I NUOVI PADRONI DELL’ARTE: i capolavori artistici comprati dai nuovi ricchi sparsi nelle aree emergenti del mondo – Il MECENATISMO che non c’è più e l’ARTE IMMOBILE fatta per investimento finanziario e acquisizione di status sociale – GEOGRAFIE delle SINERGIE culturali, economiche, di sviluppo di IDEE, cui il patrimonio artistico italiano aspira ma non riesce a realizzare

particolare da La NASCITA DI VENERE, di SANDRO BOTTICELLI (GALLERIA DEGLI UFFIZI, FIRENZE): realizzata tra il 1482 ed il 1485. Molto probabilmente l'opera era destinata ad abbellire una Villa della famiglia Medici. Le dimensioni sono di 172.5 x 278.5 cm. - Si tratta di una delle opere maggiormente rappresentative del rinascimento italiano (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
particolare da La NASCITA DI VENERE, di SANDRO BOTTICELLI (GALLERIA DEGLI UFFIZI, FIRENZE): realizzata tra il 1482 ed il 1485. Molto probabilmente l’opera era destinata ad abbellire una Villa della famiglia Medici. Le dimensioni sono di 172.5 x 278.5 cm. – Si tratta di una delle opere maggiormente rappresentative del rinascimento italiano (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Si può innanzitutto dire che i “nuovi principi” (chi ha il potere della politica e della ricchezza del momento) che in varie parti del mondo (emergente) stanno acquisendo a man bassa opere d’arte presenti in Europa, sono meno illuminati nel campo dello sviluppo dell’arte (pittorica, scultorea, architettonica…) rispetto ai principi rinascimentali (anzi, non lo sono per niente, illuminati): si limitano a comprare “opere di valore sicuro”, senza rischiare innovazione e nuove strade artistiche; nessun mecenatismo c’è in loro riguardo a possibili nuovi artisti di valore da sponsorizzare. E provengono (questi “principi”) da nuove realtà geografiche venute alla ribalta con appunto nuovi ricchi che si sono affacciati nel mondo finanziario ed economico globale, vantando patrimoni a volte inimmaginabili.

   Ed è così che le opere d’arte (specialmente classiche, non contemporanee) vanno verso i paesi emergenti: vengono comprate (alle aste, ai musei…) da super ricchi di quei paesi (Emirati arabi, Russia, Ucraina, Brasile…). Si deve qui pure fare una distinzione tra paesi di tradizione storica già famosi per tesori d’arte e grandi musei (come la Russia) rispetto ad altri, dove ad esempio la ricchezza del petrolio ha portato nuove condizioni di ricchezza finanziaria personale, con molta emulazione di status sociale portato agli estremi dei “miti” occidentali. Come l’acquisto di simboli della modernità e contemporaneità occidentale: squadre di calcio con supercampioni; alberghi di lusso; marchi e case di moda dal brand famoso; viaggi e permanenze e acquisti faraonici in località celebri marine e montane; acquisto di palazzi, ville e altri simboli dell’architettura occidentale… E, appunto, anche opere d’arte, quadri e sculture di grandi artisti dell’Europa rinascimentale e non, o dell’arte contemporanea americana, europea…

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L’Italia  possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 MUSEI, circa 2.100 AREE E PARCHI ARCHEOLOGICI e 43 SITI UNESCO. Nonostante questo dato di assoluto PRIMATO A LIVELLO MONDIALE, il RAC, un indice che analizza il ritorno economico degli asset culturali sui siti Unesco, mostra come GLI STATI UNITI, CON LA METÀ DEI SITI RISPETTO ALL’ITALIA, HANNO UN RITORNO COMMERCIALE PARI A 16 VOLTE QUELLO ITALIANO. Il ritorno degli asset culturali della FRANCIA E DEL REGNO UNITO È TRA 4 E 7 VOLTE QUELLO ITALIANO (da www.affaritaliani.it/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
L’Italia possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 MUSEI, circa 2.100 AREE E PARCHI ARCHEOLOGICI e 43 SITI UNESCO. Nonostante questo dato di assoluto PRIMATO A LIVELLO MONDIALE, il RAC, un indice che analizza il ritorno economico degli asset culturali sui siti Unesco, mostra come GLI STATI UNITI, CON LA METÀ DEI SITI RISPETTO ALL’ITALIA, HANNO UN RITORNO COMMERCIALE PARI A 16 VOLTE QUELLO ITALIANO. Il ritorno degli asset culturali della FRANCIA E DEL REGNO UNITO È TRA 4 E 7 VOLTE QUELLO ITALIANO (da http://www.affaritaliani.it/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Pertanto se i “nuovi ricchi” da tempo non sono più i principi, non sono nemmeno più gli industriali, le banche e possessori di grandi capitali (in fase di declino), se men che meno lo saranno gli stati nazionali e ogni istituzione pubblica (sempre più indebitati); se così potranno solo esserci magnati russi (di dubbia provenienza le loro fortune finanziarie…), oppure arabi possessori di pozzi di petroli, o che altro ci può essere di nuovi (stra)ricchi emergenti che appaiono in varie parti del pianeta, “stranieri” a noi del tutto (a volte non sappiamo e capiamo le vere origini di tali grandi ricchezze…), è pure da capire come “metetrsi in concorrenza” ad essi (al denaro che vantano), al loro reperimento di opere pittoriche o scultoree che magari ci piacerebbe poter vedere nei nostri musei (musei opportunamente modernizzati, rinnovati: spesso son faticosi e “noiosi”, poco alettanti dal visitarli).

   Se c’è una possibilità nel “trattenere” opere di grande espressione artistica della nostra storia (medievale, moderna, contemporanea…), ebbene non si potrebbe pensare un “azionariato popolare” nell’acquisizione di opere d’arte significative? …di musei che sorgono dall’apporto di tutta una comunità del luogo (o di una città…) o fatto di cittadini provenienti da luoghi diversi ma che si identificano tra di loro per appartenere al “luogo dell’arte”; persone attente e desiderose di valorizzare e far conoscere a tutti il senso delle molteplici e diversificate “bellezze artistiche”? (non si può pensare all’ADOZIONE DI UN’OPERA D’ARTE?, oppure al CROWDFUNDING, forma di finanziamento dal basso oggi sempre più diffusa – leggete come funziona in uno degli articoli di questo post-) …Per dire che ci deve essere un modo per salvaguardare “a noi stessi” i piccoli, medi e grandi capolavori artistici che appartengono alla nostra storia, e riuscire pure a fare che essi diventino sinergia e volano di sviluppo economico (commerciale, turistico…) ben più di quanto assai poco sono tuttora.

TRA LE TANTE OPERE CHE GLI ITALIANI NON POSSONO VISITARE ECCO, A ROMA, I MOSAICI E L'AFFRESCO DI COLLE OPPIO E IL MAUSOLEO DI AUGUSTO (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
TRA LE TANTE OPERE CHE GLI ITALIANI NON POSSONO VISITARE ECCO, A ROMA, I MOSAICI E L’AFFRESCO DI COLLE OPPIO E IL MAUSOLEO DI AUGUSTO (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Pertanto la GEOGRAFIA TURISTICA già nel prossimo futuro dovrà tener conto di nuovi musei, nuovi contenitori di opere d’arte in “altri” luoghi del mondo rispetto a quelli fin qui presenti… e chi vorrà vedere opere celebri dell’arte pittorica, non dovrà più recarsi a Venezia, Firenze, Parigi, San Pietroburgo, Londra, Madrid, Torino, Palermo, Napoli, e via elencando nelle innumerevoli città e cittadine europee… ma “passare” per gli Emirati arabi e altri luoghi dove si installeranno musei prevalentemente “privati”, di magnati che hanno acquistato celebrità artistiche (ovviamente se decideranno, loro magnati, di porle in visione al pubblico).

   Cosa si può dire di tutto questo? Che o si viaggerà molto per vedere capolavori dell’arte, oppure ci si dovrà accontentare della loro trasposizione mediatica (in internet, nelle foto dei libri…): e questa possibilità risulta evidentemente un surrogato, pur apprezzabile e utile: nel senso che opere di grande valore culturale, di bellezza inesprimibile, ma anche magari portatrici di messaggi esistenziali e di quanto accade nella nostra vita e nella società… ebbene, sarebbe bello poterle vedere anche “dal vivo”, nella realtà, nell’originale.

   Ma quel che conta veramente, adesso, è anche “accorgersi” di più delle bellezze artistiche che (ancora) ci circondano e spesso sono dimenticate, abbandonate: paesi e città spesso contengono opere (pittoriche, scultoree, architettoniche…) di grandissimo pregio, abbandonate a se stesse (in magazzini fatiscenti, chiese non adeguatamente valorizzate, palazzi in abbandono, quartieri degradati dal nuovo urbanesimo fatto di un’edilizia “libera” e brutta…). FARE RETE per recuperare tutte le opere di pregio e valore artistico, significa mettere assieme enti locali, università, sovrintendenze e musei, scuole specialistiche, banche e possibili sponsor privati, associazioni di volontariato che ci stanno, divulgatori scientifici e mass-media…. per un grande progetto “di bellezza” peraltro ricompensato con un ritorno economico locale sicuro (di soggiorno nei luoghi, enogastromico, di valorizzazione commerciale dei prodotti locali non solo alimentari ma anche artigianali e industriali della zona…)…. Fare rete tra soggetti diversi… (è quello che manca, tutti concordano sia il “limite” da superare…). (s.m.)

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I NUOVI PADRONI DELL’ARTE

Geografie: Chi sono i Paperoni che si accaparrano i capolavori (dopo le squadre di calcio) a prezzi folli. La strategia dei cinesi

UCRAINA, EMIRATI, LIBANO, BRASILE: ECCO DOVE FINISCONO CÉZANNE E HIRST –

di Vincenzo Trione, da “LA LETTURA” inserto domenicale de “il Corriere della Sera” del 11/8/2013

   Nel 2006 il Louvre stipula un accordo con l’Emirato di Abu Dhabi: autorizza la cessione, a titolo oneroso, di parte della sua collezione, che sarebbe stata esposta in un nuovo museo (da inaugurarsi in Medio Oriente). Da quel momento, «Louvre» diventa un brand. Intervenendo su questo episodio, Jean Clair pubblica un appassionato e indignato pamphlet, La crisi dei musei, in cui sostiene che è inaccettabile l’ipotesi di ridurre il «luminoso prestigio di un nome al rango di griffe»: i beni culturali non possono essere sfruttati a scopi mercantili, nella logica spietata del marketing.

   In questo orizzonte, la Grande Arte è usata come «una semplice mercanzia, suscettibile di essere alienata, scambiata, data a nolo e un domani venduta». Jean Clair invita a una resistenza «umanistica». Parole alte, di straordinaria tensione etica. Che, tuttavia, oggi, sembrano assumere un tono addirittura archeologico. Provate a guardarvi intorno. I neo-barbari ci assediano. A loro si deve quella radicale ridefinizione dell’identità geopolitica dell’arte che è in atto.

   Stiamo assistendo all’emergere di una nuova aristocrazia, i cui protagonisti principali spesso non sono stati ancora catalogati nell’annuale classifica dei potenti dell’arte pubblicata dal sito Art News: ad alcuni di loro «Le Figaro» ha recentemente dedicato un ampio servizio. I neo-barbari sono Budi Tek, Bernardo Paz, Luba Mikhailova, Joseph Lau, Saud al-Thani,Wang Wei e Liu Yiqian, Liu Lan, Zhang Rui, Victor Pinchuk, Toni Salamé, Pearl Lam, Pierre Chen Frank Huang, Kim Chang-Il.

   Innanzitutto, Mayassa al-Thani. Che, presidente dell’amministrazione dei musei del Qatar e sorella del nuovo emiro, ha studiato alla Sorbonne di Parigi. Secondo «The Economist», è «la donna più potente del mondo dell’arte». Annualmente dispone di un budget di circa un miliardo di dollari. Dal 2006 si è aggiudicata opere di Bacon, di Warhol e di Lichtenstein. Tre i suoi gioielli: il Centro bianco di Rothko (70 milioni di dollari); l’armadietto con medicinali di Hirst (20milioni di dollari); e I giocatori di carte di Cézanne (250 milioni di dollari). Cifre da capogiro, che hanno alterato le regole su cui si fondano le aste internazionali.

