ROBOT e RIVOLUZIONE DIGITALE: il CAMBIO EPOCALE che mette ancora più in crisi i rapporti originari tra PERSONE, TERRITORI, (FINE DEL) LAVORO – La risposta nella NUOVA PARTECIPAZIONE alla gestione virtuosa dei LUOGHI DI VITA (urbani e non), e a un rinnovato rapporto di rispetto della natura, di responsabili consumi personali, di processi produttivi che creino nuova occupazione

BAXTER: BUON SENSO ED ADATTABILITÀ - A detta di tutti BAXTER È UNO DEI DIPENDENTI PIÙ AFFIDABILI DELLA SUA AZIENDA, usa il buon senso nel fare il suo lavoro e lavora bene con gli altri, nulla di strano fin qui, se non fosse che il BAXTER di cui stiamo parlando È UN ROBOT. Per la precisione, i robot della serie Baxter sono una nuova linea di androidi che hanno UN COMPORTAMENTO BASATO SUL BUON SENSO, IMPIEGATI NEI SITI DI PRODUZIONE COME ad esempio potrebbero essere LE CATENE DI MONTAGGIO.   Sviluppato dalla RETHINK ROBOTICS (UN AZIENDA DI ROBOTICA DI  BOSTON), Baxter SI ADATTA automaticamente AI CAMBIAMENTI AMBIENTALI attraverso le telecamere, sensori e software che consentono di vedere oggetti, sentire le forze e capire così i compiti. Per questi motivi, l’azienda dichiara che un robot Baxter può tranquillamente lavorare fianco degli umani. Può anche essere addestrato come una persona, è in grado di destreggiarsi in più attività e impararne una nuova in meno di 30 minuti. (dal sito http://ziogeek.com/ )
BAXTER: BUON SENSO ED ADATTABILITÀ – A detta di tutti BAXTER È UNO DEI DIPENDENTI PIÙ AFFIDABILI DELLA SUA AZIENDA, usa il buon senso nel fare il suo lavoro e lavora bene con gli altri, nulla di strano fin qui, se non fosse che il BAXTER di cui stiamo parlando È UN ROBOT. Per la precisione, i robot della serie Baxter sono una nuova linea di androidi che hanno UN COMPORTAMENTO BASATO SUL BUON SENSO, IMPIEGATI NEI SITI DI PRODUZIONE COME ad esempio potrebbero essere LE CATENE DI MONTAGGIO. Sviluppato dalla RETHINK ROBOTICS (UN AZIENDA DI ROBOTICA DI BOSTON), Baxter SI ADATTA automaticamente AI CAMBIAMENTI AMBIENTALI attraverso le telecamere, sensori e software che consentono di vedere oggetti, sentire le forze e capire così i compiti. Per questi motivi, l’azienda dichiara che un robot Baxter può tranquillamente lavorare fianco degli umani. Può anche essere addestrato come una persona, è in grado di destreggiarsi in più attività e impararne una nuova in meno di 30 minuti. (dal sito http://ziogeek.com/ )

BAXTER non è enorme e ingombrante: pesa 75 chili, quanto un uomo normale. Ed è abbastanza lento e misurato nei movimenti, da non rappresentare un pericolo, almeno fisico. Eppure, attenta alla nostra vita. Costa 22 mila dollari, a scendere, l’ equivalente di un anno di salario. Ma, per quei soldi, lui ne lavora dieci. (Maurizio Ricci)

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   Premesso che da decenni si parla di “fine del lavoro”, che questa tendenza è sì data, come ne parliamo in questo post, dai processi sempre più accelerati di robotizzazione e dalla rivoluzione digitale in corso, ma non dobbiamo dimenticare che la disoccupazione (almeno nei paesi a economia e benessere consolidato, come l’Europa, gli Stati Uniti…) è in primis originata da eventi connessi alla globalizzazione dei mercati (nuovi soggetti “ex poveri” entrati attivamente nell’economia mondiale) e pure dalla crisi finanziaria e speculativa (denaro che genera denaro senza un’economia reale…) che ha sconvolto molti Paesi “ricchi” dal 2008 in poi (con inizio il fallimento “Lemman Brother”).

   Ma tutti gli studiosi dicono che il calo del lavoro potrà essere ancora più forte nei prossimi anni. Il mondo del lavoro andrà incontro a dei cambiamenti mai visti in precedenza. La tecnologia sta galoppando, e quel che si nota è che gli aumenti di produttività e gli incrementi di benessere non vengono più “recepiti”, acquisiti (pur indirettamente) da tutta o maggior parte della società: il progresso tecnologico sta facendo scomparire diverse tipologie di lavoro, aggravando la situazione economica di una fetta consistente di lavoratori.

L'AUTO DI GOOGLE (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA) - UNA MACCHINA CHE SI GUIDA DA SOLA, grazie alla tecnologia GOOGLE. Questa 'SELF DRIVING CARS', ha già percorso almeno 140mila miglia su strade pubbliche, nello Stato della California, evitando ogni ostacolo grazie a un SISTEMA INTEGRATO FORMATO DA VIDEOCAMERE, SENSORI RADAR E NAVIGATORI in grado di controllare costantemente il percorso della vettura. Tutti ovviamente COORDINATI DA UN COMPUTER A BORDO. Secondo il New York Times, l'automobilista, o sarebbe meglio parlare di passeggero, si siede normalmente al suo posto ed è comunque in grado di prendere il controllo della manovra in ogni momento (da IL MESSAGGERO)
L’AUTO DI GOOGLE (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – UNA MACCHINA CHE SI GUIDA DA SOLA, grazie alla tecnologia GOOGLE. Questa ‘SELF DRIVING CARS’, ha già percorso almeno 140mila miglia su strade pubbliche, nello Stato della California, evitando ogni ostacolo grazie a un SISTEMA INTEGRATO FORMATO DA VIDEOCAMERE, SENSORI RADAR E NAVIGATORI in grado di controllare costantemente il percorso della vettura. Tutti ovviamente COORDINATI DA UN COMPUTER A BORDO. Secondo il New York Times, l’automobilista, o sarebbe meglio parlare di passeggero, si siede normalmente al suo posto ed è comunque in grado di prendere il controllo della manovra in ogni momento (da IL MESSAGGERO)

   Pertanto la tecnologia in grado di rendere più sicuri, semplici e produttivi i processi produttivi, diminuisce allo stesso tempo la domanda di lavoro umano e molte occupazioni (non solo nel manifatturiero, nelle fabbriche, ma anche nei servizi, di assistenza o lavori impiegatizi…) stanno lentamente ma inesorabilmente scomparendo.

   Serve pertanto “attrezzarsi” per queste nuove eventualità, capire come cambiare (e possibilmente approfittare del cambiamento per “andare meglio”). Facciamo qui una nostra succinta nota di cambiamenti da acquisire, di proposte… da cose che abbiamo letto (anche negli articoli di seguito riportati in questo post).

Gli italiani, nel futuro, vorrebbero UN PAESE CHE SIA RISPETTOSO DELL’AMBIENTE, INNOVATIVO, MA ANCHE INTERNAZIONALE. E’ quanto emerge da un’INDAGINE “LaSt” condotta PER IL QUOTIDIANO LA STAMPA. Dal sondaggio emerge anche un senso di SPAESAMENTO degli italiani che si ritrovano con punti di riferimento sempre più labili. Ciò porta a UN CAMBIAMENTO DELLE MAPPE CULTURALI (Foto Stefano Montesi_Buenavista_ da la stampa del 6/5/ 2013)
Gli italiani, nel futuro, vorrebbero UN PAESE CHE SIA RISPETTOSO DELL’AMBIENTE, INNOVATIVO, MA ANCHE INTERNAZIONALE. E’ quanto emerge da un’INDAGINE “LaSt” condotta PER IL QUOTIDIANO LA STAMPA. Dal sondaggio emerge anche un senso di SPAESAMENTO degli italiani che si ritrovano con punti di riferimento sempre più labili. Ciò porta a UN CAMBIAMENTO DELLE MAPPE CULTURALI (Foto Stefano Montesi_Buenavista_ da la stampa del 6/5/ 2013)

1. Le prove della minaccia che le tecnologie digitali rappresentano per il versante occupazionale sono sotto gli occhi di tutti. Allora andranno bene, saranno garantiti solo I “NUOVI LAVORI”, che non sono altro che i lavori di sempre (artigianali, professionali… di abilità individuale cui ciascuno in un modo o in un altro può essere dotato…); lavori di sempre però opportunamente adeguati ai nuovi contesti tecnologici: I «NUOVI ARTIGIANI», come li definisce l’economista di Harvard Lawrence F. Katz sono nient’altro che carpentieri, elettricisti, autoriparatori, etc…. Poi ADDETTI ALL’ASSISTENZA e ALL’INSEGNAMENTO, come terapisti, allenatori, personale medico di medio livello, insegnanti… il cui lavoro non verrà sostituito, ma potenziato dalla tecnologia. Purché SAPPIANO CAPIRE DA CHE PARTE TIRA IL VENTO, e apprendano in fretta le nuove abilità necessarie a dialogare con le macchine.

