36 DIPARTIMENTI al posto delle 20 Regioni e delle 110 Province – E’ la PROPOSTA della SOCIETA’ GEOGRAFICA ITALIANA (SGI) – Un’interessante suddivisione delle istituzioni territoriali che potrebbe mettere d’accordo tutto il mondo politico – Resta in campo la NECESSITA’ di TRASFORMARE i COMUNI in NUOVE CITTA’

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   Premettiamo che la proposta di eliminazione delle 20 Regioni italiane e delle 110 Province con la creazione di 36 DIPARTIMENTI, è un’idea che la Società Geografica Italiana (SGI) aveva presentato già qualche mese fa (all’inizio di marzo). E che ha la sua origine pure da un precedente lavoro, del 1999, del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Progetto Strategico Quadroter). Ma che è stata rilanciata in grande stile qualche giorno fa dal Corriere della Sera con un articolo di un suo tra i più autorevoli opinion leader, il giornalista Sergio Rizzo. Appunto 36 Dipartimenti al posto di tutte le Regioni e le Province.

   In un contesto in cui ci si concentra, di più, sull’idea di creare MACRO-REGIONI (al posto delle attuali Regioni), di eliminazione delle Province, di accorpamento di comuni (ma solo di quelli sotto i 5.000 abitanti)… ebbene la proposta della SGI potrebbe apparire un ulteriore “di più” nel caotico tentativo di ridefinizione territoriale degli enti istituzionali italiani per renderli più efficienti, consoni, meno dispendiosi rispetto a quelli attuali obsoleti, del tutto superati. Pertanto potrebbe apparire un’altra proposta in più in un contesto di impraticabilità a concretizzare il “cambiamento” (impraticabilità oltre che politica ora pare quasi psicologica…).

   Ma, secondo noi, la proposta della SGI potrebbe veramente essere una “via di uscita” positiva al blocco totale, al “non fare”. L’eliminazione con un’unica nuova iniziativa istituzionale (costituzionale) sia delle Regioni che delle Province, con la creazione di 36 DIPARTIMENTI (ma possiamo anche chiamarli in altro modo: distretti, comprensori, province territoriali, regioni metropolitane… o individuando magari elementi geomorfologici storici cui la popolazione può riconoscersi… un fiume, una pianura, una montagna… questo non è un problema). Questo potrebbe essere l’ “uovo di colombo” per far iniziare un processo di cambiamento che viene da una proposta (politica, scientifica, istituzionale…) neutra rispetto agli attuali schieramenti partitici, al di fuori della politica ufficiale; pertanto non di parte.

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LA PROPOSTA DI RIORDINO TERRITORIALE DELLA SGI E L’INDIVIDUAZIONE DEI 36 DIPARTIMENTI

   Se poi andiamo a vedere la ripartizione territoriale dei 36 Dipartimenti (che nascerebbero tenendo conto dei territori delle, a questo punto, ex Province) ci accorgiamo che la suddivisione è molto interessante: ripercorre e aggrega luoghi di interscambio quotidiano (economici, culturali, di incontro delle persone, storici…) di aree attigue, che “si conoscono” da molto tempo, o hanno imparato a conoscersi negli ultimi anni di grandi trasformazione della vita quotidiana.

   Pertanto, pur avendo noi un forte interesse per la realizzazione di Macro-Regioni (ad esempio il NORDEST: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige che si aggregano in un’unica entità istituzionale….) (la ripartizione in MACRO-REGIONI più interessante la ha fatta la Fondazione Agnelli una ventina di anni fa, individuandone 12: vedi FONDAZIONE AGNELLI 1992_1996 PROPOSTA DI 12 MACRO-REGIONI pagg. 148-149). Pur prospettando noi altre possibilità di suddivisione macroregionale che eliminino le inefficienti e dispendiosissime Regioni (e delle Province), riconosciamo che il progetto di 36 Dipartimenti è molto interessante, concreto, e poi metterebbe d’accordo tutti (è da sperare…).SGI

   Province e Regioni che spariscono (un vero sogno!) sostituite da realtà più consone…. E con il desiderio di “partire da zero”, rivedere tutto, nell’efficienza dei servizi e dei loro costi, nell’individuare una mobilità alternativa ai mezzi privati, nel riconoscere ambiti territoriali con confini di competenza “leggeri”, aree che di volta in volta si integrano facilmente con il “dipartimento vicino”, similare in cose di natura o di economia…..  nelle opportunità maggiori offerte ai giovani e a tutti gli appartenenti a ciascun Dipartimento….

   Pertanto dovremmo vedere se questa proposta di 36 dipartimenti l’attuale ceto politico può riuscire a farla propria, a crederci…. Resta da affrontare il problema dei troppi Comuni: ben 8.101, che così come sono bloccano ogni processo di modernità dei territori. Comuni (piccoli e medi) che gestiscono l’urbanistica (il territorio “loro”) come veri e propri sovrani indipendenti; che devono ora ridurre servizi e opportunità ai cittadini per scarsità finanziaria; con l’impossibilità di mettere in moto modi efficaci ad affrontare i nuovi disagi sociali; che non riescono nemmeno ora a fare la manutenzione delle strade, a garantire la sicurezza pubblica, a mettere a norma antisismica le scuole primarie di loro competenza…

   Per questo ogni nuova riforma territoriale (se finalmente si facesse!) passa per la revisione dei Comuni: al loro posto nuove CITTA’, di almeno 50-60.000 abitanti; solo così, peraltro, si garantirebbero servizi efficienti, un porsi più autorevole verso “l’esterno”, ma anche la garanzia che i servizi in loco primari al cittadino (educativi, sanitari, di tutto quel che interessa alle persone…) possono rimane in loco, anzi essere ancor più decentrati.

   Resta comunque, tornando al tema di questo post, che la proposta della Società Geografica Italiana (di eliminazione di Regioni e Province con la creazione di 36 Dipartimenti) è molto interessante (…possiamo fare qualcosa per far sì che diventi patrimonio comune della cultura e della politica del nostro Paese?). sm

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proposta choc dei geografi italiani

REGIONI, PROVINCE? BASTA: ITALIA DIVISA IN 36 DIPARTIMENTI. ECCO QUALI

dal sito http://www.blitzquotidiano.it/ del 24/7/2013

   Non più Regioni, né Province, ma solo 36 dipartimenti: sarebbero le nuove suddivisioni e organizzazioni territoriali dello Stato italiano secondo una proposta della Società Geografica Italiana

(e-book_il_riordino_territoriale_dello_stato_sgi_36_dipartimenti),

rilanciata da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera.

   Per evitare conflitto di attribuzione fra enti, problema fra Stato e Regioni originato dalla riforma federalista del centrosinistra datata 2001 (rivoluzionato il Titolo V della Costituzione), e “l’iperterritorializione” in cui si è insabbiata la macchina statale fra 110 province e innumerevoli Comunità montane e non montane, lo studio della Sgi propone una nuova divisione del territorio in 36 dipartimenti. Ecco quali, partendo da Nord-Ovest e finendo con le Isole:

1. Aosta, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Biella, Ivrea
2. Torino
3. Cuneo, Asti, Alessandria
4. Milano e Pavia
5. Bergamo, Como, Lecco, Varese, Sondrio, Monza-Brianza
6. Piacenza, Cremona, Parma
7. Brescia, Verona, Mantova
8. Trento e Bolzano
9. Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Belluno
10. Trieste, Udine, Pordenone, Gorizia
11. Ferrara e Rovigo
12. Genova, Savona, Imperia
13. Bologna, Modena, Reggio Emilia
14. Ravenna, Rimini, Forlì Cesena
15. Pisa, Livorno, La Spezia, Lucca, Massa e Carrara
16. Firenze, Arezzo, Pistoia, Prato
17. Siena e Grosseto
18. Ancona, Pesaro-Urbino, Macerata, Ascoli Piceno, Fermo
19. Perugia e Terni
20. Roma, Viterbo, Rieti
21. Latina, Frosinone, Isernia
22. L’Aquila, Pescara, Chieti, Teramo
23. Napoli e Caserta
24. Salerno, Benevento, Avellino
25. Potenza e Matera
26. Foggia e Campobasso
27. Bari e Bat (Barletta-Andria-Trani)
28. Lecce, Taranto, Brindisi
29. Cosenza, Catanzaro, Vibo Valentia, Crotone
30. Reggio Calabria
31. Messina
32. Catania e Siracusa
33. Ragusa, Agrigento, Caltanissetta, Enna
34. Palermo e Trapani
35. Cagliari, Carbonia-Iglesias, Medio-Campidano, Oristano
36. Sassari, Nuoro, Olbia-Tempio

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Lo studio dei geografi
«Regioni e Province? Meglio 36 distretti»

IL “SOGNO” DI UN’ITALIA SENZA REGIONI E PROVINCE MA CON 36 DIPARTIMENTI
di SERGIO RIZZO, da il “Corriere della Sera” del 24/7/2013
   All’inizio c’erano le Province, retaggio del Risorgimento che aveva rinnegato il federalismo. Poi sono arrivate le Regioni che avrebbero dovuto mettere fine a quel modello avviando il decentramento. Invece le Province hanno preso a lievitare come la panna montata.

   Il termine non è particolarmente elegante, ma rende bene l’idea di quanto accaduto in Italia nel dopoguerra: «Iperterritorializzazione». All’inizio, spiega la Società geografica italiana, c’erano le Province, retaggio tipico di un Risorgimento che aveva rinnegato il federalismo. Lo Stato unitario era stato modellato sull’organizzazione centralistica di stampo napoleonico con 59 ripartizioni territoriali di dimensioni ottimali per poter essere attraversate in una giornata di cavallo.

   Poi sono arrivate le Regioni, le quali avrebbero dovuto mettere fine a quel modello avviando la stagione delle autonomie e del decentramento. Invece le Province hanno preso a lievitare come la panna montata. Alla nascita delle Regioni, nel 1970, erano 94, tre in più rispetto al 1947. Oggi sono 110. E con loro si moltiplicavano Unioni dei Comuni, Comunità montane, Comunità collinari, Circoscrizioni comunali, Circondari, Aree di sviluppo industriale, Ambiti turistici, Centri per l’impiego

   Per non parlare dell’inestricabile groviglio degli enti intermedi fra Comuni, Province e Regioni: dalle aziende sanitarie locali alle migliaia di società pubbliche locali, agli ambiti territoriali ottimali, ai consorzi di bonifica, perfino alle istituzioni scolastiche. E l’autonomia si è trasformata in un delirio.

   Sovrapposizioni di competenze, duplicazione di funzioni, moltiplicazione di responsabilità senza che nessuno sia davvero responsabile. Il tutto con ben cinque Regioni (o sei, considerando le Province autonome di Trento e Bolzano) a statuto talmente speciale da metterle di fatto al riparo da qualunque condizionamento centrale.

   Un coacervo talmente complicato che nessuno è oggi nemmeno in grado di dire con esattezza quante siano in Italia le pubbliche amministrazioni: una recente ricognizione le ha stimate in un numero prossimo a 46 mila. Ma oltre una semplice stima non si è ancora riusciti ad andare, appunto. Il che la dice lunga sul disordine prodotto da questa superfetazione incontrollata di livelli amministrativi.

   La riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001 ha poi contribuito a far impazzire definitivamente la maionese, decentrando poteri spesso in modo irrazionale: basti dire che ogni Regione poteva farsi il bilancio con principi contabili propri, e che fra le materie di concorrenza legislativa fra Stato e Regioni era stato messo anche il lavoro. Come se le aziende del Lazio potessero avere sui contratti relativi agli stessi mestieri regole diverse da quelle della Campania.

   Non è un caso, dunque, che proprio dall’inizio del nuovo secolo la spesa pubblica abbia cominciato ad aumentare esponenzialmente: in dieci anni i bilanci regionali sono raddoppiati, senza che alla crescita delle spese in periferia abbia corrisposto una riduzione analoga delle spese dello Stato centrale. E fare marcia indietro ora si rivela complicatissimo, come dimostra la telenovela dell’abolizione delle Province.

   Parte da qui un’idea che la Società geografica italiana aveva già presentato all’inizio di marzo, provando a immaginare un’Italia con una articolazione territoriale completamente diversa. Senza più le 110 Province (109 al netto della valle d’Aosta, dove Provincia e Regione coincidono), né le 20 Regioni (21, considerando le Province autonome di Trento e Bolzano): al loro posto 36 dipartimenti regionali più omogenei per radici storiche e fondamentali economici.

   Qualche esempio aiuta a capire. L’attuale Piemonte verrebbe suddiviso in tre Regioni più piccole: una comprendente i territori di Asti, Cuneo e Alessandria, la seconda coincidente con la Provincia di Torino e la terza ottenuta dall’unione di Novara, Vercelli e la Valle D’Aosta. Ancora.

   Le Province di Brescia, Verona e Mantova dovrebbero dare luogo a una piccola Regione a cavallo fra l’attuale Lombardia e il Veneto. Così come al Sud si unirebbero Campobasso e Foggia. Mentre La Spezia confluirebbe nella piccola Regione tirrenica composta da Pisa, Livorno, Lucca e Massa Carrara. Gli unici dipartimenti a coincidere con gli attuali confini regionali sarebbero Marche, Umbria, Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

   Facile immaginare le possibili reazioni: non troppo differenti, supponiamo, da quelle che hanno accolto, impallinandola, la proposta di accorpamento delle Province partorita dall’ex ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi. Pensate alla fusione fra Pisa e Livorno. Con Lucca, poi… E l’integrazione fra Firenze e Prato? Ci sono voluti decenni per dividere le due Province e ora di nuovo insieme, per giunta con Pistoia e Arezzo.

   Come spiegare poi a viterbesi e reatini che il loro destino sarebbe di confluire in una microregione con Roma? O ai cremonesi che la via maestra li porterebbe nelle braccia di Parma e Piacenza?

Niente più che una simulazione, ovvio. Con zero speranze di fare breccia nel marasma legislativo, dove, ancora prima di vedere la luce, il disegno di legge che svuota le Province cui sta lavorando il ministro Graziano Delrio non ha vita facile.

   Ma con l’aria che tira può essere già considerato un successo, per la Società geografica ora presieduta da Sergio Conti, che la proposta venga esaminata oggi pomeriggio da un «tavolo tecnico» al ministero degli Affari regionali con il sottosegretario Walter Ferrazza, candidato senza fortuna alle ultime politiche con il Mir di Gianpiero Samorì e poi ripescato al governo, nonché tuttora sindaco di Bocenago, 400 abitanti in Provincia di Trento. Il quale si ritrova fra le mani un autentico scoop.

