UN FUTURO INDUSTRIALE (MANIFATTURIERO) ci sarà ancora per il NORDEST? – La difficile ricerca di nuovi modi di “produrre artigiano” con forme innovative nelle tecnologie e nella qualità – Dubbi e speranze di un VENETO che cerca di FARE SQUADRA per uscire dalla crisi nel settore artigianal-industriale della produzione di beni

immagine tratta dal sito www.larena.it
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   Innanzitutto vorremmo uscire dall’ambiguità (geografica?) nell’individuare che cos’è il Nordest: a volte lo si intende come solo il territorio del Veneto (della regione); altre, secondo noi più correttamente, lo si pensa come esso in effetti dev’essere: il Friuli e la Venezia Giulia, il Trentino e l’Alto Adige-Sud Tirolo e, appunto, il Veneto (qualcuno estende il concetto di “Nordest” pure all’Emilia Romagna, come area molto simile in un unico processo storico di sviluppo).

   Pensiamo pertanto al “vero Nordest” come da intendersi geograficamente, cioè in quell’area macroregionale allargata che interessa appunto la parte nordest della penisola italica, che si connette in modo distinto (diverso) al Nordovest (la Lombardia) (per questo una macroregione unica del Nord non ha senso…), e che guarda in primis all’Europa centro-orientale come vicinanza per scambi culturali ed economici sempre più proficui (in particolare l’AREA ALPE-ADRIA, assieme a Slovenia, Carinzia, Baviera, la Croazia con l’Istria… cioè, come dice il nome stesso, i territori tra le Alpi e l’Adriatico).

   E concentrandoci in questo post sul sistema artigianale, della manifattura (come abbigliamento, calzatura, prodotti in legno, meccanica di alta qualità, agroalimentare, l’industria chimica diffusa come le concerie vicentine…), ebbene tutto sembra andare verso la fine: appare quasi un’appendice quel che ora è rimasto, o per l’esportazione delle produzioni in altri paesi a basso salario, o per la crisi economica e dei consumi globale, o anche perché sono sorti competitori concorrenziali in grado di fare meglio…

   Ma non è del tutto così. E IN QUESTO POST VOGLIAMO ESSERE POSITIVI, parlare di cose interessanti che si stanno muovendo, degli sforzi per ritrovare un ruolo economico-industriale per il Nordest. Cioè dire che non tutto è perduto. Che ci sono segnali di volontà di voler risorgere, di far venire a galla nuovi sistemi industriali manifatturieri che privilegiano prodotti di alta qualità; ed è quel che sembra possa accadere, stia accadendo.

   Quel che gli artigiani e industriali veneti si sono accorti (almeno sembra) è che serve un’alta innovazione tecnologia (quella che ci fa sostituire i prodotti anche se funzionano ancora), estetica (prodotti con contenuti di maggior valore), ambientale (con energia autoprodotta pertanto a basso costo, da fonti rinnovabili, rispettando l’ambiente e il paesaggio… cosa che prima, dal dopoguerra in poi mai è stata considerata…).

   E quel che manca, e che dev’essere trovata, è una “cabina di regia”, un’ “autorità unica” che sappia coordinare: non più pensare al nuovo sviluppo manifatturiero andando in ordine sparso, ognuno per conto suo… non è più possibile… ma concentrando gli sforzi per creare unici centri di ricerca, infrastrutture “intelligenti”, cioè adatte al “nuovo futuro” (che senso ha una costosissima tradizionale autostrada Pedemontana di 95 chilometri che ignora i territori che attraversa, con superati rigidi caselli ogni 10-15 chilometri??!). Cioè la politica potrebbe (dovrebbe) essere questa “cabina di regia” che è mancata finora.

   Un mettere assieme la “nuova” manifattura artigianale e industriale con le altre risorse del Nordest: come la cultura, il turismo, il rispetto e la cura dell’ambiente e dei paesaggi (come sembra saper fare, almeno in parte, la politica montana che troviamo nelle province autonome del Trentino e dell’Alto Adige: tanti fattori economici e ambientali, che insieme creano il reddito individuale e collettivo).

immagine tratta dal sito www.cittalia.it
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   Pertanto un’adesione convinta e concreta a ogni forma di GREEN ECONOMY, adottata in primis dagli enti pubblici, i comuni, le regioni: con produzione energetica data da fonti rinnovabili, con il risparmio energetico e la gestione dei rifiuti con un riciclaggio totale; e Green Economy anche applicata, fatta propria dalle migliaia di piccole e medie imprese manifatturiere che si stanno riconvertendo in produzione di prodotti appetibili (nuovi, innovativi) al mercato.

   Ma per far questo torna a galla la necessità di individuare istituzionalmente una realtà (il NORDEST) che si identifichi in un’unica MACROREGIONE (c’è la necessità di superare le obsolete attuali regioni e province autonome…), abolendo le province e individuando tutte aree metropolitane omogenee storicamente ed economicamente: un insieme di aree metropolitane che considerino l’area Alpina, con Trento, Bolzano, Belluno e la Carnia; e poi aree metropolitane per la fascia pedemontana, da Verona a Vicenza-Bassano, Padova, Treviso, Udine; fin alle possibili aree metropolitane della Bassa Veronese, del Vicentino, del Polesine…. (pertanto non ci possono essere solo l’area metropolitana di “Padova-Treviso-Venezia” e di Trieste, in questo scioglimento del Nordest in un’unica necessaria Macroregione.. E i comuni devono accorparsi diventando città ciascuna autorevole del proprio ruolo urbano geografico territoriale).

  VIAGGIO NEL VENETO DELLE QUALITA Come dice Daniele Marini, direttore della Fondazione Nordest di Confindustria Veneto (in un’intervista riprodotta qui di seguito in questo post), “Il Nordest del passato era una metropoli inconsapevole, che è cresciuta senza programmazione. Quello del futuro dovrà essere una metropoli consapevole, non più chiusa negli steccati dei Comuni”.

   Nel concreto, la Green Economy, i sistemi innovativi, la riforma dei confini territoriali, sono un “condividere le buone pratiche” dove il ruolo del “pubblico” è in questo senso fondamentale: agevolare progetti di sostenibilità ambientale rispetto ad altri non sostenibili. Partiamo qui, subito di seguito in questo post, con un’interessante iniziativa che ci sarà in questi giorni. (sm)

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GREEN WEEK METTE LE VENEZIE AL CENTRO DELL’EUROPA SOSTENIBILEvivere a spreco zero andrea segre 1

di Davide Pyriochos, 13/5/2013, da “Nordesteuropa” www.nordesteuropa.it/

   Si aprirà lunedì 20 maggio a Padova, con la firma della Carta Spreco Zero da parte di trecento sindaci italiani ed europei, e terminerà domenica 26 nei boschi del trentino, con un evento dedicato all’arte e ospitato da Arte Sella, la prima edizione – presentata oggi a Palazzo Moroni – della Green Week (la “settimana verde” che vuole portare i territori delle Venezie al centro del dibattito europeo sull’ambiente), organizzata da Nordesteuropa in collaborazione con vari comuni, associazioni e imprese del Triveneto.

   Nel mezzo convegni, incontri e approfondimenti sui diversi temi che interessano la costruzione di un’economia sostenibile, dal riciclo dei rifiuti al risparmio energetico, fino alla finanza dedicata all’economia verde e all’arte ecologica.
   L’appuntamento più atteso si terrà venerdì 24 alla Ca’ dei Carraresi di Treviso, dove alle 10 di mattina il pubblico potrà incontrare Paul Connett, fondatore di Zero Waste, il movimento Rifiuti Zero, che spiegherà in che modo si può far funzionare un ciclo integrato che realizzi l’utopia di una produzione senza sprechi.

   «Ciò che ci deve far riflettere – dice uno dei relatori, Paolo Contò, direttore dei Consorzi Priula e Treviso Tre – è che uno studioso internazionale come Connett, quando deve illustrare le migliori pratiche di riciclo dei rifiuti, spesso cita iniziative messe in atto da amministrazioni pubbliche del Nordest. L’Italia è piena di eccellenze che noi per primi ignoriamo, e per questo è così importante raccontarle».
   Dopo l’intervento di Connett, l’appuntamento di Treviso proseguirà alle 12,30 con la presentazione di “Dark Economy, La mafia dei veleni” del giornalista di Repubblica, Antonio Cianciullo. Nel pomeriggio, alle 17,30, sarà poi il turno del docente di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’università di Bologna, nonché presidente della startup Last Minute Market, Andrea Segrè, che presenterà in anteprima il suo libro “Vivere a Spreco Zero. Una rivoluzione a portata di tutti” (Marsilio) che uscirà nelle prossime settimane.
  GREEN WEEK METTE LE VENEZIE AL CENTRO DELL'EUROPA SOSTENIBILE Tra i vari incontri organizzati con la collaborazione dei comuni di Padova, Trieste, Schio, Trebaseleghe e Castellavazzo, a Vicenza giovedì 23 al Chiostro di Santa Corona si parlerà di un argomento che ha molto a che fare con la possibilità di uscire dalla recessione in cui è caduta l’Italia: il rilancio dell’edilizia sotto il segno della sostenibilità ambientale e del risparmio energetico. Mario Zoccatelli, presidente del Green Building Council Italia, spiega che «la nostra associazione riunisce imprenditori edili e altri enti interessati allo sviluppo dell’edilizia sostenibile». «L’espansione edilizia che abbiamo vissuto dagli anni Settanta fino a agli anni Novanta del Novecento – osserva – è infatti un fenomeno irripetibile e oggi, se vogliamo rilanciare un settore da cui dipende gran parte dell’economia, dobbiamo pensare alle ristrutturazioni, soprattutto in chiave di risparmio energetico, e quindi di riqualificazione. Dato che l’Italia deve adottare un piano nazionale di settore per accedere ai finanziamenti europei, l’incontro del 23 a Vicenza è molto utile per orientare le politiche del nostro Paese».
   Ivo Rossi, sindaco reggente di Padova, si appresta intanto ad accogliere i trecento colleghi che firmeranno la Carta Spreco Zero, alla presenza del suo predecessore nonché ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato: «Molte amministrazioni comunali – dice Rossi – in questi anni hanno sviluppato azioni contro lo spreco. Il Comune di Padova, per esempio, s’impegna a ridurre lo spreco alimentare organizzando le mense in modo tale che il cibo non consumato ma ancora buono sia distribuito ai bisognosi. Il tema di fondo del Forum che ospiteremo qui a Padova è perciò quello di condividere le buone pratiche. Copiare da chi ha fatto meglio degli altri – nota – in questa materia è infatti assolutamente auspicabile».
   Filiberto Zovico, direttore della Green Week, spiega che la sottoscrizione della Carta non è un gesto simbolico da parte dei municipi. «Il documento – dice – prevede che le amministrazioni adottino provvedimenti specifici per favorire le politiche della sostenibilità, perché non si tratta di un appello a favore dell’ambiente, ma di un’iniziativa che ha conseguenze concrete. Per questo la Green Week in collaborazione col professor Segrè effettuerà un monitoraggio delle iniziative messe in atto dai mille comuni, e tra un anno premieremo le cento migliori».

