UOMINI e TONNI, accomunati da un unico tragico destino NEL CANALE DI SICILIA – Profughi immigrati appesi alle tonnare: l’EUROPA (e l’Italia) incapaci di prestare soccorso a vite umane che soccombono (e, vicino, la prigionia e la mattanza dei tonni, vissuta come festa, unisce due crudeltà) – La necessità che LAMPEDUSA, “porta sud” dell’Europa, si rapporti a CENTRI DI ACCOGLIENZA EUROPEI

VITA DA TONNO - La maggior parte dei tonni rossi catturati nel Mediterraneo finisce nelle “GABBIE DI ALLEVAMENTO”: qui gli esemplari più giovani che devono ancora riprodursi vengono messi all’ingrasso per mesi e alcune volte per anni, prima di essere immessi sul mercato globale
VITA DA TONNO – La maggior parte dei tonni rossi catturati nel Mediterraneo finisce nelle “GABBIE DI ALLEVAMENTO”: qui gli esemplari più giovani che devono ancora riprodursi vengono messi all’ingrasso per mesi e alcune volte per anni, prima di essere immessi sul mercato globale

   La brutta storia dei migranti morti nel canale di Sicilia, cioè grandi gabbie per i tonni che si trasformano in una gigantesca ciambella di salvataggio per quanti attraversano il Canale di Sicilia: aggrappati alle gabbie di tonni per salvarsi dopo il naufragio. Ma, venerdì, sabato, 14-15 giugno, almeno in sette su 95 non ce l’hanno fatta e sono morti annegati.

   Il flusso di migranti dalle coste africane è diminuito in questi ultimi anni, come potete riscontrare dai dati, qui di seguito in questo post riportati in due articoli, dell’Alto Commissariato ONU (UNHCR): la tendenza è alla riduzione, non è in atto nessuna “invasione”: le carrette dei mari stracariche di disperati e dirette a Lampedusa sono in calo netto (si spiega questo per una situazione nuova creata dalle “primavere arabe” del nord Africa). Comunque un flusso significativo (umanamente forte, problematico, che ci coinvolge) esiste, e potrebbe riprendere in grande stile con l’arrivo dell’estate. Il totale dei migranti arrivati in poco più di 24 ore è già salito a circa mille.

la GABBIA PER TONNI e i PROFUGHI-NAUFRAGHI che aspettano soccorsi
la GABBIA PER TONNI e i PROFUGHI-NAUFRAGHI che aspettano soccorsi

   Un triste episodio riferito alle tonnare, alle “gabbie per tonni” con aggrappati uomini e donne disperati nel Canale di Sicilia era già accaduto nel 2007: in quell’occasione il capitano di un peschereccio (il Budafel) che li aveva avvistati, agli uomini aggrappati alle gabbie per tonno in mezzo al mare di Sicilia che imploravano di essere portate a terra, il capitano del Budafel non ha mostrato alcuna intenzione di portarli a terra: per la seguente ragione che egli stesso ha poi spiegato: «Non potevo correre il rischio di perdere il mio carico»; cioè decise di salvare il remunerante carico di pesce (appunto, tonni, da vendere) abbandonando al loro destino i profughi africani (potete leggere in questo post l’articolo di Francesco Merlo del maggio 2007 che descrive quanto accaduto di pazzesco in quell’occasione…).

   Queste tragedie non dovrebbero mai accadere, e l’arrivo di migranti, peraltro non numerosi (in un mese estivo un migliaio di persone) non rappresentano certamente un problema per il territorio europeo. Pertanto la psicosi “da invasione” che ogni estate si va formando è assurda, e quasi sempre provoca forme di mancato (o inadeguato) soccorso a disperati che vogliono raggiungere l’Europa.

I PROFUGHI CHE SBARCANO
I PROFUGHI CHE SBARCANO

   E’ pur vero che l’essere l’Italia immersa nel Mediterraneo, e pertanto rappresentando la naturale “porta sud” (in particolare con Lampedusa) di ingresso nel Continente, fa sì che solo essa, Italia, si debba rapportare all’arrivo dei migranti dal mare (che, ribadiamo, non sono un numero spropositato, non sono per niente un’ “invasione”): e pertanto non vuol dire che questo debba essere un problema di sola gestione italiana. E’ uno dei compiti dell’Europa creare adeguate situazione di accoglienza di questi profughi: Centri Europei stanziati in ogni nazione, nello spirito di comunanza, condivisione, umanità e rispetto nel trattamento di ogni singola persona.

   E invece, come “controllo europeo” dell’immigrazione, ci si affida solamente a FRONTEX (l’ente europeo appunto delegato al controllo delle frontiere). E ai CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE (CIE) che spesso vengono paragonati a delle carceri. I centri di questo tipo, i CIE, in Italia e in Europa sono sempre più criticati dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani.

CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE (CIE) IN ITALIA (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE (CIE) IN ITALIA (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   E se questo accadesse (cioè un rapporto meno isterico e di chiusura verso questo tipo di immigrazione disperata), ne deriverebbe “a catena” il verificarsi di altre nuove virtuose “situazioni comuni europee”: in primis un’unica politica europea di gestione dell’immigrazione, con modi collaborativi nel rapporto con la vasta geografia africana e le possibili collaborazioni “alla pari”. L’Africa, in fase di lento e caotico (e diseguale) sviluppo (colonizzata ora da cinesi e pure da indiani…), potrebbe rappresentare un ideale concreto partner economico, di interscambio (nelle tecnologie, nell’energia solare, nella materia prime, nel know how scientifico, nella formazione scolastica e professionale dei giovani…) con l’Unione Europea. Dando così speranza e possibilità di vita dignitosa a chi cerca una possibilità di benessere ora negato nella propria Terra di origine. (s.m.)

