PRIMAVERE ARABE irrealizzate che sfociano in GUERRE CIVILI: su sponde del Mediterraneo, diverse dalle nostre, ci si scontra e si muore – Nel cinismo consapevole di un Occidente in declino che non vuol intervenire nei massacri in SIRIA, negli scontri e violenze in EGITTO, e in ogni luogo dove si perpetuano violenze

EGITTO - IL CAIRO - 27 luglio 2013 - MANIFESTAZIONE A FAVORE DEL DEPOSTO PRESIDENTE MORSI
EGITTO – IL CAIRO – 27 luglio 2013 – MANIFESTAZIONE A FAVORE DEL DEPOSTO   PRESIDENTE MORSI

   “Il Risveglio arabo è un percorso fatto di scivoloni, passi indietro, aspirazioni che non riescono a organizzarsi, scontri intestini al mondo sunnita e sciita. Ma non è tramontato in un inverno siberiano”. Esortando l’Unione Europea e le opinioni pubbliche occidentali ad abbandonare le illusioni ingenue sui sommovimenti che hanno coinvolto il Nord Africa e il Medio Oriente dalla primavera 2011, la Ministra degli Esteri italiana Emma Bonino, con la dichiarazione sopra riportata, lancia un messaggio di speranza sulla fiducia nella possibilità dell’incontro tra Islam e Stato di diritto democratico. Ed è il nostro auspicio.

   L’Egitto è sull’orlo della guerra civile. Se non lo è già: in un mese sono stati uccisi 250 dimostranti, perlopiù della fazione favorevole al deposto presidente Morsi, deposto e imprigionato con un colpo di stato dell’esercito sollecitato dalla “piazza”, cioè quella “seconda rivoluzione” che si ritrova ancora una volta in piazza Taharir, dopo l’inizio della primavera egiziana del gennaio-febbraio 2011. Ma Morsi, il presidente ora deposto, era (è) stato eletto democraticamente…. I Fratelli musulmani, invisi a chi aveva dato inizio alla rivoluzione egiziana, avevano (hanno) democraticamente vinto le elezioni… questo a significare che i giovani, le realtà sociali che si sono ribellate ai vecchi regimi (non solo in Egitto, ma anche in Tunisia e un po’ in tutta l’area araba mediterranea…) non sono stati in grado di “andare al potere” attraverso libere elezioni, di trasformarsi in soggetto politico per gli elettori… e chi aveva un’organizzazione strutturata (i Fratelli musulmani) religioso-politica, sociale (perlopiù tradizionalista-integralista, sicuramente molto retrograda e niente a che vedere con lo spirito della “primavera”), ma ben radicata sul territorio, ha vinto facilmente….

Il nuovo numero di LIMES DEDICATO AL GOLPE IN EGITTO. Il sommario, alcune carte, qualche prima pagina, l'indice degli autori. In edicola, in libreria e su iPad da giovedì 1° agosto
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   E allora che si fa? Chi ha ragione? Ancora una volta resta da capire il dilemma della democrazia, il riconoscere il principio di “una testa un voto”, ma solo perché non c’è altra alternativa credibile (se non quella della dittatura), perché anche del principio della democrazia diffusa ci si trovano i limiti (e la situazione di inghippo, schizofrenia sociale, che si sta verificando in Egitto ora lo dimostra).

   Resta il fatto che, nel trasformarsi dell’idea bella e liberatoria delle primavere arabe, trasformate in GUERRA CIVILE nei singoli paesi (ora è in Siria, forse purtroppo in Egitto, ma in altri luoghi può accadere, in Nord Africa e nell’area araba mediterranea, come la Tunisia, Turchia, Iraq, Giordania, Algeria, Niger, Ciad; e poi Sudan, Sud Sudan e Yemen; per non parlare del Mali…), l’Europa e l’Occidente in genere stanno ancora una volta a guardare, ad agire o non agire in modo frammentato, senza alcun interesse e volontà di fermare la carneficina…

SIRIA – ALEPPO - Edifici e palazzi distrutti, interi quartieri civili ridotti in macerie. Le IMMAGINI SATELLITARI riprese tra settembre 2012 e maggio 2013 dall’American Association for the Advancement of Science (Aaas) e PUBBLICATE DA AMNESTY INTERNATIONAL mostrano l’orrore della GUERRA CIVILE IN SIRIA, da due anni ormai dilaniata dallo scontro tra ribelli e forze lealiste al regime di Bashar al Assad. A PAGARE LE CONSEGUENZE DEI BOMBARDAMENTI – la maggior parte dei quali condotti dalle forze governative contro aree controllate dai ribelli, ndr – SONO SOPRATTUTTO I CIVILI. Incalcolabile il numero dei feriti e di chi ha perso la vita durante gli attacchi, come sottolinea Amnesty. (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
SIRIA – ALEPPO – Edifici e palazzi distrutti, interi quartieri civili ridotti in macerie. Le IMMAGINI SATELLITARI riprese tra settembre 2012 e maggio 2013 dall’American Association for the Advancement of Science (Aaas) e PUBBLICATE DA AMNESTY INTERNATIONAL mostrano l’orrore della GUERRA CIVILE IN SIRIA, da due anni ormai dilaniata dallo scontro tra ribelli e forze lealiste al regime di Bashar al Assad. A PAGARE LE CONSEGUENZE DEI BOMBARDAMENTI – la maggior parte dei quali condotti dalle forze governative contro aree controllate dai ribelli, ndr – SONO SOPRATTUTTO I CIVILI. Incalcolabile il numero dei feriti e di chi ha perso la vita durante gli attacchi, come sottolinea Amnesty. (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Fa un certo senso che i viaggi turistici per l’Egitto proseguono più o meno inalterati, o quasi… e che ci sia la giusta preoccupazione del Ministero degli Esteri di tutelare i turisti che vanno in paesi in guerra civile, invitandoli a segnalarsi in un particolare sito (http://www.viaggiaresicuri.it/)… Tutto quasi nella normalità di un contesto dove il fatto che in alcune sponde del MARE NOSTRUM, del Mediterraneo, dove ci sono massacri e crisi gravissime che mettono a repentaglio la vita di bambini, anziani, donne, uomini… ebbene noi non siamo toccati dal problema; chiusi nei dilemmi politici, economici, personali della fase critica attuale (tutte cose vere e concrete, non vi è dubbio…).

   Ciò assomiglia molto alla crisi e guerra civile nei Balcani tra il 1991 e il 1995…. Vien quasi da dire che forse allora c’è stata una qualche attenzione, reazione, non nell’opinione pubblica, e men che meno nei governi europei, ma almeno in gruppi pacifisti, internazionalisti, che hanno prodotto forme di solidarietà e qualche tentativo di contrapposizione allo scontro, intermediazione agli schieramenti etnici nella ex jugoslavia che si stavano massacrando casa per casa. Ora neanche questo c’è. La situazione dei massacri in Siria, l’Egitto in bilico e nella violenza (85 milioni di persone…), altri paesi che stanno-possono “scoppiare”, fa dire che la situazione mediterranea deve vedere un intervento più concreto, decisivo, delle nostre autorità, delle nostre comunità e organizzazioni umanitaria, di noi tutti per quel che possiamo e dobbiamo fare, a fianco dei più deboli, di chi sta soccombendo. (sm)

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LE GUERRE CIVILI ARABE, COSÌ VICINE, COSÌ LONTANE

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 30/7/2013

   Abbiamo avuto una cosiddetta “guerra civile” durata anni a mezzora da qui, fino al 1995. Ora tocca a un’altra sponda mediterranea. Chi si attenterebbe a dire che sia la nostra “pace” il futuro ineluttabile del mondo, e non la violenza che abbiamo dirimpetto?

