L’INTERVENTO CONTRO I MASSACRI (CON ARMI CHIMICHE) IN SIRIA, e la crisi “di metodo” dei tre paesi interventisti (Usa, Gran Bretagna, Francia) – La necessità di una unica autorità internazionale (l’Onu?) che decida POLITICHE CONCRETE contro violenze sui popoli, usando DIPLOMAZIA ma anche INTERVENTO DI POLIZIA, SPINTA UMANITARIA e STRATEGIA DI PACIFICAZIONE nelle aree più difficili del mondo (com’è il Medio Oriente)

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   La visione degli orrori di quanto avviene in Siria colpisce sempre di più l’opinione pubblica.

   Un massacro con armi chimiche è avvenuto mercoledì scorso (21 agosto) in due sobborghi di Damasco, e le immagini diffuse attraverso youtube al mondo hanno destato orrore: in primis perché quasi tutti i corpi allineati e in parte coperti da lenzuola, erano quelli di bambini. Gli oppositori di Assad hanno subito accusato il presidente siriano e i suoi sostenitori. Ma di fatto mancano prove inoppugnabili che attestino le responsabilità di Assad. Convinzione questa (della responsabilità delle truppe di Assad, e non di un uso strumentale degli oppositori, accusati invece da Russia e Iran, principali sostenitori del dittatore siriano), convinzione degli USA sulla responsabilità del presidente siriano (americani che avrebbero delle prove date da intercettazioni telefoniche). Con gli ispettori ONU non ancora in grado di avere una certezza in merito (ma sarà difficile che possano stabilire chi ha effettivamente commesso questi orrori).

   Sta di fatto che nel terzo anno di guerra in Siria i più colpiti dalle atrocità e dalle violenze sembrano proprio i bambini: per dire che il numero di bambini siriani rifugiati è ora salito ad un milione (dati dell’Onu). I bambini costituiscono la metà di tutti i rifugiati provocati dal conflitto in Siria. Gli ultimi dati inoltre mostrano che 740mila bambini rifugiati siriani hanno meno di 11 anni. Pertanto una guerra che in tre anni ha prodotto quattro milioni di sfollati interni, di cui appunto la metà sono minori e oltre 100.000 vittime, tra queste 7.000 sono bambini.

BAMBINI SIRIANI RIFUGIATI ,da www.vita.it - il numero di BAMBINI SIRIANI RIFUGIATI è ora salito ad UN MILIONE (dati dell’Onu). I bambini costituiscono la metà di tutti i rifugiati provocati dal conflitto in Siria
BAMBINI SIRIANI RIFUGIATI ,da http://www.vita.it – il numero di BAMBINI SIRIANI RIFUGIATI è ora salito ad UN MILIONE (dati dell’Onu). I bambini costituiscono la metà di tutti i rifugiati provocati dal conflitto in Siria

   Un paese spaccato, e non è una “primavera araba” fatta di piazze con giovani che chiedono libertà e democrazia: da una parte ci sono gli Alawiti (cui appartiene Assad) e con loro si schierano i Cristiani, i Curdi, i Drusi che, con altre minoranze, arrivano fra un terzo e quasi metà della popolazione.

   Dall’altra parte, oltre alla popolazione che non ne può più del regime di Assad (e della sua casta famigliare)  troviamo nelle truppe ribelli la presenza di milizie legate al terrorismo e vicine ad Al Qaeda, e questo certo non aiuta ad appoggiare “ribelli” che rischiano di essere peggio del crudele attuale dittatore.

   Mentre Usa, Regno Unito e Francia (la cosiddetta “coalizione dei volonterosi”, così denominata negli interventi militari degli ultimi 15 anni che si son ritrovati assieme…) accelerano sull’intervento armato in Siria, quello che sembra da decidere non è se si attaccherà, ma quando, e ancor di più quali sono i risultati che si vogliono raggiungere (in nome di quale disegno aggredire Assad?). E poi il rischio della regionalizzazione del conflitto (cioè il coinvolgimento di tutto il MEDIO ORIENTE) è un fatto che può accadere (Israele che viene attaccata, l’Iran che interviene a difesa della Siria, gli integralisti Hezbollah del Libano che riprendono vigore, di “al qaeda” che già è dentro gli oppositori di Assad abbiamo già prima detto…).

MEDIO ORIENTE (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA) - Il MEDIORIENTE ha lo strano destino di essere, al contempo, la PORTA STRATEGICA TRA EUROPA E ASIA, il più GRANDE DEPOSITO PETROLIFERO al mondo e, non ultimo, il CENTRO DELLE ATTESE APOCALITTICHE E MESSIANICHE DELLE TRE RELIGIONI ABRAMINICHE. Questi interessi si fondono indissolubilmente e influenzano insieme la politica mondiale. (….) La novità più recente è L’INGRESSO ANCHE DELLA NUOVA RUSSIA DI PUTIN NEL “GRANDE GIOCO” MEDIORIENTALE, in totale antitesi alle forze occidentali. Si tratta, con evidenza, di UN CONFRONTO EPOCALE DAL QUALE NON DIPENDE SOLO IL FUTURO DEL MEDIORIENTE, MA DEL MONDO (…)(DAL SITO http://ildemocratico.com/ )
MEDIO ORIENTE (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – Il MEDIORIENTE ha lo strano destino di essere, al contempo, la PORTA STRATEGICA TRA EUROPA E ASIA, il più GRANDE DEPOSITO PETROLIFERO al mondo e, non ultimo, il CENTRO DELLE ATTESE APOCALITTICHE E MESSIANICHE DELLE TRE RELIGIONI ABRAMINICHE. Questi interessi si fondono indissolubilmente e influenzano insieme la politica mondiale. (….) La novità più recente è L’INGRESSO ANCHE DELLA NUOVA RUSSIA DI PUTIN NEL “GRANDE GIOCO” MEDIORIENTALE, in totale antitesi alle forze occidentali. Si tratta, con evidenza, di UN CONFRONTO EPOCALE DAL QUALE NON DIPENDE SOLO IL FUTURO DEL MEDIORIENTE, MA DEL MONDO (…)(DAL SITO http://ildemocratico.com/ )

   I tempi (per l’intervento militare) potrebbero anche dilatarsi in modo da permettere il consolidamento di una coalizione nella quale ci saranno sicuramente Usa, Gran Bretagna, Francia, Turchia (Grecia, Cipro, Israele e Arabia Saudita dovrebbero dare un supporto tecnico-logistico). L’Italia ha preso una posizione più “legalista” delle regole internazionali: la sua posizione è legata alle decisioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu… Questa cosa (cioè che l’Onu si muova, nonostante l’opposizione di Russia e Cina probabilmente…) sarebbe molto importate in prospettiva: potrebbe significare mobilitare le risorse politiche, diplomatiche e militari dell’ONU per forzare una soluzione del conflitto con la creazione di FORZE DI INTERPOSIZIONE che potrebbero proteggere i civili siriani da nuovi attacchi (sferrati da Assad o dai ribelli) e agire in nome del divieto di ricorrere ad armi chimiche.

   E nel contempo si potrebbe pensare al destino personale di Assad. Cioè lasciare una “via di uscita” a lui, alla sua casta, alla sua famiglia… un esilio volontario: questo permetterebbe di finirla con la guerra civile che tante morti sta facendo. Previo riuscire a far emergere, dall’altra parte, l’ala moderata degli oppositori (isolando i terroristi di al qaeda)…Tutte cose non facili, ma da provarci.

   E portare avanti INTERVENTI UMANITARI massicci, aiutare i profughi, i bambini abbandonati senza famiglia… situazioni di dolore che le organizzazioni internazionali (come in primis l’Onu) dovrebbero mettere in una priorità assoluta per dirottare il conflitto, la guerra civili, su termini di contenimento e superamento delle sofferenze. Interventi umanitari che sono doverosi nelle drammatiche circostanze che si sono venute a creare, con centinaia di migliaia di profughi ridotti in situazioni sanitarie e alimentari sempre peggiori; e con gli INTERVENTI UMANITARI servono POLITICHE CONCRETE contro violenze sui popoli, usando DIPLOMAZIA ma anche INTERVENTO DI POLIZIA, come detto anche con MILITARI “FORZA DI PACE INTERNAZIONALE” che operano una seria INTERPOSIZIONE a difesa dai possibili massacri e abusi sulle popolazioni, e provare così ad avviare una STRATEGIA DI PACIFICAZIONE in una delle aree più difficili del mondo (come è il Medio Oriente). Pertanto un puro intervento armato adesso non ha senso, rischia di procurare ulteriori sofferenze e incendiare ancora di più l’area mediorientale. (s.m.)