   Per la prima volta, da quando esistono le Regioni, sul tavolo del governo c’è una proposta che sia pure come caso di scuola ne mette in discussione la loro stessa esistenza: sulla base di quell’assunto del famoso geografo Calogero Muscarà che nel 1968, un paio d’anni prima che venissero create, le definì «una conchiglia vuota sul piano identitario». Un guscio che però negli anni si è riempito di potere e soprattutto denaro. Tanto denaro: ogni anno le Regioni gestiscono più di 200 miliardi di euro. Oltre un quarto di tutta la spesa pubblica. (Sergio Rizzo)

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La premessa al testo di proposta dei 26 Dipartimenti:

“PER UN RIORDINO TERRITORIALE DELL’ITALIA”

di SOCIETÀ GEOGRAFICA ITALIANA ONLUS

   Le riflessioni qui riportate sintetizzano un percorso di ricerca e di proposte che la Società Geografica Italiana persegue da tempo. L’intenzione che ha guidato la più antica istituzione di ricerca territoriale del Paese è stata quella di fornire materiali di riflessione, di confronto e di valutazione per ben impostare un’operazione di riordino e di razionalizzazione dell’assetto amministrativo italiano. Nello specifico, il testo che segue è strutturato nel modo seguente:

Parte 1 – Si riassumono le vicende che hanno portato all’attuale configurazione del ritaglio amministrativo e le pulsioni riorganizzative alle quali è stato via via sottoposto, le quali hanno generato nel tempo svariate risposte, ma non già progetti organici di adeguamento.

Parte 2 – Si caratterizzano i fondamenti delle attuali delimitazioni amministrative dell’Italia per confrontarli con il “modello” che va configurandosi nell’Unione europea, fondato su una ripartizione territoriale che risponde all’omogeneità funzionale, alle coalizioni di attori, ai valori urbani.

Parte 3 – Si sostiene conseguentemente la tesi secondo cui la nuova delimitazione amministrativa dovrà legittimarsi integrando fra loro la dimensione globale dei processi economici e il radicamento territoriale delle identità, delle specializzazioni, dei contesti patrimoniali e culturali. L’obiettivo è infatti quello di perseguire fini collettivi, ovvero efficienza economica, coesione sociale, inclusione.

Parte 4 – Confrontando i fondamenti dell’ipotesi elaborata già sul finire del ventesimo secolo e la più recente proposta governativa del 2012, si definiscono i fondamenti di metodo e le linee guida che dovrebbero guidare l’elaborazione di una proposta di riordino del ritaglio amministrativo.

Le pagine di questo documento di lavoro derivano dai contributi di un gruppo composto da Gianluca Ansalone, Michele Castelnovi, Claudio Cerreti, Sergio Conti, Francesco Dini, Fiorenzo Ferlaino, Floriana Galluccio, Piergiorgio Landini, Alessandro Ricci, Franco Salvatori, Sergio Zilli.
L’istanza volta a diffondere presso i responsabili politici del Paese la disponibilità della Società Geografica Italiana a partecipare al confronto e all’elaborazione che dovrà inevitabilmente avviarsi nel prossimo futuro, fa seguito a un’iniziativa dell’inizio del 2013, cui hanno altresì contribuito, oltre ai colleghi sopra richiamati, Fabrizio Bartaletti, Gabriele Ciampi, Tullio D’Aponte, Maria Luisa Sturani.

ITALIA FISICA POLITICA
ITALIA FISICA POLITICA

1. RIMANDI NOTI

   Durante il Risorgimento prevalse in Italia la decisione di adottare il modello napoleonico di organizzazione territoriale e, con l’unificazione, l’articolazione amministrativa si fondò su 59 Province, a sua volta suddivise in circondari nei quali era insediato un sottoprefetto. I “Compartimenti” statistici (cui furono assimilate in seguito le Regioni) si rifacevano invece piuttosto alla struttura territoriale degli Stati preunitari.
La successiva nascita di altre Province, fino alle attuali 110, ha rispecchiato esigenze di decentramento legate alle distanze e, più recentemente, il tentativo di dare respiro ad aree marginalizzate dalla crescita metropolitana, dall’isolamento economico o da crisi economiche strutturali.
A proposito di questa dinamica, è interessante un confronto a scala comunitaria. Tra il 1995 e il 2010 le unità territoriali di terzo livello (NUTS 3, il livello delle province italiane) nell’Unione Europea sono aumentate in maniera significativa in Spagna (da 52 a 59) e in Italia (da 95 nel 1992 a 110 nel 2004)
L’incremento delle province è stato accompagnato da una parallela crescita delle partizioni funzionali (Comunità montane e collinari, Centri per l’impiego, Distretti industriali, A.S.I., A.T.O., Ambiti turistici, Zone di indirizzo dei fondi strutturali ecc.) e amministrative (Circondari, Circoscrizioni comunali) che hanno fatto parlare di “iperterritorializzazione”. Le stesse misure antagoniste, le diverse forme associative messe in campo dal legislatore (convenzioni, consorzi, unioni, fusioni) hanno fatto spesso aumentare la ridondanza organizzativa della “cosa pubblica”.

   A tutto ciò ha peraltro contribuito la revisione del Titolo V della Costituzione, art. 132, per cui è consentito a qualsiasi Comune o Provincia o Regione di aggregarsi a una Regione già esistente, oppure di crearne una ex novo. L’unico criterio che sembra interessare il legislatore è la soglia di abitanti, mentre non si fa cenno agli altri requisiti storici, economici, sociali o urbanistici, né alla morfologia fisica (montagne, bacini idrografici), né alla contiguità territoriale. La proliferazione degli enti non è inoltre contrastata da una periodicità nella revisione dei confini regionali, provinciali e comunali, con il rischio di sovrapposizioni funzionali e di competenza.

SPINTE DI RIORGANIZZAZIONE, REALI E SIMBOLICHE

In Italia le recenti spinte organizzative sono apparse in generale diverse e talvolta anche contraddittorie, in base ai vari modelli economico-territoriali. Si può sintetizzare come segue gli schemi di riferimento che negli ultimi anni hanno maggiormente sollecitato il dibattito.

a) I SISTEMI LOCALI PRODUTTIVI. I distretti di piccola impresa rappresentano agglomerazioni produttive territorialmente definite che caratterizzano (o, meglio, hanno caratterizzato nel recente passato) il sistema-Italia. Con questa motivazione è stata giustificata negli ultimi venti anni la creazione di nuove Province: Biella e Prato (tessile), Verbano-Cusio-Ossola (rubinetteria, articoli per la casa), Lecco (metalmeccanica e tessile), Rimini (turismo), Monza e Brianza (automazione, mobili), Fermo (calzature), Barletta-Andria-Trani (calzature sportive).

   Quella soluzione non ha soddisfatto le istanze di altri distretti, ma neppure ha tenuto conto del declino industriale o della delocalizzazione di produzioni. Inoltre, se il criterio dei distretti produttivi venisse applicato con coerenza, dovrebbe determinare anche il declassamento di capoluoghi in declino.

   Sulla base di quei presupporti è stato comunque proposto di mantenere il ritaglio provinciale, pur riducendo il numero delle Province e trascurando i sistemi locali di nuova formazione: in sostanza, un accorpamento di Province su una scala demografica e territoriale superiore, come peraltro previsto dall’ipotizzata riforma del Governo Monti.

   Di quest’ultima proposta, tuttavia, risulta discutibile il percorso di aggregazione che risponde soltanto a criteri demografici, senza tendere a suddivisioni più omogenee dal punto di vista geo-economico (come quelle individuate dai Piani di sviluppo regionali). Non solo, si è altresì lamentato il mancato rafforzamento dei Piani di coordinamento provinciali, che potrebbero incidere sui processi di sprawl residenziale, “curare” le coerenze dello zoning comunale e, conseguentemente, gestire gran parte dei servizi collettivi (trasporti pubblici, controllo ambientale ecc.).

b) CITTÀ METROPOLITANE. Con il D.L. 188 del 2012 si era stabilito che le delimitazioni delle Città Metropolitane avrebbero coinciso con i rispettivi territori provinciali. Il provvedimento trattava allo stesso modo territori provinciali tra i più estesi e i meno estesi d’Italia (ad es. Roma, Torino, Trieste).

   È anche parso a molti che il meccanismo rispondesse più che altro a un intento di semplificazione concettuale, senza badare alle molte informazioni che potevano essere fornite da geografi, urbanisti, economisti, sociologi a proposito dell’effettiva estensione di ciascuna area «metropolitana». Quel provvedimento, inoltre, non richiedeva la consultazione popolare, ma nemmeno avrebbe impedito ai Comuni coinvolti di chiedere una modifica dei propri confini ai sensi dell’art. 132 della Costituzione.

   Le Città Metropolitane erano peraltro percepite, fino al 2012, come un Ente aggiuntivo – il che contrasta con la tendenza in atto, in Europa, verso un unico livello intermedio tra Comune e Stato. Da più parti ci si domanda inoltre se le Città Metropolitane non dovrebbero invece essere entità amministrative distinte dai territori circostanti (come i Länder di Berlino, Amburgo e Brema, il caso di Vienna, quello di Bruxelles).

c) LE «MESOREGIONI» (O «MACROREGIONI»). Fin dal 1993 il dibattito è stato fortemente influenzato dall’idea di poter realizzare sinergie e risparmi di costo semplicemente sommando i territori di Regioni o Province esistenti: il più delle volte, le proposte si sono rivelate dei progetti tracciati a tavolino, redatti da pianificatori che non conoscevano sufficientemente il territorio. Malgrado le discussioni, non vi è poi alcun consenso sulle modalità di fusione, come risulta da una breve sintesi delle principali ipotesi di modifiche avanzate recentemente (si tiene qui conto unicamente delle proposte che rispettano la soglia di un milione di abitanti, come stabilito dall’art. 132):

– approccio pluriregionale: unione fra intere regioni (cd. «macroregioni» o «mesoregioni»): «Limonte», unendo Liguria e Piemonte; «Marca Adriatica», accorpando Marche, Abruzzo e Molise; «Macroregione Padania» (con o senza (secondo le Regioni a statuto speciale, secondo le diverse ipotesi) o la «Macroregione del Nord», composta da Lombardia, Piemonte e Veneto; o ancora le dodici «Mesoregioni» della Fondazione Agnelli (1991), recentemente riproposte;

approccio interregionale: aggregazione a una Regione esistente (e accorpamenti tra Province appartenenti a Regioni diverse): si ricordino le proposte relative alla Lombardia (Piacenza, Novara), al Trentino-Alto Adige (Belluno), al Molise (Regione «Molisannio» con Benevento, oppure «Moldaunia» con Foggia), alla Liguria (Comuni dell’Oltregiogo alessandrino), all’Umbria (Leonessa), alla Basilicata (Regione «Grande Lucania» comprendente parte del territorio salernitano), al Friuli (San Michele al Tagliamento);

approccio interregionale (formazione di una Regione nuova): Regione «Lunezia» (già «Appenninica» o anche «Apuania», con Parma, Piacenza, Reggio Emilia, La Spezia, Massa, Lucca, Cremona, Mantova); Regione «Insubria»; Regione «dei Laghi» (Milano, Como, Varese, Monza, Lodi, Sondrio, Lecco, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Pavia); Regione «Alpi Marittime» (con Imperia, Savona, Cuneo);

approccio infraregionale (unione tra Province attualmente ricomprese in un’unica Regione): Regione Romagna (Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini); Regione Salento (Lecce, Taranto, Brindisi); Regione Daunia (Foggia e comuni limitrofi); Regione «dei Due Principati» (Salerno, Avellino e Benevento); Regione Sannio (Benevento e Avellino); Regione Brescia; Regione Insubria a statuto speciale (Como, Lecco, Sondrio e Varese); infine la «Regione delle Province», con Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo.

d) INTERCOMUNALITÀ. Il nostro Paese possiede un elevato numero di comuni di modesta consistenza demografica. Se è vero che le attuali delimitazioni comunali rispondono raramente ai più elementari criteri di efficienza amministrativa e programmatica, il criterio da seguire dovrebbe rispondere all’esigenza di ampliare lo spazio di prossimità, della mobilità giornaliera per lavoro, studio e consumo.

   In questa direzione, è stato proposto di promuovere l’intercomunalità, con l’accortezza di fornire indicazioni di contenuto funzionale: non solo in rapporto alle soglie demografiche (quelle fissate per l’intero territorio nazionale hanno poco senso), ma anche rispetto ai Sistemi Locali del Lavoro e ad analoghe elaborazioni, svolte a livello regionale, tese all’individuazione di livelli e di bacini ottimali di servizi o di aree intercomunali di programmazione territoriale o sanitaria.

IN SINTESI: PROBLEMI APERTI

Le spinte in favore di un decentramento dei poteri verso i livelli di governo periferici sono d’altronde espressione della crisi che oggi attraversa lo Stato unitario e della tendenza, manifesta in molti paesi europei (Belgio, Francia, Spagna per esempio), a un rinnovamento degli assetti politico-istituzionali.

   In Italia, la modifica del Titolo V della Costituzione e l’introduzione del «federalismo fiscale» hanno fatto riaffiorare notevoli resistenze e contrasti rispetto alle ipotesi di un eventuale riordino delle numerose circoscrizioni territoriali esistenti (come in Francia, con la recente riproposta di riforma di quello che – con un’efficace metafora – viene definito oltralpe il «millefoglie territoriale»).

   A seguito della riforma costituzionale, lo Stato italiano ha conservato competenza legislativa rispetto a un numero limitato e tassativo di materie riferite all’amministrazione del territorio: legislazione elettorale, organi e funzioni fondamentali dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane.

   Tutte le altre competenze spettano alle Regioni, che possono attribuire ai Comuni ulteriori funzioni amministrative (rispetto a quelle fondamentali garantite dalla legge statale); possono disciplinare gli ambiti territoriali minimi cui condizionare l’attribuzione di funzioni; possono disciplinare le forme associative e di cooperazione (Comunità montane, unioni di Comuni, convenzioni, consorzi, uffici comuni, delega di funzioni a Comuni più grandi ecc.); possono inoltre promuovere politiche di fusione tra municipalità di dimensione modesta.

