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LA RED LINE APPLICATA AI MORTI

di Paola Peduzzi, da “IL FOGLIO” del 4/5/2013

– In Siria ci sono più di 70 mila vittime, ma il numero non rileva. Contano i metodi che il regime di Assad utilizza per sterminare il suo popolo. Anzi, nemmeno quelli –

   Lo chiamano il fiume della morte, dalle sue acque ormai emergono soltanto cadaveri. Tanti cadaveri. Di solito hanno le mani legate dietro la schiena, la bocca tappata dal nastro adesivo, il volto sfigurato dai colpi di pistola. Di solito sono corpi di ragazzi e di ragazze, perché questo è il Queiq River, il fiume che attraversa Aleppo, quella meraviglia di città che sta nel nord della Siria, dove fino a ieri si andava a studiare perché ha università rinomate, e che una volta era l’ultima tappa della via della seta, prima che la costruzione del canale di Suez rivoluzionasse le vie di trasporto e condannasse Aleppo a un’allegra solitudine.

   Negli anni Sessanta il Queiq divenne secco, perché i turchi, che stanno poco più a nord, s’inventarono dei progetti di irrigazione che prosciugarono il fiume, e ancora oggi gli agricoltori di questa regione non li hanno perdonati, digrignano i denti al solo menzionarli, pure se oggi l’acqua c’è, è stata presa dall’Eufrate, e il verde è tornato. Ma quest’acqua trasporta corpi morti, tanti corpi morti, ci sono centinaia di foto scattate lì, sulle rive del Queiq, con sacchi di plastica bianchi o neri, a seconda di quel che c’è, e volontari che vanno a recuperare i cadaveri.

   Tutti i giorni la stessa tragedia: dalla fine di gennaio a metà marzo sono state trovate e sepolte almeno 250 persone. Il 29 gennaio è considerato il giorno del massacro, il giorno in cui il Queiq è diventato il fiume dei martiri: 110 cadaveri, con colpi in testa, un corpicino di un bambino di undici anni, tanti poco più grandi, di adolescenti. Il Guardian, che ha pubblicato un reportage sul massacro, dice che le foto di quei corpi allineati  sulle rive del fiume “sono immagini simbolo di quel che accade in Siria”.

   In realtà questi due anni e più di repressione da parte del regime di Basher el Assad sono scanditi da immagini simbolo. Il 10 marzo scorso, sempre su quelle rive, c’è stato un altro massacro, altri 40 cadaveri, ma i nostri occhi sono ormai talmente assuefatti che per giorni molti si sono chiesti: sono morti nuovi o sono le immagini di gennaio?

   La propaganda ha trasformato la crisi siriana in una litania cinica di foto e video che non si guardano, di massacri che paiono tutti uguali, di notizie di stragi che sono prese con cautela – chi lo dice? I ribelli? Ah vabbé. I ribelli, quel nucleo di siriani che hanno iniziato la loro primavera due anni fa per ribaltare un regime che li opprime e li stermina senza remore, sono ormai sfigurati dalla presenza di al Qaida e degli islamisti che si sono infilati nella loro causa e l’hanno sostituita con la loro, che è quella della conquista jihadista di tutto il medio oriente.

   Il risultato è che quel che dicono i ribelli non è più credibile: se gli hacker possono entrare nel sistema dell’Associated Press e far collassare i mercati dando la notizia di Obama ferito in un attacco alla Casa Bianca, figurarsi che cosa si può fare con le immagini e le notizie da un paese in cui non si riesce quasi più a entrare – ogni frammento di verità si perde in un ciclo ininterrotto di manipolazioni.

   Quando una colonna di fumo si alza da qualche sobborgo delle città siriane, soprattutto a Damasco, non si sa più se a colpire è stato il regime o è stata al Qaida – e si finisce per non farci caso. Nell’indifferenza ci sono stati già più di 70 mila morti. Ci si può perdere in sottigliezze, in analisi sofisticate sulle brutture degli islamisti e delle loro tattiche, ma non si può cancellare l’unica verità inconfutabile: Assad sta sterminando il suo popolo.

   Per venir fuori dal labirinto delle uccisioni di massa, l’occidente s’è inventato un suo filo d’Arianna: la “red line” sulle armi chimiche. Che è come dire: i morti in attacchi chimici sono più morti degli altri. Valgono di più, simboleggiano di più, allarmano di più. Quando, l’anno scorso, l’Amministrazione Obama ha iniziato a stabilire diverse sfumature di “linee rosse” (senza peraltro mai dire che cosa avviene una volta che la linea è oltrepassata, ma nessuno ha fatto domande, allora sembrava una conquista persino che ci fosse un limite a quello che Assad può fare contro il suo popolo), l’Atlantic, magazine liberal, scrisse: “I civili siriani devono sperare di morire nel modo giusto.

   La comunità internazionale non sembra preoccupata da quanti morti fa il regime, piuttosto dai metodi che usa per uccidere i suoi cittadini”. Dominic Lawson ha scritto nella sua column settimanale sul Sunday Times: “I continui massacri di uomini, donne e bambini con armi convenzionali hanno fatto crollare l’interesse dell’occidente. Un video tremolante su YouTube di un siriano che schiuma dalla bocca a causa di un attacco chimico ha avuto un effetto galvanizzante”.

   E ancora: “Proviamo ad accantonare per un attimo la bizzarria di una distinzione tra armi che demoliscono ogni forma di vita umana (accettabili) e quelle che la fanno smettere di respirare (inaccettabile); proviamo anche a non sottolineare che il gas sarin – a differenza delle bombe – ha un antidoto, l’atropina. Resta comunque un nonsenso morale cercare di tracciare una ‘linea rossa’ tra una forma di massacro e l’altra. E’ la distruzione che conta”.

   Sia chiaro: l’atropina sarà anche un antidoto, ma le conseguenze a lungo termine dell’utilizzo di agenti chimici come il sarin, che nasce come un pesticida, sono atroci, basta un’unica esposizione per avere effetti deturpanti sul proprio organismo per sempre: Saddam Hussein lo usò contro i curdi ad Halabja con un blitz aereo, morirono cinquemila persone e 65 mila rimasero “ferite”. Si può non morire, per il sarin, ma il sistema nervoso va in tilt, si hanno paralisi temporanee, spasmi, allucinazioni, si fa fatica a respirare, a vedere, persino a piangere. Per tutta la vita.

   Forse la linea rossa dell’occidente andava posta un po’ prima, anche perché il capo dei Joint Chiefs of Staff, Martin Dempsey, già a gennaio aveva ammesso che “prevenire l’uso di armi chimiche è un obiettivo quasi irraggiungibile”. Ma non c’è da preoccuparsi, perché pure adesso, ufficialmente, la linea rossa non è stata valicata. O forse è stata valicata ma non cambia nulla: il ritornello obamiano dice che la linea rossa superata è un “game changer” che farà rivalutare la strategia, con l’unico omissis che è quel che l’Amministrazione fa già da mesi, senza aver ancora trovato il modo di tenere insieme la cautela e l’ovvia convinzione che Assad debba andarsene.