   Il Qatar sta diventando il nuovo centro dell’arte. L’emiro di questo piccolo Paese del Golfo Persico, in pochi anni, si è «impossessato» di opere di assoluto rilievo: dal Rothko di Rockefeller (54 milioni di euro) alla collezione di Claude Berri (50milioni di dollari), a l’Enfant à la colombe di Picasso (63,7 milioni di euro).

Qatar, ma non solo. L’Indonesia, dove risiede Budi Tek. Di origine cinese, diventato ricco commerciando uova e allevando polli, formatosi nei Paesi anglosassoni, Tek, dal 2007, è tra le star delle fiere internazionali. Approfittando della recessione del 2008, ha puntato su alcuni tra i protagonisti della scena cinese: Ai Weiwei, Chen Zen, Huang Yong. Poi, si è spostato su Abdessemed, Ousler, Cattelan, Gormley, Kusama e Kiefer.

   Dall’Indonesia alla Cina: dove agiscono magnati come Joseph Lau, Wang Wei e Liu Yiqian, Liu Lan, Dai Zhikang, Zhang Rui e Pearl Lam, accomunati dalla scelta di collezionare quasi esclusivamente l’arte cinese contemporanea. Per arrivare alla Corea del Sud: dove si muovono Kim Chang-Il e Ahae. E a Taiwan: con Pierre Chen e Frank Huang.

   Passiamo, poi, ai Paesi dell’ex Urss: in Russia, regnano i coniugi Abramovic, i quali, a Mosca, a Gorky Park, hanno aperto una dinamica kunsthalle, Garage; mentre, in Ucraina, operano Luba Mikhailova, proprietaria di una fabbrica, e Victor Pinchuk, facoltoso imprenditore di oleodotti e di industrie metallurgiche, che investe sulle celebrities (Hirst, Koons, Eliasson, i fratelli Chapman).

   In questa geografia, dobbiamo inserire anche il Libano: dove si destreggia con disinvoltura Tony Salamé. E il Brasile: dove il proprietario di miniere Bernardo Paz ha realizzato Inhotim, un meraviglioso parco per l’arte (2.000 ettari).

   Altri sintomi di questo terremoto. Le Biennali d’Oriente: come quella di Shariah. Le Fiere: quella di New Delhi e quella di Dubai, che è animata da un’artista «senza velo», la sceicca Hoor. Le gallerie: come il Alriwaq di Doha, in Qatar, dove, nel prossimo autunno, sarà organizzata un’ampia antologica di Hirst. E i musei: in Cina, nel 2012, ne sono nati addirittura 360 (tra i più importanti, il Dragon Art di Liu Yiqian, l’Himalaya’s Art di Dai Zhikang e il Minshen Bank); ad Abu Dabi è stata inaugurata la succursale del Guggenheim (progettata da Gehry), in attesa del Louvre Abu Dhabi (disegnato da Nouvel).

   Cosa sta accadendo? Richiamiamoci al mondo del calcio. Dagli inizi del 2000, potenti emiri hanno acquistato celebri club europei come il Manchester City e il Paris Saint-Germain e hanno reclutato allenatori e calciatori di successo. La medesima strategia è adottata dai Neo-Paperoni dell’arte, che si stanno impegnando per accaparrarsi alcune tra le più significative opere moderne e contemporanee.  La loro tattica: inviano emissari alle aste internazionali, dove per cifre astronomiche acquisiscono capolavori storicizzati o installazioni d’avanguardia. Vogliono impossessarsi di ciò che non hanno. Inseguono il prestigio culturale. A tal fine, ricorrono a due strumenti: la determinazione e il denaro.

   Hanno poco in comune con Saatchi, Pinault, Abramovic, Arnault o Prada, i quali, pur con sensibilità diverse, si comportano, per dirla con il critico americano Jerry Saltz, come «showmen che fanno parte dello spettacolo». Piuttosto, somigliano ai macellai autodidatti che, guidati da abili consiglieri, forti di importanti risorse, nel XIX secolo costruirono dal niente le prime collezioni museali statunitensi.

   Figure come Mayassa tendono a non assecondare i riti della mondanità. Difficilmente le si trova nelle vesti dei vip o su sontuosi yacht. Non frequentano le star del cinema o della moda. Non si recano alle case d’aste. Spesso sono invisibili: prediligono il low profile, il soft power. Nella maggior parte dei casi, non sono sorrette da conoscenze specifiche e da autentiche passioni.

   Forse proprio grazie a questo dilettantismo, i nuovi ricchi sono riusciti a cogliere il lato più cinico e liberista del mercato dell’arte. Che era stato lucidamente descritto da Guido Rossi in un articolo apparso su «Il Giornale dell’Arte» nel 1983. Siamo dinanzi, aveva detto Rossi, a un luogo trasparente, dominato da manipolazioni: uno spazio di mero commercio, privo di norme certe, non governato da una disciplina tesa a tutelare l’interesse generale.

   Personaggi come Mayassa e Budi Tek hanno rivelato la natura meno nobile di questo sistema commerciale. Che, adesso, è apparso per quello che effettivamente è: un organismo al servizio di se stesso, una «miscela di economia, storia, psicologia, spettacolarità e stili di vita, un territorio commerciale non regolamentato in cui regnano desiderio, fortuna, stupidità, cupidigia, conoscenze personali, competenza, insicurezza» (Saltz).

   Per un emiro, un magnate russo o un imprenditore cinese o indonesiano aggiudicarsi una tela di Cézanne, di Rothko o di Kiefer, sbaragliando la concorrenza europea o statunitense, è un gesto che tiene in sé varie componenti. Innanzitutto, mostra narcisismo. E, poi, gusto per il rischio. Amore per il lusso. Ostentazione sfrenata del potere. Ma anche intelligenza finanziaria: acquistare opere d’arte è un modo per non pagare le tasse e per riciclare denaro in maniera «elegante». Qualcuno ha detto: «In Russia non si guarda da dove viene il denaro, ma ciò che esso realizza».

   Proprio per questo, i Neo-Paperoni tendono a non dedicarsi allo scouting: non vogliono scoprire nuove voci. Senza seguire una rigorosa logica di selezione, si limitano ad assemblare «bellezze». Puntano su nomi certi, che non subiranno oscillazioni o svalutazioni. Con l’eccezione dei cinesi, non si affidano a una politica autarchica: non mirano a valorizzare il «prodotto interno ». Investono su opere dotate di una sicura tenuta economica e simbolica.

   Ma, per loro, collezionare arte significa soprattutto altro. È un modo per accrescere fama e status sociale. Un mezzo di comunicazione. Per imporsi ai media. E per ribaltare antichi luoghi comuni: «Mio padre dice spesso che, affinché ci sia la pace, dobbiamo in primo luogo rispettare le culture altrui. I popoli in Occidente non comprendono il Medio Oriente. In mente hanno soltanto Bin Laden», ha affermato per esempio Mayassa.

   Talvolta, però, sulle orme di Pinault e di Prada, i Neo-Paperoni avvertono il desiderio di portarsi al di là di una logica individualista, per abbracciare una filosofia più istituzionale. Molti tra di loro, infatti, si stanno impegnando per creare musei ad personam. Come ha fatto Budi Tek, che ha radunato la sua raccolta in due spazi pubblici (a Giacarta e a Shanghai). E come intende fare Mayassa, la cui ambizione sta nell’ordinare dal niente una collezione di arte contemporanea di qualità. Un nuovo Moma? Un nuovo Pompidou?

   Di fronte a questi scenari, cosa fare? Resistere? O cambiare prospettiva? Azzardiamo una profezia. Il turista culturale di domani dovrà aggiungere alle sue mete obbligate il Qatar, l’Ucraina, l’Indonesia, la Corea del Sud e la Cina. Benefico allargamento delle geografie dell’arte? O trionfo dei neo-barbari? (Vincenzo Trione)

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GIAN ANTONIO STELLA: “QUESTA ITALIA BELLISSIMA E DISPERATA”

di Fabrizio Carollo, dal sito RENONEWS.IT, 15/4/2013 (www.renonews.it/ )

– “Anche l’indifferenza è vandalismo. Ma colgo nuovi segnali di attenzione” –

   L’articolo 9 della Costituzione Italiana dice: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della Nazione”

   O almeno così dovrebbe essere…

   La prima sensazione che ho avuto, al termine dello spettacolo di Gian Antonio Stella al teatro di Marzabotto (per la rassegna ParoleMusica) è stata quella di una profonda amarezza: amarezza e rabbia.   Due sensazioni certamente negative e condivise da tutto il pubblico, che ha espresso continuamente il proprio disappunto, con mormorii e commenti di delusione, per il grande scempio che sta attraversando culturalmente il nostro bellissimo paese.

   “Vandali! L’assalto alle bellezze d’Italia”, ha certamente colto nel segno e colpito gli animi di tutti i presenti e lo spettacolo del giornalista ed inviato del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella ha sicuramente suscitato ciò che voleva infondere: una lucida e reale denuncia verso un sistema che sta lentamente (ma inesorabilmente) facendo a pezzi un patrimonio artistico e storico che, in passato ha collocato l’Italia al primo posto nel settore del turismo.

   Non solo parole ma anche cifre, scritte nero su bianco, che illustrano molto bene la situazione: l’Italia ha ben quarantasette siti UNESCO ma quasi tutti lasciati in uno stato che definire pietoso è un eufemismo e corrotti anno dopo anno da un sistema di gestione che non permette ai privati ed alle imprese di poter dare un efficace contributo economico onde apporre una semplice manutenzione ordinaria a siti archeologici di inestimabile pregio, a sculture come I Bronzi di Riace, dimenticati e stesi in una sala del palazzo della Regione Calabria, a Villa Adriana, minacciata dalla costruzione di una discarica a soli 650 metri dai suoi confini ed a tanti altri esempi che non menzioneremo in questo articolo ma che vengono ben descritti nell’attenta analisi di Stella e nel libro omonimo scritto assieme a Sergio Rizzo (Rizzoli editore).

   Il turismo è bruscamente calato e la parabola discendente sta continuando ad andare in picchiata, facendo vergognare chi è appassionato delle nostre bellezze architettoniche e naturalistiche.
Una denuncia doverosa compiuta con grande coraggio ed accompagnata dalle musiche di Gualtiero Bertelli e dei suoi musicisti che ha certamente il potere di sensibilizzare il cittadino e che spera di poter dare una potente scossa anche ad un governo che crede (a torto) che “con la cultura non si mangia”; ed anche qui i dati smentiscono categoricamente questa balorda convinzione (Uno su tutti, l’esempio del Louvre che, nel solo 2012 ha realizzato più utili di tutti i siti culturali italiani messi assieme!).

   Le prospettive di crescita del nostro paese, da qui a dieci anni, sono disastrose: a meno di una drastica inversione di tendenza in questo senso e di una maggiore consapevolezza e volontà di recupero e tutele costante del nostro patrimonio culturale, l’Italia slitterà al 173° posto (su 181) paesi nel mondo. Ciò significa che solamente otto paesi cresceranno meno di noi.
Perché turismo non significa solamente la presenza e la tutela dei nostri tesori ma significa anche: sicurezza, servizi, trasporti, internet (come capacità di connessione e velocità siamo appena sopra il Rwanda…), tutti fattori che scarseggiano attualmente da noi.

   La metafora ed il riferimento a Pompei è quindi azzeccata quanto triste.
La concezione deve essere cambiata, gli strumenti di tutela devono essere applicati, le leggi sceme attualmente presenti devono essere cancellate e rifatte per eliminare questa situazione estremamente indecorosa.

   Di tutto questo si è discusso durante lo spettacolo di Gian Antonio Stella, certamente un momento sul quale riflettere attentamente allo scopo di acquistare una valida presa di posizione per iniziare una battaglia contro tali scempi e prevenire una ulteriore perdita della nostra identità storica, artistica e culturale. Presente all’incontro anche il sovrintendente per i beni archeologici  dell’Emilia Romagna Filippo Maria Gambari, che non ha potuto  che confermare, con la stessa amarezza che serpeggiava tra il pubblico,  le  dichiarazione di Stella.
Al termine dello spettacolo, Reno News ha incontrato il giornalista, che ha così risposto alle nostre domande:

Vandalismo è anche sinonimo di indifferenza per quello che sta accadendo nel nostro paese?

