La geografia dei GIOVANI SENZA SPERANZA: la necessità di superare l’immobilismo sociale contro il futuro dei bambini, degli adolescenti e dei giovani, e creare OPPORTUNITA’ e LAVORO per un futuro di benessere – il CONTESTO GLOBALE e LOCALE e le possibilità concrete

Sagome di cartone bianche e rosse raffiguranti bambini che lanciano accuse tremende, come «mi hanno rubato l'aria pulita», «mi hanno rubato la mensa scolastica», «mi hanno rubato una casa tutta mia», «mi hanno rubato il futuro», posizionate in punti strategici dei centri storici: con questa azione «aggressiva» è partita in 14 città italiane la campagna di SAVE THE CHILDREN «ALLARME INFANZIA», che vuole accendere i riflettori sulla condizione dei minori in Italia
Sagome di cartone bianche e rosse raffiguranti bambini che lanciano accuse tremende, come «mi hanno rubato l’aria pulita», «mi hanno rubato la mensa scolastica», «mi hanno rubato una casa tutta mia», «mi hanno rubato il futuro», posizionate in punti strategici dei centri storici: con questa azione «aggressiva» è partita in 14 città italiane la campagna di SAVE THE CHILDREN «ALLARME INFANZIA», che vuole accendere i riflettori sulla condizione dei minori in Italia

   La Campagna shock che sta portando avanti l’Organizzazione “Save the children”, con iniziative in 14 città italiane, fino al 5 giugno, dove manichini di cartone di bambini collocati nelle strade e nei luoghi pubblici di maggior visibilità denunciano il “FURTO DI FUTURO” cui essi (bambini, giovani…) sono attualmente soggetti, con povertà crescenti delle proprie famiglie, con il peggioramento dell’inquinamento ambientale, con mancanza di prospettive di lavoro nel loro futuro…, pertanto in tutti i contesti, economici e non, sfavorevoli proprio alle giovani generazioni (“mi hanno rubato il futuro”, “mi hanno rubato l’aria”, “mi hanno rubato la mensa a scuola”…vedete il sito italiano di “save the children”: http://www.savethechildren.it/), ebbene questa campagna shock rappresenta la realtà del contesto nazionale attuale di immobilismo sociale, politico, culturale. Pagato appunto, questo immobilismo, in primis dalle giovani generazioni.

PAESI EUROPEI - livello di spesa per i minori - LIVELLO DI SPESA PER I MINORI CALCOLANDO LA SPESA SOCIALE PER L’AREA FAMIGLIA E MINORI E SPESA PER LA SCUOLA DI INFANZIA, PRIMARIA E SECONDARIA. Elaborazione su dati Eurostat, 2011 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
PAESI EUROPEI – livello di spesa per i minori – LIVELLO DI SPESA PER I MINORI CALCOLANDO LA SPESA SOCIALE PER L’AREA FAMIGLIA E MINORI E SPESA PER LA SCUOLA DI INFANZIA, PRIMARIA E SECONDARIA. Elaborazione su dati Eurostat, 2011 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Il “non lavoro”, il diffondersi delle povertà, la mancanza di iniziative concrete e “sbloccanti” per rimettere virtuosamente in moto la società, provoca un declino, un decadimento, che non ha scusanti.

   Istituzioni ed enti che non vogliono sciogliersi, ma mantengono le loro rendite di posizione (pensiamo a 8.000 inutili comuni…); territori e ambienti, urbani e non, che si degradano all’incuria e allo sfruttamento (si parla di “basta al cemento” ma si continua a cementificare con la diffusione irresponsabile di grandi e piccole opere pubbliche di poca o nessuna utilità; la mancanza di “attenzione” alle politiche di iniziativa per gli adolescenti (da questo blog avevamo lanciato, come altri, la campagna per un SERVIZIO CIVILE OBBLIGATORIO EUROPEO – per tutti i giovani, sul modello studentesco dell’Erasmus – onde far conoscere alle ragazze e ai ragazzi italiani – ed europei – le realtà del nostro Continente innovative nel campo dell’agricoltura, dell’industria, del recupero ambientale, delle nuove tecnologie ecocompatibili, di qualsiasi innovazione… potendo lavorare come tirocinanti in queste esperienze (e garantendo loro un reddito minimo per l’anno o i due anni di questo servizio civile formativo…)… ebbene tutto ora sembra ridursi a pur nobili “staffette” con gli anziani, contratti di solidarietà tra generazioni (ammesso che funzionino…) per entrare in un sempre più risicato mondo del lavoro (ne parliamo in un articolo inserito in questo post…).save-the-children

   Da questo blog geografico, da questo momento, torniamo a rilanciare con ancor più convinzione la necessità di misure convinte, concrete, forti, per RIMETTERE IN GIOCO I GIOVANI, le loro intelligenze, la loro creatività. Magari con “iniziative dal basso”, autoprodotte, che alcune stanno avvenendo, e che proveremo a far conoscere perché vengano conosciute, imitate. E ribadendo pure riforme istituzionali da fare, geografie di poteri da cambiare, la fine dei parassitismi (anche nostri, di tutti, nel loro piccolo)… Una generosa “rivolta” per la riconquista di un futuro possibile. Una lista di PROPOSTE VIRTUOSE da attuarsi subito è il nostro impegno qui (e ogni vostro contributo a far sapere esperienze che conoscete torna essenziale). s.m.

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CI HANNO RUBATO IL FUTURO

20/5/2013, dal sito “Mondo alla Rovescia” www.mondoallarovescia.com/

   E’ un vero e proprio furto di futuro quello in corso ai danni dei bambini, adolescenti e giovani che vivono in Italia. La povertà, nelle sue varie forme – sociale, economica, d’istruzione, di lavoro – li sta colpendo come non mai derubandoli di prospettive ed opportunità. E con il futuro di chi è giovane oggi, si sta disintegrando il futuro dell’Italia tutta. Occorre dare l’allarme.

   Quattro le principali e più pesanti “ruberie” commesse a spese del nostro ben poco considerato “giovane capitale umano”:

1) il taglio dei fondi per minori e famiglia – con l’Italia al 18esimo posto nell’Europa dei 27 per spesa per l’infanzia e famiglia, pari all’1,1% del Pil;

2) la mancanza di risorse indispensabili per una vita dignitosa – dunque “furto” di cibo, vestiti, vacanze, sport, libri, mensa e rette scolastiche e universitarie: quasi il 29% di bambini sotto i 6 anni, pari a 950.000 circa – vive ai limiti della povertà tanto che il nostro paese è al 21esimo posto in Europa per rischio povertà ed esclusione sociale fra i minori 0-6 anni, e il 23,7% vive in stato di deprivazione materiale;

3) il furto d’istruzione: Italia 22esima per giovani con basso livello d’istruzione – il 28,7% tra i 25 e i 34 anni (1 su 4), per dispersione scolastica, pari al 18,2% di under 25 (1 su 5);

4) Italia all’ultimo posto per tasso di laureati, il 20% dei giovani fra 30 e 34 anni, pari a 760.000;

furto di lavoro: i giovani disoccupati sono il 38, 4% degli under 25, il quarto peggior risultato a livello europeo mentre i NEET (giovani che non lavorano e non sono in formazione) sono 3 milioni e 200.000 e posizionano il nostro paese al 25esimo posto su 27.

   E’ il drammatico scenario che emerge dal nuovo dossier di Save the Children “L’isola che non sarà” diffuso insieme alla indagine “Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani” e realizzata per l’Organizzazione da Ipsos, in occasione del lancio della campagna Allarme infanzia, a sostegno dell’infanzia a rischio in Italia.

