I COMUNTY GARDEN – Adotta un BOSCO, un TERRAZZAMENTO, un’AIUOLA…. Crea e diffondi la pratica degli ORTI URBANI…. – REALTÀ DI CAMBIAMENTO, URBANE E NON, con persone che si incontrano per ritrovare se stesse a contatto con la natura (e per qualcuno anche procurarsi CIBO o inventarsi NUOVI LAVORI)

ORTI URBANI e COMMUNITY GARDENING - Un appezzamento di terra coltivato collettivamente da un gruppo di persone. E’ questa la definizione di COMMUNITY GARDEN. Un FENOMENO SEMPRE PIÙ DIFFUSO anche in Italia. ZAPPARE, SEMINARE, INNAFFIARE. E FARLO INSIEME, attraverso la condivisione e la cooperazione. Nato molti anni fa negli Stati Uniti. Partendo dalla volontà di mappare il territorio urbano e “fare rete”. (Fabrizio Spano, dal sito www.labsus.org/)
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   Gli orti urbani sono cresciuti con la crisi, dicono le statistiche. Ma non è solo quello. Il desiderio di riprendere un contatto diretto con il cibo, gli alimenti, i luoghi dove è possibile far nascere “cose di natura”, imparare come si fa al meglio, prendersene cura… tutto questo “già avanzava”, come necessità, ben prima del 2008-2009, cioè prima della percezione (fattasi sempre più concreta) della crisi economica, del “potere di acquisto” che si è andato riducendosi sempre più.

COLTIVARE ORTI E GIARDINI
COLTIVARE ORTI E GIARDINI

   Pertanto l’”avanzare” del “popolo urbano” verso forme agricole dirette di coinvolgimento è una necessità che va oltre la crisi. E’ un ritrovare un mondo più equilibrato rispetto ai passati decenni. E non è (e qui sta la cosa interessante) il rifiuto della cultura urbana, cittadina: anzi, ne è un completamento. L’AVANZARE DEGLI ORTI URBANI AVVIENE QUASI SEMPRE IN TERRITORI FORTEMENTE URBANIZZATI, ed è sicuro che quelle persone che vi si applicano, sanno altresì apprezzare meccanismi, incontri, opportunità, lavori che la “cultura urbana” sa creare quotidianamente (almeno nella maggior parte delle nostre città italiane, ancora belle, nonostante tutto, per la loro storia, le piazze, l’architettura, i meccanismi di vita…).

   Pertanto la diffusione di orti urbani collettivi (ma in questo post parliamo anche di adozione di terrazzamenti in aree di mezza montagna finora abbandonate; di acquisto di boschi per preservarli…) è sì cresciuta con la CRISI (necessità di “fare l’orto”, procurarsi CIBO), ma il fenomeno è avvenuto anche per GERMINAZIONE più o meno consapevole, come RIVOLTA verso l’abbandono di ogni cosa “naturale” appartenesse alla cultura urbana (in questo post pure parliamo di “guerriglieri del verde” che ci sono in varie città, che piantano alberi e fiori in aree pubbliche, un fenomeno interessante nella sua spontaneità).

I COMMUNITY GARDENS  A NEW YORK - Per essere una METROPOLI DI OTTO MILIONI DI ABITANTI, NEW YORK È una città decisamente GREEN. Oltre agli svariati metri quadrati di CENTRAL PARK gli spazi verdi abbondano in tutti i boroughs, così come sono frequenti i cortili e le lunghe strade alberate, che a seconda della stagione riempiono i quartieri di foglie e fiori in ogni dove. Quello che non tutti sanno però, è che New York è anche piena di angoli verdi spesso sconosciuti e decisamente unconventional, diversi dai classici parchi cittadini ma a volte perfino più belli, e con dietro storie molto interessanti. Sono I COMMUNITY GARDENS, ovvero: cosa succede quando perfetti estranei decidono di scendere in strada e giocare al giardinaggio comunitario. (dal sito www.nuok.it/ )
I COMMUNITY GARDENS A NEW YORK – Per essere una METROPOLI DI OTTO MILIONI DI ABITANTI, NEW YORK È una città decisamente GREEN. Oltre agli svariati metri quadrati di CENTRAL PARK gli spazi verdi abbondano in tutti i boroughs, così come sono frequenti i cortili e le lunghe strade alberate, che a seconda della stagione riempiono i quartieri di foglie e fiori in ogni dove. Quello che non tutti sanno però, è che New York è anche piena di angoli verdi spesso sconosciuti e decisamente unconventional, diversi dai classici parchi cittadini ma a volte perfino più belli, e con dietro storie molto interessanti. Sono I COMMUNITY GARDENS, ovvero: cosa succede quando perfetti estranei decidono di scendere in strada e giocare al giardinaggio comunitario. (dal sito http://www.nuok.it/ )

   Recupero dal DEGRADO e ABBANDONO di certe aree urbane (ma non solo urbane, pensiamo appunto agli splendidi terrazzamenti fatti nei secoli in zone di mezza montagna o collina lasciati qualche decennio fa all’invasione degli sterpi o usati a mo’ di discariche…). Ripresa dei valori più virtuosi dei PAESAGGI (URBANI E NON). Recupero SPONTANEO delle relazioni sociali con altre persone che decidono, insieme, di lavorare manualmente nel ripristino dei territori, di fare un orto o recuperare un terreno abbandonato, vicino a grattaceli cittadini o a paesi semiabbandonati.

   Ritorno a forme di walfare autogestito (cioè di reciproca conoscenza ed eventuale aiuto se serve), a commercio locale alimentare (il diffondersi della cultura del “chilometro zero”). Ma non solo l’attività alimentare: c’è sì lo scambio di prodotti ma anche di servizi, in base ha ciò che ciascuno ha o sa fare (un “baratto” spontaneo che non vuol per niente dire ritorno negativo indietro nel tempo). E in qualche caso “appare” una ripresa di forme di “moneta locale” (ma di questo, delle monete locali, ne parleremmo diffusamente in un altro prossimo post).

   Cultura del cibo e di un ritorno a una necessaria lentezza, ma allargando ai rapporti sociali con il mondo intero, il “micro” e il “macro” che devono incontrarsi. GASTRONOMIA/CIBO/OBESITÀ… dal fare un orto al ripensare le proprie abitudini alimentari…

LA CAMPAGNA "MILLE ORTI IN AFRICA" DI SLOW FOOD / TERRAMADRE (http://www.terramadre.info/pagine/leggi.lasso?id=C2744B881883a18EFDhvg2A7C2A4&-session=terramadre:42F942B018bbe16348uxS1CDCEBD )
LA CAMPAGNA “MILLE ORTI IN AFRICA” DI SLOW FOOD / TERRAMADRE (http://www.terramadre.info/pagine/leggi.lasso?id=C2744B881883a18EFDhvg2A7C2A4&-session=terramadre:42F942B018bbe16348uxS1CDCEBD )

   La crisi del 2008 è sì partita dalla speculazione dei mutui subprime, ma quasi subito si è spostata sui prodotti alimentari (la speculazione del prezzo del GRANO che ha prodotto decine di milioni di affamati…). Per questo vien da pensare che NON POSSIAMO SOLO FERMARCI AGLI ORTI (urbani e non). Ma forse dare senso in continuità all’impegno personale diretto con la natura, il paesaggio, porta a realizzare meglio l’impegno a tentare di risolvere “macro”problemi globali. (sm)

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COS’E’ IL COMMUNITY GARDENING

di Fabrizio Spano, dal sito www.labsus.org/

Un fenomeno sempre più diffuso. Anche in Italia. Zappare, seminare, innaffiare. E farlo insieme, attraverso la condivisione e la cooperazione. E’ il community gardening, un fenomeno nato molti anni fa negli Stati Uniti e sempre più diffuso anche in Italia. Partendo dalla volontà di mappare il territorio urbano e “fare rete”.