Sì, c’è molta indifferenza purtroppo. Se ci sono circa quattro milioni e mezzo di case abusive in Italia significa che un italiano su sei vive o fa le vacanze in una casa abusiva. Quindi, c’è anche una certa complicità da parte dei cittadini e non solo responsabilità (comunque maggiore) della classe dirigente.

Lei è ottimista o pessimista circa una inversione di tendenza nel prossimo futuro?

Il turismo è una formidabile risorsa per lo sviluppo, se sfruttata con intelligenza. Non possiamo uscire dalla crisi solo con il metalmeccanico e sulla chimica… è inevitabile che puntiamo anche su questo, quindi credo che, inevitabilmente, si arriverà ad una inversione di tendenza, pur volendoci ancora un po’ di tempo, certamente.

Lei ha visto una sensibilizzazione anche da parte dei giovani verso questo tema?

Sì, ho notato molto entusiasmo ed una certa indignazione per la situazione italiana anche da parte di tanti giovani, durante il mio spettacolo. Tra l’altro, se l’Italia dovesse fare scelte significative in direzione della cultura e dell’arte, ciò può anche aprire strade interessanti per i giovani, a livello lavorativo.

La tecnologia aiuta a risollevarsi dallo stallo?

Assolutamente sì. A parte la concezione culturale diversa, sono necessari anche studi scientifici approfonditi e ricerche fatte da personale competente ed i mezzi tecnologici dei quali disponiamo oggi possono certamente aiutare in questo lavoro di ricostruzione.

Il settore della stampa, in genere, è attento a questo problema?

Il giornalismo in generale è spesso distratto ma sto comunque notando una piccola ripresa ed una maggiore intenzione anche da parte di tanti colleghi verso problematiche più concrete e la cosa non che può farmi piacere.

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L’assessore alla cultura del Comune di Roma: mosaici stupendi, ma serve uno sponsor

«I PRIVATI CI AIUTINO A SVELARE I TESORI CHE L’ITALIA NON VEDE»

di Paolo Conti, da “il Corriere della Sera” del 10/8/2013

– Appello di Barca per Mausoleo di Augusto e Colle Oppio. «Operazione Fori è segno del cambiamento che vogliamo» –

ROMA – Flavia Barca, economista della cultura, lei è il nuovo assessore alle Politiche culturali della giunta romana di Ignazio Marino. Cominciamo dall’operazione Fori. Molti si sono chiesti perché partire da lì. Sinceramente: è una priorità?
«L’operazione Fori è il segno forte del cambiamento che il sindaco Marino e questa giunta intendono assicurare a Roma. Indica un percorso progettuale di rinascita della città che parte dalla valorizzazione del patrimonio artistico, dalla riappropriazione identitaria da parte dei cittadini. La serata del 3 agosto, con tutte le sue difficoltà, ha mostrato che i romani capiscono molto bene».

Marino parla, per i Fori, di contributi di idee internazionali, del ritorno di Roma al centro di un dibattito non solo italiano. Lei pensa davvero che Roma «interessi»?
«Più di quanto noi italiani non sospettiamo. Chiunque abbia vissuto all’estero conosce l’immensa forza comunicativa di Roma nell’immaginario mondiale. Va recuperata, con uno scatto d’orgoglio, la capacità di utilizzare quell’interesse per il bene della città».

Cosa pensa dell’operazione Colosseo e della sponsorizzazione da parte di Diego Della Valle?
«Mi convince. E penso che il coinvolgimento dei privati sia essenziale per il futuro della cultura a Roma. Sono colpita dalla quantità e dalla qualità di imprese e singoli possibili sponsor e mecenati che mi hanno voluto incontrare mettendosi a disposizione per sostenere il nostro patrimonio. Penso che per la cultura siano essenziali tre soggetti. La mano pubblica, che tutela il bene e indica una strategia chiara e condivisibile. La mano privata, che con un progetto trasparente può dare il meglio di sé. I cittadini romani, che non devono più essere solo fruitori ma devono diventare garanti essi stessi del bene culturale, riappropriandosene».

In quali luoghi i privati potrebbero sostenere il Comune?
«In tanti davvero. Penso al Mausoleo di Augusto, destinato a diventare una meraviglia: i lavori sono fermi da anni e il bando due anni fa è andato deserto. O agli scavi sotto il Colle Oppio, nell’area dell’impianto termale: sono emersi in tempi recenti, come si sa, il magnifico affresco della città e mosaici di inestimabile bellezza. Occorrerebbe uno sponsor non per gli scavi ma per rendere fruibile subito al pubblico tutto questo».

Ignazio Marino ha detto, ascoltando i dati negativi dei consumi culturali a Roma presentati da Federculture: l’Estate romana appare indebolita, la Festa del cinema appassita, l’Opera ha poche aperture di sipario, la metà della Scala…
«In generale dovremo uscire dalla cultura dell’emergenza, anche nel campo culturale. L’Estate romana deve ritrovare il suo ruolo di motore di innovazione, sperimentazione di talenti e anche di capacità di riscoperta del territorio. I nuovi bandi saranno non solo trasparentissimi ma chiederanno, in cambio dei finanziamenti, anche un ritorno al Comune, magari sotto forma di testimonianze filmate dell’attività: se il Campidoglio investe in cultura, è giusto che il “prodotto” sia in qualche modo tracciabile e valutabile. La Festa del cinema deve ritrovare una sua identità più forte e chiara, collocata anche in una visione intersettoriale: produzione, distribuzione, sostegno ai nuovi talenti, le sale che chiudono… In quanto all’Opera, il tema è delicato. Assorbe importanti risorse economiche che dovranno in qualche modo essere maggiormente messe a disposizione dei cittadini».

Tra poco sarà stagione di nomine: alle Scuderie-Palaexpo, per esempio, dove i costi sono stati tagliati e l’azienda ha resistito ai cambi politici. Poi ci sarà il Teatro Stabile. Come vi regolerete per le nomine? Ci saranno politici?
«Non faccio nomi. So che con il sindaco Marino c’è un elemento di chiarezza: in generale solo nomine culturali trasparenti, professionali, meritocratiche seguendo l’impostazione condivisa in giunta. Le Scuderie hanno ottenuto risultati straordinari, rappresentano un brand sia popolare che di élite culturale. Forse il Palazzo delle Esposizioni deve ritrovare una sua identità più marcata».

Che cosa accadrà nel pasticciaccio del teatro Valle? Possibile che una delle sale più antiche e prestigiose d’Italia resti ancora occupato e senza un progetto?
«Il Valle è un dossier aperto al quale stiamo prestando molta attenzione. Gli spazi culturali a Roma sono tanti, molti anche vuoti. Non escludo che possano nascere, non so dire se proprio al Valle, esperienze di gestione condivisa dei beni comuni, sotto la guida di un Comitato di garanti e il monitoraggio del Comune, in cui si possano sfruttare anche le esperienze positive che vengono dalla comunità artistica romana. E in generale penso a un lavoro collegiale sulle politiche culturali in stretta collaborazione con i Municipi. Un metodo indispensabile, per una città come Roma». (Paolo Conti)

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IL PATRIMONIO ARTISTICO ITALIANO? IL PIÙ GRANDE DEL MONDO E IL MENO VALORIZZATO…

da www.affaritaliani.it/ del 13/5/2009

   PricewaterhouseCoopers ha presentato il rapporto  “Il valore dell’arte: una prospettiva economico – finanziaria” da cui si evince un forte gap competitivo del ritorno economico del patrimonio artistico-culturale italiano rispetto agli altri paesi ed una scarsa capacità da parte del sistema Italia di sviluppare il potenziale del nostro paese.

   L’analisi è stata illustrata nell’ambito di un convegno organizzato da PwC in cui erano presenti rappresentanti istituzionali e privati. (…..) Il focus del confronto è la stata la “valorizzazione dell’arte”- strategie e prospettive per una reale generazione di valore a partire dall’immenso patrimonio artistico, pubblico e privato, del nostro paese. Dal rapporto, che fotografa la ricchezza del patrimonio artistico – culturale italiano rispetto ai principali paesi europei,  si evince che l’Italia può sviluppare un vantaggio competitivo sostenibile solo in alcuni settori, quali design, moda, beni di lusso ed, in particolare, in tutte quelle aree legate alla valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale.

   L’Italia, si legge nel rapporto,  possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco. Nonostante questo dato di assoluto primato a livello mondiale, il RAC, un indice che analizza il ritorno economico degli asset culturali sui siti Unesco, mostra come gli Stati Uniti, con la metà dei siti rispetto all’Italia, hanno un ritorno commerciale pari a 16 volte quello italiano. Il ritorno degli asset culturali della Francia e del Regno unito è tra 4 e 7 volte quello italiano.

   A fronte della ricchezza del patrimonio culturale italiano, rispetto alle realtà estere esaminate, emergono enormi potenzialità di crescita non ancora valorizzate. In particolare, le stime di PwC indicano che l’economia turistica ed il settore culturale e creativo contribuiscono al PIL dei principali Paesi europei in media per il 14%. L’Italia con il 13%, circa 203 miliardi di Euro, è ben lontana dal 21% della best performer Spagna (pari a 225 miliardi di Euro) ed è ultima per valore assoluto di PIL.

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PIL TURISMO – RAFFRONTI (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   I ricavi complessivi da bookshop per i musei statali italiani sono pari al 38% del solo Metropolitan Museum, di dimensioni simili al solo Louvre (poco più di 20 milioni di euro annui). “Investendo nell’ambito di pochi, ma prioritari settori, – fa notare Giacomo Neri, partner in charge della Financial Services Practice di PricewaterhouseCoopers Advisory -quello del turismo, del merchandising artistico in alcuni servizi collegati (alberghi, ristorazione, viaggi, ecc…), è possibile dare avvio ad un processo virtuoso che coinvolgerebbe, con ricadute positive, tutta una serie di settori sinergici quali agricoltura, infrastrutture, artigianato, industria ed altri servizi.”

“E’ auspicabile – continua Neri –  che vengano indirizzate risorse istituzionali e finanziarie, pubbliche e private, in ottica di Public and Private Partnership (basti pensare alle straordinarie attività e potenzialità del sistema delle Fondazioni Bancarie in Italia) in modo più efficace e coordinato, al fine di rivalutare i “Core asset” disponibili facendo leva sul relativo indotto diretto ed indiretto”.

   Il mercato mondiale della compravendita di opere d’arte risulta invece dinamico nel contesto internazionale; l’Italia si posiziona al sesto posto, con il 2,8% del fatturato globale delle case d’asta. Dal 2002 al 2006 il valore delle vendite globali è raddoppiato passando da 22,2 mld di Euro a  43,3 mld di Euro.

   Nell’UE il fatturato del 2006 è stato di euro 19,2 mld (il 44% del totale mondiale), con un incremento del 38% rispetto al 2005. Nel 2007 si stima che tale valore sia di 60,6 miliardi di Euro. Il 48% delle vendite in valore avviene in asta (pari a circa 30 miliardi di Euro) mentre ben il 52% delle transazioni avviene tramite i dealers per un valore pari a 31,5 miliardi di Euro. La Cina è diventata il quarto Paese nel mercato dell’arte. Primi nel ranking mondiale rimangono gli Stati Uniti, seconda è la Gran Bretagna, terza la Francia, quinta la Germania. L’Italia è sesta, con il 2,8% del fatturato delle aste.

Il mercato dell’arte in Europa è composto da oltre 41.000 imprese che impiegano direttamente più di 220.500 persone generando un indotto significativo. Nel 2006 il saldo della bilancia commerciale dei 27 Paesi EU relativamente all’import/export commercio con il resto del mondo dei principali prodotti legati al settore cultura (libri, giornali e periodici, CDs e DVDs, opere d’arte, pezzi da collezione, antichità e strumenti musicali) ha raggiunto quota 3.000 milioni di Euro.

   L’Italia presenta una bilancia dei pagamenti positiva relativamente al commercio di opere d’arte, con importazioni per 81 milioni di Euro ed esportazioni che superano i 130 milioni di Euro, decisamente insoddisfacente se rapportata alle performance di altri paesi e all’intensità dei nostri “asset”.

