9 ottobre 1963: VAJONT, 50 ANNI DOPO – Arroganze di ieri (e di oggi) contro la sicurezza della vita delle persone, delle comunità, dell’ambiente – PERCHE’ IL RICORDO delle vittime sia rispettoso, non un mero anniversario (E QUEL CHE E’ ACCADUTO NON ACCADA PIU’)

DOPO LA FRANA E IL DISASTRO - Il CAMPANILE di PIRAGO (LONGARONE) tra le macerie
DOPO LA FRANA E IL DISASTRO – Il CAMPANILE di PIRAGO (LONGARONE) tra le macerie

   Accade a tutti quelli che visitano la Valle della Piave presso Longarone, la Valle del Vajont (la diga…), la Valcellina (Erto e Casso fra le due valli, poi Cimolais, Claut…) di essere affascinati da quel paesaggio così “ruvido”, roccioso, particolare… suggestione, tristezza, fascino, di quello che mette assieme le tre cose essenziali di un luogo: la “natura” (come esso è all’origine), l’ “artificio umano” (i segni dell’intervento dell’uomo…la diga, i paesi di Longarone, Erto, Casso…), e infine gli “accadimenti storici”… l’evento tragico della sera del 9 ottobre 1963 (1917 vittime, a Longarone una persona su tre morta!…). Cognizione terribile e difficile da somatizzare, ma che l’asprezza di questo paesaggio della Valle del Vajont, di questi luoghi e dei centri “originari”, “prima della tragedia” (Casso ed Erto, pur adesso quest’ultimo ristrutturato, ma quasi deserto, trasferito allora qualche centinaio di metri più su…), sembra voler dare questo triste ma solido paesaggio (a questo dolore della presenza di tante morti violente, inaudite, quasi 2.000), un equilibrio realistico, accettabile nella sua inaccettabilità…

LA DIGA DA LONGARONE, dal sito www.molare.net
LA DIGA DA LONGARONE, dal sito http://www.molare.net

   Per questo sarebbe bello che questo anniversario durasse sempre, che si andasse in una specie di piccolo ma intenso pellegrinaggio al Vajont almeno una volta all’anno, per “confrontarsi” e ricordare quei morti, quella tragedia…. E capire come sia un evento dato nient’altro che dalla nostra scelleratezza, un’ambizione irrazionale di voler dominare la natura, gli eventi…

CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA - LA ZONA DEL DISASTRO, tratto da www.erto.it
CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA – LA ZONA DEL DISASTRO, tratto da http://www.erto.it

   Per questo concordiamo con chi dice che nulla è cambiato nella mentalità del “potere”, delle istituzioni, di chi le dirige di volta in volta, nel non rispetto, nella superficialità con cui ci si viene a porre nell’inserire opere e manufatti umani su luoghi naturali che han bisogno di rispetto e conservazione…. Autostrade e superstrade di dubbia necessità, alte velocità e modi di vita con i quali ci pare di essere in grado di dominare il mondo (mai viverci con rispetto ed equilibrio)… in fondo non fanno che dimostrare che, forse più adesso che allora (50 anni fa) la “dittatura del consumo individuale e di massa” e chi cerca di soddisfare queste esigenze (la politica, l’economia…) poco rispetto (nessuno) hanno per la natura e i meccanismi naturali del divenire dei paesaggi (il cambio delle stagioni, le piogge e le frane, gli assestamenti dovuti…).

TINA MERLIN, sullo sfondo Erto e Casso – TINA MERLIN, autrice del libro (del 1983) “SULLA PELLE VIVA. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont” (Cierre Edizioni) - E' il libro più importante sul disastro del Vajont, l'indagine giornalistica che fece luce sulle responsabilità della catastrofe. "Questo libro è un onesto pugno nello stomaco di chi sente... vergogna dell'ignoranza collettiva intorno al Vajont. L'ho letto nel 1993. La mia copia è piena di sottolineature. La copertina è consumata dai viaggi. Ho preso il mio pugno nello stomaco da Tina, e da allora ho cominciato a raccontare la storia del Vajont, cercando di farlo onestamente senza per questo essere neutrale." (dall'introduzione di MARCO PAOLINI)
TINA MERLIN, sullo sfondo Erto e Casso – TINA MERLIN, autrice del libro (del 1983) “SULLA PELLE VIVA. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont” (Cierre Edizioni) – E’ il libro più importante sul disastro del Vajont, l’indagine giornalistica che fece luce sulle responsabilità della catastrofe. “Questo libro è un onesto pugno nello stomaco di chi sente… vergogna dell’ignoranza collettiva intorno al Vajont. L’ho letto nel 1993. La mia copia è piena di sottolineature. La copertina è consumata dai viaggi. Ho preso il mio pugno nello stomaco da Tina, e da allora ho cominciato a raccontare la storia del Vajont, cercando di farlo onestamente senza per questo essere neutrale.” (dall’introduzione di MARCO PAOLINI)

   Pertanto un nuovo uso civile (civico) attento veramente a valutare ogni impatto ambientale nello inserimento di ogni artificio umano, richiede regole ferree, niente sotterfugi politici o simil-mafiosi (commissioni di valutazione ambientale che spesso sono fatte di tecnici del tutto alieni dall’essere indipendenti e ad applicare con coscienza e autonomia le loro conoscenze…); e volontà di perseguire ogni colpevole di nefandezze contro l’ambiente, la natura… con effetti disastrosi per le persone, quando non si rispettano questi codici etici (e le vittime del Vajont stanno lì penosamente a dimostrarlo). s.m.

la prima pagina del CORRIERE DELLA SERA DEL 10 OTTOBRE 1963, giorno successivo alla tragedia
la prima pagina del CORRIERE DELLA SERA DEL 11 OTTOBRE 1963, due giorni dopo la tragedia

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GEOLOGIA DELLA TRAGEDIA

IL DISASTRO DEL VAJONT

di Vittorio Bonaria, dal sito www.molare.net

– Il Disastro del Vajont è semplicemente “Il Vajont”. Ciò da la percezione di quanto sia radicata profondamente nella collettività italiana l’apocalisse del 9 ottobre 1963 (ore 22.39). Ciò nonostante, il nostro “belpaese” non ci mise molto ad accontonare il ricordo di questa catastrofe. Se non fosse stato per l’opera di Marco PaolinI, il Vajont sarebbe recluso tra i muri delle università. –

LONGARONE ADESSO
LONGARONE ADESSO

8 Luglio 2004 – “Andiamo a Cortina“. Un anno sì ed uno no io e Donatella andiamo in Alta Badia a passare le ferie. Un anno sì ed uno no passiamo mezza giornata a Cortina (“…a vedere se ci siamo …“). Ormai associo Cortina con il mal di gambe provocato dall’acido lattico, scoria degli amati saliscendi per le Dolomiti, oppure alle non buone condizioni meteoriche che impediscono le escursioni in quota. A Cortina-città non c’è però molto da vedere. Un altro paio di maniche è la valle di Cortina: straordinaria conca protetta a imponenti bastioni rocciosi.
Guardiamo la cartina stradale. Dove andare? Sono solo le 11:00.
Il Vajont è lontano! Scomodo! Tutti gli anni ci proponiamo di andare però “… non sono venuto in montagna per scoppiarmi 80 km di curve e tornanti!“”Va bene! Avviamoci e poi quando siamo stufi: dietrofront!
Sono le 12:30 e siamo sul Piave. Ormai Longarone è ad una manciata di chilometri. Sento una strana sensazione crescere in me. In questi ultimi anni, da quanto nel 1998 mi sono laureato in geologia, ho letto tutto quello che sono riuscito a trovare sul Disastro del Vajont. Ho visto anche lo spettacolo di Paolini ed il film di Martinelli.Longarone. Eccola.” Rappresenta la vittima più illustre. In pochi istanti una persona su tre persone (per un totale di 1451) perirono. Una media terrificante; una specie di roulette russa inconsapevolmente giocata in pochissimi secondi. “Dov’è la Diga?” Basta volgere lo sguardo a sinistra, dall’altra parte del Piave, lassù.

CASSO, com'è adesso
CASSO, com’è adesso

   Imbocchiamo la strada che porta a Casso, Erto ed al Passo di S.Osvaldo (ed alla Diga). La strada percorre inizialmente alcuni tornanti, dopo di che diviene tortuosa e stretta. L’ultimo tratto di ripida ascensione è scavato nella roccia e parte in galleria con delle aperture che consentono di scorgere l’imponenza della diga. Usciamo dal tratto in galleria e, passando sulla spalla destra della Diga, ci troviamo nella Valle del Vajont ed ai piedi del Monte Toc.

   Qui l’orografia della valle montana sembra essere stata messa sotto sopra con un immenso aratro. I versanti ripidi la delimitato come una comune altra valle alpina; l’incisione fluviale però è scomparsa come se un mastodontico camion di detrito avesse perduto per strada il suo carico di 270 milioni di metri cubi !!!!. Io e Donatella siamo geologi. In questo contesto il nostro spirito di osservazione non riesce a focalizzare i dettagli perché tutto è un dettaglio. E’ come se un chirurgo, durante un’operazione, si accorgesse che il paziente sta vivendo con i polmoni al posto dei reni, il fegato al posto del cuore e la milza al posto del cervello. Propongo di trovare un posto per mangiare. Abbiamo bisogno di una “pausa emotiva”.

   Pranziamo ad Erto “Nuova” alcuni chilometri a monte dello sbarramento. Nell’osteria ci sono una decina di clienti. Ad un certo punto un uomo con barba e bandana nera entra e consuma al banco. “Strano personaggio, penso io. Poichè lavoro a Genova, e di tipi strani ne incontro molti ogni giorno, non ci faccio troppo caso. A dire il vero se tutti i tipi strani che incontro per strada fossero come lui non ci si potrebbe lamentare! Adesso, che racconto quel giorno di Luglio questo ” uomo con barba e bandana” mi sembra di conoscerlo quanto un vecchio caro amico. Mentre mangio noto una foto in bianco e nero appesa alla parete. Raffigura una serie di persone tra cui l’uomo con barba e bandana. Forse è una persona di notorietà ad Erto….

ERTO, L INIZIO DEL CENTRO STORICO QUASI DEL TUTTO RISTRUTTURATO MA POCO ABITATO
ERTO, L INIZIO DEL CENTRO STORICO QUASI DEL TUTTO RISTRUTTURATO MA POCO ABITATO

    Dopo la pausa, verso le 13:30, ritorniamo alla Diga. Questo viaggio sta turbando i nostri animi come mai ci era accaduto.
   “Piacere. Mi presento: io sono la Diga di Colomber progettata dall’Ing. Carlo Semenza. Sono alta 263.5 m (rispetto ai 47 m della Diga di Bric Zerbino), lunga 190.15 m (rispetto ai circa 150 della Diga di Bric Zerbino) ed avevo una capienza dell’invaso pari a 150 milioni di metri cubi (rispetto ai 18 milioni di Loc. Ortiglieto). Inizialmente non dovevo sorgere dove sono ora, bensì un paio di chilometri più a monte (Ponte Casso) e dovevo anche essere una sessantina di metri più bassa e con una capacità d’invaso di (soli) 50 milioni di metri cubi”. Vista da monte, laddove un tempo c’era un lago, non viene fatta giustizia alla sua imponenza. In realtà il vero protagonista del panorama è sempre il Monte Toc.
   “Sono alto circa 1860 mt. Ebbene sì! Quella sera ho dato uno scossone. Ma li avevo già avvertiti a sufficienza; tre anni prima avevo persino scomodato 700.000 mc della mia roccia (un buffetto) per metterli in guardia. E poi, che colpa ho io se mi hanno spinto giù? C’era chi già l’ho aveva capito, che fermo non amo stare. Tanto tempo fa, ma non ha memoria d’uomo, il fratello Torrente Vajont già aveva dovuto scostarsi nel suo corso per far spazio alle mie bramose falde. Così che colpa ho io se una notte non ho più resistito ? Uno schiaffo all’orgoglio di alcuni. Ma non è stato uno schiaffo come gli altri: è stato veloce circa 65 km/h (velocità massima del movimento franoso), lungo 35-40 secondi (tempo di colmamento lago) e di volume pari a 270 milioni di metri cubi. Un volume quasi totalmente costituito da roccia. Ma ciò nonostante non sono stato io ad uccidere. E’ stata l’opera umana: il lago”.

   Nel piazzale antistante la Diga alcuni pannelli illustrano quanto accaduto. Il lago non esiste più. Colmato, cancellato, peggio ancora scappato!
Con la macchina raggiungiamo il paesino di Casso che sovrasta(va) l’invaso. La vista è tremendamente spettacolare. Un’intera “fetta di monte” è collassata sul (nel) lago. La vegetazione che ha timidamente colonizzato l’accumulo detritico, ma la superficie di distacco appare poco differente rispetto all’agghiacciante panorama che visse Casso la mattina del 10 Ottobre 1963.

   “Una notte insonne a sperar di schivare massi furiosi e spruzzi vorticosi. Il Monte Toc l’ho sempre mirato dalla mia altezza, sempre lì, apparentemente fermo ed immobile. Per diversi anni bestie e uomini si affannarono su e giù per le sue pendici. Io, paesino di montagna, per secoli e secoli cullato dal fervore contadino ed ora abbandonato, amputato dal tempo ormai fermo a quell’istante, guardo atterrito lo sfregio, quasi un ghigno, nel volto del Monte Toc. E’ forse questa, incisa nella roccia, la perenne firma dell’ingegno umano?

   La famosa M di Muller era già ben visibile anche prima della catastrofe; molte persone e studiosi erano però certe della sua stabilità. Molte di esse, furono successivamente convinte dai fatti che stabile il versante settentrionale del Monte Toc non lo era poi così tanto. Ciò nonostante non credevano (o non volevano credere) che un giorno sarebbe franato tutto in una botta unica. Ciò che lascia smarriti ed attoniti è pensare che un tempo sulla M del celebre ingegnere tedesco sorgevano campi, boschi, malghe, stalle ……

   L’abitato di Casso fu risparmiato dall’ondata ma nonostante la sua posizione sopraelevata rispetto al lago di circa 200 metri, fu gravemente danneggiato da un bombardamento di detriti e massi. Uno di questi, narra Paolini, precipitò dentro la chiesetta e qui risiede. L’edificio è chiuso, quindi dobbiamo fidarci dell’oratore.Un sentiero conduce dai vicoletti del paese al cimitero.

in alto il paesino di CASSO
in alto il paesino di CASSO

   Un tempo esso era circondato da campi coltivati, pascoli e forse vigne. Ora non più. Non occorre giungere sul Vajont per constatare l’abbandono delle campagne. Nelle altre zone però questo fenomeno è stato molto meno traumatico. Passati dinanzi al cimitero il sentiero prosegue in discesa sino a raggiungere il ciglio di una rupe a picco sulla Diga di Colomber. Quest’ultima è posizionata qualche centinaio di metri più in basso. Il Monte Toc troneggia sempre dinanzi al nostro sguardo. Più a valle Longarone. Vista da qua le dimensioni della diga sminuiscono rispetto al contesto circostante. Per quanto imponente, l’opera umana è stata di gran lunga superata dalla conseguenza da essa stessa generata.

   Adesso torniamo indietro. Casso è deserto. Solo un paio di persone e altrettante vetture posteggiate. La devastazione di Erto e Casso non fu totale come quella di Longarone. Il tributo di vittime fu inferiore (29 a Casso, 21 a San Martino, 24 alla Pineda, 69 al Col delle Spesse, 15 in località sparse a cui si sommano le 54 vittime tra il personale tecnico dell’invaso ma il dramma di questi due paesini si sarebbe protratto per i decenni successivi. Essi infatti furono totalmente sfollati (perché nel Vajont permaneva l’elevato rischio di nuovi franamenti) e quasi totalmente abbandonati a se stessi.

   Scendiamo a valle e ritorniamo ad Erto “Vecchia” oltrepassandola in direzione della Frazione di San Martino. Qui l’ondata che risalì il lago arrecò gravissimi danni e morte. Erto è posizionata più a monte della Diga ma, al contrario di Casso, topograficamente in posizione molto più depressa. “Ho sempre voltato le spalle a Casso ed alla sua arroganza di apparir più elevato. Vorrei adesso voltare le spalle anche alla devastazione che ci ha resi fratelli inseparabili nella disgrazia e nella coscienza umana. Sono stato abbandonato, poi ritrovato e ricostruito più in alto, quasi per invidia verso il mio fratellastro. L’ondata mi ha rubato case, frazioni e vite umane. Passato e futuro. Il Vajont, culla della mia storia, ora striscia verde quasi imbarazzato ai miei piedi ed ai piedi della Pineda.”