   “Un appezzamento di terra coltivato collettivamente da un gruppo di persone”. E’ questa la definizione di community garden secondo l’American Community Garden Association, una delle più importanti organizzazioni del movimento, ormai mondiale, che vede nel community gardening un’attività capace di migliorare la qualità della vita di chi vi partecipa e di produrre benefici per l’intera comunità. Una descrizione così sommaria, però, non rende affatto giustizia ad una realtà molto consolidata (l’Acga è stata fondata nel 1979) ed estremamente variegata.
Un community garden (“giardino condiviso”, in Italia) può sorgere sulla terrazza di un grattacielo di New York o nel cortile di una borgata romana. Impegnare una comitiva di casalinghe spagnole o un gruppo studentesco a Berlino. Può essere pubblico o privato. Produrre fiori rari, piante grasse, ortaggi biologici o, semplicemente, relazioni sociali. Del resto, che nasca da un’idea particolare di ambientalismo o da un’istanza salutista, l’obiettivo finale di ogni giardino condiviso è questo: creare comunità. Permettere alle persone di incontrarsi, cercare soluzioni ai problemi, imparare a gestire insieme i beni comuni e a prendersene cura nel tempo, favorire la partecipazione.

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TORNA “ECONOMIA DI GUERRA”, BOOM DI ORTI IN CITTÀ

4/5/2013, da www.ansa.it/

   Con la crisi torna in auge l”economia di guerra’ e l’offerta ai cittadini di spazi verdi da lavorare ad orto da parte delle amministrazioni locali, con un record di 1,1 milioni di metri quadri destinato dai comuni a far crescere ortaggi e frutta.

   E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base del rapporto Istat sul Verde Urbano presentata in occasione di “Cibi d’Italia” di Campagna Amica al Castello Sforzesco di Milano. Quasi la metà (44 per cento) delle amministrazioni comunali dei capoluoghi di provincia – sottolinea Coldiretti – ha previsto orti urbani: il 72 per cento delle città del Nord-ovest, poco meno del 60 per cento e del 41 per cento rispettivamente nel Nord-est e nel Centro. Al Sud sono presenti solo a Napoli, Andria, Barletta e Palermo.

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ORTI IN CITTA’ – NASCE IL PROGETTO NAZIONALE “ORTI URBANI”, PER DIFFONDERLI IN TUTTA ITALIA

di Marta Albè, 10/5/2013, dal sito www.greenme.it/

   Orti urbani, un nuovo progetto per la loro diffusione in Italia nasce dalla collaborazione sorta tra Anci, Italia Nostra Onlus  e Res Tipica. La presentazione ha avuto luogo il 10 maggio scorso a Roma presso la Sala della Presidenza Anci, in via dei Prefetti 46.

   In tale occasione le tre associazioni si sono occupate di sottoscrivere un rinnovato protocollo di intesa per la promozione del Progetto Nazionale Orti Urbani, che si rivolge a tutti coloro, enti pubblici o privati, che si trovino in possesso di aree verdi e che vogliano destinarle alla coltivazione, nel rispetto della vocazione e della memoria storica dei luoghi. (…)

dal sito www.zappataromana.net/
dal sito http://www.zappataromana.net/

   Gli obiettivi principali del progetto consistono nel diffondere la cultura del verde e dell’agricoltura tra i cittadini sia nelle città che nelle aree periurbane, limitare il consumo del territorio, riqualificare aree degradate, valorizzare le produzioni ortive tipiche e locali, spesso in via di estinzione, nonché migliorare la qualità dell’ambiente.

   In modo particolare, si punta alla costituzione di una rete comune degli orti urbani e periurbani d’Italia, accomunati da regole etiche condivise, pur nella diversità delle tipologie, degli usi, dei luoghi, dei territori, per rafforzarne l’identità e la conoscenza, e favorire lo sviluppo di un’economia etica a vantaggio diretto per le comunità.

   ANCI, Italia Nostra e Res Tipica con la firma del protocollo, ribadiscono i seguenti obiettivi comuni:

1. considerare gli Orti come realtà sociale, urbanistica e storica di primo livello sottraendoli ad eventuali situazioni di marginalità e degrado;

2. favorire la conoscenza e la diffusione della cultura degli Orti su tutto il territorio italiano;

3. favorire lo sviluppo di progetti di qualità sugli Orti da parte di soggetti pubblici e privati anche eventualmente avvalendosi di indicazioni o sistematiche che potranno essere definiti concordemente dall’Anci e da Italia Nostra;

4. valorizzare la qualità delle varie attività riconducibili agli Orti;

5. dare a tali spazi valore preminente di luoghi “urbani” “verdi” di qualità contro il degrado, il consumo di territorio e per la tutela dell’ambiente;

6. tutelare la memoria storica degli Orti favorendo la socialità e la partecipazione dei cittadini e la relativa possibilità di aggregazione;

7. favorire il recupero della manualità nelle attività connesse agli Orti;

8. favorire la scambio di esperienze e la collaborazione tra pubblico e privato.

   In Italia i metri quadrati di orti urbani sono stati calcolati per circa 500 mila, parte di numerosi progetti già attivi nelle città italiane per la riqualificazione delle aree verdi cittadine.

   Tra i principali casi promettenti troviamo quanto in progetto nella città di Genova, dove il comune, dall’iniziale adesione con i 7 mila metri quadri dell’area di “Begato”, riguardante orti “sinergici” o “innovativi”, intende partecipare anche con tutte le aree oggetto di orti tradizionali (circa 140) per una superficie di 300 mila metri quadri.

   A Padova, il comune, dai primi 4 mila metri quadri della cosiddetta zona “Mandrie”, intende estendere l’adesione con ulteriori 18 mila metri quadri nei vari quartieri della città per destinare orti di circa 30/40 metri quadri ciascuno, a cittadini di ogni età e associazioni, con una funzione destinata a soddisfare non solo le esigenze di anziani o pensionati, ma di ogni categoria sociale.

   Roma annuncia ulteriori 5 mila metri quadri nell’area della zona cosiddetta Giustiniana e nel cuore della valle della Caffarella, con la riattivazione della gestione agricola dei circa 170 ettari di proprietà comunale. A Perugia, infine, i 5 mila metri quadri dell’orto frutteto annesso all’antico convento di San Matteo degli Armeni, puntano a favorire la socialità e la vivibilità nello storico quartiere Sant’Angelo (uno dei più antichi della città) che sarà destinato ad orticoltura di qualità per un primo appezzamento di 700 metri quadri.

   Ad essere interessate dal Progetto Nazionale Orti Urbani saranno numerose altre aree italiane, grazie al supporto di Anci, del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, ed alla realizzazione di attività formative e informative in proposito.

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CRISI, IN ITALIA BOOM DEGLI ORTI URBANI, COME NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

da “la Repubblica” del 4/5/2013

– Coldiretti: circa 21 milioni di italiani, stabilmente o a titolo occasionale, coltivano l’orto o curano il giardino sia per motivi economici sia per garantirsi prodotti più sani. Con la benedizione delle amministrazioni comunali –

   Mai così tante aree verdi sono state destinate a orti pubblici nelle città d’Italia, dove si è raggiunto il record di 1,1 milioni di metri quadri di terreno di proprietà comunale divisi in piccoli appezzamenti e adibiti alla coltivazione a uso domestico, all’impianto di orti e al giardinaggio ricreativo.

   Uno scenario che rievoca i tempi della Seconda guerra mondiale, quando nelle città italiane, europee e degli Stati Uniti si diffondevano gli orti per garantire approvvigionamenti alimentari. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base del rapporto Istat sul verde urbano presentata in occasione di ‘Cibi d’Italia’, evento di Campagna Amica al Castello Sforzesco di Milano, dove si sono tenute lezioni pratiche per diventare hobby farmer, con figure dedicate che opereranno progressivamente in tutta Italia. Dove si registra un boom con circa 21 milioni di cittadini che stabilmente o occasionalmente coltivano l’orto o curano il giardino.