   Nello specifico, il commercio di opere d’arte, pezzi da collezione ed antichità si è posizionato al primo posto con 4.700 milioni di Euro in esportazioni e 3.000 milioni di Euro in importazioni. In questo segmento il Regno Unito è leader assoluto con circa 1,9 miliardi di Euro in importazioni e circa 3,2 miliardi di Euro in esportazioni. Segue la Francia con un import per circa 340 milioni ed un export di circa 900 milioni.

   L’ipotesi dello sviluppo di un mercato italiano dei beni artistici ed antiquariali poggia sulla creazione, condivisa da tutti gli operatori del settore, di una piattaforma di scambi comune. Si avrebbe quindi un mercato regolamentato e presidiato da Intermediari Finanziari, in grado di legittimare il bene artistico ed antiquariale quale asset class di investimento e di eliminare le numerose asimmetrie informative esistenti.

   Questo attraverso: modalità di scambio trasparenti e standardizzate e requisiti oggettivi e attendibili attribuiti agli elementi di valutazione dei beni artistici. Un tale scenario s’inserirebbe dunque in un’ottica virtuosa di applicazione delle nuove tecnologie a supporto della cultura lungo tutta la catena del valore del bene artistico, con ricadute positive in termini di creazione di valore a partire dall’immenso patrimonio artistico, pubblico e privato.

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TUTTI I MUSEI PUBBLICI D’ITALIA GUADAGNANO MENO DEL LOUVRE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 11/4/2013

– In Campania paga il biglietto un visitatore su due, in Friuli uno su dieci. Il caso Ravanusa: nel 2009 un solo visitatore – Si possono offrire i siti gratis sperando nell’indotto. Ma manca una strategia –

   Ventisei euro di incassi l’anno per ogni dipendente: è da apocalisse il bilancio dei musei e dei siti archeologici calabresi. Sparare solo sulla Calabria, però, sarebbe ingiusto. Sono i conti del nostro intero patrimonio culturale a esser tragici: tutte le biglietterie statali italiane messe insieme hanno fatto introiti nel 2012 per un centinaio di milioni.

   Il 25% in meno del Louvre da solo. Sgombriamo subito il campo da una polemica: statue e dipinti, fontane e ville rinascimentali non hanno come obiettivo principale fare soldi. Prima vengono la tutela e la condivisione del patrimonio che ci hanno lasciato i nostri avi. Ed è giusto che sia così. Non c’è museo al mondo che possa reggersi sui biglietti. E se anche funzionassero da noi come nei Paesi più civili le cose di contorno che aiutano a produrre denaro (dalle caffetterie ai Bookshop, dai parcheggi al merchandising) non sarebbero sufficienti.

   Sia chiaro: è indecente che questi «optional» da noi siano trascurati. Ma in ogni caso anche là dove funzionano c’è comunque bisogno che le casse pubbliche (sapendo che poi gli investimenti rientrano generando ricchezza con tutto l’indotto intorno, dagli hotel ai caffè, dagli Internet point ai b&b) si facciano carico di una parte delle spese.

   Ma un conto è che lo Stato, le Regioni, i Comuni ci rimettano il 30%, un altro che ci perdano il 95%. E vista la nostra situazione finanziaria è stupefacente che il tema non venga preso di petto come la sua gravità obbligherebbe.

   Per cominciare, occorrerebbe far chiarezza nel caos anarcoide e incontrollabile degli ingressi liberi. Non è una questione di Nord e di Sud, dicono i dati ministeriali. È accettabile che entrino gratis uno su due dei visitatori dei musei in Campania e nove su dieci (1.347.316 contro 140.876) in Friuli-Venezia Giulia?

   «Noi tutti prendiamo più sul serio ciò che costa che non ciò che è gratuito», ha scritto Luciano De Crescenzo. Ed è assolutamente vero. In questo caso amaggior ragione perché comunque i costi dei custodi, del riscaldamento, della luce elettrica di ogni museo ricadono sulle spalle dei cittadini che devono sostenere il sistema con le loro tasse. Ma se diamo per scontato che sia interesse della società lasciar entrare gratis tutti gli studenti fino ai 25 anni o gli anziani (lo fanno anche il Louvre e tantissimi musei economicamente sani), una regola generale deve comunque esserci.

   La sproporzione tra quanti pagano il ticket in Calabria (uno ogni 18) o in Puglia (uno ogni tre) non ha senso. Come non hanno senso i paragoni fra le regioni del Nord, al di là del caso friulano: perché dovrebbero acquistare il biglietto il 67% dei turisti nei musei veneti e solo il 40% in quelli piemontesi e meno del 35% in quelli liguri? La media nazionale, del resto, è illuminante: per vedere i nostri tesori, i visitatori costretti ad aprire il portafogli sono solo 16 milioni su 36 e mezzo: venti entrano gratis.

   Per carità, uno Stato serio potrebbe farne una scelta strategica: a Las Vegas mangiare e dormire costa molto meno che nel resto dell’America perché gli albergatori sanno che i clienti lasceranno giù un mucchio di dollari ai tavoli di poker e alle slot-machine. E così si regolano da anni con i musei nazionali, come ricorda Il Giornale dell’arte, i britannici.

   È una questione di scelte: offri musei e siti archeologici e palazzi nobiliari gratis o quasi per attirare turisti sapendo che spenderanno poi nelle trattorie, nelle paninoteche, nelle locande, nelle botteghe. Il guaio è che nel nostro caso l’impressione netta è che a decidere sia la sciatteria, l’improvvisazione, la confusione totale. Senza un minimo di progetto. Di visione strategica.

   La stessa raccolta di dati è un casino. All’Ufficio statistica del ministero, per quanta buona volontà ci mettano, possono rastrellare i numeri di quasi tutto il Paese compresi il Friuli e la Sardegna, che sono Regioni autonome. Ma se chiedete loro quelli della Sicilia, della Val d’Aosta o del Trentino-Alto Adige, come abbiamo controllato ieri, vi risponderanno: «Non ne abbiamo la più pallida idea». Se il ministro vuole avere un quadro complessivo deve farselo comporre dalla segreteria, costretta a chiamare una ad una le repubblichine indipendenti. Cosa c’entrano, queste gelosie, con l’autonomia?

   Quasi tre mesi e mezzo dopo l’inizio del 2013, la Regione Sicilia non è ancora in grado di dire com’è andato il 2012. L’unico dato: nel primo semestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente gli incassi sono calati del 7,6%, i visitatori paganti del 10,6%. Quanto al 2011, spiccano dolorosamente i 400 turisti paganti (poco più di uno al giorno) all’Area archeologica di Megara Hyblaea, bella ma soffocata dalle pestilenziali vicine aree industriali.

   O il Museo archeologico Ibleo di Ragusa: 1,4 visitatori al giorno. Per non dire del museo archeologico di Marianopoli: due alla settimana. Per un incasso, se si tratta di adulti senza riduzioni, di un totale di quattro euro. Sedici al mese, 192 l’anno. Il sito di Ravanusa non è più in elenco: forse a causa delle perplessità sollevate dalla scoperta che nel 2009, a fronte di 340.000 euro di spese per gli stipendi dei dieci custodi e la manutenzione, aveva avuto nell’intero anno un solo visitatore. Uno.

   Come si può, davanti a questi numeri impressionanti, invocare l’intangibilità assoluta dello status quo e l’inamovibilità degli addetti che non si possono spostare da un sito archeologico all’altro, da un museo all’altro? Anche ammesso che lo Stato (dovremmo scoprire giacimenti di diamanti sui Nebrodi o in Valsugana…) potesse farsi carico di tutto, è accettabile che lo Stato copra gli stipendi annuali dei dipendenti del ministero dei Beni culturali recuperando dagli introiti per ogni addetto 9.251 euro in Toscana, 4.487 in Lombardia, 6.896 in Campania, 250 in Liguria e 56 in Molise?

   Per non dire, appunto, della sventurata Calabria dove gli incassi totali sono precipitati a 24.823 euro («numeri da chioschetto », ha scritto il Quotidiano della Calabria) e parallelamente, come raccontavamo l’altro giorno, i costi per il restauro del Museo archeologico si sono triplicati in tre anni salendo a 33.010.835 euro. Vale a dire che, con gli incassi di oggi, il recupero avverrebbe in 1.329 anni. Meno male che prima o poi, nonostante i ritardi, torneranno al loro posto i Bronzi di Riace. E il sole, finalmente, farà capolino anche sugli incassi reggini… (Gian Antonio Stella)

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L’ITALIA È UN PAESE CHE PUNTA SU TURISMO E CULTURA? DAI DATI NON SEMBREREBBE

di Roberto Fiorini, da http://www.fanpage.it

– Grazie a Dante e Petrarca, tutti noi conosciamo la classica espressione poetica: ” il Bel Paese” come sinonimo per indicare l’Italia e le sue bellezze naturali, artistiche e culturali. Ma in termini valoriali, “quanto” ha di così bello il nostro paese e perché varrebbe la pena di visitarlo? E inoltre: quanto é visitato rispetto alla sua reale potenzialità nel confronto con altri paesi del mondo? E ancora: cosa si potrebbe fare per generare ulteriore attrattivitá turistica per offrire nuove possibilità di lavoro? –

   Andiamo con ordine e diamo un’occhiata ai dati per capire in campo internazionale quanto “vale” il patrimonio artistico culturale “emerso” censito (ossia visibile e visitabile) della nostra penisola.

   La Convenzione sul Patrimonio dell’Umanità, adottata dalla Conferenza generale dell’UNESCO il 16 novembre 1972, ha lo scopo di identificare e mantenere la lista di quei siti che rappresentano delle particolarità di eccezionale importanza da un punto di vista culturale o naturale. (…) La lista è composta da circa 936 siti (di cui 725 beni culturali, 183 naturali e 28 misti) presenti in 153 Nazioni del mondo.

   Attualmente l’Italia è la nazione a detenere il maggior numero di siti (47), seguita dalla Spagna (44 siti) e dalla Cina (43 siti). Orbene, é facile intuire quanto, 47 siti, siano ben poca cosa rispetto all’enorme patrimonio storico, artistico e architettonico, certamente molto poco valorizzato, presente sul nostro territorio.

   A tal proposito viene utile rileggere il rapporto di PricewaterhouseCoopers  “Il valore dell’arte: una prospettiva economico – finanziaria” (presentato nell’ambito di un convegno organizzato da PwC ) da cui si evince un forte gap competitivo del ritorno economico del patrimonio artistico-culturale italiano rispetto agli altri paesi ed una scarsa capacità da parte del Sistema Italia di sviluppare il potenziale del nostro paese.

   L’Italia, si legge nel rapporto,  possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 (ora 47) siti Unesco. Nonostante questo dato di assoluto primato a livello mondiale, il RAC, un indice che analizza il ritorno economico degli asset culturali sui siti Unesco, mostra come gli Stati Uniti, con la metà dei siti rispetto all’Italia,  hanno un ritorno commerciale pari a 16 volte quello italiano. Il ritorno degli asset culturali della Francia e del Regno unito è tra 4 e 7 volte quello italiano.

   Le stime di PwC indicano che l’economia turistica ed il settore culturale e creativo contribuiscono al PIL dei principali Paesi europei in media per il 14%. L’Italia con il 13%, circa 203 miliardi di Euro, è ben lontana dal 21% della Spagna (pari a 225 miliardi di Euro) ed è ultima per valore assoluto di PIL. I ricavi complessivi da bookshop per i musei statali italiani sono pari al 38% del solo Metropolitan Museum, di dimensioni simili al solo Louvre (poco più di 20 milioni di euro annui).

   Nella graduatoria 2011 delle destinazioni turistiche maggiormente frequentate nel mondo, l’Italia si colloca al 5° posto, sia per gli arrivi internazionali, sia per gli introiti valutari, confermando la posizione del 2010. Con riferimento agli arrivi internazionali, la graduatoria mostra il continuo rafforzamento della Turchia, uno dei nostri principali Paesi competitor nel Mediterraneo; grazie ad un incremento di ben l’8,7% rispetto al 2010, conquista il 6° posto, surclassando il Regno Unito.

Come fare per evitare di essere, a breve, sorpassati persino dalla Turchia?