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IL DESTINO DELL’UOMO TONNO NELLA GABBIA IN MEZZO AL MARE

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 18/06/2013

– Pesci e gli immigrati: quel viaggio senza senso verso la morte – LE STRAGI NEL MEDITERRANEO

   BISOGNEREBBE essere Giacomo Leopardi, che figurò il dialogo di un cavallo e un bue, o dell’asinaio con l’asino, a scrivere il dialoghetto morale fra l’uomo e il tonno, fra l’uomotonno e il tonnouomo.

   I quali sono animali nobili ambedue, e specie protette: benché i tonni rossi – pinnazzurra – prossimi all’estinzione, mentre gli umani africani si moltiplicano, sicché fra il perdere il carico dei tonni e il mancare di soccorso alla deriva degli umani il peschereccio che li traina ha la scelta facile e quasi inevitabile.

   E solo per ipocrisia gli spettatori, quali siamo per lo più voi e io, lo deplorano, concorrendo a fissare il valore di mercato degli uni e degli altri, e i primi mangiamo di gusto, e non vogliamo sapere dei secondi.

   Nel maggio del 2007 comparve quel faccia a faccia fra gli uomini ammarati e i tonni deportati, e il capitano del peschereccio spiegò che i tonni dentro la gabbia valevano un milione, e i 27 somali attaccati fuori non valevano niente, e lui niente ci poteva.

   Questa volta gli umani del peschereccio devono essersela vista brutta davvero, se hanno tagliato la corda e perduto il tesoro di tonni pur di non caricarsi della zavorra di centodue umani. Si può disputare se gli animali umani siano superiori ai tonni, se non per possanza fisica – paragone impensabile – per intelligenza e lungimiranza. Ma il confronto è complicato dalla divisione intestina che oppone gli umani, ed è ignota ai tonni.

   PESCATORI e loro imprenditori e clienti; e migranti umani, e tonni. I quali sono migranti formidabili, che se ne vengono in quattro mesi dall’America al Mediterraneo — senza mai fermarsi, pena morir soffocati — in cerca dell’acqua luminosa e calda per riprodursi.

   I migranti umani vengono anche da lontano, per deserti e città cattive, e si attentano nell’acqua chiudendo gli occhi, immaginando di là una terra di delizie, o almeno di salvezza: e nell’acqua si aggrappano alla gabbia dei tonni, e una volta in salvo li aspetta la gabbia per umani, nella quale, dopo mesi forzati a star fermi fino a soffocare, avverrà loro perfino di rimpiangere il cielo aperto sopra quel madornale salvagente che imprigiona i tonni, e il luccichio argentato, e gli occhi fraternamente spalancati.

   Ghiotti ai palati giapponesi, del resto, e preziosi a cavarne valvole cardiache, tanto sono duttili gli animali umani. Allevati in gabbia, per ingrassare, che ancora non si sa riprodurli cattivi, i tonni rossi sono catturati e trascinati per mare nella direzione inversa a quella dei gommoni di migranti umani — che non chiamo disperati, perché occorre sperare forte per mettersi in quel viaggio — fino a disporli muso contro muso, invidiandosi.

   Si chiama stabulazione, l’ingrasso in quei recinti acquatici, e vuol dire la stalla, promossa a stabulazione per umani, per ingrassare i tonni catturati e tenere a galla gli umani catturandi. Muoiono lungo il viaggio umani e tonni, i quali sono, benché grandissimi, delicatissimi di conformazione e chissà anche di sentimenti.

   Separati dai soccorritori, andranno gli uni e gli altri al loro destino, cioè alla loro destinazione. Il centro di identificazione ed espulsione, che non è cambiato se non in peggio quanto alla cella, ma ha rinunciato, gran passo, al nome di accoglienza. La camera della morte, ora mobile, per i grandi pesci a sangue caldo, che, quando le quotazioni del mercato di Tokyo saranno più propizie, verranno fucilati dai macellatori subacquei e issati a bordo, dove, come mostrano i documentari — “Warning: slaughtering cruelty” — sussulteranno ancora dopo che sarà stata loro segata via testa e pinna caudale, e del resto a Lampedusa, mai abbastanza lodata (e tenuta a distanza), agli scampati umani verrà data subito una scatoletta di tonno, ma pinna gialla, o di delfino spacciato per tonno, così che si cancelli presto dal loro animo il turbamento di quel faccia a faccia alla gabbia.

   Gli antichi avrebbero saputo trarne un racconto mitologico, ma gli antichi sapevano di uomini che sfidavano i venti e le onde per seguire virtù e conoscenza e di dei che all’occorrenza si mutavano in tonni, e da noi Dio è morto o pressoché, e anche la marina maltese, e resta solo la marina nostra e la Guardia Costiera.
Si potrebbe, forse, suggerire un doppio uso, per così dire interno ed esterno, delle gabbie per tonni e per umani, e farle dotare dai costruttori di accessori come maniglie o libri sacri in confezioni impermeabili. Anche perché lo stupore indignato suscitato dai 95 vivi e i 7 o più morti appesi alla gabbia, di cui anche il presente scritto è un esemplare, è indebolito dalla ripetizione, e già in quel 2007 qui Francesco Merlo scrisse degli uomini-tonno: «Sgranate, sino a indovinare il viso e le espressioni, la foto degli uomini-tonno: per un momento potrebbe persino sembrare che sorridano. Più verosimilmente gli uominitonno mostrano i denti».