LA CRISI ECONOMICA - rileva la Coldiretti - fa dunque ricordare i TEMPI DI GUERRA: sono famosi i 'VICTORY GARDENS' degli STATI UNITI e del REGNO UNITO in cui nel 1945 venivano coltivati 1,5 milioni di allotments sopperendo al 10 per cento della richiesta di cibo (da “la Repubblica” del 10/5/2013)
LA CRISI ECONOMICA – rileva la Coldiretti – fa dunque ricordare i TEMPI DI GUERRA: sono famosi i ‘VICTORY GARDENS’ degli STATI UNITI e del REGNO UNITO in cui nel 1945 venivano coltivati 1,5 milioni di allotments sopperendo al 10 per cento della richiesta di cibo (da “la Repubblica” del 10/5/2013)

Le coltivazioni degli orti urbani non hanno scopo di lucro, sono assegnate in comodato ai cittadini richiedenti, forniscono prodotti destinati al consumo familiare e, oltre a rappresentare un aiuto per le famiglie in difficoltà, concorrono a preservare spesso aree verdi interstiziali fra le aree edificate per lo più incolte e destinate all’abbandono e al degrado.

   Secondo il censimento effettuato dall’Istat, quasi la metà (38 per cento) delle amministrazioni comunali dei capoluoghi di provincia -rimarcano dalla Coldiretti – ha previsto orti urbani fra le modalità di gestione delle aree del verde, con forti polarizzazioni regionali: il 72 per cento delle città del Nord-ovest, poco meno del 60 per cento e del 41 per cento rispettivamente nel Nord-est e Eel centro (con concentrazioni geografiche in Emilia Romagna e Toscana, ma ben rappresentati anche in Veneto, Friuli Venezia Giulia e nel Lazio). Nel mezzogiorno, infine, risultano presenti solo a Napoli, Andria, Barletta e Palermo.
La crisi economica – rileva la Coldiretti – fa dunque ricordare i tempi di guerra: sono famosi i ‘victory gardens’ degli Stati Uniti e del Regno Unito in cui nel 1945 venivano coltivati 1,5 milioni di allotments sopperendo al 10 per cento della richiesta di cibo. Ma sono celebri anche gli orti di guerra nati al centro delle grandi città italiane. Ora i tempi sono cambiati e ai motivi economici si sommano quelli di volersi garantire cibo sano e la voglia di trascorrere più tempo a contatto con la natura. Una tendenza – continua la Coldiretti – che si accompagna anche da un diverso uso anche del verde privato, con i giardini e i balconi delle abitazioni che sempre più spesso lasciano spazio a orti per la produzione fai-da-te di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci.

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I GUERRIGLIERI DEL VERDE NEL CEMENTO: «PIANTIAMO PIANTE E FIORI IN CITTÀ»

– Rischiano multe per rendere più «green» i posti dove vivono. Ecco chi sono –

di Chiara Signoria, da “il Corriere del Veneto” del 25/5/2013

   A Vicenza c’è un quartiere che si chiama «Ferrovieri ». Un giorno Margherita scopre un parchetto isolato, palazzine tutt’intorno, di cui non aveva mai sentito parlare prima «… da tanto era imbucato!» esclama ridendo. Una colata di cemento e alcune vasche al centro piene di terra.

   Margherita al tempo era una studentessa di Sociologia all’Università di Padova, appassionata di giardinaggio; da poco aveva scoperto cosa fosse il Guerrilla Gardening: era dai tardi anni Sessanta che negli Stati Uniti la gente si riappropriava degli spazi pubblici del proprio quartiere paletta alla mano. Già nel 1969 i residenti di una zona vicina al campus di Berkeley avevano trasformato un’area abbandonata (il comune aveva sospeso i lavori di costruzione di un parcheggio per mancanza di fondi) in un parco pubblico per la comunità, il People’s Park. Stessa modalità, una sera d’estate del 2009: la «Santa alleanza dei Guerriglieri verdi» inizia a ripopolare le aiuole con arbusti e piante perenni.

   «Per strada c’erano anziani a passeggio, padroni che portavano a passeggio i cani. Tutti si fermavano per chiederci cosa stessimo facendo – racconta Margherita, la fondatrice con Luca, Ivan ed Eva del primo gruppo di Guerrilla Gardening in Veneto, nato nella primavera del 2009 -. Sembravano contenti! ».

   Un anno dopo sono tornati a controllare cosa fosse rimasto della loro incursione: «Gli abitanti del quartiere avevano continuato a prendersi cura delle piante e anzi, ne avevano piantate molte altre! La gente si era sentita abbandonata dal Comune, quando questo aveva respinto la richiesta di realizzare una fontanella nel parchetto. Erano delusi e arrabbiati e la nostra azione era sembrata una risposta alle loro richieste. Per questo poi la comunità se n’è fatta carico». Adesso Margherita ha 25 anni e studia a Trento, la Santa alleanza è inattiva da tempo. Alcuni dei suoi membri però sono confluiti in un altro gruppo, il «Grifo mansueto » che esiste dal 2011 ed è molto attivo nel comune di Arzignano.

   Meno prolifici sono i «Robin Wood» di Portogruaro. «Il Veneto è una regione piuttosto attiva – racconta Eleonora, che ha contribuito alla nascita della comunità Guerrilla Gardening Italia nel 2006 —. Anche se non è facile mappare esattamente quanti «guerriglieri» ci siano sul territorio, perché molti non rendono pubbliche le loro azioni sul web».

   Il fatto è che questo movimento è intrinsecamente anarchico: agiscono in gruppo o in solitaria, durante la notte o alla luce del giorno, essere dei giovani universitari o dei signori insospettabili, voler fare la goliardata oppure mobilitarsi per la causa ecologista. L’azione è ciò che li accomuna: ripopolare aiuole, riempire rotonde di fiori e piante aromatiche, appendere piantine grasse ai lampioni,…

   Si avrà sempre a che fare con le piante, si tratterà sempre di verde urbano. Che effettivamente pare essere un bene raro nelle nostre città: secondo il rapporto Istat «Verde urbano», pubblicato ad aprile di quest’anno e facente riferimento al 2011, a Padova e Rovigo ogni abitante ha a disposizione 14,1 metri quadrati di verde pubblico; dietro seguono Venezia con 14 metri quadrati, Vicenza, Treviso e Belluno con 12,8; ultima tra i capoluoghi di provincia, Verona che destina ai suoi cittadini 12 metri quadrati ciascuno. Ben al di sotto della media nazionale, 30,3 metri quadrati di verde urbano pro capite (il fanalino di coda è Torino: solo 1,8 m2 per abitante; la più virtuosa è Iglesias che arriva quasi a 1000). I fondi comunali per la manutenzione scarseggiano e molti spazi sono lasciati all’incuria.

   Qualcuno inizia a pensare che basterebbe poco per rendere più vivibile quella porzione di terra e che si è pure stufato di aspettare. Ma la reazione del Comune non sempre è conciliante, anche perché quasi mai viene consultato (si tratta pur sempre di guerriglieri!): «L’amministrazione spesso non approva. Capita che smantelli piante appena interrate. E si rischia una multa per «modificazione di suolo pubblico abusiva» — racconta sempre Eleonora, che di azioni ne ha fatte parecchie —.

   La gente invece o alza il sopracciglio o si entusiasma: una volta ho incontrato un sessantenne in giacca e cravatta che ha accantonato la ventiquattrore per la zappa e ci ha aiutati a dissodare il terreno di un’aiuola!». Fare guerrilla gardening senza «infrangere la legge» in realtà è possibile: rivolgendosi alla moltitudine di uffici comunali sotto l’etichetta «Verde, parchi, giardini e arredo urbano» si può ottenere in comodato d’uso un’aiuola, presentando un progetto che rispetti direttive precise (per esempio circa le specie ammesse) e facendosi carico della manutenzione. Lo hanno fatto ad aprile dei ragazzi di Albignasego per un’area verde di fronte alla scuola elementare: un tempo ricca di vegetazione, dopo la bonifica per la costruzione di un parcheggio erano rimasti solamente due alberi.