   Per di più, le Regioni possiedono un significativo ruolo di intervento (un parere rinforzato) nella delimitazione del territorio delle Città Metropolitane, per cui la nascita di un “forte” Ente locale, dai poteri ben superiori a quelli di un odierno Comune capoluogo, implica un riequilibrio complessivo dell’assetto territoriale della Regione.

   L’intricato quadro della maglia amministrativa del Paese è reso più complesso dalla presenza di quegli enti che si collocano a una scala intermedia tra il Comune, la Provincia e la Regione e che contribuiscono al «governo del territorio»: aziende sanitarie, ospedaliere e territoriali, istituzioni scolastiche, aziende (o altri soggetti) di erogazione di servizi pubblici (acque, energia, trasporti), ma anche Comunità montane e ATO (Ambiti Territoriali Ottimali).

   Ancora, la fitta rete di «distrettuazioni» originate dalle numerose e decisive amministrazioni funzionali dipendenti da Ministeri o enti del governo centrale (tribunali, intendenze di finanza, sovrintendenze ai beni culturali e così via) complica il disegno della maglia. Negli ultimi venti anni sono inoltre state adottate nuove strategie di programmazione e politiche di sviluppo locale: dai Patti Territoriali alla più recente Programmazione Integrata Territoriale.

   La proliferazione di enti territoriali intermedi, e a «geometria variabile», ha ulteriormente appesantito l’iperterritorializzazione della maglia amministrativa. Le sovrapposizioni di competenze territoriali producono conflitti di potere, moltiplicano le disfunzioni della Pubblica Amministrazione, e soprattutto rendono impossibile alla cittadinanza un’adeguata fruizione dei servizi.

   Questo coacervo di circoscrizioni attende ancora una compiuta e puntuale ricognizione documentaria, dalla quale muovere per un consapevole riordino. Unitamente alla ridefinizione delle funzioni, si pone il problema della pertinenza dei confini e delle ragioni stesse dell’esistenza di molte circoscrizioni. In particolare, appare urgente affrontare alcuni quesiti che coinvolgono il riordino territoriale della maglia istituzionale. A solo titolo di esempio:

quali enti intermedi di governo tra lo Stato e il Comune sono da prevedere?

– in quale modo e in quale misura incrementare le aggregazioni fra comuni?

– come devono essere affrontate le differenze tra le specifiche dinamiche urbano-regionali (aree monocentriche, policentriche, a rete urbana debole ecc.), anche e soprattutto alla luce delle sedimentazioni storiche?

2. «GUSCI VUOTI». LE ATTUALI DELIMITAZIONI AMMINISTRATIVE

Conoscenze acquisite

In Italia è dunque mancato un disegno complessivo e aggiornato su cui fondare una progettualità territoriale (e amministrativa) capace di esprimere una visione coerente per il futuro. Il Paese si è rivelato un laboratorio politico-amministrativo complesso, in cui un modello di democrazia parlamentare è andato coinvolgendo molti dei livelli territoriali, ma rimanendo escluso da altri, tra i quali è giocoforza ricordare gli ambiti sanitari. Ne è derivata un’affermazione del controllo politico e delle competenze amministrative non più in sintonia con le esigenze attuali.
La Regione venne concepita e creata come unità statistica. Per la sua elaborazione si realizzò una semplice aggregazione provvisoria di effettive e complesse realtà amministrative preesistenti (le Province), con il solo obiettivo di suddividere il territorio e la popolazione in funzione del primo censimento unitario. La suddivisione è poi sopravvissuta e nell’epoca repubblicana ha segnato profondamente il riparto del Paese con l’individuazione delle venti Regioni nella Costituzione.
Quale criterio, in sostanza, sottese la divisione regionale? Una logica «funzionalistica», i cui riferimenti furono la natura dei suoli, le leggi della distanza, della locomozione e del lavoro, la gerarchia delle località centrali: una «coesione topografica» che venne assunta a fondamento della coabitazione economica, identificando un alto numero di regioni (storico-geografiche).

   Si trattò pertanto una regionalizzazione la cui storicità tendeva a legittimare, non tanto le ripartizioni minori, quanto lo Stato-nazione in formazione.
Il superamento dell’accentramento amministrativo ha rappresentato uno dei maggiori problemi politici del secondo dopoguerra, sebbene l’interesse al mantenimento dello status quo abbia imposto, da un lato, lo slittamento dell’applicazione del dettato costituzionale e, dall’altro, la rarefazione del tema della regionalizzazione nel dibattito politico, almeno fino alla fase in cui la trasformazione del Paese è emersa in tutta la sua evidenza. I freni al decentramento amministrativo hanno imposto all’Italia una regionalizzazione non realizzata.

   Le Regioni a statuto ordinario hanno sofferto e soffrono tuttora della mancata piena disponibilità di importanti competenze in ragione del ritardato trasferimento da parte dello Stato, e tutte assieme non dispongono di un adeguato spazio politico rispetto alla gestione centrale del potere.

   L’Italia si presenta, sotto questo aspetto, come un caso originale in Europa: le nostre Regioni hanno un effettivo potere legislativo all’interno dei propri territori, ma non possiedono istanze di rappresentanza collettiva nazionale (come i Länder nel Bundesrat tedesco, o in altre forme le regioni spagnole e austriache). Le conseguenze sono rilevanti: ad esempio l’impossibilità di attuare efficaci politiche regionali coordinate e il fatto che sono spesso gli interessi delle singole comunità locali a emergere, esercitando un ruolo autonomo e, di fatto, superiore (l’«Italia delle cento città»).
Una questione, del resto, appassiona e contrappone per più versi gli analisti del fenomeno regionale: come già sosteneva Calogero Muscarà nel 1968, le Regioni dell’Italia contemporanea sono state «una conchiglia vuota sul piano identitario», riflesso dell’assenza di una coscienza regionale popolare. Lo stesso dirà poi Arnaldo Bagnasco, secondo cui la Regione rinvia a una moltitudine di società locali che hanno le proprie reti, le proprie strategie, la propria coesione a livello municipale, e non già un riconosciuto governo regionale.

   Questo quadro non viene stravolto dalle vicende dei primi anni Novanta: nonostante la riforma in senso regionale, progetto che risale all’inizio di quel decennio e che ha conosciuto una prima concretizzazione nella riforma costituzionale del 2001, l’assetto tradizionale resiste, nonostante l’affermazione di autonomia e federalismo.

   E’ tuttavia difficile negare come la globalizzazione abbia imposto il superamento dei confini locali, in funzione di un uso del territorio più favorevole alle tendenze della società in generale e dell’economia in particolare; e che le Regioni, sotto il profilo politico, amministrativo, sociale e culturale abbiano rappresentato un quadro diffuso e riconoscibile all’interno del Paese e che la sua strutturazione abbia raggiunto un alto livello di radicamento (e di complessità).

UNO SGUARDO OLTRE LE MURA  

A partire dall’adozione dello Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (SDEC), l’Europa si è mossa rapidamente sul fronte degli scenari e delle prospettive territoriali. Si sono avuti gli accordi di Lisbona e di Göteborg, cui fece seguito l’istituzione dell’ESPON.

   E ancora, nel 2004, un trattato costituzionale introduceva la coesione territoriale quale obiettivo centrale, accanto a quelli della coesione economica e sociale, cui ha fatto seguito, nel 2007 la pubblicazione dell’Agenda territoriale dell’Unione.

   È andata prefigurandosi, in sostanza, una nuova visione a livello continentale: un’Europa delle varietà, ovvero una pluralità di valori che portano a differenziare l’Unione Europea dalle altre aggregazioni statuali esistenti nel mondo contemporaneo, dando valore alle diversità storico-culturali, alle identità territoriali.

   Forse proprio per questo, nei più recenti documenti prodotti in sede comunitaria, le regioni destinatarie di sostegno finanziario non verrebbero più definite in ragione dei limiti amministrativi: le politiche di intervento dovrebbero indirizzarsi invece verso quei sistemi territoriali in cui determinate caratteristiche di omogeneità funzionale si intrecciano con coalizioni di attori e istituzioni cementate da valori comuni. I loro confini sarebbero quindi altro rispetto a quelli amministrativi (anche se possono cambiare nel tempo), mentre diventano decisive, nel contempo, le agglomerazioni e le reti, entrambe forze motrici dello sviluppo. Com’è noto, il dibattito politico è tuttora in corso e va prefigurandosi una logica secondo cui i destinatari delle future allocazioni finanziarie saranno i luoghi (o le regioni funzionali).

   La tendenza – vuoi di ispirazione europea, vuoi in ragione di processualità spontanee – è dunque verso un modello dei territori e un loro governo plurale. La situazione è certo complessa, e soltanto una nuova e vera progettualità territoriale può riuscire nella delicata impresa di dipanarla.

   È quindi urgente, anche in coerenza con il modello europeo, ridefinire i sistemi territoriali: occorre una nuova immaginazione geografica, prima che politico-istituzionale, il cui obiettivo sia il perseguimento di fini collettivi, capace di coinvolgere processi non solo economici, ma sociali e ambientali insieme – efficienza economica, ma anche coesione sociale, inclusione, integrazione multi-attore.

   Ora, la costruzione del contesto/i per un progetto/i di riconfigurazione regionale:

è necessariamente un processo di ridefinizione dei confini. Le dinamiche dello sviluppo territoriale sono irriducibili alle attuali delimitazioni amministrative;

questi confini possono evolvere e non devono «opporre resistenza» al dispiegarsi della progettualità. Sono quindi difficili da determinare e presentano una natura fondamentalmente ambigua;

occorre prevedere rappresentazioni condivisibili, sintetiche e progettuali («perimetrazione» dei territori di riferimento, descrizione dell’idea guida, identificazione delle risorse territoriali oggetto d’azione ecc.), capace di interpretare l’immagine strategica del territorio.

   Una nuova delimitazione amministrativa può legittimarsi in base alla capacità di interpretare e governare i suoi territori superando gli schemi consueti (i livelli, le competenze). Essa si legittima, in altre parole, se riesce a mediare il complesso rapporto tra dimensione globale e radicamento territoriale delle identità, se riesce a promuovere la coesistenza tra quanto dell’odierno sistema amministrativo può ancora essere funzionale alla coesione territoriale e una riorganizzazione del territorio per il raggiungimento dei fini collettivi attraverso processi sociali (economici, politici, ambientali, culturali) che si sviluppano insieme alla scala locale e alla scala sovrastatale.

3. LA CENTRALITA’ DEI SISTEMI TERRITORIALIZZATI NELL’EMERGENTE SCENARIO ECONOMICO E SOCIALE

Per un nuovo disegno amministrativo

Forse pochi, a livello politico, hanno fatto propria la tesi secondo cui la crisi che viviamo segna lo scacco dell’idea di espansione continua, rappresentando per questo una discontinuità storica che apre nei fatti una seconda globalizzazione.

   È necessario pensare a una crescita diversa, di nuova generazione.
Il valore e il genius loci dei luoghi e del territorio hanno assunto una dimensione ben più importante, dinamica, strategica e incisiva rispetto al passato. I «nuovi fattori di localizzazione» sono riconducibili alle condizioni specifiche dei territori le quali, secondo diverse modalità, possono agire nei processi di riqualificazione territoriale e di rigenerazione sociale, economica e culturale anche di aree e regioni sinora poco valorizzate.

   Questi fattori, se stimolati, possono svolgere il ruolo di catalizzatori potenziali di sviluppo, occupazione e, conseguentemente, di competitività dei nostri territori.
L’obiettivo è quindi un’organizzazione/definizione del sistema-Italia articolata in una molteplicità di centralità strategiche capaci di interagire in termini di massa critica e conseguire eccellenza e competitività (dalla manifattura, alla ricerca, alla filiera patrimonial-culturale).
In altre parole, competitività, sostenibilità ambientale, innovazione socio-culturale rappresentano gli assets strategici sui quali fondare una possibile proposta. Si tratta di un segmento dell’economia che si muove, là dove si è riusciti a valorizzarlo, a una velocità di dieci volte superiore rispetto alla media nazionale, rappresentando per questo un motore capace di ridefinire l’idea di futuro della nostra economia.
Il contesto è oltremisura problematico (gli interessi in gioco sono disparati), tuttavia è una strada maestra attraverso la quale è possibile rompere la crisalide in cui giace il sistema, segnato da carenza di programmazione e di progettualità, oltre che da costi estremamente elevati sia in termini finanziari che intergenerazionali.
Si è già ricordato come nei più recenti documenti prodotti in sede comunitaria, le politiche di intervento dovrebbero indirizzarsi verso sistemi territoriali le cui caratteristiche di omogeneità funzionale si intrecciano con coalizioni di attori e istituzioni cementate da valori condivisi.

   Si tratta di un approccio place-based che trascende il tradizionale dilemma del federalismo fiscale, pur costituendo una politica complessa e rischiosa, dato il pericolo reale di distribuire in modo errato le risorse e favorire la rendita a scapito dell’innovazione. Le lezioni tratte dalla crisi in corso e dalle modalità stesse in cui nel nostro paese sono stati utilizzati i finanziamenti comunitari rafforzano questa tesi. È implicito, sotto questa luce, un ritorno della politica.

RAFFRONTI CON LA REALTÀ

Poste queste premesse, il punto di partenza è duplice: oltre al diffuso riconoscimento dell’inefficienza dell’attuale ritaglio amministrativo, il fatto è che questa non deriva soltanto da disfunzioni organizzative e legislative, ma anche da una configurazione geografica fonte di diseconomie e ostacoli ai processi di crescita.

   Non si tratta soltanto di ripensare l’impianto amministrativo alla luce di obiettivi di contenimento della spesa e di miglioramento dell’efficienza nelle procedure e nelle erogazioni di servizio, ma insieme di applicarlo a una partizione territoriale coerente rispetto a:

– le possibilità offerte dall’assetto tecnologico;

– la soddisfazione della domanda sociale;

– la valorizzazione delle procedure di creazione di valore.

