La CROAZIA NELLA UE – Dopo la Slovenia il PONTE europeo verso i BALCANI diventa più concreto (a quando l’adesione di Bosnia, Serbia, Macedonia, Montenegro, Kosovo?) – La politica europea acquista un LUOGO GEOGRAFICO e POLITICO COMUNE nell’ALTO ADRIATICO, positivamente contaminando un MEDITERRANEO di SVILUPPO e PACE

JELACIC SQUARE, la splendida piazza principale di ZAGABRIA - CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA - DAL 1° LUGLIO 2013 LA CROAZIA è entrata a far parte a pieno titolo dell'UNIONE EUROPEA, divenendo il 28/MO STATO MEMBRO DELLA UE.  Dopo la SLOVENIA, entrata NELLA UE NEL 2004, la Croazia è LA SECONDA DELLE SEI REPUBBLICHE CHE COMPONEVANO LA EX JUGOSLAVIA socialista ad aderire all'Unione europea. Zagabria proclamò l'indipendenza nel giugno 1991, a cui seguì una guerra contro la Serbia (inizio della rovinosa guerra civile jugoslava) conclusasi nel 1995 con un bilancio di 22 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. NEL 2005 COMINCIARONO I NEGOZIATI DI ADESIONE CON BRUXELLES, CHE SI CONCLUSERO NEL GIUGNO 2011. In un REFERENDUM nel GENNAIO 2012 IL 66% DEI CROATI SI PRONUNCIÒ A FAVORE DEL TRATTATO DI ADESIONE, ratificato poi da tutti i 27 paesi membri. (da Ansa.it del 1/7/2013 www.ansa.it/)
JELACIC SQUARE, la splendida piazza principale di ZAGABRIA – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA – DAL 1° LUGLIO 2013 LA CROAZIA è entrata a far parte a pieno titolo dell’UNIONE EUROPEA, divenendo il 28/MO STATO MEMBRO DELLA UE. Dopo la SLOVENIA, entrata NELLA UE NEL 2004, la Croazia è LA SECONDA DELLE SEI REPUBBLICHE CHE COMPONEVANO LA EX JUGOSLAVIA socialista ad aderire all’Unione europea. Zagabria proclamò l’indipendenza nel giugno 1991, a cui seguì una guerra contro la Serbia (inizio della rovinosa guerra civile jugoslava) conclusasi nel 1995 con un bilancio di 22 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. NEL 2005 COMINCIARONO I NEGOZIATI DI ADESIONE CON BRUXELLES, CHE SI CONCLUSERO NEL GIUGNO 2011. In un REFERENDUM nel GENNAIO 2012 IL 66% DEI CROATI SI PRONUNCIÒ A FAVORE DEL TRATTATO DI ADESIONE, ratificato poi da tutti i 27 paesi membri. (da Ansa.it del 1/7/2013 http://www.ansa.it/)

   Dal 1° luglio la Croazia è entrata a far parte a pieno titolo dell’Unione europea, divenendone il 28/mo Stato membro. Dopo la Slovenia, entrata nel 2004, la Croazia è la seconda delle sei Repubbliche che componevano la ex Jugoslavia socialista ad aderire all’Unione europea (le sei Repubbliche: appunto Slovenia e Croazia, poi Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro; e adesso il Kosovo divenuto indipendente dalla Serbia, anche grazie e definitivamente a un accordo dell’aprile scorso con la Serbia sollecitato e condotto proprio dalla UE).

   Zagabria proclamò l’indipendenza nel giugno 1991, a cui seguì una guerra contro la Serbia, inizio della rovinosa guerra civile jugoslava, conclusasi nel 1995 con un bilancio di 22 mila morti e centinaia di migliaia di profughi. Nel 2005 cominciarono i negoziati di adesione con Bruxelles, che si conclusero nel giugno 2011. In un referendum nel gennaio 2012 il 66% dei croati si pronunciò a favore del Trattato di adesione, ratificato poi da tutti i 27 paesi membri.

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   E se fosse accaduto nel 1991? Che l’Unione europea proponeva già da allora alla CROAZIA di aderire al progetto di un’Europa unita. Ma non solo alla Croazia: contemporaneamente, insieme, le altre 5 repubbliche che si stavano formando dalla disgregazione della Iugoslavia dell’era “post Tito” (Slovenia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro, e poi il Kosovo a prevalenza di popolazione albanese, cui allora c’era la “paura” che si unisse all’Albania, formando una “grande Albania”…)

…Se fosse accaduto che L’Europa, l’Unione Europea avesse accolto tutti questi nuovi piccoli stati, piccole repubbliche (nuovi confini che si formavano, i giovani gendarmi investiti di autorità, in divise nuove inventate dai sarti locali, che chiedevano i documenti, controllavano….. “voglia” di farsi il piccolo stato autonomo quando il mondo procedeva in senso opposto…), se l’Europa avesse accolto quella voluta frammentazione etnica del popolo balcanico… non sarebbe accaduta la carneficina che subito dopo è iniziata, in quella metà degli anni ’90, a pochi chilometri da casa nostra, cui abbiamo assistito senza fare pressoché niente.

   Se la storia “la fanno gli uomini”, come si dice, ed è vero, quelli errori strategici (politici, umani, di incapacità di intervenire…) dell’Europa, forse (è probabile) si sarebbero evitate tante vittime, crudeltà inaudite, non più rimarginabili nella storia europea già immersa in un secolo (il 900) cruento, doloroso.

   La Germania, che ha sempre considerato la regione croata come indissolubilmente legata ad essa, riconobbe subito la Croazia (e di seguito l’Italia), sperando in una convenienza economica e di controllo geopolitico (metter le mani sulla parte più ricca della ex Iugoslavia…) e commettendo così un errore grave. Perché si inasprirono le distanze con la Serbia (che rappresentava allora il vecchio regime iugoslavo di Belgrado che perdeva pezzi: subito Belgrado cercò di annettere, di “recuperare” con la forza le aree abitate dai serbi…si incentivò la ripartizione territoriale etnica…); si ignorò la sapiente regia ultranazionalista che stava formando, fomentando, l’ “odio etnico”; si ignorò la gravità della situazione in Bosnia (Sarajevo) dove la fino ad allora virtuosa e pacifica (e moderna, laica…) convivenza di mussulmani, cattolici, ortodossi (bosniaci, croati, serbi insieme…), fu sventrata dai cannoni e dai massacri serbi che assediarono Sarajevo per più di tre anni -dall’aprile ’92 alla fine del ’95- e portarono a migliaia di vittime (otto mila persone solo a Srebrenica, 18 anni fa, si è ricordata la tragedia lo scorso 11 luglio: ne parliamo negli ultimi due articoli di questo post)…. Se l’Europa fosse intervenuta subito aggregando a se gli Stati balcanici, condividendo già allora un futuro comune di pace e sviluppo (com’era giusto che fossero, i popoli abitanti quell’area, da subito considerati europei, anche per la loro collocazione geografica, storica più che mai in territorio europeo) è molto probabile che ogni tensione, odio etnico, la guerra civile, non sarebbe accaduta….

I FESTEGGIAMENTI DEL 1° LUGLIO a ZAGABRIA in PIAZZA BAN JELACIC (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
I FESTEGGIAMENTI DEL 1° LUGLIO a ZAGABRIA in PIAZZA BAN JELACIC (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Ora, con la Croazia nella UE, ci sono altre più superficiali preoccupazioni espresse ai “confini”: i veneti (il presidente Zaia in primis) si preoccupano per la possibilità del venire in Italia di manodopera croata disponibile a basso prezzo, che toglie lavoro ai locali (la preoccupazione dal Friuli è molto minore…). Il costo del lavoro in Croazia è più basso che in Veneto e si prospetterebbe una concorrenza sleale con il mercato interno.

   La questione ci sembra irrilevante e di assai basso profilo: molti pensano il contrario, cioè che per le nostre imprese artigiane, manifatturiere e dell’edilizia, si apre un nuovo interessante mercato.  E la Croazia in Europa può rappresentare, finalmente, una collaborazione fattiva per una politica economica mediterranea comune nell’area del NORD-ADRIATICO (pensiamo solo alla portualità, allo scambio di merci…). E finalmente potrebbero liberarsi positive energie per uno sviluppo alternativo a quello in crisi nel rapporto con una Germania dominante nel manifatturiere ad alta tecnologia. Semmai il problema, la questione che si pone, è l’estensione dell’Unione Europea (con regole comuni contrattuali, civili, di diritti…) agli altri paesi balcanici, alle prima ricordate repubbliche sorte dalla frammentazione jugoslava.