   L’Egitto è vicino: ventimila partenze alla settimana dall’Italia. Dopo le primavere, l’estate. Purché a segnare questo tempo non sia la guerra civile. La guerra civile è lenta, vuole durare, va contro la velocità fulminea dei nuovi armamenti, la rallenta e uccide a lungo. Fermarla diventa sempre più azzardato.
A meno che non ci sia qualcuno lungimirante e forte abbastanza da intervenire tempestivamente. Una polizia mondiale fa paura, ma un giorno l’idea di un mondo senza polizia sembrerà una follia. A questo punto l’omissione di soccorso per la Siria non viene solo dall’assuefazione, o dal cinismo: si poteva accusare la “comunità internazionale” all’inizio. Ora prevalgono la frustrazione e la sensazione di imprevedibilità. La guerra civile non è di necessità sociale, o lo è solo in parte. È etnica, tribale, nazionale, religiosa, politica, di clan – di sesso, meno dichiaratamente, più profondamente.

   La guerra civile, anche quella degli sgozzamenti, dei machete, dei linciaggi a mano libera, quella eterna degli stupri, si gonfia all’ombra dei superarmamenti, fino alla quintessenza nucleare. La cui potenza pretende di risiedere nell’impossibilità di usarla: che è il trionfo (provvisorio, per definizione) dell’umanità realizzata, creare qualcosa che non possa essere usato.

   Per risarcirsi, si è inventato che serva da deterrente, e che è grazie a lei che non ci sono state altre guerre “mondiali”: e in parte, per una parte di mondo, può esser vero; però una guerra mondiale diffusa, sparpagliata generosamente sul pianeta, c’è. Le guerre civili imperversano nei luoghi del petrolio e dei minerali, in Nigeria, in Congo, dove il colonialismo disegnò frontiere di fantasia che gli sono sopravvissute.
La distanza e la vicinanza sembrano anche loro svuotarsi e sentirsi al riparo dai pericoli antichi, nel pianeta globale. Che la guerra si avvicini alle frontiere, che se ne veda il sangue e se ne senta il tuono non è più la minaccia che tolga il sonno a chi sta in pace, perché il sangue di qualunque luogo della terra si vede a casa propria, si sente di qualunque luogo il tuono.

   Abbiamo avuto una cosiddetta “guerra civile” durata anni a mezzora da qui, fino al 1995, e le estati sull’Adriatico non ne vennero turbate. Dopo, l’Europa ha ricevuto il Nobel per la pace, eppure quella guerra era in Europa. Non se ne erano accorti. Ora tocca a un’altra sponda mediterranea, in un’altra stagione balneare: l’Egitto, 83 milioni.

   E ogni tanto di nuovo escono foto e articoli indignati su un bagnante morto di infarto, e sulla spiaggia continuano a giocare a palla. Strizza l’occhio la guerra, dirimpetto alla spiaggia dove giochiamo a palla. Le primavere passano e si mostrano culle di guerre civili. (Da tempo alcune erano scoppiate e avevano fatto strage, anticipando la nuova agenda: come in Algeria).

   Il fatto è che regimi “moderati”, cioè dittature mutate in dinastie, che hanno sostituito la geografia coloniale e, protette dal mondo ricco socio in affari, sono durate decenni, il tempo largo di incubare sotto la loro repressione forze opposte ed esplosive, nel momento della rottura: integrate al raìs caduto o cadente, o oppresse da lui e sue nemiche giurate. La Tunisia aveva illuso che il cambio avvenisse pacificamente, e che il congedo di un regime ne mostrasse l’isolamento e insediasse una dialettica democratica, tollerante, plurale.
La Libia ha mostrato quanto fosse vasta e irriducibile la contrapposizione di clan, clientele, tribù, partiti ideologici e religiosi, gruppi infeudati a interessi esterni e, certo non ultime, bande e potenze criminali. La Siria ha rotto definitivamente il giocattolo. Centomila morti, certificano le Nazioni Unite. Simili numeri  –  così al di là di una misura terribile ma ancora immaginabile, quella di un disastro ferroviario – vogliono dire solo l’enormità, l’orrore, e una viltà mista all’impotenza.

   In Egitto, un occhio partecipe ma non specialistico, non distingue più quale parte sia quella che nel telegiornale di stasera riempie la piazza Tahrir, rispetto a quella di ieri sera e di domani. In Turchia era appena successo. La guerra civile si annuncia in una forma quasi pura, distillata: la metà di qua, l’altra metà di là, e via al bagno di sangue.
Noi siamo giusto dall’altro lato del mare di mezzo. Che quella israelo-palestinese sia a suo modo una guerra civile è evidente: perché le guerre civili non si somigliano se non in questo, che non accettano i confini e non fanno conto degli arsenali militari. E sono implacabili.

   L’Africa ne è lacerata, nel XXI secolo come nel famigerato Novecento, e anche come nell’ultimo terzo del Novecento, dopo l’indipendenza delle colonie. (Dico “come” senza far conti di morti, che sono comunque milionari. Prendete il Congo, la cui guerra civile le riassume tutte, e specialmente quella di razzia). La guerra civile è sporca e modernissima.

   Si è gettata alle spalle la guerra di guerriglia, che segnò la resistenza partigiana, dalla Spagna di Goya fino alla rivoluzione cinese e alla ribellione del Terzo Mondo, e che attingeva la sua nobiltà dall’opposizione fra popolo e tiranni. Il mito fu ancora realtà a Cuba, in Vietnam, salvo portarsi in grembo despoti nuovi, o in Cecenia, prima della devastazione degli animi. Ora la lentezza  –  la “lunga durata” e il tempo rallentato delle attese e delle imboscate e delle ritirate, l’abnegazione delle vite – appartiene ad ambedue i fronti delle guerre civili, ammesso che siano solo due.
E appartiene ad ambedue (di più al regime che difende la propria sopravvivenza e si basa su una schiacciante superiorità di armi, almeno all’inizio) la cancellazione delle differenze fra combattenti e non combattenti, e di ogni convenzione di Ginevra, come ancora la Siria mostra impudente. Chi si attenterebbe a dire che sia la nostra “pace” il futuro ineluttabile del mondo, e non la violenza che abbiamo dirimpetto, che arrivasse a sbarcare da noi, non più su gommoni scalcagnati?
Postilla. Pronunciati a ridosso delle immagini del Cairo, i propositi di Enrico Letta rispondevano all’apocalittico rintocco di Grillo (“L’autunno è vicino, l’autunno è vicino…”): “Non vogliamo un autunno caldo ma di riconciliazione con la pubblica opinione, con i lavoratori, i giovani… Dobbiamo lavorare tutti per un autunno di riconciliazione”.

   Tutti chi, e perché quei propositi fanno un effetto spaesato? Certo, perché a dirli è il presidente di una coalizione malmaritata e “dettata dalla necessità”. La Politica esce di scena quando fa ingresso la Necessità. Ma c’è altro. C’è la questione del conflitto, di un conflitto che non sia devastante, e lo diventa quando sia troppo a lungo impedito  –  la pentola a pressione. I regimi arabi “moderati” hanno coperto a lungo le loro pentole.