   Vi sono inoltre due vincoli di natura generale. Il primo si riferisce all’articolata pluralità delle funzioni amministrative: se si considera questa eterogeneità, appare evidente che non esiste un ritaglio amministrativo ottimale, giacché servizi o funzioni diverse richiederebbero ritagli differenti e spesso contraddittori. Il secondo è dato dal fatto che le modifiche al ritaglio amministrativo non possono non rispettare i criteri di identità territoriale. E questo non già per una ricerca cautelare di consenso, ma in ragione del fatto che le identità territoriali rappresentano esternalità positive primarie e facilmente verificabili, per cui il loro sostegno dovrebbe costituire un obiettivo prioritario dell’azione amministrativa.
Da questo combinato disposto di vincoli deriva la necessità di individuare un principio organizzativo sottostante alla scelta politica. Non si tratta di fissare banalmente priorità fra funzioni (che in molti casi, per inciso, sarebbe assai difficile definire), ma di scegliere una logica di ottimizzazione e declinarla in modo coerente. E possibile sostenere che tale criterio, per numerose ragioni, non può che essere volto al sostegno delle processi di creazione del valore.
E’ opportuno sottolineare come in questa scelta non vi sia alcunché di economicistico e di sovraordinato rispetto alla dimensione sociale. Semplicemente, un territorio coincide con la sua specializzazione, e si qualifica per la capacità di combinare l’insieme delle proprie risorse (sia quelle interne, sia quelle che è in grado di importare da altri eco-sistemi) per auto-produrre le condizioni della propria vita materiale. Questa vita materiale, presente e passata, contiene e informa la dimensione sociale, quella culturale e quella identitaria, così come il destino stesso della sua demografia.
Le ragioni a supporto non si esauriscono in questo a priori. Basterà richiamare il fatto che i processi di creazione di ricchezza attraverso il mercato hanno subìto negli ultimi lustri un mutamento accelerato. Questo fatto ha inciso con forza sulle capacità localizzate, modificando i rapporti interni, quelli inter-regionali e quelli trans-territoriali.

   In particolare, è emersa con forza la necessità per i nostri territori di divenire nodo di un numero ampio e geograficamente molto diramato di reti, ciascuna delle quali sottoposta a severe regole di inclusione ed esclusione. Sarebbe opportuno che il nuovo ritaglio amministrativo facilitasse quanto possibile questa condizione, allo scopo di facilitare con essa la creazione di valore e di lavoro.
L’altro grande vettore di mutamento dell’ultimo trentennio è l’emergere della questione ambientale. Anche questa evidenza converge verso una ri-territorializzazione degli assetti amministrativi.

   È infatti agevole osservare come già da tempo, e ancor più in futuro, lavoro e surplus sono prodotti con una diversa combinazione fra le risorse localizzate e risorse mobili. Alcuni settori produttivi tenderanno a territorializzarsi ulteriormente – quello energetico e quello turistico, per esempio – mentre altri andranno a utilizzare con sempre maggiore intensità le facilitazioni al movimento di informazione, merci e fattori, indotte da tecnologie in via di ulteriore potenziamento.

   Ne deriva che, da un lato, occorrerà confrontarsi con la necessità di salvaguardare il proprio capitale naturale (il che porta a ragionare in chiave di eco-sistemi), dall’altro interfacciarsi in modo inesorabilmente più efficace e aperto con l’esterno (ciò che porta a ragionare in chiave di reti di complementarità). L’ubi consistam è in sostanza quello di un’accresciuta responsabilità dei territori.
Fermo restando che non un grammo di novità in più di quanto tollerabile deve essere inoculato negli assetti amministrativi, è difficile immaginare che la ricerca di economia ed efficienza possa essere condotta senza pensare in termini di sistemi territorializzati.

   Per evitare possibili incomprensioni, è bene precisare che con questo termine non ci riferiamo a quanto noto in letteratura con la definizione di “distretti industriali” (che per inciso spiegherebbero assai poco della territorializzazione del nostro Paese), ma a una zonizzazione esaustiva dello spazio nazionale.

   Tale zonizzazione non potrà che obbedire a una serie di vettori complessi e anche di mediazione, ma dovrà essere organizzata a partire dalla specializzazioni funzionali (valorizzando perciò il quadro di relazione delle aree metropolitane e delle loro diversificate funzioni, delle aree urbane, delle aree a vocazione industriale, agro-industriale, agricola, turistica e così via, senza naturalmente dimenticare le aree insufficientemente specializzate o marginalizzate).

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4. DISEGNI POSSIBILI

Tra tentativi e proposte

Vale la pena ricordare come nel 2011, sotto la spinta della crisi economica, si è deciso di affrontare il problema del riordino territoriale aggredendo l’ente Provincia, probabilmente perché il più «debole» sotto il profilo economico e funzionale, e quello che, nella devoluzione delle competenze un tempo statali, era rimasto schiacciato fra Regione e Comune.

   All’entità amministrativa «Provincia» si sarebbe così sostituita l’entità funzionale «Area vasta», che richiamava, da un lato, l’Unione di Comuni e, dall’altro, il Comprensorio. Nel disegno di legge costituzionale dell’8 settembre 2011 si precisava inoltre che le Regioni, nell’esercizio della propria competenza legislativa, avrebbero dovuto assicurare che gli enti locali regionali si estendessero su una superficie non inferiore ai 3.000 km² o contassero una popolazione di almeno 300.000 abitanti.

   Si reiterava in tal modo la prassi delle «soglie», alquanto lontana da un corretto approccio all’analisi del territorio. Basti pensare che quella soglia demografica si sarebbe dovuta applicare alla Lombardia, con una densità di 412 ab./km², come alla Sardegna, dove la densità è di 69 ab./km²; la soglia territoriale avrebbe invece «salvato» Sondrio, chiusa nel cuore della catena alpina, oltre che Grosseto e Oristano, in pianura.

   Il risultato sarebbe stato quello di abolire «soltanto» 29 province, per di più con una distribuzione del tutto casuale. Inoltre, quale sarebbe stata la destinazione territoriale delle Province soppresse? Non semplicemente la riaggregazione a quelle di provenienza, come possibile in qualche caso (Lodi a Milano, per esempio), se è vero che alcune (Imperia, Piacenza, Massa, Caltanissetta) facevano parte delle 59 risalenti all’Unità e che, in altri casi (Campobasso-Isernia e Ascoli Piceno-Fermo) la divisione aveva portato queste ultime sotto soglia. Nel complesso, requisiti generici e decisi frettolosamente non sarebbero stati idonei a stabilire se un ambito provinciale fosse coerente e funzionale piuttosto che inadeguato, obsoleto o inutile.

   Dall’individuazione delle soglie muoveva anche l’ipotesi di riordino avanzata dal Governo Monti nel 2012: lievemente ridimensionata era quella territoriale (2.500 km²), più elevata quella demografica (350.000 ab.), con l’iniziale aggiunta di una terza, riferita alla numerosità dei comuni (non meno di 50), poi abbandonata.

   Dopo un contrastato tentativo di ricevere indicazioni dai governi delle Regioni a statuto ordinario, si perveniva al D.L. 182/20\12, che riduceva il numero delle Province da 86 a 51.

   È significativo che il Ministro per la Funzione Pubblica lo definisse un provvedimento di tipo ordinamentale nella logica avviata dalla spending review: primo passaggio di una riforma più ampia, che prevedeva la riorganizzazione degli Uffici territoriali di governo (Prefetture, Questure ecc.), al termine della quale sarebbe stato possibile calcolare gli effettivi risparmi ottenuti con l’intera riforma. (…)

   Gli accorpamenti più numerosi avrebbero riguardato le Regioni del Nord e del Centro: Lombardia (da 12 a 7 province) e Toscana (da 10 a 4), seguite da Emilia-Romagna (da 9 a 5) e Piemonte (da 8 a 5). A loro volta, alto Lazio e basso Lazio avrebbero fatto da corona alla Città Metropolitana della capitale. In Campania, viceversa, l’unico accorpamento avrebbe riguardato Benevento e Avellino. Infine, Umbria, Molise e Basilicata avrebbero visto coincidere gli ambiti regionale e provinciale.

   La conclusione anticipata della legislatura lasciava la questione sospesa. All’inizio del 2013, la Società Geografica Italiana – la più antica istituzione di ricerca territoriale del Paese – riavviava la discussione sul tema riportando all’attenzione un contributo del 1999. Il suo obiettivo era stimolare un dibattito che, come abbiamo visto, raramente si appoggia su fondamenti metodologici coerenti.

   Muovendo da consolidati studi sull’armatura urbana italiana, lo schema proponeva un’ipotesi di riordino fondata su un unico livello territoriale di area vasta che superasse le odierne Regioni e Province, pur nella consapevolezza della maggiore complessità istituzionale e legislativa che la proposta stessa comportava.

   Il fondamento metodologico era dato dall’individuazione dei «sistemi urbani». Senza stravolgere il disegno di allora (che pur sempre conserva una parziale rispondenza con le aree di attrazione delle città), né entrando nel dettaglio comunale, oggetto semmai di una seconda fase di riordino, la proposta tendeva a razionalizzare la divisione amministrativa su quelle aree che, per l’intero Paese, costituivano la base delle relazioni sociali e produttive locali e di medio raggio, sulle quali appariva plausibile costruire un nuovo assetto dei servizi alle famiglie e alle imprese. Si è trattato di un primo contributo, rivolto ai decisori politici e mirato a costituire una base di discussione, essendo dotato di solide fondamenta scientifiche.

IPOTESI DI LAVORO

Le argomentazioni sinora portate indicano come qualsiasi analisi (storica, geografica, economica, antropologica…) non sia in grado di dare un’indicazione «perfetta» del ritaglio amministrativo adottabile, ma evidenzi la necessità di una profonda revisione sia della ripartizione amministrativa odierna che dei processi gestionali del territorio.

   Nella misura in cui i dati fondamentali – spazio, storia, popolazione, vocazioni, funzioni, relazioni, potenzialità ecc. – evolvono secondo processi e velocità differenti, emergono due elementi di prospettiva:

– il sistema è dinamico e non ammette, a rigore, una cristallizzazione dei confini nel lungo periodo;

– la mediazione fra le dinamiche e le tendenze è compito della politica, che deve indicare le priorità sulla scorta del suo Progetto di Paese.

   Ciò posto, soltanto un’attenta valutazione degli aspetti territoriali è evidentemente in grado di aumentare la capacità funzionale del ritaglio adottato e «allungarne la vita».
Nella sua individuazione emerge peraltro un obiettivo complementare, per cui la soluzione del ritaglio diventa questione inscindibilmente funzionale e politica insieme: la legittimazione. Quest’ultima, considerata dal punto di vista di chi la fornisce (i cittadini), introduce al problema dell’identità.

   Anche la formazione dell’identità locale ha una sua dinamica, non è fissata una volta per tutte. La sua velocità, tuttavia, è oggi molto diversa (minore) rispetto alla velocità dei riassetti funzionali, produttivi, infrastrutturali e via dicendo. Questa considerazione non autorizza, tuttavia, a mettere fra parentesi l’adesione identitaria, le tradizioni, le tendenze della popolazione, per privilegiare invece gli aspetti strettamente funzionali, che sono in qualche maniera misurabili e governabili.

   Il rischio di questa opzione è la perdita di legittimazione e, in definitiva, proprio il fallimento del progetto – un calo, invece che un aumento, della funzionalità. Ne segue, come prima segnalato, il ruolo chiave della politica.
È chiaro che il Paese non è in grado di reggere all’introduzione di un profondo riordino che riveda l’intera articolazione del territorio e delle funzioni amministrative che lo gestiscono. Se da un lato è necessario adeguare la struttura delle amministrazioni ai tempi e agli strumenti attuali, dall’altro è indispensabile non tornare indietro sulla strada del decentramento amministrativo.

   Le venti Regioni, benché «invenzione ratificata» dalla Costituzione, hanno raggiunto un significativo livello di riconoscimento da parte delle popolazioni che le compongono e in quanto tali potrebbero rappresentare il principale momento intermedio tra comunità locale e potere centrale. D’altro canto, la scomparsa delle province produrrà il venir meno della mediazione politica esercitata dagli enti intermedi tra le amministrazioni regionali e la singole municipalità.
Sulla base di questi spunti (e di altri illustrati in precedenza), sembra opportuno che un processo di riarticolazione amministrativo-territoriale tenga presenti alcuni elementi essenziali:

evitare la tendenza a cristallizzare il ritaglio funzionale, ma insieme conservare quanto più largamente possibile la dimensione identitaria (legittimazione) alle varie scale. Vale a dire: l’articolazione locale (comunale) andrebbe formalmente conservata, mentre la riforma dovrebbe fondarsi sull’aggregazione istituzionale e funzionale delle municipalità, peraltro modificabile secondo le esigenze e quindi soggetta a possibili e periodiche revisioni. Ciò che risponderebbe appunto all’esigenza di “territorializzare” – unendoli – la dimensione economica, l’inclusione sociale, i caratteri patrimoniali e ambientali;

individuare e utilizzare meglio la delimitazione regionale, allorché sufficientemente sedimentata nella coscienza comune. Su questa base si tratta di modellare le possibile le articolazioni funzionali, giurisdizionali, economiche, pianificatorie e così via;

evitare la sovrapposizione di competenze e l’intersezione di ritagli, riconducendo progressivamente a unità gli ambiti funzionali. Si tratta, in altre parole, di utilizzare il più estesamente possibile il medesimo ritaglio territoriale per l’esercizio del maggior numero possibile di funzioni, eliminando (accorpando o dividendo) gli ambiti di esercizio funzionale non coincidenti. Ne deriverebbe sia un risparmio di gestione, sia soprattutto una semplificazione del quadro dell’erogazione dei servizi (economici e non), con un considerevole vantaggio per la cittadinanza (e per gli enti erogatori);

tra le possibili soluzioni operative, l’eliminazione di uno dei livelli amministrativi può rivelarsi un elemento di semplificazione e di miglioramento dell’efficacia, senza incidere in modo sensibile sui sentimenti identitari e sulla legittimazione.

   Da queste basi discende che se non si vuole rimanere a un livello solo di «buone intenzioni» o «di facciata» o, peggio, solo «di interesse di parte», se si vuole che una proposta di riassetto produca esiti positivi e incontri un’adesione significativa da parte dei cittadini, a monte e a sostegno di qualsiasi opzione politica va condotta un’analisi accurata delle condizioni dei «dati fondamentali».