   C’è poi, per l’Italia e per il Nordest, la dolorosa QUESTIONE ISTRIANA, mai davvero assorbita, risolta (pensiamo in particolare ai profughi del dopoguerra), e che si era ulteriormente aggravata con la fine della Jugoslavia nel 1991 con la divisione dell’ISTRIA tra Slovenia e Croazia. Terra, l’Istria, che rappresenta un luogo geografico più di ogni altro OLTRE OGNI CONFINE, un positivo incontrarsi di storie di secoli (da quella veneta della Repubblica Veneziana, agli innesti ottomani nella tradizione balcanica, a quelli austro-ungarici, e poi alla Iugoslava del dopoguerra). Qui poniamo in rilievo la questione istriana, che riappare con l’entrata della Croazia in Europa, nel primo articolo di questo post (con un chiaro, esaustivo e immediato, importante articolo di Gian Antonio Stella pubblicato sul Corriere della Sera).

   Vediamo così, con l’entrata in Europa della CROAZIA come TUTTO SI POSSA METTERE IN POSITIVO MOVIMENTO: situazioni geopolitiche (e così culturali, economiche, di prospettiva futura…) oramai bloccate da troppo tempo, che finalmente si muovono. In questo caso nella prospettiva geografica di un ALTO ADRIATICO che si riorganizza nella sua vita e nelle sue attività, luogo questo importante, anch’esso strategico, di UN MEDITERRANEO che sta vivendo situazione e condizione di trasformazione che gli uomini e le donne, la politica, devono saper governare sapientemente. (sm)

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LA CROAZIA IN EUROPA E LE FERITE RISANATE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/7/2013

– Quello con la Slovenia è destinato a diventare un «confine di seta» –

   Che i croati possano ora abbattere le strutture di cemento per restituire alla signora Anna Del Bello Budak il suo orto coi piselli travolto dalle ruspe una mattina del 1991 è improbabile. È ormai certo, però, dopo l’ingresso della Croazia in Europa, che l’incubo è finito. E il confine tra Slovenia e Croazia sull’antica via Flavia a Sicciole di Portorose, a poche decine di metri dal ponte sul fiume Dragogna, è destinato a diventare davvero «un confine di seta».

   Ci vorrà ancora un po’ prima che venga del tutto abolito perché, come spiegano gli istriani, «la frontiera fra la Croazia e la Bosnia è un colabrodo e l’Europa non può permettersi ancora di includere il nuovo Stato membro nello spazio di Schengen». Ma il percorso è tracciato. E l’abolizione del confine che per un ventennio ha segato l’Istria andrà a cicatrizzare una ferita storica.

   Non era mai esistita, infatti, quella frontiera che dopo l’esplosione dei vari nazionalismi che portarono alla disintegrazione della Jugoslavia, ha impedito per oltre due decenni agli istriani di andare avanti indietro liberamente nella loro terra. Non c’era mai stata sotto i romani, mai sotto Venezia, mai sotto gli austroungarici, mai sotto Napoleone e di nuovo sotto gli Asburgo.

   E quella radicalizzazione traumatica e antistorica di un confine amministrativo jugoslavo, che aveva il peso di un confine tra province, aveva dato luogo ad assurdità indimenticabili. Gli abitanti di Villa Cucini si ritrovarono con la chiesa in Slovenia e il cimitero in Croazia. A quelli di Bresovizza fu impedito di precipitarsi un giorno coi secchi e i badili a spegnere l’incendio a una casa di compaesani rimasta al di là della nuova frontiera: «Altolà! Documenti».

   E l’ambulanza che portava Duilio Visentin, colpito da una emorragia interna, al vicino ospedale di Isola (in Slovenia) fu bloccata e rispedita verso la lontana Pola: «Documenti!» «Mio marito muore…» «Documenti!».

Attualmente LA PENISOLA ISTRIANA è divisa fra tre stati: la CROAZIA, la SLOVENIA e (in minima parte) l'Italia.Questa è la sistemazione seguita alle guerre di Jugoslavia degli anni Novanta, che hanno aggiunto un CONFINE CHE PRIMA NON C'ERA: QUELLO FA CROAZIA E SLOVENIA (da www.fiumetrieste.blogspot.it/) (PER SAPERNE DI PIU’ LEGGI I NOSTRI POST: BEGHE DI CONFINE https://geograficamente.wordpress.com/2009/03/04/beghe-di-confine/  e https://geograficamente.wordpress.com/2009/02/10/giornata-del-ricordo-la-difficile-area-istriana/ (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
Attualmente LA PENISOLA ISTRIANA è divisa fra tre stati: la CROAZIA, la SLOVENIA e (in minima parte) l’Italia.Questa è la sistemazione seguita alle guerre di Jugoslavia degli anni Novanta, che hanno aggiunto un
CONFINE CHE PRIMA NON C’ERA: QUELLO FA CROAZIA E SLOVENIA (da http://www.fiumetrieste.blogspot.it/) (PER SAPERNE DI PIU’ LEGGI I NOSTRI POST: BEGHE DI CONFINE https://geograficamente.wordpress.com/2009/03/04/beghe-di-confine/ e https://geograficamente.wordpress.com/2009/02/10/giornata-del-ricordo-la-difficile-area-istriana/
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   È finita, finalmente. Siamo tutti (quasi) dentro gli stessi confini. Parallelamente, c’è da sperare che possono essere rimarginate le altre ferite rimaste dopo la pulizia etnica che i comunisti titini (per vendetta dopo le prepotenze del fascismo ma non solo) scatenarono contro gli italiani spingendone 350 mila ad andarsene lasciando terre dove avevano vissuto per secoli. Resta aperto il problema dei risarcimenti.

   I croati che si videro nazionalizzare dal comunismo un albergo o una impresa si sono visti restituire buona parte di quanto era stato loro sequestrato. Gli italiani no. Anzi, la Slovenia e la Croazia post-comuniste e formalmente liberali insistono a dire che la faccenda è stata chiusa coi risarcimenti (ridicoli) concordati (meglio: imposti) con la Jugoslavia titina.

   Risarcimenti peraltro mai aggiornati e versati in una banca del Lussemburgo (dove non sono mai stati ritirati) solo dalla Slovenia. Ecco, adesso che siamo tutti, italiani e slavi, cittadini europei e che in Croazia valgono le regole dell’Europa, c’è da sperare che anche a chi fu buttato fuori di casa sia infine resa giustizia. Senza revanscismi. Con amicizia. Ma giustizia. (Gian Antonio Stella)

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LA CROAZIA NELL’UNIONE EUROPEA

di LORENZO VERMIGLI, dal sito EUROPINIONE.IT (www.europinione.it/)

L’adesione – Il 1° luglio 2013 la Croazia è entrata ufficialmente a far parte dell’Unione Europea. E’ il 28° Stato ma non è entrata né nell’area euro né fa parte degli accordi di Schengen. La Croazia aveva presentato domanda di adesione nel 2003, ma per vari motivi l’entrata nell’UE è slittata fino ad oggi. Per la cronaca, avrà 12 seggi in Parlamento e 7 voti nel Consiglio dell’Unione Europea.

Il primo motivo dello slittamento – Le ragioni per cui l’entrata della Croazia è stata così a lungo ritardata sono essenzialmente due. La prima riguarda la cooperazione con il Tribunale Internazionale sui crimini nell’ex Jugoslavia. Un esempio di freno tra la Croazia e l’UE è stato Ante Gotovina, un generale croato accusato di crimini di guerra e contro l’umanità. Quando Zagabria ha capito che avrebbe dovuto collaborare di più per ottenere l’adesione all’UE, il caso Gotovina è stato presto risolto. Catturato a Tenerife il 7 dicembre 2005, Gotovina è stato estradato il giorno seguente all’Aja.

Il secondo motivo dello slittamento – A parte i motivi riguardanti la scadente pubblica amministrazione, la non impeccabile lotta contro la criminalità organizzata e la lenta modernizzazione del sistema giudiziario, il secondo vero attrito per l’entrata della Croazia ha riguardato direttamente l’Italia. Infatti c’era una legge in Croazia (adesso abrogata) che impediva a cittadini italiani di acquistare immobili nella stessa Croazia, per motivi prettamente storici. In evidente contrasto con il pilastro europeo della non discriminazione e della libera circolazione di persone, capitali, beni e servizi, l’Italia ha affermato che si sarebbe opposta all’entrata di Zagabria nell’UE fino a che non fosse stato rimosso questo ostacolo al libero movimento delle sopracitate. Nel 2006 l’Italia e la Croazia hanno raggiunto un accordo per cui ai cittadini italiani è permesso l’acquisto di terreni in Croazia e viceversa.BANDIERE

Il referendum – Il 22 gennaio 2012, il governo croato ha lasciato che i suoi cittadini si esprimessero sull’entrata nell’UE attraverso un referendum. I risultati sono stati schiaccianti: 67,7 % hanno detto sì. Il presidente croato Ivo Josipovic ha commentato entusiasta: “E’ un gran giorno per la Croazia […] Sono felice perché presto l’Europa diventerà la mia casa”.