   Incremento dei tonni all’ingrasso e dei fuggiaschi alla deriva potrebbe assegnare alla gabbia per tonni il privilegio perduto che fu di santuari e chiese, di offrire asilo e rifugio ai perseguitati e gli inseguiti. Invece che negare asilo a chi fugge incolpevole, e incarcerare per un anno e mezzo chi ha commesso il reato d’esser venuto a un mondo come questo.
Se non basta a concludere alla superiorità del tonno sull’uomo, la fa però probabile, astenendosi il tonno dal cannibalismo, salvo che negli allevamenti, dove esso è indotto dai governanti umani. Tecnicamente, non c’è confronto: avendo l’uomo ridotto i tonni al lumicino, e proponendosi ora, in extremis — la scienza procede in extremis, per quella desolazione che gli uomini chiamano pentimento, ed è una pungente nostalgia di un piatto perduto — di moltiplicarli miracolosamente, come ha saputo fare di spigole, orate, salmoni e rombi, coltivate nella taglia dei ristoranti e nel sapore proprio alle nuove generazioni.

   A far ingrassare il tonno prigioniero di un chilo occorrono oggi 25 chili di aringhe e sgombri, se si trovino, e se no l’equivalente in alici e sardine. A far ingrassare una profuga etiope basterebbe molto meno, ma non se ne caverebbe giovamento alcuno, nemmeno a inscatolarla. Anche lei, tuttavia, se non un valore, ha un suo costo, quando si tratti di rimpatriarla in aereo, verbo magnanimo, che fa della terra da cui è fuggita a rischio della vita e dell’onore, la sua patria. (Adriano Sofri)

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SI AGGRAPPANO ALLE GABBIE DEI TONNI. SETTE MIGRANTI MORTI NEL CANALE DI SICILIA

di Alfio Scaccia, da “il Corriere della Sera” del 16/6/2013

– In 24 ore sono state circa mille le persone sbarcate in Sicilia e Calabria. Altri sono pronti a partire –

   Si erano aggrappati alle gabbie di tonni per salvarsi dopo il naufragio. Ma almeno in sette non ce l’avrebbero fatta e sarebbero o morti annegati nel Canale di Sicilia.

   È quanto emerge dai racconti dei 95 superstiti giunti a Lampedusa a bordo di un gommone dopo l’intervento della Guardia Costiera. Non è la prima volta che grandi gabbie per i tonni si trasformano in una gigantesca ciambella di salvataggio per quanti attraversano il Canale di Sicilia.

   Il gruppo dei superstiti ha raggiunto Lampedusa alle prime luci dell’alba dopo l’intervento della Guardia Costiera. Sono solo una parte dei migranti che, grazie alle buone condizione atmosferiche, hanno ripreso il mare per raggiungere le coste di Sicilia e Calabria. Un’impennata negli sbarchi improvvisa ma non certo inattesa, visto che il flusso di migranti dalle coste africane non si è mai interrotto ed anzi potrebbe riprendere in grande stile con l’arrivo dell’estate.

CIRCA MILLE – Complessivamente tra la notte appena trascorsa e l’alba le motovedette di Guardia di Finanza e Capitaneria di porto hanno prestato soccorso e trasferito a Lampedusa 259 migranti. Se si aggiungono ai 690 sbarcati negli ultimi due giorni tra Roccella Jonica, Porto Palo e ancora Lampedusa, il totale dei migranti arrivati in poco più di 24 ore è già salito a circa 950. Ma, appunto, potrebbe essere sono una prima ondata.

   Dalle testimoniante dei superstiti si ha la conferma che altri migranti si preparano a prendere il mare per attraversare il Canale di Sicilia, anche se al momento non esiste una stima precisa sulla consistenza di questi nuovi flussi verso l’Italia.

I SOCCORSI – Nel bollettino degli ultimi sbarchi questa la scansione. Primi ad arrivare, intorno alle 5,30, 109 eritrei, tutti uomini, imbarcati sulla nave «Libra» della Marina Militare e su una motovedetta della Guardia Costiera. Il loro gommone, fermo per un’avaria al motore, era stato avvistato nel pomeriggio di sabato.

   Alle 7 sono giunti i 95 migranti aggrappati alla grande gabbia per tonni al traino di un peschereccio tunisino. Dieci minuti più tardi sono arrivati i 55 migranti (46 uomini, 8 donne e un minore) soccorsi inizialmente dal peschereccio italiano «End», alla cui vista alcuni dei passeggeri del gommone si erano gettati in mare. Sempre la notte scorsa, lungo il litorale di Siracusa, tra Punta del Pero e Terra Uzza, 20 migranti sono stati invece rintracciati già a terra.

ALTRI SBARCHI – Nel pomeriggio l’ennesimo sbarco. La nave «Sirio» della Marina Militare ha prestato assistenza a 60 naufraghi che si trovavano a bordo di un gommone alla deriva a 80 miglia a sud di Lampedusa. I migranti sono stati trasbordati su una motovedetta della Guardia Costiera, che sta per raggiungere Lampedusa. La nave della Marina Militare ha invece soccorso uno dei migranti, che necessitava di cure. Un altro barcone alla deriva con altre 90 persone è stato segnalato a poche miglia dalle coste libiche.

NEW YORK TIMES – Intanto scoppia la polemica sui centri di identificazione ed espulsione dopo la denuncia del New York Times che in alcuni casi li paragona a delle carceri.

   In particolare sul Cie di Ponte Galeria, non lontano dall’aeroporto di Fiumicino, la corrispondente del Nyt Elisabetta Polovedo scrive «non è una prigione, ma la differenza è in realtà soprattutto semantica». Il quotidiano ricorda che i centri di questo tipo, in Italia e in Europa, sono sempre più criticati dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani che li definiscono «inumani, inutili e costosi».

