TURISMO come RISORSA ECONOMICA, ma non solo – GRANDI CITTA’ D’ARTE (come Venezia) DA RIPENSARE e restaurare; e NUOVI MODI DI FARE TURISMO in ogni luogo geografico possa essere “di valore” (ambientale, architettonico…): l’idea dell’ALBERGO DIFFUSO

CONCORDIA IN PIEDI _ DA il tirreno

DAL SATELLITE: COSTA CONCORDIA “PRIMA” E “ADESSO” (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)  –  UN RECUPERO DI CREDIBILITÀ PER IL NOSTRO PAESE, NON SOLO TURISTICA –

ISOLA DEL GIGLIO – LA COSTA CONCORDIA RITORNA IN PIEDI (dal quotidiano “Il Tirreno” di Livorno): Il relitto, intorno alle 4 del mattino del 17/9/2013, ha raggiunto la posizione verticale ruotando di circa 65 gradi rispetto alla posizione in cui si trovava. Per favorirne la rotazione è stata fornita una forza di circa 23.800 tonnellate

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Il turismo è una delle attività più redditizie in Italia. Il paese era, nel 2011, il quinto più visitato nel mondo con 46,1 milioni di turisti internazionali in arrivo, una cifra in crescita rispetto ai due anni precedenti (43,6 e 43,2 milioni nel 2009 e 2010 rispettivamente). Secondo le stime del World Travel and Tourism Council, l’industria turistica nel suo complesso (turismo nazionale e estero) avrebbe contribuito, con 147 miliardi di euro, per il 9,4% alla formazione del PIL del paese, impiegando all’incirca 2,5 milioni di persone, pari al 10,9% dell’occupazione nazionale. (da Wikipedia)

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Esempio tipico di “ALBERGO DIFFUSO” è il sardo SAS BENAS (www.sasbenas.it), a SANTU LUSSURGIU (2.500 abitanti, in provincia di Oristano). UN ALBERGO CHE OLTRE CHE ESSERE DIFFUSO È ANCHE TEMATICO. Nelle stanze degli edifici di Santu Lussurgiu ci sono vecchi strumenti musicali, e I TURISTI VENGONO CONDOTTI IN UN PERCORSO ALLA SCOPERTA DELLE TRADIZIONI CANORE DELLA REGIONE. Rincorrendo l’utopia di UN VIAGGIATORE SEMPRE PIÙ SIMILE AD UN  RESIDENTE (Domenico Mussolino)
Esempio tipico di “ALBERGO DIFFUSO” è il sardo SAS BENAS (www.sasbenas.it), a SANTU LUSSURGIU (2.500 abitanti, in provincia di Oristano). UN ALBERGO CHE OLTRE CHE ESSERE DIFFUSO È ANCHE TEMATICO. Nelle stanze degli edifici di Santu Lussurgiu ci sono vecchi strumenti musicali, e I TURISTI VENGONO CONDOTTI IN UN PERCORSO ALLA SCOPERTA DELLE TRADIZIONI CANORE DELLA REGIONE. Rincorrendo l’utopia di UN VIAGGIATORE SEMPRE PIÙ SIMILE AD UN RESIDENTE (Domenico Mussolino)

   Negli anni 80 del secolo scorso l’Italia era il primo paese al mondo per flusso di turisti: ora è solo quinta (preceduta da Francia, USA, Cina, Spagna… vedi l’articolo verso la fine di questo post). Ma non è forse questo il problema: ci confrontiamo con paesi di grandi dimensioni come la Cina e gli Stati Uniti, o con paesi di grande tradizione storico-artistica come la Francia e la Spagna. Però (però…) appare evidente che, al di là della classifica, “qualcosa non va” nella gestione turistica, se la “bellezza diffusa italica” (grandi città d’arte, ma anche la costa marina, le Alpi… e i borghi sparsi di ineguagliabile bellezza…): non si riesce a “tenere il passo” perlomeno con la Francia (primo paese turistico!! …o la Spagna…). In un’attrazione turistica diversificata che (non solo a nostro avviso) l’Italia non dovrebbe avere pari con nessun altro paese al mondo.

   Per dire: forse le innumerevoli città d’arte (a partire dalle più famose: Venezia, Firenze, Roma…) non offrono quella variegata qualità turistica che si dovrebbe…. Le coste e il turismo marino pure…. Impossibile qui fare un excursus esaustivo, completo, del nostro turismo: grande risorsa, ma che pare andare avanti un po’ a caso, alla sola iniziativa dei privati imprenditori interessati e delle amministrazioni comunali del posto.

VENEZIA, BASILICA DEI SS. GIOVANNI E PAOLO - VETRATA DEL '400 DEL VIVARINI, IN PARTE TENUTA SU CON SCOTCH E CARTONE (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
VENEZIA, BASILICA DEI SS. GIOVANNI E PAOLO – VETRATA DEL ‘400 DEL VIVARINI, IN PARTE TENUTA SU CON SCOTCH E CARTONE (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Puntiamo qui a parlare (e cercare di approfondire negli articoli che seguono) di alcune temi specifici che riguardano l’attrazione turistica di un luogo. Come il TURISMO CULTURALE e la conservazione delle opere architettoniche di pregio (facciamo il “piccolo” esempio delle vetrate pittoriche del ‘400 della Basilica dei SS. Giovanni e Paolo a VENEZIA (vedi immagine qui sopra) che sono messe assai male, tenute su con il cartone, e non ci sono i soldi per restaurarle… e sempre di Venezia proviamo a ragionare sul “peso”, in tutti i sensi, negativo ma anche positivo, della massa di turisti che arrivano con le crociere, cioè le GRANDI NAVI che attraversano pericolosamente il Canal Grande…).

   Tentiamo inoltre qui di introdurre proposte di “TURISMO OVUNQUE” valga la pena far vedere e far vivere PAESAGGI di pregio, prospettando un’economia turistica diversa, nuova, alternativa ai vecchi modelli: anche nelle strutture di accoglienza dei turisti. Questo attraverso l’utilizzo dell’ALBERGO DIFFUSO, idea di grande valore (ambientale, ecologico…) per coinvolgere di più un territorio, una Comunità, nell’offerta turistica, nell’OSPITALITA’, senza dover creare uniche strutture alberghiere; ma valorizzando o ripristinando (restaurando) l’esistente architettonico.

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Clicca sul link di seguito per visualizzare e scaricare in formato pdf il Piano strategico per lo sviluppo del turismo in Italia.

Piano strategico per lo sviluppo del turismo in Italia

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   Pare che il fatto che sempre più paesi al mondo mostrino di saper cogliere le esigenze della DOMANDA TURISTICA (cosa a nostro avviso positiva: indica che c’è voglia di conoscere il mondo e sempre più persone si affacciano alle possibili nuove conoscenze con i viaggi) mostra la necessità, per chi ha una così ineguagliabile diversificazione geografica di ambienti (paesaggi) come il nostro Paese, che si possa pensare a “offerte turistiche” più intelligenti, mirate non solo a produrre un turismo anonimo e indistinto (solo consumistico, di puro divertimento, di ubriacatura della mente… come spesso offrono i luoghi turistici di mare più in voga), ma tentare anche di dialogare con intelligenza con chi arriva in un luogo, conoscerlo meglio e meglio far conoscere i nostri territori.

   Facciamo un esempio. I milioni di turisti tedeschi, olandesi, francesi, russi, etc. che si riversano sulla costa adriatica (da Jesolo a Rimini e più a sud… ma nel Tirreno, Ionio e Mar Ligure è uguale) è possibile che con essi si possa tentare una proposta di visita anche dei luoghi “interni” (non di mare…) del nostro territorio?… che si offra un dialogo e una conoscenza reciproca di rapporto tra i luoghi vicini al mare e quelli di provenienza di questi turisti?…. Ne potrebbero nascere conoscenze e scambi culturali, economici… cosa che ora è impensabile nella netta separazione tra turismo costiero-marino (spesso vere e proprie enclave basate su una proposta, specie per i giovani, di “divertimentificio”) e luoghi e città interne che esistono di lì a pochi chilometri dal mare…. E’ solo un esempio….

   Una riprogettazione più qualitativa del nostro modo di accogliere e di proporre visite a luoghi, a opere architettoniche, pittoriche, a eventi culturali etc. non può che far bene alle nostre comunità, non solo da un punto di vista economico, ma anche di veduta, conoscenza e possibilità di affacciarsi positivamente ai “mondi” che arrivano da noi (sm)

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L’ALBERGO DIFFUSO

(dal sito www.albergodiffuso.com/ )

Un albergo diffuso è sostanzialmente due cose:

– un modello di ospitalità originale

– un modello di sviluppo turistico del territorio.

In estrema sintesi si tratta di una proposta concepita per offrire agli ospiti l’esperienza di vita di un centro storico di una città o di un paese, potendo contare su tutti i servizi alberghieri, cioè su accoglienza, assistenza, ristorazione, spazi e servizi comuni per gli ospiti, alloggiando in case e camere che distano non oltre 200 metri dal “cuore” dell’albergo diffuso: lo stabile nel quale sono situati la reception, gli ambienti comuni, l’area ristoro.