  La volontà di un gruppo di amici, dello stesso quartiere e tutti ex alunni della scuola, ha permesso che fossero piantati una ventina di alberi, molti da frutto. Racconta Dario, uno degli ideatori dell’iniziativa: «All’inizio non ne volevamo sapere del Comune, ma per fortuna alla fine abbiamo cercato il confronto: in quattro incontri abbiamo ottenuto tutti i permessi; ci hanno anche indirizzato da un punto di vista tecnico: avevano in programma la realizzazione di un percorso pedonale e se avessimo piantato gli alberi sul tracciato, sarebbero stati abbattuti». E a ottobre ripartirà un dialogo col comune per un’area più ampia, sempre accanto alla scuola e abbandonata. L’obiettivo sarà coinvolgere tutta la comunità. Cachi, fichi, ciliegi: una miniatura dei community gardens newyorkesi che dalla Lower East Side degli anni Settanta sopravvivono ancora oggi, simbolo di una comunità che cura il verde urbano come farebbe con il proprio giardino o l’orto di casa. (Chiara Signoria)

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ADOTTARE TERRAZZAMENTI

adotta un terrazzamento

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28/5/2013: UN’INIZIATIVA TENUTA A VALSTAGNA

TRA I TERRAZZAMENTI DI VALSTAGNA (dal sito http://coltivarcondividendo.blogspot.it/ )

L’ALTA VIA DEL TABACCO – LE “MASIERE” DI OLIERO E VALSTAGNA
L’Alta via del Tabacco è una zona abbastanza vasta che comprende i comuni di Bassano del Grappa – Campese, Campolongo sul Brenta, Valstagna in provincia di Vicenza ai piedi del Grappa e dell’Altopiano dei sette comuni.

il cumulo creato nel terrazzamento
il cumulo creato nel terrazzamento

   “Coltivar Condividendo” ed altri amici tra cui il comitato “adotta un terrazzamento”, la scuola agraria Parolini di Bassano, l’agrotecnico Mauro Flora , si sono dati appuntamento per sabato 18 maggio portando ognuno le proprie esperienze.
In primis la scuola agraria con un buon numero di studenti curiosi, ci ha mostrato la tecnica originale che veniva usata per la coltivazione dei terrazzamenti (quasi ad esclusiva coltivazione del tabacco, da qui il nome Alta via del Tabacco).

   Si tratta di un modo inusuale ai nostri giorni di rivoltare la terra con una metodica che comincia con l’asporto superficiale della cotica arborea deponendola a lato poi si procede con lo scavo e la terra deposta sopra allo strato di erba precedentemente asportata; per dimostrazione non si è inserito il letame ma originariamente nel solco creato veniva appunto deposto e ricoperto con la terra che si era spostata in precedenza.

la preparazione del cumulo
la preparazione del cumulo

Veniva creato nel mese di marzo e lasciato maturare almeno un mese dopo il quale si procedeva alla coltivazione del tabacco.
Le “masiere” ossia questi terrazzamenti creati con delle cinture di sassi a secco (alte anche fino a 6-7 metri) erano, e sono tuttora, l’unica possibilità di coltivazione in una zona a forte pendenza, trasformando dei pendii rocciosi in oasi pianeggianti che sono la base della coltivazione della zona.
Naturalmente il gruppo Coltivar Condividendo con l’affiancamento dell’amico Mauro Flora, agrotecnico, non poteva non “seminare” una parcella detta cumulo o lasagna e cosi anche i terrazzamenti hanno visto  “nascere” un bel cumulo che ricordiamo essere composto da stratificazione di materiale vario, possibilmente, recuperato nel sito di costruzione.
Abbiamo prima messo le ramaglie poi via via, erba di sfalcio fresca, terra di risulta setacciata  grossolanamente dai sassi, cippato compostato che gentilmente ci ha portato la scuola. Come sempre, abbiamo creato dei buchi dove inserire terreno fertile e setacciato, infine seminato alcune varietà di cucurbitacee da noi stessi coltivate.

   Non potevano mancare i fiori e così sopra al nostro bel cumulo sono state trapiantate delle “cosmee”, seminato “boraggine” e “tagete”.

L’esperienza all’insegna di un sole che voleva uscire ma timido subito si nascondeva, ci ha permesso al pomeriggio di percorrere una parte dell’Alta via del Tabacco, sino ad arrivare in una zona di terrazzamenti chiamata “casarette” ad un dislivello di circa 300 mt rispetto al paese  di Valstagna.
Inutile dire la magnifica visione dall’alto in un ambiente praticamente “selvaggio”, ma impreziosito dalla mano dell’uomo, (nello specifico l’amica Cinzia) che almeno in questo caso cerca di rispettare Madre  Terra come Bene Comune.
Ci auguriamo in futuro di visitare altri siti simili e che l’uomo non sia solo capace di dimostrare la sua intelligenza del nuovo millennio devastando, cementificando, sbancalando per poi sotterrare rifiuti  speciali, e se proprio deve fare qualcosa almeno abbia la compiacenza di fermarsi ad ammirare la Natura forse così darà modo a Madre Terra di dare i giusti suggerimenti nell’Agire.
Questo è il mondo che vogliamo, senza compromessi “nascosti” sotto terra. (Michela)

preparazione del cumulo
preparazione del cumulo

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Il caso della ADOZIONE DI TERRAZ- ZAMENTI a VALSTAGNA (provincia di Vicenza, nel Canale di Brenta, sulla Valsugana, tra l’Altopiano di Asiago e il Massiccio del Grappa)

L’ADOZIONE DIRETTA

   Chi è interessato a un’adozione diretta (ovvero a prendersi cura e coltivare direttamente un terrazzamento) può scegliere un terrazzo fra quelli disponibili, attualmente privi di manutenzione o in fase di dismissione.

   L’adozione prevede l’iscrizione come soci al Comitato ‘Adotta un terrazzamento’ (quota di adesione annuale 10 euro) che ha in comodato i terrazzamenti e li affida ai volontari interessati alla coltivazione per un periodo di 5 anni (rinnovabile), salvo rinuncia anticipata da parte di uno dei contraenti.

realizzazione del cumulo
realizzazione del cumulo

L’adozione diretta si rivolge in genere a chi abita non lontano dal Canale di Brenta e possa raggiungere il terreno in giornata o nel fine settimana. L’affidatario si impegna a prendersi cura del terrazzamento nel rispetto del Regolamento di adozione, che contiene indicazioni precise per la sua gestione. Al “genitore adottivo” vanno i prodotti delle coltivazioni; l’adozione non comporta invece alcun diritto sulla proprietà del terreno. Dopo 5 anni di adozione verrà consegnato un diploma di “Benefattore dei terrazzamenti”.

   Per meglio identificare i terrazzamenti è possibile scaricare un estratto del catasto della Val Verta o un estratto del catasto del Ponte Subbiolo.
   Per informazioni e per adottare un terrazzamento scriveteci all’indirizzo: luca.lodatti@alpter.net

http://www.adottaunterrazzamento.org/pagine/who-we-are

LA (PICCOLA) ESPERIENZA DELL’ASSOCIAZIONE “GEOGRAFICAMENTE”

LONDA (contrada sud del comune di Valstagna)

ADOTTA UN TERRAZZAMENTO

ADOTTATI da Geograficamente – Due terrazzamenti, di non grandi dimensioni, vicini l’uno all’altro, situati dietro la contrada Londa, raggiungibili attraverso un passaggio fra le case vicino all’attacco del ‘Sentiero escursionistico del Vu’. La loro buona esposizione al sole, la vicinanza alla strada e all’acqua li rendono adatti alla coltivazione ad orto o a qualsiasi altra cosa. Abbandonati da alcuni anni, sono in parte coperti dalla vegetazione di arbusti e alberi radi: con poco lavoro è possibile riportarli all’uso.