   In Italia, aggiunge la Polovedo, «i più critici sostengono che i centri sono il riflesso delle politiche che assimilano immigrazione a criminalità, dimenticano i benefici economici che gli immigrati possono portare e non prendono in considerazione la crescente natura multiculturale della società». (Alfio Sciacca)

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SALVATAGGI
SALVATAGGI

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…Siamo di fronte ad UNA SERIE DI PRASSI ILLEGITTIME DALLA POLIZIA DI FRONTIERA che ignora le prescrizioni vincolanti in materia di respingimento e trattenimento amministrativo, dettate dal REGOLAMENTO FRONTIERE SCHENGEN, n.562 del 2006, che impone formalità e garanzie precise per tutti i casi di respingimento, dalla DIRETTIVA SUI RIMPATRI 2008/115/Ce (secondo cui il trattenimento amministrativo si può verificare solo all’interno dei CIE con precise garanzie procedurali), e della CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UNIONE EUROPEA, che all’art. 19 vieta espressamente le espulsioni ed i respingimenti collettivi. Per non parlare della COSTITUZIONE ITALIANA che, negli articoli 13 e 24 stabilisce l’obbligo della convalida giurisdizionale del trattenimento amministrativo ed il diritto ad un ricorso effettivo per tutti, dunque anche per gli immigrati irregolari, come ribadito dall’art. 13 della CONVENZIONE EUROPEA A SALVAGUARDIA DEI DIRITTI DELL’UOMO (Flore Murard-Yovanovitch, da “L’UNITÀ” del 19/6/2013)

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SBARCHI, NAUFRAGI, TRAGEDIE: RITORNANO I BARCONI DEL DOLORE
di Flore Murard-Yovanovitch, da “L’UNITÀ” del 19/6/2013
   UNO STRANO SILENZIO MEDIATICO AVVOLGE LA RIPRESA DELLA STAGIONE DELLE MIGRAZIONI AL SUD DEL PAESE.

   IN MENO DI QUATTRO GIORNI, SONO APPRODATI circa trecento migranti in Calabria e circa cinquecento in Sicilia (stima approssimativa dai lanci Ansa e cronache locali) ma potrebbero essere molti di più. Inoltre, chi scrive lo fa mentre altre due imbarcazioni sono state avvistate a sud di Lampedusa. La Guardia costiera è impegnata senza sosta, con le sue motovedette, nel Canale di Sicilia, e varie sono state le operazioni di soccorso.
Afghani, curdi, siriani, egiziani, di cui bambini e donne incinte, pronte a rischiare tutto e che ci dovrebbero fare riflettere sulle ragioni di queste migrazioni solo bombe fame o persecuzioni possono spingere donne ad imbarcarsi di notte al buio con i loro pancioni –. Ieri è pure nata una bimba siriana durante il lungo viaggio verso le cose Calabrese.

   Una speranza che offusca a malapena il cadavere di un immigrato subsahariano, avvistato a largo del Siracusano dove l’altra notte è approdato un barcone. Non è stato degno nemmeno di una notizia. Quando il silenzio viene squarciato dalle cineprese, si focalizzano sul momento drammatico dello sbarco, e poco o nulla si sa del probabile percorso una volta arrivati in Italia.

   I subsahariani vengono posteggiati in centri di accoglienza. I siriani, e soggetti vulnerabili nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Egiziani e tunisini, per via degli accordi bilaterali di riammissione dei migranti irregolari con Tunisia ed Egitto sono in generale subito rimpatriati a bordo di voli charter, nel giro di poche ore.

   Il rimpatrio forzato, dopo il trattenimento in centri ad hoc di identificazione rapida – specie di centri di detenzione temporanei in palestre, stadi requisiti dalle prefetture, dove i migranti vengono isolati e interrogati dai soli ufficiali di Frontex (l’ente europeo per il controllo delle frontiere), rappresentanti dei loro consolati, (vietate le visite di organizzazioni come Unhcr e Save the Children) sono stati di recente condannati dal relatore speciale dell’Onu sui diritti umani dei migranti, François Crépeau.
Cioè, casi di respingimento collettivo da parte delle polizie di frontiera di Siracusa, Trapani e Agrigento, e altre regioni, come Calabria e Puglia, come se il decreto legislativo n.25 del 2008 non avesse espressamente abrogato quelle residue disposizioni della legge Martelli (39/90) che consentivano alle autorità di polizia in frontiera di valutare come manifestamente infondata una richiesta di asilo e di procedere immediatamente all’accompagnamento forzato.

   Siamo in realtà da mesi, in continuità con il governo precedente, di fronte ad una serie di prassi illegittime dalla polizia di frontiera che ignora le prescrizioni vincolanti in materia di respingimento e trattenimento amministrativo, dettate dal Regolamento Frontiere Schengen, n.562 del 2006, che impone formalità e garanzie precise per tutti i casi di respingimento, dalla Direttiva sui rimpatri 2008/115/Ce (secondo cui il trattenimento amministrativo si può verificare solo all’interno dei Cie con precise garanzie procedurali), e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che all’art. 19 vieta espressamente le espulsioni ed i respingimenti collettivi. Per non parlare della Costituzione italiana che, negli articoli 13 e 24 stabilisce l’obbligo della convalida giurisdizionale del trattenimento amministrativo ed il diritto ad un ricorso effettivo per tutti, dunque anche per gli immigrati irregolari, come ribadito dall’art. 13 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo.
Un copione già noto, dalle altre stagioni, che si ripete ma in condizioni più drammatiche ancora perché il sistema di accoglienza è oggi destrutturato e senza i soldi della protezione civile, con fondi ridotti al minimo. Resistono solo gli Sprar finanziati dai comuni, ma dalle ultime notizie giunte, il centro di accoglienza di Mineo sta ormai esplodendo.