Proviamo ad essere concreti presentando una idea/progetto per la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale di città e provincie italiane che potrebbe generare NewCo ed importanti opportunità di impiego per le nuove generazioni di diplomati e laureati.

PROGETTO  “MUSEO ITALIA”

Target: Città o provincie di c.a 200.000 abitanti con Polo Universitario e Fac. di Lettere o Conservazione dei Beni Culturali e Scuola Alberghiera.

  Il progetto consiste nella realizzazione di un sistema Impresa in cui coinvolgere:

1) Gli Enti Locali in città con un basso/medio livello di turismo

2) Gli enti accademici (se con un presidio a livello di facoltà di Lettere o, meglio ancora di Conservazione dei Beni Culturali).

3) Le Scuole Alberghiere

4) L’impresa privata (Tour operator da realizzare quali NewCo, strutture alberghiere, ristorazione, editoria specializzata nella realizzazione di impianti dedicati alla produzione multimediale o stampa classica).

Il progetto ha lo scopo di realizzare Impresa sul Patrimonio Artistico esistente nel territorio italiano (Grande Eredità acquisita da valorizzare) con lo scopo di finanziare, oltre che nuova impresa, nuovi progetti di restauro conservativo atti alla valorizzazione del patrimonio stesso (spin-off?) nei quali verrebbero impiegati, prima studenti (tesi mirate) poi laureandi del locale polo universitario. Coinvolgendo di conseguenza tutta la filiera culturale e turistica che tale volano “accenderebbe”.

   Il progetto sviluppa la sua idea di base partendo dal presupposto che in Italia, potenzialmente ogni “Media” Città (escludendo le grandi, già consolidate mete turistiche) ha le caratteristiche necessarie per “raccontare sè stessa” (a livello artistico monumentale) in diverse epoche della sua storia.

   Il problema che normalmente accade è che vivendo una città italiana, frutto di superfetazioni architettonico artistiche effettuate nel corso dei lunghi anni della sua vita, tutto ciò è percepibile in un “insieme” di stili, epoche concrezioni ecc. da dare difficilmente un’idea di se stessa nelle varie epoche del suo progressivo fulgore. Problema molte volte figlio di inefficienze o, per lo più, mancanza di fondi destinati al restauro e la valorizzazione del patrimonio stesso; giacente il più delle volte sotto la polvere e l’incuria del tempo e dell’impedimento politico finanziario.

   L’ambizione è quella di cercare, attraverso un progetto congiunto tra: (1) Enti locali, (2) Scuole e Università ed Impresa (3) di trovare:

1- Dai primi (Enti locali) la forza e la possibilità operativa di “lavorare “ sul territorio con lo scopo di salvaguardare il patrimonio locale e incrementare il business cittadino (Settori alberghiero, ristorazione ecc.)

2- Dai Secondi (Scuole e Università) risorse “specializzate” (culturalmente preparate) per permettere al progetto di avere “forma” (ossia analizzare storicamente l’ambito locale per definirne le valenze in termini di emergenze visibili, invisibili, valutare i progetti di restauro/recupero da effettuare) e dimensione (valutare le epoche storiche “tematiche” su cui definire l’ambito turistico progettuale sulla base del contesto storico artistico locale). Risorse che “vivranno” il progetto in tutte le sue fasi” da studenti, poi diplomati e laureandi impiegati come archeologi, Restauratori, Guide turistiche, Conservatori, Modellizzatori di scenari virtuali  su piattaforme digitali mobili ecc.

3- Dai Terzi (Impresa) l’appoggio e l’interesse ad investire (prevalentemente sull’idea) affinché  esistano le infrastrutture necessarie  a dar corpo all’idea stessa.

   Ovviamente i fondi perverranno dal turismo che tale impresa riuscirà a generare: un turismo “colto” che vorrà visitare diverse città nella “stessa”; funzione delle diverse prospettive e scenari storici (attraverso anche simulazioni virtuali) di come la città stessa “è stata” nelle diverse epoche (es. di come ha vissuto il periodo Romano, o Bizantino, o medievale oppure rinascimentale o barocco ecc. ecc.).

   Alternando quindi in giorni diversi, visite tematiche, tese a rendere riconoscibile una sola e specifica epoca privilegiando negli itinerari e nella scelta degli strumenti, la focalizzazione ad elementi caratteristici dell’epoca scelta.

   In questa dimensione “turistico storica” la città (potenzialmente: ogni “media” città, si badi bene) ed il territorio avranno “più” storie da raccontare e dovranno essere naturalmente raccontate (e prima ancora preparate su appositi supporti usufruendo delle moderne tecnologiche di rappresentazione virtuale su strumenti mobili) da Guide qualificate. Veri e propri “Docenti della comunicazione storica” opportunamente formati dai poli universitari in oggetto fin da studenti, poi da laureandi infine da Conservatori.

   Il progetto quindi è di ampio respiro e prevede un’analisi ben strutturata dello scenario d’Impresa che si vuole raggiungere; modellizzando in diversi scenari le risorse in campo necessarie, le società satellite da realizzare (tour-operators) oppure un’unica impresa con tutti i partners come soci. Dovranno essere inoltre verificate le possibilità che un progetto del genere possa attingere da fondi regionali o nazionali (o europei) qualora esistano per questa destinazione.

   Bello vero? Allora perché non farlo? Pensate a quanto nuovo repertorio artistico, storico ed architettonico si potrebbe restaurare anno dopo anno, finanziato da questo progetto. Immaginate sciami di turisti che girano l’Italia girando per le antiche strade romane di crinale e raggiungendo antichi centri dimenticati guidati da giovani preparati che gli raccontano, attraverso programmi virtuali scaricati dalle loro apps e sui loro tablet, scenari di “come eravamo”: come era il nostro territorio scegliendo la visualizzazione tematica dell’epoca che vogliono rivedere, e guardando la ricostruzione virtuale del territorio attraverso gli “occhi” dei loro tablet geolocalizzati

   Pensate a quanta forza lavoro nostrana potrebbe essere impiegata, quanti istituti universitari potrebbero rifiorire per generare nuovi dottori in scienze della conservazione del territorio. Quanti giovani chef della scuola alberghiera potrebbero raccontare le abitudini gastronomiche dei nostri centri nelle varie epoche.

   Quanti archeologi, restauratori, storici dell’arte, architetti, ingegneri, geologi, autori, editori, registi,  musicisti, programmatori di realtà virtuali, potrebbero essere formati alla scuola del “Progetto Museo Italia”, nel ricostruire parti reali e virtuali della nostra penisola nelle varie epoche (3) che l’hanno attraversata e i cui lasciti, oggi, sono mescolati gli uni agli altri. Per non parlare dell’industria dell’accoglienza e del commercio dei piccoli e medi centri che potrebbe rifiorire o rinascere a nuova vita.

Perché quindi non farlo davvero? Cari politici, perché non inserirlo in un bel programma elettorale? Suvvia, non siate timidi: qui si parla di crescita, quella vera! …Se l’obiettivo fosse anche solo quello di battere la Spagna, si parlerebbe di incrementare le entrate sul turismo di oltre 17 miliardi di $!

O pensate che, a livello artistico abbiamo qualcosa da invidiare ai nostri amici iberici?

Ricordate?

 ”del bel paese là dove ‘l sì sona,”[1]
“il bel paese
Ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe”[2]

Esiste solo questo di “Bel Paese” al mondo e non ce ne sono altri, più belli di questo.
Teniamocelo caro, tutti insieme. Buon lavoro! (ROBERTO FIORINI)

Note:

1)    Dante Alighieri, Inferno, Canto XXXIII, verso 80.

2) Petrarca, Canzoniere, CXLVI, versi 13-14.

3) L’arte italiana si sviluppò nella penisola italica fin dalla preistoria. Durante l’Impero romano l’Italia fu al centro di una cultura artistica che per la prima volta creò un linguaggio universalmente omogeneo per il mondo europeo e mediterraneo. In alcuni periodi l’Italia fu il paese artisticamente più all’avanguardia d’Europa.

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IL CROWDFUNDING PER SALVARE IL PATRIMONIO ARTISTICO DEL NOSTRO PAESE

dal sito http://www.ideatre60.it/ – 28/6/2013

   Oggi vogliamo condividere con voi un’iniziativa che ci ha particolarmente colpito perché costituisce un bell’esempio di come il web sia in grado, ancora una volta, di abbattere le barriere geografiche e diventare luogo di aggregazione e collaborazione dove ognuno di noi può dare il proprio contributo per una causa comune

   Il crowdfunding, forma di finanziamento dal basso oggi sempre più diffusa e di cui abbiamo già avuto modo di parlare approfonditamente in vari post, può trovare applicazione anche nella tutela e salvaguardia del patrimonio artistico del nostro Paese: lo dimostra la piattaforma “For Italy con il lancio della sua prima campagna, dedicata a dotare di un basamento antisismico il Busto di Francesco I d’Este, opera di Gianlorenzo Bernini, orgoglio e simbolo della Galleria Estense di Modena.crowdfunding

   Promossa nell’ambito dell’ “Anno della Cultura italiana negli Stati Uniti” proprio negli USA da Friends of FAI e, in Italia, direttamente dalla Galleria Estense, questa iniziativa è dedicata alla ricerca di fondi per valorizzare e restaurare le opere della zona dell’Emilia Romagna colpita dal violento terremoto dello scorso anno: il Busto del Bernini sarà il primo bene artistico che ne beneficierà!

   Il basamento è una soluzione tecnologica davvero innovativa, studiata dalla IUAV – Università di Venezia in collaborazione con l’Università di San Diego, per consentirne la nuova esposizione al pubblico, in condizioni di sicurezza. La sua realizzazione costa 60.000 euro e la campagna di raccolta fondi è in corso su www.foritaly.org.

   A seconda della donazione che si sceglie di fare inoltre è prevista una “ricompensa” che prevede tra le altre la possibilità di ottenere una visita guidata ai monumenti di Modena, una cena in un ristorante della città ma soprattutto la possibilità di vedere il proprio nome inciso sul basamento della statua, a testimonianza dell’importanza di ogni piccola donazione.

   Insomma, dagli USA all’Italia un’iniziativa che mette al centro il patrimonio artistico del nostro Paese come bene di tutti, da condividere, fruire, ma soprattutto “curare” e custodire insieme.

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SETTIS: PERCHÉ GLI ITALIANI SONO DIVENTATI NEMICI DELL’ARTE

di Salvatore Settis, da Il Giornale dell’Arte numero 324, ottobre 2012

– Malgrado si sia data le leggi migliori del mondo, oggi l’Italia maltratta l’arte: è stranamente diventata un Paese ignorante e regredito dove prevalgono l’incultura e l’indifferenza verso la devastazione del paesaggio e dell’ambiente. È dunque necessario che sia il mondo a difendere il patrimonio artistico e naturale dell’Italia? –

   In Europa e nel mondo si moltiplica oggi il dibattito sul ruolo che deve giocare il patrimonio culturale nella società del futuro. La questione del patrimonio è particolarmente presente nell’agenda culturale e politica in Italia in ragione della cieca politica di drastici tagli al budget per la cultura, della privatizzazione del patrimonio culturale e dell’alleggerimento degli enti pubblici di tutela che caratterizza l’attuale Governo.

   Io credo comunque che l’osservatorio italiano su questo tema abbia una grande importanza, anche fuori dall’Italia, in ragione della convergenza di tre caratteristiche storiche: l’altissima densità del patrimonio in situ in Italia, il suo intimo legame con il paesaggio e infine perché è in Italia (per la precisione negli Stati precedenti all’unificazione politica del Paese) che le più antiche regole di salvaguardia del patrimonio hanno visto la luce.
INTENDIAMOCI SULLA DEFINIZIONE PIÙ AGGIORNATA DI PATRIMONIO
Le domande più frequenti sul patrimonio concernono la sua definizione, la sua importanza, l’utilizzo (o gli utilizzi) che ne vogliamo fare, la sua proprietà e i suoi costi di conservazione. La definizione di «patrimonio culturale» si è gradualmente ampliata e ha reso ancora più complessa la sua conservazione; e ciò, oltre alla sua importanza nella società contemporanea dominata dalla retorica della globalizzazione e dall’ossessione del presente, è continuamente messo in discussione in nome dei «valori» del mercato.