   Dovrebbe pertanto essere avviata una riflessione sull’organizzazione delle strutture amministrative, al fine di individuare quali siano le ripartizioni funzionali odierne. Nel contempo, dovrebbe essere rivista, recuperando i punti di vista conosciuti (Muscarà, Bagnasco, Fondazione Agnelli, lo studio citato del 1999) la struttura dei grandi insiemi transregionali e dei sistemi territoriali in cui determinate caratteristiche di omogeneità funzionale si intrecciano con coalizioni di attori e istituzioni cementate da valori comuni, al fine di predisporre un quadro legislativo e operativo propedeutico all’uso delle politiche europee in materia di coesione territoriale.

APPENDICE
I MODELLI DI ORGANIZZAZIONE DELLE AUTONOMIE LOCALI
IN ALCUNI PAESI EUROPEI

AUSTRIA
In base all’articolo 2 della Costituzione del 1920, l’Austria è una «Repubblica federale» costituita da nove Länder. Il modello federale austriaco è diverso da tutti gli altri e rispecchia le caratteristiche di un retaggio socio-politico del tutto particolare, frutto della disgregazione di uno dei più grandi imperi della storia europea. Gli aspetti che conferiscono al federalismo austriaco una sua specificità si colgono nella incompletezza delle funzioni attribuite ai Länder, nella ripartizione delle competenze, e nel ruolo marginale della Seconda Camera federale, il Bundesrat.
La composizione della Seconda Camera, attraverso la quale gli Stati federati partecipano alle decisioni della Federazione, è di tipo parlamentare: i suoi componenti, infatti, sono eletti dai parlamenti provinciali secondo il principio della rappresentanza proporzionale e non hanno vincolo di mandato, mentre esiste un vincolo politico, ma non giuridico, che lega i membri del Bundesrat alle decisioni dei partiti di cui sono espressione.
Il riparto delle competenze legislative ed esecutive tra Federazione e Länder si basa su due principi: una enunciazione delle materie e una clausola residuale. L’art. 10 Cost. enumera tutte le competenze assegnate esclusivamente alla Federazione sia in campo legislativo che esecutivo (come la revisione della Costituzione federale, la politica estera, le finanze federali, il commercio, l’industria, le banche, il diritto civile, la sicurezza e l’ordine pubblico, i trasporti, il diritto del lavoro, la sanità).
Parallelamente l’art. 15 Cost. contiene una clausola residuale generale a favore dei Länder. Se una materia non è espressamente attribuita dalla Costituzione federale alla competenza legislativa o esecutiva della Federazione, essa rimane nell’ambito della competenza propria dei Länder. L’art. 11 Cost. contempla le materie in cui la legislazione è di competenza della Federazione mentre l’esecuzione è di competenza dei Länder (la cittadinanza statale e comunale, la polizia stradale, l’edilizia popolare ed il risanamento dei centri urbani).

FRANCIA
La Francia, dopo aver rappresentato il prototipo dello Stato unitario e centralizzato, nel 1982 si è incamminata sulla strada della decentralizzazione. Il processo riformatore, pur non mettendo in discussione il tradizionale assetto istituzionale, ha avviato una riforma dello Stato su aspetti importanti, dimostrando che l’introduzione in Costituzione del principio del decentramento o del diritto della sperimentazione legislativa possono non confliggere con i principi di uguaglianza e di indivisibilità della Repubblica.
Proprio la Regione ha costituito un passaggio importante di questa evoluzione, anche se, secondo molti costituzionalisti, la Francia non si può collocare nello schema classico di autonomia regionale, soprattutto in relazione agli altri standard europei. D’altronde sono stati introdotti in Costituzione principi come: il carattere decentrato dell’organizzazione della Repubblica; la sussidiarietà; l’acquisizione dello statuto costituzionale di libera amministrazione completato da quello della garanzia delle risorse; l’introduzione della democrazia semi-diretta; il riconoscimento di un diritto di sperimentazione e di adattabilità degli statuti delle collettività d’oltremare.
Con la riforma costituzionale del 2003 sono state introdotte disposizioni che consentono di definire la Francia come uno Stato unitario decentralizzato, anche se i poteri delle collettività territoriali sono notevolmente limitati: non è riconosciuta l’esistenza di soggetti politici abilitati a decidere in concorrenza tra loro, ossia l’esistenza di più livelli istituzionali capaci di agire a tutela degli interessi delle comunità di cui sono espressione; non vi è un interesse territoriale contrapponibile a quello nazionale; agli enti territoriali è affidato unicamente il compito di rendere più efficace l’attività amministrativa; il sistema di controlli statali sull’azione amministrativa è particolarmente rigido e dettagliato.
Infine, l’art. 72, ultimo comma, della Costituzione attribuisce «al rappresentante dello Stato» (il Prefetto) la cura dell’interesse nazionale, del controllo amministrativo e del rispetto della legge nelle singole comunità territoriali. Il Prefetto ha il potere di impugnare di fronte al giudice amministrativo qualsiasi atto emesso dalle autorità pubbliche locali che ritenga illegittimo.
Il territorio francese è diviso in tre livelli amministrativi che sono al contempo Enti locali e circoscrizioni amministrative dello Stato: Comuni, Dipartimenti e Regioni. La Francia conta 22 Regioni metropolitane, di cui una a statuto particolare (la Corsica) e 4 Regioni d’oltremare (Guadalupa, Martinica, Guiana e Riunione). Ciascuna Regione è diretta da un Consiglio regionale eletto a suffragio universale diretto ogni 6 anni, il Presidente viene eletto dai membri del Consiglio (per 6 anni) e a lui solo spetta esercitare il potere esecutivo a livello regionale.

   Le Regioni francesi godono di pochi poteri se comparate alle Comunità autonome spagnole o alle Regioni italiane; al contrario di queste ultime, infatti, esse non dispongono di competenze legislative; le loro competenze sono legate principalmente all’assetto territoriale e allo sviluppo economico, alla costruzione e manutenzione degli edifici scolastici e dei centri di formazione degli apprendisti, alla formazione professionale e al finanziamento dello sviluppo universitario.

   Esse elaborano, però, anche dei programmi di cooperazione transfrontaliera e si volgono risolutamente verso l’Europa, malgrado le riserve dello Stato centrale. I Dipartimenti sono 95, divisi a loro volta in 329 Arrondissements, 3.879 Canton, 36.568 Communes aggregati in varie forme (14 Communautés urbaines, 156 Communautés d’agglomération, 2.334 Communautés de communes), cui occorre aggiungere le tre grandi città metropolitane (Parigi, Lione e Marsiglia istituite nel 1982).

GERMANIA
Il sistema federale tedesco costituisce un modello di grande interesse nel dibattito politico-costituzionale in tema di organizzazione territoriale dello Stato. Riconosciuto dalla dottrina come uno degli archetipi dei sistemi federali vigenti, esso affonda le sue radici in una lunga tradizione storica, nella quale entità statuali separate hanno ceduto progressivamente quote di sovranità all’apparato statuale federale, mantenendo attraverso il Bundesrat, costituito dai rappresentanti dei Governi degli Stati federati (Länder), poteri di intervento, condizionamento e veto sulla legislazione della Federazione.
L’art. 30 della Legge Fondamentale (LF) prevede che l’adempimento dei compiti statali e i relativi poteri spettano ai Länder, salvo diversa disposizione costituzionale. Benché da questa regola sembri emergere che i compiti e i poteri attribuiti allo Stato federale siano solo l’eccezione e che i Länder sono i primari detentori dei poteri statali, nel dettaglio, tuttavia, la Costituzione tedesca disegna una divisione verticale dei poteri tra Stato federale e Länder, riservando al primo la gran parte delle competenze.

   Inoltre, lo sviluppo della legislazione sociale e la prevalenza su ogni altro principio della tutela uniforme dei diritti su tutto il territorio hanno portato a un sistema federale assai accentrato quanto ai poteri decisionali (con una legislazione saldamente nelle mani del potere centrale) e assai decentrato quanto all’esecuzione delle leggi.
La tendenza verso un modulo unitario di federalismo ha creato un intreccio strutturale tra i livelli di governo, tra le burocrazie federali e quelle dei Länder, contribuendo all’intensa attività di cooperazione e di coordinamento verticale (tra Federazione e Länder) e orizzontale (tra Länder). Per quanto concerne la cooperazione verticale, un ruolo importante è svolto dalle rappresentanze dei Länder presso la Federazione, non previste dalla Legge fondamentale né dalle costituzioni regionali, ma consuetudinariamente ammesse alle sedute degli organi costituzionali federali.
Altri organismi permanenti di cooperazione tra Federazione e Länder sono le conferenze dei ministri per gli affari culturali, nonché le commissioni previste per l’attuazione dei compiti, quelle propedeutiche al varo di progetti di legge in materie amministrative che i Länder sono chiamati ad applicare e quelle previste in tema di reti radiotelevisive nazionali. Nell’ambito della cooperazione orizzontale vi è innanzitutto quella per accordi, i quali possono configurarsi come trattati tra Länder o come accordi amministrativi stipulati tra singoli dicasteri dei diversi Länder, al quale si ricorre più diffusamente nei settori ricompresi nell’ambito dei compiti comuni.
L’idea di unitarietà dello Stato federale in Germania ha fatto sì che la questione dei rapporti tra Stati membri e Bund si ponesse non in termini di sovranità, bensì di competenze ripartite.
Il sistema ha carattere essenzialmente «esecutivo», con ciò riferendosi sia alla partecipazione dei Länder alla legislazione federale attraverso i loro governi nel Bundesrat, sia all’esecuzione delle leggi federali da parte dei Länder come materia propria. L’evoluzione di tale sistema ha portato a un forte accentramento delle competenze legislative in capo alla Federazione, privando i parlamenti dei Länder della competenza legislativa in quasi tutte le materie più importanti.
Nel sistema delineato dalla Legge Fondamentale il rapporto tra Federazione e Länder è ispirato alla massima cooperazione e interazione e si fonda sui due principi della competenza residuale dei Länder (le competenze federali sono enumerate e tutte le competenze non espressamente previste in Costituzione spettano ai Länder) e della clausola di prevalenza del diritto federale (in caso di conflitto tra diritto federale e quello dei Länder, prevale il primo).
La diversa distribuzione delle funzioni tra i livelli di governo di uno Stato autonomistico va di pari passo con la ripartizione delle risorse da attribuire a ciascuno di loro per consentire il concreto esercizio delle competenze. Nella Repubblica federale tedesca la disciplina dei rapporti finanziari tra Federazione ed enti territoriali è contenuta nella Legge Fondamentale, che vi dedica un apposito titolo costituito da numerose e dettagliate disposizioni.

   Si tratta del titolo X, denominato convenzionalmente anche «Costituzione finanziaria», il quale – con le riforme del 1967 e del 1969 – è stato oggetto di alcune modifiche. La più significativa è quella del 1969, che, introducendo i «compiti comuni», ha reso le più importanti imposte del sistema fiscale «comuni», nel senso che il gettito di tali imposte è ripartito tra i diversi livelli di governo. La riforma costituzionale del 2006, di cui si dirà in modo esteso più innanzi, ha visto come vero convitato di pietra la revisione del sistema finanziario, sostanzialmente rimandata a un momento successivo a causa della sua complessità.
La Legge Fondamentale si ispira a un principio che rappresenta uno degli elementi peculiari del federalismo fiscale tedesco: il principio della connessione, secondo cui ciascun livello di governo deve sostenere separatamente, salve diverse disposizioni costituzionali, le spese derivanti dall’espletamento dei propri compiti.

   La connessione fra funzioni amministrative e oneri finanziari è stata introdotta dalla riforma finanziaria del 1969, che ha stabilito che una determinata attività pubblica è finanziata dall’ente che ha la responsabilità della sua esecuzione. Pertanto, responsabilità amministrativa e finanziamento dei compiti rappresentano le due facce di una stessa medaglia.

   Attualmente la Repubblica Federale Tedesca si compone di 16 Länder. La Legge fondamentale non contiene specifiche norme che disegnano l’ordinamento istituzionale dei Länder, le cui costituzioni in alcuni casi hanno preceduto quella federale. Ai Länder viene solo imposto, oltre al rispetto dei principi dello Stato di diritto repubblicano, democratico e sociale, che il popolo sia «rappresentato da organi risultanti da elezioni a suffragio universale, diretto, libero, uguale e segreto» (art. 28 LF). I ministri sono al contempo organi del governo e massime autorità amministrative del Land, cosicché esercitano l’attività di governo sia nella fase preparatoria e propulsiva nei confronti del parlamento, sia nella fase della esecuzione amministrativa delle leggi e dei regolamenti, nonché in quella dei controlli, attraverso le strutture amministrative di cui costituiscono il vertice.

   L’attività amministrativa viene svolta attraverso le strutture periferiche dei diversi ministeri regionali, e, in mancanza di queste, attraverso gli Enti locali (Comuni, Circondari, Unioni di Comuni). Nei Länder di maggiori dimensioni, le funzioni di controllo, coordinamento e direzione nei confronti delle diverse strutture periferiche dell’amministrazione sono accentrate nel Distretto governativo (Regierungsbezirk), organo periferico, non elettivo, del Land. Il Distretto governativo ha in genere competenza su una circoscrizione territoriale che abbraccia più di un Circondario.

   Ad esso è preposto il Regierungspräsident (assimilabile per grandi linee a un prefetto) quale rappresentante generale del Governo del Land. Attualmente in 5 Länder mmesistono 22 distretti governativi, di cui 4 nel Baden-Württemberg, 7 in Baviera, 3 in Assia, 5 nel Nord Reno-Westfalia, 3 in Sassonia. Il Distretto rappresenta la sede per un efficiente raccordo e coordinamento dei settori dell’amministrazione del Land, costituendo un contrappeso significativo alla tendenza alla specializzazione settoriale e alla separazione della pubblica amministrazione in compartimenti stagni.

   Esso, inoltre, assume rilievo nell’attività di pianificazione territoriale e di sovvenzionamento per l’attuazione di progetti di sviluppo del territorio. Il capo del Distretto, accanto ai compiti di direzione della struttura, svolge anche un importante ruolo di raccordo e mediazione tra il Land e gli Enti locali ricadenti nella propria circoscrizione territoriale, riassumendo e rappresentando gli interessi strutturali e di sviluppo comunali e sovracomunali nei confronti del Governo del Land e anche di quello federale. Compete, infine, al Distretto assicurare l’uniformità dell’applicazione della legge tramite il controllo di legittimità sugli atti dei Circondari e delle grandi Città e quello di merito sull’esecuzione amministrativa delle competenze del Land delegate agli enti locali.