   Sono circa tremila gli «ospiti», di cui centinaia di richiedenti asilo dal Mali, cui per la grave crisi umanitaria nel Paese da una circolare del Ministero dell’Interno (n. 4369 del 15 giugno 2012), si sarebbe dovuto riconoscere la protezione sussidiaria; per tutti gli altri richiedenti asilo, lungaggini burocratiche per il rilascio del permesso di soggiorno tali da fare durare la loro detenzione fino a 18 mesi.

   Gli effetti? Trattamento degradante della persona umana, frustrazione e disperazione. Recentemente c’è stata una rivolta massiccia, e non per causa della fila per il cibo… Interrogarsi invece sulle reazioni all’uguaglianza negata? Ancora là silenzio, assordante. (Flore Murard-Yovanovitch)

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(Migranti e gabbie per tonni: ACCADEVA NEL MAGGIO 2007…):

IN QUESTA GABBIA PER TONNI È FINITA LA NOSTRA UMANITÀ

di Francesco Merlo, da “la Repubblica” del 29.05.2007

– Segno dei tempi infami, con pochi barlumi di speranza –

Ingrandite la figura di uno di questi 27 naufraghi aggrappati, con i piedi più ancora che con le mani, sul bordo di una gabbia di tonni, largo appena 35 centimetri. Sgranate e deformate, sino a indovinare il viso e le espressioni, la foto degli uomini-tonno o, se preferite, dei ragazzi-sughero che si lasciano galleggiare tenendosi in equilibrio sulla nassa: per un momento potrebbe persino sembrare che sorridano
Più verosimilmente gli uomini-tonno mostrano i denti. E guardate la mano alzata a segnalare la fretta, una fretta che non finisce mai. E poi chiedetevi com´è possibile che tutti insieme, che tutto l´insieme non abbia impietosito le barche di passaggio, com´è potuto accadere che tanti, troppi pescherecci abbiano fatto finta di non vedere questa scenografia di morte, questa camera ardente sull´acqua, o che davvero li abbiano guardati come fossero tonni tra i tonni. Agitandosi molto meno, 27 autostoppisti all´autogrill avrebbero guadagnato anche l´attenzione dei più distratti e dei più indaffarati. Cattivi marinai? Sadici filibustieri? No. La logica è quella terrestre dell´indifferenza, quella stessa di chi volta la testa dall´altra parte davanti a uno stupro, di chi non soccorre i feriti sull´autostrada…
E però in questa foto c´è di peggio. Non si vede, ma la gabbia per tonni è ovviamente legata a un peschereccio: il Budafel. E speriamo, se il decoro non è diventato retorica, che Budafel diventi sinonimo di vergogna. Inutilmente infatti – e questo nella foto si vede – gli uomini-tonno implorano uno “strappo” sino a terra, uno “strappo” che vale le loro vite. Ma il capitano del Budafel non ha alcuna intenzione di portarli a terra per la seguente ragione che egli stesso ha poi spiegato all´Indipendent: «Non potevo correre il rischio di perdere il mio carico». Come avrebbe potuto sacrificare un prezioso carico di tonni-tonni, «almeno un milione di dollari», per un carico di tonni-uomini, almeno un milione di guai?
Insomma non stupisce che stia già diventando una delle immagini emblematiche del secolo la foto di questi 27 uomini-tonno che sono stati lasciati lì, per tre giorni e tre notti, a galleggiare in acque libiche. E vale la pena di sottolineare, per una volta con orgoglio, che sono stati gli italiani a salvare i naufraghi mentre i maltesi chiedevano l´intervento dei libici, i quali a loro volta imprecavano contro i maltesi.
Di sicuro nessun obbligo di legge e nessun diritto internazionale imponevano alla Marina italiana di mandare la sua Orione che, in acque non troppo lontane, stava cercando un´altra barca di disperati. Ma si sa che l´Italia ha, nei rapporti internazionali, un modo di presentarsi che esclude la durezza. Quella famosa idea che siamo tutti figli di mamma e che la vita vale più dei regolamenti, delle opportunità politiche, e anche dei confini e della ragion di Stato, quella idea italiana che è stata spesso, e a ragione, considerata come un segno di debolezza, forse sta ora diventando un segno di modernità. E lo diciamo pensando anche all´Afghanistan e alle polemiche sul prezzo dei riscatti. Forse, mostrarsi deboli e fragili oggi significa mostrarsi evoluti.
La Marina italiana ha dunque fatto prevalere i sentimenti elementari pur sapendo che i nostri centri sono allo stremo, e che persino un paradiso vacanziero come Lampedusa è oggi diventato simbolo di ingestibile e invivibile “accoglienza”.
Ma soprattutto la foto ci parla del Mediterraneo, di quel che è diventato il mare delle nostre canzonette d´amore, il mare che pure ha visto e superato ogni genere di ferocia, che è stato solcato da imprenditori violenti e da razziatori di ricchezza, ha conosciuto ogni tipo di boat people, antico e moderno, dai settemila Cavalieri di Gerusalemme che, cacciati da tutti i porti, errarono dal 1522 al 1530, alla famosa Exodus con a bordo 4515 profughi ebrei scampati ai campi di concentramento. Ricordate il film con Paul Newman? Arrivata nel porto di Haifa la Exodus fu speronata e rimandata indietro dai cacciatorpediniere inglesi che fecero anche parecchie vittime.
Insomma sembrava che tutto fosse già accaduto nel Mediterraneo, diventato caldo come un caffè e accogliente come un convento. Ed ecco invece le barche dei disperati, ecco gli uomini-tonno. Davvero mai era successo che gli uomini in surplus demografico venissero trattati come spazzatura, costretti a farsi sugheri e a galleggiare attaccati alle nasse.

