ROMA che PEDONALIZZA I FORI IMPERIALI, MILANO che prova UNA MOBILITÀ PIÙ SOSTENIBILE… le GRANDI CITTÀ italiane che sperimentano innovazione e sviluppo “altro” – Nel segno di una forte crescita demografica delle città (o LA CITTA’ DIFFUSA CHE SI CREA) – E nelle contraddizioni delle grandi città tra opportunità offerte, fallimenti di bilancio e disagio sociale che cresce

SCATTA L'ORA X, TUTTI A PIEDI AI FORI IMPERIALI - È scattata all'alba di SABATO 3 AGOSTO  la PEDONALIZZAZIONE DEI FORI IMPERIALI: alle 5:30 è iniziato il divieto di transito per auto e moto private nel tratto che va da Largo Corrado Ricci al Colosseo. AUTORIZZATI SOLO BUS, TAXI, NCC (noleggio con conducenti) e VEICOLI D'EMERGENZA. Di conseguenza è partita anche la nuova viabilità nella zona attorno all'Anfiteatro Flavio presidiata da decine e decine di vigili. E ora in sindaco di Roma, Ignazio Marino, già pensa alla realizzazione di una pista ciclabile. ''TOGLIERE IL TRAFFICO PRIVATO È UN PRIMO PASSO. Entro dicembre avremo la pista ciclabile e poi mi auguro, con il completamento della linea C della metropolitana, LA PEDONALIZZAZIONE TOTALE E LA TRASFORMAZIONE DI QUESTA STRADA IN UNA PASSEGGIATA NELLA STORIA'', ha detto il primo cittadino della capitale. (www.ansa.it/ del 11/8/2013)
SCATTA L’ORA X, TUTTI A PIEDI AI FORI IMPERIALI – È scattata all’alba di SABATO 3 AGOSTO la PEDONALIZZAZIONE DEI FORI IMPERIALI: alle 5:30 è iniziato il divieto di transito per auto e moto private nel tratto che va da Largo Corrado Ricci al Colosseo. AUTORIZZATI SOLO BUS, TAXI, NCC (noleggio con conducenti) e VEICOLI D’EMERGENZA. Di conseguenza è partita anche la nuova viabilità nella zona attorno all’Anfiteatro Flavio presidiata da decine e decine di vigili. E ora in sindaco di Roma, Ignazio Marino, già pensa alla realizzazione di una pista ciclabile. ”TOGLIERE IL TRAFFICO PRIVATO È UN PRIMO PASSO. Entro dicembre avremo la pista ciclabile e poi mi auguro, con il completamento della linea C della metropolitana, LA PEDONALIZZAZIONE TOTALE E LA TRASFORMAZIONE DI QUESTA STRADA IN UNA PASSEGGIATA NELLA STORIA”, ha detto il primo cittadino della capitale. (www.ansa.it/ del 11/8/2013)

   Destano interesse e partecipazione i primi passi del nuovo sindaco di Roma che, di lì a qualche settimana dalla sua elezione, ha subito mantenuto la promessa di “liberare” via dei Fori Imperiali dal traffico (quello privato, lasciando per ora circolare bus, taxi, auto a noleggio con conducente -ncc- e naturalmente i veicoli d’emergenza). Promettendo entro breve (con il completamento della linea C della metropolitana) di rendere completamente pedonalizzata (libera anche dal trasporto pubblico motorizzato) questo luogo bellissimo della città: i Fori Imperiali, l’area urbana di Roma più conosciuta al mondo e con le più importanti e celebri testimonianze archeologiche della classicità latina.

AUTO IN VIA DEI FORI IMPERIALI
AUTO IN VIA DEI FORI IMPERIALI

   Finora Roma era stata, tra le più grandi metropoli e città europee (Londra, Parigi, Berlino, Barcellona e Madrid, Praga…), quella che si era meno di tutte poste la necessità di innovarsi, “cambiare”… Città che vive(va) di rendita per il proprio ricco passato (artistico, architettonico, archeologico, di “potere”: grande potenza imperiale, di religiosità politica…); una città pertanto “parassita” del proprio passato superiore nel valore a qualsiasi altra capitale europea; antica ma senza futuro, “conservatrice” (e giunte comunali di opposte tendenze su questo si erano equiparate sul non fare nulla, casomai incentivando speculazioni edilizie e inquinamento atmosferico…).

   Per questo la spinta propulsiva del nuovo sindaco di Roma (spinta che speriamo duri…) non può che essere interessante e creare speranza che anche Roma sviluppi non solo una MOBILITA’ SOSTENIBILE (come la riduzione drastica dei mezzi motorizzati privati), ma anche una maggior attenzione alle PERIFERIE (termine che non dovrebbe esistere); e che quell’idea di pensare alle grandi città europee come a delle CITTA’ STATO, possa esprimersi nell’innovazione ecologica, in maggiori servizi offerti ai cittadini, e in prospettiva futura di città costruite secondo il principio di Aristotele che diceva che le città sorgono per realizzare la FELICITA’ DEI PROPRI ABITANTI.

   Se il FENOMENO DI ACCENTRAMENTO della popolazione in grandi agglomerati urbani è tutt’altro che concluso nel pianeta (anzi, si sta realizzando e cresce: ne parliamo verso la fine di questo post, in articoli di approfondimento); se piccoli centri diffusi di fatto si costituisco in uniche città (pensiamo al Nordest italiano, al Veneto in particolare, che sta divenendo un’unica città diffusa, una piccola LOS ANGELES di 3 milioni di abitanti, senza che nessuno sia in grado di fermare questo trend…); se le grandi città crescono e introitano di giorno in giorno sempre più popolazione, non da meno si osserva pure la CRISI FINANZIARIA, economica, di queste città. Una certa sensazione ha destato il fallimento di bilancio in America di DETROIT (ne parliamo qui in un articolo), e pure, nel mondo e anche in Italia, gli ENTI TERRITORIALI siano in grande difficoltà in termini di finanze, di disponibilità di soldi per offrire servizi ai cittadini, per far funzionare le cose essenziali che una città deve offrire ai suoi cittadini (mobilità, sicurezza, servizi ambientali, sociali…).

FORI IMPERIALI SENZ'AUTO
FORI IMPERIALI SENZ’AUTO

Pertanto siamo più che mai a una situazione ambivalente (schizo- frenica…): città che si modernizzano e diventano più belle, tolgono le auto dai centri storici, incentivano l’uso della bicicletta (come sta in parte accadendo a Roma, Milano… ma anche in tante città capoluogo regionali o medio-piccole di provincia italiane….), e dall’altra le stesse città che sono sempre più care per viverci (cittadini spesso senza lavoro o con redditi bassi…); e che tolgono servizi essenziali alla vita personale di chi ne sente di più il bisogno, o delle comunità che vivono nei quartieri (servizi sociali, sportivi, culturali, che vengono ridotti, annullati, o non si dà più contributi ad associazioni che di questo si occupano, per mancanza di fondi).

   Urge ancor di più secondo noi, in questo contesto, una RIDEFINIZIONE GEOGRAFICA DEGLI ENTI TERRITORIALI, una loro semplificazione e applicazione alle nuove esigenze delle persone, al mondo che cambia: non va bene che ci siano un numero così alto di comuni inefficienti e costosi -8.100 in Italia-; che servizi minimi essenziali alle persone “automaticamente” si stanno accentrando anziché diffondersi nei luoghi più vicini ai cittadini che ne hanno bisogno; e altri servizi non a contatto con le persone (e pertanto che potrebbero essere accentrati) che contengono doppioni e rendite parassitarie di personale e incarichi pubblici dirigenziali e politici che costano tantissimo e rendono poco o niente…

   Da ciò noi pensiamo che la ridefinizione dei confini istituzionali delle CITTA’, regioni, province, comuni, e quant’altro è stato “inventato” in questi decenni (il loro scioglimento se necessario), la revisione della moltiplicazione scellerata degli enti (Comunità montane, Ambiti territoriali omogenei, Consorzi di bacino, etc…), sia la prima necessaria RIFORMA GEOGRAFICA che aspetta di dover essere realizzata al più presto. (s.m.)

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ROMA, LA SFIDA DEL SINDACO-CHIRURGO

di Maria Berlinguer, da “la Nuova Venezia” del 14/8/2013

ROMA – «Sono rimasto sorpreso che qui il dibattito sulla chiusura al traffico dei Fori Imperiali sia diventato una polemica sui sensi unici: i grandi media stranieri, dal Washington Post alla Bbc, da Le Monde a El Pais hanno invece colto il significato culturale dell’operazione. Se il Colosseo fosse a Londra o a Parigi a chi piacerebbe usarlo come una rotatoria?».

IGNAZIO MARINO, nuovo sindaco di ROMA
IGNAZIO MARINO, nuovo sindaco di ROMA

   Ignazio Marino è da pochi mesi il sindaco di Roma e sembra un “marziano”. Ha modi gentili e piglio anglosassone: in ufficio arriva alle 7 e 40 perché, dice, «le prime ore del mattino sono le più produttive perché non squillano i telefoni», e spesso lavora fino a tarda sera. «L’ho sempre fatto anche quando facevo il chirurgo dei trapianti: non ho mai staccato il telefono la notte perché volevo essere sempre informato sui miei pazienti in rianimazione, ho sempre lavorato 7 giorni su 7».

Abituato alle emergenze?

«Beh direi di sì ma quelle di un chiururgo sono emergenze controllate: a Roma è tutta un’altra cosa».

Cioè?

«Scuola, traffico, legalità, asili nido, rifiuti, viabilità. Non che non fossi preparato ma davvero spero di essere all’altezza. Qui non c’è giorno che non abbia la sua pena. E’ una sfida straordinaria quella di governare una città come Roma dove, e non mi riferisco solo agli ultimi anni, i problemi sono stati accantonati senza porsi il problema di risolverli, spendendo soldi che il Comune non aveva. Ma lo sa che il sindaco di Roma non conosce il patrimonio abitativo del suo comune? Sarebbe come se lei non sapesse dirmi quante camere e quanti bagni ha nella sua casa. Ma lo sa che nel debito storico della capitale ci sono ancora i pagamenti dei terreni espropriati alla fine degli anni ’50 per Olimpiadi? Per non parlare della situazione dei trasporti: la metà degli autobus dell’Atac sono antichi e fermi in deposito, utilizzati solo come pezzi di ricambio: abbiamo esuberi nella pubblica amministrazione per le assunzioni fatte negli ultimi anni e una carenza di autisti del 20%».

Lo dice mettendo le mani avanti perché teme la serrata di settembre contro la pedonalizzazione dei Fori annunciata dai commercianti?

«No. Lo dico solo per chiarire che la chiusura dei Fori è solo il primo passo di un percorso che andrà chiarendosi nei prossimi 12 mesi e che spero potrà servire anche sul fronte occupazione. Il mio sogno è quello di attirare fondi europei per gli scavi e trovare insieme fondi della filantropia per mettere in sicurezza l’incredibile patrimonio di una città che è un pezzo di storia. La rivoluzione del traffico è solo il primo passo, poi avremo entro dicembre la pista ciclabile e con il completamento della linea C della metropolitana se troveremo i fondi la pedonalizzazione completa di questa zona che finalmente avrà un’illuminazione notturna. E’ un’occasione per creare occupazione di straordinaria specializzazione. E’ o non è proprio l’occupazione l’emergenza del Paese?»

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Come finirà la sfida sui Fori?

«Spero con la consegna ai romani e ai turisti di un viaggio nella storia». (Maria Berlinguer)

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ROMA, AL VIA LO STOP AL TRAFFICO AI FORI IMPERIALI

di Nicoletta Cottone, da “il Sole 24ore” del 4/8/2013

ROMA – Via al progetto di chiusura al traffico privato del tratto di via dei Fori Imperiali. Dalle 5,30 di ieri è permesso il transito solo a mezzi Atac, taxi, Ncc, biciclette, mezzi di emergenza e autorizzati diretti a strutture di culto e accoglienza, con limite a 30 km l’ora. Rivoluzionata anche la viabilità della zona.
«Se il Colosseo fosse a Londra o a Parigi, a chi piacerebbe usarlo come una rotonda?», ha detto il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ai microfoni Bbc in un’intervista radiofonica dedicata alla pedonalizzazione dei Fori.  La rivoluzione del traffico nell’area, ha sottolineato il sindaco, consentirà di godere del patrimonio archeologico di Roma («i Fori di Cesare, Nerva, Traiano sono la culla della civiltà occidentale») e di ridurre l’inquinamento dell’area («il nostro obiettivo in prospettiva è arrivare a zero emissioni»).

   Il progetto, ha spiegato il sindaco, prevede di passare da «circa 2mila auto l’ora a circa 50, e molto presto a zero». Marino ha scritto una lettera al premier Letta e al presidente della Repubblica Napolitano chiedendo di utilizzare per le auto blu percorsi alternativi a via dei Fori Imperiali e cosa ne pensassero. «Mi hanno risposto che sarà un bel segnale da dare».
Ai Fori Imperiali, però, residenti e commercianti sono in rivolta per il taglio dei parcheggi (una ottantina di posti secondo l’Agenzia per la mobilità ). Il Comitato di difesa del rione Monti, accusa il Campidoglio di aver messo in ginocchio il commercio nella zona. «È una finta pedonalizzazione», attacca il comitato “Liberi di scegliere”, presieduto dal capogruppo capitolino del Pdl, Sveva Belviso, «perché continueranno a passare mezzi pubblici, taxi e Ncc. Vuol dire che nessun cittadino, nessun turista potrà godere o fruire culturalmente dell’area», mentre i «disagi saranno fortissimi». (Nicoletta Cottone)

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E MILANO?

DALLE BICI ALLE AUTO IN AFFITTO: LA MOBILITÀ DOLCE CAMBIA MILANO

di Giangiacomo Schiavi, da “il Corriere della Sera” del 14/8/2013

   Dalle bici in affitto al car sharing la sostenibilità ambientale fa un passo avanti importante anche in Italia e Milano ? per anni simbolo negativo di traffico e inquinamento ? diventa il punto avanzato di una nuova sperimentazione: ridurre le emissioni inquinanti e migliorare la vivibilità.

A MILANO 74MILA AUTO IN MENO, +50% DI BICI E TANTE ISOLE AMBIENTALI - Milano: pubblicato il PIANO GENERALE DEL TRAFFICO URBANO, con la fotografia del cambiamento dal 2003 a oggi e i progetti per il futuro. - Milano cambia, andando verso una mobilità sempre più sostenibile, con meno auto, molte più biciclette e la diffusione di isole ambientali. È questa la FOTOGRAFIA DI COME SI STA TRASFORMANDO LA CITTÀ, DAL 2003 A OGGI, scattata dall'aggiornamento del Piano Generale del Traffico Urbano (Pgtu), il documento cui compete la programmazione degli scenari di mobilità nel breve periodo. In particolare, sono 74mila le auto in meno in città, sono invece aumentati del 50% gli ingressi di biciclette nel centro e si sono MOLTIPLICATE AREE PEDONALI (399MILA MQ), ZONE A TRAFFICO LIMITATO (134.800 MQ) E ZONE 30 (325.600 MQ). Inoltre, oggi SI CONTANO 145 KM DI PISTE CICLABILI, 150 STAZIONI DEL BIKE SHARING E 95.500 POSTI AUTO REGOLAMENTATi. (27/11/2012, Redazione GreenCity (www.greencity.it/ )
A MILANO 74MILA AUTO IN MENO, +50% DI BICI E TANTE ISOLE AMBIENTALI – Milano: pubblicato il PIANO GENERALE DEL TRAFFICO URBANO, con la fotografia del cambiamento dal 2003 a oggi e i progetti per il futuro. – Milano cambia, andando verso una mobilità sempre più sostenibile, con meno auto, molte più biciclette e la diffusione di isole ambientali. È questa la FOTOGRAFIA DI COME SI STA TRASFORMANDO LA CITTÀ, DAL 2003 A OGGI, scattata dall’aggiornamento del Piano Generale del Traffico Urbano (Pgtu), il documento cui compete la programmazione degli scenari di mobilità nel breve periodo. In particolare, sono 74mila le auto in meno in città, sono invece aumentati del 50% gli ingressi di biciclette nel centro e si sono MOLTIPLICATE AREE PEDONALI (399MILA MQ), ZONE A TRAFFICO LIMITATO (134.800 MQ) E ZONE 30 (325.600 MQ). Inoltre, oggi SI CONTANO 145 KM DI PISTE CICLABILI, 150 STAZIONI DEL BIKE SHARING E 95.500 POSTI AUTO REGOLAMENTATi. (27/11/2012, Redazione GreenCity (www.greencity.it/ )

   La svolta ambientalista della giunta Pisapia esibisce da oggi un autorevole passaporto europeo, con l’inaugurazione del servizio privato di car sharing, che si aggiunge a quello gestito da Atm e porta a 450 vetture la flotta a disposizione di cittadini e turisti.

   Anche così Milano si scrolla un po’ di dosso l’immagine diventata luogo comune di città dello smog, ed è un bel segnale per tutti far sapere che la battaglia per il risanamento ambientale si combatte con ogni mezzo e su ogni fronte, impegnando capitali pubblici e privati.

   L’auto in affitto dopo la bici (un successo, con quasi diecimila utenze giornaliere) è un’opportunità che migliora l’integrazione dei servizi e offre al cittadino la possibilità di scegliere, valutando di volta in volta convenienza e praticità.

   Il Comune pensa di ridurre il rapporto auto/abitante di dieci punti, da 55 a 45, scoraggiando l’uso della seconda vettura in famiglia e facendo leva sull’Area C, dove si entra liberamente con l’auto in affitto (prezzo base, trenta centesimi al minuto) ma dove tutti gli altri pagano un pedaggio di cinque euro.

   In attesa del test d’autunno, Milano delinea una nuova frontiera, che è poi la stessa di Berlino, Vienna e altre capitali della mobilità dolce e prospetta quel risanamento ambientale che dopo tante false partenze e inutili polemiche viene reso più agevole oggi dalle nuove tecnologie, quelle app che da un cellulare permettono di conoscere flussi di traffico e disponibilità di mezzi alternativi.

   In marcia verso Expo 2015 (con i cronici ritardi che riguardano strade, ferrovie e piste ciclabili) Milano batte un colpo e porta la novità di un sistema di mobilità che integra gestione urbanistica, mezzi non inquinanti e new media. Il cammino verso il futuro che ieri non c’era è ancora lungo, ma la strada della città più vivibile (innovazione e meno auto) è quella giusta. (Giangiacomo Schiavi)

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MOBILITÀ, ENERGIA E SALUTE: COSÌ LE CITTÀ DIVENTANO SMART
di Michele Di Branco, da IL MESSAGGERO del 28/5/2013

– In palio mezzo miliardo del bando di gara e nuovi investimenti: per l’Italia del futuro previsto un taglio di spesa di 15 mld con la sanità ict –
Per dare l’idea di un fenomeno in espansione in tutto il mondo, Abi research prevede che i governi disseminati sul pianeta, tra il 2010 e il 2016, investiranno 116 miliardi di dollari, mentre in Italia (secondo una stima Netics) saranno 4,45 miliardi dal 2013 al 2015. Rendere le città “intelligenti” è la sfida di un futuro che è già presente.
E il nostro Paese non si tira certo indietro. Il concetto base per capire l’idea di Smart City è che l’Europa punta a utilizzare la tecnologia per migliorare la vita dei cittadini partendo dai problemi più urgenti: l’invecchiamento della popolazione, il sovraffollamento delle città, l’emergenza ambientale, la crisi delle energie non rinnovabili, gli alti costi delle pubbliche amministrazioni.
Ed è per questo che progetti per Smart Cities si occupano prevalentemente di energia, infomobilità, e-government, tele-assistenza e telemedicina.
La novità più interessante, per l’Italia, è che nel 2012 è arrivato il primo bando nazionale dedicato alle Smart Cities: un progetto complessivo da 665 milioni di euro articolato in quattro passaggi distinti. Il primo che si è concluso (gestito dal Miur ) è quello per “Smart Cities & Communities”, rivolto alle sole regioni meridionali (200 milioni di euro).
Spulciando tra i progetti vincitori di questo primo bando trovano posto progetti di telemedicina e teleassistenza per il controllo remoto di malati cronici, utilizzando anche nano-bio-tecnologie e dispositivi fotonici in fibra ottica.
Ma spiccano anche le smart grid: infrastrutture software in grado di integrare e gestire dati provenienti dalle reti interconnesse di elettricità, acqua e gas. Quanto alla sicurezza del territorio, si parla di sistemi interoperabili per monitorare le situazioni di rischio e fare una valutazione dei danni dopo un terremoto. Altri progetti mirano a rinnovare l’istruzione tramite tablet-eReader con software non proprietario e nuovi format didattici erogati via cloud.
In linea generale, secondo la gran parte degli esperti, è quello sanitario il settore nel quale le smart cities possono sprigionare il massimo del loro potenziale. Secondo uno studio del Politecnico di Milano, ad esempio, impiegando le soluzioni Ict negli ambiti chiave della sanità le strutture potrebbero risparmiare circa 6,8 miliardi di euro l’anno e i cittadini potrebbero avere meno spese per 7,6 miliardi con un vantaggio complessivo annuo di quasi 15 miliardi di euro.
In particolare, 3 miliardi di risparmi arriverebbero grazie alle tecnologie a supporto della medicina e dell’assistenza domiciliare e, quindi, alla deospedalizzazione di pazienti cronici. E altri 1,3 miliardi deriverebbero dall’introduzione della cartella clinica elettronica. A questo proposito, un gruppo di progetti riferiti alla sigla “Smart Health” sviluppano ricerche sui principali temi della sanità 2.0. L’obiettivo è costruire un’infrastruttura tecnologica innovativa con nuovi modelli di intervento a tutela della salute e del benessere dei cittadini.
Si parte dall’area “pre-clinica” (benessere, stili di vita e prevenzione), per continuare con la gestione delle emergenze e delle acuzie (diagnosi mediante sensori innovativi, ottimizzazione dei percorsi sanitari) fino alla deospedalizzazione, all’home caring e ai servizi di telemedicina.
C’è da ricordare che molto, comunque, è stato fatto in questi anni. Una ricerca effettuata per conto di Siemens da Cittalia ha analizzato un gruppo di 54 città italiane con più di 90mila abitanti. Scopo: individuare le best practice nel campo delle Smart cities. Gli indicatori comprendevano: acqua, aria, rifiuti, verde urbano, energia, sanità, mobilità, logistica, patrimonio immobiliare e qualità di vita.
Quattro le città ideali, tutte del nord: Bergamo, Brescia, Padova e Trento. Registrano un tasso di qualità della vita molto elevato, sopra la media. Nel campo del benessere (comprensivo di sanità e patrimonio) colpisce la presenza di Napoli, mentre nella mobilità dominano le città metropolitane (Roma, Milano, Torino, Firenze, Bologna, Venezia). (Michele Di Branco)

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LA GRANDE FUGA DA DETROIT EX METROPOLI SENZA FUTURO

di Andrea Visconti, da “il Mattino di Padova” del 20/7/2013

   Detroit ha dichiarato fallimento. Ad andare in bancarotta non è un’azienda automobilistica o due di quelle che da oltre un secolo legano il loro nome a questo importante centro industriale del Michigan. L’intera città è andata a gambe all’aria con debiti insolvibili fra i 18 e i 20 miliardi di dollari.

