IL MONDO IN TRASFORMAZIONE – Il G8 che esprime il declino dell’OCCIDENTE (mentre avanza il MONDO ASIATICO); il BRASILE e la TURCHIA, dove giovani e classe media chiedono democrazia e servizi – La NECESSITA’ di PROGETTI CONTINENTALI di (eco)sviluppo, democrazia, fine della povertà, riconoscimento delle libertà individuali, come METODO GEOPOLITICO del NUOVO MONDO da costruire

BRASILE – “La RIVOLUZIONE DELL’ACETO (USATO CONTRO I LACRIMOGENI DELLA POLIZIA) non si ferma davanti ai palleggi di NEYMAR e alle progressioni dell’incredibile HULK. SFIDA I TEMPLI DEL FUTEBOL, DAL MARACANÀ ALLO STADIO GARRINCHA…” (Michele Farina, da “il Corriere della Sera” del 22/6/2013) (immagine tratta da www.formiche.net)
BRASILE – “La RIVOLUZIONE DELL’ACETO (USATO CONTRO I LACRIMOGENI DELLA POLIZIA) non si ferma davanti ai palleggi di NEYMAR e alle progressioni dell’incredibile HULK. SFIDA I TEMPLI DEL FUTEBOL, DAL MARACANÀ ALLO STADIO GARRINCHA…” (Michele Farina, da “il Corriere della Sera” del 22/6/2013) (immagine tratta da http://www.formiche.net)

   Qualcosa di simile alla rivolta turca di Gezy Parki (per salvare i 600 alberi di un parco a Istanbul la protesta si è diffusa in tante città) sta ora divampando anche in BRASILE, dove da giorni si moltiplicano proteste in ogni angolo del Paese. La causa scatenante, apparentemente banale, è stata quella dell’aumento del costo dei trasporti pubblici. Un balzello rientrato immediatamente quando i disordini si son fatti seri, che il governo ha provato a sedare un po’ con la repressione e un po’ con l’intervento continuativo (in televisione) della premier Dilma Rousseff. A nulla però è servita, né la repressione della polizia sulle strade, né l’impegno in prima persona della presidentessa brasiliana, e il Paese sembra andare, nella protesta, per conto proprio.

   Effetti e modi molto simili, in Turchia e adesso in Brasile (con tutti i distinguo: il premier turco Erdogan ha poca dimestichezza di ogni forma di democrazia; in Brasile la situazione e diversa, è un paese guidato da una ex sindacalista imprigionata e torturata durante la dittatura…). Ma questa similitudine dei due paesi ai modi e agli effetti delle “primavere arabe” porta a far vedere un mondo, specie giovanile (in Brasile, Turchia, Tunisia, Algeria, Egitto, Libia, Siria, l’Iran del Movimento Verde del 2009…) che sente sempre più un desiderio, prima di tutto individualista (nel senso buono della parola) di libertà: intesa in primis con la possibilità di “avere servizi” (trasporti pubblici economici, sanità, scuole..), possedere ricchezza sufficiente a soddisfare le proprie esigenze e anche mode del momento, possibilità di muoversi, viaggiare….

   Pertanto dappertutto non si viene ad avere nessun moto “rivoluzionario” di voler “cambiare il mondo”, come potrebbe essere stato nelle ideologie dei decenni passati (quella marxista in primis, ma anche quella liberale dell’affermazione individuale della persona come elemento di ricchezza collettiva). Le “rivoluzioni” di adesso sembrano più scomposte e confuse: concrete nell’elemento scatenante (l’aumento dei biglietti del trasporto pubblico, l’eliminazione di un parco importante per ritrovarsi…), dall’altra espressive di esternazione dell’ “incazzamento collettivo” per desideri mancati e una vita non soddisfacente….. Senza comunque una precisa sintesi di “cosa si vuole” e “cosa si propone”, che tipo di società, in alternativa.

   Sia il Brasile che la Turchia sono poi nazioni in forte sviluppo economico (pur anch’esse, in particolare il Brasile, risentendo della crisi globale). E si penserebbe che lì la situazione “sia meglio” in questa fase rispetto al “declino occidentale” (l’Europa in particolare…). E invece non è così. E, paradossalmente, il modello occidentale consumista, del Walfare (sanità, scuola…), della libertà di muoversi, di viaggiare…. ora in crisi economica in Occidente, sta vincendo in quei paesi in via di sviluppo: i disordini nascono dall’aver “toccato” il benessere, la libertà, la democrazia occidentale, ma non riuscire a realizzarlo come si vorrebbe.

   Abbiamo in questo post voluto accostare in particolare l’episodio della rivolta diffusa brasiliana di questo periodo, con il recente G8 tenutosi a ENNISKILLEN in IRLANDA DEL NORD. Elenchiamo le 8 nazioni più ricchi e potenti del mondo presenti al summit: Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia, Giappone, Russia, Canada e Italia. Si capisce bene che manca il “mondo nuovo”, quello che conta veramente nella nuova economia: dei cosiddetti BRICS c’era solo la Russia presente in Irlanda al G8; non c’era appunto il Brasile, l’India, la Cina, il Sudafrica…. Per dire che il G8 oramai è un organismo superato, e che dobbiamo prendere atto che in particolare il mondo asiatico è il vero leader (economico, demografico…) del mondo (la Cina e l’India), assieme a sviluppi “altri” (in America Latina, Africa, Medio Oriente…) che vengono a galla e sormontano la vecchia e sempre più (economicamente e politicamente) superata Europa.

   Ma non è così facile come sembra. Valori e modi di sviluppo della persona, delle ambizioni e specificità individuali, sembrano non appartenere ai “nuovi sviluppi” mondiali. E le rivolte che si hanno un po’ qua e un po’ là (ora in Brasile, qualche settimana fa in Turchia…) appaiono moti di protesta che denotano il desiderio di migliori servizi sociali (la sanità, il trasporto, un “carovita” più accettabile..), e più democrazia, libertà: ma non hanno individuato idee e sintesi di quelle che possono essere le presenti e future aspirazioni degli individui, di ciascun popolo, nazione, continente…

   Pertanto si va avanti con fenomeni di protesta e caos poco meditati e assai confusi, certamente non risolutori di un’ “idea nuova” di società. Da un punto di vista geografico, ad esempio, pare evidente che i moti di protesta brasiliani si connettono a un contesto di cambiamento in tutta l’America Latina, e le nuove democrazie insediatesi da qualche lustro (non più controllate dall’esterno, con la fine dei blocchi), come in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay, Argentina, Cile, appunto il Brasile… forse stanno deludendo proprio quei ceti popolari cui da anni sono sostenute: incapaci di darsi un futuro unico, di continente latinoamericano autorevole nell’esprimere libertà, benessere per tutti, fine di povertà e degrado urbano (pensiamo al caos e alle miserie delle megalopoli brasiliane…).

   Insomma si può dire che non c’è da aspettarsi molto da forme di protesta che non sono accompagnate da un’idea di nuova società, di liberazione e realizzazione delle aspirazioni individuali, di un’urbanizzazione da riformare (aristotelicamente) per la felicità delle persone… Senza idee precise non ci resta che analizzare gli accadimenti, i fatti, come realmente sono, contribuendo in piccolo, ciascuno di noi, a formulare una proposta di futuro sociale, individuale, geografico, che sarà necessario al più presto stabilire. (sm)   

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IL G8 DEI “LEADER PER CASO” IN UN MONDO SENZA GUIDA
di Furio Colombo, da “Il Fatto Quotidiano” del 23/6/2013
   Un fotografo geniale ha ritratto i grandi del G8 nel meeting di pochi giorni fa a Enniskillen (Irlanda del Nord). Essi appaiono come figure di Magritte su un fondale di case e natura finte. E tutti (nove uomini e una donna) sono allineati su un asse di legno nero, una sorta di piedistallo elegante e artificiale che poggia su una strada disegnata per l’occasione.