LA DIGA SORMONTATA DALL'ACCUMULO DELLA FRANA,  dal sito www.molare.net
LA DIGA SORMONTATA DALL’ACCUMULO DELLA FRANA, dal sito http://www.molare.net

   Torniamo verso la Diga. Attraversiamo quello che un tempo era l’inforrato Torrente Vajont per fare alcune foto dal versante sinistro dello sbarramento. Successivamente apprenderò che è vietato addentrarsi nell’accumulo di frana (ormai divenuto un boschetto) poiché il sito “non è in sicurezza”. Da lì abbiamo uno spettacolare panorama di Casso delimitato a valle dall’imponente parete di calcare ed a monte da una serie di ghiaioni testimonianza di una latente instabilità geologica (non direttamente collegata a quanto accaduto nel 1963).

   E’ tempo di ritornare a valle. Prima però lasciamo nuovamente la macchina nel piazzale della Diga e percorriamo a piedi alcune centinaia di metri della strada per Longarone. Ciò consente delle panoramiche frontali della Diga. La strada è in galleria, stretta e percorsa da un discreto numero di macchine. Con noi altre persone. Alcune di queste evidentemente pensano di essere in un Luna Park. Sono chiassose, irriverenti.

   Si ammutoliscono solo alla vista delle lapidi dei caduti della Diga. Tra il personale tecnico dell’impianto le vittime furono 54. Raggiungiamo la macchina e ritorniamo a Longarone. Il paese ovviamente è stato in gran parte ricostruito; fervono molteplici attività nel tentativo di voltare una pagina pesante come il Calcare del Vajont. Ancora una tappa per fare qualche foto alla Diga dal punto dove si è svolto uno dei più terrificanti olocausti idraulici della storia europea.

   Scendo dalla macchina a passo pesante. Mi sembro il solito turista pirla “digitalfotodotato”. Solitamente sono pignolo nelle inquadrature: faccio prove, riprove ed un numero elevato di scatti. Ma ora non ne ho voglia. Sono lì, come un ebete, dove una notte come tante, in quell’esatto punto, il soffio della morte e un’ondata di circa 25 milioni di metri cubi d’acqua strapparono vite, speranze, futuri senza neanche capire il perché ed il percome.

   Faccio due scatti e come un ladro di ciliegie scappo via verso le mie amate Dolomiti. A mente più fredda ho riflettuto e ricordato molte volte il Vajont. Adesso voglio ritornare per poter distogliere lo sguardo dalla Diga e, se possibile, al Monte Toc per ammirare questa vallata violentata dall’incompetenza e dall’ignoranza umana. Voglio raggiungere le forre del passo di Sant’Osvaldo, la Val Zemola, il Monte Duranno ed il Monte Borgà e magari conoscere di persona quel tipo con barba e bandana.

   Il Vajont dovrebbe essere sempre ricordato per il Disastro del Vajont ma dovrebbe essere soprattutto conosciuto per la sua incredibile bellezza.

PERCHÉ IL MONTE TOC È FRANATO SUL (NEL) LAGO DEL VAJONT ?
La frana del Vajont fu il frutto della notevole complessità geologia, geomorfologica e idrogeologica della zona; in questo contesto si volle costruire un imponente invaso senza avere una precisa (forse neanche approssimativa !) conoscenza del sito. Il versante settentrionale del Monte Toc era caratterizzato dalla presenza di un’antichissima paleofrana.

   Da una prima e superficiale osservazione questa grande frana non fu notata. Questo avvenne perché il suo corpo non era costituito da materiale sfatto e sciolto bensì da roccia che manteneva apparentemente una sua organizzazione strutturale tipica della “roccia in posto”. La paleofrana infatti ebbe un cinematismo di scivolamento circa planare: una porzione di Monte Toc si movimentò lungo gli strati della roccia (come un libro che scivola lungo un piano inclinato).

PRIMA DELLA FRANA DEL 9 OTTOBRE (Sezione_Semenza)
PRIMA DELLA FRANA DEL 9 OTTOBRE (Sezione_Semenza) (CLICCARE SULL’IMAGINE PER INGRANDIRLA)

   La frana del 9 ottobre 1963 si movimentò lungo lo stesso piano di rottura esistente. Tutta, in blocco! La presenza del lago e delle sue periodiche oscillazioni dovute agli invasi e svasi furono devastanti per l’equilibrio della massa. Infatti, a complicare ulteriormente la situazione vi era il particolare contesto idrogeologico che non fu mai compreso prima della catastrofe. I due geologi americani Hendron e Patton (1985-1986) portarono alla luce la presenza di differenti falde acquifere in pressione (o artesiane).

   La prima falda, posizionata superiormente alla superficie di rottura nell’antico corpo di frana, era regolata dal livello del lago: oscillazioni della quota d’invaso si traducevano immediatamente in oscillazioni del livello della falda.

   La seconda, posizionata inferiormente alla superficie di rottura, era alimentata dalle precipitazioni meteoriche che si infiltravano nelle fratture del Monte Toc ed il suo livello era legato alla quantità di pioggia caduta il mese precedente (ed il mese precedente al disastro piovve molto). Questi due corpi idrici erano separati da un livello impermeabile di argilla e non comunicavano fra loro. La falda inferiore “spingeva verso l’alto” destabilizzando la massa sovrastante.

DOPO LA FRANA (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA9
DOPO LA FRANA (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA9

   Questo complesso sistema geologico – idrogeologico era in equilibrio precario ! La decisione di svuotare il lago ebbe un impatto terrificante su tale equilibrio giocato sul bilanciamento delle pressioni interstiziali. Ciò venne fatto (forse in preda ad una sorta di panico) perché si pensava che la stabilità della frana fosse unicamente legata al livello d’invaso ignorando completamente l’esistenza di una falda più profonda. Alle 22.39 la spinta destabilizzante non fu più controbilanciata ed avvenne il collasso finale: l’attrito tra le masse generò calore trasformando l’acqua in vapore facendo precipitare il già basso attrito tra le porzioni di roccia in movimento aumentandone ulteriormente la velocità di caduta.

   Più di 2000 persone morirono (1917 durante la catastrofe e molte atre nei giorni successivi). L’evento inflisse un colpo devastante anche allo sviluppo idroelettrico in Italia. (Vittorio Bonaria, dal sito www.molare.net)

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LA TRAGEDIA DEL VAJONT CHE NON ABBIAMO CAPITO

di Marco Paolini, da “la Repubblica” del 22/9/2013

   LA DIGA del Vajont, rimasta in piedi, sembrava assolvere, nello spirito di quel tempo, il lavoro degli uomini, lasciando ogni responsabilità alla natura. Non è stato facile cambiare questo pregiudizio. Poi, quel punto di vista, confermato da prove, documenti e testimonianze, è diventato un’ istruttoria processuale.

   «In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani, tutto è stato fatto dalla natura, che non è buona, non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo! Non uno di noi moscerini vivo se la natura si decidesse a muoverci guerra».
Queste parole le scriveva Giorgio Bocca su Il Giorno venerdì 11 ottobre 1963 e quell’articolo, bellissimo, così come quello di Dino Buzzati, lo stesso giorno, sul Corriere della Sera, così come quello di Indro Montanelli sulla Domenica del Corriere, erano sbagliati. Bellissimi ma sbagliati.

il CORRIERE DELLA SERA dell'11 ottobre 1963
il CORRIERE DELLA SERA dell’11 ottobre 1963

   La diga del Vajont, rimasta in piedi, sembrava assolvere, nello spirito di quel tempo, il lavoro degli uomini, lasciando ogni responsabilità alla natura. Non è stato facile cambiare questo pregiudizio. È stato quasi con fastidio che, gradualmente, si è dovuto fare i conti con il punto di vista di Tina Merlin, giornalista di Belluno che conosceva da tempo la vicenda per averla seguita in prima persona.

   Poi, quel punto di vista, confermato da prove, documenti e testimonianze, è diventato un’istruttoria processuale. Ma prima, per ragioni quasi offensive nei confronti delle vittime, la sede del processo sulle responsabilità della tragedia del Vajont fu trasferita da Belluno a L’Aquila, per legittima suspicione.

   Italo Filippin, sopravvissuto di Erto, racconta che per i «viaggi di giustizia» del 1968-’69, servivano circa tre giorni di corriera per fare i 900 chilometri che separavano le due città. I superstiti alloggiavano negli uffici del tribunale. Per risparmiare, certo, ma anche perché nelle poche stanze d’albergo disponibili a L’Aquila dormivano avvocati e giornalisti.
Era grande la distanza tra Belluno e L’Aquila. Eppure le spirali degli eventi oggi ne avvicinano i destini. Negli ultimi anni abbiamo visto le due città accostarsi, più per carattere che per figura, anche se, dopo il terremoto, L’Aquila non è più una città, ma un’aspirazione usurata dalla frantumazione imposta con decreti d’emergenza.

   L’atteggiamento della società civile nei confronti della tragedia del Vajont e del terremoto a L’Aquila è differente. Il tempo, oltre che i chilometri, separa i due eventi. Ma a me interessa qualche elemento che invece li accomuna. Per capirli guardiamo i processi di primo grado de L’Aquila: quello cominciato il 29 ottobre 1968 e quello conclusosi il 22 ottobre 2012. Alla sbarra, nel primo processo: dirigenti, tecnici e consulenti della diga del Vajont. Nel secondo: dirigenti, tecnici e consulenti, membri della Commissione grandi rischi della Protezione civile per il terremoto a L’Aquila del 6 aprile 2009.

BILD, dell'11 ottobre 1963
BILD, dell’11 ottobre 1963

Come i grandi giornalisti, forgiando l’opinione pubblica nel 1963, offrivano giustificazioni ai responsabili della tragedia del Vajont, così la comunità scientifica, nel 2012, scomodava persino Galileo e il suo famoso processo per eludere giudizi sull’operato dei propri componenti. La comunità scientifica mal sopporta valutazioni sull’operato dei propri membri da parte della giustizia, si sente incompresa e reagisce come per lesa maestà, negando le accuse.
Non ho nessuna autorità per fare valutazioni su competenze altrui, ma il coro di proteste per una sentenza che metteva pesantemente in discussione l’operato «della scienza», con gli appelli al sostegno internazionale, gli articoli, anche in questo caso bellissimi, di acuti giornalisti, fino all’appello al presidente della Repubblica, scritti dall’inizio di quel procedimento e prima ancora di conoscere i fatti contestati, non mi hanno dato solo fastidio, mi hanno preoccupato e intristito perché sembravano così simili a quanto è successo al tempo del Vajont.
Per contro, è anche vero che molte cose sono cambiate da quel 1968: la nostra idea dell’uomo e della natura, la consapevolezza dei diritti. Oggi le vittime a volte si vendicano. Nei confronti di alcune auctoritas le parti si sono rovesciate. Un esempio: sempre meno i giovani medici scelgono chirurgia, perché è la specializzazione più esposta a cause civili. I pazienti che si sentono danneggiati dagli interventi sempre più spesso denunciano i chirurghi. Per reazione provo istintiva solidarietà verso chi ha ancora il coraggio di continuare a svolgere con dignità e competenza quelle professioni.

   Dopo il Vajont, sull’onda dell’«indignazione popolare », per molti anni nessuno ha più costruito una diga in Italia. Non fare non è la soluzione, serve solo a far dimenticare in attesa di ricominciare come prima. Ma se provassimo a ragionare a mente fredda, invece che sull’onda delle emozioni, davanti alle catastrofi potremmo cominciare a vedere responsabilità collettive che prima o poi arriverebbero fino a noi stessi, che magari siamo lontanissimi dai luoghi delle catastrofi. Siamo sempre così prevenuti che finiamo per attribuire responsabilità a intere categorie di politici, di tecnici, di scienziati. Ma non siamo mai disponibili a riconoscere una nostra parte di colpa.
La storia del Vajont è un esempio di come non si devono calcolare i rischi, di come non si devono gestire le emergenze in tutta la catena di comando e nelle istituzioni preposte al controllo. Raccontarla è stato un esercizio di educazione alla prevenzione. In qualche caso è successo.

l'AMICO DEL POPOLO del 12 ottobre 1963
l’AMICO DEL POPOLO del 12 ottobre 1963

   Il racconto del Vajont, per esempio, ha aperto gli occhi a molti studenti di geologia che nei loro testi scolastici trovavano la frana del Toc descritta e trattata in modo asettico, senza alcuna domanda imbarazzante sul ruolo subalterno della geologia all’ingegneria, vera protagonista dell’impresa di progettare e realizzare a ogni costo la diga ad arco più alta del mondo, in una gola ai piedi di una montagna chiamata Toc, cioè pezzo, frammento, scheggia.
Una possibilità di comprendere le nostre responsabilità è aprirsi alle ragioni di tutti. Ho sempre cercato di mettermi nei panni proprio di quei tecnici che hanno progettato la diga, anche nell’aula del processo. Si chiama pietas.
È una pratica antica: senza pietas verso gli imputati non si può comprenderne l’errore, il loro errore. Senza comprendere le ragioni degli imputati abbiamo solo dei colpevoli, criminali, gente “diversa” da noi. È molto rassicurante. Ma solo comprendendo gli errori degli imputati possiamo evitare di ripeterli. Gli imputati, quando ammettono l’errore, specie quando assume la dimensione della tragedia, tendono a ridimensionare il proprio ruolo, giustificandosi con gli errori altrui.

LONGARONE, Pirago, la mattina del 10 ottobre 1963
LONGARONE, Pirago, la mattina del 10 ottobre 1963

   La “società civile” non deve comportarsi nello stesso modo. Comprendere — che non significa giustificare — condividere, è l’unica strada. Anzi: la pietas, la comprensione, offrono la possibilità di sottrarsi alla giustificazione consolatoria, di scongiurare anche le forme più subdole di condivisione.
Il processo di primo grado per la catastrofe del Vajont finì il 17 dicembre del 1969 con condanne lievi rispetto alle richieste. Il tribunale riconobbe il reato di omicidio colposo per il mancato allarme alla popolazione, ma non riconobbe la prevedibilità della frana. E invece una lunga serie di accadimenti mostrano come la frana fosse studiata, osservata, temuta da anni. Non si poteva sapere a che ora di quale giorno della settimana l’ultimo filo d’erba che la teneva su si sarebbe rotto, ma da settembre ’63 si capiva che era questione di poco.
Il processo alla Commissione grandi rischi de L’Aquila si conclude con una sentenza che accusa i componenti di negligenza, imprudenza, imperizia, valutazione approssimativa e generica della portata dell’evento… Per aver fornito informazioni incomplete e contraddittorie… alla cittadinanza aquilana… si legge a pagina 25 della motivazione.

   La sentenza quindi non accusa gli imputati per il mancato allarme, come nel caso della sentenza sul Vajont, perché i terremoti, a differenza delle frane, non sono prevedibili. La Commissione è stata accusata di aver fornito informazioni rassicuranti, con esito disastroso. La sentenza dice, sulla base delle prove e testimonianze ammesse, che senza quelle rassicurazioni alcune di quelle persone non sarebbero morte.
Gli aquilani si erano abituati a convivere con il terremoto, quando anche quella notte la terra tremò una prima volta non uscirono di casa, erano meno spaventati perché i dottori venuti a visitarli li avevano rassicurati. Immagino lo sconcerto, l’incredulità e anche la buona fede di chi, facendo lo scienziato o il tecnico, si trova addosso un’accusa di omicidio.

TURISMO SULLA DIGA
TURISMO SULLA DIGA

   È vero che le case non erano antisismiche, che ognuno dispone del suo comportamento, che nessuno è stato obbligato a non uscire di casa ma, anche se è dura da digerire, questa sentenza entra nel merito di una responsabilità condivisa, ci racconta di come le nostre decisioni siano influenzate da chi riteniamo esperto, autorevole, responsabile. Parla e mette in discussione il ruolo sociale della scienza.
Il primo pensiero dopo la sentenza de L’Aquila, che accusa la Commissione di aver sbagliato la comunicazione del pericolo, è: ma la Commissione grandi rischi dovrebbe essere uno strumento di valutazione, non di comunicazione, dovrebbe fornire, a chi ha la responsabilità e il ruolo, gli argomenti per decidere. Perché allora chiedere a tecnici e scienziati di «comunicare»? Perché esporli alle domande dei giornalisti, al «circo mediatico»?
Vediamo brevemente come sono andate le cose. L’Aquila da quattro mesi era investita da uno sciame sismico culminato in una scossa più forte il 30 marzo 2009. Per dare una risposta alla paura e alle domande dei cittadini fu organizzato questo consulto di luminari al capezzale del malato.