DETROIT - USA
DETROIT – USA

   Non era mai successo. O quanto meno è senza precedenti che un centro urbano di queste proporzioni dichiarasse fallimento perché alla porta bussano creditori che non possono essere soddisfatti.

   L’amministratore speciale chiamato alcuni mesi fa nel tentativo di sanare i conti è stato costretto a gettare la spugna. Anche se nella serata di ieri una corte del Michigan ha sentenziato che la richiesta di bancarotta è contraria alla Costituzione dello Stato e quindi deve essere ritirata.

   Tutto fa pensare che si arriverà alla corte Suprema prima che la bancarotta sia approvata. Intanto l’amministratore Kevyn Orr se ne va sconsolato: «Non si può andare avanti – ha detto – non c’è più spazio di manovra per trovare un accordo fra le parti». Ha provato a offrire quello che poteva ai creditori: 27 centesimi per ogni dollaro dovuto. Ma la controparte ha risposto picche. Ha provato a convincere i sindacati a cedere sulle promesse del passato, ma anche loro non hanno voluto sentire ragione. Ha fatto pressione sui dipendenti del settore pubblico, che però non si sono piegati.

   Detroit si presenta adesso come una enorme azienda in stato fallimentare che ha bisogno di liberarsi delle incombenze dei creditori per tentare poi di risalire la china. A questi livelli di indebitamento pubblico è una situazione senza precedenti. Intanto la Casa Bianca segue la situazione ma non dà segnali di voler intervenire con fondi federali, perché ritiene che creerebbe un pericoloso precedente.

   Per i cittadini di Detroit cosa cambia? A rischio sono le pensioni e la copertura medica per decine di migliaia di cittadini. Ma il peggio che poteva succedere a questa città è già successo. Il centro è deserto con edifici sventrati, negozi con le saracinesche chiuse e arrugginite, attività commerciali inesistenti. Il grosso della popolazione non ha aspettato la bancarotta per andarsene.

   Negli anni ’50 1,8 milioni di persone vivevano nella più popolosa ed estesa città del Michigan. Adesso gli abitanti sono circa 700mila. Ma quei 350 chilometri quadrati di città non sono diminuiti. Continuano ad esserci infrastrutture da mantenere, lampioni da tenere illuminati, bidoni della spazzatura da svuotare. In pratica una grande città abitata da un numero sempre più basso di residenti, e dunque senza la base necessaria di entrate fiscali per far funzionare i servizi basilari.

   Gli abitanti di Detroit se ne sono andati via con la stessa velocità con cui erano arrivati. Nella prima metà del Ventesimo secolo la città era cresciuta a dismisura. Arrivavano soprattutto dal sud. Neri che lasciavano il Mississippi, l’Alabama o il Sud Carolina attratti dalla possibilità di un impiego in questo polo industriale. Nel giro dei decenni si era formata una solida classe operaia nera, e parallelamente era nato un vasto settore di lavoratori nel settore pubblico che faceva da supporto a quello privato.

   I dipendenti pubblici – anch’essi per lo più neri – pensavano di essersi guadagnati un futuro fatto di una buona pensione e una bella assicurazione medica a vita. Ma la bancarotta cambia tutto. Altre città americane in passato si sono trovate a dichiarare fallimento.

   Le ultime in ordine cronologico sono state Jefferson County, in Alabama, nel 2011, e Stockton, in California, lo scorso anno. Ma trattandosi di realtà urbane ben più ridotte il debito pubblico era molto più basso e le ragioni della bancarotta legate a una singola situazione. Nel caso di Detroit sono decenni di problemi che si sono accumulati. Comprese corruzione e pessima gestione. (Andrea Visconti)

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LE DETROIT D’ITALIA /1

di Paolo Griseri, da “la Repubblica” del 2/8/2013

   Ci sono spazzini con la fascia tricolore, pecore che brucano nelle aiuole per risparmiare il tagliaerba, eserciti di genitori che imbiancano le aule scolastiche. C’è addirittura il sindaco di un paese dell’hinterland milanese che si dice «costretta a risparmiare sulla mandopera che allestisce le tombe». Anche morire diventa un lusso.

   Le Detroit d’Italia sono 52, abbastanza equamente distribuite tra Nord e Sud: dopo anni di inutili e fantasiosi tentativi di risalire la china, hanno gettato la spugna, hanno fatto bancarotta. Con i sindaci obbligati a lasciare le finanze in mano a un commissario che taglia senza pietà, dai servizi alla persona alla manutenzione delle strade.

   Non sono casi isolati. Rischiano di finire dietro la lavagna altri 59 municipi, quelli che hanno già dichiarato lo stato di pre dissesto. Comuni che non ce la fanno, chiedono di poter dilazionare i debiti come tante famiglie in crisi finanziaria. E ci sono 374 paesi e città incamminati sulla stessa strada, il lungo viale verso il default. Sono i Comuni senza possibilità di manovra finanziaria: hanno già portato al massimo le tasse locali. Sono come le famiglie indebitate che arrivano a stento a fine mese: se il figlio si rompe un dente, rischiano anche loro il default.

   Il sindaco di Varese, Attilio Fontana, è orgoglioso di essere riuscito a sostituire le 23 caldaie delle scuole elementari senza spendere una lira: «Ho trovato una ditta che ha accettato di cambiare gratis i vecchi impianti a gasolio con quelli a metano che inquinano di meno e consumano poco». Un gesto di improvvisa generosità verso i cittadini? «No, un normale scambio commerciale. L’installatore incamera per dieci anni i risparmi, la differenza tra quel che il Comune spendeva prima con l’impianto a gasolio e ciò che spenderemmo adesso con le nuove caldaie a metano. Nel 2023 il risparmio sarà tutto a vantaggio delle casse comunali». Accordi che si possono fare quando il Comune è sostanzialmente sano anche in periodi di vacche magre.

   Ma non è sempre così. Fontana segnala quel che molti sindaci vanno gridando invano da tempo: «Anche chi non rischia il dissesto è costretto a risparmiare su spese essenziali come la manutenzione delle strade e delle scuole. Man mano che passa il tempo le mancate riparazioni finiscono per aumentare il degrado dei conti in modo geometrico».

   Il nuovo millennio è cominciato molto male per i Comuni italiani. Ben prima della grande crisi del 2008, il rubinetto dei pagamenti da Roma è stato progressivamente chiuso: «Da 12 anni – sottolinea Piero Fassino, presidente dell’Anci e sindaco di Torino – i trasferimenti sono stati tagliati senza che ai Comuni sia stata data una adeguata capacità di manovra finanziaria».

   Il Patto di Stabilità ha fatto il resto: ogni risparmio sulle spese delle amministrazioni locali si traduce in denaro versato nelle casse dello Stato. Il sistema rischia ora di strozzare i municipi: negli ultimi 7 anni da Roma sono stati versati nelle casse comunali 7 miliardi e mezzo in meno. Nello stesso periodo più di otto miliardi e mezzo sono stati spostati dai Comuni ad altre amministrazioni pubbliche con il meccanismo del patto di stabilità. «Spesso – sottolineano all’Anci – le amministrazioni comunali hanno aumentato Imu e Irpef per poter compensare i tagli delle sovvenzioni statali senza ridurre i servizi ai cittadini. Ma in molti casi questo non è più possibile. E i cittadini sono costretti a pagare più tasse di un tempo per avere servizi che, nella migliore delle ipotesi, sono rimasti gli stessi di prima».

   Per questo nei prossimi giorni i Comuni chiederanno al governo un patto di stabilità meno rigido che consenta almeno di mettere mano alle manutenzioni straordinarie delle strade e delle scuole. Senza quelle spese la vita di tutti diventa più difficile. Gli incidenti, anche mortali, causati dalle voragini che si aprono nell’asfalto delle vie cittadine riempiono le pagine di cronaca.

   A Torino l’amministrazione ha acquistato un macchinario tappa-buche per far fronte all’emergenza. Il sindaco di Varese annuncia «un cambio al regolamento comunale per obbligare chi apre un cantiere nelle strade a ripristinare l’asfalto dell’intera carreggiata». Espedienti che da soli non servono a rimettere in sesto le casse. «Al governo chiederemo anche la restituzione dei 500 milioni di Imu che lo Stato si è preso lo scorso anno per un errore di calcolo», spiega Fassino. E’ successo anche questo a rendere più complicata la vita dei sindaci.

   Ora l’Anci protesta: «Se l’Imu è una tassa locale, che vada tutta ai Comuni». Non sarà facile. Proprio ieri il ministero dell’Economia ha segnalato che il mancato gettito Imu ha pesato sul fabbisogno salito a 8,8 miliardi. Eppure senza correre ai ripari i municipi, anche quelli meno poveri, finiranno per impoverirsi sempre più. Molti hanno già cominciato a vendere i gioielli di famiglia, come le partecipazioni nelle ex municipalizzate che forniscono servizi essenziali: l’acqua, l’energia elettrica, il gas.

   E’ di questi giorni la rivolta contro l’amministrazione di Genova, dove il sindaco Doria ha annunciato per l’autunno una serie di privatizzazioni. A Torino l’amministrazione comunale sta provando a vendere il 49 per cento dell’azienda del trasporto pubblico. Nonostante artifici e trovate, molti comuni sono già finiti in default. Alcuni per marchiani errori di gestione. Il più clamoroso è il dissesto di Alessandria, centomila abitanti nel cuore del Piemonte, finita in mano al commissario per le ardite acrobazie finanziarie della precedente amministrazione.

   Altre Detroit nostrane sono finite in bancarotta per questioni che vengono da lontano. Nella lista dei falliti ci sono comuni relativamente grandi come Caserta, Vibo Valentia, Velletri, Terracina, e piccoli centri dal nome evocativo, come Maddaloni, patria di Clemente Mastella, o Casal di Principe, dove alla ricchezza delle organizzazioni criminali fa da contraltare la povertà delle casse pubbliche.

   Nei prossimi mesi a questo elenco si potrebbero aggiungere altri municipi oggi in pre dissesto come Messina, Catania, Napoli, Rieti. La maggior parte sono nelle zone più povere del Paese: «Affidare l’autonomia economica dei Comuni alla tassazione sulla casa osservano all’Anci- finisce per aumentare la disparità tra Nord e Sud».

   E’ intuitivo che il gettito dell’Imu tra i comuni di villette a schiera della Brianza sia in proporzione maggiore di quello dei comuni dell’hinterland palermitano. Sono le conseguenze di un federalismo fiscale di tipo ideologico, pensato dalla Lega senza tenere conto delle differenze di reddito tra le diverse aree dell’Italia.

Eppure non tutti i problemi riguardano le aree povere del Paese.

   Nei mesi scorsi anche il comune di Campione d’Italia, enclave tricolore nell’opulenta Svizzera, ha chiesto informazioni a Roma sulle procedure di dilazione dei debiti previste da chi si trova in condizione di pre dissesto. Che cosa era successo? E’ finito il bengodi: la principale fonte di reddito, il Casinò, è entrata in sofferenza. La casa da gioco ha chiuso il 2011 con un passivo di 40 milioni e il 2012 con 27 milioni di rosso. Effetti della crisi e della concorrenza, dal Gratta e Vinci alle slot dei bar. Non capita solo a Detroit e a Vibo Valentia: anche i Comuni ricchi, certe volte, piangono. (Paolo Griseri)

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LE DETROIT D’ITALIA /2

di Chiara Saraceno, da “la Repubblica” del 2/8/2013

   Costo dei trasporti urbani aumentato, a fronte di drastiche riduzioni del servizio. Riduzione, se non chiusura, dei servizi cosiddetti a domanda individuale (asili nido, mense scolastiche, trasporto scolastico, servizi domiciliari e diurni per la non autosufficienza), con contestuale aumento dei contributi richiesti agli utenti e possibile eliminazione delle condizioni di favore per i meno abbienti.

    Rifiuto di farsi carico del costo delle scuole per l’infanzia, un servizio educativo a carattere universale che tuttavia in molti casi continua a rimanere una responsabilità economica ed organizzativa dei Comuni, nell’assenza, o insufficienza, degli istituti statali.

   Se il Comune non può più sostenerne i costi, una parte di bambini rischia di rimanere esclusa da un servizio pure definito da ben due leggi (la 53 del 2003 e il Dl 59 del 2004) un diritto educativo dei bambini ed uno strumento di contrasto alle disuguaglianze sociali tra bambini.

   Drastico taglio, se non eliminazione, ai sussidi per chi si trova in povertà, inclusi i sostegni al costo dell’affitto. Manutenzione delle strade e degli spazi pubblici ridotta al minimo o assente. Perdita di posti di lavoro e aumento della disoccupazione come conseguenza della riduzione delle attività comunali che difficilmente possono essere sostituite dal mercato.

   Le conseguenze per i cittadini della dichiarazione di bancarotta della loro città sono ben più gravi, e con risultati ancora più disugualizzanti, della conferma dell’Imu sulla prima casa o dell’aumento di un punto dell’Iva.

   Toccano, infatti, la vita quotidiana, la possibilità di fronteggiare ogni giorno bisogni di cura e partecipazione al mercato del lavoro, la possibilità di essere sostenuti nella propria vita quotidiana anche se non del tutto autosufficienti, di muoversi nel territorio urbano senza doverci impiegare un tempo sproporzionato a causa della riduzione del servizio di autobus, peggiorando le condizioni del traffico con l’utilizzo massiccio del trasporto privato (per altro sempre più costoso) e correndo rischi di incidenti a causa della cattiva manutenzione delle strade.

   Anche se il peggioramento della qualità della vita urbana tocca tutti, direttamente o indirettamente, più colpiti sono i più poveri e coloro che hanno un reddito modesto, che non possono ricorrere al mercato privato. Più colpite sono anche coloro che hanno la principale responsabilità della gestione della vita quotidiana anche per i propri famigliari, quindi per lo più, anche se non esclusivamente, le donne.

   Tutti i Comuni, anche quelli più virtuosi, da ormai diversi anni fanno giochi di equilibrio per tentare di mantenere un minimo di servizi in una situazione di entrate decrescenti e per di più incerte, non solo a motivo della crisi economica che ha ridotto la base imponibile, ma anche delle decisioni dei governi centrali.

   La forte riduzione dei trasferimenti ha lasciato senza risorse i Comuni proprio quando diminuivano le entrate locali. Prima l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa, poi l’introduzione dell’Imu e ora la sua successiva eliminazione/sospensione per le prime case ha reso impossibile ai Comuni valutare la consistenza di questa, che rimane la principale imposta locale.

   Per non parlare dei crediti che le amministrazioni locali vantano verso l’amministrazione centrale per attività svolte per conto di questa (a cominciare dalle elezioni). Ma se è difficile per tutti i Comuni far quadrare i bilanci senza intaccare profondamente i servizi per i cittadini, per quelli in bancarotta dichiarata è impossibile.

   Le responsabilità locali per la bancarotta non vanno certo ignorate, anche se troppo spesso le amministrazioni locali si trovano a dover fronteggiare decisioni cui non hanno partecipato e su cui non hanno potere. In ogni caso, una democrazia e una società civile non possono permettersi di trattare come semplici disgrazie locali i costi sproporzionati che ricadono sui più deboli e l’aumento delle disuguaglianze che ciò provoca.

   Ancora di più se parte delle responsabilità è del governo centrale e del Parlamento, del modo in cui negli anni sono state definite le responsabilità e i poteri tra i diversi livelli di governo, di un centralismo nella gestione delle risorse che si è accompagnato al decentramento delle responsabilità per la fornitura di servizi essenziali, della assenza, in campo sociale, di livelli essenziali di prestazioni analogamente a quanto avviene in sanità.

   Proprio mentre la crisi economica rende più vulnerabili molti individui e famiglie, le conseguenze di una concezione puramente residuale, periferica e discrezionale delle politiche sociali emergono in tutta la loro gravità. (Chiara Saraceno)

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CITTÀ DEL FUTURO

di BRUNO GIORGINI, dal sito Q CODE (www.qcodemag.it/ )

   Quando proposi gli esempi di Marsiglia e Venezia per un seminario che dovevo tenere sulle città del futuro all’ESA, Ecole Spéciale d’Architecture di Parigi, sentii dall’altra parte del telefono un momento di sospensione e scetticismo, quasi un piccolo sgomento.

   Chi mi aveva invitato si aspettava un discorso sulle cosidette “smart cities”, le città intelligenti, che vanno oggi per la maggiore, essendo anche che il mio Laboratorio di Fisica della Città è nodo di una rete europea che appunto di ICT (Information and Communication Technology) e Smart Cities tra l’altro si occupa.

   Questa scelta di Venezia, che i più considerano al meglio un museo a cielo aperto, al peggio un luogo maleodorante dove si svuotano le tasche ai turisti che fluiscono a milioni e aumenteranno, e di Marsiglia, nota a tutti per gli ammazzamenti criminali, per somigliare a una città africomaghrebina, e  la più povera di Francia, pareva una provocazione se non una stupidaggine.

   Ma prima di andare avanti vediamo lo stato dell’arte urbana oggi. Oltre la metà del genere umano (tre miliardi e mezzo di persone) abita in città, una vera e propria mutazione sociale e antropologica in corso d’opera da contadino/coltivatore a cittadino/consumatore. Continuando a questo ritmo, nel 2040 la popolazione urbana mondiale potrebbe raggiungere i cinque (5) miliardi, e nel 2052 arrivare all’80% del totale degli esseri umani.

   Una nota: queste previsioni globali vanno prese come una indicazione di massima, essendo basate su una progressione semplice e lineare dell’oggi al domani, quando sappiamo che possono accadere eventi del tutto fuori scala, con accelerazioni e/o decelerazioni improvvise dell’incremento ipotizzato come normale; inoltre spesso i fenomeni sul serio interessanti e innovativi appaiono all’inizio come piccole fluttuazioni, che sfuggono alle statistiche globali e macroscopiche.

   Ma riprendiamo, con quest’avvertenza, i grandi numeri. Per esempio quelli delle migrazioni. Una parte dell’aumento di popolazione urbana sarà endogeno, ma una minoranza significativa verrà dalla migrazione da aree rurali ai sistemi urbani, specie nei paesi cosiddetti emergenti dall’Asia al continente indiano fino all’Africa e al Sud America, con propaggini in Europa e nell’America del Nord. Un flusso comunque di centinaia di milioni di persone, che si stabiliranno in agglomerati informali, con meno eufemismo in slums/sobborghi ai limiti della abitabilità e sopravvivenza.