Andrea Segrè
Andrea Segrè

   L’evento conclusivo si terrà domenica pomeriggio 26 maggio, ad Arte Sella, in Trentino, (parco naturale dedicato all’arte che esiste da quasi trent’anni in Val di Sella, a pochi chilometri da Borgo Valsugana, ndr): a partire dalle 15 ci sarà l’incontro con gli artisti croati di Numen / For Use, poi con l’artista inglese Aeneas Wilder, per terminare col racconto musicale sul rapporto tra musica e montagna curato da Mario Brunello. Il programma completo del festival sul sito della Green Week (veneziegreen.nordesteuropa.it).

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«REINVENTARE L’INDUSTRIA PER UN NUOVO NORDEST»

– INTERVISTA a DANIELE MARINI, direttore scientifico della Fondazione NordEst di Confindustria Veneto (http://www.fondazionenordest.net/ ) –

di Giuseppe Pietrobelli, da “il Gazzettino” del 16/2/2013

Professor Marini, da quasi dieci anni la Fondazione sostiene che un certo modello di Nordest è giunto al capolinea…

«…nel senso che è finito il vecchio modello, ma ne può nascere uno nuovo».

Perchè è finito?

«Sono venuti meno i motivi di quello sviluppo. Pensiamo alla crescita demografica. Negli anni ’60 conosceva un tasso di natalità di 2,6 figli, ma è precipitata a 1,2 nel Duemila e oggi è all’1,4 solo grazie agli immigrati. Questo significa che ci sono sempre meno forze giovani e che la popolazione invecchia. E pensiamo all’uso del territorio: un tempo si poteva costruire ovunque, adesso l’abbiamo in buona parte consumato»

Ci sono anche ragioni produttive?

«Il modello Nordest è stato costruito da imprenditori che per il 60 per cento erano ex operai specializzati. Ma la globalizzazione e l’ingresso nella competizione di continenti come la Cina hanno manifestato criticità molto forti nei nostri Distretti economici».

Qualcuno sostiene che non funzionano più, altri li difendono.

«Con una battuta si può dire che si sono trasformati in “dis-larghi”: bisogna restare con un piede nel Distretto e poi andare in giro per il mondo a confrontarsi con il mercato globale. Consapevoli, però, della forte identità manifatturiera del Nordest, che non va gettata via, anche se in futuro dovrà crescere il terziario».

Come costruire il nuovo-Nordest?

«Bisogna cambiare le classi dirigenti. Il precedente modello conobbe uno sviluppo effervescente, ma non progettato. Oggi questa effervescenza va indirizzata. E, come ha detto il presidente Zuccato, un nuovo modello industriale dovrà essere meno “basico”, ma fondato su un maggiore valore aggiunto, sul brand, sulla comunicazione».

Senza rinunciare al manifatturiero?

«Anzi, valorizzando la nostra identità industriale, che deve diventare il motore di un modello più moderno. È come se un quaranta-cinquantenne si guardasse allo specchio. Vedrebbe la necessità di darsi un’aggiustata, non si può mica buttare via l’acqua sporca con il bambino. È quello che dobbiamo fare noi, se vogliamo muoverci verso una nuova identità manifatturiera».

La tentazione degli imprenditori è di scappare via.

«La strada del futuro è indicata da molte imprese medie che hanno spostato all’estero il lavoro operaio, ma hanno tenuto la testa a Nordest. Questa è la nuova industria a tre dimensioni, che sviluppa anche il terziario a sostegno dei processi produttivi».

Perchè tridimensionale?

«Perchè deve aver presente la società e quindi il welfare. Poi l’economia. Infine quella risorsa immateriale che è costituita dalla cultura e dal turismo, che sappiano collegarsi all’industria. Pensiamo a quello che fanno in Alto Adige e in Austria nella promozione dei prodotti locali. la direzione del nuovo Nordest è questa».

Ma la politica ha un ruolo?

«Purtroppo si è interrotta precocemente la legislatura e non si sono potuti modificare i confini delle Province, perché quelli attuali non rispondono alle esigenze dello sviluppo economico».

In che senso?

«C’è una geografia del Nordest diversa da quella delle Province disegnata nell’Ottocento e nel Novecento. Lo spiegano benissimo gli imprenditori che hanno aziende in province diverse e trovano che in questo modo i problemi raddoppiano».

Quale geografia?

«C’è una grande provincia Alpina, con Trento, Bolzano, Belluno e la Carnia. C’è una provincia pedemontana, da Verona a Vicenza-Bassano, Padova, Treviso, Udine. C’è poi la provincia della Bassa Veronese, Vicentina, e del Polesine. In questa geografia ci sono poi due aree metropolitane come Venezia e Trieste».

Cosa significa in termini pratici?

«Che bisogna superare i confini, unire i servizi. Lo sta facendo la Cisl, unificando Treviso e Belluno. Lo sta provando Confindustria, tra Padova e Rovigo».

Finora si pensava all’eliminazione delle Province solo come risparmio…

«Invece va vista anche come un’opportunità di sviluppo. Il Nordest del passato era una metropoli inconsapevole, che è cresciuta senza programmazione. Quello del futuro dovrà essere una metropoli consapevole, non più chiusa negli steccati dei Comuni. Che sappia adeguare le decisioni alle velocità della tecnologia. E che ripensa al sistema di sviluppo in modo intensivo, non più estensivo». (Giuseppe Pietrobelli)

NORDEST
NORDEST

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GREEN ECONOMY E SVILUPPO: QUALITÀ CHIAVE PER LA CRESCITA «IL VENETO ARCHIVI GLI EGOISMI»

di Cristina Chinello, da “il Mattino di Padova” del 15/1/2013

PADOVA – POLITICA, CULTURA, INNOVAZIONE: sono gli ingredienti necessari per uscire dalla crisi secondo l’ottica della green economy. Lo spunto è arrivato a Padova, durante la presentazione della ricerca “VIAGGIO NEL VENETO DELLE QUALITÀ”, condotta da Fondazione Symbola e da Federparchi.

   I risultati dell’indagine parlano chiaro: in Veneto circa 34 mila imprese puntano sul green per uscire dalla crisi, seconde in Italia quanto a numero dietro quelle delle Lombardia.

   Ma l’evento ha dato anche l’occasione per fare il punto grazie all’intervento di alcuni esperti. «Continuiamo a ragionare sull’economia veneta come se avessimo ancora tempo» chiosa Michele Vianello, direttore generale di Vega Park, il parco scientifico alle porte di Venezia «invece non c’è più tempo per adeguarsi. La prima cosa da fare è rivedere l’idea di distretto territoriale: il “mio” tipico del veneto è superato, oggi vince chi condivide. Scrivono tutti i grandi istituti di ricerca che la tendenza è la condivisione e l’uso del “mobile”: da questo punto di vista la cultura veneta ci tiene bloccati. È ora di portare le numerose eccellenze locali nel mondo, senza aspettare che il mondo arrivi a guardarle».

   L’accento sulle eccellenze dell’economia locale è stato inizialmente posto anche da Innocenzo Cipolletta, presidente del Comitato Promotori Venezia Nordest: «La qualità è sinonimo di crescita quantitativa e deriva dall’innovazione tecnologica (quella che ci fa sostituire i prodotti anche se funzionano ancora), estetica (prodotti con contenuti di maggior valore), ambientale. Pertanto, i paesi che migliorano la qualità delle loro produzioni sono destinati a crescere, anche nell’occupazione».

   Aldo Bonomi, direttore del Consorzio Aaster, si rifà alle responsabilità della politica: «Dobbiamo iniziare a ragionare nell’ottica di unire gli imprenditori creativi che uniscono tecnica e tolleranza territoriale al problema del valore della terra e della tenuta ecologica dell’agricoltura. Chi può realizzare questo intreccio è solo la politica, una dimensione pubblica che abbia una visione di riconversione».

   «Il Veneto è una delle aree in cui si promuove e produce la qualità» aggiunge Antonio Maconi, direttore del Festival Città Impresa. «Innovare, fare sistema e valorizzare imprese e territori è la strada giusta per la crescita, ma non va tralasciata l’imprenditoria giovanile, nostro tallone d’Achille».

   A trainare la rivoluzione verde sono i nuovi settori legati alle fonti rinnovabili, al risparmio energetico e alla gestione dei rifiuti, ma anche migliaia di Pmi manifatturiere che stanno puntando su tecnologie eco-sostenibili per competere nel mercato globale. (Cristina Chinello)

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VIAGGIO NEL VENETO DELLE QUALITA’

di Ermete Realacci, Presidente Fondazione Symbola

   Oggi più che mai, vista la grave crisi che stiamo attraversando, la missione dell’Italia non può che essere legata alla qualità. È necessario difendere la coesione sociale e scommettere sull’innovazione, sulla conoscenza, sull’identità dei territori: su una green economy tricolore che incrocia la vocazione italiana alla qualità, i nostri talenti migliori e si lega alla forza del made in Italy.

   Per l’Italia, in particolare, la green economy rappresenta un’occasione imperdibile per rilanciare interi comparti della propria economia e promuovere modelli virtuosi di gestione ambientale e conservazione della natura. Una sfida alla quale il Veneto, cuore pulsante della nostra manifattura, può dare un contributo importante.

   Il Veneto, con il suo variegato patrimonio naturalistico e la sua radicata tradizione industriale, è un caso esemplificativo di questa nuova tendenza che proprio in questa Regione ha una storia pluricentenaria. La sostenibilità dell’uso delle risorse naturali è stata affrontata già nel 1225 dalla Comunità delle Regole che oggi guida il Parco delle Dolomiti D’Ampezzo, uno straordinario esempio di gestione forestale sostenibile, attenta anche alle dinamiche sociali ed economiche del territorio.

   La stessa capacità di coniugare ambiente e sviluppo si ritrova nella gestione delle risorse del mare: ne è un esempio il  Parco del Delta del Po che, in collaborazione con Coldiretti Rovigo e UNCI Pesca, ha lanciato l’iniziativa Pesca Amica- Miglio Zero allo scopo di valorizzare pesci e molluschi tipici della pesca polesana del Delta.

   Non solo Parchi. Anche il tessuto economico veneto, seppur ancora a macchia di leopardo, si sta muovendo in questa direzione, come dimostrano i tanti casi di aziende che, in risposta alla crisi, stanno puntando su un nuovo modello produttivo orientato al rispetto dell’ambiente. La via maestra è quella dell’innovazione green, come testimoniano i dati sugli investimenti verdi.

   In Veneto, nell’ultimo quadriennio, quasi un’impresa industriale e terziaria (con almeno un dipendente) su quattro ha investito in tecnologie green a maggior risparmio energetico e/o a minor impatto ambientale: si tratta di circa 33.900 imprese, che rappresentano quasi il 10% di tutte le aziende che hanno investito nel green in Italia (solo la Lombardia con il 19,3% ha contribuito di più), nonché il 24% del totale regionale.