   Erano puntellati da noi, quelli della pace, e però del petrolio, del canale di Suez, dei migranti insabbiati, di cui la pace si nutre. Anche da noi si fa appello alla rinuncia al conflitto. È come rinunciare alla pioggia oggi, per attirarsi la grandine domani, o dopodomani. Prima di vaticinare cose grosse come la guerra civile, e finché si resta sul terreno della parodia, meglio ricordare che distinzione e conflitto regolato nutrono la democrazia, e permettono di tagliare le unghie all’avidità – ché la buona volontà dei ricchi e le parole francescane dei papi non bastano. Non se le mangiano da soli, le unghie. (Adriano Sofri)

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CONTRORIVOLUZIONE D’EGITTO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 30/7/2013

   Per protestare basta la Piazza. Ma per rovesciare il regime devi conquistare il Palazzo. È la prima legge della rivoluzione, nota all’umanità fin dall’Egitto dei faraoni, eppure curiosamente dimenticata dagli aspiranti rivoluzionari dell’Egitto contemporaneo. Così la giovane e assai disparata marea di popolo che tra gennaio e febbraio 2011 costrinse il “faraone” Mubarak alla resa, grazie al decisivo intervento delle Forze armate, non seppe prendere il potere.

   Ne profittarono, dopo qualche esitazione, i Fratelli musulmani (ikhwan), unica vera organizzazione di massa del paese. Dapprima in precaria intesa con i militari, garanti dello Stato profondo – da noi si chiamano “poteri forti”, in Egitto lo sono davvero – poi in solitario, dunque in contrapposizione al vecchio establishment (i mubarakiani senza Mubarak) e ai dilettanti della più recente ondata rivoluzionaria (aprile-giugno 2013). I quali, incapaci di percorrere con le urne o con la forza l’ultimo, decisivo miglio dalla Piazza al Palazzo, s’affidarono ancora una volta alle baionette del glorioso esercito nazionale. Invitarono lo Stato a fare un colpo di Stato, offrendosi di legittimarlo.

   Mentre nel mondo si discettava intorno al carattere di tale intervento, sul terreno si scriveva la parola fine al primo esperimento democratico nel più fiero e popoloso dei paesi arabi. Risultato provvisorio, a due anni e mezzo dallo scoppio della “primavera araba”: vince lo Stato profondo, perdono gli ikhwan, ai rivoluzionari resta l’amaro sapore dell’incompiuta e la fondata sensazione di essere stati usati e gettati dai militari oggi come dai Fratelli ieri.

   Mentre sulla scena egiziana si stagliano le ombre di nuovi protagonisti – i salafiti, versione ultraconservatrice dell’islam politico – e di vecchi fantasmi – i jihadisti in armi, che stanno trasformando il Sinai nell’ennesimo poligono di sperimentazione della guerra santa per il califfato. Quanto al contesto macroregionale, la controrivoluzione pilotata dalle petromonarchie del Golfo segna in Egitto un fondamentale punto a favore, riaffermando la primazia saudita e riportando l’emirato qatarino alla realtà della propria taglia.

   Sul piano globale, infine, conferma che il vuoto geopolitico creato nel Mediterraneo allargato dal disimpegno astrategico di Obama – quasi che l’ossessione per la Cina emancipasse Washington dalle sue responsabilità nel resto del pianeta- ha il suo prezzo. Nel caso, la totale perdita di credibilità in Egitto. Divisi su tutto, gli egiziani d’ogni fazione condividono oggi il disprezzo per gli Stati Uniti. La logica di Obama può essere contestata. Ma è una logica.

   Del tutto illogico l’approccio – o il non-approccio – degli europei allo tsunami arabo-mediterraneo e agli spasmi della “primavera” egiziana. Sempre in rigoroso ordine sparso. Dalle pulsioni paracoloniali di Francia e Gran Bretagna in Libia ieri e in Siria oggi, con esiti comunque disastrosi, alla neghittosa indifferenza della Germania – dietro cui fa capolino una dose di Schadenfreude per le disavventure del partner renano, al classico codismo nostrano, sempre a caccia di strapuntini sui vagoni “alleati”, con profusione di autodafé atlantici non richiesti né apprezzati da alcuno.

   Attorno a noi, tutto il Mediterraneo è in crisi o in fiamme. Eppure, non ne sembriamo angosciati. Forse perché impegnati a preservare il primato di unico paese euromediterraneo ancora immune dalla rivolta sociale o politica, quasi dolce ci fosse naufragare in questo mare.

   Chiamiamola Pax Italica. Sarebbe azzardato statuire l’affermazione definitiva della controrivoluzione. Le dinamiche sociali e culturali all’origine delle “primavere” restano tutte.

   Le autocrazie fondate sulla rendita energetica affrontano pressioni demografiche che stanno consumando le basi di quel modello economico e politico di successo. Il trono saudita è semivacante, con il re morente e il delfino che non scoppia di salute. Mentre l’elezione di Hassan Rohani alla presidenza della Repubblica Islamica potrebbe rimettere in movimento il pianeta Iran. L’Oriente vicino non finirà di stupirci. (Lucio Caracciolo)

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Le mappe di LIMES – rivista italiana di geopolitica

A CHE PUNTO È LA PRIMAVERA ARABA?

La carta fotografa la situazione in Medio Oriente e Nord Africa.

Sono in evidenza: l’Egitto, dove si è verificato un colpo di Stato militare; la Tunisia dove è in corso la transizione; i paesi a instabilità latente tra cui Turchia, Iraq, Giordania, Algeria, Niger e Ciad (in giallo senape); quelli in cui ci sono scontri violenti (Sudan, Sud Sudan e Yemen); il Mali in cui c’è un rischio secessione ed è in corso la guerra al terrore; la guerra civile siriana (in rosa); l’Iran a rischio guerra (in viola) e il Marocco (in azzurro), dove le proteste sono accompagnate da tentativi di riforma della costituzione.

Le frecce in nero illustrano i flussi di rifugiati dalla Libia, mentre l’ellisse color giallo mostra l’instabilità caucaso-caspica.

I numeri riportati all’interno dei confini di ciascuno Stato – o nel riquadro in alto a destra per alcuni paesi – indicano il pil procapite in dollari Usa (all’interno del cerchio verde) e la percentuale della popolazione sotto i 25 anni.

La carta descrive inoltre la composizione del Consiglio di cooperazione del Golfo e i paesi invitati a farne parte.

In evidenza anche la guerra afghana, il Pakistan in bilico e le basi Usa in Medio Oriente.

La carta, infine, segnala alcune dinamiche in corso sulla sponda Nord del Mediterraneo: Grecia e Cipro in bancarotta di fatto, il Portogallo e la Spagna a rischio default, l’Italia nella spirale recessiva e l’alto rischio d’insolvenza bancaria della Francia.

Per approfondire: Egitto, rivoluzione usa e getta

(7/08/2013)

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LE MANIFESTAZIONI IN TUNISIA

da www.ilpost.it/ del 4/8/2013

   Alcune decine di migliaia di persone hanno manifestato sabato 3 agosto a Tunisi a favore del governo e contro la possibilità di un colpo di stato simile a quello avvenuto in Egitto. Secondo alcuni membri del partito islamico moderato Ennahda, il principale sostenitore del governo, i manifestanti erano almeno 150 mila. I corrispondenti dell’agenzia di stampa Reuters dicono che la Tunisia sta attraversando la crisi politica peggiore dalla rivoluzione del gennaio 2011, che portò alla fuga del dittatore Zine El Abidine Ben Ali.

MANIFESTAZIONE FILO-GOVERNATIVA IN TUNISIA (da WWW. ILPOST.IT)
MANIFESTAZIONE FILO-GOVERNATIVA IN TUNISIA (da WWW. ILPOST.IT)

   La manifestazione di ieri è stata convocata in risposta a una serie di proteste organizzate dall’opposizione, che si è radunata in questi giorni per chiedere le dimissioni del governo. L’opposizione ha promesso di ritornare in piazza domenica 4 e mercoledì 6 agosto per ricordare Chokri Belaid, uno dei leader dell’opposizione ucciso sei mesi fa, il 7 febbraio 2013.