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SIRIA, LA ROAD MAP PER EVITARE QUEGLI ERRORI FATTI IN LIBIA

di Romano Prodi, da “Il Gazzettino” del 28/8/2013

   Dopo l’Iraq e la Libia avremo un’altra guerra in Medio Oriente? Fino a pochi giorni fa l’ipotesi sembrava improbabile anche se oggi la documentazione degli orrori di quanto avviene in Siria colpisce sempre di più l’opinione pubblica. Una documentazione che tuttavia, per essere oggettiva, non è stata fino ad ora sufficiente per spingere i governi a mettere in atto gli interventi umanitari che sarebbero stati doverosi nelle drammatiche circostanze che si erano venute a creare, con centinaia di migliaia di profughi ridotti in situazioni sanitarie e alimentari sempre peggiori.

   Il quasi sicuro, anche se non definitivamente accertato, uso di armi chimiche da parte di Assad, sta ora esercitando una pressione quasi incontenibile nei confronti del Presidente Obama, che pure aveva elaborato ed espresso una strategia di azione nella quale i problemi di politica interna erano del tutto prevalenti e, soprattutto, nella quale la politica estera era prevalentemente indirizzata verso la Cina e il Pacifico, anche perché la quasi sufficienza energetica degli Stati Uniti faceva sperare di potere mettere in secondo piano una presenza massiccia e pervasiva in tutto il Medio Oriente.

   Oggi Obama si trova in una situazione interna difficile: nonostante molti americani siano contro la guerra, il Presidente è sotto tiro non solo da parte dei repubblicani ma della maggior parte dei media, che richiamano l’imperativo morale di un intervento, anche se egli stesso vive con l’incubo che si ripeta quanto è avvenuto in Iraq e in Libia, dove la fine della guerra ha semplicemente segnato l’inizio di nuove tragedie e di un’accresciuta instabilità.

   È quindi possibile, e forse probabile, che il combinato disposto fra il richiamo etico e le necessità politiche spingano il governo americano a costruire un’alleanza per un intervento militare in Siria. Si tratterebbe probabilmente di un intervento limitato ad incursioni aeree volte a distruggere i centri vitali delle forze governative e a fornire armi moderne ed efficaci ai militanti anti Assad anche se, in questi casi, non si sa mai dove le armi vadano a finire.

   Oggi nessuno ha la volontà (e forse nemmeno la possibilità ) di impiegare truppe di terra in una guerra che è sostanzialmente una guerra civile. Non corrisponde infatti alla realtà delle cose la descrizione del conflitto siriano come lotta di una maggioranza libertaria e democratica contro una piccola minoranza da decenni al comando del paese. Accanto agli Alawiti (cui appartiene Assad) si schierano infatti i Cristiani, i Curdi, i Drusi che, con altre minoranze, arrivano fra un terzo e quasi metà della popolazione.

   D’altra parte, nelle truppe ribelli, la presenza di milizie legate al terrorismo e vicine ad Al Quaeda è cresciuta nel tempo e oggi sembra esercitare un ruolo decisivo nel contenimento dell’offensiva lanciata nelle ultime settimane dalle forze governative.

   È necessario inoltre ricordare, come la storia insegna, che l’entrare in modo attivo in una guerra civile, comporta come naturale conseguenza, l’essere corresponsabile di qualsiasi orrore venga compiuto da coloro verso i quali si è corso in aiuto.

   Trattandosi di un conflitto fortemente penetrato da forze terroristiche, diviene infine doveroso prevedere anche l’ipotesi di dure reazioni nei confronti di chi si schiera.

   Non è certo facile punire e bloccare Assad senza intervenire nella guerra civile ma resta un punto fermo che l’unica possibilità di farlo senza ripetere le tragedie del passato è quello di mobilitare le risorse politiche, diplomatiche e militari dell’ONU per forzare una soluzione del conflitto, aiutando nel frattempo i rifugiati e i paesi vicini che li accolgono con una dovizia di mezzi che non si sono fino ad ora voluti impiegare..

   Non è un compito semplice ma è chiaro che umiliare l’ONU come si è fatto in Libia non porta ad alcun risultato. Ben più positivo per aiutare la pace è stato invece l’intervento guidato dall’Italia in Libano nel 2006. Positivo non solo per il nostro determinato impegno in favore della pace, ma perché compiuto sotto l’autorità dell’ONU e con l’attivo impegno anche di Cina e Russia.

   Questa è la linea saggiamente portata avanti da Germania e Italia in questi giorni. Credo che su questa linea di richiamo all’ONU i due paesi debbano insistere, coinvolgendo tutti i paesi del Medio Oriente per raggiungere un accordo che deve anche comprendere il destino della persona di Assad. (Romano Prodi)

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ALLARME ONU

UN MILIONE DI BIMBI ESULI. ECCO I FIGLI DELLA GUERRA IN SIRIA

di Susan Dabbous, da “AVVENIRE” del 24/8/2013

   Provano a vendere rose, biglietti della lotteria o gomme da masticare. Se non ci riescono mendicano. Se non ottengono nulla neanche in questo modo si prostituiscono. «Sono di Aleppo, dammi qualcosa per mangiare, che Dio ti benedica».

   Dicono così, tutti, indipendentemente dal vero luogo d’origine. Sono i bambini siriani di Hamra street, il trafficato viale commerciale di Beirut. Sono soli, sporchi, denutriti e in pochi hanno le mamme che li attendono in qualche angolo della strada, o sotto il ponte della stazione degli autobus, a Cola o a Chalrles Helu. Si vendono per cinque o dieci euro, 10 o 20mila lire libanesi, il corrispettivo di qualche bottiglia d’acqua e un paio di panini. Si propongono agli automobilisti, uomini, bussando ai vetri delle macchine: «Se vuoi salgo e ti do un bacio», dicono facendo un piccolo inchino.
Sono tanti anche sulla strada principale che costeggia il lungomare di Beirut, la Corniche. Nonostante il fenomeno consistente, però, questi bimbi non li censisce nessuno. Non sono dentro quella soglia del milione di piccoli profughi siriani denunciata ieri dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur), e non rientrano neanche nei programmi di aiuto delle grandi Ong internazionali che su Hamra street hanno le loro prestigiose sedi.
In base ai dati forniti dall’agenzia Onu, i bambini costituiscono la metà dei due milioni di profughi provocati dal conflitto in Siria. Una guerra che ha prodotto quattro milioni di sfollati interni, di cui la metà sono minori e oltre 100.000 vittime, tra queste 7.000 sono bambini. Ecco perché per sopravvivere è meglio fuggire, magari in Libano, Giordania, Turchia, Iraq, Egitto e chi può affronta il mare per raggiungere un sogno chiamato Europa.

   I bambini siriani sono tantissimi: questo è infatti un Paese con una popolazione giovane e un tasso di fertilità molto alto. Così si capisce come mai più del 70 per cento dei bimbi registrati dall’Onu (esattamente 740mila) ha meno di 11 anni. La maggior parte dei piccoli si trova in Libano dove non sono stati autorizzati i campi profughi e parallelamente all’aiuto delle Ong si insinuano con troppa facilità finte organizzazioni caritatevoli con scopi politici, guerrafondai o lucrativi.
Cosa che però accade anche negli scenari organizzati in modo più efficiente, come nel campo di Zaatari in Giordania, che accoglie oltre 120.000 profughi. Freddissimo d’inverno e caldo infernale d’estate, l’agglomerato sorge in una delle zone desertiche più inospitali del Medio Oriente. L’Acnur registra i profughi, fornisce loro servizi di base. Cibo, cure mediche primarie, vaccini, ostetricia per le tante gestanti. Ma per il resto la gente vive tra miseria e disoccupazione.

   Le famiglie si arrangiano come possono e le figlie adolescenti sono i primi “pesi” di cui ci si prova a liberare. Magari affidandole a un’agenzia matrimoniale che arrangia unioni “benedette da imam locali” con uomini stranieri. E guai a chiamarla prostituzione, perché il tutto avviene alla luce del sole, come ha affermato spesso Zayed Hamad, il direttore dell’associazione islamica Kitab al-Sunna che, tra le tante attività caritatevoli, organizza anche i matrimoni.