UN TERRAZZAMENTO A LONDA (contrada sud di Valstagna)
IL TERRAZZAMENTO A LONDA (contrada sud di VALSTAGNA) in uso all’Associazione Geograficamente

Da marzo 2013 sono stati adottati dall’Associazione Geograficamente di Padova, che con pazienza e buona volontà li hanno liberati dalla vegetazione, con l’aiuto degli altri soci del comitato. Adesso ci stanno avviando una piccola coltivazione orticola, recandosi regolarmente sul posto, per dare una mano a sostenere questo scampolo di paesaggio. (Luca Lodatti, da www.adottaunterrazzamento.org/ )

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per saperne di più:

http://www.agriregionieuropa.univpm.it/materiale/2013/Rovigo/

http://www.slideshare.net/TommasoIori/adotta-un-terrazzamentoita

I PRIMI LAVORI DEI SOCI DI GEOGRAFICAMENTE SUL TERRENO ASSEGNATO NELLA CONTRADA LONDA
I PRIMI LAVORI DEI SOCI DI GEOGRAFICAMENTE SUL TERRENO ASSEGNATO NELLA CONTRADA LONDA

https://geograficamente.wordpress.com/2011/09/02/adotta-un-terrazzamento-una-concreta-iniziativa-per-far-tornare-a-vivere-i-luoghi-nel-canale-di-brenta-alto-vicentino-%E2%80%93-la-positiva-mediazione-tra-desiderio-di-ritorno-personale-alla-natu/

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IL MONDO VERDE DEI COMMUNITY GARDENS A NEW YORK

6/5/2013 dal sito www.nuok.it/

   Per essere una metropoli di otto milioni di abitanti, New York è una città decisamente green. Oltre agli svariati metri quadrati di Central Park gli spazi verdi abbondano in tutti i boroughs, così come sono frequenti i cortili e le lunghe strade alberate, che a seconda della stagione riempiono i quartieri di foglie e fiori in ogni dove. Quello che non tutti sanno però, è che New York è anche piena di angoli verdi spesso sconosciuti e decisamente unconventional, diversi dai classici parchi cittadini ma a volte perfino più belli, e con dietro storie molto interessanti. Sono i community gardens, ovvero: cosa succede quando perfetti estranei decidono di scendere in strada e giocare al giardinaggio comunitario.

   Di community gardens in città ce n’è tanti. Vi abbiamo già parlato nello specifico di quelli di Bushwick, ma si dice che i primi siano nati in quella che adesso è conosciuta come Alphabet City, zona un po’ isolata ma ricca di sorprese nel lato est dell’East Village.

   Quando, sulla fine degli anni Settanta, New York era in piena crisi di disoccupazione e la criminalità prolificava ovunque, alcune zone si spopolarono completamente, lasciando molti edifici in balia di senzatetto e tossicodipendenti. Per risolvere la situazione le autorità decisero di sgomberare e demolire molti di questi lots, che però a loro volta diventarono centri di spaccio o ammassi di rifiuti circondati da filo spinato.

COMMUNITY GARDEN A NEW YORK
COMMUNITY GARDEN A NEW YORK

   Di fronte a questo stallo, nonché spreco di spazio ed energie, alcuni gruppi ambientalisti decisero di trovare un rimedio alternativo. Nacque così il fenomeno delle Seed Bombs, ovvero sacchetti di terra e semi che venivano gettati oltre le recinzioni per far germogliare erba e piante. Il gruppo dei Green Guerrillas ottenne anche in gestione un giardino (che esiste ancora oggi!) e iniziò gradualmente a diffondersi la pratica degli spazi verdi bonificati e autogestiti da volontari e abitanti del quartiere.

   Con la ripresa economica degli anni Ottanta il fenomeno non si esaurì, anzi. Poiché la speculazione edilizia minacciava di far scomparire quei rinnovati angoli di natura i cittadini locali vi si radicarono ancora di più, e i community gardens riuscirono a mantenere la loro identità di “oasi ribelli” sparse per la città.

Oggi questi giardini sono una vera e propria risorsa. Interamente gestiti da volontari, molti dei quali fanno capo all’associazione Green Thumb, conservano le proprie particolarità a seconda della grandezza, o della posizione, o ancora delle scelte di coloro che li curano. In generale, scordatevi i pratini all’inglese o le aiuole ben curate dei parchi ufficiali. I community gardens sono caotici, pieni di alberi, fiori, pezzi di orto, giochi per bambini, sculture, sedie e tavolini recuperati da chissà dove, strutture artigianali in legno, perfino murales.

   Ad Alphabet City si trovano ancora alcuni tra i più belli, come El Sol Brillante, La Plaza Cultural, 9C Garden, Parque de Tranquilidad e tanti altri, tutti nei dintorni di Thompkins Square Park. I nomi rispecchiano l’identità ancora viva del quartiere, popolato da molti portoricani e altri emigranti del Centro America che resistono alla progressiva gentrificazione. Al tempo stesso, i giardini sono frequentati da persone molto varie, e questo contribuisce a renderli importanti luoghi di socializzazione e vita comunitaria. Giovani coppie con bambini chiacchierano con anziani pensionati, decidendo le piante da seminare e i lavoretti più necessari, mentre gruppi di adolescenti improvvisano un barbeque o graffitano qualche muro.

   Se ne avete occasione però, non limitatevi ai giardini dell’East Village ed esplorate anche altre zone della città. A Brooklyn ce ne sono molti, concentrati nell’area di East Williamsburg/Bushwick/Bedford Stuyvesant o più a sud, verso Cobble Hill e Park Slope. A Williamsburg c’è il Berry Street Garden, all’angolo tra l’omonima strada e South 3rd Street. Dovunque vi troviate, potete consultare la pratica mappa del sito Green Thumb e quasi sicuramente scoprirete di avere un community garden a pochi passi dove fare una sana pausa rigenerante (orari di apertura permettendo).

   Infine, è d’obbligo una segnalazione per quella che è stata la più recente evoluzione dei gardens, in cui New York è ancora una volta all’avanguardia. Si tratta delle urban rooftop farms, spazi riqualificati e adibiti alla coltivazione di verdura e altre piante sui tetti di palazzi o vecchie fabbriche. Brooklyn ne vanta un paio molto belle, tra cui quella di Eagle Street a Greenpoint. La domenica pomeriggio è aperta al pubblico in occasione del mercatino settimanale e per reclutare nuovi volontari. Vale davvero farci una sosta, se non altro per la vista su Manhattan.

   Non ci resta che augurarvi buona passeggiata e… stay green!

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Sopra il tetto di una palestra alla PERIFERIA DI PARIGI, si può trovare uno tra gli ORTI URBANI più felici d’Europa. Siamo nel VENTESIMO ARRONDISSEMENT della capitale francese. Il progetto è stato realizzato dallo studio di architettura TOA Associés. IL GIARDINO DELLA GYMNASE VIGNOLES comprende utilizzi diversi: è aperto agli abitanti del quartiere, ed è curato dagli studenti delle scuole locali e da un’associazione di solidarietà per persone che si trovano in situazioni familiari difficili. (da http://blog.atcasa.corriere.it/community-garden/)
PARIGI E GLI ORTI URBANI – Sopra il tetto di una palestra alla PERIFERIA DI PARIGI, si può trovare uno tra gli ORTI URBANI più felici d’Europa. Siamo nel VENTESIMO ARRONDISSEMENT della capitale francese. Il progetto è stato realizzato dallo studio di architettura TOA Associés. IL GIARDINO DELLA GYMNASE VIGNOLES comprende utilizzi diversi: è aperto agli abitanti del quartiere, ed è curato dagli studenti delle scuole locali e da un’associazione di solidarietà per persone che si trovano in situazioni familiari difficili. (da http://blog.atcasa.corriere.it/community-garden/)

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ORTI URBANI

dal sito http://it.paesaggioix.wikia.com/

   Molte aree urbane marginali risultano in un totale stato di abbandono e degrado oppure vengono utilizzate abusivamente da privati trasformando il paesaggio della città. Spesso la causa è la totale o parziale assenza di intervento, da parte dell’Amministrazione Pubblica, nella regolamentazione dell’utilizzo di tali spazi.

dal sito www_zappataromana_net_
dal sito www_zappataromana_net_

Definizione generale: Per orto urbano si intende un appezzamento di terreno destinato alla produzione di fiori, frutta, ortaggi per i bisogni dell’assegnatario e della sua famiglia.