   Continuando a dare i numeri, sempre con le molle, se costoro erano circa un miliardo nel 2010, diventeranno un miliardo e mezzo nel 2030. Circa la metà della crescita sarà concentrata nelle aree costiere, con meno del 10% delle riserve globali rinnovabili di acqua dolce, mentre ci sarà un aumento difficilmente quantificabile ma certamente enorme delle superfici costruite e/o cementificate, con una riduzione forte delle terre coltivabili e boschive, nonchè della biodiversità. Intanto avanza il climate changing, il cambiamento climatico.

   Per esempio, secondo i dati forniti dal GHCN (Global Historical Climatology Network) e secondo la relazione climatica del NOAA (National Climatic Data Center), considerando il trimestre gennaio-marzo, quello del 2013 ha fatto segnare una temperatura media globale (sistema terre emerse-oceani) al di sopra di 0,58°C rispetto alla media del XX secolo, l’ottavo valore più alto per tale periodo, e il mese d’aprile è stato il tredicesimo aprile più caldo dal 1880.

   Inoltre siamo di fronte al 338° mese di fila e al 37° aprile consecutivo, in cui la temperatura globale della Terra ha varcato la media del ventesimo secolo. Insomma nonostante l’anomalia locale che percorre le nostre terre d’Europa, talché pare che qui l’estate non arrivi mai, la temperatura media del pianeta continua a crescere, e i soliti bene informati, gli scienziati della predizione, prevedono che aumenti di almeno 2°, due gradi, da oggi al 2052. E come è ben noto le città pompano nell’atmosfera calore, la loro temperatura è più alta di qualche grado rispetto ai dintorni, CO2 in gran quantità (75% del totale), e inquinanti di ogni tipo tra cui le micidiali polveri sottili.

   Riassumendo, cemento in crescita esponenziale, con riduzioni drastiche della superfici coltivabili e boschive, immigrati poveri negli slums a milioni, effetto serra con i prevedibili effetti “collaterali” dai tornado alle acque alte che aumenta, consumo di energia che si moltiplica, inquinamento atmosferico per non dire dei rifiuti solidi, queste alcune delle conseguenze probabili e/o possibili, provocate dalla crescita dei sistemi urbani, popolazione e superficie occupata (per i dati qui esposti sulle città vedi J.Randers, Scenari globali per i prossimi quarant’anni, Rapporto al Club di Roma, Edizioni Ambiente, wwf, 2013).

   Qualcuno dice trattarsi di un cancro che si mangia il pianeta e le sue risorse, fin quando non avrà devastato tutto. Ma andiamo a Venezia, città che nell’acqua nasce, e con l’acqua convive da secoli. In una discussione continua che coinvolge tutti i cittadini, si preserva un equilibrio delicatissimo tra acqua e terra; tra architettura/cultura e natura; tra sviluppo industriale moderno, il petrolchimico, e bellezza antica; tra rispetto dei pochi oggi abitanti, dei loro bisogni, usi e costumi e apertura/accoglienza ai cittadini del mondo intero, Venezia è il sogno di mezza umanità, forse tutta; tra acque salate e dolci; tra campagna coltivata nelle isole, e centro storico urbano.

VENEZIA, in una mappa del 1913
VENEZIA, in una mappa del 1913

   Ci vorrebbe un libro per raccontare tutto questo, e c’è, appassionante, Venezia e le Acque di Piero Bevilacqua, Qui bastino due esempi. La cura dei pozzi d’acqua dolce prima dell’arrivo dell’acquedotto, era responsabilità diretta dei cittadini, e quando arrivavano le acque alte, o una bufera, stava a te delegato sigillarli, talché l’acqua salata non li invadesse, e se te ne dimenticavi, le pene comminate dal magistrato delle acque erano salate assai. Il secondo è S.Erasmo, l’isola degli orti, ovvero un lembo di campagna coltivata che sta in città, e che rimane per ora intatto un secolo dopo l’altro, una perla per gli occhi e per il palato. Certo non basterebbe a nutrire tutta la città, ma indica una strada, un’ipotesi di lavoro.

   Anche se andiamo a Marsiglia scopriamo orti di cui poco si parla. Marsiglia è la città con una superficie di natura intoccata e/o coltivata, forse la più estesa al mondo (vedi Marseille, Ville Sauvage, essai d’écologie urbaine, 2012). Dai famosi calanchi ai cabanon sulla costa fino agli orti, privati, pubblici in affitto, cooperativi, e le grandi spiagge pubbliche, ben ventuno nel cuore della città, alcune come quella del Prado letteralmente costruite in particolare dal sindaco socialista Gaston Defferre. Marsiglia nasce come agglomerazione di villaggi, che conservano in molti casi la loro struttura, e vasti appezzamenti di terreno che sfuggono alla speculazione edilizia, sempre in agguato e aggressiva, sempre contrastata direttamente dai cittadini che si auto-organizzano.

MARSIGLIA - "Panier", il quartiere multietnico di Marsiglia (foto Flickr/Jeanne Pierre Jeannin)
MARSIGLIA – “Panier”, il quartiere multietnico di Marsiglia (foto Flickr/Jeanne Pierre Jeannin)

   A Marsiglia non abbiamo le banlieue sul modello parigino, dove si scaricano in alcune i ricchi, sorta di trincee dell’alta borghesia conservatrice, in altre i poveri di ogni colore, religione, cultura fino a diventare dei ghetti insieme prigioni a cielo aperto e rifugio per ribelli e i fuorilegge;  a Marsiglia tutti, poveri e ricchi, neri e bianchi, mussulmani e cristiani condividono la città, hanno in comune il Comune di Marsiglia, e nello stadio quando gioca l’OM, risuona sempre all’inizio il grido corale: non siamo neri non siamo bianchi, siamo tutti marsigliesi.

   Marsiglia come Venezia, nasce terra di esuli, nei secoli, fino all’ultima grande ondata di pieds noir, i francesi d’Algeria che tornavano in Francia espropriati di tutto dopo l’indipendenza  del paese maghrebino, sbarcando nel giro di pochi giorni a migliaia, anzi vicino al milione, nella città foceana. Eppure Marsiglia è riuscita a non farsi sommergere, restando sempre sopra la soglia della convivenza civile, nonostante in certi periodi siano emersi aspetti di guerra civile larvale, e la presenza di una malavita molto invasiva. Inoltre Marsiglia è in qualche modo già oltre la crisi, e funziona attraverso una economia della povertà che non si trasforma però in nera disperazione della miseria, ma anzi moltiplica le solidarietà, le comunità e associazioni di base, e le lotte.

   E’ una società che reagisce sveltissima quando si sente maltrattata o di fronte a una ingiustizia. La direi così: si tratta di una società dimagrita, scattante, e anche coi nervi allo scoperto, tesi come le corde di un violino,  e come è ben noto, le corde di violino possono emettere suoni paradisiaci, ma anche tagliarti le mani, o nel peggiore dei casi, la gola. Infine Venezia e Marsiglia sono città capaci fin qui di adattarsi a condizioni ambientali, economiche, sociali molto difficili.

   Perché questa è la chiave dei tempi che verranno, delle città del futuro, una capacità molecolare di auto-organizzazione nel quadro di una democrazia partecipata, con una conoscenza e scienza diffusa, un ampio spettro di abilità cognitive e fattuali delle persone e delle istituzioni, che si dispieghi fino a tentare di prevedere l’imprevedibile, nonché spazi ampi di natura coltivata e selvaggia inseriti dentro la città, non essendo data convivenza civile tra gli umani, senza convivenza civile con la natura, e viceversa.

   In termini fisici si chiama un sistema complesso adattivo, in grado di mutare e adeguarsi a nuove condizioni generando nuovi schemi d’azione e comportamento, senza perdere la propria identità. In altri termini, città capaci di evoluzione e metamorfosi, di cui Venezia e Marsiglia sono buoni esempi, paradigmi stimolanti. (Bruno Giorgini)

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LA CITTÀ E IL CONTADINO

Alle Città del futuro di Bruno Giorgini risponde la Chengzhenhua cinese: la nuova urbanizzazione che la leadership vorrebbe sostenibile e a beneficio di tutti. È l’occasione per aprire un dibattito a più voci sul futuro della metropoli e sul rapporto con i luoghi che abitiamo –

di GABRIELE BATTAGLIA, da Pechino (sempre dal sito Q CODE www.qcodemag.it/ )

   Venezia e Marsiglia come modello di città del futuro? Dalla Cina, la lettura di Bruno Giorgini risulta doppiamente interessante per un semplice motivo: qui, “urbanizzazione” è la parola d’ordine che il nuovo premier Li Keqiang ripete un giorno sì e l’altro pure; la formula magica che dovrà cambiare il volto del Dragone e che ci sentiremo ripetere per i prossimi dieci-vent’anni.

   In questo caso, se la Cina di solito fa da specchio all’Occidente, è vero anche il contrario: cosa dicono Venezia e Marsiglia – e più in generale le città “a misura d’uomo” d’Europa – a chi sta oltre Muraglia? È un modello estendibile, valido?

   Si dice Chengzhenhua, “urbanizzazione delle città di media grandezza”. Fino a ieri avevamo la Chengshihua, urbanizzazione delle metropoli, il processo durato trent’anni che ha creato megalopoli alla Blade Runner: Pechino, Shanghai, Chongqing, Shenzhen, Guangzhou.
La seconda si può sintetizzare così: all’avvio delle “riforme e aperture” di Deng Xiaoping, per creare la “fabbrica del mondo”, le terre sono state destinate alle industrie e sottratte ai contadini, i quali sono via via diventati lavoratori migranti (mingong, che viene da nonming, contadino, e gongren, operaio), quell’esercito industriale di riserva che si è riversato nei maggiori centri urbani e che, con il proprio lavoro vivo, ha consentito alla Cina di invadere il mondo con le sue merci a basso costo. Gradualmente, con la crescita economica a doppia cifra e l’accumulo di liquidità, i terreni sono sempre più stati espropriati non per ragioni produttive, ma per speculazione pura: quella immobiliare. E la bolla è cresciuta fino a diventare incontrollabile.

   Ora, il modello non funziona più. Tutti hanno più o meno beneficiato della crescita economica, ma c’è chi ci ha guadagnato (immensamente) di più e chi (drammaticamente) di meno e così la diseguaglianza relativa sbattuta davanti agli occhi di tutti crea instabilità sociale. Oltre centomila “incidenti” all’anno (leggi “rivolte”) sono lì a testimoniarlo. Ma il fatto nuovo è che a ribellarsi non sono più solo i contadini che si battono contro le requisizioni di terre, bensì anche il ceto medio urbano che del “modello Deng” ha beneficiato. Anzi, si può dire che il nuovo ceto medio è nato proprio grazie al modello Deng. È il nuovo fenomeno dei “nimby secondo caratteristiche cinesi”: gente benestante che non vuole la fabbrica chimica dietro casa o il figlio avvelenato da latte alla melanina, piuttosto che andarsene in giro perennemente con la mascherina antismog. Nel 2012, per la prima volta, gli “incidenti” per ragioni ambientali hanno superato di numero quelli dovuti alle requisizioni di terre (dati ufficiali).

   Pensate a che grattacapo per il potere cinese: i contadini espropriati dei terreni non ne possono più, i nuovi ceti urbani – su cui fonda il proprio consenso – si infuriano facilmente, le città sono dei mostri in costante emergenza ambientale, l’economia speculativa sta divorando quella reale, che è in calo perché gli ordini dall’estero latitano (vedi alla voce “crisi globale”).

   Come se ne esce? Chengzhenhua, urbanizzazione “sostenibile” dei centri di media grandezza, è la risposta. Posto che in Cina “solo” il 52 per cento della popolazione vive in città (nella plurimillenaria storia cinese, la data storica del sorpasso urbanizzati-rurali è il 2011) mentre nelle economia evolute la percentuale è dell’80-90 per cento, il governo di Pechino pensa che inurbare altri 400milioni di cinesi risolverebbe diversi problemi: trasformerebbe gli ex contadini/produttori in borghesi/consumatori, che darebbero quindi nuovo slancio all’economia reale; farebbe incontrare le genti e darebbe loro istruzione, così, grazie alla loro massa critica, il Paese produrrebbe finalmente merci ad alto valore aggiunto e non solo prodotti di bassa qualità e a buon mercato; lascerebbe le campagne libere per un’agricoltura di grandi aziende agricole più scientifiche, produttive, capaci di sfamare le crescenti masse urbane molto meglio del vecchio appezzamento gestito con metodi tradizionali da una singola famiglia; farebbe sì che le case di nuova costruzione non restino vuote ma vengano finalmente occupate da qualcuno; decongestionerebbe le megalopoli per distribuire la popolazione più armoniosamente nei centri minori.

   Ecco che il pensiero corre alle Venezia e Marsiglia descritte da Giorgini, anche se in Cina, presumibilmente, potrebbero avere tra i 3 e i 5 milioni di abitanti (in un altra parte di questo sito potete leggere invece di come in una lontana provincia del nordest si cerchi di rifare Firenze): una Cina di centri sostenibili, dove il contadino ha potuto accedere agli stessi beni e servizi del cittadino ed è quindi diventato ceto medio, dando il suo contributo alla riconversione dell’economia.

Sarà così? No, probabilmente.

   I critici alla Chengzhenhua già proliferano e sono di due tipi.
Primo. Alcuni economisti (di provenienza trasversale). Secondo costoro, in sintesi, non si vede perché un fenomeno indotto dall’alto di urbanizzazione dovrebbe creare automaticamente lavoro, innovazione, ceto medio benestante. Non è la città che “crea” il lavoro, ma piuttosto il contrario: gli abitanti dei villaggi vanno in città perché lì c’è già lavoro. Oppure il contadino, che si fa mercante grazie al surplus del proprio lavoro, va a venderlo al mercato più vicino. E quello diventa una città. Se si forza il fenomeno contrario, si rischia invece di produrre sacche di emarginazione, slums, disordine: l’esatto opposto della città sostenibile.

Secondo. Gli intellettuali di sinistra. Secondo costoro, non bisogna imitare il modello occidentale di urbanizzazione all’80-90 per cento, ma rispettare la tradizione contadina cinese e preservare la biodiversità costituita da quel quasi-50 per cento di contadini. Solo così, dicono, possiamo trovare soluzioni diverse, più complesse e dinamiche, alle crisi economiche; possiamo dare da mangiare a tutti; possiamo preservare il territorio, il patrimonio architettonico delle mille culture che popolano la Cina e la natura già così sofferente.   Quello che va fatto è piuttosto restituire un po’ di quanto i contadini hanno dato senza che ne avessero benefici in cambio: i servizi, gli investimenti, i beni comuni.

   Ed ecco perché in Cina non ci saranno né Venezia né Marsiglia, città nate spontaneamente dalle genti che le hanno popolate, spesso fuggendo.
Qui il modello di governo è paradossalmente sia estremamente centralizzato (l’imperatore e poi il Partito), sia incredibilmente decentralizzato: 31 province, 333 prefetture, 2858 contee, 40.858 città, un numero incalcolabile di villaggi. Ogni unità amministrativa, a sua volta è governata da una doppia struttura parallela: Partito-Stato.
Da quando, trent’anni fa, il “modello Deng” ha sostituito il successo economico alla fedeltà politica come parametro di successo, il funzionario locale (nominato dall’alto) deve dimostrare dati alla mano che ha fatto crescere il Pil locale, se vuole fare carriera. E quindi, utilizza tutto il suo potere discrezionale (datogli dalla decentralizzazione delle risorse) per “fare cassa”. Ecco la colata di cemento, ecco le città “insostenibili” che sorgono come funghi dal nulla, ecco la speculazione edilizia, ecco il lago inquinato dalla fabbrica – che produce Pil – poi ripulito dall’azienda ecologica – che riproduce Pil – e poi inquinato di nuovo dalla fabbrica, che ri-riproduce Pil: perché il Pil funziona così, tutto fa brodo.

   Il governo di Pechino decide le grandi politiche, le fa piovere dall’alto sotto forma di parola d’ordine, ma poi sul territorio arrivano mediate, deviate, snaturate dalla miriade di interessi locali.
“Il rapporto è come tra l’imperatore e i suoi principi”, ci ha detto Ou Ning, un intellettuale che è ritornato alla campagna per tentare un esperimento dal basso di moderna comune rurale.
Del resto, se la Cina ha sempre funzionato così, come può cambiare nello spazio di un mattino?

Il problema non è la dimensione della città. Il problema è storico e politico. Materiale. E i modelli, così come i valori, non sono esportabili ovunque.
Io intanto ne ho approfittato per raccontarvi un po’ di Cina. (Gabriele Battaglia)

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QUEL MELTING POT NELLE CITTÀ CHE FARÀ GLI UOMINI TUTTI UGUALI

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 20/5/2013

LONDRA – Forse non ce ne siamo ancora accorti, ma stiamo diventando tutti uguali. Per la prima volta nella storia dell’ umanità, più di metà della popolazione mondiale vive in città, e questo sta producendo un effetto non solo culturale, ma anche biologico.

   «Gli uomini sono oggi più geneticamente simili tra loro di quanto siano mai stati negli ultimi 100 mila anni», afferma il professor Steve Jones, genetista del London University College e uno degli scienziati più noti del pianeta. Non ci siamo mai assomigliati tanto, in altre parole, da quando poche decine di migliaia di Homo Sapiens popolavano l’ Africa orientale e cominciavano a diffondersi nel resto del globo. Geneticamente simili, va precisato, non significa avere tutti lo stesso aspetto, la stessa faccia, lo stesso colore della pelle: vuol dire avere un simile Dna.

   Ma una cosa è in un certo senso la premessa dell’ altra, essendo in ultima analisi la genetica a determinare le caratteristiche del nostro corpo. Nel presentare la tesi dell’ ultimo libro del professor Jones, la Bbc parla infatti di «grande omogeneizzazione umana». A determinarla, è l’ urbanizzazione. Le città, sebbene rappresentino soltanto il 3 per cento della superficie terrestre, ospitano ora più del 50 per cento della popolazione totale della terra.

   Questo processo ha portato nel “melting pot” delle metropoli, nel pentolone di razze dei centri urbani, una quantità senza precedenti di immigrati da tutti i continenti. A New York si parlano 800 lingue. A Londra i bianchi sono adesso una minoranza (appena dieci anni fa erano ancora il 58 per cento).

   E come conseguenza di questa commistione, le lingue e i dialetti della terra diminuiscono costantemente: ogni due settimane ne scompare una delle 7 mila ancora esistenti. In sostanza, la multietnicità, producendo società più diversificate dal punto di vista etnico e culturale, porta a mescolare le razze come non era mai accaduto, attraverso i matrimoni misti.

   Nord e sud, del mondo o di una stessa nazione, si mischiano. E dal cocktail genetico esce poco per volta una nuova specie: l’ Homo Unicus. La razza degli uomini tutti uguali, non attraverso un fantascientifico progetto di clonazione, bensì come risultato di una rivoluzione nei trasporti, nel progresso, nello stile di vita.

   «È un’ evoluzione cominciata con la bicicletta», dice il genetista Jones, con una provocazione che contiene una verità di fondo. Per milioni di anni, fino praticamente a due-tre secoli fa, gli uomini hanno vissuto per lo più nel luogo in cui erano nati. La distanza tra un villaggio e una città, per non parlare di quella tra una nazione e l’ altra, tra un continente e l’altro, appariva come quella tra la Terra e la Luna: incolmabile.

   Le navi dei conquistadores prima, i treni della rivoluzione industriale poi (e la metropolitana, la prima inaugurata a Londra 150 anni or sono), hanno ridotto e infine frantumato quella distanza. Il globale è diventato locale.

   E la concentrazione sempre più ampia e diffusa di persone di origine etnica e geografica differente all’ interno di una stessa città ha creato una miscela dapprima culturale, quindi pure biologica, come non accadeva dall’ alba dell’ Uomo.

   Naturalmente è inesatto dire che siamo tutti uguali. Ma l’urbanizzazione, avverte l’eminente scienziato gallese, ci sta cambiando in modo non solo socioculturale. Possiamo sembrare diversi per ceto, reddito, religione, ma dentro, dal punto di vista scientifico, ci somigliamo quasi come al tempo del primo uomo. Dando ragione a quella vecchia battuta di Albert Einstein, che al funzionario dell’ immigrazione di New York, il quale compilando il questionario d’ ingresso negli Usa gli chiedeva a che razza appartenesse, rispose senza batter ciglio: «Umana». (Enrico Franceschini)

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Orizzonti – Mappe

COSÌ GOOGLE MAPS IMPOVERISCE LA CITTÀ

di Evgeny Morozov, da “il Corriere della Sera – LA LETTURA” del 26/5/2013

– Avanza il progetto di standardizzare spazi e itinerari ma è il disordine che rende interessante la vita urbana

   In un’intervista dello scorso febbraio al blog tecnologico TechCrunch, Daniel Graf, direttore di Google Maps per la telefonia mobile, ha espresso una visione filosofica — direi postmoderna — sul futuro delle mappe. «Se io e lei guardiamo la pianta di una città — ha detto Graf — ci vediamo le stesse cose? Non credo, dato che andiamo in posti differenti».