   L’autore della fotografia, Matt Cardy, ha uno straordinario istinto per l’immagine. Questa è, allo stesso tempo, nuova, storica, e drammaticamente rivelatrice. Oppure il fotografo è un professionista fortunato: lui ha piazzato la camera, e il potere del mondo si è messo in posa senza camuffamenti e pretese. E ha mostrato che non esiste.MDG Lough Erne

   Infatti voi vedete, da sinistra, Barroso, presidente della Commissione Europea, che non può dare alcuna direttiva, vedete Abe, il premier giapponese, che sta inutilmente accanto ad Angela Merkel come se fossero in viaggio per caso. Cameron è l’unico alto come Obama e come Letta. Ha accanto da una parte Harper del Canada e dall’altra Van Rampuy, di cui siamo abituati a dire che è presidente dell’Europa, titolo che non è né vero né falso. Hollande di Francia è il più piccolo, ma l’espressione è la stessa.

   Ognuno sta pensando a un suo tormentoso problema, che non riguarda gli altri. Il valore di questa immagine è grande perché la rivelazione è a due vie. La prima ci porta a capire che nessuno di loro può dare un ordine, una direttiva o un aiuto agli altri, e controlla a malapena il proprio Paese. Ma ognuno di essi può commettere errori gravi e spingere fuori equilibrio almeno uno dei suoi vicini. Si aggira, nell’Europa qui rappresentata, molta solitudine, un forte potere negativo e nessuna influenza benefica, neppure di Obama. La seconda ci spinge in un vicolo cieco: se non loro, chi comanda?
LA STRANA TROVATA del piedistallo nero per le figurine che vediamo stagliarsi contro un cielo nordico non promettente, sembra offrire le figurine di un gioco. Che cosa sappiamo del gioco? Poco, e con nozioni confuse. Faccio un esempio. Sappiamo che la più potente di quelle figurine è Obama. Ma sappiamo che deve negoziare tutto, e negoziando cambiare e cambiando cedere, e alla fine allontanarsi dallo scopo del negoziato.

   Prendete l’Afghanistan. Obama non può restare e non può andarsene. Mai stato più stretto e immobilizzato un grande potere? Faccio un altro esempio. La figurina di Letta, primo ministro italiano, è sostenuta dalla maggioranza più ampia che vi sia in un Paese democratico occidentale. Eppure il suo potere è minimo, quasi niente. Deve evitare movimenti bruschi, non commettere errori, parlare con rarefatta e calcolata prudenza e restare in attesa. Quello che conta lo deciderà per lui o un altro personaggio, che è fuori del governo e dunque – apparentemente – fuori dal potere esecutivo. Oppure la Magistratura, che è un potere diverso, e segue ragioni diverse che però potrebbero interrompere tutti il poteri di Letta in un istante per il quale nessuno (cittadini o governo) decide o vota.
Diciamo che noi siamo il caso più strano, un governo a termine, senza termine, un governo democratico che, per esistere e per finire non dipende dal voto. Esiste però un’unica regola per il gioco sull’asse nero fotografato nel villaggio di Enniskillen. Ognuno è in bilico fra margini minimi, deve restare in un equilibrio quasi perfetto e meno agisce, meno fa danno. Nessuno può soccorrere l’altro. E anche se ciò che avviene fuori da quel villaggio (Siria, Libia) può danneggiare tutti, nessuno può o deve risolvere il problema.

   Nessuno da solo, nessuno insieme. Diciamo che la guida americana è finita in Afghanistan, con quella strana maledizione (né restare né partire anche se tutti sanno che la conclusione sarà fare finta che la guerra sia finita). Però anche l’autorità, il prestigio, persino la credibilità della Nato, sono improvvisamente scomparse in Libia, quando l’assassinio collettivo, pieno di sangue, di una sola persona, ha spinto tutti nel caos, un caos che dura ancora, come se fosse, alla Macbeth, senza rimedio. Infatti tutti si sono allontanati in fretta per non spiegare, anzi per non sapere.

   Cameron? È dentro e fuori, furbo e assente, il suo miglior pregio è non fare, ma questo non lo distingue dagli altri. Hollande è esangue e quando la Francia ha uno scatto, è uno scatto locale, con effetti locali (e non grandi come in Mali ), con conseguenze limitate.
DEL CANADESE HARPER non sappiamo nulla, nel senso che non c’è stato evento di cui sia stato parte, autore, mediatore o anche solo presente. Ci restano i due “potenti”, regionale e mondiale, Merkel e Obama. Il potere della Merkel è fermo, nel senso di immobile. La sua visione del futuro ha il segno meno, non come visione di una vita diversa, ma come regola per gli altri. Merkel non ha fiducia e non dà fiducia. Si è incaricata di essere portiera severa di un edificio rigoroso. La felicità non è il suo compito. Conta il regolamento.

   La differenza fra Obama e gli altri non è neppure misurabile. Tutti, tranne lui, sono “carisma zero” (per ripetere il grido dei bambini in bicicletta nell’indimenticabile film E. T.). Eppure il forte carisma, il realistico istinto politico, la visione quasi profetica di questo presidente americano non sembrano toccare popoli delusi e scontenti che possono occupare ma non gestire spazi sempre più desolati.

   Chi comanda allora? Forse il complotto segreto di banche, finanza e malaffare. Forse nessuno, nel senso che le ricchezze sono già separate dagli uomini. E agli uomini (intendo dire: tutti noi) viene ricordato – forse in automatico, da voci pre registrate – che devono pagare di più e lavorare di meno. O per niente.   Teoricamente è impossibile. Ma la gente continua a farlo, come sotto l’effetto di uno strano ipnotismo. Segno che per il momento non ci saranno ribellioni. (Furio Colombo)

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SE VACILLA ANCHE LA RELIGIONE NAZIONALE DEL PALLONE
di Michele Farina, da “il Corriere della Sera” del 22/6/2013
   «E’ una grande notizia: da noi il calcio non è più sacro» commenta Fernando Duarte, guru del giornalismo sportivo brasileiro. «Una volta la semplice presenza di giocatori del calibro di Neymar avrebbe placato gli animi della gente. Non è più così».

   Anzi: lo stesso Neymar, il più pagato gioiello della Seleção, è rimasto impigliato negli striscioni dei manifestanti: «Un’insegnante vale più di Neymar». Tiè. L’attaccante comprato dal Barcellona ha cercato via social network di schierarsi sulla barriera (la barricata) del popolo, ma non ha bucato la Rete. I tempi e i giocatori sono cambiati da quando il cantautore Vinicius de Moraes celebrava Mané Garrincha, l’angelo dalle gambe storte, l’analfabeta (ha scritto Darwin Pastorin) che sapeva interpretare il canto dei passerotti: «La rivoluzione sociale in marcia si ferma meravigliata a vedere il signor Mané palleggiare e poi prosegue il cammino».
La Rivoluzione dell’Aceto (usato contro i lacrimogeni della polizia) non si ferma davanti ai palleggi di Neymar e alle progressioni dell’incredibile Hulk. Sfida i templi del futebol, dal Maracanà allo stadio Garrincha, e alza un’ola di furore quando il segretario generale della Fifa, Jerome Valcke, osa dire che tutto tornerà tranquillo se la squadra verdeoro arriverà alla finale di questa Coppa delle Confederazioni.