La scheda tecnica – La Croazia è una Repubblica semipresidenziale (come Russia, Francia e Portogallo), il cui presidente è Josipovic e il primo ministro Milanovic (entrambi di centro-sinistra). Ha ottenuto l’indipendenza dalla Jugoslavia nel 1991 e l’anno seguente è entrata a far parte delle Nazioni Unite. La moneta in vigore è la Kuna croata e il suo livello di ISU (indice di sviluppo umano) è 0,796 (quindi al 46° posto, mentre l’Italia è 25esima).

I progressi – Durante i processi di negoziazione, è stata stilata una tabella in cui si comparava la situazione croata (al momento della presentazione della domanda d’accesso, quindi nel 2003) con quella minima richiesta dall’UE in ogni singolo campo in cui si era sviluppato l’acquis communautaire. Su un totale di 35 punti, la Croazia non mostrava particolari ritardi su 13, aveva bisogno di fare sforzi notevoli su altri 21 e invece era “totally incompatible with acquis” su un solo punto: l’ambiente. Ad oggi, la Croazia ha superato tutti questi ostacoli e si trova in linea con i requisiti imposti dalla Commissione Europea per poter entrare nell’Unione Europea. Sono anche state risolte le questioni spinose dei confini con la Slovenia.

Le ratifiche – Mentre l’Italia ha già ratificato l’allargamento alla Croazia, mancano ancora all’appello Belgio, Danimarca, Olanda, Slovenia, Regno Unito e Germania. Sembra però che si tratti soltanto di formalità, dato che i principali problemi sono stati risolti durante questi lunghi 10 anni di attesa. Gli altri paesi ancora in coda per entrare nell’UE sono l’Islanda, la Macedonia, il Montenegro, l’Albania, la Serbia e la Turchia. Ma intanto godiamoci il matrimonio con Zagabria! (Lorenzo Vermigli)

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LA “NOTTE STORICA” DELLA CROAZIA EUROPEA

di Silvio Maranzana, da “IL PICCOLO di Trieste” del 1/7/2013

   «Siamo qui davanti a una notte storica. E questo è grazie a voi, popolo croato. È stato un vostro desiderio quello di unirvi all’Europa e avete lavorato duro per questo. Voi avete riportato la Croazia in quello che è il posto che merita: nel cuore dell’Europa».

   È con queste parole che il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, a mezzanotte in piazza Ban Jelacic, presenti 15 capi di Stato e 13 capi di governo, saluta l’ingresso del ventottesimo Stato dell’Unione europea.

   La bandiera stellata sale sul pennone, ma la festa non è ancora conclusa, pur al termine di una giornata lunghissima che anche per l’Italia, presente con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il ministro degli Esteri Emma Bonino, ha significato molto, cancellando un solco che sembrava indelebile sulle terre di confine. Anche se restano problemi atavici e insoluti, non ultimo quello dei beni abbandonati, a Zagabria si è finalmente completata l’opera di archiviazione del Novecento insanguinato, come ha avuto modo di sottolineare lo stesso Napolitano: una pacificazione che era partita in piazza Unità a Trieste con il concerto di Riccardo Muti dinanzi ai Capi di Stato di Italia, Croazia e Slovenia ed era proseguita all’Arena di Pola, presenti lo stesso Napolitato e il presidente croato Ivo Josipovic.

   La Croazia entra in Europa, oltre che con una situazione economica quasi drammatica, con una serie di contraddizioni che sono ben visibili facendo la strada da Trieste: bandierine europee sventolano a Fiume e Abbazia mentre scritte inneggianti al generale Ante Gotovina campeggiano sui muri delle case di Karlovac.  Del resto anche il programma ufficiale delle cerimonie di ieri si è aperto con una cerimonia in onore «di tutti i soldati croati caduti durante la Guerra patriottica».

   «Eccola l’Europa», dicono quasi in coro un tassista e i passeggeri di un pullman: la strada per l’aeroporto è off-limits, per arrivare in centro bisogna svoltare per vie laterali, si formano le code. Fin dal mattino tutti gli incroci sono presidiati da poliziotti e uomini della security: transenne, nastri biancorossi, metal detector, perquisizioni personali.

   Nei parchi centrali l’erba è stata tagliata e le fontane zampillano. Ma poco importa di quel che sta succedendo alla vecchia che all’angolo vende pannocchie arrostite e al ragazzino che sulla panchina legge un fumetto con addosso la maglia del Milan. Sui badge appesi al collo di un gruppetto che passa in giacca e cravatta si legge la scritta Vip (quelli così appellati sono oltre 170) e i giornalisti e cineoperatori accreditati sono 706: 311 croati e 395 provenienti da trenta nazioni.

   Gli arrivi delle autorità all’aeroporto si susseguono e sono immortalati sui monitor al press centre. Sono da poco passate le sei del pomeriggio quando la piazza incomincia a riempirsi, mentre i colombi non hanno pietà della statua equestre di Jelacic che con la spada sguainata sembra indicare ai croati la nuova strada da seguire.

   In realtà sono più i turisti che i zagabresi. «Vengo dalla Danimarca e ho semplicemente comprato questa maglietta come souvenir» dice una ragazza che indossa una polo con la scacchiera biancorossa. E così accanto a lei ragazzi con sciarpe croate che però parlano inglese e tedesco. Eccole finalmente ad ascoltare i primi brani musicali quattro studentesse di Zagabria.

   «Economicamente siamo a terra – dice una – con l’ingresso in Europa accadrà una cosa molto semplice: i nostri problemi si moltiplicheranno. Era meglio restare fuori». Le altre annuiscono. Sembrano esserci due domeniche che scorrono assieme e stridono: da un lato quella festosa delle autorità, dall’altra quella della gente che ha difficoltà a fare festa anche se è indubbio che arriveranno anche copiosi fondi comunitari e che è difficile immaginare un futuro al di fuori dell’Europa.

   Alla cena offerta dalle due massime autorità della Croazia il piatto forte è l’agnello arrostito “sotto la campana”, versione moderna di un piatto tradizionale croato. «La vostra presenza qui – dice il primo ministro croato Zoran Milanovic agli ospiti – mi fa vedere il bicchiere mezzo pieno e scordare quello mezzo vuoto».  «Europa sì, Europa no aggiunge il presidente Ivo Josipovic – anche noi siamo stati presi da questo dilemma, ma alla fine si è fatta strada un’opinione  prevalente: il progetto dell’Unione europea è il progetto del futuro».

   A cavallo di mezzanotte in piazza Jelacic, oltre a Barroso, Josipovic e Milanovic, prendono la parola i primi ministri di Irlanda e Lituania, Eamon Gilmore e Dalia Grybauskaite che si danno il cambio nel semestre di presidenza a Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy e il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. (Silvio Maranzana)

I FESTEGGIAMENTI A ZAGABRIA (foto ripresa da da www.radiospazio103.it)
I FESTEGGIAMENTI A ZAGABRIA (foto ripresa da http://www.radiospazio103.it)

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CROAZIA NELL’UE, MA A PEZZI

di Matteo Tacconi, 27/6/2013, da OSSERVATORIO BALCANI&CAUCASO – www.balcanicaucaso.org/

Una Croazia in ginocchio, colpita dalla crisi economica. Nonostante la gioia per l’ingresso nell’UE è questo il desolante quadro della situazione. Ma diventare 28mo membro dell’Unione potrebbe far cambiare qualche cosa. Un’analisi –

   La Croazia è a pezzi. Entra nell’Unione europea, il primo luglio, in quello che sotto il profilo economico è senza dubbio il momento peggiore della sua recente biografia nazionale. Da quando è scoppiata la crisi globale, nel 2008, il quadro complessivo è andato progressivamente peggiorando. I numeri fugano ogni dubbio, a partire da quelli relativi all’attività economica. In questi cinque anni è calata del 12%.

   Le previsioni primaverili della Commissione europea, tra l’altro, indicano che il 2013 sarà un altro anno di recessione per la Croazia. Il suo Pil, nei prossimi dodici mesi, dovrebbe contrarsi di un punto percentuale. Nel 2014, invece, potrebbe tornare in positivo, seppure con ritmo anemico.

   Anche gli altri valori macroeconomici lasciano perplessi. Il 2012 ha visto i consumi privati e la domanda interna contrarsi rispettivamente di tre e 2,9 punti. Mentre gli investimenti diretti hanno segnato il quarto anno consecutivo di contrazione, scendendo del 4,6%. Quanto alla disoccupazione, le stime provvisorie riportate dall’Ufficio statistico croato sono poco consolanti: 20,9%.