   Attraverso di essa, dal 20 maggio al 5 giugno l’Organizzazione denuncerà il gravissimo deficit di futuro delle giovani generazioni e chiederà una massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica affinché le istituzioni mettano in campo interventi urgenti e strutturali in favore di minori e giovani, sempre più minacciati nel diritto ad una vita dignitosa.

   La campagna è curata nella creatività da Grey e si sviluppa intorno al concetto di “furto di futuro” a cui danno corpo dei ritratti di bambini che denunciano il furto attraverso alcune frasi (“Mi hanno rubato la terza media”, “Mi hanno rubato la mensa a scuola”). Questi ritratti si sono visti su migliaia di macchine e sui muri di Roma e Milano, o mostrate dai volontari di Save the Children in altre 14 città italiane: una guerrilla metropolitana per descrivere la gravità della condizione di bambini e giovani e suscitare una reazione fattiva, invitando tutti a moltiplicare l’allarme denunciando il furto di futuro con una proprio messaggio sul sito allarmeinfanzia.it.

   “Per quantificare il furto di futuro che si sta commettendo ai danni delle giovani generazioni, Save the Children ha utilizzato 12 indicatori Eurostat che permettono di comparare le chance dei bambini italiani con quelle dei loro coetanei europei. Il risultato, riassunto in 5 mappe e classifiche dei 27 paesi dell’Ue, compresa l’Italia, è deprimente”, spiega Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia. “Considerando i diversi indicatori, il nostro paese si posiziona per 7 volte oltre il ventesimo posto in classifica. Un posizionamento molto negativo che Save the Children ha tradotto in una mappa sintetica in cui l’Italia appare di dimensioni molto ridotte rispetto alle attuali, a indicare la perdita di futuro per i bambini e adolescenti, rispetto ai quali stanno peggio solo i minori di Bulgaria e Grecia”.

   Le evidenze del dossier sembrano trovare rispondenza anche nella ricerca “Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani” e realizzata per Save the Children da Ipsos, attraverso la quale l’organizzazione ha voluto interpellare direttamente i ragazzi e i loro genitori per capire il loro punto di vista sulla situazione attuale, sull’impatto della crisi economica, su quello che si aspettano dal domani.

Ecco cosa dice l’ISTAT: 15 milioni di persone in difficoltà economica, uno su quattro in condizione di deprivazione, e il 40 per cento di questi italiani si trova nel mezzogiorno. Non solo: oltre due milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni non lavorano né studiano, e l’Italia ha «la quota più alta d’Europa» (2 milioni 250 mila nel 2012, pari al 23,9%, circa uno su quattro) di questi cosiddetti NEET, acronimo inglese di "Not in Education, Employment or Training". (da www.europaquotidiano.it/)
Ecco cosa dice l’ISTAT: 15 milioni di persone in difficoltà economica, uno su quattro in condizione di deprivazione, e il 40 per cento di questi italiani si trova nel mezzogiorno. Non solo: oltre due milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni non lavorano né studiano, e l’Italia ha «la quota più alta d’Europa» (2 milioni 250 mila nel 2012, pari al 23,9%, circa uno su quattro) di questi cosiddetti NEET, acronimo inglese di “Not in Education, Employment or Training”. (da http://www.europaquotidiano.it/)

   In altalena fra la paura per il futuro, irto di molte più difficoltà rispetto a quelle incontrate dai genitori (per il 17% degli adolescenti), al punto da temere di non farcela (6%) – e un certo ottimismo proprio dell’età, che fa pensare loro che la riuscita nella vita dipenda da loro stessi (37%). In mezzo i “consapevoli” ma animati da giovanile energia, cioè coloro che temono di incontrare varie difficoltà ma che troveranno il modo di cavarsela(13%).

   Tra i genitori più diffuso il pessimismo: ben il 31% ha paura che i propri figli incontreranno molte difficoltà in più rispetto alle proprie (il 4% ha addirittura molta paura che non ce la faranno. E solo il 16% degli adulti pensa che i propri figli riusciranno a realizzare i propri sogni e ad avere una vita migliore della propria. Un futuro anche lontano e altrove geograficamente: il lavoro dei sogni – lo dichiara 1 ragazzo su 4 – potrebbe richiedere il trasferimento all’estero, visto come opportunità (“spero di riuscire a trasferirmi all’estero” dice il 12%) o come ripiego (“temo che dovrò andare all’estero” dichiara il 12%). Ma il lavoro dei sogni potrebbe anche restare un sogno: “con la situazione che c’è dovrò considerarmi fortunato se avrò un lavoro”, dice il 27% delle ragazze e ragazzi italiani (28% dei genitori).

   Due terzi dei genitori dichiarano di avere in qualche misura dovuto fare i conti con la crisi (66%). La percentuale sale tra i ragazzi, probabilmente perché la congiuntura economica negativa si traduce per loro in molte rinunce, piccole e grandi, che ne amplificano l’impatto.

   8 adolescenti su 10 hanno infatti dichiarano di aver dovuto tagliare qualcosa: per il 69% si tratta delle spese per il tempo libero – cinema, discoteca, pizza con gli amici – (secondo i genitori ben l’86%), per il 68% è l’acquisto di vestiti, scarpe e accessori (75% per i genitori). Ma la crisi limita anche importanti opportunità educative e di crescita: per il 35% l’iscrizione ad attività sportive e ricreative (45% dei genitori), seguito dalla partecipazione alle gite scolastiche (22%, dato speculare anche per i genitori) e dall’acquisto di libri il 12% (23% per i genitori).

  mi hanno rubato l'aria pulita E povertà economica, spesso significa anche povertà d’istruzione: uno smacco per tanti genitori, eco di un passato che sembrava alle spalle, è l’ammissione – per il 31% di madri e padri – di non poter pagare l’università ai propri figli, i quali dovranno trovarsi un lavoro per contribuire alle spese (secondo il 22% dei genitori intervistati), oppure bisognerà fare un prestito (9%). Rispetto alla chiusura degli studi con il ciclo secondario superiore, i genitori sembrano più ottimisti dei figli (solo il 18%, contro il 28% degli studenti), ma esistono percentuali residuali sia nei genitori che nei ragazzi che pensano che il ciclo di studi si concluderà con la scuola dell’obbligo. Ma oltre all’istruzione, sembra delinearsi un impatto della crisi che colpisce anche la cultura e l’ambiente sociale.

   Secondo i genitori italiani i propri figli vanno al cinema meno frequentemente di quanto si desidererebbero, a causa del costo del biglietto (53%, 68% per i ragazzi), o perché sempre più sale chiudono come segno difficile fase economica (7% genitori e 6 % dei ragazzi). Per porre un freno al caro libri (percepito dal 22% degli adulti e dal 24% dei ragazzi), la biblioteca si propone come soluzione prevalente per i “divoratori” di quelli extrascolastici (29% dei genitori e dal 28% dei ragazzi).

   Allarmante, ma probabilmente segno di una crescente e dilagante “povertà di cultura”, il fatto che per un adolescente su 5, la lettura non rappresenti un interesse. Per il 17% dei ragazzi (21% dei genitori), le vacanze non ci sono già più mentre il 23% (15% dei genitori) le ha fatte ma più brevi del solito. Fra i genitori il 7% ci ha rinunciato per consentirle ai figli mentre 1 su 3 dice di riuscire a realizzarle grazie ad offerte low cost o all’appoggio di parenti e amici.