   Eppure altrove il mare, come per esempio in Giappone, benché sia naturalmente più ostile, non è il luogo dove la terra si svuota degli uomini in eccesso ma il luogo dove la terra si espande, dove si costruiscono aeroporti e intere città palafitticole, il mare insomma che si sostituisce al terri-torio diventando mari-torio. Quella foto ci spiega invece che non solo il nostro Mediterraneo non sta diventando un maritorio ma che è la bocca di un vulcano, è un campo di concentramento con soluzione finale, è il mare del “navi frango”, il mare dove si è franta la vecchia e gloriosa nave della nostra umanità.
Pensate a un milione di dollari. In quella gabbia c´erano tonni per un milione di dollari. Voi chi buttereste a mare: il tonno o il naufrago? Come vedete, sembra tornare in vita, proprio nel cuore del Mediterraneo, la vecchia figura del negriero. Pare quasi di rivedere la caricatura brechtiana dell´imprenditore, quello delle vignette bolsceviche: ci si liberava di lui con la scopa della rivoluzione. Ebbene, se sulla terra non è più quella la logica del mercato, la foto ci racconta che il nobile Mediterraneo è di nuovo infestato da quei miserabili. (Francesco Merlo)

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Il rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite

QUEI 45 MLN DI PERSONE CHE HANNO PERSO TUTTO. IL 2012, ANNO-RECORD DI RIFUGIATI E SFOLLATI

dal CORRIERE.IT del 18/6/2013 http://www.corriere.it/cronache/

– Senza casa per via di guerre, persecuzioni e carestie. Cifre drammaticamente in crescita. Aiuti solo dai paesi poveri –

   Nel mondo, un numero record di sfollati e rifugiati: circa 45,1 milioni. Quasi come una nazione europea di medie dimensioni. Ma oggi chi ha perduto casa per via di guerre, persecuzioni, carestie, o ha chiesto asilo a seguito della negazione di diritti civili, proviene per lo più di cinque paesi che totalizzano il 55 % di chi non possiede più nulla, casa, acqua, istruzione, talvolta futuro: Afghanistan, Somalia, Iraq, Siria e Sudan.

   Ma altri flussi consistenti si registrano anche in uscita da Mali, Repubblica Democratica del Congo e dallo stesso Sudan verso Sud Sudan ed Etiopia.

   È quanto emerge dall’ultimo rapporto annuale Global Trends – sulle tendenze a livello globale in materia di spostamenti forzati di popolazione – pubblicato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Lo studio prende in esame le migrazioni forzate avvenute durante il 2012 basandosi su dati prodotti da governi, organizzazioni non governative partner e dalla stessa Agenzia ONU. Mai, negli ultimi 18 anni, si era totalizzato una cifra così alta di profughi e sfollati. Non solo. Questo numero pare drammaticamente in crescita.

CIFRE IN CRESCITA – Mentre alla fine del 2011 – si legge nel rapporto – le persone coinvolte in tali situazioni nel mondo erano 42,5 milioni, un anno dopo erano, appunto, ben 45,1 milioni. Di queste 15,4 milioni erano i rifugiati, 937mila i richiedenti asilo e 28,8 milioni gli sfollati, persone cioè costrette ad abbandonare le proprie abitazioni ma che sono rimaste all’interno del proprio paese.

L’ALLARME DELL’UNHCR – «Sono numeri allarmanti» ha affermato l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati António Guterres. «Indicano non solo una sofferenza individuale su vasta scala, ma anche le difficoltà della comunità internazionale nel prevenire i conflitti e nel promuovere soluzioni tempestive per una loro ricomposizione».

SPOSTAMENTI FORZATI – Le tendenze che emergono dal rapporto sono preoccupanti sotto diversi aspetti; uno di questi è la rapidità con la quale le persone sono costrette a spostamenti forzati. Durante il 2012, 7,6 milioni di persone sono state costrette alla fuga, delle quali 1,1 milioni hanno cercato rifugio all’estero e 6,5 milioni sono rimaste sfollate all’interno del proprio paese. Ciò consente di affermare che ogni 4,1 secondi una persona nel mondo diventa rifugiato o sfollato.

SOLO I POVERI AIUTANO I POVERI – Emerge poi come il gap tra i paesi più ricchi e quelli più poveri si faccia più ampio quando si tratta di accogliere rifugiati. La metà dei 10,5 milioni di rifugiati che rientrano nel mandato dell’UNHCR (altri 4,9 milioni sono rifugiati palestinesi che ricadono invece nella competenza dell’UNRWA, l’Agenzia ONU che si occupa specificamente di tale popolazione) trova infatti accoglienza in paesi che hanno un reddito pro capite annuo inferiore a 5mila dollari USA. Complessivamente i paesi in via di sviluppo ospitano l’81% dei rifugiati di tutto il mondo, un netto aumento rispetto al 70% di un decennio fa.

IL DRAMMA MINORI – I minori – bambini e adolescenti con meno di 18 anni – costituiscono il 46% di tutti i rifugiati. Lo scorso anno poi la cifra record di 21.300 domande d’asilo è stata presentata da minori non accompagnati o separati dai loro genitori, si tratta del numero più alto mai registrato dall’UNHCR.