   Un cenno merita l’art. 29 LF che prevede che, con legge federale, confermata da un referendum popolare, sentiti i Governi regionali interessati, il territorio federale possa essere riarticolato mediante modifiche al territorio dei Länder, per garantire che essi siano «in grado, per dimensioni e capacità produttiva, di svolgere efficacemente i loro compiti».

   In assenza di una riserva costituzionale a favore del Bund, la disciplina del diritto comunale spetta ai Länder, che sono tenuti a rispettare i principi di cui all’art. 28 LF. Tale articolo stabilisce esclusivamente quali siano gli Enti locali di rilievo costituzionale (Comuni, Circondari e Unioni di Comuni) e ne disciplina a grandi linee gli elementi necessari e le garanzie essenziali di autonomia.

   Tali Enti devono rispettare i principi fondamentali della Costituzione e prevedere un organo elettivo, sono titolari di diritti ed obblighi giuridici, rappresentano istanze autonome di sovranità popolare. Da tali elementi discende la loro natura di enti di diritto pubblico, come sancito dalla legislazione e dalla giurisprudenza. Ai Comuni è, in particolare, garantito «il potere di disciplinare sotto la propria responsabilità e nel rispetto della legge tutti gli affari della comunità locale»: ciò implica che tutte le funzioni amministrative che interessano la comunità locale si presumono di competenza comunale (competenza primaria).

   Nella garanzia dell’autoamministrazione trova fondamento la responsabilità finanziaria del Comune, cui corrispondono entrate finanziarie proprie. Per quanto concerne i Circondari, la Legge fondamentale nulla dice in ordine all’estensione della relativa autonomia, aspetto da cui si evince, come più volte ribadito dalla giurisprudenza costituzionale, che il Circondario, a differenza dei Comuni, non è titolare di una competenza primaria sugli affari del proprio ambito territoriale, bensì solo dell’esercizio di funzioni espressamente attribuite dalla legge del Land.

   Benché la Legge Fondamentale non abbia disegnato un modello unitario di Enti locali, la legislazione dei Länder, pur con inevitabili differenziazioni, si caratterizza per una certa convergenza in ordine alla struttura costitutiva degli Enti e alla disciplina delle competenze.

   La legittimità costituzionale dei processi di accorpamento territoriale, di fronte alle eccezioni di incostituzionalità mosse dagli Enti interessati, è stata più volte affermata dal Tribunale costituzionale federale che ha precisato che «la garanzia costituzionale dell’autonomia comunale tutela il Comune come livello istituzionale necessario, ma non può impedire al legislatore di preordinare progetti di riordino territoriale che portino a fusioni o incorporazioni di Comuni, per motivi di utilità generale, sentiti gli enti territoriali coinvolti».

   Le riforme territoriali portate avanti in una prima fase tra il 1968 e il 1978 (e poi riprese dopo la riunificazione nei Länder dell’Est), hanno conseguito risultati considerevoli, sia per quanto concerne i Comuni, ridotti da 24.282 a 8.505 (-65%, con punte di -80% in alcuni Länder), sia per i Circondari, ridotti da 425 a 237, (-44,7%). Il processo di riordino territoriale ha, ovviamente, interessato i Comuni di minori dimensioni, determinandone una netta diminuzione. In particolare, nel periodo 1968-1989 i Comuni inferiori a 500 abitanti sono passati da 10.760 a 1.735; quelli tra 500 e mille abitanti da 5.706 a 1.400; quelli tra 1.000 e 2.000 abitanti da 3.850 a 1.631; quelli tra 2.000 e 5.000 abitanti da 2.406 a 1.699. La riduzione di Comuni e Circondari ha comportato un ridimensionamento del numero di amministratori di enti locali: nei Circondari si è passati da 15.615 a 13.286 amministratori (-14,9%); nelle Città extracircondariali da 5.441 a 4.169 (-23,4%); nei Comuni da 216.248 a 128.191 (-40,7%).

   Il processo di riordino ha conosciuto una seconda fase dopo la riunificazione, tra il 1991 e il 1994, nel territorio della ex Germania Est, in considerazione della eccessiva parcellizzazione della popolazione in troppi piccoli Comuni, conducendo al dimezzamento del numero dei Circondari, passati da 189 a 92 e alla riduzione di circa il 17% del numero dei Comuni, passati da 7.622 a 6.293.

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AGGIORNAMENTI SUI TENTATIVI DI ELIMINAZIONE DELLE PROVINCE AL 27/7/2013

25 luglio 2013 – Decreto «svuota poteri»

LE PROVINCE RIMANGONO SENZA POTERI

   Letta ci riprova dove ha fallito Monti. Ennesimo tentativo di cancellare le Province. Approvato, infatti, dal Consiglio dei Ministri, il Disegno di legge che riguarda Città metropolitane, Province, Unioni e fusioni di Comuni e che rivede e “svuota” in parte i poteri delle Province in vista dell’abolizione dalla Carta Costituzionale.

   Il ddl, dopo l’odierno passaggio in CdM, passerà all’esame della Conferenza Unificata e, dopo quel vaglio, tornerà nuovamente al Consiglio per il varo definitivo. (da www.zazoom.it/)

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LA RIFORMA

PROVINCE ADDIO DAL 2014. LA RABBIA DEI PRESIDENTI

da “il Corriere del Veneto” del 27/7/2013

– Saranno sostituite da assemblee di sindaci. Venezia «città metropolitana» operativa tra un anno –

VENEZIA — Nell’attesa di eliminarle, le svuotano. Il consiglio del ministri ha ieri il via libera al disegno di legge firmato dal ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio che «riordina» (rectius: annichilisce) le Province, nell’attesa che queste vengano definitivamente cancellate dalla Costituzione.

   Con un’improvvisa accelerazione sui tempi: «Ci auguriamo che la riforma sia approvata entro la fine dell’anno così che non si proceda al rinnovo delle elezioni nel 2014» ha detto infatti Delrio, anticipando il termine di 18 mesi indicato mercoledì scorso durante l’incontro con l’Upi, l’Anci e i presidenti di Regione.

   Si confermano due soli livelli amministrativi ad elezione diretta: le Regioni e i Comuni. Nel mezzo, troverà spazio la città metropolitana laddove prevista oppure un ente di «area vasta» composto dai sindaci del territorio.

   La città metropolitana di Venezia, una delle 10 inserite nel testo di legge, sarà costituita il primo gennaio 2014 e diventerà operativa il primo luglio dello stesso anno, assorbendo funzioni, patrimonio e personale dell’attuale Provincia (i sindacati chiedono garanzie per i lavoratori).

   A guidarla come «sindaco metropolitano » sarà il primo cittadino del capoluogo, e cioè Giorgio Orsoni, coadiuvato da un consiglio in cui siederanno i colleghi dei Comuni sopra i 15 mila abitanti e i presidenti delle Unioni con almeno 10 mila abitanti (i sindaci dei centri più piccoli potranno partecipare solo all’approvazione degli statuti e dei bilanci).

   Più nebuloso il futuro per le Province che non saranno sostituite dalla città metropolitana, dove i presidenti o i commissari (Belluno e Vicenza) dovranno convocare entro 20 giorni dall’entrata in vigore della legge i sindaci e i presidenti delle Unioni del territorio che, riuniti in un’assemblea, prenderanno la guida del nuovo ente di secondo livello nominando un primum inter pares che assumerà la carica di presidente. Tutti gli incarichi saranno a titolo gratuito.

   Quanto alle funzioni, resteranno in capo alla «Provincia non Provincia» il Territorio, l’Ambiente, il Trasporto pubblico e la Rete scolastica ma solo per la pianificazione perché dal punto di vista gestionale non andranno oltre le strade provinciali.

   Tutto il resto passerà ai Comuni, per lo più, e solo in minima parte alla Regione. Il presidente dell’Upi del Veneto, Leonardo Muraro, annuncia battaglia: «Commissioneremo degli studi per dimostrare quanti e quali danni sono stati provocati al Paese ed ai cittadini da questa riforma raffazzonata, che avanza tra continui stop&go. Senza contare che i dubbi di costituzionalità restano e non è chiaro come i Comuni riusciranno a farsi carico delle nuove competenze con le casse già esangui».

   D’accordo il presidente della Provincia di Verona Giovanni Miozzi («Riformare per ottenere delle efficienze ha una logica, ma allora si dovrebbe iniziare dallo Stato. Se invece si taglia così, tanto per tagliare, allora non ci stiamo») e quello di Venezia, Francesca Zaccariotto: «E’ un disegno di legge confuso, profondamente irrispettoso di chi è stato democraticamente eletto, che finirà per aumentare l’incertezza in cui ci siamo già trovati ad operare negli ultimi 3 anni. Peraltro con una fretta sospetta, in anticipo sullo stesso disegno di riforma costituzionale ».

   Critiche piovono anche dal capogruppo Pdl in consiglio regionale Dario Bond, cui è cara la specificità del Bellunese appena riconosciuta dal nuovo Statuto: «Sulle Province si sta giocando una partita demagogica e poco razionale, la situazione ormai è kafkiana».

   Di diverso avviso i parlamentari che sostengono il governo. Per il vice capogruppo del Pd alla Camera Andrea Martella «finalmente è stato messo un punto fermo sulle città metropolitane e si è avviato un riordino che porterà più efficacia e meno spese negli enti locali». Per il senatore Udc Antonio De Poli «la parola d’ordine è: snellire. Ora avanti con la PaTreVe». (Ma.Bo.)

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5 LUGLIO 2013: DOPO LA BOCCIATURA DELLA CORTE COSTITUZIONALE DELLA “RIFORMA MONTI” SULLE PROVINCE

TAGLIO DELLE PROVINCE: LA NUOVA LEGGE IN TRE PUNTI

– Letta: «Salvaguardare i lavoratori, presto il ddl – Percorso con legge ordinaria. Le funzioni redistribuite. Il premier: Tolta la parola “province” dalla Carta –

da http://www.corriere.it/ 5/7/2013

   Tre articoli, un pagina. Il disegno di legge costituzionale per l’abolizione delle province, all’esame del consiglio dei ministri di venerdì 5, è un testo breve. Il primo articolo sostituisce l’articolo 114 della Costituzione: «La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Regioni e dallo Stato», dice la nuova formulazione eliminando appunto il riferimento alle province. L’articolo 2 cancella ogni riferimento alla province in tutti gli altri articoli della Costituzione. Tredici in tutto i commi modificati.

LEGGE ORDINARIA – Viene poi fissato il percorso per le tappe successive, da realizzare con una legge ordinaria. «Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, le province sono soppresse». Sulla base di «criteri e requisiti generali fissati con legge dello Stato sono individuate dallo Stato e dalle Regioni, nell’ambito delle rispettive competenze, le forme e le modalità di esercizio delle relative funzioni».

LETTA: «SALVAGUARDARE I LAVORATORI» – Il governo intende «salvaguardare i lavoratori» delle province e «le funzioni» di questi enti abrogati con il ddl costituzionale. Lo ha detto il premier Enrico Letta nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministro. Il premier ha poi tracciato una sorta di «road map» parlamentare: «Il pronunciamento della Corte Costituzionale ha bloccato il processo» di abolizione delle Province, ma «dato che manteniamo l’orientamento di dare seguito a quello che era contenuto nel discorso con cui il Governo ha ottenuto la fiducia, dove era scritto chiaramente “Abolizione delle Province”, abbiamo ritenuto necessario intervenire al maggior livello possibile, abrogando la parola Province da tutti gli articoli della Costituzione. Ci sentiamo vincolati a quell’impegno. Spero che il Parlamento lo approvi nel più rapido tempo possibile», aggiunge.

QUAGLIARIELLO: «PREMESSA PER L’ABOLIZIONE» – «Oggi abbiamo messo le premesse per l’abolizione delle Province. Quando conosceremo le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale il ministro Delrio proporrà una legge ordinaria per riorganizzare gli enti territoriali». Così il ministro per le Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello durante una conferenza stampa a palazzo Chigi al termine del Consiglio dei ministri che ha approvato il ddl costituzionale di abolizione della Province.

SAITTA: «CANCELLATI 150 ANNI DI STORIA» – Non mancano naturalmente le voci contrarie alla proposta elaborata da palazzo Chigi. «Ma davvero il Governo pensa che con un “provvedimento bandiera”, che cancella con un tratto di penna la parola Province dalla Costituzione – si chiede il presidente dell’Unione delle Province Antonio Saitta – e 150 anni di storia del Paese, si riconquisti la fiducia degli italiani nella politica? Basterebbe uscire dai Palazzi e tornare sui territori per capire che la sfiducia dei cittadini è tutta nell’incapacità di dare risposte sui problemi veri, sulle emergenze sociali, sul dramma della disoccupazione e sulla crisi dell’economia». – 5 luglio 2013 (modifica il 8 luglio 2013)

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26 luglio 2013: via libera in CONSIGLIO DEI MINISTRI, va approvato entro il 2013

PROVINCE, ECCO IL DECRETO «SVUOTA POTERI»

da www.corriere.it/ del 26/7/2013

– Saranno enti di secondo livello. Nascono le città metropolitane. In due anni due miliardi di risparmi –

Province senza poteri. È stato approvato dal Consiglio dei ministri il disegno di legge che riguarda Città metropolitane, Province, Unioni e fusioni di Comuni e che ne rivede e ne svuota in parte i poteri in vista dell’abolizione dalla Carta Costituzionale

CONFERENZA UNIFICATA – Il provvedimento, in attesa di una eventuale riforma costituzionale prevede che «le province diventino enti territoriali di secondo livello». È quanto si legge nella bozza di ddl «recante disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di Comuni».

   La provincia cessa quindi di essere l’ente che è stato fino ad oggi e sarà guidato da organismi non eletti. «Sono organi delle province» esclusivamente: «il presidente della provincia, il consiglio provinciale e l’assemblea dei sindaci». «L’elettorato passivo è attribuito esclusivamente ai sindaci in carica nei comuni della provincia alla data dell’elezione».

   Del provvedimento aveva dato un’anticipazione nei giorni scorsi il ministro Delrio che aveva spiegato: «Nessun accorpamento dei territori provinciali, una provincia dei sindaci e razionalizzazione nelle funzioni e nella spesa». Il ddl passerà all’esame della Conferenza Unificata e, dopo quel vaglio, tornerà nuovamente al Consiglio dei ministri per il varo definitivo.