   I sostenitori del governo hanno cantato slogan come “No al colpo di stato, sì alle elezioni”, un riferimento al colpo di stato con cui a luglio il presidente egiziano Mohamed Morsi è stato deposto dall’esercito. Il leader del partito Ennahda Rachid Ghannouchi, parlando durante la manifestazione, ha detto: «La controrivoluzione non vincerà».

CHOKRI BELAID, uno dei leader TUNISINI dell’opposizione ucciso sei mesi fa, il 7 febbraio 2013 (da IL POST.IT)
CHOKRI BELAID, uno dei leader TUNISINI dell’opposizione ucciso sei mesi fa, il 7 febbraio 2013 (da IL POST.IT)

   Dall’inizio dell’anno due politici dell’opposizione liberale sono stati uccisi e in molti hanno accusato Ennhada di non fare abbastanza per limitare la violenza nel paese. Il governo è stato criticato per aver cercato di limitare la libertà di espressione, come nel caso del rapper Ala Yaacoub arrestato il 25 luglio.

Il governo e Ennhada non hanno avuto problemi soltanto con i laici. Alcuni degli scontri più violenti degli ultimi mesi sono avvenuti tra il governo e gli estremisti di Ansar al Sharia: a maggio ci sono stati scontri in tutto il paese dopo che il governo aveva vietato il congresso del movimento per motivi di ordine pubblico.

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EGITTO DIVISO NEL GIORNO DELL’EID AL-FITR. MIGLIAIA IN PIAZZA AL CAIRO, DOVE RESTA ALTA LA TENSIONE

da Euronews, 8/8/2013

   Nel giorno della festa che segna la fine del Ramadan, resta alta la tensione in Egitto. Migliaia di sostenitori di Morsi hanno celebrato l’Eid al-Fitr nelle piazze Rabaa e Nahda al Cairo, divenute simboli della protesta contro la destituzione del presidente eletto poco piu’ di un anno fa.

   Nonostante l’attuale governo abbia deciso di sgombrare le piazze anche con la forza, i leader dei Fratelli Musulmani non cedono, come conferma un alto rappresentante, Mohammed el-Beltagy: “La rivoluzione andrà avanti. Chi pensava che sarebbe finita dopo il Ramadan si è sbagliato”.

   Le violenze tra le due parti a margine delle manifestazioni hanno già causato oltre 250 morti da fine giugno.

   Il Cairo è l’emblema di un Egitto diviso: piazza Tahrir, dove si sono radunati gli anti-Morsi, è il teatro di quella alcuni chiamano “seconda rivoluzione” dopo quella che portò alla caduta di Mubarak. “Sono molto triste per ciò che sta accadendo in Egitto – dice un manifestante, Medhat Abdel Moneam -. Oggi è la festa dell’Eid e il popolo egiziano è diviso in due. Ed è un peccato perché siamo tutti musulmani”.

   E mentre gli imam invitano al dialogo, la presidenza ad interim, che vorrebbe completare la transizione entro l’inizio del 2014, accusa i Fratelli musulmani di aver fatto fallire i tentativi della diplomazia di risolvere la crisi. Da parte loro gli islamisti continuano a parlare di “colpo di stato”.

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SIRIA: L’ORRORE DELLA GUERRA NELLE IMMAGINI DEL SATELLITE

di Alberto Sofia – 08/08/2013 – dal sito WWW.GIORNALETTISMO.COM

– Devastato il sito storico di Aleppo: a pagarne le conseguenze è soprattuto la popolazione civile –

siria

 Edifici e palazzi distrutti, interi quartieri civili ridotti in macerie. Le immagini satellitari riprese tra settembre 2012 e maggio 2013 dall’American Association for the Advancement of Science (Aaas) e pubblicate da Amnesty International mostrano l’orrore della guerra civile in Siria, da due anni ormai dilaniata dallo scontro tra ribelli e forze lealiste al regime di Bashar al Assad. A pagare le conseguenze dei bombardamenti – la maggior parte dei quali condotti dalle forze governative contro aree controllate dai ribelli, ndr – sono soprattutto i civili. Incalcolabile il numero dei feriti e di chi ha perso la vita durante gli attacchi, come sottolinea Amnesty.

LA SIRIA DEVASTATA DALLA GUERRA – Le immagini satellitari mostrano la distruzione nella città di Aleppo, la città patrimonio dell’Unesco che si trova al nord-ovest della Siria e che ormai da mesi è il terreno di pesanti scontri tra le forze lealiste e i ribelli. Entrambe si contendono e si dividono la città, ma nessuno sembra ancora in grado di prevalere sull’altra. Tre sono i quartieri di Aleppo – Tariq al-Bab, Ard al-Hamra e Jabal Badro, ndr – mostrati prima e dopo i bombardamenti, effettuati attraverso l’utilizzo di missili balistici. Come spiega Liberation, la relazione dell’Aaas conferma poi la distruzione parziale o totale di almeno dieci edifici storici, compreso l’antico Suq al-Madina e la Grande Moschea degli Omayyadi. In particolare, se si analizzano gli attacchi condotti dal regime tra il 18 e il 22 febbraio 2013, si può poi evidenziare l’alto prezzo pagato in termini di vite umane, a causa dei combattimenti. Oltre 160 sono state le vittime, centinaia i feriti, così come i senza tetto, quest’ultimi a causa delle decine di abitazioni rase al suolo.

L’ORRORE DI ALEPPO -Aleppo, che rappresentava prima della guerra civile il cuore del Paese siriano – essendo la città più popolosa, oltre che il principale centro commerciale – risulta oggi completamente sconvolta dal conflitto. Ormai “completamente devastata”, con metà della sua popolazione fuggita dopo i continui bombardamenti del regime. Chi resta intrappolato in città “si trova sotto il fuoco e in stato d’assedio, in condizioni umanitarie disperate”, ha spiegato Amnesty International nel suo rapporto. L’organizzazione attacca l’attendismo della comunità internazionale: “Le immagini confermano le gravi violazioni del diritto internazionale ad Aleppo, diretta conseguenza della paralisi e del ritardo nel condannare questi crimini e deferire la situazione della Siria alla Corte penale internazionale”, si legge. Per Amnesty le immagini non sono nient’altro che le drammatiche “istantanee di una popolazione sottoposta a un assedio brutale”, documentato ormai da tempo. Ben sei milioni sono le persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni in Siria per evitare di restare vittime dei bombardamenti: ”Molte di queste, ben 4.250.000, si trovano ancora nel Paese, dato che decine di migliaia di profughi interni hanno trovato riparo in campi improvvisati, sorti nei pressi del confine con la Turchia”. Questo perché nell’autunno dello scorso anno il governo turco ha di fatto chiuso le frontiere ai rifugiati provenienti dal confine siriano.

Aaas ed Amnesty hanno poi sottolineato come in tutto il centro di Aleppo si siano moltiplicati i posti di blocco delle fazioni contendenti, che sono passati in poco tempo da 400 a mille circa.

