MIGRANTI NEL CIMITERO MEDITERRANEO – All’orrore e alla pietas italiana (ed europea) speriamo finalmente ci possano essere politiche concrete di solidarietà, evitando nuove tragedie – Le proposte che si fanno

DETTAGLIO DELL'ISOLA DEI CONIGLI A LAMPEDUSA

L’ISOLA DEI CONIGLI è un’isola appartenente all’arcipelago delle isole Pelagie, in Sicilia. Qui, a poche centinaia di metri, nella notte tra mercoledì 2 e giovedì 3 ottobre si è consumata la più grande tragedia di migranti nel Mediterraneo degli ultimi decenni. Eletta (l’Isola dei Conigli) nel 2013 dagli utenti di Tripadvisor (Traveller’s choice) come la spiaggia più bella del mondo. Di limitata estensione (4,4 ettari), dista pochissimi metri dalla costa occidentale dell’ISOLA DI LAMPEDUSA, alla quale è stata unita, in alcuni periodi storici (l’ultima volta nel 2001), da un effimero istmo sabbioso della lunghezza di 30 metri (da Wikipedia)

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LA STRAGE DI LAMPEDUSA

Nella notte tra mercoledì 2 e giovedì 3 ottobre una barca con a bordo circa 500 migranti è naufragata a causa di un incendio – Inferno in mare di fronte all’isola dei Conigli. – Sono stati recuperati 127 cadaveri ma i soccorritori dicono che ne sono molti altri nei pressi del relitto, e ci sono ancora decine di dispersi. – L’imbarcazione a fuoco si è rovesciata: tra le vittime donne e bambini. – Il sindaco: “E’ l’orrore”. – Preso uno scafista. I superstiti: non ci hanno aiutato. – È lutto nazionale. – Arrestato tra i superstiti uno scafista. – Decine di cadaveri trovati sul barcone.

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03 October 2013 – da FORTRESS EUROPE, Il blog di GABRIELE DEL GRANDE

(http://fortresseurope.blogspot.it/ )

NON SEI TU IL MARE? E ALLORA RISPONDIMI! LAMPEDUSA, I SUOI MORTI E LE PAROLE PER DIRE LA GUERRA IN FRONTIERA

   Le foto dei sacchi di morti in fila sul molo di Lampedusa, le ho già viste due volte. Ma non era l’Italia. Era la Libia, era la Siria… Ed erano i morti dei bombardamenti abbandonati sui marciapiedi davanti agli ospedali di campo.

   In fondo la guerra si assomiglia sempre, ovunque si faccia. Anche quando è la guerra che l’Europa combatte ogni giorno in frontiera, contro i poveri che rivendicano il diritto alla mobilità disobbedendo alle nostre folli leggi sull’immigrazione.

   Quella guerra però non la vogliamo vedere. Per noi è tutto normale. Un amaro gioco delle parti, in cui le uniche colpe sono degli scafisti cattivi, della burrasca o del fato. E nemmeno i 300 martiri di oggi (giovedì 3 ottobre, ndr) ci apriranno gli occhi. Perché sono soltanto numeri. Numeri come quelli che incideranno con un chiodo sul cemento fresco gettato in fretta sulle tombe dei corpi ripescati in tempo. Tutti gli altri, saranno mangiati dai pesci sui fondali del mare, mentre qualcuno dall’altro lato del mondo chiederà invano del proprio amore.

   Ecco forse sono queste le parole giuste. Parole d’amore in questa palude di morte. Le parole di Tesfay Mehari, un famoso cantante eritreo, che dedica questo pezzo alla donna che ha perso nei mari d’Italia. Forse non c’è bisogno delle grandi tragedie per aprire gli occhi. Basterebbe sentire proprio il dolore di un amore spezzato per sempre, per vedere tutto ad un tratto la guerra e distinguere le sue vittime dai suoi colpevoli. (Gabriele del Grande)

Mare, dentro di te sta il mio amore.

Hai preso la sua anima e il suo cuore.

Mare, riportala a riva, fammi parlare di nuovo con lei.

Cercala ovunque, trovala, fallo per me.

Mare riportami l’amore della mia anima

Insieme ai suoi compagni pellegrini di questo destino.

Creature del mare, siete voi gli unici testimoni di questa storia

E allora ditemi: quali sono state le sue ultime parole prima di partire

Mare!

Non sei tu il mare? E allora rispondimi!

http://www.youtube.com/watch?v=p3wXv0oQZlk&feature=player_embedded

barcone di migranti

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MIGRANTI: QUANTI NEL CIMITERO DEL MEDITERRANEO?

migranti2di Tito Boeri, dal sito LA VOCE.INFO. (www.lavoce.info/ ), 3/10/2013

   Negli ultimi 10 anni sono  6.700  le persone che hanno perso la vita nel Canale di Sicilia. Il conto, che include i dispersi, è tenuto dal sito Fortress Europe di Gabriele del Grande. Si basa sulla raccolta sistematica di segnalazioni dei grandi quotidiani e delle agenzie di stampa.  Purtroppo si tratta di una sottostima: di molte imbarcazioni inghiottite dal mare, infatti, non si è mai avuta notizia.
Il governo italiano fa bene a chiedere aiuto all’Europa nell’affrontare il problema dell’immigrazione clandestina. Ma deve anche rivedere le politiche dell’immigrazione che abbiamo adottato per nostra autonoma iniziativa, quelle targate Bossi-Fini.

   Sono basate sull’ipocrisia che sia possibile trovare un lavoro e regolarizzare gli immigrati quando sono ancora nel paese di origine. Come se avessimo centri dell’impiego che funzionano nell’Africa sub-sahariana, quando non riusciamo a far funzionare neanche quelli di molte regioni italiane.

   Questa ipocrisia impone agli immigrati di arrivare illegalmente da noi, con mezzi di fortuna e ricorrendo a scafisti senza scrupoli. Bisognerebbe invece permettere un numero di ingressi realistico, che tenga conto delle esigenze non solo delle imprese ma anche delle famiglie italiane, e permettere alle persone che vogliono lavorare in Italia di arrivare da noi con visti temporanei, finalizzati alla ricerca di un posto di lavoro.

LA TABELLA DEI MORTI PER ANNO (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA) - Negli ultimi 10 anni sono  6.700  le persone che hanno perso la vita nel Canale di Sicilia
LA TABELLA DEI MORTI PER ANNO (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – Negli ultimi 10 anni sono 6.700 le persone che hanno perso la vita nel Canale di Sicilia

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ECATOMBE DI MIGRANTI A LAMPEDUSA – OLTRE 300 MORTI, ANCHE DONNE E BIMBI – “I PESCHERECCI NON CI HANNO SOCCORSO”

da “la Stampa.it” del 3/10/2013

– Fiamme sul barcone, è una strage. – I sopravvissuti: “Ignorati in mare” –

Lampedusa  – La tragedia inimmaginabile fino a pochi secondi prima divampa in un lampo come il fuoco che avvolge subito il ponte del barcone da dove centinaia di somali ed eritrei guardavano la costa vicinissima di Lampedusa, di fronte l’Isola dei Conigli, immaginando già di toccare terra. I migranti volevano segnalare la propria posizione incendiando una coperta ma le fiamme si sono propagate subito sul ponte dove giacevano 300 forse 500 persone.

