L’INCENDIO SIRIANO e la sua possibile propagazione – DIPLOMAZIE A CONFRONTO: il PAPA che indice UN DIGIUNO per la PACE; l’AMERICA di OBAMA non più controllore del mondo; l’EUROPA in ordine sparso; altre potenze regionali che si affacciano in Medio Oriente (Arabia, Iran, Turchia…) – La necessità di NUOVE IDEE di POLITICA ATTIVA tra interventismo militare e diplomazia di pace

Papa Bergoglio in Piazza San Pietro
Papa Bergoglio in Piazza San Pietro nel luglio scorso

APPUNTAMENTO IL 7 SETTEMBRE, IN PIAZZA SAN PIETRO, alle ore 19

PAPA FRANCESCO: «SABATO UNA GIORNATA DI DIGIUNO E PREGHIERA PER LA PACE IN SIRIA»

da “il Corriere della Sera” del 3/9/2012 – L’appello di Bergoglio all’Angelus: «Vi aspetto». La condanna dell’uso delle armi chimiche e l’esortazione al negoziato –

   Un appello universale per la pace e contro ogni iniziativa militare, perché la «guerra chiama guerra» e la «violenza chiama violenza». Lo ha lanciato Papa Francesco all’Angelus domenicale in piazza San Pietro, annunciando per sabato prossimo 7 settembre una giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria.

«NO ALLE ARMI CHIMICHE» – «Con fermezza – ha sottolineato il Pontefice – condanno l’uso delle armi chimiche. C’è un giudizio di Dio e della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire. Esorto la comunità internazionale a iniziative basate sul dialogo e sul negoziato. Non sia risparmiato alcuno sforzo per portare assistenza a chi è colpito da questo conflitto».  –  «FERITO E ANGOSCIATO» – «Il mio cuore – ha proseguito Francesco – è profondamente ferito da quello che sta accadendo in particolare in Siria e angosciato da quello che si prospetta. Questo è un appello che nasce dall’intimo di me stesso. Quanta sofferenza e devastazione porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme. Pensiamo quanti bambini non potranno vedere la luce».  –  «UNA GIORNATA DI DIGIUNO E PREGHIERA» – Per questo, ha concluso Francesco «ho deciso di indire per tutta la Chiesa il 7 settembre una giornata di digiuno per la pace in Siria e nel mondo. Dalle 19 alle 24 ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare questo dono di Dio. L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace. Chiedo a tutte le comunità di organizzare qualche atto liturgico secondo questa intenzione. Vi aspetto. Vi aspetto il prossimo sabato alle 19».

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PROFUGHI SIRIANI - 4/9/2013: Il numero di rifugiati siriani supera oramai i 2 MILIONI. Lo ha annunciato con un comunicato l'Alto commissariato per i rifugiati dell'ONU, che ricorda che un anno fa il loro numero era di 230.671 persone. IN UN ANNO IL NUMERO DEI RIFUGIATI SIRIANI NEI PAESI CONFINANTI CON LA SIRIA È AUMENTATO DI 1,8 MILIONI
PROFUGHI SIRIANI – 4/9/2013: Il numero di rifugiati siriani supera oramai i 2 MILIONI. Lo ha annunciato con un comunicato l’Alto commissariato per i rifugiati dell’ONU, che ricorda che un anno fa il loro numero era di 230.671 persone. IN UN ANNO IL NUMERO DEI RIFUGIATI SIRIANI NEI PAESI CONFINANTI CON LA SIRIA È AUMENTATO DI 1,8 MILIONI

   Mai come adesso, con la “crisi siriana” (chiamiamola così, ma è termine semplificatorio) il mondo sembra in difficoltà sul “che fare”. Intervenire senza “rischiare soldati” con bombardamenti e missili su punti strategici del potere di Assad? (come potrebbe apparire la linea americana, ora che il Congresso ha approvato la linea del presidente Obama e lo sostiene…); oppure una strategia di nonviolenza assoluta e pace, come quella proposta da Papa Bergoglio (con forte coraggio e “intervento politico” della Chiesa su quel che accade in Siria); oppure una strategia attendista (secondo noi in senso positivo) aspettando una risoluzione dell’Onu da parte dell’Italia e in particolare dell’attuale ministra agli esteri Bonino?…. (rimandiamo all’eventuale lettura di alcune osservazioni e proposte che abbiamo fatto nel precedente post a questo).

CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA - SIRIA: LO SCACCHIERE INTERNAZIONALE (mappa ripresa dal quotidiano "LA STAMPA" - Per interagire clicca qui:  http://www.lastampa.it/modulo/esteri/speciali/siria-primavera-araba/pdf/siria_focus_internazionale.pdf
CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA – SIRIA: LO SCACCHIERE INTERNAZIONALE (mappa ripresa dal quotidiano “LA STAMPA” – Per interagire clicca qui: http://www.lastampa.it/modulo/esteri/speciali/siria-primavera-araba/pdf/siria_focus_internazionale.pdf

    Sta di fatto che la polveriera Medio Oriente cui la miccia innestata in Siria è stata dovuta alle “primavere arabe” iniziate nel 2011, ha ulteriormente complicato dei nodi politici, economici, di scontro religioso interno al mondo arabo (sciiti e sunniti ai ferri corti…) che richiedono capacità internazionale di  mediazione, intervento, solidarietà (specie con i profughi e in generale le popolazioni colpite…). E che vede impreparato “il mondo”: necessità prima, ancora una volta, imprescindibile, di costruire un GOVERNO MONDIALE sulle ceneri degli stati nazionali che non funzionano più nemmeno per la loro sicurezza interna, e che però persistono nel far sopravvivere un loro potere assoluto all’interno e fuori delle loro mura (mura, confini, che anch’essi faticano a mantenersi…).

SITUAZIONE DELLA GUERRA CIVILE SIRIANA AL LUGLIO 2013 (mappa ripresa da www.meridianionline.org) - CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA
SITUAZIONE DELLA GUERRA CIVILE SIRIANA AL LUGLIO 2013 (mappa ripresa da http://www.meridianionline.org) – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA

   E l’America che conta sempre meno come potenza mondiale: l’autorizzazione del Congresso all’operazione “umanitaria” militare che Obama vuole (l’America si disinteressa sempre più del Medio Oriente, ma non può tollerare, per il suo sistema interno di “libertà democratica”, che si ammazzino le persone con le armi chimiche…), questa operazione militare (che non potrà non esserci…) non può mascherare il fatto che Washington al momento non abbia una vera e propria strategia per il dramma in corso a Damasco.

“SIAMO DI FRONTE A UNO SCONTRO GENERALE FRA SCIITI E SUNNITI, E NON A SEMPLICI RIVOLTE NAZIONALI” (EMMA BONINO, MINISTRO DEGLI ESTERI)
“SIAMO DI FRONTE A UNO SCONTRO GENERALE FRA SCIITI E SUNNITI, E NON A SEMPLICI RIVOLTE NAZIONALI” (EMMA BONINO, MINISTRO DEGLI ESTERI)

   E il caos nel mondo arabo dato dalla frattura tra sciiti e sunniti (cerchiamo in questo post di specificare il significato della distinzione di appartenenza religiosa…) produce politiche contraddittorie negli stessi paesi arabi: così in Egitto i sauditi sostengono i militari contro la Fratellanza (sunniti…), mentre in Siria appoggiano i salafiti (che sono gli sciiti) contro i militari, che a loro volta ricevono aiuti dall’Iran e dai loro accoliti libanesi dell’Hezbollah (sunniti…).

   In tutto questo caos, di fatto ci sono anche cose interessanti che si possono creare: ad esempio finalmente progettare una politica internazionale chiara (tra le dua opzioni: solo interventismo militare o pacifismo ideologico) che accomuni varie parti del pianeta: un modo di intervenire forte, se serve, di polizia internazionale, in difesa dei deboli; ma supportato, preceduto, da mediatori di pace preparati e conoscitori dei contesti locali, e con iniziative preventive per far desistere da ogni abuso dei diritti fondamentali sulle donne, i bambini, gli uomini…. La battaglia per nuovi pacifici equilibri nella regione mediorientale può creare nuove opportunità di cooperazione e sviluppo, può far rivivere nel giusto senso originario le “primavere araber” di giovani che chiedevano e continuano a chiedere “modernità e libertà”…. E in questo modo “penetrare” anche un Iran, che chiude (con il terrore quotidiano) ogni possibilità di libertà alla propria popolazione e “cerca la bomba atomica”, con pericolo globale per tutto il pianeta. Pertanto dobbiamo cercare di capire e vivere il più intensamente possibile, gli eventi geopolitici di questi giorni così difficili. (sm)

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FORNITURE RUSSE, TECNOLOGIA UE. COSÌ È NATO L’ARSENALE CHIMICO

di MAURIZIO MOLINARI, inviato a STACCOLMA, da “la Stampa” del 4/9/2013

– Dopo la disfatta del 1973, Damasco decide di bilanciare la superiorità di Israele con i gas. La aiutano Mosca e Pechino, ma anche Germania e Gran Bretagna, fino a pochi mesi fa –

   Ingenti forniture da Mosca, acquisti dall’Europa all’Asia e almeno una parte delle armi chimiche di Saddam: sono le tre origini dell’arsenale di gas della Siria che, da almeno 15 anni, ha raggiunto la capacità produrle.  Damasco firma il Protocollo di Ginevra del 1925 contro le armi chimiche nel 1968, due anni dopo il golpe che porta al potere il gruppo di generali che include Hafez Assad, ma alla vigilia della guerra del Kippur del 1973 l’Egitto fa arrivare le prime forniture di gas mostarda e sarin.

   Quando i carri israeliani arrivano a 41 km da Damasco le forze siriane non sono ancora addestrate a lanciare i gas ma dopo l’armistizio Assad decide – secondo un rapporto della Nuclear Threat Initiative del Centro di nonproliferazione dell’Istituto di Montenerey in California – di rivolgersi a Mosca, puntando sulle armi chimiche per bilanciare la superiorità militare di Gerusalemme.

   Il National Intelligence Estimate redatto dai servizi Usa il 15 settembre 1983 riassume così quanto avvenuto nei dieci anni precedenti: «La Siria ha ricevuto grandi quantitativi di armi chimiche e biologiche sovietiche» e in particolare «Urss e Cecoslovacchia hanno consegnato agenti chimici, sistemi di lancio e garantito istruttori».

   Sono questi gas che, secondo Amnesty International, Assad usa nel febbraio 1982 per reprimere la rivolta di Hama. Nel giugno seguente Assad subisce un nuovo smacco da parte di Israele: l’intera aviazione viene annientata durante l’operazione «Pace in Galilea» in Libano e «per reazione decide di produrre in proprio i gas», scrive l’analista Zuhair Diab sulla «Non proliferation Review» nel 1997.