IL PRESUNTO ATTACCO AD ASSAD – Intanto, la tv di Stato siriana ha mandato in onda alcune immagini che ritraggono il presidente Bashar al Assad mentre partecipa ad un momento di preghiera nella moschea Anas bin Malik, nel cuore di Damasco, all’interno del quartiere di al-Malki (lo stesso della residenza ufficiale del presidente siriano, ndr). Sono le celebrazioni della festività musulmana di Eid al-Fitr, con le quali si segna la fine del Ramadan. Bashar al Assad viene mostrato insieme a grand muftì: si tratta per lui della terza apparizione pubblica in poco più di una settimana. Con il filmato Assad ha voluto così smentire, seppur in modo indiretto, le rivendicazioni di alcune fazioni jihadiste dell’opposizione armata, compresa la Brigata di Liberazione al-Sham e quella Liwa al-Islam. I due gruppi avevano sostenuto di aver attaccato il corteo motorizzato lungo il tragitto, del quale avrebbero conosciuto in anticipo il percorso. ”L’attacco ha scosso il regime, anche se Assad non è stato colpito”, aveva spiegato alla Reuters un militante del gruppo jihadista da una località sconosciuta nella capitale. “Ci sono stati due cortei, uno dove era presente Assad e un altro che faceva da esca. Abbiamo mirato quello corretto”, ha aggiunto. Al contrario, il regime ha negato tutto: ”La notizia è completamente falsa”, ha concluso il ministro dell’Informazione Omran Zoabi. Fino alla messa in onda delle immagini della moschea, dove Assad appare illeso.

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RIFORMA BATTE RIVOLUZIONE: LA CINA, L’EGITTO E LA LEZIONE DEI GELSOMINI

di FRANCESCO SISCI, 8/8/2013, da LIMES, rivista italiana di geopolitica

(http://temi.repubblica.it/limes/ )

– Il fallimento delle rivolte in Egitto, Siria e Libia insegna che i problemi endemici non si risolvono solo con lo stravolgimento del politico e sociale. La Cina lo sa bene. La confusione degli Usa è un pericolo per tutti –

   A due anni dall’inizio delle rivoluzioni dei gelsomini, in Medio Oriente siamo tornati al punto di partenza. La maggior parte dei paesi – a partire dall’Egitto – sta instaurando nuovamente qualche forma di dittatura o di regime autoritario, mentre altri che erano (o sono ancora) formalmente esempi di Stati canaglia sono completamente collassati o in preda alla guerra civile a bassa o alta intensità, come la Libia o la Siria. Altri che si presumeva portassero stabilità nella regione – come la Turchia – sono stati contaminati dalla rivoluzione.

   Sembrava che le popolazioni di questi paesi desiderassero uno stravolgimento politico per porre rimedio alla mancanza di una direzione economica. Il problema in Egitto e Siria era che i rispettivi apparati istituzionali ed economici stavano collassando. Le rivolte dei gelsomini non hanno fermato questo processo o migliorato la situazione in alcun modo; abbattere i vecchi sistemi politici ha peggiorato le cose sia sul piano sociale sia su quello economico.

   La Cina, che due anni fa si pensava potesse subire il contagio dei gelsomini, può dire che le è andata molto meglio senza una rivoluzione, sia essa dei gelsomini, arancione, rossa o blu (ho trattato questo argomento e il tragico epilogo della rivolta dei gelsomini due anni fa in “La Cina e le lezioni di Piazza Tahrir“). Le rivoluzioni non sono la risposta a problemi sistemici; anzi si potrebbe dire che il popolo egiziano, libico e siriano forse sarebbero stati molto meglio se i regimi locali avessero stroncato le rivoluzioni.

   Se l’ex leader supremo dell’Egitto Hosni Mubarak avesse fermato le proteste e attuato le necessarie riforme economiche e politiche, il paese adesso probabilmente starebbe meglio. Certamente il problema, che è anche l’aspetto tragico del Medio Oriente, è che Mubarak – come Bashar al-Asad in Siria – voleva solo fermare le proteste senza porre in essere dei cambiamenti. Questa è una lezione per la Cina: le rivoluzioni da sole non risolvono i problemi, le riforme si. Ciò per i cinesi è ancor più vero quando guardano al proprio passato. Se i nazionalisti di Chiang Kai Shek avessero represso i comunisti e portato avanti delle riforme nella Cina continentale – come hanno fatto a Taiwan dove arrivarono nel 1949 – il paese avrebbe evitato trent’anni di depressione sotto la guida di Mao.

   Eppure il fallimento delle rivolte dei gelsomini fa venire a Pechino dei forti dubbi riguardo l’amore ritrovato degli Usa per le rivoluzioni. È come se la caduta del comunismo avesse tolto un peso dalle spalle dell’America rivoluzionaria. All’epoca della Guerra Fredda rivoluzione era sinonimo di Unione Sovietica e gli Stati Uniti dovevano essere a favore della repressione o controrivoluzionari. Dalla caduta dell’Urss in poi nessun altro paese ha voluto portare avanti alcun tipo di rivoluzione.

   La Cina, malgrado la spilletta comunista sul bavero, è aspramente contro ogni forma di agitazione che potrebbe cambiare lo status quo. D’altra parte gli asiatici e i cinesi in particolare hanno vissuto all’ombra delle rivoluzioni comuniste per quarant’anni e temono che una nuova rivoluzione possa compromettere il loro stile di vita e i progressi economici fatti fino ad ora.

   Pertanto, qual è lo scopo del sostegno statunitense alle rivoluzioni nel Medio Oriente? Una risposta potrebbe essere che gli Usa pensino sinceramente che con esse la situazione possa migliorare. Ci sono i motivi per crederlo: i governi precedenti non avevano intenzione di attuare nessuna riforma in questi paesi, persino quando le riforme erano amaramente necessarie. Quindi non restava che fare la rivoluzione.

   Eppure il fallimento di tali tentativi dovrebbe far riflettere profondamente gli Usa su quale strategia possa essere portata avanti in un certo paese per promuovere le riforme senza violenza o rivolte. Inoltre, le rivoluzioni dei gelsomini lasceranno un’eredità duratura al Medio Oriente. I paesi in questione vivranno nel caos per molti anni. La Libia e la Siria potrebbero impantanarsi in qualche forma di guerra civile per un decennio. L’Egitto potrebbe trascinarsi avanti con i suoi gravi problemi economici e le sue paralizzate strutture sociali e politiche per un periodo anche più lungo. In questa situazione, gli Stati Uniti, dipendenti dalle importazioni di petrolio e gas provenienti dal Medio Oriente, in passato sarebbero stati profondamente preoccupati.

   Ora invece la possibilità che gli Usa diventino indipendenti energeticamente entro i prossimi 4-5 anni grazie allo shale gas fa sì che il caos nella regione diventi un’eredità tossica lasciata ai cinesi, che hanno sempre più bisogno degli idrocarburi provenienti da questa parte del mondo. Inoltre con l’introduzione del petrolio e del gas da scisti bituminosi statunitensi il prezzo di estrazione di quelli convenzionali in Russia potrebbe diventare pericolosamente alto rispetto alle esportazioni dal Medio Oriente; l’ex Urss si troverebbe in un vicolo cieco. Se la situazione nel quadrante mediorientale si pacificasse, il petrolio russo potrebbe essere troppo costoso per essere estratto ed esportato. Pertanto Mosca vuole mantenere tesa la situazione nella regione, affinché i costi di estrazione siano alti e gli idrocarburi russi competitivi.

   Tutto ciò potrebbe convenire agli Usa, dato che Russia e Cina si troverebbero l’una contro l’altra; tuttavia, questa situazione potrebbe curiosamente portare anche a una convergenza tra gli interessi di Pechino e quelli dell’Europa, che dipende dalle importazioni di petrolio mediorientale e intende tenerne basso il prezzo. L’avvicinamento tra Cina e Ue per stabilizzare il Medio Oriente servirebbe anche per contenere il loro comune vicino, la Russia.

