Il GHIACCIAIO della MARMOLADA quest’anno in MINOR DIFFICOLTA’ – Precipitazioni abbondanti e temperature primaverili più fredde lo conservano – Ma è solo una SPERANZA di una RINASCITA: messaggio della natura per la MONTAGNA TUTTA che deve TORNARE A VALERE ecologicamente, nel paesaggio, nell’economia

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   Ha destato un certo interesse, e “conforto”, speranza, che quest’anno il ghiacciaio della Marmolada appare più “nevoso”, imbiancato, meno in crisi e in spegnimento progressivo rispetto alle estate passate. Merito del maltempo che per buona parte della primavera c’è stato sul Nord Est, che ha “aiutato” il non scioglimento dei ghiacciai in montagna. E delle temperature che per molti mesi sono rimaste al di sotto delle medie: e di questo se ne è avvalso il più grande ghiacciaio delle Dolomiti, appunto quello che ricopre quasi due chilometri quadrati delle cime della Marmolada.

Il ghiacciaio della MARMOLADA nel giugno di quest'anno
Il ghiacciaio della MARMOLADA nel giugno di quest’anno

   Ma che cos’è un ghiacciaio? Come possiamo in modo semplice, definirlo?

   Il ghiacciaio è “un paesaggio in movimento”. Movimento breve, nel tempo, percepibile solo col passare delle stagioni. Nei ghiacciai più grandi (che assumono, dall’alto in basso, caratteristiche a forma di lingua, scendendo a valle…) la parte più alta è quella dove prevale nel corso dell’anno “l’alimentazione” rispetto allo scioglimento (i tecnici infatti lo chiamano “bacino di alimentazione” o circo glaciale), mentre la parte più bassa è quella nella quale prevale lo “scioglimento” rispetto all’alimentazione (viene chiamata “bacino di ablazione”, cioè dove il ghiaccio si scioglie). Linea immaginaria di divisione, tra i due bacini, sta, appunto, il “LIMITE DELLE NEVI”, cioè la linea di equilibrio (dove la somma algebrica, per capirci, tra alimentazione e scioglimento è zero, si equivale). E’ il LIMITE DELLE NEVI lo STATO DI SALUTE DEL GHIACCIAIO.

   Poi va osservato, a proposito della forma dei ghiacciai, che quelli alpini, e in particolare quelli dolomitici, non sono a “forma di lingua” e non sono di grandi dimensioni; sono più compatti, senza “lingua” di discesa nella valle (o assai ridotta), e per questo vengono chiamati “ghiacciai di circo” (e la Marmolada è un “ghiacciaio di circo”, di “pendio”).

Il ghiacciaio nello stesso periodo del 2012
Il ghiacciaio nello stesso periodo del 2012

L’inesorabile ridimensionamento dei ghiacciai, la sua possibilità di “benessere” e sopravvivenza, è basata su due elementi: le PRECIPITAZIONI e la TEMPERATURA. Entrambi questi fenomeni ora sono negativi per i ghiacciai: diminuiscono le precipitazioni nevose invernali e la temperatura media si sta alzando (specie in estate). Due fenomeni che, per una volta, una stagione, non sono stati negativi nel Nordest alpino: molte precipitazioni primaverili (spesso nevose in montagna) e temperature basse (l’estate che faticava ad apparire…). E questo spiega il fenomeno di un GHIACCIAIO DELLA MARMOLADA che appare “un po’ meglio” quest’anno, in quest’estate, rispetto agli anni scorsi, alle scorse stagioni.

   Però è meglio dirselo: CI VORREBBERO UNA DECINA DI ANNI DI NEVICATE ABBONDANTI E TEMPERATURE RIGIDE come quelle degli ultimi mesi, per consentire al ghiacciaio della Marmolada di guadagnare terreno in modo stabile. E poi c’è pure un tentativo artificiale di difendere il ghiaccio in estate: delle coperte termiche stese dai volontari sul ghiacciaio, che dovrebbero impedirne lo scioglimento. È solo un esperimento, che per ora è stato avviato su 2.500 metri quadrati.

   Il calo delle superficie dei ghiacciai (non solo nelle Alpi ma in tutto il pianeta) va avanti dal 1850, anche con la scomparsa di qualche ghiacciaio e alla drastica riduzione di tutti. Nel 1850 è finita una piccola era glaciale che aveva avuto inizio nel 1450. Dal 1910 al 1980 i ghiacciai delle Dolomiti hanno perso il 27 per cento della loro estensione. Il fenomeno, con l’innalzamento delle temperature globali, si è molto accentuato negli ultimi trent’anni quando essi hanno perso un altro 30 per cento della loro estensione in un tempo molto più breve. Quello della Marmolada si è ridotto in 100 anni del 50 per cento, quello del Fradusta (nelle pale di San Martino) dell’80 per cento.

   Per il futuro non si sa bene… gli studiosi che formulano l’ipotesi (più realistica) dell’aumento delle temperature globali nei prossimi decenni, porterà alla continuazione del trend di riduzione di tutti i ghiacciai, con la definitiva loro scomparsa. Altri studiosi prevedono invece una diminuzione della attività solare e quindi una nuova piccola era glaciale (come quella che ha interessato la terra dal 1450 al 1850).

TELI SALVA-GHIACCO SUL GHIACCIAIO “PRESENA” (sud del Passo Tonale, in Trentino) - I TELI «SALVA GHIACCIAIO» sono TELI GEOTESSILI che riflettono la metà dell’energia ricevuta dall’atmosfera. Vengono forniti in rotoli lunghi 70 metri e larghi 5, con uno spessore di 3.8 millimetri. Vanno POSATI NEL MESE DI GIUGNO, saldati l’uno con l’altro, e RIMOSSI A SETTEMBRE prima dell’arrivo della prima neve. (…) I RISULTATI – Sul PRESENA (ndr: è un ghiacciaio a un’altitudine minore della Marmolada, tra i 2.700 ed i 3.000 m, e si trova a sud del passo del Tonale, in Trentino).. sul Presena in media lo spessore di neve salvato è stato di 1,4 metri per un totale complessivo di 280 mila metri cubi di neve che, in condizioni normali andrebbero completamente persi. Ma in realtà alla base del ghiacciaio il livello di neve sotto i teli è risultato fino a 4 metri più alto rispetto alle aree vicine, rimaste scoperte. (…) (Cristina Marrone, da “il Corriere della Sera.it” del 19/10/2011)
TELI SALVA-GHIACCO SUL GHIACCIAIO “PRESENA” (sud del Passo Tonale, in Trentino) – I TELI «SALVA GHIACCIAIO» sono TELI GEOTESSILI che riflettono la metà dell’energia ricevuta dall’atmosfera. Vengono forniti in rotoli lunghi 70 metri e larghi 5, con uno spessore di 3.8 millimetri. Vanno POSATI NEL MESE DI GIUGNO, saldati l’uno con l’altro, e RIMOSSI A SETTEMBRE prima dell’arrivo della prima neve. (…) I RISULTATI – Sul PRESENA (ndr: è un ghiacciaio a un’altitudine minore della Marmolada, tra i 2.700 ed i 3.000 m, e si trova a sud del passo del Tonale, in Trentino).. sul Presena in media lo spessore di neve salvato è stato di 1,4 metri per un totale complessivo di 280 mila metri cubi di neve che, in condizioni normali andrebbero completamente persi. Ma in realtà alla base del ghiacciaio il livello di neve sotto i teli è risultato fino a 4 metri più alto rispetto alle aree vicine, rimaste scoperte. (…) (Cristina Marrone, da “il Corriere della Sera.it” del 19/10/2011)

   E poi, è veramente il caso di intervenire artificialmente (cioè di aiutarli a non scomparire)? Come detto per la Marmolada, da qualche anno si fanno esperimenti e tentativi di copertura di superfici di ghiacciai attraverso teli posti in estate che impediscano ai raggi del sole di sciogliere lo strato superficiale. Interventi assai costosi, fatti quasi sempre in un contesto di utilizzo del “sistema ghiacciaio” per il turismo dello sci (cioè per farne delle piste da sci). Ma servono investimenti molto elevati, e fa una certa specie pensare che il destino della sopravvivenza dei ghiacciai sia legato a investimenti, pensiamo prevalentemente pubblici, per conservarli di stagione in stagione. La cosa non ci convince molto… (in un precedente intervento in questo blog avevamo prospettato che se un ambiente naturale mostra il suo invecchiamento, è giusto che si rispetti il suo destino…).