RISPARMI – «Ci auguriamo che la riforma sia approvata entro la fine dell’anno così che non si proceda al rinnovo delle elezioni nel 2014. Siamo pieni di speranza e fiducia ma non di certezze», ha spiegato il ministro Delrio presentando la riforma.

   Secondo il ministro con il provvedimento «non si azzera la democrazia perché resta la rappresentanza dei sindaci e tende anche a stimolare le unioni dei comuni». Con la riforma «potremmo raggiungere in due anni più di un miliardo di risparmi, con l’accorpamento delle funzioni i risparmi saranno subito di circa 600-700 milioni». Tra i benefici, inoltre, c’è anche «un ulteriore stimolo a riorganizzare gli oltre 3000 enti intermedi». – 26 luglio 2013 (modifica il 27 luglio 2013)

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LA PROPOSTA DELLA S.G.I. DEI 36 DIPARTIMENTI:

e-book_il_riordino_territoriale_dello_stato_sgi_36_dipartimenti

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come cambiare l'italia? (IMMAGINE TRATTA DA "ITALIA E FEDERALISMO _DAL SITO WWW.LINKIESTA.IT"
come cambiare l’Italia? (IMMAGINE TRATTA DA “ITALIA E FEDERALISMO _DAL SITO WWW.LINKIESTA.IT”
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25 thoughts on “36 DIPARTIMENTI al posto delle 20 Regioni e delle 110 Province – E’ la PROPOSTA della SOCIETA’ GEOGRAFICA ITALIANA (SGI) – Un’interessante suddivisione delle istituzioni territoriali che potrebbe mettere d’accordo tutto il mondo politico – Resta in campo la NECESSITA’ di TRASFORMARE i COMUNI in NUOVE CITTA’

  1. Stefano sabato 10 agosto 2013 / 11:07

    Io vorrei capire come verrebbe suddivisa la Sardegna,leggendo l’articolo ho letto che il dipartimento 36 e composto da SS,NU,OT, l’Ogliastra non hocapito dove va a finire,inoltre le competenze come vanno ripartite?,gli uffici le prefetture?,Agenzie delle’entrate? grazie

  2. adriano sabato 10 agosto 2013 / 16:45

    Premetto che abito nelle Marche e precisamente in provincia di Pesaro-Urbino. Se ho capito bene la proposta della SGI considera questa Regione come un unico dipartimento. Mi pare che anche questo studio perda un’ occasione per fare chiarezza su una questione di fondo di questo territorio e cioè le sue mai superate diversità che ne hanno sempre marcato la sua debolezza e marginalità : da quello economico produttivo a quello sociale e storico. Le Marche non hanno una identità (non per nulla sono al plurale) perchè sono il riflesso ,in grandi linee , di almeno tre aree di influenza :Romagnola al Nord, Umbra al Centro e Abbruzzese al Sud. A mio parere solo operando in tale ottica si puo’ procedere alla individuazione del dipartimento cui ciascun territorio può essere poi collocato. Lo studio della SGI ricalca in buona parte quella della Fondazione Agnelli (che prevedeva anche l’accorpammento dell’Abbruzzo!) che tuttavia si premurava di dire che il criterio seguito era solo quello del riequilibrio dei flussi economico-finanziari tralasciandone altri probabilmente di maggiore significato. A supporto della mia tesi vorrei evidenziare come la prov. Di Pesaro –Urbino , che ovviamente conosco più in dettaglio, ha i settori dell’Industria, dei Servizi, della Sanità (in termini di mobilità passiva), dei Trasporti (v. aeroporto di Rimini) e del Turismo fortemente collegati e dipendenti con le aree più a nord. La proposta della SGI mi pare pertanto, almeno per le Marche, una “comoda” non soluzione .

  3. Giacomo martedì 20 agosto 2013 / 11:48

    questa proposta è molto “napoleonica”, non tiene conto della storia dei territori e, in realtà, nemmeno dell’omogeneità economica, sociale e geografica. Puzza di “divide et impera”, puntando a rompere regioni storiche con l’intento di rendere più forte l’identità e il controllo centrale. A mio vedere, una bocciatura sonora. E mi meraviglio anche che essa provenga da professionisti e studiosi del settore.

  4. Federalista venerdì 30 agosto 2013 / 9:46

    Questa proposta invece non è male, ha una sua legittimità scientifica e di opportunità. Anche se forse ci sarebbe da salvaguardare di più le identità regionali che comunque si sono costituite. Tipo, attribuire nomi come Toscana Tirrenica, Toscana Centrale, Piemonte del Nord, Lombardia Padana, Lombardia dei Laghi, Puglia Centrale etc. etc. salvaguardando così le identità regionali che si sono costituite in mezzo secolo. Fondamentale è come sarà l’assetto. Dipartimenti sotto il controllo dello stato centrale alla francese, o distretti federati alla Svizzera? Sicuramente io tifo per la seconda soluzione. E poi come combattere la frammentazione dei piccoli comuni. Accanto a queste ridotte Regioni Federali, dovrebbero costituirsi città metropolitane per l’integrazione dei servizi e la fusione/integrazione dei comuni in enti più adeguati alle esigenze moderne; unioni dei comuni o cantoni (anche se il termine in questa fare può generare confusione, ma potrebbe portare a riscoprire identità e realzioni che già sono in atto). Quindi 30/40 Regioni Federali costitituite da Città metropolitane e Cantoni che salvaguardino l’identità dei Municipi attualmente vigenti.

  5. Federalista venerdì 30 agosto 2013 / 10:34

    Inoltre ci sarebbe da salvaguardare, dove possibile i confini delle attuali Regioni, perchè alcuni accorpamenti risultano a mio parere, un pò troppo tecnici.
    Metto la proposta della Società Geografica Italiana, e dopo le mie osservazioni. Tengo a sottolineare che a questi eco-sistemi urbani e realzionali c’è da dare una forte impronta federale, tipo la confederazione Elvetica.
    Comunque questa in elenco è la proposta della SGI:
    1. Aosta, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Biella, Ivrea, Vercelli
    2. Torino
    3. Cuneo, Asti, Alessandria
    4. Milano e Pavia
    5. Bergamo, Como, Lecco, Varese, Sondrio, Monza-Brianza
    6. Piacenza, Cremona, Parma
    7. Brescia, Verona, Mantova
    8. Trento e Bolzano
    9. Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Belluno
    10. Trieste, Udine, Pordenone, Gorizia
    11. Ferrara e Rovigo
    12. Genova, Savona, Imperia
    13. Bologna, Modena, Reggio Emilia
    14. Ravenna, Rimini, Forlì Cesena
    15. Pisa, Livorno, La Spezia, Lucca, Massa e Carrara
    16. Firenze, Arezzo, Pistoia, Prato
    17. Siena e Grosseto
    18. Ancona, Pesaro-Urbino, Macerata, Ascoli Piceno, Fermo
    19. Perugia e Terni
    20. Roma, Viterbo, Rieti
    21. Latina, Frosinone, Isernia
    22. L’Aquila, Pescara, Chieti, Teramo
    23. Napoli e Caserta
    24. Salerno, Benevento, Avellino
    25. Potenza e Matera
    26. Foggia e Campobasso
    27. Bari e Bat (Barletta-Andria-Trani)
    28. Lecce, Taranto, Brindisi
    29. Cosenza, Catanzaro, Vibo Valentia, Crotone
    30. Reggio Calabria
    31. Messina
    32. Catania e Siracusa
    33. Ragusa, Agrigento, Caltanissetta, Enna
    34. Palermo e Trapani
    35. Cagliari, Carbonia-Iglesias, Medio-Campidano, Oristano
    36. Sassari, Nuoro, Olbia-Tempio

    Questa la proposta della SGI, e queste le mie osservazioni su questi eco-sistemi urbano-relazionali:

    1. Aosta, da sola ( come si fa a togliere l’autonomia a chi ce l’ha da mezzo secolo,a meno che non ci sia un referendum che legittimi i passaggio con la Regione Federale sotto (1a))
    1a Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Biella, Ivrea, Vercelli, (Piemonte del Nord)
    2. Torino
    3. Cuneo, Asti, Alessandria ( Piemonte del Sud)
    4. Milano e Pavia, io lascerei anche Cremona ( Lombardia Centrale o Lombardia Padana?)
    5. Bergamo, Como, Lecco, Varese, Sondrio, Monza-Brianza ( Lombardia delle Alpi e dei Laghi?)
    6. Piacenza, Cremona, Parma; lascerei Cremona con Milano e inserirei Reggio nell’Emilia Occidentale o Emilia Apuana?
    7. Brescia, Verona, Mantova nella Regione del Garda
    8. Trento e Bolzano
    9. Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Belluno, tenendo anche Rovigo, Ferrara potrebbe far parte della Regione Federale della Romagna
    10. Trieste, Udine, Pordenone, Gorizia
    11. Ferrara con la Romagna e Rovigo con il Veneto
    12. Genova, Savona, Imperia, se a La Spezia va bene entrare nella Toscana Tirrenica, oppure potrebbe essere inserita con Parma, Piacenza e/o Reggio a formare una Regione Federale tipo Lunezia
    13. Bologna, Modena, Reggio Emilia che va dove scelgono i cittadini ( Lunezia o con PC e PR) e comunque sarebbe l’Emilia Centrale o Appenninica
    14. Ravenna, Rimini, Forlì Cesena, e Ferrara
    15. Pisa, Livorno, La Spezia, Lucca, Massa e Carrara, a seconda di cosa vogliono fare i cittadini Spezzini, magari anche Grosseto a formare la Toscana Tirrenica;
    16. Firenze, Arezzo, Pistoia, Prato, a seconda di cosa vogliono fare i senesi, anche Siena a formare la Toscana Centrale o Appenninica
    17. Siena e Grosseto a seconda se preriscono stare da soli nella Toscana Meridionale oppure aggregarsi alla e altre 2 Regioni federali Toscane
    18. Ancona, Pesaro-Urbino, Macerata, Ascoli Piceno, Fermo
    19. Perugia e Terni
    20. Roma, Viterbo, Rieti, Lazio Settentrionale?
    21. Latina, Frosinone, Isernia; Lazio Meridionale?
    22. L’Aquila, Pescara, Chieti, Teramo
    23. Napoli e Caserta
    24. Salerno, Benevento, Avellino ( Campania del Sud?)
    25. Potenza e Matera
    26. Foggia e Campobasso (Daunia?)
    27. Bari e Bat (Barletta-Andria-Trani) ( Puglia Centrale)
    28. Lecce, Taranto, Brindisi ( Salento)
    29. Cosenza, Catanzaro, Vibo Valentia, Crotone ( Calabria del Nord))
    30. Reggio Calabria ( Calabria del Sud)
    31. Messina con la Regione Federale di Catania e Siracusa nella Sicilia Orientale;
    32. Catania e Siracusa
    33. Ragusa, Agrigento, Caltanissetta, Enna con la Regione Federale successiva cioè
    34. Palermo e Trapani a formare la Sicilia Orientale;
    35. Cagliari, Carbonia-Iglesias, Medio-Campidano, Oristano, Sardegna del Sud
    36. Sassari, Nuoro, Olbia-Tempio ovvero la Sardegna del Nord.

    Potrebbe essere una proposta da prendere in considerazione.

    • Federalista mercoledì 18 settembre 2013 / 9:25

      Vorrei aggiornare l’elenco propostao dei nomi delle Regioni Federali con qualche considerazione in più:
      1. Aosta, da sola ( come si fa a togliere l’autonomia a chi ce l’ha da mezzo secolo,a meno che non ci sia un referendum che legittimi i passaggio con la Regione Federale sotto (1a))
      1a Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Biella, Ivrea, Vercelli, (Piemonte del Nord)
      2. Torino (Piemonte Centrale?)
      3. Cuneo, Asti, Alessandria ( Piemonte del Sud)
      4. Milano e Pavia, io lascerei anche Cremona ( Lombardia Centrale o Lombardia Padana?)
      5. Bergamo, Como, Lecco, Varese, Sondrio, Monza-Brianza ( Lombardia delle Alpi e dei Laghi, Insubria?)
      6. Piacenza, Cremona, Parma; lascerei Cremona con Milano e inserirei Reggio nell’Emilia Occidentale o Emilia Apuana, oppure a formare la Lunezia ( o Emilia Apuana o Sengaunia) con La Spezia e/o Massa carrara
      7. Brescia, Verona, Mantova nella Regione del Garda
      8. Trento e Bolzano ovviamente Trentino
      9. Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Belluno, tenendo anche Rovigo, come Veneto, ma con passaggi di Comuni a Trentino, Regione del Garda, Romagna e Friuli. Ferrara potrebbe far parte della Regione Federale della Romagna
      10. Trieste, Udine, Pordenone, Gorizia, Friuli venezia Giulia
      11. Ferrara con la Romagna e Rovigo con il Veneto
      12. Genova, Savona, Imperia, se a La Spezia va bene entrare nella Toscana Tirrenica, oppure potrebbe essere inserita con Parma, Piacenza e/o Reggio( e/o Massa Carrara) a formare una Regione Federale tipo Lunezia
      13. Bologna, Modena, Reggio Emilia che va dove scelgono i cittadini ( Lunezia o con PC e PR) e comunque sarebbe l’Emilia Centrale o Appenninica
      14. Ravenna, Rimini, Forlì Cesena, e Ferrara a formare la Romagna;
      15. Pisa, Livorno, La Spezia, Lucca, Massa e Carrara, a seconda di cosa vogliono fare i cittadini Spezzini, magari anche Grosseto a formare la Toscana Tirrenica;
      16. Firenze, Arezzo, Pistoia, Prato, a seconda di cosa vogliono fare i senesi, anche Siena a formare la Toscana Centrale o Appenninica
      17. Siena e Grosseto a seconda se preferiscono stare da soli nella Toscana Meridionale oppure aggregarsi alle altre 2 Regioni federali Toscane
      18. Ancona, Pesaro-Urbino, Macerata, Ascoli Piceno, Fermo, confermano le Marche, con passaggi di comuni regioni limitrofe a confermare i livelli ottimali dei comuni;
      19. Perugia e Terni , Umbria
      20. Roma, Viterbo, Rieti, Lazio Settentrionale?
      21. Latina, Frosinone, Isernia; Lazio Meridionale?
      22. L’Aquila, Pescara, Chieti, Teramo, Abruzzi
      23. Napoli e Caserta, Campania del Nord, Partenopea, oppure
      24. Salerno, Benevento, Avellino ( Campania del Sud, o Silenia)
      25. Potenza e Matera, Basilicata
      26. Foggia e Campobasso (Daunia, Molidaunia?)
      27. Bari e Bat (Barletta-Andria-Trani) ( Puglia Centrale)
      28. Lecce, Taranto, Brindisi ( Salento)
      29. Cosenza, Catanzaro, Vibo Valentia, Crotone ( Calabria del Nord))
      30. Reggio Calabria ( Calabria del Sud)
      31. Messina con la Regione Federale di Catania e Siracusa nella Sicilia Orientale;
      32. Catania e Siracusa
      33. Ragusa, Agrigento, Caltanissetta, Enna con la Regione Federale successiva cioè
      34. Palermo e Trapani a formare la Sicilia Occidentale;
      35. Cagliari, Carbonia-Iglesias, Medio-Campidano, Oristano, Sardegna del Sud
      36. Sassari, Nuoro, Olbia-Tempio ovvero la Sardegna del Nord.