   In questa situazione, che potrebbe palesarsi nel periodo in cui gli Usa sceglieranno il loro prossimo presidente, cosa farà Washington? Come abbiamo visto la strategia del Pivot to Asia sta fallendo, la politica più che decennale di Bush e Obama in Medio Oriente sta cadendo a pezzi e la scoperta dello shale oil e dello shale gas potrebbe spingere gli Usa a una politica più isolazionista. Tuttavia non è possibile pensare che dopo ottant’anni di intervento militante nel mondo, Washington decida semplicemente di ritirarsi.

   Ora più che mai gli Stati Uniti dovrebbero pensare a cosa vogliono oltre a essere il confuso spettatore della crescita dell’Estremo Oriente. Fino a oggi, il prudente approccio della Cina nelle proprie linee di condotta e in quelle verso il Medio Oriente – per mezzo secolo campo di battaglia di nuove idee e di politiche estere – si è dimostrato più sensato. Tuttavia è una magra consolazione per il mondo, dato che gli Usa sono e saranno la prima potenza mondiale negli anni a venire.

   Un leader globale confuso è estremamente pericoloso per tutti. La Cina non è felice se il leader e il modello di sviluppo a cui fa riferimento fallisce. Senza gli Stati Uniti alla guida, Pechino è più sola; non avere un modello di riferimento è molto rischioso per un paese che si trova ancora in una fase di transizione. (FRANCESCO SISCI, 8/8/2013, da LIMES)

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LA FACCIA FEROCE DELL’EUROPA

intervista di Monica Di Sisto a Samir Aita, 31/7/2013, DA http://comune-info.net/

   Critica i regimi islamici, ma li finanzia per anni, ostacolando il cammino delle forze democratiche nei Paesi arabi. Si finge caritatevole e si infiamma per la Primavera araba, e poi stringe a comando i cordoni della borsa costringendo i Paesi insorti a svendere il proprio settore bancario, e spalancare i mercati a merci e servizi europei, trascinando milioni di lavoratori al nero o alla disoccupazione. L’Europa politica che mi racconta l’economista siriano Samir Aita, responsabile dell’edizione araba di Le Monde Diplomatique invitato dall’ong italiana Un Ponte Per per degli incontri in Italia, è una trappola infernale per chi la abita e per chi ci incappa. L’unica soluzione? Stringerci intorno al Mediterraneo, unire le forze e uscire fuori dalla crisi insieme.

Com’è la globalizzazione economica vista dalla Sponda sud del Mediterraneo?

Tutto il mondo, non solo i Paesi arabi, lavora all’interno di un sistema che è caratterizzato da due-tre elementi. Innanzitutto l’apertura preconcetta alla globalizzazione senza la previsione di misure di salvaguardia. Ad esempio, la maggior parte degli accordi di liberalizzazione proposti dall’Europa o dagli Stati uniti ai paesi partner non prevedono paracadute contro gli impatti negativi delle liberalizzazioni o compensazioni per la popolazione. Dal Marocco, alla Tunisia, all’Egitto, la maggior parte di questi accordi hanno danneggiato il capitale nazionale. La Siria, ad esempio, ha perso due terzi degli investimenti esteri. In Siria, mi direte, c’è stata una guerra civile che dura da anni. L’Egitto, però, cosa singolare solo in apparenza, senza guerra civile e prima delle sollevazioni recenti ne ha persi altrettanti, perché la maggior parte degli investitori attratti dagli accordi di liberalizzazione erano speculatori che operavano nel mercato finanziario. L’apertura commerciale, nei fatti, ha reso l’Egitto vulnerabile alle dinamiche esterne e lo ha destabilizzato.

Altre peculiarità di questa trappola?

La seconda caratteristica del sistema attuale è che fa fallire quasi ovunque una prospettiva sostenibile di industrializzazione. Se si paragonano la vitalità del settore industriale e manifatturiero precedente all’apertura commerciale e quella successiva, è chiaro che, in Tunisia, come nei Paesi, circostanti si è stati ridotti alla componentistica, relegati a ruoli marginali nelle filiere globali, senza alcun controllo o possibilità di capitalizzazione. L’unico Paese che è stato in grado di creare una multinazionale nell’area è stato l’Egitto, ma, cosa buffa, gli imprenditori coinvolti, dopo aver usato fondi pubblici per crescere e consolidarsi, hanno venduto tutto alla vigilia dei primi moti della Primavera araba. Diversa è l’economia dei Paesi del Golfo, che hanno un assetto del tutto separato rispetto agli altri Paesi arabi. L’unico flusso di scambio che esiste tra i Paesi del Golfo e il resto dei Paesi arabi è quello delle rimesse dei lavoratori arabi migrati nel Golfo, che rappresentano la principale misura di sicurezza sociale dell’area perché arrivano direttamente nei territori e incidono sulle condizioni di vita delle persone concretamente, senza dispersioni.

I Paesi del Golfo, in realtà, negli anni Settanta avevano messo in campo dei fondi di aiuto allo sviluppo nei confronti dei Paesi del Mediterraneo: l’Egitto, ad esempio, riceveva tra 1 e 2 miliardi di dollari di aiuti a fondo perduto, oggi sta negoziando con il Qatar un prestito da 3 miliardi di dollari, che dovranno rendere con 500 milioni di interessi, fissati al 3,5% che in quei Paesi è un crimine. Il patto sociale è rotto, l’economia è in ginocchio, hai bisogno di sostegno, del rilancio del tuo sistema, cosa che non puoi ottenere nemmeno dai Paesi del Golfo senza dover dare in cambio qualcos’altro, magari in termini di controllo politico, tema molto pericoloso. I fondi sovrani dei Paesi del Golfo saranno tra pochi anni di dimensioni comparabili ai fondi pensione degli Stati uniti, e come verranno indirizzati è un tema cui prestare attenzione.

Rileva altri tratti comuni?

La terza caratteristica del nostro sistema è la scomparsa, o quasi, della nozione del lavoro salariato. Se pensiamo al periodo post-indipendenza, il compito che i governi si davano era quello di garantire l’istruzione per tutti, la sanità e altre misure di welfare. Ora, invece, a seguito degli aggiustamenti strutturali operati nell’area, la maggior parte della spesa pubblica dei Paesi del Mediterraneo è stata dirottata altrove e, non avendo più garanzia di risposta ai bisogni di base, la maggior parte delle persone è disposta e costretta ad accettare ogni tipo di lavoro ingrossando le fila dei lavoratori informali. Questo porterà interi sistemi Paese al collasso, anche rispetto al concetto di cittadinanza, considerato che nessuna dimensione pubblica si occupa delle tue condizioni e quindi tu sei escluso di fatto da questa appartenenza.

Come si riflettono queste caratteristiche sul progetto di creazione di un area di libero scambio tra Europa e Mediterraneo, che da molti anni Bruxelles spinge strenuamente?

Questi fattori erano ben noti nel 1995, quando entrò in vigore l’Accordo di Barcellona che prefigurava un’integrazione progressiva dell’area euro-mediterranea. Nulla è stato fatto e nessun impegno mantenuto da parte europea sul piano della cooperazione, del sostegno ai Governi dei Paesi della sponda Sud, del loro accesso al mercato europeo e globale. Non che quei governi fossero l’optimum, c’era sicuramente tanta corruzione, ma la condizione è comune al resto dell’Europa dove c’è sia la corruzione, il nepotismo, e da dove spesso partivano e partono i flussi di denaro corruttore. I Paesi dell’area Mediterranea, dunque, non sono mai stati accompagnati all’integrazione, come previsto, come un’area unica, ma sono stati frammentati, e così indeboliti, in rapporti face-to-face. La maggior parte degli accordi commerciali previsti in questa cornice sono stati negoziati dall’Europa unita contro ciascuno di essi, senza considerare l’impatto delle misure assunte su un’eventuale futura integrazione. Al contrario, per Paesi tanto simili come quelli della sponda Sud del Mediterraneo, sarebbe stato più utile commerciare innanzitutto tra loro, considerando la loro omogeneità, complementarietà, pari livello di forza produttiva e commerciale. A confronto con l’Europa, al contrario, con le loro grandi lobby e gruppi, questi Paesi sono rimasti schiacciati a funzioni marginali, le loro industrie chiuse o relegate a bassa fornitura, i mercati invasi da prodotti europei, fortemente sussidiati e per questo più economici. Il disastro, insomma.