   Obama nel frattempo cerca le prove, non può correre il rischio di fare una guerra con le prove sbagliate, è un film che l’America ha già visto, non si può propinarlo uguale, da parte del presidente Nobel per la Pace poi. Ma per ottenere delle prove è necessario raccogliere campioni di pelle delle vittime o di terra dei luoghi in cui l’agente è stato utilizzato, e le tracce di sarin riconoscibili in laboratorio scompaiono in circa tre settimane. Cioè quando (e se) gli ispettori delle Nazioni Unite attualmente fermi a Cipro riusciranno ad arrivare dove ci sono stati gli attacchi, le prove non ci saranno più, e la linea rossa resterà soltanto quella che divide i morti dai morti più morti degli altri. A meno che l’utilizzo degli agenti chimici da parte del regime di Assad continui – e le notizie dicono che stanno continuando – ma è sempre un’“assurdità morale” doversi augurare di avere altri siriani che schiumano dalla bocca per riuscire a risvegliare le coscienze atrofizzate dell’occidente.

   Come ha scritto sul Washington Post Anne-Marie Slaughter, che ha lavorato al dipartimento di stato della Clinton ed è a oggi una delle poche voci democratiche che non invitano alla cautela, la Casa Bianca dovrebbe rendersi conto che “the game has already changed”, Obama “dovrebbe avere ben chiaro il danno profondo e duraturo che si fa quando il gap tra le parole e i fatti diventa troppo grande per essere ignorato, quando coloro che hanno il potere si espongono non dicendo quello che intendono o non intendendo quello che dicono”, splendida riedizione della famosa frase di Bush “I mean what I say, I say what I mean”. Continuando a tollerare Assad che gasa il suo popolo, sostiene la Slaughter, Obama “sarà ricordato come il presidente che ha proclamato un nuovo inizio nei rapporti con il mondo islamico, ma che è rimasto a guardare un capitolo mortifero della stessa vecchia storia”.
C’è una linea rossa per i morti e un’ulteriore linea rossa sul numero di attacchi chimici tollerabili prima di uscire dal ritornello del “rivedere la strategia”. Eppure la cautela continua a prevalere, per i noti motivi che riguardano la specificità della crisi siriana, con le conseguenze negli equilibri della regione e nel rapporto con il primo padrino di Damasco: l’Iran.

   Ma c’è di più. L’Editorial Board del New York Times ancora qualche giorno fa scriveva che Obama deve fornire un piano chiaro di quel che vuole fare in Siria per contrastare la minaccia jihadista e per fermare il regime, ma le prove dell’utilizzo delle armi chimiche devono essere “compelling”, ci deve essere la certezza che non si sia trattato di “un incidente o di un fertilizzante”. E gli interventisti “non hanno ancora presentato un argomento coerente che dimostri che un approccio più muscolare può essere adottato senza trascinare gli Stati Uniti in un’altra lunga e costosa guerra”, cioè non c’è ancora un’alternativa a interventi come quelli in Iraq e Afghanistan.

   L’unica preoccupazione, insomma, è non fare la figura di Bush, poco importa se c’è un dittatore che da più di due anni fa la guerra al suo popolo, bombarda le città, manda Scud sul suo territorio, utilizza il sarin, organizza uccisioni di massa. Poco importa se l’interventismo liberale, prima che il pregiudizio verso il texano che non pronunciava bene nemmeno la parola “nucleare” cambiasse tutto (quello sì che fu un game changer), fosse un principio, un’idea, una visione, una conquista della sinistra. (Paola Peduzzi)

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CACCIA AI SUNNITI CASA PER CASA. LA STRAGE DELLE SQUADRE ASSASSINE

di Davide Frattini, da “il Corriere della Sera” del 5/5/2013

– Operazione di pulizia etnica delle milizie alauite. America «inorridita» –

GERUSALEMME — La gente scappa dai villaggi sulla costa, cerca rifugio sulle montagne, tra le mura dove vivono altri sunniti. I militari siriani rimandano indietro le famiglie, «è tutto a posto» assicurano, le stesse garanzie arrivano dagli altoparlanti dalle moschee: «Tornate alle vostre case».

   I soldati che adesso dicono «va tutto bene» indossano le stesse divise di quelli che appaiono in piedi tra i cadaveri, corpi di uomini in abiti civili, senza armi attorno, la maglietta bianca tirata sul volto, prima dell’esecuzione, allineati contro un muro, il sangue che scivola sulla strada in discesa. È il villaggio di Bayda dove giovedì sarebbero stati ammazzati — calcolano gli attivisti — almeno cinquanta abitanti. «Mio zio e mia zia sono stati pugnalati allo stomaco, ai tre figli hanno tagliato la gola», racconta una donna al quotidiano britannico Daily Telegraph. «Giovedì pomeriggio — ricostruisce un altro testimone — sono arrivati e hanno cominciato il rastrellamento, hanno raggruppato chi trovavano nella piazza principale, massacrati a calci e pietre».

   L’operazione di pulizia etnica sarebbe stata compiuta dalle squadracce paramilitari con l’appoggio dell’esercito. I miliziani alauiti sembrano aver pianificato di cacciare dalle aree lungo il Mediterraneo — dove sono maggioranza, ma nel Paese rappresentano solo il 12 per cento – i sunniti: vogliono creare una zona sotto il controllo del regime che vada dal mare fino alla capitale Damasco. Dove il presidente Bashar Assad ha passato la mattinata di ieri all’università, ci ha studiato medicina: è la seconda apparizione pubblica in quattro giorni, questa volta per deporre una lapide in memoria degli studenti morti negli oltre due anni di rivolta contro lui e il suo clan alauita. Che quei ragazzi potessero stare dalla parte dei ribelli o che siano stati uccisi dai bombardamenti delle truppe regolari l’iscrizione sulla pietra neppure lo immagina.

   Nelle stesse ore della celebrazione presidenziale vengono diffusi su Internet i video girati in un quartiere di Baniyas, altra città sulla costa, non lontano da Bayda. La luce del telefonino illumina i corpi di donne e bambini, sgozzati in casa, seduti sui letti, ammucchiati sul divano.

   L’Osservatorio siriano per i diritti umani, con base a Londra, denuncia 62 morti, potrebbero essere molti di più. I portavoce del Dipartimento di Stato dicono che gli americani sono «inorriditi» dalle immagini.

   Gli Stati Uniti stanno ancora discutendo di un possibile intervento militare, Barack Obama dalla Costa Rica conferma di non volere inviare soldati sul terreno. Washington sembra preferire a questo punto una strategia di bombardamenti che colpiscano l’aviazione e le batterie di missili.