   A metà maggio, quando Google ha annunciato l’imminente uscita della nuova versione del suo noto servizio di cartografia, si è visto chiaramente che Graf non stava scherzando. Nel prossimo futuro, le mappe saranno generate in modo dinamico e altamente personalizzato, evidenziando per noi i luoghi frequentati dai nostri amici dei social network, i luoghi di cui parliamo nelle email o che sondiamo con il motore di ricerca. I posti che non abbiamo mai nominato — o per i quali non abbiamo espresso interesse — saranno invece più difficili da trovare.

   Potrebbe sembrare una soluzione liberatoria ed efficace — almeno è così che Google vorrebbe che la considerassimo. «In passato — ha dichiarato l’azienda — una mappa era solo una mappa. La pianta di New York era la stessa, che si cercasse l’Empire State Building o un caffè in una strada. E se diventasse invece una piantina fatta apposta per noi, capace di adattarsi alla ricerca che vogliamo eseguire in quel preciso momento?».

   Dal punto di vista pubblicitario, è una mossa geniale. Supponiamo che Google sappia tutto dei suoi utenti che a un certo punto hanno parlato di un certo ristorante nelle loro email. Non sarebbe logico che si mettesse in contatto con il titolare di quel ristorante, proponendo di raggiungere tutti quegli utenti mentre stanno utilizzando Google Maps, e assicurando che gli altri ristoranti, per i quali gli utenti non hanno ancora espresso interesse, sarebbero più difficili da trovare?

   La logica di Google è però profondamente conservatrice. Finché la pubblicità è il cardine della sua attività, Google non sarà davvero interessata a introdurre sistematicamente delle novità nella nostra vita. Per avere successo con gli inserzionisti, deve convincerli di possedere profili accurati di tutti noi e di poter prevedere dove probabilmente andremo (o che cosa cliccheremo). Il modo migliore per farlo è cercare di trasformarci in creature altamente prevedibili, limitando artificialmente le nostre scelte. Un altro modo è quello di spingerci ad andare in posti in cui vanno altre persone come noi — i nostri amici di Google –, ad esempio. In poche parole, Google preferisce un mondo in cui frequentiamo regolarmente tre ristoranti a un mondo in cui le nostre scelte sono impossibili da prevedere.

   In apparenza può sembrare che quello che Google sta facendo con le mappe non sia molto diverso da quello che ha fatto con i risultati delle ricerche. Anche quelli sono passati dall’essere universali — facendo la stessa ricerca, tutti vedevano gli stessi risultati— al diventare altamente personalizzati — quello che vediamo quando clicchiamo su «cerca» riflette le nostre precedenti ricerche. In quest’ambito la personalizzazione era però più difendibile: se si cerca «pizza», è ragionevole che Google ci mostri i ristoranti nei dintorni piuttosto che quelli di tutto il mondo. La personalizzazione delle mappe porta invece questa logica a estremi poco simpatici: ora, digitando «pizza», vedremo i ristoranti che secondo Google dovrebbero piacerci e non quelli che non abbiamo ancora scoperto.

   A giudicare dalle modifiche che intende apportare alle mappe, l’incursione di Google nello spazio pubblico potrebbe avere conseguenze drastiche. Inoltre non si tratta solo di mappe: le sue automobili automatiche e gli occhiali intelligenti incideranno profondamente sul nostro rapporto con il mondo esterno.

   Lo spazio, per Google, è solo un altro tipo di informazione da organizzare per poter raggiungere l’audace obiettivo di «organizzare tutte le informazioni del mondo». Come ha detto l’anno scorso uno dei suoi ingegneri che si occupano delle mappe, «tutto quello che si vede nel mondo reale deve essere nel nostro database».

   Il problema di questa impostazione è che Google non riconosce il ruolo fondamentale che hanno il disordine, il caos e le novità nel plasmare l’esperienza urbana. Nel 1970 il sociologo Richard Sennett scrisse il bellissimo libro Usi del disordine (edito in Italia da Costa & Nolan nel 1999), che tutti gli ingegneri di Google dovrebbero leggere. Sennett vi faceva l’apologia delle «città affollate, disordinate, travolgenti», dove stranieri e persone di diverse provenienze socio-economiche si trovavano spalla a spalla. La città ideale di Sennett non è un agglomerato di ghetti e comunità chiuse che non comunicano tra loro, ma piuttosto un intreccio di diverse realtà — ed è il trambusto che questa mescolanza genera a volte nella nostra vita quotidiana a renderla un luogo interessante, dando modo agli abitanti di diventare esseri umani maturi e complessi.

   La visione urbana di Google, invece, è quella di chi cerca di raggiungere un centro commerciale su un’automobile automatica. È profondamente utilitaristica, egoista, e non mostra alcun interesse per il modo in cui viene vissuto lo spazio pubblico: nel mondo di Google, lo spazio pubblico è solo quel che si frappone tra la nostra casa e il ristorante ben recensito che non vediamo l’ora di raggiungere. Dato che nessuno recensisce lo spazio pubblico o ne parla nelle email, potrebbe anche scomparire dalle mappe altamente personalizzate di Google. A giudicare dai video promozionali di Google Glass, in effetti, potremmo anche non notare che sia scomparso: da quanto ne sappiamo, potremmo attraversare un deserto urbano che Google Glass ci farebbe apparire piacevole.

   Il motivo principale per preferire mappe non personalizzate non ha nulla a che fare con la tecnofobia o la nostalgia per l’era pre-Google. La questione è in realtà abbastanza semplice: quando tu e io guardiamo la stessa mappa, c’è una buona probabilità che ci si metta a discutere di come migliorare lo spazio che vi è rappresentato. Che la nostra esperienza di quello che era lo spazio pubblico stia diventando sempre più privata — anzitutto per via degli smartphone, poi delle auto automatiche e dei Google Glass — e che tutto questo venga fatto in nome «dell’organizzare le informazioni del mondo» dovrebbe preoccupare chiunque sia interessato al futuro dell’urbanistica.

   Se Google riuscirà nel suo intento, il nostro spazio pubblico presto avrà l’aspetto dei sobborghi californiani in cui quella società è di casa: belli ma isolati, soleggiati ma dotati di infrastrutture decrepite, ordinati ma esclusivi. Quel che disse Richard Sennett di queste comunità in Usi del disordine — che sono luoghi per «persone che hanno paura di vivere in un mondo che non possono controllare» — è vero anche per gli ottimizzatori di Google. Ma la mancanza di controllo è semplicemente il prezzo che dobbiamo pagare per vivere negli ambienti complessi, diversificati e cosmopoliti che chiamiamo «città». Purtroppo, per quanto notevole sia il suo impatto sull’urbanistica, non sembra che Google capisca cosa sia — e a cosa possa servire. (Evgeny Morozov – Traduzione di Maria Sepa)

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Scenari – Un saggio di Bernardo Secchi chiama in causa le responsabilità dirette degli urbanisti

CITTÀ PIÙ GRANDI E PIÙ INGIUSTE

di Vittorio Gregotti, da “il Corriere della Sera” del 3/8/2013

Le «postmetropoli» simbolo delle diseguaglianze sociali –

   Sul tema del mutamento futuro della città (o forse dell’idea stessa di città) si sono concentrate non solo le attenzioni tradizionali di architetti e urbanisti, ma soprattutto di economisti, sociologi, teorici della creatività e persino talvolta di politici professionali.

   Per ora gli «architetti delle città» rappresentano poco più del cinquanta per cento degli abitanti del globo e si prevede che essi saliranno al sessanta per cento attorno al 2025. Ovviamente di città, o meglio di insediamenti urbani, ve ne sono di diversissimi tipi: dai villaggi alle postmetropoli, che hanno dato nuovo significato alle antiche metropoli, sembrano, crisi o non crisi, destinate ad aumentare in numero e in estensione sia insediativo che di popolazione.

   Ma soprattutto secondo alcune previsioni di queste «città mondiali» di comando, come le aveva definite molti anni or sono Saskia Sassen, sedi privilegiate e interconnesse della urban élite, esse sembrano destinate a decidere i destini del globo in modo sempre più indipendente da luoghi, culture e organizzazioni nazionali. L’Europa, nonostante la presenza importante di Londra e Parigi, le uniche che superano i dodici milioni di abitanti, di queste postmetropoli non ne ha nessuna, a meno di considerare confini urbani i suoi sistemi insediativi regionali interconnessi, che nascono dalla specialissima fittezza della rete insediativa europea.

   Alcuni propongono la distinzione dei due significati della parola confine in quanto limite o in quanto bordo, o si dichiarano per una città aperta. Ma anche qui certamente aperta sociologicamente all’altro, al diverso, allo scambio, contro ogni gated community, ricca o poverissima, ma come ci si regola nell’estensione territoriale con le difficoltà dei trasporti, la moltiplicazione dei servizi, i costi delle infrastrutture, la presenza dei servizi rari e le superfici aperte (agricoltura o parchi) inglobate tra il costruito?

   Ovviamente il giudizio sulle postmetropoli (da Città del Messico a Mumbai, da Shanghai a Seul, e persino all’invenzione di qualcun’altra del tutto nuova che viene talvolta temerariamente proposta) è estremamente differenziato e in radicale opposizione alle tesi ambientaliste e di nuovo equilibrio con una produzione agricola diffusa.

   Quindi non una città territorio senza confini, ma capace di un dialogo per la costruzione di un paesaggio multicentrico interconnesso. Tutto questo anche se, nonostante gli aumenti previsti, le superfici occupate dagli insediamenti urbani non superano oggi il 2,5% della superficie del globo e, nonostante il loro incessante sviluppismo anche in termini di possibilità, sono, per ora, soprattutto la rappresentazione della disuguaglianza sociale assai più che dall’importanza organizzativa della vita collettiva.

   Sono proprio le comunicazioni immateriali di massa e intersoggettive che propongono forme di autocolonizzazione globale a servizio dei mercati e volte ad eliminare le differenze tra le culture, culture che sono talvolta produttrici di scontri ma anche portatrici di fondamentali possibilità di confronti dialettici tra differenze e soprattutto di quelle che io definisco «le possibilità necessarie», dell’abitare civile futuro.

   A queste riflessioni, almeno nella sua interpretazione, è dedicato il nuovo libro di Bernardo Secchi dal significativo titolo LA CITTÀ DEI RICCHI E LA CITTÀ DEI POVERI (Laterza, pp. 90, 14 euro), con cui egli richiama la diretta responsabilità degli urbanisti nell’aggravarsi delle disuguaglianze. «La paura rompe la solidarietà, fa emergere sistemi di intolleranza e la speculazione separa la popolazione in funzione del reddito, che a sua volta costruirà le proprie gated community o promuoverà per i diversi di razza, di censo o di religione le favelas per poverissimi».

   A tutto questo contribuisce, scrive Secchi, a partire dalla fine del diciottesimo secolo, anche l’idea della «casa di famiglia» come microcosmo da difendere, e una progressiva «politica di distinzione», un po’ in tutto il mondo. Gli esempi che Secchi racconta sono molti e assai differenziati, dal Sud America ad Anversa, sino alla formazione e poi interpretazione (sociologica e progettuale) delle periferie o alle contraddizioni conflittuali delle «città diffuse», costruite a partire «dall’ideale utopico della casa singola».

   Dopo aver rivisitato il contributo teorico sulla questione della «città delle disuguaglianze» di Foucault e di Barthes degli anni Settanta, Secchi accenna alla tradizione postbellica della politica urbanistica europea e ai suoi tentativi fondati sul «welfare state», terminando con una riflessione che cerca di domandarsi se al di là della crisi economica, esista una specifica crisi della città stessa, che si evidenzia anche nella riduzione della necessità di persone impegnate nella produzione a causa dei progressi tecnici della produzione stessa, e del conseguente indebolimento dell’idea di classe sociale che si è enormemente estesa come classe media, con un numero di ricchi forse minore ma enormemente differenziato.

   E, aggiungo io, senza alcuna cultura di classe, ma solo quella dei poteri costituiti dall’impero del capitalismo finanziario globale. Così il costo delle disuguaglianze è enormemente aumentato: costo in denaro, costo politico e incertezze nelle proposte ragionevoli della città futura. (Vittorio Gregotti)

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DI CHI E’ LA STREET ART?

di Gregorio Botta, da “la Repubblica” del 11/8/2013

– Ridisegnano le città, le loro opere vengono ormai staccate dai muri per essere battute all’asta o entrare nei musei – Ecco come Banski e gli altri sono stati promossi star del contemporaneo –

   Attenzione a giudicare quando vedete un muro dipinto per strada: magari quel pezzo di intonaco che guardate con dispetto e disprezzo varrà un giorno un sacco di soldi.

   E forse – uno su cento, uno su mille? – li vale già. Banksy – il più celebre e misterioso street artist al mondo – insegna: è diventato famoso il caso del Labour slave, il dipinto del ragazzino che lavora alla macchina da cucire.

STREET ART - MURALES A CATANIA
STREET ART – MURALES A CATANIA

   Staccato da un muro di Londra (dal proprietario del palazzo) doveva essere messo all’ asta a Miami, poi è tornato in patria dopo infinite proteste,e comunque alla fine è stato venduto: un milione di sterline, più o meno. La storia si ripete: è stato ora commissionato il distacco di un altro affresco – due bambini che giocano con un cartello che recita “no ball games” – nel quartiere di Haringey. Sarà anch’ esso venduto, ma questa volta, per attutire le polemiche, giurano che una parte del ricavato sarà devoluto ad un’ associazione no profit.

   A questi prezzi, c’ è da giurarci, l’ esempio sarà seguito da altri, con relativo strascico di discussioni legali e filosofiche. Di chi è la street art? Dell’ autore, del proprietario del muro – posto che esista – dello Stato? Esiste un copyright per un’ opera che nasce – per statuto – in modo illegale? Il dibattito è aperto e chissà se mai si chiuderà.

   Per ora, una cosa sola è certa: i padroni di negozi e palazzi che negli anni passati hanno cancellato i topi scelti da Banksy come emblema staranno mangiandosi le mani. Avessero conosciuto un po’ di storia dell’ arte contemporanea sarebbero stati più avveduti. Perché già negli anni ‘ 70 le gallerie americane più cool intuirono che il mondo dei graffiti aveva potenzialità enormi. Keith Haring docet. Che i murales possano produrre soldi non è una novità.

STREET ART - BANSKI: LABOUR SLAVE
STREET ART – BANSKI: LABOUR SLAVE

   La cosa straordinaria è un’ altra: oggi se scompare un Banksy dalla strada si moltiplicano le proteste. I cittadini si arrabbiano, i consiglieri municipali cercano di impedirlo, qualcuno chiede all’ artista di ridipingerlo. La comunità, evidentemente, sente come suo quell’ affresco fatto con lo spray. Ne vuole essere proprietariae custode.

   E d’ altronde piccole città hanno rifondato la loro identità culturale – e turistica – grazie ai graffiti: perché non dovrebbero esserne orgogliose? Bristol, patria di Banksy – dove esiste un Banksy tour e addirittura un pub è intitolato all’ artista – è una di queste. Ma ancora di più forse è Vitry-sur-Seine, vicino Parigi, ad essersi aperta alle bombolette di tutto il mondo: e le pareti della città fioriscono e rifioriscono in continuazione con i più imprevedibili disegni.

   Non a caso è stata scelta come residenza da C215, un altro celebrato muralista, che ha cominciato disegnando ovunque il volto della sua piccola figlia Nina – che è via via cresciuta sui muri della Francia – e ha poi esteso il suo repertorio ai barboni, ai diseredati, ai borderline. «Mi sentivo un emarginato come loro».

   Ma le cose cambiano: e quando è arrivato in missione a Roma ha percepito la storia della città. Risultato: ha cosparso i muri di aprés Caravaggio, dalla Medusa al Bacchino, magistralmente disegnati. Perché questa è un’ altra caratteristica della new wave del graffitismo.

   I più bravi non sono autodidatti: vengono quasi tutti da scuole d’ arte, ne conoscono la storia, ne riciclano stili e modi, fanno citazioni colte. Shepard Fairey, in arte Obey, ad esempio: è il poster-artist americano che ha disegnato l’Obama in rosso e blu con la scritta Hope, diventato il simbolo – e per qualcuno anzi un importante fattore – della prima vittoria presidenziale. Nei suoi manifesti si può riconoscere la lezione del Costruttivismo russo, della pop o dell’ arte impegnata di Barbara Kruger. Ed è arrivato a citare- in un suo Manifesto – oltre allo scontato McLuhan anche Heidegger come fondamento delle sue operazioni creative.

   Esagerazioni? Certo, ma dai primi graffiti molta acqua è passata sotto i ponti. Figli della cultura hip hop, nascevano come una rivendicazione, rabbiosao ironica, di identità nell’ anonimato urbano: non a caso la prima cosa che uno street artist faceva era costruirsi una “Tag”, una firma, stilizzata e riconoscibile, da ripetere all’ infinito. Era sempre a caccia di muri liberi per segnare il territorio. Come a dire: «Io esisto, io sono qui, voi non mi cancellerete».

   Un urlo vestito a festa con i colori squillanti di una grafica accesa. Prima ancora che esistesse la Rete, prima di YouTube, i guerriglieri della bomboletta hanno fatto delle strade un gigantesco web dove esprimersi liberamente e illegalmente. Sia chiaro: enorme è la quantità di junk-graffiti che hanno prodotto in questi anni. Orribili scritte su monumenti o palazzi, pasticci visivi che stuprano intonaci, marmi e treni.

   Ma da questo terribile rumore di sottofondo sono emersi col tempo campioni dalla prepotente personalità. Non dipingono più solo nomi o sigle: ma disegni, figure, pensieri, opere concettuali, figurazioni astratte, in alcuni casi di grande bellezza. E grazie a loro tristi architetture dei non luoghi hanno ricevuto un nuovo volto e un nuovo respiro.

   Anche la tecnica si è fatta via via più raffinata: non più mano libera, ma stencil, ovvero sagome ritagliate che consentono pitture veloci, perfette e uguali. Dicono che il primo ad usarle fu il francese Blek le Rat, ispirato – pensate un po’ – dai volti di Mussolini visti in un viaggio in Italia e che erano fatti appunto in questo modo. Ma ormai siamo nella fase del multistencil: due, tre, quattro mascherine ritagliate per ogni affresco, in modo da renderlo più colorato e profondo.

   Altro che improvvisazione: artisti come C215 o gli italiani Sten Lex passano ore e ore nei loro studi a preparare le sagome per il palazzo che verrà. Gli interventi sono sempre più mastodontici, impegnativi, costosi: come JR che ha ricoperto pareti e tetti delle favelas di Rio con giganteschi ritratti in bianco e nero, restituendo un volto alle lamiere delle baracche.

   O come lo straordinario Blu, italiano, che ricopre intere facciate di edifici (Berlino, Roma) appollaiato su un carrello elevatore e munito di una grande scopa-pennello: operazione che richiede giorni di lavoro e tonnellate di vernice. A Roma, al Testaccio, Blu ha trasformato con le sue facce tenere e mostruose un’intera palazzina.

   Il quartiere romano è diventato un po’ la vetrina della street art italiana: un anno fa l’Urban Art festival ha lasciato molti affreschi sui suoi muri, e quest’ anno altri ne saranno dipinti nella vicina di Garbatella. Sì. il mondo del Do it yourself si è organizzato, strutturato, ed è stato definitivamente riconosciuto. Sono nati siti specializzati ( Street Art News, Urban Painting, Wooster Collective) si organizzano festival, operazioni politiche – come la missione in Palestina per dipingere il Muro israeliano – gallerie vendono e promuovono le opere, Comuni e municipi offrono spazia spraye pennelli. Banksy, che entrava nei musei per compiere atti di guerrilla-art (aggiungere opere ironiche alle sale), ora è ospite gradito in quelle stesse sale.

   Le istituzioni pubbliche aprono le porte: il Lincoln Center ha commissionato al duo Faile una mega-installazione per la stagione del New York City Ballet. E così, partiti dall’undeground, i graffitisti si trovano sempre più coccolati dal mondo dell’ arte ufficiale, vivendo tra ricchi collezionisti, importanti commissioni e incursioni fuori legge. (L’ esempio perfetto è Obey: arrestato per affissioni abusive proprio il giorno dell’inaugurazione della sua mostra al museo di Boston).

   Clandestini a mezzo servizio, molti street artist abitano una zona grigia tra legalità e illegalità dove sembrano trovarsi perfettamente a loro agio, anche se qualche duro e puro contesta ogni compromesso. «Le strade sono i nostri pennelli e le piazze le nostre tele» scriveva Majakovskij: un secolo dopo la profezia si avvicina.