CAUSE ESTERNE E INTERNE

Ma quali sono, esattamente, le origini della severissima crisi che sta vivendo la Croazia? Ce ne sono di esterne, come di interne. Le prime fanno rima con Europa. La Croazia è legata alle economie comunitarie. Basta considerare che il 62% di quello che Zagabria importa e il 59,8% di quello che esporta viene dall’area UE o va verso di essa (dato 2011).

   A questo va aggiunto che tre dei paesi UE che registrano difficoltà particolarmente acute sono vicini della Croazia: Slovenia, Ungheria e Italia, con quest’ultima che ne risulta il primo partner commerciale, con un interscambio superiore a quattro miliardi di euro. Logico che la situazione traballante di questi paesi ha avuto impatti significativi sul fronte degli investimenti e delle importazioni.

   Ma lo scenario fosco ha anche delle variabili interne. La Croazia, come rilevato nel 2012 dalla delegazione del Fondo monetario internazionale in visita a Zagabria non è così competitiva e ha un export debole, la cui incidenza sul Pil è tra le più basse nel panorama dell’Europa centrale e sudorientale.

   Al di là della qualità dei prodotti croati, ancora non del tutto sufficiente per collocarsi sui mercati occidentali, diversi economisti locali sottolineano che la scarsa performance delle esportazioni – a tale proposito qualcuno spinge sul deprezzamento della kuna per ridare ossigeno al settore – dipende da un vincolo insano tra pubblico e privato. Molte aziende preferiscono fare affari con lo stato e con gli enti pubblici, piuttosto che esplorare i nuovi mercati.

EMERGENZA CORRUZIONE

Un simile fenomeno induce, oltre al fallimento (se lo stato è in crisi non può più “dare da mangiare” a tutti), al clientelismo e alla corruzione. Tema, questo, che negli ultimi mesi è salito in cima all’agenda, specie dopo il processo e la condanna all’ex primo ministro conservatore Ivo Sanader. Gare e bandi pilotati, mazzette, amicizie tra politica e affari rimbalzano nelle cronache.

   Una recente ricerca condotta da Ernst & Young sulla base di interviste realizzate con diversi capi d’azienda, ha messo in risalto che, in Europa, la Croazia è insieme alla Slovenia il paese dove la percezione della corruzione è più sentita. Le tangenti, a leggere i risultati del sondaggio (che non va comunque preso come oro colato), sarebbero una cosa normale. Quotidiana.

   Tra le altre distorsioni di rilievo del sistema croato figurano, secondo gli esperti, l’ampiezza del pubblico impiego, l’aumento progressivo del debito pubblico (60% all’incirca) e la pressione fiscale, tra le più alte in Europa. C’è inoltre da tenere conto anche della bolla immobiliare e della speculazione edilizia esplose negli ultimi anni. Così come dello scollamento tra le regioni più ricche (Zagabria e la costa) e quelle interne, come la Slavonia e le aree intorno alla città di Knin, dove non a caso fu più duro il conflitto negli anni ’90.

LA DOTE EUROPEA

   Ci si chiede, adesso, se l’ingresso nell’UE può risollevare la Croazia. Su questo punto il presidente Ivo Josipović è stato molto pragmatico. “Il primo luglio è una data storica, ma non aspettiamoci miracoli”, ha dichiarato nei giorni scorsi, lasciando intendere che la ripresa arriverà più avanti e non sarà necessariamente legata all’andamento dell’UE. In altre parole, la Croazia deve rispondere all’emergenza economica con le proprie risorse. Facendo riforme.

   C’è da dire, tuttavia, che su questo fronte finora non ci sono state troppe novità. Zagabria s’è attenuta alla ricetta austera corrente, alternando i tagli alle nuove imposte (è salita l’Iva e il governo ha pensato a lungo di introdurre una tassa sulla proprietà immobiliare). Cosa che ha alimentato il malcontento e la protesta.

Resta il fatto che l’Europa qualche dote da consegnare ce l’ha.

   In primo luogo, l’ingresso nell’UE porta alla Croazia un’importante cascata di fondi di coesione e strutturali. Nel periodo 2014-2020 arriveranno tra i 13 e i 14 miliardi di euro. Una somma infinitamente maggiore rispetto a quella ottenuta tramite i fondi pre-adesione (Ipa): un miliardo, grosso modo, dal 2007. In molti si augurano che questi soldi vengano spesi in modo diverso e migliore, rispetto alla strategia pubblica di investimenti finora seguita, che ha privilegiato le infrastrutture e i settori cosiddetti non tradable. La priorità dovrebbe essere accordata alla competitività, ai posti di lavoro, alla conoscenza.

   Un altro potenziale beneficio legato all’ingresso nell’Unione europea è rappresentato dal cambio di passo che il quadro normativo comunitario potrebbe stimolare. L’accesso al mercato unico e le leggi antitrust (che vietano gli aiuti di Stato) possono favorire, in Croazia, una rottura in termini di mentalità, inducendo a guardare più al mercato e allo spazio europeo, a migliorare le proprie aziende e i propri prodotti, che non a fare sempre affidamento sullo Stato. In ogni caso, i risultati che la membership europea avrà sull’economia croata si misureranno nel medio periodo. E questa, al momento, è l’unica cosa certa. (Matteo Tacconi)

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DALLA SERBIA ALL’ALBANIA LA DURA MARCIA DEI BALCANI

di Stefano Giantin, da “IL PICCOLO di Trieste” del 1/7/2013

ZAGABRIA – Benvenuta Croazia. E tutti gli altri, nella sala d’aspetto dell’Europa che conta, abbiano pazienza. Pazienza, perché i confini dell’Ue difficilmente si allargheranno ancora, nel prossimo decennio. Gli occupanti della sala d’attesa sono i Paesi – dalla Serbia alla Bosnia, dal Montenegro alla Macedonia fino al Kosovo e all’Albania – che possono solo guardare con ammirazione mista a invidia Zagabria entrare nell’Unione.

   Ma a che punto dell’accidentata strada verso l’adesione all’Ue si trova il resto dei Balcani? Per capirlo, il modo migliore è affidarsi alle informazioni fornite dalla Commissione europea nella sua sezione “Allargamento”. Partendo da sud, iniziano i dolori. La piccola ex repubblica jugoslava di Macedonia, che «ha presentato domanda d’adesione nel 2004», rimane bloccata a causa delle tensioni interetniche che ne minano la stabilità e per la controversa questione della denominazione del Paese, considerato da Atene un “furto” all’identità greca.

   Skopje rimane solo Paese candidato, senza data d’inizio dei negoziati, in perenne stand-by. Molto meglio il Montenegro, che dal 2008 ha fatto enormi passi avanti, iniziando «i negoziati d’adesione» nel giugno 2012, ricorda Bruxelles. E collocandosi così, almeno teoricamente, al primo posto nel gruppone degli “inseguitori” di Zagabria, anche se i capitoli pilastro dei negoziati – giustizia e contrasto alla corruzione – non sono ancora stati toccati.

   E poi la Serbia, che con la svolta delle elezioni di maggio 2012 ha coraggiosamente voltato pagina sedendosi al tavolo delle trattative con il “nemico” Kosovo. L’accordo Dacic-Thaci, firmato nell’aprile scorso e bibbia della normalizzazione dei rapporti con Pristina, non ha però del tutto convinto alcuni Paesi Ue, Germania in testa, a sciogliere le riserve.

   Belgrado, Paese candidato con data “provvisoria” per l’inizio dei negoziati a gennaio, rimane ancora in attesa della tanta sospirata definitiva luce verde per l’avvio del confronto con Bruxelles, che durerà anni. Infine, il gruppo dei «candidati potenziali», nazioni che possono solo sognare un futuro nell’Ue, un futuro lontano.

   Paesi come l’Albania, la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo, a cui l’Ue «ha promesso la prospettiva dell’adesione», ma solo «quando saranno pronti» veramente. Tirana, che dopo la vittoria dei socialisti e la caduta nella polvere di Berisha ha ricominciato a sperare, deve ancora lavorare molto sulla riforma «del sistema giudiziario e della pubblica amministrazione» e sulla «revisione delle regole parlamentari», in modo da evitare altri “Aventini” come accaduto negli ultimi quattro anni.