   Anche perché gli israeliani continuano a dimostrare che sarebbe possibile attaccare dal cielo e con le loro sortite vogliono applicare pressione sulle decisioni del presidente americano. Nella notte tra giovedì e venerdì i jet di Tsahal hanno colpito — rivelano fonti dell’intelligence americana alla Cnn — un convoglio di missili che stava per essere trasferito ad Hezbollah, il movimento sciita libanese filo-Assad e filo-iraniano. Il raid sarebbe stato eseguito da sopra il Libano, senza violare lo spazio aereo siriano.

   A fine gennaio un’altra missione dell’aviazione aveva bersagliato un carico di missili anti-aerei SA17, armamenti che gli israeliani vogliono impedire arrivino ad Hezbollah ancor più delle armi chimiche. Perché – come ha spiegato Amos Gilad, consigliere al ministero della Difesa — «al gruppo sciita non interessano. Preferiscono sistemi con cui possano colpire tutta Israele ed è a quelli che diamo la caccia». (Davide Frattini)

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MAPPA SIRIA E MEDIO ORIENTE

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….PER CAPIRE IL CONTESTO….

QUAL’E’ LA DIFFERENZA TRA SCIITI E SUNNITI

SUNNISMO

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

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Sunnismo, orientamento nettamente maggioritario dell’Islam – circa il 90% dell’intero mondo islamico – che prende il suo nome dal termine arabo “Sunna” (consuetudine), riferita al profeta dell’Islam Maometto e ai suoi Sahaba (Compagni).

(…) Il Sunnismo si differenzia essenzialmente dallo Sciismo (organizzatosi come dottrina prima del Sunnismo) per il suo netto rifiuto di riconoscere la pretesa degli Sciiti che la guida della Comunità islamica dovesse essere riservata alla discendenza del profeta Maometto attraverso sua figlia Fāṭima e suo cugino Alì. Al contrario il sunnismo è per un’elezione da una ristretta cerchia della guida della comunità (che una volta era il califfo e oggi potrebbe essere il segretario generale della Organizzazione della Conferenza Islamica).

Quanto a numero di fedeli, l’Islam (con tutte le sue varianti) è al secondo posto con 1,5 miliardi di fedeli, dietro al Cristianesimo con 2,1 miliardi; però la maggiore confessione islamica – il sunnismo – sopravanza con 1,4 miliardi di fedeli la maggiore confessione cristiana – il cattolicesimo – che ne ha 1,18 miliardi.

(riepilogando e integrando)

La principale differenza tra sunniti e sciiti consiste nel fatto che gli Sciiti rientrano nel gruppo dei Sunniti, differenziandosi però da questi ultimi in merito alla presenza e ruolo di una gerarchia all’interno della fazione religiosa. – Il nome sunniti deriva dall’arabo “sunnah”, che significa “tradizione“. I sunniti sono infatti coloro che seguono la tradizionale religione islamica. Essi seguono le scritture del Corano e utilizzano come punto di riferimento le azioni, le parole e la vita di Maometto, testimoniati appunto dalla tradizione.
All’interno del gruppo dei sunniti rientrano anche gli sciiti, che si distaccano però in merito alla presenza e al ruolo di una gerarchia religiosa. – L’Islam infatti non si è mai strutturato gerarchicamente, con patriarchi o capi come accadde invece per la chiesa cattolica: essi riconoscono come autorità religiosa unicamente la comunità dei fedeli. – Gli sciiti, staccatisi dalla maggioranza sunnita in seguito alla morte di Maometto, credono nell’importanza di identificare il patriarca della loro comunità identificandolo come successore di Maometto stesso. – In particolare, alla morte del profeta, questo gruppo di islamici ha identificato un successore in Alì, cugino e genero di Maometto: il nome “sciiti” deriva proprio dalla parola araba “Shiat Alì”, cioè “la fazione di Alì“.

(ancora sulla differenza tra sunnit e sciiti)

Jon B. Alterman – Middle East Notes and Comments, Center for Strategic and International Studies
IL VERO CONFLITTO TRA SCIITI E SUNNITI IN MEDIO ORIENTE NON È DI NATURA RELIGIOSA, MA POLITICA

di JON B. ALTERMAN, Middle East Notes and Comments, Center for Strategic and International Studies, marzo 2007 – (dal sito http://www.osservatorioiraq.it/ )

La religione, a volte, è una continuazione della politica con altri mezzi. Le crescenti tensioni tra sciiti e sunniti in Medio Oriente ne danno ampiamente prova.

Per cominciare, all’origine della scissione tra sciiti e sunniti c’era la politica e non la teologia. Il Profeta Maometto era sia un leader religioso che politico, e non aveva lasciato alcun chiaro erede. Gli sciiti affermano che la leadership doveva essere riservata ai membri della famiglia del profeta, mentre i sunniti controbattono che l’erede doveva essere il più capace tra gli altri membri della leadership, senza considerare la parentela.

Sin da subito emersero alcune differenze dottrinali in relazione a questioni quali la valutazione dei doveri di carità, le leggi sulla successione ereditaria, la posizione delle mani durante la preghiera, e altre questioni pratiche, ma tali differenze comparvero dopo lo scisma. E’ stata la politica a provocare la scissione tra sciiti e sunniti, non la teologia.

Nel corso della storia, le popolazioni hanno oscillato tra l’adesione all’Islam sunnita e a quello sciita. Il principale stato sciita al mondo, l’Iran, era in gran parte sunnita fino a quando, nel 1501, lo Scià Ismail I proclamò l’Islam sciita religione di Stato della Persia. Gli studiosi considerano la mossa di Ismail una pura azione politica. Fino ad allora, la Persia era una entità geografica, non politica, confinante con l’Impero Ottomano, che era la sede del califfato sunnita e deteneva anche un’ingente forza militare e politica.

Lo scisma fu lo strumento attraverso il quale Ismail cercò di distinguere i suoi domini da quelli degli Ottomani. I suoi sudditi recepirono subito il messaggio, quindi le popolazioni abbracciarono lo scisma in massa, rispondendo ai loro bisogni politici immediati e anche quelli più ampi dello Stato. L’Islam sciita unificò la Persia, dando al Paese una sorta di coerenza politica che gli era mancata fino a quel momento. E così è stato, prima e dopo. L’identità confessionale è stata un segno di differenza e un segno di lealtà.

Allo stesso tempo, l’identità confessionale è stata ritenuta un segno di slealtà. Nel moderno Iraq, a volte i sunniti si riferiscono alla maggioranza sciita del Paese come ai Safavidi, dal nome che Ismail diede all’impero da lui fondato. Questo termine ingiurioso veniva usato per far comprendere che la lealtà sciita era nei confronti dell’Iran più che verso l’Iraq. La maggioranza dei sunniti degli Stati arabi del Golfo (e la minoranza sunnita del Bahrain) spesso accusano gli sciiti al loro interno di essere parte della quinta colonna dell’influenza iraniana contro gli interessi della loro patria.