IN ITALIA – In Italia nel 2012 sono state presentante 17,352 domande d’asilo, circa la metà dell’anno precedente. Questo calo significativo, determinato prevalentemente dalla fine della fase più drammatica delle violenze in Nord Africa, riporta il numero di domande in media con il dato degli ultimi dieci anni. I rifugiati in Italia alla fine del 2012 erano 64.779, questa cifra colloca l’Italia al 6° posto tra i Paesi europei, dopo Germania (589,737), Francia (217,865), Regno Unito (149,765), Svezia (92,872), e Olanda (74,598). Il nuovo rapporto Global Trends ed i relativi materiali multimediali possono essere scaricati qui.

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UNHCR, IL RAPPORTO 2013 SUI RIFUGIATI: NESSUNA INVASIONE DELL’ITALIA

di Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 19/6/2013

– Nel 2012 le richieste di asilo nel nostro Paese sono state 17.352, la metà rispetto al 2011. Per numero di profughi ospitati siamo al sesto posto in Europa, ben lontani da Germania e Francia. In tutto il mondo l’anno scorso oltre 45 milioni di persone costrette a migrare –

   C’è una foto significativa nelle prime pagine del rapporto 2013 sui rifugiati curato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite. Ritrae la famiglia di una ragazzina fuggita dal Mali durante la guerra fra integralisti islamici e soldati governativi e accolta in un campo profughi in Burkina Faso. Si chiama Aminata, è una madre giovanissima, e accanto a lei dorme un fagottino di due mesi, sua figlia Aichatou. Aminata indossa una maglietta nera un po’ sbiadita, su cui campeggia questa frase, in italiano: “La mamma non ti ha detto niente?”. No, che non le aveva detto niente, quanto meno nulla che bastasse a evitare il destino della diseredata, sotto il sole, nella polvere, a dipendere dalla carità degli altri.
È una coincidenza curiosa che la frase sia in italiano, una lingua diventata ormai, nei codici globali, il simbolo dell’abbigliamento. Chissà se nel sogno della ragazzina maliana senza tetto c’è anche un’idea del nostro Paese, che visto dall’Africa sembra la porta dell’Europa e dunque la strada principale per il benessere. Fra le cose che la mamma non ha detto ad Aminata, c’è anche la paura italiana dell’invasione, l’allarme tsunami, come lo chiamarono pochi mesi fa i politici intenzionati a usarlo. E invece la tendenza delineata dal rapporto dell’Unhcr è proprio in senso contrario. Macché invasione, altro che tsunami: le carrette dei mari stracariche di disperati e dirette a Lampedusa sono in calo netto, dice l’Alto commissariato.
Nel 2012 le domande di asilo presentate in Italia sono state 17.352, la metà rispetto all’anno precedente. Nel nostro Paese a dicembre i rifugiati erano 64.779: una cifra sicuramente significativa ma ben lontana dalle immagini catastrofiche proposte negli anni scorsi. In realtà l’Italia è al sesto posto fra gli Stati europei, ben lontana dalla Germania, che ha accolto 589.737 rifugiati, e dalla Francia, che ne ospita 217.865. Anche il Regno Unito (con 149.765), la Svezia (92.872) e la piccola Olanda (74.598) hanno fatto di più, aprendo le porte a perseguitati e fuggiaschi. Niente a che vedere, s’intende, con le emergenze che devono fronteggiare Paesi molto più deboli finanziariamente delle nazioni d’Europa: il Pakistan, per esempio, ha accolto 1,64 milioni di afgani, e la repubblica islamica d’Iran 862 mila.
A ridurre la corrente verso l’Italia, sostiene l’Unhcr, è stata la fine della fase più drammatica delle violenze in Nord Africa. Ma se le rivolte della Primavera araba attraversano una fase meno convulsa e la guerra in Libia, al di là delle scosse di assestamento, è comunque finita, le tendenze globali sono preoccupanti. La cifra complessiva di rifugiati e sfollati ha raggiunto livelli che non erano sfiorati dal 1994. Secondo l’Alto commissariato, le persone coinvolte in migrazioni forzate alla fine del 2011 erano 42,5 milioni e nel 2012 hanno raggiunto quota 45,1 milioni. Oltre 15 milioni erano rifugiati propriamente detti, quasi un milione i richiedenti asilo, e gli altri – circa 28,8 milioni – erano sfollati, persone costrette a lasciare la casa ma rimaste nel proprio Paese.
A provocare le migrazioni è soprattutto l’incubo della guerra. Lo dimostra il fatto che 55 rifugiati su cento vengono da cinque Paesi coinvolti nei conflitti: Afghanistan, Somalia, Iraq, Siria, Sudan. Altri flussi “importanti” sono quelli dei fuggiaschi dal Mali e dal Congo RDC.

   Ma quello che spesso sfugge è la distribuzione dei fuggiaschi. Le tabelle dell’Onu parlano chiaro e smentiscono una volta per tutte i luoghi comuni. Ben 81 rifugiati su cento sono ospitati da Paesi in via di sviluppo. E persino i più poveri fanno la loro parte in maniera consistente: 2,5 milioni di rifugiati (cioè il 24 per cento del totale) vivono nei 49 Stati meno sviluppati del pianeta. Insomma, c’è solo la fuga dall’orrore e dalla morte, il presunto assedio alla cittadella dei ricchi è semplicemente una bugia. (Giampaolo Cadalanu)

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SU UN ALTRO EPISODIO DI MANCATO SOCCORSO PER CONFLITTO DI COMPETENZA DI ACQUE TERRITORIALI, NELL’APRILE 2009, LEGGETE QUESTO POST DI GEOGRAFICAMENTE:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/04/20/profughi-leuropa-che-deve-affrontare-unita-lemergenza-umanitaria-del-sud-del-mondo/

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PESCA DEL TONNO

da http://www.silentevolution.net/

– Molte specie di tonno sono a rischio estinzione e i metodi di pesca selvaggia minacciano tutto l’ecosistema marino –

   Il tonno in scatola è la riserva ittica più comune nelle case degli italiani, pochi però sono a conoscenza delle metodologie di pesca indiscriminata e troppo spesso illegali che minacciano molte specie e l’intero ecosistema marino. Il tonno utilizzato nelle scatolette che vengono vendute sul mercato europeo proviene prevalentemente dall’Oceano Pacifico o dall’Oceano Indiano, dove vivono diverse specie di tonno. La specie più abbondante è il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis) molto usato in Nord Europa e per ora in buona salute seppur con alcuni accenni di declino. Ben diversa invece è la situazione di altre due specie molto pescate: il pinna gialla (Thunnus albacares) diffuso soprattutto in Italia ed il tonno obeso (Thunnus obesus). Entrambe le specie mostrano chiari segnali di sovrasfruttamento che mette a rischio la sopravvivenza della specie.