   Il sistema è semplicissimo e a innescarlo sono stati i molti predicatori televisivi che hanno esortato i buoni musulmani facoltosi ad aiutare le donne siriane, soprattutto le vedove dei combattenti. Poi però, invece di sposare una vedova, con tanto di prole, gli uomini (per lo più sauditi) chiamano la Kitab al-Sunna in cerca di minorenni, ovviamente vergini, possibilmente con la carnagione chiara e gli occhi azzurri. L’appuntamento costa 70 dollari, se il matrimonio viene contratto l’associazione ne prende 300.

   Le famiglie numerose chiedono in cambio cifre che vanno dai due ai tremila dollari. Spesso i matrimoni tra la quindicenne e il sessantenne si riducono a una settimana in albergo consumata nella stessa Amman, da cui il marito di turno se ne torna direttamente a casa senza la nuova moglie. Con la stessa rapidità con cui la sposa, infatti, il “generoso signore” ottiene il divorzio.  (Susan Dabbous)

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L’AMERICA INDISPENSABILE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 27/8/2013

   Obama potrebbe intervenire militarmente in Siria, contro il regime di Asad. Ma solo per salvare la faccia, non per imporre una soluzione politica di cui non ha le chiavi. L’Europa forse imparerà che l’ “armiamoci e partite” nel cortile di casa è un gioco pericoloso se gli Usa non possono andare fino in fondo.

   Riprendere la misura di se stessi non è facile, specie dopo aver tanto creduto, con ottime ragioni, nella propria superiore potenza.

   Eppure è questo il filo rosso con cui Barack Obama ha finora tessuto la sua politica estera, nella consapevolezza che l’età aurea del presunto “mondo unipolare” è trascorsa. Obiettivo: districare gli Stati Uniti dalle disastrose guerre di Bush figlio.

   Guerre che nell’illusione di cambiare la faccia del Medio Oriente con un paio di passeggiate militari avevano sprofondato il prestigio dell’America a un grado intollerabile per chi si considera Numero Uno. Di qui il disingaggio dall’Iraq (completato) e dall’Afghanistan (in corso). E la parola d’ordine del “perno asiatico” – occupiamoci del vero rivale, la Cina, per il resto non abbiamo tempo né denaro.

   Tutto molto logico. Quasi cartesiano. Troppo, per il disordinato mondo di oggi. Il Medio Oriente, che Obama voleva cacciare dalla porta, rientra dalla finestra. Continuare a ignorarlo, o a subappaltarne le convulsioni ai velleitari alleati europei e a non disinteressati attori locali che usano il disimpegno americano per fini propri, si sta rivelando un boomerang.

   Dopo aver benedetto alternativamente – in spregio del principio di non contraddizione – tutti i vincitori di turno in Egitto, offerto malvolentieri una mano all’avventura franco-inglese in Libia e aver delimitato il perimetro della “guerra al terrorismo” concentrandola su droni, intelligence e operazioni mirate, l’emergenza Siria pone Obama con le spalle al muro.

   Può continuare l’America a declassare a ciclone in transito lo tsunami che da due anni e mezzo agita l’universo arabo e musulmano, in nome delle priorità domestiche e dell’attenzione privilegiata all’Asia-Pacifico? Se no, che cosa fare?  Dopo centomila morti passati in cavalleria, quasi fossero una calamità naturale, oggi in Siria la Casa Bianca fa i conti con l’ambiguità della propria retorica.

   Quella che costringe Obama, in nome dell’idea degli Stati Uniti “nazione indispensabile”, cui nessun leader americano può abdicare senza rinnegare la propria missione, a conciliare l’inconciliabile: l’intima prudenza e la consapevolezza delle scarse risorse a disposizione – i politologi lo chiamano realismo – con l’inno alla grandezza e alle responsabilità della superpotenza benevola – il costitutivo idealismo della repubblica a stelle e strisce.

   È a questa forse irrinunciabile doppiezza del proprio approccio al mondo che Obama si piegò quando avvertì il regime di Damasco che l’uso di armi chimiche avrebbe significato varcare la soglia oltre la quale Washington avrebbe dovuto fare qualcosa. Già, ma che cosa?

   Non sapremo mai con assoluta certezza chi ha impiegato agenti neurotossici contro civili inermi, se il macellaio di Damasco o i suoi nemici più feroci, afferenti alle cellule jihadiste che hanno stravolto i caratteri originari (immaginari?) della rivolta siriana. O forse entrambi, come sosteneva mesi fa Carla Del Ponte. Poco importa. Obama ha deciso che la responsabilità di tanto orrore è comunque del regime.

   Ieri sera il segretario di Stato John Kerry ha preparato il pubblico americano alla rappresaglia. Al Pentagono si rivedono i dettagli degli attacchi “chirurgici” contro il clan degli al-Asad, pianificati da tempo. Si evoca il “modello Kosovo”, quasi si potesse replicare nel cuore del Medio Oriente in fiamme la non brillante operazione aerea contro Milosevic, senza estendere il conflitto.
In Kosovo la Nato fu l’aviazione dei ribelli kosovaro-albanesi, riabilitati d’un colpo da terroristi a combattenti per la libertà onde legittimarli ai compiti di fanteria che le potenze atlantiche volevano risparmiare ai propri soldati.

   Stavolta gli americani e alcuni alleati – i tedeschi paiono al solito sfilarsi, su noi italiani non abbiamo certezze – potrebbero limitarsi a una pioggia di missili e alle incursioni dei droni. E poi? Se non bastassero ad abbattere il dittatore, dovremmo trattare con lui, come con Milosevic? E se bastassero, dovremmo applaudire il tagliagole jihadista che ne prendesse il posto, o assistere alla resa dei conti fra le fazioni che si scannano in ciò che resta della Siria, acconciandoci a formalizzarne la spartizione in stile balcanico?

   Oppure americani e altri occidentali, fors’anche musulmani, dovrebbero mettere gli stivali per terra, finendo risucchiati nell’epicentro siriano della guerra civile islamica che oppone Iran e Arabia Saudita, con i rispettivi satelliti? E Israele starà a guardare, o vorrà profittarne per assestare un serio colpo agli ayatollah? Quanto a Teheran, si adatterà a perdere il suo sbocco sul Mediterraneo?

   Non è dunque chiaro – probabilmente nemmeno a Obama – quale strategia sottenda la rappresaglia che dovrebbe colpire Damasco. In ogni caso, quale che sia l’esito dell’azione militare americana e/o internazionale, niente e nessuno potrà poi risparmiarci la fatica di un arduo compromesso che coinvolga le parti in conflitto, siriane o meno. O la vergognosa ma almeno sincera ammissione di non saper come imporre la fine del massacro.

   Quando evocò la “linea rossa” delle armi chimiche, Obama diede un ultimatum a se stesso. Oggi forse non lo rifarebbe. Le incertezze di questi giorni, fra accenni minacciosi e assicurazioni che nulla è deciso, segnalano la sua sofferenza anche personale. Ora, sotto la pressione del “bisogna fare qualcosa”, il presidente inclina verso un’operazione militare limitata.

   Per salvare la faccia, non per imporre una soluzione politica di cui non ha le chiavi. Così confermando quanto poco può l’America per sedare l’incendio mediorientale. E rischiando di porla presto di fronte a uno scomodo bivio: escalation o ritirata.

   Quanto a noi europei, forse un giorno scopriremo che l’“armiamoci e partite” – specialità francese per cui si va alla guerra (vedi Libia) perché tanto la vinceremo grazie agli americani – è gioco troppo pericoloso se praticato nel cortile di casa. E se l’America non vuole, non sa o non può andare fino in fondo. (Lucio Caracciolo)

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Ban Ki Moon: «gli ispettori onu hanno bisogno di altri 4 giorni»

LA MINACCIA DELLA SIRIA: «PRESTO I TERRORISTI COLPIRANNO L’EUROPA CON LE ARMI CHIMICHE»

da “IL CORRIERE.IT” del 28/8/2013 (www.corriere.it/ )

– Il viceministro degli Esteri siriano: «Londra e Parigi hanno aiutato i terroristi che ora colpiranno in Europa» –

   Un chiaro avvertimento. Il vice ministro degli esteri siriano Faisal Maqdad ha detto che Londra e Parigi hanno aiutato «i terroristi» ad usare le armi chimiche in Siria e che gli stessi gruppi le useranno presto contro l’Europa.

ISRAELE – Il monito del governo siriano arriva a poche ore dalle minacce rivolte al governo israeliano. La militante agenzia iraniana Fars, vicina al Corpo d’elite dei Pasdaran, cita una «alta fonte delle forze armate siriane» per lanciare un avvertimento agli Stati Uniti e ai suoi partner che stanno valutando un attacco «mirato» a Damasco: osare una vera guerra scatenerà un immediato contrattacco a Tel Aviv da parte della Siria e i suoi alleati.