   Questo è il motivo per cui dalla metà degli anni Ottanta iniziano gli acquisti in Europa e Asia di materiali e sostanze necessarie a realizzarli: nel 1983 arrivano dalla Germania ampolle resistenti alle corrosioni e equipaggiamenti da laboratorio, nel 1989 Pechino recapita 11 mila maschere antigas e il 9 febbraio di quell’anno il direttore della Cia William Webster ammette al Congresso che Assad è «sta ammassando munizioni chimiche, non solo acquistate ma prodotte». I centri di stoccaggio sono a Khan Abu Shamat e Furqlus mentre lo sviluppo avviene nel Centro di studi e ricerche scientifiche di Damasco.

   Nel 1985 Washington convince l’Australia Group – oltre 40 nazioni – a bloccare la vendita a Damasco di sostanze farmaceutiche capaci di essere usate anche a fini militari ma gli esiti sono scarsi. Nel maggio 1992 Assad acquista dall’India 45 tonnellate di precursori per gas nervino e il mese seguente un cargo tedesco viene bloccato a Cipro con una seconda spedizione da parte della «United Phosphourus Limited» indiana, la cui difesa è che si tratta di «sostanze per la produzione di pesticidi».

   Assad non esita a corrompere alti funzionari e imprenditori: il generale russo Anatoly Kuntsevich, ex capo della Commissione sulle armi chimiche di Mosca, nel 1995 viene processato per vendita illegale a Damasco di 815 kg di sostanze proibite, e nel 1996 è l’industriale tedesco Hans-Johachim Rose, direttore di Rose GmbH, ad essere incriminato per export illegale.

   Nel 1996 consegne di «materiale per fabbricare armi chimiche» vengono bloccate a Cipro, provenienti da Russia e Cuba. Stati Uniti e Israele si convincono che Assad acquista da Mosca le armi più avanzate e al tempo stesso accelera la produzione di quelle più rudimentali. Nel giugno 2002 due cargo dell’aviazione irachena trasportano a Damasco armamenti chimici di Saddam.

   George Sada, ex vicecapo dell’aviazione di Baghdad, lo racconta al «New York Sun» del 2006: «Adattammo due aerei di linea per trasportare centinaia di tonnellate di sostanze chimiche». Nel dicembre 2002 l’allora premier israeliano Ariel Sharon in un’intervista tv avverte Washington che «gran parte delle armi chimiche di Saddam si trova in Siria». A confermarlo è David Kay, ex capo degli ispettori Onu in Iraq, che nel 2004 dichiara a «The Telegraph»: «Dagli interrogatori di ex funzionari iracheni sappiamo che una parte del materiale proibito è stato trasferito in Siria prima della guerra, cosa ne sia avvenuto deve essere ancora determinato». Ciò significa che è finita a Damasco almeno una parte dell’arsenale di gas di Saddam, che li usò a Halabja nel 1988 per sterminare 5000 curdi.

   Lo shopping europeo di Damasco, dove Bashar succede al padre Hafez, si svolge anche in Gran Bretagna dove, fra il 2000 e 2001, acquista precursori chimici e, secondo «The Independent» continua fino al gennaio 2012 quando – a guerra civile iniziata – un’azienda britannica viene autorizzata a vendere ai siriani sostanze «dual use» – possibili da usare a fini militari – per sei mesi.

   Secondo uno studio di «Globalsecurity» «gran parte della tecnologia per la produzione di gas è stata acquistata con transazioni in Olanda, Svizzera, Francia, Austria e Germania». «L’esistenza dell’arsenale chimico siriano – riassume Amy Smithson, del James Martin Centre per la Non-proliferazione di Washington – si deve in gran parte agli aiuti ricevuti dall’esterno anche se ora è in grado di produrre i gas da solo». A soffermarsi sulla continuità delle forniture russe dopo la fine dell’Urss è il rapporto del Congressional Research Service del 2012 che cita gli esperti Mary Beth Nitikin, Andrew Feickert e Paul Kerr: «Mosca ha fornito per decenni istruttori, agenti chimici e vettori a Damasco». Ciò spiega perché, secondo l’ex ispettore Kay è «di uno degli arsenali più avanzati del mondo». (Maurizio Molinari)

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«L’AMERICA, POLIZIOTTO ASSENTE. ECCO PERCHÉ LA RIMPIANGEREMO»
Joschka Fischer e le sfide del mondo post-occidentale – Gli Usa non vogliono e non possono più assolvere a un ruolo globale
di Paolo Valentino, da “il Corriere della Sera” del 4/9/2013
   Rimpiangeremo lo sceriffo del mondo? Ci mancherà la «indispensable nation », giusta la celebre definizione che dell’America diede Madeleine Albright?
Non sono più solo quesiti retorici, di fronte al dipanarsi violento della crisi siriana, che tocca il nervo scoperto di un Presidente, e di un intero establishment, costretti a misurarsi con un dilemma esistenziale: se gli Stati Uniti debbano e possano continuare a garantire e sorvegliare in qualche modo l’ordine globale.
«Il mondo post-americano sta prendendo forma sotto i nostri occhi ed è caratterizzato da ambiguità politica, instabilità e caos. È una situazione molto pericolosa, così pericolosa che alla fine anche i più accaniti antiamericani potrebbero finire per rimpiangere il secolo in cui l’America è stata il guardiano del mondo».
Joschka Fischer chiama le cose per nome, indica rischi e pericoli, ma nelle crisi e nei cambi di stagione intravede anche inaspettate opportunità.
Non c’è alcun dubbio, spiega l’ex ministro degli Esteri tedesco, che «oggettivamente e soggettivamente gli Usa non vogliano e non possano più assolvere a un ruolo globale». Le cause sono note. L’emorragia «di sangue e denaro» provocata dalle avventure in Afghanistan e Iraq, la crisi economica e finanziaria, il debito pubblico, le nuove priorità interne, la necessità di concentrarsi sulla sfida che viene dal Pacifico, dove si misura il declino relativo dell’America di fronte alle potenze emergenti.
E anche se gli Stati Uniti, spiega Fischer, riusciranno prima o poi a ridefinire la loro posizione nel mondo, sulla base dei nuovi equilibri, è chiaro «che il peso relativo e l’estensione del loro potere ne usciranno ridimensionati». Ma l’attesa e il cammino verso il nuovo assetto strategico «sono densi di rischi e carichi di potenziali conflitti dalle conseguenze incalcolabili».
Nulla lo dimostra meglio delle crisi mediorientali e in particolare di quella in Siria, dove finora l’importanza del ruolo americano è «diventata evidente in absentia di leadership». Osservava ieri sul Financial Times Gideon Rachman, che lo stesso intervento limitato con i missili cruise lanciati dalle navi, per il quale il presidente Obama ha chiesto l’autorizzazione del Congresso, non può mascherare il fatto che Washington al momento non abbia una vera e propria strategia per il dramma in corso a Damasco.
Ma è proprio questa, secondo Fischer, la ragione per cui siamo destinati a rimpiangere il buon tempo antico, quando l’America, secondo la celebre frase di John Kennedy, era pronta a «pagare ogni prezzo, assumersi ogni peso, far fronte a ogni avversità, sostenere ogni amico, combattere ogni nemico per assicurare la sopravvivenza della libertà».
«Ciò che impariamo oggi dalla crisi in Medio Oriente — dice Fischer — è che potenze regionali (Iran, Turchia, Arabia Saudita) stanno cercando di sostituirsi agli Usa come garanti dell’ordine. Ma ciò produce altro caos e combustibile per nuove violenze. Primo, perché nessuna di queste nazioni è forte abbastanza per rimpiazzare da sola l’America. E inoltre perché la frattura sciiti-sunniti produce politiche contraddittorie: così in Egitto i sauditi sostengono i militari contro la Fratellanza, mentre in Siria appoggiano i salafiti contro i militari, che a loro volta ricevono aiuti dall’Iran e dai loro accoliti libanesi dell’Hezbollah».
Eppure, secondo l’ex capo della diplomazia berlinese, la battaglia per il potere nella regione mediorientale e l’antagonismo ideologico che la caratterizza «possono creare opportunità di cooperazione prima considerate impossibili». Da questo punto di vista, «i colloqui Usa-Iran sul nucleare persiano, alla luce dell’elezione a presidente di Hassan Rouhani, potrebbero assumere un significato più ampio».
Quanto all’Europa, il riallineamento e le più contenute responsabilità che gli Stati Uniti saranno disposti ad assumersi nel nuovo mondo, le pongono una domanda precisa: «Potrà concedersi il lusso di essere incapace di difendersi senza l’aiuto americano?». La garanzia di Washington dentro la Nato non verrà meno, ma non basterà più. E allora, di fronte ai rischi di caos e crescente instabilità alle porte di casa, «forse l’Europa capirà che è il caso di smetterla di continuare ad avanzare sulla strada dell’autosmantellamento». (Paolo Valentino)

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SIRIA, PIÙ DI 2 MILIONI DI PROFUGHI. L’ONU: “LA PIÙ GRANDE TRAGEDIA DEL SECOLO”

– Le persone costrette a fuggire dalle proprie case sono più di 6 milioni. La Germania stanzia 350 milioni di euro di aiuti agli immigrati siriani e ne ospita 5 mila sul proprio territorio. 95 profughi sbarcano nella notte a Siracusa –

dalla Redazione de “Il Fatto Quotidiano” del 3/9/2013

   Il numero di rifugiati siriani nei paesi confinanti con la Siria ha superato 2 milioni, come annuncia un comunicato dell’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (Unhcr), Antonio Guterres. Per capire la portata del conflitto siriano basti pensare che ancora un anno fa i profughi erano di 230.671.

   Contando anche gli sfollati interni, il numero tocca ora i 6,25 milioni, un record che non ha pari nel mondo. ”La Siria è diventata la più grande tragedia di questo secolo”, ha detto il commissario Onu. Circa la metà di tutti i rifugiati sono ospitati in altri Paesi della regione, che accolgono circa cinquemila nuove persone ogni giorno. A Ginevra è prevista una riunione ministeriale a cui parteciperanno Iraq, Giordania, Libano e Turchia, i principali Paesi che accolgono i rifugiati siriani, per chiedere il sostegno di altri Stati per affrontare l’emergenza profughi.