   Può piacere o no, ma nell’ epoca della crisi della pittura quest’ arte di strada sembra in grado di restituirle forza e vitalità. Forse anche per questo, nella miseria asfittica dell’arte pubblica – soprattutto in Italia – ha occupato uno spazio di supplenza in modo prepotente e ormai ineludibile. Forse non sapremo mai di chi è la street art, ma certamente sappiamo che ne vedremo sempre di più. (Gregorio Botta)

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2050, IL FUTURO DELL’UOMO È NELLE CITTÀ

di ANNA MARIA MERLO dal MANIFESTO (luglio 2005)
– L’esodo rurale toccherà anche i paesi in via di sviluppo. Demografi riuniti in Francia immortalano la popolazione del pianeta, dalla fecondità africana alla longevità giapponese –
PARIGI – Oggi la terra conta 6,5 miliardi di persone. I demografi avevano ben previsto questa cifra, ma avevano parlato di 15 miliardi per il 2050. Questa previsione è ora rivista al ribasso: gli abitanti del pianeta saranno «solo» tra gli 8 e i 9 miliardi a metà secolo. Da ieri fino al 23 luglio, sono riuniti a Tours circa 2mila specialisti provenienti da 110 paesi, per il congresso che ha luogo ogni 4 anni, organizzato dall’Unione internazionale dei demografi. Dagli scambi che avranno luogo a Tours dovrà venir fuori un panorama degli anni a venire. Intanto, è già possibile dire che la crescita demografica sarà ineguale: attualmente, il 95% dell’aumento di popolazione ha luogo nelle regioni meno sviluppate e il 5% in quelle industrializzate.

   Ma già oggi, più della metà della popolazione mondiale vive in paesi a debole fecondità (al di sotto di 2,1 bambini per donna): si tratta di un fenomeno nato nei paesi ricchi, ma che ha toccato più in fretta del previsto quelli in via di sviluppo.

   Nel 2050, la popolazione dei paesi ricchi sarà in diminuzione, all’incirca 1 milione di persone in meno l’anno, mentre quella dei paesi in via di sviluppo crescerà di 35 milioni l’anno, 22 dei quali nei paesi meno avanzati. L’11% della popolazione mondiale che abiterà nei 50 paesi meno avanzati sarà responsabile di un quarto della crescita demografica mondiale nel 2050.
L’AFRICA ANCORA TRAUMATIZZATA. La maggior parte dei paesi meno favoriti si trova in Africa. Le previsioni per questo continente sono complesse. Da un lato, la fecondità dell’Africa sub-sahariana è ancora molto forte, superiore a 5 bambini per donna. Ma dall’altro, questa regione è la più colpita al mondo dall’aids e da un’alta mortalità infantile. In Africa australe, la speranza di vita è crollata da 62 anni del periodo 1990-1995 a 48 anni per il 2000-2005 (34 anni in Mozambico, paese dove è la più bassa al mondo). I demografi prevedono quindi una crescita demografica nulla per il periodo 2005-2015 in Africa australe. Complessivamente, la popolazione africana dovrebbe aumentare dagli 0,8 miliardi attuali a 1,9 miliardi nel 2050.
INVECCHIAMENTO PROGRESSIVO. Oggi sono le giapponesi a battere il record mondiale di longevità: 85 anni di speranza di vita. In Europa, le francesi e le spagnole sono già a 84 anni. Il fenomeno, che è una delle principali novità di questi ultimi anni, sarà in crescita dappertutto, Africa sub-sahariana esclusa. Lo spopolamento, già nel periodo 2000-2005, ha riguardato 17 paesi sviluppati. Questo fenomeno dovrebbe riguardarne 51 entro il 2050, a cominciare da Germania, Italia, Giappone e la maggior parte dei paesi dellex Urss.

   Mentre la popolazione dei paesi sviluppati dovrebbe restare stabile, intorno all’1,2 miliardi, la proporzione delle persone con più di 65 anni dovrebbe passare dal 15% attuale al 26% a metà secolo. Soltanto il saldo migratorio positivo – 98 milioni previsti entro il 2050, cioè 2,2 milioni in media l’anno – potrà compensare il saldo negativo delle nascite rispetto alle morti. Ma l’invecchiamento possibile maschera una crescita delle ineguaglianze: non solo tra Nord e Sud, ma anche « all’interno di uno stesso paese – afferma Jacques Vallin direttore dell’Ined francese – dove lo scarto aumenta tra diverse categorie sociali. Lo si vede bene nella lotta contro le malattie cardio-vascolari».

   Nei due giganti, Cina e India, la situazione non evolverà allo stesso modo: oggi rispettivamente con 1,3 e 1,1 miliardi di abitanti, la posizione si rovescierà quando nel 2030 l’India (che ha un tasso di natalità più alto della Cina, 2,9 contro 1,7) avrà superato la Cina. Nel 2050, l’India dovrebbe avere 1,6 miliardi di abitanti, contro 1,4 miliardi in Cina, paese che vive oggi uno squilibrio demografico tra uomini e donne, dovuto agli effetti della politica del figlio unico, in un paese dove la preferenza va ai figli maschi. L’India, inoltre, avrà una popolazione più giovane di quella cinese: nel 2052, in India, gli abitanti dai 65 anni in su saranno il 15% della popolazione (sono oggi il 5%, mentre in Cina saliranno dall’8% attuale al 24%).
L’UOMO SARÀ UN URBANO. Già oggi, la metà circa dei 6,5 miliardi di abitanti della terra vivono in città. Il fenomeno tocca addirittura l’80,2% in America del nord. I demografi prevedono che l’esodo rurale si generalizzerà, fino a toccare anche nel mondo in via di sviluppo il tasso dei paesi industrializzati, che equivale ai tre quarti della popolazione ormai urbana. Lagos, in Nigeria, è passata dagli anni `70 a oggi da 1 a 16 milioni di abitanti.

   Oggi in Europa il 73% della popolazione vive in città, contro solo il 40% in Asia. Ma in Europa la popolazione urbana rappresenta 531 milioni di abitanti, mentre in Asia è di un miliardo e 562 milioni. Con un tasso di crescita urbana inferiore allo 0,1% in Europa e del 2,7% in Asia. Una vera sfida all’umanità, che dovrà ripensare le città, per renderle meno divoratrici di energia, meno inquinanti, più vivibili.
LA FRANCIA IN TESTA. In Europa, è la Francia, con l’Irlanda, ad avere il più alto tasso di natalità, con 1,9 bambini per donna. In Germania, una donna su quattro nata nel `60 non ha figli, contro solo il 14% in Francia. E le francesi hanno uno dei più alti tassi di attività lavorativa in Europa: l’80% tra 24 e 49 anni e con bambini al sotto di 3 anni lavora.

   Politica degli asili nido e della scuola materna ormai dai 2 anni gratuita, centri di vacanze molto diffusi, mense in tutte le scuole, sovvenzioni e sgravi fiscali notevoli per le famiglie, fin dagli anni di Giscard d’Estaing. Ma anche una politica che ha favorito non solo le nascite fuori del matrimonio (il 50% dei bambini nati in Francia), ma anche la famiglia monoparentale, una donna sola con figli non ha nessun problema di accettazione sociale. Una questione di mentalità, che dà i suoi frutti. (ANNA MARIA MERLO)

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DINAMICHE DEMOGRAFICHE, URBANESIMO e FLUSSI MIGRATORI

PROF. MICHELE SANTORO (dal sito http://www.giottoulivi.it/studioinrete/ )

DEFINIZIONI

   La dinamica demografica è legata ai cambiamenti delle dimensioni delle popolazioni e ai fattori che le regolano nel corso del tempo. All’interno di ciascuna popolazione gli individui interagiscono fra loro nel tempo e nello spazio. Quando si vuole studiare la dimensione e i cambiamenti nel tempo di una popolazione vuol dire prenderne in esame la struttura e le relazioni con l’ambiente.

   Per operare un’analisi numerica di una popolazione occorre prenderne in esame alcuni parametri:

     tasso di natalità numero di individui nati in un certo periodo di tempo in rapporto ad un determinato numero di individui della popolazione preesistente. Per esempio per la popolazione umana si usa il periodo pari ad un anno e il numero iniziale pari a 1.000

       tasso di mortalità numero di individui morti in un certo periodo di tempo in rapporto ad un dato numero iniziale di individui vivi. Per l’uomo corrisponde al numero annuale di morti ogni 1.000 persone.

     Immigrazione  arrivo di nuovi individui da altre popolazioni.

     Emigrazione allontanamento dalla propria area d’origine da parte di alcuni individui della popolazione

       Incremento naturale differenza tra tasso di natalità e tasso di mortalità.

       Incremento demografico corrisponde all’incremento naturale corretto con il saldo dei flussi migratori

   Riassumendo l’ingresso di nuovi individui nella popolazione avviene per nascite o immigrazione, mentre l’uscita avviene per morte o per emigrazione. La popolazione

o       rimane stabile   nel tempo      se nascite + immigrati = morti + emigrati

o       cresce                                     se nascite + immigrati > morti + emigrati

o       diminuisce                             se nascite + immigrati < morti + emigrati

Quando ci si accinge a studiare le popolazioni, il loro ammontare e la loro composizione si tiene conto:

o       delle caratteristiche degli individui: età, sesso, stato civile, istruzione, professione…

o       dei processi che ne determinano la formazione, conservazione, accrescimento e estinzione:natalità, mortalità e mobilità

   La dinamica delle popolazioni è determinata quindi dai comportamenti demografici che originano eventi biologici (nascite, morti) o eventi sociali (migrazioni)

   Fra gli obiettivi della demografia ci sono lo studio di tali dinamiche e la ricerca di regolarità nei fenomeni osservati. Ciò al fine di poter giungere ad una teoria interpretativa sui meccanismi che sottendono la continua evoluzione delle popolazioni umane. Si definisce una popolazione il numero di individui di una data specie che si incrociano tra loro e che sono più o meno isolati da altri gruppi simili. Gli individui di una popolazione utilizzano le stesse risorse, occupano una stessa regione e sono soggetti agli stessi fenomeni naturali (temperatura, rifornimento idrico e alimentare)

   Le popolazioni umane si definiscono come insiemi di individui stabilmente costituiti ed identificabili sulla base di criteri territoriali, politici, giuridici, etnici o religiosi.

   Il termine demografia con l’accezione attuale compare per la prima volta in un’opera dello statistico francese GUILLARD nel 1855. Il ruolo della demografia nel panorama degli studi umani è quello di raccordo fra le scienze biologiche con quelle sociali. Pertanto si avvale di studi storiografici, della biologia, della sociologia, dell’economia e della politica. Per giungere ad una qualche teoria interpretativa nello studio della demografia si può  tenere conto dei dati statistici su tutti gli aspetti: dimensione della popolazione, crescita, distribuzione e composizione, morti (infantili, materne, adulti), nascite, matrimoni, movimenti etc… Tutti i dati sono raccolti elaborati e costituiscono indicatori demografici. Negli ultimi tempi sono aumentate le possibilità di raccolta dati sia individuali sia aggregati.

   Nello stesso tempo sono aumentate e migliorate le possibilità di elaborazione grazie alle maggiori potenzialità degli elaboratori elettronici. La raccolta dati si avvale di censimenti estesi alle popolazioni di tutti i paesi del continente europeo. Nella tabella seguente si riportano alcuni indicatori demografici relativi ai 27 paesi dell’U.E.

   Fra gli interrogativi più importanti c’è la consistenza numerica e lo sviluppo della popolazione mondiale. Ci si pone la domanda del come e perché la popolazione umana abbia avuto un aumento consistente a partire da 250 milioni dell’anno 0 dell’era cristiana, 1 miliardo nel 1800, a fine 2000 si è arrivati a 6 miliardi, nel 2007 6 miliardi e 671 milioni. Ciò per esprimere solo alcuni valori sintetici. Sono ancora sotto analisi i meccanismi che nelle varie epoche hanno determinato la crescita, o la stagnazione o addirittura la regressione della popolazione. Per far ciò si valuta attentamente le dinamiche dell’interazione tra popolazione umana e ambiente in cui vive, quindi risorse a disposizione e capacità di sviluppo. I comportamenti delle popolazioni umane determinano necessariamente effetti sull’ambiente circostante e questo, ha sua volta, condiziona i comportamenti e di conseguenza anche tutte le altre caratteristiche demografiche, secondo meccanismi di azione e di retroazione.

   La popolazione ha un duplice ruolo nello sviluppo:

1.      agente dei cambiamenti ambientali, sociali ed economici;

2.      soggetto passivo dei processi dello sviluppo, in quanto in funzione del livello di sviluppo avrà determinati condizioni di vita, di salute, di benessere, o semplicemente occasioni di sopravvivenza.

Gli studiosi negli ultimi decenni si sono posti l’obiettivo di analizzare le relazioni tra popolazioni e sviluppo. Gli studi hanno portato a diversi modelli interpretativi. Noi ne consideriamo solo due radicalmente diversi fra loro per dare l’idea del ventaglio delle conoscenze. I modelli hanno origine in funzione delle ipotesi di partenza sulla consistenza delle risorse naturali, sulla loro sostituibilità con quelle artificiali e sulla capacità dello sviluppo di autosostenersi.

Paradigma catastrofista, sostiene l’esistenza di un potenziale squilibrio tra la popolazione e le risorse disponibili. In pratica si afferma che la tendenziale crescita demografica prima o poi si scontrerà con i limiti di sostenibilità del pianeta. Per tale motivo si teme di dover assistere ad un progressivo peggioramento delle condizioni di vita. Questo modello originariamente formulato da Malthus alla fine del 1700 prevedeva che la crescita demografica (progressione geometrica) avrebbe ad un certo punto scavalcato la crescita delle risorse (progressione aritmetica), perciò il peggioramento del tenore di vita si sarebbe tradotto in alta mortalità (per carestie, epidemie, guerre, etc..) e per evitare ciò la popolazione dovrebbe limitare la propria crescita attraverso un “freno preventivo” del matrimonio ritardato che comporterà una minore natalità. Lo sviluppo economico caratterizzato da un aumento del reddito procapite non era visto come soluzione al problema, perché si riteneva che il maggior benessere avrebbe favorito la formazione e delle famiglie e quindi la crescita numerica della popolazione che, riducendosi nel frattempo le risorse naturali, si sarebbe condannata alla stagnazione economica successiva. Negli anni ’50 questo modello ha fatto scuola e alcuni autori definiti antipopolazionisti denunciavano i limiti della crescita e l’impossibilità di sostenere ogni forma di crescita illimitata in un mondo finito, giungendo ad affermare l’incompatibilità tra l’aumento della popolazione con l’innalzamento dei livelli di vita. Pertanto lo sviluppo risulta possibile solo se si frena la fecondità attraverso il controllo delle nascite. Questo diventa l’unico modo in quanto c’è il calo della mortalità, riconosciuto come ambizione legittima di ciascun paese e di ogni politica sanitaria.

   Valutazioni diametralmente opposte sono espresse nell’altro modello cioè il paradigma popolazionista che afferma che la crescita demografica è una variabile dipendente dello sviluppo economico. Se si eccettuano alcune risorse esauribili e non rinnovabili come l’acqua, il petrolio, la biodiversità, non si può dire che la scarsità dei beni nel mondo sia assoluta; essa è relativa in quanto legata ai modi di produzione o di consumo e soprattutto all’ineguale distribuzione. La crescita demografica rappresenterebbe uno stimolo allo sviluppo economico come “pressione generatrice”  capace di innovazione e progresso tecnologico. Individuare modelli interpretativi più rispondenti alla realtà è utile e indispensabile per il futuro, perché siamo di fronte ad un bivio, in quanto è necessario riuscire a prevedere l’ammontare della popolazione mondiale nei prossimi decenni per sciogliere l’interrogativo sulla sostenibilità del percorso demo-economico degli ultimi 100 anni.

Il modello catastrofista sembra sia stato valido per brevi periodi nella storia, quando si sono verificati peggioramenti delle condizioni di vita e vere e proprie epidemie che hanno falcidiato in più di un’occasione la popolazione umana. Ma se l’analisi la si estende in tutto il cammino dell’uomo e se si considerano gli ultimi secoli, a partire dalla rivoluzione industriale, la progressione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche sembra aver spostato in avanti i limiti delle risorse.

   Ma noi sappiamo che la popolazione mondiale non potrà continuare ad aumentare ad libitum senza tener conto della capacità di carico del nostro pianeta. Occorre riuscire a prevedere le conseguenze della crescita demografica sulle risorse naturali. In alcune aree del pianeta c’è una relazione stretta di causa ed effetto tra la popolazione, degrado ambientale e sviluppo economico spesso non capace di affrancare gli individui dalla povertà, come iniquo fardello di fame, ignoranza, malattie, ineguaglianza sociale e di genere tra le nazioni e all’interno di esse.

   Nel mondo si ripropone anche nelle caratteristiche delle popolazioni umane una diversità demografica. Mentre la popolazione dei paesi occidentali (ad economia avanzata) quelli dell’est asiatico (Giappone) e del Nord America vedono una stagnazione o addirittura ridursi di numero, i paesi dell’Asia Meridionale, del Medio Oriente e dell’Africa Sub-sahariana si registra un sostenuto incremento. È opinione diffusa nella comunità scientifica che ormai non è più possibile risolvere il problema demografico senza lo sviluppo in senso alto, cioè economico, sociale e umano. Ma nel contempo si è convinti che si esce dal sottosviluppo controllando la crescita della popolazione. Fra gli interventi possibili sono da privilegiare quelli che favoriscono la crescita dell’offerta e nel contempo diminuiscono i costi dei contraccettivi. Ma acquistano notevole importanza gli interventi volti a favorire lo sviluppo economico ed umano. Le migliori condizioni economiche innalzano la sopravvivenza infantile, l’istruzione e lo status delle donne, infine induce i genitori a investire di più sui figli già nati.

STORIA DEL POPOLAMENTO DEL PIANETA

La storia dell’evoluzione umana, a partire dai primati, inizia circa 3,5 milioni di anni fa (periodo a cui si fa risalire lo scheletro di un ominide ritrovato in Etiopia nel 1974). Da quell’epoca fino all’8000 a.c., epoca in cui inizia la rivoluzione neolitica, la popolazione umana in termini quantitativi ha avuto scarsi incrementi intervallati da periodi di stagnazione e regressione. A partire dalla prima grande rivoluzione (passaggio dall’uomo raccoglitore e cacciatore e quindi nomade, a uomo agricoltore e stanziale, capace perciò di produrre grandi quantità di cibo) si assiste ad un aumento repentino della popolazione umana. Si stima che grazie al miglioramento dei mezzi di sussistenza l’aumento fu da circa 5 milioni di individui nel 5° millennio a.c. a circa 150 milioni a fine del 4° millennio. Le caratteristiche demografiche rimasero per lo più uguali nonostante la rivoluzione neolitica. Infatti l’alto tasso di fecondità femminile era controbilanciato dall’alta mortalità ancora presente a quei tempi, dovuti alle mille insidie delle malattie e degli attacchi dei predatori. Per alcuni millenni la popolazione umana era caratterizzata da questo regime e non ci fu un ulteriore grande aumento, in quanto molto incisive erano le conseguenze di guerre, epidemie e carestie. Un altro aumento rapido ci fu intorno all’anno 1000, epoca in cui si scoprì l’aratro metallico per la lavorazione dei campi e si iniziarono ad usare i buoi per sostituire il lavoro umano. Ciò consentì una vera e propria rivoluzione nelle tecniche agronomiche permettendo un vistoso e importante incremento di produzione di derrate. Si stima che dall’anno 1000 d.c. al 1200 d.c. la popolazione passò da 253 a 400 milioni di individui. In seguito il ritmo di crescita rimase piuttosto contenuto fino a giungere a fine ‘700, quando la popolazione umana arriva a 770 milioni. Fu grazie alla rivoluzione industriale, che stava iniziando a sconvolgere il mondo del lavoro e creava nuove opportunità all’umanità, che si assiste ad una vera e propria esplosione demografica. Con un eccezionale aumento della popolazione soprattutto di quella europea. Con la conoscenza e conquista di nuove terre, gli europei parteciparono in maniera significativa al popolamento dei due continenti americani, dopo essere stati responsabili di veri e propri olocausti, che hanno fatto quasi estinguere le popolazioni autoctone. Grazie alla rivoluzione industriale inizia un nuovo regime demografico, cioè alta fecondità e decrescente mortalità. Durante la rivoluzione industriale alcuni fattori concomitanti favorirono sia l’aumento della speranza di vita media da 25 a 35 anni, con un incremento progressivo fino ad oggi, sia la riduzione drastica delle malattie infettive, grazie allo sviluppo della medicina. Il benessere alimentare fu favorito anche grazie all’introduzione delle nuove colture del Continente nuovo: patate, melanzane, mais, pomodori…

Nei paesi ad economia avanzate il tasso di fecondità dagli anni 50 sta subendo un continuo e progressivo decremento.