   Forse politiche globali di freno al surriscaldamento del pianeta sarebbero più serie e concrete (pur con risultati nel lungo periodo)…. Ma (forse) comprendiamo l’impotenza, l’impossibilità, le difficoltà, anche di una politica d’area, macroregionale, di tutto il territorio alpino che sostenga politiche planetarie di eco-compatibilità con minor consumo energetico, inquinamento, riduzione dell’effetto serra….

   Pertanto la Marmolada che, almeno per un anno (una stagione) “resiste” alla riduzione di superficie del suo ghiacciaio, grazie all’inverno nevoso, e anche a una primavera fredda (e in qualche caso nevosa in montagna…), pare una cosa da rallegrarsi, da sperare. Resta il coraggio da mettere in atto di “fare politiche” di conservazione e sviluppo eco-compatibile per la montagna: ad esempio evitando o perlomeno affrontando il PROBLEMA FRANE; trovando FORME ECONOMICHE DIFFUSE (non solo turistiche) alla crisi di lavoro e reddito per le popolazioni che vivono in montagna. Riuscendo pure a concentrarsi su quella montagna e “MEZZA MONTAGNA” diversa da quella che vediamo del turismo di massa, che invece è totalmente abbandonata da troppi decenni, e che necessita di un ampio recupero dei suoi territori, di un progetto di rinascita per il presente e il futuro (i terrazzamenti agricoli abbandonati, la crescita della flora selvatica, la fine dei pascoli… ne stiamo parlando in questo blog, ed esponendo alternative). (sm)

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IL PAESAGGIO E IL CLIMA

MARMOLADA, IL GHIACCIAIO NON SI RITIRA PIÙ

di Andrea Priante, da “il Corriere del Veneto” del 10/7/2013

– L’esperto: quest’anno il maltempo ha portato strati di neve che lo difendono –

BELLUNO – Il ghiacciaio della Marmolada riposa sotto una spessa coperta bianca. E, dopo che per anni è parso soccombere al surriscaldamento globale, è al sicuro. Almeno per ora.

   Il maltempo che per buona parte della primavera è sembrato accanirsi sul Nord Est, ha degli effetti positivi imprevisti. A risentire delle temperature che per molti mesi sono rimaste al di sotto delle medie, è il più grande ghiacciaio delle Dolomiti, quello che ricopre quasi due chilometri quadrati delle cime della Marmolada.

   Per rendersene conto, basta confrontare la fotografia scattata a fine giugno, con una di dodici mesi fa. Le rocce e i sentieri alpini ben visibili nel 2012, sono scomparsi: tutto è nascosto sotto lo spessissimo strato di neve che si è accumulato a partire dall’ultimo inverno. «È molto positivo perchè in questo modo il ghiacciaio sottostante è protetto», spiega Mario Vascellari, della società Marmolada Srl. «È come se la neve andasse a compensare l’erosione dovuta allo scioglimento e all’azione del vento».

   Non è poco, se si considera che nell’arco di un secolo le dimensioni del ghiacciaio si sono più che dimezzate: oggi misura 190 ettari, nel 1910 erano 450. Da tempo gli esperti ripetono che quella sulla Marmolada è una massa di ghiaccio a rischio estinzione e lo dimostra il fatto che, anno dopo anno, il fronte bianco continua a ritirarsi.

   Ma almeno per questi primi mesi dell’anno, grazie alle abbondanti nevicate, il lento annientamento del ghiacciaio sembra essersi arrestato. «Il manto che lo riveste evita lo scioglimento, ed è certamente una buona notizia», conferma il meteorologo ed esperto di ghiacci Anselmo Cagnati, dell’Arpav di Arabba. «Molto dipenderà dalle prossime settimane: se agosto non sarà un mese troppo caldo, possiamo sperare che, per la prima volta dagli anni Ottanta, il limite delle nevi perenni rimanga immutato».

   Presto, quindi, per azzardare delle previsioni. «Impossibile stabilire se siamo di fronte a un’inversione di tendenza: ci vorrebbero una decina di anni di nevicate abbondanti e temperature rigide come quelle degli ultimi mesi, per consentire al ghiacciaio della Marmolada di guadagnare terreno».

   Una speranza in più, nell’attesa di capire se funzioneranno le coperte termiche stese dai volontari sul ghiacciaio, che dovrebbero impedirne lo scioglimento. È solo un esperimento, che per ora è stato avviato su 2.500 metri quadrati: l’area è stata rivestita da uno speciale telo bianco in geotessuto, in grado di rifrangere il 50 per cento in più di luce solare.

   Il ghiacciaio della Marmolada è un patrimonio inestimabile. «Se sparisse le ripercussioni sarebbero molto vaste», conclude Cagnati. «Registreremmo degli effetti, neppure troppo accentuati, sotto il profili idrologico e microclimatico. Ma il vero cambiamento, il più immediato, lo avremmo dal punto di vista paesaggistico: senza quella vetta imbiancata tutto l’anno, il volto delle nostre Dolomiti non sarebbe più lo stesso». (Andrea Priante)

PARTICOLARE DEL GHIACCIAIO DELLA MARMOLADA DEL GIUGNO SCORSO
PARTICOLARE DEL GHIACCIAIO DELLA MARMOLADA DEL GIUGNO SCORSO

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DRONE-SENTINELLA VIGILERÀ SULLA SALUTE DELLE DOLOMITI

di Marcella Corrà, da “il Mattino di Padova” del 2/8/2013

– Ha lo scopo di tenere sotto controllo i ghiacciai veneti, monitorando il loro stato L’esperto: dal 1980 la superficie delle aree gelate è calata di oltre il 30 per cento –

BELLUNO – Un drone per documentare lo stato di salute del ghiacciai veneti. È la novità del monitoraggio e del controllo delle aree dolomitiche, che la Regione ha deciso di sostenere anche per l’anno in corso e per il 2014.

   Il drone, fornito dalla European Project Consulting, sorvolerà alcuni ghiacciai scelti come campione di indagine, ritraendone le immagini geo referenziate. Il glaciologo Franco Secchieri, che in passato ha collaborato con la Regione e anche con l’Arpav, continuerà il lavoro già avviato negli anni scorsi che ha portato nel 2012 alla pubblicazione di un volume che raccoglie i dati e le foto relative ai circa 80 ghiacciai di piccole e grandi dimensioni che sono sparsi nei gruppi montuosi veneti, dalla Marmolada, al Sorapis, all’Antelao.

   Ora il lavoro continua con lo scopo di verificare l’estensione complessiva delle aree gelate, il limite delle nevi e la situazione rispetto al resto dell’ambiente. Tra i soggetti sotto osservazione vi sono i rock glacier, masse di ghiaccio particolari, sepolte dal detrito e che conservano la forma vera e propria delle lingue glaciali.