E’ qui che la realtà della scissione tra sciiti e sunniti diventa chiara. La questione è non tanto quella dello scisma quanto la paura araba dell’influenza iraniana. L’Iran appare grande per molte ragioni: è uno stato imponente con quasi 70 milioni di cittadini, e al confronto Paesi come l’Iraq, con 26 milioni, e l’Arabia Saudita con circa 22 milioni, sembrano nani, per non parlare del Kuwait con poco più di un milione di abitanti. Le sue forze armate superano di gran lunga quelle dei vicini. E’ un Paese con una ricca tradizione di storia, arte, letteratura e cultura che risale a migliaia di anni fa.

Per secoli gli iraniani hanno disprezzato gli arabi del sud e dell’ovest, affibbiando loro l’epiteto di “mangiatori di lucertole”, che suggerisce che gli arabi sono dei poveracci senza cultura. Quello che forse provoca maggiore ansia é il fatto che l’Iran è un ex impero con una lunga storia di dominio regionale. Come ebbe modo di dirmi un leader della regione del Golfo: “l’Iran è sciita solo da quattro secoli, ma è persiano da millenni”.

La Gran Bretagna ha mediato nella rivalità arabo-iraniana per 150 anni, a partire dai primi anni del XIX° secolo. In seguito, dalla metà del XX° secolo, gli Stati Uniti hanno gestito il conflitto sostenendo entrambe le parti, con la strategia dei “Twin Pillars” [Pilastri Gemelli] perseguita nel Golfo, e che ha portato gli Usa ad avvicinarsi sia allo Scià iraniano che all’Arabia Saudita, facendo affidamento su entrambi come baluardo contro l’influenza sovietica nell’area. La rivoluzione iraniana del 1979 sfrattò gli Stati Uniti come arbitro: gli Stati arabi si schierarono presto con l’Iraq di Saddam Hussein, come un necessario bilanciamento contro l’influenza iraniana nel Golfo, e si gettarono ancor più strettamente nell’abbraccio americano.

Ora che non c’è più l’Iraq a bilanciare, alcuni vedono l’Iran libero da ostacoli nella sua corsa al dominio sulla regione. (…..) (Traduzione di Anna Sessa – Traduttori per la Pace per Osservatorio Iraq)

COS’E’ HEZBOLLAH

Hezbollah nacque nel 1982 come milizia in risposta all’invasione israeliana del Libano. I suoi leader si ispirano all’Ayatollah Khomeini, e le sue forze militari sono state addestrate e organizzate da un contingente di Guardie Rivoluzionarie Iraniane. Hezbollah dal 1985 manifesta i suoi tre obiettivi principali: “la fine di ogni potenza imperialista in Libano”, “sottoporre le Falangi Libanesi ad una giusta legge e portarli a processo per i loro crimini”, e dare al popolo la possibilità di scegliere “con piena libertà il sistema di governo che vogliono”. L’opinione pubblica statunitense e israeliana accusa i leader di Hezbollah di aver fatto numerosi appelli alla distruzione di Israele, al quale si riferiscono come “l’entità sionista, costituita sulle terre strappate ai loro proprietari”. D’altra parte, gli appelli alla cancellazione dello Stato sionista non prevedono necessariamente che ciò debba avvenire mediante violenza sui suoi abitanti o addirittura con l’intera deportazione della popolazione israeliana. Israele potrebbe altresì cessare di esistere in quanto ‘Stato ebraico’ riconvertendosi ad uno Stato di diversa costituzione. Hezbollah è oggi guidata da HASSAN NASRALLAH, il suo segretario generale, eletto dopo l’assassinio da parte israeliana del suo predecessore.

LA GUERRA DEL LIBANO DEL 2006

La guerra del Libano del 2006, è durata 34 giorni, un conflitto appunto avvenuto in Libano e nel nord di Israele in seguito a un’operazione militare su vasta scala attuata dall’esercito israeliano in rappresaglia al rapimento di due suoi soldati il 12 luglio 2006 da parte di militanti libanesi Hezbollah. Il conflitto è continuato fino al cessate il fuoco per intermediazione delle Nazioni Unite, e l’8 settembre 2006 Israele ha rimosso il blocco tattico-strategico navale del Libano.

Il conflitto è iniziato quando militanti di HEZBOLLAH hanno esploso razzi Katyusha e colpi di mortaio verso alcune postazioni militari israeliane di confine, come diversivo per tentare di sviare l’attenzione su un’altra unità entrata in Israele per effettuare un attacco a due Humvee che stavano pattugliando il lato israeliano della rete di confine. Dei sette soldati israeliani presenti nei due mezzi colpiti, due sono stati feriti, tre uccisi e due prelevati e portati in Libano (solo il 16 luglio 2008 si e` saputo che questi ultimi sono morti subito dopo l’evento). Altri cinque soldati sono stati poi uccisi durante un tentativo di salvataggio. Israele ha risposto con bombardamenti aerei e cannoneggiamento con mezzi d’artiglieria in Libano, danneggiando l’Aeroporto Internazionale di Beirut Rafic Hariri che, secondo Israele, Hezbollah usava per l’importazione delle armi, con un blocco strategico aereo e navale e con un’invasione via terra del sud del Libano. Nel frattempo Hezbollah ha intensificato il lancio di razzi verso il Nord di Israele e ingaggiato intense operazioni di guerriglia con le Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Il conflitto ha causato la morte migliaia di persone, la maggior parte delle quali libanesi, e le infrastrutture del Libano sono state gravemente danneggiate. Si stima che i profughi libanesi siano stati tra 800.000 e 1.000.000. In seguito al cessate il fuoco, alcune zone del Libano del Sud rimangono inabitabili a causa delle bombe inesplose.