   Per dirla brutalmente: l’impressione, più che di un esame su un problema grave, è piuttosto, appunto, di una messinscena mediatica: la riunione durò meno di un’ora, e fu chiaramente condizionata dalla fretta di rientrare a Roma, dalla carenza di elementi per esprimere valutazioni scientifiche. Ma soprattutto è come se l’esito del consulto fosse predeterminato: bisognava rilasciare interviste.

   Bisognava comunicare ai cittadini l’assoluta «mancanza di relazione tra lo sciame sismico in corso ed eventuali forti scosse a venire ». E questa affermazione, si deve ammettere, ha una base scientifica, ma non il corollario che fu aggiunto e cioè che più scariche di energia facevano il terremoto meno probabile, allontanavano l’eventualità di una forte scossa. Questa fu una rassicurazione disastrosa, afferma la sentenza.
Ecco: andrebbe raccontata minuziosamente la storia di quel rischio per capire bene le questioni che abbiamo di fronte oggi e che, in nuce, si intravedevano negli anni Sessanta, ai tempi del Vajont. Le questioni sono il crescente dominio dell’informazione e del ruolo degli scienziati in un mondo in cui la realtà la fanno gli uffici stampa piuttosto che i tecnici e gli studiosi. E infine, in questa complessità, il ruolo dei politici.
In un’intervista a un giornale italiano, due veterani della comunicazione del rischio, Peter Sandman e Jody Lanon, pur auspicando, in una loro intervista precedente alle sentenze, l’assoluzione degli imputati, osservavano criticamente: «Gli scienziati non sanno comunicare; quando parlano tra loro tendono a enfatizzare le loro lacune di conoscenza, quando parlano in pubblico spesso danno l’impressione di sapere tutto».

   Allora voglio cominciare a proporre una parola: equilibrio. Ho l’impressione che in tutta questa faccenda, come nella vecchia storia del Vajont, quello che è mancato sia l’equilibrio tra dubbi e certezze. L’equilibrio è indispensabile alla comprensione. E la misura della capacità di comprendere la questione la fornisce uno degli illustri membri della Commissione grandi rischi che, dopo la condanna, in un’intervista affermò: «Non ho ancora capito per cosa sono stato condannato».
Erano più o meno le stesse parole con cui un geologo del Vajont, Edoardo Semenza, figlio di Carlo, il progettista della diga, mi rimproverava il 9 ottobre del ’97. Mancavano due ore alla diretta televisiva del Racconto del Vajont, e, mostrandomi le sue pubblicazioni sulla frana, cercava di dimostrare che era lui che aveva capito tutto da subito e non l’altro geologo, Müller.

   Cercava di farmi capire i suoi meriti. Gli chiesi: «Ma si rende conto che dicendomi questo lei afferma di aver previsto in anticipo e di non aver fatto nulla per impedirlo? Avrebbero potuto condannarla per questo». Mi guardò come fossi un ingenuo: «Non capisco in che senso lo dice, io quelle cose le avevo scritte, perché avrei dovuto essere condannato?».
Tutti i condannati de L’Aquila si sentono offesi dalla sentenza, e non la capiscono. Ma proprio questo è il punto. Le comunità scientifiche dovrebbero permettere che si giudichino i propri membri. Non dovrebbero comportarsi come famiglie massoniche. E noi, noi cittadini, voglio dire, abbiamo il dovere di pretendere che gli scienziati non facciano abuso di ruoli e di auctoritas per vendere pacchetti preconfezionati di notizie e opinioni a buon mercato. Chi non lo fa merita grande attenzione e rispetto.

   Non si pretende che tecnici e scienziati rinuncino a prestigiosi incarichi di consulenza. Abbiamo bisogno della loro competenza. Ma proprio per questo chiediamo loro di ragionare da scienziati sempre, anche quando provano ad aiutarci a capire. Questo si può pretendere.
Quello che serve è un’altra cultura, con regole non scritte di cittadinanza. Regole fondate su una giustizia non punitiva ma riparatoria. La punizione dei chirurghi, come di geologi, di sismologi e di ingegneri, serve solo da deterrente alla conoscenza, serve a scoraggiare le imprese.

   Ma non possiamo rinunciare alla riparazione, che passa attraverso la comprensione profonda degli eventi, attraverso la definizione di realtà condivise, in equilibrio tra concretezza empirica e comunicazione. In definitiva: chiedere agli scienziati di tenere in ordine questo Paese non si può proprio fare. Siamo tutti un po’ responsabili della cura del nostro Paese. Non serve cercare responsabili per consolarci e assolverci. Tocca anche a noi.
A noi stessi dobbiamo chiedere di più e aspettarci di meno: di spalare la neve davanti a casa nostra e anche un po’ più in là, di segare l’erba, perché un Paese fatto al settanta per cento di montagne non può che affidare la sua manutenzione a chi decide davvero di abitarlo. Anche perché prendersi cura del territorio costerebbe molto meno che rimediare ai disastri dell’incuria.
La differenza tra l’atteggiamento dei grandi giornalisti che guardavano l’evento a tragedia avvenuta e Tina Merlin, l’umile cronista locale, è che lei — una donna guarda caso — si era presa cura della storia, in prima persona, contro tutto e contro tutti. Se n’era occupata fino a diventarne parte.
Sembrerà poca cosa rispetto alla dimensione delle catastrofi, ma il senso di un anniversario, perché il 9 ottobre del 2013 sono cinquant’anni della tragedia del Vajont, è prendersi cura dei vivi almeno quanto ricordare i morti. A Erto, a Longarone, a L’Aquila ci sono due vite, non sono così distinte, ma un modo di vivere finisce con le ultime generazioni che sanno ancora prendersi in carico la manutenzione di una porzione di territorio.
Appaiono anacronistici come ogni specie in via di estinzione, ma non lo sono. (Marco Paolini)

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9 ottobre 1963

DISASTRO DEL VAJONT 50 ANNI DOPO

di Mario Cutuli e Lucia Gottardello, da “la Vita del Popolo” (Treviso)

Il cinquantesimo anniversario della tragedia per riflettere ancora sul rapporto uomo-natura. Chi passa da quei luoghi per inerpicarsi sul Cadore costeggiando il Vajont, il torrente che scorre nella valle di Erto e Casso prima di baciare il Piave, proprio davanti a Longarone e a Castellavazzo, dove la pianura cede il posto alla collina bellunese, non può non lanciare lo sguardo verso quella diga a doppio arco. Solenne. La più alta del mondo.

   Vero capolavoro di ingegneria civile.

   Sono passati cinquant’anni da quando quei luoghi sono diventati testimoni di una tragedia che nessuno avrebbe mai più dimenticato: dalle pendici settentrionali del monte Toc la frana precipita nel sottostante bacino artificiale…

   Tutto è travolto. Tutto è distrutto. Di colpo la valle si trasforma in un grande sacrario a cielo aperto e la voce dei morti, fatta di flebili sussurri, di impercettibili sillabe cominciarono a modulare un tristissimo racconto…

   Sono le 22.39 del 9 ottobre 1963 quando con un terrificante boato come sinistra colonna sonora, 270 milioni di metri cubi di detriti, una massa d’acqua alta cento metri, squarciano il silenzio della valle sottostante. Case, chiese, campi, strade, boschi, di colpo inghiottiti, i binari della ferrovia ridotti a piccoli fuscelli.

   Quasi duemila corpi violentatati da fango e macerie. Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino, le frazioni più basse, di colpo sono inghiottite e la stessa sorte subiscono Rivalta, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago, Pirago dove resta in piedi soltanto il campanile, quasi a suonare a morto con le sue squassate campane la tragedia appena consumata che l’oscurità non aveva ancora svelato in tutti i suoi tristissimi contorni.

   Sette, soltanto sette lunghissimi minuti di distruzione…

   Poi il freddo nel silenzio della morte, il terrore sbarrato negli occhi delle vittime, le urla di disperazione degli appena …. trenta sopravvissuti. (…)

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9 ottobre 1963 – Memoriale

CINQUANT’ANNI DOPO, 1.910 VITE DA RICORDARE. INSIEME A VOI

da “il Corriere delle Alpi” (21/9/2013)

   Il 9 ottobre 1963 metà di una montagna precipitò nel lago della grande diga del Vajont, al confine tra Veneto e Friuli. Un’enorme massa d’acqua superò la diga cancellando letteralmente tutti i paesi intorno a Longarone. Un evento che ha segnato la storia d’Italia, ma ancor più la storia delle popolazioni di quelle terre. A 50 anni di distanza, insieme a tutti voi, vogliamo ricordare le 1.910 persone che persero la vita. Ciascuna persona, una per una. Aiutateci.

PRIMA / IL PROGETTO

Vivere all’ombra dell’impero idroelettrico

Come si è arrivati alla tragica notte del 9 ottobre 1963? Gli abitanti di Longarone ricordano una vita serena, in un bel paese, che godeva di una prima industrializzazione. Per Erto e Casso, villaggi montani affacciati sul lago, quelli furono piuttosto anni di proteste contro chi rubava loro la terra per costruire la diga più alta del mondo. Perché “prima” è anche la storia di un monopolio idroelettrico, delle sue prepotenze e degli errori che non si vollero vedere.

DURANTE / LA TRAGEDIA

Quattro minuti di vento e di terrore

Erano le 22:39, il Monte Toc è improvvisamente crollato in un lago troppo pieno. Un’onda gigantesca si è abbattuta sul versante opposto investendo Erto e Casso. Un’altra ha superato la diga ed è piombata su Longarone, ingrossata di rocce, tronchi, resti di costruzioni. Per uccidere quasi duemila persone sono bastati quattro minuti. I superstiti ricordano il vento, il rumore, ma molti ancora oggi preferiscono non ricordare

DOPO / LE CONSEGUENZE

Un deserto di fango, poi la rinascita tradita

Dopo l’onda, non c’è più nulla, la valle è completamente coperta di fango. Centinaia di soccorritori scavano in cerca di superstiti, che dovranno poi ricostruire la propria vita. E’ l’inizio di un’altra tragedia: chi ha perso tutto viene di nuovo ferito. Da una ricostruzione irrispettosa, processi faticosi, scandali, anni di silenzio. Molti tuttavia restano e lottano per continuare a vivere dove son sempre vissuti. Sono loro ciò che resta del paese di un tempo.

OGGI / PER NON DIMENTICARE

Tutto è cambiato, ma le ferite restano aperte

Nel 2013 tutto è cambiato. Longarone è un altro paese, le vecchie case di Erto e Casso sono in gran parte disabitate, il lago quasi non esiste più. Solo la diga è sempre al suo posto. Per decenni il Vajont è rimasto un ricordo vago nella memoria nazionale e solo negli ultimi anni se ne è tornati a parlare, merito sopratutto dello spettacolo di Marco Paolini. Ma 50 anni non sono bastati a rimarginare le ferite della popolazione, che sono ancora tutte aperte. (di Antonio Ramenghi – Vai al memoriale delle vittime – Come contribuire)

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LO SPETTRO DELLA DIGA LASSÙ SGHIGNAZZA ANCORA

di Paolo Rumiz, da “la Repubbllica” del 22/9/2013

   In Italia gli anniversari luttuosi sono fatti per seppellire i problemi e non per risolverli: per attirare folle di curiosi, autorità presenzialiste e conniventi, e talvolta per trasformare le popolazioni offese in attori professionisti del loro stesso lutto. È un fatto che nonostante l’evento planetario del ’63 e i fiumi d’inchiostro versati su di esso, nulla è cambiato nella politica energetica italiana e in quella delle grandi opere.

   Stessa arroganza stessa sicumera, stesso modo di snobbare il parere di chi sa, stessa sottovalutazione degli allarmi delle popolazioni locali, stesso trionfalismo cementizio sulla pelle dell’ambiente. Per questo si defilano da tempo in questo argomento uomini come Marco Paolini, autore della memorabile orazione civile sulla frana del ’63, e Mauro Corona, l’elfo che porta nella penna e nelle mani la memoria di queste montagne, autori senza i quali forse il ricordo del Vajont sarebbe stato rimosso del tutto.
Quella diga intatta che incombe sulla valle del Piave come uno scudo normanno minaccia ancora queste montagne. Pochi sanno che le acque del Vajont sono contabilizzate ancora nel bilancio energetico delle Alpi. La loro mancanza autorizza sciagurati prelievi alternativi, desertifica il Piave, fa del fiume sacro della patria il corso d’acqua più artificiale del mondo. Un deserto di ghiaia.

   Se il Vajont contasse ancora nella memoria nazionale, non si sarebbe consentito quel “Vajont alla rovescia” subìto dai fiumi del Mugello, letteralmente risucchiati nel tunnel dell’alta velocità Bologna-Firenze. Se avesse cambiato qualcosa nella procedura delle grandi opere, non si imporrebbe a quel modo la Tav alla Val Susa. Se la sicurezza degli italiani contasse davvero qualcosa, il governo non si darebbe tanto da fare per costruire nel cuore di Trieste un terminal di gas liquido ritenuto pericoloso dall’intera comunità scientifica internazionale.
Lo spettro è dunque lì. Trionfa, sghignazza, deride più di allora le popolazioni offese. Ecco perché il silenzio è la sola risposta. Niente inni, niente messe, niente auto blu. Chi vuole ricordare davvero vada lassù di notte, da solo, con la nebbia, tra quelle ghiaie lunari, a sentire la voce dei morti, quando nei boschi non echeggia che il bramito dei cervi in amore, a genuflettersi davanti allo squarcio immane, alla ferita che i signori dell’energia, fino a un minuto prima della catastrofe, si ostinarono a non vedere. (Paolo Rumiz)

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9 ottobre 1963il racconto
«IL PIANTO DI MIA MADRE MUTA DAVANTI ALLA RADIO»

di Silvano Martini (da “il Corriere delle Alpi”, 21/9/2013)

vajont 1963

   Era la fine di settembre del 1963. Un bel mese di giochi e corse nelle vie e nella piazza di Longarone. Un paese di nonni e bambini con i genitori lontani per lavoro, all’estero quelli dei miei amici, in Auronzo i miei, da poco trasferiti appunto da Longarone.

   Stavo dalle “zie” Maria Teresa, Edima e Luigina. Una pacchia. In piazza si giocava o si andava a vedere le vaporiere che facevano il pieno o la Littorina che partiva per Belluno e ci salutava con il fischio della sirena. Antonio, il mio amico più caro, aveva una bella pipa di terracotta per fare le bolle di sapone. Ne avrei voluta anch’io una di quelle magiche pipe dalle quali uscivamo nuvole di piccole bollicine che si perdevano nell’aria. La zia Maria me l’aveva promessa per Natale.

   Quando, il 30 settembre, venne il papà a prendermi per portarmi ad Auronzo per l’inizio dell’anno scolastico, promisi ad Antonio che sarei tornato presto a Longarone e avremmo fatto a gara a chi faceva le bolle più belle. Pochi giorni dopo le zie, Maria, Edima Luigina, il mio carissimo amico Antonio, e tutti gli altri amici dei quali ricordo il sorriso, morirono, uccisi dalla cupidigia degli uomini e da una politica colonialista e rapace che persegue il profitto a dispetto della vita.

   Quando vado a trovare i miei amici nel grande cimitero delle vittime del Vajont mi par di sentire ancora le voci e le risa di quanti ho conosciuto. I richiami delle zie e il viso stupito di Antonio la prima volta che dalla pipa uscirono le bollicine. Talvolta guardo verso il cielo per un saluto e tra le nuvole vedo Antonio che mi sorride… e qualche bolla di sapone.

   Le zie, come le chiamo, erano care amiche di famiglia, essendo la mia una famiglia trentina migrata a Longarone. Edima Fraghì era stata mia bambinaia, e la sorella Luigina lavorava a Malcom come turnista in un’industria che forse era la Faesite o altra che non ricordo. La mamma delle ragazze era Maria Teresa De Lazzero vedova Fraghì. Edima la domenica faceva la cassiera al cinema parrocchiale.

   Io ricordo bene la domenica prima del disastro la scossa di terremoto che si vede anche nel film “Vajont” perché ero al cinema dove mi pare proiettassero “Il mare in fiamme”. Una storia di pirati o qualcosa del genere. Antonio potrebbe essere Antonio Borsoi, perché c’è un Antonio che ha otto anni nel memoriale, ma dovrei conoscere la via dove abitava per esserne certo. Io abitavo dietro all’hotel Posta, non distante dalla chiesa.

   Di Longarone mia madre anche molti anni dopo conservava un ricordo splendido, di gente generosa che aveva aiutato la mia famiglia. Offrendo il credito alla cooperativa, ad esempio: il direttore si era accorto che mia madre comperava anche meno del necessario. Quell’offerta fu da mio padre a malincuore rifiutata solo perché per orgogliosa tradizione di famiglia egli cercava di farcela con i suoi scarsi mezzi. Rimase sempre però la riconoscenza nei confronti di un paese che seppe offrire ad una povera famiglia di migranti una calda e generosa accoglienza.