   Ma come stanno i ghiacciai delle Dolomiti? Abbastanza male, a dire il vero.

   «È un trend che dura dal 1850» spiega un esperto del settore, Anselmo Cagnati, del Centro antivalanghe di Arabba. Lui, come anche altri colleghi, studia i ghiacciai e non solo quelli italiani, viste le esperienze al Polo Sud. Il trend a cui si riferisce Cagnati è il progressivo scioglimento delle aree gelate che nei decenni ha portato anche alla scomparsa di qualche ghiacciaio e alla drastica riduzione di tutti.

un DRONE
un DRONE

  L’inizio dello scioglimento è datato appunto 1850 quando è finita una piccola era glaciale che aveva avuto inizio nel 1450. Dal 1910 al 1980 i ghiacciai delle Dolomiti hanno perso il 27 per cento della loro estensione. Il fenomeno, a causa dell’innalzamento delle temperature globali, si è molto accentuato negli ultimi trent’anni quando i ghiacciai hanno perso un altro 30 per cento della loro estensione in un tempo molto più breve. Il ghiacciaio della Marmolada si è ridotto in 100 anni del 50 – 51 per cento, quello del Fradusta (nelle pale di San Martino) dell’80 per cento.

   E in futuro? Ci sono due teorie opposte. La prima parla di un aumento delle temperature globali anche per i prossimi decenni (da 0.6 gradi a 4 gradi nel 2100, una catastrofe), la seconda prevede una diminuzione della attività solare e quindi una nuova piccola era glaciale (come quella che ha interessato la terra dal 1450 al 1850).

   «Difficile fare simili previsioni, anche perché basta che ci sia una eruzione vulcanica catastrofica in qualche parte del mondo, perché lo scenario cambi completamente» continua Cagnati. Ma questi sono scenari davvero lontani, mentre c’è un tema molto attuale di cui si discute, la protezione dei ghiacciai con dei teli. Lo fanno in Trentino, si era parlato di metterli anche sulla Marmolada. «Dipende sempre da quale è lo scopo. Se si tratta di proteggere delle piste di sci, allora ha un senso, la superficie è limitata. Il ghiacciaio della Marmolada ha una superficie di 160 ettari, servirebbe un enorme investimento. Si tratta di soluzioni adatte a favorire delle attività umane, ovviamente le protezioni servono perché lo scioglimento dipende dall’irraggiamento del sole e i teloni bianchi riflettono la luce». (Marcella Corrà)

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Precedente POST di questo blog sui ghiacciai che si sciolgono:

https://geograficamente.wordpress.com/2012/08/30/la-marmolada-e-gli-altri-ghiacciai-la-saggia-vecchiaia-dei-ghiacciai-dolomitici-che-si-sciolgono-allinquinamento-alle-piste-da-sci-e-al-cambiamento-climatico-lasciamoli-morire-se/

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DOLOMITI, PATRIMONIO UNESCO IN CERCA DI IDENTITÀ

di Veronica Rodenigo, da

http://www.nordesteuropa.it/ del 15/6/2013

– A tre anni dalla nascita della Fondazione a tutela delle montagne riconosciute patrimonio Mondiale dell’umanità, iniziano a prendere vita i progetti elaborati dalle reti di studio – Ma la politica non li adotta ancora –

   Il 26 giugno 2009 le Dolomiti sono diventate Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Poco meno d’un anno dopo, nel maggio del 2010, nasce la Fondazione Dolomiti Unesco per iniziativa delle Province di Bolzano, Trento, Belluno, Pordenone, Udine, della Regione Friuli Venezia Giulia e della Regione Veneto. In tutto cinque sedi operative, una per ogni provincia, così da garantire -come si evince da statuto- un «sistema gestionale efficiente e integrato».
Tra gli scopi: «promuovere la cooperazione tra soci fondatori per assicurare l’armonizzazione delle politiche di gestione; l’adozione di nuovi strumenti di salvaguardia con azioni comuni di protezione, conservazione e valorizzazione; organizzare ricerche, mostre, relazioni, conferenze; esprimere parere nell’ambito della pianificazione territoriale».
Il percorso, sino ad oggi, non è stato esente da scossoni e fortunali estivi come le dimissioni nell’agosto 2011 del segretario generale Giovanni Campeol a causa di «divergenze nella strategia di gestione», poi sostituito d’urgenza da una triplice unità di coordinamento: Paola Matonti, Sergio Bergnach e Cesare Lasen.
Ma che il brand Dolomiti Unesco abbia conferito riconoscibilità e valore aggiunto al territorio (allargando il bacino d’utenza turistico) è inconfutabile, così come ci conferma Francesca Bogo, (Presidente della Fondazione Architettura Belluno Dolomiti) che ribadisce la necessità del superamento d’una sorta d’inerzia mentale nell’architettura, quasi reclamando maggior slancio e accelerazione nei processi. Dal 1 giugno, secondo una formula di rotazione triennale, la presidenza della Fondazione è passata da Belluno alla provincia di Bolzano nella persona di Elmar Pichler Rolle, assessore a natura, paesaggio e sviluppo del territorio.
«Dopo la visita di controllo dell’Unesco nell’autunno 2011 che ha dato esito positivo, – spiega Paola Matonti – la fondazione ha cercato di mettere a punto l’aspetto organizzativo delle sue funzioni, quindi ha fatto decollare le reti. La fondazione agisce, infatti, in modo diretto quando deve promuovere eventi o attività didattico-formative, agendo sotto il profilo funzionale delle reti che sono affidate al coordinamento delle province. La rete dello sviluppo del turismo e della mobilità sostenibile è affidata al coordinamento della provincia di Bolzano; quella della formazione e della ricerca alla provincia di Trento; la rete dei parchi e aree protette alla provincia di Belluno così come quella della promozione turistica; la rete del paesaggio alla provincia di Udine. Questi sono gli assi portanti della nostra attività. Per quanto riguarda il paesaggio, la rete afferente, attraverso l’università di Belluno, sta svolgendo un’analisi del paesaggio dolomitico in modo da poter giungere alla formulazione di linee guida condivise e uniformi per la conservazione. La rete delle aree protette sta gestendo l’armonizzazione tra i piani dei Parchi e «Natura 2000».

   Ma non è tutto: quella della formazione di Trento ha organizzato corsi e seminari a Belluno e sta ora rivolgendosi a Pordenone e Udine cui si aggiungono le attività presso le scuole come il progetto «Io vivo qui» negli istituti bellunesi.

   La rete del turismo sostenibile ha affidato l’incarico all’Eurac di Bolzano per fare un primo approfondimento ed è vicina ad essere adottata dal consiglio di amministrazione; quella della mobilità avviata da Bolzano ha appena presentato un progetto al Ministero dei beni culturali per ottenere il finanziamento per il cosiddetto tour delle Dolomiti: un percorso coordinato di mobilità sostenibile accompagnato da attività formative per addetti e guide.
«Un esempio delle attività collaterali – prosegue Matonti – è la nuova guida Touring del territorio dolomitico che uscirà in autunno e che è stata anche seguita dal comitato scientifico. Abbiamo anche caldeggiato l’adesione di nuovi soci sostenitori (arrivati ad un centinaio), affinché vengano coinvolti nelle reti».

   Tutto questo lavoro è stato poi recepito? Spesso vengono fatti ottimi studi o piani di fattibilità che però le amministrazioni lasciano cadere nel nulla.