   Tra le famiglie in difficoltà in italia, 6 famiglie su 10 hanno deciso di non chiedere aiuti esterni (e, quindi presumibilmente di prelevare dai risparmi, oppure di smettere di risparmiare), tra le altre, la famiglia allargata resta la prima risorsa per chiedere e ottenere un sostegno (29% dei genitori). I ragazzi in più della metà dei casi ne parlano tra loro (57%) e i segnali tra i coetanei – meno danaro a diposizione (49%), limitazioni di uscita (25%), fino a lavoretti occasionali (9%) + 7%) – vengono colti con grande puntualità.

   Aiuti economici diretti come la “carta acquisti” ai nuclei familiari in difficoltà è la prima misura-anticrisi che i politici dovrebbero prendere per il 41% dei genitori, seguita dalla gratuità della mensa scolastica (18%) e dalla garanzia di accesso agli asili nido per le famiglie con bambini piccoli (17%). Inoltre “servizi migliori per i giovani” garantirebbero per il 42% dei genitori e il 64% dei ragazzi un ambiente migliore in cui vivere e crescere.

   “Il generale impoverimento delle giovani generazioni va in parallelo con una colpevole e annosa disattenzione nei loro confronti, che si sta traducendo in una gravissima privazione di prospettive, in una parola, di futuro”, continua Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia, “Cancellare il futuro di bambini e giovani significa compromettere il futuro dell’intero paese”.

   Un piano specifico e articolato di contrasto alla povertà minorile, che preveda al suo interno alcune misure prioritarie come l’estensione della carta d’inclusione sociale per l’acquisto di beni essenziali, non solo a quei nuclei con figli, in situazione di povertà estrema ma a tutte le famiglie a basso reddito con minori in difficoltà; un piano d’investimento a favore dell’istruzione pubblica, per tenere aperte le scuole con attività educative anche il pomeriggio e per garantire, senza ulteriori costi per le famiglie, l’insegnamento delle materie curricolari e i servizi di trasporto e mensa gratuiti per le famiglie più in difficoltà.

   Un nuovo piano per l’utilizzo dei Fondi europei che concentri le risorse sullo sviluppo non solo delle infrastrutture fisiche ma anche del “capitale umano”, a partire dal potenziamento dei servizi alla prima infanzia. Sono alcune delle proposte di Save the Children per un “ritorno al futuro”. (dal sito www.mondoallarovescia.com/)

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VEDI, PER LA CAMPAGNA DI “SAVE THE CHILDREN”, QUESTI SITI:

http://www.savethechildren.it/

http://www.allarmeinfanzia.it/

http://www.allarmeinfanzia.it/news/le-foto-della-guerrilla-di-save-the-children-per-dare-l-allarme-infanzia/

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ISTAT: ITALIA GIOVANE NELLA MORSA DEL LAVORO CHE NON C’È. IN CRESCITA I NEET, +21% DAL 2008

da “il Sole 24ore” del 22/5/2013

   Il lavoro che non c’è al centro del Rapporto Istat 2013 sulla situazione del paese, stremato da un quinquennio di crisi economica che ha incrinato speranze e aspettative soprattutto tra le giovani generazioni. L’ennesima conferma arriva dai dati sui cosiddetti Neet – acronimo inglese di “Not in Education, Employment or Training”, i giovani “né-né”, che non stanno né lavorando né istruendo e formando – aumentati del 4,4% tra il 2011 e il 2012 (+21,1% dal 2008). Un effetto, secondo l’Istat, «della crescita della componente dei disoccupati (+23,4%)».

   I Neet crescono di numero nell’area più sviluppata del paese, il Centro-Nord, ma il vero dramma su questo fronte si registra nel Meridione dove è Neet «un giovane su tre (contro uno su sei nel Nord e uno su cinque nel Centro) e sono anche meno numerosi i Neet alla ricerca attiva di lavoro (36% contro il 46% circa del Centro-nord)». E consola relativamente che a Sud, sommando i disoccupati e le forze di lavoro potenziali, sia comunque più elevata la quota di quanti si dichiarano interessati a entrare o rientrare nel mercato del lavoro;: il 73,3% contro il 67,1% nel Centro-Nord.

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IL CASO VENETO, COSA PENSANO I GENITORI, LE DIFFERENZE CON IL SUD

LA CRISI COLPISCE I BIMBI «RUBATO IL LORO FUTURO»

di Silvia Zanardi, da “la Nuova Venezia” del 22/5/2013

   «L’astronauta, il medico, la ballerina, il cuoco, la cantante». Se a un gruppo di bambini delle scuole elementari venisse chiesto «Cosa vuoi fare da grande?», le risposte, probabilmente, sarebbero quelle di sempre.

   Molto più difficile, invece, sarebbe chiedere a un genitore di immaginare il futuro dei propri figli, magari nel bel mezzo di uno sfratto, con in mano una serie di conti da pagare, e il pensiero martellante di una separazione difficile da gestire.

   La crisi economica, il contesto sociale e i tagli ai servizi dedicati alla famiglia rubano il futuro ai bambini, in un’Italia che continua a considerarli una spesa, anziché il capitale umano più prezioso su cui investire. E così, un passo dopo l’altro, avanza lo spettro che si sperava sepolto con gli sforzi del dopoguerra: la povertà. Povertà intesa da un lato come sociale e legata a difficoltà economiche, dall’altro come l’assenza di prospettive e garanzie nell’istruzione e nel lavoro.

   I bambini e i ragazzi di oggi hanno sogni e aspettative come quelli di ieri, ma avranno meno opportunità di realizzare i propri desideri. Non è un caso, infatti, che l’ultimo dossier, realizzato da Ipsos per la Onlus “Save the Children”, abbia un titolo angosciante: “L’isola che non sarà”.mi-hanno-rubato-il-futuro

   Matteo Rebesani, responsabile veronese dell’unità relazioni istituzionali dell’organizzazione, ne spiega il motivo: «Nell’isola che non c’è di Peter Pan i bambini non vogliono crescere. In Italia e in Veneto, invece, la voglia di crescere e sognare c’è eccome, il problema è che i bambini di oggi non troveranno, domani, i mezzi per diventare quello che vogliono».

   “Save the Children” individua nel taglio dei fondi per minori e famiglia; nei bassi livelli di istruzione; nella disoccupazione e nelle sempre più scarse risorse per condurre una vita dignitosa le quattro principali “ruberie” commesse dalle istituzioni a spese dei bambini e dei giovani.

   In un’Italia che si trova al 18esimo posto in Europa per spesa per l’infanzia e famiglia, pari all’1,1% del Pil; all’ultimo posto per tasso di laureati – il 20% dei giovani fra 30 e 34 anni, pari a 760.000 – e con la disoccupazione giovanile al 38,4%, le famiglie venete esprimono le proprie preoccupazioni. Tirando la cinghia su tutto: sulle vacanze, sui vestiti, sui libri, sugli svaghi, ma anche sul cibo, sulla formazione, sulle gite d’istruzione.

   Dalla ricerca ad hoc, intitolata “Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani”, il 32% dei genitori veneti teme che i propri figli incontrino molte difficoltà in più rispetto alle proprie (il 4% ha addirittura paura che non ce la faranno). E solo l’11% degli adulti pensa che i propri figli riusciranno a realizzare i propri sogni e ad avere una vita migliore della propria.

   La professione dei sogni sembra quindi lontana e difficile: per il 35% ci vorrà molto impegno e perseveranza per consentire ai propri figli di concretizzare le proprie aspirazioni, mentre il 24% dei genitori, in Veneto, ipotizza il trasferimento all’estero, visto come opportunità (8%) o come ripiego (14%). Ma il lavoro dei sogni potrebbe anche restare tale: il 28% degli intervistati ritiene che i propri figli dovranno considerarsi fortunati ad averne uno qualsiasi.