«LICENZA PER COLPIRE TEL AVIV» – «Se Damasco viene attaccata, anche Tel Aviv verrà presa di mira e una vera guerra contro la Siria produrrà una licenza per attaccare Israele», avrebbe detto la fonte anonima alla Fars. «Siamo sicuri che se la Siria è attaccata – ha affermato inoltre il militare siriano – anche Israele sarà messo a fuoco e un simile attacco» inoltre «impegnerà i vicini della Siria». La fonte ha messo poi in guardia che «indebolire il governo centrale di Damasco comincerà a far crescere gli attacchi contro Israele» anche da parte di «gruppi estremisti che troveranno un motivo per attuare le loro aspirazioni».

«DA ISRAELE PESANTE TRIBUTO» – Dal canto suo un deputato israeliano, Mansour Haqiqatpour, parlando all’agenzia ufficiale iraniana Irna ha sostenuto che gli Usa dovrebbero essere consapevoli che un attacco alla Siria comporterà per loro il pagamento di un «pesante tributo». Martedì era già arrivato il monito del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu: nel caso di rappresaglie del regime di Damasco contro lo stato ebraico a seguito di un eventuale attacco missilistico a guida Usa, i militari risponderanno «con forza».

MINACCE ANCHE DA HEZBOLLAH – E se le potenze mondiali lanceranno un attacco contro la Siria destinato a cambiare l’equilibrio dei poteri del Paese, anche gli sciiti libanesi di Hezbollah entreranno in azione e prenderanno di mira il territorio israeliano, bersagliandolo di razzi. Lo scrive il Daily Star, citando fonti vicine al gruppo guidato da Hassan Nasrallah. Una di queste fonti ha spiegato che Hezbollah non interverrà se gli Stati Uniti e i suoi alleati si limiteranno a un’azione «punitiva» contro Assad. Ma «un attacco occidentale di vaste dimensioni trascinerà immediatamente il Libano in una guerra da inferno contro Israele».

CONSIGLIO DI SICUREZZA ONU – Intanto si è conclusa, come previsto, senza passi avanti la riunione dei rappresentanti dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sulla bozza di risoluzione presentata dalla Gran Bretagna sulla Siria. I rappresentanti di Mosca e Pechino, tradizionali alleati del regime siriano – e contrari a un intervento armato nel Paese – hanno abbandonato la riunione prima della fine. Per questo la Gran Bretagna ha rinunciato a chiedere una riunione plenaria del Consiglio di Sicurezza sulla Siria. Duro il commento degli Usa che, come ha sottolineato il portavoce del Dipartimento di Stato, Marie Harf, non vedono «possibilità di una significativa azione del consiglio di sicurezza dell’Onu data l’intransigenza russa». «Non possiamo permettere alla paralisi politica di proteggere crimini», ha aggiunto il portavoce.

CONTO ALLA ROVESCIA – Il segretario generale dell’Onu Ban Ki moon ha dichiarato che gli ispettori dell’Onu hanno bisogno di 4 giorni per concludere le loro indagini e del tempo per analizzarne i risultati. Ma già giovedì, l’amministrazione Obama potrebbe rendere noto il rapporto dell’intelligence americana che proverebbe la responsabilità del regime di Assad nell’uso di armi chimiche il 21 agosto (responsabiltà che invece Damasco attribuisce alle milizie ribelli). Lo riporta il Washington Post. Il report è uno degli ultimi passi prima di una decisione da parte del presidente Obama su un possibile attacco. La tempistica dipende dal rapporto ma anche dalle consultazioni in corso con gli alleati e il Congresso.

I MISSILI SIRIANI – Imprecisati «esperti militari» citati sempre dall’agenzia Fars ritengono che i «missili supersonici e anti-nave della Siria, inclusi gli Yakhont, Iskandar e gli Scud che non possono essere né intercettati né deviati dalle gigantesche navi da guerra della marina Usa stanno fungendo da deterrente per un attacco navale statunitense alla Siria».

INTERCETTAZIONI – Alla base della convinzione di Washington che sia il governo di Damasco all’origine dell’attacco chimico contro la popolazione civile ci sarebbero le intercettazioni che riguardano telefonate di un funzionario della difesa siriana con un leader dell’unità armi chimiche. Nella conversazione – scrive in esclusiva la rivista Foreign Policy – si chiede conto e ragione dell’attacco al sarin in cui sarebbero morte oltre mille persone. In particolare – secondo Bloomberg che cita una fonte del gruppo dell’Onu che monitora i conflitti nella regione – sarebbe stato il fratello di Bashar al-Assad, Maher, ad ordinare l’attacco chimico alla periferia est di Damasco il 21 agosto. Maher al-Assad, fratello minore del presidente, è il capo della Guardia repubblicana e controlla la quarta divisione corazzata dell’esercito, un’unità di elite.

RISULTATI DELL’ATTACCO – A questo punto ci sia o no un via libera dell’Onu quello che sembra da decidere non è se si attaccherà ma quando e volendo raggiungere quali risultati. Se la Nbc parlava di un’azione militare a partire da sabato, i tempi potrebbero anche dilatarsi in modo da permettere il consolidamento di una coalizione a cui dovrebbero partecipare sicuramente Usa, Gran Bretagna, Francia, Turchia, mentre Grecia, Cipro, Israele e Arabia Saudita dovrebbero dare un supporto tecnico-logistico. Incerto resta l’obiettivo da raggiungere. Se scalzare cioè Assad dal governo della Siria o semplicemente diminuire in maniera drastica il suo arsenale militare in modo da riequilibrare la situazione sul terreno. Israele infatti ha consigliato Washington di mantenere la situazione attuale di conflitto tra le componenti qaediste dell’opposizione a Damasco e Assad.

ITALIA – Intanto mentre Usa, Regno Unito e Francia accelerano sull’intervento armato in Siria, l’Italia ribadisce la sua posizione legata alle decisioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu e fa un passo in più. Anche con un eventuale e improbabile via libera delle Nazioni unite, che implicherebbe un accordo tra Washington e Mosca in Consiglio, l’appoggio dell’Italia a un’azione «non è automatico». A dirlo mercoledì mattina, ai microfoni di Radio Anch’io, è stata la ministra degli Esteri Emma Bonino. La questione Siria è stata discussa in una riunione, prima del Consiglio dei ministri, e Letta spiega che è stata espressa «una netta condanna dell’utilizzo delle armi chimiche che è un crimine contro l’umanità. L’Italia per tradizione richiede la legittimità attraverso la presenza di atti motivati attraverso l’Onu ma ribadiamo agli alleati una forte condivisione della condanna».

NATO – Sullo sfondo però resta possibile anche un intervento della Nato in Siria. L’uso delle armi chimiche è «inaccettabile» e «non può rimanere senza risposta» ha detto infatti il segretario generale della Nato Hans Fogh Rasmussen al termine della riunione del Consiglio Atlantico che ha fatto il punto sulla situazione in Siria.

EMERGENCY – C’è chi però come Emergency, l’organizzazione umanitaria fondata da Gino Strada, rivolge un appello ai grandi della Terra affinché si fermi un eventuale intervento militare occidentale. «L’abbiamo visto con i nostri occhi in Iraq, in Afghanistan, in Libia: le guerre “per la pace” hanno solo alimentato altra violenza e in questi Paesi i civili continuano a morire, ogni giorno. Ai morti già causati dalla guerra in Siria se ne aggiungeranno altri, perché scegliere le armi oggi significa decidere sempre, consapevolmente, di colpire la popolazione civile: nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono sempre bambini, donne e uomini inermi» scrive Emergency.

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IL CASTIGO E L’OBLIO

di Barbara Spinelli, da “la Repubblica” del 28/8/2013

   Accusato di aver perpetrato un massacro con armi chimiche, mercoledì scorso in due sobborghi di Damasco, e di aver forse bombardato il proprio popolo col gas nervino, il Presidente siriano Bashar al-Assad si è rivolto all’America e ai governi europei con parole sprezzanti, colme di scherno.
Ha ricordato loro i disastri delle recenti guerre contro il terrorismo globale e ha detto: «È vero, le grandi potenze possono condurre le guerre. Ma possono vincerle?».