   Protagonisti di questo processo di riqualificazione sono, tra gli altri, i settori del made in Italy in cui la Regione è più specializzata: dal legno-arredo alla concia, dall’agricoltura alla meccanica. Da questo punto di vista, il Veneto ben rappresenta la trasversalità della green economy italiana: anche qui, infatti, a trainare la “rivoluzione verde” troviamo non solo i nuovi settori legati alle fonti rinnovabili, al risparmio energetico e alla gestione dei rifiuti, ma anche migliaia di piccole e medie imprese manifatturiere che stanno riconvertendo il proprio business, andando incontro sia alle esigenze di nuove fasce di clientela, sia alle necessità di tutelare e valorizzare il territorio in cui operano e la cultura produttiva che esso esprime.

   È questo il Veneto che abbiamo voluto raccontare attraverso Banca delle Qualità. Questa ricerca, ultimo capitolo di un più ampio lavoro sulla qualità italiana che la Fondazione Symbola sta portando avanti, ha l’obiettivo di descrivere percorsi innovativi ancora in divenire, spesso invisibili alla luce delle rilevazioni di carattere macroeconomico.

   La prima parte, di carattere generale, è incentrata sulla descrizione dei fenomeni che stanno trasformando il tessuto economico veneto.  Si tratta di una ricostruzione corale che ha visto il coinvolgimento di diversi attori – imprese, istituzioni, università, associazioni di categoria, centri di ricerca – e che ha consentito di raccogliere informazioni non ancora codificate e di leggerle in un unico quadro. La seconda parte include storie di successo che ben esemplificano le tendenze precedentemente descritte. È una selezione di 20 casi che, per capacità di innovazione di processo e di prodotto in chiave eco-sostenibile, gestione delle materie prime, attenzione al ciclo di vita, capacità di tenere assieme tutela ambientale e sviluppo economico, emergono nel panorama della Regione. È una prima geografia delle eccellenze venete che non pretende di essere esaustiva.

   Il quadro che emerge è quello di un Veneto che, di fronte alla crisi, non si arrende, ma cerca nuove strade per ricominciare a correre, senza perdere però la propria identità. Un’Italia che può guardare con fiducia al futuro se fa l’Italia. (Ermete Realacci, Presidente Fondazione Symbola, 14/1/2013)

CLICCA QUI SOTTO PER VEDERE LA RICERCA SULLA NUOVA GREEN ECONOMY VENETA:

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L’INTERVISTA

«NUOVA MANIFATTURA, UN POLITECNICO PER SOSTENERE LA SVOLTA DI ZUCCATO»

di Federico Nicoletti, da “il Corriere del Veneto” del 15/2/2013

– L’economista Micelli si schiera con il leader di Confindustria. Digitale e produzione: «Veneto nella rivoluzione» –

   Lo definisce «un segnale molto interessante, su cui far convergere risorse, entusiasmo e intelligenza». Stefano Micelli, 47 anni, economista all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove si occupa di gestione delle imprese e di trasformazione dei sistemi industriali, il giorno dopo, guarda con interesse alla strategia di politica industriale messa in campo dal nuovo presidente regionale di Confindustria, Roberto Zuccato.

   Al passo d’esordio davanti ai colleghi, l’altro giorno a Mestre, il nuovo leader ha giocato il cuore del suo discorso d’insediamento intorno alla centralità della manifattura per il Veneto. Ma di una manifattura nuova, oltre quella che ha fatto il successo del Nordest, che guardi in modo nuovo al saper fare, incrociandolo con la creatività permessa dalle nuove tecnologie digitali.

   Temi che Micelli ha nelle sue corde, visto che le soluzioni sono vicine a quelle che lui ha tracciato nel suo volume «Futuro Artigiano»: «Si tratta di mettere in campo le soluzioni per rilanciare la nostra manifattura. Sono cose alla nostra portata e mi fa molto piacere che il presidente di Confindustria ne segnali l’urgenza. Per una volta, in un Paese dove non si va oltre la lamentela sulle tasse, qualcuno ha tracciato un orizzonte d’innovazione interessante, soprattutto per il mondo dei giovani. Cosa non da poco».
Ma cosa significa fare manifattura in chiave di tecnologie digitali?
«Nella produzione è in atto una enorme innovazione tecnologica, spinta da stampanti 3D, dalle nuove tecnologie del taglio al laser, dalle nuove macchine a controllo numerico miniaturizzate. Strumenti che consentono di collegare direttamente lavoro al computer e produzione. Tecnologie capaci di rimescolare le carte e che potrebbero mettere il Veneto al centro di una rivoluzione da giocare nel ruolo di protagonista».
Perché?
«Perché in questo modo di lavorare abbiamo grandi competenze: queste macchine spingono verso una nuova frontiera la personalizzazione, il fare su misura che approfondisce uno dei nostri atout di sempre, l’inseguire le esigenze del cliente».
Ci sono settori che si candidano per questa svolta?
«Io penso alla meccanica, sia perché nel settore delle macchine utensili siamo tra i protagonisti, sia perché intorno a queste novità possiamo pensare ad un rilancio di questo settore in cui tradizionalmente siamo molto forti. Ma penso anche al design e alla moda e non escluderei il biomedicale, ad esempio nelle protesi».
L’accento sulla personalizzazione pare spingere verso un futuro di piccole aziende molto creative.
«Il tema della piccola, media o grande dimensione mi ha sempre appassionato poco. Oggi l’internazionalizzazione implica dimensioni maggiori rispetto al passato; ma il punto vero mi pare avviare una nuova generazione di giovani verso queste attività, indicando prospettive di crescita interessanti».
L’altra cosa che colpisce del discorso di Zuccato è il dire che una parte delle lavorazioni deve restare qui. Rovescia l’idea dominante finora la testa delle aziende debbano star qui, mentre le lavorazioni possono stare ovunque.
«Zuccato dice chiaramente che chi non fa non innova. Sono d’accordo. L’idea che una parte dell’azienda pensa e l’altra fa è un’idea molto “finanziaria” del fare impresa. Essere competitivi non significa fare tutto: bisogna essere selettivi; ma una quota delle attività deve rimanere sul territorio, altrimenti poco tempo dopo la competitività delle imprese viene meno».
Ma quali priorità vede per sostenere in Veneto questa rivoluzione?
«La prima è un grande sforzo di riorganizzazione dell’educazione superiore. Zuccato rilancia l’ipotesi del politecnico veneto e io credo che su questo vada fatto uno sforzo molto superiore rispetto a quanto fatto finora. L’ipotesi di un politecnico è interessante in un momento in cui c’è grande necessità di una nuova cultura a cavallo tra tecnologia, economia e scienze umane».
Il secondo?
«Il tema di una finanza che dev’essere in grado di promuovere l’economia reale. Anche su questo credo si debba lavorare».
Il progetto del Politecnico pare d’altra portata rispetto a come si sta strutturando Univeneto.
«Certo. Io credo a un progetto forte e innovativo, intorno alla rivoluzione industriale che stiamo conoscendo, da affrontare con la determinazione e l’originalità del caso. Per creare nuovi ingegneri, nuovi economisti. Persone capaci di decifrare questa trasformazione». (Federico Nicoletti)

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IL NORDEST CON IL MOTORE DIGITALE

di Sandro Mangiaterra, da “Il Mattino di Padova” del 10/5/2013

   L’Economist l’ha chiamata, in una copertina di un paio di settimane fa, la terza rivoluzione industriale. È il boom dell’economia digitale, che cambia il modo di produrre e di vendere, consente di risparmiare, di creare efficienza in azienda, perché no, di creare nuova (e qualificata) occupazione. La migliore risposta di fronte alla competizione globale. In realtà, non c’era bisogno della certificazione del prestigioso settimanale britannico. La terza rivoluzione industriale è già esplosa anche nel tessuto di piccole e medie imprese del Nordest.
Non a caso a Venezia e Treviso, pressoché in contemporanea, sono in calendario due appuntamenti di assoluto rilievo internazionale. Oggi e domani, a Ca’ Giustinian, è in programma il Digital economy forum, promosso dall’ambasciata americana in Italia. Lo stesso venerdì, fino a sabato 12 maggio, si svolgerà a Castelbrando di Cison di Valmarino, il Technology forum, organizzato dallo Studio Ambrosetti, che scommette sull’iniziativa tanto da volerla a poco a poco trasformare nella Cernobbio dell’innovazione.  Parteciperanno guru dell’hi-tech, professori universitari, rappresentanti dei centri di ricerca, manager, provenienti dai cinque continenti. Ospiti d’onore, Corrado Clini, ministro dell’Ambiente, e, soprattutto, Corrado Passera, alla guida dello Sviluppo economico, consapevole che su questi campi si gioca una buona fetta della cosiddetta fase due del governo, quella della crescita.
Insomma, il Nordest si troverà per qualche giorno al centro del dibattito sui temi della modernità, della circolazione della conoscenza, delle reti necessarie ad agganciare la ripresa internazionale. Ma la differenza non la fanno certo i convegni. Il fatto è che questo territorio sta diventando il laboratorio nazionale dell’innovazione.

   Non ci sono solamente i fiori all’occhiello. Come la H-Farm di Riccardo Donadon, a Roncade, meraviglioso catalizzatore di giovani cervelli, il migliore esempio di produzione di idee destinate alla nascita di start-up. O come il Vega, tra i maggiori parchi scientifico-tecnologici del Paese, l’incubatore di imprese cui è legata una parte consistente del futuro di Marghera.
La vera novità è un’altra: la terza rivoluzione industriale è già arrivata nei distretti, portando con sé una radicale trasformazione nei processi, nel sistema di relazione con i fornitori, nel rapporto con i clienti. Le imprese hanno perfettamente capito che l’information technology è la più efficace (forse l’unica) cura anti-crisi.

   E il Nordest sta dimostrando ancora una volta la sua capacità di cavalcare il cambiamento. Basta pensare alla Zamperla di Altavilla Vicentina, leader nella realizzazione di attrazioni per i parchi di divertimento (versione anni Duemila delle care, vecchie giostre), dove i simulatori di accelerazione e frenata e i test sulla sicurezza sono gli stessi adottati alla Nasa. O alla Texa di Monastier (Treviso), che sforna sofisticatissimi sistemi (anche satellitari) di diagnostica per individuare i guasti delle auto. O al magnifico paradosso della Grafica Veneta di Trebaseleghe (Padova), che grazie alle tecnologie digitali è impegnata a innovare il comparto librario e di conseguenza a rallentare l’avanzata degli e-book, i libri digitali.
Si potrebbe andare avanti a lungo, in ogni settore, al di là delle dimensioni aziendali. Il punto, oggi, è fare capire la portata della terza rivoluzione industriale alle istituzioni e alla classe politica. Lì non si sono accorti di nulla. La sbandierata agenda digitale fa fatica a decollare e ritardi nella banda larga, come ha ricordato l’Agcom, l’autorità per le comunicazioni, ci costano un punto e mezzo di Pil.