   Ma Valcke si sbaglia perché «il calcio non è più sacro» se la nazionale degli 11 Dei è costretta a «volare» allo stadio di Brasilia anziché prendere il pullman. Il mare di folla che normalmente li osanna adesso alza barricate al loro passaggio. Le marce verso il Parlamento non sono niente di nuovo, scrive il guru Duarte. Le barricate erette sulla strada dove passa la Seleção sono una vera rivoluzione. Una retrocessione inconcepibile nella scala dei simboli nazionali. Come perdere 10 a 0 contro Tahiti.
Se non c’è più religione (del pallone), anche la religione «vera» (il Brasile è il più popoloso Paese cattolico del mondo) giustamente si preoccupa: i vescovi si riuniscono per fare il punto sul prossimo viaggio del Papa. Se Neymar non è più intoccabile, significa che anche il grande regista della Chiesa può beccarsi qualche striscione dai torcedores?
Che onta: altro che le polemiche sulle vuvuzelas in Sudafrica. La Fifa, l’organizzazione del calcio mondiale, ieri è stata costretta a smentire le voci di una sospensione del torneo in corso e addirittura i dubbi su una possibile cancellazione della Coppa del Mondo da 13 miliardi di dollari prevista per l’anno prossimo.

   Qualcuno in Brasile fa balenare l’oltraggioso paragone con il caso della Colombia, che si vide cancellare i Mondiali del 1986 (poi giocati in Messico) per questioni di sicurezza. Inimmaginabile: la Coppa che emigra magari nella vicina, odiata Argentina della pulce Leo Messi? Per i brasiliani sarebbe peggio che uscire dai Bric, la squadra dei Paesi rivelazione in economia. O forse no?

   Il presidente della Fifa Sepp Blatter, prima di partire alla volta della turbolenta Turchia (che fortunatamente per lui non ha in programma tornei internazionali) ha chiesto ai manifestanti di «non strumentalizzare il calcio».

   Il futebol uno «strumento»? Quale eresia: per milioni di brasiliani il calcio è sempre stato un fine più che un mezzo, una magnifica malattia e insieme un potente anestetico contro quello che succedeva fuori dal campo. In fondo, Pelè e compagni trionfavano su Riva e Boninsegna mentre il Paese viveva sotto la cappa della dittatura militare. Nel 1980 il capitano della Seleção era il ribelle Socrates, Dottore di gioco e di democrazia. Sconfitto da Pablito al Mundial spagnolo, Socrates è morto nel 2011. Ci fosse lui oggi in campo al posto di Neymar, la Rivoluzione dell’Aceto avrebbe risparmiato i suoi 11 Dei? (Michele Farina)  

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DA RIO A ISTANBUL, SE VA IN CRISI IL SOGNO DI UNA NUOVA SOCIETÀ
di Giuseppe Sarcina, da “il Corriere della Sera” del 23/6/2013
   Gli psicologi direbbero: aspettative deluse. I giuristi, probabilmente, tradurrebbero con «deficit di cittadinanza». Le rivolte di Istanbul e di Rio de Janeiro si parlano e, in un certo senso, contribuiscono a rendere il mondo ancora più piccolo. Non importa se per le strade si riversa il ceto medio paulista. Oppure gli studenti e i giovani custodi della laicità kemalista. Non fa differenza se la rabbia esplode perché le autorità pubbliche aumentano le tariffe dei trasporti, oppure perché il governo vuole spazzare via un pezzo dell’identità nazionale dalla piazza simbolo del Paese.
Brasile e Turchia, in fondo, stanno correndo lungo la stessa rotta finora costellata di promesse, di rivincite a portata di mano e da qualche settimana, invece, invasa da gas lacrimogeni e poliziotti con il manganello facile. Si dice: sono due nazioni cresciute troppo in fretta. Gli squilibri sociali, le ineguaglianze stridenti ora presentano il conto. È davvero così?
Negli ultimi dieci anni le economie dei due Paesi si sono sicuramente dilatate a ritmi impressionanti, sulla spinta di riforme di struttura coraggiose e sperimentando soluzioni originali. Solo nel gennaio scorso, per esempio, il vertice del World Economic Forum a Davos aveva preso nota della «ricetta turca» per contrastare la disoccupazione giovanile. Dal 2009 a oggi in Turchia sono spuntati 4,6 milioni di posti di lavoro, mentre, più o meno nello stesso periodo, l’eurozona ne perdeva 7,6 milioni.
Il Brasile è partito dallo sprofondo. Nel 1993 un terzo della popolazione (51 milioni di cittadini su un totale di 157) viveva sotto la soglia della povertà (all’epoca 1,25 dollari al giorno). Nel 2008 (ultimi dati Ocse disponibili), i poveri (meno di due dollari al giorno per vivere) sono diventati 29,8 milioni su 191 milioni di abitanti. Certo, sia in Turchia che in Brasile le diseguaglianze restano profonde, ma tendono, sia pure lentamente, a ridursi, mentre quasi ovunque, Occidente compreso, stanno aumentando.
Difficile, dunque, spiegare le ribellioni di massa solo con i numeri dell’economia. In Brasile, per altro, la protesta è cominciata a San Paolo, cioè nella capitale di una regione che da sola copre il 30 per cento del Pil nazionale.

   Forse conviene ricominciare proprio da qui. La lunga stagione di Inácio Lula da Silva ha dimostrato ai brasiliani che povertà e marginalità sociale non sono malattie genetiche del loro Paese. Ma il dinamismo dell’economia insieme a qualche soldo in più hanno diffuso la speranza che il Brasile possa raggiungere presto gli standard di civiltà degli americani e degli europei. E se questo non accade è solo perché il governo centrale, le autorità regionali, le municipalità eccetera, spendono male la nuova ricchezza. Sono persone nuove quelle che protestano, o con una nuova consapevolezza.
Anche in Turchia è finito un lungo sonno. Il premier Recep Tayyip Erdogan aveva promesso di trasformare il Paese in un modello di democrazia (non solo per le primavere arabe), un nuovo paradigma etico-politico da affiancare a quello europeo.
Ed è precisamente qui che le classi dirigenti di quei Paesi si sono arenate. Dilma Rousseff sorpresa dalla crescita vertiginosa delle aspettative (anche di redistribuzione del reddito certo). Erdogan spiazzato dalla domanda di partecipazione civile del suo popolo. Tutti e due stanno reagendo nella stessa maniera, violenta e profondamente sbagliata: abbiamo la maggioranza con noi e dunque continueremo a modo nostro. È «la tirannia della maggioranza», il virus politico isolato nell’Ottocento da Alexis de Tocqueville che può portare alla rovina prematura anche la democrazia più promettente. (Giuseppe Sarcina)

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BRASILE CAOS, 2 DONNE TRAVOLTE E UCCISE. ROUSSEFF INCONTRA I LEADER DELLA PROTESTA

da LASTAMPA.IT ESTERI (http://www.lastampa.it/ ) del 24/6/2013

– La presidente: «Un patto per i servizi pubblici e un referendum per realizzare la riforma politica» –

   La presidente brasiliana Dilma Rousseff incontra i leader della protesta che da due settimane infiamma il Paese e discute un piano di azione nazionale con governatori e sindaci per tentare di fermare le manifestazioni, che continuano anche oggi e registrano la morte di due donne, travolte da un automobilista che è poi fuggito.

   Dilma mantiene dunque la promessa fatta venerdì scorso nel suo discorso televisivo alla nazione e convoca nel palazzo presidenziale di Planalto i leader del Movimento Passe Livre, che nelle ultime due settimane hanno mobilitato attraverso i social network gli indignados brasiliani e hanno coordinato le manifestazioni in tutto il gigante sudamericano. E in serata annuncia che si farà un referendum popolare per convocare una assemblea costituente che realizzi una riforma politica, ma propone anche un piano nazionale in 5 punti per migliorare servizi pubblici e mettere così fine alle proteste.