   Venimmo via nel 1960 ma ogni estate tornavo lì per un periodo ospite delle “zie” che erano ben più che parenti. Quando al mattino dopo la notte del disastro mi alzai per andare a scuola trovai mia madre in cucina, ascoltava la radio che stava sulla mensola come si usava allora, che la TV non ce l’avevamo.

   Ascoltava e piangeva in silenzio, le lacrime che scorrevano sul viso di chi ha trascorso la notte insonne. Mio padre era partito la notte stessa e stette via per quindici giorni. Tornava di tanto in tanto per lavarsi e cambiare i vestiti. Era sempre sporco di fango. A lui che, avendo lavorato alla stazione ferroviaria, conosceva tutti, era toccato il compito di riconoscere le persone che dovevano essere rinchiuse nelle bare e di cui si ignorava il nome. (Silvano Martini)

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UN FALCO SOPRA LA DIGA: TINA MERLIN E LE PREMESSE DELLA STRAGE DEL VAJONT

di Andrea Rossi Tonon, da “il Muschio Selvaggio”( http://ilmuschioselvaggio.wordpress.com/ )

“Ho seguito la vicenda dell’invaso del Vajont con passione non solo di giornalista, ma di figlia di questo popolo contadino e montanaro che si ribella alla retorica delle ‘virtù tradizionali’ che mal nasconde il cinismo dello sfruttamento più spietato. Con questo cuore ho seguito tutte le vicissitudini, le resistenze, le paure dei montanari di Erto contro la Sade, non per impedire di costruire il grande bacino idroelettrico del Vajont, ma per impedire di compiere un delitto.” (Tina Merlin)

UNA GUARDIA PARTIGIANA. Clementina Merlin nasce nel 1926 a Trichiana, in provincia di Belluno. A 18 anni partecipa alla resistenza come staffetta partigiana. Conosce a memoria ogni angolo di Erto, Casso e Longarone. A 25 anni comincia a scrivere per l’Unità, un giornale che fino agli anni ’90 rappresentava l’organo di stampa ufficiale del Partito Comunista Italiano.
É il 1956 quando inizia ad occuparsi dei paesi che sorgono nella valle del Vajont; quando, cioè, avvengono i primi espropri da parte della SADE, Società Adriatica di Elettricità, la società che costruirà la diga.
L’impresa era stata fondata nel 1905 a Venezia da Giuseppe Volpi, Conte di Misurata, uno dei maggiori industriali della storia del nostro Paese.
Nei primi anni ’40, Volpi svende alla Democrazia Cristiana le sue quote de Il Gazzettino, il quotidiano più diffuso in Veneto e Friuli Venezia Giulia, “con l’accordo, nemmeno tanto tacito, che nessuno avrebbe sollevato, a guerra conclusa, la delicata questione del fiancheggiamento al Regime dei grossi nomi proprietari, nell’anteguerra, del giornale”.
Quando la SADE si presenta ad Erto e Casso per acquistare i terreni dove costruire la diga, sembra avere tutte le carte in regola per farlo. In realtà, con la crisi che il fascismo stava attraversando durante gli ultimi anni della guerra, Volpi, che allora era Presidente della Confederazione fascista degli industriali, temeva di veder sfuggire questa opportunità.

“[…] trafficò freneticamente per riuscire a strappare l’autorizzazione, che gli fu concessa con un atto illegale. «Il 15 ottobre 1943, nelle giornate tragiche che seguirono l’8 settembre, in un momento del tutto anormale nella vita dello Stato, la SADE riusciva ad ottenere una adunanza ed un voto della IV Sezione del Consiglio superiore dei lavori pubblici con il quale si esprimeva parere favorevole all’accoglimento dell’istanza […]. E risultato che all’adunanza di cui sopra parteciparono solo 13 su 34 componenti, i quali non costituivano il numero legale, rendendo così illegale quella decisione” (Tina Merlin)

"SULLA PELLE VIVA", Cierre Edizioni, il libro di TINA MERLIN
“SULLA PELLE VIVA”, Cierre Edizioni, il libro di TINA MERLIN

LA DIGA CHE GRATTA IL CIELO. Nel 1957, il progetto “Grande Vajont” ottiene la completa approvazione. Il Conte Volpi è morto già da dieci anni. La SADE, nata con un capitale di 300.000 lire, ora si appresta a costruire la diga a doppia curvatura più grande al mondo.
L’ambizioso progetto nasce dalla necessità di sopperire alla carenza italiana di materie prime sfruttando la forza dei corsi d’acqua per generare energia. Ma l’energia richiesta dall’Italia degli anni ’60, un Paese in via di sviluppo, è davvero grande. Le sette centrali idroelettriche presenti sulle Dolomiti, costruite anch’esse dalla SADE, avevano dei bacini che, sommati, potevano contenere fino a 69 milioni metri cubi d’acqua. Troppo pochi per produrre l’energia necessaria a soddisfare la domanda. Così si pensa di creare in mezzo ai monti dolomitici un grande vasca.
La profonda gola del torrente Vajont, che nasce dalle Prealpi carniche e si immette nel fiume Piave tra la provincia di Belluno e quella di Pordenone, costeggiando il monte Toc e il monte Salta, sembra essere il luogo più adatto. Qui si sarebbe costruita una diga alta oltre 260 metri, con un invaso utile di 152 milioni di metri cubi d’acqua. Più del doppio della somma degli altri sette laghi artificiali.

NESSUN RISCHIO. Aperto il cantiere, nel 1956, la SADE inizia ad espropriare i terreni degli abitanti di Erto e Casso, i due paesi costruiti lungo il versante destro della valle del Vajont. Ma paga poco. E a chi non accetta l’offerta, la SADE impone la “vendita forzosa”; vale a dire che la società mette dei soldi nel conto corrente del proprietario della terra, che quando l’aveva comprata o ereditata non si era nemmeno pensato di fare un passaggio di proprietà dal notaio e quindi non ha alcun documento che attesti la sua proprietà.

   Alcuni vendono, altri tengono duro. Chi resiste si unisce e crea un Comitato. Tuttavia la SADE porta anche lavoro e denaro. Così c’è chi pensa che tutte quei timori non siano poi così fondati. In fondo, di relazioni sulla montagna e sulle sponde del lago ne sono state fatte già molte, come quella dell’ingegner Giorgio Dal Piaz, il geologo dell’azienda, datata 25 marzo 1948: “I numerosi sopraluoghi effettuati in sito, i sondaggi e i cunicoli eseguiti avevano confermato che la diga, nella sezione prescelta, veniva ad impostare per tutta la sua altezza e, cioè, fino al nuovo livello massimo assegnatele (202 m, ndr), nella zona in cui la roccia, generalmente ottima, si presentava, nel suo complesso, più compatta.”

   La SADE allega questa relazione nella domanda inoltrata il 31 gennaio 1957 al Ministero dei Lavori Pubblici, che prevede la modifica del progetto della diga portandola da un’altezza di 200 metri a 266. Il che vale a dire, però, passare da un bacino di 58 milioni di metri cubi d’acqua ad uno di 150 milioni.

   Tuttavia, nel dicembre del ’48 lo stesso Dal Piaz aveva presentato alla SADE un’altra relazione, nella quale veniva messo in luce come le operazioni di invaso e svaso avrebbero potuto causare degli smottamenti, specialmente nella zona di Erto e in località Pineda dove il terreno è composto da materiali detritici di dubbia stabilità. Alla luce di ciò, proprio Dal Piaz, in una lettera, non nasconde a Carlo Semenza, il responsabile del progetto, i suoi timori riguardo il progetto di innalzamento della diga. Ma alla fine stende la relazione.
Il 15 giugno 1957 il Consiglio Superiore approva il progetto di Semenza, richiedendo però ulteriori indagini geologiche per garantire la sicurezza. Indagini che non verranno mai effettuate.

ARCANGELO TIZIANI SPARISCE PER SEMPRE. A Forno di Zoldo, una decina di chilometri da Longarone, la SADE aveva costruito un’altra diga.
Tra la fine del 1958 e l’inizio del 1959 erano comparse strane macchie gialle sull’acqua del bacino, alcune bolle sempre negli stessi punti e piccoli segni di franamento lungo le sponde. La SADE comincia a svasare perché capisce che la montagna sta cadendo, ma in questo modo toglie l’appoggio alla frana. È una gara di velocità.
La mattina del 22 marzo circa 3 milioni di metri cubi di materiale franoso finiscono nel lago artificiale, provocando un’onda di una ventina di metri che scavalca la diga travolgendo Arcangelo Tiziani, un’operaio di 55 anni il cui cadavere non verrà mai ritrovato.
A questo punto, anche chi aveva qualche dubbio rivede la propria posizione, consapevole che Erto, e il bacino che stanno costruendo, poggiano su vecchie frane. Ma la SADE continua per la sua strada, “anzi, continua a provocare. Così come ha iniziato a costruire la diga senza aspettare il nulla osta ministeriale, altrettanto sta facendo con una strada di circonvallazione”, spiega la Merlin.
Iniziano i lavori di costruzione della strada ed è in questo momento che si cominciano a vedere delle fessure nel terreno. Gli abitanti della valle se ne accorgono e fanno fotografare il tutto. Se ne accorgono anche gli operai della SADE, la quale chiede subito una consulenza. Non più a Dal Piaz, però, troppo anziano, bensì ad un luminare austriaco, Leopold Müller: (…) il terreno in sponda sinistra, caratterizzato da ammassi di sfasciume, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari è in forte pericolo di frana, sebbene sia una formazione rocciosa. La roccia è ivi molto fratturata e degradata e può pertanto facilmente scoscendere ed essere posta in movimento”.

CORRIERE INFORMAZIONE DEL 13-10_1963
CORRIERE INFORMAZIONE DEL 13-10_1963

   E allora forse non è un caso se a quel monte è stato dato quel nome: “toc” in tutto il Veneto significa “pezzo”, ma in friulano “patòc” vuol dire “marcio”.
Non occorre essere geologi per conoscere il territorio sul quale si è vissuto per secoli, il “giro” della luna e dei venti, il loro combinarsi con l’umidità e la temperatura. Da tutto questo i contadini hanno imparato ad affrontare la natura, a coltivare la terra, a sapere quando nascevano i figli, a prevedere possibili disastri. A loro nessuno ha mai chiesto niente.
I sentieri sotto il paese, quelli sotto il Toc, vengono disseminati da cartelli di proibizioni al transito. Renzo Desidera, ingegnere capo del Genio civile di Belluno, prova a far bloccare i lavori, ma viene immediatamente trasferito.
I contadini capiscono che nessuno li ascolta, così, una domenica di maggio, si costituiscono nel «Consorzio per la difesa e la rinascita della valle ertana». Tina Merlin ce ne dà un’idea schierandosi apertamente, ancora una volta, con gli abitanti della valle:

“La gente è venuta da Erto, da Casso, dal Toc, da San Martino. Intere famiglie.[…] hanno sentito predicare dal prete alla prima messa domenicale che le iniziative per difendersi dalla SADE sono «sacrosante». Ci sono anche i carabinieri […]. Un imponente vecchio, Celeste Martinelli, è giunto da oltre la valle inalberando due cartelli, neanche tanto vistosi. Con mano incerta vi ha scritto sopra «Abbasso la SADE» e «Abbasso il governo». Ha ragione da vendere: queste due «entità» sono oggettivamente il nemico suo e degli ertani. […] Il primo a raccontarmi i suoi dubbi sulla tenuta del Toc: «Vedrà che casca, quando ci sarà l’acqua nel bacino il monte casca giù e provocherà una tragedia». T.M.

   A dimostrazione di come la giornalista de l’Unità sia sempre stata presente, spesso “unico organo di  stampa a registrare l’evento”, per dare voce a quelle persone. Una voce rimasta inascoltata.
Martedì 5 maggio l’Unità esce con la cronaca dell’assemblea: “La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono”.

“Sono intervenute le famiglie direttamente interessate […] che nell’egoismo della società elettrica e nell’inerzia del governo intravedono un pericolo grave per la stessa esistenza del paese a ridosso del quale si sta costruendo un bacino artificiale di 150 milioni di metri cubi d’acqua, che un domani erodendo il terreno di natura franosa, potrebbero far sprofondare le case nel lago.” T.M. 

   Un articolo che le costa una denuncia da parte della SADE per «aver pubblicato notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico». Il processo si aprirà un anno dopo.
Nel frattempo da Roma arriva la Commissione di Collaudo, nominata per accertare che la diga venga costruita secondo le prescrizioni. Il sopralluogo dura tre giorni, dal 19 al 21 luglio, ma la Commissione, “del Vajont, tra paesaggi, pranzi e cene, si ricorda poco”: la SADE, infatti, porta gli ispettori a Cortina d’Ampezzo e a Venezia, a cena sulla terrazza dell’albergo Europa. Così, quando l’ingegner Sensidoni deve stendere la relazione fatica e “per essere più sicuro la chiede alla SADE, che gliela manda. Gliela invia il Direttore dell’Ufficio studi, Dino Tonini” (T.M.).

PROLOGO DI UNA STRAGE. A settembre la diga è ultimata. La SADE incarica il professor Pietro Caloi di condurre una campagna geofisica sul versante sinistro a monte della diga.
La sua relazione, datata 4 febbraio 1960, parla di “un potente supporto roccioso autoctono”, dunque di una roccia compatta, elastica. Questa relazione viene consegnata agli organi di controllo. Questa, perché quella nuova di Müller, la sesta, con i dubbi che solleva sulla stabilità della sponda, è troppo scomoda. Così come le perplessità esplicitate da Edoardo Semenza, figlio di Carlo, a cui era stata commissionata quell’indagine prima di Caloi.
Così, sulla base della relazione di quest’ultimo, il 9 febbraio il Servizio Dighe concede alla SADE l’autorizzazione per un invaso fino a quota 595. Anche se la SADE aveva già iniziato ad immettere acqua il 2.
Dati i risultati positivi del primo invaso, la SADE ha ottenuto di poter elevare il livello dell’acqua fino a 660 metri, senza prima svasare. Il 15 ottobre l’invaso ha raggiunto quota 636,40 metri. Il 4 novembre, verso le 12.30, si verifica quello che gli ertani attendevano da un momento all’altro: una frana con un fronte di 300 metri si stacca dal monte Toc e piomba nel lago. Per puro caso non fa vittime. La SADE fa evaquare. Tina Merlin corre sul posto:

“Arrivo a Erto il giorno dopo. Le persone del Consorzio mi portano sul Toc, mi fanno vedere le spie di vetro «saltate», le case fessurate. Loro erano già stati sui versanti della montagna e avevano scoperto una profonda fenditura che interessava, occhio e croce, una lunghezza di diversi chilometri. Vorrei vederla anch’io ma ormai non si passa più: la SADE ha sbarrato con reticolati l’accesso al monte e disseminato ovunque cartelli con scritte di «grave pericolo».” T.M. 

   L’8 novembre l’Unità pubblica un articolo che si chiude così:

“Si era dunque nel giusto quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, e memori delle precedenti esperienze di Vallesella e Forno di Zoldo, si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre più incombente.” T.M. 

   I vertici della SADE capiscono che Dal Piaz e Caloi si sbagliavano, i calcoli esatti sono quelli di Müller ed Edoardo Semenza: la frana c’è ed è in movimento. Devono capire come agire.
Müller, nella sua relazione, dice che il pericolo è maggiore quanto più alto è il livello del lago. Ma non si può nemmeno svasare. Decidono di costruire una galleria che possa collegare le due metà del bacino che si formerebbero a causa della caduta della frana. “Hanno in testa solo l’impianto, la sua salvezza, la sua futura produzione”, dice con rabbia la Merlin.
Il 28 novembre 1960 la Commissione di Collaudo compie una nuova visita, la terza. Alla SADE sono ormai tutti convinti che la previsione di Müller sia quella corretta, ma il geologo dello Stato, Francesco Penta, no. E scrive al Presidente della Commissione che secondo lui non ci sono elementi sufficienti per ipotizzare un evento catastrofico. Così concede di riprendere sia con gli invasi, sia con la costruzione della galleria nel bacino.