Definizione urbanistica: Si definiscono orti urbani i piccoli appezzamenti di terra per la coltivazione ad uso domestico, eventualmente aggregati in colonie organizzate unitariamente. Nelle aree ad orti urbani, l’indice di utilizzazione fondiaria (Uf) previsto per la realizzazione di tutte le opere edilizie è pari a 0,05 mq/mq, comprensivo degli edifici esistenti.

Componenti. Gli orti urbani sono comunemente costituiti da: • Superfici coltivabili • Elementi di servizio (strutture per il ricovero degli attrezzi e per la raccolta dei rifiuti vegetali, servizi igienici e spogliatoi, strutture per la socializzazione e la didattica, cartelli informativi) • Elementi di protezione/delimitazione (tettoie e pensiline, arbusti e cespugli, recinzioni e cancellate…) • Impianti di irrigazione • Percorsi di distribuzione interna • Aree di parcheggio, piazzole di carico/scarico.

Tratto da:Regolamento Urbanistico Edilizio Comune di Bologna [1]

   Nelle metropoli moderne esistono piccole ma numerose e importantissime realtà: gli orti urbani. Queste esperienze sono in grado di porre rimedio, seppur a livello microscopico, alle storture del sistema consumistico e capitalistico: costituiscono dei polmoni verdi per le metropoli industrializzate, educano a pratiche ambientali sostenibili, rispondono all’esigenza di “fare comunità” e offrono un’alternativa alle categorie sociali emarginate dalla società moderna. L’orto può costituire un’alternativa su piccola scala alla grande agricoltura intensiva, basata su ritmi di coltivazione innaturali, sull’ampio utilizzo di pesticidi, fitofarmaci, fertilizzanti, strumenti atti a conseguire il massimo rendimento per ettaro in termini di produzione.

   Ma i risvolti positivi in termini ambientali non si fermano al rifiuto della pratica intensiva e alla coltivazione di prodotti sani; gli orti urbani costituiscono un fondamentale polmone verde per le città e contribuiscono spesso al recupero di aree degradate, sporche e abbandonate della metropoli. Infatti l’orto urbano è quasi sempre recintato con materiali di recupero che fungono principalmente da impedimento psicologico. Questo tentativo di proiettare un’illusione di proprietà, genera invariabilmente aree molto scadenti da un punto di vista estetico, ad esclusivo appannaggio di chi “gestisce” abusivamente l’appezzamento.

   Al di là di considerazioni prettamente paesaggistiche, bisogna tener conto anche degli eventuali svantaggi che possono venire a crearsi.Non sono da sottovalutare i problemi igenico-sanitari ed ambientali che la mancanza di una corretta gestione degli orti implicano, quali, ad esempio, la messa a coltura di specie allergeniche (Vicia faba) in prossimità di aree ricreative o di passaggio, oppure l’uso di antiparassitari e diserbanti che possono ulteriormente compromettere le condizioni fisico-chimiche della falda.

   Le motivazioni risultano essere molteplici, si possono comunque focalizzare principalmente sull’abbinamento di alcuni aspetti:

– L’espansione del tessuto urbano in modo, a volte poco controllato e selvaggio che ha portato ad una rapida trasformazione dei luoghi periferici della città ,lasciando spazi abbandonati.

– Le modeste estensioni di terreno che vengono “gestite” abusivamente da privati creando delle piccole coltivazioni a scopo esclusivo di autoconsumo.

– Il cambiamento dei ritmi di vita sia lavorativa, sia familiare che hanno trasformato e spostato gli interessi degli individui della comunità portando a volte all’isolamento totale delle fasce cosiddette deboli (soprattutto anziani) viste spesso come pesi.

– Il fattore economico che prevale nella scelta degli interventi da parte dell’Amministrazione Pubblica alimentando il fenomeno dell’iniziativa privata incontrollata.

   Gli spazi esistenti dovrebbero essere controllati e riqualificati. Sarebbe opportuno, preliminarmente effettuare un censimento di questa tipologia di aree e individuare nuove aree verdi urbane e periurbane da destinare alle attività ortive (lungo le rive dei fiumi, lungo le reti ferroviarie o tracciati viari o all’interno di piazze), per poi procedere ad una regolamentazione comunale tenuto conto delle varie esigenze e cercando quindi una concertazione tra pubblico e privato, per far si che ci sia una collaborazione reciproca. Successivamente offrirne gratuitamente l’utilizzo ai cittadini predisponendo dei bandi per l’assagnazione, naturalmente le persone con un reddito inferiore alla media avranno agevolazioni.’

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PERCHE’ INVESTIRE IN UN BOSCO

tratto dal sito della “Cooperativa Boschi Uniti”, www.boschiuniti.it/ , con sede in provincia di Alessandria

– Un bosco gestito è più sicuro, da un punto di vista ambientale, di un bosco lasciato a se stesso, almeno per varie decine d’anni. Un bosco mantenuto correttamente protegge il territorio da fenomeni di erosione, incendi, frane,smottamenti, desertificazione, ecc…

– Occuparsi di boschi ed alberi apre a prospettive temporali molto più lunghe della nostra vita, ci fa guardare alle generazioni future, ai nostri figli, ai nostri nipoti. Perché non regalare loro un pezzo di bosco?

– Un bosco può essere ponte tra città e campagna, mescolando le esperienze, le professioni e le idealità di chi vive in città con quelle di chi vive in campagna.

– Un bosco può essere motore di ripopolamento di zone rurali che stanno vivendo l’abbandono. Una nuova famiglia che si stabilisce crea legami con chi ancora è rimasto e attira ulteriori persone.

– Un ettaro di bosco permette di tagliare circa 50 quintali di legna all’anno senza intaccare il “capitale legna”. Con questa legna ogni anno si può riscaldare, con sobrietà, una casa di medie dimensioni. Questo significa che:
con un ettaro di bosco correttamente gestito è possibile riscaldarsi per “tutta la vita”.
Un ettaro di bosco costa circa 3000 Euro: con questo piccolo investimento e un po’ di fatica fisica ogni anno è possibile garantire una sicurezza energetica al proprio nucleo familiare per molto tempo.

– Un bosco può diventare laboratorio per creare un osservatorio sulla natura e le sue trasformazioni, un habitat per arte e paesaggio, un percorso didattico per bambini, luogo di teatro,di eventi musicali….

– Un bosco può diventare il primo motore di una filiera del legno che utilizza le biomasse di scarto per il riscaldamento mentre il legname può diventare legna da opera, se opportunamente gestito.

– Un bosco può diventare motore di attività di studio, costruzione e promozione di stufe altamente ecologiche.

– Un bosco può essere una fonte di reddito per qualche persona. Si possono attivare nuove opportunità lavorative per giovani, accedere a finanziamenti per il mantenimento, collaborazioni con consorzi forestali e comunità montane.

– Un bosco cresce ogni anno, da solo, senza che debba essere per forza gestito. Significa che è un capitale che si rivaluta nel tempo, anno dopo anno. (“Cooperativa Boschi Uniti”, www.boschiuniti.it/)

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APOCALYPSE TOWN

di Nicola Villa, dal blog MINIMA & MORALIA del 9/3/2012 (www.minimaetmoralia.it/ )

– Un saggio uscito nel febbraio 2012 per l’editore Laterza, di ALESSANDRO COPPOLA, «Apocalyplse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana» – Partendo dalle “città fantasma” della regione americana del Rustbelt, da tempo avvilite da un massiccio spopolamento e ormai abbandonate all’autodistruzione dalla stessa amministrazione comunale, passando per la moderna Bufalo e per i deserti alimentari delle periferie di Detroit e Philadelphia, fino agli esperimenti di agricoltura urbana sostenuti a New York, Coppola racconta di territori e popolazioni in cui, per necessità, ci si inventano nuovi modelli di vita comunitaria e molto diversi da quelli ora in uso nella società contemporanea –

   Case abbandonate, infestate da erba alta e piante rampicanti che ne soffocano i resti. Strade deserte e silenziose, attraversate soltanto da qualche coniglio o cervo. Grattacieli vuoti che si stagliano in lontananza e sembrano sorgere da boschi cittadini.