   Subito dopo aver ascoltato le ragioni della protesta, Dilma incontrerà i governatori ed i sindaci delle capitali dei 26 Stati federali (più il Distretto federale che racchiude la capitale Brasilia) con i quali discuterà un pacchetto di misure urgenti messo a punto nelle ultime ore dal gabinetto di crisi creato dalla presidente per dare risposte immediate e tentare così di raffreddare la piazza.

   È una lotta contro il tempo, quella di Dilma, che non è ancora riuscita a fermare le proteste: anche oggi si segnalano infatti manifestazioni in almeno 20 città del Brasile, con due morti e diversi feriti. Le vittime erano due donne che assieme ad altri 400 manifestanti stavano compiendo un blocco stradale a Cristalina, vicino Brasilia. Un’auto è piombata a forte velocità sul capannello di manifestanti e le ha travolte, proseguendo poi la sua corsa. La polizia è sulle tracce del pirata.

   Scontri con feriti lievi si segnalano a Santos, dove un centinaio di manifestanti ha tentato di bloccare la via di accesso al porto, il più importante del Brasile per traffico di merci. Sono intervenuti i reparti antisommossa della polizia militare che hanno usato pallottole di gomma e gas lacrimogeno per disperdere la folla. I manifestanti hanno anche rovesciato in strada il carico di soia di un camion diretto al porto.

   Nuove manifestazioni sono previste oggi e domani a Rio de Janeiro. Una grande manifestazione è stata convocata per domani anche a San Paolo, dove la protesta è esplosa per chiedere la cancellazione degli aumenti del trasporto pubblico. Una battaglia già vinta dagli indignados, che oggi hanno incassato anche la cancellazione degli aumenti delle tariffe autostradali nello stato di San Paolo, previsti per il prossimo primo luglio. (Ansa)

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DALLA TURCHIA AL BRASILE, IL FILO CHE UNISCE LA PROTESTA
di MOISÉS NAIM, da “la Repubblica” del 24/6/2013
   In principio fu la Tunisia, poi il Cile e la Turchia. E ora il Brasile. Che cos’hanno in comune le proteste di piazza in Paesi così diversi tra loro? Varie cose… e tutte sorprendenti.
1. Piccoli incidenti che diventano grandi. In tutti questi casi, le proteste sono partite da avvenimenti locali che inaspettatamente si sono trasformati in un movimento nazionale. In Tunisia tutto cominciò quando un giovane venditore ambulante di frutta, non sopportando più gli abusi delle autorità, si immolò dandosi fuoco. In Cile furono i costi degli studi universitari. In Turchia un parco, e in Brasile le tariffe degli autobus. Con sorpresa dei manifestanti stessi – e dei governi – queste rivendicazioni specifiche hanno trovato eco tra la popolazione e si sono trasformate in proteste generalizzate su temi come la corruzione, la disuguaglianza, l’alto costo della vita o l’arbitrio di autorità che agiscono senza tener conto delle opinioni dei cittadini.
2. I Governi reagiscono male. Nessuno dei governi dei Paesi dove sono scoppiate queste proteste è stato in grado di anticiparle. Inizialmente non hanno nemmeno compreso quale fosse la loro natura, e non erano preparati per affrontarle con efficacia. La reazione comune è stata quella di inviare i reparti antisommossa per disperdere le manifestazioni. Alcuni governi si sono spinti più in là e hanno scelto di schierare l’esercito. Gli eccessi della polizia o dei militari hanno finito per aggravare ulteriormente la situazione.
3. Le proteste non hanno capi né una catena di comando. Queste mobilitazioni di rado hanno una struttura organizzativa o leader chiaramente definiti. Alla fine qualcuno dei protestanti si mette in luce più degli altri, che li designano (o i giornalisti li identificano) come portavoce. Ma questi movimenti – organizzati spontaneamente attraverso reti sociali e messaggi di testo – non hanno né leader né una catena di comando.
4. Non c’è qualcuno con cui negoziare o qualcuno da incarcerare. La natura informale, spontanea, collettiva e caotica delle proteste disorienta i governi. Con chi negoziare? A chi fare concessioni per placare l’ira delle piazze? Come fare a sapere se quelli che appaiono come i leader sono realmente in grado di rappresentare e impegnare gli altri?
5. È impossibile prevedere le conseguenze delle proteste. Nessun esperto è riuscito a prevedere la primavera araba. Fino a poco tempo prima della loro repentina defenestrazione, Ben Alì, Gheddafi o Mubarak erano considerati da analisti, servizi segreti e mezzi di comunicazione come leader intoccabili, di cui si dava per certa la permanenza al potere. Il giorno seguente, quegli stessi esperti spiegavano perché la caduta di questi dittatori era inevitabile. Come non si sa perché né quando cominciano le proteste, così non si sa come e quando termineranno e quali saranno i loro effetti: in alcuni Paesi non hanno avuto conseguenze di vasta portata, o hanno prodotto solo riforme di minor rilevanza; in altri, le mobilitazioni hanno fatto cadere governi. Non sarà questo il caso del Brasile, del Cile o della Turchia, ma non c’è dubbio che il clima politico in questi Paesi già non è più lo stesso.
6. La prosperità non compra la stabilità. La principale sorpresa di queste proteste di piazza è che sono avvenute in Paesi di successo, dal punto di vista economico. La Tunisia aveva la migliore situazione economica del Nordafrica. Il Cile è un esempio mondiale del fatto che lo sviluppo è possibile. Definire la Turchia un “miracolo economico” negli ultimi anni è diventata una banalità. Il Brasile non solo ha tirato fuori milioni di persone dalla povertà, ma è riuscito perfino nell’impresa di ridurre la disuguaglianza. Tutti questi Paesi oggi hanno una classe media più numerosa che mai. E allora? Perché scendere in piazza a protestare, invece di festeggiare?

   La risposta sta in un libro pubblicato nel 1968 dal politologo statunitense Samuel Huntington, Ordinamento politico e mutamento sociale. La sua tesi è che nelle società che sperimentano trasformazioni rapide, la domanda di servizi pubblici cresce a velocità più sostenuta della capacità che hanno i governi di soddisfarla. È questo il divario che spinge la gente a scendere in piazza per protestare contro il governo. E che alimenta anche altre, giustificatissime proteste: il costo proibitivo dell’istruzione superiore in Cile, l’autoritarismo di Erdogan in Turchia o l’impunità dei corrotti in Brasile.

   Sicuramente in questi Paesi le proteste si spegneranno, ma questo non significa che le loro cause scompariranno: il divario di Huntington è incolmabile. E questo divario, che produce turbolenze politiche, può essere trasformato in una forza positiva che favorisce il progresso. (Moisés Naim, traduzione di Fabio Galimberti)

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IL NUOVO MONDO SFIDA IL G8

di Gianni Riotta, da “La Stampa” del 16/6/2013

   Nel 1945 gli Stati Uniti producevano da soli oltre la metà della ricchezza nel mondo. Nel 2013, per la prima volta dalla rivoluzione industriale del XIX secolo, secondo stime del «Financial Times», saranno i Paesi emergenti, guidati da Cina e India, a produrre insieme oltre la metà della ricchezza. (…) Quel che resta dei nobili decaduti G8 (che si è incontrato ad Enniskillen in Irlanda del Nord), lo storico sorpasso ha dominato i pensieri dei leader, anche se, per bon ton, hanno fatto finta di nulla.

   Ci siamo abituati all’idea di vivere una stagione rivoluzionaria, l’economia globale, la tecnologia che cambia il mercato del lavoro, il declino europeo, l’ascesa asiatica, la lotta americana per restare potenza centrale. Ma la fatica mentale di studiare il nuovo ci fa perdere di vista l’accelerazione del futuro.