   Ed è stato subito l’inferno che ha scatenato la più grande tragedia dell’immigrazione per numero di vittime recuperate: finora sono 110, circa la metà donne, e quattro bambini, il più piccolo di tre mesi appena. Le persone salvate sono 155, tra cui sei donne e due bambini. Due donne incinte sono state trasportate a Palermo. Tre migranti, invece, sono stati ricoverati al poliambulatorio di Lampedusa.

   «Viene la parola vergogna: è una vergogna! Uniamo i nostri sforzi perché non si ripetano simili tragedie.» ha detto papa Francesco. Per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, «Bisogna reagire e agire. Non ci sono termini abbastanza forti per indicare anche il nostro sentimento di fronte a questa tragedia».

   Sul fondo del mare stanno lavorando i sommozzatori per cercare di recuperare altre vittime: sarebbero decine i corpi rimasti imprigionati nello scafo affondato a cinquanta metri di profondità. Gli investigatori hanno già fermato il presunto responsabile di questa tragedia, un tunisino di 35 anni indicato come lo scafista del “barcone della morte”, che deve rispondere di omicidio plurimo e favoreggiamento.

   L’inferno sull’acqua si è scatenato verso le 5 del mattino dopo che già due barconi con oltre 460 persone erano stati soccorsi e portati a riva dalla guardia costiera. Nessuno si aspettava che il convoglio avesse un’altra unità che era già giunta sotto costa. Quando le fiamme si sono propagate sul barcone i migranti presi dal panico si sono gettati in acqua, alcuni sono annegati subito, altri sono riusciti a rimanere a galla fino all’arrivo dei soccorsi: prima un natante con otto italiani che avevano dormito nella cala Tabaccara, poco dopo le vedette della guardia costiera e altri pescherecci. I somali e gli eritrei sopravvissuti al naufragio sono stati portati nel centro di accoglienza. Dice Giuseppe Noto, direttore sanitario dell’Asp: «Il viaggio era andato bene. I migranti stavano bene abbiamo trovato qualcuno disidratato e qualche altro infreddolito, ma stavano bene. È stata una tragedia nella tragedia, questa carneficina quando ormai il viaggio era concluso».

   I cadaveri, via via che venivano recuperati, sono stati deposti sul molo Favaloro, ormai diventato una camera mortuaria a cielo aperto per le vittime dei viaggi della speranza, e inseriti nei sacchi di plastica con cerniera, verdi e blu forniti dalla direzione dell’aeroporto. Sull’isola pochi turisti e molti abitanti dal molo di fronte il Favaloro sono andati a vedere i sacchi coi cadaveri. Lampedusa è strapiena, i lidi hanno tutti gli ombrelloni aperti, gli alberghi non hanno camere libere, e i bagnanti si godono lo scampolo vacanziero forse senza sapere cosa avviene a pochi metri da loro.

   Dal pontile una staffetta di ambulanze con la sirena accesa precedute dalle gazzelle dei carabinieri ha portato i corpi nel enorme edificio blu dell’aeroporto che normalmente ospita gli elicotteri della Finanza e del 118. Sono stati portati lì anche due bimbi, un maschio e una femmina, di tre e due anni: molti operatori, militari, uomini delle forze dell’ordine non hanno potuto trattenere le lacrime guardando quei corpicini senza vita. L’hangar della morte è un capannone 40 per 40 alla fine della pista dell’aeroporto di Lampedusa, dove sono state deposte le 103 vittime finora recuperate. Sopra ogni sacco è spillato un numero che servirà alla polizia scientifica per dare un nome ai migranti deceduti. I poliziotti hanno fotografato i volti di tutte le persone morte.

   I sacchi sono disposti a file doppie e seguono il perimetro dell’hangar dove sono stati accesi i climatizzatori e le pompe per l’aerazione per tentare di mantenere più bassa possibile la temperatura. Chi entra ed esce da questo luogo parla di «sensazione indescrivibile». «Dolore e rabbia – aggiunge un testimone – sono le reazioni che si mischiano vedendo questi corpi a pancia all’aria deposti nei sacchi». Entrando nell’hangar, a sinistra, i primi cadaveri coperti sono quelli dei quattro bambini, anche loro sono chiusi negli enormi «sudari» di plastica.

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L’ACCOGLIENZA UMANITARIA NON È UN OPTIONAL

di Maurizio Ambrosini, 20/8/2013, da LA VOCE.INFO ( www.lavoce.info/ )

– Proseguono gli sbarchi sulle coste italiane di migranti e rifugiati. Gli scafisti sono spesso mercanti di speranza, anziché di morte. Continuano gli appelli all’Europa: andrebbe superato il principio di una gestione nazionale del problema. –
   Proseguono gli sbarchi sulle coste italiane di migranti e rifugiati provenienti dalle coste meridionali del Mediterraneo e si susseguono i commenti e le prese di posizione sullo scottante argomento. Desidero qui analizzare due dei temi più ricorrenti: quello dei mercanti di morte, evocati per esempio dal ministro Alfano, e quello ancor più diffuso dell’appello all’Europa perché si faccia carico del problema.

MERCANTI DI SPERANZA

L’etichettatura degli scafisti come pericolosi criminali, responsabili della morte in mare di molti passeggeri, collega il favoreggiamento dell’immigrazione non autorizzata con il traffico di esseri umani: un termine che a sua volta evoca scenari drammatici, di tratta, sfruttamento, sopraffazione. Questo legame è servito a innalzare la soglia di allarme, a giustificare l’impiego di ingenti mezzi nella sorveglianza delle coste e a inasprire le sanzioni nei confronti dei passatori.
Le due questioni del favoreggiamento dell’immigrazione e del traffico di esseri umani andrebbero invece disgiunte. E’ un dato certo che gli organizzatori dei viaggi e gli eventuali traghettatori traggono profitto dalla loro attività: in altri termini si fanno pagare dai migranti che desiderano raggiungere le agognate sponde europee.

   E’ anche vero che l’accresciuta sorveglianza ha provocato un innalzamento dei livelli di organizzazione illegale del trasporto e soprattutto l’imposizione di maggiori rischi a carico delle persone trasportate: abbandonate lontano dalle coste o non adeguatamente assistite nel viaggio, allo scopo di ridurre i rischi per i passatori.

   Ma per l’appunto i loro passeggeri, pressati dalle situazioni che hanno alle spalle, si imbarcano volontariamente e pagano per il servizio di trasporto.  Una volta sbarcati, molti di essi presentano domanda di asilo e ricevono una qualche forma di protezione dalle nostre autorità: 10.288, pari al 40,1% dei richiedenti nel 2011.
L’etichettatura come “mercanti di morte” entra quindi in contraddizione con lo status di rifugiati riconosciuto a molti dei passeggeri trasportati. Benché il paragone possa apparire provocatorio, l’attività svolta dagli scafisti non è molto diversa da quella dei contrabbandieri che durante l’ultima guerra aiutavano dietro compenso ebrei e altri perseguitati a raggiungere la Svizzera attraverso i valichi alpini.