2. Si avverte la necessità (cui noi geografi crediamo essenziale) di TORNARE A RAPPORTARSI AI TERRITORI DI VITA, però ridefinendoli (capire che son cambiati, per questo insistiamo qui sulla revisione-ridefinizione degli enti territoriali come i comuni,  le province, le regioni, nuove città e macro-regioni che dobbiamo inventare – che già ci sono! Ma nessuno le vuol vedere…- per sostituire quelle esistenti, che di fatto “non esistono più”, sono obsolete, superate…).

3. Serve vera PARTECIPAZIONE e DEMOCRAZIA nei processi decisionali: sempre più, ci sembra, fasce di popolazione consistente sono estraniate dalle decisioni prese a vali livelli territoriali, decisioni che incidono nelle sorti loro, dei loro figli….Per questo il PROCESSO FEDERALISTA appare ancora uno dei pochi strumenti di decisione al “giusto livello” (la creazione di un parco nel quartiere lo decidono gli abitanti del quartiere; la soluzione dell’effetto serra necessita dell’autorità di un governo mondiale…).

4. Appare necessaria e auspicabile una RIDEFINIZIONE DEI BISOGNI e un ritorno a “sane abitudini di una volta” (non sprecare risorse; il CIBO dev’essere sano, genuino, buono, e non “cibo spazzatura” com’è spesso adesso; l’ACQUA non va sprecata e dev’essere garantita pulita, l’ENERGIA va scelta tra quella prodotta da fonti rinnovabili…); e su tutto questo interessante ci appare, per quel che riguarda l’alimentazione, la proposta agro-alimentare, locale e mondiale, del movimento “SLOW FOOD” (di cui spesso parliamo in questo blog). E pure interessanti appaiono le tesi e le proposte di DECRESCITA (di messa in discussione degli attuali parametri di valore del Prodotto Interno Lordo) teorizzate da filosofi come Serge Latouche, Maurizio Pallante…

5. Se la produttività concentrata in monopoli od oligopoli mondiali, nazionali… porta a grandissime ricchezze concentrate in poche mani, serve una vera politica di REDISTRIBUZIONE DELLA RICHEZZA, di tassazione di redditi abnormi (pur leciti) che si vanno formando: affinché il profitto acquisito per azioni verso la Comunità (offerta di consumi di beni), possa tornare in una certa consistente parte alla Comunità per garantire servizi pubblici.

6. Il RECUPERO TERRITORIALE dal degrado urbano e ambientale ora esistente e diffuso, deve vedere segnali concreti. Interessanti sono i progetti di RECUPERO DAL DEGRADO URBANO di luoghi ora abbandonati (ex industriali, capannoni, cave e discariche…; oppure di montagna o mezza montagna nei quali la popolazione se ne è andata qualche decina di anni fa e tutto è in abbandono…); e lo STOP ALLA CEMENTIFICAZIONE ci pare un segnale interessante…. Su questo tema si innesta la REVISIONE DI GRANDI PROGETTI DI OPERE PUBBLICHE che nel futuro serviranno a poco o a niente (viene in mente la TAV, il treno ad alta velocità, che lo si dovrà usare per il trasporto veloce delle merci, ma nessuno ci crede che questa sia una cosa interessante, e si va avanti per inerzia…) (sm)

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Uomini o macchine?

LA TECNOLOGIA VINCERÀ E L’UOMO TROVERÀ NUOVI LAVORI

di DAVID ROTMAN*  – 12/9/2013 – dal sito LINKIESTA (www.linkiesta.it/)

– Quale relazione fra automazione, produttività e occupazione? Viaggio nel laboratorio americano –

   Il suo eloquio calmo e articolato potrebbe relegare sullo sfondo le suggestive provocazioni intellettuali di Eric Brynjolfsson. Il professore della MIT Sloan School of Management e il suo collaboratore e coautore Andrew McAfee vanno sostenendo da un anno e mezzo che gli strabilianti progressi della tecnologia informatica – dalla robotica industriale ai servizi di traduzione automatica – sono i responsabili principali della deludente crescita economica degli ultimi 15 anni.

   Le prospettive per i lavoratori appaiono ancora più fosche, in quanto i due professori del MIT prevedono un futuro misero per una lunga lista di lavori con la progressiva adozione delle nuove tecnologie non solo nel comparto manifatturiero, nei servizi e nelle attività al dettaglio, ma anche nei settori legale, finanziario, educativo e medico.

   Che i robot, l’automazione e il software possano rimpiazzare chi lavora, soprattutto in alcuni campi, come la produzione di automobili o le agenzie di viaggio, non rappresenta una novità. Ma il ragionamento di Brynjolfsson e McAfee si spinge oltre. A loro parere, il rapido cambiamento tecnologico ha distrutto lavoro più velocemente di quanto ne abbia creato, contribuendo alla stagnazione dei redditi medi e alla crescita della diseguaglianza negli Stati Uniti. E qualcosa di simile sta accadendo in altri paesi  tecnologicamente avanzati.

   Secondo Brynjolfsson, la conferma più evidente di questa tendenza negativa deriva da un grafico molto amato dagli economisti. In economia, la produttività – la quantità di valore economico creato da un qualsiasi fattore produttivo, per esempio un’ora di lavoro – è un indicatore fondamentale della creazione di crescita e ricchezza. É una misura del progresso. Sul grafico di Brynjolfsson, due linee separate rappresentano la produttività e l’occupazione complessiva negli Stati Uniti. Per anni, dopo la Seconda Guerra mondiale, le due linee hanno proceduto affiancate, con incrementi dell’una che corrispondevano a incrementi dell’altra.

   Il meccanismo è chiaro: le aziende generano un surplus di valore dai loro dipendenti, il paese diventa nel complesso più ricco alimentando a spirale una maggiore crescita economica che crea nuovo lavoro. Ma, a cominciare dal Duemila, le due linee divergono. La produttività continua a salire senza sosta, mentre l’occupazione cala. Nel 2011, tra le due linee la distanza è visibilmente cresciuta, mostrando una profonda frattura tra i due movimenti, che Brynjolfsson e McAfee chiamano «il grande disaccoppiamento». Per i professori del MIT la tecnologia spiega sia la crescita della produttività, sia la sostanziale staticità della occupazione.

Nel grafico, l’andamento di produttività e occupazione negli Stati Uniti dal 1947 al 2013. (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
Nel grafico, l’andamento di produttività e occupazione negli Stati Uniti dal 1947 al 2013. (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Questa convinzione mette a dura prova la fede assoluta, condivisa da molti economisti, nel progresso tecnologico. Brynjolfsson e McAfee credono ancora che la tecnologia aumenti la produttività e incrementi il benessere delle società, ma mettono l’accento sul lato oscuro: il progresso tecnologico sta facendo scomparire diverse tipologie di lavoro, aggravando la situazione economica di una fetta consistente di lavoratori. Brynjolfsson mostra un secondo grafico in cui si vede che il reddito medio non riesce a crescere, anche se il prodotto interno lordo sale. «É il più grande paradosso della nostra epoca», spiega. «La produttività è a livelli record, l’innovazione procede con ritmi mai visti in precedenza, ma allo stesso tempo assistiamo a una caduta del reddito medio e dell’occupazione. Ciò accade a causa dei progressi tecnologici e della nostra incapacità di tenerne il passo».

   Brynjolfsson e McAfee non sono luddisti. Anzi, sono talvolta accusati di indulgere all’ottimismo quando si parla della rapidità e dell’estensione dei recenti progressi del mondo digitale. Brynjolfsson dice di avere intrapreso la stesura di Race Against the Machine, il libro del 2011 in cui i due autori affrontano questa tematica, per spiegare i vantaggi economici delle nuove tecnologie (Brynjolfsson aveva trascorso buona parte degli anni Novanta a dimostrare che la tecnologia dell’informazione incrementava i livelli di produttività). Ma sono arrivati alla conclusione che la stessa tecnologia in grado di rendere più sicuri, semplici e produttivi i lavori, diminuisce allo stesso tempo la domanda di lavoro umano.

   Le prove della minaccia che le tecnologie digitali rappresentano per il versante occupazionale sono sotto gli occhi di tutti. Ormai, da decenni, i robot e l’automazione avanzata sono la normalità in ambito produttivo. Negli Stati Uniti e in Cina, le nazioni a più alta presenza manifatturiera, l’occupazione nei diversi settori produttivi è diminuita rispetto al 1997, in parte per via dell’automazione. Le moderne fabbriche di automobili, molte delle quali trasformate dalla robotica industriale negli anni Ottanta, utilizzano di norma macchine che in piena autonomia saldano e verniciano componenti della carrozzeria; questi compiti in precedenza venivano svolti dall’uomo.

   Più di recente, robot industriali più flessibili e a buon mercato dei predecessori, come Baxter di Rethink Robotics (…), sono stati reclutati da piccole aziende di diversi settori per svolgere i lavori più semplici. Il sito Web di Industrial Perception, una start-up di Silicon Valley, diffonde un video di un robot che sposta le merci pesanti nei magazzini. Il quadro generale e i possibili sviluppi, per esempio l’automobile senza conducente di Google, offrono un’idea delle enormi prospettive di sviluppo dell’automazione.

   Un cambiamento meno radicale, ma con un impatto potenziale sull’occupazione ancora più serio, si sta verificando negli uffici e nel sistema dei servizi professionali. Tecnologie come il web e l’intelligenza artificiale, oltre a tecniche avanzate di analisi dei dati – tutti progressi resi possibili dalla crescente disponibilità di potenza di calcolo e di memoria a basso costo – stanno automatizzando compiti di routine. Molti lavori impiegatizi negli uffici postali e nei servizi ai clienti sono scomparsi.