   Abbiamo, a malincuore, accettato l’idea delle nuove economie, dell’innovazione costante, del passato che si sbriciola, ma non ci rendiamo conto che il XXI secolo muta già a una velocità imprevedibile. Cicli sociali ed economici che richiedevano un secolo, maturano in meno di un decennio.

   Cosa vorrà dire «Paesi emergenti nel 2018» si chiedono Chris Giles and Kate Alien citando il Fondo Monetario, se gli «emergenti» da soli produrranno il 58% del Prodotto interno lordo pianeta Terra? Quel che disorienta gli europei, di cui in Italia si discute poco e che gli americani temono è la velocità del mutamento che si accresce, non si stabilizza.

   «Nel 1950 il centro di gravità dell’economia era nel Nord Atlantico… da allora si va spostando a Est e sarà a  Novosibirsk, Siberia, nel 2025… l’urbanizzazione economica cinese procede su una scala 100 volte più rapida della rivoluzione industriale europea… l’impatto sarà mille volte maggiore» calcolano a McKinsey.

   Ma i nuovi protagonisti, dopo i primi successi, si perdono a loro volta nel vortice futuro. L’India è cresciuta nel 2013 solo del 4,8% e quando citate questi numeri gli europei sorridono, «magari crescessimo noi così». Sbagliano, perché oltre il dato di crescita non guardano agli standard di vita: 364 milioni di indiani non hanno ancora accesso all’energia elettrica, 762 milioni cucinano ogni giorno accendendo il fuoco, con legna, carbone, escrementi. Sulla carta 4,8% di crescita fa luccicare gli occhi, ma per spegnere quei fuochi di povertà, massacranti per le donne e per l’ambiente, non basta.

   Se americani ed europei non possono rilassarsi sul passato, India, Cina, Brasile non possono rilassarsi sul presente. La crescita langue a New Delhi, invischiata da carenza di riforme e eccesso di burocrazia, ed è bastato che la presidente brasiliana Dilma Rousseff cincischiasse, per boria, con il boom economico – 30 milioni di persone uscite dalla povertà sotto il governo Lula – perché a Rio tornasse saudade sul benessere.

   Nel 2012 la crescita si è contratta ad anemici ritmi europei, 0,9%. La sinistra carioca sogna il modello cinese, ma a cancellare la disperazione nel Nord-Est è stato il mercato. Dimenticarlo, frena il Brasile alla vigilia dei grandi eventi Mondiale di calcio e Olimpiadi.

   Nessuno più di Cina e Usa soffre per la velocità del mondo nuovo. Solo pochi anni fa l’economista di Singapore Kishore Mahbubani era orgogliosamente certo che il XXI sarebbe stato «il secolo asiatico», come il XX era stato «il secolo americano». Le contraddizioni politiche a Pechino sotto il presidente Xi Jinping e la frenata indiana fanno ora riflettere Mahbubani che nel nuovo saggio «The great convergence: Asia, the West and the Logic of One world», preferisce – saggiamente – parlare di «convergenza» economica e geopolitica.

   Né «asiatico» né «occidentale» il XXI secolo è «globale», correndo con sue regole in perenne mutazione. Chi si ritiene «arrivato» torna subito indietro. Mahbubani scopre, per paradosso, che la sfida imperiale dei presidenti Obama e Xi è identica: «Riformare il sistema di governo, dominato dalle lobby in America e dal Partito comunista in Cina. Equilibrare il contratto sociale mentre la forbice ricchi-poveri si allarga. Non illudersi che il protezionismo salvi dal mercato globale».

   Mentre Pechino e Washington si sfidano in mare aperto, divisi tra guerra e pace, è bene ricordare che il loro futuro è unico, e possono crescere entrambe senza scontrarsi.

   Qual è invece la morale della favola per europei e italiani? A ben guardare una non negativa, e che il governo Letta se volesse potrebbe sfruttare: è vero che il nuovo mercato ha messo nell’angolo il vecchio continente, ma la velocità dell’innovazione è tale che, se corriamo a riforme economiche e facciamo più bambini saldando il tasso demografico negativo, possiamo dribblare anche India e Brasile. Come loro, a sorpresa, rallentano, noi potremmo, a sorpresa innovando, crescere. (Gianni Riotta)

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LA RABBIA CHE IL MIO BRASILE NON NASCONDE PIÙ
di ANDRÉA DEL FUEGO da “La Stampa” del 22/6/2013
– Andréa del Fuego è autrice di racconti e libri per bambini e giovani. Con il suo romanzo d’esordio, «Fratelli d’acqua» (Feltrinelli), si è aggiudicata il premio José Saramago 2011. Vive a San Paolo e collabora con l’emittente paulista Tv Cultura –
   Sono nata nel 1975. Quando ho cominciato a frequentare le elementari, nel 1981, in Brasile c’era ancora la dittatura militare. A scuola si soffriva molto per questo, anche se erano ormai gli ultimi effetti residuali, «figli» del golpe del 1964. Ricordo per esempio il fatto che ci facessero cantare l’inno nazionale a squarciagola, tutti in fila come soldatini, nel cortile d’ingresso, prima di cominciare le lezioni. Ogni mattina, di ogni settimana per tutto l’anno.

   Oppure le interminabili lezioni di Educazione civica, una materia che aveva come unico obiettivo, in realtà, non quello di creare una coscienza civile ma piuttosto quello di inculcare nelle teste dei bambini una modo di pensare totalmente a destra, in perfetto allineamento con quelli che erano i principi della dittatura.

   Il mio professore, però, era un’altra cosa. Già avanti con gli anni ci inondava di libertà. Rammento che, quando entrava in classe, il suo primo gesto era quello di aprire una porta della nostra classe che affacciava su un giardino. Poi si sedeva, dispiegando il giornale e ci diceva «fate quello che volete». Io non mi rendevo conto e non capivo perché non ci desse le lezioni di Educazione civica. Eppure in quel modo tutto speciale il mio professore stava protestando regalandoci una grande lezione di resistenza. Contro la dittatura del pensiero unico.

   Ma veniamo adesso ai fatti del 2013. Sono passati quasi quarant’anni da allora. Oggi sono madre – ho un figlio di poco più di un anno – e a differenza della maggiore parte delle donne brasiliane non ho la tata. Il che mi ha costretto a seguire tutte le manifestazioni dal divano di casa mia. Vi confesso, anche una cosa: non pensavo, all’inizio delle proteste, che sarebbero cresciute a tal punto. E come me credo che l’intero Paese sia stato sorpreso.
Dove era nascosta tutta questa rabbia, questa polvere da sparo che è esplosa? Dov’era prima tutta questa massa di persone insoddisfatte, scontente non tanto per l’aumento nei prezzi dei biglietti dei trasporti pubblici – che tra l’altro è stata l’unica rivendicazione chiara sin dall’inizio e, per di più, accolta dalle autorità – ma con la tipica rabbia di chi appartiene ad un certo partito? Perché c’è più rabbia nei confronti di un partito in particolare e non, invece, di altri?

   Nell’ultima manifestazione qui a San Paolo, quella di giovedì notte, quella che ha riunito in tutto il Brasile oltre un milione di manifestanti, abbiamo assistito all’aggressione fisica contro i militanti della sinistra da parte di chi rivendicava il carattere «apartitico» del movimento. Aggressioni arrivate da «difensori della giustizia» che, nel caso, scendono in piazza per difendere il Paese dalla corruzione, intendendo però quest’ultima come una causa astratta che può includere tutto e il contrario di tutto. Eccetto loro stessi.