   Ecco il dilemma che sta di fronte agli Occidentali, nel momento in cui alzano la voce contro Damasco, denunciano l’«oscenità morale» delle armi chimiche contro cittadini inermi (le parole sono di John Kerry, segretario di Stato), e affilano i coltelli nella convinzione che un intervento punitivo sia a questo punto necessario, dunque legittimo. Il dilemma esiste perché sulle conseguenze di un’offensiva nessuno pare avere idee chiare.

   Neppure sull’obiettivo c’è per la verità chiarezza, il che inquieta ancor più: in nome di quale disegno aggredire Assad? Ed esistono prove credibili che quest’ultimo abbia usato i gas, oppure Kerry ha dedotto le sue certezze consultando, come ammesso lunedì, i social network?
È il motivo per cui, anche quando le prove spunteranno (ieri il portavoce di Obama le ha promesse fra breve), non è a una guerra che si pensa in America ma a un gesto simbolico, a un’affermazione di forza. Giusto per dire «Eccoci», e poi andarsene. Evitando, a parole, il cambio di regime a Damasco.
È quanto fa capire l’ex capo di Stato maggiore Usa, Jack Keane, che da mesi preconizza più decisivi interventi ma che li ritiene improbabili. Intervistato dalla Bbc, dopo le parole di Kerry, il generale ha specificato che un semplice segnale castigatore, un colpo di avvertimento, lascerebbe le cose come stanno. «Il giorno dopo Assad ricomincerà i bombardamenti sulle popolazioni civili, con armi chimiche o senza. I rapporti di forza fra regime e ribelli nella sostanza non muteranno».

   La coalizione dei volonterosi che Obama sta provando a raggruppare avrà detto la sua, ma l’ultima parola molto probabilmente non sarà lei ad averla e il controllo su quel che accadrà dopo neppure.
Lo stesso Keane ha detto in passato che la Siria di Assad non è la Libia di Gheddafi. Dispone di armi più sofisticate, le sue truppe di terra e di aria combattono i ribelli con notevole successo da due anni. E ha alleati assai potenti: l’Iran, la Russia, e dietro le quinte la Cina che come sempre sta a guardare, gigante che aspetta infinitamente paziente che l’America si rompa un osso dopo l’altro.

   Neppure il paragone con il Kosovo è pertinente. È vero, siamo davanti a un disastro umanitario la cui oscenità è evidente. Ma l’osceno avviene per sua natura «fuori scena »: non è visibile come lo fu in Kosovo, e la sicurezza esibita da Kerry è quantomeno labile, per ora.
Gli ispettori dell’Onu sono lì per verificare, come a suo tempo tentarono di verificare in Iraq l’esistenza di armi di distruzione di massa detenute da Saddam Hussein. A un certo punto l’America decise di entrare in guerra comunque, e gli ispettori vennero scaricati senza essere ascoltati. Hans Blix, che guidava il team dell’Onu, non cessa di evocare con amarezza la sordità dell’amministrazione Bush.

   Si parla di un’operazione simile al Kosovo perché cominciò allora la pratica della coalizione dei volonterosi, architettata sotto la guida di Washington per aggirare il Consiglio di sicurezza Onu e quindi Mosca. Ma Milosevic era già vinto quando scattò l’offensiva, mentre Assad no.
Sabato, sul New York Times, è intervenuto con un articolo singolare lo studioso di storia militare Edward Luttwak, a suo tempo difensore delle guerre antiterroristiche. Oggi scrive che meglio stare a guardare la Siria da fuori, aspettando che i contendenti si scannino a vicenda. Meglio lo stallo, prolungato ma tenuto in stato di continua incandescenza: aiutando massicciamente i ribelli anti-Assad, ma smettendo l’aiuto non appena questi diventino troppo forti e stiano per vincere.

   Il ragionamento si finge astuto, prudente. In realtà è perverso, e palesemente sprovvisto di ambizione politica. «L’America perde in ambedue i casi», conclude Luttwak. Nessun occidentale, e men che meno Parigi e Londra, ha in questa vicenda ambizioni politiche, oltre che intellegibili obiettivi. E quanto bluffano poi Parigi e Londra? Sarebbero pronte a intervenire senza America e a fianco di Israele, ripetendo la rovinosa spedizione contro Nasser a Suez, che Eisenhower provvidenzialmente bloccò nel ’56?
Questo significa che la Siria è un vespaio prima ancora che scatti l’eventuale attacco euro-americano. La questione morale apertasi con l’uso del sarin è innegabile, ma la catastrofe umanitaria non la si può combattere come la si è combattuta in Kossovo, o peggio in Iraq.

   E non solo perché mancano prove inoppugnabili che attestino le responsabilità di Assad, non solo perché i più forti, tra i ribelli, sono al momento le milizie di Al Qaeda, e la scelta è tra la peste e il colera. Solo forze di interposizione Onu potrebbero proteggere i civili siriani da nuovi attacchi (sferrati da Assad o dai ribelli) e agire in nome del divieto di ricorrere a armi chimiche.

   La coalizione dei volonterosi è incompatibile con la via dell’Onu, e si propone altro. Cosa, precisamente? Forse per questo il ministro Bonino si mostra dubbiosa: «L’Italia non prenderebbe parte a soluzioni militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu».
L’analista Yagil Levy, studioso del peso esercitato dai militari nell’edificazione dello Stato israeliano, enumera le tre ragioni per cui la questione morale non può esser risolta da interventi militari (Haaretz 26-8). In primo luogo perché farebbe un gran numero di vittime e distruggerebbe le infrastrutture del Paese, come già accaduto in Kossovo e Libia. In secondo luogo perché non placherebbe la guerra fra regime e ribelli ma la acuirebbe. Terzo motivo, cruciale: l’intervento tenderebbe a «favorire un cambio di regime artificiale». Dipendente da aiuti esterni, il futuro potere sarebbe senza radici.
La storia delle guerre negli ultimi 14 anni (Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia) conferma le inquietudini di Yagil Levy. Nessuna di esse ha creato nuovi ordini stabili, tutte sono finite in pantani diabolicamente gelatinosi, nei quali non si distinguono le persone fidate dalle inaffidabili. I costi in termini di vite umane, una volta sconfitto Gheddafi, sono già oggi enormi: i morti del dopo-guerra sono quasi equivalenti alla metà dei caduti prima dell’uccisione del rais.
Fanno bene le democrazie, fanno bene Parigi e Londra, a indignarsi per l’uso eventuale di gas. Ma l’indignazione morale suona falsa, quando non calcola le conseguenze delle proprie azioni e neanche sa bene chi sia il colpevole. Quando il passato non insegna nulla, e cadono nell’oblio le false prove date da Colin Powell contro Saddam, e sono senza peso le sconfitte cui sono andate incontro le guerre umanitarie lungo gli anni.

   Non si esportano la democrazia e la stabilità, quando a uno Stato fallimentare si sostituisce uno Stato ancora più sfasciato di prima. Non si esporta neppure la morale, con attacchi simbolici che soddisfano solo l’orgoglio di chi li sferra e non aiutano i veramente minacciati.

   Se il pericolo in Medio Oriente è la degenerazione siriana, e al tempo stesso il potere esercitato nell’area dall’Iran o da Hezbollah in Libano, se è la fatiscenza del regno giordano, la rigidità di Israele, il ritorno in Egitto di un regime corrotto che si gloria di abbattere nel sangue l’integralismo dei Fratelli musulmani: se tale e così vasto è il nodo cui si pensa in America ed Europa, non è con un mortifero bel gesto contro Assad che lo si scioglierà. (Barbara Spinelli)

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ISRAELE TEME DI PIÙ AL QAEDA: “MEGLIO CHE ASSAD NON CADA”

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 28/8/2013

– I consiglieri di Netanyahu: il raiss va contenuto ma non rovesciato –

NEW YORK – «Serve un attacco militare mirato per impedire a Bashar Assad di vincere, non per rovesciarlo»: è questo il messaggio che Yaakov Amidror, consigliere per la sicurezza del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha portato alla Casa Bianca durante una riunione con la parigrado americana Susan Rice a cui hanno partecipato responsabili militari e d’intelligence dei due Paesi.

   I concetti esposti da Amidror durante la riunione-fiume avvenuta martedì sera nella West Wing nascono dalla convinzione del governo di Gerusalemme che «al momento non ci sono soluzioni positive per la crisi siriana».

   Anche per via del fatto che, come spiega Efraim Inbar direttore del centro Begin-Sadat, secondo una valutazione dell’intelligence israeliana, vi sarebbero in Siria almeno 10mila combattenti «jihadisti globali» ovvero riconducibili ad Al Qaeda e ai Fratelli Musulmani.