   W. Brian Arthur, ricercatore ospite del laboratorio di sistemi intelligenti dello Xerox Palo Alto Research Center e professore di economia alla Stanford University, la definisce “economia autonoma”. É molto più insidiosa dell’idea che i robot e l’automazione svolgano lavori umani e, come dice Arthur, «coinvolge procedimenti digitali che comunicano con altri procedimenti digitali, creandone di nuovi», permettendo di fare le stesse cose con meno persone e di rendere sempre più obsoleto il lavoro umano.  Sono queste caratteristiche del mondo digitale, continua Arthur, che spiegano perché la produttività sia esplosa senza un corrispettivo aumento dell’occupazione, aggiungendo che «le versioni digitali dell’intelligenza umana» stanno rapidamente rimpiazzando anche quei lavori che si riteneva richiedessero la presenza dell’uomo. «Il mondo del lavoro andrà incontro a dei cambiamenti mai visti in precedenza».

   McAfee, vicedirettore del MIT Center for Digital Business alla Sloan School of Management, parla con entusiasmo misto a timore della macchina senza conducente di Google. Malgrado la sua fede nelle tecnologie, è preoccupato per la perdita di posti di lavoro. La pressione sull’occupazione e l’inevitabile accentuarsi delle diseguaglianze potrà solo peggiorare con lo sviluppo esponenziale delle tecnologie digitali, alimentate da capacità di elaborazione più avanzate: «Vorrei sbagliarmi, ma ho paura che, se le tecnologie digitali manterranno le loro promesse, il futuro di chi lavora sia a rischio».

UNA NUOVA ECONOMIA?

Queste nuove tecnologie sono effettivamente responsabili della sostanziale stagnazione dell’occupazione nell’ultimo decennio? Molti economisti del lavoro sostengono che i dati non permettono di raggiungere conclusioni definitive. Altre possibili ragioni, tra cui gli eventi connessi alla globalizzazione dei mercati e alle crisi finanziarie che hanno caratterizzato gli inizi e la fine dello scorso decennio potrebbero spiegare la relativa lentezza nella creazione di lavoro dalla fine dello scorso secolo.

   «Nessuno può dirlo con esattezza», dice Richard Freeman, un economista del lavoro della Harvard University. Questa situazione di incertezza si verifica perché è molto complesso isolare gli effetti della tecnologia dalle componenti macroeconomiche. Freeman rimane scettico sulla possibilità che il progresso tecnologico abbia modificato così rapidamente l’occupazione in diversi settori del mondo lavorativo.

   David Autor, un economista del MIT che ha approfondito i rapporti tra lavoro e tecnologia, condivide i dubbi di Freeman: «Si è verificata una grande flessione dell’occupazione a partire dal Duemila, ma non riusciamo a individuarne la causa». Inoltre, mette in dubbio che la produttività abbia subito un forte rialzo negli Stati Uniti nel decennio passato (gli economisti sono in disaccordo sulle statistiche perché ci sono diversi modi di misurare e valutare gli input e gli output economici). Se è nel giusto, si apre la possibilità che la mancata crescita occupazionale sia semplicemente il prodotto di una economia fiacca. L’improvviso rallentamento nella creazione di posti di lavoro «è un rompicapo, ma non esiste una prova definitiva che sia legato alla presenza dei computer».

   É un dato di fatto, dice Autor, che le tecnologie informatiche stanno cambiando la tipologia dei lavori disponibili e che queste trasformazioni non si muovono sempre nella direzione giusta. Almeno a partire dagli anni Ottanta, continua Autor, i computer si sono rivelati indispensabili nei reparti contabilità, nelle mansioni impiegatizie e nei lavori ripetitivi del settore manifatturiero, tutte attività che costituiscono fonte di reddito per la classe media. Allo stesso tempo, sono proliferati lavori più remunerativi che richiedevano creatività e capacità di risoluzione dei problemi, spesso con l’ausilio dei computer. Alta la richiesta anche di lavori non qualificati: addetti al ristorante, custodi, assistenti domiciliari e altre occupazioni nell’ambito dei servizi, impossibili da automatizzare.

   Tutto ciò, sostiene Autor, si è risolto in una “polarizzazione” della forza lavoro e uno “svuotamento” della classe media, come si è potuto verificare negli ultimi decenni in numerosi paesi industrializzati. Ma «è molto diverso affermare che la tecnologia abbia un’influenza determinante sull’occupazione complessiva», conclude Autor. «I lavori possono trasformarsi senza che ci siano necessariamente significative variazioni nei tassi di occupazione». Inoltre, anche se in questa fase le tecnologie digitali stanno frenando la creazione di posti di lavoro, la storia ci insegna che si tratta di uno shock passeggero, anche se doloroso; appena i lavoratori aggiorneranno le loro capacità e gli imprenditori creeranno opportunità di lavoro basate sulle nuove tecnologie, l’occupazione risalirà. Almeno finora è stato così.

IL PROBLEMA È SE LE TECNOLOGIE INFORMATICHE DI OGGI SI COMPORTERANNO IN MODO DIFFERENTE, CREANDO COLLATERALMENTE DISOCCUPAZIONE A LUNGO TERMINE.

Già dalla rivoluzione industriale all’inizio del XVIII secolo i progressi tecnologici hanno cambiato la natura del lavoro e ne fatto scomparire alcuni. Nel 1900, il 41 per cento degli Americani lavorava nel settore agricolo; nel 2000, si era scesi al 2 per cento. Alla fine della Seconda Guerra mondiale la percentuale di Americani occupati nei settori industriali si attestava al 30 per cento per scendere poi a circa il 10 per cento attuale, in gran parte a causa dell’automazione introdotta particolarmente nel corso degli anni Ottanta.

   Anche se questi cambiamenti hanno prodotto sofferenze per i lavoratori espulsi dal ciclo produttivo, Lawrence Katz, un economista di Harvard, sostiene che storicamente non è chiaro se le nuove tecnologie abbiano creato disoccupazione a lungo termine. Katz ha condotto ricerche approfondite sui rapporti tra progresso tecnologico e lavoro negli ultimi secoli, descrivendo per esempio come a metà dell’Ottocento abili artigiani siano stati sostituiti da lavoratori scarsamente qualificati nelle fabbriche. Anche se sono necessari decenni per acquisire le competenze necessarie per i nuovi lavori, spiega Katz, «nessuno viene espulso dal processo produttivo»: «Non si intravede una tendenza a lungo termine della disoccupazione. In realtà nel lungo periodo i tassi di occupazione rimangono relativamente stabili. Si è sempre riusciti a creare nuovo lavoro, nuove cose da fare».

   In ogni caso, Katz non scarta l’ipotesi che ci sia qualcosa di differente nelle tecnologie digitali di oggi, qualcosa che mette in discussione un’area molto più estesa di lavori. La questione nodale, a suo parere, è se rimane ancora valido l’insegnamento che arriva dalla storia dell’economia.

   La distruzione di posti di lavoro provocata dalla tecnologia sarà passeggera e creerà nuove forme di adattamento o ci troviamo di fronte all’avvento di uno scenario fantascientifico in cui l’automazione e i robot con capacità superumane estenderanno la loro influenza a livello globale? Anche se Katz ritiene che la storia ancora una volta prevarrà, non sottovaluta affatto la domanda: «Se la tecnologia è dirompente, chi può essere sicuro di cosa accadrà in futuro?». (David Rotman*Direttore dell’edizione americana di MIT Technology Review, su cui è apparso originariamente l’articolo)

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SOPRAVVIVERE AI ROBOT

di Maurizio Ricci, da “la Repubblica” del 21/8/2013

   In fondo al tunnel della crisi, ci aspetta il compagno Baxter. E c’ è poco da far festa. Rapido, efficiente, instancabile, Baxter non è enorme e ingombrante: pesa 75 chili, quanto un uomo normale. Ed è abbastanza lento e misurato nei movimenti, da non rappresentare un pericolo, almeno fisico. Eppure, attenta alla nostra vita. Costa 22 mila dollari, a scendere, l’ equivalente di un anno di salario. Ma, per quei soldi, lui ne lavora dieci.

   Non occorrono geni della finanza, su in consiglio di amministrazione, per fare due conti e decidere cosa converrà fare quando partirà la ripresa. Altro che compagno robot: Baxter ci sfilerà la sedia da sotto il sedere o la chiave inglese dalle mani. Anzi, in Italia non lo vediamo perché c’ è la recessione, ma, nel mondo, lo sta già facendo.

   Ci sono 1,4 milioni di robot al lavoro nell’auto e nell’elettronica globali. La Foxconn, l’azienda che assembla i gadget della Apple, si prepara a installarne un milione. Se l’America indica il futuro, Robert Shapiro, che ha lavorato con le amministrazioni Clinton e Obama, segnala il caso di un’ azienda in Alabama che, dal 2010, produce 300 mila freni in più l’anno, ma non ha assunto neanche un operaio.