   La corruzione esistente è legata ai corruttori, che hanno nomi e cognomi. Però ho una domanda da fare: perché nessuno ha scritto nulla sinora, neanche un manifesto piccolino chiedendo all’imprenditore X o all’imprenditore Y di vergognarsi e chiedere pubblicamente scusa? Io, dunque, resto in attesa, come facevo da bambina, in attesa che arrivi presto un professore che mi apra di nuovo la porta che dà sul giardino, come a scuola. Spero che sia la presidente Dilma Rousseff, in modo da evitare al mio Brasile un inutile capovolgimento di valori e la totale mancanza di libertà. (Andréa Del Fuego)

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BRASILE, LA RIVOLTA CONTRO GLI SPRECHI

di Umberto Mazzantini, da GREENREPORT.IT (www.greenreport.it/) del 19/6/2013

– Brasile, la rivolta contro gli sprechi e per il trasporto pubblico costringe il governo a tornare a sinistra ma São Paulo non è Istanbul. il Partido Dos Trabalhadores: «il popolo per strada è la nostra storia» –

   Il Brasile non è la Turchia. “A rua de volta a quem e la pertence”, la strada è tornata a chi appartiene, dice Greenpeace Brasil commentando le grandi manifestazioni che non si vedevano da tempo. Come in Turchia sono questioni ambientali e sociali (trasporti pubblici e spreco di denaro per i campionati del mondo di calcio) ad aver scatenato la rivolta, ma come dice Greenpeace la gente «Ha  gridato quel che gli era rimasto bloccato in gola». Come in Turchia per  gli alberi del parco, non si tratta certamente solo dei 20 centavos di aumento del biglietto del bus.

   “O povo acordou – e não vai mais dormir”, il popolo si è svegliato e non va più a dormire, è la frase gridata per le strade del Brasile ed il governo di coalizione dominato dal Partido dos Trabalhadores (Pt) sembra sorpreso da un popolo che la notte del 17 giugno non è tornato a casa, ma ha continuato ad occupare le strade  e che sui social network condivide emozioni, informazioni sulle manifestazioni e gli scontri con la polizia, ricordi di giornate che sono già diventate storia del Brasile.

   Ciò che è iniziato con l’indignazione per un aumento delle tariffe del trasporto pubblico è diventato qualcosa di molto più grande. Dopo le manifestazioni violentemente represse da parte dello Stato, le persone hanno lasciato a casa per ricordare che lo spazio della democrazia è la strada. A São Paulo, la città che non si ferma mai – se non per gli ingorghi – milioni di auto si sono spostate dalle strade per fare spazio a migliaia di persone. Ma non solo lì. Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Brasilia, Porto Alegre, Curitiba, Salvador, Maceio, Betlemme, Rio Branco…

   Le proteste si sono diffuse come polvere da sparo in tutto il Paese. Ma di questa polvere non si è visto quasi nulla. Quella che è esplosa sull’asfalto, questa volta, è stata la più pura brasilidade. Quell’ottimismo, creatività, buonumore e repulsione che hanno dato vita anche a un grido di guerra. Democrazia, istruzione, assistenza sanitaria, fine della corruzione, diritto alla protesta pacifica, trasporti pubblici accessibili e di qualità… Era tutto lì nello stesso brodo di coltura delle rivendicazioni.

   Greenpeace ha diversi conti aperti con il governo della presidente Dilma Rousseff, e ribadisce che «Come organizzazione che ha la protesta pacifica nel suo Dna, sostiene, appoggia ed è orgogliosa di aver partecipato ad uno dei momenti più belli della storia recente del Brasile. Manterremo la pressione su chi governa le città con le persone, con mobilità per tutti. I venti del cambiamento continuano a soffiare attraverso il Paese e ciascuno di noi, cittadini, deve capire questa lezione: la politica fa anche con le nostre mani. E quel da cui è nata l’indignazione, l’aumento delle tariffe di trasporto pubblico, non deve rimanere senza risposta».

   «I governi devono cedere alla pressione della popolazione e offrire una soluzione al problema del costo elevato del trasporto ed  aprire alla elaborazione partecipata di piani di mobilità delle città. Dopo decenni e decenni di incentivo al trasporto privato, è il momento di ripensare questo modello esaurito e garantire un massiccio ricorso al trasporto pubblico. Il problema della mobilità urbana nelle grandi città brasiliane non può più essere ignorato. Il principale modo per risolverlo è un trasporto conveniente ed efficiente».

   Il Pt sembra disorientato: molti tra quelli che riempiono le piazze ed affrontano la polizia sono suoi elettori che si scoprono improvvisamente stanchi delle promesse di giustizia sociale troppo spesse immolate sull’altare di una crescita ce ha portato nuovo benessere ma che sta trasformandosi sempre più in nuovi privilegi e disuguaglianze, mentre continuano le aggressioni dei latifondisti agli indios ed i Sem Terra continuano a rimanere senza terra. (…..) (Umberto Mazzantini)

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IL POPOLO DEL FUTÉBOL NON VIVE DI SOLO CALCIO
di DARWIN PASTORIN, da “l’Unità” del 22/6/2013
   NON MOLLERANNO. NON SMETTERANNO. HANNO PRESO A SPUTI PERSINO IL TOTEM DEL PALLONE, non è più tempo di futébol e allegria.
«Copa para quem?», Coppa per chi? A cosa servono Confederations Cup e Mondiale, per non parlare delle Olimpiadi, se il Brasile, dopo il Grande Sogno di Lula e, in parte, di Dilma, si trova ora alle prese con una crisi economica che mette paura e la gente non vuole stadi, ma Salute e Istruzione?

   Non ci sono soltanto i poveri in piazza, c’è anche quella media borghesia che, grazie alla sinistra al potere, aveva trovato un nuovo benessere. Che si sentiva inserita in un contesto sociofinanziario finalmente all’altezza delle nazioni più ricche, poteva guardare gli Usa non più dal «cortile», ma dai piani alti.

   Poi, è cominciato il crollo: e la scintilla, come spesso accade, è scoccata per un lieve aumento dei prezzi dei trasporti pubblici a San Paolo. Quella piccola onda è diventata, oggi, un oceano di protesta, di rabbia lacerante, anche di violenza: da San Paolo a Rio de Janeiro, da Belem a Ribeirao Preto, da Brasilia a Salvador a Porto Alegre il «movimento» continua a crescere.

   La Fifa sostiene che questa Confederations non è a rischio, ma la Coppa del prossimo anno potrebbe saltare: per motivi di sicurezza, le nazionali hanno paura, non si sentono protette, i giocatori ormai non escono più dagli alberghi.

   Certo, ora dipende tutto da Dilma Rousseff, l’ex guerrigliera che sfidò, guardandoli negli occhi, i criminali in divisa che, durante gli anni bui della dittatura, la condannarono, e la torturarono, dopo un processo farsa: la presidentessa deve intervenire, dare risposte alle accuse di corruzione di alcuni membri del suo governo, di certe sue presunte «spese folli» in occasione dei viaggi di rappresentanza; deve ritornare a parlare al cuore della gente, riprendere in mano il lavoro cominciato da Lula, l’ex operaio metallurgico, leader del Partito dei Lavoratori (chiamato PT, Partido dos Trabalhadores), capace di dare una svolta a sinistra, quel cambio di rotta forte e orgoglioso: più che gli impianti sportivi faraonici interessa il progetto Fame Zero da portare a termine, conta non perdere i posti di lavoro, dare agli studenti il futuro.

   Nel 1984, Lula e Dilma furono tra i protagonisti della prima, grande rivolta civile. Era la stagione del movimento Diretas Jà per l’elezione diretta del presidente della Repubblica (che diventò Tancredo Neves dopo la lunga dittatura militare), il 16 aprile di quell’anno scesero in strada, a San Paolo, da Praça da Sé fino a Vale do Anhangabaù, millecinquecento persone. Mai visto niente di simile.