   «Nel contesto nazionale emergono sostanziali differenze fra Nord e Sud – spiega ancora Matteo Rebesani – In generale, però, si assiste a una sorta di ritorno al passato. Anche nel nostro Paese ci sono bambini che soffrono la fame, che non hanno vestiti e non vedono il futuro. In alcune regioni del Meridione, le ragazzine considerano il matrimonio come l’unica possibilità di potersi realizzare, vanificando tutti sforzi fatti, dal dopoguerra in poi, per accrescere l’emancipazione della donna».

   Il 67% dei genitori veneti dichiara che la crisi ha avuto un impatto sulla vita familiare e dei figli, in particolare costringendo questi ultimi a una serie di rinunce:  le spese per il tempo libero (95%), l’acquisto di vestiti (76%), l’iscrizione ad attività sportive o ricreative (45%), la spesa alimentare 40%, ma anche importanti opportunità educative e di crescita: il 19% all’acquisto di libri e il 15% a partecipare alle gite scolastiche. Il 7% ha dovuto addirittura rinunciare alla prosecuzione degli studi.

   «Per il 35% dei genitori italiani, un aiuto economico diretto come la “carta acquisti” ai nuclei familiari in difficoltà è la prima misura-anticrisi che i politici dovrebbero prendere, seguita dalla garanzia di accesso agli asili nido per le famiglie con bambini piccoli e la gratuità della mensa scolastica – conclude Rebesani – Si è aspettato fin troppo tempo e la situazione sta diventando drammatica. Le istituzioni agiscano subito o un futuro, per i nostri figli, non ci sarà». (Silvia Zanardi)

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VENETO E TENTATIVI DI AFFRONTARE L’EMERGENZA “POVERTÀ E BAMBINI”

«TANTE COPPIE IN AFFANNO BISOGNA DARSI UNA MANO»

di Silvia Zanardi, da “la Nuova Venezia” del 22/5/2013

   Padri che perdono il lavoro, famiglie che si spezzano, madri che si trovano ad allevare i figli da sole. Nel Veneto in crisi, si risparmia dove si può e si prova a cambiare mentalità, per vedere il bicchiere mezzo pieno e abituarsi a ragionare in modo diverso rispetto agli anni passati.

   Elena Grimaldo, psicologa infantile e psicoterapeuta della famiglia, racconta il disagio dei genitori che si rivolgono a lei in cerca di aiuto. Negli ultimi mesi, anche attraverso gli incontri gratuiti con lo psicologo offerti (il sabato pomeriggio) dalla farmacia “Alla Madonna” di Mestre, Grimaldo ha analizzato da vicino gli effetti della difficile situazione economica e sociale che stiamo attraversando.

Chi si rivolge a lei?

«Chiedono sostegno soprattutto le donne con figli, gli uomini fanno più fatica a esporsi. Le situazioni più critiche riguardano i genitori separati o le vedove di mariti che si sono tolti la vita».

E come vivono, che problemi hanno?

«Si trovano in difficoltà a educare i figli e a mandare avanti la famiglia. Non hanno più tempo per stare con loro, soprattutto perché devono lavorare. Ultimamente sono in aumento i casi di depressione o di persone che soffrono di attacchi di panico. Patologie che minano la sicurezza dell’individuo, ripercuotendosi anche sui figli».

INFANZIA: SAVE THE CHILDREN,AL VIA CAMPAGNA ALLARME INFANZIACioè?

«In generale, l’attuale situazione economica crea insicurezza e mancanza di autostima negli adulti. Questo è naturalmente un disagio che, anche indirettamente, viene trasmesso ai figli, creando anche in loro sensazioni simili. Squilibri che mal si conciliano con l’idea di futuro… Certamente è proprio l’assenza di futuro che crea angoscia nei genitori, e di conseguenza nei bambini. Però i mezzi per reagire meglio ci sono».

Per esempio?

«Bisogna innanzitutto cambiare mentalità, pensare a cosa è più importante per i nostri figli e risparmiare sul superfluo. Non siamo in grado di accontentare i ragazzi in ogni loro esigenza, e di questo se ne rendono conto anche loro. Non c’è alcun motivo di sentirsi in colpa, la situazione va affrontata apertamente e facendo leva anche sulla solidarietà fra famiglie e sullo spirito di gruppo».

Quindi?

«Quindi dobbiamo unirci, collaborare, darci una mano, uscire dall’individualismo. Dobbiamo imparare a scambiarci i vestiti, i giocattoli, i libri, fare la spesa insieme, non buttare via il denaro in cose inutili e supportarci a vicenda nella gestione dei figli. Si può fare, basta provare a non sentirsi soli. Ma la formazione è importante, specialmente in una società competitiva come la nostra».

Come potranno avere un futuro questi bambini?

«Naturalmente, a livello “macro”, le grandi decisioni spettano alla politica, alle istituzioni, che sappiamo essere in stallo da diverso tempo. A livello “micro”, però, qualcosa si può fare, iniziando a cambiare il nostro modo di vivere e insegnando ai figli quali sono le cose importanti sulle quali investire, come l’istruzione». (Silvia Zanardo)

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ISTAT: 15 MILIONI IN DISAGIO ECONOMICO. I GIOVANI NON LAVORANO E NON STUDIANO

da “la Repubblica” del 22/5/2013

   L’Italia ha “la quota più alta d’Europa” di ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano: 2,25 milioni, uno su quattro. Le persone ‘potenzialmente impiegabili’, cioè disoccupati, scoraggiati e in cerca, superano i 6 milioni. Crollano consumi e potere d’acquisto. Quasi 9 milioni in disagio economico grave, sei famiglie su dieci tagliano il cibo.