   Non è un caso isolato: i due professori del Mit, autori di “Race Against the Machine”, sottolineano che, fra il 2000 e il 2010, l’ America non ha aggiunto neanche un posto di lavoro all’ occupazione totale. La crisi lo ribadisce: mai l’occupazione, negli Usa, si è ripresa così lentamente dopo una recessione e mai gli investimenti in software macchinari erano ripartiti così velocemente. Facile pensare che le due cose stiano insieme.

   La minaccia, peraltro, è universale. Anche la colf filippina o peruviana è sotto attacco. Willow Garage, un’azienda Usa, ha presentato un robot – chiamiamolo Jeeves – che piega la biancheria e versa la birra. A pensarci bene, potrebbe fare anche il portantino in ospedale. Insomma, milioni di posti di lavoro, pronti a svanire. L’ invasione degli ultracorpi due.

Un gruppo di ricercatore di FUJITSU (non potevano che essere GIAPPONESI!) ha ideato un particolare orsetto di peluche in grado di percepire le emozioni di chi lo possiede e di consolare il padrone in caso di necessità. L’orsetto, grazie ad una telecamera inserita nel naso, riesce a decifrare gesti ed espressioni facciali, a cui rispondere in 300 maniere diverse. Il peluche è stato ideato soprattutto per le persone anziane e per i bambini, che spesso, vengono “parcheggiati” davanti alla televisione. In caso di espressione triste, l’orsetto alza la mano in segno di saluto e sorride. In caso di vero e proprio pianto, è capace di passare il fazzoletto. I ricercatori che l’ hanno creato hanno così presentato l’orsetto: “Questo orsetto può diventare uno di famiglia (!?!?) e rappresenta un aiuto concreto per le persone in difficoltà. Per questo abbiamo cercato di programmare i suoi gesti all’insegna della spontaneità e della naturalezza”. Ora l’orsetto verrà testato in alcune case di riposo e di cura e se i test saranno positivi sarà subito messo sul mercato. (da Repubblica.it)
Un gruppo di ricercatore di FUJITSU (non potevano che essere GIAPPONESI!) ha ideato un particolare orsetto di peluche in grado di percepire le emozioni di chi lo possiede e di consolare il padrone in caso di necessità. L’orsetto, grazie ad una telecamera inserita nel naso, riesce a decifrare gesti ed espressioni facciali, a cui rispondere in 300 maniere diverse. Il peluche è stato ideato soprattutto per le persone anziane e per i bambini, che spesso, vengono “parcheggiati” davanti alla televisione. In caso di espressione triste, l’orsetto alza la mano in segno di saluto e sorride. In caso di vero e proprio pianto, è capace di passare il fazzoletto. I ricercatori che l’ hanno creato hanno così presentato l’orsetto: “Questo orsetto può diventare uno di famiglia (!?!?) e rappresenta un aiuto concreto per le persone in difficoltà. Per questo abbiamo cercato di programmare i suoi gesti all’insegna della spontaneità e della naturalezza”.
Ora l’orsetto verrà testato in alcune case di riposo e di cura e se i test saranno positivi sarà subito messo sul mercato. (da Repubblica.it)

   Come salvarsi? Copiando i film di fantascienza: sfruttare le debolezze del nemico e, insieme, i propri vantaggi. Due professori americani, Richard Murmane (Harvard) e Frank Levy (Mit), spiegano come, in uno studio (“Dancing with Robots”) che può anche essere letto come un prontuario di autodifesa. Si comincia con la ricognizione delle forze in campo. I robot (o, più in generale, i computer) sono «veloci, accurati, ma piuttosto rigidi». Uomini e donne sono «lenti, sbagliano spesso, ma sono molto flessibili». Questa distinzione si riflette sul mercato del lavoro.

   Negli ultimi trent’ anni, si è drasticamente ridotto il personale amministrativo, quello addetto alla produzione e alle riparazioni, in generale il numero di coloro che operano alle macchine. E’ invece aumentato il numero dei manager, dei tecnici, dei professionisti (i “creativi”), ma anche quello di chi svolge un lavoro fisico che, però, non sia di routine. I computer, dicono, infatti, Levy e Murmane, «hanno cambiato i lavori disponibili, le competenze che richiedono, i salari che pagano», ma non hanno fatto terra bruciata. Hanno colpito al centro della scala sociale, i lavori delle classi medie, risparmiando in alto e in basso.

   Perché la differenza cruciale non la fa il livello di qualificazione, ma il tipo di lavoro. Le previsioni del governo americano ne sono lo specchio: entro il 2020, l’occupazione Usa crescerà, mediamente, del 14,3 per cento. Ma, a crescere più della media, sarà, naturalmente, l’informatica, ma anche l’edilizia, i servizi sociali e, soprattutto, tutto ciò che riguarda la sanità, in particolare l’assistenza (oltre il 34 per cento di addetti in più).

   Ne risultano come delle regole d’ingaggio, grazie alle quali sottrarsi alla concorrenza di Baxter e dei suoi simili. Regola numero uno: scegliere lavori non strutturati. I robot lavorano bene secondo regole predefinite, in situazioni codificate, in cui possono compiere scelte fra alternative anche molto numerose, ma previste. Le situazioni non strutturate sono, invece, quelle in cui, anzitutto, bisogna cominciare a raccapezzarsi e i comportamenti vanno inventati lì per lì.

   Il designer crea dal nulla, ma anche l’assistente sociale affronta, ogni minuto, una situazione diversa, mutevole, imprevedibile. Regola numero due: scegliere lavori che comportino adeguarsi al flusso di nuove informazioni. Reagire alle novità che, spesso, alterano radicalmente una situazione è quello che il cervello umano fa meglio. Vale per un chirurgo alle prese con una improvvisa emorragia, ma anche per l’idraulico e l’elettricista che devono impiantare i loro collegamenti in case una diversa dall’altra, per clienti con esigenze assolutamente particolari.

   Regola numero tre: se il lavoro deve essere manuale, non sia di routine. Non occorre mettere in campo falegnami e marmisti che siano sublimi artigiani. Basta pensare al cuoco o anche a come sgombrare una casa vecchia e tirare su le mura di una nuova. Funziona, il manuale di Levy e Murmane? I due professori sono stati, magari, un po’ troppo ottimisti e, forse, non hanno ben presenti gli ultimi sviluppi della robotica. I computer diventano sempre più potenti e, dunque, in grado di esaminare, sempre più velocemente, un numero sempre maggiore di alternative.

   E Big Data, cioè la possibilità di ricorrere ad una mole smisurata di dati, significa che situazioni autenticamente inedite e imprevedibili saranno sempre più rare. Contemporaneamente, anche le situazioni cambiano, con una standardizzazione sempre più accentuata, che rende più facile il lavoro dei robot e meno costoso il risultato finale. Pasta e fagioli per tutti è più facile di cento menu diversi: il palato ne soffre, il portafogli ne guadagna. E l’edilizia prefabbricata, programmabile a misura di robot, mette a tacere il singolo cliente, ma accontenta, almeno un po’, tutti.

   In due parole: la direzione è quella indicata da Levy e Murmane, ma il tracciato della strada da percorrere cambia continuamente. E, allora, c’ è la quarta regola del manuale. E’ racchiusa nel titolo della loro ricerca ed è identica alla raccomandazione che facevano gli autori di “Race Against the Machine”: “Dancing with the Robots”, con i robot si può imparare a ballare. Le nostre capacità sono complementari alle loro, si tratta di sfruttarle al meglio.

   Di fronte ad una casa in fiamme, sarà il robot a entrare, ma il pompiere fuori a decidere se bisogna salvare il bambino nella culla o il vecchio in carrozzella. E’ assai dubbio, tuttavia, che ballare con i robot fornisca, d’incanto, un numero di posti di lavoro sufficiente a soddisfare l’occupazione disponibile degli uni e degli altri. Ma a Levy e Murmane, che di questo si occupano nelle loro carriere accademiche, interessa sottolineare un punto preliminare e decisivo.

   Se il destino è la collaborazione, gli uomini devono affinare al meglio le loro capacità. Una volta non essere analfabeti significava solo leggere abbastanza bene da capire le istruzioni. Ma questo lo fa il robot. Oggi, vuol dire saper fare una ricerca su Internet, cogliendo le poche informazioni utili da una marea di dati e informazioni. E’ una indicazione importante per qualsiasi politica scolastica.

   Una preparazione eccessivamente tecnica e specifica (come spesso piacerebbe agli imprenditori) ha il fiato troppo corto: uno può diventare bravissimo con un tornio, ma che succede se poi gli cambiano il tornio? Levy e Murmane fanno un esempio, ricavato dalla storia della Ford.