L’11 agosto 2006, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità la Risoluzione 1701 in uno sforzo per far cessare le ostilità. La risoluzione, approvata nei giorni seguenti sia dal governo israeliano che da quello libanese, ha richiesto il disarmo di Hezbollah (mai avvenuto) e il ritiro delle truppe israeliane dal Libano, con lo spiegamento di soldati libanesi e di una Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) nel sud del Libano. L’esercito libanese si è stanziato nel sud del Libano il 17 agosto 2006. Il blocco navale israeliano è terminato l’8 settembre 2006. Il 1º ottobre 2006 il grosso delle forze israeliane ha abbandonato il Libano. (da Wikipedia)

“E’ IN CORSO IL SECONDO ATTO DEL DUELLO INIZIATO NEL 2006”

di Francesco Semprini, da “la Stampa” del 6/5/2013 – INTERVISTA a David George Newton

David George Newton, ex ambasciatore a Damasco e Baghdad e membro del Middle East Institute al Cosmos Club, il conflitto da civile sta diventando regionale?
«Questo sta accadendo da tempo ma non sono i raid israeliani a contribuire all’allargamento. Israele e Siria hanno avuto relazioni ostili per decenni, ma entrambi si trovano a proprio agio nello status quo. Damasco non ha interesse a trascinare Israele nel conflitto, tanto meno Israele è interessata a farsi trascinare in un conflitto così complicato».
Lo Stato ebraico non teme le ricadute della guerra?
«Ovviamente ci sono problemi nelle alture del Golan, ma nulla che possa far presumere un intervento israeliano. È una situazione in divenire che osserviamo con molta attenzione, e senza dubbio ci sono dei rischi per il futuro, ma c’è, a mio avviso, una implicita intesa col regime su cosa non dovrebbe accadere». Allora questi raid?
«È un attacco, in ultima istanza, condotto contro Hezbollah che è un prodotto dell’invasione israeliana in Libano del 1982 ed è la principale preoccupazione dello Stato ebraico. L’Iran approfitta della guerra e, tra gli armamenti con cui sostiene Damasco, fa filtrare approvvigionamenti diretti agli alleati libanesi. Questo Israele non lo può permettere anche perché è proprio il Libano l’anello debole nella regionalizzazione del conflitto».
In tutto questo come mai gli Usa sono così cauti?
«Gli Stati Uniti sono stati coinvolti in due guerre pesantissime, l’Iraq con oltre 4 mila morti, e l’Afghanistan da cui si stanno tirando fuori. Non hanno proprio nessuna intenzione di trovarsi coinvolti in un’altra situazione complicata».

Neanche di fronte al ricorso al sarin (armi chimiche, ndr) da parte di Damasco?
«Sebbene Obama l’abbia definito “game changer” non è così facile provare in maniera schiacciante l’uso delle armi chimiche. Anche l’Onu sta provando ad arrivare a una conclusione ufficiale, ma con tante difficoltà. E nonostante la pressione interna, specie di alcuni repubblicani come il senatore John McCain, sino a quando gli Usa non avranno in mano queste prove non muoveranno un dito».
Solo questo?
«No, c’è anche il fatto che la Siria ha moderni e sofisticati sistemi di difesa aerea che renderebbero complicatissimo già solo creare una “no fly zone”. Infine sugli armamenti ai ribelli ci sono i timori di infiltrazione delle frange filo-Al Qaeda. Se un giorno gli americani dovessero ammettere che è stata davvero superata la “linea rossa”, ci potrebbe essere un intervento ma solo se inquadrato in un’orbita Onu, e in coordinamento con i partner europei, magari in un contesto Nato». (Francesco Semprini)

MILIZIANI DI HEZBOLLAH COMBATTONO PER ASSAD

dalla Redazione online de IL TEMPO.IT del 30/4/2013  www.iltempo.it/esteri/

La conferma è giunta in tv dal leader del movimento libanese sciita. Nasrallah ha minacciato un intervento dell’Iran se la situazione precipitasse: «Non lasceremo che la Siria cada in mano all’America»

   Quello che era solo un sospetto è diventato una certezza. Combattenti di Hezbollah, il partito sciita libanese, stanno partecipando alla guerra siriana combattendo gli oppositori al regime di Bashar al Assad.  La conferma è arrivata direttamente dal leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, in televisione. «Un ampio numero di ribelli si stava preparando a prendere il controllo di villaggi abitati da libanesi» nella regione centrale siriana di Qusayr. «Per questo – ha spiegato – è normale fornire ogni aiuto possibile e necessario all’esercito siriano».

   Nasrallah, stretto alleato del capo del regime di Damasco, ha precisato che i combattimenti sono limitati alla regione centrale siriana di Qusayr, regione vicino al confine libanese, dove vivono circa 30.000 libanesi di diverse fedi religiose. «I libanesi hanno diritto a difendersi. Da parte nostra non esiteremo a difenderli e non li lasceremo in preda di gruppi armati» ha assicurato.

   Nasrallah ha aggiunto che Damasco «ha amici veri nella regione e nel mondo che non permetteranno alla Siria di cadere nelle mani di America o Israele». Il leader del gruppo libanese ha dichiarato che adesso non ci sono forze iraniane in Siria ma ha aggiunto: «Cosa si immagina che possa succedere in futuro, se le cose si deterioreranno in un modo che richieda l’intervento di forze di resistenza in questa battaglia?». Ha anche rivelato che «da una decina d’anni in Siria sono presenti “esperti” iraniani ma non soldati perché finora è il popolo siriano a combattere”. Ma, ha concluso minaccioso, «se la situazione dovesse peggiorare, gli Stati e i movimenti di resistenza e altri gruppi si sentiranno obbigati ad intervenire in modo efficace nel conflitto sul terreno».

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ALEPPO, Siria. I monumenti storici sono stati colpiti seriamente dai bombardamenti
ALEPPO, Siria. I monumenti storici sono stati colpiti seriamente dai bombardamenti

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SIRIA: NUOVE STRAGI. RAID ISRAELIANO SU CARICO PER HEZBOLLAH

4 maggio 2013 da http://tg24.sky.it/tg24/

– Secondo alcuni testimoni, il regime di Assad avrebbe fatto oltre 100 morti nella regione di Banias. Sull’attacco compiuto dallo Stato ebraico contro un rifornimento di armi per il gruppo sciita, Obama commenta: “Israele ha il diritto di difendersi” –

   Più di cento cadaveri di giovani, donne, bambini. Nella regione costiera siriana di Banias, secondo testimonianze non verificabili in maniera indipendente a causa della restrizione ai media imposte dal regime siriano, le milizie fedeli al presidente Bashar al Assad hanno compiuto l’ennesimo massacro a sfondo confessionale. E mentre centinaia di famiglie hanno tentato di fuggire da Banias in direzione di Tartus verso sud, gli Stati Uniti si dicono “inorriditi” e l’Italia, tramite la Farnesina, ha espresso una condanna del crimine, giudicando “intollerabile” la spirale di violenza in atto nel Paese.
La giornata si era aperta con la notizia, prima riferita da media americani e poi confermata da fonti anonime israeliane, di un raid aereo dello Stato ebraico in territorio siriano, presumibilmente – come già accaduto nei mesi scorsi – contro un carico di armi destinate agli Hezbollah libanesi.
In proposito, il presidente americano Barack Obama ha fatto sapere che ritiene Israele abbia il diritto di proteggersi di fronte a un rifornimento di armi della Siria agli Hezbollah libanesi ma senza confermare il raid israeliano.
Del “massacro” di Banias si parlava già venerdì sera, quando erano giunte non confermate le prime notizie del ritrovamento di alcuni corpi nel sobborgo di Ras an Nabaa, alle porte meridionali della cittadina a maggioranza sunnita. Come gli altri porti della costa, anche Banias è a maggioranza sunnita, con enclavi cristiane, ma circondata da un oceano di località alawite. Da questi villaggi provengono i miliziani filo-regime. Gli alawiti sono una branca dello sciismo a cui appartengono gli Asad e gli altri clan al potere in Siria da mezzo secolo.
I comitati di coordinamento locali hanno finora contato 102 corpi ritrovati a Ras an Nabaa. Alcuni ammucchiati in un sottoscala di un edificio parzialmente distrutto. Ci sono corpi carbonizzati, altri bruciati solo in parte, come quello di una bimba di appena un anno. Altri corpi sono stati ripresi a terra con segni di fori di arma fa fuoco sul corpo e sul capo. Altri ancora nelle loro case. Una giovane ragazza è stata immortalata accovacciata vicino al letto, con le braccia a proteggere la testa e le ginocchia strette al petto nel disperato tentativo di salvarsi. Sul dorso e sul fianco sono visibili due fori di arma da fuoco. La tv di Stato siriana non ha parlato esplicitamente di quanto accaduto a Ras an Nabaa ma si è limitata a dire, citando degli abitanti di Baniyas, che “un’operazione anti-terrorismo è stata compiuta con successo”, che “la zona è ora bonificata” e che “la vita è tornata alla normalità grazie all’intervento del valoroso esercito siriano”.