  6. Luca sabato 31 agosto 2013 / 19:07

    SI, E IN SARDEGNA CHI COMANDNO LE SOLITE CAGLIARI E SASSARI?

  7. Federalista lunedì 2 settembre 2013 / 10:07

    Un sistema federalista serio sarebbe basato su 2 livelli di amministrazione. Le Regioni Federali dovrebbero essere suddividise in Città Metropolitane, Città, e Comunità ( tipo le Comunità del Trentino che sono Enti a metà tra Comuni e Province Autonome), enti paritari di secondo livello. Un altro nome da dare alle Comunità potrebbe essere Cantoni, ma si genera confusione con quelli svizzeri, e visto il nostro ordinamento giuridico sarebbe meglio Comunità, che dovrebbero essere alla fine un insieme di Comuni omogenei, con almeno 40.000, 50.000 abitanti e/o un adeguato numero di Km/q.
    Potrebbero sostituire i Comuni attuali, i Municipi, che sarebbero solo un decentramento amministrativo senza aggravio dei conti per i cittadini, con cariche onorifiche, e con la rappresentaza/presidenza di un consigliere del Consiglio delle Città Metropolitane, Città, o Comunità, rispettando sopratutto il vincolo del non aggravio dei bilanci.
    Questa integrazione e configurazione di questi Enti, che sarebbero i più vicini ai cittadini, darebbe la capacità di svoglere le funzioni in modo migliore e un peso maggiore di fronte agli organi della Regione Federale, che avrebbe compiti di Programmazione e Legislativi, di fronte a questi Enti che avrebbero le vere funzioni amministrative, secondo veri principi di adeguatezza, differenziazione ed sussidarietà. Per rispondere sopra, purtroppo i campanilismi esisteranno sempre, ma questa potrebbe essere una proposta seria ed efficiente.

  8. Adriano sabato 7 settembre 2013 / 16:17

    Io farei un piccolo cambio a nordest:
    -Trentino
    -Alto Adige
    -Parte del bellunese con Trentino e Alto Adige
    -Sappada in Friuli
    -Alcuni comuni più occidentali del rodigino, del vicentino e del padovano con VR, BS e MN
    -il resto formerebbe l’ambito “Venezia e Veneto centrale”

    • gutell martedì 3 giugno 2014 / 10:00

      a quanto pare parte della laguna sarebbe del territorio Rovigo Ferrara…>.< tutto il territorio lagunare è unito dalla fine dell'Impero Romano…lo si divide senza motivo ora??? Bah

  9. Federalista mercoledì 11 settembre 2013 / 12:04

    Sicuramente i suggerimenti di Adriano sono preziosi per l’individuazione di livelli ottimali di suddivisione, che promuoverebbero appartenenze che vanno al di là delle circoscrizioni regionali attuali. Per un efficace riordino su 2 livelli amminsitrativi ci sarebbe da tenere in particolare considerazione queste situazioni di comuni che possono inserirsi in ambiti e livelli ottimali diversi dalle suddivisioni amministrative attuali, a costituire però quellè città metropolitane, città e comunità ( a modello delle comunità di valle a cui ha dato attuazione il Trentino) che devono favorire l’integrazione e risolvere il problema della frammentazione dei piccoli comuni. Inoltre l’aggregazione di questi enti in soggetti con dimensioni più cospicue, aumenterebbe il loro peso nei confronti delle giunte delle Regioni federali, e gli permetterebbe di essere i veri detentori delle funzioni amministrative, secondo il principio di sussidarietà, essendo questi gli enti più vicini ai cittadini.
    Certamente di situazioni come quella descritto da Adriano, e di zone, circondari, comprensori, ambiti, e livelli ottimali da riconfigurare in gro per l’Italia, ce ne sono molte. Ci sarebbe sicuramente da tenere in conto la voce dei cittadini, e quindi per legittimare eventuali nuove aggregazioni sarebbero indispensabili consultazioni popolari e referendarie.

  10. Federalista lunedì 16 settembre 2013 / 8:27

    Per esempio, mi viene in mente che per la Toscana, una ipotetica Comunità della ValTiberina e/o Valdichiana starebbero bene con Perugia ( per la Valdichiana ci sarebbe anche una ipotesi di integrazione con Siena) ed una comunità dell’Abetone pistoiese probabilmente si sente più emiliana che toscana…e di casi del genere ce ne sono sicuramente a centinaia in questo paese che sicuramente ha vari assetti da rivedere e ridisegnare.

  11. Federalista giovedì 9 gennaio 2014 / 17:08

    Qualcuno ha visto la proposta della SGI per la riforma …
    la posto è a questo link:

    http://www.societageografica.it/images/stories/PROPOSTA_RIORDINO_TERRITORIALE.pdf,

    Chi sono quei geni cha hanno avuto la grandissima di cancellare il nome “Toscana” dalla geografia del paese? Perchè a parte geni non mi viene in mente altro modi per oggettivarli.

    Non se i Grandi Fiorentini, o i Tirrenici, o buona parte degli Etruschi saranno felici per questo, o se si riconoscano in queste pseudo-regioni distretti.

  12. Ambrones giovedì 23 gennaio 2014 / 17:36

    La Liguria è così da un millennio…perchè separare la Spezia culturalmente e storicamente liguri dalla Liguria? Per poi metterli con i toscani? Capisco le ragioni economiche ma non possiamo dimenticare le nostre radici storici-culturali…

  13. Federalista venerdì 21 febbraio 2014 / 10:11

    Certo che il progetto è molto attrattivo ed elegante, ma probabilmente una suddivisione così fatta calata dal’alto mi sa che sarebbe accolta con poco entusiasmo, anche se tecnicamente le reti di relazione socio-economiche e i distretti locali sono ottimali e costituiscono suddivisioni ottimali.
    Di aree con una forte identità regionale dopotutto abbiamo solo i nostri amici Salentini ( e poche altre), un pò poco per ignorare identità regionali che si sono stratificate in questi secoli.
    Probabilmente sarebbe più saggio iniziare da suddivisioni subregionali in Aree/Città Metropolitane e Distretti locali ( di dimensione interprovinciale rispetto alle attuali province), con funzioni proprie che possano in un secondo momento portare al superamento delle Regioni, svuotandole di poteri come sta succedendo con le province. Si potrebbere creare queste Aree/Città metropilitane e Distretti con l’obiettivo di attribuirgli funzioni e poteri dei cantoni svizzeri. Trasformando la nostra Repubblica in una Confederazione Italiana.

  14. francesco delle femine lunedì 10 marzo 2014 / 9:42

    proposta sensata (sono anni che lo affermo) sulla campania farei una modifica, una parte dell’attuale provincia di benevento l’accorperei con il molise e una parte della provincia di avellino con il gargano

  15. Enrico sabato 15 marzo 2014 / 16:47

    Diciamo che la cosa veramente importante sarebbe abolire le regioni a statuto speciale: tutte le regioni d’Italia devono essere organizzate in maniera omogenea. Poi la suddivisione viene dopo.

  16. Vittorio Paita giovedì 3 aprile 2014 / 22:04

    I nostri politici sembrano avere scoperto l’acqua calda. In realtà è dai tempi di Napoleone che si effettuano riforme amministrative. Uno dei precursori del Corso, fu Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana che riformò il proprio Stato prendendo ad esempio il modello francese.
    La riforma amministrativa introdotta da Napoleone, che partiva dall’accorpamento dei piccoli Comuni all’istituzione di Circondari (gli “arrondissements” d’oltralpe) e di Dipartimenti, che univano territori “omogenei” per cultura, tradizione, storia ecc…, fu in parte mutuata dallo Stato sabaudo prima e dal Regno d’Italia poi. Dico in parte, perchè nel realizzare la riforma amministrativa dello Stato italiano, non sempre furono presi in considerazione questi parametri, fondamentali per un armonico sviluppo del territorio e per rendere efficace lo strumento dell’autonomia, che non deve essere solo appannaggio di determinate regioni, in base poi a quali parametri? In ogni regione d’Italia esistono minoranze linguistiche, perchè solo cinque devono essere riconosciute a Statuto speciale, come se i dialetti piemontesi, piuttosto che pugliesi, veneti piuttosto che laziali, non siano da considerarsi tali!? Se poi questi enti intermedi vogliamo chiamarli Regioni piuttosto che Dipartimenti, Province piuttosto che Circondari, è assolutamente indifferente: agli Italiani, ai cittadini, interessa capire qual’è il ruolo che questi enti rivestono, quali organi intermedi tra lo Stato centrale e il Comune. Il primo passo, per non ripetere errori del passato, prima di tracciare altri confini di fantasia, è quello di individuare territori affini, per tradizioni, storia e cultura, per riunirli sotto una “bandiera” che possa essere condivisa da tutti.
    La crisi economica è solo il detonatore di una malcelata “identità”. Come in famiglia si è portati a litigare quando mancano i soldi, invece che darsi da fare a riconvertire l’economia familiare, così accade nello Stato. L’errore di fondo è stato quello di non riconvertire l’industria primaria trasformandola da agricoltura di sussistenza in agricoltura di qualità, inseguendo sogni di una industrializzazione che ha dimostrato i suoi limiti. Non solo, ma non siamo riusciti nemmeno a valorizzare la vera ricchezza di stato: il turismo, il patrimonio storico ed artistico, che oggi ci troviamo a svendere, e che invece avrebbe potuto creare un notevole indotto, quindi posti di lavoro.

  17. Alessandro domenica 24 agosto 2014 / 11:41

    Salve, trovo molto interessante la proposta.
    Da pavese però vorrei segnalare che mi pare alquanto inopportuna e poco rispecchiante l’identità culturale delle popolazioni del luogo l’accorpamento di Pavia e Milano. Questo perchè Milano è molto più strettamente legata con le province a nord di essa e molto meno con quelle a sud. E poi perchè Pavia è una sorta di punto di congiunzione culturale e geografico tra Piemonte ed Emilia, oltre che con la Lombardia, e la cultura dei pavesi risente di queste tre identità. Se dovessi proporre io, metterei Milano come città metropolitana, oppure con l’Insubria (della quale sarebbe il capoluogo naturale) e Pavia insieme a Lodi, Cremona e Piacenza. Oppure Pavia potrebbe creare una regione con Piacenza ed Alessandria. Fate una ricerca sulle affinità culturali del territorio delle Quattro Province, cioè Pavia, Alessandria, Piacenza e Genova. Ovviamente Genova deve rimanere il capoluogo della Liguria, mai avrebbe senso un accorpamento con Pavia. Questa soluzione tra l’altro acconterebbe i piacentini, che tanto vorrebbero scrollarsi di dosso i parmigiani…

  18. Albino Galuppini lunedì 22 settembre 2014 / 15:59

    Molto interessante. La mia opinione tuttavia è che si tratti di un esercizio di stile con poco senso. Alcuni accorpamenti sembrano fatti per dividere. Poi, finchè non si parla di federalismo fiscale e possibilità di licenziare i dipendenti pubblici in esubero localmente, se necessario, ogni altro discorso è superfluo.

  19. Alessandro Venturi mercoledì 8 ottobre 2014 / 12:43

    Suddivisione fatta con righello e compasso sulla cartina geografica.
    Come può venire in mente una riaggregazione che separa Bergamo da Brescia, Verona da Vicenza Mantova da Cremona ?
    Senza contare che nel “dipartimento del garda” entrerebbe una provincia che non si affaccia sul lago (Mantova) e ne escluderebbe una in cui il lago nasce… (Trento)
    “Balzana” è il termine esatto per questa idea.

  20. Massimo Piglia giovedì 18 dicembre 2014 / 18:11

    Proposta di estremo interesse anche nell’ipotesi di 31 Dipartimenti, riduzione di prefetture, questure, agenzie delle entrate e demanio, tutto con livello Dipartimentale. Niente Regioni e/o altri nomi che danno titolo ai Presidenti di Giunta a farsi enfaticamente chiamare GOVERNATORI. Assoluta preminenza dello stato centrale sulle materie fondamentali e pari poteri a tutti i Dipartimenti. Gli assetti politici amministrativi ridotti al minimo, con l’ipotesi di lavoro di accorpamento e/o fusione dei comuni portandoli dagli attuali 8.100 ad un massimo di 2.500/3.000, abolizione delle comunità montane non più necessarie per effetto degli accorpamenti dei comuni. Sindaci che assumono per alcune materie e/o comparti piena responsabilità, si veda l’acqua che va tolta alla gestione delle varie A.T.O. e dalle pletoriche assemblee di consulta d’ambito, incapaci di assumere ogni decisione anche la più banale. Un dimagrimento dello stato “NECESSARIO” ed urgente e nella consapevolezza, che va avviato un processo di forte alleggerimento dei dipendenti pubblici, spesso, non per colpa loro, in organismi inutili e doppioni di altri. La forte riduzione della spesa pubblica che ne deriverebbe nel corso degli anni, ribadisco anni, garantirà ai dipartimenti stessi le risorse per investimenti ed opere che da anni sono al palo. Basta leggere “Gli Elenchi” delle varie leggi obiettivo che si ripetono, ormai noiosamente non essendo alcuna opera finanziata per mancanza di risorse. C’è molto da lavorare nel riassetto dello Stato nella sua architettura istituzionale, la politica “DEVE” farsi ragione che l’occupazione di tutti gli spazi possibili con uomini e donne che rispondono alle loro logiche, ha portato il paese al collasso. Occorre fare presto.

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