Ma l’AD è anche un modello di sviluppo del territorio che non crea impatto ambientale. Per dare vita ad un Albergo Diffuso infatti non è necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare/ristrutturare e a mettere in rete quello che esiste già. Inoltre un AD funge da “presidio sociale” e anima i centri storici stimolando iniziative e coinvolgendo i produttori locali considerati come componente chiave dell’offerta. Un AD infatti, grazie all’autenticità della proposta, alla vicinanza delle strutture che lo compongono, e alla presenza di una comunità di residenti riesce a proporre più che un soggiorno, uno stile di vita. Proprio per questo un AD non può nascere in borghi abbandonati.

E poiché offrire uno stile di vita è spesso indipendente dal clima, l’AD è fortemente destagionalizzato, può generare indotto economico e può offrire un contributo per evitare lo spopolamento dei borghi.

Cosa è davvero l’Albergo Diffuso; di Giancarlo Dall’Ara

(articolo ripreso da

www.albergodiffuso.com/ )

vedi anche:

http://albergo-diffuso.blogspot.it/

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ALBERGHI DIFFUSI, IL TURISMO DA RESIDENTI

di Domenico Mussolino, dal sito “LA VOCE della BELLEZZA” www.lavocedellabellezza.it/ del 21/1/2013

   Fra le macerie del terremoto del 1976, nacque il primo, in un piccolo paesino del Friuli. Era il 1978 e nelle viuzze di Maranzanis in provincia di Udine, al confine con l’Austria, si sperimentò una nuova forma di turismo, l’”Albergo diffuso”. Un complesso di stanze vuote, in un’area storica del paese, veniva usato come un vero e proprio Hotel.

   “A distanza di 25 anni, oggi gli alberghi diffusi in Italia sono 62, ma penso che saranno 70 entro l’anno” dichiara Giancarlo dall’Ara, presidente dell’Associazione Nazionale Alberghi Diffusi. Una tipologia di turismo che, a differenza di altre, è in crescita. Sette su dieci hanno avuto quest’anno più clienti rispetto al 2011. Sono riconosciuti ufficialmente da 16 regioni su 20, ma parlare di fondi specifici è ancora un tabù. L’idea è scaturita dalla necessità di rivitalizzare piccoli villaggi, ormai poco abitati, attraverso il turismo. “Gli edifici che compongono un albergo diffuso – ci spiega Dall’Ara – devono essere preesistenti e di “sapore locale”, e le unità abitative devono diventare camere.” Come albergo, deve possedere tutte le caratteristiche richieste dagli alberghi tradizionali: reception, servizi alberghieri, punto ristoro, assistenza, pulizia quotidiana, gestione unitaria e imprenditoriale.

   L’aggettivo “diffuso” connota invece un modello ospitale vero e proprio, distinto dagli altri. Chi lo sceglie cerca un rapporto amichevole con gli ospiti, colazione con caffé e cornetto in compagnia, un prodotto personalizzato e lontano dagli standard.

Alla ricerca di normative specifiche. “Il modello ovviamente è tutto italiano, – racconta Dall’Ara – ed è nato grazie alle esperienze che ho fatto in Friuli e nel Montefeltro negli anni ’80, e in Sardegna negli anni ’90. Ma come il bed and breakfast è stato copiato in tutto il mondo, la stessa cosa può avvenire con l’albergo diffuso.”

   Anzi in tutta Europa ne potrebbero nascere di nuovi. “Al momento oltre ad un albergo diffuso spagnolo (ma presto in Spagna potrebbero essercene altri 3) ci sono dei tentativi di ospitalità diffusa sia in Svizzera che in Croazia. L’interesse è maggiore all’estero che in Italia, basta leggere la rassegna stampa internazionale per accorgersene. Il problema è che per aprire e gestire un albergo diffuso occorrono norme specifiche, e molti Paesi non sono disponibili ad adottarle.” “Lo spunto per fondare l’Associazione è venuto proprio dall’aumento dei casi di abuso del termine – continua Dall’Ara -. Problema per ora “tamponato” ma non completamente risolto.La Regione Pugliaad esempio chiama “alberghi diffusi” anche i centri raccolta di immigrati. Ad oggi abbiamo rifiutato il riconoscimento di albergo diffuso ad una ventina di strutture in Italia e ad una in Svizzera.”

   È ancora più difficile riconoscere un vero albergo diffuso laddove manca completamente una legislazione puntuale. In quattro regioni italiane c’è ancora un vuoto legislativo. In Veneto è ancora ferma la proposta di legge sugli alberghi diffusi, presentata con un disegno di legge più generale sulla revisione globale del settore turistico.

   La politica è in ritardo, perché nella regione esiste già un albergo diffuso riconosciuto dall’associazione: il Faller, a Sovramonte, in provincia di Belluno (www.albergodiffusofaller.it ), e se ne stanno pensando altri a Fornesighe di Forno di Zoldo ed in Alpago. “Sono convinto – chiarisce il consigliere regionale Sergio Reolon, firmatario della proposta di legge – che anche in Veneto, in particolare nelle zone montane che non siano centri turistici già affermati, vi siano importanti spazi per queste realtà. Di più, sono convinto che in quelle località l’albergo diffuso ed i bed and breakfast rappresentano l’unica forma possibile di ricettività turistica”.

L’ESPERIENZA DI SAS BENAS. Nella relazione che accompagna la proposta di legge, si prende come esempio tipico di “albergo diffuso” il sardo Sas Benas (www.sasbenas.it), un albergo che oltre che essere diffuso è anche tematico. Nelle stanze degli edifici di Santu Lussurgiu ci sono vecchi strumenti musicali, e i turisti vengono condotti in un percorso alla scoperta delle tradizioni canore della regione. Rincorrendo l’utopia di un viaggiatore sempre più simile ad un  residente. Il proprietario Antonio Diego Are spiega che l’albergo ha una caratterizzazione molto precisa.

   “Sas Benas è il primo albergo diffuso nato in Sardegna. Era stato sin dal principio concepito come un albergo a tema musicale. Ma non si trattava di caratterizzare la struttura esclusivamente sulle tradizioni locali e regionali, ma sulla musica più in generale, avendo particolare attenzione nei confronti della musica antica.” Are è anche maestro musicale di flauto traverso.

   “Per oltre 15 anni ho organizzato a Santu Lussurgiu (prima dell’apertura dell’Albergo) i Seminari Internazionali di Musica Antica, che riscuotevano notevole successo, per la presenza di maestri di chiara fama mondiale e che attraevano numerosi partecipanti. La nostra clientela è principalmente regionale (con una predominante percentuale della zona del centro sud della Sardegna). Ultimamente registriamo un incremento delle presenze di turisti francesi e dell’area francofona dell’Europa, una minore parte di turisti tedeschi.”

   La Sardegna ha una legge regionale ottima sugli alberghi diffusi, eppure non prevede finanziamenti specifici. “Manca un intervento dedicato che possa in particolare aiutare a risolvere uno dei problemi principali nella gestione e fruizione dell’albergo diffuso, che è la logistica. Non sarebbe male sela Regione Sardegna impostasse una campagna di promozione specifica sull’Albergo Diffuso che rendesse conosciute e soprattutto chiare le nostre particolarità così tanto ammirate da tutti (specialmente dagli stranieri)”. (Domenico Mussolino)

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ESEMPI

VALCELLINA E VAL VAJONT
ALBERGO DIFFUSO IN TIPICI BORGHI DI MONTAGNA

dal sito MOUNTAINBLOG (www.mountainblog.it/ ) del 30/10/2012

L’albergo diffuso Valcellina e Val Vajont è un vero e proprio sistema di gestione territoriale e un originale modello di ospitalità turistica, che offre ai propri ospiti l’opportunità di vivere una vacanza rilassante in tipici borghi di montagna.

Prevede la sistemazione in alloggi indipendenti coordinati però da un’unica reception, ricavati in case tipiche ristrutturate nel rispetto delle tradizioni costruttive dei luoghi. Le case sono dislocate sul territorio, nei comuni di Erto e Casso, Cimolais e Barcis, mentre la reception si trova a Claut.

Gli alloggi dispongono di cucina attrezzata, riscaldamento autonomo, giardino, lenzuola, coperte e asciugamani e offrono ai propri ospiti un mix unico di tradizione, natura, relax, gastronomia, comfort e autonomia.

L’attrattiva principale delle due vallate è costituita dal patrimonio naturale. Si tratta, infatti, di una zona ricca di sentieri naturalistici percorribili a piedi o in bicicletta, più o meno impegnativi, che permettono di raggiungere punti di notevole interesse.

Info: www.albergodiffusovalcellinavalvajont.it/ 

ERTO, in VALCELLINA (in provincia di Pordenone)
ERTO, in VALCELLINA (in provincia di Pordenone)

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VENEZIA DA RESTAURARE

CARTONI E SCOTCH: COSÌ LA VETRATA DEL ‘400 DEL VIVARINI CADE A PEZZI – (il Gazzettino del 10/9/2013)

– I finestroni della Basilica di Ss. Giovanni e Paolo in pezzi Il parroco: «Servono 300mila euro, ma non ci sono» –

VENEZIA – «Grandioso finestrone archiacuto a comparti, con magnifica vetrata quattrocentesca, dai meravigliosi smalti colorati. Sebbene molto restaurata, è una delle opere più insigni uscite dalle fornaci muranesi». È la descrizione fornita dal Lorenzetti, nella sua guida storico artistica della città di Venezia, del maestoso dipinto attribuito a Bartolomeo Vivarini sulla vetrata della chiesa dei Santissimi Giovanni e Paolo, lo stesso che oggi sta lentamente cadendo a pezzi. Un’opera unica al mondo.
   L’ultimo tassello si è staccato circa un mese fa dal collo del drago ucciso da San Giorgio, un veneziano se ne è accorto e ha lanciato l’allarme su Facebook con tanto di fotografia, pensando si trattasse di un atto vandalico o di una pallonata dei ragazzi che spesso giocano nel campo. «In realtà – ha poi spiegato padre Angelo, il parroco della chiesa – non si è trattato di un vandalismo, è l’opera che già soffriva di alcuni buchi e infiltrazioni che continua lentamente a disgregarsi».
Il mancato restauro dell’opera sarebbe dovuto, spiega il parroco, alla mancanza della disponibilità economica, anche da parte della Soprintendenza. «Sistemare tutta la vetrata – aggiunge – costerebbe circa 300mila euro».