Un terzo aumento brusco della popolazione è avvenuto nei paesi meno sviluppati a partire  dalla fine del secondo conflitto mondiale con un regime di alta fecondità e contemporanea significativa decrescente mortalità, dovuto alle efficaci misure di lotta e contrasto delle malattie infettive e parassitarie.

Dalla seconda metà del novecento inizia la crescita demografica con tassi molto alti.

UN MONDO SEMPRE PIÙ POPOLATO

La nostra specie ha impiegato circa 500.000 anni per giungere all’ammontare del 1° miliardo (1804). Il 2° miliardo si è raggiunto nel 1927dopo appena 123 anni; poi di seguito il periodo si è sempre più ridotto: il 3° miliardo nel 1960; 4° miliardo nel 1974; 5° miliardo nel 1987. Nel 1999 la popolazione umana ha raggiunto il 6° miliardo di individui. Dal 1950 al 1955 la popolazione aumentava annualmente di una quantità pari a 47 milioni; dal 1985 al 1990, invece, grazie ad una diminuzione più forte della mortalità (da 20/1000*anno a 10/1000*anno)  rispetto al tasso di fecondità (nelle regioni più sviluppate da 2,8 a 1,6 figli/donna; nelle regioni meno sviluppate da 6,2 a 3 figli/donna), si sono aggiunti annualmente sulla Terra 86,5 milioni di umani. Le ultime previsioni ci dicono che si assisterà ad un rallentamento della crescita della popolazione, ma lo stesso si raggiungeranno nel 2015 i 7 miliardi e nel 2050 i 9 miliardi circa. La densità demografica è a livello mondiale pari a 45 ab/km2.

Secondo le proiezioni avremo una concentrazione della popolazione in proporzione sempre maggiore nelle regioni meno sviluppate: nel 2050 sarà pari all’86%. La regione con il più rapido aumento demografico è l’Africa la cui popolazione passerà dagli 950 milioni del 2007 a circa 1,7 miliardi nel 2050.

Accanto ad un incremento demografico, seppur rallentato, c’è un progressivo invecchiamento, dovuto alla contemporanea diminuzione del tasso di fecondità  e della mortalità. La speranza di vita alla nascita è aumentata, su scala mondiale, da 46,5 anni (47,9 –femmine; 45,2- maschi) nel 1950/55 a 65,4 anni (66,6 –femmine; 62,5- maschi) nel 1995/2000. La società invecchia più velocemente nei paesi ad economia avanzata: qui gli individui di età > di 60 anni hanno superato in numero quelli di età compresa tra 0-14 anni. Nelle regioni meno sviluppate gli individui 0-14 anni saranno sempre una quantità > fino a circa la metà di questo secolo. Il processo d’invecchiamento determinerà un differente andamento demografico: nelle regioni più sviluppate si osserverà il calo della popolazione con un forte invecchiamento, mentre le regioni meno sviluppate registreranno un aumento della popolazione con una sostanziale presenza di giovani.

In Italia nel 2001 avevamo una popolazione pari a 57 milioni. Si osserva da qualche anno un tasso migratorio netto positivo, ma ciò non è sufficiente ad arrestare il decremento del tasso di crescita. Si osservano due fenomeni concomitanti in Italia che pongono il nostro paese al 1° posto mondiale nell’invecchiamento:

o       tasso di fecondità sceso a 1,25 figli/donna

o       allungamento della vita media: donne fino a 82,7 anni; uomini 76,7 anni

La popolazione italiana ha subito un cambiamento anche a carico della sua composizione per sesso: agli inizi del Novecento i maschi erano più numerosi delle femmine; negli ultimi anni nascono più maschi, anche se di poco, ma, grazie alla loro speranza di vita più alta le donne risultano più numerose.

DEMOGRAFIA E SOCIETÀ

Si è visto che il tasso di fecondità è ancora piuttosto alto nelle regioni meno sviluppate (3,11 figli/donna) rispetto a quello delle regioni più sviluppate (1,58 figli/donna). Si può intervenire con la pianificazione familiare per diminuire questo indice. Analizzando la diffusione dei diversi metodi contraccettivi nel mondo si osserva che nel mondo circa il 60% delle coppie fanno uso di tale tecniche per pianificare le loro famiglie. Se si considera la distribuzione per regioni, salta all’occhio la grande differenza tra paesi più avanzati con circa il 72% e quelli meno sviluppati con appena il 53%. Inoltre risulta decisamente molto bassa la percentuale dei paesi dell’Africa subsahariana con appena il 12%. Purtroppo, in questi paesi, le donne, che vorrebbero scegliere autonomamente quando procreare, con chi procreare e quale deve essere l’intervallo fra un figlio e l’altro, non hanno nessun aiuto e nessuno strumento o risorsa per autodeterminarsi. Sembra vi siano più di 150 milioni che manifestano il desiderio di limitare e/o distanziare le loro gravidanze, ma non ricevono alcun aiuto né tanto meno un’adeguata informazione per adottare liberamente i metodi contraccettivi. Per tali ragioni si verificano moltissimi aborti, circa 50 milioni/anno e, a causa di metodi rudimentali e inadeguati servizi sanitari,  il numero di morti è altissimo: 70.000/anno; in più ci sono anche le morti dovute al protrarsi della gravidanza pari a 585.000/anno.

Nel ricercare le cause di questi fenomeni bisogna tener conto anche delle ragioni di fondo che sono legate alla discriminazione e alla povertà della popolazione delle regioni rurali. La pianificazione familiare implica molti altri aspetti di ordine sociale, economico, politico, culturale e religioso. Non si può obbligare una donna all’uso di contraccettivi, ma è doveroso porre tutte le donne nelle condizioni di poter decidere autonomamente. Ciò può avvenire attraverso una corretta ed adeguata informazione. È di estrema importanza favorire l’accesso all’istruzione a tutte le ragazze. Perché grazie alla formazione la donna può acquisire tutti gli strumenti culturali indispensabili per autoaffermarsi e emanciparsi.

In parallelo bisogna favorire le condizioni di maggior sviluppo economico delle regioni rurali. Dai dati statistici è evidente l’importanza delle condizioni socioeconomiche nel determinare il tasso di fecondità: esiste una relazione inversamente proporzionale tra alto grado di sviluppo economico e tasso di fecondità. Nelle zone rurali l’alto tasso di fecondità è dovuto alle necessità imposte dall’economia di sussistenza. Se un maggior numero di figli per famiglia è utile per svolgere tante piccole mansioni, ciò comporta anche un impatto maggiore sulle già ridotte risorse per il sostentamento, determinando un ulteriore peggioramento delle condizioni. I terreni diventano sempre meno fertili ed incapaci di dare le necessarie derrate. Ci pare importante e necessario fornire un elevato grado di istruzione  a tutte le donne per iniziare a ritoccare il tasso di fecondità.

UN MONDO IN MOVIMENTO (FLUSSI MIGRATORI)

Per comprendere i crescenti flussi migratori internazionali degli ultimi decenni dobbiamo considerare l’ineguale sviluppo economico fra le diverse regioni del mondo che si è manifestato grazie alla globalizzazione dell’economia (temi già affrontati  precedentemente, a cui rimando).

Si assiste ad un incremento continuo di migranti che a partire dalle regioni meno sviluppate (Africa, Asia, America Latina, Europa orientale, ex URSS) si dirigono verso l?Europa occidentale e Nord America. Tali flussi si registrano anche tra paesi di aree meno sviluppate.

Il numero totale di migranti è passato da circa 75 milioni del 1965 ai 175 milioni del 2000, equivalenti al 2,9% della popolazione mondiale, che risiedono al di fuori del paese di nascita. Tra i migranti ci sono i rifugiati, cioè persone che per motivi di guerre e persecuzioni sono state costrette ad abbandonare il loro paese. Questi rifugiati non sono stai ben accolti dai paesi destinatari, che hanno messo su diverse politiche per respingere alla frontiera i richiedenti asilo (si passa dai 18 milioni del 1993 ai 12 milioni del 2001). Il 60% dei migranti corrispondenti a 104 milioni risiedono nei paesi ad economia più sviluppata; il 40% (71 milioni) nei paesi ad economia meno sviluppata. Nei paesi più sviluppati i migranti corrispondono all’8,7% della popolazione; mentre in quelle meno sviluppate corrispondono all’1,5%. Considerando la distribuzione regionale abbiamo i seguenti valori: in Europa 56 milioni; in Asia 50 milioni, in Nord America 41 milioni, in Africa 16 milioni, in Oceania 6 milioni e in America latina 6 milioni.

Le ragioni che spingono le persone a fuggire verso paesi che, secondo le proprie valutazioni, possono dare migliori condizioni di vita sono legate soprattutto alle loro precarie condizioni di vita determinate da disoccupazione o sottoccupazione.

Bisogna considerare che l’espatrio nella maggioranza dei casi non è determinato da una libera scelta di trasferirsi in un altro paese, ma ha origine nel tenore di vita di milioni di persone, specie nelle aree rurali, che  peggiora sempre e in una successione di fattori che dalla povertà alle persecuzioni e guerre spinge ad una vera e propria fuga. Anche nel fenomeno emigrazione alla base c’è la povertà. Nelle aree rurali una serie di circostanze negative ha peggiorato il tenore di vita di milioni di persone. È opportuno richiamarle velocemente: concentrazione delle terre fertili nelle mani di gruppi Transnazionali; crescita demografica superiore alla capacità di sostenibilità delle già scarse risorse naturali; debolezza dell’ecosistema; deforestazione; progressiva infertilità dei suoli marginali a causa di scarsi mezzi e tecnologie per incrementare la capacità produttiva; aumento della fame e della malnutrizione spinge grandi masse rurali a dirigersi verso i centri urbani dove peggiorano le già precarie condizioni di vita; le politiche autoritarie dei governi; fattori d’economia internazionali quali il prezzo delle materie prime e dei prodotti agricoli; aumento del debito estero; programmi di “aggiustamento strutturale” imposti dal FMI e BM, che provocano tagli notevoli alle scarse risorse sociali.

Per ragioni di disoccupazione, sottoccupazione e poiché milioni di braccianti non erano in grado di assicurare alle proprie famiglie il necessario per il sostentamento, milioni di italiani lasciarono la nostra penisola creando un vero esodo: circa 27 milioni di espatri nel corso di un secolo. Attualmente esistono nel mondo circa 58 milioni di oriundi (figli, nipoti o pronipoti dei primi emigranti che hanno acquisito la cittadinanza straniera). Oggi il tasso di emigrazione per quanto concerne l’Italia è positivo. Il nostro paese è diventato terra di immigrazione: secondo i dati del Ministero dell’Interno (2003) gli immigrati con permesso di soggiorno sono 1.512.324. L’immigrazione proviene per circa 1/3 da paesi dell’Europa centrale e orientale esterni all’U.E; per ¼ dall’Africa; seguono Asia, Americhe e U.E. La maggior parte dei cittadini stranieri si concentra a Nord, quindi Centro e meridione. I motivi sono lavoro e ricongiungimento familiare.

Gli alunni stranieri in Italia sono secondo dati relativi all’a.s. 2001/02 181.767, pari al 2,3% della popolazione scolastica nazionale. Rispetto all’a.s. precedente risulta un aumento del 23,3%

UN MONDO URBANIZZATO

Negli ultimi due secoli il concentrarsi delle popolazioni negli agglomerati urbani ha costituito un fenomeno molto importante per quanto riguarda le dinamiche demografiche della popolazione umana. L’apice dell’urbanizzazione è stato toccato tra il 1950 e i 1980. Negli ultimi due decenni si assiste ad una trasformazione della dinamica che vede un fatto nuovo: metropolizzazione che consiste in una diluizione delle dinamiche urbane lungo le grandi direttrici di traffico.

La crescita urbana dei secoli XIX e XX è stata caratterizzata da una vera e propria esplosione. Ma a partire dalla seconda metà del secolo scorso si vede l’aumento del numero di agglomerati urbani (piccole città, capoluoghi..) in paesi poco sviluppati. Nel 1950 le zone urbane registravano la presenza del 30% della popolazione mondiale; oggi si prevede che, pur rallentando il suo tasso di crescita annuo (dal 2,68% nel periodo 1950-2000 all’1,85% del periodo 2000-2003), nel 2007 si è raggiunto il 50%. Secondo le previsioni nel 2030 la popolazione urbana salirà a 60% , cioè quasi 5 miliardi. In termini numerici dal 1950 al 2000 la popolazione urbana passa dai 750 milioni a 2.900 milioni. Cerchiamo di vedere la distribuzione nel tempo e nello spazio del tasso di urbanizzazione: nel 1950 i paesi maggiormente sviluppati registravano un valore pari al 55% che passa nel 2000 al 75%; i PVS avevano in vece nel 1950 appena il 18% che passa nel 2000 al 40%. Bisogna considerare comunque le disparità continentali: in America latina il tasso è pari al 75% che supera quello europeo e risulta il doppio dei tassi di Africa e Asia. In Asia in cifra assoluta risiede nelle città circa il 50% della popolazione mondiale; in Europa e Nord America il 30%; e in America latina e Caraibi il 15%. Considerando lo sviluppo dei grandi centri urbani possiamo dire che è stato veramente spettacolare. Pensate che Londra  nel 1900 aveva 6,5 milioni di abitanti. Nel 2000 c’erano nel mondo 30 metropoli che superavano questa cifra. New York aveva nel 1950  12,3 milioni di abitanti. Ora le 10 metropoli più grandi superano abbondantemente i 12 milioni di abitanti. Circa di 2/3 dei 30 più grossi centri si trovano in PVS. Nel 2000 si registravano le seguenti popolazioni degli agglomerati che superavano i 10 milioni di abitanti: Tokyo 26,5 milioni, Città del Messico 18 milioni, Sao Paulo 17,9 milioni, New York 16,7 milioni, Mumbai (India) 16,08 milioni, Los Angeles 13,2 milioni, Calcutta (India) 13,05 milioni, Shangai (Cina) 12,8 milioni, Dacca (Bangladesh) 12,5 milioni, Delhi (India) 12,4 milioni, Buenos Aires (Argentina) 12,02 milioni, Giacarta (Indonesia) 11,01 milioni, Osaka (Giappone) 11,0 milioni, Pechino 10,8 milioni, Rio de Janeiro (Brasile) 10,6 milioni e Karachi (Pakistan) 10,03 milioni. La popolazione urbana delle regioni meno sviluppate passa da 300 milioni del 1950 a 810 milioni del 1975, grazie ad un incremento demografico maggiore, ha superato in valore assoluto quella delle regioni più sviluppate che vede l’aumento da 450 milioni del 1950 a 730 milioni del 1975. I dati ultimi del 2000 denotano un ulteriore incremento urbano della popolazione dei PVS, arrivando alla cifra di 1.960 milioni di abitanti, rispetto ai 900 milioni delle regioni più sviluppate. Nonostante il grande incremento delle megalopoli, più della metà della popolazione urbana, sia nelle regioni più sviluppate che nei PVS, è residente in città con meno di 500.000 abitanti. Questi dati dimostrano che l’evoluzione dell’urbanizzazione ha visto partecipare con una vera e propria esplosione paesi che fino al 1950 erano completamente estranei alla rivoluzione urbana. Dal 1950 al 1990 molte città dei PVS sono diventate agglomerati immensi in un contesto di impoverimento, con forte crescita demografica ed esodo dalle campagne. A partire dal 1990 sembra che il trend di crescita sia fortemente rallentato come hanno dimostrato alcune città che 25 anni fa sembrava fossero in grado di superare Tokyo (Città del Messico, Sao Paulo, Seul). La Cina invece come se volesse recuperare il ritardo storico vive un trend di forte crescita, dopo la politica “antiurbana” del regime maoista, che aveva frenato in qualche maniera l’esodo rurale.

EVOLUZIONE DELLO SVILUPPO URBANO

La concentrazione urbana, eccetto quanto avviene in Cina, sembra essere caratterizzata da un fenomeno, come si diceva prima, di metropolizzazione cioè una sorta di frammentazione delle dinamiche urbane lungo le direttrici delle grandi vie di comunicazione e trasporti. Questo fenomeno sia nei paesi ricchi sia in quelli in via di sviluppo comporta la formazione di vaste aree periferiche, caratterizzate da una mobilità quotidiana (pendolarismo) che tende a sostituire la mobilità residenziale (esodo rurale). Tutto ciò favorisce un forte aumento degli spostamenti con conseguenze anche in termini di impatto ambientale. Si osserva la crescita di situazioni di forte stress dovuti all’alta densità abitativa e una preoccupante frammentazione dello spazio politico.

I Paesi economicamente sviluppati presentano un forte cambiamento nella struttura urbana. I loro insediamenti urbani un tempo sviluppatisi attorno a centri produttivi tendono sempre più negli ultimi decenni a basarsi sui servizi anziché sulle fabbriche, per tale ragione questo nuovo stadio di sviluppo delle città è detto “post-industriale”. La trasformazione , comunque non ha seguito un cammino lineare, nel senso che le nuove costruzioni non sostituiscono quelle desuete ed inutilizzate della città industriale, ma sono realizzate mediante continui adattamenti all’esigenze della economia di mercato alla cui base vi è sempre più il settore dei servizi. In tale contesto le industrie o sono ridimensionate, anche a seguito della ristrutturazione industriale di molte grosse industrie dei paesi con forte tasso di industrializzazione, o trasferite lungo i grandi canali di traffico e comunicazione. È utile citare il caso dell’area industriale di Torino, il “Lingotto”, che dopo aver rappresentato per circa un secolo un importante e prestigioso centro produttivo della FIAT, ha ormai cambiato la sua destinazione trasformandosi in un centro polifunzionale, adatto per accogliere fiere, convegni, ed altro che attiene più all’esposizione e ad incontri internazionali sulla ricerca. Altri esempi in Italia sono rappresentati da aree industriali di altre città che si sono trasformati in vere e proprie “tecnopoli”, cioè insediamenti che hanno diverse funzioni da quella principale di centro per la ricerca e lo sviluppo a quella di zona residenziale per i dipendenti del centro di ricerca: Trieste, Milano, Torino-Ivrea-Novara, Sestri Ponente e Bari.

In questo nuovo modello urbano si insediano nel centro gli uffici pubblici, le banche, sedi di società attività culturali, strutture ricettive. Spesso, come avviene in molti centri storici d’Italia, grazie anche ad opere di ristrutturazione di vecchi edifici, il centro cittadino viene utilizzato anche come area residenziale destinata  ceti medio-alti, dati gli alti prezzi degli immobili. Invece accade il contrario in alcuni centri urbani statunitensi, vaste aree vengono abbandonate da residenti benestanti che col tempo si trasformano in ghetti, dove la gente più povera ed emarginata riesce a trovare qualche opportunità di alloggio. In genere, però, i nuovi insediamenti residenziali si spostano gradualmente sempre più in periferia fino ad arrivare alle zone rurali. Quest’allargamento in senso orizzontale della metropoli richiede tutta una serie di interventi infrastrutturali necessari per consentire ai pendolari il collegamento tra le aree metropolitane e il centro e viceversa.

A fronte di questi grandi cambiamenti la città rimane il centro in cui si prendono tutte le più importanti decisioni della vita di un paese: politiche, economiche. Rappresentano anche il luogo dove hanno sede le principali istituzioni culturali e scientifiche. Con la creazione di nuovi insediamenti sempre più in periferia fino a spingersi nelle aree rurali, viene a determinarsi un cambiamento nel rapporto tra città e campagna: il confine tra queste due aree, un tempo molto netto, oggi sembra sfumare gradualmente. Questo fenomeno caratterizza il passaggio dalla metropoli all’area metropolitana. Quest’ultima organizzazione abitativa presenta un tessuto urbano meno denso, in quanto tende ad espandersi più orizzontalmente, occupando una vasta area, che verticalmente, come avveniva nelle metropoli intorno agli insediamenti produttivi.

L’area metropolitana per i motivi suddetti, non è quindi solo città, ma in qualche maniera anche campagna, perché risulta dalla combinazione di diversi tipi di insediamenti (produttivi, residenziali) posti all’interno di vaste aree verdi, che non possono più chiamarsi campagna vera e propria, anche perché il più delle volte non sono messe a coltura (in queste aree è diminuito il numero di addetti all’agricoltura).