   Secondo l’Osservatorio Between, poi, fra i distretti più sfortunati, con copertura largamente insufficiente, tre sono a Nordest: quelli del marmo di Grezzana e delle scarpe di San Giovanni Ilarione nel Veronese e quello del coltello di Maniago (Pordenone). Sono comunque numerose le zone dove si alzano le proteste, specie nel Bellunese e nell’Alta Marca. Nessuno può chiamarsi fuori, tanto meno a livello regionale: la locomotiva Nordest può tornare a correre solo con un motore digitale. (Sandro Mangiaterra)

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DOSSIER DELLA REGIONE VENETO

IL LAVORO «SOCIALMENTE UTILE»? ALLA FINE CREA IL POSTO FISSO

– Il 33% di chi poi ha continuato ora ha un contratto a tempo indeterminato. In tre anni investiti 3,4 milioni di euro. Zaia e Donazzan: «Il progetto va avanti» –

da “Il Corriere del Veneto” del 9/5/2013

VENEZIA – I lavori «socialmente utili», ossia quelli che impiegano i disoccupati al servizio dei Comuni, sono costati alla Regione 3 milioni 443 mila euro in tre anni. Soldi ben spesi? Se l’è chiesto pure Palazzo Balbi che difatti, per darsi una risposta, ha commissionato a Veneto Lavoro un’indagine tesa a capire se valga la pena continuare ad investirci su, specie di questi tempi, quando ogni risorsa nel delicato settore dell’occupazione va sfruttata al massimo della sua potenzialità. Ebbene, la risposta è sì: l’obiettivo è stato centrato.

   Stando allo studio messo a punto dall’agenzia regionale, infatti, delle 915 persone coinvolte nei 288 progetti finanziati dal 2009 al 201, oltre il 70% ha potuto sfruttare almeno un’occasione lavorativa una volta terminato l’impiego sociale. Di più, il 35% ha dichiarato di lavorare a tutt’oggi, dunque a più di un anno dalla fine dell’esperienza assistita (il 36% ha lavorato ma ora non lavora più, il 29% non ha più lavorato ma in quest’ultimo caso rientrano anche soggetti che nel frattempo hanno raggiunto l’età della pensione o che hanno lasciato la regione, come gli stranieri).

   Altro aspetto positivo: tra chi sta ancora lavorando, il 33% ha un contratto a tempo indeterminato, il 46% a tempo determinato e solo il 21% si barcamena tra soluzioni atipiche come tirocini, interinali, somministrazioni e contratti a progetto, che comunque è pur sempre meglio di niente. Insomma, come scrive Veneto Lavoro, col moderato ottimismo dei tecnici, «i risultati sembrano incoraggianti» mentre il governatore Luca Zaia parla senza mezzi termini di «bilancio positivo, che ci conforta della bontà dell’azione che abbiamo intrapreso primi in Italia.

   Questi progetti rendono un doppio servizio – continua Zaia – ai lavoratori disoccupati che sono reinseriti al lavoro ma anche alle amministrazioni pubbliche che li impiegano in occupazioni quotidiane e di base che hanno una ricaduta immediata nella vita di tutti i cittadini». Se si guarda ai soggetti proponenti (che peraltro hanno cofinanziato i progetti per metà, così che le risorse complessivamente impiegate salgono a 8 milioni 850 mila euro) sono stati per l’87% Comuni, percentuale che sale al 92% nel 2012, anno relativo al quale, però, i dati sono ancora parziali (le Province risultano aver presentato solo 8 progetti dal 2009 al 2011 e zero nel 2012, forse perché incerte sulla loro sopravvivenza).

   Soddisfatta anche l’assessore al Lavoro Elena Donazzan: «Tra le varie iniziative per il contrasto alla crisi questa è una di quelle che ci rende orgogliosi e convinti nel riproporla, essendo stata presa a modello anche da altre regioni». Come sono stati impiegati i lavoratori socialmente utili? In piccole opere di manutenzione e giardinaggio, in servizi di vigilanza dei parcheggi, di volantinaggio, di pulizia, di accompagnamento o di «data entry», in traslochi.

   Insomma, piccole mansioni utili però a dare un’occupazione temporanea a chi non può godere degli ammortizzatori sociali, «stimolandone allo stesso tempo la riabilitazione professionale », come si legge nel dossier. I territori maggiormente coinvolti sono stati Treviso e Verona ma crescono nel 2012 i casi a Vicenza ed a Padova. Altre due curiosità: la prima riguarda l’età di chi ha partecipato ai progetti, per lo più compresa tra i 40 ed i 49 anni (39%) ossia in quella fascia sospesa nel limbo tra le richieste del mercato e la pensione.

   La seconda riguarda la nazionalità: il 77% di chi ha sfruttato l’occasione data dalla Regione è italiano. Una percentuale che sta crescendo dal momento che «sembra evidente la tendenza della componente extracomunitaria, vista la difficile fase economica, ad uscire dal territorio veneto». (Ma.Bo.)

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DAI PORTI ALLA TAV PASSANDO PER LA A4, I PROGETTI DELLA SERRACCHIANI: «BASTA FUGHE IN AVANTI» – «FRIULI E VENETO,ECCO LE MIE IDEE»

Un salto effettivo di qualità nei rapporti fra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. È quanto chiede al collega Luca

Zaia la neo-eletta presidente della Regione Debora Serracchiani, che rilancia i temi internazionali, affronta la “bestia nera” della terza corsia e imposta una “Realpolitik” analoga a quella di Palazzo Balbi sull’alta  capacità ferroviaria.

Presidente Serracchiani, lei parla di salto di qualità fra Venezia e Trieste: ma ha esordito mandando  al diavolo la Macroregione del Nord.

«Dobbiamo farla finita con le strumentalizzazioni. Invece occorre a noi come ai veneti una valutazione seria su tutte le possibili collaborazioni. Esistono sinergie già in atto fra il Veneto orientale e “pezzi” del Friuli, ma soprattutto penso alla portualità».

Finora le alleanze sono rimaste parole.

«Mettiamola così: la scelta di impiegare le risorse del Mose per la piattaforma “off-shore” è fuori luogo. Non aggiungo altro».

D’altra parte quando si manifesteranno gli effetti dell’allargamento di Suez, il gioco di squadra diventerà obbligato, a Est e a Ovest di Trieste.

«Per forza. Per questo non sono opportune certe fughe in avanti che obiettivamente ci danneggiano».

Terza corsia. Lei ha appena incontrato il premier Enrico Letta: cos’ha ottenuto?

«Con il presidente del Consiglio e il sottosegretario Filippo Patroni Griffi abbiamo assunto il reciproco impegno di una nuova, rapida presa di contatto per determinare il quadro giuridico e l’iter procedurale della gestione commissariale».

Non volete il commissario?

«Abbiamo condiviso la direzione verso una discontinuità fra la gestione passata e quella che si potrebbe configurare nel futuro».

E nell’immediato?

«Un chiarimento sulle competenze, perché non è possibile che uno diventa presidente e commissario A4 nello stesso istante senza un atto di consegna, senza un verbale ricognitivo. Senza poter accedere alle

informazioni che però è obbligato ad avere».

Servono ormai oltre due miliardi e mezzo.

«Aveva ragione il presidente di Autovie Venete, Emilio Terpin, a definire la situazione supercomplicata.

Attualmente con le banche c’è uno stallo sostanziale».

Cioè le garanzie insostenibili che vengono richieste?

«In queste ore si sta procedendo a un nuovo punto con i consulenti finanziari, ma è chiaro che le condizioni nelle quali ci troviamo a negoziare sono proibitive».

A settembre bisogna accedere al prestito-ponte da 150 milioni di Cassa depositi e prestiti per pagare i cantieri del primo lotto in Veneto, da Quarto d’Altino a San Donà.

«Lo so benissimo, se per questo bisogna anche finanziare il terzo lotto Tagliamento-Gonars che è stato aggiudicato in forma definitiva. La terza corsia va fatta».

Ma niente prestito-ponte se non si chiude l’accordo sul finanziamento globale.

«Ecco: cosa c’è di più supercomplicato?».

Si può scrivere un nuovo piano e restringere il perimetro delle opere da realizzare, lo consente anche il bando di gara per le banche.

«Sì, certo. Però occorre chiudere gli appalti già attribuiti. Ora dobbiamo impegnarci su questo».

E per l’alta capacità ferroviaria? Il commissario Mainardi spiega che valorizzare la linea esistente costerebbe meno della metà e comporterebbe minimi impatti ambientali. Lei è d’accordo?

«Il commissario è lui. Siamo ben consapevoli che le risorse per il progetto originario sono impossibili da trovare (oltre 4 miliardi da Mestre a Ronchi, ndr), tuttavia al Friuli Venezia Giulia basterebbe eliminare i colli di bottiglia: bivio di San Polo aMonfalcone, Campo Marzio a Trieste e Udine-Cervignano».

Insomma collegare Trieste e la Regione al Veneto a una velocità accettabile.

«È decisivo per le imprese, per i cittadini, per le Generali i cui vertici hanno fiducia che la nostra Amministrazione migliori la problematica attualità. E noi non vogliamo perdere le Generali».

E la partita finanziaria.

«Sto approfondendo il capitolo di Veneto Sviluppo».

Sarebbe una bella sinergia unire le forze. C’è Friulia, Finest, Informest. Nella ultime due il Veneto è socio.

«Partendo proprio da Friulia, intendiamo riorganizzare tutte le partecipate. Quanto a Finest, nata per l’Est Europa e i Balcani, oggi un perimetro così ristretto non ha senso. Occorre allargarlo il più possibile».

Serve una legge nazionale.

«E noi dobbiamo portarla a casa. Penso alla Turchia, al Medio Oriente, ma anche alla Russia e soprattutto all’India e alla Cina. Il Veneto può giocare questa e altre partite con noi e possiamo scambiarci diverse  buone prassi».

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ZAIA: «STOP AL CEMENTO» – PRESSING DELLA COLDIRETTI

– Il leader degli agricoltori chiede di fermare il consumo del territorio veneto. Il governatore: «Quasi pronta la moratoria». Ed Ermete Realacci applaude –

da “IL MATTINO DI PADOVA” del 11/5/2013

MESTRE. L’assist lo serve il presidente regionale di Coldiretti, Giorgio Piazza: «Presidente, vogliamo smetterla di consumare nuovo territorio? Se il futuro è nell’agricoltura, non possiamo cementificare altre campagne».

   E il governatore, a Mestre per «fare la pace» con la principale organizzazione agricola del Veneto, non si fa sfuggire la palla: «Sono sempre più convinto che il futuro del nostro territorio sta nel saldo zero di cemento: vuoi costruire? Devi recuperare sul mercato i metri cubi che ti servono. Nei prossimi anni, oltre al tema del recupero del capannoni dismessi, avremo l’emergenza dell’archelogia residenziale, le villette costruite negli anni Sessanta e Settanta dai nostri genitori, simbolo di riscatto sociale ma anche eredità immobiliare. Se continuiamo a costruire nuove lottizzazioni questo patrimonio si deprezza: è come se buttassimo parte della nostra eredità. Allora dico: basta, facciamo il saldo zero della cementificazione. Vuoi costruire? Fatti salvi i diritti acquisiti, compra la cubatura sul mercato. Preservare il valore immobiliare delle nostre case è di non consumare più un metro quadro di territorio e di recuperare i volumi che ci sono».