   Trent’ anni fa la Ford iniziò ad installare sistemi elettronici ad iniezione diretta al posto dei vecchi carburatori. Presto vide montare il numero dei reclami di garanzia, perché i meccanici, per lo più, non avendo capito il controllo elettronico, smontavano e cambiavano un pezzo dopo l’altro, sperando che qualcosa funzionasse. La Ford, allora, mise in piedi dei corsi di addestramento per i meccanici. Ma metà dei partecipanti non riuscì ad arrivare alla fine, perché non capiva i manuali: avevano imparato ad aggiustare carburatori, guardando altri che lo facevano. Ma questo non poteva spiegare loro come utilizzare un computer per testare componenti elettronici. (Maurizio Ricci)

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LA TECNOLOGIA STA DISTRUGGENDO LA CLASSE MEDIA

di Federico Guerrini, dal sito LINKIESTA (www.linkiesta.it/), 1/9/2013

– Software e robot creano un lavoro a clessidra: pochi lavori qualificati e molti di bassa manovalanza –  La soluzione? Tassare di più il capitale –

   «Siamo affetti da una nuova malattia di cui alcuni lettori non hanno forse ancora letto il nome, ma di cui sentiranno molto parlare negli anni a venire e cioè la disoccupazione tecnologica. Ciò significa una disoccupazione causata dalla scoperta di strumenti atti a economizzare l’uso di manodopera e dalla contemporanea incapacità di tenerne il passo trovando altri utilizzi per la manodopera in esubero». La frase è di John Maynard Keynes e risale al 1930, ma si presta benissimo a descrivere quanto, secondo molti studiosi, sta accadendo ai nostri giorni, e in maniera assai più incisiva di quanto previsto dal celebre economista.

   Ai tempi di Keynes i computer erano ancora di là da venire (i primi modelli sarebbero stati progettati proprio negli anni ’30) e la “legge di Moore”, secondo cui la capacità di calcolo dei processori raddoppia all’incirca ogni 18 mesi, sarebbe apparsa a chiunque la fantasia di uno scienziato delirante, che confondeva desiderata e possibilità concrete. E invece la profezia di Moore, fino ad oggi, si è puntualmente realizzata; i computer sono diventati sempre più potenti e il progresso tecnologico negli ultimi decenni ha superato ogni previsione, ristrutturando, grazie al digitale e a Internet, intere industrie e travolgendo però nel cammino intere categorie di lavoratori.

   Prima è toccato a quelli impegnati nelle mansioni più semplici e ripetitive: dai casellanti delle autostrade ai cassieri delle banche e dei supermercati il cui numero è stato drasticamente ridotto dagli sportelli automatici. Poi, se i miglioramenti nel campo dell’intelligenza artificiale procederanno al ritmo attuale, toccherà ai lavoratori un po’ più qualificati.

   Tassisti e guidatori di camion in primis, se l’auto che si guida da sola di Google – che entro cinque anni potrebbe entrare sul mercato – manterrà le promesse di affidabilità e precisione che ha mostrato nei test su strada. A seguire potrebbero entrare in sofferenza i dottori di base, man mano che i cervelloni elettronici diventeranno sempre più bravi a sputare diagnosi. Per il momento, Watson, il supercomputer di Ibm che ha stracciato i concorrenti umani nel gioco a quiz Jeopardy si limita a fungere da aiuto oncologico nella diagnosi di alcuni tipi di cancro. Ai medici in carne e ossa spetta però ancora l’ultima parola sui provvedimenti da prendere. Domani, chissà. L’avanzata delle macchine appare davvero inarrestabile, tanto da spingere qualche giornalista a definire i robot i nostri nuovi «padroni».

Non è detto però che il futuro per gli umani si debba presentare per forza così tetro. Un po’ perché alcune recenti dichiarazioni di Robert Colwell, direttore del programma Microsystems Technology Office dell’agenzia tecnologica del Pentagono Darpa e per moltissimi anni top manager dell’azienda di processori Intel fissano un tetto di una decina d’anni ancora al massimo per la validità della legge di Moore.

   Dopo il 2022, afferma Colwell diverrà anti–economico per i colossi dei chip produrre componenti sempre più performanti. A fermare l’avanzata delle macchine non sarebbe quindi la fisica, ma il vil denaro. E un po’ perché, dopo essere stato ignorato per decenni dagli economisti, il tema della disoccupazione tecnologica ha iniziato a entrare nel dibattito mainstream e ad attirare l’attenzione dei media. E i «servitori» umani stanno iniziando a scervellarsi per trovare delle soluzioni.

   Sono passati quasi due anni dalla pubblicazione dell’edizione originale di «In gara con le macchine. La tecnologia aiuta il lavoro?», un libro di Erik Brynjolfsson, direttore del Centro per il Digital Business alla Sloan School of Management del MIT e del collega Andrew Mc Afee, che per la prima volta spiegava in maniera divulgativa e assai lucida gli effetti a breve e medio termine dell’innovazione tecnologica sull’occupazione.

   Malgrado la visione dei due autori fosse complessivamente ottimista sul futuro, Brynjolfsson e Mc Afee descrivevano un mondo già in parte reale, di «produttività senza occupazione» in cui la classe media è fortemente compressa e rimpiazzata dalla concorrenza di software e automi, e la maggioranza degli impieghi disponibili per le persone si colloca ai due estremi di una clessidra: da una parte i lavori di bassa manovalanza, per i quali gli umani sono ancora i più qualificati (può sembrare strano, ma caratteristiche come la deambulazione e la destrezza sono ancora difficili da replicare in laboratorio), lavori che però sono pagati poco; dall’altro estremo vi sono invece gli impieghi molto qualificati e assai ben pagati, che richiedono un alto livello di astrazione e flessibilità.

   Come uscire da questo impasse? Le soluzioni proposte variano. Dato che uno dei principali effetti dell’automazione è, come sottolinea l’economista Paul Krugman, l’allocare una maggiore quota di reddito ai possessori di capitale, rispetto alla forza lavoro, altri commentatori spingono per una massiccia redistribuzione della ricchezza, ottenuta tassando pesantemente il capitale e usando i proventi per aiutare i disoccupati. Altri vanno ancora più in là.

   L’economista Noah Smith ritiene ad esempio che si dovrebbe ripensare radicalmente la struttura delle nostre società, dando una sorta di «dote» in capitale a ogni cittadino maggiorenne – magari sotto forma di possesso di alcuni robot. Brynjolfsson e Mc Afee, fra le altre cose, auspicano un ripensamento dell’istruzione in modo da dare la possibilità ai cittadini che rischiano di essere lasciati indietro di reinserirsi nel sistema produttivo. Nel complesso, l’approccio più realistico pare essere quello che riecheggia l’antica massima: «se non li puoi battere, unisciti a loro».
Dato che è impossibile vincere la «corsa contro le macchine», occorre saltare loro in sella.

   I ricercatori David H. Autor e David Dorn, autori del rapporto «The Growth of Low Skill Service Jobs and the Polarization of the U.S. Labor Market» pensano a questo proposito che la perdita di impieghi disponibili per la classe media, soprattutto nel campo delle mansione più ripetitive, facilmente automatizzabili, potrà essere almeno in parte compensata dalla necessità di figure professionali che combinino compiti di routine con un certo grado di flessibilità e siano in grado di offrire una qualche forma di interazione personale, tipicamente umana.

   Quindi da un lato i «nuovi artigiani», come li definisce l’economista di Harvard Lawrence F. Katz: carpentieri, elettricisti, autoriparatori. Dall’altro esperti di coaching, terapisti, allenatori, personale medico di medio livello, insegnanti. Il cui lavoro non verrà sostituito, ma potenziato dalla tecnologia. Purché sappiano capire da che parte tira il vento, e apprendano in fretta le nuove abilità necessarie a dialogare con le macchine.

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MANICHINI PIU’ EVOLUTI, MA SEMPRE AL SERVIZIO DI RICCHI E IMPRENDITORI

di BRUCE STERLING, da “la Repubblica” del 21/8/2013

– Robot: si avverra la profezia del ceco Capek che coniò la parola nel 1920 – La vera questione è come è distribuita questa efficienza: finora vantaggi ai benestanti e pesi ai lavoratori –

   Recentemente c’è un ritorno di interesse per la vecchia teoria che vede i robot come nemici dei lavoratori manuali. L’idea è che i robot possono portare via il lavoro agli esseri umani, che possono perfino rendere irrilevante il concetto di classe operaia, perché chi possiede i capitali può usarli per crearsi un vantaggio politico permanente attraverso l’high- tech.

   Questa teoria pessimistica è vecchia quanto la parola robot, che apparve per la prima volta in un’opera teatrale di fantascienza nel 1920, R.U.R. (che sta per Rossumovi univerzální roboti, cioè «I robot universali di Rossum ») e fu scritta a Praga da Karel Capek. La sinistra leggenda sui robot è già presente in toto nell’opera originaria di Capek. I «robot» del drammaturgo ceco sono esseri umani artificiali, progettati esplicitamente da «Rossum», un fanatico imprenditore high-tech, per sostituire gli operai umani nelle industrie. La storia va a finire male, perché gli infaticabili robot spazzano via la razza umana, che ha perso ogni speranza e interesse per un futuro di umanità.

   C’è di peggio: l’autore stesso, Karel Capek, morì nella disperazione, e suo fratello Josef, che aveva inventato la parola robot, fu eliminato dai nazisti nel famigerato lager di Bergen-Belsen.

   La storia dei robot è molto pesante, perciò appare un po’ naïf cominciare a preoccuparsi del rapporto tra robot e posti di lavoro nell’anno di grazia 2013. Non è mai stato un segreto che i robot sono creati per distruggere i posti di lavoro degli esseri umani. È palese che i robot sono al servizio degli interessi del capitale, e non del lavoro. Dal 2008 questa tendenza è quanto mai evidente. I «robot» sono ben poca cosa a confronto degli attacchi ai sindacati, della chiusura delle fabbriche, dell’esternalizzazione dei posti di lavoro, dei salari ridotti per decreto, delle proclamazioni unilaterali dello stato di austerity e delle enormi disparità di reddito fra chi possiede i capitali e la popolazione fisicamente produttiva. Sono realtà concrete, perciò preoccuparsi troppo dei «robot » in condizioni così drammatiche in sostanza non è altro che superstizione popolare, una metafora letteraria.