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PERCHÉ ADESSO LE ARMI CHIMICHE CI FANNO PIÙ PAURA DI 70 MILA SIRIANI UCCISI

di Daniele Raineri, da “IL FOGLIO” del 4/5/2013

   Spappolati dalla ruota di gomma scolpita di un trattore. Due giorni fa da fonti della ribellione siriana è arrivato un video, per ora circolato poco, girato vicino Damasco e senza ancora conferme. L’ha girato con il telefonino un soldato del governo. Altri soldati che mettono in fila sull’asfalto alcuni prigionieri in abiti civili e poi un trattore passa loro sopra.

   La Siria è questa proiezione horror che va avanti da due anni e fuori la comunità internazionale è paralizzata, tanto che lo si vorrebbe far notare a tutti coloro che cianciano e sospettano di una congiura imperialista per mettere le mani sul paese: ma questi imperialisti, davvero, quando si decidono a intervenire? Di cos’altro hanno bisogno come pretesto?

   Per ora tutta la questione dell’intervento internazionale ruota attorno al problema del gas. Evocato come arma di fine mondo, capace di fare una strage come contro i curdi ma questa volta in diretta, via telefonino, via Twitter, in modo da creare lo scandalo necessario a giustificare un’altra guerra in medio oriente.

   Il presidente americano Barack Obama s’è lasciato sfuggire che ci sarebbero “enormous consequences” se il governo di Assad usasse le armi chimiche. Però questa settimana Foreign Affairs ha pubblicato un pezzo di John Mueller per provare a rispondere alla domanda che tutti si fanno: perché usare le armi chimiche è considerato più grave che uccidere con i proiettili o con i carri armati?

   La risposta: in gran parte è colpa della propaganda e risale alla Prima guerra mondiale,  in cui le armi chimiche – introdotte dai tedeschi – furono usate massicciamente a partire dal 1915. Per convincere gli americani a entrare in guerra, gli inglesi enfatizzarono quanto l’uso del gas sul campo di battaglia fosse inumano: è stato stimato che abbiano gonfiato le perdite fino a quintuplicarle, per drammatizzare gli attacchi tedeschi (la situazione ricorda
qualcosa? Di gas si parla quando migliaia di morti ottenuti per vie tradizionali non bastano). In realtà le armi chimiche furono responsabili di meno dell’un per cento delle perdite sul campo di battaglia e in media ci voleva una tonnellata di gas per causare un morto. Soltanto il 2-3 per cento dei gassati sul fronte occidentale morì.

   In certi casi gli effetti erano orrendi, come quando furono usati il gas mostarda e il cloro. Le probabilità di morte dopo una ferita di arma da fuoco tuttavia erano da dieci a dodici volte più alte. Dopo la guerra, alcuni analisti militari come Basil Liddell Hart si dissero convinti che la guerra chimica fosse relativamente più umana di quella tradizionale, perché rendeva inabili al combattimento le truppe senza ucciderne molte.

   Questi dati furono spazzati via dalla propaganda inglese, che batteva su quanto le armi chimiche fossero più orribili e per questo dovessero essere proibite. Gli eserciti furono ben felici di sbarazzarsene: “Rendevano la vita scomoda, senza che ce ne fosse bisogno”, come è scritto in una nota della storia ufficiale della guerra scritta dagli inglesi.

   Saddam Hussein usò le armi chimiche nelle sue campagne punitive contro la minoranza curda irachena e nella guerra contro l’Iran (1980-1988). L’efficacia in combattimento – scrive Mueller – resta da provare: secondo  i rapporti iraniani, su 27 mila soldati gassati nel marzo 1987 soltanto 262 morirono. Persino nel massacro simbolo del potenziale terribile del gas come arma, quello nella città curda di Halabja, nel Kurdistan iracheno, non è chiaro quale sia il bilancio reale.
Secondo un panel di consiglieri messo assieme per ragguagliare il presidente americano nel 1999, ci vuole una tonnellata di gas sarin rilasciata nell’aria con condizioni meteo favorevoli per ottenere effetti distruttivi maggiori di quelli che si possono ottenere con esplosivo convenzionale.
   Tra le varie opzioni militari a disposizione dell’Amministrazione Obama, se mai decidesse di intervenire in Siria, due sono le più probabili. La prima è “l’opzione Petraeus”, dal nome dell’ex direttore della Cia, che avrebbe voluto armare i ribelli, o, meglio, alcune fazioni scelte, non fanatiche dell’islam. Non gli fu permesso.

   A settembre, due mesi prima dello scandalo che gli costò il posto, l’ex generale s’incontrò ad Ankara con delegazioni dei servizi segreti di Francia, Arabia Saudita e Turchia per dire che l’Amministrazione Obama non avrebbe armato i ribelli. Ora, però,  il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, ha detto che l’opzione è tornata a essere probabile, grazie al suo punto forte: si tratta di lasciar combattere gli altri.

   La seconda è “l’opzione Clinton”: durante gli otto anni del suo mandato, il presidente democratico ordinò in almeno quattro occasioni il bombardamento di obiettivi nemici con salve di missili cruise. Il modello è “Infinite Reach”, un’operazione del 1998: 75 missili sparati da navi e sommergibili americani contro i campi d’addestramento di al Qaida in Afghanistan. Oppure “Desert Strike”, nell’agosto 1996, per bloccare le operazioni militari di Saddam Hussein contro i curdi iracheni.
Entrambe le opzioni hanno due cose in comune: le perdite americane previste sono pari a zero e il peso della guerra è lasciato ad altri – nel secondo caso i bombardamenti con missili sarebbero fatti contro una lista di bersagli del governo siriano, per favorire le operazioni militari dei ribelli, come in Libia, anche se verosimilmente su scala molto più ridotta.