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«VENEZIA LASCIATA SOLA: RISCHIA DI DIVENTARE UN’ALTRA POMPEI»

di Giorgia Pradolin, da “il Gazzettino” del 11/9/2013

– Il responsabile dei Beni ecclesiastici lancia un sos dopo l’allarme per il mancato restauro della vetrata del Vivarini –

VETRATE della Basilica dei SS. Giovanni e Paolo a VENEZIA (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
VETRATE della Basilica dei SS. Giovanni e Paolo a VENEZIA (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

VENEZIA – «Venezia rischia di diventare come Pompei». Non una città “morta”, ma una città i cui capolavori e monumenti rischiano di cadere a pezzi, vittime del tempo, dell’incuria, dei mancati restauri. È un grido d’allarme e insieme una richiesta d’aiuto quella che lancia il responsabile dei Beni culturali ecclesiastici di Venezia, monsignor Antonio Meneguolo.
   Il drammatico sos giunge all’indomani dell’ultimo caso di opera d’arte in urgente quanto vana attesa di restauro: il grande “dipinto di luce” attribuito all’artista Bartolomeo Vivarini che si trova nella chiesa dei Santissimi Giovanni e Paolo, a Venezia. Una magnifica e grandiosa vetrata quattrocentesca che il Lorenzetti, nella sua guida storico-artistica della città lagunare, definisce come “una delle opere più insigni uscite dalle fornaci muranesi”.
   Ebbene questa ineguagliabile e preziosa opera su vetro, il cui ultimo intervento di restauro risale agli anni ’80, sta lentamente ma inesorabilmente perdendo i pezzi. Un mese fa si è staccato un altro tassello dal collo del drago di San Giorgio, una delle 35 figure sacre che compongono l’opera alta circa 15 metri. Sarebbe necessario un intervento di recupero. Ma il restauro costa almeno 300mila euro e i soldi non ci sono e non si trovano. La Curia e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia conoscono da tempo la situazione e il pericolo, tanto che circa quattro anni fa alcune delle parti più rovinate dell’imponente vetrata sono state trasferite nel deposito della Soprintendenza. Nel frattempo “il dipinto di luce” che fa mostra di sè dentro la chiesa continua a rovinarsi, deteriorarsi, e, come è appunto sucesso poche settimane fa, anche a perdere pezzi. In attesa di finanziamenti.
   Il capolavoro del Vivarini è solo la punta dell’iceberg di una situazione che si aggrava sempre di più: numerosi capolavori di Venezia necessitano di interventi di restauro o di salvaguardia, ma mancano i mezzi. Quelli pubblici, ma anche quelli privati: anche i fondi dei pur numerosi comitati internazionali che si occupano di Venezia si stanno progressivamente inaridendo.
   «Basta pensare – riprende Meneguolo – con quanta difficoltà abbiamo, da poco, ricevuto i finanziamenti dell’Arcus (la società per lo sviluppo dell’arte del Ministro per i Beni le Attività Culturali) per iniziare finalmente i lavori al campanile di Torcello, che si trovava “imbragato” e in attesa di sistemazione da almeno tre anni».
   Certo, per salvare il grande “dipinto di luce”, negli anni si sono tentate molte strade: convegni, campagne di informazione, monitoraggi e rilevamenti diagnostici sulle problematiche dell’opera, anche da parte dell’Università di Padova, e un intervento “pilota” da parte della Soprintendenza veneziana su un antello, per permettere di realizzare il progetto definitivo di restauro. «Nell’intervento abbiamo corretto – spiega la Soprintendente Renata Codello – alcuni errori tecnici compiuti dal precedente restauro negli anni ’80, che aveva provocato irrigidimenti e curvature dei vetri colorati, a causa delle vecchie tecnologie dell’epoca, non adeguate, come quelle di oggi, alla sistemazione dell’opera». Progetto che però necessita appunto di oltre 300 mila euro per essere eseguito interamente sull’opera del Quattrocento.
   Il reperimento delle risorse finanziarie è il nodo da sciogliere. Qualcosa sul fronte degli sponsor privati in tempi recenti si è mosso. L’importante e atteso intervento di restauro del ponte di Rialto sarà interamente finanziato dal patron della Diesel, l’imprenditore vicentino Renzo Rosso. Un esempio che si spera possa fare scuola. «Ma se lo Stato Italiano non ci aiuta – aggiunge Meneguolo – e non capisce la particolarità e l’unicità di una città speciale come Venezia, aspettiamoci di visitarla tra non molto come Pompei, perché quella sarà la sua fine». (Giorgia Pradolin)

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“TUTELARE LE CHIESE? NON TOCCA A NOI”

di Paolo Navarro Dina, da “il Gazzettino” del 13/9/2013

– Il sovrintendente: «Non tocca allo Stato tutelare i beni della Chiesa» – Il direttore dei Beni culturali del Veneto: «Non ci tiriamo indietro ma la crisi c’è per tutti» – Soragni replica alla Curia veneziana: «Conservare e restaurare i beni ecclesiastici non è compito dello Stato», «Per Venezia serve un piano che tenga conto anche della mobilità» –

   Patti chiari e amicizia lunga. Ma soprattutto chiarezza. Ne sa qualcosa Ugo Soragni, direttore regionale per i Beni culturali, una sorta di “governatore” veneto per conto del Ministero e che ha il compito di controllare, vigilare e difendere le bellezze della regione. Nei giorni scorsi Il Gazzettino ha raccolto il grido di allarme per la mancata tutela da parte dello Stato delle testimonianze storico-artistiche della Chiesa a Venezia con il rischio di perdere capolavori inestimabili. Insomma, effetto Pompei.
Direttore Soragni, la Chiesa veneziana ha lanciato l’allarme: chiede maggiori finanziamenti per la tutela dei propri beni culturali.
«Non vorrei fare la parte di chi vuole attenersi solo alle leggi e agli ordinamenti, ma il nostro Codice dei Beni culturali parla chiaro: ciascuno è tenuto ad intervenire sui beni di rispettiva ragione».
E quindi?
«Significa che ognuno, per propria parte, anche nel caso dei beni da difendere, è responsabile della loro conservazione e tutela. E questo non può che essere anche per quelli di proprietà ecclesiastica. Viene altresì detto e definito, ad esempio, che i proprietari possono essere sostenuti con delle facilitazioni, ma non vi è alcun obbligo specifico da parte dello Stato».
In parole povere anche la Chiesa veneziana si dovrebbe impegnare per trovare finanziamenti.
«Esattamente. É evidente che ciò non vuol dire che lo Stato rinunci ad intervenire. Tutt’altro. Nello spirito di sussidiarità che ha sempre contraddistinto l’impegno per la tutela dei beni culturali, lo Stato ha fatto e continuerà a fare del proprio meglio trovando i finanziamenti necessari(fondi pubblici, uso dell’8×1000, proventi di lotterie, ma…».
Ma?
«Ma lo Stato non può provvedere e non può intervenire su beni, come quelli ecclesiastici, che non gli appartengono. Soprattutto se teniamo conto, come è noto, che la crisi economica tocca tutti. E quindi anche i fondi a disposizione del Ministero che, detto per inciso, si ritrova a non avere i soldi per pagare le bollette…».
Quindi gli enti ecclesiastici si devono fare carico dei proprio patrimonio culturale oggi più di ieri.
«Certamente. Se si intende procedere con un restauro è bene che essi trovino anche le risorse».
E per quel che riguarda Venezia nel suo complesso?
«Questa città ha bisogno di un trattamento speciale perchè è un bene culturale complesso. Mi piacerebbe che vi fosse un piano di salvaguardia che tenesse conto non solo della sua “forma urbis”, ma anche di altro, come la mobilità. Se non si garantisce un servizio di trasporto adeguato e al passo con i tempi, allora sì la città sprofonderà nel degrado. I segnali ci sono già da tempo: basti pensare alle condizioni delle attuali porte d’accesso a Venezia; allo stato comatoso della stazione di Santa Lucia; all’assenza di gestione nei flussi turistici. E per completare l’opera: un sistema di depurazione acque adeguato. Quest’estate abbiamo respirato miasmi di sapore medioevale…».
C’è infine anche la questione delle Grandi Navi.
«Il ministro Bray lo ha già detto molto chiaramente: bisogna trovare una soluzione. Ma non posso non tener conto del rischio più remoto: uno sversamento di carburante in bacino, un incidente… Tutto è possibile anche una sola su un miliardo di volte! Noi abbiamo l’obbligo di tutelare Palazzo Ducale, San Marco, la città. C’è in gioco una responsabilità “pazzesca” per questo patrimonio mondiale. Non possiamo permetterci errori». (Paolo Navarro Dina)

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IL TESORO «NASCOSTO»

CULTURA, IL PATRIMONIO CHE L’ITALIA NON SFRUTTA – E LA «CASSA» PIANGE

di Luigi Marsiglia, da “AVVENIRE” del 11/9/2013

  Il brand della Tour Eiffel, ovvero l’immagine del monu­mento spendibile sia come richiamo turistico che co­me traino per un’eventuale campagna promozionale, sfiora i 440 miliardi di euro. Mentre quello del Colosseo va­le cinque volte meno, superando di poco i 90 miliardi. La Sa­grada Familia di Barcellona raggiunge anch’essa i 90 miliar­di, contro gli 82 del Duomo di Milano, metropoli il cui mar­chio si attesta su un valore complessivo di ‘appena’ 270 mi­liardi.