   Bisognerebbe quindi parlare di “mercanti di speranza”, anziché di “mercanti di morte”.  Certamente mercanti, perché non si tratta di benefattori dell’umanità. Non agiscono per solidarietà con i rifugiati, ma per profitto. Tuttavia i servizi di trasporto che offrono consentono a persone sottoposte a gravi pericoli di raggiungere luoghi sicuri e disponibili all’accoglienza. Chi cerca scampo da gravi minacce generalmente non ha altre possibilità che affidarsi a loro.

LE SCELTE EUROPEE

Veniamo alla questione Europa. Qui i dati importanti sono due. Anzitutto, nel 2005 l’Unione Europea ha varato il sistema Frontex per coordinare la vigilanza sulle frontiere esterne dell’Unione.

   Finanziato con 6,3 milioni di euro nel 2005, ha visto il suo budget crescere a quasi 42 milioni nel 2007 e a circa 87 milioni nel 2010.  L’Unione quindi non lesina le risorse per il controllo delle frontiere, con incrementi molto maggiori di quelli registrati da tanti altri capitoli di spesa.

   La seconda questione riguarda il numero dei rifugiati accolti da altri governi di questa Europa dipinta come distante e indifferente rispetto agli sbarchi sulle coste italiane. I dati del 2011 parlano di 571.000 rifugiati per la Germania, quarto paese al mondo per numero di persone accolte; 210.000 per la Francia; 194.000 per il Regno Unito; 87.000 per la Svezia; 75.000 per i paesi Bassi, contro 58.000 per l’Italia.

   Se guardiamo al rapporto tra rifugiati e numero di abitanti, i dati ci dicono che la Svezia supera i 9 rifugiati ogni 1000 abitanti, la  Germania si colloca sopra quota 7, i Paesi Bassi intorno ai 4,5, mentre l’Italia ne accoglie meno di 1.

   Dobbiamo quindi ammettere che l’Italia, come il resto dell’Europa meridionale, si è finora tenuta abbastanza al riparo dai flussi internazionali di persone in cerca di asilo. I nostri partner europei, senza dirlo apertamente, a partire dalle convenzioni di Dublino (in particolare quella del 2003) stanno cercando di riequilibrare la situazione, obbligando i richiedenti asilo a presentare domanda nel primo paese dell’Unione in cui approdano.

UN’ACCOGLIENZA SERIA E TRASPARENTE

Veniamo infine a qualche idea su come affrontare la questione. Andrebbe superato anzitutto il principio di una gestione nazionale del problema internazionale delle cosiddette migrazioni forzate: servirebbe una disciplina unica e una gestione comunitaria del dossier, affidata ad un’Autorità comunitaria.

   In secondo luogo, l’accoglienza andrebbe organizzata vicino ai luoghi di origine dei flussi, scongiurando il più possibile pericolosi viaggi per terra e per mare e tagliando per davvero le fonti dei profitti dei mercanti di speranza. Una volta accolti e assistiti i profughi in luoghi sicuri e dignitosi, le domande di asilo potrebbero essere istruite e vagliate con la cura necessaria. Se venissero accettate, i paesi dell’Unione Europea e possibilmente anche altri, dovrebbero accogliere i richiedenti secondo quote concordate e sulla base di idonei programmi di integrazione.
L’accoglienza umanitaria non è un optional, ma un preciso obbligo internazionale. I mercanti non si sconfiggono con le cannonate, e neppure con le manette, ma organizzando un’accoglienza alternativa, seria, rigorosa e trasparente. (Maurizio Ambrosini)

– Maurizio Ambrosini è docente di Sociologia dei processi migratori e Sociologia urbana presso l’università di Milano, Facoltà di Scienze Politiche. E’ responsabile scientifico del Centro studi Medì-Migrazioni nel Mediterraneo, di Genova, dove dirige la rivista “Mondi migranti” (FrancoAngeli ed.) –

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LAMPEDUSA, QUESTA VOLTA PER FAVORE NIENTE LACRIME

di Luca Telese, 3/8/2013, dal sito LINKIESTA ( www.linkiesta.it/

   Basta ipocrisie: va cambiato il futuro dei sopravvissuti, non celebrata l’innocenza degli scomparsi

Questa volta niente lacrime. Non per cattivismo, sia chiaro, ma piuttosto per spirito di dignità, per senso del decoro. Le lacrime non ce le possiamo permettere. Quando una tragedia è così grande, quando due o trecento vite – uomini e donne, ragazzi e bambini – finiscono sepolti dentro la tomba del Mediterraneo, noi abbiamo il dovere di chiederci se abbiamo fatto tutto quello che potevamo per cambiare la legge Bossi-Fini.

   Questo e non altro dobbiamo chiederci. E non per cadere nella caricatura del suo contrario, «le porte aperte a tutti» che i piccoli razzisti di casa utilizzano da anni, con mestiere e arguzia, per spaventare i benpensanti. Ma per chiederci se si possono piangere calde lacrime a cuor leggero, sapendo che da dieci anni in questo paese bisogna fare salti mortali per far entrare legalmente un raccoglitore di pomodori o una badante.

   L’unico modo che abbiamo, per non tradire questi morti che diventano umanissimi e vicini perché hanno pagato un biglietto per affondare, è non avvertire come distanti ed estranei i loro fratelli che ce l’hanno fatta e sono chiusi dentro un Centro di detenzione. Oppure quelli che rimpatriamo. Oppure i superstiti che sono diventati nostri nemici perché li abbiamo dichiarati clandestini. Niente lacrime per noi e nemmeno per i politici: bisogna cambiare il futuro dei sopravvissuti, non celebrare l’innocenza degli scomparsi.

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IMMIGRAZIONE, UE: “ITALIA SBAGLIA”. POLITICA “INADEGUATA, FLUSSI CONTINUERANNO”

da “la Repubblica.it” del 3/10/2013

– Strasburgo giudica “controproducenti” le misure prese in questi anni dal nostro Paese per gestire l’immigrazione clandestina. Secondo il rapporto abbiamo “le risorse per gestire richiedenti asilo e rifugiati”. Solo trovandole potremo assicurarci “il sostegno dei paesi europei” –