   Discorso ancora più complesso per Kosovo e Bosnia-Erzegovina, le “maglie nere” della corsa all’Europa. Da una parte Sarajevo, che ancora non ha presentato domanda di adesione, in panne a causa delle diatribe tra entità etniche e per l’inadeguatezza della propria classe dirigente. Dall’altra, Pristina, che cerca di recuperare posizioni dopo il dialogo con Belgrado, partendo dal primo livello, l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione per il quale presto prenderanno il via i negoziati con Bruxelles. Dopo Zagabria, dunque, il vuoto. O quasi. (Stefano Giantin)

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LA CROAZIA NELL’UE RICUCE LE FRATTURE DELL’EUROPA

di Riccardo Pennisi, da LIMES – rivista italiana di geopolitica (1/7/2013)

– L’ingresso di Zagabria nell’Unione Europea ha effetti pratici piuttosto ridotti sulla vita di Bruxelles, ma molto grandi da un punto di vista simbolico –

   L’ingresso della Croazia nell’Unione Europea, evento dagli effetti pratici immediati piuttosto modesti a Bruxelles, è un fatto politico fondamentale in vista del definitivo aggancio dei paesi dei Balcani occidentali – quelli che un tempo componevano la Jugoslavia – all’orbita europea.
   Per quanto secondo una crescente parte dell’opinione pubblica continentale l’Unione non abbia nulla da guadagnare da un allargamento a questi paesi, il processo di stabilizzazione dell’area e la sua integrazione nel sistema economico-politico europeo compiono grazie all’adesione croata un significativo passo in avanti.
   L’integrazione della Croazia all’Ue, effettiva dal primo luglio – ricuce appunto simbolicamente una serie di profonde fratture legate alle vicissitudini storiche di tutto il continente.
   La Croazia era infatti l’unico paese europeo a maggioranza cattolica (a parte la Svizzera) a non fare parte dell’Unione; inoltre, le due sponde settentrionali dell’Adriatico, durante secoli unite sotto il controllo prima veneziano e poi austriaco, torneranno a condividere un destino politico comune. Zagabria, subordinata per quasi mille anni in unione personale alla monarchia ungherese che ne frustrò le ambizioni nazionali, potrà tornare a considerare Budapest un partner politico alla pari e potrà riannodare al massimo delle potenzialità i suoi storici rapporti con Vienna.
   Le guerre degli anni Novanta hanno lasciato in eredità ostilità di matrice etnica e dispute territoriali e un processo di democratizzazione ancora incompleto in molti stati dell’ex federazione socialista (tra loro, solo la Slovenia è membro dell’Unione). L’adesione all’Ue presuppone da parte dei nuovi membri il principio della non modificabilità dei confini esistenti e l’impegno alla difesa dei diritti delle minoranze. Proprio per questo motivo, un allargamento che coinvolgesse anche gli altri Stati dei Balcani occidentali rappresenterebbe un fattore di equilibrio per una regione caratterizzata da reciproche, secolari contese e incomprensioni – determinanti nella costruzione delle rispettive identità.
   La Croazia non ha mai avuto nei secoli una popolazione definita, né confini che corrispondessero a una “nazione croata”, essendo stata abitata anche da ungheresi, serbi, italiani, austriaci, tedeschi, turchi, rom e politicamente divisa in aree con caratteristiche anche amministrative molto differenti – come testimonia tra l’altro la sua “forma”. Questo paese ha spesso letteralmente coinciso con il limes, con una frontiera tra vari mondi diversi: l’impero austro-ungarico e quello turco; la religione cattolica e quella ortodossa; la cultura mitteleuropea e quella orientale.
   Questi elementi hanno sempre impedito la formazione di un vero e proprio Stato croato, a parte la breve parentesi filonazista di Ante Pavelić: all’epoca, la fedeltà alle potenze dell’Asse del fondatore del gruppo terrorista paramilitare degli ustascia venne ricompensata con un territorio molto grande e demograficamente disomogeneo – nonostante gli sforzi di pulizia etnica immediatamente messi in opera dal regime. I confini della Croazia che entra nell’Unione Europea corrispondono invece alla “Repubblica Federale Socialista Croata” disegnata da Tito come parte della Jugoslavia: quello Stato federato proclamò l’indipendenza nel 1991 insieme alla Slovenia e fu capace di mantenere la sua integrità territoriale respingendo i tentativi di Belgrado di annettere con la forza le aree abitate dai serbi.
   Da circa un anno, anche la Serbia è candidata ad entrare nell’Ue – insieme a Montenegro e Macedonia, mentre Kosovo e Bosnia-Erzegovina (entità politiche dal futuro ancora incerto) hanno solo lo status di associati. L’ingresso di Belgrado, che fino a pochi anni fa era militarmente opposta alle truppe della Nato e alla Croazia – da cui è divisa da una rivalità storica che ricorda quella franco-tedesca – sarebbe un passaggio ancora più ricco di significati simbolici e conseguenze politiche.
   Nonostante ciò, il processo negoziale per l’accesso della Serbia, che inizierà a gennaio dell’anno prossimo, sarà complicatissimo. L’Unione Europea ha vissuto già con grande turbamento l’ultimo periodo dei negoziati con la Croazia, soprattutto a causa della grave crisi economica che affligge Zagabria: alcuni paesi, già poco entusiasti (come la Francia) ne hanno approfittato per allungare artificialmente il periodo delle trattative; altri, come la Germania – tradizionale alleato e partner commerciale, considerata quasi come un fratello maggiore della Croazia – hanno modificato la propria posizione lasciando in dubbio fino all’ultimo la loro approvazione all’adesione croata, temendo di portarsi in casa una “nuova Grecia”.
   Il modo di fare delle capitali del Vecchio Continente riflette la diffusa insicurezza sul futuro e sulla stessa identità dell’Ue; rispecchia inoltre una crescente introspezione degli europei sulle proprie questioni interne e una tendenza a diffidare di ogni novità in quanto possibile causa di aggravamento dei problemi. Eppure l’ingresso della Croazia ha piccolissime conseguenze sulle alchimie di potere di Bruxelles: non saranno certo i 12 nuovi europarlamentari (su 754), né il nuovo commissario croato alla Protezione dei consumatori, né l’appartenenza del premier Zoran Milanović al gruppo socialista a modificare le dinamiche economiche, politiche e sociali dell’Unione.
   La lunghezza eccessiva (2005-2011) dei negoziati è stata uno dei fattori principali nella crescente disillusione croata nei confronti dell’Europa, insieme alla crisi. Il ventottesimo membro dell’Unione ha fatto registrare un’astensione del 79% alle sue prime elezioni europee e del 57% al referendum interno sull’adesione. È certamente un brutto segnale in vista delle trattative con i paesi vicini: se il traguardo dell’ingresso nell’Ue si perde oltre l’orizzonte dei tempi della politica, c’è il rischio che le riforme o i passi richiesti da Bruxelles rappresentino un costo troppo elevato per i partiti che devono farli approvare e un boccone troppo amaro per il cittadini che devono accettarli. Si pensi solo al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, condizione decisiva perché la Serbia possa essere ammessa, e alle svariate implicazioni culturali e rivendicazioni territoriali incrociate che esso comporta.
   Se uno Stato candidato affronta gravi problemi economici e di stabilità interna ed ha nelle vicinanze altri centri di attrazione geopolitica, come per esempio la Russia nel caso serbo o la Turchia per altri Stati più piccoli come il Montenegro, la sua permanenza sul sentiero di Bruxelles non è affatto sicura. Così è accaduto proprio con la Turchia, della cui adesione si parla da decenni, e la cui politica estera è ormai rivolta alla costruzione di una potenza regionale propria invece che all’armonizzazione con il modello europeo. Bruxelles avrebbe potuto maggiormente condizionare o controllare questo processo dall’interno, mentre ora non può che restare a guardare; i negoziati con Ankara sono attualmente sospesi.
   Gli Stati europei otterrebbero molto da una politica più convinta e coerente nei confronti dei Balcani occidentali. Da un lato, grazie alla semplice stabilizzazione all’interno della propria sfera di influenza di un’area definita in passato “ventre molle” e “polveriera” del continente. Le istituzioni comunitarie potrebbero offrire un’arena permanente dove i conflitti, che hanno sempre finito per trascinare e coinvolgere il resto d’Europa, sarebbero discussi e gestiti in maniera pacifica. Un’arena più democratica della cortina di ferro, all’ombra della quale i Balcani vissero il proprio più lungo periodo di pace (1949-89), ai tempi della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
   Dall’altro, grazie allo sfruttamento dei vantaggi strategici che questo “ancoraggio” permetterebbe, come ad esempio la costruzione di vie commerciali e di approvvigionamento energetico da e per l’Oriente e il Caucaso. Perché ciò avvenga, la politica internazionale dell’Unione dovrà smettere di essere la somma (o più spesso la sottrazione) di interessi nazionali, per diventare una compiuta gestione sovranazionale degli affari esteri. (Riccardo Pennisi)

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IL VENETO E LA CROAZIA IN EUROPA

IN VENETO TUTTI D’ACCORDO «SERVE UNA MORATORIA»

da “il Corriere delle Alpi” del 1/7/2013

VENEZIA – La Croazia entrata ufficialmente nell’Unione europea, e il Veneto – dove i disoccupati hanno superato quota 200 mila – teme un’invasione di manodopera a basso costo. Né bastano le assicurazioni del Governo, orientato a limitare – ma solo in parte – i flussi lavorativi diretti nel nostro Paese.