GLI SBARCHI - mappa ripresa da WWW.LETTERA43.IT - CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDRILA
GLI SBARCHI – mappa ripresa da WWW.LETTERA43.IT – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDRILA

   “La verità, tragica e crudele, è che la marea di profughi è destinata a continuare a crescere con la violenza che diventa sempre più feroce, brutale e disumana e la popolazione civile sempre più nel mirino”. Così Kristalina Georgieva, il commissario Ue per la Cooperazione internazionale e gli aiuti umanitari, ha commentato il dato degli oltre 2 milioni di profughi siriani. Oltre la metà dei profughi sono bambini, ha ricordato la Gerogieva, facendo un appello “affinché cessino i combattimenti e si trovi una soluzione politica con urgenza” e esortando “tutte le parti al rispetto del diritto umanitario internazionale e alla protezione dei civili e di coloro che li aiutano a sopravvivere”.

   In Europa il primo Paese a stanziare aiuti (350 milioni di euro) per i profughi siriani è stata la Germania. Il Paese che ha anche accolto sul proprio territorio 5.000 rifugiati in fuga dal conflitto che sta lacerando la Siria. Lo ha detto oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel, intervenendo al Bundestag. Un numero che l’opposizione socialdemocratica ritiene tuttavia troppo basso. Parlando delle proteste di neonazisti a Berlino contro un centro per rifugiati la Merkel ha detto che “è vergognoso che persone che cercano aiuto da noi vengano respinte da neonazi”. La cancelliera ha tenuto a sottolineare che in Germania “non c’è posto per estremismo, razzismo e antisemitismo”.

   Nel frattempo proseguono senza sosta gli sbarchi sulle coste siciliane. Nella notte tra il 2 e il 3 settembre sono stati 95 i profughi, presumibilmente di nazionalità siriana, soccorsi in mare e fatti sbarcare nel porto di Siracusa. Il barcone era stato avvistato nel pomeriggio da un velivolo Atr-42 della Guardia Costiera, quando si trovava a 140 miglia a sud-est di Siracusa. Al confine delle acque territoriali italiane i profughi sono stati trasbordati su due motovedette inviate dalle Capitanerie di porto di Siracusa e di Catania e intorno alle due di notte sono arrivati in porto.

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PUTIN: SIRIA, VIA LIBERA ALL’INTERVENTO MA SOLO CON IL SÌ ONU E LE PROVE DELL’USO DI ARMI CHIMICHE

– Il presidente russo: «Ci convincerà solo uno studio dettagliato» –

Dal “Corriere.it” del 4/9/2013

   Il presidente russo Vladimir Putin non esclude l’appoggio della Russia a un’operazione militare in Siria, ma a due condizioni: la prova della responsabilità di Damasco nell’uso di armi chimiche e l’approvazione dell’intervento da parte dell’Onu.
In particolare, riguardo alle armi chimiche, specifica Putin in un’intervista al primo canale della tv statale russa, «ci convincerà solo lo studio molto dettagliato e profondo del problema e la presenza di prove evidenti che dimostrino chi ha usato l’arma e con quali mezzi». «Solo dopo – aggiunge il presidente – la Russia sarà pronta ad agire in modo più decisivo e serio». Tuttavia, ha precisato, «la Russia non ha intenzione di intervenire e non interverrà mai in nessun conflitto all’estero».

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I CONFINI DELLA LINEA ROSSA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 4/9/2013

   Fra i danni collaterali della tragedia siriana c’è il rischio di una precipitosa perdita di distinzioni costruite attraverso i decenni. Ian Buruma (“La moralità delle bombe” pubblicato ieri) raccoglie un argomento che sembra di buon senso a tanti nell’angustia di questi giorni: che senso ha stabilire “linee rosse” sulle armi chimiche? Forse che gli ammazzati a colpi di proiettili e bombe convenzionali sono meno morti? Dalla Convenzione di Ginevra del 1925 a quella del 1993 è cresciuto l’orrore per le armi chimiche, da Ypres 1917 alla nostra Eritrea, alla guerra Iraq-Iran, alla curda Halabja 1988 e ai sobborghi di Damasco.
Orrore per gli effetti, per i bersagli indiscriminati, e disgusto per la slealtà estrema, erede dell’avvelenamento dei pozzi. In gara con l’orrore cresceva l’avidità di potenze grosse e piccole per il possesso di armi chimiche e biologiche che ne autorizzassero la prepotenza e promettessero, se non l’espansione vittoriosa, la rappresaglia dopo la sconfitta. Gli Stati Uniti ora segnano il passo davanti alle linea rossa che hanno voluto tracciare: può darsi che Obama avesse pronunciato l’intimazione come un esorcismo, per avere un alibi all’inerzia, e contando che Assad non ardisse di oltrepassarla. Ma le armi chimiche, con l’aggravante di colpire i civili, sono per la civiltà internazionale – cioè per la riduzione della barbarie planetaria – una cosa diversa e più grave delle armi convenzionali.
Fa impressione vedere come l’argomento apparentemente di buon senso, in realtà fra qualunquista e cinico, sull’indistinzione delle armi mortifere, faccia dimenticare, perfino a tanti che vi si sono impegnati, battaglie come quella per il bando alle cluster bombs, le bombe a grappolo, o le mine antiuomo cosiddette, che uccidono squartano e mutilano come un bombardamento “normale” – ma con un di più di inganno e adescamento di inermi.

   O per il bando all’uranio impoverito. Vogliamo passare dallo scandalo della manipolazione sull’esistenza di armi di distruzione di massa, alla dichiarazione della loro irrilevanza? Per far culminare questa liquidazione alla leggera di distinzioni sulle quali si costruisce pietra su pietra, frana dietro frana, riparazione dopo riparazione, la storia della civiltà – della riduzione della barbarie, delle unghie tagliate agli artigli – si chiamano in causa anche l’arma atomica e la nozione di genocidio.
“Esiste davvero una grande distinzione morale tra uccidere circa centomila persone sganciando una bomba atomica su
Hiroshima e ammazzarne un numero addirittura superiore provocando una pioggia di bombe incendiarie lanciate in una sola notte sul cielo di Tokyo?” Le vittime di Tokyo furono più numerose, certo.

   E i bombardamenti al napalm e ai defolianti sul Vietnam non furono meno infami, e Dresda, e… Ma a Hiroshima e Nagasaki gli umani emularono per la prima volta Dio nell’unico modo in cui potevano, mostrandosi capaci di distruggere la terra di colpo, in una creazione alla rovescia. Per la prima volta e per l’ultima, finora: l’unico caso in cui hanno rinunciato a ripetersi. Finora, insisto: perché custodiscono decine di migliaia di ordigni nucleari, e decine di paesi sono pronti a dotarsene. L’ipocrisia e l’inadeguatezza del Trattato di non proliferazione nucleare saranno una ragione per liberarcene – tanto si muore comunque ammazzati?
Infine, il genocidio. “Tollerare il genocidio è intollerabile… A che punto                        

esatto, però, occorre tracciare una linea? Quanti omicidi costituiscono un genocidio? Migliaia? Centinaia di migliaia? Milioni?”. Che sia Buruma a proporre simili interrogativi mi lascia interdetto. Riformulateli a proposito di Auschwitz. Fatto? Non occorre altro, se non ricordare che il genocidio – la parola, e poi la tormentata definizione, e la Convenzione delle Nazioni Unite, insoddisfacente quanto si voglia – venne dopo, dopo che nessuno volle tracciare quella linea rossa. (Adriano Sofri)

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Sul G20 a San Pietroburgo dal 5 settembre

L’INQUIETO GENDARME

di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 4/9/2013

   Doveva essere il nuovo «ponte di comando» del mondo multilaterale ma, dopo un promettente esordio all’indomani della crisi finanziaria esplosa nel 2008 – gli interventi coordinati dell’Occidente e della Cina per arginare l’impatto dello «tsunami» finanziario – la formula dei vertici allargati ai venti Paesi guida che producono l’85 per cento del Pil planetario ha ben presto perso mordente.

   Svanita l’emergenza economica, nelle riunioni del G-20 è evaporato anche quell’impegno tenace a cercare soluzioni comuni che aveva caratterizzato i vertici di Londra e Pittsburgh nel 2009, i primi dell’era Obama. Più rappresentativi del G-8 (il vertice degli otto Grandi), i G-20 hanno contratto la malattia di quei summit ristretti che li ha trasformati in passerelle inconcludenti. Con, in più, l’aggravante della dispersività di un consesso troppo vasto nel quale ognuno arriva con la sua agenda e le sue priorità.

   Non sarà così giovedì a San Pietroburgo dove Vladimir Putin ospita un vertice mondiale che si presenta di enorme importanza, ma anche tesissimo per l’esplodere dell’emergenza Siria, per il deterioramento dei rapporti tra alcuni leader mondiali (a cominciare da quelli che abitano al Cremlino e alla Casa Bianca) e per l’emergere di nuovi problemi economici planetari: soprattutto l’instabilità che può derivare dall’interruzione dello sviluppo economico e dalle svalutazioni delle monete dei Paesi emergenti, dall’India al Brasile, e dalle politiche protezionistiche che molti di loro hanno cominciato ad adottare.

   Doveva essere questo il tema centrale del G-20 russo, insieme alla gestione dei contraccolpi della exit strategy della Federal Reserve, la Banca centrale Usa che, dopo aver steso per cinque anni una straordinaria (e per lei costosissima) rete di sicurezza attorno all’economia Usa, ora cerca di ritirarla gradualmente.

   Si discuterà anche di questo a San Pietroburgo perché il momento è comunque cruciale con le mosse della Fed che fanno affluire capitali negli Usa e indeboliscono le altre valute, ma è chiaro che a tenere banco sarà principalmente la Siria: lo vuole Putin che, isolato per il suo appoggio al feroce Assad al G-8 nordirlandese di tre mesi fa, cerca di prendersi una rivincita, ora che in difficoltà sono Barack Obama e il premier britannico Cameron.

   Ma, in fondo, lo vuole anche il presidente americano che deve insistere sulla Siria in casa e all’estero alla vigilia del decisivo voto del Congresso e che preferisce lasciare sullo sfondo l’imbarazzante caso Snowden (che ha comportato, tra l’altro, la cancellazione della sua visita al Cremlino prevista proprio per oggi e sostituita in extremis con una missione a Stoccolma).

   Ma, soprattutto, Obama deve usare il podio svedese e quello di San Pietroburgo per cercare di scuotere l’opinione pubblica mondiale sulla necessità di impedire che Assad usi di nuovo le sue armi chimiche. Deve però anche farla riflettere sui pericoli che correrebbe un mondo nel quale il deterrente della potenza militare Usa perde credibilità.