   L’Europa guarda, e scuote la testa. Il tragico naufragio a Lampedusa (VIDEO) arriva il giorno dopo la grave condanna del Consiglio d’Europa sulle politiche immigratorie dell’Italia.
Ieri Strasburgo, ancora una volta, aveva giudicato “sbagliate o controproducenti” le misure prese in questi ultimi anni dall’Italia per gestire i flussi migratori. Un rapporto approvato all’unanimità dalla commissione migrazioni dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (che è un’organizzazione internazionale che comprende oltre 50 stati e che ha sede a Strasburgo) sottolinea che quanto fatto sinora non ha messo “l’Italia in grado di gestire un flusso che è e resterà continuo”.
Il rapporto critica in particolare i ritorni forzati di immigrati in paesi, come la Libia, dove rischiano la tortura, se non la vita, la gestione dei Cpt, la decisione di dichiarare continuamente lo stato d’emergenza per “adottare misure straordinarie al di la dei limiti fissati dalle leggi nazionali e internazionali”. Nel testo si afferma poi che “a causa di sistemi di intercettazione e di dissuasione inadeguati”, l’Italia si è di fatto trasformata in una calamita per l’immigrazione, in particolare per gli immigrati che cercano una vita migliore all’interno dell’area Schengen. E come se non bastasse nel documento si afferma che alcune delle scelte fatte dalle autorità italiane “rischiano di minare la fiducia nell’ordine legale europeo e nella Convenzione di Dublino”.
Infine, nel testo viene evidenziato che la strada seguita dall’Italia “non ha aiutato a convincere gli altri paesi membri della Ue a condividere la responsabilità”                        

per i flussi in arrivo sulle coste italiane. Nel testo, che l’assemblea dovrà discutere e votare in plenaria nei prossimi mesi, si chiede all’Italia di adottare una politica corrente che permetta al Paese di gestire in modo efficiente immigrati, richiedenti asilo e rifugiati. Secondo l’autore del rapporto, il britannico Christopher Chope, “l’Italia ha le risorse per farlo e solo facendolo potrà assicurarsi il sostegno e la solidarietà dei paesi europei”.

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CERCANO IL NORD EUROPA, TROVANO LA SICILIA LE NUOVE ROTTE DELL’ODISSEA DEI PROFUGHI

– Un naufrago: “Sognavo la Norvegia, lo scafista mi ha imbrogliato”. Quasi novemila arrivi nell’Isola dall’inizio dell’anno. Sempre più spesso i migranti approdano sulle coste sud-orientali –

di GIORGIA MOSCA e GIUSI SPICA, da “la Repubblica” del 11/8/2013

   Sognano la Francia, la Svizzera, la Norvegia. Per arrivarci sono disposti a rischiare tutto: i soldi di un’esistenza di sacrifici e perfino la vita, affidata a scafisti senza scrupoli di barche buone solo per essere rottamate. E invece, alla fine del viaggio (se la fine non è la morte), trovano le coste della Sicilia. Lampedusa, certo. Ma non solo. Perché  –  lo dicono i numeri  –  la perla delle Pelagie non è più l’unica porta d’accesso all’Europa. Tante altre porticine si sono aperte sulle nuove rotte del Mediterraneo: dal porto ragusano di Pozzallo, col suo record di 2.348 migranti approdati in sette mesi, a Portopalo di Capo Passero, nel Siracusano, che ne ha visti arrivare più di 700, fino alla Plaja di Catania, dove ieri sono sbarcati in 70 e altri sei hanno trovato la morte.
Cifre doppie rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso: sfondano quota 8.800 i migranti approdati dall’inizio del 2013 nell’Isola dove non c’è più posto. Sono già 5.500 gli stranieri ospitati nei centri di identificazione ed espulsione e in quelli di accoglienza per rifugiati, 500 in più rispetto ai letti disponibili. E a cambiare è anche la mappa dei porti di partenza, che segue il risiko dei conflitti e delle guerre civili. Dalla Libia o dalla Tunisia. Dall’Africa nera o dalla Siria. Dall’Egitto o dall’Eritrea. In fuga dalla povertà o dalle dittature. Persi nel Mediterraneo o sulla scia di grandi navi da crociera per cercare di sfuggire ai radar delle Capitanerie di porto.

   A raccontarlo sono loro. “Ho lavorato mesi e mesi come aiuto muratore per mettere da parte i soldi che i somali mi hanno chiesto per lo sbarco”, dice Said, uno dei superstiti del naufragio del motopesca che si è arenato davanti alla spiaggia catanese. Si altera quando ripensa a quell’odissea da cui è scampato solo per caso: “Sono partito dalla Siria e speravo tanto di arrivare in Norvegia per lavorare con un amico che ha un ristorante. Ho litigato con la mia famiglia per farlo, ma mi hanno imbrogliato. I somali si fanno pagare e poi ci abbandonano nella prima costa che vedono”.
Con lui, su quel barcone, c’era Moammed, 17 anni: “Vengo dall’Egitto. Sono scappato dalla guerra che ha ucciso mio padre. Sono andato via di nascosto, mia madre non voleva assolutamente. Non posso pensare alle scene crudeli che ho visto, quanta gente morta. Non volevo venire in Italia, speravo di raggiungere la Francia. Alla fine le destinazioni le scelgono i somali, sono loro che stabiliscono dove lasciarci e dobbiamo gioire quando non ci abbandonano in mezzo al mare aperto”.
E poi c’è Abeba, che sognava le montagne svizzere: “Ho lasciato i miei due figli in Siria. Ero casalinga perché mio marito non voleva che lavorassi. Non vedo futuro per i miei bambini, quindi ho scelto di partire una decina di giorni fa, ho raggiunto Alessandria dove, dopo aver pagato poco più di mille euro, mi hanno fatta salire sulla barca. Vorrei andare in Svizzera se ci riesco, so che si vive bene lì e per questo oggi mi sono associata allo sciopero della fame per protesta. Voglio che ci rimettano tutti in mare, così raggiungiamo i posti per i quali abbiamo pagato i soldi”.
La maggior parte dei migranti, è vero, continua ad arrivare a Lampedusa, che ne ha visti quasi
5 mila dall’inizio dell’anno. Ma gli sbarchi sono rari: il pattugliamento in mare di Guardia costiera, Finanza e Marina militare fa sì che quasi tutti i natanti siano intercettati in alto mare e quindi scortati nell’isola, che fa da centro di smistamento per i migranti, poi inviati nei centri di identificazione ed espulsione o nei centri di accoglienza. Chi riesce ad aggirare le Pelagie finisce nelle coste agrigentine di Porto Empedocle e Siculiana o  –  meno spesso  –  a Pantelleria. Il resto del flusso, oltre tremila persone, approda altrove. Nei lidi siracusani di Porto Grande, Portopalo di Capo Passero, Fontane Bianche o Noto. Nelle coste ragusane, prese d’assalto nel mese di luglio con gli sbarchi in serie a Pozzallo.
“Basta dare uno sguardo alla cartina geografica per capire perché “, dice l’avvocato Paola La Rosa, che a Lampedusa si batte per i diritti dei migranti. “Prima salpavano solo dai porti libici o tunisini, adesso vengono dall’Egitto e dalla Siria: da lì la Sicilia orientale è più vicina”. Per monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della fondazione Migrantes, “lo sbarco di Catania indica non solo una nuova meta in Sicilia ma anche un nuovo popolo in fuga: il popolo siriano che vive una drammatica situazione di guerra civile, mentre fino a oggi i profughi si dirigevano verso i Paesi confinanti”.
Diversi i porti di partenza, diversi i porti d’arrivo, diverse le nazionalità. L’unica cosa che non cambia sono i luoghi in cui dovranno trascorrere il post-sbarco, che rischia di trasformarsi in una nuova odissea: in Sicilia i centri di espulsione e di accoglienza sono già al collasso, con situazioni estreme come Pian del Lago a Caltanissetta, che a fronte di 350 posti letto ne occupa 500, o l’Umberto I di Siracusa, che ospita 350 persone anziché le 150 previste. E poi c’è il centro di Lampedusa: rodato per 250 posti, ieri ospitava 690 migranti. Mentre nel centro di identificazione ed espulsione di Trapani, che ospita 300 migranti, si registra già il tutto esaurito, così come nel centro per profughi di Mineo che ha 3.600 ospiti, cento in più del previsto. Solo la tensostruttura di Porto Empedocle, da cui ieri sono fuggiti 180 migranti, riserva ancora qualche posto.