STRUTTURA URBANA DEI PAESI SVILUPPATI

Nella città la società assume un’organizzazione tale da sembrare un organismo completo con i suoi tessuti e funzioni. Vista la progressiva urbanizzazione della popolazione mondiale, è evidente l’importanza e la stretta relazione fra l’evoluzione delle città e il mutare dei comportamenti sociali. Significativi sono stati i mutamenti della società italiana, originati a seguito del grande esodo rurale che ha caratterizzato il secondo dopo guerra, determinando un forte urbanesimo attorno ai grandi centri produttivi emergenti in quel periodo, specie nelle regioni settentrionali. Nei grandi agglomerati urbani le differenze sociali sono più marcate: esse si esprimono nei diversi quartieri che costituiscono la città. La città risulta suddivisa in tante aree ben delimitate, ognuna caratterizzata per la presenza di specifiche attività e tipologia sociale in termini di estrazione e condizione economica: centro economico; area residenziale dell’alta borghesia, in genere in quartieri prestigiosi, che si riconoscono dalle strutture architettoniche in buone condizioni; quartieri dove risiede la classe media; quartieri popolari abitati da operai e dipendenti pubblici con bassi stipendi e salari, che vivono in abitazioni fatiscenti; atre aree in cui vivono strati sociali con condizioni più critiche, emarginati in case e palazzi in totale abbandono. Spesso le delimitazioni sono costituite da infrastrutture artificiali o presenza di confini naturali, quali fiumi, torrenti. La ripartizione dello  spazio urbano sembra seguire con una sorprendente fedeltà un unico criterio guida, cioè l’ammontare del reddito delle famiglie e quindi l’appartenenza sociale dei nuclei familiari. Questa suddivisione non rimane costante nel tempo, ma risulta influenzata dall’evoluzione della città, come è avvenuto in una grande metropoli come Parigi. A partire dagli anni Sessanta a causa prima della decentralizzazione delle industrie e poi della progressiva deindustrializzazione, la periferia (banlieu) ha visto cambiare  la sua destinazione abitativa, da luogo residenziale di famiglie di operai a contenitore di immigrati, francesi rientrati dall’Algeria (dopo l’indipendenza del 1962), e tante famiglie a basso reddito che sono state costrette ad abbandonare le abitazioni in affitto in centro, perché tali case sono state ristrutturate, facendo lievitare gli affitti. Nella periferia parigina, purtroppo, ultimamente si registrano condizioni di estrema disgregazione sociale.

Il fenomeno della divisione dello spazio urbano in funzione del livello di reddito è molto più evidente nelle metropoli statunitensi rispetto a quelle europee. Alla ripartizione gerarchica legata al reddito si aggiunge anche la divisione della società su base “razziale”, come si è detto altre volte, non giustificata scientificamente. Un aspetto anomalo è che lo spazio urbano è ripartito fra quartieri centrali, in cui risiedono strati sociali poveri costituiti per lo più da cittadini neri o ispanici, e quartieri periferici che rappresentano zone residenziali che ospitano strati sociali benestanti con la forte presenza di bianchi (circa il 95%). La fuga delle industrie dal centro cittadino, non ha favorito come ci si aspettava migliori condizioni, ma si è registrato l’inasprimento delle divisioni tra strati accentuando ulteriormente i contrasti. L’organizzazione dello spazio urbano con confini netti ed evidenti è tipico della struttura urbanistica della metropoli di New York City.

COMPOSIZIONE ETNICA E SOCIALE DI N.Y.C.

La città di New York rappresenta uno dei più importanti centri cosmopoliti mondiali. Al suo interno sono presenti diversi gruppi etnici e nazionali che continuamente sono in relazione fra loro, ma nello stesso tempo nettamente divisi sul piano della distribuzione dei redditi e della ripartizione dello spazio urbano. Nel raggio di pochi chilometri si trovano sia i principali centri di scelte economiche al livello mondiale sia sacche di estrema povertà (secondo i dati dell’Ufficio del censimento, circa 1.385.000 abitanti, vivono al di sotto della soglia di povertà). Il cuore della città, Manhattan, prima della colonizzazione europea era abitata da nativi americani, la nazione algonchina. Il primo europeo a giungere sulle coste atlantiche è stato  un toscano Giovanni da Verrazzano, al servizio di Francesco I (re di Francia) per costituire un dominio francese in Nord America. Successivamente il primo insediamento urbano fu costituito dalla compagnia olandese delle Indie, che comprò l’isola di Manhattan scambiando merci il cui controvalore era pari a 24 $. Il primo nome di New York era New Amsterdam, divenne subito un importante porto commerciale. In seguito nel giro di poco più di due secoli divenne un importante centro internazionale, presentando da subito abitanti di diverse nazionalità tra cui. Olandesi, ebrei, schiavi neri, e coloni inglesi. La crescita demografica fu molto repentina, passando dai poco più di 5.000 abitanti nel 1700 a 25.000 abitanti nel 1775, fino a superare 1 milione nel 1850.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo ci furono diverse ondate di immigrati: dal 1848 al 1890 ci furono circa 1 milione fra irlandesi e tedeschi. Dal 1900 al 1919 ci fu un’altra ondata con 1 milione di ebrei e 500.000 italiani. La città visse uno sviluppo eccezionale che richiamarono altri immigrati, ma stavolta da regioni limitrofe (portoricani) e dall’estremo oriente (cinesi). La popolazione continuò ad aumentare portandosi a 2,3 milioni nel 1890 e 6,9 milioni nel 1930. Attualmente secondo il censimento del 2000, vivono a N.Y.C. 8.008.278 abitanti.

La città di N.Y.C. è diventata il più importante centro dell’economia mondiale: qui hanno sede le 7 più importanti banche commerciali USA, svolgono la loro attività oltre 250 maggiori gruppi bancari mondiali; vi è la sede della NYSE (New york Stock Exchange) la principale borsa del mondo, dove vengono scambiati titoli il cui ammontare è quasi pari all’intero PIL degli USA e sei volte il PIL dell’Italia; le 63 società transnazionali più  grandi del mondo hanno in NYC la loro casa madre.

Divisione territoriale. La città è suddivisa dal punto di vista amministrativo in 5 quartieri  (Bronx, Brooklyn, Manhattan, Queens, Staten Island). La popolazione è suddivisa, secondo il U.S. Census Bureau, in quattro “razze”:  bianchi, neri, ispanici, asiatici. Ognuna di queste “razze” tende a concentrarsi in determinati quartieri, per cui si osserva la prevalenza di bianchi non ispanici (circa l’80%) a Staten Island; a Manhattan ci sono il 48,8% di bianchi non ispanici e circa il 43,5% di ispanici e neri; nel Queens i bianchi sono minori rispetto a Manhattan, mentre aumenta la presenza degli asiatici con circa il 11,8% rispetto ascendono al 7%; a Brooklyn i bianchi non ispanici sono ancora meno con appena il 40%; così si registra un calo più netto nel Bronx in cui i bianchi non ispanici sono ancora meno pari ad appena il 22,6%. In pratica se si osserva la cartina della città, si assiste ad una concentrazione dei bianchi, che mediamente hanno anche un reddito più alto, verso i quartieri posti in periferia, mentre i quartieri del centro più degradati e fatiscenti  rappresentano luogo di concentramento degli strati sociali più disagiati, rappresentati da gruppi di popolazione non bianca. Si registra quindi una netta separazione tra le diverse zone: in quasi tutte le aree c’è una divisione totale tra zone abitate dai bianchi rispetto a quelle abitate dai neri. Anche le zone abitate dai neri sono nettamente separate da quelle abitate dagli asiatici. Risulta evidente la stretta relazione tra la divisione socio-territoriale e il livello del reddito dei diversi ceti sociali. Ciò contribuisce a conservare i divari socioeconomici tra i diversi gruppi e anche all’interno dei singoli gruppi.

LA CRISI DELLE METROPOLI NELLE REGIONI MENO SVILUPPATE

Secondo le previsioni si assisterà ad un aumento netto della popolazione che vive nelle città dagli attuali 2 miliardi ai circa 4 miliardi del 2030. Nel giro di poco meno di 15 anni si vedrà un aumento forte di popolazione in alcune città delle regioni meno sviluppate: Dacca da12,5 a 22,7 milioni, Mumbay da 16 a 22,5 milioni, San Paolo da 17,9 a 21,2 milioni e Lagos (Nigeria) da 8,6 a 15,9 milioni. Tutte le più grandi città dei paesi in via di sviluppo stanno vivendo una grande crisi che non dipende solo da un mancato adeguamento delle strutture all’aumento della popolazione, ma vi è la crisi del modello urbano. Molti PVS nel passato subito dopo l’uscita dal dominio coloniale dei paesi europei, hanno fatto una scelta che non ha pagato, cioè hanno concentrato la spesa statale nello sviluppo delle città, determinando con forte rapidità uno sviluppo urbano senza precedenti. Ciò ha reso possibile la realizzazione di attività economiche e infrastrutture solo nelle città, sacrificando il resto del territorio di un paese. Per esempio a Dacca vive appena il 10% della popolazione del Bangladesh, ma vi si svolge il 60% di tutte le attività industriali del paese; Bangkok, in cui vive il 12% della popolazione thailandese produce l’80% del PIL nazionale. Pertanto si assiste ad una concentrazione degli IDE e dei flussi di capitali internazionali. I maggiori centri di affari dei paesi in via di sviluppo sono collegati con i più importanti circuiti internazionali, a discapito degli altri centri nazionali.

Nelle grandi città dei PVS quindi si concentrano gli strati sociali più benestanti, le caste governative, l’alta borghesia, grossi proprietari di terreno. Nei quartieri residenziali dove vive la popolazione privilegiata si osservano caratteristiche molto simili a quelle dei grossi centri del Nord del mondo. La scelta di favorire lo sviluppo urbano e di consentirne la maggior  parte delle attività produttive di un paese, ha danneggiato l’economia rurale a svantaggio dell’intera popolazione rurale, che risulta esclusa nelle occasioni economiche per stimolare opportunità di riscatto sociale. Le scelte governative hanno aggravato la condizione di povertà di milioni di persone che vivono nelle zone rurali. L’insostenibile condizione di estrema miseria ha spinto  molti contadini privati delle loro terre e dei minimi mezzi di sostentamento a spingersi verso le periferie delle grandi città sperando di trovare il sistema di sopravvivere.

A questa situazione ne consegue un aumento vertiginoso della popolazione delle città, comportando in parallelo l’aggravarsi di tutta una serie di problemi relativi ai consumi energetici, alimentari, bisogni abitativi, trasporti, accesso idrico, servizi igienici, smaltimento dei rifiuti. La crescita di questi bisogni richiederebbe maggiori investimenti e pianificazione degli interventi statali. Purtroppo a partire dagli anni ottanta la crisi del debito e i conseguenti programmi di “aggiustamento strutturale” non permettono ai PVS di apportarvi rimedio con spese sociali mirate, perché le condizioni degli organismi economici internazionali (FMI, BM) non autorizzano la spesa pubblica. A questo si aggiunge il fatto che spesso i pochi fondi per migliorare la situazione abitativa dei poveri sono stati utilizzati invece a vantaggio dei ricchi, specie a causa della forte corruzione di individui che rivestono importanti cariche  governative. Nel frattempo le metropoli hanno continuato a crescere in maniera spropositata, divenendo impossibile o quasi riuscire a pianificare lo sviluppo urbano, adeguandone le strutture alle esigenze e bisogni della popolazione. Per tutte le ragioni sopra esposte le condizioni di vita delle persone più svantaggiate hanno continuato a peggiorare. Solo a voler considerare la situazione abitativa si osserva che circa 1/3 delle famiglie di Città del Messico, ½ di quelle di Calcutta vivono in un solo locale di pochi metri quadri. Elevatissima è la densità abitativa al punto che in alcune città, come al Cairo alcuni cimiteri sono stati occupati trasformando alcune piccole costruzioni tombali in abitazioni (la “città dei morti” con circa 250.000 abitanti). La stragrande maggioranza delle famiglie più povere non hanno una casa in muratura, ma una baracca fatta di materiali di fortuna, spesso raccolti nelle discariche. In tale maniera si creano e si sviluppano le Bidonville. Queste baraccopoli hanno diverse denominazioni a seconda del paese dove si originano e si sviluppano: slums, bustees, ranchitos, favelas, barriados, poblaciones. In queste periferie postindustriali vivono, secondo stime del 2003, circa 1 miliardo di persone

“Insediamenti informali” a Nairobi La capitale del Kenya ha una popolazione pari a 2,5 milioni di persone, circa il 55% vive in poco più di 10 km2 (solo l’1,5% dell’area urbana), raggiungendo una densità pari a 100.000/ km2 . La maggior parte dell’area urbana è occupata da ville con grandi parchi e campi da golf a disposizione delle classi ricche o di turisti danarosi.

   Le bidonville sono chiamate con linguaggio ufficiale “insediamenti informali”, che presentano abitazioni fatte da fango, cannicci e materiali di scarto raccolti nelle discariche. Le persone sono costipate in piccoli spazi: anche 5-6 su appena 6 m2 . La densità media dei vani è pari a 25.000/km2 . Quasi tutte le famiglie sono obbligate a pagare un affitto a delle persone che si arrogano il diritto di proprietà con la prepotenza. Gli abitanti non hanno diritto di accesso all’acqua e sono obbligati ad acquistarla da privati, pagando l’acqua anche 4-5 volte in più della tariffa ordinaria. Molta gente povera che non può permettersi di spendere così tanto, raccoglie l’acqua piovana o da corsi d’acqua inquinata con conseguenze immaginabili. Per i bisogni sono a disposizioni latrine pubbliche che vengono utilizzate anche per lavarsi. Chiaramente in queste condizioni mancano anche servizi igienici minimi. Non esiste la raccolta e quindi lo smaltimento dei rifiuti. Tutto ciò che viene scartato dalla gente va a finire nei canali che scorrono lungo le strade in terra battuta. Queste condizioni favoriscono la diffusione delle malattie infettive e parassitarie. La situazione sanitaria è ulteriormente aggravata dal fatto che mancano i servizi minimi: non vi è assistenza medica pubblica: ci sono alcuni ambulatori gestiti da ONG, religiose o laiche. Solo il 20% ha un lavoro scarsamente retribuito. Più dell’80% è disoccupato, tra questi molti svolgono lavoro nero. Korogocho è una delle tante baraccopoli: la sua economia si basa sulla raccolta di materiale smaltito nelle vicine discariche pubbliche, in cui sono smaltiti i rifiuti della parte ricca della città.  (Prof Michele Santoro)

ALLEGATI:

2035, IL MONDO È DELLA «QUARTA ETÀ»
– Secondo uno studio demografico, l’età media è destinata ad aumentare – Tra 29 anni anche nei paesi in via di sviluppo cominceranno a diminuire le nascite e la popolazione sarà sempre più anziana, con 143 milioni di persone che avranno più di 80 anni. Tra le possibili conseguenze dell’invecchiamento globale ci sarà anche la mancanza di manodopera –
ANNA MARIA MERLO, Parigi, Il manifesto 09 01 2007
   La mondializzazione non è solo economica, è anche demografica. Il mondo cioè tende ad uniformarsi molto in fretta anche in questo settore, comportando cambiamenti radicali che non sarà facile gestire. Politique étrangère, la più vecchia rivista di politica estera francese, festeggia i 70 anni di vita con un numero speciale, all’interno del quale è pubblicato un interessante saggio dei demografi Jean-Claude Chasteland e Jean-Claude Chesneais «1935-2035: un secolo di rotture demografiche».
Si tratta di un «secolo unico nella storia dell’umanità», già trascorso per tre quarti, nel quale la popolazione umana conosce un aumento senza precedenti, passando da 2 a più di 8 miliardi. All’inizio della nostra era gli abitanti della terra erano solo 250 milioni e il numero varia poco fino al XVIII secolo. Sarà la diminuzione della mortalità a cambiare la situazione, grazie alla rivoluzione sanitaria, prima nei paesi sviluppati poi estesa, in modo ineguale, a quelli in via di sviluppo.

   Ma dalla fine degli anni ’60 si è verificata una decelerazione spettacolare della crescita demografica, prima nei paesi avanzati, a un ritmo più lento, poi nei paesi in via di sviluppo, a una velocità impressionante (per il momento, solo l’Africa sub-sahariana e la penisola arabica restano escluse da questo movimento). Cosa ci promette il futuro? L’estensione a tutta l’umanità della cosiddetta seconda transizione demografica, con un rallentamento della fecondità da un lato e un invecchiamento progressivo della popolazione dall’altro: oggi il tasso di crescita della popolazione mondiale è sceso all’1,2% e nel 2035 non sarà probabilmente che lo 0,7% (cioè sulla Terra ci saranno 8,5 miliari di individui).

   E questa crescita, che potrebbe anche essere l’ultima nella storia dell’umanità, sarà dovuta a tre fattori: il prevedibile calo della mortalità, malgrado la pandemia di aids, la sopravvivenza di alcune zone ad alta fecondità e, soprattutto, l’invecchiamento della popolazione, che riguarderà i paesi in via di sviluppo in particolare. « Su scala mondiale – scrivono gli autori – il nuovo orizzonte demografico è la fine della crescita, se non addirittura la decrescita, della popolazione e un invecchiamento generalizzato».

   Nel ’70, l’età media della popolazione mondiale era di 22 anni, oggi è di 27, nel 2035 sarà di 34. Nei paesi sviluppati, dove questo fenomeno ha impiegato 150 anni a realizzarsi, l’età media passerà dai 39 anni del 2005 a 45 anni nel 2035 e il numero delle persone di più di 65 anni supererà per la prima volta nella storia quello dei giovani con meno di 15 anni. Tra il 2005 e il 2035 il numero delle persone con più di 65 anni passerà da 189 milioni a 296 milioni nei paesi industrializzati, ma triplicherà (da 131 a 336 milioni) nella sola Asia dell’est. Il numero delle persone con più di 80 anni, la «quarta età», raddoppierà nei paesi sviluppati (da 42 a 89 milioni), ma triplicherà nel terzo mondo (da 41 a 143 milioni). Sarà una popolazione, per di più, concentrata in una manciata di paesi : Cina, India, Giappone, Germania e Russia.
Fino al ’14, l’allungamento della durata della vita (e quindi la crescita demografica) concerne quasi esclusivamente l’Europa, i paesi popolati dagli europei (America del nord e alcuni paesi dell’America latina, come l’Argentina o il Cile), il Giappone e i paesi asiatici dell’orbita giapponese (Corea, Taiwan). Tra le due guerre, gli effetti della medicina di Pasteur si estendono ai paesi in contatto con le zone avanzate: Brasile, Messico o Colombia in America latina, India, Indonesia, Cina, Africa del Nord e alcune colonie dell’Africa sub-sahariana. In India, per esempio, la speranza di vita è pressoché triplicata rispetto agli anni ’20.
Negli anni ’60, la crescita demografica mondiale tocca il suo livello massimo : 2,1% l’anno. Malgrado la seconda guerra mondiale, tra il ’35 e il ’70 la crescita demografica è stata costante. Ma a metà degli anni ’60 ha luogo un avvenimento che allora è stata sottovalutato ma che si è rivelato essere un elemento-chiave della storia demografica contemporanea: la fecondità ha cominciato a diminuire simultaneamente in varie regioni del mondo. L’indice di fecondità mondiale passa da 5 nel periodo ’50-’55 al 2,7 attuale (2,1 nelle previsioni per il 2030-2035).
Il fenomeno riguarda tutti, dagli Usa all’Australia, ma anche l’America latina, la Turchia e, a partire dagli anni ’70, anche i grandi paesi dell’Asia e l’Africa del Nord. Secondo dei dati Onu, nel 2035 solo alcuni paesi, in Africa sub-sahariana o in Asia dell’ovest e del sud, avranno una fecondità di di sopra della soglia di rinnovamento delle generazioni (2,1 bambini per donna). Nei paesi industriali «c’è voluto più di un secolo perché la fecondità passasse da 5-6 bambini per donna a 2, mentre paesi come la Cina, il Brasile o l’Iran hanno impiegato solo una trentina di anni per fare lo stesso percorso».

   Inoltre, bisogna tener presente che in Europa, tra le due guerre, la fecondità aveva conosciuto un calo enorme, poi cancellato dalla memoria collettiva dal baby boom del dopoguerra. Oggi, siamo di nuovo di fronte a un crollo analogo : la media in Europa è di 1,4 bambini per donna, con paesi a maggiore natalità (come la Francia o la Svezia, che hanno adottato forti politiche di natalità), e altri (Italia, Germania, Spagna) al di sotto della media (1,3).

   In Russia e Ucraina siamo ormai all’1,1. In Europa 13 paesi sono entrati in una fase di depopolazione, con tassi di crescita negativi. Nel 2035 la struttura della piramide demografica dei paesi in via di sviluppo sarà simile a quella dei paesi sviluppati degli anni ’80.
Questa situazione avrà conseguenze economiche importanti. A cominciare – anche se oggi sembra paradossale, vista l’alta disoccupazione – dalla mancanza di manodopera a tutti i livelli. «La questione della popolazione può diventare di nuovo una causa di tensione internazionale» scrivono i demografi, invitando a una gestione coordinata delle migrazioni, perché ci sarà concorrenza nell’attirare esseri umani tra qualche anno. E in questa gara, l’Europa ha tutto da perdere: ha una fecondità deficitaria (1,4) rispetto agli Usa (2,1) e «una più grande resistenza all’immigrazione».

….