   È quanto fotografa la ricerca svolta nel 2012 dalla Si­mon Anholt Brand Index. Ma a che cosa è dovuto l’appeal turistico della torre progettata dall’ingegner Gustave Eiffel e inaugurata in occasione dell’Esposizione Universale del 1889 (in attesa delle tre torri grattacielo di Milano realizza­te per Expo 2015), rispetto alla classicità secolare dell’Anfi­teatro Flavio? Certo, dietro la prima si erge tutta la spensie­rata bellezza di Parigi, capitale della Belle Époque; e attor­no al secondo si espande la mae­stosità senza tempo della Città e­terna. Entrambi luoghi inimitabili, meta di un turismo culturale che non conosce sosta. Eppure, cosa manca al Colosseo e agli altri mo­numenti italiani per balzare ai pri­mi posti nella classifica, come me­riterebbero per la loro storia e sin­golarità, inseriti come sono nel contesto spettacolare dei panora­mi, umani e naturali, del Belpae­se? Ecco la questione: il contesto, ossia l’offerta che viene garantita in un frangente di massiccia globalizzazione.

   Troppo spesso in Italia il turismo è ritenu­to un’industria effimera e stagionale da spremere al mo­mento, senza la lungimiranza di un flusso fidelizzato, con­tinuo e costante nel ritorno o nel ricambio generazionale, come all’epoca del ‘grand tour’, quando la penisola era con­siderata una tappa fondamentale per l’educazione cultura­le dei gentiluomini europei dal ’600 fino al tardo ’800. I mo­numenti italiani raramente fanno rete e ognuno ‘vive’ per conto proprio, in una sorta di altezzosa solitudine. Tale e quale il sistema paese, che o stenta a decollare o semplice­mente non esiste. Dai biglietti d’ingresso dei singoli musei alle infrastrutture: strade dissestate, parcheggi inesistenti, ho­tel e ristoranti dove il binomio qualità-prezzo, fiore all’oc­chiello dell’Italia enogastronomica anni ’60, segna ormai un vistoso deficit alimentando di fatto un tipo di turismo mor­di e fuggi.

   Nel 2012, Roma ha accolto 15 milioni circa di vi- sitatori che si sono soffermati in media 2-3 giorni. E a farne le spese sono gli stessi monumenti che, in tempi di crisi e­sasperata, con tagli indiscriminati e noncuranze, rischiano letteralmente di cadere a pezzi. Eclatanti in tal senso i casi di Pompei o della Reggia di Caserta che, a causa innanzi tut­to dell’incuria, ha quasi dimezzato il numero di visitatori, passando da un milione all’anno a 600.000, una bazzecola in confronto dei 6 milioni e mezzo che, sul fronte francese, incassa ogni anno Versailles.

   Della situazione di penosa so­pravvivenza in cui versa il gioiello di Caserta, si è reso con­to Massimo Bray, ministro per i Beni e le attività culturali e il turismo, visitando in bicicletta l’immenso parco dell’edi­ficio. Contestualizzare, significa creare dei percorsi ad hoc, inserendo il monumento in un sistema sicuro che consen­te, al turista, di percepirne l’importanza nell’ambiente cir­costante, stratificato attorno a quel simbolo. Significa pro­teggere il bene storico e il territorio, cambiando in modo ra­dicale la mentalità dell’evento unico e sensazionale da co­struire, spendendo magari cifre considerevoli, per invogliare i turi­sti a concedere ogni volta la loro fi­ducia. Occorrono meno iniziative gridate e più mostre documenta­te, che possano mettere in risalto un patrimonio immenso riposto oggi nei depositi dei musei e di­menticato.

   Un’eredità storica, che tocca a noi far fruttare al meglio. A partire proprio dal dilemma che avvolge il capitolo ‘cartolarizza­zioni’: vendere (e che cosa, senza svendere) oppure recuperare? Nell’ultimo secolo sono sta­ti vincolati in Italia più di 51mila immobili (fonte Mibac), pa­ri a quasi 55mila chilometri quadrati, ossia il 18% del terri­torio nazionale. Una legislazione iperprotettiva, il che non è affatto un male, da adeguare però ai nostri tempi e che presenta, a volte, delle situazioni abnormi, soprattutto di carattere burocratico. Alcuni enti, vedi l’esempio della pro­vincia e del comune di Lecce, sono sempre più propensi – se non costretti – a cedere il loro patrimonio edilizio per mo­netizzare e fare cassa. Il problema è che, accanto a struttu­re di scarso interesse storico e architettonico, finiscono sul mercato edifici di inestimabile valore. Un vero peccato, da­to che storia e arte, se bene amministrate, rappresentano u­na fonte primaria di reddito e la tanto sospirata ripresa e­conomica passa anche attraverso la valorizzazione delle ri­sorse culturali. (Luigi Marsiglia)

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Il collasso del sistema dell’arte: il manifesto-choc di quattro docenti tedeschi

L’INFARTO DELLA CULTURA

di Vincenzo Trione, da “LA LETTURA”, inserto domenicale de “Il Corriere della Sera”

– Musei, teatri, biblioteche: è l’ora di chiudere chi produce soltanto costi –

   Il titolo è efficace: Der Kulturinfarkt. Ovvero, «L’infarto culturale». Il tono è da pamphlet e, insieme, da inchiesta giornalistica: un incrocio tra la saggistica militante e le ricognizioni sui mali culturali. Ne sono autori Armin Klein (professore di management a Ludwigsburg), Stephan Optiz (professore di management culturale all’Università di Kiel), Dieter Haselbach (direttore del «Centro di ricerca sulla cultura» di Bonn) e Pius Knüsel (Direttore della Fondazione Pro Helvetia). Un feroce j’accuse, che ha suscitato accesi dibattiti in Germania.

   Der Kulturinfarkt descrive un collasso: l’offerta cresce sempre di più, mentre la domanda diminuisce. Il settore culturale è a un passo dall’infarto: «Ci sono troppe cose e sono quasi ovunque le stesse». Inutile avere nostalgie o rimpiangere stagioni lontane. Occorre muovere da una verità: si sta inaridendo il flusso di denaro pubblico che, per decenni, si era riversato sumusei e teatri, fondazioni e convegni, rassegne e associazioni. Cosa fare? Continuare a pretendere i benefit del passato? O protestare? Oppure fingere di non vedere i sintomi dell’agonia in atto?

   Servono le maniere forti, per gli autori di Der Kulturinfarkt. La ricetta è drastica. Tagliare gli interventi dall’alto, per ridistribuirli secondo nuovi criteri. Ci si deve portare al di là dell’assistenzialismo. Abbandonare la politica delle sovvenzioni. «Affaticare» il sistema nel suo insieme: solo in questo modo sarà possibile immaginare una ripresa.

   Il discorso di Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel muove dalla Germania. Un Paese virtuoso, che ha un ricco tessuto di infrastrutture: 6.000 musei, 140 teatri, 8.000 biblioteche. Dopo aver a lungo «supportato» questa pluralità di presenze, lo Stato deve compiere scelte impopolari. Non ricorrere a tagli miopi, che non tengano conto delle specifiche situazioni (come aveva proposto qualche ministro in Italia). Ridurre i sussidi, affidandosi a metodi più seri e rigorosi. Non dare ascolto alle pressioni delle singole «realtà», dedite per lo più a difendere privilegi consolidati, cristallizzate, autoreferenziali, prive di flessibilità. E non farsi neanche ingabbiare dentro un intellettualismo di tipo adorniano. Insomma, evitare la pratica degli aiuti a pioggia.

   Privatizzare o addirittura «eliminare» istituzioni che hanno scarsa tendenza all’autofinanziamento: chiudere la metà dei musei, dei teatri e delle biblioteche. E destinare i sussidi rimanenti a un numero ristretto di istituzioni. Per favorire il «passaggio» del 25% dei fondi pubblici a imprenditori indipendenti sensibili al mercato globale e impegnati per incrementare il consumo interno dei prodotti culturali. E, poi, ad artisti, a start up creative e digitali, a università nelle quali si studino le discipline «estetiche». Si devono potenziare quelle iniziative che, progressivamente, potranno raggiungere l’autonomia, l’«autarchia».