   Certo, il mondo è stanco dell’interventismo americano ed è probabilmente stufo anche di sentir parlare del primato della nazione chiamata dal suo «destino manifesto», dal suo «eccezionalismo» a svolgere una funzione di difesa dell’ordine internazionale e di promozione della democrazia e dei diritti delle genti che la rendono diversa da tutti gli altri Stati.
È quest’America «indispensabile» che ha relegato nell’ombra la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica che Putin vuole colpire. Ma Obama, pur avendo anche richiamato in un’intervista di pochi giorni fa il concetto della «nazione indispensabile», sa che l’opinione pubblica interna è stanca delle responsabilità, dell’impegno militare e di quello economico che tutto ciò comporta.

   Mettendo il Congresso e il Paese alla prova col voto che lui stesso ha chiesto, il presidente si prende una responsabilità enorme. Se la sconfitta parlamentare di Cameron, la settimana scorsa, ha segnato l’abbandono da parte britannica del suo istinto post-imperiale, anche una bocciatura congressuale dell’intervento in Siria potrebbe innescare un processo di ridimensionamento del ruolo internazionale degli Stati Uniti.
Il discorso di Obama e l’imminenza del voto a Washington costringono il G20 a riflettere per la prima volta su quanto sarebbe maggiormente insicuro un mondo senza più l’argine del gendarme Usa. (Massimo Gaggi)

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SUL FRONTE DELLA GUERRA SIRIANA

di ELIZABETH O’BAGY, da “IL FOGLIO” del 3/9/2013

– Gli jihadisti non combattono in prima linea contro il regime di Assad: approfittano delle vittorie dei ribelli. Le forze moderate sono la maggioranza, per ora –

 (Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto sul Wall Street Journal. La ripubblicazione sul Foglio è possibile grazie alla gentile concessione di MF/Milano Finanza)

   Con gli Stati Uniti pronti ad attaccare la Siria, non si fa che parlare di come sarà quest’attacco e di quali obiettivi l’America sarà in grado di raggiungere, sempre che lo sia. Non si può trovare una risposta a queste domande senza aver guardato con attenzione alla situazione sul territorio siriano.
Poiché pochi giornalisti stanno lavorando dentro il paese, la comprensione della guerra civile non è soltanto inadeguata, ma pericolosamente imprecisa.

   Leggendo i giornali o guardando i notiziari in tv si è portati a credere che un’opposizione un tempo pacifica e democratica sia stata trasformata negli ultimi due anni in una banda di violenti estremisti dominati da al Qaida, che le forze del presidente Bashar el Assad non solo abbiano la meglio in battaglia, ma siano anche l’unica cosa che tiene insieme il paese, e che gli interessi americani non risiedano in Siria – né con il regime né con i ribelli. Secondo molti politici americani la strategia migliore è quella di evitare coinvolgimenti. Come ha detto Sarah Palin: “Lasciamo che se la sbrighi Allah”.
Nell’ultimo anno, sono stata molte volte in Siria, ho viaggiato nelle province del nord, Latakia, Idlib, Aleppo. Ho passato centinaia di ore con i gruppi dell’opposizione siriana, dall’Esercito libero di Siria alla Brigata Ahrar al Sham. Tutti pensano che gli elementi più estremisti siano del tutto mescolati con i ribelli più moderati: non è così.

   Moderati ed estremisti cercano di affermarsi in territori distinti. Pure se queste aree sono spesso contigue, i checkpoint demarcano le diverse zone e chi le controlla. Nel mio ultimo viaggio, all’inizio di agosto, abbiamo attraversato liberamente le zone di Aleppo controllate dall’Esercito libero di Siria, seguendo strade che ci tenessero a distanza di sicurezza dai checkpoint contrassegnati dalla bandiera dello Stato islamico dell’Iraq.
LE PRIORITÀ DEI FONDAMENTALISTI
Al contrario di quanto raccontano i media, la guerra in Siria non è stata dichiarata prevalentemente da islamisti pericolosi e irriducibili di al Qaida. Gli jihadisti che fluiscono in Siria da paesi come l’Iraq o il Libano non s’accalcano certo sulle prime linee. Si adoperano piuttosto per consolidare il controllo nelle aree del nord occupate dai ribelli. Gruppi come Jabath al Nusra, affiliato ad al Qaida, sono sempre molto felici di prendersi i meriti dei successi sul campo, e sono rapidi nel raccontare le vittorie dell’opposizione sui social media. Per questo abbiamo avuto l’impressione che stiano guidando la lotta contro il governo siriano: ma non lo stanno facendo.
Questi gruppi sono più interessati a creare e guidare il loro emirato islamico nel nord della Siria che a battere Assad. Molti miliziani di Jabath al Nusra se ne sono andati nel bel mezzo delle operazioni dei ribelli a Homs, Hama e Idlib per dirigersi a Raqqa, quando è caduta nel marzo del 2013. Durante la famosa battaglia di Qusayr, a fine maggio, le unità di Jabath al Nusra erano platealmente assenti. A inizio giugno, i rinforzi dei ribelli si sono radunati per combattere nel nord di Homs, nella cittadina di Talbiseh, mentre i combattenti di Jabath al Nusra hanno preferito stare nelle aree liberate per riempire il vuoto lasciato dai soldati dell’Esercito libero siriano.
Le forze moderate dell’opposizione – un insieme di gruppi conosciuti come l’Esrercito libero siriano – continuano a guidare la lotta contro il regime di Damasco. Viaggiando assieme ad alcuni battaglioni di questo esercito, li ho visti difendere villaggi alawiti e cristiani dalle forze del governo e dai gruppi estremisti. Hanno dimostrato la volontà di sottostare alle autorità civili, lavorando a stretto contatto con le amministrazioni – i concili – locali. E si sono sforzati di garantire che la battaglia contro Assad apra la strada a una florida società civile.

   Un concilio locale che ho visitato, in una parte di Aleppo controllata dall’Esercito libero, organizzava forum settimanali nei quali i cittadini potevano parlare liberamente, e vedere le proprie preoccupazioni prese in considerazione dalle autorità locali.
I gruppi moderati rappresentano la maggioranza delle forze di combattimento, e sono appena stati galvanizzati dall’arrivo di armi e soldi da parte dell’Arabia Saudita e di altri alleati, come Francia e Giordania. Questo è particolarmente vero nel sud, dove le armi fornite dai sauditi hanno fatto una differenza as evocanoa sul campo, e hanno contribuito a dare forza ad alcune avanzate strategiche dei ribelli nell’area di Damasco.
Grazie alla separazione geografica dalle roccaforti degli estremisti e alle reti di sostegno nel sud, anche le armi obsolete mandate dai sauditi – come lanciarazzi croati e fucili – hanno permesso ai ribelli moderati di mettere a punto incursioni in aree che prima erano state difese facilmente dal regime, e di sostenere la pressione delle forze di Assad nella capitale. Negli ultimi mesi, l’opposizione ha ottenuto grandi vittorie ad Aleppo, Idlib, Deraa e Damasco – ha quasi raggiunto il cuore della capitale – nonostante il consolidamento delle forze del regime nella provincia di Homs.
SERVONO ARMI SOFISTICATE
A questo punto del conflitto, fatta salva una campagna da parte degli Stati Uniti, armi sofisticate, come sistemi anticarro e antiaerei, rappresentano la migliore chance per l’opposizione di mantenere l’offensiva contro Assad. Queste armi possono essere offerte soltanto da stati stranieri, non dagli jihadisti. Fonti saudite che stanno fornendo ai ribelli un sostegno fondamentale mi hanno detto che non hanno ancora inviato armi efficaci perché gli Stati Uniti hanno esplicitamente chiesto di non farlo.
Non si può negare che gruppi come Jabath al Nusra e lo Stato islamico dell’Iraq e al Sham si siano affermati nel nord della Siria e abbiano iniziato a dominare le autorità locali, imponendo anche la legge della sharia. Questi sviluppi sono il risultato del fatto che gli affiliati di al Qaida hanno risorse migliori più che un indicatore del sostegno locale. Soltanto quando sono stati distribuiti aiuti umanitari, s’è ottenuto il sostegno della popolazione locale.
Ma i siriani si sono ribellati alle misure più dure imposte da alcuni di questi gruppi estremisti. Quando all’inizio di agosto sono stata nel nord della Siria, ho visto con i miei occhi proteste quasi quotidiane di migliaia di cittadini contro lo Stato islamico dell’Iraq e al Sham nell’area di Aleppo.
UN’AZIONE DIMOSTRATIVA È PERICOLOSA
Che cosa significa questo per gli Stati Uniti ora che la Casa Bianca sta prendendo in considerazione un possibile strike? L’Amministrazione Obama ha sottolineato che il regime change non è un obiettivo. Ma misure punitive fatte soltanto per inviare un messaggio potrebbero fare più male che bene. Se il governo siriano non è colpito in modo significativo, uno strike americano potrebbe davvero rafforzare Assad e illuminare la debolezza degli Stati Uniti, aprendo la strada ad altre atrocità.
Invece ogni azione americana dovrebbe essere parte di una strategia più ampia e complessiva in coordinamento con gli alleati che abbia come obiettivo ultimo la distruzione delle capacità militari di Assad rafforzando al contempo l’opposizione moderata con un sostegno robusto, che comprenda armi anticarro e antiaeree.

   Allo stesso tempo sono indispensabili sforzi diplomatici e politici per creare una coalizione internazionale che metta sotto pressione Assad e i suoi sostenitori, e che incoraggi un dialogo intrasiriano. Con una strategia di questo tipo, si potrebbero alleviare le preoccupazioni di alleati-chiave, come il Regno Unito, e garantire un sostegno internazionale più grande per l’azione americana.
Gli Stati Uniti devono prendere una decisione. Possono affrontare il problema ora, quando ancora ci sono forze moderate con interessi in comune con gli Stati Uniti, o aspettare che il conflitto travolga tutta la regione. L’Iran e i suoi alleati saranno così più forti, e lo stesso accadrà per al Qaida. Nessuna di queste ipotesi è utile agli interessi strategici dell’America.

(ELIZABETH O’BAGY è “Syria Team Lead” all’Institute for the Study of War, si occupa di politica e sicurezza siriana. Ha viaggiato spesso e a lungo nella regione, fornendo poi approfondimenti importanti sull’opposizione al regime siriano)

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“Siamo di fronte a uno scontro generale fra Sciiti e Sunniti, e non a semplici rivolte nazionali” (Emma Bonino, ministro degli Esteri)

 DIFFERENZA TRA SUNNITI E SCIITI

da Wikipedia

   La principale differenza tra sunniti e sciiti consiste nel fatto che gli Sciiti rientrano nel gruppo dei Sunniti, differenziandosi però da questi ultimi in merito alla presenza e ruolo di una gerarchia all’interno della fazione religiosa.