UNA SENTENZA CHE NON FECE RIFLETTERE. Il 30 novembre si apre a Milano il processo contro Tina Merlin e l’Unità. Molti abitanti si offrono di andare a testimoniare, ma con quello che è accaduto ne bastano alcuni. La gente di Erto e Casso vuole difendere se stessa e allo stesso tempo difendere l’unica persona che in questi anni ha creduto a loro:

   “Vengono in tre e portano grandi fotografie che ritraggono chiaramente le fessure del Toc. La parte denunciante non viene a deporre. I giudici ascoltano con interesse le deposizioni. Esaminano attentamente le fotografie. Si informano minuziosamente, interrogando i testimoni, sulla situazione di Erto e Casso, un po’ divertiti e facendo confusione nel pronunciare i due strambi nomi. Gli ertani si appellano ai giudici con foga contadina, chiedono che la loro sentenza serva da allarme, desti l’attenzione delle autorità. Ai giudici sembra probabilmente strano il processo. Appaiono quasi infastiditi di perdere tempo di fronte a fatti così lampanti. Rimangono pochissimo in Camera di consiglio. Quando rientrano la sentenza è di piena assoluzione perché nell’articolo incriminato «nulla vi è di falso, di esagerato o di tendenzioso.” T.M.

   Il 21 febbraio 1961 Tina Merlin firma un nuovo articolo dal titolo “Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto”, dove conclude che “è un mostruoso assurdo che non trova precedenti e di cui è interamente responsabile il governo”.
Durante il rigido inverno la frana si ferma e verso la fine di gennaio la SADE si rivolge all’Università di Padova, commissionando uno studio sugli effetti della caduta della frana nel bacino. I professori Augusto Ghetti e Francesco Marzolo al Centro Modelli Idraulici di Nove, di proprietà della SADE, costruiscono un modello del bacino in scala sul quale effettuano i test dai quali emerge che “la quota di 700 metri sul livello del mare può considerarsi di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana”.

TUTTO VIENE FATTO TACERE. Con l’arresto della frana, intanto, la SADE decide di ritentare l’invaso nonostante il rischio.
Nel frattempo la stagione dei lavori agricoli è ripresa ma i contadini non possono andare a lavorare le terre sul Toc. Il 29 aprile il prefetto di Udine scrive al sindaco di Erto che fino al nuovo invaso, nell’autunno, non c’è più pericolo. Così l’ordinanza di novembre viene revocata.
A proposito la Merlin scrive:

“I contadini, adesso, sono come in un campo di concentramento. Devono vivere e lavorare dentro un perimetro circondato da reticolati.[…]. Come è possibile produrre in tanta cattività? Essere sereni, cantare la sera sui prati, giocare a «morrà», insomma condurre la vita di prima? Adesso è tutto sconvolto, causa quella maledetta diga […]. La resistenza dei contadini è stata fiaccata da ordinanze, decreti, tecnici, carabinieri, ministri. Ha vinto la «pubblica utilità» che è sempre contro la gente. Adesso non resta che andarsene da questa valle e ricordarla, come era, solo in sogno.” T.M. 

   Intanto la SADE ha deciso di riprendere con l’invaso fino a quota 680, 20 metri sopra il primo invaso che aveva dato luogo alla frana del novembre ’60. Con l’inizio del disgelo, verso febbraio, cominciano a sentirsi molte scosse. I sismografi della SADE le registrano, ma nel rapporto quindicinale che deve redigere per il Ministero, Alberico Biadene, capo del progetto dopo la morte di Semenza, non ne parla.
Ma la gente le sente. Così, ad un certo punto, è lo stesso Comune di Erto a muoversi segnalandole il 27 aprile al Genio Civile di Udine e di Belluno, alla Prefettura e alla SADE attraverso una lettera. Segnalerà un’altra scossa seguita da boato il 29 aprile, di nuovo il 30. Poi l’1, il 2 e il 3 maggio.
L’8 giugno il Genio Civile di Udine risponde al Comune di Erto che quelle scosse sono normali e che i controlli eseguiti quotidianamente dalla SADE non hanno riscontrato niente di strano. Per il Comune, dunque, rischi non ce ne sono.
Così gli abitanti della valle vengono fatti passare per visionari, e la richiesta della SADE al Ministero di innalzare il livello dell’acqua a 700 metri non deve allarmare. E lo stesso 8 giugno arriva l’autorizzazione.
La nazionalizzazione è alle porte, la SADE ha il tempo contato: non può permettersi di far cadere la montagna fintanto che la diga è sua, né può venderla allo Stato se non è ancora stata collaudata.
Ma sul Toc si formano nuove fessure. L’8 luglio l’ingegnere governativo Bertolissi lo comunica al Genio Civile di Belluno che, insieme al Servizio Dighe, conviene che è necessario un controllo tempestivo. Ma non mandano nessuno. Si fidano ancora una volta dei rapporti della SADE. Anche a Roma, nonostante Bertolissi invii altri rapporti nei quali sostiene che “la velocità di abbassamento è aumentata nettamente rispetto ai mesi di ottobre e precedenti […] secondo il sottoscritto i movimenti si stanno avvicinando alla criticità”.

BENVENUTA ENEL. Nel dicembre del ’62 viene istituito l’Ente Nazionale Energia Elettrica (ENEL). Ora le società elettriche private sono responsabili dei loro impianti fino al decreto che li trasferirà allo Stato. Nel caso della diga del Vajont il decreto è datato 14 marzo. Viene nominato Amministratore provvisorio il professor Feliciano Benvenuti, “uno di famiglia”, come dice la Merlin, in quanto è consulente economico della ditta veneziana. Probabilmente “è stato proposto dalla SADE stessa, in quanto suo uomo di fiducia. Lo Stato accetta”.
La Merlin non va tanto per il sottile:

“D’ora in poi quanto accadrà sul Vajont porterà anche la firma diretta dello Stato. Non solo, come prima, in quanto controllore, ma in quanto proprietario. Di un manufatto pericoloso, che conosce poco e male perché gli è stata nascosta la verità, non l’ha voluta conoscere, si è fidato del monopolio e dei suoi tecnici e consulenti illustri, ha coltivato e tollerato dentro i suoi ministeri uomini corrotti e doppiogiochisti. […] Probabilmente in nessun altro posto del mondo ciò sarebbe accaduto se non, come in Italia, per complicità e corruzione politica.” T.M. 

   Per non dover smentire se stessa, la società è costretta a continuare per la sua strada. Tanto ormai la  responsabilità non è più sua.
Il 20 marzo 1963 chiede l’autorizzazione per salire da quota 700 a quota 715. Il 30 marzo arriva il via libera. Il 10 aprile comincia il terzo invaso.
Ma prima di lasciar andare la SADE, il Comune di Erto chiede che siano rispettate le promesse. La Società costruisce una scuola che le costa 2 milioni. Nessuno adesso può pensare che ci siano dei rischi.
Tuttavia più l’acqua sale è più numerosi sono i boati, i tonfi e le scosse. Come a Pontesei, sull’acqua compaiono delle macchie giallastre e delle bolle.
Intanto l’acqua è arrivata a 710, solo 5 metri dal livello di collaudo.
“Nella stessa zona dove è caduta la frana del 1960: si notano inclinazioni degli alberi, avvallamenti sulla strada di circonvallazione e l’accentuarsi della lunga fessurazione che attraversa la montagna”. T.M.

   Ormai si è capito che la montagna sta cadendo. Si tratta di capire come: «lentamente o con un terribile schianto», come la Merlin scrive su l’Unità nel febbraio 1961.
La prima cosa da fare, decidono Biadene e i tecnici dell’ENEL, è svasare. Almeno fino a 700, quota di sicurezza secondo il modello di Ghetti. Finché non arriva il 9 ottobre.

“Molti stanno scappando, prendendo tutto quello che riescono. Molti altri decidono di rimanere, nonostante il Comune abbia affisso degli avvisi sul pericolo pubblico imminente. Biadene vorrebbe una vera e propria ordinanza di sgombero, ma tant’è.
Ormai non c’è proprio più nulla da fare? Per le cose che a lui (Biadene n.d.r.) interessano, no. Fermare la frana non si può, si può solo affidarsi al padreterno che compia il minor scempio possibile. In cima ai suoi pensieri c’è sempre e solo il manufatto. La gente di Erto e di Longarone? Per un’onda di 20 metri che tracima dalla diga – siamo a 701 metri, quasi a quota di «assoluta sicurezza», tra qualche giorno l’acqua sarà ancora più bassa – verrà un po’ spruzzato il villaggio di Vajont all’imboccatura della valle” T.M. 

9 OTTOBRE 1963. Molti che vivono sulle sponde del bacino quella sera scendono a valle, vanno a Longarone per seguire Real Madrid-Glasgow Rangers alla televisione del bar.
Sono le 22.39. Un lampo accecante, un pauroso boato. Il Toc frana nel lago sollevando una paurosa ondata d’acqua. Questa si alza terribile centinaia di metri sopra la diga, tracima, piomba di schianto sull’abitato di Longarone, spazzandolo via dalla faccia della terra. A monte della diga un’altra ondata impazzisce violenta da un lato all’altro della valle, risucchiando dentro il lago i villaggi di San Martino e Spesse. La storia del «grande Vajont», durata vent’anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime.
Il giorno dopo arrivano giornalisti da tutta Italia e dall’Europa, ma i pochi superstiti di Longarone, di Erto e Casso, impediscono loro di avvicinarsi ai pochi sassi che restavano dei paesi. Come racconteranno poi Indro Montanelli ed Enzo Biagi, solo Tina Merlin, la nemica della SADE, poté passare.
Gli uomini, davanti a lei, si toglievano il cappello e le donne l’abbracciavano piangendo. (Andrea Rossi Tonon, da “il Muschio Selvaggio”)

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LO STATO CHIEDE SCUSA «SILENZI COLPEVOLI»

– Lo hanno detto il capo dipartimento della Protezione civile Gabrielli e il ministro Orlando: «Questa tragedia resta ancora una ferita aperta» –

di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 16/9/2013

LONGARONE Per la prima volta, dopo 50 anni, lo Stato chiede scusa alle popolazioni di Longarone, Erto e Casso, Castellavazzo, Vajont e degli altri Comuni colpiti da una tragedia che il prefetto Franco Gabrielli definisce “inumana”. Lo fa lo stesso capo del Dipartimento della Protezione Civile, parlando ai 5 mila soccorritori convenuti a Longarone.

   Lo fa, immediatamente dopo, il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, fra l’altro lanciando un’invettiva contro chi abusa del territorio. Gabrielli sale sul palco e si confessa. A titolo personale, premette, e subito dopo aggiunge: anche come umile rappresentante di un pezzo di Stato. «In questi giorni, qui sul Vajont, ho ascoltato i ricordi, le sensazioni e ho percepito come questa tragedia sia una ferita ancora molto aperta, come vi sia ancora una rabbia sorda. C’è un lutto che non è stato ancora elaborato perché non si è avuto forse la forza, la possibilità o forse meglio nessuno ha aiutato queste persone a elaborarlo correttamente. E c’è una tensione che è palpabile, che si coglie nell’aria dell’esigenza che sia arrivato il momento che si chieda scusa».

   Ha un attimo di sospensione, Gabrielli. Si sente che la voce sta per incrinarsi. Poi riprende. Con un solo, prolungato, commosso applauso alla fine; forse nessuno si aspettava le sue scuse. «Chiedo scusa di silenzi colpevoli, prima; scusa di mancanze e di ritardi, dopo. Oggi, nel mio piccolo, umilmente, come rappresentante di quel pezzo di Stato che ha la missione di salvaguardare le persone vi chiedo scusa».

   Lacrime sui volti di numerosi superstiti e soccorritori della prima ora. Commozione nel grande palasport. «Questo è un atto di pacificazione» riconosce il sindaco Padrin. «Sì, la nostra comunità ha bisogno di scuse, ma anche di guardare avanti». Provano ad intuire l’orizzonte sia Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, insistendo sulla prevenzione, che il governatore veneto Luca Zaia, che raccoglie il battimani più fragoroso quando proclama: «Più sicurezza idrogeologica che strade, l’ho detto anche al ministro Orlando e lui è d’accordo».

   Ma ecco il ministro. Lui è nato dopo il Vajont, che ne sa di questo disastro, delle responsabilità? I dubbi si sciolgono immediatamente. «Sì, bisogna chiedere scusa», dice. E dice di farlo prima da cittadino italiano che da ministro, in luoghi – Longarone e il Vajont – che «dovrebbero essere le tappe fondamentali per un pellegrinaggio di costruzione della memoria e di religione civile». Scusa, dunque; la grande parola che per la prima volta risuona ai piedi della diga.

   «Penso che lo Stato non abbia fatto tutto quello che doveva e poteva fare per riparare le sue responsabilità. Per questo credo che un rappresentante delle istituzioni come me, per la continuità che c’è nelle responsabilità, deve venire qui con un carico di umiltà e deferenza. Ci sono momenti nella vita di una Nazione in cui lo Stato e chi lo rappresenta hanno il dovere di assumersi la più difficile delle responsabilità, chiedere scusa ai cittadini». Prende fiato, il ministro.

   E aggiunge: «Lo Stato deve farlo per il presente e per ogni volta che abbandona una persona. Per tutte le volte che non sa dire “ci sono” di fronte ad un pericolo. E per quando ha permesso che gli anni aggiungessero l’oblio o il travisamento della verità». Orlando entra nel merito, specifica, fa capire che la tragedia non ha avuto nulla di incidentale, assai poco, pochissimo, di naturale, chiama in causa i responsabili. E va oltre. «Poi ci sono tutte le disattenzioni del dopo, per le parole non dette o sbagliate. Non ci sono solo gli errori di 50 anni fa ma le parole sbagliate che si è continuato a pronunciare».

   L’esponente di governo immagina già le obiezioni che dalla platea lo possono raggiungere, fors’anche dai governatori. Ed eccolo ammettere: oggi la consapevolezza di quanto bisogna fare, in tema di tutela idrogeologica, non è migliore rispetto a quella di 50 anni fa. «Si dice che mancano le risorse – aggiunge, anticipando quanto dichiareranno subito dopo i due presidenti di Regione – ma le risorse su questo argomento mancano sempre. La mancanza di prevenzione, però è un modo di accumulare debito futuro e questo comporta costi incalcolabili. Non è perciò una battaglia di ecologismo ideologico».

   Oggi possiamo vantare una maggiore padronanza della tecnica, ma – aggiunge il ministro – «non dobbiamo mai abbassare la guardia e a tenere alta la guardia sono sempre le popolazioni locali». «Le resistenze delle popolazioni e dei comitati non si possono sempre liquidare come localismi dei no, ci sono esperienze di chi vive nei luoghi che meritano altrettanto rispetto delle perizie tecniche. Le famiglie del Vajont si opposero e denunciarono per tempo ciò che già si sapeva e si poteva evitare». Un messaggio chiaro, anzi chiarissimo a quanti manderebbero all’inferno comitati e contestatori. «Lasciare spazio alle voci di chi risiede nei luoghi su insistono progetti di grandi opere – conclude – non è opposizione alle opere ma investimento sulla partecipazione».

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IL GOVERNATORE ZAIA

«L’EQUILIBRIO IDROGEOLOGICO È LA VERA SFIDA»

da “il Gazzettino” del 16/9/2013

   «In questo paese varrebbe la pena di pensare a costruire un po’ meno strade e di più al dissesto idrogeologico, che è la vera sfida che noi abbiamo». Lo ha affermato il presidente del Veneto Luca Zaia, intervenendo a Longarone alla manifestazione dedicata ai soccorritori del Vajont, organizzata nel 50° anniversario della tragedia,

   Alla celebrazione sono intervenuti tra gli altri anche il ministro dell’ambiente Andrea Orlando, la presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serrachiani, il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, il sindaco di Longarone Roberto Padrin con i primi cittadini degli altri comuni colpiti dal disastro e di tutta l’area del bellunese e pordenonese, ma soprattutto i protagonisti dei primi soccorsi di allora: Forze Armate, Vigili del Fuoco e volontari da ogni parte d’Italia e i loro eredi di oggi, la Protezione Civile.

   «Il Vajont è l’embrione di quella che è poi diventata la grande Protezione Civile», ha ricordato Zaia, che ha voluto dedicare un applauso ai volontari. «In Veneto abbiamo un esercito di 18 mila persone – ha aggiunto – che quotidianamente lavora gratis per la comunità: questo è il grande valore che noi abbiamo. E poiché la vera sfida per un territorio è quella di mettere in sicurezza dei cittadini – ha concluso il presidente rivolgendosi al ministro Orlando – se vuoi fare una battaglia per la sicurezza idrogeologica e trovare i soldi che servono, siamo al tuo fianco».