   Dunque, più qualità meno quantità. Per consentire allo Stato di concentrarsi sulla tutela del patrimonio artistico e storico, che va considerato non come un salvadanaio da svuotare, ma come un giacimento etico e civile; non come un archivio di idee senza tempo, ma come una «materia» che si trasforma continuamente. I monumenti, i musei, il paesaggio, secondo Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel, appartengono a tutti, ed è dovere di chi governa conservarli e valorizzarli, aprendosi all’aiuto da parte dei privati, con agevolazioni fiscali e con altre strategie di sviluppo: una chance potrebbe consistere nella creazione di piattaforme di crowd-funding (promosse da normali cittadini).

   Pur attento solo al contesto tedesco, Der Kulturinfarkt affronta tematiche che potrebbero essere agevolmente «riambientate» nel nostro Paese. Che, tra la seconda metà degli anni Novanta e oggi, ha vissuto due fasi. Si pensi al fenomeno dell’«invasione» dei musei d’arte contemporanea. Dapprima, c’è stata la stagione dell’effervescenza. All’origine, c’è una felice intuizione dell’ex sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, tra i primi ad aver capito che l’arte d’avanguardia può essere un efficace strumento per il rilancio di una città. Anche sulla scia di questa idea, sono nati il Pan e il Madre (a Napoli), Palazzo Riso (a Palermo), il Marca (a Catanzaro), il Man (a Nuoro), il Museo del Novecento (a Milano), il Macro e il Maxxi (a Roma) e tante esperienze a livello locale. Un’ondata che rivela un’autentica sensibilità civile da parte di alcuni amministratori: la necessità di difendere alcuni gesti «audaci» dalle logiche del mercato; il bisogno di rendere più accessibile alla comunità l’arte del nostro tempo; il desiderio di informare i cittadini sul divenire dei linguaggi attuali.

   Ci sono stati eccessi, sprechi. Così, all’ebbrezza è seguito il riflusso. Alcuni dati di questi ultimi mesi: la crisi del Pan, del Madre e di Palazzo Riso, il deficit del Maxxi, i problemi del Macro. Un declino espresso simbolicamente dall’incendio di alcune opere della collezione del Cam di Casoria. Siamo in piena austerity. Sempre più spesso, a imporsi è la convinzione secondo cui l’arte sia solo un buco che assorbe risorse già scarse, senza produrne altre.

   Si dimentica, però, che il sistema della produzione culturale, come ha sottolineato Pier Luigi Sacco, non solo è un meta-settore industriale, ma è anche, tra i comparti più grandi e redditizi del terziario avanzato, con un fatturato pari al doppio di quello delle aziende automobilistiche.

   Eppure, queste verità sfuggono. Si preferisce adottare una prospettiva priva di coraggio e di lungimiranza.

Come uscire da questa condizione? Si possono imboccare tante strade. Ad esempio, ci si potrebbe riferire a quanto accade in Francia, dove da anni si stanno sperimentando forme di azionariato diffuso e popolare: con circa 7.000 membri, la «Société des Amis du Louvre», come ha osservato Marc Fumaroli, è «il principale mecenate privato con una media di 4 milioni di euro l’anno». Ogni cittadino può entrare in istituti come questo, avvantaggiandosi della possibilità di detrarre dalle tasse il 66% di quanto regalato al museo (le imprese arrivano fino al 90%).

   Inoltre, determinante sarebbe una ridefinizione corretta dei rapporti tra pubblico e privato. Da un lato, il pubblico: deve impegnarsi in ambiti che non garantiscono sicuri margini di profitto, eppure decisivi per alimentare ricerche innovative. Dall’altro lato, il privato: deve sostenere attività affini ai suoi settori d’intervento e fornire capitali per lo sviluppo di segmenti culturali strategici (illuminante la collaborazione tra Bmwe Guggenheim di Berlino).

   Ma, forse, la questione è più delicata di quanto ritengono molti economisti. Come affermano gli autori di Kulturinfarkt, lo Stato dovrebbe iniziare a dirottare importanti risorse anche sulla formazione: sulle università «artistiche». Perché, in fondo, è proprio questa la scommessa: investire sulla scuola. Ecco la battaglia da combattere. Nell’epoca dell’«intelligenza di massa», la sfida è: alfabetizzare in un’ottica contemporanea, trasmettendo solidi valori morali e intellettuali.

   A tal proposito, potremmo ricordare quanto ha scritto Alessandro Baricco in un articolo di qualche anno fa: «Smettetela di pensare che sia un obiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. (…) Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto». (Vincenzo Trione)

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Intervista al fondatore di Lookals

«IL TURISMO IN ITALIA VA RIFONDATO COME UNA STARTUP»

di Valerio Bassan, dal sito LINKIESTA (www.linkiesta.it/) – 10/9/2013 

– Un sito tedesco mette in contatto turisti e guide e per percorsi innovativi. Ora arriva in Italia –

   Siamo nell’era del turismo mordi-e-fuggi, nell’epoca del low cost. La crisi ha cambiato il modo in cui viaggiamo. Non ci sono più vie di mezzo: a fronte di un ristretto gruppo di journeymen impegnati in lunghe trasferte pianificate o avventurose, sempre alla ricerca di nuovi percorsi e nuove vie per approfondire la conoscenza del luogo di destinazione, sono sempre di più i viaggiatori da trolley, in grado di visitare una capitale in 48 ore o un intero stato in poco più di una settimana. Per la maggior parte di noi, dunque, qualcosa forse si sta perdendo.

   Non è detto, comunque, che non si possa trovare una via di mezzo, un antidoto alla superficialità. Qualcosa che possa coniugare le esigenze economiche e l’autenticità di un viaggio vissuto in profondità, addentrandosi nella cultura del luogo in cui ci si sta recando. È esattamente questo che sta provando a fare Lookals, startup basata a Berlino ma con forti radici in Italia: i co-fondatori, Marco Vismara (28) e Viviana La Colla (28), sono entrambi italiani, così come Peppe Sirchia, già anima del progetto Meedori, che gestisce la parte tecnica direttamente da Catania.

   «L’inizio della storia di Lookals è la fine del viaggio di Klas, che al ritorno a Berlino dopo un soggiorno in Italia, si trova ad affermare davanti ai suoi increduli amici italiani “voglio diventare comunista”», racconta oggi Vismara. La presunta svolta politica del ragazzo tedesco, però, ha radici più nello stomaco che nella mente. «A Bologna, Klas è rimasto folgorato da un’indimenticabile serata trascorsa alla Festa dell’Unità, lo storico festival della sinistra italiana, in un mix di cucina popolare, vino rosso e proposte culturali». Una scoperta inaspettata, arrivata solo grazie all’incontro fortuito con uno studente locale, terminato seduti ad una tavolata di legno, davanti ad una porzione di lasagne e una caraffa di vino della casa.

   Lo scopo di Lookals è proprio quello di offrire esperienze selezionate ed autentiche al di fuori delle consuete rotte turistiche, ma non per questo di minor fascino per il viaggiatore. La startup ha lanciato poche settimane fa la versione beta del suo sito: per il momento, le proposte sono tutte concentrate a Roma e dintorni, in quella che secondo Vismara è l’area ideale per iniziare a proporre il servizio. Oggi si può scegliere tra una visita al lago Nemi, dove si celebra il Culto di Diana Nemorensis (60€), un’originale visita panoramica a bordo dei tram (45€), un’esplorazione del Colombario di Pomponio Hylas o del Mitreo del Circo Massimo (8€).

   «Le prime guide locali le abbiamo “reclutate” tramite il passaparola», prosegue Vismara. «Ad oggi stiamo instaurando delle partnership strategiche con servizi simili al nostro che operano però in altri settori sempre legati al turismo, oltre a mettere a punto una strategia di vendita studiata ed elaborata nel tempo. Siamo presenti alle fiere di settore e ci rivolgiamo ad enti ed organizzazioni che già fanno questo lavoro attivamente. Lo scopo è quello di incanalare tutti i flussi turistici – parlando di turismo esperienziale, non di hotel booking o simili – all’interno della piattaforma, per far sì che ogni professionista locale sia facilmente rintracciabile e possa promuovere attivamente il proprio territorio».

   Da una parte ci sono le guide, dunque. Dall’altra, ovviamente, i viaggiatori. «Il turismo sta cambiando e vorremo contribuire a fare in modo che cambi in meglio. Sfruttando il potenziale tecnologico che abbiamo a disposizione, unito alle eccellenze del Belpaese – le guide turistiche, le associazioni culturali, ed un territorio che non ha eguali al mondo in termini di storia, arte, letteratura, vogliamo incentivare i viaggiatori a tornare in Italia offrendo loro un servizio semplice da utilizzare e che soddisfi a pieno le loro esigenze: dalla ricerca alla prenotazione ed ai pagamenti».

   Lookals cerca dunque di creare due community, una di domanda e una di offerta, e di metterle in collegamento attraverso la piattaforma. Ad ogni transazione, il sito trattiene una percentuale attorno al 10 per cento. La startup è stata avviata a Berlino, come dicevamo. La capitale tedesca negli ultimi anni ha superato Roma per numero di turisti, diventando la capitale più visitata d’Europa. Nei primi sei mesi del 2013, 5,3 milioni di visitatori sono transitati dalla capitale tedesca. E se ne attendono 11 milioni entro la fine dell’anno.   Un afflusso da 26 miliardi di pernottamenti che, nel solo 2011, ha fornito dieci miliardi di euro di introiti alle casse statali.