   Fino a questi giorni. Non solo la capitale paulista, ma tutte le altre grandi metropoli, e non solo: i paesi, i sobborghi, le zone aride. Tutti uniti da una «indignazione» che non ha colore, infatti la gente marcia urlando «Senza Partiti!».

   Un brutto colpo per il PT, rimasto troppo «disattento», incapace di cogliere gli umori della nazione. Si è chiuso nei palazzi di vetro perdendo di vista la realtà del quotidiano, il disagio, sì quel profondo e lacerante senso di disagio. Nell’84 protagonisti divennero anche i giocatori, soprattutto quelli del Corinthians, con in testa il dottor Socrates: fu proprio la «democrazia corinthiana», il tentativo di autogestione da parte di una squadra di calcio, a dare inizio alle rivolte, pugno chiuso e sulle magliette l’invito ad andare a votare.

   La storia non è cambiata: adesso, grazie ai social network, calciatori come il fuoriclasse Neymar, l’attaccante Hulk, Dani Alves e David Luiz twittano a sostegno di manifestanti. A fare una brutta figura è stato Pelé, sempre più «posterdipelé», che ha dichiarato: «Per favore, dimentichiamo la confusione che c’è nel nostro Paese e pensiamo soltanto alla Seleçao, che è il nostro sangue, la nostra vita». Apriti cielo! Il Mito è stato duramente criticato, soprattutto da un altro ex campione, Romario, nelle vesti di deputato del Parlamento nelle file del Partito Socialista: «Pelé dice solo delle enormi bestialità, è un poeta soltanto quando sta zitto. Io sono orgoglioso della mia gente. Avanti così!».
No, non c’è pace per Dilma. Tutto è nelle sue mani, non solo il mondiale, ma qualcosa di molto più importante: la serenità, fatta di certezze e di avvenire, di tutto un popolo. (Darwin Pastorin)

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PANEM, NON CIRCENSES

di Gabriele Romagnoli, da “la Repubblica” del 22/6/2013
   LO SPLENDORE della storia sta nel fatto che a un certo punto decide di fregarsene anche di se stessa e cambia corso. Quel che per secoli era valso come legge, diventa un coriandolo.
Gli anestetici si trasformano in eccitanti, i luoghi comuni in piazze dell’inedito. Il motto “Panem et circenses” era scolpito sui templi di ogni sede di potere, ma una folla inattesa ha preso lo scalpello, cancellato le ultime due parole e aggiunto un punto esclamativo: “Panem!”.

   Gli acrobati, eventualmente, dopo cena. La sorpresa numero uno non è tanto che il re sia nudo, ma che lo si sia capito nonostante il più depistante dei travestimenti: pantaloncini, maglietta e scarpini chiodati. La sorpresa numero due è che il calcio come oppio dei popoli abbia smesso di funzionare proprio in Brasile, dove (credevamo) bastavano una palla di stracci e una spiaggia per essere felici e chi si è suicidato per un gol di Paolo Rossi deve pur resuscitare per due di Neymar.
Invece, c’è sempre un momento in cui le cose cambiano e gli ultimi a capirlo sono quelli che, seduti al tavolo del gattopardo, banchettano. Per questo, fatte le debite proporzioni, Blatter davanti all’estate brasiliana dimostra la cinica indifferenza di Gheddafi di fronte alla primavera araba. Da troppo tempo il sedativo funziona, come è pensabile che d’un tratto la gente si svegli? Eppure, sembrerebbe.
Lo sport in genere, ma il calcio in particolare, sono stati fin qui formidabili diversivi. Hanno coperto le macchie, ma distrutto definitivamente i tessuti. Paesi impresentabili hanno allestito vetrine fasulle dietro cui regnava l’oscurità. I governanti invitati in tribuna d’onore, gli inviati in quella stampa, il pubblico sul divano di casa, hanno preferito non guardare oltre il confine dello stadio.

   L’esempio del Mundial argentino è forse il più clamoroso, ma non l’unico. La dittatura di Videla continuava a torturare nelle galere segrete a breve distanza dal campo sul quale Kempes e compagni regalavano momenti di gioia ai sottomessi. Con beata ingenuità un attaccante del Chievo di nome Pellissier durante una conferenza stampa disse: «Ho conosciuto il calcio con quel mondiale, che intanto succedesse altro in quel Paese non l’immaginavo: perché non ce l’hanno detto?».

   Perché nessuno ebbe la forza di disertare il circo e assaltare il forno. Perché ai popoli viene raccontata la comprovata bugia che l’organizzazione di una Olimpiade o di un Mondiale è un’occasione per la crescita economica. Di chi? Di una congrega che si spartisce gli appalti. Per gli altri: briciole avvelenate. A giorno due si scopre che il fiume dell’indotto è un rigagnolo. A fine manifestazione restano ecomostri da demolire con gli esplosivi o consegnare agli squatter.
La Grecia già pericolante si è inflitta il colpo di grazia con le Olimpiadi di Atene nel 2004 e proprio ieri si è arresa all’evidenza del tracollo. Un Mondiale (o un’Olimpiade) è un’ opportunità sì, ma non per il popolo: per la sua casta di potere. Le consente di comprarsi la legittimazione internazionale (salvo boicottaggi).

   Putin ha voluto e ottenuto i Giochi invernali del 2014 e il campionato di calcio del 2018 (con la sola opposizione di Femen e Pussy Riot). Mostrerà al mondo la sua stanza dei balocchi, ma secondo l’agenzia statunitense Standard & Poor’s sette città ospitanti rischiano il crac finanziario per costruire gli impianti. Era questa la prima necessità dei loro abitanti? Saranno loro a guadagnarci o qualche faccendiere con la cazzuola amico dello zar? Il Qatar ha da poco abolito le corse coi cammelli guidati da baby fantini denutriti sostituendoli con robot e organizzerà i Mondiali del 2022 per dimostrare al pianeta i suoi progressi. Di cui gode una parte limitata della popolazione, rigorosamente maschile.
Qualunque cosa uno pensi del governo Monti, almeno di questo va dato atto al decaduto premier: una delle sue prime decisioni fu di bloccare la candidatura olimpica di Roma, con grande scorno del decaduto sindaco Alemanno e della sua numerosa famiglia. Lo fece pronunciando una frase ineccepibile: «Non sarebbe coerente impegnare l’Italia in quest’avventura che potrebbe mettere a rischio il denaro dei contribuenti». Perché di questo si tratta: giocare d’azzardo con denaro altrui, sapendo che al tavolo ci sono pure un paio di bari che vinceranno comunque.
Questo sta facendo il Brasile. Senonché un milione di persone ha fatto irruzione nella bisca. Noi ci stupiamo. Anche perché, lo si ammetta, eravamo convinti che Rio fosse la locomotiva del Sudamerica e Dilma Rousseff un leader ammirevole.