   Non è il modello di robot proposto da Capek novant’anni fa, una macchina in forma umana che toglie a un uomo i suoi mezzi di sussistenza e usurpa il suo ruolo di cittadino, operatore morale e specie, di cui dobbiamo aver paura. Robot di forma umana e con nomi umani, come «Baxter» e «Asimo», sono solo manichini animati. I «robot» avanzati dei giorni nostri sono una cosa diversa e più moderna.

   Non sono macchine indipendenti e pensanti fatte con le nostre fattezze. Sono le periferiche di enormi database wireless in banda larga, come per esempio la Google Car.

   La Google Car non si guida da sola. È fondamentale capire che la Google Car è un’automobile guidata da Google, che viene spostata con precisione attraverso lo spazio tridimensionale dalle smisurate e sempre più accurate banche dati di Google Mappe. Una Google Car non è un’entità indipendente e pensante. È una macchina mobile che esegue un’enorme database composto dai movimenti tridimensionali preregistrati eseguiti da molte altre auto prima di lei.

   La Google Car è un’entità simile al traduttore di Google. Il traduttore di Google non capisce l’inglese o l’italiano, ma ha un enorme database stocastico di testi tradotti dall’italiano all’inglese. Il traduttore di Google non è in grado di scrivere niente da solo, ma per certi testi che sono già stati tradotti migliaia di volte prima, è un ottimo traduttore. Economico, efficiente e sempre disponibile.

   Ne consegue che la Google Car può essere un autista eccellente su tragitti che sono stati percorsi da molti altri in passato. Su certi percorsi molto trafficati, con mappe molto dettagliate, può essere un autista eccellente, probabilmente migliore di qualsiasi essere umano. Perciò, se vi state chiedendo se una Google Car può togliere il lavoro a un essere umano che fa le consegne, la risposta è sì. Non ci sarà un autista robot a forma di uomo dietro il volante. La Google Car ideale non ha nemmeno un volante. Il robot della Google Car è Google con le ruote.

   Questa è automazione moderna in azione. L’automazione non è una novità. La domanda fondamentale è come saranno distribuiti tra gli esseri umani i benefici di questa maggiore efficienza industriale. E sappiamo già come vanno le cose in questo senso ultimamente: i benefici vanno dritti ai più ricchi, mentre gli oneri ricadono sui poveri.

   Karel Capek lo sapeva già nel 1920. Nel tempo che è trascorso da allora, sembra che non abbiamo imparato quasi nulla. (Bruce Sterling, traduzione di Fabio Galimberti)

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UN CAMBIO EPOCALE

LA RIVOLUZIONE DIGITALE HA GIÀ VINTO E RAPPRESENTA IL BUON TOTALITARISMO

di Gian Arturo Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 6/8/2013

   Tra i molti e svariati fenomeni cui è stato attribuito, più o meno abusivamente, il nome di rivoluzione — termine assai ambiguo in verità, dato che vuol dire compiere un giro per tornare al punto di partenza —, tra le molte rivoluzioni insomma, quella presente, elettronica o digitale che sia, è di certo una delle più singolari. A prima vista non è che l’ultima di una lunga serie cominciata con la macchina a vapore di James Watt e poi proseguita con le fabbriche, le acciaierie, le ferrovie, l’elettricità, la chimica industriale, le automobili, il volo, la radio, il telefono, la televisione e via discorrendo. Con la regolare sequenza di innovazione scientifico-tecnologica, nuovi prodotti, nuovi consumi, nuovi mercati, nuova (molta) ricchezza, prosperità per tutti.

   In breve, il Ballo Excelsior, appena turbato dalla reminiscenza di alcuni angolini oscuri (gli esplosivi, la bomba…), ma nell’insieme sempre di gran successo. La somiglianza però è solo la superficie, sotto c’è la vera e sostanziale diversità. Cioè quel che caratterizza la presente rivoluzione digitale, ossia il fatto che i consumatori non si sentono semplici fruitori, semplici beneficiari, ma attori in prima persona, protagonisti della rivoluzione stessa.

   La sentono e la vivono come cosa propria, creata, agita e voluta da loro. I cari vecchi filosofi francofortesi, che inorridivano davanti alla cultura di massa (costituita ai tempi loro prevalentemente dagli altrettanto cari e vecchi western americani), possono riporre nel cassetto l’amata teoria critica. Occorre ben altro per spiegare i processi di proiezione e identificazione dell’era digitale!

   Questo spostamento del baricentro modifica tutti i rapporti ed è all’origine dell’eccezionale singolarità che caratterizza la presente rivoluzione. Siccome è fatta e sentita come propria dai consumatori, siccome appartiene a loro, è per definizione buona. Dunque chiunque manifesti perplessità o critiche, si oppone all’affermazione del bene. Siccome è buona, prima arriva e prima trionfa meglio è.

   Da qui una certa inquietudine nel seguirne i progressi, un certo disappunto, anche di alcuni giornalisti intenti a segare il ramo su cui stanno seduti, nel registrare impreviste lentezze nell’avanzata— per definizione irresistibile — degli ebook o dei giornali online. Siccome appartiene ai consumatori, cioè a tutti, ed è buona, è anche democratica. Di più, è la democrazia. Anzi la vera, l’unica democrazia.

   Ma come mai la rivoluzione digitale è così popolare, perché è così affettuosamente partecipata e condivisa? Anche qui vi sono due risposte, una di superficie e una profonda. Quella di superficie è la gratificazione che essa regala, la più grande, il senso di onnipotenza. Ogni cosa in ogni momento in ogni luogo, come recita un famoso slogan. Un oggetto che sta in mano dentro il quale c’è tutto l’immaginabile, tutto lo scibile e tutto insieme. Tutti i giornali, tutti i libri, tutta la musica, tutta la televisione, tutti i film, tutte le informazioni. O quasi, ma fa lo stesso. Il totalitarismo, ma il totalitarismo buono.

   La seconda risposta, la più profonda, è anche più sottile. Ha a che vedere con il suo carattere dimesso e giovanile, in jeans, il suo basso profilo, il suo non essere impositiva, autoritaria, il suo mettersi al servizio di tutti. La sua orizzontalità giovanile e democratica, contrapposta alla verticalità autoritaria e vecchia. La rivoluzione digitale non è una cosa specifica e non impone contenuti specifici. È a disposizione. Per connettere tutti con tutti, in un mondo dove non vi sono più emittenti e destinatari, ma pari che comunicano con pari, in una singolare e definitiva realizzazione pratica della libertà, dell’eguaglianza, della fraternità.

   Più di ogni altra rivoluzione tecnologica, quella digitale ha una portata ideologica immensa. Il «rousseauianesimo» finalmente realizzato, il buon selvaggio digitale alla conquista del mondo. Per misurarne tutta la forza ideologica basta considerarne l’ultima e finale singolarità e cioè l’oblio della sua realtà prettamente capitalistica.

   Nel giubilo generale si è realizzata la più rapida e massiccia e concentrata creazione di capitale (sì, proprio lui, il caro vecchio das Kapital, il monopoly capital…) che la storia ricordi. Parliamo di colossi come Apple che nel 2012 ha messo insieme circa 156 miliardi di dollari di ricavi e 46 di utile. O come Google che sempre nel 2012 ha fatto 50 miliardi di ricavi e 11 di utile. Per non dire che non sempre è chiarissimo quante tasse paghino e dove, cioè a chi.

   Tutto questo non impensierisce i più fieri contestatori e i più ferventi esecratori del Sim, lo stato imperialista delle multinazionali di venerata memoria. Adesso che c’è, sembrano essersene dimenticati. Ma l’ideologia della rete è, per fortuna, pacifica e gioiosa. Tanto è sicura di vincere comunque. Anzi, ha già vinto. (Gian Arturo Ferrari)

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MICROSOFT COMPRA NOKIA E I SUOI BREVETTI. LA SOCIETÀ FINLANDESE VOLA IN BORSA

da “il Fatto Quotidiano” del 3/9/2013

   L’operazione è destinata a cambiare l’assetto del mercato della telefonia mobile. Le due aziende avevano già stretto una partnership alcuni anni fa e 32mila dipendenti della compagnia acquisita, il cui titolo vola a +40%, ora passeranno all’azienda di Redmond

   Microsoft decide di sfidare Apple e Samsung e acquista i cellulari Nokia e i brevetti della società finlandese per 5,44 miliardi di euro. Un’operazione tutta in contanti, destinata a cambiare l’industria delle telecomunicazioni sui due continenti. Redmond pagherà 3,79 miliardi di euro per “sostanzialmente tutta” la divisione di telefoni Nokia e 1,65 miliardi di euro per la licenza dei suoi brevetti.

   Per Steve Ballmer, l’amministratore delegato di Microsoft in uscita, si tratta di una scommessa importante sulla possibilità di guadagnarsi una buona fetta di mercato nel mercato della telefonia mobile. I mercati hanno accolto positivamente l’operazione di acquisto e dopo l’annuncio il titolo Nokia balza del 40% alla Borsa di Helsinki. Le azioni della società finlandese hanno toccato una punta di 4,14 euro.