   Disoccupati ‘cronici’ tanto da essere ormai sfiduciati. Potere d’acquisto delle famiglie e consumi in calo verticale. Giovani maggiormente colpiti dalla crisi economica, tanto da rinunciare a formarsi e a cercare lavoro. Le pennellate scure prevalgono nettamente nel quadro emerso dal Rapporto Annuale 2013 – La situazione del Paese firmato dall’Istat e incentrato sulla situazione economica delle famiglie e dell’Italia.  Prevale il pessimismo – dunque – anche in considerazione del fatto che nei primi quattro mesi dell’anno nuovo si sono manifestati “segnali di perdurante debolezza dell’attività economica”.
DISAGIO ECONOMICO. Sono quasi 15 milioni a fine 2012 gli individui in condizione di ‘deprivazione o disagio economico’, circa il 25% della popolazione (40% al Sud). Nel Rapporto si sottolinea che in grave disagio sono invece 8,6 milioni di persone, cioè il 14,3%, con un’ incidenza più che raddoppiata in 2 anni (6,9% nel 2010). A ciò si aggiunge il fatto che la pressione fiscale in Italia è al top in Europa al 44%. Nel 2012 “l’incidenza delle imposte correnti sul reddito disponibile delle famiglie è salita al 16,1%”, al livello più alto dal 1990.
GIOVANI SFIDUCIATI. L’Italia ha “la quota più alta d’Europa” di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano. Si tratta dei cosiddetti Neet, arrivati a 2 milioni 250 mila nel 2012, pari al 23,9%, circa uno su quattro. Basti pensare che in un solo anno sono aumentati di quasi 100 mila unità. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra il 2011 e il 2012 è aumentato di quasi 5 punti percentuali, dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno); dal 2008 l’incremento è di dieci punti. Sono stati relativamente più colpiti, spiega sempre l’Istat, i giovani con titolo di studio più basso, in modo particolare quanti hanno al massimo la licenza media (+5,2 punti). Il numero di studenti è rimasto sostanzialmente stabile attorno ai 4 milioni (il 41,5% dei 15-29enni; 3 milioni 849 mila nel 2008). La distanza tra formazione e lavoro emerge dal fatto che solo il 57,6% dei giovani laureati o diplomati italiani (tra 20 e 34 anni) lavora entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione. In Europa la media è al 77% e l’obiettivo al 2020 è l’82%.
DISOCCUPATI DI LUNGA DURATA. Le persone ‘potenzialmente impiegabili nel processo produttivo’ sono quasi 6 milioni, se ai 2,74 milioni di disoccupati si sommano i 3,08 milioni di persone che si dichiarano disposte a lavorare anche se non cercano (tra loro gli scoraggiati), oppure sono alla ricerca di lavoro ma non immediatamente disponibili. Tra il 2008 e il 2012 i disoccupati sono aumentati di oltre un milione di unità, da 1,69 a 2,74 milioni, ma è cresciuta soprattutto la disoccupazione di lunga durata, ovvero le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi (+675.000 unità) che ormai rappresentano il 53% del totale (44,4% la media Ue). Nel 2012 a crescere sono stati solo gli occupati a termine (+3,1%) e i lavoratori a tempo parziale (+4,1%). Performance da brividi anche per gli occupati più ‘alti’: il gruppo dei dirigenti e degli imprenditori ha perso 449mila unità in quattro anni. Dopo questa serie di dati, il ministro del Lavoro Enrico Giovannini – atteso al confronto con i sindacati – ha detto: “Oggi ci confronteremo con le parti sociali sul lavoro per arrivare a fine giugno con un piano forte”.
CROLLO DI CONSUMI E POTERE D’ACQUISTO. Nel Paese sono aumentate del 70% le famiglie con figli in cui nella coppia solo la donna lavora: sono passate da 224mila nel 2008 (5% del totale) a 381mila nel 2012 (8,4%), in aumento del 70%. I redditi non bastano però a sostenere i consumi. Nel 2012 il potere d’acquisto delle famiglie italiane ha registrato una caduta “di intensità eccezionale” (-4,8%). L’Istat evidenzia che al calo del reddito disponibile (-2,2%) è corrisposta una flessione del 4,3% delle quantità di beni e servizi acquistati, la caduta più forte da inizio anni ’90. Cala anche la qualità o la quantità degli alimentari acquistati: la fetta dei nuclei che limano su questi aspetti è aumentata dal 53,6% al 62,3% e nel Mezzogiorno arriva a superare il 70%. L’anno scorso questa situazione ha portato le famiglie italiane ad una propensione al risparmio tra le più basse nell’Ue.
QUALITÀ DELLA VITA PROMOSSA. Nonostante tutto, però, alla domanda su come viene valutata la propria qualità della vita, gli italiani rispondono con la sufficienza piena: 6,8 il voto attribuito. Pur sotto stress finanziario, la maggioranza dei cittadini si dimostra tollerante nel rapporto con gli stranieri. Il 61,4% dei cittadini è infatti d’accordo con l’affermazione che “gli immigrati sono necessari per fare il lavoro che gli italiani non vogliono fare” e il 62,9% è poco o per niente d’accordo con l’idea che “gli immigrati tolgono lavoro agli italiani”. Solamente il 24,6% per cento degli italiani – però- è complessivamente ottimista sul proprio futuro nei prossimi cinque anni.
CONTI PUBBLICI. Quanto al bilancio dello Stato, l’Istituto sottolinea che i debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni ammontavano a fine 2012 a 63,1 miliardi, in calo rispetto ai 65,7 miliardi dell’anno precedente. L’inversione di trend crescente, che si è visto tra il 2009 e il 2011, è attribuito alla spending review. Oltre la metà dei debiti (57%) è accumulato dal comparto della sanità. L’Istat riconosce gli sforzi fatti per proseguire il percorso di risanamento dei conti pubblici; l’indebitamento netto in rapporto al Pil è tornato entro la soglia del 3%, dal 3,8 del 2011. Ma anche che “non sono stati sufficienti ad arrestare la crescita del rapporto tra debito pubblico e Pil”.

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GENERAZIONE SENZA LAVORO: UN QUARTO DEL PIANETA DISOCCUPATO

da Wall Street Italia – 8 mag 2013

NEW YORK (WSI) – Nei paesi piu’ ricchi del mondo più di un terzo dei giovani occupati ha un contratto a tempo determinato o ha una posizione part-time. Così è difficile poter accendere un mutuo o costruirsi un gruzzolo di risparmi decente per mettere su famiglia.

   Secondo i calcoli dell’Economist sono 290 milioni le persone senza occupazione, istruzione, stage o apprendistato. Una cifra equivalente a un quarto dei giovani del mondo. E il lavoro, per chi ce l’ha, è spesso temporaneo e il posto non è garantito. Una generazione intera di senza lavoro, la prima dal Dopoguerra che non potrà contare su un reddito più alto di quello dei propri generazioni.

   Due cose rendono il problema più urgente da risolvere.

1) La crisi finanziaria e le conseguenze che ha avuto sull’economia: se devono licenziare, molti datori di lavoro preferiscono perdere le “giovani leve”. Ecco perché la disoccupazione giovanile ha subito una crescita a tassi sproporzionati rispetto alla media. Il numero di giovani senza lavoro nei paesi Ocse è salita di quasi un terzo rispetto al 2007.

2) Le economie in via di sviluppo che hanno le popolazioni di giovani più vaste e in più rapida crescita, hanno anche i mercati del lavoro peggio gestiti. Le persone che iniziano le loro carriere senza trovare subito un lavoro, difficilmente avranno stipendi alti in futuro e faranno fatica a trovare un’occupazione stabile. Si parla di una penalità del 20% in busta paga in media, che dura per circa 20 anni. Le difficoltà sono trasmesse anche alla generazione successiva, creando un ciclo vizioso che pesa in modo drastico sulla crescita economica.

   I paesi con i tassi di disoccupazione giovanile più bassi – come la Svizzera o i paesi scandinavi – hanno un rapporto molto stretto tra istruzione e lavoro. La Germania, per esempio, ha una lunga tradizione di una scuola di alta qualità seguita da un periodo di apprendistato formativo. Negli ultimi anni ha contributo alla riduzione dei tassi di disoccupazione, malgrado la crescita comunque modesta del Pil, rispetto ai ritmi a cui Berlino era abituata. Non è un caso che i paesi con un’elevata disoccupazione giovanile presentano lacune da questo punto di vista. Di solito spettava alle aziende ridurre il gap tra istruzione e formazione professionale, ma con la crisi finanziaria che morde costantemente dal 2007, i datori di lavoro non hanno più la stessa spinta di una volta per costruire ponti e colmare quel buco. (da Wall Street Italia)

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UN QUARANTENNE SU QUATTRO VIVE CON LA “PAGHETTA” DEI GENITORI

da “la Stampa” del 21/5/2013

– Analisi realizzata da Coldiretti/Swg – Il 32 per cento dei giovani pur di lavorare farebbe lo spazzino –

   Più di un quarantenne su quattro si mantiene grazie alla `paghetta´ dei genitori che aiutano finanziariamente i figlioli fino ad età avanzata. È quanto emerge dall’ analisi Coldiretti/Swg su «I giovani e la crisi», presentata all’Assemblea di Giovani Impresa Coldiretti in vista della presentazione del piano giovani del Governo, dalla quale si evidenzia che il 28 per cento dei giovani tra i 35 ed i 40 anni sopravvive con i soldi di mamma e papà, così come anche il 43 per cento di quelli tra 25 e 34 anni e l’89 per cento dei giovani tra 18 e 24 anni.