   «Chiediamo una moratoria di civiltà, analoga a quella ottenuta dalla Germania per l’ingresso della Romania», fa sapere il governatore Luca Zaia «il grande problema è quello dei transiti per lavoro, con particolare attenzione al tema della stagionalità. Non capisco perché Letta non prenda in mano la situazione, io sono stato tra i primi a sostenere l’ingresso della Croazia in Europa quand’ero ministro, è un Paese vicino e amico, ma voglio che nei villaggi turistici del Veneto continuino a lavorare studenti e stagionali veneti e non lavoratori inviati da cooperative e aziende di Fiume o Zagabria. Umago, Parenzo, Rovigno e Pola distano un’ora e mezza da Portogruaro e due da Venezia: a Roma pensano che ci voglia l’aereo, invece basta percorrere l’autostrada e c’è meno traffico di quando si va a Milano. Il problema per le nostre aziende è reale», spiega il governatore Zaia.

   Timori anche dal Friuli-Venezia Giulia, ma con accenti diversi. «Siamo di fronte a un fatto storico per l’Europa e noi lo stiamo vivendo in modo speciale. Siamo abituati al flusso transfrontaliero di lavoratori d’oltre confine», commenta il presidente Debora Serracchiani «il problema vero nasce alla competitività territoriale di quel Paese, che ha costo del lavoro e oneri fiscali molto inferiori ai nostri, e quindi ai potenziali rischi di delocalizzazione per le nostre imprese».

   Sulla vicenda interviene Antonio De Poli (UDC), che ha inviato una lettera al ministro per gli Affari Europei Enzo Moavero Milanesi. «Non possiamo permetterci, in questo frangente, con 200 mila disoccupati in Veneto, di aprire le porte alla Croazia. Il sistema rischierebbe di implodere. Il Governo può applicare la moratoria prevista dal Trattato di Adesione, moratoria che è stata già applicata da altri Paesi come Austria e Germania, altri due Paesi vicini alla Croazia. Il Governo di Zagabria ha ricevuto dall’Ue 650 milioni di euro per il suo ingresso e ora ha annunciato una fiscalità agevolata alle imprese che investiranno nel Paese. A questo elemento si aggiungerebbe un altro fattore fortemente negativo: il costo del lavoro in Croazia è più basso che in Veneto e si prospetterebbe una concorrenza sleale con il mercato interno. La soluzione è a portata di mano: basta applicare la moratoria sulla libera circolazione dei lavoratori croati per due anni».

il Veneto e le frontiere

«EMIGRARE IN VENETO? MA QUANDO MAI… ADESSO LE OPPORTUNITÀ SONO IN CROAZIA»

– Viaggio oltreconfine nel giorno dell’ingresso nell’Unione. «Da voi c’è la crisi, i nostri muratori e operai stanno tornando indietro». La cameriera: «A Jesolo? Sì, in discoteca» –

di MARCO BONET, da “IL CORRIERE DEL VENETO” del 2/7/2013

POREC (Croazia) – I «fratelli croati», dice il governatore, sono i benvenuti in Europa. Purché non mettano piede in Veneto. «E perché mai dovremmo venire in Veneto?», ci chiedono loro di rimando e il tono non è affatto stizzito, bensì sinceramente perplesso, quasi incredulo.

   Nella domanda c’è tutta la risposta alla nuova campagna lanciata dal governatore Zaia (seguito lancia in resta dalla Lega Nord e, chissà perché, dall’Udc) che rispolverando l’antico adagio padano «questi vengono a rubarci il lavoro» ha chiesto e ottenuto dal governo una moratoria sugli ingressi in Italia dei nuovi cittadini-lavoratori dell’Unione.

   Il punto è che di venire in Veneto, ai «fratelli (a questo punto coltelli) croati» non passa neppure per l’anticamera del cervello, o almeno questa è l’impressione che ne abbiamo ricavato noi ieri, gironzolando appena di là del confine tra persone che ci sono apparse parecchio timorose di lasciarsi andare all’abbraccio di Bruxelles, forse un po’ disincantate, di certo ben lontane dal fare le valigie in vista di un imminente esodo biblico verso la nostra regione.

   «Francamente non vedo quali opportunità possa offrire il vostro Paese in un momento come questo – azzarda con diplomatica cortesia Oriano Otocan, assessore alla cooperazione internazionale e all’integrazione europea della Regione Istriana – la crisi imperversa, gli stessi italiani non trovano lavoro… La situazione è perfino paradossale: quando c’erano le quote i miei connazionali venivano da voi tra mille difficoltà per fare i muratori o gli operai, mentre ora che gli ingressi sono stati liberalizzati non si muoverà nessuno».

   L’economia croata non gode di buona salute: la disoccupazione veleggia al 20,9%, lo stipendio medio è di 5.291 kune, circa 710 euro (per l’ingresso nella moneta unica ci vorranno ancora un paio d’anni), le pensioni nella maggior parte dei casi non superano le 2.200 kune, circa 300 euro, il deficit è altissimo e la bilancia commerciale fortemente squilibrata. Eppure la crisi fa meno paura qui che in Veneto.

   «Almeno siamo a casa – sbotta Boris, che con un gruppuscolo di amici fa passare il tempo sorseggiando birra Lasko all’ombra del Caffè Istra di Buje – qualcuno di noi lavorava di là del confine, Trieste soprattutto ma anche in Veneto. Ora stanno tornando tutti».

   Muratori, per lo più, «io vicino a Conejan» dice Toni pensando a Conegliano, il che non stupisce visto che proprio nel Trevigiano si trova la comunità croata più numerosa del Veneto: 1.593 persone, stando all’ultimo censimento. Poi ci sono Vicenza (1.158) e Verona (1.104). Complessivamente stiamo parlando di 6.085 persone (l’1,2% del totale degli stranieri nella nostra regione), ben lontane dai 100 mila romeni, i 57 mila marocchini, i 29 mila cinesi. La crisi del mattone, ad ogni modo, sta convincendo anche quei pochi che avevano tentato l’avventura a riprendere la via di casa.

   La speranza, adesso, è semmai che si siano invertiti i ruoli e siano le imprese venete (che già controllano un quarto dell’export italiano nel Paese) ad andare dai lavoratori croati, delocalizzando gli stabilimenti, allettate dai salari ridotti all’osso e dalle agevolazioni promesse dal governo. «Se qualcuno se ne andrà dopo l’ingresso nell’Ue – aveva detto qualche giorno fa il console croato a Padova, Nela Sršen – si tratterà soprattutto di ragazzi, specializzati e qualificati, a caccia di un posto di qualità in Paesi dove le nostre comunità sono radicate da tempo, come la Germania o il Canada».

   Il Veneto, al binario «partenze», non è contemplato. Sottolineava la console Sršen «se». Perché in effetti dopo l’ingresso della Croazia nell’Unione le opportunità maggiori si annunciano «dentro» e non «fuori» il Paese. Bruxelles dirotterà verso Zagabria 687 milioni di euro di qui alla fine dell’anno, poi altri 13,7 miliardi fino al 2020. Denari freschi, che possono rilanciare un sistema industriale (legato prevalentemente alla produzione di macchine agricole e tessili, con un po’ di cantieristica navale) in lento ma inesorabile declino dai tempi della guerra nei Balcani.

«VENETO? SÌ, JESOLO».

   Eccola qua, pensiamo, beccata: non essendo riusciti a trovare una sola badante di quelle che secondo l’assessore al Lavoro Elena Donazzan saranno il cavallo di Troia per nuove orde di irregolari, proviamo a consolarci illudendoci che Marija, la cameriera gentile che in una konoba di Porec intrattiene i clienti in cinque lingue (croato, italiano, russo, inglese e tedesco quelle che siamo riusciti a captare) sia l’esempio perfetto della «stagionale del turismo» che tanto inquieta i sonni di Zaia. «Mannò! – ride lei – Jesolo con le amiche. Avete delle discoteche fantastiche». E il lavoro? «Scusa, guarda l’Italia, la Grecia, la Spagna. Lì va quasi peggio che a noi, no?». Non ancora, per fortuna. Ma non glielo diciamo.