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«PREVENIRE È IL MIGLIOR MODO DI RICORDARE»

da “il Gazzettino” del 16/9/2013

LONGARONE – «Prevenire è il modo migliore per ricordare la tragedia che si è abbattuta sul Vajont cinquant’anni fa». Lo ha detto ieri a Longarone (Belluno) la presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, intervenendo al raduno dei soccorritori nel 50/o anniversario della tragedia del Vajont, alla presenza del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando. Ricordando che da qualche mese il Friuli Venezia Giulia è capofila della Commissione Speciale di Protezione Civile, Serracchiani ha spiegato il «rilievo di questo ruolo di coordinamento e stimolo anche nei confronti delle altre regioni, teso a far crescere il livello di preparazione e prevenzione». Serracchiani, che ha incardinato il suo ragionamento sui concetti di «prevenzione, memoria e soccorso», cui si intitolava l’evento, ha sottolineato l’importanza di «coinvolgere ed esercitare, prima che i disastri accadano, tutti coloro i quali potrebbero dover gestire un’emergenza».

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LA STAMPA DELL’EPOCA E LA TRAGEDIA DEL VAJONT “CATASTROFE NATURALE”

(da http://leguarag.xoom.it ) – In un paio di note del suo libro, Tina Merlin ricostruisce quello che a suo parere fu l’atteggiamento della stampa italiana all’epoca della tragedia.

Essa non diede molto peso agli allarmi lanciati dalla stessa Merlin su “l’Unità”, il quotidiano del partito comunista, mentre molti giornali stranieri, i più autorevoli e diffusi (“Times”, “New York Times”, “New York Herald Tribune”, “Le Monde”),  riferirono invece con ampiezza di particolari le rivelazioni de “l’Unità.

La stampa italiana fece sì che almeno fino alla conclusione dell’inchiesta giudiziaria e al rinvio a giudizio di alcuni responsabili, si continuassero a sostenere le tesi delle catastrofi naturali, dei terremoti, della imprevedibilità dell’evento.

Il giornalista Montanelli scrisse inoltre un articolo sul periodico “La Domenica del Corriere” (novembre 1963) nel quale accusava i comunisti di speculare su una così grave tragedia: nella vita delle nazioni – sosteneva Montanelli – ci sono sempre state tragedie di ogni genere, carestie, pestilenze, terremoti, che vanno affrontate con coraggio e senza creare odi interni.

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NATURA CRUDELE

di DINO BUZZATI, da “il Corriere della Sera” del 11 ottobre 1963

   Stavolta per il giornalista che commenta non c’è compito da risolvere se si può, con il mestiere e con la fantasia e col cuore. Stavolta per me, è una faccenda personale perché quella è la mia terra, quelli i miei paesi, quelle le mie montagne, quella la mia gente. E scriverne è difficile!
Un po’ come se a uno muore un fratello e gli dicono che a farne il necrologio deve essere proprio lui.
Conosco quei posti così bene, ci sono passato tante centinaia e forse migliaia di volte che da lontano posso immaginare tutto quanto come se fossi stato presente.
Per gli uomini che non sanno, per i paesi antichi e nuovi sulla riva del Piave, là dove il Cadore dopo tante convulsioni di valloni e di picchi apre finalmente la bocca sulla pianura e le montagne per l’ultima volta si rinserrano le une alle altre, è soltanto una bellissima sera d’ottobre.
In questa stagione l’aria è lassù limpida e pura e i tramonti hanno delle luci meravigliose. Ecco, il sole è scomparso dietro le scoscese propaggini dello Schiara, rapidamente calano le ombre, giù dalle invisibili Dolomiti comincia a soffiare un vento freddo, qua e là si accendono e si spengono i lumi, i buoi si assopiscono nelle stalle, gruppetti operai dalla fabbrica di faesite pedalano canterellando verso casa, un’eco di juke box con la rabbiosa vocetta di Rita Pavone esce dal bar trattoria con annessa colonnetta di benzina, rare macchine di turisti passano sulla strada di Alemagna, la stagione delle vacanze è finita.

   Proprio di fronte a Longarone la valle del Vajont è già buia, più che una valle è un profondo e sconnesso taglio nelle rupi, un selvaggio burrone, mi ricordo la straordinaria impressione che mi fece quando lo vidi per la prima volta da bambino, a un certo punto la strada attraversava l’abisso, da una parte e dall’altra spaventose pareti a picco.
Qualcuno mi disse che era il più alto ponte d’Italia, con un vuoto sotto, di oltre cento metri. Ci fermammo e guardai in giù con il batticuore.
Bene, proprio a ridosso del vecchio e romantico ponticello era venuta su la diga e lo aveva umiliato.
Quei cento metri di abisso erano stati sbarrati da un muro di cemento, non solo; il fantastico muraglione aveva continuato ad innalzarsi per altri centocinquanta metri sopra il ponticello e adesso giganteggiava più vertiginoso delle rupi intorno, con sinuose e potenti curve, immobile eppure carico di una vita misteriosa.
Notte. Due finestre accese nella cabina comandi centralizzati, nell’acqua del lago artificiale si specchia una gelida fascetta di luna, ronzii nei fili, giù nel tenebroso botro lo scrosciare dello scarico di fondo, a Longarone.
Faè, Rivalta, Villanova dormono, ma c’è ancora qualcuno che contempla il video, qualcuno nell’osteria intento all’ultimo scopone. In quanto alle montagne esse se ne stanno immobili, nere e silenziose come il solito.
No, a questo punto l’immaginazione non è più capace di proseguire, la valle, i monti, i paesi, le case, gli uomini, tutto riesco ad immaginare nella notte tranquilla  poiché li conosco così bene, ma adesso non bastano le consuetudini e i ricordi. Come ricostruire ciò che è accaduto, la frana, lo schiantamento delle rupi, il crollo, la cateratta di macigni e di terra nel lago? E l’onda spaventosa, dal cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come…

   Sì come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago il tremito della guerra, lo scrole dell’acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l’irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c’è nelle tombe?
Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. Non è che si sia rotto il bicchiere quindi non si può, come nel caso del Gleno, dare della bestia a chi l’ha costruito. Il bicchiere era fatto a regola d’arte, testimonianza della tenacia, del talento, e del coraggio umano.
La diga del Vajont era ed è un capolavoro perfino dal lato estetico.
Mi ricordo che mentre la facevano l’ingegnere Gildosperti della S.A.D.E. mi portò alla vicina centrale di Soverzene dove c’era un grande modello in ottone dello sbarramento in costruzione ed era una scultura stupenda, Arp e Brancusi ne sarebbero stati orgogliosi.
Intatto, di fronte ai morti del Bellunese, sta ancora il prestigio della scienza, dell’ingegneria, della tecnica, del lavoro.
Ma esso non è bastato. Tutto era stato calcolato alla perfezione, e quindi realizzato da maestri, la montagna, sotto ai lati, era stata traforata come un colabrodo per una profondità di decine e decine di metri e quindi imbottita di cemento perché non potesse poi in nessun caso fare dei brutti scherzi, oppure apparecchiature sensibilissime registravano le più lievi regolarità o minimi sintomi di pericolo. Ma non è bastato.

   Ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande ed asciutta che la fantasia della scienza. Sconfitta in aperta battaglia, la natura si è vendicata attaccando il vincitore alla spalle. Si direbbe quasi che in tutte le grandi conquiste tecniche, stia nascosta una lama segreta e invisibile che a un momento dato scatterà.
Intatto, e giustamente, è il prestigio dell’ingegnere, del progettista, del costruttore, del tecnico, dell’operaio, giù fino all’ultimo manovale che ha sgobbato per la diga del Vajont, ma la diga, non per colpa sua è costata diecimila morti. I quali morti non sono della Cina o delle Molucche, ma erano gente della mia terra che parlavano come me, avevano facce di famiglia e chissà quante volte ci siamo incontrati e ci siamo dati la mano e abbiamo chiacchierato insieme. E il monte che si e’ rotto e ha fatto lo sterminio è uno dei monti della mia vita il cui profilo è impresso nel mio animo e mi rimarrà per sempre. Ragione per cui chi scrive si trova ad avere la gola secca e le parole di circostanza non gli vengono. Le parole incredulità, orrore, pietà, costernazione, rabbia, pianto, lutto, gli restano dentro col loro peso crudele. (Dino Buzzati)

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VAJONT, 50 ANNI FA IL DISASTRO CHE TINA MERLIN AVEVA (INVANO) ANNUNCIATO

(dal sito “Linkiesta” www.linkiesta.it/ )

Tina Merlin

Il 9 ottobre 1963 il disastro del Vajont uccideva quasi duemila persone, distruggendo il paese di Longarone e danneggiando parte di Erto e Casso. Tina Merlin, dirigente del Pci, aveva annunciato i rischi ma nessuno la ascoltò. Il suo libro “Sulla pelle viva” è stato pubblicato solo nel 1983. Ecco alcuni estratti.

Sulla pelle viva

Introduzione

Resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica. Un connubio che legava strettissimamente, vent’anni fa, quasi tutti gli accademici illustri al potere economico, in questo caso al monopolio elettrico SADE. Che a sua volta si serviva del potere politico, in questo caso tutto democristiano, per realizzare grandi imprese a scopo di pubblica utilità – si fa per dire – dalle quali ricavava o avrebbe ricavato enormi profitti. In compenso il potere politico era al sicuro sostenuto e foraggiato da coloro ai quali si prostituiva. La regola era – ed è ancora – come in tutti gli affari vantaggiosi, quella dello scambio.
Il monumento si chiama Erto.

Anzi, Erto e Casso. Due agglomerati di sassi e terra che formano un Comune. Distanti l’uno dall’altro qualche chilometro, costruiti in cima a costoni di vecchie frane cadute forse millenni fa e sulle quali uomini scampati da pesti o persecuzioni, o forse fermatisi dopo lunghe peregrinazioni ed esodi, hanno dato inizio alla comunità ertocassana.
L’ondata terribile, provocata dalla frana del Toc che il 9 ottobre 1963 fece impazzire le acque del lago artificiale, dividendole con furore, sbatacchiandole da una sponda all’altra, facendole tracimare dalla più grande diga del mondo, schiantandole su Longarone e polverizzando il paese, ha appena lambito Casso. Ha risucchiato alcune frazioni di Erto, altre case sparse. Ha sepolto case e stalle poste sotto la montagna crollata. Ma Erto è rimasto in piedi, un po’ traballante, le case fessurate dalla sferza dell’acqua. È rimasto su, contro tutte le previsioni. Sono questi due paesi morti il monumento al Vajont. Nessun’altra stele o lapide potrà rendere con altrettanta raffigurazione la memoria del tremendo fatto la cui eco ha pervaso il mondo vent’anni fa lasciandolo stupefatto e incredulo, minando la fiducia popolare nella scienza, nella tecnica, nella politica.

La SADE, il monopolio che uccise, in fondo ci interessa poco: faceva i suoi affari come tutti gli imprenditori privati del mondo. Sapendo che li poteva impunemente fare, che glieli lasciavano fare. Era il burattinaio che tirava i fili e faceva muovere i burattini – scienziati e politici – come voleva. Il potere era la SADE, perchè il vero potere aveva abdicato.

Erto e Casso, paesi di sopravvissuti. Non Longarone, purtroppo paese di morti. Vivi o morti, in fondo, è la stessa cosa di fronte al «fatto». Ma quassù, sul versante friulano del «grande Vajont», prima del disastrosi è vissuta una «storia» che è mancata a Longarone. Una storia di popolo, ancora sconosciuta. Di lotte, ribellioni, partecipazione civile contro i potenti, le loro angherie, le loro leggi, la trasgressione delle leggi dello Stato, la licenza di uccidere, la difesa del diritto, la rivendicazione della giustizia. L’ltalia e il resto del mondo conoscono soprattutto la storia di Longarone, tragica e spietata, quella della notte tremenda. Non la storia che generò quella notte, la storia di prima: di Erto, della sua popolazione successivamente dispersa. Perchè la storia vera si è svolta quassù. Tra questi sassi e queste antiche frane. In questo paese ora semivuoto, con le sue case di pietra, i suoi vicoli stretti, la sua unica via principale che ospitava i pochi negozi e le numerose osterie, luogo socializzante, vivacissimo, di Erto.

Da poco il municipio è stato trasferito nel nuovo paese, più a monte. Un edificio assurdo, senz’anima, che non ha niente in comune con l’ambiente attorno. E non solo il municipio, ma la chiesa, la scuola. Nessuno ha detto niente, neanche gli ertani, contro i progetti. In fondo è stata già una fortuna che il paese incominciasse a venir su, in quota di sicurezza, vent’anni dopo. Quando metà della gente era già stata sradicata, incanalata verso altri luoghi o trapiantata di peso nella piana di Pordenone, dove ha costituito un nuovo paese: Vajont.

C’è chi dice che è stato un bene andarsene. Cosa c’era da fare ormai a Erto e a Casso?
I pascoli migliori erano stati sommersi dall’acqua del bacino; i rimanenti, dalla frana. A Pordenone c’erano le fabbriche e finalmente un lavoro sicuro. Era una occasione per entrare nella «civiltà» dopo secoli di isolamento. Erto e Casso, soprattutto dopo lo choc della frana, potevano anche andare in malora. Chi, invece, non ha voluto andar via da Erto, ha sopportato nuovamente anni di umiliazioni da parte di uno Stato che ancora una volta non manteneva le sue promesse di ricostruire il paese.
Se la nuova Erto sta lentamente assumendo una fisionomia, se si è potuta ricostruire nella vallata, è merito di una resistenza tenace e di nuove aspre lotte che qui si sono svolte per non cancellare il paese, la sua storia, la sua cultura.

Ho un debito verso gli ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent’anni in cui l’Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante «casualmente» accadute. Forse più «pulita» di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. È contrassegnata dallo stesso marchio: il potere.
E dall’uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono.

Vent’anni dopo

Il 28 dicembre 1966, con la posa della prima pietra, si dava il via alla costruzione di un nuovo paese nella piana di Maniago. Oggi lo abitano 225 nuclei familiari: 164 di Erto; 61 di Casso, 93 provenienti da altre località e insediatisi nel nuovo paese.
Inizialmente gli ertocassani erano convinti di rimanere amministrativamente sotto il Comune di Erto e Casso, legati ad esso da «un’isola amministrativa». Non è avvenuto così; la scissione in due Comuni è stata imposta per legge, senza una consultazione della popolazione. Con un atto autoritario. La delusione è stata forte. Ma ormai, chi aveva scelto di trasferirsi non poteva più tornare indietro.
Per avere almeno un collegamento ideale con la vecchia vallata, la gente pretese che il Comune la ricordasse almeno nel nome. Venne chiamato Vajont, e alle sue strade e piazze vennero dati nomi di località ertane spazzate via dalla valanga d’acqua, oppure di monti e siti che circondano Erto e Casso.

Vajont è un paese «inventato» e perciò senza fisionomia.
Si è tracciato sulla carta un perimetro e dentro vi si sono collocate strade, piazza, case e la gente. Certamente ha molti più servizi di Erto e Casso, strade larghe, con alberi ai lati, che quando cresceranno del tutto daranno agli abitanti l’illusione di assomigliare a quelli dei loro boschi antichi. La gente fa di tutto per ricrearsi il verde perduto; ogni casa ha un giardino, un orto. Ma inseriti in questa pianura, gli ertocassani hanno perduto la loro personalità. Gli anziani sono taciturni. Se qualcuno che li ha conosciuti nel loro ambiente naturale della vallata del Vajont va a trovarli, parlano a stento, trattenendo ricordi e dolore. La domenica molti si mettono in macchina e risalgono la Valcellina fino al paese. Aprono le imposte delle vecchie case abbandonate, zappano gli orti, prendono il sole sogli usci, vanno nelle vecchie osterie a bere un bicchiere di vino e a scambiare quattro chiacchiere con i residenti, illudendosi di stare ancora lì. Nelle ricorrenze importanti – Venerdì santo, Pasqua, ferragosto, i Morti, Natale – si ritrovano tutti a Erto. “Sai – mi dice con la voce che le trema Maria Corona, che gestisce un negozio di alimentari nel nuovo paese – non ho mai sognato Vajont. Tutti i miei sogni sono ambientati a Erto. Qui mi sento come prigioniera. Solo per i giovani ci sarà un avvenire”.

I giovani. Cosa sanno della SADE, delle lotte dei loro genitori, dei soprusi dei potenti contro una comunità che chiedeva solo di vivere e lavorare in pace? Sono passati venti anni, è cresciuta una nuova generazione, qui, in un altro mondo. In un bar della piazza, tre-quattro ragazzi parlano fra di loro a voce alta, scherzano.
Chiedo: “Siete di Vajont?”. La risposta è pronta e secca, orgogliosa: “No, noi siamo ertani”. “Ma non siete nati qui? Non abitate a Vajont?” “Sì, ma siamo ertani, siamo di razza cimbra!”. Cerco di sapere cosa conoscono di prima e di dopo la tragedia. Poco, quasi nulla. Sono figli di gente distrutta, che preferisce dimenticare. Ma questi ragazzi sono curiosi, mi si fanno attorno, domandano.