   E potrebbero essere loro a prevalere se il regime di Assad dovesse dissolversi. È stato l’ex capo del Mossad, Efraim Ha-Levy, ad affermare in un’intervista televisiva che «Assad non deve cadere», esprimendo i pareri prevalenti nell’establishment della sicurezza israeliana, ma l’attacco condotto con i gas chimici nelle periferie orientali di Damasco ha obbligato a rimodellare tale posizione, in ragione della crescente determinazione della Casa Bianca ad intervenire.

   Ecco perché Shlomo Brom, ex capo della pianificazione dell’Esercito israeliano a Washington per una serie di conferenze, spiega che adesso «l’interesse di Israele è che Bashar Assad non esca vittorioso dalla guerra civile» perché «ha legittimato l’uso delle armi chimiche in Medio Oriente creando un pericoloso precedente» e «la sua vittoria diventerebbe un successo strategico dell’Iran e degli Hezbollah che lo sostengono».

   Sono tali valutazioni che spiegano perché Gerusalemme è in favore di un’azione militare limitata, finalizzata a «punizione e deterrenza» di Assad evitando però di indebolire il regime del Baath fino a farlo cadere. Si tratterebbe dunque più di un attacco simile a quello avvenuto nell’agosto del 1998, quando Bill Clinton ordinò di colpire Afghanistan e Sudan dopo gli attacchi di Al Qaeda contro le ambasciate Usa in Africa Orientale, anziché di una campagna come quella del 1999 contro Milosevic per il Kosovo.

   Da qui le indiscrezioni che circolano a Washington sul fatto che esperti militari israeliani e americani abbiano discusso una lista selezionata di obiettivi da colpire tesa ad eliminare le armi più pericolose di cui dispone Assad: anzitutto quelle chimiche ma anche missili Scud, aerei e sistemi antimissilistici. Si tratta di armamenti forniti quasi esclusivamente dalla Russia, a partire dalla metà degli Anni Settanta e periodicamente ammodernati, che consentono ad Assad di colpire la popolazione civile e proteggersi dall’aria. Ma sono anche le armi più pericolose che potrebbero cadere nelle mani dei ribelli jihadisti in caso di dissoluzione del regime.

   Le valutazioni israeliane sulla Siria nascono dalla convinzione che in questo momento la strategia da perseguire sia la «stabilità dell’instabilità» ovvero la continuazione del conflitto armato fra Assad, sostenuto da Hezbollah e Iran, e i «jihadisti globali»: si tratta dei più acerrimi nemici che Gerusalemme e Washington hanno nel mondo sciita e sunnita, e il loro reciproco dissanguamento di risorse umane e materiali viene considerato un elemento di stabilità regionale. Si tratta infatti di una riedizione, seppur in scala ridotta, del conflitto fra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran dell’ayatollah Khomeini che fra il 1980 ed il 1988 paralizzò e indebolì quelli che erano all’epoca i più temibili avversari regionali di Usa ed Israele.

   Ad avvalorare l’interesse di Gerusalemme per una Siria «stabilizzata dall’instabilità» c’è il rapporto della Cia pubblicato ieri dal quotidiano «Yedioth Aharot» sull’«incubo siriano di Israele» secondo il quale «la leadership dei ribelli è massicciamente infiltrata dai Fratelli Musulmani e dai jihadisti globali portatori di un’agenda estremista» aprendo lo scenario di un dopo-Assad «destinato ad assomigliare in peggio alle attuali situazioni di Egitto e Iraq, dove non si sa chi sia al comando». L’incubo per Israele è dunque quello di trovarsi circondata da gruppi estremisti: Hezbollah in Libano, Fratelli Musulmani e Al Qaeda in Siria, Fratelli Musulmani nella Striscia di Gaza e Fratelli Musulmani in Egitto.

   Per scongiurare tale assedio Netanyahu sta già adattando la tattica militare – come i quattro raid in Siria e l’attacco dei droni in Egitto condotti nell’arco degli ultimi 12 mesi hanno dimostrato – d’intesa con i Paesi Arabi sunniti con cui più condivide l’interesse a contrastare in ogni maniera tanto l’Iran sciita che i Fratelli Musulmani: l’Arabia Saudita, che ha la maggiore capacità di intervento diretto in Siria, e la Giordania, considerata la nazione più a rischio di essere investita dal domino jihadista. (Maurizio Molinari)

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27 agosto 2013, da “IL FOGLIO.IT” (http://www.ilfoglio.it/)

I modelli Kosovo e Libia

L’ATTACCO ALLA SIRIA SARÀ UNO STRIKE DI PUNIZIONE OPPURE “KILL ASSAD”?

– L’Amministrazione esclude il regime change. Navi e sottomarini già in posizione davanti alla costa siriana –

   Gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini a lanciare una serie di strike contro bersagli in Siria, in risposta a una strage di civili compiuta con armi chimiche dall’esercito del presidente Bashar el Assad. C’è però una questione di fondo non risolta: l’Amministrazione Obama non dice ancora qual è il suo obiettivo finale.

   Qual è lo scopo di questa guerra? Si tratta forse di sferrare strike limitati che dovrebbero funzionare da deterrente e convincere il governo siriano a non usare più le armi chimiche contro i civili? Il New York Times ha avallato questa tesi già domenica, scrivendo in un titolo di “una campagna aerea come in Kosovo nel 1999”.

   Oppure c’è di più? Un’altra ipotesi di lavoro che l’Amministrazione Obama potrebbe scegliere (per essere più precisi: ha già scelto, ma non ancora comunicato per ragioni operative) è l’opzione “Kill Assad”: trovare ed eliminare il presidente siriano, che incarna – anche simbolicamente – tutto il residuo potere del governo sulla Siria.

   Se questo è il piano, Washington vorrebbe stringere allo stesso tempo un accordo di resa con l’establishment militare siriano per una transizione più o meno ordinata. Si articolerebbe sicuramente in due punti: il primo è la messa in sicurezza dei siti dove sono conservate le armi chimiche, senza trasferimenti o spostamenti (tantomeno nelle mani del gruppo libanese Hezbollah); il secondo è la lotta alle fazioni di estremisti che ormai controllano in nome di al Qaida alcune parti del paese.

   Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha detto ieri che le opzioni considerate dal presidente Barack Obama “non comprendono il regime change” a Damasco, ma poi ha aggiunto: “Il futuro della Siria non può includere Assad”. Anche il vice primo ministro inglese, Nick Clegg, ha detto con parole chiare che lo scopo dell’intervento “non è rovesciare” il rais. Ieri però dall’aeroporto internazionale di Latakia – secondo fonti sul posto – sono partiti voli con a bordo le famiglie dell’establishment siriano, e c’è anche movimento attraverso il confine con il Libano, segno che pure loro, gli appartenenti al gruppo di potere di Assad, si aspettano un tentativo americano di decapitare i vertici.

   Non è implausibile. Anche durante l’operazione Odyssey Dawn in Libia la caccia al colonnello Gheddafi non era per nulla un obiettivo dichiarato, fino a quando nel giugno 2011 l’ammiraglio Samuel Locklear, comandante del centro comando Nato nella base di Napoli, non si lasciò sfuggire con un senatore americano che la Nato stava tentando attivamente di identificare la posizione di Gheddafi e di ucciderlo, “perché la protezione di civili è interpretata come un permesso più ampio a rimuovere la catena di comando libica e Gheddafi è al vertice”.

   La scorsa settimana, prima della strage con armi chimiche alla periferia di Damasco, un intervento militare americano in Siria era ancora considerato un’ipotesi remota. Ieri però il Wall Street Journal già spiegava in un editoriale ambizioso che l’obiettivo dell’intervento dovrebbe essere il regime change a Damasco e che: “The problem is Assad”.

   “Lanciare un po’ di missili cruise da distanza di sicurezza sarebbe la risposta peggiore”, scrive il Wsj, gettando le fondamenta teoriche di ogni possibile piano per uccidere il presidente siriano. Questa opzione “Kill Assad” richiede come detto un accordo politico sottobanco con l’establishment governativo siriano (che in passato qualche frattura l’ha mostrata) e anche un secondo accordo con l’opposizione non jihadista, perché accetti una riconciliazione. Vasto programma, come si vede. Sembra un’acrobazia diplomatica a bassa probabilità di riuscita.