   Merito di investimenti consistenti ma oculati. «Berlino è una bellissima città, dove si respira la storia e si vive nella modernità. I trasporti funzionano in maniera impeccabile e c’è un grande senso civico, pur essendo una capitale multiculturale. Allo stesso modo, la Germania è una nazione interessante con molti anni di storia da raccontare», spiega Vismara, che però rilancia. «Tuttavia, noi siamo l’Italia. Ad ogni nostro passo calpestiamo millenni di storia. Abbiamo un numero di siti patrimoni dell’Unesco che nessun altro Paese al mondo ha. Fatichiamo ad averne cura ed a promuoverli all’estero. I fondi spesso e volentieri vengono sprecati, letteralmente buttati e di testimonianze ce ne sono tante».

   La soluzione è sempre quella: agire. A livello statale e personale: «Personalmente credo che si dovrebbe investire molto di più nella promozione del nostro inestimabile patrimonio, creare un sistema di infrastrutture che faciliti i movimenti e smettere di parlare a fiere e convegni ed iniziare anche ad ascoltare le richieste ed i consigli delle guide e degli addetti ai lavori. Chi meglio di loro può dire cosa serve e come farlo? Noi con Lookals nel nostro piccolo vorremmo poter contribuire alla crescita ed alla promozione dell’Italia, in Italia e all’estero. Ma se tutti gli italiani, nel loro piccolo, iniziassero a raccontare quanto sia bello il nostro Paese, potrebbero forse smuovere qualcosa e far si che sempre più viaggiatori scelgano l’Italia come meta per i loro soggiorni», conclude. (Valerio Bassan)

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Le nuove Vie del Turismo

TRENTINO: INCROCI CULTURALI

di Carlotta Lombardo, da “il Corriere della Sera” del 28/6/2013

L’iniziativa. Una card per spostarsi liberamente con il trasporto pubblico. – L’apertura. Dal 27 luglio il Museo della Scienza progettato da Renzo Piano. – La scommessa di Trento e Rovereto. Mettere in «rete» duecento luoghi fra tradizione e arte moderna. – Il successo. Il Mart ha dieci anni di storia e numeri da capogiro: 200 mostre e oltre 2 milioni di visitatori. – L’unione. Castelli, palazzi, musei e siti archeologici hanno deciso di fare sistema. –

   Una struttura avveniristica con giochi interattivi, exhibit multimediali e laboratori sul mondo delle Alpi, i ghiacciai, la Terra: a Trento la montagna diventa museo, e viceversa. Il nuovo Muse, Museo delle Scienze progettato da Renzo Piano, ha un profilo che rincorre le montagne, mentre l’interno gioca sul concetto di «zero gravity»: la sospensione, con cavi sottili, degli oggetti esposti che fluttuano su pedane scendendo dal lucernaio al piano interrato, per sei piani.

   È un viaggio del terzo Millennio tra paesaggi, tappe evolutive ed ere geologiche, ma anche l’occasione di ritrovare il corso d’acqua della città, l’Adige (che scorre lì accanto) e una nuova zona, l’area ex-Michelin, dove sorge accanto a spazi commerciali e residenziali, l’antico Palazzo delle Albere, un parco. Ventotto chilometri più a sud, lungo la Vallagarina, l’altro miracolo culturale del Trentino ha le linee minimali di un’agorà monumentale e una spettacolare cupola in acciaio.

   È il Mart, il Museo d’Arte contemporanea disegnato da Mario Botta per Rovereto: dieci anni di storia e numeri da capogiro: 200 mostre prodotte e oltre due milioni di visitatori. «In realtà, spiega Cristiana Collu, Trento e Rovereto sono come un’unica città con un grande parco in mezzo. Un distretto culturale con luoghi straordinari come il Castello del Buonconsiglio e il Museo di San Michele, il Museo della Guerra e il Museo diocesano tridentino, il Mart e, ora, il Muse. Sembra sempre che non sia il momento opportuno per scommettere sulla cultura, ma non è così. Basta pensare al Moma di New York, fondato nel ’29, l’anno della Grande crisi americana; o allo stesso Mart, nato da un’idea che aveva cominciato a circolare negli anni Ottanta per rilanciare un territorio in affanno. La crisi impone di osare. Per il Mart, a differenza del Muse, la grande intuizione è stata quella di volersi alleggerire dal legame con il territorio attraverso un programma di artisti internazionali. Ora, a distanza di dieci anni, il museo si ricollega al luogo in cui è nato in maniera molto più pervasiva grazie a un’attività che non è mai solo quella di esporre, ma di conservare, studiare e promuovere, anche artisti locali, attuando collaborazioni con le altre istituzioni del territorio. Solo così si costruisce il visitatore del futuro. Un visitatore che con il museo e la sua terra ha una partecipazione spontanea e disinvolta perché li considera anche un po’ suoi, luoghi pubblici e privati al tempo stesso».

   Castelli, musei, palazzi, siti archeologici: sono oltre duecento i soggetti che hanno deciso di mettersi in rete dando vita a «TrentoRovereto. Città e culture», un mondo al quale si ha accesso grazie a una card che permette di vivere liberamente palazzi e musei spostandosi con la mobilità pubblica su tutto il territorio provinciale. (….)

   La prima veglia futurista Depero la organizzò a Rovereto, il 10 gennaio 1923, per realizzare la sua officina d’arte, un laboratorio creativo destinato a ribaltare la borghese concezione dell’arte (è la Casa d’Arte futurista Fortunato Depero, in via Portici), ma chi arriva in questa città bella e colta non dovrebbe tralasciare di visitare anche il castello, sede del Museo storico italiano della Guerra. Le sorprese di Trento non sono da meno.

   Si cammina sui marciapiedi di pietra rosa ammirando i palazzi dove il Rinascimento si è fuso con lo stile Romanico, Medievale, Gotico, Barocco. «El ziro al sas», la passeggiata fra piazza Duomo e le vie attorno, è una gigantesca quadreria in eterna esposizione con decine di dimore nobiliari dalle facciate affrescate. Da dove cominciare? Dalla Tridentum romana, l’itinerario archeologico nel centro di Trento che dalla città sotterranea porta alla Basilica paleocristiana, o dalle inedite, e nuovissime, Gallerie di Piedicastello, spazio espositivo ricavato all’interno di due tunnel stradali dismessi.

   Oppure, ancora, dal Castello del Buonconsiglio, emblema della storia del territorio «perché condensa, informa il direttore Franco Marzatico, la fisionomia della fortezza medievale e del palazzo rinascimentale, ma è stato anche caserma austriaca e luogo di esecuzione di Cesare Battisti. E poi, ha quel capolavoro assoluto che è il Ciclo dei Mesi, affreschi cinquecenteschi all’interno di Torre Aquila.

   Altre eccellenze? Certo. A Castel Beseno si indossano le repliche fedeli di antiche armature muovendosi tra scenografie di grande impatto, mentre al Castello di Stenico si visita il Museo dell’antico artigianato artistico e a Castel Thun, in Val di Non, l’arredo originario della nobile famiglia. Fare sistema oggi è fondamentale. Noi abbiamo messo in rete pure i castelli. Il turista li visita, colleziona i timbri d’ingresso e vince dei premi. Otto o 16 timbri e ti porti a casa olio, vino, aceto… Tutto, rigorosamente, made in Trentino». (Carlotta Lombardo)

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IL TURISMO DIMENTICATO

di Enrico Romagna-Manoja, dal settimanale IL MONDO, in edicola il 13/9/2013 

– Rappresenta il 10% del pil ma non ha un ministero per il «no» delle Regioni –

   Ogni tanto sulle pagine di cronaca dei giornali si legge di un barbone morto sotto un ponte che nel materasso nascondeva centinaia di migliaia di euro. È la stessa immagine che viene in mente quando si pensa al turismo in Italia: un Paese che possiede il maggior patrimonio culturale del mondo, unito a un clima e a un paesaggio che ne dovrebbero fare la principale meta turistica internazionale, e che, non solo non sa sfruttarlo ma, anzi, fa di tutto per sprecare una risorsa che la storia e la geografa gli hanno regalato.

   Gli ultimi dati parlano chiaro: il turismo, in Italia, rappresenta il 10,3% del prodotto interno lordo, meno della Turchia (10,9%) e appena due terzi di quanto vale in Portogallo, Grecia, Spagna, Tunisia ed Egitto, tutti sopra il 15%. Anche per quanto riguarda la quota di posti di lavoro che ruotano intorno al turismo, l’Italia è all’11,7%, poco sopra la Turchia (8,3%) ma ben sotto i suoi principali concorrenti del Mediterraneo (dal 13 al 18%).

   A fronte di questi numeri, che certifcano il tracollo dell’Italia come destinazione del turismo mondiale (890 milioni di turisti nel 2010 che diventeranno 1 miliardo e 350 milioni nel 2020, 700 milioni dei quali provenienti dai mercati emergenti…), l’Italia non ha un ministero dedicato e, quelle poche volte che lo ha avuto, non lo ha dotato di portafoglio rendendolo quindi sostanzialmente inutile.

   Enrico Letta, che quando era un semplice parlamentare auspicava (2005) un ministero del turismo dotato di fondi e di poteri «perché sul turismo si gioca buona parte del futuro del Paese», da presidente del Consiglio ha accorpato il bistrattato dicastero a quello dei Beni culturali affidato a Massimo Bray.