   Da segnalare che – sottolinea Coldiretti – l’aiuto economico dei genitori continua anche per più di un giovane occupato su quattro (27 per cento) che non è comunque in grado di rinunciare al supporto finanziario dai familiari.

   «La famiglia è diventata una rete di protezione sociale determinante che opera come fornitore di servizi e tutele per i membri che ne hanno bisogno», ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini.

   A conferma di ciò – aggiunge Coldiretti – il 51 per cento dei giovani vive con i propri genitori e, di questo, solo il 13 per cento per scelta, mentre il 38 perché non può permettersi un alloggio proprio. In particolare abita con mamma e papà addirittura il 26 per cento dei giovani tra 35 e 40 anni, il 48 per cento di quelli di quelli tra 25 e 34 anni e l’89 per cento dei giovani con età tra i 18 e i 24 anni.

   La situazione è profondamente diversa per i giovani agricoltori – precisa Coldiretti – che nel 32 per cento dei casi vivono con i genitori perché non possono permettersi un alloggio alternativo, ma nel 31 per cento dei casi lo fanno per scelta. Un atteggiamento che conferma i forti legami famigliari che caratterizzano l’impresa agricola dove è particolarmente solido il rapporto intergenerazionale.

   In ogni caso il 61 per cento dei giovani pensa che in futuro la sua situazione economica sarà peggiore di quella dei propri genitori, il 17 per cento uguale e solo il 14 per cento migliore, mentre il 9 per cento non risponde.

   Il 32 per cento dei giovani pur di lavorare farebbe lo spazzino, ma la percentuale sale addirittura al 49 per cento per quelli in cerca di lavoro, mentre scende al 19 per cento per gli studenti. È quanto emerge dall’analisi.

   Il 34 per cento dei giovani – aggiunge la ricerca – accetterebbe un posto da pony express e il 31 da operatore di call center. Anche in questo caso per i disoccupati la percentuale sale al 49 per cento per il posto da pony express e al 39 da operatore di call center.

   Oltre 4 giovani disoccupati su 10 (43 per cento) sarebbero peraltro disposti, pur di lavorare, ad accettare un compenso di 500 euro al mese a parità di orario di lavoro, mentre il 39 per cento sarebbe disposto ad un maggiore orario di lavoro a parità di stipendio.

   «L’analisi evidenzia un forte spirito di sacrificio delle giovani generazioni che li porta addirittura a rinunciare a diritti del lavoro fondamentali», ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che «questo non può essere consentito in un Paese civile come l’Italia».

   Le prospettive negative sul futuro fanno sì che la situazione non cambi di molto tra gli studenti che nel 39 per cento sono disponibili ad accettare uno stipendio ridotto a 500 euro al mese e nel 35 per cento a lavorare più a lungo a parità di compenso. La situazione è profondamente diversa per i giovani occupati che solo nel 7 per cento dei casi sono disponibili ad accettare lo stipendio ribassato, mentre nel 23 per cento dei casi sono pronti a lavorare più a lungo.

   Vista la nera realtà occupazionale – conclude Coldiretti – il 51% dei giovani sotto i 40 anni è pronto ad espatriare per trovare lavoro mentre il 64 per cento è disponibile a cambiare città. Questo perché il 73 per cento dei giovani ritiene che l’Italia non possa offrire un futuro. I risultati si invertono tra i giovani agricoltori che per il 45 per cento pensano invece che l’Italia possa offrire un futuro. (da “la Stampa”)

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STAFFETTA GENERAZIONALE ANZIANI-GIOVANI LA LOMBARDIA PRONTA A FARE DA APRIPISTA

di Roberto Mania, da “la Repubblica del 21/5/2013

– Da giugno nel milanese scatteranno i primi contratti: Bayer, Techint, A2a, Campari interessate. Un test per capire se il modello Hollande funziona –

   CI SONO grandi gruppi, come Bayer, Techint, A2a, Campari, interessati alla staffetta generazionale. Da giugno scatteranno nel milanese i primi contratti. È a Milano, Monza e Brianza, che sta iniziando la sperimentazione del lavoro diviso tra giovani e anziani. In attesa che il governo vari il piano per l’occupazione giovanile.
DENTRO il piano potrebbe esserci una nuova regolamentazione del contratto tra generazioni, e il test lombardo sarà decisivo per capire se varrà la pena seguire la Francia di François Hollande che ha deciso di scommettere sul contrat de génération mettendo in campo un miliardo di euro da qui al 2016 con l’obiettivo di creare 500 mila accordi. Anche in Germania ci sono i contratti generazionali ma vengono stipulati nelle aziende e non seguendo una specifica legislazione.
Più che il modello francese, dunque, è la Lombardia che farà da apripista per rilanciare il contratto generazionale dopo il nulla di fatto di diversi progetti presentati nel passato a cominciare da quello del pacchetto Treu del 1997.

   La crisi, però, sembra stia dando un nuovo impulso allo scambio anzianigiovani. Incide la riforma delle pensioni che ha allungato la permanenza al lavoro, ma incide — probabilmente — anche la ricerca di nuove forme di solidarietà tra generazioni perché quella che nel passato si realizzava nel sistema pensionistico, con i giovani che pagavano le pensioni, non ha retto di fronte ai mutamenti demografici.

   Premono le aziende che hanno bisogno di abbassare i costi (un lavoratore giovane costa meno) ma anche di ristrutturarsi per ricercare nuove vie competitive nel mercato, e non hanno più a disposizione lo strumento dei pensionamenti anticipati. Va detto che la staffetta non crea nuovo posto lavoro ma stimola il turn over. Anche per questo è importante che — stando alle prime indicazioni del governo — sia esteso al pubblico impiego.
«Più che un contratto-staffetta che dà l’idea del passaggio del testimone, parlerei di contratto ponte tra generazioni», dice Alberto Meomartini, presidente al termine del mandato di Assolombarda, l’associazione milanese della Confindustria, che ha fortemente spinto per adottare il nuovo contratto.

   Nelle aziende lombarde un anziano con meno di 36 mesi di distanza dalla pensione potrà accettare volontariamente di passare al part time con la possibilità di svolgere anche una funzione di tutor nei confronti del giovane che verrà assunto come apprendista. L’anziano riceverà uno stipendio dimezzato, ma i contributi ai fini del calcolo dell’assegno pensionistico saranno integrati dallo Stato, o meglio dalla Regione, utilizzando le risorse di un fondo europeo per il reimpiego.