   Purtroppo il problema non si limita al solo sfruttamento incontrollato del tonno ma si aggrava moltissimo con i sistemi di pesca utilizzati dai pescherecci certamente poco soggetti a regolamentazioni e controlli. In particolare due sistemi di pesca minacciano pesantemente non solo le specie di tonno in estinzione ma anche altre specie completamente diverse, e con esse tutto l’ecosistema marino:

– I FAD (“sistemi di aggregazione per pesci” dall’inglese “Fishing Actractive Devices”) sono oggetti galleggianti che attirano i tonni in modo da concentrarli in un unico punto e pescarli in massa con le reti a circuizione. Purtroppo nelle reti finiscono anche molti esemplari giovani di tonno con conseguente danno al ripopolamento, e varie specie minacciate come tartarughe marine, squali. I FAD ad oggi sono usati nel 70% della pesca del tonno e circa il 10% del pesce pescato con questo sistema non è tonno ma altre specie.

– In alternativa ai FAD si usano i palamiti, cavi in nylon lunghi fino a 100 Km con attaccate numerose lenze più corte (fino a 3000) terminanti con un amo. Questo metodo di pesca causa la morte di tantissimi altri animali (tra cui molti in via di estinzione) come uccelli acquatici, squali, mante e tartarughe. Solo nell’Oceano Pacifico centrale e occidentale la mortalità di squali annuale è stimata tra 500 mila e 1.4 milioni di esemplari.

   Alcuni produttori hanno adottato, in special modo dopo l’inizio di una apposita campagna di Greenpeace, dei criteri più rigidi nella provenienza e selettività del tonno, e nella modalità di pesca (con lenza ed amo). La normativa europea infatti non obbliga le aziende ad esplicitare il tipo di tonno contenuto nelle scatolette, tanto che un’analisi condotta sempre da Greenpeace mostra come il tonno che acquistiamo sia composto da più specie diverse (in qualche caso anche delfini) e che comprando la stessa marca, circa una volta su 3 portiamo a casa un prodotto diverso dato dal tonno più a basso costo disponibile in quel momento sul mercato.

   L’indagine di Greenpeace denominata Tonno in trappola è stata svolta sulle più importanti aziende del settore del tonno in scatola in Italia, prendendo in considerazione 14 marchi, e permettendo di stilare una classifica in base ad una serie di precisi criteri tra i quali la tracciabilità, la sostenibilità e l’etichettatura. Qui è riportata la classifica Rompiscatole di Greepeace aggiornata al 2012, purtroppo molti produttori non soddisfano minimamente tali criteri, mentre altri si stanno adoperando a migliorare la propria posizione.

Ancora una volta la scelta del consumatore è un potere che fa la differenza.

Fonti: www.greenpeace.com

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LA MATTANZA DEI TONNI IN ITALIA

la mattanza dei tonni
la mattanza dei tonni

da Sea Shepherd Italia, 8 maggio 2010

http://www.facebook.com/note.php?note_id=424030530855&comments

   La mattanza dei tonni o anche detta tonnara, è una antica e sanguinolenta pratica italiana di caccia al tonno. Ancora oggi viene praticata in alcune località siciliane e sarde anche se sempre più in disuso vista la scarsità dei tonni nei nostri mari e la maggior efficacia della pesca industriale.
La mattanza consiste nel lasciare in alto mare, nel periodo di aprile e maggio numerose e lunghissime reti dette appunto tonnare.
Da questi veri e propri labirinti di morte i banchi di tonno non possono più uscire, possono rimanervi intrappolati anche per settimane prima che i tonnarotti (uomini muniti di arpioni e bastoni) non mettano fine alle loro agonie.
Proprio come per i riti tribali, la mattanza ha inizio solo quando il Rais decide che le reti possono essere ritirate verso la superficie dando inizio al più cruento dei massacri di animali perpetrati ancora oggi nei nostri mari.
I mari si tingono sempre più di rosso, le acque si agitano nel tentativo dei tonni di scappare dalle reti, gli arpioni e le paranche uncinano inesorabilmente i corpi degli animali e li tirano all’interno delle imbarcazioni dette “Vasceddi”, “Varcazze” o “Parascarmi” poste in cerchio.

la mattanza dei tonni
la mattanza dei tonni

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One thought on “UOMINI e TONNI, accomunati da un unico tragico destino NEL CANALE DI SICILIA – Profughi immigrati appesi alle tonnare: l’EUROPA (e l’Italia) incapaci di prestare soccorso a vite umane che soccombono (e, vicino, la prigionia e la mattanza dei tonni, vissuta come festa, unisce due crudeltà) – La necessità che LAMPEDUSA, “porta sud” dell’Europa, si rapporti a CENTRI DI ACCOGLIENZA EUROPEI

  1. lucapiccin venerdì 21 giugno 2013 / 14:39

    Che atrocità !

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