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“LE ROTTE DELLA MORTE NEL DESERTO SONO ANCORA PIÙ TERRIFICANTI”

di Giacomo Galeazzi,12/8/2013, 

da http://vaticaninsider.lastampa.it/

– L’ex ministro Riccardi: “Io vado in Africa per spiegare a queste persone di non mettere a rischio la vita” –

Citta’ del Vaticano – Il suo viaggio Andrea Riccardi lo ha iniziato. Non solo per documentare le tragedie ma per prevenirle. L’ex ministro per la Cooperazione Internazionale e l’integrazione e fondatore della Comunità di Sant’Egidio è pronto a tornare in Africa per contribuire a rimuovere le cause di un esodo dai costi umani devastanti.
Come si spiegano gli «sbarchi della morte»?
«Sono il risultato di conflitti e miserie nel Sud del mondo. Bisogna intervenire nelle situazioni di crisi e lottare contro i trafficanti di esseri umani. Si parla dell’olocausto nel Mediterraneo (35mila morti in 15 anni) ma non di quello ancora più terrificante nel deserto. Per questo ho effettuato una serie di viaggi in Africa: anche per sensibilizzare la popolazione a non rischiare nel deserto e nel mare. Ci sono situazioni drammatiche come quella dei profughi eritrei che attraverso il Sinai tentano di raggiungere Israele».
In quali paesi ha messo in guardia gli africani dai «viaggi della speranza»?
«Burkina Faso, Guinea, Costa d’Avorio, Etiopia, Senegal. Qui, sia come ministro che come amico di questi paesi, ho parlato all’opinione pubblica del rischio delle traversate del Sahara e del Mediterraneo. La prossima tappa è la regione dei Grandi Laghi: Ruanda, Burundi, Kivu. L’Europa si ritiene impoverita, priva di mezzi e incapace di agire nel mondo, ma non dobbiamo abituarci ai cadaveri sulle banchine. L’immigrazione non è solo un problema europeo, il continente nero è travolto da flussi verso il Sudafrica».
Di chi è la colpa?
«Manca una visione geopolitica in cui collocare il ruolo dei paesi europei: la globalizzazione fa vivere tutto in modo discontinuo. Abbiamo di fronte uomini, donne e bambini: non facciamone dei mostri, né diventiamo tali per loro. L’Europa non può risolvere da sola tutti i problemi, però non può nemmeno chiudersi nell’irrilevanza. Significativamente Francescoa Lampedusa ha denunciato la crudeltà di coloro che, nell’anonimato, prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada alle tragedie degli sbarchi».
Cosa deve fare l’Italia?
«Coinvolgere le istituzioni europee e gli altri Paesi. Lampedusa va considerata la porta dell’Europa. Finora, nonostante il coraggio dei lampedusani, si è fatto poco su quest’isola. Bisogna concentrare qui lo sforzo europeo. L’Italia deve combattere i mercanti dell’immigrazione clandestina, favorire un’immigrazione legale e promuovere l’integrazione degli immigrati e la cooperazione in Africa».
È allarme rosso?
«In passato abbiamo affrontato situazioni più pesanti. Nel marzo 1991 arrivarono 28 mila albanesi e nell’agosto altri 20mila. Nel 1992 la guerra in Somalia portò 12mila somali. Tra il 1992 e il 1996 arrivarono 80 mila ex jugoslavi, nel 1999 oltre 30mila kosovari. Nel 2000 quasi 30 mila profughi, specie curdi iracheni. Oggi vivono e lavorano con noi. Abbiamo una platea di immigrati che si stabilizza. Va superata una visione emergenziale: serve un salto di comprensione del fenomeno».
C’è un rimpallo di responsabilità con l’Europa?
«È necessaria una politica europea dell’immigrazione. Invece i governi europei non si vogliono legare le mani su questo tema che fa perdere e guadagnare consensi. Non si può continuare ad usare l’emergenza-immigrati a fini elettorali. Va spiegato alla gente, onestamente, che è una realtà con cui ci dovremo confrontare per i prossimi anni. Il passato può essere d’aiuto. Possiamo riprendere esperienze come l’operazione Pellicano del 1991, dopo gli sbarchi degli albanesi. E cioè il sostanzioso piano di aiuti del governo italiano nei confronti dell’Albania».

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LE AUTOSTRADE DEGLI IMMIGRATI IRREGOLARI

a cura di Carlo Manzo e Paolo Stefanini, da http://www.linkiesta.it/

Come arrivano in Europa gli immigrati? Per quali vie? Sono almeno quattro le principali rotte: quella dell’Africa Orientale, che parte dal Corno d’Africa, e tre mediterranee: quella occidentale che attraverso l’Algeria conduce in Spagna e in Francia, la orientale che attraverso la Turchia e i Balcani porta nell’Europa centrale e la mediterranea centrale che, per Libia e Tunisia, porta a Lampedusa e in Italia.

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I MIGRANTI E LA VISITA A LAMPEDUSA DI PAPA FRANCESCO

di Maurizio Ambrosini, 12/7/2013, da LAVOCE.INFO (www.lavoce.info/ )

– Anche dopo la visita di Papa Francesco a Lampedusa, sull’accoglienza dei migranti continua a esserci confusione. Bisogna distinguere tra le diverse motivazioni di chi arriva in Italia, tra chi chiede asilo e chi cerca di lavoro. Regolarizzazioni, espulsioni e contraddizioni tra politica e mercato. –

L’ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI

La visita di Papa Francesco a Lampedusa ha avuto il merito di attirare l’attenzione sul dramma dei viaggi della speranza, scuotendo l’anestesia delle coscienze nei confronti delle vittime delle traversate e delle traversie dei superstiti. Forse per un giorno il termine “clandestini” è stato rimosso dal discorso pubblico.