«La fondazione non è un ente territoriale – spiega la coordinatrice -. Resta quindi alle istituzioni o alla politica far proprio e divulgare ai cittadini quanto la fondazione si sforza di organizzare. Non è tanto un problema di coordinamento tra istituzioni quanto di consapevolezza e di traduzione in intrapresa da parte dei cittadini per valorizzare questo bene a loro vantaggio».

   Ora si pone il problema delle azioni future.

«Bisogna mettersi d’accordo nel fare una politica condivisa da 5 territori. Bisogna promuovere una strategia comune e questo non è semplicissimo perché vi sono territori avanzati nella strategia turistica e altri che non lo sono perché in alcuni casi la montagna è stata messa in secondo ordine oppure abbandonata o, ancora, non vissuta come potrebbe». (…) (Veronica Rodenigo)

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LE MONTAGNE SBRICIOLATE

– Negli ultimi dieci anni si sono verificati diversi fenomeni di sbriciolamento nelle Dolomiti. Sulle Cinque Torri, sul Latemar, sul Sass Maor, sul Pelmo, sulle Tre cime. All’improvviso, il distacco di alcune pareti rocciose sta letteralmente cambiando la morfologia delle nostre montagne, le più belle del mondo. La colpa, in questi casi, deriva dallo scioglimento dei ghiacci e dagli sbalzi di temperatura che provocano fessurazioni nelle rocce –

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SEIMILA CEDIMENTI SULLE DOLOMITI «SENZA RISORSE, SIAMO IMPOTENTI»

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 26/5/2013

– A cinquant’anni dal disastro del Vajont le maggiori risorse vanno a progetti, ricerche, consulenze I tecnici: «In certi casi bisogna avere il coraggio di sgomberare i paesi e lasciar venir giù la montagna» –

BORCA DI CADORE – Le frane scendono lentamente: ma non si fermano mai. Solo la burocrazia italiana è più lenta: e talvolta si ferma proprio.

   L’insieme di debolezze politiche, complicazioni normative, convenienze locali e comitati strilloni rende praticamente impossibile mettere in sicurezza il territorio del Veneto. «Servono tre miliardi ma semplicemente non li abbiamo» dichiara l’assessore regionale Daniele Stival dopo l’ultima ondata di maltempo che ha fatto andare sott’acqua il Veneto.

   Eppure – è ampiamente dimostrato – tenere in ordine il territorio costerebbe dieci volte di meno che intervenire dopo l’emergenza. Poco meno di diecimila movimenti franosi censiti dal Rapporto Iffi (ma il dato è del 2006), gran parte concentrati nella montagna veneta: «Lo sanno tutti che le Dolomiti crollano» dicono da queste parti.

   Del resto, il lago di Alleghe è nato da una frana del monte Piz, che sommerse due paesi provocando 49 vittime; l’Antelao – seconda cima delle Dolomiti – è tragicamente noto per le sue frane che, a ripetizione, hanno provocato centinaia di morti (nel 1348 Villalonga, nel 1629 a Borca, nel 1737 a Sala, nel 1814 Taulèn e Marceana sulla riva destra del Boite). L’Alpago è costellato da centinaia di piccoli e grandi fenomeni franosi: la frana del Tessina, Lamosano, Molini, Funes sono nomi che non ci dicono altro che dissesti idrogeologici. Come Stava e Tesero, in val di Fiemme, come Cancia nel 2009 che provocò due vittime.

   Ma è incredibile come a cinquant’anni dal disastro del Vajont (1917 vittime, nelle Torri gemelle furono 2.752) si continui a pensare che «è crollata la diga». Anche quel disastro fu provocato da un movimento franoso: grandissimo, 270 milioni di metri cubi di roccia (tre volte l’acqua contenuta) che scivolarono nell’invaso artificiale a cento all’ora e in meno di venti secondi spazzarono via Longarone.

   Nel Veneto, il 25 per cento dei comuni è a rischio frana e il 40% a rischio alluvione: in alcuni casi, poi, il rischio è doppio. Come a Perarolo, alla confluenza tra il Boite e il Piave. Nella provincia di Belluno, è stimata una superficie complessiva interessata da frane pari a 165 chilometri quadrati.

   A Belluno le situazioni aperte sono tantissime: e i soldi non bastano nemmeno per affrontare l’emergenze. A volte i soldi ci sono ma gli interventi non si fanno per il combinato disposto di politica, burocrazia, resistenze locali. Marco Pujatti, dirigente regionale alla Difesa del suolo, disse una volta che «ci sono situazioni in cui la soluzione migliore probabilmente sarebbe quella di delocalizzare». Fu crocifisso. «Ma è verità – ammette Tiziano Pinato, dirigente regionale e capo del Genio civile a Padova –. Le frane, in determinati casi, bisogna lasciarle venir giù: costa meno liberare venti case per tempo che realizzare costosissimi interventi che magari giungono troppo tardi per evitare tragedie».

   Perché i costi di una messa in sicurezza idrogeologica post emergenziali sono proibitivi: muraglioni di contenimento, invasi artificiali, canaloni, gabbionate, contrafforti, barriere paramassi, ancoraggi, barbacani, imbragamenti, calcestruzzo spruzzato, micropalificazione. E allora spesso ci si limita a sofisticati sistemi di monitoraggio – laser scanner terrestri, telerilevamento, raggi laser – naturalmente preceduti da autorevoli consulenze scientifiche. A cui non segue, per mille ragioni, alcun intervento concreto.

   Fino al prossimo titolo di una «tragedia annunciata»: perché lo sport nazionale, adesso, è mettere in sicurezza, non già il territorio ma il proprio destino. Lo Stato non ha una lira, a Regione delega competenze, le Province scaricano sui sindaci. E le comunità locali, spesso, non condividono le soluzioni tecniche che i tecnici propongono a una politica che non ha il coraggio di sostenerle fino in fondo.

   Le due frane più pericolose, allo stato, sono quelle di Cancia nel Comune di Borca di Cadore, dove nel luglio del 2009 scivolò a valle una colata di detriti dall’Antelao provocando due vittime. E quella di Perarolo di Cadore, dove un costone di gesso da 300 mila metri cubi rischia di ostruire il Boite che, tracimando, potrebbe devastare l’abitato.

   «L’Italia frana anche a causa dell’abbandono della montagna – spiega Coldiretti regionale – il Veneto fa i conti con una drammatica perdita di prati e pascoli: nel Bellunese questa perdita ha sottratto praticamente un terzo della superficie agricola utilizzata». (Daniele Ferrazza)

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CON I SASSI SOPRA LA TESTA. CONVIVERE CON LA PAURA

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 26/5/2013

– A Cancia e Perarolo, nel Cadore, dove i distacchi della montagna uccidono – I sindaci: «Lavori e progetti a rilento». La Regione: «Impossibile programmare» –

BORCA DI CADORE – Neanche questa estate porterà una soluzione definitiva alla frana di Cancia, nel Cadore, che nel luglio del 2009 travolse, uccidendoli, madre e figlio.

   All’incolpevole sindaco di Borca di Cadore, Bortolo Sala, chiediamo a che punto siamo con il progetto di messa in sicurezza della frana cadorina: «Onestamente, tra tante riunioni, progetti e discussioni ho perso anch’io il filo. Bisogna chiedere alla Provincia, che sta guidando le procedure».

   In Provincia, il viceprefetto Nicola Di Stefano è anche sub commissario per la Difesa del suolo: in pratica il responsabile del fascicolo-Cancia. «Stiamo completando gli interventi di massima urgenza nella parte alta del canalone, a monte del villaggio. E naturalmente prosegue costantemente il monitoraggio dei movimenti. Sono allo studio, più in generale, alcuni progetti di più ampio respiro, ma che hanno un impatto finanziario molto diverso. Delocalizzare il paese? Non è ipotesi che il Comune è disposto a prendere in considerazione».