   Il nome sunniti deriva dall’arabo “sunnah”, che significa “tradizione“. I sunniti sono infatti coloro che seguono la tradizionale religione islamica. Essi seguono le scritture del Corano e utilizzano come punto di riferimento le azioni, le parole e la vita di Maometto, testimoniati appunto dalla tradizione.
All’interno del gruppo dei sunniti rientrano anche gli sciiti, che si distaccano però in merito alla presenza e al ruolo di una gerarchia religiosa.
L’Islam infatti non si è mai strutturato gerarchicamente, con patriarchi o capi come accadde invece per la chiesa cattolica: essi riconoscono come autorità religiosa unicamente la comunità dei fedeli.

   Gli sciiti, staccatisi dalla maggioranza sunnita in seguito alla morte di Maometto, credono nell’importanza di identificare il patriarca della loro comunità identificandolo come successore di Maometto stesso.
In particolare, alla morte del profeta, questo gruppo di islamici ha identificato un successore in Alì, cugino e genero di Maometto: il nome “sciiti” deriva proprio dalla parola araba “Shiat Alì”, cioè “la fazione di Alì“.

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Corriere 3.9.13
UNO SCISMA POLITICO RELIGIOSO IL CONFLITTO TRA SCIITI E SUNNITI
di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 3/9/2013
“Vorrei delucidazione sulla natura del contrasto tra musulmani sunniti e sciiti. È forse paragonabile a quello tra cattolici polacchi e ortodossi russi?” – Alberto Meroni
Caro Meroni,
E’ una domanda a cui ho già cercato di rispondere qualche tempo fa. Ma il problema è drammaticamente attuale e merita qualche ulteriore riflessione.
L’Islam non è soltanto una grande fede monoteista. È anche una comunità di fedeli che ha bisogno di regole, di leggi e soprattutto di un leader. Maometto non è soltanto l’ultimo dei profeti, secondo la concezione musulmana. È anche l’uomo che, cacciato dagli oligarchi della Mecca, si rifugia a Medina, crea uno Stato, ne allarga i confini e ne diventa il Sovrano. Alla sua morte, dieci anni dopo, occorre un successore che verrà scelto fra i suoi più vicini compagni e verrà chiamato «khalifa», una parola araba che, come ha scritto Bernard Lewis in uno dei suoi libri sul Medio Oriente, assomma in sé il doppio significato di successore e vicario.
Ma sin dalla scelta del primo califfo si forma nella grande famiglia maomettana un partito di seguaci (in arabo Shi’a) per cui il «trono» spetta di diritto ad Ali ibn Abi Talib, marito di Fatima figlia di Maometto, e padre dei suoi nipoti. Ali diventerà infine il quarto califfo, ma soltanto dopo l’assassinio del terzo, Uthman, nel corso di una guerra civile. La sua elezione verrà contestata dai seguaci della Sunna, una parola araba che significa grosso modo insegnamento tradizionale o consuetudinario e allude alla prassi politico-religiosa dei primi tre califfi. Ali verrà ucciso in battaglia nel 661 d.C. e il califfato sarà da allora, sino alla sua fine, l’appannaggio di due grandi dinastie.
Alle origine di questa grande frattura vi è quindi un problema di successione dinastica, non molto diverso da quelli che hanno afflitto alcuni Stati europei nel corso della loro storia: York contro Lancaster nell’Inghilterra medioevale, Stuart contro Orange nel Regno Unito, borbonici contro orleanisti nella Francia postnapoleonica e molti altri conflitti dinastici nella grande area del Sacro Romano Impero.

   Ma l’Islam è anzitutto una fede e lo scisma finisce inevitabilmente per esasperare le divergenze spirituali tra le due famiglie. Non basta. Sciiti e sunniti sono uniti dal culto di Maometto e dalla fede nel Corano, ma divisi da una rivalità che si è progressivamente nutrita di sentimenti identitari, risentimenti sociali, contrastanti ambizioni politiche.

   Gli sciiti sono quasi ovunque minoranza o, come nel caso del Bahrein, maggioranze governate da minoranze sunnite: una condizione che li spinge spesso a ribellarsi contro l’«oppressore». Ma hanno segnato un punto agli inizi del Cinquecento quando la dinastia sciita dei Safavidi s’impadronisce della Persia e regala alla Shi’a una potente casa madre.
Alla fine della sua lettera, caro Meroni, lei si chiede se il rapporto fra sunniti e sciiti assomigli a quello fra cattolici e ortodossi nel mondo slavo. Risponderò parafrasando ciò che Lev Tolstoj scrisse delle famiglie in Anna Karenina: «Tutte le religioni felici si assomigliano fra loro, ogni religione infelice è infelice a suo modo».

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EVOLUZIONI E SCENARI DELLA GUERRA CIVILE SIRIANA

di Gianluca Farsetti e Giuseppe Lettieri, da http://www.rivistaeuropae.eu/ del 11/6/2013

   Nelle scorse settimane il conflitto siriano è stato caratterizzato da continui cambiamenti nella composizione degli schieramenti in  campo e nella concreta evoluzione del conflitto. Per quanto riguarda i partecipanti al conflitto, è di pochi giorni l’intervento del leader di Al-Qaeda Ayman al-Zawahiri, che in un video di 22 minuti ha lanciato un chiaro messaggio contro il Presidente Bashar al-Assad. Al di là dalla retorica, il tentativo di al-Zawahiri è probabilmente mirato a richiamare tutti i combattenti sunniti al proprio dovere contro un governo sciita (ramo alauita) come quello del Presidente Assad, che governa un Paese a maggioranza sunnita. Uno degli aspetti peculiari del conflitto siriano è proprio questa netta divisione tra il fronte sciita e quello sunnita.

   Da una parte abbiamo il Presidente siriano a capo della coalizione sciita composta da:

– Hezbollah: partito e organizzazione paramilitare libanese.

– Iran e Pasdaran iraniani: in Siria, stando a quanto riferito dal comandante Ali Jafari, è presente la Brigata Gerusalemme (o Forze Q’uods), cioè coloro che hanno il preciso compito di esportare la rivoluzione iraniana all’estero gestendo le operazioni oltre confine.

– Milizie sciite irachene: secondo diverse agenzie, alcune milizie provenienti dall’Iraq avrebbero affiancato le truppe di Assad. Una delle conseguenze del ritiro americano dall’Iraq è stata anche quella di aver lasciato il Paese nelle mani degli sciiti, avvicinando pericolosamente l’ex regno di Saddam Hussein all’orbita iraniana. L’attuale Primo Ministro iracheno è lo sciita Nuri al-Maliki, mentre l’Iraq sembra diviso in tre macroaree: la zona nord del deserto di Kirkuk a maggioranza curda, i dintorni della capitale Bagdad a maggioranza sunnita e la fascia costiera con la città di Bassora a maggioranza sciita.

– Russia e Cina: il ruolo delle due grandi potenze è molto particolare e di difficile decodificazione. Non è corretto etichettare i due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come sostenitori di Assad e del suo regime, ma non è nemmeno corretto affermare che siano allineati diversamente o neutrali rispetto ai due fronti. Il loro supporto sembra, sin dallo scoppio della guerra civile, propendere per il Presidente siriano.

   Dall’altro lato della barricata, all’interno di un variegato pulviscolo di coalizioni e gruppi combattenti per la maggioranza sunniti, troviamo il Consiglio Nazionale Siriano (CNS), di recente formazione e con sede a Istanbul. Ad esso si aggiungono:

– Il Qatar, ovvero l’unico Paese che ha volutamente aperto un’ambasciata presso il CNS sostituendola a quella presso la Siria di Assad. Il CNS è supportato anche da altri Paesi del Golfo, l’Arabia Saudita in primis, ma nessuno con la stessa convinzione, intensità e forza della dinastia al-Thani.

– Gruppi terroristici tra cui spiccano Al-Qaeda, il Fronte Al-Nusra e un buon numero di combattenti internazionali provenienti da quello che potrebbe essere definito come il movimento del Jihad Globale. A questi si aggiungono membri della diaspora siriana e i salafiti, gruppi integralisti sunniti, come lo schieramento di Ahrar al-Sham (uomini liberi della grande Siria).

– Stati Uniti d’America, Francia e Regno Unito le cui relazioni con il CNS, come nel caso di Mosca e Pechino, sono ancora in piena evoluzione. Da una parte troviamo un Barack Obama particolarmente cauto, dall’altra i governi francese e britannico che ancora non sono riusciti a convincere tutti i 27 Stati membri dell’UE a collaborare concretamente con i ribelli.

   È difficile individuare quale sia le precisa posizione di un altro degli attori dell’area, Israele, che vede nel prolungarsi dell’attuale conflitto aspetti positivi, quantomeno nel breve periodo (Hezbollah pienamente impegnato in Siria), e possibili ripercussioni negative per gli anni a venire, come un maggior numero di organizzazioni terroristiche nell’area e una maggiore proliferazione e reperibilità di armamenti. I raid aerei israeliani compiuti agli inizi di maggio hanno sottolineato la volontà di Israele di agire solo secondo necessità e contingenza, lasciando un velo di incertezza sul suoi futuri passi.

   Dal quadro appena descritto sembra che il conflitto continui a svilupparsi, nonostante le interferenze esterne (per quanto decisive sulle sorti dei combattimenti), su una frattura religiosa che attraversa tutta l’aera del Grande Medio Oriente, dall’Egitto fino all’Iran, vale a dire la secolare divisione all’interno dell’Islam tra sunnismo e sciismo.

   Tralasciando le motivazioni storiche dell’ostilità, sin dal 680 d.C., anno della battaglia di Karbala e del definitivo scisma fra le due fazioni, l’Islam sunnita e quello sciita hanno convissuto, alternando momenti di pace a quelli di aperte ostilità, all’interno dei maggiori Stati dell’area mediorientale. Nonostante alcune salde roccaforti per entrambi gli schieramenti (Arabia Saudita per i sunniti e Iran per gli sciiti) e la netta predominanza numerica del sunnismo sin dai tempi del califfato omayyade, le fazioni hanno sempre cercato di contrastare le reciproche influenze soprattutto sui Paesi contesi.

   In particolare, lo sciismo, leggasi anche Iran, ha sempre cercato di acquistare una certa influenza su quei territori che erano parte dell’Impero Safavide (1500-1722), come l’attuale Iraq, e di supportare le popolazioni sciite spesso discriminate negli altri Stati arabi-musulmani su tutti Libano, Siria e Bahrein.

   Per quanto sia erroneo affermare che questa divisione religiosa-culturale rappresenti la causa prima del conflitto siriano – motivazione politiche ed economiche accompagnano e si celano al di sotto della pure ambizioni religiose – di sicuro non può essere trascurata soprattutto se si vuole capire l’origine dei due schieramenti attorno al quale gravitano tutti gli altri attori in causa nella guerra civile siriana. La situazione del conflitto in Siria, che come detto ricalca almeno in parte questa divisione storica, è ancora incerta. Per comprendere quali possano essere gli sviluppi futuri e l’esito della guerra civile è quindi necessario analizzare almeno sommariamente la situazione sul campo di battaglia. A fini semplificativi, si può dividere il conflitto in due macroaree.