   Molti commenti tuttavia, benché benevoli nei confronti dell’iniziativa papale, hanno seminato fraintendimenti rispetto a problemi già di per sé complicati. Uno dei più frequenti e insidiosi, perché travestito di apparente buon senso, è consistito nella domanda retorica: non si devono porre limiti all’accoglienza?
Proverò a rispondere, argomentando che la risposta discende dalle motivazioni degli sbarcati. Se si tratta di persone che richiedono asilo, non il Vangelo ma la nostra Costituzione e le convenzioni internazionali che abbiamo siglato ci obbligano ad ascoltarli, a esaminare con attenzione le loro ragioni ed eventualmente ad accoglierli. In nessuno dei testi normativi in materia si prevede che l’obbligo di accoglienza umanitaria cessi una volta superata una certa soglia numerica. In altri termini, abbiamo deciso noi che i diritti umani hanno una priorità assoluta: vengono prima della preoccupazione di contingentare l’accoglienza.
Nel caso di persone che arrivano da paesi in guerra, spesso renitenti alla leva, come nel caso eritreo, o di fuggiaschi da sanguinosi conflitti interni, come nel caso somalo, i tassi di accettazione sono molto alti. Minori e donne incinte non possono essere respinti.
Vediamo i dati. Nel 2011 sono state vagliate dalle competenti commissioni territoriali 25.626 domande di asilo. Di queste solo 2.057 hanno ricevuto pieno accoglimento, con il riconoscimento dello status di rifugiato. Considerando però le altre forme di protezione previste (protezione sussidiaria e protezione umanitaria), si arriva a 10.288 persone accolte nel nostro paese, pari al 40,1 per cento dei richiedenti (ministero dell’Interno, 2012).

   Nel 2010, le domande vagliate erano state 14.042 e quelle a cui è stata accordata una risposta positiva di vario tipo 7.558 (53,8 per cento). Ne derivano due considerazioni: primo, non siamo sotto l’assalto di un’invasione: nel 2011 la Germania accoglieva 572mila rifugiati, l’Italia 58mila, come effetto di tutte le decisioni positive degli anni precedenti. Secondo, le commissioni territoriali non possono essere tacciate di lassismo, ma in ogni caso i tassi di accettazione sono piuttosto elevati. A quel punto, scattano gli obblighi umanitari.

   Si può cercare di ricorrere a fondi europei, si possono coinvolgere istituzioni sovranazionali e altri governi, in modo possibilmente meno goffo di quello tentato dal Governo Berlusconi, ma l’obbligo di accoglienza umanitaria, a volte temporanea, altre volte pleno iure non è aggirabile.

L’ACCOGLIENZA DI CHI CERCA LAVORO

   Diverso e più complesso è il caso dei cosiddetti migranti economici, ossia coloro che arrivano in cerca di lavoro. Non vale per loro il diritto di asilo. Non esistono Stati, per quanto democratici, che non si dotino di frontiere, sistemi di controllo, procedure di espulsione.
I problemi sono altri, soprattutto quattro. Il primo riguarda le contraddizioni tra politica e mercato. I nostri Governi hanno emanato sette leggi di sanatoria in venticinque anni, oltre ad altri provvedimenti minori, certificando il fatto che centinaia di migliaia di datori di lavoro (famiglie e imprese) avevano bisogno del lavoro degli immigrati, anche non autorizzati, al punto da volerli mettere in regola: più di un milione nell’ultimo decennio. Da questo punto di vista, la crisi economica ha avuto un impatto molto maggiore delle misure legislative in materia, riducendo drasticamente i nuovi ingressi. E dimostrando, se ce ne fosse bisogno, che i migranti sono attori razionali.
Il secondo problema è quello normativo. Dimentichiamo spesso che un numero crescente di immigrati è cittadino dell’Unione Europea: 1.335.000 secondo il Dossier immigrazione del 2012. Questi, anche se teoricamente a certe condizioni possono essere espulsi, il giorno dopo possono rientrare in Italia. O si riformano i trattati europei e si reintroducono le frontiere interne, oppure una parte consistente degli immigrati risulta di fatto inespellibile. Anche in questo caso, siamo noi ad aver deciso che altri valori sono superiori alla limitazione dell’accoglienza.
Il terzo nodo è quello delle risorse. Come ha spiegato il 9 luglio a Radio 1 il prefetto Morcone, alto dirigente ministeriale, le espulsioni attuate sono in realtà “molto poche”, perché sono “molto costose”, in termini di stanziamenti, personale, mezzi di trasporto, accordi con i paesi di provenienza. La domanda sui limiti dell’accoglienza da un punto di vista pragmatico va convertita in un’altra: quanto siamo disposti a spendere per espellere un maggior numero di immigrati indesiderati? Quanto personale delle forze dell’ordine siamo disposti a distogliere da altri compiti per rimpatriare, in aereo, braccianti moldavi e assistenti domiciliari ecuadoriane senza permesso?
Da qui deriva il quarto problema: occorre fronteggiare le conseguenze della limitazione dell’accoglienza, soprattutto quando si riesce a espellere solo un piccolo numero degli immigrati in condizione irregolare: 2-3 per cento, a seconda delle stime. La Fondazione Rodolfo De Benedetti ha presentato il mese scorso uno studio in cui non solo dimostra che gli immigrati irregolari hanno una probabilità di essere denunciati per qualche reato pari a sedici volte gli stranieri regolari, i cui dati sono allineati con quelli della popolazione italiana, ma anche che i provvedimenti di regolarizzazione hanno una ragguardevole efficacia nel ridurre i tassi di devianza degli immigrati. Ne segue un’altra domanda: quanta criminalità siamo disposti a fronteggiare, e con quali mezzi, allo scopo di limitare l’accoglienza? Non conviene regolarizzare, anziché lasciare che gli immigrati non autorizzati rimangano ai margini della società?
I pensosi cultori della limitazione dell’accoglienza dovrebbero dare una risposta a queste domande. Altrimenti, occorre cercare altre strade per costruire un sistema ragionevole di regolazione della mobilità attraverso le frontiere. (Maurizio Ambrosini)

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I MILLE DISPERATI TRA MATERASSI A TERRA E SACCHI DI PLASTICA

di Enrico Fierro, da “il Fatto Quotidiano” del 8/10/2013
– Giacigli avvolti nelle buste della spazzatura per renderli impermeabili alla pioggia – Uomini, donne bambini nel girone dantesco di Lampedusa –
   E domani (mercoledì 9 ottobre, ndr) a Lampedusa arriva l’Europa col suo massimo rappresentante, José Manuel Barroso. “Voglio vedere con i miei occhi quello che succede e quello che possiamo fare”, ha detto il presidente, conservatore, della Commissione Ue. E vedrà questa porta d’Europa che guarda all’Africa ma che l’Europa dell’indifferenza ha da anni cancellato dalle sue carte geografiche. “È una vergogna che l’Unione abbia lasciato così a lungo l’Italia da sola ad affrontare il flusso di migranti dall’Africa”, ha riconosciuto Martin Schulz, il presidente, socialista, del Parlamento europeo.
MA LA SVOLTA è ancora lontana. Barroso vedrà la lotta dei sub contro il tempo e il mare per recuperare i corpi dei naufraghi dell’ultima strage di migranti. Guarderà quest’isola zattera dove in vent’anni di guerre, fame e migrazioni si sono aggrappati 200 mila disperati. Ai suoi occhi si mostrerà l’Italia con le sue generosità, ma anche con le sue inefficienze, i ritardi, le eterne emergenze che nessuno riesce a risolvere.