E il lavoro, che è stato uno dei principali motivi della scelta di trasferirsi? La zona industriale prevista dalla legge del Vajont è nata fuori dal Comune, nel territorio di Maniago. Abbastanza vicino, ma fuori dalla giurisdizione amministrativa del nuovo paese, fuori da un suo controllo. In essa si sono trasferiti reparti di industrie già esistenti a Pordenone – come la Zanussi – che hanno beneficiato, per questa operazione di sdoppiamento e decentramento, delle provvidenze governative. Poche le vere “nuove” industrie. E pochi gli ertocassani che vi hanno trovato lavoro. Dice amaramente il sindaco comunista Delfino Zoldan: “Per gli industriali, quelli di Vajont hanno una targa sulla fronte. Quando hanno trovato lavoro nella zona industriale sono tutti finiti o in fonderia o alla pressofusione”. Come i lavoratori del Terzo mondo.
Gli altri continuano ad emigrare, come facevano a Erto.

A Erto si è iniziato a costruire, a quota 830, solo nel 1971, quasi dieci anni dopo il disastro. Dieci anni di stressanti, dure lotte del gruppo che aveva scelto di restare. La località si chiama Stortàn. Un versante collinoso che guarda il lago, bello, battuto dal sole. Il nuovo paese è costruito su terrazze e si snoda a tornanti partendo dalla quasi-piazza del nuovo municipio e dalla chiesa, due orrendi fabbricati che fanno a pugni con l’ambiente, che forse potevano andar bene nella zona pianeggiante di Vajont. Le nuove case hanno un bell’aspetto; sono casevillette; s’è usato molto legno. Ai suoi piedi c’è il vecchio abitato di Erto, un caratteristico agglomerato urbanistico fatto di sassi. A suo tempo hanno scelto di restare in valle 150 nuclei familiari, che in seguito sono cresciuti col formarsi di nuove famiglie.

Gli appartamenti ammessi ai contributi di legge sono 150: un terzo sono finiti, un altro terzo in fase di ultimazione, il rimanente terzo ancora da iniziare. I finanziamenti dello Stato, per un esecrabile meccanismo burocratico, vengono a singhiozzo. Un esempio: lo Stato stanzia due miliardi per un blocco di lavori che deve durare due anni, già assegnato al Comune (per opere pubbliche) o a privati (per abitazioni). Alla fine del primo anno, richiama dalla Regione i denari non spesi perchè deve rimetterli in bilancio. Per ristanziarli l’anno dopo. Ma prima che arrivino ai destinatari o vengano spesi, sono nuovamente richiamati per il successivo bilancio. È la storia del “sior Intento” che dura molto tempo e non finisce mai. E intanto i costi aumentano: i 5 e gli 8 milioni per unità immobiliare (di due tipi) previsti dalla legge del 1963, adesso sono stati portati a 16-20. Ma con questi soldi, oggi, uno la casa non se la fa. E allora resta “mezza su e mezza giù” e il proprietario continua ad abitare nella vecchia casa di Erto.

Come si è detto, numerose di queste case sono disabitate e si aprono soltanto la domenica o nelle ricorrenze ad accogliere, per una giornata, quelli di Vajont. Erto è per metà spopolato. Quelli che sono rimasti conservano però la socievolezza di un tempo, anche se le tradizionali battute di spirito si sono un po’ smorzate e, alla fine, non hanno più senso. Sono stati riaperti tre bar e qualche negozio, sempre nel vecchio paese; un bar vicino al nuovo municipio, a Stortàn. La vita si snoda sempre lungo l’unica via stretta che attraversa longitudinalmente il borgo. Anche quando tutte le case saranno fabbricate nella zona di Stortàn, lo spirito di Erto aleggerà qui.

Il vecchio borgo è, e rimarrà, per lunghi anni, il cuore della collettività ertana. Qui, il Venerdì santo, dopo una pausa di qualche anno succeduta al disastro, è stata ripresa la rappresentazione popolare della Passione di Cristo. Migliaia di persone arrivano dai versanti friulano e bellunese della vallata. E tutti gli ertocassani dispersi per ogni dove. Ci sono più riflettori, più messa in scena. Ma anche più artifizio, meno spontaneità, più spettacolo. Meno intimità e più consumismo.
Gli ertani rimasti a Erto non hanno ancora perdonato quelli che se ne sono andati. Fanno salvo il diritto che ognuno aveva di scegliere, ma è proprio scegliendo di andarsene – dicono – che si sono resi corresponsabili della seconda tragedia abbattutasi su di loro: la spaccatura della comunità. “Se restavano qui, se si battevano con noi, il paese a quota Stortàn sarebbe rinato subito e saremmo ancora tutti uniti”.

Ma chi sono i veri responsabili dell’esodo?
“Prima di tutto i politici e i loro tirapiedi: il sindaco De Damiani diceva ‘restiamo uniti’ e intanto costruiva a Vajont; il dottor Gallo proclamava che bisognava restare a Erto ma intanto costruiva a Longarone; chi lottava davvero per Erto era considerato sovversivo e perseguitato. La gente era disorientata, non capiva più niente. Alla fine, la maggioranza è andata dove si costruiva prima, e si costruiva prima a Vajont perchè i democristiani lo volevano. O meglio, lo volevano gli imprenditori per avere una zona industriale in pianura, vicino al centro in sviluppo di Pordenone, con la scusa di costruirla per gli ertocassani che si trasferivano. Abbiamo poi visto come è andata!”
Insomma, è stata una “scelta” pilotata, concordata ancora una volta tra il potere economico e il potere politico, per spartirsi denari e prebende sulla pelle del popolo “avente diritto”. Per tacitare gli ertani di Erto si era promesso una piccola “zona industriale” anche per loro, a Pinedo, tra Cimolais e Claut. Era stata delimitata, vi si erano anche installate un paio di piccole fabbriche. Fumo negli occhi. “Adesso – dice il sindaco Virgilio Barzan – sono sparite, e la zona è abbandonata”.

Il lago del Vajont non è più una minaccia. L’acqua è scesa a quota 632 metri; non dà più fastidio alla montagna che si è stabilizzata. L’impianto elettrico è usato come scarico di fondo per mantenere il lago a tale quota; l’acqua viene fatta defluire, attraverso una galleria, dietro la diga e scaricata nella forra del Vajont. Circolano voci che l’ENEL voglia mettere in esercizio l’impianto così com’è, ma nessuno sa nulla di preciso. Sulla spalletta destra della diga, dove sorgevano il posto di guardia e la cabina comando del cantiere spazzati via dall’ondata, adesso c’è una cappella con i nomi dei tecnici periti nel “compimento del loro dovere” che era, in quel 9 ottobre, farsi ammazzare in nome del monopolio e dello Stato che lo aveva incorporato. Di ogni stagione – specialmente dalla primavera all’autunno – qualsiasi giorno della settimana si transiti sulla strada che da Longarone porta a Erto, si possono osservare gruppi di persone in sosta a scrutare il desolato paesaggio della vallata sconvolta. Così da 20 anni.

Casso: il borgo è quasi del tutto abbandonato.
Vi abita ancora qualche vecchio, che non ha nessuno e che vuol morire sul posto. Le case, che qui non hanno subito quasi alcun danno, resteranno a testimoniare – si spera – di un insediamento urbanistico tipico, di una civiltà antica sviluppatasi per millenni su queste montagne. Fatte di sassi – come quelle di Erto – dissepolti dalle montagne o raccolti secoli fa nel greto del Vajont, trasportati sul posto con estenuante fatica delle braccia e della schiena, cementati con la malta intrisa di sudore di un popolo che si chiamava “di Casso”. Passando sulla sottostante strada, ora asfaltata, che scavalca per chilometri la frana del Toc, Casso si scorge in alto, a ridosso del monte Salta, quasi come una cittadella medioevale.

Toc, monte malato; Salta, monte che trema.
La toponomastica locale rivela antiche saggezze dei primi abitanti insediatisi nella valle, conoscitori di terreni e di rocce, assai più esperti degli “esperti” venuti dopo.

Giugno 1982
L’azione legale intentata a suo tempo dal Comune di Erto contro la SADE e l’ENEL si conclude, 19 anni dopo il disastro. La Corte di Cassazione sentenzia che ha ragione il Comune sinistrato, al quale la Società elettrica – ora Montedison – e l’ente di Stato devono rifondere i danni morali e materiali causati dalla catastrofe.
I danni materiali sono i ponti, le strade, i sentieri, le teleferiche, la diminuzione della popolazione, gli immobili di proprietà comunale.
I danni morali sono i morti, la distruzione della comunità locale, il trauma che i superstiti si porteranno dentro per tutta la vita.
In ogni caso è molto probabile che per questo secondo aspetto l’ente locale si rimetta al giudice, il quale si varrà, forse, dell’aiuto di sociologi e psicologi per “quantificare” il danno e la sua natura. I due Comuni di Erto e Vajont, che non avevano ancora diviso le proprietà comunali anche in attesa di questa sentenza, dovranno finalmente accingersi a farlo. Si valuterà, molto probabilmente, in base alla popolazione rimasta a Erto e a quella stabilitasi a Vajont dopo il disastro.
Non andrà tutto liscio. Nasceranno nuove diffidenze, rivendicazioni, polemiche. Si spegnerà ancora un poco l’anima del Vajont. (TINA MERLIN)

Il sito dell’Associazione culturale Tina Merlin

Per leggere tutto il libro

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CINQUE ORE PRIMA DEL VAJONT

La testimonianza di Maria Pia Bassetto, superstite del Vajont. All’epoca lavorava all’ufficio postale di Longarone e si è salvata per puro caso. La sera del 9 ottobre,quando la frana del monte Toc provocò un’onda alta 100 metri che polverizzò Longarone, lei era a casa a Vittorio Veneto, dove rientrava tutte le sere dopo il lavoro. Questa è la sua storia.

vajont, ricordando che tutto era previsto e poteva essere evitato»

caso vajont

VIDEO: Cinque ore prima del Vajont

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A MODENA NUOVA INCHIESTA SUL DISASTRO DEL VAJONT – VIDEO

di Davide Berti da http://gazzettadimodena.gelocal.it/

– L’ultimo lavoro delle Officine Tolau a pochi giorni dal cinquantesimo anniversario «Rimaniamo ai fatti, ricordando che tutto era previsto e poteva essere evitato» –

   «Mia mamma, come è capitato a tutti i superstiti del Vajont, per molti anni in casa ha parlato poco o niente della catastrofe perché evidentemente la cosa era così incredibilmente apocalittica da richiedere una rimozione per poter fare una vita “serena”. Solo un paio d’anni fa mi sono deciso a dare forma tangibile ai suoi pensieri piazzandole una telecamera di fronte e dicendole “racconta”».

   Da qui comincia il nuovo progetto delle Officine Tolau, tre giornalisti che, con base a Modena, hanno raccontato in questi anni storie legate alla politica e alla società. Stefano Aurighi, uno di questi, modenese a tutti gli effetti da diversi anni, questa volta ha aperto anche uno dei cassetti di famiglia per contribuire a concludere il loro nuovo lavoro di inchiesta giornalistica destinato soprattutto a ristabilire almeno la dignità dei superstiti del Vajont. La mamma di Aurighi, Maria Pia Bassetto, lavorava all’ufficio postale di Longarone e tutti i giorni, dopo aver prestato servizio, rientrava a Vittorio Veneto per la notte. Ecco perché si salvò e dal giorno successivo, quando col treno arrivò quasi a Longarone ancora ignara di quanto era successo, la sua vita cambiò.

   Erano le 22.39 del 9 ottobre 1963 quando la frana caduta dal versante settentrionale del monte Toc , staccatasi a seguito dell’innalzamento delle acque del lago artificiale oltre quota 700 metri voluto dall’ente gestore per il collaudo dell’impianto, innescò il disastro.

«Longarone e le zone limitrofe – racconta Aurighi – sono piene di persone che hanno avuto la forza di raccontare solo dopo che l’orazione civile di Paolini li ha “sdoganati” e questo è certamente importante per mantenere la memoria e, soprattutto, per fare in modo che la vicenda venga sempre ricordata nei termini esatti che l’hanno determinata».

   Una vicenda che torna di attualità a 50 anni dal disastro: «Il cinquantesimo è una buona occasione, almeno per noi Officine Tolau, per contribuire alla documentazione del “post-Vajont” che, se possibile, è stato peggio del prima. Il rischio, con le celebrazioni ufficiali, è che l’anniversario diventi zuccheroso e inutilmente retorico. Meglio, attraverso le voci di chi ha vissuto l’esperienza rimanere ai fatti, ricordano che tutto era previsto e che tutto poteva essere evitato».

   Un lavoro che sta assumendo contorni importanti, ed è in continua evoluzione: «Nel nostro blog dedicato al post-Vajont, attraverso tanti video che pubblicheremo progressivamente da qui al 9 ottobre, daremo voce ai meccanismi rampanti e cinici dell’imprenditoria locale, che si è presa i contributi e s’è defilata, replicando il dolore dei sopravvissuti, cornuti e mazziati. Per non parlare dello sradicamento dal territorio, della devastazione psicologica e di tanti altri aspetti che questa tragedia si porta dietro».

   Dalle prime immagini si capisce già che non sarà un semplice racconto, ma una nuova inchiesta per contribuire a stabilire la verità: «Nelle prime testimonianze raccolte, che sono già disponibili sul sito c’è la vicenda incredibile del macellaio a cui l’Enel – responsabile della tragedia – taglia la luce perché lui non ha dato la disdetta dei contatori che erano stati spazzati vai dall’onda. O c’è la giornalista – racconta lo stesso Aurighi – che spiega nel dettaglio le maglie larghe della “legge Vajont”, che ha permesso a imprenditori che non c’entravano niente con quel territorio di accaparrarsi per due soldi licenze commerciali con finanziamenti miliardari, per aprire attività e poi chiuderle subito dopo. Pubblicheremo documentazione che non è mai girata su web, relativa ai finanziamenti dell’epoca.

   Poi ci sono le storie del disagio psicologico dei sopravvissuti. Ci sono le storie dell’urbanistica impazzita, come l’idea di creare da zero un nuovo comune in cui trasferire i superstiti. Questo comune si chiama Vajont ed è stato costruito sulla pianura di Pordenone, ma il loro vicesindaco non esita a definire l’intera vicenda come “deportazione di civili in tempo di pace”. Ci sono le vicende legate agli insediamenti industriali senza tenere troppo conto dell’aspetto ambientale, dato che la zona doveva rapidamente rinascere». Da vedere, per non dimenticare. (Davide Berti)

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IL “MEA CULPA” DEI GEOLOGI «SUL VAJONT SBAGLIAMMO»

di Francesco Dal Mas, da “il Mattino di Padova” del 7/10/2013

– A 50 anni dal disastro accuse allo Stato per i mancati controlli, alla Sade e all’Enel  – «Troppo spesso la scienza è poca cosa rispetto agli interessi economici in gioco» –

LONGARONE – “Mea culpa” dei geologi per la tragedia del Vajont, tra pesanti accuse allo Stato per i mancati controlli, alla Sade e all’Enel, per la loro voracità, ai luminari della scienza e a chi dirigeva i lavori.

   «Qui una parte della geologia – ha ammesso Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi – ha commesso degli errori, li ha commessi nella fase dello studio preliminare della progettazione dell’opera, (se solo si pensa al fatto che la diga non avrebbe dovuto essere costruita dove è stata costruita), li ha commessi nella fase della costruzione, li ha commessi, forse ancor di più, nella fase dei controlli. Non nascondiamo queste responsabilità, non ci sottraiamo a queste responsabilità».

   Affollato e attento l’autorevole pubblico della conferenza internazionale dei geologi italiani sul disastro del Vajont, ieri al Palasport di Longarone (oggi ci sarà una ricognizione sulla frana e sulla diga). Il convegno, aperto dal sindaco Roberto Padrin, dai rappresentanti degli altri Comuni, dall’assessore regionale Vito del Friuli, ha registrato un messaggio del governatore Luca Zaia, che ha colto l’occasione per assicurare la ristrutturazione dell’ambiente urbanistico, con un ridimensionamento radicale delle cubature. Zaia, che oggi sarà a Longarone per il consiglio regionale, ha rilanciato anche il suo messaggio di priorità per la messa in sicurezza anziché della costruzione di nuove strade. Il tutto ai fini di una maggiore sostenibilità.

   Il presidente Graziano, dopo aver precisato che ci furono scienziati illuminati che capirono in tempo, ha aggiunto che «non siamo stati soli infatti nell’incredibile susseguirsi di errori che portarono alla catastrofe ma in compagnia di ingegneri e tecnici che sbagliarono modelli, che non seppero capire e soprattutto che non ebbero la forza ed il coraggio di fermare tutto quando era ancora possibile.