DAL BLOG www.minimaetmoralia.it/
DAL BLOG http://www.minimaetmoralia.it/

   No, non è uno scenario da fantascienza, un paesaggio post-atomico dove aleggia il ricordo dell’uomo e delle sue costruzioni, né si avverte il passaggio di un cataclisma ambientale, un terremoto o un uragano che sia. Le rovine descritte sono quelle di Youngstown – una città dell’Ohio dal nome piuttosto ironico – uno dei poli industriali ed economici della cosiddetta Rust Belt, la cintura della ruggine (un tempo Steel, dell’acciaio), insieme a città come Detroit, Cleveland e Flint che stanno vivendo da decenni una crisi progressiva, non traumatica né violenta, uno spopolamento abitativo e una fuga di capitali.

   È questo il punto di partenza di un libro curioso e sorprendente, perché non si tratta né di un saggio di urbanistica né di sociologia: a voler dare un’etichetta si potrebbe parlare di “etologia urbana”. Si tratta di Apocalypse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana di Alessandro Coppola (Laterza 2012), un vero e proprio viaggio nella crisi di molte delle città americane che rappresentavano, neanche vent’anni fa, il core del motore economico statunitense. Un cuore della produzione che si è progressivamente indebolito a favore del fringe, dei margini occidentali, la cosiddetta Sun Belt californiana e texana che ha nella Silicon Valley la sua punta di diamante, emblema dell’esplosione dell’industria dell’elettronica a sfavore di quella tradizionale pesante.
Ma questa è solo una macro-spiegazione della deurbanizzazione che sta toccando molte città come Youngstown, la prototipica città industriale equidistante da Chicago e New York che ha visto la sua popolazione dimezzarsi in poco più di sessant’anni: tra le cause vi è infatti il fenomeno del suburbio, il progressivo insediamento di decine di milioni di statunitensi, per lo più rappresentanti Wasp (anglosassoni bianchi e protestanti), che dal dopoguerra hanno rinunciato alle città per le villette con giardino di una sterminata periferia, raggiungibile solo con la macchina, unico mezzo anche per i giganteschi supercenters, divenuti i centri economici e di consumo.

   Così è fallita l’utopia americana del melting pot: i bianchi ricchi nei sobborghi periferici e i poveri neri (ma anche ispanici e orientali) nei quartieri ghetto della città abbandonata. A questo movimento naturale anti-urbano – un mito fondativo della nazione a ben vedere se si pensa alla città come “origine di tutti i mali per la democrazia americana” come diceva Thomas Jefferson o all’elogio della wilderness nel Walden di Henry David Thoreau – si è aggiunta la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la più recente crisi dei mutui subprime del 2008 che ha colpito, in misura massiccia, i beni immobiliari vanificando ogni possibile recupero economico degli stessi.

   Allora nella cronaca di Coppola si insinua un dubbio, prevalentemente politico, sulla messa in discussione del culto incondizionato della crescita: e se dalle macerie non dovesse mai rinascere nulla? Se queste archeologie urbane, invece che un problema, rappresentassero un’occasione per inventare nuovi modelli di sviluppo?

   È questo dubbio che innesca quella che potrebbe essere definita la shrinkage culture, l’insieme delle ipotesi per una decrescita virtuosa e intelligente delle città, il restringersi dei servizi e il risparmio delle risorse. Ma non è tutto, perché di questa logica della decrescita fa parte il riciclo sistematico di case ed edifici, grazie prima a una serie di associazioni di volontari e poi all’interesse delle istituzioni che si sono accorte dei vantaggi del recupero.

   La decostruzione urbana è oggi un business milionario che ha fatto, per esempio, di Buffalo, il santuario della vecchia America industriale in crisi, la capitale della decostruzione. Oppure il caso di Baltimore, divenuta in pochi anni la città dei festival che attrae milioni di turisti nell’Inner Harbour, il porto industriale riconvertito a parco divertimento di consumatori di ogni tipo (dai libri alle canne da pesca passando per le ciambelle): un esempio problematico perché mentre un’area piuttosto ristretta della città viene recuperata, creando ricchezza e nuovi posti di lavoro, i ghetti a pochi chilometri di distanza restano in mano alle bande criminali e vedono solo i soldi dello spaccio di droga.

   A partire dalla decostruzione urbana, Coppola analizza i ghetti affrontando quello che è il tema centrale del libro: la fame. Infatti tra i capitoli più interessanti di Apocalypse town vi sono proprio quelli che riguardano il cibo, il fatto che nel ghetto, con il crescente dato della food insecurity, si è verificato il fallimento del mito americano dell’abbondanza e del cibo anche per i più abbienti.

   I ghetti urbani sono dei deserti alimentari, mal serviti dalla catena distributiva (i supermercati sono fuggiti fino agli svincoli dei sobborghi), invasi dalle catene di cibo spazzatura come McDonald e Kentucky Fried Chicken.

   Dei veri e proprio food desert dove le classi inferiori mangiano male (si pensi ai numeri sull’obesità concentrata in provincia) e spendono persino di più di quelle superiori, perché la fuga delle banche ha causato il proliferare dei check-casher, più pratici nell’immediato ma che producono col tempo uno strozzinaggio legale.

   Anche in questo caso esiste una reazione sociale, una prospettiva al disastro alimentare, rappresentata dalla rinascita dell’agricoltura urbana, dal moltiplicarsi degli orti urbani, dalla crescita del “buy local” e dal mito di città, in futuro, autosufficienti e sostenibili.

   Nonostante l’agricoltura urbana abbia una lunga storia negli Usa, e anche in Europa, quello degli orti in città è un tema molto di moda, trattato superficialmente dalle riviste e nei paginoni interni dei giornali, ma al di là delle chiacchiere è un tema serio che riguarda l’economia, la bonifica dei terreni e soprattutto l’educazione alimentare in alcune comunità locali che avevano rinunciato da tempo a queste prospettive.  Inoltre, ancora una volta, il fenomeno è nato dal basso, grazie ai desideri e alle visioni di gruppi, spesso volontari, che hanno influenzato le politiche di sindaci e governatori e che sono ora inseguiti dalle istituzioni alla ricerca di soluzioni alla crisi.

   Nei crateri lasciati dallo sviluppo sembra fiorire l’utopia, ci racconta Coppola: “visioni del futuro spesso ingenue e irrealistiche, ma che in territori espulsi dalla corrente principale della storia vengono a rappresentare forze potenti di trasformazione delle società locali”.

   Le prospettive di reinvenzione economica e sociale determinate dalla crisi, il praticare l’obbiettivo dopo decenni di stallo e autoinganni sistemici, sono alcuni degli aspetti più entusiasmanti dell’analisi contenuta in Apocalypse town. Un libro uscito, per coincidenza, qualche settimana dopo la morte di Pino Ferraris, uno storico sui generis di cui Coppola è stato anche un interlocutore, il cui pensiero e le cui riflessioni sono tornate, oggi più che mai, attualissime. (Nicola Villa)

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PECORE,ORTI E FASHION. LA NUOVA ESPLOSIONE DEI LAVORI ECOLOGICI

di Francesca Boccaletto, da “il Corriere del Veneto” del 25/5/2013

– Il “green” che cambia la vita – Il trend: negli ultimi anni in Veneto un’impresa industriale e terziaria su quattro ha investito in tecnologie alternative –

   C’è chi ha scelto di tornare alla terra, alla vita lenta e libera in mezzo alla natura. C’è chi sforna grandi progetti in grado di rivoluzionare il pianeta. C’è Devis Bonanni, autore del libro “Pecora-nera” (Marsilio), oggi modello di riferimento per molti giovani con il sogno di una vita più sana, semplice e verde. E c’è “Solwa”, il giovane team padovano con un progetto, vincitore nel 2012 del “Premio Gaetano Marzotto-Impresa del futuro”, che punta a introdurre un nuovo metodo di depurazione e potabilizzazione dell’acqua con il solo uso di energia solare.