   Al di là dello scetticismo dilagante (i sondaggi rivelano che i favorevoli all’ingresso nell’Ue sono oggi ben lontani dai due terzi della popolazione che votò «sì» al referendum del 2012), Marija appartiene a quelle schiere di croati che fortissimamente vogliono credere nell’opportunità data loro dall’Europa, anche con monete sonanti. Come i pescatori che lungo la marina hanno convertito i pescherecci in barche naif a disposizione dei turisti o dei subacquei o le agenzie di Umag pronte a portarti a Venezia in due ore di «piacevole navigazione» su aliscafi che sembrano astronavi.

   Ecco, forse questo dovrebbe preoccupare il Veneto più dell’invasione: il risvegliarsi con un «Sud» a est, assistito, a basso costo, pronto a sfidarci proprio là dove pensavamo fosse impossibile batterci, ossia sul turismo. «Abbiamo tante bellezze… ci stiamo dando da fare, anche se dobbiamo ancora crescere molto», confida un negoziante di Porec. Indossa una t-shirt con la bandiera stellata e la scritta ironica: «Il mio Paese è entrato nell’Ue e tutto quello che ho avuto è questa misera maglietta».

   Lui ci ricama: «Una misera maglietta, per ora. In futuro chissà!» e si arruola tra gli euroscettici, tra chi teme che il famigerato Patto di stabilità e crescita firmato anche dalla Croazia nel 2005 possa finire per tradursi soltanto in più tasse. Anche se poi ammette: «Il nostro posto è lì con voi e qui le cose possono solo migliorare, dalla giustizia alla burocrazia».

   La corruzione, anche se non la nomina, è la terza piaga. «La Croazia diventa un membro della periferia dell’Ue ma non ci sarà alcuna emigrazione di massa» ribadisce al Piccolo di Trieste lo scrittore e ricercatore Igor Stiks. Il messaggio, a questo punto, è ricevuto. Forte e chiaro. Prima di andarcene, come ogni italiano che si rispetti, ci fermiamo però per il pieno di benzina e l’occasione è buona per un botta e risposta sull’ultimo argomento da affrontare di petto, il celeberrimo duello Prosecco- Prosek.

   «Non ci arrenderemo mai» minaccia lapidario l’uomo alla pompa. Noi teniamo alta la bandiera del Veneto («Avrete vita dura») anche se saremmo curiosi di assaggiarlo, questo benedetto Prosek. Rinunciamo, temendo l’accusa di alto tradimento, anche se chissà, forse Zaia ci avrebbe perdonato la debolezza. Da amante del buon vino. E da discendente di un’antica famiglia croata, come sa bene chi ha letto le 856 pagine firmate dal ricercatore Roberto Ros per Antiga Edizioni. (Marco Bonet)

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E ZAGABRIA GIÀ PROMUOVE LA “CONFRATERNITA DEGLI OTTO”

di Stefano Giantin, da “IL PICCOLO di Trieste” del 2/7/2013

ZAGABRIA – Neanche il tempo di riprendersi dai festeggiamenti che a Zagabria si comincia a lavorare per l’integrazione del resto dei Balcani. Dopo aver issato la bandiera blu a dodici stelle, nella capitale croata i presidenti di tutti i Paesi balcanici hanno infatti deciso ieri di incontrarsi per un’informale “colazione di lavoro”.

   Occasione per uno scambio di idee proposta dal padrone di casa, il presidente croato Josipovic, di concerto con l’omologo Borut Pahor, il secondo rappresentante dell’area dell’ex Jugoslavia già pienamente integrata nell’Ue, la Slovenia. Dall’altra parte del tavolo, i presidenti di Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Kosovo e Albania.

   Per evitare sgarbi, niente bandiere o simboli nazionali, il modo consueto per non offendere Belgrado quando in un consesso è presente anche Pristina. Ma nessuna tensione di sorta è stata registrata tra il presidente Nikolic e l’omologo kosovaro, Atifete Jahjaga.

   E nessun problema neppure tra Nikolic e Josipovic, in passato divisi a causa delle incaute dichiarazioni del presidente serbo su Vukovar. Un consesso, quello di ieri, dove Zagabria ha assicurato di voler «sviluppare buone relazioni di vicinato» con tutti gli Stati dell’area e promesso che lavorerà perché anch’essi «siano integrati» nell’Unione, ha specificato Josipovic dopo la riunione informale degli “Otto”.

   Una sorta di “confraternita balcanica”, quella lanciata ieri, che vuole imprimere una nuova spinta anche ad altri «progetti comuni», ha aggiunto la presidenza croata, in particolare nel campo delle infrastrutture. Confraternita che è stata caratterizzata da un clima cordiale e dalla rassicurazione di Stefan Fuele, che ha fatto sapere attraverso un videomessaggio che l’Ue da lunedì «è fisicamente più vicina a voi», ha detto ai presidenti balcanici extra-Ue.

   E più vicina Bruxelles lo è anche alla Serbia, che è stata ieri incoraggiata a procedere verso l’integrazione Ue anche dal presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, sbarcato prima a Belgrado e poi volato a Pristina. Serbia che ha «pieno sostegno» da parte di Bruxelles nel suo cammino verso l’Unione, ha aggiunto Van Rompuy, specificando poi che la Serbia, per raggiungere l’obiettivo deve continuare sulla strada delle riforme.

   Riforme che contribuiranno a creare «uno Stato funzionale», oltre che a far entrare Belgrado nella «famiglia delle nazioni europee», ha confermato il consigliere presidenziale, Marko Djuric. Riforme che dovranno essere una priorità anche nel resto dei Balcani “non-Ue”, perché un giorno si possa festeggiare anche a Belgrado, Sarajevo, Podgorica, Pristina, Skopje e Tirana.

   Senza dimenticare, come ha ricordato Van Rompuy dopo aver incontrato il premier serbo Dacic, che «la storia la fanno gli uomini e noi vogliamo fare insieme la storia», superando le tensioni, rimarginando le ferite, riunendo i Balcani sotto la bandiera europea. (Stefano Giantin)

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TRA L’ITALIA E I BALCANI NON C’È PIÙ IL TRENO

di Felice Paduano, da “La Nuova Venezia” del 1/7/2013

VENEZIA – La Croazia è entrata a far parte dell’Ue, ma non tutti sanno che ancora oggi sia dal Veneto che dal confinante Friuli Venezia Giulia non si può andare in treno sia nella vicinissima Istria che nella capitale Zagabria perché non esiste nessun collegamento diretto su rotaia. In pratica la Croazia è raggiungibile solo in auto, moto o in bus, con servizi giornalieri offerti da Eurolines, Saf e Veolia.

   Ma fino a pochi anni fa, Zagreb Glavni Kolodvor (Zagabria Stazione Centrale ) era collegata con Venezia, via Lubiana, con il bel Pendolino, che era stato chiamato dagli sloveni Giacomo Casanova, in partenza da Santa Lucia alle 15.44 e arrivo nella capitale della Slovenia alle 19.40. Altre due ore e si poteva andare a cenare in uno dei tanti ristorantini, strapieni di belle ragazze, che si trovano sul lato nord di Trg (Piazza) Jana Balacic.

   Per non parlare, poi, del mitico Orient Express, diventato successivamente, dopo l’apertura della galleria del Sempione tra la Svizzeria e l’Italia , Simplon Orient Express, che transitava, sino al 1977, anche per Verona, Padova, Venezia e Trieste. Treno entrato nella storia dell’Europa e dei Balcani, sul quale sono state ambientate anche alcune scene dei film Assassinio sull’Orient Express, tratto dall’omonimo libro di Agatha Christie e 007 Dalla Russia con Amore.

   In pratica oggi chi vuole andare in treno per forza a Zagabria deve fare un lungo giro via Udine e Tarvisio Boscoverde e raggiungere Jesenice e Lubiana, via Villach o Klagenfurth oppure andare ad utilizzare i treni che arrivano dalla Germania e proseguono per il nord della Croazia via Maribor.

   Eppure, già prima dell’allargamento a Est dell’Unione ogni anno, specie in estate, sono decine di migliaia gli italiani ed in particolare i veneti, che si spostano verso Parenzo, Rovigno, Pola, Spalato, ma anche verso Lubiana, Zagabria, Osjiek, Slavonski Brod, per proseguire, poi, per Belgrado e Sofia.