   Un accostamento giusto rispetto a fusioni più estemporanee come quella con lo sport (governo Monti) ma pur sempre lontano da ciò che servirebbe: un ministero del turismo a pieno titolo (l’ultima titolare è stata Maria Vittoria Brambilla nel quarto governo Berlusconi, ma di fondi a disposizione non ne aveva nemmeno lei) e dotato di (rilevante) portafoglio perché ogni euro investito in questo settore si moltiplica potenzialmente all’infinito.

   Come mai i governi che si sono succeduti negli anni non hanno mai dato al turismo l’importanza che merita e lo hanno sempre considerato solo come una poltrona da assegnare a seconda degli equilibri di coalizione?

   Da un lato, per l’opposizione delle Regioni che rivendicano la loro competenza su questa materia: un altro disastro del federalismo antelitteram che ha provocato un’esplosione di costi a livello locale senza alcun coordinamento nazionale, l’esatto contrario di quanto hanno fatto i nostri concorrenti.

   Dall’altro, a causa della confusa politica che, tra referendum abrogativi e tagli scriteriati alla spesa pubblica, ha colpito a morte quello che dovrebbe essere l’Eldorado italiano. Basti pensare ai crolli di Pompei o alle polemiche sul Colosseo per capire come lo sfruttamento dell’immenso patrimonio culturale di cui disponiamo sia una chimera.

   Vanno benissimo l’Expo 2015 e forse anche le Olimpiadi del 2024 ma se non investiamo sul turismo saranno soltanto eventi ad alto rischio flop. Quando saremo usciti dalla melma politica in cui sguazziamo da anni sarà il caso che qualcuno ci faccia un pensierino. (Enrico Romagna-Manoja) 

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IL MARE NOSTRO È DEGLI ALTRI

CLUB MED

di Federico D’Agostino, da LIMES (rivista italiana di geopolitica)

   È incredibile la disattenzione dell’Europa verso la prima risorsa economica del Mediterraneo: 220 milioni di turisti l’anno, che potrebbero quasi raddoppiare per il 2025. I rischi ambientali e la questione sicurezza. A mare lo zaino: il futuro è la crociera.

   A quarant’anni dalla nascita del turismo di massa, che prometteva di cancellare le distanze e portare a dialogo le culture più lontane, una specie di Concilio Vaticano II in bermuda e cappelletto, è ora di chiedersi se quella promessa non fosse da marinaio, e se il Mediterraneo non sia un caso al contempo eccezionale ed esemplare della parabola del turismo come vettore politico.

   Il Mediterraneo difatti è nel suo insieme la prima destinazione turistica in assoluto, con circa il 33% del mercato mondiale: 220 milioni di viaggiatori ogni anno; vi si affacciano 4 delle prime 10 potenze mondiali nel settore (Francia, Spagna, Italia e Turchia) e la maggior parte dei siti protetti dall’Unesco.

   Una risorsa colossale per l’Europa, che trattiene il 75% del traffico turistico all’interno dei suoi confini terrestri o marittimi; un’immensa area di investimento, per un settore commerciale, il turismo appunto, che pochi ricordano essere il primo per fatturato al livello mondiale…

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CLASSIFICA DEI PAESI PIÙ VISITATI AL MONDO

(dal sito http://viaggi.excite.it/ )

Secondo gli ultimi dati ufficiali dell’agenzia specializzata nel turismo mondiale UNWTO (United Nations World Tourism Organization) dell’anno 2011, l’Italiaoccupa il quinto posto nella “Top ten”. Al primo posto si piazza la Francia, che precede gli Stati Uniti.

10. Messico: con oltre 23 milioni di presenze il Messico è il decimo Paese più visitato al mondo, grazie soprattutto alle sue coste, che offrono meravigliose spiagge e mare azzurro intenso, Inoltre, gli enigmatici siti archeologici dei Maya, sono sempre una grande attrattiva culturale per i turisti di ogni parte del mondo.

9. Malesia: al nono posto con 24,7 milioni di turisti, entra in questa prestigiosa classifica anche la Malesia, e nemmeno troppo a sorpresa, visto che l’economia e lo sviluppo di questo Paese sono in forte espansione. inoltre, le bellezze naturali sia costiere che dell’entroterra abbondano, e sono in grado di soddisfare qualunque tipo di esigenza vacanziera.

8. Germania: all’ottavo posto troviamo il primo Paese europeo, la Germania (28,4 milioni), che grazie soprattutto alla sua capitale Berlino e all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, riesce ogni anno ad attirare numerosi turisti, di provenienza in maggioranza europea.

7. Regno Unito: al settimo posto un altro Paese europeo, il Regno Unito, con oltre 29 milioni di visitatori. Anch’esso deve la maggior parte del suo flusso turistico alla sua splendida capitale, Londra, la quale rimane una delle città in assoluto più visitate al mondo. Molto visitate, sono anche le zone della Scozia.

6. Turchia: per sole 100.000 visite circa in più (29,4 milioni), la Turchia si insedia al sesto posto sopravanzando così il Regno Unito nella classifica; visitatissima Istanbul, e le stupende zone costiere.

5. Italia: in ottima quinta posizione si trova l’Italia, che vanta un flusso turistico di oltre 46 milioni di turisti; il nostro Paese rimane uno dei più visitati al mondo, grazie alle sue innumerevoli e uniche opere d’arte, al suo eccezionale passato storico, e alle sue bellezze naturali. Inoltre la nostra rinomata gastronomia (pizza, pasta, ecc), è sicuramente di grande aiuto nell’attirare turisti da tutto il mondo.

4. Spagna: vicina al podio della classifica si trova la Spagna, che con 56,7 milioni presenze straniere distanzia con ampio margine l’Italia. Dai dati raccolti, questo risultato il Paese iberico lo deve soprattutto alle sue città più caratteristiche e rappresentative, ovvero Madrid e Barcellona.

3. Cina: raggiunge con prepotenza il terzo gradino del podio la Cina, (57,6 milioni), che è attualmente lo Stato in maggiore crescita, non solo economicamente ma anche in tanti altri settori, come quello del turismo.

2. Stati Uniti: nonostante la grandezza (non solo in termini geografici) del Paese, e la presenza di città straordinarie e visitatissime, come New York, Las Vegas, Chicago, Los Angeles, e Washington, gli Stati Uniti si devono accontentare “solo” del secondo posto di questa importante classifica, vantando comunque 62,3 milioni di turisti.

1. Francia: il primato nella classifica dei Paesi più visitati al mondo, spetta alla Francia, che surclassa la concorrenza con un’inarrivabile quota di ben 79,5 milioni di visite nel 2011. I transalpini ottengono questo eccezionale risultato, in gran parte per merito della capitale Parigi e del suo monumento simbolo, la Torre Eiffel, mentre un altro considerevole numero di turisti è attratto da luoghi come la Loira, con i suoi meravigliosi castelli, e la Costa Azzurra, con le sue belle e rinomate spiagge.

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LA QUESTIONE DELLE GRANDI NAVI A VENEZIA

di DAVIDE DE LUCA, da IL POST (http://www.ilpost.it/ ) del 22/8/2013

   Con un post sul sul blog Adriano Celentano ha criticato il disinteresse dei principali giornali e telegiornali per la questione delle grandi navi da crociera che attraccano al porto di Venezia. Le navi secondo Celentano sono “micidiali” e causano a Venezia e alla sua laguna uno “scempio”.

   In realtà la questione negli ultimi mesi è stata molto spesso sulle prime pagine dei giornali e nelle aperture dei telegiornali. Il tema ha cominciato ad apparire sempre più frequentemente sui media dopo il disastro della Costa Concordia. Recentemente un “incidente” in cui una nave da crociera sarebbe passata a pochi metri dal molo di San Marco ha di nuovo riportato l’attenzione sul tema.

   Contro il passaggio delle grandi navi da crociera in laguna esiste da diversi anni un comitato di cittadini veneziani, il comitato No Grandi Navi che spesso ha organizzato manifestazioni contro le navi da crociera. Secondo i critici, le navi da crociera produrrebbero con il loro passaggio vari rischi per la salute umana e per la stabilità degli edifici della laguna. Tutto questo al prezzo di un piccolo ritorno economico, poiché i turisti scesi dalle navi da crociera appartengono a una “categoria” poco incline a spendere.

   C’è anche un altro problema di natura “estetica”. Le più grandi navi da crociera sono alte fino a 60 metri e attraccano in una città dove i palazzi più grandi sono alti pochi piani. Il tragitto che percorrono, lungo i profondi canali scavati per permetterne il passaggio – anche se è solo un passaggio che dura pochi minuti – è proprio davanti ad alcuni dei monumenti storici più importanti della città. Chiedere di rimuovere le grandi navi da Venezia per motivi estetici, quindi, è una richiesta legittima della quale non mi occuperò.

Sui dati, i fatti e le statistiche usate per dimostrare che le navi da crociera sono pericolose, inquinanti e poco remunerative per la città di Venezia, c’è invece parecchio da dire.

SICUREZZA
Il 27 luglio lo scrittore Roberto Ferrucci ha denunciato il passaggio della Carnival Sunshine, una gigantesca nave da crociera, a pochi metri dalla Riva Sette Martiri, alcune centinaia di metri da piazza San Marco. Secondo Ferrucci, che dal bar dove si trovava ha scattato alcune foto della nave, l’imbarcazione sarebbe passata a circa venti metri dalla banchina. Secondo altri sarebbe passata addirittura a due metri dalla banchina.