   E proprio da Nokia potrebbe arrivare il successore di Ballmer: al termine dell’operazione alcuni manager della società finlandese passeranno a Microsoft. Fra questi l’amministratore delegato di Nokia, Stephen Elop, che con l’annuncio dell’accordo ha lasciato l’incarico da numero uno. Al termine dell’operazione, 32mila dipendenti Nokia passeranno a Microsoft, che vedrà trasferirsi attività che nel 2012 hanno generato 14,9 miliardi di euro, o circa il 50% delle vendite di Nokia. Microsoft e Nokia sono legate da alcuni anni, da quando Elop da Redmond è giunto in Finlandia e ha siglato la partnership fra le due società.

   “Unire le due squadre accelererà la quota e i profitti di Microsoft nella telefonia e rafforzerà le opportunità per Microsoft e i nostri partner”, afferma Ballmer, prevedendo una transizione dolce, alla luce dei rapporti di lunga data.

   “Dopo una valutazione scrupolosa su come massimizzare il valore per gli azionisti, riteniamo che questa transazione sia la strada migliore per Nokia e i nostri azionisti”, afferma Risto Siilasmaa, amministratore delegato ad interim di Nokia. Con l’accordo, Microsoft acquista i marchi Lumia e Asha e ha la licenza su quello Nokia.

   “Nokia continuerà ad avere e gestire il marchio Nokia e manterrà il proprio portafoglio brevetti”, garantendo a Microsoft una licenza di dieci anni sui suoi brevetti. A Nokia Microsoft metterà subito a disposizione un finanziamento da 1,5 miliardi di euro in tre tranche da 500 milioni di euro in obbligazioni convertibili. L’accordo con Nokia mostra la volontà di Microsoft nel rafforzarsi nella telefonia mobile, dove resta indietro rispetto a Samsung e Apple.

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IL PIANETA DELLE DISUGUAGLIANZE. E’ L’INGIUSTIZIA CHE UCCIDE LA DEMOCRAZIA

di ZYGMUNT BAUMAN, da “la Repubblica” del 25/2/2013

   Uno studio recente dell’Istituto mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo (World Institute for Development Economics Research) dell’Università delle Nazioni Unite riferisce che nel 2000 l’1 per cento delle persone adulte più ricche possedeva da solo il 40 per cento delle risorse globali, e che il 10 per cento più ricco deteneva l’85 per cento della ricchezza mondiale totale. La metà inferiore della popolazione adulta del mondo possedeva l’1 per cento della ricchezza globale. Ma questa è solo l’istantanea di un processo in corso… Notizie sempre più negative e sempre peggiori per l’uguaglianza degli esseri umani, e quindi anche per la qualità della vita di tutti noi, si susseguono di giorno in giorno.
«Le disuguaglianze planetarie attuali avrebbero fatto arrossire di vergogna gli inventori del progetto moderno, Bacone, Descartes o Hegel»: è la considerazione con cui Michel Rocard, Dominique Bourg e Floran Augagner concludono l’articolo “Le genre humain menacé” pubblicato a firma di tutti e tre in Le Monde del 2 aprile 2011. Nell’epoca dei Lumi in nessun luogo della terra il livello di vita era di più di due volte superiore a quello della regione più povera. Oggi, il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito pro capite di ben 428 volte più alto del paese più povero, lo Zimbabwe. E questi, non dimentichiamolo, sono confronti fra medie, che ricadono quindi nella storiella del pollo di Trilussa…
L’ostinata persistenza della povertà su un pianeta alle prese col fondamentalismo della crescita economica è già abbastanza per indurre le persone pensanti a fermarsi un momento e a riflettere sulle vittime dirette e indirette di una così ineguale distribuzione della ricchezza.

   L’abisso sempre più profondo che separa i poveri e privi di prospettiva dai benestanti ottimistici, fiduciosi e chiassosi — un abisso di profondità tale che già è al di sopra delle capacità di scalata di chiunque salvo gli arrampicatori più muscolosi e meno scrupolosi — è una ragione evidente per essere gravemente preoccupati.

   Come gli autori dell’articolo appena citato ammoniscono, la principale vittima della disuguaglianza che si approfondisce sarà la democrazia, in quanto i mezzi di sopravvivenza e di vita dignitosa, sempre più scarsi, ricercati e inaccessibili, diventano oggetto di una rivalità brutale e forse di guerra fra i privilegiati e i bisognosi lasciati senza aiuto.

   Una delle fondamentali giustificazioni morali addotte a favore dell’economia di libero mercato, e cioè che il perseguimento del profitto individuale fornisce anche il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, risulta indebolita. Nei due decenni che hanno preceduto l’accendersi dell’ultima crisi finanziaria, nella grande maggioranza dei paesi dell’OCSE il reddito interno reale per il 10 per cento delle persone al vertice della piramide sociale è aumentato con una velocità del 10 per cento superiore rispetto a quello dei più poveri. In alcuni paesi, il reddito reale della fascia al fondo della piramide è in realtà diminuito.
Le disparità di reddito si sono quindi notevolmente ampliate. «Negli Stati Uniti, il reddito medio del 10 per cento al vertice è attualmente 14 volte quello del 10 percento al fondo», si vede costretto ad ammettere Jeremy Warner, caporedattore di The Daily Telegraph, uno dei quotidiani più entusiasti nell’esaltare la «mano invisibile» dei mercati che sarebbe capace, agli occhi tanto dei redattori quanto dei lettori, di risolvere tutti i problemi da essi creati (e magari qualcuno in più).

   Warner aggiunge: «La crescente disuguaglianza del reddito, benché ovviamente indesiderabile dal punto di vista sociale, non ha necessariamente grande rilevanza se tutti diventano contemporaneamente più ricchi. Ma se la maggior parte dei vantaggi del progresso economico vanno a un numero relativamente ristretto di persone che guadagnano già un reddito elevato — che è quanto sta accadendo nella realtà di oggi — si avvia evidentemente a diventare un problema».
L’ammissione, cauta e tiepida nel suo tenore ma piena di comprensione anche se solo semivera nel suo contenuto, arriva al culmine di una marea montante di scoperte dei ricercatori e di statistiche ufficiali che documentano la distanza rapidamente crescente fra quelli che sono in cima e quelli che sono in fondo alla scala sociale.

   In stridente contraddizione con le dichiarazioni dei politici, che pretendono di essere riciclate come credenza popolare non più soggetta a riflessione né controllata né messa in discussione, la ricchezza accumulata al vertice della società ha mancato clamorosamente di «filtrare verso il basso» così da rendere un po’ più ricchi tutti quanti noi o farci sentire più sicuri, più ottimisti circa il futuro nostro e dei nostri figli, o più felici…
Nella storia umana la disuguaglianza, con tutta la sua fin troppo evidente tendenza ad autoriprodursi in maniera sempre più estesa e accelerata, non è certo una notizia. E tuttavia a riportare di recente l’eterna questione della disuguaglianza, delle sue cause e delle sue conseguenze, al centro dell’attenzione pubblica, rendendola argomento di accesi dibattiti, sono stati fenomeni del tutto nuovi, spettacolari, sconvolgenti e illuminanti. (Zygmunt Bauman)

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“GREEN” E MERITOCRATICA:  È QUESTA L’ITALIA DEI SOGNI

di DANIELE MARINI, da “la Stampa” del 6/5/2013

– La ricerca “LaST” traccia la nuova mappa dei valori: la voglia di internazionalizzarsi si intreccia con la persistenza dei localismi. E quando si pensa al futuro emerge il fascino della sobrietà –

   Il paesaggio economico e sociale attorno a noi muta repentinamente. Fatichiamo a comprendere quanto accade perché i punti di riferimento tradizionali non sono più d’aiuto. Come un viaggiatore con una carta geografica non aggiornata, fatichiamo a trovare le strade. Di qui, il nostro senso di spaesamento: ci manca una nuova mappa.  

   Ormai possiamo prefigurare quella dello sviluppo economico, benché – paralizzati dall’indecisionismo – fatichiamo a leggerla. Sotto questo profilo, l’esecutivo guidato da Enrico Letta ha di fronte a sé una sfida fondamentale: scrollarsi di dosso l’immagine di un Paese irretito da veti incrociati e, finalmente, in grado di darsi un’idealità che accomuni. Capace di disegnare un futuro plausibile. Tuttavia la nuova mappa economica è un fattore necessario, ma non sufficiente. Manca qualcos’altro, di cui accusiamo un grave ritardo: la riflessione sui cambiamenti culturali intervenuti nella società, vero motore del cambiamento possibile e atteso. Mentre un pezzo di classe dirigente del Paese pare non rendersi conto di quanto accade al di fuori delle proprie mura, la società sperimenta per conto proprio – bene o male – nuovi percorsi.

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SONDAGGIO LAST – (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Costruendo nuove mappe in modo autonomo. Cosicché, emerge un’immagine dell’Italia distorta, dove sfuggono le premesse di tutte le politiche possibili: la condivisione di un insieme di valori attorno ai quali edificare la comunità nazionale. Un esempio del ritardo di questa riflessione è stata evidenziata nella precedente puntata dell’Indagine «LaST» (Communty Media Research – Questlab per La Stampa, 8 aprile), dove era emerso come una parte consistente della popolazione non si riconoscesse più nelle tradizionali categorie politiche del ’900, ma fosse alla ricerca di nuovi criteri interpretativi.