   Nel centro-nord, la città di Qusayr, la prima che s’incontra sulla strada che da Beirut, capitale del Libano, porta ad Homs, in Siria, sembra ormai definitivamente riconquistata dalle forze leali ad Assad. A esclusione di Homs e Aleppo, quindi, che sono ancora oggetto di duri combattimenti, il governo siriano ha ripreso il controllo di tutte le città più importanti della Siria: Damasco, Qusayr, Palmyra (nel centro del Paese) e i due porti di Latakia e Tartus.

   Per quanto riguarda la situazione al centro-sud, nonostante molti gruppi ribelli siano ancora a Damasco, la capitale sembra sotto il controllo del Presidente Assad. Recentemente, infatti, il regime siriano ha aumentato le proprie uscite pubbliche dando l’impressione di sentirsi sicuro, protetto da forze armate che non sembrano mostrare sintomi di ammutinamento o defezione. Ancora più a sud, lungo le alture del Golan, delicatissima zona al confine con Israele, è difficile capire chi effettivamente controlli il terreno.

   Pur restando nel campo della probabilità e dell’incertezza, ci sembra opportuno concludere questa analisi delineando e lasciando aperte tre possibili evoluzioni dello scenario appena descritto. Una vittoria dei ribelli, vista positivamente da alcuni Paesi occidentali, porterebbe sicuramente alla distruzione del precedente regime, ma lascerebbe un immenso numero di incognite sul futuro assetto della Siria, nonché possibili (e forse probabili) rischi di una deriva islamista o quanto meno sulla scia del salafismo. Entrambe le ipotesi non porterebbero sicuramente al fiorire di una nuova democrazia mediorientale, né tantomeno alla tanto auspicata fine delle ostilità religiose. Quale destino avrebbero infatti i cristiani maroniti, rimasti fedeli sostenitori del regime di Assad sulla base del principio per cui “il nemico del mio nemico (in questo caso delle organizzazioni islamiste sunnite) è mio amico”?

   Una vittoria totale di Assad potrebbe portare alla stabilizzazione del Paese (situazione ante-guerra con i cristiani maroniti dalla parte del regime) non senza l’epurazione delle fazioni ostili e un inasprimento delle misure di sicurezza, lasciando aperta la possibilità di una nuova guerra civile e rafforzando l’influenza dell’Iran nella fascia di territorio che attraversa Libano, Siria e Iraq.

   Una situazione di compromesso potrebbe portare, secondo alcuni analisti, alla divisione della Siria in due Stati. Il Presidente Assad, nell’impossibilità di riconquistare tutto il Paese, potrebbe decidere di negoziarne la divisione. La questione sarebbe però complicata dalla presenza dei curdi siriani. A quel punto, infatti, anche loro si sentirebbero legittimati a richiedere un proprio Stato, provocando conseguenze imprevedibili su altri due attori che “ospitano” l’etnia curda, ovvero l’Iraq e la Turchia. Qualora si realizzasse questo terzo scenario di compromesso e spartizione, non sarebbe fantapolitica parlare di una possibile Guerra dei Trent’anni mediorientale, che potrebbe portare a un nuovo assetto (forse più stabile) di quelli nato dai vecchi confini coloniali. (Gianluca Farsetti e Giuseppe Lettieri)

Composizione etnico-religiosa della Siria_(da www.rivistaeuropae.eu) - CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDRILA
Composizione etnico-religiosa della Siria_(da http://www.rivistaeuropae.eu) – CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDRILA

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PRIMAVERA O AUTUNNO ARABO?

Quale ruolo per l’Italia nel Mediterraneo?

Di Antonio Raimondi, 3/9/2013, dal sito www.italiafutura.it/ 

   Scrivo questa riflessione mentre mi trovo da tre settimane in Palestina, nel bel mezzo del mondo arabo. La domanda oramai ricorrente, soprattutto da queste parti ma non solo, è se agli inizi del 2011 sia iniziata la primavera, così come poteva sembrare, oppure l’autunno arabo?

   Al posto dell’ottimismo iniziale di alcuni nel vedere dei regimi decennali cadere e fiorire la speranza per un percorso democratico e di un risveglio laico, oggi sembra prevalere di gran lunga il pessimismo. L’attuale situazione della Siria, poi, non aiuta affatto. Non solo per la durata e la portata distruttiva di una incomprensibile (anche da qui) guerra civile, ma soprattutto per l’eventuale intervento militare degli Stati Uniti nei prossimi giorni.

   Quando noi occidentali pensiamo al mondo arabo abbiamo molti stereotipi in testa, tra i quali quello dell’unicità di questo mondo, senza comprenderne assolutamente le diverse sfaccettature. Una cosa sono i palestinesi altro i sauditi, una cosa gli iracheni altro i marocchini, una cosa gli egiziani altro i tunisini, una cosa i libanesi altro i libici ecc.ecc..  Li unisce certamente la lingua e alcune caratteristiche culturali, ma poi le differenze sono davvero tante.

   Le variabili in gioco in questo mondo sono tante e molto diverse tra loro. Tutto ciò che è accaduto negli ultimi 65 anni pesa sull’attuale situazione: la nascita dello Stato di Israele, le diverse guerre, le rivoluzioni, l’insediamento di regimi teocratici (Iran). A questo si aggiungono inevitabilmente gli interessi geopolitici delle superpotenze per l’area del Mediterraneo e quelli geoeconomici per l’accesso alle fonti energetiche.

   Esiste un forte senso di frustrazione nel mondo arabo, al quale l’occidente ha contribuito non poco con gli Stati Uniti in testa e del quale si deve sempre tener conto per capire gli interlocutori in questa parte di mondo.

   Ma allora, primavera o autunno? Fermo restando che le stagioni si alternano e restano una metafora per la nostra vita personale e collettiva, il mio personale convincimento è che, nonostante tutto, siamo in presenza di “a new awakening” del mondo arabo, ossia “un nuovo risveglio” e quindi una primavera.

   Il caso Egitto mi sembra il più calzante per confermare in parte la mia tesi. Nel 2011 si iniziò con la Tunisia, ma Piazza Tahir al Cairo fu il simbolo più significativo di quei mesi. La destituzione e l’arresto di Mubarak, le elezioni politiche “libere”, la vittoria dei Fratelli Mussulmani. Poi, con la lenta e inesorabile islamizzazione del Paese sembrava che si fosse manifestato e combattuto per niente, sostituendo Mubarak con Morsy (e con il suo ideologo Badie) e regredendo sotto tutti i punti di vista, a partire dall’economia.

   Sembrava prevalere il vecchio detto che “il Diavolo che conosci è sempre meglio del Diavolo che non conosci”. Ma un anno di fallimentare governo dei Fratelli Mussulmani ha portato milioni di egiziani in piazza al Cairo lo scorso 30 giugno. E’ stata forse la manifestazione più imponente di tutti i tempi e ha spianato la strada all’esercito egiziano per arrestare Morsy e Badie e di cercare di far ripartire il Paese.

   Oggi l’Egitto sta iniziando a preparare un percorso che porterà a nuove elezioni e la lezione che se ne trae è semplice: se i fondamentalisti religiosi vincono le elezioni bisogna farli governare per dimostrare la loro totale incapacità politica nel guidare Paesi in una società globalizzata e postmoderna.

   L’antidoto a questi deve venire dall’interno dei Paesi stessi, senza interventi esterni, ossia “degli elefanti in una cristalleria” che rischiano di peggiorare le situazioni perche le rendono ancora più complicate ed incomprensibili.

   Il possibile, ad oggi, intervento degli Stati Uniti e della Francia in Siria, con alcuni giorni di bombardamenti mirati, sarebbe, per esempio, di una gravità estrema. Perche farlo soltanto oggi dopo due anni e mezzo di mattanza da tutte le parti? Solo perche il regime di Assad ha usato le armi chimiche? E se fossero stati uno dei tanti gruppi di ribelli, o addirittura Al Qaeda? Chi può dimenticare la figuraccia di Colin Powell all’ONU nel 2003 sulle armi chimiche di distruzione di massa dell’Iraq? Non le trovarono mai perche non c’erano e ancora oggi si continua a morire a migliaia in Iraq.

   Inoltre, a quale risultato porterebbe qualche giorno di bombardamento? La fine del regime? La fine della guerra? Assolutamente no! Porterebbe soltanto ulteriore morte e distruzione in Siria e soprattutto al rischio di deflagrazione dell’intera regione e del mondo arabo. L’odio verso l’Occidente aumenterebbe ancora e i segnali di ripresa che si stanno intravedendo sparirebbero. In questi giorni, qui in Palestina, tutti gli investimenti si stanno praticamente bloccando. C’è qualcuno che deliberatamente vuole mettere una parola fine alla Primavera araba e vorrebbe spostare la macchina del tempo addirittura verso un interminabile inverno.

   Il ruolo dell’Italia? Il ragionamento fatto fin qui non può terminare senza prendere in considerazione il ruolo del nostro Paese. Un ruolo da protagonista dell’Italia sulla scena internazionale, soprattutto come “soft power”, darebbe ossigeno al nostro sistema produttivo e alle nostre Imprese e questo non viene capito dai politici e da molte forze politiche e non viene percepito dall’opinione pubblica e dai cittadini italiani.

   Ma se c’è una area o regione del mondo in cui non possiamo proprio permetterci una “assenza” è proprio il Mediterraneo. Questo per una serie interminabili di ragioni, tra le quali spiccano quelle geografiche, storiche, commerciali, culturali. Se non siamo protagonisti nel cosiddetto “Mare Nostrum” dove lo saremo mai?

   La politica estera italiana, dallo Stato unitario in avanti, ha avuto solo due direttrici chiare: la prima con De Gasperi nel secondo dopoguerra, con il posizionamento “atlantico” e la spinta verso la nascita dell’Europa unita, la seconda con Andreotti e Craxi negli anni 70 e 80 con la grande attenzione al mondo arabo.

   L’Italia aveva fatto una scelta e su quella scelta ha basato di conseguenza la sua politica estera nel bacino del mediterraneo assurgendo a un ruolo sicuramente importante, a volte anche in drammatico contrasto con gli Stati Uniti, nostri alleati nella NATO e non solo.

   Dove è quella Italia che sapeva farsi rispettare anche senza usare le armi? Da circa vent’anni siamo spariti anche dal Mediterraneo ed il mondo arabo ci considera dei semplici vassalli degli americani. Il nostro Paese non si può permettere questo (come tante altre cose) e già in questi giorni sarebbe bene vedere una inversione di tendenza.