   In poco tempo la notizia è stata stata rilanciata dall’ANSA ed è finita nell’apertura dell’Huffington Post. Il giorno dopo le foto scattate da Ferrucci sono finite su tutti i principali giornali. Alcuni hanno ipotizzato che la Carnival stesse facendo un “inchino” – un passaggio molto vicino alla costa come quello che aveva fatto la Costa Concordia prima di affondare. L’inchino sarebbe stato destinato al proprietario della Carnival, ormeggiato poco lontano con il suo yacht. Questo incidente ha riportato il tema delle grandi navi a Venezia su tutti i giornali. Ai timori per l’inquinamento si sono aggiunti quelli per un disastro simile a quello capitato alla Costa Concordia.

   In realtà le cose sono andate diversamente. Secondo la capitaneria di porto, secondo la Carnivalsecondo le apparecchiature della nave, la Carnival Sunshine è passata a 72 metri di distanza dalla banchina. Se si fosse avvicinata a meno di 40 metri sarebbe uscita dal profondo canale destinato alle imbarcazioni della sua stazza e si sarebbe insabbiata. La nave, inoltre, non era alla guida del suo capitano, ma da un pilota della capitaneria del porto di Venezia ed era trainata da alcuni rimorchiatori.

   In altre parole, all’interno della laguna di Venezia, incidenti come quello della Costa Concordia sono piuttosto improbabili. Le navi procedono trainate da rimorchiatori a una velocità tra i 3 e i 6 nodi (cioè tra i 5 e i 10 chilometri all’ora). Vista la scarsa profondità della laguna, possono procedere soltanto seguendo dei profondi canali che all’interno della laguna funzionano come dei binari. Ovviamente gli incidenti non si possono mai escludere completamente, ma il fenomeno degli “inchini” – e i rischi che comporta – non esiste a Venezia, dove le navi sono guidate da uomini della capitaneria di porto e trainate da rimorchiatori.

EFFETTI IDRODINAMICI
Il passaggio delle grandi navi – e in realtà di tutti i tipi di nave – genera due principali effetti idrodinamici. Il primo è il moto ondoso e il secondo è lo spostamento, non necessariamente visibile a occhio nudo, di grandi masse d’acqua sotto la superficie. Entrambi questi effetti sono potenzialmente dannosi. Il moto ondoso genera vibrazioni che possono danneggiare gli edifici. Gli spostamenti di grandi masse d’acqua possono a loro volta causare danni alle fondamenta degli edifici oppure sollevare grandi quantità di sedimenti e quindi “scavare” sempre di più il tracciato dove passano le navi più grandi.

   C’è un sostanziale accordo sul fatto che le grandi navi non producano un moto ondoso particolarmente dannoso – con l’eccezione del blogger Byoblu. Anche i membri del comitato No Grandi Navi sono concordi nel dire che le grandi navi producono pochissime onde, poiché navigano molto lentamente e hanno scafi costruiti appositamente per scivolare sull’acqua. Al contrario, le piccole imbarcazioni private producono moltissime onde che hanno causato danni alla struttura di Venezia accertati da molto tempo.

   Sul secondo effetto invece c’è ancora una sostanziale incertezza. È possibile trovare su internet diverse citazioni di studi effettuati dall’Università di Padova e dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, secondo i quali questo effetto non sarebbe particolarmente dannoso. I testi delle ricerche complete, però, sembrano introvabili su internet.

   Sul sito dell’autorità portuale di Venezia è presente una brochure in cui si spiega che gli studi effettuati dall’autorità portuale hanno dimostrato che il traffico delle grandi navi non produce particolari danni alle fondamenta di Venezia. L’ultima volta che abbiamo controllato, però, l’affidabilità scientifica delle brochure era molto bassa. Su un altro sito è possibile trovare un estratto di un volume in cui viene confermata questa tesi. Ma il testo completo – con note e metodologia – è disponibile solo a pagamento.

   Purtroppo non siamo riusciti a trovare tracce nemmeno degli studi che affermano il contrario, tra cui uno portato avanti, sembrerebbe, dal MIT di Boston, secondo cui lo spostamento d’acqua causato dal passaggio delle grandi navi produrrebbe gravi danni alle strutture che sostengono gli edifici di Venezia e contribuirebbe a scavare sempre più i canali di navigazione. Se avete link a ricerche o ad altro materiale segnalatecelo nei commenti.

INQUINAMENTO DELL’ARIA
Secondo i membri del comitato No Grandi Navi ogni nave da crociera inquina come 14 mila automobili. È un dato di sicuro impatto emotivo, e che gira almeno dal 2011, ma è quasi completamente inutile. Inoltre non è chiaro con quali calcoli e metodologie sia stato ottenuto. La cosa sicura è che – in generale – tutte le attività portuali sono particolarmente inquinanti. Il punto è stabilire quanto sono inquinanti in generale e quanto di questo inquinamento è responsabilità delle grandi navi da crociera.

   L’ARPA del Veneto (l’agenzia regionale che si occupa della tutela ambientale) ha da poco pubblicato uno studio in cui analizza i vari fattori che concorrono all’inquinamento dell’aria di Venezia. Tutto il traffico di navi passeggeri – bisogna ricordare che oltre alle navi da crociera da Venezia partono numerosi traghetti diretti in varie località dell’Adriatico – è responsabile di circa il 12 per cento di tutte le emissioni dell’agente inquinante PM 2,5 nell’area comunale.

   Il traffico commerciale non passeggeri è responsabile per il 19 per cento. Del 15 per cento sono responsabili le automobili e del 12 per cento le industrie. Come succede quasi sempre, la gran parte dell’inquinamento è causato dalla produzione di energia e dal riscaldamento: in tutto il 25 per cento. Il trasporto marittimo locale, vaporetti, altre imbarcazioni di servizio e imbarcazioni private, è responsabile da solo del 14 per cento dell’inquinamento da PM 2,5.

   Le grandi navi, quindi, sono responsabili di poco più del 10 per cento dell’inquinamento dell’aria di Venezia. Si tratta di un valore troppo alto, secondo alcuni membri del comitato No Grandi Navi. Per questo motivo le navi andrebbero fatte attraccare in un altro punto. A questo proposito c’è un fatto che vale la pena di notare. Se le navi attraccassero a Mestre, Marghera, al Lido o addirittura a Trieste, questi centri riceverebbero l’inquinamento, ma non riceverebbero in cambio i guadagni che al momento Venezia ottiene dalla presenza delle navi da crociera. In altre parole si tratterebbe di cedere ad altri l’inquinamento e tenere per sé i guadagni.

   Gran parte di questo inquinamento, è importante sottolinearlo, arriva dal fatto che parte dei motori delle navi rimane acceso mentre sono all’ancora in porto per mantenere attivi i vari sistemi della nave. Attualmente sono in corso diversi progetti per fornire alle navi energia da terra, consentendogli di spegnere i motori e quindi produrre meno inquinamento. Non è ancora chiaro quanto questi progetti costeranno e quando potrebbero essere ultimati.

IL RADAR
Il blogger Byoblu – Claudio Messora, uno dei responsabili della comunicazione del Movimento 5 Stelle al parlamento – ha ipotizzato un altro rischio per la salute dei veneziani: le radiazioni emesse dai radar delle grandi navi da crociera ormeggiate in porto.

   In realtà, quando le navi sono in porto, i radar di navigazione sono in genere spenti. Ma se anche fossero accesi, non esistono rischi per la salute dimostrati scientificamente. Come scrive sul suo sito l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, i campi elettromagnetici generati dai radar possono causare ustioni o bruciature oltre i 1.000 W/m2. Stando a pochi metri da un radar navale acceso si subisce un’esposizione di circa 10 W/m2. Non esistono al momento studi scientifici che dimostrino con certezza gli effetti cancerogeni a lungo termine a questo tipo di campi elettromagnetici, anche se esistono numerosi sospetti e sono in corso nuovi studi.

I GUADAGNI PER VENEZIA
Secondo alcuni il turismo croceristico a Venezia non porterebbe alla città grandi risorse. I turisti che scendono dalle navi sono pochi, la gran parte si trattiene a Venezia per poche ore e sono turisti poco inclini a spendere. In realtà si calcola che circa il 20 per cento di tutti i turisti arrivino a Venezia tramite le navi da crociera. Secondo una ricerca dell’Università di Padova e dell’Università Ca’ Foscari – anche questa introvabile su internet – le navi da crociera con stazza superiore alle 40 mila tonnellate generano a Venezia ogni anno ricavi per 365 milioni di euro.

   Secondo un’altra ricerca dell’Università Ca’ Foscari (questa disponibile online e molto critica nei confronti delle grandi navi) il ricavo sarebbe minore, ma comunque di almeno di 290 milioni. Ogni turista sbarcato da una nave da crociera spende a Venezia in media 175 euro. Il 42 per cento si ferma a Venezia per poche ore. Il restante 58 per cento si ferma per almeno un giorno. L’impatto sul PIL di Venezia, a seconda di quali cifre prendiamo per buone, oscilla tra un minimo – senza contare l’indotto – del 2 per cento a quasi il 6 per cento. Senza contare l’indotto, il settore impiega a Venezia poco più di 2 mila persone. Contando l’indotto sarebbero più di 5 mila. (DAVIDE DE LUCA)

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