   È fortissimo l’interessamento anche di altre Regioni. In Friuli si è vicino all’avvio della sperimentazione, così come in Piemonte, in Emilia Romagna e nelle Marche. Prossimo a partire il progetto nel Lazio. «È una misura di politica attiva per il lavoro — spiega Paolo Reboani, presidente e amministratore delegato di Italia Lavoro, l’agenzia del ministero per promuovere l’occupazione — che può funzionare. Viene incontro alle esigenze delle imprese di ridurre i costi, fa entrare i giovani nel mercato del lavoro, e viene incontro alla domanda dei lavoratori più anziani di un “decalage” lavorativo verso la pensione».
Certo la staffetta più efficace sarebbe quella tra padri e figli, prevista in alcuni accordi nel settore bancario e anche alle Poste, perché i primi sarebbero più incentivati a rinunciare volontariamente a una parte dello stipendio in cambio del posto al figlio. Ma sarebbe un’altra cosa: una forma di solidarietà familistica.
Il governo sembra intenzionato a seguire l’esempio lombardo. Si ragiona su diverse ipotesi: una coppia di giovani assunti con contratto di apprendistato, oppure un solo giovane a tempo indeterminato, con l’anziano sempre a tempo parziale. Altra ipotesi è quella di un pensionamento concordato (nel caso si ritornasse a forme di pensionamento flessibile) in cambio dell’assunzione di un giovane.
Rimane il problema dei costi. L’Inps ha fatto alcune simulazioni dalle quali emergerebbe una particolare onerosità dell’operazione. Probabilmente si potranno usare risorse europee. Resta il fatto che la vera partita si giocherà su questo terreno. (Roberto Mania)

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GENERAZIONE SENZA LAVORO

da INTERNAZIONALE, 17/5/2013 – GERO VON RANDOW, DIE ZEIT, Germania
– Nell’Unione europea cresce in modo drammatico la disoccupazione giovanile, con gravi conseguenze economiche e sociali. In molti paesi ci sono alcune buone idee per affrontare il problema, ma spesso mancano la volontà politica e i soldi –

Le conseguenze note della disoccupazione giovanile sono già abbastanza gravi: minore capacità di interazione sociale, depressione, povertà. Ma non meno terribili potrebbero essere quelle sconosciute.
Oggi un giovane europeo su quattro è disoccupato e fa parte di un esercito di otto milioni di cittadini senza lavoro che potrebbero imboccare strade pericolose.
In Italia la disoccupazione giovanile ha contribuito in misura sostanziale al successo del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo. Oggi una sostituzione in un supermercato, domani il turno di notte in un ufficio, poi delle lezioni di primo soccorso e infine la spedizione di mucchi di domande di lavoro. Non è raro che la ricerca duri anni.
La gioventù è l’età dei progetti e delle fantasie, ma per milioni di ragazzi europei il futuro perde consistenza e si trasforma in una grigia assenza di speranze. La disoccupazione giovanile e i suoi effetti non sono una novità.
L’elemento inedito è la sua portata, che per di più si concentra in alcuni paesi con un’economia a pezzi e con politici, datori di lavoro e sindacati presi da altre preoccupazioni. Spesso si sperperano miliardi, perché se i giovani non lavorano devono ricevere aiuti. E i migliori e i più coraggiosi voltano le spalle al loro paese ed emigrano.
Ma c’è anche un’altra novità: un giovane disoccupato europeo sa di non essere solo. Su internet ragazzi e ragazze possono esprimere il loro malcontento e incontrarsi. Ma per fare cosa? Se si mettessero insieme, potrebbero urlare la loro rabbia in faccia ai governanti, e in questo modo i poteri forti della società capirebbero l’urgenza del problema.
E se i delusi e gli indignati si spostassero a destra? In questo caso i sistemi politici europei continuerebbero a resistere alla crisi? Forse non succederà niente, ma questo non è un motivo per restare tranquilli.
Oggi per un giovane magrebino di Marsiglia la scelta è tra les barbus ou les voyous , cioè tra l’estremismo islamico e il crimine. E non sempre nei paesi europei è scontato o, soprattutto, possibile che le famiglie facciano da cuscinetto per i ragazzi. Naturalmente la maggioranza dei giovani disoccupati non vive in un ghetto ma al centro della società, una società che però non sembra aver bisogno di loro.
Qualcuno crede davvero che questa esperienza, moltiplicata per milioni di volte, sarà tollerata senza conseguenze? L’aspetto più incredibile è che perfino per molti governi la disoccupazione giovanile è solo uno dei tanti punti all’ordine del giorno: un argomento che si presta alla visita di un ministro in un’azienda, durante la quale un paio di ragazzi possono farsi fotografare insieme a lui.
Per il resto i giovani sono parcheggiati da qualche parte a spese dello stato: nella vita associativa, nei centri giovanili, nei corsi più vari.
Spesso i governi reagiscono alla disoccupazione giovanile con piani grandiosi a lungo termine, per esempio introducendo riforme radicali del sistema di formazione professionale o del mercato del lavoro.
In paesi come la Francia, però, queste misure prevedono che le imprese – in particolare quelle del settore pubblico – non possono toccare i dipendenti a tempo indeterminato quando decidono una ristrutturazione aziendale.
In compenso possono offrire impieghi con contratti a tempo determinato, dando vita a operazioni nelle quali i dipendenti appaiono per quello che sono in realtà: massa di manovra del capitale. Su tutti questi aspetti si può discutere in modo puntuale e approfondito, ma così non si aiuta chi in questo momento non ha lavoro.
La politica dei grandi annunci resta poco credibile se non è accompagnata da misure concrete e con effetti immediati. Di quali misure stiamo parlando? In Francia, in Italia e in Spagna bisognerebbe premiare le imprese che assumono i giovani.
È possibile, ma servono strategie migliori di quelle usate finora. Con meno burocrazia, migliori controlli sui risultati e possibilmente subito. Inoltre l’Unione europea farebbe bene ad attivarsi, e soprattutto la Germania dovrebbe fare qualcosa.
La Germania? Certo. Qui la disoccupazione giovanile è relativamente limitata, ma i giovani disoccupati provenienti dall’estero sono un problema. Ci troviamo di fronte a una generazione convinta che i tedeschi siano responsabili della sua mancanza di prospettive.
Che abbiano ragione o torto, nel lungo periodo quest’idea si trasformerà in una bomba a orologeria.
La Germania, quindi, ha buoni motivi per aiutare i giovani, per esempio invitandoli a cercare un lavoro nelle aziende tedesche.
Facendo un esercizio di immaginazione, il sistema potrebbe funzionare così: le ambasciate tedesche nei paesi in difficoltà potrebbero proporre lezioni per spiegare come cercare lavoro in Germania. Agli immigrati bisognerebbe poi offrire corsi di tedesco adatti alla loro età e a basso costo. Oppure si potrebbe garantire un premio esentasse agli impiegati che insegnano il tedesco a un loro collega straniero.
E perché non promuovere la creazione di una rete sociale in cui i giovani si scambino esperienze e consigli sui tirocini e sul mondo del lavoro? Basta provare! Sono misure limitate, è vero, ma sarebbero molto importanti per i diretti interessati. (GERO VON RANDOW, DIE ZEIT, Germania)

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LAVORO GIOVANI: GIOVANNINI CONTRATTI A TERMINE E STAFFETTA LE PRIORITÀ

da “Affari Italiani.it” del 20/5/2013

– Il programma del ministro Giovannini. Traguardo: 100mila posti per i giovani entro giugno –

   Enrico Letta apre il tavolo sulle misure di emergenza e ristrutturazione da adottare nel campo del lavoro. Con il ministro Giovannini, il premier ha fissato una serie di punti, prioritario quello della disoccupazione giovanile, con l’obiettivo di abbassare il tasso almeno al 30% (attualmente è al 38% per gli under 24). Poi, mano alla flessibilità delle pensioni e ai precari.

   Il ministro del lavoro si è posto un obiettivo ambizioso ma non impossibile. L’Europa, di fronte al rischio di trovarsi un’intera generazione senza lavoro, dovrà mettere in campo politiche coordinate. Per poter utilizzare queste risorse l’Italia deve uscire però dalla procedura per deficit eccessivo, poi dovrà negoziare al prossimo vertice di fine giugno un’interpretazione estensiva della golden rule così da escludere dal tetto del disavanzo al 3 per cento, oltre agli investimenti infrastrutturali, le spese per le politiche attive per il lavoro.