   Il saldo zero della cementificazione è un vecchio pallino del governatore, che lo aveva annunciato lo scorso agosto proprio al nostro giornale. La Regione ha incaricato lo studio Barel di studiare la norma che consenta una moratoria sulle nuove costruzioni: ma le resistenze delle lobby sono, evidentemente, ancora fortissime.

   Fa eco alle parole di Luca Zaia anche Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente e territorio della Camera: «La proposta di legge per il contenimento del consumo di suolo e per la rigenerazione urbana sarà una delle prime leggi che il Pd metterà in discussione alla Camera. Registro dunque la dichiarazione di Zaia per l’edificazione zero come positiva».

   Plaude, naturalmente, anche la Coldiretti, sperando che dagli annunci si passi ai fatti. L’incontro con Zaia, giudicato positivamente, si è concluso dopo due ore: «La semplificazione amministrativa, la legge per la montagna, i danni dalla fauna selvatica sono stati i temi in discussione – spiega il presidente veneto di Coldiretti Giorgio Piazza –: all’agricoltura serve una politica intelligente che giochi sul fattore tempo e che ponga al centro dell’attività regionale il settore primario».

   In merito ai Consorzi di Bonifica e alla loro attività per la salvaguardia del territorio, Coldiretti, ha sottolineato che la loro presenza non può essere sostenuta solamente dai contributi dei cittadini o degli agricoltori ma la stessa Regione deve riconoscerne il valore provvedendo almeno alla manutenzione straordinaria dei beni che tutelano la sicurezza idraulica.

   All’incontro di Mestre non ha partecipato l’assessore regionale all’agricoltura, Franco Manzato, impegnato altrove: «Manzato è bravo, l’assessore è assolutamente sul pezzo» ha chiarito in apertura il governatore. Non poteva dire diversamente. (d.f.)

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LA PRAVDA A TREBASELEGHE

Intervista a DANIELE MARINI, realizzata da Barbara Bertoncin, da UNA CITTA’ (mensile di Forlì, www.unacitta.it/)

A farcela, e anzi ad andar bene, nonostante la crisi, sono soprattutto le medie imprese che innovano, internazionalizzano e fanno rete; il caso emblematico di Grafica Veneta che “da casa” fa il 70% di fatturato all’estero e quello di Bisazza, dove l’operaio corregge il disegno dell’architetto; come cambia la cultura dei lavoratori, anche nella negoziazione – Intervista a Daniele Marini, di­ret­to­re del­la Fon­da­zio­ne Nord Est di Vene­zia e pro­fes­so­re di So­cio­lo­gia del­l’e­du­ca­zio­ne al­l’U­ni­ver­si­tà di Pa­do­va –
– Sia­mo en­tra­ti nel quin­to an­no di cri­si. Co­me sta rea­gen­do il mon­do del­le im­pre­se?

Quel­lo che stia­mo vi­ven­do non è un mo­men­to con­giun­tu­ra­le, è una fa­se di cam­bia­men­to strut­tu­ra­le, per cui non ha sen­so aspet­ta­re che pas­si per­ché le co­se non tor­ne­ran­no co­me pri­ma in quan­to è cam­bia­to radicalmen­te il con­te­sto. Or­mai vi­via­mo in un gran­de con­do­mi­nio mon­dia­le e tut­to quel­lo che suc­ce­de ha un impatto su di noi. In que­sto ca­so un im­pat­to ne­ga­ti­vo per­ché il no­stro mo­del­lo di svi­lup­po non rie­sce più a tene­re il pas­so, a reg­ge­re il con­fron­to con al­tri ter­ri­to­ri; non pen­so al­la Ci­na, al Bra­si­le o al­l’In­dia, ma al­la Francia, al­la Ger­ma­nia che, nei de­cen­ni pre­ce­den­ti, han­no av­via­to dei pro­ces­si di ri­for­ma. Noi in­ve­ce, per tan­ti mo­ti­vi, sia­mo ri­ma­sti so­stan­zial­men­te fer­mi.
Quel­le che era­no sta­te le pe­cu­lia­ri­tà che ci ave­va­no con­sen­ti­to, ne­gli an­ni d’o­ro, cioè gli an­ni Set­tan­ta, Ottan­ta, di af­fer­mar­ci sul pia­no mon­dia­le, an­che co­me si­ste­ma pro­dut­ti­vo, og­gi non so­no più ele­men­ti di compe­ti­ti­vi­tà. La no­stra strut­tu­ra pro­dut­ti­va, per i suoi no­ve de­ci­mi, è com­po­sta da mi­croim­pre­se, al di sot­to dei die­ci di­pen­den­ti, che han­no pre­va­len­te­men­te un mer­ca­to lo­ca­le, cioè la­vo­ra­no al­l’in­ter­no del pro­prio comu­ne, pro­vin­cia, re­gio­ne. So­no im­pre­se spes­so a ge­stio­ne fa­mi­lia­re che, in que­sti an­ni, han­no po­co capitalizzato, cioè non han­no rein­ve­sti­to la lo­ro ric­chez­za nel­l’at­ti­vi­tà, ma han­no com­pra­to ca­se, aper­to al­tri ne­go­zi, ec­ce­te­ra; in­som­ma si so­no ar­ric­chi­ti, ma non han­no ar­ric­chi­to l’a­zien­da, met­tia­mo­la co­sì. Ovviamente non tut­ti, ma una quo­ta con­si­de­re­vo­le.
Nel­l’e­po­ca del­la glo­ba­liz­za­zio­ne, que­sti ele­men­ti pe­cu­lia­ri non so­no più in gra­do di reg­ge­re la com­pe­ti­zio­ne, an­che per­ché quan­do di­cia­mo che è en­tra­to nel mer­ca­to un “Pae­se” co­me la Ci­na o co­me l’In­dia, in real­tà ci rac­con­tia­mo un fal­so, nel sen­so che un con­to è che en­tri un “Pae­se” co­me la Slo­ve­nia, che fa quat­tro mi­lio­ni di abi­tan­ti (co­me il Ve­ne­to), un al­tro con­to è la Ci­na, che fa un mi­liar­do e tre­cen­to mi­lio­ni di per­so­ne, praticamen­te un con­ti­nen­te, pe­ral­tro in cre­sci­ta espo­nen­zia­le. Va da sé che per com­pe­te­re con que­sti sistemi-paese, bi­so­gna es­se­re strut­tu­ra­ti.
Al­lo­ra, per non de­pri­mer­si, è uti­le guar­da­re a quel­le im­pre­se e a quei set­to­ri pro­dut­ti­vi che han­no sa­pu­to regge­re la com­pe­ti­zio­ne in­ter­na­zio­na­le, per pro­va­re a trar­ne del­le in­di­ca­zio­ni sul­la stra­da da se­gui­re.
La pri­ma os­ser­va­zio­ne è che a far­ce­la og­gi so­no so­prat­tut­to le me­die im­pre­se, cioè le im­pre­se più strutturate, quel­le fra i cin­quan­ta e i due­cen­to­cin­quan­ta di­pen­den­ti; quel­le che gli eco­no­mi­sti chia­ma­no le “dri­ver” dello svi­lup­po, cioè quel­le che ap­pun­to gui­da­no lo svi­lup­po. Ana­liz­zan­do le lo­ro per­for­man­ce economi­che vie­ne fuo­ri che, in que­sti an­ni, han­no crea­to più ric­chez­za, e più oc­cu­pa­ti an­che ri­spet­to al­le gran­di im­pre­se. Di qui l’im­por­tan­za di que­sta strut­tu­ra im­pren­di­to­ria­le che è ti­pi­ca­men­te ita­lia­na. Ne­gli al­tri Pae­si, in Ger­ma­nia, in Fran­cia ci so­no le gran­di e le pic­co­le im­pre­se, cioè c’è una po­la­riz­za­zio­ne, da noi inve­ce si so­no af­fer­ma­te le im­pre­se me­die.
– Co­s’han­no fat­to le me­die im­pre­se che ce ­l’hanno fat­ta?
Al­lo­ra, per pri­ma co­sa si so­no in­ter­na­zio­na­liz­za­te. In­ter­na­zio­na­liz­zar­si non vuol di­re de­lo­ca­liz­zar­si. Con “delo­ca­liz­za­zio­ne” dob­bia­mo in­ten­de­re l’im­pre­sa che ha la strut­tu­ra pro­dut­ti­va in Ita­lia e che de­ci­de di far fare le scar­pe a Ti­mi­soa­ra, per poi reim­por­ta­re il se­mi­la­vo­ra­to e com­mer­cia­liz­zar­lo qui. Que­sta è un’operazio­ne che è sta­ta in vo­ga tra la fi­ne de­gli an­ni Ot­tan­ta e i pri­mi an­ni No­van­ta e che pe­rò si è ri­ve­la­ta una logica più di tat­ti­ca che di stra­te­gia, per­ché ri­spon­de esclu­si­va­men­te al­la do­man­da: do­ve pos­so an­da­re a pro­dur­re spen­den­do me­no? Ora, per met­te­re in at­to que­sti pro­ces­si, ci vuo­le uno stu­dio, e poi ci vo­glio­no in­ve­sti­men­ti, cioè non è che io do­mat­ti­na al­zo il te­le­fo­no… Non so­lo, una vol­ta che mi so­no im­pian­ta­to in un ter­ri­to­rio e ho tro­va­to la ma­no­do­pe­ra di­spo­ni­bi­le e ca­pa­ce, ma­ga­ri al­l’i­ni­zio la pos­so an­che pa­ga­re po­co, però, nel tem­po, por­to svi­lup­po e por­tan­do svi­lup­po, au­men­ta­no le ri­chie­ste, ar­ri­va­no i sin­da­ca­ti, il wel­fa­re co­min­cia a co­sta­re e per­tan­to il co­sto del la­vo­ro ten­de ad au­men­ta­re. In­som­ma, nel gi­ro di quat­tro o cin­que anni non mi conviene più pro­dur­re lì e quin­di do­vrei an­da­re in cer­ca di un al­tro po­sto. È evi­den­te che que­sta di­ven­ta un’operazio­ne co­sto­sis­si­ma e che al­la fi­ne non ri­pa­ga.