   La marina americana ha posizionato le sue navi al largo della costa della Siria, incluse alcune navi specializzate nel Search and Rescue, il recupero dei piloti abbattuti, più avanti delle altre, il che fa pensare che sarà coinvolta anche l’aviazione. Washington ha chiesto al governo greco di potere usare le basi aeree di Souda e Kalamata, la prima è a Creta, che è la posizione più avanzata davanti alla Siria, ed è un secondo indizio che potrebbero essere usati anche gli aerei e non soltanto i Tlam (i missili Tomahawk, la sigla vuol dire Tomahawk land attack missile).

   I britannici hanno aerei pronti alla base di Akrotiri, a Cipro. Se davvero così fosse, allora vuol dire che la coalizione anti Assad non intende colpire soltanto bersagli poco fortificati come piste d’aeroporto, hangar, radar o palazzi del governo, ma anche bunker protetti.
Davanti alle coste siriane Washington ha posizionato quattro incrociatori classe Arleigh Burke, ognuno capace di lanciare 45 missili. Se la marina americana ha almeno due sottomarini d’attacco nel Mediterraneo orientale, come è probabile, si possono aggiungere altri 24 missili. In tutto sono più di 200, abbastanza per un bombardamento di media intensità ed è possibile che arrivino altri missili e altre unità.
Questa distinzione – se saranno usati soltanto i Tlam o anche gli aerei – potrebbe per prima rivelare che cosa si aspetta l’Amministrazione Obama da questa guerra. Le principali differenze tra i Tlam e gli aerei sono che i primi partono dalla superficie del mare, attraversano le difese aeree nemiche e distruggono i cosiddetti “soft target”, i bersagli morbidi, senza difese; non possono fare molto di più, anche se hanno il vantaggio che non si rischia l’abbattimento di un pilota americano in territorio siriano.

   Furono l’arma scelta da Bill Clinton per colpire i campi d’addestramento di al Qaida in Afghanistan dopo gli attentati alle ambasciate americane in Africa nel 1998. Gli aerei, invece, possono trasportare e lanciare bombe più pesanti e potenti e in grado di distruggere obiettivi fortificati, comprese le bunkerbuster, ma prima sarebbe necessario distruggere il sistema di difese contraeree della Siria e resta sempre una percentuale di rischio per i piloti. I Tomahawk sono l’opzione leggera, di pura deterrenza, a breve termine. Gli aerei sono l’impegno più profondo, più a lungo termine, più rischioso e anche più ambizioso.

   Chris Harmer è l’autore di uno studio ampiamente circolato (ne ha parlato anche il Foglio, venerdì scorso in prima pagina) sulla fattibilità di uno strike con soli missili contro la Siria. Harmer è un analista navale specializzato nel targeting, nell’acquisizione di bersagli, e sostiene che è possibile paralizzare l’aviazione siriana con un numero limitato di strike, senza rischi e dal costo limitato.

   Però mette in guardia in un secondo studio pubblicato dal sito Understandingwar: se prima non c’è una definizione strategica di cosa si vuole ottenere da una guerra, allora intervenire è inutile, forse è peggio. “Le azioni tattiche in assenza di obiettivi strategici di solito sono senza senso e spesso controproducenti”, scrive. “Concetti come gli ‘strike punitivi’ per fare deterrenza contro l’uso di armi chimiche non si possono tradurre in una scelta di bersagli. Intraprendere un’azione militare per provare che l’America non starà a guardare non è una strategia. Non è nemmeno un buon criterio per la pianificazione di un’operazione, perché non offre ai militari un traguardo che possono raggiungere”.
LA QUESTIONE LEGITTIMITÀ INTERNAZIONALE
Il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, ha chiesto che qualsiasi intervento armato sia fatto con l’autorizzazione delle Nazioni Unite. Il via libera potrebbe non arrivare mai, considerato il potere di veto di Russia e Cina dentro il Consiglio di sicurezza dell’Onu, formato da 15 paesi.

   Secondo Richard Haas, presidente dell’U.S. Council on Foreign Relations, il governo americano può procedere senza l’approvazione Onu. “Il Consiglio di sicurezza non è l’unico custode di cosa è lecito e cosa no e come molti hanno notato fu bypassato anche ai tempi del Kosovo – per la stessa ragione, superare il veto di Mosca che proteggeva il presidente yugoslavo Slobodan Milosevic”.

   Secondo una fonte dell’Amministrazione, il presidente Obama non cercherà legittimità alle Nazioni Unite e nemmeno passerà per la Nato.

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SIRIA, LA GUERRA CIVILE DILAGA E DISTRUGGE TUTTA LA REGIONE

di Rodolfo Casadei, 5/8/2013, da TEMPI (http://www.tempi.it/ )

– Complotto yankee-sionista o trame per il controllo dei giacimenti energetici? Per Libano, Giordania, Iraq, Turchia allearsi o combattere contro Damasco significa essere trascinati nel conflitto –

   «Una guerra siriana con conseguenze regionali sta diventando una guerra regionale con epicentro in Siria». Così un anonimo ex funzionario americano nel giugno scorso ha parlato all’International Crisis Group (Icg). Concetto che il think tank con sede a Bruxelles ha fatto proprio in un report il cui titolo recita: “Syria’s metastasing conflicts”.

   L’accresciuta prudenza dell’amministrazione Obama e le ripetute messe in guardia sui costi finanziari e umani di un coinvolgimento americano nel conflitto siriano da parte dei vertici militari statunitensi, sembrano ispirate dalla stessa consapevolezza: intervenire militarmente in Siria oggi non significa far pendere la bilancia da una parte in una crisi circoscritta; significa essere trascinati in una guerra regionale.

   Che vede schierati i paesi mediorientali a maggioranza sunnita contro quelli a maggioranza sciita; Turchia, Arabia Saudita, Giordania, Qatar, paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), sunniti libanesi e iracheni da una parte; Iran, Hezbollah, forze armate irachene e volontari sciiti iracheni dall’altra.

   Per non parlare poi della Russia che arma e supporta diplomaticamente il governo di Damasco mentre gli “amici della Siria” occidentali (Usa, Francia, Regno Unito, Italia e Germania) sono schierati con diversi gradi di tiepidezza con l’inconcludente e rissosa Coalizione nazionale siriana delle forze di opposizione.
Per il regime di Damasco e per i suoi amici in Iran e in Libano la regionalizzazione del conflitto non è mai stata questione di una metastatizzazione di una crisi originariamente locale, ma sin dall’inizio di un vero e proprio complotto internazionale.

   Bashar al-Assad e lo sceicco Nasrallah, leader di Hezbollah, hanno evocato quasi con le stesse parole una congiura contro l’“asse della resistenza” a Israele e alle politiche americane in Medio Oriente rappresentato da Iran, Siria, Hezbollah e Hamas (fino a quando l’organizzazione estremista palestinese ha fatto gioco di squadra coi suoi finanziatori e ospitanti a Damasco e a Teheran).

   In questa visione, i lacchè turchi, sauditi e qatarioti degli americani alimenterebbero nell’interesse di Israele la rivolta in Siria strumentalizzando i jihadisti (che per non denigrare la parola jihad Nasrallah chiama takfiri, cioè “musulmani che accusano altri musulmani di empietà”) e gli altri oppositori, per ottenere in cambio dagli americani l’autorizzazione a esercitare l’egemonia nella regione.

   Recentemente al complotto sionista-yankee come spiegazione della tragedia siriana è stato affiancato l’ennesimo complotto energetico, per una volta riguardante non il petrolio ma il gas. Sono tornate a galla le foto dei ministri del Petrolio di Iran, Irak e Siria che si incontrano per firmare un memorandum d’intesa per la costruzione di un gasdotto che collegherebbe la parte iraniana del giacimento di Pars (l’altra metà appartiene al Qatar) al Mediterraneo attraversando Iran, Irak, Siria e Libano.

   Il gasdotto entrerebbe in competizione con le attuali esportazioni europee del Qatar e col progetto Nabucco che prevede di trasportare il gas dell’Azerbaigian attraverso la Turchia. Il memorandum d’intesa per il gasdotto che partirebbe dal porto iraniano di Assaluyeh è stato firmato a Bushehr, in Iran. Era il 25 giugno 2011, la “primavera araba” aveva già investito la Siria e le proteste di piazza avevano incontrato una repressione violentissima da parte del regime; il Libero esercito siriano, però, non era ancora nato: sarebbe accaduto il 29 luglio, e da quel momento si sarebbe parlato di insurrezione armata contro il governo di Damasco.