   In questa seconda occasione affrontiamo gli orizzonti di valore che gli italiani vorrebbero nel futuro dell’Italia: una sorta di mappa politico-valoriale. Il quadro che emerge ben rappresenta la complessità e, per certi versi, alcuni paradossi. Manifestiamo un’idealità del domani del Paese che affonda le radici nella nostra tradizione e con un buon grado di condivisione. Ma pare mancarci un collante istituzionale in grado di contenerla. D’altro canto, veniamo da oltre due decenni di scontro: anni di contrapposizioni più spesso simili al tifo da stadio, in cui le istituzioni non hanno dato buona mostra di sé, mortificando una riflessione sulle trasformazioni.

SONDAGGIO LAST (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
SONDAGGIO LAST (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Così, per un verso, vorremmo un’Italia con un’atmosfera sociale accogliente e aperta, con un’identità locale e internazionale allo stesso tempo, che trova nelle comunità territoriali la propria radice.

D’altro verso, la crisi sembra avere intaccato più i comportamenti quotidiani (calo dei consumi) che il sistema dei valori cui essi si ispirano. Sono presenti orientamenti ancorati all’individualismo e al consumismo, una sorta di narcisismo strisciante, ma non mancano quelli ispirati alla sobrietà e alla meritocrazia. È vivo un atteggiamento de-istituzionalizzato nei confronti della politica, dove si auspica la presenza di uno stato meno invasivo e una partecipazione politica meno mediata dai partiti. Nello stesso tempo, però, si palesa l’idea di una politica lungimirante incardinata in una visione europeista del nostro Paese.

GLI ESITI DELLA RICERCA

Agli interpellati è stato chiesto di esprimere una preferenza (con un voto da 1 a 10) nei confronti di una lista di valori. Concentreremo l’attenzione su quanti hanno assegnato un voto superiore a 9, quale indicatore di attribuzione prioritaria. La lista proposta è riconducibile a due aree tematiche prevalenti. La prima è di «atmosfera sociale» e rinvia al tipo di società in cui si auspicherebbe vivere. La seconda richiama gli orientamenti culturali e politici. Ne scaturisce una mappa degli italiani inedita. Non è l’Italia che siamo oggi, ma quello che vorremmo essere. Ed è, forse, l’Italia che non t’aspetti.

L’ATMOSFERA SOCIALE

Green e innovazione costituiscono i due caratteri prevalenti: un Paese dove l’attenzione per l’ambiente (71,0%) e la capacità di realizzare innovazioni (68,9%) devono rappresentare gli elementi principali attorno ai quali costruire le nostre comunità. La sensibilità per un ambiente green attraversa ormai i diversi strati sociali, ma è sostenuto con una forza maggiore dalla componente femminile, mentre una società innovatrice è particolarmente auspicata da quanti risiedono nel Nord-Est. In entrambi i casi si associa l’autocollocazione politica che dal centro volge al centro-sinistra e fra quanti non si collocano nello schieramento politico tradizionale. A questi due fattori segue un secondo gruppo di caratteri apparentemente paradossali fra loro. Si vorrebbe un’Italia internazionale (58,8%) e intraprendente (53,8%), solidale (54,2%) e tollerante (50,6%). Ma nel contempo sicura (58,2%).

   Dunque, una società dove la propensione all’apertura e alla contaminazione con altre popolazioni, non faccia venire meno un senso di sicurezza e di rispetto della legalità. L’atmosfera sociale auspicata con minore intensità, per converso, sembra indicare l’«italian way» della convivenza. Non si desidererebbe un Paese chiuso nelle sue identità locali (28,5%), ma neppure multietnico (28,6%) o eccessivamente metropolitano (14,9%). È l’Italia delle piccole e medie comunità locali a essere ipotizzata come la società dove la qualità delle relazioni trova ancora alimento.

   Oltre la graduatoria dei valori, attraverso una tecnica statistica («factor analisys»), è possibile individuare quali fra questi definiscono un orizzonte comune: una mappa dei significati. Emergono tre gruppi: il primo è definibile con la dimensione dell’«accoglienza». Sono quanti vorrebbero un Paese solidale, internazionale, tollerante e multietnico. Gli interpellati che sostengono maggiormente questa visione sono i più giovani (under 24), la componente femminile, quanti si collocano a sinistra, al centro-sinistra e al centro, chi risiede nel Centro Italia. Il secondo gruppo è delimitabile attorno all’idea di un’Italia delle «comunità dinamiche»: il Paese del futuro dev’essere rispettoso dell’ambiente, intraprendente e innovatore, solidale, ma sicuro.

   Quest’orizzonte di valori è sostenuto, soprattutto dai 50enni, da chi si colloca al centro dello schieramento politico e da quanti non si schierano, da chi abita nel Mezzogiorno. Infine, il terzo rinvia a un paradosso: i «glocali», quanti auspicano un’Italia con un maggiore senso dell’identità locale e, nel contempo, con una dimensione metropolitana. Sostengono quest’impostazione soprattutto le generazioni più giovani (under 34), la componente femminile, chi si colloca al centro-destra dello schieramento politico, gli imprenditori. Dunque, un’Italia con un’atmosfera sociale «accogliente», costituita da «comunità dinamiche» e «glocale», rappresenta le diverse anime che identificano gli orientamenti degli italiani.

GLI ORIENTAMENTI

Meritocratica (76,0%) e politicamente lungimirante (63,3%): è il volto nuovo dell’Italia del futuro. La dimensione meritocratica è maggiormente sottolineata dai 30enni e 40enni, dalla componente maschile, da chi si colloca al centro e al centro-destra dello schieramento politico, dagli imprenditori e da chi risiede nel Mezzogiorno. Una politica lungimirante in grado di affrontare i problemi è condiviso trasversalmente fra gli intervistati, benché fra chi si colloca al centro e fra quanti non si collocano nello schieramento politico tradizionale si rinvenga una maggiore intensità.

   A questi aspetti seguono più distaccate altre dimensioni che denunciano una divaricazione nell’opinione degli intervistati (riformista, meno partiti e più società) oppure un’opzione minoritaria (europeista, sobria, più società e meno stato, moderata). Colpisce, tuttavia, lo scarso grado di consenso relativo ad alcune caratteristiche più tipiche del dibattito pubblico dell’Italia degli anni recenti e della tradizione identitaria. Un futuro del Paese caratterizzato dall’identità cattolica è auspicato fortemente solo dal 19,2% della popolazione e ancor meno federalista (17,3%), consumista (3,7%), conservatrice (3,0%) e individualista (1,9%).

   Come in precedenza, si è cercato di catturare attraverso un’analisi statistica («factor analisys») le dimensioni maggiormente accomunanti. Sono scaturiti 4 gruppi prevalenti. Nonostante si collochino al fondo della classifica, un primo orientamento culturale è costituito dagli «ego-consumeristi» ovvero da quanti sottolineano l’aspetto conservatore, individualista, consumista, ma anche cattolico e moderato. Sono soprattutto le generazioni più adulte (ultra 50enni e soprattutto ultra 65enni), la componente maschile, chi si colloca dal centro fino a destra dello schieramento politico. Si tratta, quindi, di un nucleo culturale consolidato, che evidenzia salde radici.

   Il secondo gruppo è rappresentato da quanti vorrebbero un’Italia «de-istituzionalizzata», dove lo Stato lasci spazio alla società, dove la partecipazione civile assuma un ruolo più importante rispetto ai partiti. Gli ultra 65enni, quanti non si collocano nel tradizionale schieramento politico o esprimono una cultura di centro-destra, i lavoratori precari e flessibili, chi abita nel Nord-Ovest, sostengono con maggiore vigore una prospettiva fluida della società italiana.

   Il terzo gruppo è identificabile attorno all’idea di «sobrietà». Questi interpellati guardano a un’Italia dove i valori della moderazione, della meritocrazia e della sobrietà costituiscono un elemento fondativo. Tale orientamento è fatto proprio, in particolare, da chi si colloca al centro dello schieramento politico e da quanti non si collocano, dagli occupati e dagli inattivi, da chi abita nel Mezzogiorno.

   Il quarto gruppo è rappresentato dai «neo-istituzionali», da chi guarda al futuro dell’Italia in una chiave europeista e soprattutto con un ceto politico lungimirante. Sono i più giovani (under 34), chi si colloca al centro-sinistra, a sinistra e fra chi non si colloca nello schieramento politico, gli imprenditori e quanti abitano a Nord Est dell’Italia, a guardare con maggiore favore a questa opzione.

Con tutti i limiti, anche un breve sondaggio racconta della necessità di aggiornare le nostre mappe culturali per leggere più correttamente l’Italia. Soprattutto, per dare un orizzonte ideale comune e più condiviso al nostro futuro. (Daniele Marini, Università di Padova)

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su “Nuova occupazione a Nordest”, ti invitiamo anche a leggere un precedente post:

https://geograficamente.wordpress.com/2013/05/14/un-futuro-industriale-manifatturiero-ci-sara-ancora-per-il-nordest-la-difficile-ricerca-di-nuovi-modi-di-produrre-artigiano-con-forme-innovative-nelle-tecnologie-e-nella/

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