È al­lo­ra in­val­sa un’al­tra stra­te­gia, che è quel­la del­la in­ter­na­zio­na­liz­za­zio­ne o del­la mul­ti­lo­ca­liz­za­zio­ne. Qual è la dif­fe­ren­za? Pro­ba­bil­men­te, la lo­gi­ca del­l’im­pre­sa è sem­pre quel­la di an­da­re a pro­dur­re do­ve co­sta di me­no, pe­rò, l’e­le­men­to di no­vi­tà è che io va­do in un de­ter­mi­na­to luo­go per­ché sti­mo che il mio pro­dot­to possa di­ven­ta­re lea­der su quel mer­ca­to. Quin­di va­do e pro­du­co tut­to lì. Al­cu­ni ipo­tiz­za­va­no che, fa­cen­do questo, ci sa­reb­be sta­to un im­po­ve­ri­men­to del tes­su­to lo­ca­le. In real­tà, i da­ti di­mo­stra­no che non è co­sì perché nel­l’im­pre­sa che è qui cam­bia la strut­tu­ra pro­fes­sio­na­le. Nel sen­so che, se io pri­ma qui ave­vo bisogno di tanti ope­rai, so­prat­tut­to per “fa­re” il pro­dot­to, ades­so non ho più bi­so­gno di ope­rai, ma ho bi­so­gno di tec­ni­ci, di am­mi­ni­stra­ti­vi, di esper­ti di lo­gi­sti­ca, di ri­cer­ca, per­ché la te­sta la ten­go qui e fac­cio fa­re il la­vo­ro so­prat­tut­to da un’al­tra par­te. Non so se ho re­so l’i­dea…
Se pren­dia­mo la Lot­to, la Geox, ma ne po­trem­mo ci­ta­re tan­te al­tre, so­no im­pre­se che ven­go­no censite co­me “fab­bri­ca tes­si­le”, ma se io va­do den­tro a ve­de­re, gli ope­rai non ci so­no più! Ci so­no solo, appun­to, tec­ni­ci, ri­cer­ca­to­ri, esper­ti di mar­ke­ting, di lo­gi­sti­ca, ec­ce­te­ra, ec­ce­te­ra, fi­gu­re che go­ver­na­no la produ­zio­ne.
Que­ste ope­ra­zio­ni spo­sta­no ver­so l’al­to la do­man­da di pro­fes­sio­na­li­tà di quel ter­ri­to­rio per­ché a quel pun­to non ho più bi­so­gno di ope­rai, ma di tec­ni­ci che par­la­no più lin­gue. In­ve­ce tut­ta la par­te di pro­du­zio­ne la va­do a fa­re da un’al­tra par­te. Que­sta è la dif­fe­ren­za.
Pos­sia­mo ave­re an­che espe­rien­ze di in­ter­na­zio­na­liz­za­zio­ne fat­ta in ca­sa. Una del­le espe­rien­ze emblematiche è la Gra­fi­ca Ve­ne­ta di Tre­ba­se­le­ghe, di­ven­ta­ta fa­mo­sa per­ché stam­pa­va Har­ry Pot­ter. La Gra­fi­ca Veneta non fa al­cu­na pro­du­zio­ne al­l’e­ste­ro, pe­rò il 70% del suo fat­tu­ra­to è fat­to al­l’e­ste­ro. An­che quel­la è un’espe­rien­za in­te­res­san­te. La stam­pa di li­bri, vo­lu­mi, è un pro­dot­to ma­tu­ro. Su co­sa ha la­vo­ra­to quell’imprendito­re, quel­l’im­pre­sa? Ha la­vo­ra­to so­prat­tut­to nel­la ve­lo­ci­tà di rea­liz­za­zio­ne di que­sti pro­dot­ti, quin­di ha aumen­ta­to i vo­lu­mi per ave­re più mar­gi­ne. Poi ha fat­to an­che del­le in­no­va­zio­ni par­ti­co­la­ri: la fabbrica è mol­to pu­li­ta, c’è una fo­re­ste­ria in­ter­na per i clien­ti stra­nie­ri che co­sì pos­so­no ve­de­re co­me si lavora. Inol­tre la­vo­ra set­te gior­ni su set­te, ven­ti­quat­tro ore su ven­ti­quat­tro, quin­di con tur­ni. In­som­ma è un’im­pre­sa internazionalizza­ta e pe­rò è tut­to a Tre­ba­se­le­ghe.
Per di­re che non c’è so­lo l’in­ter­na­zio­na­liz­za­zio­ne “va­do al­l’e­ste­ro”. Se io, pur ri­ma­nen­do qui, rie­sco a mantene­re qua­li­tà, ve­lo­ci­tà e in­no­vo, di­ven­to un “player”, co­me si di­ce, in­ter­na­zio­na­le. I ma­ga­zi­ne del­la Prav­da li stam­pa­no a Tre­ba­se­le­ghe, co­sì co­me i li­bri del Pa­pa.
Ab­bia­mo co­sì in­tro­dot­to il se­con­do ele­men­to, che è l’in­no­va­zio­ne. An­che qui bi­so­gna in­ten­der­si, nel sen­so che l’in­no­va­zio­ne non è so­lo in­no­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca, è an­che rior­ga­niz­za­zio­ne, op­pu­re in­ve­sti­men­to nel brand, nel mar­chio, nel­l’i­den­ti­tà di un cer­to pro­dot­to. Se pen­sia­mo a tut­to il set­to­re agro-in­du­stria­le, qui abbia­mo del­le ec­cel­len­ze di ri­lie­vo. So­prat­tut­to il set­to­re vi­ti­vi­ni­co­lo in que­sti an­ni ha fat­to un gran­de pas­so avan­ti da un pun­to di vi­sta tec­no­lo­gi­co, ma non so­lo. Ne­gli an­ni Ot­tan­ta, in Ve­ne­to in par­ti­co­la­re, ci fu lo scan­da­lo del­l’e­ta­no­lo, qui si fa­ce­va il vi­no con le pol­ve­ri­ne. Can­cel­la­ta tut­ta una se­rie di azien­de, co­s’ha fat­to chi è ri­ma­sto per ri­sol­le­va­re il set­to­re? Ha fat­to in­ve­sti­men­ti in ri­cer­ca, tec­no­lo­gia e brand.
Il da­to in­te­res­san­te è che in­no­va­zio­ne e in­ter­na­zio­na­liz­za­zio­ne van­no a brac­cet­to. Nel sen­so che, se internazio­na­liz­zo, so­no co­stret­to a in­no­va­re e, se in­no­vo, mi in­ter­na­zio­na­liz­zo.
Un’al­tra pre­ci­sa­zio­ne: quan­do par­lia­mo di in­ter­na­zio­na­liz­zar­ci, non pos­sia­mo pen­sa­re che ci internazionalizzia­mo an­dan­do in Ger­ma­nia o in Fran­cia, per­ché il “mer­ca­to do­me­sti­co” or­mai è il mer­ca­to euro­peo. È que­sta la pro­spet­ti­va. In­fat­ti an­che le im­pre­se che espor­ta­no in Eu­ro­pa sof­fro­no, per­ché l’in­te­ra Eu­ro­pa è in cri­si, bi­so­gna guar­da­re ol­tre. Ma per guar­da­re ol­tre, de­vo es­se­re un’im­pre­sa al­me­no di me­die dimen­sio­ni o an­che una pic­co­la im­pre­sa pur­ché in­se­ri­ta in una fi­lie­ra con al­tre im­pre­se che han­no internaziona­liz­za­to.
Ec­co, al­lo­ra, che vie­ne il ter­zo ele­men­to: do­po l’in­ter­na­zio­na­liz­za­zio­ne e l’in­no­va­zio­ne, è l’ag­gre­ga­zio­ne, cioè lo sta­re in­sie­me, a ri­sul­ta­re vin­cen­te. Le im­pre­se ita­lia­ne che spe­ri­men­ta­no una for­ma di ag­gre­ga­zio­ne, so­no cir­ca un quar­to, so­prat­tut­to, ov­via­men­te, nel set­to­re in­du­stria­le.
Co­mun­que, per con­clu­de­re, le ri­cer­che ci di­co­no che riu­sci­re a te­ne­re in­sie­me que­sti tre ele­men­ti og­gi può es­se­re una buo­na ri­cet­ta per sta­re be­ne den­tro a que­sto con­te­sto.
– Di­ce­va che le im­pre­se che re­si­sto­no trai­na­no an­che i for­ni­to­ri…
In Ita­lia, le me­die im­pre­se so­no cir­ca quat­tro­mi­la. Ver­reb­be da di­re: “Con quat­tro­mi­la im­pre­se do­ve vuoi anda­re!?”. La co­sa in­te­res­san­te è che tut­te que­ste im­pre­se la­vo­ra­no in re­te, cioè con una fi­lie­ra. Fat­to 100 il pro­dot­to di una me­dia im­pre­sa, l’80% è fat­to dai suoi for­ni­to­ri. Me­dia­men­te, nel nord d’I­ta­lia, una me­dia im­pre­sa ha cir­ca 240-250 pic­co­li for­ni­to­ri. Co­sa suc­ce­de? Che l’im­pre­sa che fa dei pro­ces­si  di in­no­va­zio­ne, di in­ter­na­zio­na­liz­za­zio­ne, co­strin­ge i pic­co­li a sta­re al pas­so, al­tri­men­ti li la­scia a ter­ra: “Se tu non puoi, mi cerco su in­ter­net un al­tro for­ni­to­re co­me te che fa le stes­se co­se”. Que­sto fa sì che una par­te con­si­sten­te del­le pic­co­le im­pre­se sia co­stret­ta a fa­re un co­sid­det­to “up­gra­ding”, cioè un sal­to evo­lu­ti­vo dal pun­to di vi­sta del ser­vi­zio o del pro­dot­to che for­ni­sce. La Ca­me, che è qui in pro­vin­cia di Tre­vi­so, fa can­cel­li elet­tri­ci. Ora, sic­co­me i for­ni­to­ri lo­ca­li non han­no i mez­zi eco­no­mi­ci per ac­qui­sta­re i mac­chi­na­ri elet­tro­ni­ci uti­li a fa­re il lavoro che ser­ve, la Ca­me li com­pra lei e li dà in af­fi­da­men­to ai pic­co­li for­ni­to­ri. Chia­ro che è un’ar­ma a doppio taglio per­ché co­sì vin­co­la i pic­co­li a un rap­por­to pri­vi­le­gia­to, pe­rò in­tan­to co­strin­ge quel­l’im­pre­sa a fare un salto tec­no­lo­gi­co.