Anche al sistema finanziario locale non è andata meglio di così?

Tutti i gruppi bancari dell’ area sono stati svenduti a gruppi europei. Questo significa che tu non hai alcuno strumento in mano per sostenere concretamente le tue politiche, siano esse le più innovative e positive che si possano immaginare. Tunisia, Marocco e Egitto non erano pronti a proteggersi da tutto questo. Questa è una delle ragioni, a mio avviso, del fatto che ai Paesi della Primavera arabi sono stati assicurati davvero pochi fondi d’aiuto per la ripresa, da parte dell’Europa: per costringerli a concessioni ancora più pesanti di quelle passate. Questo è drammatico, ed è un calcolo pericoloso. Certo: i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo non hanno la stessa crescita demografica di vent’anni fa, ma i loro abitanti sono in gran parte giovani, la dimensione della popolazione è pari a quella europea, e questo significa potere. I nostri giovani ascoltano la stampa internazionale e si faranno le loro opinioni se è vero quello che sostiene un professore di Stanford e cioè che i Paesi arabi sono più democratici a livello mediatico di quelli europei. Per attitudine i giovani arabi, anche se coltivano delle preferenze, sono portati a confrontare le opinioni espresse da più fonti d’informazione. Questo è sano ed è il sale della democrazia. Apre la mente. Saranno più pronti a svegliarsi e a capire che l’Europa, anche quando mostra il suo volto più caritatevole, dal punto di vista economico e politico li sta assalendo. Questo non gioverà certo alle relazioni con i Paesi europei più prossimi come il suo.

Quale potrebbe essere una soluzione concreta da proporre per uscire dall’instabilità attuale?

Penso a un vero Piano Marshall che si confronti con il futuro dei Paesi del Sud dell’Europa insieme a quello dei Paesi vicini oltre il Mediterraneo. Non credo che esso salverebbe esclusivamente i Paesi arabi, ma in primo luogo quelli dell’Europa meridionale. Il Piano Marshall originario si focalizzava sul salvataggio dell’industria e della manifattura statunitense, perché la gran parte di essa era stata concentrata sull’economia di guerra e non si sapeva più che farsene al termine del secondo conflitto mondiale. Gli Usa hanno sostenuto i Paesi distrutti vendendo loro i propri prodotti a metà prezzo, generando così economie importanti anche per la ripresa e la riconversione dei propri impianti. Qui non è così semplice, certo, perché la mentalità è diversa. L’Europa è spaventata dall’Islam, e ciò dimostra che la gente crea problemi dove non ci sono. Pensiamo, ad esempio, all’aspro conflitto sulla pesca che esiste tra Spagna e Marocco. E’ stupido visto che, poi, i lavoratori marocchini sono costretti a trovare impiego nelle aziende agricole spagnole. Si potrebbe mettere in campo un piano di cooperazione sulla pesca tra le due sponde del Mediterraneo che aiuti la Spagna ad uscire dalla sua crisi e il Marocco ad arrivare da qualche parte. E’ buffo, ad esempio, che tutti abbiano paura dei flussi di lavoratori migranti che arrivano in Europa, mentre, ad esempio, la Tunisia ha accolto durante la guerra in Libia ben 400mila profughi, un milione in alcuni momenti senza aiuti esteri, reti di welfare, mentre le regole di Schengen sono state sospese perché 2mila tunisini sono entrati in Europa? E’ ridicolo! L’umanità non esiste nel cuore dell’Europa, resiste a Sud del Mediterraneo. La Siria ha accolto 1,5 milioni di iracheni durante la Guerra civile, un decimo della sua popolazione. Quale Paese europeo ha mai vissuto questo? Questa chiusura, questa politica della cultura, contraria all’accoglienza, mostra che nessun politico europeo in questo momento è in grado di prendere delle decisioni adeguate per il bene dell’Europa stessa, per un futuro di pace e stabilità con i propri vicini. Tradizionalmente l’Europa nei Paesi arabi ha sempre sostenuto i regimi islamici e messo sotto pressione i partiti democratici, nonostante abbiano sempre criticato l’influenza dell’Islam nei nostri Paesi. L’Europa si dimostra spaventata della democrazia nei Paesi arabi, è questa la realtà. E’ da qui che dobbiamo partire, e bloccare le liberalizzazioni commerciali se ci ostacolano in un riequilibrio delle forze in campo.

Che cosa è possibile fare ora, anche come società civile, se i governi di transizione stanno accettando di negoziare con l’Europa dei nuovi accordi commerciali, i DCFTAs, ancora più ampi ed estremi di quelli che hanno contribuito a portare i Paesi arabi alle difficoltà d’oggi?

Non so se i negoziati possano davvero avanzare, viste le difficoltà del momento, la fragilità di questi Governi. Ad ogni modo bisogna partire dai problemi concreti: il mercato del lavoro, ad esempio, poi le politiche industriali e quelle dei servizi. Bisogna chiedersi e chiedere alla politica se gli accordi servono a far trovare a questi Paesi un proprio posto nel mondo globalizzato, e quale. Se questo non ci soddisfa dobbiamo rimandarli al mittente. E aiutare i Paesi arabi, in transizione, fortemente indebitati, a trovare un proprio equilibrio e le proprie risposte all’interno dei propri Paesi e mercati. La maggior parte di essi ha un’entrata fiscale esigua, perché la maggior parte dei lavoratori è informale e non contribuisce. Le free zones di produzione per l’esportazione sono tax free e dunque producono senza creare ricchezza localmente. Così non si paga alcuna politica e alcun servizio pubblico. Questa è la sfida, rispetto alla quale sono davvero pessimista. Come può un’Europa che non riesce a risolvere i problemi di bilancio pubblico in casa propria, aiutare noi a uscire dai nostri? Dobbiamo trovare, insieme, una soluzione diversa e valida in Grecia come in Egitto, e non è quella che al momento ci propone Bruxelles.

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SIRIA

QUIRICO E PADRE DALL’OGLIO – BONINO: «CAUTO OTTIMISMO»

Articolo di G. Ca. pubblicato su Corriere della Sera, il 07/08/13

   «Non ci diamo per vinti, non ci diamo per persi», assicura il ministro degli Esteri, Emma Bonino, subito dopo aver comunicato che padre Paolo Dall’Oglio «è stato sequestrato da un gruppo islamico siriano, una versione locale di Al Qaeda, con un nome diverso».

   Il gesuita, che da decenni vive in Siria ed era scomparso il 28 luglio, sarebbe stato dunque rapito dagli esponenti di Stato islamico Siria-Iraq, ha spiegato la Bonino, prima in una intervista a Unomattina e poi al termine della riunione ministeriale italo-russa in cui il conflitto siriano è stato uno dei temi principali affrontati con il collega Sergei Lavrov e i rispettivi ministri della Difesa Mario Mauro e Sergei Shoygu.