   Da una trasformazione più intima e personale a una globale, il succo non cambia. Al grido di “Siate buoni con la terra!” in questi ultimi anni le esperienze verdi (e così anche festival, rassegne e fiere dedicate all’ambiente) si sono moltiplicate, contagiando ogni settore della vita e del mondo del lavoro.

   Eco-scrittori, eco-ingegneri, eco-chef, eco-stilisti, eco-designer e così via. I green jobs sono il futuro: secondo il rapporto “GreenItaly 2012”, di Unioncamere e Symbola, il 38,2% delle assunzioni in Italia è verde. Oggi più che mai la green economy è al centro dell’attenzione, attore protagonista nella scena di un cambiamento che coinvolge uomini e imprese e che, per usare le parole di Mario Zoccatelli, presidente del “Green Building Council Italia” per la bioedilizia, “non prevede retromarce”.

   Secondo la ricerca “Veneto delle qualità”, condotta e presentata a inizio 2013 dalla Fondazione Symbola e Federparchi, in collaborazione con eAmbiente e il contributo della Fondazione Monte dei Pachi di Siena, il Veneto è la seconda regione più verde d’Italia dopo la Lombardia con 34mila imprese che hanno scelto di puntare sui settori green e un quadro in continuo movimento.

   Negli ultimi quattro anni, in Veneto, quasi un’impresa industriale e terziaria su quattro ha investito in tecnologie a maggior risparmio energetico e a minor impatto ambientale. Questo per quel che riguarda le aziende.

   Ma gli uomini? Si stanno trasformando anche le teste dei singoli individui? Sembrerebbe proprio di sì. E cambiare testa significa, quasi sempre, cambiare strada, cambiare professione e, quindi, cambiare vita. Alcune “metamorfosi verdi” sono state raccontate alla “Green Week” (la settimana dedicata alla sostenibilità, tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige)(…..).

   Iniziando dalla storia di Michela Musitelli che, nel 2002, sull’Altopiano di Asiago ha dato vita al progetto “Vestire biologico”. A Enego, in un antico casale, Michela, discendente di una famiglia di artigiane tessitrici della Valle di Fiemme, tratta capi di abbigliamento in cotone biologico, canapa, bambù, soia, seta buretta, lino e persino ortica. E non è finita: nel 2008 acquisisce un piccolo gregge di dieci pecore di pura razza Brogna, a rischio d’estinzione (divenute oggi una ventina), che le hanno permesso di creare una piccola filiera in grado di unire allevamento, filatura, tintura e realizzazione di capi in lana biologici.

   Da Michela Musitelli alla trevigiana Francesca Gallo, trentasei anni e una bottega, l’unica in Italia, capace di realizzare al proprio interno, completamente a mano, fisarmoniche e strumenti musicali ad ancia libera.

   Nel 2012, sempre nella Marca, nasce “I love Treviso”, progetto di agricoltura biologica per la riabilitazione sociale di persone svantaggiate (una cinquantina, tra ragazzi con una situazione familiare complicata, persone con disabilità fisica o mentale, tossicodipendenti, ex detenuti) che nasce dalla rete creata dalle biofattorie sociali Murialdo, Topinambur e Alternativa. Il progetto ha introdotto anche il principio del “baratto asincrono” che prevede lo scambio di mezzi, servizi e prodotti in base alle esigenze e alle disponibilità.

   E, infine, arriva da Cornedo Vicentino il progetto “Immagimobili”, ovvero la svolta di Anna Chiara Sanmartin che decide di mollare un lavoro nel campo della comunicazione aziendale per dedicarsi a una professione “verde” capace di creare relazioni tra le persone. I suoi “Immagimobili”, in cartone, riciclabili al 100%, sono un po’ mobili (scrivanie e sgabelli) e un po’ diari da scarabocchiare; sono strumenti nelle mani dei bambini. (…) (Francesca Boccaletto)

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COLTIVARE LA CITTÀ

Giro del mondo in dieci progetti di filiera corta

“La riscoperta del circuito corto della produzione e del consumo di cibo è la nostra prossima rivoluzione”
Che cosa accomuna un immigrato del Bronx, una donna di un sobborgo di Osaka, una contadina senegalese, un panettiere della ricca Monaco di Baviera e un autista venezuelano?
Ciascuna di queste persone è protagonista di storie legate al cibo. Ognuna appartiene a gruppi e comunità che, in modo più o meno formalizzato, si sono organizzate per vendere o acquistare prodotti alimentari che vengono consumati vicino ai luoghi di produzione.
COLTIVARE LA CTTA DI ANDREA CALORI_altreconomie   A partire dal caso italiano -declinato nelle esperienze dei mercati dei contadini, dei menù a chilometro zero e dei gruppi di acquisto solidali-, questo volume prova a fare il punto sulle esperienze globali di filiera corta locale. Alcune sono molto recenti, altre hanno decenni di storia alle spalle. Tutte sono legate dal tentativo, che è insieme teoria e prassi, di ridare valore alla produzione agricola e alla tutela del territorio che questa permette, in un gioco a somma positiva nel quale questa forma di “globalizzazione dal basso” fa vincere tutti.

   Dopo la grande retorica sulla globalizzazione, le problematiche ambientali ed economiche hanno posto sulla ribalta il tema della filiera corta. Ma che cosa vuol dire filiera corta, e perché rappresenta un modello vincente e desiderabile?
Questo è il primo libro che raccoglie e sistema tutte le riflessioni e le esperienze sul tema, e spiega che non si tratta solo di produrre localmente e consumare localmente prodotti agricoli e di stagione: filiera corta vuol dire anche riduzione dei passaggi tra produttore e consumatore, al fine di annullare ingiustizie distributive, aumentare l’efficienza, tutelare l’ambiente, e non solo nel settore agricolo. Una panoramica sulle esperienze di filiera corta in tutto il mondo, col
racconto puntuale di una dozzina di esse, approfondendo il tema con una serie di interviste ad esperti sul valore del modello “locale” di produzione e distribuzione, sulla sua auspicabilità e su come possa essere facilmente replicato anche in Italia.

   La “filiera corta” e il “chilometro zero” sono termini entrati nel linguaggio comune e nella più recente normativa. – Andrea Calori è professore di pianificazione territoriale presso il Politecnico di Milano. Rappresenta l’Italia presso la rete internazionale “Urgenci” (www.urgenci.net ) che raggruppa produttori e consumatori di tutto il mondo che lavorano sulla filiera corta

DAL SITO : http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=74 Prezzo: 13.00€

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7 thoughts on “I COMUNTY GARDEN – Adotta un BOSCO, un TERRAZZAMENTO, un’AIUOLA…. Crea e diffondi la pratica degli ORTI URBANI…. – REALTÀ DI CAMBIAMENTO, URBANE E NON, con persone che si incontrano per ritrovare se stesse a contatto con la natura (e per qualcuno anche procurarsi CIBO o inventarsi NUOVI LAVORI)

  1. Agata sabato 6 luglio 2013 / 13:23

    Mi fate pensare alla Siria

    Avsi: raccolta fondi pro Siria (campagna che so sostenendo come umanamente posso)

    Accogliendo l’appello di papa Francesco «per l’amata Siria, per la sua popolazione ferita dal conflitto, e per i numerosi profughi che attendono aiuto e consolazione», Avsi promuove una raccolta a favore dei profughi.

    > Visita il sito di Avsi per saperne di più.

    http://www.avsi.org/2013/06/13/10forsyria/

    cari saluti

  2. lucapiccin domenica 7 luglio 2013 / 12:50

    Sarà perché l’agricoltura urbana è diventata il mio lavoro, ma io credo che è da qui che si deve ripartire. E ad ogni modo, se non si vuole ripartire da qui, lo si farà gioco forza quando la situazione politico economica lo esigerà.
    Meglio pianificare il futuro che subirlo.

  3. lucapiccin giovedì 11 luglio 2013 / 19:21

    Per informazione : il fondatore di Grow The Planet è di Roncade, provincia di Treviso.

  4. lauraedgardalombardi sabato 13 luglio 2013 / 7:50

    Intervento di Gianni Gaggiani a TEDxCaFoscariU

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