   Non è ancora chiaro come l’Amminsitrazione Obama intende risolvere la questione del gas sarin. Secondo uno scoop di Eli Lake su Newsweek, i militari americani non conoscono la posizione esatta di tutte le armi chimiche, alcune sarebbero state spostate in siti ignoti. E alcune milizie irregolari fedeli al governo di Assad sarebbero state già addestrate all’uso del sarin. (Daniele Raineri)

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SCENARI FUTURI POSSIBILI

IN SIRIA, PROVE DI ASADISTAN CON L’AIUTO DI HEZBOLLAH

di Lorenzo Trombetta, 2/5/2013, da LIMES (Limesonline)

   Il regime del presidente Asad potrebbe dover presto o tardi lasciare Damasco, ma forse con il sostegno del Partito di Dio libanese si sta già costruendo un’alternativa: uno Stato costiero filorusso e filoiraniano. Homs e Qusayr gli snodi fondamentali.

Una delle certezze del Medio Oriente degli ultimi vent’anni era che il regime siriano della famiglia Asad assicurava agli Hezbollah il passaggio di armi, uomini e mezzi dal suo territorio fin verso la valle libanese della Beqaa, retrovia del movimento sciita anti-israeliano. Uno dei luoghi privilegiati di questo passaggio era la piana di Qusayr, a sud-ovest della città siriana di Homs e a nord-est dell’Hermel, appendice nord-orientale della Beqaa.

IL NODO DI HOMS (DA LIMES)
IL NODO DI HOMS (DA LIMES)
IL CORRIDOIO DI QUSAYR (DA LIMES)
IL CORRIDOIO DI QUSAYR (DA LIMES)

Prima dello scoppio della rivolta siriana e delle conseguenti repressione e insurrezione armata, Qusayr era un importante centro agricolo e commerciale della zona, abitato in prevalenza da sunniti ma costellato di località cristiane, sciite duodecimane e murshidite (i murshiditi sono una branca dell’alawismo che, a sua volta, è frangia dello sciismo a cui appartengono gli Asad). Alcune località prossime al confine erano abitate per lo più da sciiti seguaci di Hezbollah, che domina lo Hermel.

Nello scenario attuale, sebbene sia ancora difficile prevedere quando gli Asad e i loro clienti dovranno lasciare Damasco, è possibile che tentino di rifugiarsi nella regione costiera, protetta a ovest dalla flotta russa nel Mediterraneo con base a Tortosa e a est dalle montagne puntellate di località alawite.

Vero che per ora la creazione di questo Asadistan filorusso e filoiraniano è solo uno degli scenari che gli analisti immaginano. Eppure, ciò che da gennaio 2013 – e soprattutto da metà aprile – sta accadendo nel territorio tra Homs e lo Hermel libanese offre alcune conferme della validità di questa opzione.

IL CORRIDOIO DI QUSAYR - DETTAGLIO (DA LIMES)
IL CORRIDOIO DI QUSAYR – DETTAGLIO (DA LIMES)

L’Asadistan isolato tra il mare e la montagna e assediato da forze più o meno radicali non avrebbe certo una lunga vita. Ma se si riuscisse a collegare questo territorio con la Beqaa dominata da Hezbollah, il corridoio Homs-Qusayr assicurerebbe maggiore profondità geografica alla Repubblica degli Asad. E garantirebbe alla nuova entità di controllare con più efficacia l’autostrada Homs-Tortosa.

Al contempo, Hezbollah non vedrebbe interrotto il flusso di rifornimenti. Questi potrebbero giungere dall’Iran all’aeroporto di Latakia-Jabla o, via mare, ai porti di Tortosa e Latakia, e poi proseguire via terra verso le retrovie del movimento armato anti-israeliano.

Perché questo scenario si avveri però, Russia, Iran, gli Asad e gli Hezbollah devono “ripulire” (o almeno ridurre a sottomissione) l’area che separa la Beqaa dal futuro e ipotetico Asadistan: la presenza a Homs e nella regione di Qusayr di migliaia di ribelli sunniti complica ovviamente le cose.

Anche perché questi insorti non sono jihadisti ceceni o giamaicani catapultati da chissà quale Afghanistan, Yemen o Iraq con l’unico progetto politico di seminare il caos (una visione che finisce per rafforzare l’idea che Asad e i suoi alleati rappresentino ancora la soluzione meno peggiore). Ma sono per lo più tutti gli abitanti maschi, sunniti e con età dai 20 ai 60 anni, della zona di Qusayr, che hanno imbracciato le armi – dal loro punto di vista – per resistere all’“invasione degli Hezbollat” (il partito degli Dei, così ribattezzato per sottolineare la sua presunta lontananza dal vero Islam) e all’aggressione di “Asad, cane dell’Iran”.

Quando a metà gennaio, i miliziani sciiti avevano oltrepassato il Rubicone – in questo caso, confine siro-libanese – e si erano attestati a ridosso dei villaggi sciiti a ovest di Qusayr, la manovra di Hezbollah poteva ancora esser descritta come “preventiva”, tesa a creare una zona cuscinetto a protezione dello Hermel in vista di una vittoria in Siria del fronte anti-Asad.

Dall’inizio di aprile invece, i miliziani libanesi sono penetrati in profondità nella piana di Qusayr, cercando di conquistare la cima Tell Qadish. Nota dall’epoca islamica come Tell Nabi Mendo, la collina che domina l’Oronte e Homs è stata teatro nel XIII secolo a.C. dell’epica battaglia tra ittiti ed egiziani. Ancora oggi, chi controlla quel Tell ha un vantaggio sui nemici. Il fatto che Hezbollah si sia spinto così in profondità indica che l’azione di Hezbollah va oltre la protezione della sua retrovia nella Beqaa. In atto c’è una vera e propria offensiva.

Da Qadish verso nord si può avanzare fin verso l’autostrada Homs-Tortosa, che dista appena 15 km e costituisce il primo limes meridionale dell’ipotetico Asadistan; verso est si raggiunge la periferia sud di Homs (20 km) e l’autostrada Homs-Damasco (18 km), all’altezza dello svincolo di Shinshar – dove doveva sorgere il Trans-Mall, il mega centro commerciale di proprietà degli Akras di Homs, famiglia di origine della first lady Asma al Asad.

Tra Tell Qadish e Homs c’è però l’aeroporto militare di Dbaa, una vera e propria cittadina militare di oltre 15 kmq la cui superficie è pari all’intera cittadina di Qusayr, distante appena 4 km. L’aeroporto di Dbaa è stato conquistato dai ribelli il 18 aprile, dopo un assedio durato settimane: è questa una sconfitta per il fronte filo-Asad che rallenta l’azione di “bonifica” della piana di Qusayr.