   L’Italia deve far capire agli alleati che nel Mediterraneo ci sono i nostri interessi e la nostra sicurezza nazionale. Non si vuole per nulla sottovalutare la presenza e l’uso delle armi chimiche in Siria, ma invece dei bombardamenti, che renderebbe la situazione ancora più delicata e complessa, per non dire pericolosa, adoperare una forte pressione politica e diplomatica fin qui assente.

   Questo è un ruolo che compete assolutamente all’Italia in tutte le opportune sedi, sia a livello bilaterale che multilaterale. Infine, scherzando ma non troppo, potremmo sempre dire ai nostri alleati americani di fare gli elefanti “in their as evoca”, cioè nel giardino di casa loro. (Antonio Raimondi)

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BONINO, VERONESI E IL GRAN MUFTÌ DI SIRIA ECCO IL POPOLO DEI “DIGIUNATORI” DI FRANCESCO
di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 3/9/2013
CITTÀ DEL VATICANO — Tutti con Francesco nel digiuno contro la guerra. Che il nuovo Papa stia rivelando doti non solo di guida spirituale, ma anche stoffa da leader internazionale, sembrano dimostrarlo le reazioni suscitate dal suo appello lanciato domenica.

   Sono infatti molti oggi, e da più parti del mondo, a schierarsi con Francesco nel protestare contro la possibilità di un conflitto in Siria, astenendosi dal cibo come gesto concreto per evitare lo scontro. E il Pontefice «venuto dalla fine del mondo» finisce per trovare consenso non solo tra le file amiche, ma pure in quelle di altri credi religiosi, e anche tra i laici.
Come il ministro degli Esteri Emma Bonino. Ai giornalisti che le chiedevano ieri se avrebbe partecipato al digiuno indetto da Bergoglio per sabato prossimo, pur precisando che non si unirà nella preghiera in quanto “laica”, la titolare della Farnesina ha risposto: «È probabile».

   Tra coloro pronti ad affiancare il Papa nel suo proposito di astensione dal cibo c’è Umberto Veronesi. Il grande chirurgo ha esteso l’invito a digiunare ai membri del movimento Science for Peace, di cui è presidente e fondatore, e che annovera tra i suoi sostenitori 21 Premi Nobel. Veronesi ritiene che questa iniziativa sia uno strumento importante di promozione della pace, un punto di incontro fra scienza e pensiero evangelico. «Le parole del Papa — rileva l’oncologo — confermano che la natura dell’uomo è incline alla solidarietà e l’aiuto reciproco, e la violenza in ogni sua espressione è la reazione a situazioni avverse, prima di tutto alla violenza».
Fra i nomi di prima fila anche quello di don Luigi Ciotti: «L’inerzia sarebbe segno di viltà e indifferenza — si legge in una nota diramata dal fondatore del Gruppo Abele e di Libera — . Ma l’uso delle armi — ce lo insegna la storia, ce lo insegnano le tragedie recenti dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia — non solo non risolve il male, ma lo aggrava.

   La crisi economica che provoca sofferenza in tante aree del mondo, implica anche sul piano costruzione dei diritti una nuova etica, un nuovo coraggio, una più radicale affermazione della dignità e libertà umane. E chiede soprattutto alla politica di riscoprire la sua forza, che non può essere quella delle bombe, ma deve essere quella della ragione, del dialogo, del negoziato».
L’appello fatto da Francesco ha raccolto adepti anche su altri fronti di fede. Il Gran Muftì di Siria, Hassoun, leader spirituale dell’Islam sunnita a Damasco, si è detto «profondamente colpito dall’appello di Papa Francesco». E ha espresso il desiderio di essere presente alla veglia di preghiera davanti al colonnato vaticano. Hassoun è considerato da molti osservatori come un gigante, nel senso umano e religioso, malgrado le posizioni nazionaliste e l’investitura ufficiale del regime. In linea con lo spirito della Siria ulti confessionale, è un sunnita che forse più di tutti nel mondo arabo si è impegnato nello stabilire una vera “comunione” — ben più che un semplice dialogo, dunque — fra le varie religioni. Con il Papa anche patriarchi e leader cristiano ortodossi.
L’arco cattolico si è poi dimostrato compatto nell’accogliere, in maniera entusiastica, l’iniziativa di Francesco: dalla Comunità di Sant’Egidio ai Francescani di Assisi, da CL all’Azione cattolica, alla Caritas. Ma anche movimenti di non credenti, come l’associazione “Art. 21” e la “Tavola della pace”. Tutti concordi nel rilevare la «grande forza» e «il coraggio» con cui Francesco ha rotto «il silenzio e l’inazione generale che da lungo tempo circonda questa tragedia».

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LA QUESTIONE LIBANESE, LA PROSSIMA GUERRA CIVILE?

di Ugo Tramballi, da “Il Sole 24ore” del 24/8/2013

   Lentamente, giorno per giorno e con un numero crescente di provocazioni e di vittime, il Libano sta scivolando nel cratere del vulcano siriano. Immagine in sedicesimo delle stesse divisioni settarie, in Libano cambiano solo le percentuali demografiche: ci sono più cristiani, sciiti e sunniti sostanzialmente si equivalgono.

   E’ uno straordinario miracolo che non sia già un campo di battaglia del conflitto siriano, senza separazioni di confine. Con la partecipazione diretta di Hezbollah sciita a favore del regime di Bashar Assad, come fosse un esercito nazionale e non la milizia di un partito; con l’infiltrazione nella comunità sunnita di movimenti armati sempre più radicali e qaidisti; le centinaia di migliaia di nuovi profughi siriani che cambiano pericolosamente gli equilibri demografici e politici del Libano; e i campi palestinesi dove altre centinaia di migliaia di profughi più antichi, praticamente cronici e senza futuro, sono pronti ad essere usati per i disegni di altri. L’esplosione del Libano sembra imminente. E se accadrà, sarà devastante: molto più dei 15 anni di guerra civile fra il 1975 e il 1990.

   La Siria tuttavia non è la causa ma solo il grilletto di una pistola carica da sempre. Le divisioni e le tensioni libanesi esistono da prima che la Siria esplodesse. Covano dal giorno del 1990 in cui finì la guerra civile di allora. Il Paese era distrutto e prostrato dopo 15 anni di lotta, ma non unito. Non lo è mai stato se non al punto da creare quel minimo di istituzioni e strutture necessarie per condurre uno Stato.

Aiutato dalla Siria e dall’Iran, Hezbollah ha costruito senza che nessuno lo potesse impedire un esercito nell’esercito e uno stato nello stato: con obiettivi diversi da quelli del resto del Libano e un’agenda geopolitica da piccola potenza regionale. Dopo la morte di Rafik Hariri, ucciso dai siriani – mandanti o diretti esecutori di tutti gli omicidi politici in Libano – la comunità sunnita non ha più un leader e si è divisa in pericolose milizie radicali.
Anche i cristiani sono separati fra loro, come sempre. Alcuni parteggiano per gli sciiti, altri per i sunniti. Ma di questo nuovo conflitto sono principalmente osservatori passivi: prima o poi saranno costretti a partecipare ma contro la loro volontà. I drusi e le altre minoranze religiose annusano l’aria e cercano di capire chi siano i più forti per farseli alleati e sopravvivere.
Ogni partito libanese al quale corrisponde una comunità settaria, ha un padrino straniero, anzi due: uno regionale e uno internazionale. I sunniti hanno l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti; gli sciiti la Siria, l’Iran e i russi che partecipano solo perché gli Usa sostengono gli altri. Ed è considerato normale, non un tradimento alla nazione inesistente, che i partiti libanesi facciano prevalere gli interessi dei loro padrini stranieri su quelli dello Stato libanese.

Se ancora non hanno ricominciato a uccidersi alla luce del sole, è solo perché i libanesi hanno ancora la memoria di ciò che fu la loro guerra civile. Ma il ricordo si stempera, non riesce a prevalere sugli interessi del momento. E una nuova generazione, che non ha memoria di quella tragedia di 23 anni fa, è pronta a combattere.
Se accadrà, sarà principalmente una guerra fra musulmani sciiti e musulmani e sunniti. Non ci saranno più una Beirut Ovest e una Beirut Est che in qualche modo dava un ordine geografico alla guerra civile di allora. Nella grande e un tempo bellissima città, sciiti e sunniti vivo nello stesso quartiere, la stessa strada, il medesimo condominio. E alle divisioni ideologiche di allora – musulmani contro cristiani significava in realtà sinistre contro destre – si sostituirà la brutalità assoluta di una guerra santa.

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L’intervista
“NON SIAMO GLI SCERIFFI DEL MONDO L’AMERICA È STANCA DELLA GUERRA”
– Lo scrittore liberal PAUL AUSTER: ma capisco il tormento di Obama –
di Antonio Monda, DA “LA Repubblica” del 3/9/2013
NEW YORK — Paul Auster vive con angoscia l’intenzione di Obama di attaccare la Siria, e segue giornalmente l’evoluzione di una situazione ancora molto incerta, nella quale sembra che ogni soluzione possa portare elementi negativi e anche tragici. «Non avrei mai pensato di vivere nuovamente, una situazione del genere» racconta con tono amaro e disilluso. «Sembra che l’America, e con essa il mondo intero, sia condannato alla violenza».
Come si sente un liberal di fronte ad un presidente democratico che scatena la guerra?
«Mi sento male, e vivo questo momento con grande disagio. Capisco l’angoscia del presidente ».
Ritiene che Obama sia titubante o ragionevole?
«Mi sembra tormentato. Io personalmente sono fermamente contrario, ma voglio dire che quella di Obama non è una vera dichiarazione di guerra. Non capisco dove possa portare un conflitto di questo tipo, se non a nuove tragedie. Non mi sfuggono gli elementi coinvolti in questa situazione: le stragi di civili, la repressione, la dittatura, gli interessi e le pressioni opposte di Iran e Israele».
Obama è anche premio Nobel per la pace…
«Questo è il mondo in cui viviamo: anche chi è animato da buone intenzioni, una volta che assume ruoli di questa responsabilità, deve prendere decisioni tragiche e violente. La situazione generale è assolutamente precaria, e ogni giorno più rischiosa: non mi sento di attaccarlo».
Non si tratta della prima scelta in questa direzione: ha bombardato la Libia senza voto del Congresso, per prevenire un massacro di civili. E poi, con i droni, il Pakistan, la Somalia e lo Yemen.
«Questa ovviamente è una tragedia, e spero che proprio queste esperienze possano convincerlo a rinunciare ad attaccare, anche se ci sono molti elementi che invocano risposta e fanno capire che in Siria la situazione è tragica».
Kerry ha paragonato Assad a Hitler, ma, paradossalmente, per tutte le logiche implicazioni fa maggiore impressione il paragone con Saddam.
«È un altro elemento che mi ha riempito di angoscia, e non mi sfuggono le implicazioni logiche. Credo tuttavia che al di là della retorica politica, utilizzata per convincere il Congresso e l’opinione pubblica, il motivo di quel paragone sia dovuto all’uso dei gas, utilizzati in passato da Saddam. E per quanto riguarda Hitler, i as evocano i campi di sterminio. Detto ciò, c’è da riflettere sul fatto che uccidere con bombe o fucili non è moralmente meno grave che utilizzare i gas».
L’America sembra sola: Bush aveva con sé la “coalizione dei volenterosi”, Obama ha solo la Francia, l’Australia e la Turchia.
«L’America è stanca della guerra, e il mondo rischia di stancarsi dell’America. Aggiungo che, considerato quello che è successo nel Parlamento inglese, anche la Gran Bretagna appare stanca e disillusa».
(….)