   Inoltre dalla fine del 2011 è nota l’esistenza di importanti giacimenti di gas nel mare fra la Siria e il Libano, appendice dell’enorme deposito concentrato nelle acque della vicina Cipro. Insomma, Turchia e Qatar avrebbero ragioni più solide dell’affinità religiosa e/o ideologica (islamista) con correnti della ribellione siriana per appoggiare la deposizione di Assad e la fuoriuscita della Siria dall’“asse della resistenza”.
I PAESI CONFINANTI
All’estremo opposto ci sono le interpretazioni che vedono nella regionalizzazione della guerra civile siriana la conseguenza dell’inazione occidentale e della paralisi del consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: se subito dopo la nascita del Libero esercito siriano la Nato avesse creato, col permesso dell’Onu, una no-fly zone sul modello di quella imposta alla Libia di Gheddafi nel 2011, Assad sarebbe stato costretto alle dimissioni dagli esponenti del regime favorevoli alla trattativa con gli insorti e la guerra non avrebbe assunto proporzioni sanguinose, né si sarebbe presentato il problema di un contagio regionale. Questa è un po’ la linea dello stesso Icg, oltre che di gran parte dei simpatizzanti della ribellione in Occidente.
Sia come sia, la regionalizzazione del conflitto è un fatto constatabile sul terreno e le sue traiettorie sempre più inquietanti. La prima a pagare un alto prezzo politico e in termini di stabilità è la Turchia di Erdogan, paese attraverso il quale sono passate senza ostacoli tonnellate di armi destinate ai ribelli nel nord della Siria e migliaia di jihadisti internazionali che sono andati a combattere la loro guerra santa contro un regime considerato apostata (Assad è un alawita e la grande maggioranza dei ribelli sono sunniti).

   Quando nel marzo 2011 ordinò la rottura delle relazioni diplomatiche con Damasco, Erdogan era sicuro che Assad sarebbe caduto nel giro di pochi mesi e che al regime alawita laico sarebbe succeduto un potere sunnita islamista col quale avrebbe potuto raggiungere importanti convergenze strategiche.

   Due anni e mezzo dopo, il primo ministro è indebolito dalle proteste interne e vede concretizzarsi di là dalla frontiera l’incubo di ogni governante turco alle prese con la questione interna curda: un territorio confinante col sud della Turchia governato autonomamente da un’organizzazione curda. Era già successo col Kurdistan iracheno, ma la supervisione americana aveva fatto sì che i rapporti fra Ankara e il Krg, il governo curdo di coalizione in tale regione, non degenerassero. (Rodolfo Casadei)

   Il Krg ha permesso ai jet turchi di bombardare i guerriglieri del Pkk nascosti sui monti del Kurdistan iracheno, e nella guerra civile siriana si è schierato col Knc, una coalizione di partiti curdi siriani organica alla Coalizione nazionale delle forze di opposizione.

   Il problema è che l’altro partito curdo siriano, il Pyd, gemmazione del Pkk radicato fra i curdi di Turchia, ha recentemente sconfitto i temutissimi combattenti di Jasbat al Nusra e li ha scacciati da Ras al Ain, località di confine fra Siria e Turchia nell’estremo nord-est. A questo punto il Pyd, assolutamente superiore al Knc per organizzazione politica e militare, sta cercando di creare un’amministrazione autonoma di transizione nel nord-est della Siria, dalla quale ha cacciato i guerriglieri di Jasbat al Nusra che facevano il buono e il cattivo tempo grazie al sostegno logistico turco.

   Per Ankara questa è la peggiore delle congiunture, anche perché il Pyd opera di fatto con l’avallo del governo di Damasco, in passato avversario ma oggi ben contento di mettere in difficoltà i turchi sponsor della ribellione giocando la carta curda. Le truppe di Damasco che ancora controllano le due principali città del nord-est, Qamishli e Hasakeh, non ostacolano in alcun modo il Pyd.
Altro paese sull’orlo del vulcano è la Giordania, che americani e sauditi avrebbero voluto trasformare nella principale retrovia dell’insurrezione anti-Assad. Attraverso la Giordania sono passati carichi di armi per l’opposizione e i 900 militari americani presenti nel paese hanno addestrato alcuni gruppi di ribelli siriani, ma re Abdallah non ha permesso un coinvolgimento più diretto, nonostante il paese partecipi al gruppo degli “amici della Siria”.

   Man mano infatti che la guerra civile nel paese confinante si estendeva, l’establishment giordano s’è reso conto del peso decisivo di salafiti, Fratelli Musulmani e jihadisti nella rivolta. Ora, un altro segreto di Pulcinella in Medio Oriente è che se in Giordania si svolgessero elezioni con leggi elettorali simili a quelle dei paesi democratici, gli islamisti vincerebbero la competizione e invertirebbero le politiche filo-occidentali della monarchia. Una vittoria militare islamista in Siria spingerebbe fatalmente la Giordania fra le braccia delle forze locali affini.
LA RETROVIA SUNNITA
Della sempre più delicata situazione del Libano abbiamo già scritto in un recente articolo (Tempi n. 25, ndr). L’unica importante novità da segnalare è l’inserimento di Hezbollah – senza distinguere fra ala politica e ala militare, come ha fatto l’Unione Europea – in una lista di organizzazioni terroriste da parte dei paesi del Ccg alla fine di giugno.

   Ora quei paesi stanno studiando sanzioni destinate a colpire Hezbollah. Da segnalare che dai paesi arabi del Golfo proviene il 40 per cento dei turisti che frequentano il Libano e il 60 per cento dei soldi spesi nel paese dei cedri da turisti.
Benché poco se ne parli, peggio del Libano sta l’Iraq, dove attacchi e rappresaglie fra sunniti e sciiti hanno causato già 3.700 morti dall’inizio dell’anno, e sono culminati nell’assalto al carcere di Abu Ghraib che ha portato all’evasione di centinaia di prigionieri, molti dei quali affiliati allo Stato islamico in Iraq, ovvero al Qaeda.

   Non soddisfatti di massacrarsi reciprocamente sul suolo natìo, gli uni e gli altri sono partiti a centinaia per la vicina Siria e si sono schierati con le due parti in lotta. I sunniti provengono in gran parte dalle tribù arabe delle province di Anbar e di Ninive, imparentate con quelle di là della frontiera con la Siria, e dai ranghi dello Stato islamico in Iraq. Del resto Jasbat al Nusra è stata creata da jihadisti siriani che avevano combattuto nell’al Qaeda in Iraq di Abu Musab al Zarkawi durante l’occupazione anglo-americana del paese.

   A questo proposito, Jasbat al Nusra rappresenta la nemesi di Bashar el Assad, perché fu il regime siriano a facilitare, soprattutto fra il 2003 e il 2007, il flusso di combattenti jihadisti siriani e di altra nazionalità in Iraq, allo scopo di indebolire gli americani che occupavano il paese e i governi iracheni da loro sponsorizzati.

   I rapporti fra i governi a dominante sciita iracheni e la Siria degli Assad sono stati pessimi fin quasi alla vigilia della rivolta siriana proprio a causa della complicità di Damasco nella destabilizzazione dell’Iraq post-Saddam. Oggi invece il premier sciita iracheno al Maliki indica Jasbat al Nusra come una minaccia alla stabilità della regione e dell’Iraq in particolare, e ha inviato al confine 20 mila soldati perché impediscano il passaggio di uomini e armi fra l’Iraq e la Siria.

   Nel frattempo parecchie centinaia di sciiti iracheni perlopiù appartenenti alle principali milizie mai sciolte, (Asaib al-Haq, Kata’ib Hezbollah, Esercito del Mahdi) sono già entrati in Siria e combattono al fianco degli uomini di Assad. Il 9 giugno scorso per la prima volta ribelli siriani hanno assalito le truppe irachene dell’esercito regolare poste sul confine. Per al Maliki un successo della ribellione in Siria significherebbe la creazione di una retrovia perfetta per le milizie sunnite irachene che hanno ripreso la guerra civile contro il potere sciita da lui incarnato.
Al di là delle interpretazioni più o meno propagandistiche della crescente regionalizzazione della guerra civile siriana, è un fatto che i vari attori prendono molto sul serio le ricadute strategiche e i sommovimenti geopolitici connessi alla crisi. Valga per tutti la dichiarazione di quell’alto ufficiale iraniano delle Guardie della rivoluzione islamica che all’Icg così ha parlato: «Se il nemico attacca e cerca di impadronirsi della Siria e del Khuzestan (provincia iraniana meridionale al confine con l’Iraq, ndr), la priorità è difendere la Siria, perché se teniamo la Siria possiamo riprenderci il Khuzestan. Ma se perdiamo la Siria, non riusciremo a tenere nemmeno Tehran».

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