METROPOLI EUROPEE SOTTO EFFETTO SPRAWL
– Nelle sale bolognesi di San Giorgio in Poggiale un percorso espositivo allestito fino al 12 aprile sull’Esplosione delle città per passare in rassegna i più recenti concetti intervenuti a modificare l’idea classica di metropoli –
di MAURIZIO GIUFFRÈ, Il manifesto aprile 2005
   È sempre meno frequente imbattersi in esposizioni come quella che si tiene in questi giorni a Bologna, nelle sale di San Giorgio in Poggiale, che ha per tema i «territori urbani» e, più esattamente, la «metropolizzazione» nelle regioni urbane dell’Europa meridionale.

   Vi si trova rappresentata l’analisi e la messa in mostra di quella serie di fenomeni che, negli ultimi decenni, hanno riguardato la dispersione, in aree già densamente urbanizzate, di popolazioni, attività economiche e infrastrutture secondo modelli e processi del tutto nuovi rispetto a trent’anni fa. L’esplosione della città – questo il titolo della mostra bolognese – ordina e spiega, concentrandosi su una serie di casi esemplari e ricorrendo a una originale «tassonomia urbana», i più recenti concetti intervenuti a modificare l’idea classica di città. Rispetto ad altri studi sul paesaggio urbano, orientati più alla descrizione delle «strutture spaziali» che al contesto geografico e sociale, l’esposizione bolognese ha il merito di rivolgere lo sguardo alla materialità dei fenomeni che hanno contraddistinto la crescita e l’espandersi delle città europee. Frutto dell’iniziativa delle catalane Càtedra d’Urbanistíca dell’Escola d’Arquitectura del Vallès e dell’Universitat Politècnica de Catalunya l’esposizione – presentata lo scorso anno a Barcellona in occasione del Fòrum Universal de les Cultures – è il più aggiornato prodotto sulle trasformazioni territoriali nei sistemi metropolitani.

   Si deve all’urbanista Francesco Indovina il merito di averla fatta arrivare in Italia e di avere lavorato per tre anni insieme ad Antonio Font e Nuno Portas per coordinare i tredici gruppi di urbanisti di altrettante università di Francia, Italia, Portogallo e Spagna. Le città o le regioni metropolitane prese in esame sono per dimensioni e problemi affrontati tutte diverse tra loro, ma la finalità della ricerca non era tanto quella di individuare una «logica comune», quanto quella di intraprendere nuove strategie cognitive e progettuali per l’urbanistica riprendendo, con strumenti aggiornati, la riflessione sulla politica del piano.

   Dall’elenco delle città prese in esame – Barcellona, Madrid, Valencia, Lisbona , Porto, Marsiglia, Montpellier, Donosta-Bayonne, Bologna, Genova, Milano, Napoli e il Veneto centrale – si comprende bene come sia il territorio a fungere da «contenitore di tutto», «e non più la città»: dove per tutto si intende l’insieme delle plurime funzioni che governano le attività economiche, politiche e sociali, non più collocate in un «centro» bensì distribuite, integrate, addensate in «altre città», in un rapporto di concorrenza o complementarietà con la città principale.
Funzionano così Marsiglia, Barcellona, Milano e Valencia ma in alcuni casi la struttura urbana monocentrica domina i nuclei della sua periferia la cui crescita è avvenuta in modo concentrato (Madrid) o disperso (Lisbona). In altre situazioni ancora il centro principale metropolitano, per limiti naturali e geografici, ha visto l’ «esplosione» urbana rimanere compatta – lungo la costa come a Genova – oppure disseminarsi, per esempio verso la pianura e il golfo, come a Napoli.
Ci sono, inoltre, i casi denominati «città diffusa» (Veneto centrale) oppure «struttura lineare» (regione trasfrontaliera basca di Donostia-Bayonne) in cui il processo di «metropolizzazione» è avvenuto lungo infrastrutture storiche viarie e di trasporto. Per tutte le città studiate il corredo di illustrazioni e cartografie – raccolte nei tredici box che compongono il percorso espositivo all’interno della navata centrale della chiesa di San Giorgio – descrive un territorio in continua evoluzione, che oggi appare già modificato rispetto a com’era nel 2000, anno di inizio della ricerca.

   È proprio il progressivo evolversi della dispersione che genera la «metropolizzazione» ed è questo processo di «allungamento» del territorio l’elemento che evita, come ha scritto Indovina, l’«impoverimento» della vita sociale; anzi, diviene, a certe condizioni, fattore generatore di crescita economica e di sviluppo. Infatti, è proprio lo sprawl, (termine americano in uso negli anni `60 per indicare la crescita urbana), che pur contenendo in sé tensioni e conflitti, configura nuove strutture spaziali, forme inedite di aggregazione della vita sociale, aspetti originali di organizzazione del lavoro e dell’economia.
In questa prospettiva l’ «esplosione» della città non ha nulla di tragico. «Nella rovina dell’ambiente causata dallo sprawl germoglia il progetto moderno» – ha scritto Richard Ingersoll (Sprawltown, Meltemi 2004) e ha aggiunto: «Sprawltown è un progetto per dar vita a una nuova coscienza urbana nelle vaste zone di indifferenza che ci circondano». Anche i curatori dell’esposizione bolognese sostengono la stessa tesi. Dalla città «compatta», che la tradizione urbana ci ha tramandato nei due secoli precedenti, al territorio «metropolizzato» la città non si dissolve bensì si «salva».

   I processi in atto, pieni di ostacoli, hanno solo altri contenuti, ad esempio fanno riferimento all’integrazione e all’identità: due termini che rimandano alle molteplici forme con cui si esprime la socialità nella «città infinita» che non ha più né centro né una periferia bensì «strutture spaziali», più o meno dense, che si «deformano» e si modificano nel tempo. Nei confronti della complessità delle relazioni che presenta la «metropolizzazione del territorio», ogni spazio che definisce, delimita o confina la «vita post-metropolitana» risulta inadeguato. In modo esemplare Massimo Cacciari ha colto quanto sia «intollerabile» la «retorica del contenitore», dell’edificio che intende innalzarsi nella «città generica», a confronto con la contemporaneità che si esprime nella polivalenza dei diversi «corpi» edilizi e tessuti urbani in perenne stato di interazione e aperti alla «modificabilità» e alla «adattabilità».
Tra gli elementi messi in evidenza dalla esposizione bolognese, inoltre, c’è la dimostrazione efficace di quanto sia urgente individuare una più adeguata strategia di governo pubblico capace di dirigere e organizzare il «territorio metropolizzato». Gestire la complessità rinnovando gli strumenti di analisi è un primo passo necessario per dare senso al progetto urbanistico; e per dimostrare che misurarsi con i problemi della città equivale a confrontarsi con una gerarchia di valori non astratti, bensì reali e utili per ordinare un discorso che ne superi le contraddizioni.

TENDENZE DEMOGRAFICHE NEL MONDO: TENDENZE ATTUALI

L’evoluzione della popolazione del mondo si attua secondo due curve molto diverse.

a) Alla fine del XX secolo gran parte del mondo sviluppato si trova nella fase della cosiddetta seconda transizione demografica, attorno al livello di crescita zero della popolazione.

I livelli di fecondità sono bassi (legati al tasso di mortalità), ben al di sotto di quel numero di 2,1 figli per donna che assicura l’equilibrio della popolazione; la speranza di vita (connessa al tasso di natalità), è alta e tende ad aumentare ancora; vi è una nuova popolazione che affluisce tramite l’immigrazione.

   La combinazione di questi tre fenomeni porta a:

a) una sostanziale stabilità della popolazione, con una tendenza alla diminuzione nel medio e lungo periodo (l’ONU prevede che la popolazione europea scenderà di 600.000 unità tra il 2010 e il 2020);

un aumento in valore assoluto e relativo del numero degli anziani.

b) Il Terzo mondo sta percorrendo una traiettoria molto diversa. I tassi di crescita della popolazione, in precedenza bassi, sono aumentati man mano che la mortalità (soprattutto quella nel primo anno di vita) si è ridotta per l’introduzione delle moderne tecniche della medicina e il miglioramento dell’igiene pubblica;

i tassi di natalità non sono contemporaneamente diminuiti.

   In India, ad esempio, le nascite e le morti ammontavano nel 1941 entrambe al 4,5%. 50 anni dopo il tasso di natalità è sceso al 2,9% mentre il tasso di mortalità è crollato allo 0,9%. Ne consegue perciò un tasso di crescita della popolazione del 2% annuo. Ecco perché quel paese è destinato probabilmente a divenire il più popoloso del mondo.

   Questo è particolarmente evidente nei paesi a sviluppo minimo, i quali presentano un valore di fecondità elevatissimo (oltre i 6 figli per donna) (vedi Indicatori demografici per continente). Ciò determina una impetuosa crescita della popolazione, incompatibile con qualsiasi ipotesi di sviluppo economico e di tutela ambientale. Paradossalmente si può dire che l’applicazione accelerata della medicina occidentale in società a risorse alimentari stabili ha avuto conseguenze negative per lo sviluppo di quei paesi.

Previsioni a 25 anni

   I dati sulla popolazione a qualche lustro possono essere previsti con una certa precisione. Ad esempio, nel 2020 la popolazione superiore ai 20 anni appartiene a generazioni nate entro il 2000, e quindi già note nel loro numero.

  La crescita della popolazione presenta una certa forza d’inerzia. Se anche una popolazione passa da una fecondità elevata a una fecondità di rimpiazzo (quella necessaria a compensare le morti), essa continuerà a crescere per un certo periodo, in quanto nei decenni successivi entreranno in età riproduttiva i molti nati recenti che – anche se procreeranno pochi figli a testa, produrranno comunque un incremento in valore assoluto rilevante.

Le previsioni ONU qui riportate ipotizzino che

– la fecondità dei paesi meno sviluppati declini da 3,83 figli per donna (1985-90) a 2,45 (2020-25);

– la speranza di vita cresca nello stesso periodo da 60,5 a 71,3 anni;

nei paesi più sviluppati vi sia una leggera ripresa della fecondità, con un passaggio da 1,83 a 1,93 figli per donna;

– nei paesi più sviluppati vi sia un aumento della speranza di vita da 74 a 78,6 anni.

   La popolazione mondiale, che ha raggiunto nel 1998 i 6 miliardi, dovrebbe oltrepassare i 7 miliardi nel 2010 e gli 8 nel 2022. Tale incremento sarà dovuto per il 97% ai paesi meno sviluppati, ossia in quelli meno attrezzati per nutrire, alloggiare, educare, occupare e curare questa nuova popolazione. Vi saranno 2 miliardi di cittadini in più in paesi il cui reddito giornaliero è al di sotto di 2 dollari. (vedi Popolazione: andamento per aree e continenti)

   La ripartizione della popolazione mondiale sta dunque cambiando velocemente. Nei 75 anni dal 1950 al 2025 il peso dei paesi più sviluppati sulla popolazione mondiale sta scendendo dal 33,1% al 14,9%; se consideriamo l’andamento per aree e continenti, l’Europa dal 21,8% all’8,7% – mentre l’Africa accresce il suo peso dall’8,9% al 18,0%.

   Parallelamente, muta la Hit Parade dei paesi più popolosi. Nazioni europee come la Francia, il Regno Unito e l’Italia, che si collocavano attorno al 10° posto nel 1950, spariscono dalla classifica dei primi 20. Cresce invece il peso demografico delle nazioni asiatiche: non solo dei giganti India e Cina, ma anche di paesi come il Pakistan, l’Indonesia, il Bangladesh, l’Iran, il Vietnam.

   È difficile prevedere che cosa accadrà in seguito: si entra nel campo della concorrenza tra modelli teorici.   Non è detto che la popolazione mondiale raggiunga un equilibrio tra nascite e morti, né sappiamo quando questo esattamente accadrà. Tuttavia si può dire che esistono le premesse perché la popolazione mondiale arrivi a 10-11 miliardi di abitanti alla fine del XXI secolo.

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IL RISCHIO ALLE LIBERTA’ DEL MONDO DIGITALE

I CITTADINI CYBORG DELL’IMPERO DIGITALE

di ULRICH BECK, da “la Repubblica” del 1/8/2013
– Nessuno di noi possiede ancora le categorie, le mappe e la bussola per questo mondo nuovo. Siamo stati catapultati dai successi della modernizzazione, dalla crescente evoluzione tecnologica, in ambiti e possibilità d’azione dei quali non siamo ancora in grado di approntare descrizioni adeguate –

   Lo scandalo Prism ha aperto un nuovo capitolo della società mondiale del rischio. Nel corso degli ultimi decenni abbiamo conosciuto una serie di rischi pubblici mondiali: il mutamento climatico, il rischio nucleare, il rischio finanziario, l’11 settembre e ora il rischio digitale e globale della libertà.

   Tutti questi rischi (ad eccezione del terrorismo) sono parte, in certo modo, di un sviluppo tecnologico. Sono anche parte dei timori espressi durante la fase di modernizzazione di questa nuova tecnologia.

   Improvvisamente, però, accade un evento che segnala all’opinione pubblica mondiale il problema legato all’uno o all’altro di questi rischi: è quanto è accaduto con le rivelazioni di Snowden, che hanno evidenziato il rischio della libertà. Tuttavia, dietro questo episodio si nasconde un’altra logica del rischio.

   Nel caso di quello nucleare, gli incidenti dei reattori di Chernobyl e poi di Fukushima hanno dato luogo a una discussione pubblica. Nel caso del rischio digitale della libertà, invece, il punto di partenza non è stato l’evento catastrofico, poiché la catastrofe sarebbe avvenuta, ma nessuno se ne sarebbe accorto.
Della possibile catastrofe si è avuta consapevolezza solo perché un singolo esperto dei servizi segreti degli Stati Uniti ha mostrato al mondo il rischio usando gli stessi mezzi del controllo informativo. Ciò significa un completo capovolgimento della situazione.
Questo stato di cose rende estremamente fragile la consapevolezza del rischio, poiché  –  a differenza dagli altri rischi globali  –  tale consapevolezza non orienta su una catastrofe che esiste fisicamente e realmente nello spazio e nel tempo, non nasce da essa e non viene continuamente riferita ad essa. Perciò viene di colpo infranta l’ovvietà, il farsi quasi una seconda natura, delle possibilità di controllo dell’informazione. Tuttavia, questa rivelazione dà anche luogo a continue resistenze.
I rischi globali hanno alcuni aspetti in comune. Tutti rendono quotidianamente percepibile l’interdipendenza globale. Tutti sono in un senso particolare globali, cioè non si basano su incidenti spazialmente, temporalmente e socialmente circoscritti, ma su catastrofi spazialmente, temporalmente e socialmente sconfinate. E tutti sono effetti collaterali dei successi della modernizzazione. Nel caso del rischio della libertà, dunque, le possibilità di controllo offerte dalla democrazia nell’ambito dello Stato nazionale; negli altri casi, il calcolo delle probabilità, la tutela assicurativa, eccetera. Inoltre, tutti questi rischi hanno in comune il fatto di essere percepiti in modo molto differente nei diversi angoli del mondo.
Abbiamo poi a che fare con un’inflazione di catastrofi incombenti, dove l’una minaccia di prendere il sopravvento sull’altra. Il rischio finanziario ammazza il rischio ambientale. Il rischio terroristico ammazza quello digitale della libertà. È questo, d’altronde, uno degli ostacoli più importanti alla possibilità che il rischio della libertà venga riconosciuto pubblicamente e diventi oggetto di un’azione pubblica.
Riflettendo su quale potente attore abbia davvero interesse a creare una consapevolezza pubblica di questo rischio e, conseguentemente, a motivare all’agire politico, il primo che verrebbe in mente sarebbe lo Stato democratico. Ma sarebbe come fare del lupo il guardiano dell’ovile. Questo però potrebbe essere un passo storico verso la fuoriuscita dal pluralismo degli Stati nazionali, in direzione di uno Stato mondiale digitale che si è sottratto a tutti i controlli.
Il cittadino sarebbe il secondo attore che si potrebbe mettere in campo. Tuttavia, gli utenti dei nuovi media digitali dell’informazione sono già diventati in qualche modo dei cyborg. Utilizzano questi media come organi di senso. La generazione Facebook vive in questi media, rinunciando a gran parte della propria libertà individuale e della propria sfera privata.
Tuttavia, occorre fare un passo avanti e chiedersi se, come sociologi, uomini della strada e utenti di questi strumenti digitali di informazione abbiamo già concetti adeguati per descrivere quanto profondi e radicali siano i cambiamenti da essi introdotti nella società. Nessuno di noi possiede ancora le categorie, le mappe e la bussola per questo mondo nuovo. Siamo stati catapultati dai successi della modernizzazione, dalla crescente evoluzione tecnologica, in ambiti e possibilità d’azione dei quali non siamo ancora in grado di approntare descrizioni adeguate.
Si parla di continuo della nascita di un nuovo impero digitale. Ma nessuno degli imperi storici che conosciamo, quello dei greci, quello dei persiani o quello dei romani, aveva le caratteristiche che contraddistinguono l’odierno impero digitale.

   Questo impero digitale si basa su aspetti della modernità sui quali non abbiamo ancora riflettuto a dovere. Non si fonda sulla forza militare, né possiede la capacità di un’integrazione politicoculturale al di là delle distanze.

   Dispone però di possibilità di controllo estensive e intensive, così ampie e profonde da svelare tutte le preferenze e le debolezze individuali  –  diventiamo tutti trasparenti come il vetro. Tuttavia, queste possibilità di controllo non vengono colte dal concetto di impero così com’è stato inteso finora. E ora si aggiunge questa sostanziale ambivalenza: abbiamo enormi possibilità di controllo, ma contemporaneamente un’inimmaginabile vulnerabilità di questi controlli digitali.

   Nessuna potenza militare, nessuna insurrezione, nessuna rivoluzione, nessuna guerra minaccia l’impero del controllo, ma a farlo vacillare  –  rivolgendo il sistema informativo contro sé stesso  –  è un solo, coraggioso individuo, un trentenne esperto dei servizi segreti. L’inimmaginabilità del controllo e l’inimmaginabile vulnerabilità del medesimo sono due lati della stessa medaglia.
In questo sistema di controllo apparentemente iper-perfetto c’è dunque una possibilità di resistenza dell’individuo, che non si era mai vista prima. Una delle questioni più importanti è dunque se in queste grandi aziende digitali non dobbiamo introdurre giuridicamente, dapprima forse a livello nazionale, poi a livello europeo, quello che potremmo chiamare un “sindacato whistleblower” (che denuncia irregolarità) e, prima di ogni altra cosa, anche un dovere di resistenza nel lavoro.
Ora, però, l’uomo della strada dispone  –  a differenza da Snowden  –  di un sapere di gran lunga minore relativamente alla struttura e alla potenza di questo cosiddetto impero. Questo però non vale per la giovane generazione dei nuovi Colombo, che fa dei social network un prolungamento del proprio corpo comunicativo.

   Qui diventa chiara una conseguenza essenziale. Il rischio di una lesione dei diritti di libertà viene valutato diversamente rispetto, ad esempio, a una lesione della salute, provocata dal mutamento climatico. La lesione della libertà non duole, non la si percepisce, non si contraggono ma-lattie, non si subiscono inondazioni, non si soffre della mancanza di opportunità sul mercato del lavoro. In tutti i sistemi politici la promessa di sicurezza è il vero e proprio nucleo della forza statale e della legittimazione statale, mentre la libertà ha sempre una posizione o un ruolo di secondo piano. Perciò, dal mio punto di vista di sociologo, il rischio della libertà è il rischio più fragile tra le minacce globali che si sono finora manifestate.
Che fare, dunque? Propongo di formulare qualcosa come un umanesimo digitale. Occorrerebbe fare del diritto fondamentale alla tutela dei dati e alla libertà digitale un diritto umano globale, cercando di imporre questo diritto, come altri diritti umani, anche contro la resistenza.
Non ci sono obiettivi più ridotti. Ciò che manca è però un’istanza internazionale in grado di affermare tali esigenze. Su questo punto il rischio della libertà non si distingue dal rischio del mutamento climatico. La litania è sempre questa: lo Stato nazionale non può farlo. Non c’è attore a livello internazionale che possa essere preso in considerazione a questo scopo. Ma c’è un’inquietudine generale, il rischio globale ha un’enorme forza di mobilitazione che mette in ombra tutto quello che c’era prima, ad esempio la classe operaia.

   Proprio la riflessione costante sulla minaccia di amico e nemico potrebbe benissimo condurre a processi di formazione delle norme a livello mondiale. Allora la coscienza giuridica delle norme globali nascerebbe per così dire a posteriori, dal terrore dell’opinione pubblica mondiale per la loro violazione. Abbiamo bisogno di un’invenzione transnazionale della politica e della democrazia che dischiuda la possibilità di far rivivere e riaffermare i diritti democratici fondamentali contro il predominio del monopolio del controllo totalmente autonomizzato. (ULRICH BECK, Traduzione di Carlo Sandrelli)

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