La risoluzione per l’intervento in Iraq fu approvata dal 61% dei Democratici della Camera e dal 58% al Senato. Tra i sì ci furono Clinton e Kerry.
«Il mondo politico, nei momenti tragici, tende a stringersi attorno al comandante in capo: anche i presidenti più discussi o odiati, ricevono applausi ad esempio nel giorno del discorso allo Stato dell’Unione. Credo che la votazione del Congresso mostrerà molti voti trasversali, con democratici a favore della guerra e repubblicani contro. Gli interessi lotteranno, come sempre, con gli ideali».
In cosa differisce la guerra di Obama da quella di Bush?
«Continuo a pensare che questa non sia ancora guerra, e spero non lo sarà mai, ma in Siria sono morte decine di migliaia di persone e l’attacco con il gas di pochi giorni fa ha fatto strage di civili e anche di bambini: si tratta di una vera guerra civile. All’epoca di Bush, in Iraq, la situazione era estremamente diversa, e il presidente sabotò le prove dell’esistenza di armi di sterminio».
Rimane il fatto che il presidente che doveva cambiare atteggiamento riguardo al Medio Oriente, oggi continua a bombardare.
«È una situazione tragica, degenerata, dal quale è quasi impossibile uscire senza far danni. Non me la sento di esprimere un giudizio politico, ma solo un auspicio».
Qual è la sua opinione riguardo al concetto degli americani poliziotti del mondo?
«Si tratta di un’enorme questione morale. Da quando ero giovane ho visto il mio paese andare in guerra in posti non doveva andare: il Vietnam, Grenada, l’Iraq. Mi chiedo anche se sia stato giusto intervenire in Kosovo, e in ognuno di questi casi mi sono sempre opposto con forza. Tuttavia, ritornando a quello che mi chiedeva prima, esistono dei casi in cui il problema etico esige una risposta: penso ad esempio al Ruanda. Qual è il limite oltre il quale l’intervento umanitario diventa abuso e sopruso?».

In foto: componenti delle forze ribelli impegnati a pulire i loro AK-47. (Foto: VOA News su Wikicommons) (DA www.rivistaeuropae.eu)
In foto: componenti delle forze ribelli impegnati a pulire i loro AK-47. (Foto: VOA News su Wikicommons) (DA http://www.rivistaeuropae.eu)

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APPELLO AI RAGAZZI D’EUROPA

di Daniel Cohn-Bendit e Felix Marquardt, da “La Repubblica” del 4/9/2013

   C’E’ UN segreto molto ben custodito dai politici nazionali che dobbiamo smascherare nelle elezioni europee delprossirno anno: lo Stato-Nazione, da loro visto come fattore essenziale della governance moderna, sta diventando una struttura politica obsoleta. Questo è particolarmente vero per i paesi europei. Negli ultimi anni l`Europa è vissuta in perpetuacrisiestaoraassistendo al dramma diunagenerazione costretta a vivere al di sotto degli standard di cui ha potuto beneficiare la generazione precedente.

   La gioventù europea si trova di fronte a un bivio: accelerare il processo che porta alla completa integrazione o prolungare la lenta deriva verso l`irrilevanza. Eppure rispetto alla pericolosità della situazione, la proposta più ambiziosa è quella di far svolgere le elezioni lo stesso giorno in tutti i paesi dell`Unione e di eleggere con votazione diretta il presidente della Commissione Europea. Siamo ben lontani dal Big Bang di cui l`Europa avrebbe bisogno.

   I tempi sono maturi per un movimento di base, transnazionale, transgenerazionale e non ideologico, che sia in grado di guidare l`integrazione europeaverso un livello superiore. Abbiamo bisogno delle tecniche di mobilitazione adottate a Tahrir, Taksim, Rio e San Paolo e di imparare la lezione di Obama sull`uso del crowdfunding per raccogliere le risorse finanziarie necessarie per le campagne elettorali. E prima di formare un partito, dovremmo ripercorrere le storie che hanno avuto successo in Europa per ispirare la nostra futura linea.

   Lasciamo che i finlandesi ci svelino il segreto del loro sistema educativo; i francesi quello dell`assistenza sanitaria; i tedeschi del lavoro flessibile e della promozione di piccole e medie imprese di successo; gli svedesi dell`uguaglianza di genere; gli italiani della qualità del prodotto e della valorizzazione delle specificità regionali. Ora come ora i paesi europei continuano ad adagiarsi su alcuni status symbol, frutto dell`eredità del vecchio mondo. Vantiamo un passato glorioso e monumenti meravigliosi, e rimaniamo modelli invidiati di cultura, moda e gastronomia, continuando ad attrarre un numero sempre maggiore di turisti da ogni parte del mondo, anno dopo anno.

   Ad ogni modo, gli status symbol del Vecchio Mondo ed i turisti non salveranno l`Europa. Salveranno forse Parigi, Berlino, Roma, e Londra, così come forse salveranno, la Valle della Loira, la Baviera, la Toscana e l`Oxfordshire. Ma nel resto dell`Europa, fuori da queste capitali-musei e campagne ricche di storia, la situazione tenderà sempre più al disastro. Disoccupazione cronica, recessione e invecchiamento delle popolazioni diverranno le sole attrazioni.

   I nostri Governi e Parlamenti non sono malintenzionati o incompetenti di fronte a questa sfida. Semplicemente non sono in grado dì comprendere la situazione politica attuale. È ingenuo aspettarsi che itradizionalileaderpolitici eletti alivello nazionale (in caricaper quattro o cinque anni) affrontino problemi come la scarsità di risorse, la deforestazione, la disoccupazione cronica, il riscal da i nento globale e l`esaurimento delle risorse ittiche, che sono di portata globale e la cui risoluzione richiederebbe inevitabilmente decenni.

   Le soluzioni di oggi a questi problemi devono necessariamente essere transnazionali, o non costituiranno per nulla soluzioni reali.

   Di certo non dobbiamo smettere di tifare per le nostre squadre del cuore; ma non facciamoci più abbindolare dalla chimera autocelebrativa dei nostri leader politici, per cui lo Stato-Nazione- in termini di politiche decisionali – sia ancora un mezzo consono ai nostri tempi.

   Piuttosto, sposiamo l`idea che molti di noi hanno già intuito: siamo all`alba di una nuova era post-nazionale, in cui gli Europei possono passare dall`essere gli ultimi della classe al rappresentarne i suoi elementi più promettenti.

   Se così non fosse, l`Europa rischierebbe dì diventare ciò per cui ha sempre deriso gli Stati Uniti: un paese con i migliori ospedali e milioni di persone senza assicurazione sanitaria; con tecnologie tra le più avanzate al mondo e moltitudini senza possibilità di accedervi; con universitàdiprima classe magenerazioni ancorate ad una ristrettavisione del mondo da parte del loro paese.

   Dobbiamo essere consapevoli di ciò che il resto del mondo ha già riconosciuto: che possiamo essere Europei sul palcoscenico mondiale. Noi siamo, paradossalmente, gli unici a mettere ancora in dubbio il nostro stesso progetto politico. Ci lamentiamo che l`Europa sia solo un concetto astratto peri suoi cittadini, ma non abbiamo ancora approvato le leggi necessarie per creare un passaporto europeo degno di questo nome, né una struttura adeguata che consenta ad ogni europeo di abbracciare veramente il progetto Ue.

   C`è un vecchio detto ebraico che recita: “Se avete solo due alternative, allora scegliete la terza”. Il punto non è quello di sostituire le gerontocrazie dell`Europa con una dittatura dei giovani. Questo movimento deve essere portato avanti da tutti coloro che, indipendentemente dalla loro età, sono concordi nel ritenere che è necessario attuare un grande cambiamento di potere intergenerazionale. Abbiamo bisogno che giovani e meno giovani lavorino insieme, in nuovi modi, per ridurre il debito che stiamo accumulando e che verrà pagato dai nostri figli. Nati in tempi di austerità, i giovani europei sono maggiormente motivati e quindi meglio attrezzati rispetto alle generazioni precedenti per avviare la ridtizione del debito. Sono cresciuti trai tagli di bilancio e sono nativi digitali. Al contrario dei nostri leader di oggi, sono più facilmente adattabili al sempre più rapido ritmo di cambiamento dei nostri tempi. Il loro istinto li porta a scoprire i metodi più innovativi e produttivi per raggiungere i loro obiettivi.

   Nelle democrazie, la politica ha sempre agito in funzione dell`equilibrio tra ciò che le persone sperano di ottenere e ciò che effettivamente ottengono. Ma in Europa sono diventate troppo elevate le aspettative di ogni nazione e troppo scarsa la realizzazione di risultati tangibili. Invece di discutere su quali siano le linee politiche preferibili, abbiamo bisogno di un impegno pan-europeo che determini le migliori performance in ogni campo e favorisca la loro implementazione in tutto il continente. In che cosa ogni paese si esprime al meglio? Quali stimati modelli sono esportabili? In che modo possiamo sfruttare la messa in comune, in tutte le nazioni europee, di esperienze, risorse e soluzioni già sperimentate?

   L`Europa non verrà cambiata attraverso le elezioni europee dél 2014. L`Europa cambierà solo quando i futuri politici europeisti concorderanno nel trasferire davvero alle istituzioni europee il potere che meritano.

   Facciamo capire ai nostri politiciche non siamo più disposti a comprare il loro bluff nazionalista e che non condividiamo la loro stessa paura di cadere nell`irrilevanza se conferiamo alle istituzioni europee, come la Commissione ed il Parlamento, il posto e il potere che meritano. (Daniel Cohn-Bendit e Felix Marquardt)

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