   Ed in compagnia di funzionari pubblici che non controllarono, che approvarono progetto e varianti, una dopo l’altra, senza porsi molte domande, senza richiedere un minimo di verifiche, che non diedero ascolto a quegli altri geologi che avevano capito e che, come detto, allertarono chi preferì non far sapere».

   La diga è figlia di un progetto ardito, approvato dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici e più volte modificato, per aumentarne l’altezza e quindi la capacità d’invaso, senza che lo stesso Consiglio si sia mai posto il problema della stabilità di quel versante, quello del famigerato Monte Toc, che era stato già oggetto di studi geologici corretti e che non aveva dato soltanto dei semplici segnali d’instabilità, ma dei veri e propri episodi di instabilità, prima e durante la costruzione della diga.

   «Eppure nessuno volle guardare, nessuno volle approfondire: la geologia, l’ambiente fisico, le condizioni al contorno erano poca cosa rispetto agli interessi economici in gioco. Ancora oggi troppo spesso la geologia è poca cosa rispetto agli interessi economici in gioco» ha concluso Graziano. (Francesco Dal Mas)

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VAJONT. “CHE IDDIO CE LA MANDI BUONA”

di Gian Antonio Stella per “Il Corriere della Sera” del 8/10/2013

– «Ps. Mi telefona ora il geom. Rossi che le misure di questa mattina mostrano essere ancora maggiori di quelle di ieri, raggiungendo una maggiorazione del 50%!! (cioè da 20 a 30 cm ). Si nota anche qualche piccola caduta di sassi al bordo ovest (verso la diga) della frana. Che Iddio ce la mandi buona». –

   Mezzo secolo dopo, quel «P.s.» dell’ingegner Alberico Biadene in calce alla lettera del 9 ottobre 1963 in cui poche ore prima dell’apocalisse chiedeva al capo-cantiere Mario Pancini di rientrare dalle ferie, fa ancora svegliare di angoscia, certe notti, i sopravvissuti di quella sera in cui l’ondata immensa del Vajont spazzò via Longarone e le contrade intorno.

   Iddio non la mandò buona, quella sera. Dice una struggente canzone di Alberto D’Amico: «Xe ‘sta ‘na note che ‘l Signor / ga vudo un palpito de cuor / el monte Toc se ga spacà / el lago in cielo xe rivà…». Ma se il monte venne giù per un palpito di cuore di Dio («si è compiuto un misterioso disegno d’amore», scrisse La Discussione tentando d’arginare le polemiche del Pci contro Sade, la Società adriatica di elettricità padrona della diga), certo diede a tutti il tempo, se solo avessero voluto capire, di fare i fagotti e salvarsi.

   Lo denunciò Tina Merlin scrivendo sull’Unità undici mesi prima della catastrofe parole nette: «Una enorme frana di 50 milioni di metri cubi di materiale, tutta una montagna sul versante sinistro del lago artificiale, sta franando. Non si può sapere se il cedimento sarà lento o se avverrà un terribile schianto. In quest’ultimo caso non si possono prevedere le conseguenze». Lo riconobbe tra mille reticenze dei testimoni e mille viltà il processo imbastito all’Aquila che accettò la tesi del «disastro naturale» condannando qualche imputato solo per non avere dato l’allarme disponendo lo sgombero della popolazione.

   Lo spiegò una quindicina d’anni fa, in una memorabile serata televisiva che il Corriere domani ripropone ai suoi lettori, Marco Paolini, che mise a nudo magistralmente i buchi, le contraddizioni, le assurdità della vicenda. Lo conferma oggi un libro dei geologi Alvaro Valdinucci e Riccardo Massimiliano Menotti scritto nel ‘93 e per vent’anni «deliberatamente rimandato al mittente da chi avrebbe invece potuto e dovuto diffonderlo».

   Mettono i brividi, tanti dettagli del volume intitolato Che Iddio ce la mandi buona / La frana del Vajont . Come una lettera dell’ottobre 1948 del professor Giorgio Dal Piaz, che da vent’anni studia la possibilità di costruire lì una diga e davanti alla ennesima richiesta di alzarla ancora di più, di più, di più, scrive: «Confesso che i nuovi problemi geologici prospettati mi fanno tremare le vene ed i polsi».

   O i dubbi in una nuova relazione di due mesi dopo dove segnala il rischio di uno scoscendimento che «non mancherà di dar luogo, specialmente in conseguenza a fenomeni di svaso, a distacchi e smottamenti più o meno notevoli».

   Fatto sta che nel 1957, esausto per le continue richieste ed evidentemente sempre meno convinto della bontà del progetto, il vecchio Dal Piaz scrive all’ingegner Carlo Semenza, il progettista, che proprio non gli riesce di scrivere la relazione finale richiesta quindi ci pensi lui: «Abbia la cortesia di mandarmi il testo di quella ch’Ella mi ha esposto a voce, che mi pareva molto felice».

   E così, accusano i due geologi, «il 15 giugno 1957 il Consiglio superiore, riunito in assemblea generale, esprime voto favorevole» al progetto e la Sade «stravince» grazie a quella relazione «firmata da G. Dal Piaz e compilata da C. Semenza», relazione che Francesco Sensidoni, capo del Servizio Dighe, usa per declamare le virtù della «grandiosa diga del Vajont» che «trova sicure possibilità tecniche di realizzazione date le naturali caratteristiche della valle del Vajont, determinate dal concorso di eccezionali favorevoli caratteristiche morfologiche e geognostiche».

   E le cose vanno avanti così, con criminale sciatteria, dall’ideazione al progetto, dalla costruzione della diga al collaudo, dai primi allarmi fino all’ultimo istante. Al punto che, scrivono Valdinucci e Menotti, anche se tutti i segnali «fanno temere il peggio» (parole dello stesso Biadene), solo «alle 21 Dal Prà chiama Biadene per bloccare la strada da Longarone ad Erto» ma anche gli ordini sono un casino. Qualche strada viene bloccata, altre no, la gente resta nei bar a guardare alla tivù il Real Madrid contro il Celtic Glasgow.

«Alle 22 l’ultimo contatto telefonico fra Biadene e gli uomini del cantiere, che impotenti scrutano con i riflettori l’enorme massa in movimento inarrestabile. Operai e geometri stanno al loro posto, fanno con scrupolo il proprio dovere e non sanno che saranno i primi a morire».

   Solo un paio di settimane fa lo Stato, con mezzo secolo di ritardo, ha chiesto perdono per bocca del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando e del capo della Protezione civile Franco Gabrielli a quei bellunesi che furono spazzati via. Per le approssimazioni, i silenzi, i ritardi, la spilorceria del tariffario risarcimenti: «Al genitore per la perdita del figlio unico: 2 milioni; al genitore per la perdita di un figlio con altri 2 fratelli: 1 milione e 500 mila…».

   Ma prima ancora per la scelta disastrosa di pilotare gli avvenimenti racchiusa in un dialogo teatrale di Paolini: «Ma sì, fate come volete, ma facciamola cadere in qualche modo questa frana. In maniera controllata, magari invasando e svasando acqua rapidamente».

Il sindaco di Longarone Roberto Padrin chiede però un passo in più, e cioè qualche parola da parte di Giorgio Napolitano: «Solo così sarebbero davvero “scuse di Stato”». Potrebbe così ricucire un po’ le ferite lasciate da un suo predecessore, Giovanni Leone, che dopo essere accorso sul pantano del disastro nelle vesti di presidente del consiglio («Oggi Leone si recherà nel Cadore / – sentimenti vivo dolore/ et profonda solidarietà / – pregola recare popolazioni colpite tanto flagello / sensi affettuosi solidarietà», scriverà Roberto Roversi) si schierò da avvocato coi padroni della diga.

   Sbagliarono in tanti, allora. Compresi tanti giornalisti straordinari che non seppero cogliere un punto. E cioè che sì, la natura può essere terrificante e «non uno di noi moscerini» resterebbe vivo, come scrisse Giorgio Bocca, se «si decidesse a muoverci guerra». Ma fu determinante il peso degli errori umani. Che troppi, sulle prime, non vollero vedere. Pensando che le accuse ai costruttori, per dirla con Montanelli, fossero solo «una delle solite cacce alle streghe (…) alla ricerca di un capro espiatorio. (…) Mi sbagliavo? Certo. Ma è facile dirlo ora…».

   Fu il buio, quella notte. Per ore e ore. Il primo allarme, ricorda Edoardo Pittalis nel suo libro Dalle tre Venezie al Nordest , arrivò solo con un’Ansa alle due meno un quarto: «Nella zona del Vajont e nell’abitato di Longarone un’enorme massa d’acqua è scesa dalla gola in cui si trova la diga e si è abbattuta nella valle…»

Mauro Corona, che viveva a Erto e aveva allora dodici anni, ricorda il rumore: «Hai presente il frastuono che fa un camion di ghiaia quando ribalta il cassone? Ecco: un milione di camion che rovesciano un milione di cassoni di ghiaia». Un compaesano, ha raccontato lo scrittore al Gazzettino , scese quella notte nel buio verso valle per capire cosa fosse successo: «Tornò ore dopo, affranto: “Non vedo le case di San Martino” annunciò, in lacrime, dopo aver ispezionato l’area con la sola fioca luce di una pila tascabile, “ma soprattutto – disse – non riesco più a scorgere le luci di Longarone”».

   Solo all’alba la valle si aprì agli occhi inorriditi dei soccorritori: «Sotto di noi era tutto di colore giallo. Una sorta di paesaggio lunare, informe. Nessuno aveva il coraggio di parlare». Mezzo secolo dopo, non si sa ancora esattamente quanti furono i morti. Solo per la metà identificati. Sulla lapide di una vittima senza nome fu scritto: «Diga funesta, per negligenza e sete d’oro altrui persi la vita, che insepolta resta». (Gian Antonio Stella)

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«DEI PERICOLI MOLTI SAPEVANO. SOPRAVVIVO CON LA MIA VILTÀ»

di Francesco Dal Mas, da AVVENIRE del 8/10/2013

   Ancora il senso di colpa, dopo 50 anni. Giuseppe Vazza, allora macellaio a Codissago, se lo porta dietro all’età di 80 anni. «Quella sera, vigliaccamente, ero al bar. C’era un’importante partita di calcio in tv».
Vigliaccamente perché? «Io che ero a conoscenza di certi pericoli, avrei dovuto vegliare di più sulla mia famiglia, invece…». Invece? «Sono vivo. E loro sono morti… per una partita di calcio». Vazza ha perso i familiari, la mamma e il nonno, la casa, la macelleria. «Sono stato tirato fuori dalle macerie e salvato per il rotto della cuffia. Mia moglie era in stato interessante e per lo choc ha perso nostro figlio. Mio padre era in Africa per lavoro ed è rientrato immediatamente».
Oltre alla moglie e al padre, il papà di Giuseppe – Vazza senior – ha perso due fratelli con le intere famiglie, le cognate e le loro famiglie. Ben 15 i morti in casa Vazza. «Io avevo la macelleria a Codissago e all’epoca fornivo le mense operaie del Vajont quindi andavo su, alla diga, quasi tutti i giorni ed ero a conoscenza del dramma che si stava verificando. Un mese e mezzo prima, all’inizio di settembre, sono stato testimone di un fatto drammatico. Mentre un pomeriggio consegnavo la carne alla cuoca, in una baracca arroccata lungo il pendio della diga, dal monte Toc si è staccata l’ennesima frana che, cadendo nel lago, ha sollevato un’onda alta come un campanile che ha attraversato il bacino e si è diretta verso di noi. Io e la cuoca siamo scappati in strada e, in questo modo, ci siamo salvati. L’onda, infatti, è arrivata a sbattere sotto il pavimento della cucina.
La paura è stata tanta. Ma quello che più mi ha allarmato è che un paio di giorni dopo, tornando su per consegnare la fornitura, non ho trovato la cuoca. Si era licenziata. Sapevo che aveva paura ma non fino a quel punto». Al suo posto era stata assunta un’altra ragazza, originaria di Agordo, che molto probabilmente quella sera si era coricata nel suo letto nella baracca: è stata trovata 260 metri più in alto smembrata in mezzo ai rovi.
Vazza è stato uno dei pochi sopravvissuti a non aver accettato di transare con l’Enel, subentrato alla Sade. «Io non avevo alcun diritto all’indennizzo per la morte di nipoti e cugini ma, per il risarcimento di mia mamma volevano darmi 600 mila lire dell’epoca. Per una questione di principio, non accettai. Fra l’altro chi transava rinunciava a qualsiasi rivalutazione giudiziaria. Il 94% l’ha fatto, dietro pressioni, gli altri no. Mi sono costituito parte civile assieme a mia sorella, la vicenda è durata fino all’82, 19 anni di iter giudiziario, per raggiungere una verità sottintesa».
Giuseppe ricorda nitidamente i pochi minuti della tragedia. «Alle 22.39 è scoppiato questo terremoto centrifugato, un rumore assordante che non permetteva più a sentire dalle orecchie, usciva dalla terra, ti attraversava il corpo fino a farti scoppiare la testa. Questa sensazione me la porto dietro tuttora. Il bar è imploso su se stesso. Sono scappato. Sono arrivato fino alla porta di casa mia ma lì sono stato investito dall’onda di vento: prima è arrivata un’aria enorme, gigantesca che non ti faceva respirare. Questa mi ha spazzato via, un amico mi ha aiutato a rialzarmi.
Ero denudato. Abbiamo raggiunto una via laterale che sale verso l’alto del paese ed eccomi qua a raccontare». A raccontare e a perdonare? «Si possono perdonare tutti, anche i dirigenti della diga, che pure hanno ricoperto responsabilità importanti. Non si possono perdonare le grandi società che gestivano quegli impianti e che hanno capito verso la fine che i morti convenivano di più che i vivi. Conveniva transare. Per un marito davano poco più di 2 milioni di lire, per una moglie 1 milione e 8, 1 milione e 9, un figlio 1 milione e 2, di una madre 600 mila, 400 se non vivevi assieme. Per i bilanci delle loro società sarebbe stato più conveniente il risarcimento». (Francesco Dal Mas)

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TURISMO RESPONSABILE?

(CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA) - CARTINA: SENTIERO INTERATTIVO DEL VAJONT
(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – CARTINA: SENTIERO INTERATTIVO DEL VAJONT

Il sentiero interattivo “Erto e i luoghi del Vajont” vuole essere uno strumento innovativo per fornire informazioni ed accompagnare l’utente sul territorio del Comune di Erto e Casso (PN) e i luoghi della catastrofe del Vajont.

Si tratta di un progetto sperimentale che prevede l’utilizzo del cellulare con funzione di fotocamera per il riconoscimento dei codici che si trovano sul territorio.
L’utente potrà così, una volta fotografati i codici, ricevere sul cellulare tutte le informazioni e approfondimenti del sito territoriale in cui si trova.

Per riuscire ad attivare i codici è necessario disporre dell’applicazione specifica che è scaricabile presso il PUNTO BASE del percorso interattivo che si trova vicino alla Diga del Vajont, nei pressi della Chiesetta commemorativa. (per saperne di più: http://www.parcodolomitifriulane.it/sentiero-interattivo-vajont/ )

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VAJONT, DIGA
VAJONT, DIGA

 

5 thoughts on “9 ottobre 1963: VAJONT, 50 ANNI DOPO – Arroganze di ieri (e di oggi) contro la sicurezza della vita delle persone, delle comunità, dell’ambiente – PERCHE’ IL RICORDO delle vittime sia rispettoso, non un mero anniversario (E QUEL CHE E’ ACCADUTO NON ACCADA PIU’)

  1. david domenica 6 ottobre 2013 / 1:06

    grazie per mantenere viva la memoria.

  2. fernirosso domenica 6 ottobre 2013 / 11:52

    L’ha ribloggato su CARTESENSIBILIe ha commentato:
    DOPO 50 ANNI RICORDARE IL DISASTRO NON AIUTA AD AGIRE A FAVORE DEL TERRITORIO

  3. Roberta Rossi lunedì 7 ottobre 2013 / 18:25

    Bellissimo il reportage multimediale realizzato da Focus per commemorare la tragedia del Vajont. Immagini mai viste prima dei tunnel interni della diga riprese da un drone.Se volete darci un occhio ecco il link http://dentroilvajont.focus.it/

  4. ali martedì 8 ottobre 2013 / 7:21

    Straordinario il servizio di Focus, lo consiglio a tutti

  5. Carlo Greco martedì 8 ottobre 2013 / 12:06

    Veramente impressionante!!Focus realizza dei servizi sempre di altissimo livello e ora non è presente anche sul web.Ancora più comodo.Complimenti

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