   La funzione del patrimonio culturale oscilla in continuo tra quella di deposito passivo della memoria storica e dell’identità culturale e quella, opposta, di potente stimolo per la creatività del presente e la costruzione del futuro. In relazione a questi temi, si solleva spesso un interrogativo sulla proprietà del patrimonio culturale, sballottata di continuo tra la sfera pubblica e la sfera privata; in questo interrogativo i linguaggi del diritto, dell’etica e della storia si mescolano inestricabilmente.

   Infine, la questione dei costi per la conservazione e la salvaguardia del patrimonio culturale è spesso trattata oggi separandola da quella della sua funzione. Si dà inoltre per scontato che il patrimonio culturale è un fardello che pesa sul budget dello Stato e non che possa divenire una riserva di energia per i cittadini e per le Nazioni.
Gli uomini politici e gli economisti affrontano spesso queste questioni riferendosi esclusivamente alla prospettiva presente, ai problemi della spesa pubblica e della libera concorrenza di mercato. Non è tuttavia meno legittimo rivendicare il ruolo della storia.

   La storia può dimostrare come il patrimonio culturale non sia un inutile fardello che ci trasciniamo da secoli in mancanza di nozioni economiche e politiche, ma come al contrario partecipi alla cosciente elaborazione di una strategia sociale destinata a formare e rafforzare l’identità culturale, i legami di solidarietà, il senso di appartenenza che sono condizioni necessarie di ogni società strutturata e, come riconoscono gli economisti con sempre maggiore chiarezza, sono anche un fattore non trascurabile di produttività.

   Se vogliamo comprendere i problemi del presente e del futuro col metro della storia secolare della conservazione, è quindi indispensabile comprendere storicamente le ragioni ultime della nozione di patrimonio e della sua funzione nelle società.
LE RISIBILI E FALSE STIME DEL NOSTRO PATRIMONIO
Accenneremo ora all’Italia di oggi per tornare in seguito a quella di ieri. Vorrei cominciare con qualche citazione: 1. «Secondo le stime dell’Unesco, l’Italia possiede tra il 60 e il 70% del patrimonio culturale mondiale» (rapporto Eurispes 2006). 2. «Il 72% del patrimonio culturale europeo si trova in Italia e almeno il 50% del patrimonio mondiale è situato nel nostro Paese» (Silvio Berlusconi, conferenza stampa a Londra, 10 settembre 2008). 3. Secondo un ministro siciliano, «È situato in Italia il 60% del patrimonio culturale mondiale, il 60% del quale in Magna Grecia e il 60% di quest’ultimo in Sicilia»; ma secondo un consigliere regionale toscano, «L’Italia possiede da sola il 60% del patrimonio culturale dell’umanità, il 50% del quale si concentra in Toscana»; secondo un collaboratore del sindaco di Roma, «l’Urbe detiene dal 30 al 40% del patrimonio culturale del mondo».

   Sommando tutte queste cifre risulta che l’Italia da sola supererebbe di gran lunga il 100% del patrimonio culturale del pianeta. Evidentemente questi «dati dell’Unesco» non esistono e le cifre periodicamente improvvisate sono forse un sintomo dell’orgoglio nazionale, ma sicuramente di irresponsabile superficialità.
L’Italia è tuttavia un Paese molto importante in materia di patrimonio culturale. Il suo ruolo centrale non risiede però nella quantità ma piuttosto nella qualità del suo patrimonio e soprattutto in tre fattori diversi che sono l’armonia secolare tra le città e il paesaggio, la forte presenza nel territorio del patrimonio e dei valori ambientali e l’uso continuo in situ di chiese, palazzi, statue e quadri. In Italia, i musei non contengono che una piccola porzione del patrimonio artistico che è sparpagliato nelle città e nelle campagne.

   In questo insieme che è il frutto di un accumulo plurisecolare di ricchezza e civiltà, il totale è superiore alla somma degli addendi. Esiste tuttavia un quarto fattore non meno importante, è il «modello Italia» della cultura e della conservazione del patrimonio.
I PRIMI AL MONDO A DARCI DELLE LEGGI
Molto prima dell’unificazione del Paese, gli Stati italiani sono stati i primi al mondo a dotarsi di regole e istituzioni pubbliche in questo campo. L’Italia è stata la prima a integrare la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale nei principi fondamentali della sua Costituzione.

   La consistenza e la qualità del patrimonio da un lato, la cultura italiana della salvaguardia dall’altro sono le due facce della stessa medaglia. Le regole in merito alla conservazione non avrebbero visto la luce del giorno senza un senso civico risvegliato dalla densità del patrimonio culturale e la presenza di quest’ultimo non sarebbe mai stata così durevole se non fosse stata garantita da regole nel corso dei secoli.

   Che debbano esistere delle regolamentazioni pubbliche dei principi di tutela non è affatto dimostrato e, in effetti, la maggior parte dei Paesi non ne hanno avute per molto tempo. Nel XX secolo e in particolare all’inizio della seconda guerra mondiale, le leggi di tutela del patrimonio si sono moltiplicate in diversi Paesi (ad esempio in America Latina, in Africa e in Asia) seguendo modelli importati dall’Europa, ma i modelli europei si sono sviluppati a loro volta prendendo esempio dall’Italia.
Il concetto di patrimonio culturale si è formato a partire dall’idea di patrimonio nazionale elaborato in Francia tra la Rivoluzione e la Restaurazione allo scopo di utilizzare il patrimonio per definire la Nazione come un’unità culturale e giuridica.

   L’enorme bottino di opere d’arte messo insieme dall’esercito francese e trasportato a Parigi ha quindi dato luogo ad appassionati dibattiti. Questa razzia trovava la sua giustificazione nell’idea (ispirata da Winckelmann) che le arti non si sviluppino se non in un regime di libertà. È questa la ragione per cui la Francia postrivoluzionaria, in quanto patria della libertà, era di diritto la patria dell’arte.
Secondo il ministro degli Interni François de Neufchâteau (1794), «i grandi artisti del passato non lavoravano per i re o i papi» ma per i cittadini, perché questi creatori «prevedevano i destini dei popoli». «…mani famosi, divini genii (…) Sì: era per la Francia che partorivate i vostri capolavori. Alla fine quindi essi hanno trovato la loro destinazione», Parigi.

   In Italia questa gigantesca razzia venne vissuta come una violenza, ma la reazione più severa e coerente è venuta dalla stessa Francia. Nelle sue Lettres au général Miranda sur le préjudice qu’occasionneraient aux Art set à la Science le déplacement des monuments de l’art de l’Italie, le démembrement de ses écoles et le spoliation de ses écoles, galeries, musées (1796), Quatremère de Quincy sostenne che strappare le opere d’arte dal contesto per il quale erano state create era un crimine contro la memoria storica: un Raffaello uscito dal suo contesto non esprime niente, non è una reliquia (come un frammento della Santa Croce) che può comunicare «le virtù legate all’insieme». Le stesse posizioni furono molto presto difese in una petizione indirizzata al Direttorio e firmata da 50 artisti, tra i quali David. Quatremère focalizzava la sua attenzione su Roma e ricordava, a questo fine, le antiche regole di tutela dei papi in vigore dal XV secolo. È così che a partire dalla Francia si è diffuso in tutta Europa un grande dibattito culturale e politico, di cui l’Italia era il centro generatore.
In tutti gli Stati italiani preunitari esistevano regole di conservazione del patrimonio molto simili tra di loro e con influenze reciproche. Percorreremo brevemente una storia che si svolge tra Firenze, Roma e Napoli tra il 1725 e il 1755. Intorno al 1725, a Firenze, appariva ormai evidente che la dinastia dei Medici volgeva al termine e che le potenze europee avrebbero attribuito il Granducato di Toscana a una nuova dinastia. Per paura che il nuovo Granduca esportasse i tesori artistici dei Medici, nel 1728 venne fondata un’istituzione per la pubblicazione delle collezioni del Granducato che diede alle stampe i 12 volumi del Museum Florentinum a partire dal 1731.

   Neri Corsini, divenuto in seguito cardinale, faceva parte del novero dei promotori dell’iniziativa e, quando la Toscana venne attribuita a Francesco Stefano di Lorena, fu l’ispiratore del «patto di famiglia» tra il nuovo granduca e l’ultima dei Medici, Anna Maria Luisa (1737), in virtù del quale le collezioni dei Medici sarebbero dovute restare per sempre a Firenze come in effetti poi avvenne.
Spostiamoci ora a Roma. Nel 1728, il cardinale Alessandro Albani, nipote del papa Clemente XI, vendette al re di Polonia Augusto II trenta delle più belle statue della sua collezione (oggi a Dresda). I regolamenti pontifici vietavano l’esportazione di antichità, ma il cardinale camerlengo che avrebbe dovuto farli rispettare era allora Annibale Albani, fratello di Alessandro che non impedì questa vendita. Eppure, nel 1733, quando Alessandro Albani cercò di vendere la sua seconda collezione in Inghilterra, questa venne bloccata e le sculture furono acquistate dal nuovo papa Clemente XII, che in questa occasione fondò il Museo Capitolino, primo museo pubblico d’Europa (1734). Il nuovo papa era un Corsini di Firenze e l’ispiratore di questa iniziativa era suo nipote il cardinale Neri Corsini, lo stesso che si era battuto per il mantenimento dei tesori artistici dei Medici a Firenze.
Passiamo ora a un’altra capitale italiana: Napoli. Il re Carlo di Borbone, allora diciottenne, inaugurò una nuova era del regno ridivenuto indipendente dopo secoli di dominazione spagnola. Iniziò gli scavi a Ercolano (a partire dal 1738) e a Pompei (a partire dal 1748) che portarono in luce una massa enorme di nuove antichità.

   È in questo contesto che apparve la legislazione napoletana sulla tutela del patrimonio (1755), il cui punto di partenza era il «profondo disappunto» del re per le esportazioni di antichità e che riprendeva la legge pontificia del 1733. Da lì nacquero i volumi delle Antichità di Ercolano esposte e il Real Museo Borbonico.

   L’idea della conservazione degli oggetti d’arte nel contesto del loro luogo d’origine, idea delle più «italiane», si affermò così anche a Napoli. In effetti, quando Carlo III divenne re di Spagna (1759), egli non promulgò nessuna misura di protezione. Il «profondo disappunto» espresso per la mancanza di salvaguardia delle opere d’arte a Napoli scomparve quindi a Madrid? No. In un caso come nell’altro, il sovrano non elaborava personalmente le leggi, ma esprimeva la cultura civica e giuridica del posto.
L’emulazione tra Stati presuppone una profonda sintonia culturale che appartiene a un fondo comune di valori civici e morali. In effetti, la storia delle regole di tutela del patrimonio negli antichi Stati italiani comincia ben prima dell’Unità e prosegue fino a oggi.
Domandiamoci allora perché esista una tale continuità. A Roma, leggi molto organiche vengono emanate da Pio VII nel 1802 e nel 1819 (poco dopo la razzie di opere d’arte perpetuata dall’esercito francese e poco dopo il ritorno in patria delle opere saccheggiate). Il Commissario pontificio per le antichità Carlo Fea si rifece alle regole dei papi del passato, a cominciare da Martino V (1425), Pio II (1462) e Leone X (1515) e stabilì una continuità con i principi del diritto romano imperiale, in particolare rintracciando nella Roma antica le origini del concetto di publica utilitas così spesso evocato nella legislazione dei pontefici.
Le regole degli altri Stati italiani erano molto simili, da Venezia a Lucca, da Parma a Modena e a Milano. Dovunque si prendeva l’iniziativa di redigere il catalogo delle opere d’arte (innanzi tutto a Venezia nel 1773) e di creare istituzioni di sorveglianza come il Generale Ispettore delle Arti di Venezia (1773) o la Regia Custodia delle Antichità di Sicilia (1778). Ma perché gli antichi Stati italiani agivano in questo modo emulandosi gli uni con gli altri, quando nulla li obbligava a farlo?
PERCHÉ GLI STATI ITALIANI DAVANO TANTA IMPORTANZA ALLE PROPRIE OPERE D’ARTE
L’origine di questa cultura civica e giuridica si deve, credo, alle città italiane che, a partire dal XII secolo, elaborarono un potente concetto di cittadinanza secondo il quale i monumenti di ogni città costituivano un principio di identità civica e di identificazione emotiva che corrispondeva all’idea stessa del far parte di una comunità ben governata.
Mi limiterò a citare due documenti. 1) La delibera della municipalità di Roma (1162) sulla Colonna Traiana, in virtù della quale, «per salvaguardare l’onore pubblico della Città di Roma, la Colonna non dovrà mai essere danneggiata o demolita ma restare così com’è, per tutta l’eternità, intatta e inalterata fino alla fine del mondo. Se qualcuno attenterà alla sua integrità, sarà condannato a morte e i suoi beni saranno confiscati dal fisco». 2) Gli Statuti della municipalità di Siena (1309) in virtù dei quali colui «che governa la città deve in primo luogo assicurare la sua bellezza e il suo ornamento, essenziali alla felicità e alla gioia dei forestieri, ma anche all’onore e alla prosperità dei senesi».