Dal 20 al 26 aprile il movimento sciita, sostenuto dall’aviazione di Asad e dalla sua artiglieria, è riuscito ad avanzare sensibilmente prendendo Tell Qadish. Attualmente, controlla una fascia di territorio siriano contigua con lo Hermel e che si estende: da nord-sud, per circa 10 km dalla diga di Zeita al valico frontaliero di Jusiye; da ovest a est, da Zeita a Tell Qadish per circa 8 km (c’è chi afferma che Zeita non sia in Siria ma in Libano, ma nell’agosto 2004 il presidente Asad si recò in quella sperduta località per inaugurare la struttura della diga).

Dal canto loro, i ribelli resistono sul fronte meridionale – dove sono attestati i militari di Asad sostenuti dagli ausiliari alawiti e cristiani (villaggi di Nizariye, Rabla, Nasiriya) – e su quello orientale, tra Buwayda, finora in mano agli insorti, e Abil, alla periferia sud di Homs e di recente presa dai governativi. I due villaggi murshiditi di Ghassaniya e Haydariya, a ridosso del lago di Qattina, hanno deciso per la neutralità, mentre le cittadine di Shomariya e Qattina, entrambe a maggioranza cristiana, rimangono per il momento basi del regime.

Mentre si scrive – il 2 maggio – una vasta offensiva dello schieramento pro-Asad è stata lanciata contro i quartieri ribelli di Homs. In particolare contro Khaldiye e Wadi as Sayeh. Nei giorni scorsi la battaglia si era riaccesa anche a Talkalakh, cittadina nei pressi dell’autostrada Homs-Tortosa a pochi chilometri dal confine libanese. In un contesto più ampio, quel che avviene a Qusayr, Homs e Talkalakh fa parte dello stesso scenario legato alla guerra per il controllo di uno dei più importanti teatri della guerra siriana.  (Lorenzo Trombetta)

– per tutte le mappe di questo articolo vedi: Limesonline

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Medio Oriente e questione PALESTINESE

«L’INERZIA DELLA POLITICA FA ESPLODERE IL MEDIO ORIENTE»

di Umberto De Giovannangeli, da “lUnità” del 6/5/2013

INTERVISTA A SAEB EREKAT, LEADER PALESTINESE

   «In Medio Oriente il tempo non lavora per la pace. E questa considerazione vale per la Siria come per la Palestina. Pensare di mantenere lo status quo non è una illusione, è un tragico errore. Perché quando la diplomazia abbandona il campo, a riempirne il vuoto sono le forze che puntano alla destabilizzazione».

   E’ un lucido, argomentato, grido d’allarme quello lanciato da una delle figure più rappresentative della leadership palestinese: Saeb Erekat, capo negoziatore dell’Anp, consigliere politico del presidente Mahmud Abbas (Abu Ma-zen).

Mentre II negoziato lsraelo-palestinese è in stallo permanente, il conflitto siriano rischia dl estendersi all’Intero Medio Oriente. C’è un filo rosso che lega I vari scenari?

«Credo di si ed esso va ricercato nell’inerzia della politica. E in Medio Oriente, la storia lo ha insegnato, quando la politica e la diplomazia abbandonano il campo, a riempire quel vuoto sono le armi. Gli appelli non bastano da soli a fermare i massacri in Siria così come non sembrano smuovere i governanti israeliani dalla loro intransigenza rispetto a un punto che per noi rimane cruciale…».

Qual è questo punto?

«Lo stop alla colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Su questo siamo stati molto chiari negli incontri avuti di recente con il presidente Usa Barack Obama e con il segretario di Stato John Kerry: pace e insediamenti sono inconciliabili. Chiederci di “legalizzare” ciò che è illegale – gli insediamenti – è inaccettabile. Al presidente Obama abbiamo mostrato una cartina della Cisgiordania che dà conto, più di tanti discorsi, di ciò che è stata, sul terreno, la politica di colonizzazione portata avanti senza soluzione di continuità da Israele: insediamenti moltiplicatisi nel tempo, colonie trasformate in città, un territorio, la Cisgiordania, spezzato in mille frammenti. In questo modo, si rende impraticabile una soluzione a “due Stati”, si svuota di ogni contenuto reale un ipotetico negoziato».

E qual è stata la reazione americana?

«Hanno preso atto delle nostre ragioni, il segretario di Stato Kerry ha compreso la gravità della situazione, ma ora è tempo di agire prima che sia troppo tardi».

Cos’è, una minaccia?

«No, è una previsione fondata. Fondata sul malessere crescente nei Territori e su un quadro generale nella regione che si fa sempre più inquietante. L’approccio giusto è quello globale: la pace fra Israele e gli Arabi, e per raggiungere questo obiettivo è ineludibile dare soluzione alla “questione palestinese”».

Lei parla di pace globale. Può andare in questa direzione la riformulazione del piano di pace presentato dalla Lega Araba nel 2002 e che sostiene ora esplicitamente il principio di uno scambio di territori fra Israele e Palestina?

«Su questa iniziativa si è imbastita una lettura strumentale che va subito tolta dal tavolo: la proposta della Lega Araba non rappresenta una novità, e tanto meno si configura come una pressione sulla dirigenza palestinese. E vero il contrario…».

Vale a dire?

«La delegazione araba che ha di recente incontrato il segretario di Stato Usa, ha presentato la posizione ufficiale palestinese: in cambio dell’accettazione senza riserve da parte israeliana della soluzione a “due Stati”, basata sui confini del 1967, lo Stato palestinese, in quanto Stato sovrano, potrebbe prendere in considerazione modifiche di piccola entità dei confini, ritenute uguali in superficie e qualità, nella stessa zona geografica; modifiche che non minaccino gli interessi palestinesi. Quel che vale è il principio di reciprocità, al quale non siamo mai venuti meno».

Più volte, la leadership palestinese ha affermato la disponibilità a tornare al tavolo delle trattative ponendo come condizione il blocco degli Insediamenti. C’è chi sostiene, anche In Europa, che questa asserita disponibilità è contraddetta dalle condizioni poste dall’Anp per riprendere il dialogo.

«Noi non poniamo condizioni alla ripresa dei negoziati. Netanyahu, il presidente Obama e i leader europei sanno bene che il congelamento della colonizzazione non è una condizione palestinese, ma un impegno israeliano. Quello che poniamo non sono condizioni, ciò che chiediamo è l’applicazione da parte di Israele dei suoi impegni, a cominciare dalla cessazione della colonizzazione e dalla liberazione dei prigionieri palestinesi. Mi lasci aggiungere che un negoziato non può durare in eterno, altrimenti non di negoziato si tratta ma di una farsa che nessun dirigente palestinese, neanche il più disposto al compromesso sarà mai disposto ad avallare». (Umberto De Giovannangeli)

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