   Per Cancia la Regione Veneto, nel 2010 – l’anno dopo la frana assassina – ha ceduto le competenze alla Provincia, con tanto di risorse:11 milioni e 250 mila euro. Ma da allora, complice anche l’ostilità della comunità locale all’ipotesi del grande vascone di contenimento a monte del paese, non se è fatto più nulla. La pratica è aperta sul tavolo della Provincia, dove ad occuparsene è l’ingegner Luca Soppelsa.

   Ma soluzioni definitive ancora non se ne vedono: adesso saranno montate delle griglie selettive a monte, per impedire ad eventuali macigni di scendere violentemente a valle. Ma si tratta di pannicelli caldi: «Prima o dopo sicuramente succederà qualche altro fenomeno meteo che farà muovere la frana – ammette il sindaco – ma tutte le cose vanno a rilento, si procede a passo di lumaca, quando invece servirebbe più decisione e velocità».

   A Perarolo, alla confluenza tra il Boite e il Piave, la frana della Busa del Cristo è una vecchia conoscenza: «Siamo purtroppo abituati a convivere con questi fenomeni – spiega il sindaco, Pierluigi Svaluto Ferro –. La nostra preoccupazione è che la frana possa ostruire il torrente Boite provocandone l’esondazione. Si vive sapendo perfettamente che le condizioni di massima sicurezza non ci sono».

   Persino il geologo feltrino Giorgio Dal Piaz, uno tra quelli che avallarono l’invaso del Vajont nonostante la presenza del Monte Toc, cent’anni fa espresse forti preoccupazioni per il viadotto ferroviario di Perarolo. Tanto è vero che, negli Anni Cinquanta, il viadotto fu abbandonato proprio per ragioni di sicurezza. E molti anni più tardi realizzata la galleria del Monte Zucco che ha messo definitivamente al riparo la linea ferrata.

   «Sulla frana sono stati realizzati negli anni scorsi degli interventi di micropalificazione, che però non hanno dato i risultati sperati – aggiunge il sindaco di Perarolo –. Nel 2001 la frana collassò provocando un effetto diga e allagando una parte del paese. Adesso la Regione, attraverso il Genio civile, sta studiando una soluzione per scaricare a monte il Boite in diversi punti. Non si tratta di soluzioni semplici, ma credo che tutti gli enti si stiano dando da fare come possono per trovare le soluzioni».

   Cancia e Perarolo sono due tra i casi più noti di frane incombenti su abitazioni e villaggi. Belluno è, per la morfologia stessa, il territorio più devastato da fenomeni di dissesto idrogeologico: su 69 comuni, ben 66 sono soggetti a frana e 12 a rischio alluvionale.

   Nove di questi, compresi tra la valle del Piave e la Marmolada, sono a doppio rischio: sia franoso che alluvionale. Amara la conclusione della relazione dell’Osservatorio sulla spesa regionale in tema di difesa del suolo che, nel 2010, scriveva: il ginepraio normativo, le difficoltà operative e la scarsità di risorse «impediscono, di fatto, di procedere a una vera programmazione degli interventi di difesa idrogeogica». Praticamente, una resa. (d.f.)

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PROTESTA IN QUOTA DEL CLUB ALPINO CONTRO GLI IMPIANTI

di Francesco dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 3/8/2013

– San Vito, soci del Cai e ambientalisti sono contrari al collegamento sciistico tra le aree del Civetta e la Valboite –

SAN VITO DI CADORE – Ritorna la protesta contro il progetto del collegamento sciistico fra le aree del monte Civetta e la valle del Boite, immaginato dal Comune di San Vito di Cadore. Saliranno  in quota alpinisti, ambientalisti e semplici escursionisti del Veneziano e del Veneto Orientale che in questo modo celebreranno il 150° anniversario della fondazione del Cai.

   Il Club alpino italiano ha infatti scelto 150 siti tra i più significativi d’Italia per rilanciarvi i valori in cui crede il suo popolo e per riaffermare l’esigenza di una forte tutela dei contesti ambientali più a rischio.

   I soci Cai di Mestre e San Donà di Piave ed altri appassionati di montagna della zona hanno scelto di portare la loro testimonianza di salvaguardia ai piedi del Pelmo e nella valle di Mondeval, per dire un’altra volta di no al discusso progetto.

   Il collegamento sciistico è stato programmato fra le aree del Monte Civetta e la valle del Boite, attraverso la zona del Pelmo, le Rocchette, in un territorio di quelle Dolomiti che sono state consacrate patrimonio naturale dell’umanità. È un progetto che prevede sette nuovi impianti ed un totale di 16 piste di discesa: «Qualora realizzato il fascino ed i segreti del Mondeval, dei Fiorentini, e della montagna di San Vito sarebbero definitivamente violati», protesta il Cai.

   L’insieme delle strutture passerebbe nelle pertinenze dell’area archeologica di Mondeval e nel cuore dei pascoli che reggono le vette affascinanti del Monte Pelmo e delle Rocchette. Il Club alpino ricorda che il 22 maggio 2011 l’assemblea straordinaria della Regola Generale o Granda, chiamata ad esprimere il proprio parere in merito alla disponibilità del territorio regoliero richiesto dalla amministrazione comunale per la creazione del nuovo comprensorio sciistico Cadore-Civetta, si è espressa contro, seppur di misura.

   Il no è deciso anche da parte del Cai perché l’area di Mondeval è un sito archeologico preistorico di eccezionale importanza. Si tratta della sepoltura di un cacciatore di epoca mesolitica, perfettamente conservato col suo corredo funerario vissuto circa 7500 anni fa.

   Il sito è stato rinvenuto nel 1985, sotto un masso erratico di dolomia, da Vittorino Cazzetta da Pescul di Selva di Cadore, che aveva notato alcuni reperti, in particolare manufatti litici e resti di pasto, nel terriccio accumulato da una marmotta impegnata nello scavo della propria tana.

   Gli scavi sono avvenuti sotto la direzione di Antonio Guerreschi, docente di paleontologia dell’università di Ferrara, interessato a condurre delle indagini approfondite; dal 1986 al 2000 ha portato a termine quindici campagne di scavo e con l’aiuto di studiosi e di studenti ha trovato importantissime testimonianze sulla frequentazione umana risalenti ad oltre 80 secoli fa.

   Oggi lo scheletro del cacciatore del mesolitico è conservato nel nuovo museo di Selva di Cadore, mentre a San Vito di Cadore si può ammirare un calco identico all’originale, messo a disposizione da Guerreschi per la mostra sulle testimonianze lasciate dall’archeologia in territorio sanvitese.

   La giornata non sarà dedicata solo alla nuova protesta ma anche ad una ricognizione di queste scoperte. Alpinisti ed ambientalisti partiranno da Passo Giau verso la Forcella di Zonia, saliranno a forcella Giau, scenderanno per l’altipiano d’alta quota sotto le pareti del Lastoi de Formin con vista sul Pelmo, dopo il lago delle Baste raggiungeranno il sito di Mondeval de sora dove si trova il masso luogo del ritrovamento. Dopo la sosta pranzo nei pressi della casera saliranno alla Forcella Ambrizola da dove scenderanno verso la Val Fiorentina. (Francesco Dal Mas)

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LA UE MINACCIA I RIFUGI. VENTI A RISCHIO CHIUSURA

di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 10/5/2013

– Le nuove norme prevedono modifiche per la sicurezza, ma mancano i soldi – Anche Tissi, Vazzoler e Coldai in piena altavia del Civetta sono in pericolo –

BELLUNO. Burocrazia in quota. I rifugi alpini sono stati parificati agli alberghi per cui devono essere dotati delle stesse misure di sicurezza. Forse è giusto. Ma non tutti i rifugi sono uguali. Il Torrani, ai 3 mila metri del monte Civetta, raggiungibile solo a piedi o in elicottero non può essere equiparato a quello raggiungibile con l’auto.