   «Vado spesso in auto, da Padova, nei posti di frontiera del Friuli con le località del Collio (Brda ) slovenoA» sottolinea Roberto Nardo, segretario Adiconsum-Cisl di Padova e Rovigo «Non è possibile che tra Italia, Slovenia e Croazia non ci sia nessun collegamento su rotaia. Con un buon treno, oggi, da Venezia si potrebbe raggiungere tranquillamente Zagabria al massimo, in quattro ore». (Felice Paduano)

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BALCANI DA NON DIMENTICARE: quel tragico 11 luglio 1995 in BOSNIA (e in EUROPA)

SREBRENICA, DICIOTT’ANNI DOPO…

di Michele Nardelli, 11/7/2013, dal sito www.balcanicaucaso.org/

– Srebrenica e l’Europa. Quanto si è capito del genocidio avvenuto 18 anni fa? Quanto rischia di essere rimosso? –

Srebrenica. Che cosa è rimasto nella coscienza collettiva dei cittadini europei di quanto accadde nel cuore dell’Europa l’11 luglio 1995? A ragion del vero è un po’ l’insieme di quella tragedia che concluse il Novecento europeo che oggi appare rimossa, incasellata nella categoria di “guerra etnica”, segnata dal pregiudizio dell’ignoranza e dei luoghi comuni, sterilizzata dalla falsa coscienza di un’Europa incapace di riflettere su se stessa e infine dimenticata, come se non avesse nulla di importante da dirci.

Tutto questo rende il genocidio di Srebrenica, quelle 8372 (o forse più) vite spezzate sotto gli occhi di una comunità internazionale distratta, quando non complice, se possibile, ancora più doloroso. Perché se per i famigliari delle vittime la ferita più aperta è quella di dare riconoscimento e sepoltura a quanti ancora giacciono nelle fosse comuni e, insieme, il desiderio di avere giustizia (se pensiamo che le condanne comminate per quanto accadde a Srebrenica diciott’anni or sono si contano sulle dita di due mani), l’aspetto che più in generale risulta insopportabile è rappresentato dal fatto che il nome di questa antica città non rappresenti motivo di riflessione per l’insieme della coscienza civile europea e mondiale.

Come non vedere che nel genocidio di Srebrenica era in discussione l’idea stessa di Europa come insieme di minoranze che quando non si sono più riconosciute come tali, rivendicando primati o egemonie, hanno prodotto le più immani tragedie?

Come non comprendere che nella distruzione dei luoghi della cultura e di città come Sarajevo o Mostar si voleva cancellare ogni forma di sincretismo che la storia ha prodotto nel cammino fra oriente e occidente?

Come non capire che nella guerra che ha lacerato i Balcani c’era una partita tutt’altro che riconducibile ad antichi conflitti ma piuttosto alla postmodernità, ovvero la natura criminale di quella strana transizione fra comunismo e capitalismo o la sottile continuità fra potere burocratico e deregolazione?

Srebrenica. Oggi hanno trovato sepoltura nel cimitero di Potočari altri 409 corpi ai quali è stato dato un nome. Un luogo di silenzio e di pace. Domani a Bratunac, poco distante da Srebrenica, si ricorderanno altre vittime, ancora contrapposte. Fin quando a quelle domande non sarà data risposta, se non ci sarà un serio lavoro di elaborazione del conflitto, le ferite profonde lasciate dalla tragedia balcanica non troveranno pace.

(Michele Nardelli è Presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti umani)

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LA SEPOLTURA DEI MORTI DI SREBRENICA

da IL POST.IT (www.ilpost.it ), 10 luglio 2013

– I corpi di più di quattrocento persone identificate nell’ultimo anno saranno seppelliti, nel 18esimo anniversario della strage –

Martedì 9 luglio migliaia di persone si sono radunate lungo le strade di Sarajevo, in Bosnia, per assistere al passaggio di tre mezzi che trasportavano i resti di 409 persone morte nella strage di Srebrenica, nel 1995, e identificate negli ultimi dodici mesi. Le bare erano dirette al piccolo comune di Potocari, vicino al luogo della strage, dove giovedì 11 luglio si terrà – nel 18esimo anniversario della strage – l’annuale cerimonia di sepoltura dei cadaveri identificati nel corso dell’anno.

La riesumazione e l’identificazione dei morti nella strage di Srebrenica è stata iniziata negli anni Novanta dal Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, ma negli ultimi anni è passata sotto la responsabilità delle autorità bosniache. Le fosse comuni in cui vennero sepolti i morti di Srebrenica dai serbo-bosniaci sono numerose e sparse per tutto il territorio circostante al paesino. In alcuni casi, nel tentativo di nascondere l’entità della strage e le responsabilità, gli autori del massacro scavarono nuove fosse in cui trasferirono parte dei morti, complicando ulteriormente le procedure di ritrovamento e identificazione.
Le prime identificazioni, alla fine degli anni Novanta, vennero effettuate con una procedura lenta e piuttosto inaccurata: gli effetti personali trovati nelle fosse comuni venivano fotografati e le immagini venivano poi fatte circolare in volumi tra le comunità locali. Se qualcuno pensava di poter associare un oggetto a un suo parente, veniva effettuato un test del DNA per cercare di stabilire l’identità. Solo nel 15 per cento dei casi si otteneva però un’identificazione sicura.

La svolta è arrivata a partire dal 2001, con i test del DNA computerizzati. Gran parte del lavoro di identificazione si svolge oggi nelle due strutture di Tuzla (alcune decine di chilometri a nordovest di Srebrenica) della Commissione Internazionale per le Persone Scomparse, creata nel 1996, un’organizzazione internazionale che si occupa tra le altre cose delle molte migliaia di corpi da identificare nella guerra combattuta in Bosnia.

Nel Centro per il coordinamento dell’identificazione, una quindicina di antropologi bosniaci e stranieri, insieme a diversi tecnici, lavorano sui resti dei corpi, prelevando DNA e confrontandolo con circa 90 mila campioni di parenti di persone scomparse.

In totale, il laboratorio di Tuzla ha contribuito a identificare i resti di circa 14 mila persone morte nella guerra in Bosnia: di queste, 6.877 sono state uccise nella strage di Srebrenica. Il numero dei morti nella strage è stimato intorno a 8.100 persone.

Nel 1995, a Srebrenica, le forze militari serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic organizzarono il massacro di migliaia di musulmani bosniaci. All’epoca era in corso la guerra di Jugoslavia e la zona di Srebrenica era sotto la tutela delle Nazioni Unite, presenti con tre compagnie olandesi di caschi blu. L’area era diventata protetta a partire dal 1993, in seguito a un’offensiva serba che aveva indotto le forze bosniache a ritirarsi e lasciare il controllo all’ONU.

L’attacco delle forze guidate da Mladic iniziò il 9 luglio e due giorni dopo le truppe serbo-bosniache entrarono in città. Dopo aver separato gli uomini adulti dalle donne, dai bambini e dagli anziani, iniziò il massacro che portò all’uccisione di oltre 8 mila persone. Le forze dell’ONU non intervennero per ragioni che non sono mai state chiarite fino in fondo. Secondo la versione ufficiale, i 600 caschi blu nella zona non erano preparati e armati a sufficienza per affrontare le forze serbo-bosniache.

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da www.europinione.it
da http://www.europinione.it
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2 thoughts on “La CROAZIA NELLA UE – Dopo la Slovenia il PONTE europeo verso i BALCANI diventa più concreto (a quando l’adesione di Bosnia, Serbia, Macedonia, Montenegro, Kosovo?) – La politica europea acquista un LUOGO GEOGRAFICO e POLITICO COMUNE nell’ALTO ADRIATICO, positivamente contaminando un MEDITERRANEO di SVILUPPO e PACE

  1. Agata domenica 14 luglio 2013 / 9:05

    Gli amici “di confine” mi hanno testimoniato la loro storia.
    Temo che le cicatrici restino a vita ma la “positività del reale” si deve saper leggere in “qualunque circostanza”.

    Io, ad esempio, la cerco/trovo anche su http://www.meetingrimini.org/

    Ma scegliete liberamente, ovviamente.

    cari saluti,
    Agata

  2. Guido Zanini mercoledì 6 novembre 2013 / 20:11

    Mi presento.Sono uno dei tanti profughi che da bambino siamo andati finita la guerra in Italia giacchè mio padre era italiano .Circa 2anni fà ho ricevuto dal governo Croato dei moduli da compilare per eventuale indennizzo dando tutti i dati ad un avvocato di Fiume Rijeka,che a sua volta dietro pagamento, li rispediva ai vari uffici preposti alla raccolta dei dati catastali ;ad ora non ho ricevuto nessuna notizia in merito.Mi auguro che venga sanata la questione giacchè ho intenzione di passare molto tempo nella mia città natale ed nella casa di Zamet della defunta mia nonna materna.Con questo mio scritto auguro al governo CROATO ed al comune di Fiume Rijeka un proseguimento nell,unione Europea .SALUTI da Guido Zanini Torino.

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