Uno de­gli ef­fet­ti del­la cri­si è una po­la­riz­za­zio­ne net­ta fra im­pre­se, cioè da un la­to ab­bia­mo del­le im­pre­se che van­no be­ne e dal­l’al­tra im­pre­se che van­no ma­le o mol­to ma­le. La via di mez­zo non è da­ta. La cri­si è co­me la la­ma di un col­tel­lo, di­vi­de chi ce la fa da chi non ce la fa. Quin­di il pro­ble­ma è che ab­bia­mo un’am­pia pla­tea di mi­cro e pic­co­le im­pre­se che so­no mol­to a ri­schio, an­che per­ché la do­man­da in­ter­na, cioè i con­su­mi, so­no piat­ti, un po’ per­ché le ri­sor­se eco­no­mi­che del­le fa­mi­glie so­no in­fe­rio­ri, ma an­che per­ché c’è ti­mo­re, cioè non c’è fi­du­cia nel fu­tu­ro, e quin­di ten­dia­mo a pen­sar­ci due vol­te pri­ma di fa­re una spe­sa, so­prat­tut­to in be­ni dure­vo­li, che so­no pro­prio quel­li in cui il no­stro si­ste­ma pro­dut­ti­vo era par­ti­co­lar­men­te for­te.
– Ab­bia­mo par­la­to del­le pic­co­le e me­die im­pre­se che van­no al­l’e­ste­ro. A que­sto pro­po­si­to, mol­ti impren­di­to­ri la­men­ta­no un’as­sen­za qua­si to­ta­le del­le isti­tu­zio­ni, il do­ver fa­re un po’ tut­to da so­li…
È ve­ro e que­sto con­ta tan­tis­si­mo. Noi, pur­trop­po, da que­sto pun­to di vi­sta, non ab­bia­mo un si­ste­ma Pae­se, cioè del­le isti­tu­zio­ni che age­vo­li­no que­sto pro­ces­so.
Al­tro­ve co­sa suc­ce­de? Che il pre­si­den­te fran­ce­se, con il go­ver­na­to­re del­la ban­ca fran­ce­se o quel­lo te­de­sco, van­no in Ci­na, sta­bi­li­sco­no del­le re­la­zio­ni di­plo­ma­ti­che e of­fro­no del­le ga­ran­zie ta­li da fa­ci­li­ta­re lo scam­bio. Do­po­di­ché, le va­rie im­pre­se, Au­chan, Car­re­four, ec­ce­te­ra, ar­ri­va­no, tro­va­no un ter­re­no isti­tu­zio­na­le già pronto e si im­pian­ta­no. Da noi, pur­trop­po, in ol­tre il 60% dei ca­si, le im­pre­se pi­glia­no la va­li­get­ta e vanno da so­le. E que­sto com­por­ta un gros­so di­spen­dio di ener­gie e di ri­sor­se per­ché per an­da­re in Ci­na, de­vi cono­sce­re, non so­lo la lin­gua, ma an­che la cul­tu­ra, la le­gi­sla­zio­ne, e co­sì per an­da­re in Po­lo­nia o in Lituania… Pri­ma ave­va­mo l’I­ce, l’I­sti­tu­to per il com­mer­cio este­ro, che non fun­zio­na­va. Ora è sta­to ria­per­to, ma anco­ra non se ne ve­de trac­cia. Le am­ba­scia­te ita­lia­ne or­ga­niz­za­no ten­den­zial­men­te oc­ca­sio­ni cul­tu­ra­li, feste… E tut­to que­sto men­tre il no­stro Ma­de in Ita­ly è tor­na­to ad ave­re un gran­de ap­peal. Ci so­no set­to­ri, come il design, la mo­da, do­ve noi sia­mo al top, pe­rò nel­l’a­groa­li­men­ta­re avrem­mo gran­dis­si­me po­ten­zia­li­tà.
In­ve­ce co­sa suc­ce­de? Che il Mi­ni­ste­ro fa una sua ini­zia­ti­va, la Ca­me­ra di com­mer­cio ne fa un’al­tra, la singola re­gio­ne ne fa un’al­tra an­co­ra.
Le isti­tu­zio­ni, quan­do gli fai pre­sen­te que­sta co­sa, ri­spon­do­no: “Sì, pe­rò in Ger­ma­nia o in Fran­cia ba­sta mette­re d’ac­cor­do quel­le quat­tro o cin­que gran­di im­pre­se. Qui da noi in­ve­ce de­vi ave­re a che fa­re con una pletora di im­pren­di­to­ri, ognu­no con le sue esi­gen­ze…”. Que­sto è ve­ro, pe­rò Ber­lu­sco­ni non è mai an­da­to in Ci­na, per dir­ne una. C’e­ra an­da­to Ciam­pi, a suo tem­po, mi sem­bra con Mon­te­ze­mo­lo, poi nien­te. Que­sto è uno di quei viag­gi che an­dreb­be fat­to al­me­no una vol­ta l’an­no.
– Al­cu­ni di­stret­ti so­no riu­sci­ti a ri­met­te­re in gio­co le lo­ro com­pe­ten­ze cam­bian­do il pro­dot­to.
Pren­dia­mo il di­stret­to del­la se­dia di Man­za­no, in Friu­li: fa­ce­va­no l’80% del­le se­die in Eu­ro­pa, per di­re la poten­za che han­no avu­to que­sti di­stret­ti. Che co­sa suc­ce­de? Suc­ce­de che i nor­de­sti­ni che pro­du­ce­va­no le mac­chi­ne per fa­re le se­die so­no an­da­ti a ven­der­le in Ci­na ed ec­co la ne­me­si del­la sto­ria… Pro­prio i ci­ne­si, con le mac­chi­ne pro­dot­te da­gli ita­lia­ni, si so­no mes­si a fa­re le stes­se se­die dei man­za­ne­si. In bre­ve tem­po quel­le im­pre­se non han­no più ret­to il mer­ca­to. Al­lo­ra, le azien­de più fur­be, quel­le che han­no sa­pu­to co­glie­re me­glio que­sto cam­bia­men­to, si so­no mes­se a fa­re al­tre co­se. C’è chi si è but­ta­to sul de­si­gn, e quin­di fa mobi­li di de­si­gn, piaz­zan­do­si su una fa­scia di mer­ca­to più al­to. Al­tri han­no co­min­cia­to a fa­re let­ti­ni sa­ni­ta­ri o poltro­ne per den­ti­sti, sem­pre di se­die par­lia­mo, pe­rò con tec­no­lo­gia, ri­cer­ca dei ma­te­ria­li. Al­tri an­co­ra si so­no spe­cia­liz­za­ti ne­gli ar­re­di del­le na­vi di lus­so, de­gli ya­cht.
Un al­tro di­stret­to fa­mo­so è quel­lo del­la col­tel­le­ria a Pa­sian di Pra­to, sem­pre Friu­li Ve­ne­zia Giu­lia, do­ve veniva­no fat­ti i col­tel­li mi­glio­ri al mon­do. Stes­sa sto­ria: noi ven­dia­mo le mac­chi­ne per fa­re i col­tel­li ai ci­ne­si…
Ades­so i col­tel­li che ven­go­no fat­ti in quel­l’a­rea han­no il ma­ni­co in cor­no, so­no la­vo­ra­ti a ma­no… Un col­tel­lo per af­fet­ta­re il pa­ne, com­pren­si­vo del­la con­fe­zio­ne, le co­sta cen­to­ven­ti, cen­to­qua­ran­ta eu­ro, per di­re. An­che lì, spaz­za­te via tut­te le pic­co­le im­pre­se, quel­le più bra­ve o si so­no but­ta­te su una col­tel­le­ria di al­ta specializza­zio­ne, im­pre­zio­si­ta, op­pu­re, per esem­pio, han­no co­min­cia­to a fa­re le tur­bi­ne de­gli ae­rei. Ha presen­te la tur­bi­na di un ae­reo, è fat­ta di tan­te la­me, son sem­pre la­me, pe­rò ha un con­te­nu­to tec­no­lo­gi­co mol­to, ma mol­to, più ele­va­to. Op­pu­re han­no co­min­cia­to a fa­re le eli­che per i mo­to­ri del­le na­vi. Stia­mo parlando sem­pre di la­me, pe­rò…
– In tut­to que­sto sta cam­bian­do an­che la cul­tu­ra del la­vo­ro e dei la­vo­ra­to­ri…
L’in­tro­du­zio­ne del­le nuo­ve tec­no­lo­gie ne­gli am­bien­ti di la­vo­ro ha re­so i la­vo­ra­to­ri, fra vir­go­let­te, più au­to­no­mi, nel sen­so che sem­pre più per­so­ne pos­so­no au­to­ge­stir­si il la­vo­ro. Que­sto per di­re che non ci so­no so­lo elemen­ti di pre­ca­riz­za­zio­ne e mar­gi­na­liz­za­zio­ne. A Vi­cen­za c’è Bi­saz­za, un’im­pre­sa che fa le tes­se­re di mosai­co per i ba­gni. Se lei va in fab­bri­ca, co­sa tro­va? Tro­va che gli ope­rai la­vo­ra­no in una stan­za co­me il mio stu­dio con in mez­zo, sul pa­vi­men­to, una sab­bie­ra e sul­la scri­va­nia un com­pu­ter con il di­se­gno dell’architet­to. Be­ne, que­sto ope­ra­io che co­sa fa? Guar­da il di­se­gno, poi pren­de le tes­se­ri­ne e co­min­cia a met­ter­le sul­la sab­bia per co­strui­re il di­se­gno, do­po­di­ché va al com­pu­ter e mo­di­fi­ca il pro­get­to sul­la scor­ta di quel­lo che ef­fet­ti­va­men­te de­ve rea­liz­za­re per­ché, co­me sem­pre, tra la teo­ria e la pra­ti­ca, c’è uno scar­to. Allo­ra, que­sto la­vo­ra­to­re, che fac­cio fa­ti­ca a de­fi­ni­re ope­ra­io, agi­sce sul com­pu­ter e mo­di­fi­ca, a sua vol­ta, il la­vo­ro del­l’ar­chi­tet­to, quin­di, im­met­te del­l’au­to­no­mia de­ci­sio­na­le nel suo la­vo­ro. Que­sto è un esem­pio.
Nel­le im­pre­se sem­pre più si la­vo­ra in team e sem­pre me­no da so­li. Ele­men­ti di au­to­no­mia, di fles­si­bi­li­tà (ovvia­men­te fac­cia­mo un di­scor­so ge­ne­ra­le, per­ché poi c’è quel­lo che la­vo­ra in fon­de­ria, do­ve di au­to­no­mia ce n’è po­ca) fan­no sì che l’ap­proc­cio al la­vo­ro mu­ti nel­la te­sta del­la gen­te, nel­la cul­tu­ra. I sin­da­ca­ti pur­trop­po non han­no fat­to una ri­fles­sio­ne cul­tu­ra­le sui cam­bia­men­ti del mon­do del la­vo­ro, le pa­ro­le d’or­di­ne so­no sempre le stes­se, il mo­do di or­ga­niz­za­re la so­li­da­rie­tà è sem­pre quel­lo. Ma in real­tà, poi, nei luo­ghi di la­vo­ro, le azio­ni dei sin­go­li pren­do­no vie di­ver­se. Per esem­pio una par­te con­si­sten­te di la­vo­ra­to­ri si au­tor­ga­niz­za nel fa­re le ri­chie­ste, non pas­san­do at­tra­ver­so il sin­da­ca­to, né an­dan­do da so­li, ma met­ten­do­si as­sie­me fra di loro.
– Quin­di sta cam­bian­do pu­re la cul­tu­ra ne­go­zia­le…