   Solo tre giorni fa in una delle tracce per il tema della maturità si invitava il candidato a ripercorrere le vicende che hanno portato alla “fase di significativo sviluppo economico dei Brics”, cinque Paesi tra cui il Brasile. Poi arriva il video di una giovane donna a raccontarci con la semplicità con cui si spiega la vita a un bambino di quattro anni che le cose stanno diversamente: la sanità è mala, la criminalità dilaga, l’istruzione latita. Insomma tutti i peggiori luoghi comuni. Tranne uno: il calcio non rimedia, neppure per un minuto, a nessuno di questi problemi. L’esistenza, come dire, è finita in fuori gioco. (Gabriele Romagnoli)

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L’UNICA RISPOSTA ALLE PROTESTE IN BRASILE È IL RIFORMISMO PERMANENTE

di NICCOLÒ LOCATELLI, da “LIMES – RIVISTA ITALIANA DI GEOPOLITICA”,

– Milioni di brasiliani sono diventati classe media grazie a Lula e Dilma, ma ora reclamano ulteriori diritti. Il Pt al governo non ha scelta: deve darglieli o tornerà all’opposizione. Una lezione per tutta la sinistra sudamericana –

Le proteste che stanno attraversando il Brasile nei giorni della Confederations Cup sono animate da rivendicazioni locali e nazionali, ma la loro valenza si estende oltre i confini del gigante lusofono: queste manifestazioni contengono infatti un messaggio per tutti i governi di (centro-)sinistra del Sudamerica.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza dei residenti di San Paolo, Rio de Janeiro e altre città brasiliane è stata locale: l’aumento del prezzo dei biglietti per usare i mezzi di trasporto, a parità del pessimo servizio offerto. Tale aumento, il primo dal 2011 e comunque inferiore alla crescita dell’inflazione, è stato deciso proprio mentre il governo di Dilma Rousseff rivedeva al rialzo la spesa stimata per ospitare i prossimi Mondiali di calcio che si terranno in questo paese nell’estate del 2014. La violenta repressione delle prime manifestazioni da parte della polizia ha indignato la popolazione, richiamando più gente in piazza.

Il fatto che le proteste siano in qualche modo legate ai Mondiali sposta la questione da tanti micropiani locali al livello nazionale: a essere sotto accusa è l’esecutivo di Dilma, erede di Lula e probabile candidata del Partito dei lavoratori (Pt) alle presidenziali dell’ottobre prossimo, ritenuto colpevole di tollerare (o beneficiare da) malversazioni e corruttele. A 12 mesi dal calcio d’inizio, i lavori in alcuni stadi sono ancora incompleti e potrebbero non essere terminati in tempo.

Questo spreco di denaro in gran parte pubblico risulta particolarmente indigesto ai cittadini brasiliani non solo in base a ovvie considerazioni etiche, ma anche per ragioni politico-economiche. Il Brasile si è consolidato come democrazia e ha compiuto nell’ultimo decennio enormi passi in avanti nella lotta alla povertà, diventando una delle 10 maggiori economie del mondo. Ciò non vuol dire però che tutti i suoi secolari problemi siano stati risolti da Lula e Dilma: in particolare, permangono disuguaglianze abissali nella distribuzione della ricchezza, una rete di infrastrutture e servizi o troppo costosa o troppo carente, una criminalità capace di mettere seriamente a rischio la sicurezza dei cittadini e una corruzione diffusa a tutti i livelli politici.

Non si tratta delle prime o delle uniche proteste contro il governo del Pt provenienti da settori che dovrebbero rappresentare lo zoccolo duro del partito: basti pensare alla lotta degli indigeni e degli ambientalisti contro la diga di Belo Monte o a quella del Movimento sem terra. La novità è rappresentata dalle dimensioni delle manifestazioni, le più partecipate degli ultimi vent’anni.

In Brasile si sta ripetendo ora una storia già vista, tipica di una certa fase dello sviluppo economico. Grazie anche alle politiche dei governi che ora vengono contestati, milioni di persone non vivono più in condizioni di povertà e si considerano / sono considerati “classe media”: con la maggiore affluenza nascono nuove pretese la cui soddisfazione non può essere garantita in maniera altrettanto rapida. Misure come la riforma dell’istruzione o della sanità, la costruzione di nuove infrastrutture, la lotta alla criminalità e quella alla costruzione necessitano di tempi politici o tecnici più lunghi rispetto alla concessione di sussidi.

In un certo senso, Dilma è vittima del suo stesso successo (e di quello di Lula): quelle stesse persone che il Pt ha portato fuori dalla povertà ora pretendono – giustamente – di più e non hanno paura di chiederlo.

Nel caso brasiliano c’è un senso d’urgenza, per Dilma, dettato dall’avvicinarsi dei Mondiali e delle elezioni presidenziali: se l’attuale capo di Stato – che pensa di ricandidarsi – vuole rivincere con facilità, è imperativo che le proteste non proseguano fino alla manifestazione sportiva dell’estate prossima e che non divengano un tema da campagna elettorale. Un’altra considerazione, di segno opposto, può far dormire all’erede di Lula sonni relativamente più tranquilli: l’opposizione non pare al momento in grado di raccogliere il consenso di chi è sceso in piazza in questi giorni.

Quanto sta accadendo in Brasile deve valere da monito per tutti i protagonisti della cosiddetta “svolta a sinistra” sudamericana, ossia quei governi di (centro-)sinistra che a partire dalla vittoria di Chávez in Venezuela (1998) hanno amministrato e in molti casi amministrano ancora vari paesi della regione: Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela. Ci sono delle differenze anche notevoli tra le politiche promosse dai vari leader di questi Stati, ma è possibile una generalizzazione.

Questi governi hanno saputo coniugare la crescita economica a un’agenda sociale orientata verso le classi più umili; molti di loro sono riusciti per un lungo periodo a tenere i conti dello Stato in ordine, complici i prezzi record delle materie prime, che rappresentano il principale export di questi paesi.

Per rimanere al potere, questi governi devono comprendere che non basta offrire quello che è stato offerto finora: la lotta alla povertà è imprescindibile (per motivi elettorali oltre che ideologici) ma va accompagnata da una serie di riforme capaci di migliorare il tenore di vita della popolazione e al contempo slegarlo dalla dipendenza dal prezzo delle commodities.

Negli ultimi anni, Dilma e gli altri presidenti della sinistra latinoamericana hanno potuto (e saputo) godere di una situazione economica favorevole. Questa finestra di opportunità non resterà però aperta per sempre: lo shale gas degli Usa è solo uno dei fattori che potrebbe causare il ribasso dei prezzi delle materie prime – peraltro già in atto rispetto ai livelli record precedenti alla crisi del 2008.

Le vittorie dei (centro-)sinistra sudamericani in questi anni sono state rivoluzionarie, perché avvenute in modo democratico  – anche quando, ironia della sorte, si candidavano ex guerriglieri come Mujica in Uruguay o ex golpisti come Chávez – e perché hanno interrotto il dominio liberal-conservatore. Ma sono state anche riformiste, perché pur avendo introdotto cambiamenti anche radicali non hanno voltato completamente le spalle ai meccanismi del libero mercato e della democrazia rappresentativa.

Contare sulle divisioni delle opposizioni per rimanere al potere ha funzionato in alcuni casi e funzionerà di nuovo (in Bolivia ed Ecuador, per esempio). Prima o poi però in ogni Stato emergerà un Capriles, ossia un candidato che promette di mantenere le conquiste della sinistra e raddrizzarne le storture – compresa quella corruzione che si pensava erroneamente patrimonio esclusivo di una certa destra latinoamericana, ma che, quando da opposizione si diventa establishment, può ingolosire anche i progressisti.

Per vincere con un margine più legittimante dell’1,5% con cui Maduro si è imposto in Venezuela proprio contro Capriles, è imperativo proseguire sul cammino delle riforme (anche le più scomode) ed evitare di incancrenirsi sugli scranni del potere: l’unica risposta alle proteste è quindi il riformismo permanente. (NICCOLÒ LOCATELLI)

   “Il mondo ogni settimana” è una rubrica che cerca di analizzare gli eventi più interessanti (non necessariamente i più popolari) dell’attualità internazionale, privilegiando temi geopolitici ed economici. Questa puntata riguarda i giorni tra il 15 e il 21 giugno 2013. Per leggere le puntate precedenti clicca qui; la rubrica è anche su rss, facebook e twitter (profilo dell’autore).

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manifestazione a San Paolo
manifestazione a San Paolo

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