   In campo potrebbero esserci tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Poi ci sono i sei miliardi in sette anni (quattro milioni per l’Italia) del piano approvato da Bruxelles della youth garantee, per garantire a tutti i giovani un’opportunità di occupazione o di formazione una volta rimasti disoccupati o terminati gli studi. Il governo italiano ha già ottenuto il consenso interno dei partiti della coalizione. Tutti sperano che i 100 mila nuovi posti di lavoro under 24 ipotizzati dal ministro Giovannini si traducano in realtà.  Giovannini incontrerà i sindacati, Cgil, Cisl, Uil e Ugl, la Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali per uno scambio di vedute.

I CONTRATTI A TERMINE –  Il governo si occuperà, ma solo in un secondo momento della spinosa questione dei contratti a termine. Oltre il 70 per cento delle assunzioni avviene oggi con contratti a tempo determinato. La legge Fornero ha stabilito che per il rinnovo del contratto con una durata fino a sei mesi debbano passare due mesi anziché dieci giorni come prima e che per i contratti con una durata superiore debbano trascorrere tre mesi anziché venti giorni. Sindacati e Confindustria sono d’accordo nel tornare indietro e sul punto non ci sono ostacoli. E probabilmente non dovrebbero essercene nemmeno sull’ipotesi di estendere a tutto un anno la possibilità di non indicare la causa per la stipula di un contratto a termine ora limitata al solo primo contratto con durata massima di dodici mesi. Le imprese (in particolare le piccole) insistono nella richiesta di superare l’aggravio contributivo dell’1,4 per cento sui contratti a termine destinato a finanziare la nuova Aspi (l’assicurazione sociale per l’impiego). Aggravio che si recupera se il contratto si trasforma a tempo indeterminato.

LA STAFFETTA – Si lavora anche alla possibilità della staffetta anziani-giovani sul posto di lavoro. Istituto, peraltro, in fase di sperimentazione in alcune regioni come la Lombardia e l’Emilia Romagna. Ma è un’idea che costa perché il lavoratore anziano andrebbe in part time e per non perdere i contributi pieni avrebbe bisogno di una integrazione da parte dello Stato.

SGRAVI FISCALI – Nel suo intervento al Senato, il ministro Giovannini ha di fatto frenato sull’ipotesi di ridurre il costo del lavoro per i giovani assunti. Ripete il ministro che gli studi fatti all’estero sugli effetti della decontribuzione e defiscalizzazione “ci dicono che devono realizzarsi diverse condizioni perché abbiano effetto”. Piuttosto il governo punta sulla riforma dei centri per l’impiego. “Bisogna prendersi cura dei giovani”, sostiene Giovannini. Fare in modo che un giovane senza lavoro venga assistito nella ricerca di un impiego, come accade nel paesi dell’Europa del nord, gli stessi che hanno anche i tassi di disoccupazione più bassi.

LE PENSIONI – Infine le pensioni, l’altra faccia del medaglia nel mercato del lavoro. Il cantiere si riaprirà per rendere più flessibile l’uscita dal lavoro prima dell’età pensionabile ma con penalizzazioni proporzionali. Anche questo servirà ai giovani danneggiati dal blocco sostanziale del turn over- (Affaritaliani.it)

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L’OTTIMISMO DELLA VOLONTA’….

IN ITALIA IL RECORD DI GIOVANI INATTIVI. MA LE FAMIGLIE RESTANO OTTIMISTE

di Alessandra Arachi, da “il Corriere della Sera” del 23/5/2013

– L’ISTAT: un italiano su quattro in grave disagio. Più donne occupate –

FUTURO – Nei giovani fino a 34 anni, quasi uno su due (il 45%) è convinto che la propria situazione migliorerà

   Siamo in crisi. In linea con l’Europa. E anche con tutto il resto del mondo, nel 2012 la crescita del prodotto mondiale è infatti passata dal 4% al 3,2%, come certifica l’Istat nel suo rapporto annuale (presentato il 22/5) dove spiega che in Italia nel 2012 il Pil ha avuto una flessione del 2,4%, dovuta principalmente ad una riduzione della domanda interna. Ma, aggiunge l’Istat: la domanda estera netta non solo ha tenuto nell’anno appena passato, in realtà ha anche fornito un contributo positivo all’attività economica interna.

   Siamo in crisi. Ma siamo felici e incredibilmente ottimisti. Quasi un giovane su quattro (ovvero 2,2 milioni, record europeo) è precipitato in quella categoria definita con il neologismo dei neet, ovvero di quelli che nè studiano nè lavorano. In generale, poi, è un italiano su quattro a vivere in condizioni di grave disagio economico.

   Eppure il livello di soddisfazione degli italiani nei confronti della propria famiglia, della rete delle amicizie e persino dello stato della propria salute è in aumento nel 2012. I più ottimisti sono proprio (e fortunatamente) gli italiani più giovani. Davvero: a leggere le tabelle che sono nell’ultima parte del rapporto dell’Istat, quelle dove viene realizzato un focus sul punto di vista dei cittadini, si riesce ad intravedere una luce in fondo a questo orribile tunnel.

   Un ottimismo che non sembra dover andare troppo lontano. Eccoli, infatti, i numeri della speranza: i giovani fino a 34 anni sono indubitabilmente quelli più colpiti da questa brutta crisi, eppure quasi uno su due (il 45%) è convinto che la propria situazione migliorerà. In generale, poi, è superiore il numero degli italiani che pensa che il proprio futuro migliorerà a breve (il 24,6%) in confronto a quelli che sono convinti che sarà peggiore (23,5%).

   Ma non solo. Ecco, altre cifre con le quali il rapporto dell’Istat certifica la potenza degli affetti, delle reti affettive, relazionali, familiari: se nel 2011 era infatti il 34,7% delle persone con più di 14 anni che si dichiarava soddisfatto delle proprie relazioni familiari e amicali, nel 2012 sono diventate il 36,8%. Ed è aumentata anche la soddisfazione nei confronti della propria salute (l’80,8% si dichiara soddisfatto, a dispetto di una età italiana che ha il record europeo della vecchiaia).

   Gli italiani, ci dice l’Istat, sono sempre più soddisfatti anche per l’impiego del proprio tempo libero, i «molto soddisfatti» sono infatti passati da 13,4% al 15,6%. La potenza dell’italianità. Siamo in crisi. Le cifre dell’Istat lo certificano in tutti i campi dell’economia e nel mondo del lavoro ci dicono che ci sono oltre 6 milioni di persone che cercano un’occupazione e la cercano da almeno un anno.

   Intanto però, in parallelo, nel 2012 sono aumentati i contratti a termine (3,1%) ed i lavoratori a tempo parziale (+4,1%) e ci sono ben 200 mila imprese (il 12% del totale) che raggruppano oltre 3 milioni di dipendenti ed esprimono dinamismo e una comprensibile fiducia per il futuro. C’è un altro dato in crescita nel rapporto dell’Istat (in un mare magnum di segni negativi): quello dell’occupazione femminile. Soprattutto dell’occupazione delle donne con più di cinquant’anni e delle donne straniere. (Alessandra Arachi)

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mi hanno rubato il futuro

One thought on “La geografia dei GIOVANI SENZA SPERANZA: la necessità di superare l’immobilismo sociale contro il futuro dei bambini, degli adolescenti e dei giovani, e creare OPPORTUNITA’ e LAVORO per un futuro di benessere – il CONTESTO GLOBALE e LOCALE e le possibilità concrete

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