In ba­se al­le ri­cer­che fat­te sui la­vo­ra­to­ri di­pen­den­ti, ri­sul­ta che l’ap­proc­cio pre­va­len­te è quel­lo che chia­mo “me­ri­to-so­li­da­le”. Che vuol di­re, so­stan­zial­men­te, che tut­ti de­vo­no ave­re le stes­se op­por­tu­ni­tà di par­ten­za, pe­rò poi ognu­no de­ve cor­re­re sul­la ba­se dei suoi ta­len­ti e del pro­prio me­ri­to. Que­sto è, di­cia­mo, l’orientamen­to cul­tu­ra­le pre­va­len­te fra i la­vo­ra­to­ri. Poi, chia­ra­men­te, la co­sa va de­cli­na­ta a se­con­da de­gli am­bi­ti pro­dut­ti­vi, per­ché una lo­gi­ca di que­sto ge­ne­re si spo­sa di più con im­pre­se pri­va­te che non nel pubblico. Pur­trop­po nel pub­bli­co il me­ri­to è una pa­ro­la che non esi­ste.
A que­sti orien­ta­men­ti cul­tu­ra­li, si som­ma­no quel­li re­la­ti­vi al­le ti­po­lo­gie di ne­go­zia­zio­ne e al­le for­me di tu­te­la de­gli in­te­res­si dei la­vo­ra­to­ri. Se chie­dia­mo ai la­vo­ra­to­ri (iscrit­ti e non) co­sa fa­reb­be­ro per ot­te­ne­re di più nei po­sti di la­vo­ro, emer­ge que­sta tri­par­ti­zio­ne so­stan­zia­le: il 40% ri­spon­de che trat­ta di­ret­ta­men­te con il padrone e so­lo il 28% con il sin­da­ca­to. Do­po­di­ché c’è un 30% che espri­me una nuo­va for­ma di so­li­da­rie­tà, cioè unen­do le pro­prie ri­chie­ste tra col­le­ghi. Un ri­sul­ta­to for­se ov­vio te­nen­do pre­sen­te che la mag­gio­ran­za dei la­vo­ra­to­ri ita­lia­ni è oc­cu­pa­ta in im­pre­se pic­co­le e pic­co­lis­si­me.  Quan­do dun­que si di­ce che c’è sem­pre me­no so­li­da­rie­tà tra i la­vo­ra­to­ri, in real­tà non è ve­ro. C’è sem­mai la ri­cer­ca di nuo­ve for­me di so­li­da­rie­tà che non ven­go­no in­ter­cet­ta­te  da­gli at­to­ri tra­di­zio­na­li.
C’è un al­tro aspet­to che con­ti­nua ad es­se­re po­co con­si­de­ra­to ed è il li­vel­lo di gra­ti­fi­ca­zio­ne che si cer­ca nel la­vo­ro e che spie­ga per­ché ci so­no del­le per­so­ne che mol­la­no il po­sto con­si­de­ra­to “si­cu­ro” per an­da­re a fa­re qual­co­s’al­tro, di più ap­pas­sio­nan­te. Le ri­cer­che mo­stra­no che, a pa­ri­tà di sti­pen­dio, ci si in­di­riz­za di più ver­so quel­lo che ci aiu­ta a cre­sce­re pro­fes­sio­nal­men­te. Que­sto è un por­ta­to cul­tu­ra­le mol­to for­te che in­te­res­sa soprat­tut­to le gio­va­ni ge­ne­ra­zio­ni, ma non so­lo.
La gran­de mag­gio­ran­za dei la­vo­ra­to­ri la pen­sa in mo­do di­ver­so da quel­lo che sia­mo orien­ta­ti a im­ma­gi­na­re. Tan­t’è che la di­spo­ni­bi­li­tà a ele­men­ti di fles­si­bi­li­tà o che a in­ve­sti­re nel­l’im­pre­sa è mol­to più ele­va­ta di quel­lo che si pen­si. Poi, un con­to è il di­bat­ti­to che c’è a Ro­ma, un al­tro è quel­lo che av­vie­ne nei ter­ri­to­ri. La stes­sa Cgil che a Ro­ma ha un ruo­lo co­sì op­po­si­ti­vo, poi nei ter­ri­to­ri fir­ma con­trat­ti di par­te­ci­pa­zio­ne, pat­ti di sviluppo, ecc.
– Di­ce­va che ini­zia­no ad es­ser­ci espe­rien­ze di co-ge­stio­ne…
An­che a par­ti­re dal­la si­tua­zio­ne di cri­ti­ci­tà, si ve­ri­fi­ca­no sem­pre più fre­quen­te­men­te ten­ta­ti­vi di coinvolgimento dei la­vo­ra­to­ri nel­le de­ci­sio­ni. Un’e­spe­rien­za in­te­res­san­te è la Me­vis, una dit­ta di Ro­sà, vi­ci­no a Bas­sa­no del Grap­pa, che fa com­po­nen­ti per au­to; ha al­me­no uno sta­bi­li­men­to in Slo­vac­chia, quin­di è inter­na­zio­na­liz­za­ta e con­ta sui tre­cen­to di­pen­den­ti.
La Me­vis ha or­ga­niz­za­to il la­vo­ro e i la­vo­ra­to­ri in squa­dre che fan­no un cam­pio­na­to in­ter­no per il raggiungimen­to de­gli obiet­ti­vi, ma, so­prat­tut­to, ren­de par­te­ci­pi dei ri­sul­ta­ti d’im­pre­sa gli stes­si la­vo­ra­to­ri. Finan­zia­ria­men­te in­ten­do. I la­vo­ra­to­ri espri­mo­no dei rap­pre­sen­tan­ti che, in­sie­me al ma­na­ge­ment dell’impresa, de­ci­do­no gli obiet­ti­vi di pro­dut­ti­vi­tà da rag­giun­ge­re. Pe­rio­di­ca­men­te si ri­tro­va­no e in ba­se ai risul­ta­ti ven­go­no da­ti gli in­cen­ti­vi. Poi due vol­te l’an­no, in as­sem­blea, sem­pre con la pro­prie­tà e il management, si guar­da­no l’an­da­men­to eco­no­mi­co e i ri­sul­ta­ti rag­giun­ti, co­me se fos­se una coo­pe­ra­ti­va (ma non è una coo­pe­ra­ti­va) con un coin­vol­gi­men­to co­sì for­te che gli stes­si la­vo­ra­to­ri met­to­no sol­di den­tro l’impresa.
– Stan­no cam­bian­do an­che i co­stu­mi. Og­gi a pre­mia­re è il low co­st o il lus­so…
Que­sto è quel­lo che ci se­gna­la­no le im­pre­se in ter­mi­ni di cam­bia­men­ti cul­tu­ra­li sul mer­ca­to. Ci so­no due profi­li pre­va­len­ti: da un la­to, quel­lo che chia­mia­mo il “lus­so ri­fles­si­vo” e dal­l’al­tro il low-co­st. Il lus­so ri­fles­si­vo si­gni­fi­ca: “Io so­no di­spo­sto a spen­de­re fa­cen­do pe­rò un rap­por­to qua­li­tà-prez­zo”. Quin­di non so­no di­spo­sto a spen­de­re a pre­scin­de­re, a sper­pe­ra­re. Al­l’al­tro ca­po c’è la pro­pen­sio­ne ver­so il low co­st, quin­di a cer­ca­re qual­co­sa che co­sti di me­no. Pe­rò que­sto è un con­ti­nuum, cioè fra i due po­li ci so­no tan­te si­tua­zio­ni intermedie che iden­ti­fi­ca­no an­che uno stes­so con­su­ma­to­re.
Al­lo stes­so mo­do la gen­te non va più via i quin­di­ci gior­ni, pe­rò si tie­ne i sol­di per far­si una set­ti­ma­na a Sharm-el-Sheik (che co­sta di me­no che an­da­re in mon­ta­gna!) op­pu­re per an­da­re nel re­sort a fa­re una settima­na nel lus­so. Lun­go que­sto con­ti­nuum, ov­via­men­te, io mi po­si­zio­no sul­la ba­se del mio por­ta­fo­glio, nel sen­so che pos­so sta­re più ver­so il lus­so ri­fles­si­vo o più ver­so l’op­po­sto, a se­con­da del­le mie pos­si­bi­li­tà, ma le due co­se pos­so­no sta­re as­sie­me. An­zi, ten­den­zial­men­te stan­no as­sie­me. Cioè io va­do a fa­re la spe­sa al di­scount du­ran­te la set­ti­ma­na, pe­rò se ca­pi­ta un in­vi­to a ce­na vo­glio la bot­ti­glia di vi­no di un cer­to ti­po, la salsa, il pe­sce, e su quel­lo so­no di­spo­sto a spen­de­re.
– Si di­ce che que­sta cri­si stia ope­ran­do una sor­ta di se­le­zio­ne per cui so­lo il più adat­to ce la fa. Ma qual è il tas­so di mo­rìa di chi non ce la fa?
Nel Nor­de­st stia­mo su­ben­do una per­di­ta di im­pre­se, in va­lo­re as­so­lu­to, più ele­va­ta che nel re­sto d’I­ta­lia. Rispet­to al­l’i­ni­zio del­la cri­si, cioè al pri­mo tri­me­stre 2009, in ba­se ai da­ti ag­gior­na­ti al ter­zo tri­me­stre 2012, com­ples­si­va­men­te ab­bia­mo per­so l’1,2% di im­pre­se, men­tre in Ita­lia c’è sta­to un ca­lo del­lo 0,4%. L’in­du­stria ca­la del 6,3% con­tro il 5,3% del­l’I­ta­lia; le co­stru­zio­ni ca­la­no del 3,7% con­tro lo 0,7%. Te­nia­mo un po’ me­glio in agri­col­tu­ra, un set­to­re, di­cia­mo co­sì, in con­tro­ten­den­za. Cre­sco­no in­ve­ce tut­te le im­pre­se del ter­zia­rio, servi­zi al­le im­pre­se e ser­vi­zi al­la per­so­na, pe­rò la lo­ro cre­sci­ta, il lo­ro au­men­to non com­pen­sa la per­di­ta.
Qui era­va­mo obe­si di im­pre­se e un po’ al­la vol­ta stia­mo fa­cen­do una cu­ra di­ma­gran­te. So­lo che in­tan­to aumen­ta la di­soc­cu­pa­zio­ne, ov­via­men­te. Il pro­ble­ma è che mol­te di que­ste im­pre­se non han­no ca­pi­to che biso­gna­va fa­re un sal­to di un cer­to ti­po an­ni fa. In que­sto sen­so, la cri­si è di ca­rat­te­re dar­wi­nia­no, cioè ce la fan­no quel­li che han­no avu­to la ca­pa­ci­tà di leg­ge­re i se­gna­li del mer­ca­to e di fa­re i cam­bia­men­ti ne­ces­sa­ri a so­prav­vi­ve­re. Gli al­tri soc­com­bo­no. (a cu­ra di Bar­ba­ra Ber­ton­cin – da UNA CITTA’, mensile di Forlì, www.unacitta.it/)

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