   La più vergognosa è quella del centro di soccorso e prima accoglienza, dove sono ospitati i 155 naufraghi scampati alla tragedia del 3 ottobre. Nei giorni scorsi abbiamo documentato le condizioni di vita nella struttura. Materassi di spugna all’aperto, giacigli improvvisati per passare la notte, cani randagi nel cortile, promiscuità assurde in un luogo con soli 300 posti letto che ieri ospitava 928 persone, adulti, giovani, donne e 202 minori.
Sono siriani, palestinesi, somali, eritrei, gente provata da lunghi viaggi, donne e bambini, soprattutto, che hanno ancora negli occhi il terrore del mare, l’incubo di un naufragio, una umanità che si è lasciata alle spalle guerre e fame. Tutti i parlamentari che in questi giorni sono sbarcati a Lampedusa lo hanno visitato e in coro, all’unanimità, hanno detto che lì le condizioni di vita sono “vergognose”.

   Anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha avuto parole pesanti da spendere. L’unico politico che non ha trovato il tempo di varcare i cancelli del centro è il ministro dell’Interno Angelino Alfano. Forse, se avesse visto come sono costretti a vivere i migranti, Alfano, non avrebbe pronunciato quella frase infelice alla Camera: “Sull’accoglienza non accettiamo lezioni da nessuno”.

   La responsabilità di queste strutture volute dal-l’allora ministro dell’Interno Bobo Maroni, hanno risposto i vari politici venuti sull’isola, fa capo proprio al Vimieale. Anche la ministra Cécilé Kyenge ha allargato le braccia rimandando tutto, ogni decisione, ogni scelta utile per rendere più umana la vita in quella struttura, a lontani tavoli interministeriali.
IL COLMO, poi, lo si è raggiunto quando i cronisti hanno chiesto se il commissario Barroso sarà portato tra i capannoni di Contrada Imbracola a “vedere la sporcizia e lo schifo”. Silenzio della ministra, risposta della sindaca di Lampedusa, Giusi Nicolini: “No, state certi che lo puliranno”. Ci siamo andati ieri mattina e abbiamo visto le cose di tre giorni fa.

   C’è solo una novità, i materassi di spugna fetente che molti migranti usano per dormire fuori la notte, sono stati coperti, impermeabilizzati , con i sacchi neri della spazzatura.   Ogni volta che i giornali scrivono queste cose, gli operatori di “Lampedusa accoglienza”, il consorzio che si occupa della gestione del centro, insorgono. Lo hanno fatto anche ieri durante una visita dei giornalisti.
“SIAMO STANCHI dei continui attacchi. Abbiamo pure sentito che i profughi ospiti della struttura vengono trattati da Paese del terzo mondo. Queste critiche ci addolorano immensamente. Noi stiamo dando il massimo in una condizione molto difficile e complicata. I nostri operatori fanno turni massacranti, anche di 20 ore al giorno per riuscire a trovare delle sistemazioni per tutti. Ma non lo sa nessuno. Fa male sentire poi qualcuno che dice vergogna. Non ci stiamo”. Si sfoga Federico Miragliotta, il direttore del centro; ma il problema non è il lavoro degli operatori (danno il massimo e lo abbiamo visto e documentato), bensì il business che c’è dietro queste strutture.

   La srl “Lampedusa accoglienza”, costituita da Blue Coop di Agrigento, che detiene il 33% delle quote, e dal Consorzio di Cooperative sociali Sisifo (67%) gestisce il centro dal 2007, quando si aggiudicò l’appalto con un ribasso di gara del 30%. Un affare, calcolano le associazioni che si battono per i diritti dei migranti, che porta nelle casse della società 2 milioni e mezzo di euro l’anno. Gran regista della srl è Cono Galipò, un passato nel Partito comunista a Capo d’Orlando, la militanza nel Psi e poi in Forza Italia, prima di approdare al Pd nella corrente del deputato messinese Francantonio Genovese.

   Politica e immigrati, business e condizioni reali di vita nei vari centri di accoglienza, anche di questo è fatta l’eterna emergenza di Lampedusa. Chi non è indifferente è il Papa, che sull’isola ha mandato monsignor Krajewski, elemosiniere vaticano. “Daremo un aiuto concreto ai superstiti del naufragio”, ha scritto in un tweet. (Enrico Fierro)

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BONINO: «RISOLVERE LE CRISI CHE CREANO FUGA DEI DISPERATI»