   Sta di fatto che entro il 6 ottobre tutti questi edifici devono trovarsi nella condizione di massima sicurezza per quanto riguarda il rischio di incendi, l’impianto elettrico, le uscite di emergenza. Arrampicate sulle pareti esterne degli edifici, magari nel contesto di panorami d’infinita bellezza, compariranno anonime scale in ferro.

   Ogni rifugio dovrà avere le porte che si aprono verso l’esterno, senza riparo da tempeste di neve e pioggia. I fili della corrente elettrica saranno costretti dentro particolari condutture. Tutto a norma Ue, ovviamente. E se i rifugi non vi provvederanno? Il prossimo anno resteranno chiusi.

   Una mazzata per la montagna, più in generale per l’economia delle Dolomiti. «Noi siamo agli albori con i lavori», ammette infatti, preoccupato, Alessandro Farinazzo, presidente del Club alpino di Belluno, coordinatore delle 18 sezioni bellunesi e membro della Commissione veneta per i rifugi. Come dire che non è iniziata neppure la progettazione. D’altra parte è comprensibile, nella maggior parte dei casi mancano letteralmente le risorse.

   Ieri Farinazzo era in Regione a battere cassa. Nel Bellunese i rifugi da sistemare sono oltre una ventina, su 35. Il costo complessivo supera il milione di euro. Cifre che il Cai non ha a disposizione. «Speriamo nella Regione», insiste Farinazzo. «Ora stiamo facendo i preventivi: per l’impianto elettrico, le scale d’emergenza, le porte da girare, cioè da far aprire dall’esterno. Il tutto con una certa gradazione, meno pesante sotto i 25 posti, come appunto al Torrani. Sopra i 50 posti, i progetti devono avere l’approvazione non solo dei Comuni, ma anche dei vigili del fuoco. E questo è un motivo in più di preoccupazione. Abbiamo rifugi aperti solo 3 mesi l’anno e non è che siano frequentati da persone disabili, eppure dobbiamo avere porte larghe un metro e mezzo. Per le scale esterne dovremmo fare richiesta alla Sopraintendenza E ci chiediamo come può il sovrintendente di Venezia conoscere i problemi che ci sono nei rifugi a 2 mila metri».

   Solo 5 mesi per fare gli interventi. E ancora con tanta neve in quota. Operazione impossibile? Il presidente vuol essere ottimista a tutti i costi. «Certo, però, dove trovo io 100 mila euro per sistemare i 3 rifugi della sezione di Belluno? Rischiamo davvero grosso per il 2014. Bloccare un Coldai, un Tissi, un Vazzoler, in piena “alta via”, quando abbiamo oltre 2000 passaggi, sarebbe una sberla enorme al turismo. Significa bloccare l’estero e chi mangia e beve in rifugio sono purtroppo (o per fortuna) solo stranieri, tedeschi, polacchi, ceki». (…) (Francesco Dal Mas)

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LA FOLLIA DELLE NEVE ARTIFICIALE:

NEVE – SFIDA SULLE DOLOMITI: COSÌ LA CONSERVIAMO PER L’ ANNO PROSSIMO

di Andrea Selva, da “la Repubblica” del 19/3/2013

TRENTO – L’ ultimo atto nella difficile sfida degli sport invernali al clima va in scena in valle di Fiemme, in Trentino, dove hanno prodotto ora la neve artificiale che dovrà servire per le Universiadi invernali del prossimo dicembre.

   E pazienza se di mezzo c’è l’estate, che nelle ultime stagioni ha raggiunto i 30 gradi anche in montagna: la collina di neve artificiale è stata rivestita con teli bianchi e coperta da uno strato di segatura spesso un metro che servirà da isolante.

   Gli organizzatori dei giochi universitari scommettono che degli 8 mila metri cubi prodotti l’autunno prossimo se ne saranno sciolti appena il 10-15 per cento e ci sarà quindi abbastanza neve per realizzare una pista da fondo e biathlon lunga 6 chilometri. Liberi di non crederci.

   Ma non si poteva aspettare novembre per azionare i cannoni sparaneve? Angelo Corradini, responsabile tecnico dell’operazione, che ha da poco incassato i complimenti della Federsci internazionale per l’organizzazione dei mondiali di sci nordico di Fiemme 2013, spiega che in quella zona nelle ultime sei stagioni c’è stato solo un autunno in cui la temperatura è scesa abbastanza per produrre neve artificiale: «Così abbiamo giocato d’anticipo sfruttando alcune giornate in cui c’erano le condizioni ideali, ma esperimenti simili sono stati fatti con successo anche in Estonia e in Austria. L’alternativa sarebbe stato l’uso di una macchina israeliana che consente di produrre neve a qualsiasi temperatura, ma con costi molto più elevati».

   E Corradini racconta che in valle di Fiemme i macellai del secolo scorso conservavano la carne all’interno di mucchi di neve che resistevano da primavera a settembre. Ma ancora non si erano viste estati bollenti come l’ultima, quando a fine agosto i turisti hanno fatto il bagno nei laghetti glaciali a duemila metri.

   Non serve comunque andare all’estero per capire che la neve (meglio se artificiale) può sopravvivere all’estate: a Livigno l’anno scorso ne avevano prodotta una montagna per un gigantesco parco dei divertimenti. Finito l’inverno l’hanno coperta e in autunno ne era rimasta più di metà. È anche una questione economica perché tra acqua ed energia elettrica ogni metro cubo di neve artificiale costa 2-3 euro, stima che secondo i calcoli degli ambientalisti raddoppia.

   Usano i teli anche sul Presena (a oltre 3 mila metri di quota, fra Trentino e Lombardia) dove negli ultimi cinque anni la copertura del ghiacciaio da giugno a settembre ha salvato quasi 300 mila metri cubi di neve. Lo sci estivo resta comunque un lontano ricordo, ma almeno è possibile ospitare a inizio autunno gli allenamenti dei campioni in vista della Coppa del Mondo.

   Ma la sfida più ardita (e contestata) degli sport invernali al riscaldamento del clima si è giocata a Folgaria, il comprensorio sciistico più meridionale del Trentino. Era il dicembre 2011, un autunno secco come non si vedeva da anni, con il fenomeno dell’inversione termica a peggiorare la situazione: freddo solo a fondovalle e temperature miti in quota. Per salvare la stagione dello sci in vista del Natale, produssero la neve con i cannoni giù in paese e la portarono in cima alla montagna in elicottero. (Andrea Selva)

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IL CADORE IN RIVOLTA: SIT-IN DI DUEMILA SULLA STATALE CONTRO I TAGLI ALLA SANITÀ

di Giuditta Bolzonello, da “il Gazzettino” del 6/5/2013

– La protesta supera le previsioni degli organizzatori: «Era dagli anni ’70 che non si vedeva una simile mobilitazione» –