   Padre Dall’Oglio, fondatore della comunità al-Khalil, che si trova a circa 80 chilometri a nord di Damasco e dove spesso pregano insieme persone appartenenti a entrambe le religioni, era stato espulso dalla Siria un anno fa, per avere assunto posizioni anti-regime. Rientrato nel Paese, evidentemente era preoccupato per la propria incolumità visto che, come ha riferito la responsabile della Farnesina, aveva lasciato detto: «Se non torno entro 72 ore, preoccupatevi».

   Le ore sono passate «ma ce ne stiamo occupando, anche se un po’ al buio», ha ammesso la Bonino. Il problema principale è che «non abbiamo dettagli e non sappiamo con chi stava trattando». Secondo alcune voci, il padre gesuita era tornato proprio per negoziare a sua volta la liberazione di una troupe televisiva. Nonostante le difficoltà della situazione, ribadisce di essere «fiduciosa».

   Così come si è detta «spe- ranzosa» per la sorte di Domenico Quirico, l’inviato del quotidiano La Stampa, scomparso in Siria dal 9 aprile e di cui si sono avute da allora pochissime notizie. L’ultima traccia è la telefonata alla moglie del 6 giugno. «Non ci diamo per persi, continuiamo a cercare» ha sottolineato Emma Bonino, mostrando un cauto ottimismo. Nell’intervista a Unomattina si è rivolta direttamente a Quirico e alla sua famiglia.

   «Ci sono altri contatti, con diversi canali, che si interrompono e riprendono», ha aggiunto. E proprio il rapimento di padre Dall’Oglio e la scomparsa del giornalista – oltre al bilancio di 100 mila morti e di milioni di profughi e sfollati – spingono il nostro ministro a dire che «non c’è nessuna alternativa di natura militare in campo» e a rilanciare la conferenza Ginevra 2.

   «Stiamo lavorando affinché l’opposizione siriana, che ha mostrato in questi anni fragilità e disunione, trovi una rappresentatività che gli consenta di esserci come interlocutore vero». E nell’occasione la Bonino è tornata anche a parlare della vicenda dei due marò italiani, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. «Con cocciutaggine radicale, con determinazione, con pazienza, con un po’ di sano realismo, secondo me ce la facciamo a riportarli in Italia», ha spiegato. «Siamo nella fase finale della nuova inchiesta. I nostri due ragazzi si stanno comportando in modo molto dignitoso».

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L’AMERICA: “VIA SUBITO DALLO YEMEN”

di Guido Olimpio, da “il Corriere della sera” del 7/8/2013

   Come ai vecchi tempi. Senza sparare neppure un petardo, Al Qaeda mette paura. E passata quella che sembrava essere la data critica del 4 agosto, l’emergenza terrorismo non solo permane ma si diffonde e contagia. In una storia dove ancora mancano molti pezzi. Partiamo dalle misure, alcune a sorpresa.

   Washington e Londra hanno invitato i loro cittadini a lasciare immediatamente lo Yemen. Quindi hanno evacuato il personale dalle ambasciate nel turbolento Paese arabo perché – ripetono – esiste una minaccia specifica. Quasi un centinaio di funzionari e familiari sono stati portati con due voli speciali dell’Air Force. La maggior parte si trova ora nella base di Ramstein (Germania) mentre l’ambasciatore Gerald Feierstein è già negli Usa.

   Protezione accresciuta attorno alle altre rappresentanze a Sana’a: quella italiana è stata chiusa al pubblico, perché il pericolo ‘è consistente’. Livello d’allarme 3 (il più alto) per i mercantili britannici che incrociano davanti a Aden. C’è il rischio che i militanti ripetano attacchi contro navi e petroliere come fecero in passato. Rafforzati i controlli a New York, Boston, San Francisco e altre città statunitensi. Falso allarme al consolato Usa di Milano.
Indiscrezioni, rilanciate da Al Jazeera , sostengono poi che vi sarebbe qualche timore anche per il campo di prigionia a Guantanamo (Cuba). I terroristi, accogliendo un recente appello di Al Zawahiri, potrebbero assaltarlo? Sembra difficile, ma le recenti maxi-evasioni organizzate dai qaedisti hanno fatto sorgere qualche preoccupazione al punto che la stessa Interpol ha avviato una sua indagine. Infine il nuovo esplosivo messo a punto dal mago delle bombe Ibrahim Al Asiri. Liquido, è assorbito da una camicia o giaccia del terrorista, poi è lasciato essiccare.

   A quel punto è pronto: il kamikaze può salire a bordo di un jet aggirando i controlli. Secondo alcune fonti una ‘copia’ sarebbe stata consegnata alla Cia da un infiltrato saudita. Ed è probabile che vi sia un’altra ‘talpa’ all’origine della catena di eventi che ha spinto la Casa Bianca ad una mobilitazione senza precedenti. Nelle ultime ore sono trapelate altre ricostruzioni (parziali) sull’attività dell’intelligence. In sintesi.

1) Alcune settimane fa è stato scoperto un messaggio segreto, forse portato da un corriere, con il quale Al Zawahiri ordina al capo dei qaedisti nella Penisola arabica, Nasir Al Wahishi, di colpire.

2) L’Nsa intercetta dialoghi tra i dirigenti qaedisti: ancora Al Zawahiri chiede che ‘facciano qualcosa di grosso’ per la fine del Ramadan.
3) Altre comunicazioni confermano le intenzioni dei terroristi.

4) Una fonte protetta (una talpa?) mette il sigillo finale: è vero, vogliono attaccare. Ma nessuno sa dove e allora scatta l’ordine di chiusura per le 22 ambasciate, provvedimento che resta in vigore per almeno 19.

   Le rivelazioni non sgombrano però il campo da qualche dubbio. Se gli Usa sono riusciti a intercettare i capi — strano che siano così loquaci, per giunta al telefono — allora potrebbero essere in grado di localizzarli. Oppure, come suggeriscono taluni, l’Nsa ha avuto solo un ruolo secondario.

   E ora le diverse agenzie della sicurezza provano a mettere cappello. O coprono chi per davvero ha fornito la dritta, un uomo all’interno del movimento jihadista. Qualche osservatore ha sostenuto che le informazioni all’origine di tutto ‘non sarebbero nuove’ e ha accusato la Casa Bianca di ‘politicizzare’ la carta terrorismo, ha insinuato un bluff.

   Altri ancora rimproverano al presidente di aver sottovalutato il nemico. Il problema è che l’emergenza resta. A Sana’a tira una brutta aria e nei cieli dello Yemen volano i droni americani. Nelle ultime ore hanno ucciso quattro presunti qaedisti. (Guido Olimpio)

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2 thoughts on “PRIMAVERE ARABE irrealizzate che sfociano in GUERRE CIVILI: su sponde del Mediterraneo, diverse dalle nostre, ci si scontra e si muore – Nel cinismo consapevole di un Occidente in declino che non vuol intervenire nei massacri in SIRIA, negli scontri e violenze in EGITTO, e in ogni luogo dove si perpetuano violenze

  1. Agata venerdì 9 agosto 2013 / 8:29

    Grazie.
    Nuove implementazioni afferenti alla geomatica ci possono dare una mano…
    Poi vi chiedo di visitare anche il sito http://www.avsi.org
    Agata
    (volontaria AVSI)

  2. Francesco Masi lunedì 12 agosto 2013 / 8:10

    E perché l’occidente dovrebbe intervenire? E se questo paese è occidente non è bene che prima sistemi le sue cose e èpoi, nel caso potrà interessarsi di quelle degli altri? Le curiosità di questo tipo mica sino a costi zero, e poiche ci troviamo a fare i conti con tutti gli scialacqui e sperperi del passato e presenti, non è il caso di dedicarci sopratutto ai casi di casa?

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