   In centinaia di documenti come questo leggiamo gli stessi principi: bellezza, abbellimento (decorum), dignità, onore pubblico, bene comune o publica utilitas.
L’unanimità con la quale gli Stati preunitari si sono dotati di regole di tutela è stata (così come l’uso della lingua italiana dalle Alpi alla Sicilia) un autentico linguaggio comune nutrito di uno stesso senso della «bellezza» e dell’«ornamento» delle città e di un’identica tensione nel trasmettere i valori da una generazione all’altra, anche per il tramite di appositi magistrati come gli Ufficiali dell’Ornato (ente per l’abbellimento), attivi a Siena dal 1403.

   Queste regole trovavano il loro fondamento giuridico nella nozione di publica utilitas che, come ho già spiegato, risaliva al diritto romano. Per esempio, la Costituzione apostolica Quae publice utilia ac decora di Gregorio XIII (1574) affermava espressamente l’assoluta priorità del bene pubblico sugli interessi privati nell’edificazione. È su questo principio che si è esplicitamente fondato l’editto del 1733 che legava le collezioni di antichità a Roma, come le leggi che l’hanno seguito, a Roma come a Napoli e altrove.
I PIEMONTESI DIFENDEVANO LA PROPRIETÀ PRIVATA
Il principio «d’utilità pubblica» del patrimonio culturale è un elemento forte di continuità nella storia nazionale d’Italia. Tuttavia, dopo la costituzione del Regno d’Italia (1859-60 con la successiva annessione di Roma nel 1870), ci è voluto molto tempo per arrivare a una legge unitaria di tutela.

   Lo Stato promotore dell’unità italiana era il Regno di Sardegna che comprendeva il Piemonte, la Liguria e la Savoia, dove la tradizione di tutela del patrimonio era molto debole e lo Statuto concesso dal re Carlo Alberto nel 1848 affermava l’inviolabilità della proprietà privata, cioè esattamente il contrario che negli Stati Pontifici e nel Regno di Napoli.

   Da qui sono nati conflitti protrattisi per decenni nel Parlamento nazionale mentre la capitale si spostava da Torino a Firenze e poi a Roma. Si è dovuto attendere il 1902 per arrivare a una prima legge, seppure molto debole, che è stata rimpiazzata nel 1909 da una migliore. L’argomento che faceva abortire le numerose proposte di legge era sempre lo stesso.

   Era il primato del bene pubblico sugli interessi privati che suscitava strenue resistenze da parte dei grandi proprietari terrieri fortemente rappresentati in Senato (allora nominato dal re). Negli anni 1907-1908 ci fu un’importante mobilitazione pubblica che alla fine portò alla legge del 1909, intesa in continuità diretta alle regole di certi Stati preunitari, in particolare di Roma e Napoli.
La legge del 1909 sancì il primato dell’interesse pubblico sulla proprietà privata per tutti «i beni mobili e immobili dotati di interesse storico, archeologico, paleontologico e artistico» vietando la loro alienazione quando fossero di proprietà pubblica e incaricando della loro sorveglianza e conservazione il Ministero della Pubblica Istruzione.

   I beni rilevanti di proprietà privata non erano oggetto di una tutela completa a meno che presentassero un «interesse importante»: in questo caso si procedeva a una misura di notifica e la loro esportazione era vietata. In caso di vendita, lo Stato disponeva di un diritto di prelazione. Le scoperte archeologiche vennero dichiarate proprietà dello Stato e la loro esportazione vietata.

   La versione originale della legge conteneva anche altri principi approvati dalla Camera ma non dal Senato, fra cui l’azione popolare che si riferiva all’actio popularis del diritto romano. Questa doveva dare a ogni cittadino la facoltà di «far valere i diritti di competenza dello Stato», cioè di reclamare il rispetto delle regole di tutela per difendere il bene pubblico.

   Era insomma una sorta di class action destinata (secondo la relazione alla Camera) ad «avere un’opinione pubblica forte, ben costituita, ben diretta e ausiliaria dello Stato nella conservazione del patrimonio artistico». Ma questo principio non venne adottato né allora né successivamente.
LA PROPRIETÀ FONDIARIA CONTRO LA TUTELA DEL PAESAGGIO
Nel testo approvato dalla Camera, la legge contemplava anche la tutela del paesaggio, che fu annullata dal Senato in cui sedevano numerosi rappresentanti dell’aristocrazia e della grande proprietà fondiaria. All’epoca si parlava ormai spesso di tutela del paesaggio in Italia, anche sotto l’influenza di altre esperienze, tra le quali ebbe grande riscontro in Italia la legge francese Beauquier (1906) e il movimento per la protezione della natura sviluppatosi negli Stati Uniti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

   Sotto la presidenza di Theodore Roosevelt (1901-1909) si era svolta la più vasta campagna della storia nell’ambito della tutela dell’ambiente naturale e si era concretizzata attraverso la creazione di 6 parchi nazionali, 18 monumenti nazionali, 51 riserve ornitologiche federali e 150 foreste nazionali. Roosevelt si era esplicitamente ispirato a un principio già formulato da Gifford Pinchot (primo capo del servizio forestale degli Stati Uniti): «conservare significa creare il massimo vantaggio possibile per il maggior numero possibile (di cittadini) il più a lungo possibile».

   Egli commentò anche: «il criterio del maggior numero possibile deve applicarsi a tutto il corso dei tempi e, in questo ambito, noi che viviamo oggi non rappresentiamo che una frazione insignificante. Noi abbiamo il dovere di rispettare l’insieme degli uomini, soprattutto le generazioni non ancora nate. Dobbiamo dunque impedire che una minoranza senza principi distrugga un patrimonio che appartiene alle generazioni a venire. Il movimento per la conservazione dell’ambiente e delle risorse naturali è per la sua stessa essenza democratico nello spirito, nelle finalità e nel metodo».

   Tra i pionieri della difesa dell’ambiente è annoverato George Perkins Marsh, primo ambasciatore americano in Italia per vent’anni (1861-82), che vi ha scritto il suo libro L’Uomo e la natura o la geografia fisica modificata dall’azione umana (1864), immediatamente tradotto in Italiano.
La protezione della natura come obbligo morale nei confronti delle generazioni future e il forte legame tra la salvaguardia della natura e l’identità nazionale non solo sono state caratteristiche della difesa dell’ambiente in America ma anche di analoghi movimenti in Europa (per esempio in Francia, in Germania e nel Regno Unito). John Ruskin si è mostrato particolarmente eloquente nel contesto inglese. Secondo lui, il paesaggio deve essere protetto in quanto fonte di esperienze etiche ed estetiche forti, non soltanto sul piano individuale ma per la collettività dei cittadini.

   Il paesaggio riflette e determina l’ordine morale e per questo è un luogo chiave per la responsabilità sociale. Di fronte ad esso, le istanze sociali e politiche sono obbligate a misurarsi con i valori della natura, della bellezza e della memoria e non possono rinunciarvi senza tradire se stesse.

   Le teorie di Ruskin sono state diffuse in Francia da Robert de la Sizeranne in un libro (Ruskin et la religion de la beauté, 1897) che ha avuto grande successo in Italia. Da questo è tratta la frase che, spesso attribuita a Ruskin, diventerà lo slogan della protezione della natura in Italia: «Il paesaggio è il volto amato della patria».
Tuttavia, il paesaggio italiano non è solo natura. Esso è stato modellato nel corso dei secoli da una forte presenza umana. È un paesaggio intriso di storia e rappresentato dagli scrittori e dai pittori italiani e stranieri e, a sua volta, si è modellato con il tempo sulle poesie, i quadri e gli affreschi.

   In Italia, una sensibilità diversa e complementare si è quindi immediatamente aggiunta all’ispirazione naturalista. Essa ha assimilato il paesaggio alle opere d’arte sfruttando le categorie concettuali e descrittive della «veduta» che si può applicare tanto a un quadro o a un angolo di paesaggio come lo si può osservare da una finestra (in direzione della campagna) o da una collina (in direzione della città). Secondo il Viaggio in Italia di Goethe, le architetture inserite nel paesaggio italiano sono «una seconda natura destinata alla pubblica utilità» o «che opera a fini civili».
LA LEGGE DEL 1920 VOLUTA DA BENEDETTO CROCE
La tutela del paesaggio in Italia si è innestata sullo stesso tessuto etico, giuridico, civile e politico che aveva dato luce alle regole di tutela del patrimonio. Con la crescita dell’industrializzazione (più lenta che nel nord Europa), i pericoli per il paesaggio italiano sono cresciuti e il movimento di protezione della natura si è sviluppato. Ha dato vita ad associazioni e movimenti di opinione e, nel 1905, a una regolamentazione ad hoc per la salvaguardia della pineta di Ravenna.

   Tuttavia, la prima legge organica è stata elaborata nel 1920 da Benedetto Croce, allora ministro della Pubblica Istruzione. Nella sua relazione al Senato, Croce si appella ai precedenti americani ed europei e allude a ciò che è e resta il «doppio cuore» del problema, cioè da un lato la relazione tra natura e cultura (in Italia tra città e campagne), e dall’altro l’equilibrio tra interesse pubblico e proprietà privata. Un «grandissimo interesse morale e artistico legittima l’intervento dello Stato», scrive Croce, perché il paesaggio «non è nient’altro che la rappresentazione materiale e visibile della patria».
Le misure di tutela rappresentano, è vero, una limitazione dei diritti della proprietà privata, ma si tratta, dice Croce, di una servitù di pubblica utilità, assolutamente necessaria. Sarebbe ugualmente inammissibile «sfigurare un monumento o fare oltraggio a un bel paesaggio, entrambi destinati al godimento di tutti». Si riallaccia qui al tema della publica utilitas e richiama il diritto romano. Nel corso dei dibattiti alla Camera, furono evocate le servitù di veduta (servitus prospectus) previste nel diritto romano, per esempio per Costantinopoli.
LE DUE LEGGI «FASCISTE» DI BOTTAI DEL 1939
La legge Croce venne approvata pochi mesi prima dell’avvento del fascismo, nel 1922. Per diciassette anni, il regime di Mussolini non modificò nulle delle regole di tutela ma, nel 1939, il ministro Giuseppe Bottai intraprese una riforma organica ed elaborò due leggi parallele per la tutela del patrimonio e la tutela del paesaggio.

   Queste leggi, seppure emanate sotto un governo fascista, non avevano niente di particolarmente «fascista». Esse presentavano al contrario una redazione più precisa e completa della regolamentazione dell’Italia liberale, la legge Rava del 1909 e la legge Croce del 1920-22. In materia di paesaggio, Bottai impose il principio della «servitù di godimento pubblico» esplicitamente ripresa da Croce.

   In materia di patrimonio, la legge si ispirava al primato dell’interesse pubblico sulla proprietà privata. Durante la fase di elaborazione delle leggi, Bottai si avvalse della migliore intellighenzia italiana, in particolare di Roberto Longhi, Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi e del grande giurista Santi Romano.
Le due leggi del 1939, che è impossibile descrivere nel dettaglio in questa sede, sono state elaborate come dittico e hanno stabilito che la tutela del paesaggio e la tutela del patrimonio storico, archeologico e artistico erano le due facce della stessa medaglia, conclusione in corrispondenza perfetta con la tradizione civile e giuridica secolare degli italiani.