BELLUNO – Erano in duemila sul Ponte Cadore per l’ennesimo, disperato grido di dolore di un territorio che muore: la montagna. Con i cittadini e gli amministratori anche la massima autorità religiosa della zona, l’arcidiacono del Cadore. Tanti erano i partecipanti alla protesta che gli stessi organizzatori della manifestazione sono stati spiazzati. Spiazzati anche i servizi di sicurezza che hanno dovuto far fronte ad una folla immensa ristretta sulla statale bellunese.
   Il programma è stato modificato in corso d’opera e in diretta con la Prefettura. Il corteo è stato fatto arrivare fino allo svincolo per Caralte per allungarlo e permettere il ritorno sulla Statale Alemagna evitando ingorghi mentre il traffico era stato deviato sulla vecchia statale lungo la Cavallera. Era da fine anni Settanta che in Cadore non si vedeva una tale mobilitazione di popolo, quella volta era per la ferrovia, oggi è ancora per la ferrovia, ma non solo. I montanari vogliono i servizi e non tollereranno ulteriori tagli e riduzioni, una delle ultime emergenze riguarda il punto nascita dell’ospedale del Cadore.
   «Il Cadore è incazzato» è stato lo slogan più gettonato nei manifesti, negli striscioni, «e questo è solo l’assaggio» assicuravano i presenti. Soddisfatta Maria Antonia Ciotti, sindaco di Pieve di Cadore, che ha lanciato l’idea e ieri raccolto lo straordinario risultato, «spero che il segnale arrivi forte e chiaro a chi di dovere e se non bastasse siamo pronti a ripeterlo» assicura. A ripeterlo «magari il 14 agosto» ha detto al termine della sfilata Giuseppe Casagrande il portavoce della giornata, più che una promessa, una minaccia e già si vedono scenari apocalittici con il traffico del Ferragosto in tilt. Ma una minaccia ci può stare se a rischio sono la sanità, i trasporti ferroviari, gli uffici pubblici dal Tribunale all’Agenzia delle Entrate alle Poste.
   «Per partorire una donna di Sappada deve arrivare fino a Belluno. Questo accadrà se chiudono il reparto a Pieve di Cadore, ovvero quasi cento chilometri, ma le pare da Paese civile?» sbotta una donna. Già perchè se chiude un reparto dell’ospedale di Pieve l’unica possibilità resta il San Martino di Belluno ma in quali condizioni. Di notte solo via terra, e l’inverno è lungo con neve e gelo, di giorno fortunatamente c’è il Suem 118 con l’elisoccorso ma, «non ci scommetto un euro che ce lo lasceranno per sempre» chiosa un anziano. L’elenco dei servizi a rischio è lungo e la situazione potrebbe peggiorare ancora per questo i cittadini per un’ora abbondante hanno «occupato» il Ponte Cadore che resta il simbolo di un territorio che vuole restare attaccato al resto del Paese vivendo e difendendo i propri diritti a cominciare dalla salute.
   Sotto accusa Stato e Regione troppo lontani dai problemi quotidiani. Altro slogan: «La montagna si spopola per colpa della pianura». Un corteo lungo formato da sindaci, famiglie, associazioni e mondo del volontariato, un solo parlamentare Roger De Menech in veste anche di sindaco di Ponte nelle Alpi. «Non sono stupito da tanta partecipazione popolare – ha detto il neodeputato – il disagio ha raggiunto un livello tale che non è più sopportabile e la gente protesta». Un solo consigliere regionale, Sergio Reolon che ha detto: «Siamo in tanti per denunciare disagio e preoccupazione e l’insensibilità della Regione verso la Montagna». (Giuditta Bolzonello)

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LE ALPI E L’ECONOMIA DI MONTAGNA VISTA DAL VERSANTE LOMBARDO

– Le Alpi, con il loro capitale di biodiversità e le riserve di acqua e legno, sono un ambiente naturale, culturale, di vita e di lavoro per quasi 14 milioni di persone nonché un’importante destinazione turistica che attira circa 120 milioni di visitatori ogni anno. –

FARE IMPRESA IN MONTAGNA? BISOGNA CAMBIARE MARCIA

di Marco Vitale, dal blog DISLIVELLI, www.dislivelli.eu/ , 1/3/2013

   Le Alpi italiane soffrono da anni di un costante declino economico, demografico e politico, legato alla quasi totale scomparsa dell’agricoltura, dell’artigianato e dei mestieri legati alla montagna, sostituiti per alcuni decenni da industrie, oggi, in gran parte, o chiuse o in forte declino. Il turismo, che rappresenta una fonte di reddito diffuso solo in alcune aree, è geograficamente e stagionalmente molto squilibrato (troppo in alcune aree, praticamente inesistente in altre, concentrato comunque in poche settimane l’anno).

   La monocultura dello sci alpino ha portato alla realizzazione di infrastrutture sciistiche ed alberghiere che oggi sono in larga parte dell’anno inutilizzate. La diffusione delle seconde case (fino all’80% in alcune aree), alimentata anche da capitali di dubbia provenienza, ha dato il colpo di grazia all’economia di montagna, portando la rendita immobiliare e il prezzo delle abitazioni a livelli non sostenibili dalle popolazioni locali.
Questi problemi riguardano in modo diffuso la parte “sud” dell’arco alpino, con l’eccezione di alcune regioni/province a statuto speciale (Trento, Bolzano, Valle d’Aosta) che hanno tutelato e continuano a tutelare in vari modi l’economia di montagna.

   A soffrire sono soprattutto i piccoli comuni, nei quali l’invecchiamento della popolazione porta ad una perdita costante dell’offerta dei servizi di base, che a sua volta scoraggia i giovani dal rimanere nei paesi di montagna.
La montagna italiana e lombarda soffre, a ragione, di un grave complesso di sfruttamento da parte delle città, aggravatosi negli ultimi decenni: le risorse della montagna (acqua, legname, territorio, tranquillità per rigenerare corpo e anima di chi vive in città) vengono utilizzate in larga parte per soddisfare i bisogni delle grandi metropoli o di chi vi abita, senza che vi sia un adeguato “ritorno” a favore della montagna. In altre parole, alle montagne non viene riconosciuto il giusto prezzo per i servizi ecosistemici (o esternalità positive) che queste offrono.

   E di conseguenza diminuisce l’offerta di servizi per la popolazione residente. La manutenzione del territorio (foreste, aree protette) va a beneficio della società intera (prevenzione dei rischi naturali, assorbimento emissioni climalteranti, ecc.) ma il relativo costo grava quasi esclusivamente sulla montagna. Gli effetti sui corsi d’acqua o sul paesaggio dovuti allo sfruttamento senza limiti dell’energia idroelettrica gravano sulla montagna e la sua popolazione. La stessa acqua del Po arriva a dipendere all’80% dai ghiacciai alpini, a loro volta in crisi.

   Alcune raccomandazioni concrete a favore di una politica regionale per i territori di montagna della Lombardia sono state recentemente formulate a Sondrio da Marco Onida, il valoroso segretario generale della Convenzione delle Alpi.

   E sono: riproporre la montagna non come “periferia politica” ma come territorio strategico per lo sviluppo. Incentivare le nuove forme di insediamento produttivo su piccola scala (non grandi alberghi!), sia attraverso strumenti fiscali che attraverso investimenti infrastrutturali (ad esempio: banda larga, internet veloce) e di marketing territoriale (accesso dei prodotti di montagna ai mercati; a questo proposito, vanno sfruttate le potenzialità del nuovo regolamento europeo sulla qualità dei prodotti, il quale prevede la tutela del “prodotto di montagna”).

   Valorizzare l’agricoltura e i prodotti della montagna nell’ambito delle iniziative correlate a  EXPO 2015. Valorizzare un turismo destagionalizzato, “soft” e legato alle vere risorse naturali e culturali della montagna (cicloturismo, trekking, centri benessere) puntando a un’apertura degli esercizi turistici non legata solo allo sci di massa.