di Umberto De Giovannangeli, da l’UNITA’ del 8/10/2013

L’INTERVISTA – Siria, Iran, le Primavere tradite. E un mare di migranti. Il ministro degli Esteri: «L’Italia può fare di più». – La guerra in Siria, il nuovo corso iraniano, l’insanguinato dopo-Morsi in Egitto, il Mediterraneo segnato da tragedie immani che ne alimentano altre, come quella consumatasi nei giorni scorsi a Lampedusa. I dossier più caldi sono al centro dell’intervista concessa a l’Unità dalla ministra degli Esteri, Emma Bonino. –
I Paesi della sponda sud sono segnati da sanguinose transizioni e guerre. Prima fra tutte, la guerra civile in Siria. L’Italia si è battuta per una soluzione politica contro azioni militari internazionali. Abbiamo solo preso tempo?
«No, abbiamo fatti indubbi passi avanti. L’intesa russo-americana sulle armi chimiche e la recente risoluzione del Consiglio di sicurezza, la 2118, che ne è seguita hanno aperto una prospettiva per il rilancio delle istituzioni multilaterali in risposta alla tragedia siriana. Le Nazioni Unite hanno riacquistato un ruolo centrale dopo 18 mesi di stallo. Credo che la nostra caparbietà nel propugnare una soluzione politica in stretto raccordo con gli alleati e altri attori influenti nell’area è stata premiata. Ha prevalso la consapevolezza che un intervento militare non sarebbe stato risolutivo e, al contrario, avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili. Ora la comunità internazionale ha davanti a sé come obiettivo primario di aprire corridoi umanitari per portare aiuti alla popolazione. Ho sperato che già a New York, in occasione dell’apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unte, si potesse arrivare alla fissazione di una data per una nuova conferenza internazionale sulla Siria. Non ci siamo riusciti allora, ma sono fiduciosa che si possa convocare una Ginevra 2 nelle prossime settimane: dobbiamo arrivare al più presto al cessate il fuoco  e impostare un processo politico per una pace duratura».
Un altro punto significativo della nostra iniziativa diplomatica, sembra essere l’apertura verso il nuovo corso iraniano del presidente Hassan Rohani.
«Credo si debba prendere atto che l’Iran di Rohani ha lanciato significativi segnali – liberazione di prigionieri politici, riconoscimento dell’Olocausto… – di voler avviare una nuova stagione di dialogo con la comunità internazionale. Senza eccessivi e inopportuni entusiasmi, dobbiamo comunque andare a “vedere le carte” che ha in mano la leadership iraniana sia sulla Siria sia su altri dossier come quello nucleare. Anche prima delle recenti aperture di Teheran ho sostenuto che se l’Iran è parte del problema della crisi siriana allora deve essere anche parte della soluzione. Già ad agosto il vice ministro Pistelli a Teheran aveva sondato il terreno con riscontri incoraggianti. Partner occidentali importanti che pure avevano mantenuto importanti riserve, sembrano ora più possibilisti su un coinvolgimento iraniano per la conferenza di Ginevra 2. Lo stesso ministro degli Esteri saudita che ho incontrato nei giorni scorsi mi ha confermato che anche loro intendono approfondire  la conoscenza della buona disposizione manifestata da Rohani. Gli iraniani che hanno sofferto direttamente dagli iracheni attacchi con armi chimiche negli anni ‘80, sostengono l’idea della  distruzione dell’arsenale chimico in Siria. Le più recenti prese di posizione della Guida Suprema dimostrano che anche tra i centri di potere in Iran è in corso un importante dibattito su come e quanto aprirsi all’esterno. Nelle prossime settimane sulla questione nucleare ci sarà un incontro del gruppo 5+1 e potremo già verificare concretamente fino a dove si può spingere la collaborazione».
Ampliando lo sguardo all’insieme del mondo arabo, c’è chi sostiene che le «Primavere arabe» sono sfiorite in un inverno islamista o, nel caso dell’Egitto, nel sanguinoso ritorno dei militari e in una guerra di piazza con i Fratelli musulmani. Siamo davvero a questo?
«Propongo una chiave di lettura equilibrata degli stravolgimenti recenti nel mondo arabo. Non era solo rose e fiori ad inizio 2011 allorché imperava una narrativa “primaverile” di tali vicende. Al tempo stesso non condivido oggi un giudizio solo catastrofista. Le dinamiche che si sono instaurate tendono a rompere un circolo vizioso ultra-decennale fatto di miseria, corruzione, repressione e autoritarismo. Due sono le maggiori sfide che incombono pressanti sull’intera regione del Mediterraneo allargato: caos interno e vuoto geopolitico quali fattori di grave instabilità, tendenti a distogliere risorse dai bisogni sociali più urgenti. Diversi sono i Paesi demograficamente, etnicamente, culturalmente e diverse saranno le traiettorie politico-economiche cui assisteremo nei prossimi anni prima che si apra una concreta prospettiva di sviluppo umano, sociale ed economico. Nell’attuale contesto storico, non mi stanco di sottolinearlo, esiste un irrisolto e cruciale scontro nel mondo sunnita che vede contrapposti Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait da un lato, Turchia e Quatar dall’altro e che irradia i suoi effetti perniciosi in tutta la regione e in primis nella crisi siriana. Permane poi, sempre vivo, il conflitto sunnita-sciita in Siria ma anche in Iraq, Libano, nel Golfo Persico. Siamo di fronte a scenari peculiari per ciascun Paese spesso difficili da decifrare. L’Italia ad esempio guarda alla Libia per i legami storico-culturali, gli interessi che ci legano a quel Paese e abbiamo fatto un’apertura di credito politico ed economico verso il governo Zidane. Ma ci scontriamo ancora con le contraddizioni di una fase di transizione ove manca una leadership consolidata  su tutto il territorio, prevalgono gli interessi locali. L’evoluzione della rivoluzione egiziana poi presenta aspetti controversi  riconducibili alla decisione del nuovo regime militare di perseguire “tout court” i Fratelli musulmani. Non nego che il Presidente Morsi abbia fatto errori, anche gravi, ma non credo che la repressione aiuti l’Egitto sulla strada della pacificazione e della stabilità. I nuovi sanguinosissimi scontri cui abbiamo assistito nelle scorse ore confermano i miei timori, ed esprimo l’auspicio che le forze dell’ordine mantengano il necessario autocontrollo e che si possa arrivare ad un dialogo politico il più inclusivo possibile».
Pensando alla tragedia siriana come alla strage di migranti nel Mediterraneo, in molti hanno chiamati in causa l’Europa. Da convinta europeista, oltre che da titolare della Farnesina, qual è la sua diagnosi e quale la terapia?
«Spero che la tragedia di Lampedusa scuota le coscienze non solo nel nostro Paese, ma in altre capitali europee e si possa in Europa fare un salto di qualità in relazione alle politiche sull’immigrazione. Ma siamo di fronte ad esodi con numeri sconosciuti negli ultimi decenni, milioni di persone che si muovono dalla Siria, Giordania, Kurdistan, dal sud del Sahel. Si richiede all’Europa e ai singoli Paesi una visione lungimirante e politiche coraggiose che consentano di attutire l’impatto di un fenomeno di grandi proporzioni. Si pone con urgenza la necessità di una politica comunitaria che al momento non esiste. L’Italia  solleciterà il dovuto sostegno per una difficile azione svolta per conto dell’intera Europa, di ciò parleranno i ministri degli Interni europei domani (oggi, ndr) in Lussemburgo. Occorre  un’effettiva assunzione di responsabilità nei confronti degli Stati membri maggiormente esposti, attraverso il rafforzamento finanziario ed operativo dell’Agenzia europea Frontex. A livello bilaterale la nostra collaborazione con la Tunisia è stato un esempio di successo, ma ci siamo assunti costi non trascurabili e abbiamo trovato nelle autorità tunisine un interlocutore sufficientemente affidabile. Altrimenti è davvero arduo combattere le organizzazioni criminali che mettono in mare i “barconi della morte” nonostante le operazioni di vigilanza che l’Italia si impegna a fare con notevole dispendio di uomini e risorse e garantendo il soccorso in ogni situazione. Ma anche in Italia potremmo fare di più sul  piano legislativo, ad esempio togliendo il reato di clandestinità e impostando politiche di integrazione “pragmatica” che tengano conto delle  richieste del mondo produttivo. È un vero peccato  che il referendum radicale  sull’immigrazione non sia stato  sostenuto in particolare dalla sinistra, per cui non  sono state raccolte le firme necessarie per l’abolizione della Bossi-Fini. Quel testo va superato soprattutto nella sua inutile logica detentiva del fenomeno immigratorio e nelle disposizioni che favoriscono il lavoro in nero a condizioni vessatorie, con nuove leggi su profughi e asilo politico, come ha giustamente richiamato il Presidente Napolitano». (Umberto De Giovanangeli)

MIGRANTI-3

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One thought on “MIGRANTI NEL CIMITERO MEDITERRANEO – All’orrore e alla pietas italiana (ed europea) speriamo finalmente ci possano essere politiche concrete di solidarietà, evitando nuove tragedie – Le proposte che si fanno

  1. Agata venerdì 4 ottobre 2013 / 8:43

    Bellissima poesia
    Anche Compagnie delle Opere si sta attivando.
    Voi cosa suggerite di fare?

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