   Possiamo anche risalire alle origini molto antiche di questo strettissimo legame nei sistemi giuridici italiani, e ritornare indietro almeno fino all’ordinanza del Patrimonio reale di Sicilia del 21 agosto 1745 che impose congiuntamente la conservazione delle antichità di Taormina e del bosco di Carpineto sul monte di Mascali come del «castagno dei cento cavalli» (oggi nel parco dell’Etna).

   L’autore di questa misura era il vicere di Sicilia Bartolomeo Corsini, nipote di Clemente XII, il papa cui dobbiamo importantissime regole di tutela (1733) e la creazione del Museo Capitolino, come abbiamo visto. Il viceré Corsini era anche fratello del cardinale Neri Corsini, l’ispiratore del Museum Florentinum e del «patto di famiglia» Medici-Lorena (1737) che ha assicurato il mantenimento perpetuo delle collezioni dei Medici a Firenze.
Le due leggi Bottai, approvate in dittico nel giugno del 1939 a qualche settimana di distanza l’una dall’altra, erano così poco fasciste che dopo la guerra e la catastrofica caduta del fascismo, la Repubblica nata dalla Resistenza ne ha iscritto il nucleo originario tra i principi fondamentali dello Stato nella Costituzione della Repubblica.
L’articolo 9 della Costituzione (entrata in vigore il 1° gennaio 1948) enuncia: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». L’Assemblea Costituente giunse a questa formulazione dopo lunghi dibattiti e undici differenti formulazioni. I rappresentanti di tutti i partiti contribuirono al testo finale, in particolare il comunista Concetto Marchesi e il democristiano Aldo Moro.

   Nella Costituzione italiana, fa parte dei «principi fondamentali dello Stato» e si lega a una sapiente struttura di valori, in particolare «il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3), i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2), i limiti imposti alla proprietà individuale «allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti» (art. 42).

   E inoltre, la Corte Costituzionale ha ugualmente riconosciuto come valore costituzionale la tutela dell’ambiente (non espressamente menzionata nel testo) facendola derivare dalla convergenza della tutela del paesaggio (art. 9) e il diritto alla salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art.32).
Insomma, l’articolo 9 della Costituzione italiana è la sintesi di un processo secolare che ha due caratteristiche principali: la priorità dell’interesse pubblico sulla proprietà privata e lo stretto legame tra tutela del patrimonio culturale e la tutela del paesaggio. Si è trattato in effetti di una «costituzionalizzazione» delle leggi di tutela del 1939 come attestato dai dibattiti dell’Assemblea Costituente.

   Dire che «La Repubblica protegge il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione» non è una dichiarazione d’intenti, ma piuttosto la descrizione di un sistema normativo e istituzionale già in atto. Da un alto le regole (le due leggi Bottai del 1939) e dall’altro le istituzioni (il sistema delle Soprintendenze territoriali divise per competenze e incaricate concretamente di una missione di sorveglianza e tutela).

   La perfetta continuità tra le leggi dell’Italia liberale, le due leggi approvate dal governo fascista e infine l’articolo 9 della Costituzione della Repubblica non sorprenderà se non quelli che ragionano per etichette e appartenenze senza entrare nella complessità della storia delle idee.

   Ancora più sorprendente sarà per essi l’evidente continuità tra le regole di tutela degli Stati italiani dell’ancien régime (come Roma o Napoli) e la cultura del patrimonio e della conservazione diffusa in Europa dopo la rivoluzione francese.

   Non si trattava quindi di «restaurazione» delle regole più antiche, ma di una nuova riflessione sui linguaggi e le regole dell’ancien régime alla luce di idee direttrici nuove come quelle di nazione, di sovranità popolare e di cittadinanza, che gli avvenimenti della rivoluzione francese avevano cambiato per sempre fornendo contenuti inediti alla nozione di «bene comune» e incarnandolo anche nei monumenti.
Una breve citazione dei Principi della filosofia e del diritto di Hegel (1821) lo dimostra bene: «I monumenti pubblici sono proprietà nazionale, cioè più esattamente, come nel caso delle opere d’arte in generale quando esse sono utilizzate, i monumenti pubblici hanno valore di fini viventi e autonomi fin tanto che sono abitati dall’anima della memoria e dell’onore.

   Quando quest’anima li ha lasciati, al contrario, essi diventano in questo senso, per la nazione, delle proprietà private, anonime e accidentali, come le opere d’arte greche ed egiziane in Turchia». In questo testo molto denso, si riconosce la nobile concezione del patrimonio nazionale che abbiamo visto nascere con Quatremère. I due poli convergenti di «memoria» e «onore» con la loro forte carica etica ritornano alla collettività dei cittadini ma presuppongono la forma dello Stato e richiedono una piena armonia tra etica e politica.

   Se «l’anima della memoria e dell’onore» scompare dall’orizzonte della vita e della storia, si produce una perdita radicale di significato. Questo evento, secondo Hegel, si era prodotto in Turchia, cioè nell’Impero Ottomano, per le antichità greche e egiziane.
Dagli statuti dei Comuni italiani del Medioevo alle leggi degli Stati preunitari e dell’Italia unificata fino alla Costituzione della Repubblica si disegna il percorso della cultura della tutela del patrimonio in Italia, un percorso unico per la sua lunga durata oltre che per la sua coerenza. Che i principi della tutela debbano essere iscritti nella Costituzione di un Paese moderno non è affatto evidente, e ancora oggi assai raro.

   L’articolo 9 della Costituzione italiana non ha avuto che due precedenti: la Costituzione della Repubblica di Weimar (1919) e quella della Repubblica Spagnola (1931), che fu peraltro di brevissima durata. In nessuno di questi due casi, comunque, la tutela del patrimonio faceva parte dei principi fondamentali dello Stato. A tutt’oggi, pochi Stati hanno dato a questo principio un rango costituzionale.

   In Europa, è uno dei principi fondamentali della Costituzione maltese e portoghese e ricopre forme diverse in altri Paesi, dalla Polonia alla Grecia ma anche nel continente americano, per esempio in Costa Rica e in Brasile.
Ho finora raccontato una storia «in crescendo», dalle regole sparse di qualche città nel Medioevo alla Costituzione di uno Stato moderno; e potrei benissimo proseguire ancora aggiungendo delle leggi e delle regole più recenti, in particolare la creazione del ministero dei Beni Culturali (1975) e, più recentemente, il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (2004, modificato nel 2006 e 2008) alla cui redazione ho partecipato e che ha modificato le leggi del 1939 conservandone tuttavia l’impostazione originaria. (Salvatore Settis, da Il Giornale dell’Arte numero 324, ottobre 2012)

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COSA PERDIAMO SENZA GEOGRAFIA

di CARLO PETRINI, da “la Repubblica” del 1/8/2013

– Si è appena concluso il quarto anno scolastico dopo il “Riordino Gelmini”, nel 2014 si diplomeranno i primi ignoranti autorizzati. La globalizzazione ci ha consentito l’accesso a molte informazioni, ma non è sinonimo di competenze: è necessaria la scuola –
   Dalle mie parti, per indicare qualcuno su cui non è possibile fare affidamento, sulla cui opinione è meglio non contare, si dice che “non sa da che parte è girato”, ed espressioni simili ci sono in altre lingue, come lo spagnolo “no saben donde están parados”. Pare che il buon senso popolare opponga un’inappellabile diffidenza verso chi non si sa orientare nello spazio. Non conosce i posti in cui si trova, non riconosce i riferimenti di base quando li vede.
Si è appena chiuso il quarto anno scolastico dopo il cosiddetto “Riordino Gelmini” e il prossimo anno sarà quello in cui si diplomeranno i primi ignoranti autorizzati in fatto di geografia. È una cosa a cui penso spesso nei miei tanti viaggi. Penso a quanto oggi è possibile sapere e conoscere, di un territorio, anche senza spostarsi. Però…
Internet certamente è una risorsa preziosa, la globalizzazione ci ha consentito l’accesso a una mole di informazioni che a volte persino intimidisce. Ma avere l’accesso alle informazioni non significa, di per sé, acquisire competenze. Per quelle ci vuole un processo più lungo e possibilmente ben guidato, che si chiama, genericamente, scuola. E invece molti studenti, e purtroppo ormai anche tanti adulti, quando si parla di geografia dicono cose tipo: “Perché studiare geografia? Quello che hai bisogno di sapere te lo può dire un navigatore satellitare”.
Uno degli effetti indesiderati di un’acritica tendenza alla sempre maggiore velocità è una certa qual cialtronaggine del pensiero, che porta a considerare appaiabili concetti e idee che nei fatti sono ben distinti. Occorre ormai un certo sforzo intellettuale per ricordarsi costantemente che c’è differenza tra parlare (o scrivere) e comunicare, tra presenziare e partecipare, tra spostarsi e viaggiare. Forse è proprio a causa della forzata sinonimia tra questi ultimi due termini che l’allora ministro per l’Istruzione, Maria Stella Gelmini, decise, nel 2008, di varare il cosiddetto “riordino” che, a partire dal 2009, fece sostanzialmente sparire l’insegnamento della geografia dalle scuole superiori.
Detto così forse è fuorviante e potrebbe sembrare che il provvedimento non sia stato guidato da precisi criteri. Invece si sono fatti dei distinguo, e vale la pena sottolinearli. Licei: l’insegnamento della geografia non esiste più in forma autonoma; è accorpato con “storia” (3 ore settimanali), ed è affidato a non specialisti. Istituti tecnici commerciali: la materia, che prima si studiava solo nel triennio, ora si studia solo nel biennio. Quindi un anno in meno. Nel triennio si fa poi “Relazioni internazionali” e “Geopolitica”, a cura degli insegnanti di diritto e di Economia aziendale. Istituti tecnici e professionali: non si fa più geografia nel biennio (che ora però è parte dell’obbligo scolastico). Istituti nautici, professionali per il turismo e alberghieri: udite udite, l’insegnamento della geografia è stato semplicemente eliminato.
È da quest’ultima informazione che parte lo sbigottimento: siamo un paese che regge una buona parte della sua economia sulle produzioni agroalimentari di qualità, le quali sono legate a specifici territori, e sia per questa peculiarità sia per lo straordinario patrimonio artistico siamo anche un paese che basa sul turismo un’altra bella fetta di Pil, e noi cosa facciamo? Perché lavoriamo per far sì che le prossime generazioni di operatori turistici e alberghieri non solo non colgano le peculiarità culturali di chi arriva, ma non sappiamo nemmeno presentare quelle dei territori in cui lavorano? E come se non bastasse, sforneremo anche liceali ignoranti in geografia, i quali andranno all’università e poi faranno carriera e poi alcuni di loro diventeranno ministri, magari dell’Agricoltura, o dei Beni culturali.
E a proposito di ministeri: più o meno nello stesso momento in cui la Gelmini varava il riordino, nasceva, ad opera del ministero dell’Agricoltura, la Rete rurale nazionale, un coordinamento di attori istituzionali e della società civile che porta avanti la riflessione sullo sviluppo rurale partendo dal principio sacrosanto che non esiste una ricetta unica, ma ce ne sono tante quanti sono i territori, con le loro caratteristiche fisiche e culturali. Era, ed è, una buona idea; peccato che a minarla alla base stessa del suo senso sia proprio l’opera di un ministro del medesimo governo.
Chi si occupa di agricoltura e di ruralità sa, infatti, che i territori si raccontano attraverso i prodotti, ma quei racconti bisogna saperli ascoltare, bisogna conoscere la lingua che i prodotti parlano. È una lingua fatta di climi, composizioni del suolo, storie economiche e sociali, guerre, religioni. Il successo dei mercati contadini, così come quello di eventi come il Salone del Gusto o Cheese sta nel fatto che l’assaggio di un prodotto, la conversazione con il suo artefice sono le chiavi per aprire porte di territori da esplorare. Ma come si potrà in futuro raccontare le peculiarità dei pascoli lucani, se chi ascolta farà fatica a ricordare dove si trova la Basilicata?
La nuova ministra per l’educazione vorrà porre rimedio a quel “riordino”? Si torni a studiare la geografia nelle scuole, e si affidi questo insegnamento a docenti preparati. Perché di gente che “non sa da che parte è girata” ne abbiamo intorno a sufficienza. (Carlo Petrini)

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