   Il primo punto enunciato da Marco Onida (non periferia ma territorio strategico) è fondamentale. Nella storia europea le Alpi non sono mai state periferia ma cuore, ponte, unione tra popolazioni e territori. Pensiamo all’epopea ed alla colonizzazione delle Alpi da parte dei Walser.

   Pensiamo agli stagionali che all’inizio del secolo dalla povera Franciacorta andavano a fare fieno in Engadina passando per l’Aprica. Pensiamo agli intraprendenti poveri svizzeri che venivano a creare piccole imprese tessili nelle valli bergamasche e bresciane. Decine di piccole imprese sono state, negli ultimi anni, costituite in Canton Ticino o nei territori austriaci limitrofi, da italiani, perché qui essi trovano un ambiente più proficuo all’imprenditoria (decisioni amministrative rapide, costo dell’energia decisamente minore, servizi pubblici ed infrastrutture migliori).

   La montagna non è periferia ma cuore, perché la sua funzione è essenziale per l’ambiente, il territorio, l’aria, l’acqua, la storia, i traffici, la cultura. Penso alla Vallecamonica con gli strepitosi graffiti (sito Unesco, di importanza mondiale, ma pochissimo visitato. Perché, se non per mancanza di spirito imprenditoriale?); con gli straordinari Romanino della Madonna della Neve di Pisogne e di Breno, con i Da Cemmo (Giovanni e Pietro) di Esine e dell’Annunziata, pittori che segnano un passaggio fondamentale tra il medioevo e l’incombente Rinascimento, con la Via Crucis del Simoni a Cerveno, la più importante opera lignea del ‘700 italiano, con villaggi museo come Bienno e Cerveno. E poco sopra i grandi comprensori sciistici di Ponte di Legno, Tonale, Adamello.

   Con queste risorse storico culturali e naturalistiche, la Valcamonica dovrebbe essere una meta obbligatoria per il turismo colto e sportivo di tutta Europa. Invece fatica. Perché? Perché manca di spirito imprenditoriale, di capacità programmatoria, di convinzione della propria centralità. Per decenni i camuni sono stati abituati ad essere mentalmente periferia e fanno fatica ad affrancarsi culturalmente da questo stato, anche se da qualche anno, finalmente, qualcosa si muove grazie al distretto culturale costituito con l’appoggio della Fondazione Cariplo.

   Il secondo punto (insediamenti produttivi su piccola scala) ci porta al tema generale di una svolta culturale ed operativa fondamentale. Per qualche decennio siamo stati tutti convinti che solo con le grandi dimensioni si può fare buona economia.

   Le più recenti tecnologie e metodologie operative ci illustrano, invece, che non è vero. In visita ad una famiglia amica nel centro di Londra sono rimasto sorpreso nel vedermi servire il formaggio “Bagoss” , strepitoso formaggio prodotto su piccola scala, in alcune malghe a Bagolino (Val Sabbia), un formaggio che ho, talvolta, difficoltà a trovare a Brescia. Gli ospiti mi hanno spiegato che a Londra opera una società specialista in formaggi rari e preziosi che va a prenderli dove ci sono e li porta sulle tavole dei londinesi.   Questo esempio può essere moltiplicato in tanti altri campi e territori.

   Il terzo punto (approfittare dell’Expo 2015 per valorizzare i grandi doni alimentari della nostra montagna). D’accordo, ma con una proiezione e un impegno che vada ben oltre Expo 2015.

   Il quarto punto è la valorizzazione non del turismo ma dei turismi, con un’opera di sapiente segmentazione, superando la monocultura dello sci. Quando ad Albertville, nel 1992, ci furono le olimpiadi invernali tutta l’Alta Savoia le prese, giustamente, come un’occasione utile. Ma contestualmente  nel comprensorio di Beaufortaine, il più vicino ad Albertville e il più direttamente interessato, lanciarono lo slogan: non solo sci!. Volevano preservare e proseguire uno sviluppo articolato, che suonasse tutte le note della tastiera, perché già da vent’anni stavano lavorando in quella direzione.

   Ed oggi il Beaufortaine è una delle zone più equilibrate, più civili e più sviluppate dell’arco alpino. La sua storia, bene analizzata da Hugues de Varine, in “La Dynamique du Development Local. Le choix du Beaufortain” (Asdic, 2006), è esemplare. Quando nel 2005 i mondiali di sci furono assegnati a Bormio e all’Alta Valtellina, uno dei più influenti notabili di questa, un tempo, magnifica terra, lanciò lo slogan opposto: dobbiamo diventare come Rimini.

   Ed i mondiali di sci sono stati per l’Alta Valtellina più una sciagura che un vantaggio, salvo che per un pugno di persone che sono diventate ricche, grazie ai soldi in eccesso distribuiti e sperperati dalla Regione Lombardia, con danni incalcolabili al territorio e alla cultura civile locale.

   Per realizzare positivi processi di sviluppo nelle nostre Alpi si devono, dunque, incrociare quattro fattori: innanzi tutto nelle popolazioni alpine deve crescere lo spirito imprenditoriale, alimentato dall’orgoglio e dalla consapevolezza della propria centralità ed importanza e dall’amore per la propria cultura ed identità.

   Bisogna sconfiggere la mentalità perdente ed assistenziale, e, per i progetti di sviluppo, attrarre ed assoldare non relitti della politica locale ma persone del massimo livello professionale. Lo spirito imprenditoriale locale, poi, deve essere concretamente sostenuto dalle banche locali se e dove ci sono; e dove non ci sono, o sono state fuse nei grandi gruppi, è un vero guaio, perché il ruolo delle banche locali per sostenere la spinta imprenditoriale locale è assolutamente decisivo.

   A livello di governo (sia centrale che regionale) bisogna battersi per far nascere nei “reggitori” la consapevolezza che lo sviluppo non si crea con le manovre a livello globale, ma nasce sul territorio, nelle città, nei paesi, nei villaggi, dove milioni di persone si danno da fare, ogni mattina, per migliorare il proprio stato; se dovesse continuare la cultura di governo, supercentralista ed affossatrice di ogni spirito vitale, che ha caratterizzato il disastroso governo Monti, non c’è scampo per la montagna italiana, come non c’è scampo per l’Italia tutta.

   Bisogna seguire ed inserirsi sempre di più nelle politiche europee per la montagna, oggi rappresentate soprattutto dalla Convenzione delle Alpi, perché è in questa sede che ci si confronta, si cresce insieme, si coprogetta, si impara, si collabora; mentre sinora l’Italia ha quasi ignorato la Convenzione delle Alpi e la Lega l’ha apertamente boicottata, per ragioni di bassa bottega.
   Bisogna cambiare marcia e diventare protagonisti di questa utile istituzione europea.
Marco Vitale (Economista d’Impresa) www.marcovitale.it

…..

La Convenzione delle Alpi è un trattato internazionale sottoscritto dai Paesi alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Monaco, Slovenia e Svizzera) e dall’Unione Europea con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile e tutelare gli interessi della popolazione residente, tenendo conto delle complesse questioni ambientali, sociali, economiche e culturali.

http://www.alpconv.org/it/convention/protocols/default.html

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One thought on “Il GHIACCIAIO della MARMOLADA quest’anno in MINOR DIFFICOLTA’ – Precipitazioni abbondanti e temperature primaverili più fredde lo conservano – Ma è solo una SPERANZA di una RINASCITA: messaggio della natura per la MONTAGNA TUTTA che deve TORNARE A VALERE ecologicamente, nel paesaggio, nell’economia

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